Negli ultimi mesi del 2007 si è sviluppato in Lombardia un vivace dibattito sul consumo del suolo, iniziato con la presentazione di uno studio curato dalla Provincia di Milano con il Politecnico di Milano in cui si dimostra la progressiva diminuzione del verde nell'hinterland milanese e, parallelamente, l'aumento dell'area urbanizzata che passerà nei prossimi anni dal 34 al 42, 7%, se si realizzeranno tutte le previsioni di espansione insite nei Piani di governo del territorio dei Comuni. Lo studio individua nella misura del 45% la soglia di sostenibilità ammissibile per il territorio: Oltre quel dato i terreni non garantiscono più la rigenerazione ambientale, spiega Maria Cristina Treu, docente del Politecnico che ha curato lo studio insieme alla Provincia. Di questo passo, la città infinita divorerà i campi e l'ambiente. (Davide Carlucci, “ Nell'allegra incoscienza di tutte le autorità responsabili per l'urbanistica dell’area metropolitana, il consumo di suolo ha raggiunto livelli paradossali”, la Repubblica, 20.10.07).
Lo studio precedeva l'illustrazione del nuovo Piano territoriale di coordinamento provinciale (Ptcp) presentato dall'assessore provinciale al territorio, Pietro Mezzi: Uno strumento che dovrebbe aiutare a governare meglio i processi di trasformazione del territorio nell'area metropolitana milanese e a coordinare, per grandi temi, le pianificazioni dei 189 Comuni della Provincia, Milano compresa (...) È un Piano che cerca di mettere ordine e di semplificare le procedure, ma che si pone anche programmi ambiziosi: tra questi, creare la rete ecologica provinciale, in particolare nel Nord Milano; indicare i punti di forza dello sviluppo urbanistico dei Comuni; individuare le aree destinate all'attività agricola (Pietro Mezzi, “ È vicino il punto di non ritorno”, la Repubblica, 21.10.07).
Questa prospettiva tocca direttamente la pianificazione urbanistica dei Comuni racchiusi nei confini provinciali in quanto il Ptcp si prefigge di non superare la soglia stabilita nel 45% del consumo di suolo. Ancora Mezzi: Si pone così il problema di realizzare una concreta sostenibilità. Gli amministratori, i politici, gli ambientalisti, gli studiosi sapranno raccogliere questa sfida o si continuerà a pensare in termini di sviluppo infinito? E ad affidare al consumo del suolo l'unica risposta alla crisi strutturale della finanza locale? Il nuovo Piano territoriale di coordinamento provinciale si pone questo obiettivo e, con gli inevitabili e faticosi compromessi; propone una crescita giudiziosa. La più sostenibile in questa situazione.
A quel punto scoppia la polemica tra il Presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, e il suo assessore circa la libertà dei Comuni di costruire sul loro territorio, tesi sostenuta da Penati: limitare la crescita della grande Milano, imporre un tetto all'espansione urbana nell'hinterland? (...) "Ogni comune è libero di programmare il suo sviluppo con i piani di governo del territorio. E il nostro piano di coordinamento territoriale provinciale non può darsi il compito di programmare meglio lo sviluppo delle singole realtà. E un tema complesso e cruciale, la pianificazione sovracomunale è una materia delicata da affrontare rispettando il corretto ruolo della sussidiarietà” (...) Penati tira dritto anche sul Cerba, il Centro europeo di ricerca biomedica avanzata, 620mila metri quadrati nel parco Sud, voluto dall'oncologo Umberto Veronesi ma osteggiato dagli ambientalisti (Davide Carlucci, “ Penati: Comuni liberi di costruire", la Repubblica,22.10.07).
Diventa inevitabile la richiesta di alcuni Comuni, inseriti nel Parco Agricolo Sud Milano, di modificare i confini delle Zone tutelate in modo da poter disporre di maggiori superfici per lo sviluppo urbanistico. I Comuni del Parco agricolo Sud Milano convocati (. ..) in assemblea in Provincia hanno diverse motivazioni ma per 23 di essi (sono in tutto 61, compreso il capoluogo) c'è un fine comune. Vogliono la modifica dei confini del parco, fissati da una legge regionale 17 anni fa. Da allora, dicono i sindaci, sono cambiate molte cose. Non troppe, per fortuna, se oggi l'espansione urbanistica a sud di Milano è ancora ferma al 19% del territorio, mentre tocca quote preoccupanti nel capoluogo (70%) e soprattutto nell'hinterland (66% nella Brianza ovest, 60% lungo l' asse del Sempione, 57% nella Brianza centrale). (Stefano Rossi, “I Comuni scoppiano, 23 su 61 vogliono modificare i confini delle zone tutelate”, la Repubblica, 29.10.07).
In questo quadro già abbastanza ambiguo si inserisce, a livello regionale, un altro palese attacco alla cultura della difesa del territorio, quando l'assessore all'Urbanistica della Regione Lombardia Davide Boni, nella seduta della V Commissione consiliare del 7.11.07, annuncia alcune modifiche alla L.R.12/2005 Testo Unico sull'Urbanistica, consistenti nella possibilità di prevedere, nei nuovi Piani di governo del territorio, espansioni nel territorio dei Parchi regionali e, in caso di opposizione dell'ente parco, l'intervento diretto della Regione con procedure semplifìcate (si veda: Carlo Monguzzi, capogruppo dei Verdi in Regione Lombardia, “ Via libera alla cementificazione del parco sud, Milano”, pubblicato il 7.11.07 sul sito www.verdilombardi.org).
Questa manovra che di fatto permetterebbe ai Comuni lombardi di aggredire le aree tutelate dei parchi viene considerata un grave attacco all'ambiente e al diritto di tutti i cittadini a conservarsi parti di territorio di altissimo valore naturalistico, oltre a contrastare gravemente con l'Art. 9 della Costituzione italiana che prevede la salvaguardia del paesaggio, e quindi delle aree a forte valenza ambientale.
Fortunatamente insorge il fronte ambientalista e dal sito "Eddyburg", viene lanciato un appello al mondo della cultura delle professioni, delle istituzioni e ai comitati per la difesa del territorio affinché intervengano per chiedere di ritirare l'emendamento (si veda: “ Lombardia vergogna d'Europa?”, pubblicato il 16.11.07 sul sito www.eddyburg.it ). La mobilitazione è tale che l'emendamento in questione viene bloccato e la sua discussione, in Regione Lombardia, rimandata a gennaio. La delicata questione del consumo di suolo impone vigile attenzione a tutte le componenti della società civile, temi ribaditi recentemente in un convegno "Ambiente e Territorio" (Milano, 1-2 dicembre) in cui è stata proposta anche una legge che limiti lo spreco di suoli come già avvenuto in altri Paesi europei: Consumo di suolo come uso sbagliato di una risorsa irriproducibile, scarsa, preziosa. Un bene, il suolo, inteso come bene collettivo, come l'acqua, l'aria, l’energia. Da utilizzare con parsimonia e per la cui conservazione occorrono politiche locali e nazionali. Il documento finale della due giorni milanese infatti a governo e parlamento chiede addirittura una legge che ne limiti l'uso, come da tempo hanno legiferato in Germania, Olanda e Inghilterra (Pietro Mezzi, “ Raymond Unwin direbbe regional planning in practice. Contrastare il consumo di suolo a scala metropolitana”, il Manifesto, 12.12.07).
Questo obiettivo di equità nell'uso delle risorse appare motto difficile da raggiungere, soprattutto rispetto al contenimento dell'uso del suolo, se permangono alcune misure contenute nelle leggi finanziarie che, consentono ai Comuni di utilizzare gli introiti derivanti dagli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente, come spiega puntualmente Vittorio Emiliani: Non c'è pace per il paesaggio italiano che pure - assieme alle città d'arte ricomprese in esso in un unico palinsesto - rappresenta la superstite risorsa primaria per il nostro turismo di qualità (Vittorio Emiliani, “Un lucido aggiornamento sulla temperatura (febbre alta) del territorio italiano, mentre il medico pensa ad altro”, l'Unità, 20.12.07).
Relazione tenuta al convegno dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti,
“La trasformazione dei paesaggi e il caso veneto”, Venezia, 6–7 marzo 2008.
Alla rassegna che ci eravamo proposti sulla sequenza da costituzione a codice dei beni culturali e del paesaggio manca, si deve subito dire, la certezza del termine conclusivo di riferimento.
Non è ad oggi dato conoscere infatti quale risulterà dalla seconda e conclusiva operazione di correzione-integrazione del codice dei beni culturali e del paesaggio (emanato nel 2004 e fatto oggetto di una prima revisione nel 2006, mentre la delega per quest’ultima deve essere perentoriamente esaurita entro il prossimo primo maggio) l’assetto delle rispettive responsabilità delle istituzioni statali della tutela (ministero e soprintendenze) e delle regioni (con il sistema delle autonomie locali) quanto alla salvaguardia del paesaggio. Sul testo elaborato dalla commissione ministeriale presieduta da Salvatore Settis è stata nei giorni scorsi sentita, come vuole il formale procedimento, la conferenza unificata stato-regioni; e se ho ben letto il comunicato diffuso dal fronte regionalista, il ministro avrebbe infine dimostrato indulgenza alla rivendicazione riproposta dalle regioni perché nella valutazione di compatibilità di ogni nuovo intervento negli ambiti di tutela, nel rilascio cioè della autorizzazione paesaggistica (che è compito della regione o dell’ente sottoordinato da essa delegato), non sia vincolante l’apprezzamento di merito della soprintendenza cui dunque rimarrebbe assegnato un ruolo subordinato. Quanto un simile assetto delle competenze sia conforme alle implicazioni del principio fondamentale dell’art. 9 costituzione ci verrà modo di dire nello sviluppo del nostro discorso. Che subito deve registrare come nella sua genesi quel principio sia espressione della ferma convinzione della dimensione unitaria e nazionale dei valori così del patrimonio storico e artistico come del paesaggio.
E’ opportuno dunque ricordarlo ancor oggi: il germe di questo articolo 9 fu concepito da Concetto Marchesi che sulla sua proposta di un articolo 29 ottenne il voto unanime della commissione dei 75 “nella previsione [sono sue parole] che la raffica regionalista avrebbe investito anche questo campo delicato del nostro patrimonio nazionale” e preoccupato che lo statuto siciliano come quello della Val d’Aosta già affidassero alla competenza esclusiva della regione la difesa di paesaggio e patrimonio storico e artistico. Qualche difficoltà Marchesi incontrò nella discussione in assemblea, dove gli fu obbiettato che non era appropriata la sede dei rapporti etico-sociali; e se era implicata la questione delle autonomie regionali la norma doveva trovar posto là dove la costituzione avrebbe disciplinato la potestà normativa delle regioni. L’assemblea approvò infine l’emendamento proposto da Lussu che imputa alla Repubblica - e così massimamente valorizza - la tutela di patrimonio e paesaggio, ponendo quindi la premessa per la conversione di quell’articolo 29 in principio fondamentale. E’ vero che nel dibattito dell’assemblea costituente l’interesse è orientato al patrimonio storico e artistico della nazione e alla avvertita esigenza della sua considerazione unitaria, ma neppure è messo in discussione che le medesime ragioni debbano valere per il paesaggio accomunato nella identica disciplina costituzionale. Il lessico dei costituenti è innovativo: patrimonio storico e artistico della nazione in luogo delle “cose di interesse storico e artistico” della pur gloriosa legge n. 1089 del 1939; paesaggio in luogo delle analitiche “bellezze naturali” della coeva legge n. 1497 del 1939. E consapevolmente innovativo, come è confermato dal voto che aveva bocciato la proposta soppressiva dell’articolo voluto da Marchesi, motivata da asserite adeguatezza e sufficienza della due leggi speciali. Paesaggio, in particolare, come inteso da Marchesi, Lussu, Codignola, Moro (tra i costituenti i più interessati al tema), è nozione che non si identifica certo nelle categorie di bellezze naturali “individue” e “di insieme” minutamente e diligentemente elaborate dalla burocrazia che dettò la legge 1497 del 1939. E’ la nozione dunque della comune, se così si può dire, buona cultura (come alimentata e aggiornata dalle discipline specialistiche che considerano le forme dell’ambiente fisico di vita delle comunità) entrata nel linguaggio normativo e divenuta l’oggetto della disciplina costituzionale.
Converrà ancora ripetere che la collocazione di paesaggio e patrimonio tra i principi fondamentali della costituzione (tra i quali non ha ingresso il “terribile diritto” di proprietà) li configura come elementi costitutivi dell’identità del paese; e la funzione di tutela solennemente imputata alla repubblica (che la esercita attraverso tutti i soggetti dell’ordinamento che la compongono, secondo la nuova formulazione dell’art. 114) è assunta come pervasiva, essenziale, primaria e qualificante del suo modo stesso di essere e di operare.
Che poi il legislatore ordinario e l’amministrazione attiva abbiano preso immediata coscienza di questa innovazione e delle responsabilità pubbliche che ne derivavano si può escludere con certezza e i modi della ricostruzione postbellica e dello sviluppo economico del paese nel consecutivo ventennio stanno lì a documentarlo. L’applicazione della stessa legge speciale del 1939, la 1497 con il suo regolamento del 1940, rimasta travolta dalla guerra, stentò poi a rianimarsi ed ebbe un’attuazione episodica e del tutto marginale nei vasti processi di trasformazione territoriale.
La legge “ponte” del 1967 (verso l’ancora attesa riforma urbanistica, primo centrosinistra, ministro Mancini: ieri Vezio De Lucia ha evocato con grande efficacia quel clima di speranza andato ben presto deluso), che aveva reso obbligatoria per ogni comune la regolamentazione urbanistica, che aveva introdotto il principio degli “standards” - vero e proprio diritto dei cittadini ai servizi -, che aveva dettato la disciplina conservativa dei centri storici prescrivendone la delimitazione, avvertì l’esigenza di coordinare con la pianificazione territoriale le competenze speciali del ministero allora della pubblica istruzione (cui faceva capo la direzione generale delle belle arti) nelle materie al ministero affidate delle bellezze naturali e delle cose di interesse storico e artistico. Rese perciò soprintendenze e ministero partecipi dei procedimenti di approvazione degli strumenti urbanistici con potere di introdurre d’ufficio le “modifiche riconosciute indispensabili per assicurare la tutela del paesaggio e di complessi storici, monumentali, ambientali e archeologici”. Per la prima volta (1967) dunque l’espressione paesaggio della costituzione entra nella legge ordinaria e l’azione di tutela al riguardo è esercitata anche in via di controllo sulla pianificazione territoriale e a sua integrazione estrinseca. E con la legge dell’anno successivo, la n. 1187 del 1968, al piano regolatore è infine affidato il compito essenziale di disciplinare in proprio (e quindi previamente anche in via autonoma identificare) “le zone di carattere storico, ambientale e paesistico”, dettando al riguardo “i vincoli da osservare”. Se il paesaggio è la forma sensibile del paese e dunque qualità perseguita in ogni parte del territorio, il paesaggio entra in diretto rapporto con la pianificazione urbanistica, alla quale si volle allora che concorressero in funzione integrativa le istituzioni della tutela statale. Con l’attuazione dell’ordinamento regionale pure queste funzioni esercitate dalle soprintendenze furono trasferite alle regioni e così si concluse allora il tentativo di raccordare le competenze specialistiche della tutela statale con quelle di disciplina generale del territorio. Con il decreto delegato del 1972 è trasferito alle regioni il piano paesaggistico che la legge 1497 del 1939 prevede, ma facoltativamente, a regolare le più vaste zone dichiarate come bellezze di insieme; e con il completamento dell’ordinamento regionale del 1978, in ragione della attinenza alla urbanistica, materia di potestà esclusiva delle regioni, le funzioni di tutela delle bellezze naturali come organizzate nella legge 1497 del 1939 facenti capo allora al ministero per i beni culturali (costituito nel 1975) sono delegate alle regioni, alle quali dunque spetta di rilasciare le autorizzazioni paesaggistiche (già di competenza del soprintendente). La regionalizzazione della tutela del paesaggio può dirsi completa, rimanendo al ministero un potere straordinario di integrazione ed interdizione, in pratica rarissimamente esercitato.
Nel 1985, l’anno del turpe condono edilizio, il sottosegretario, lo storico Giuseppe Galasso, verificata la impossibilità di introdurre per via di provvedimenti amministrativi tutele generalizzate in ragione di obbiettivi caratteri morfologici del territorio, si fece promotore della legge che ben può dirsi diretta attuazione dell’art. 9 della costituzione (non solo perché essa stessa dichiara di portare norme fondamentali di riforma economico-sociale e perciò ha l’efficacia di imporsi pure sulle regioni a statuto speciale). La legge “Galasso” dunque assoggetta direttamente a tutela paesaggistica gli elementi fisici strutturanti del territorio, spazialmente definiti secondo misure inevitabilmente convenzionali (ne fu grandemente irritato, ricordo, Lucio Gambi che le bollò come del tutto arbitrarie e prive di alcun fondamento scientifico: i territori costieri nella fascia di profondità di trecento metri, i territori contermini ai laghi per la medesima profondità, i corsi d’acqua pubblici e le relative sponde per la fascia di centocinquanta metri, le montagne per la parte eccedente i 1600 metri sul livello del mare per la catena alpina e i 1200 metri per la catena appenninica e per le isole, ghiacciai e circhi glaciali, territori coperti da foreste e boschi, vulcani, zone umide censite, e pure le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici (dunque terreni conformati da regimi secolari di gestione collettiva), oltre a parchi e riserve naturali, e zone di interesse archeologico (esempio saliente, la centuriazione). La innovazione rispetto alle “bellezze naturali” “individue” e “di insieme”, incluse negli appositi elenchi faticosamente formati dalle commissioni provinciali attraverso complessi e attardanti procedimenti amministrativi, è di immediata percezione. E pure i modi della disciplina sono innovativi: ogni regione è tenuta a darsi un piano paesaggistico (sul modello di quello della legge 1497, concepito per specifiche aree e inidoneo però a regolare così vaste estensioni) o di un piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori da tutelare. Alle soprintendenze rimaneva attribuito il potere di controllo sulla gestione della disciplina di tutela attraverso l’annullamento delle autorizzazioni paesaggistiche. Immediata, come è noto, fu la risentita reazione delle regioni che fecero questione di indebita invasione delle attribuzioni urbanistiche e sollevarono conflitto davanti alla corte costituzionale che con alcune esemplari sentenze lo rigettarono, dettando il principio di primarietà e assolutezza dei valori di tutela del paesaggio, insuscettibili quindi di essere posti in bilanciamento con altri interessi pure di rilievo pubblico, dovendo su di essi prevalere, come sulla disciplina territoriale perseguita attraverso la pianificazione urbanistica, piegata a dare attuazione prioritaria ai valori del paesaggio. Che come complessivo bene unitario è imputabile alla comunità nazionale, sicché a fronte di registrate diversità di apprezzamento sui modi in concreto della tutela deve necessariamente prevalere quello della amministrazione statale, rappresentativa della dimensione nazionale e unitaria di valori del paesaggio non affidati alla disponibilità delle regioni.
Che poi a questo rinnovato modello normativo abbia corrisposto una adeguata prassi operosa di tutela non è dato di constatare. L’imperativo dei piani paesaggistici come autonomi strumenti di tutela immediatamente prescrittivi e prevalenti sulla disciplina urbanistica eventualmente in contrasto è stato diffusamente eluso, rimanendo la disciplina del paesaggio in pratica attratta, e spesso dissolta, entro il sistema della pianificazione territoriale attraverso i differenziati livelli di piani, come si dice, a cascata, dalla dimensione territoriale regionale a quella di coordinamento provinciale e infine comunale alla quale ultima è riconosciuto un ampio ambito di autonoma determinazione. Mentre ancora patrimonio e paesaggio rimangono oggetto della contesa tra stato e regione e il criterio risolutivo per dirimere il conflitto di attribuzione dei poteri al riguardo si è creduto che potesse fondarsi sulla rottura della endiadi, invece concettualmente inscindibile, tutela e valorizzazione. (E a questo criterio per la verità offriva un sostegno testuale la costituzione del ministero dei beni culturali – 1975 - cui sono affidati i compiti di tutela e valorizzazione, mentre alla attività di valorizzazione è previsto che concorrano le regioni). Dapprima il decreto legislativo n. 112 del 1998 (in attuazione della “Bassanini 1”) nel conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello stato a regioni ed enti locali si muove su questo discrimine e infine la stessa riforma del titolo V della costituzione sanziona l’espediente artificioso, scorporando dalla unitaria nozione della tutela dell’art. 9 (la valorizzazione è funzione interna e propria di una tutela strumento di promozione della cultura : primo comma) la valorizzazione appunto, per affidare alla potestà legislativa esclusiva dello stato la tutela e facendo la valorizzazione materia di legislazione concorrente tra regioni e stato (cui è dato soltanto di fissare i principi fondamentali al riguardo). Non è qui il caso di sottolineare la sciatteria nell’impiego del lessico normativo, non essendosi i riformatori del titolo V preoccupati di uniformare le espressioni testuali nella contrapposizione di “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” (lettera s del secondo comma dell’art. 117) riservata alla potestà legislativa esclusiva dello stato, a “valorizzazione dei beni culturali e ambientali” (terzo comma dello stesso articolo) affidata alla potestà concorrente, espressioni che per altro neppure riprendono quelle di sintesi dell’art. 9 (patrimonio e paesaggio).
E’ ben noto come si sia giunti infine alla redazione del codice dei beni culturali e del paesaggio attraverso una legge delega del tutto priva di “principi e criteri direttivi”, sicché, al di là delle ambizioni sbagliate di cui il ministro di allora (umiliato dalle intemperanze del collega della finanza creativa che aveva tentato di sottrargli una buona parte del patrimonio culturale per metterlo in vendita) aveva inteso caricare l’operazione, non v’era spazio in pratica che per la riscrittura del compilativo testo unico del 1999, di cui per altro era in corso l’aggiornamento. Dalla versione del 2004 del “codice” e dalla prima revisione del 2006 non può dirsi che esca alcuna sostanziale riforma dell’assetto disciplinare ancora fondato sul sistema binario della legge sulle bellezze naturali del 1939 (e sull’apparato organizzativo delle commissioni provinciali incaricate di formare e integrare gli elenchi delle c.d. bellezze di insieme e individue, rimasto inalterato anche con il trasferimento alle regioni del 1978) e della legge “Galasso” del 1985 che vuole protette le vaste zone identificate per i fondanti caratteri morfologici, prescrivendo i piani paesaggistici come speciali strumenti di diretta e prevalente disciplina, con l’innovazione (l’unica significativa) che “la specifica considerazione dei valori paesaggistici” deve “concernere l’intero territorio regionale”. Questo “codice” neppure è stato capace di dare riconoscimento di bene culturale a quello che massimamente concorre a definire l’identità del nostro paese: l’insediamento urbano storico, come unitario bene culturale appunto, cui si addicono, con gli ovvi adattamenti alla sua specialissima e complessa natura di organismo -se così si può dire- vivente, i metodi del restauro e del risanamento conservativo. Né la commissione preposta a questa definitiva revisione ha inteso accogliere la proposta di Italia Nostra di riconoscere il centro storico, come definito nei vigenti piani regolatori, quale bene paesaggistico soggetto ad automatica tutela, sul modello - nuova autonoma categoria normativa - della legge Galasso. Ma si è limitata a inutilmente confermare che nella categoria di “bellezza di insieme”, come “complesso di cose immobili che compongono un caratteristicoaspetto avente valore estetico e tradizionale” (secondo il lessico datato pur se suggestivo della legge n. 1497 del 1939), può intendersi compreso pure il centro storico, sempre che la commissione provinciale, attraverso il complesso procedimento che già abbiamo ricordato, vi riconosca notevole interesse pubblico.
Né può dirsi che il codice abbia operato, come vantò il ministro di allora, “il pieno recupero del paesaggio nell’ambito del patrimonio culturale, del quale costituisce parte integrante alla pari degli altri beni culturali del nostro paese” sol perché impegnato nella ambiziosa inutile definizione - manifesto (art. 131) che riprendeva pressoché alla lettera quella della mediocre (benché generalmente celebrata ma del tutto priva di contenuti prescrittivi) convenzione europea del paesaggio (2000, ratificata dal nostro paese nel 2006), ma prudentemente per la verità tralasciava l’equivoco riferimento, come a criterio di identificazione di quella determinata zona designata come paesaggio, alla percezione che ne abbiano gli abitanti del luogo o i visitatori. Si deve però dare atto che la nuova versione dell’articolo 131, come risulta dalla revisione ancora in corso e solo ufficiosamente conosciuta, si impegna in una definizione di paesaggio fondata sulla riconosciuta attitudine espressiva dei valori di cultura; valorizza il ruolo di funzione della identità nazionale, mentre finalizza la tutela a salvaguardia e recupero dei valori culturali espressi dal paesaggio, affermando dunque la prevalenza della istanza conservativa. Non può dirsi invece che costituisca un recupero sul testo della prima versione la superflua riaffermazione della potestà legislativa esclusiva dello stato nella materia della tutela del paesaggio, secondo il letterale disposto dell’art. 117 della costituzione.
Ma una assai incisiva innovazione aveva introdotto il codice, sul punto non corretta con il decreto del 2006, per corrispondere alla rivendicazione delle regioni che avevano inteso come lesiva della loro autonomia (ma anche una recentissima decisione della corte costituzionale – n. 378 del 2007 - lo ha tornato a negare) il potere riconosciuto alle soprintendenze di annullamento delle autorizzazioni paesaggistiche date delle stesse regioni o dai comuni da esse delegati. Escluso a regime questo potere di annullamento, la partecipazione delle soprintendenze all’esercizio in concreto della tutela (alla gestione dei vincoli) è configurata come parere interno al procedimento, obbligatorio, ma non vincolante. E’ ben vero che della impegnativa facoltà di annullamento le soprintendenze si sono avvalse (per indirizzo generale per certo dettato dal ministero) con parsimonia anche in ragione della strutturale inadeguatezza di mezzi e risorse professionali di quegli uffici (le autorizzazioni di Monticchiello passarono indenni alla soprintendenza e di recente l’annullamento della autorizzazione all’insediamento alberghiero nella baia sistiana sul golfo di Trieste è stato fatto revocare, convocato il soprintendente al ministero), ma rimane il nodo di un rapporto che non può registrare il ruolo subordinato della istituzione di tutela adeguata alla dimensione nazionale e unitaria del paesaggio.
La riforma del titolo V della Costituzione ha introdotto, lo ricordiamo, il nuovo criterio secondo cui l’attribuzione delle funzioni amministrative a stato, regioni ed enti locali prescinde dalla corrispondenza alla potestà legislativa nella specifica materia, per essere invece fondata sui principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza. Sicché in linea di quei principi nulla si oppone a che pure l’esercizio di compiti di tutela sia assunto dalla regione e dallo stesso comune, sempre che il suo apparato organizzativo lo renda adeguato a un compito che trascende la dimensione locale e che dunque svolge nell’interesse della comunità nazionale. Ma quando si registri diversità di apprezzamento deve necessariamente prevalere quello espresso dalla istituzione che riflette la dimensione unitaria - nazionale - dell’interesse in concreto curato.
E’ il tema cruciale sul quale ancora si è attardato in extremis, e nella sede formale della conferenza unificata, il confronto tra ministro e regioni sul testo definitivo del codice dei beni culturali e del paesaggio. E se nelle dichiarate intenzioni del ministro la conclusiva correzione del codice avrebbe dovuto recuperare un ruolo più incisivo delle istituzioni statali di tutela del paesaggio, a queste intenzioni non sembra che corrisponda il testo delle modifiche portato dalle regioni alla conferenza e sul quale il ministero avrebbe dato il suo assenso (così disattesi dunque i ripetuti appelli che le associazioni di cultura hanno pubblicamente e di recente rivolto al ministro). Converrà dunque attendere di conoscere l’esito di quel confronto conclusivo e sospendiamo sul punto il giudizio definitivo.
Certamente il necessario recupero di responsabilità in ordine alla tutela del paesaggio da parte delle istituzioni statali comporta un impegno straordinario di mezzi e di energie professionali che l’attuale assetto delle soprintendenze non è in grado di assicurare ed esige perciò una fermissima volontà politica di cui si stenta a vedere i segni; mentre la linea della dovuta collaborazione con le regioni così come espressa nelle intese recentemente siglate dal ministero, se non sia sostenuta dalla capacità di offrire un contributo di qualificate competenze di merito, si riduce in pratica ad una ampia delega alla pianificazione territoriale come la sola sede effettivamente deputata, con i suoi tipici strumenti, alla tutela del paesaggio, svalutato in concreto lo speciale piano paesaggistico per il quale il codice si attarda a disegnare una minutissima, assai complessa e impegnativa, disciplina attuativa. E se poi la “valenza paesaggistica” delle previsioni del piano territoriale (come disciplinato dalla legge regionale di riferimento, pur se in concreto espressione in ipotesi dell’esercizio di quell’intesa) dovesse intendersi come alternativa al piano paesaggistico, ne risulterebbe una palese violazione dello stesso codice, con la intenzionale disapplicazione del vincolante modello normativo, l’istituto più significativo ereditato dalla legge “Galasso”.
E diversi motivi di preoccupazione sono per altro legittimati dalla recente riforma del regolamento di organizzazione del ministero per i beni e le attività culturali dove al livello degli uffici dirigenziali centrali il paesaggio ha subito una singolare traslazione, essendo stato sottratto alla direzione generale per i beni architettonici (cui sono stati annessi a compensazione i beni storici, artistici ed etnoantropologici, giudicati non più degni di un autonomo ufficio apicale) per essere assegnato alla direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanee, che assume quindi la nuova denominazione di direzione generale per la qualità e la tutela del paesaggio, l’architettura e l’arte contemporanee. L’aver creato una direzione generale per architettura ed arte contemporanee (cui non avrebbero corrisposto per quella specifica competenza uffici periferici) si era allora esposto a non infondate riserve (e alla ferma opposizione di Italia Nostra) non solo perché concettualmente priva di fondamento quella separazione da architettura ed arte non contemporanee, ma per la più preoccupante ragione che una istituzione del ministero veniva caricata della funzione di promozione e giudice della qualità della progettazione del nuovo. (Questa la tavola fondativa della direzione: “promozione della qualità del progetto e dell’opera architettonica ed urbanistica anche mediante ideazione e, d’intesa con le amministrazioni interessate, consulenza alla progettazione di opere pubbliche di rilevante interesse architettonico con particolare riguardo alle opere destinate a ad attività culturali, ovvero che incidano in modo particolare sulla qualità del contesto storico, artistico e paesaggistico ambientale”). Con la sfida della qualità, alla cui insegna ha operato quella direzione, sono stati legittimati interventi innovativi in ambienti monumentali, garantiti dalla selezione per concorso e dalla autorevolezza intimidatrice della archistar internazionale (la pensilina che Arata Isozaki ha immaginato dietro gli Uffizi, come - dice lui - moderna versione della loggia dei Lanzi; la grande teca di Meier per l’Ara Pacis che soffoca le monumentali chiese di san Rocco e san Girolamo degli illirici). Anche per il paesaggio dunque la sfida della qualità, che è l’indice di una preoccupante nozione della tutela, indulgente ad ogni trasformazione se sia affidata al pregio delle innovazioni garantito da una incontrollabile discrezionalità. Il paesaggio insomma come campo degli esercizi di stile della architettura di qualità. L’ovvia considerazione che il paesaggio (come lo spazio fisico in cui si registrano i sempre mutevoli equilibri tra i molteplici fattori che vi operano) è necessariamente sede di incontenibili trasformazioni, non contraddice la prima istanza, quella conservativa, della tutela (di fronte a rapidità di impiego ed efficacia dei mezzi di trasformazione che la tecnica ha oggi, come mai nel passato, messo a disposizione) e non vale a legittimare l’affermazione che è solo questione della qualità formale dell’intervento, chiamata a presiedere i processi del cambiamento anche radicale cui nessun luogo può essere sottratto. Fu giusto, io credo, negare a Renzo Piano il pur raffinatissimo intervento insediativo nella baia sistiana lungo il percorso rilkiano dei canti luinesi. Né il recente cedimento del soprintendente su un diverso progetto, proprio lì, di ben minore qualità può valere a riabilitare l’originaria idea inventiva di Piano. Come la qualità di Piano non è sufficiente a legittimare l’inserto della torre che si eleva ad oltre duecento metri (non vogliamo chiamarla grattacielo) nel paesaggio di Torino di cui diverrebbe il principale fulcro visivo anche a contrappunto della mole antonelliana, modificando il disegno urbano nella prospettiva aperta verso il vicino ambiente montano di sfondo. E se a questo proposito (e ad altri analoghi) è stato evocato il nesso tra tutela del paesaggio come disciplina dell’intervento umano negli ambienti naturali e urbani e la libertà dell’arte garantita dall’art. 33, primo comma, della costituzione, è agevole opporre che anche la libertà di espressione artistica è necessariamente limitata dall’esercizio di quella funzione della repubblica che è posta con rilievo preminente tra i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale.
Nei giorni scorsi gli ispettori dell’Unione europea, dal cui rapporto dipende l’apertura della procedura di infrazione a carico dell’Italia, hanno visitato i CDR, gli impianti che imballano l’immondizia; poi il surreale cantiere dell’inceneritore di Acerra, il più grande d’Europa. Quello che Veolia, il colosso francese che gestisce questo tipo di impianti in molti paesi del primo, secondo e terzo mondo, si è rifiutato di gestire a causa della mancanza delle minime garanzie politico-istituzionali (sic). E anche quello che il neoassessore regionale all’ambiente Walter Ganapini si è precipitato a rifinanziare, come primo atto della nuova gestione. Gli ispettori hanno percorso le strade dell’hinterland, incassate tra due muri continui di rifiuti. Alla fine, sui giornali di ieri, le anticipazioni sul desolato responso dei tre tecnici giunti da Bruxelles: la Commissione prende atto di come la Campania non abbia ancora una strategia per uscire dalla crisi.
Quattordici anni di gestione commissariale e un miliardo di euro sono dunque stati spesi senza uno straccio di strategia. Un brivido corre lungo la schiena al pensiero che lo stesso gruppo dirigente sia tuttora al lavoro per programmare (e possibilmente gestire) la spesa dei 15 miliardi di euro di fondi comunitari che pioveranno sulla Campania nei prossimi sei anni.
Qualche altra spigolatura, sempre dai giornali di ieri: in un contesto di arretramento complessivo del nostro paese, la Campania occupa ora, tra le regioni italiane, il fanalino di coda nella graduatoria del reddito stilata da Eurostat. Nello scorso fine settimana il Grand Hotel Vesuvio, sul lungomare di fronte al Castel dell’Ovo, ha registrato solo 16 presenze (non era mai accaduto in un secolo e mezzo di storia). Nel frattempo gli agricoltori campani, per vendere, sono costretti a oscurare le etichette, celando la provenienza dei prodotti.
In un drammatico finale di partita, la denuncia di oggi del supercommissario De Gennaro: la gestione di questi ultimi mesi di crisi, i più drammatici, è stata basata su informazioni sbagliate, su carte false. Le ultime verifiche tecniche hanno infatti accertato come le vecchie discariche che il commissariato di governo intendeva riattivare per smaltire le 300.000 tonnellate che sommergono ancora le strade, siano realmente non idonee, proprio come sostenuto dalle popolazioni, dai comitati, dalle assise. Insomma, si riparte da zero.
La denuncia di De Gennaro è un’ammissione di bancarotta dell’amministrazione, l’estrema manifestazione del paradosso manzoniano più volte descritto da eddyburg: in un contesto nel quale la legalità, i controlli democratici, la coesione territoriale e la fiducia sono completamente saltati, al massimo dei poteri discrezionali corrisponderà simmetricamente il massimo dell’impotenza e dell’incapacità di governo.
Il piano regolatore di Roma è stato approvato in via definitiva lo scorso martedì. Questo fatto produrrà almeno un grande risultato: non essere più tempestati di messaggi prefabbricati e trionfalistici che tutti i quotidiani e molti osservatori della materia hanno continuato a diffondere senza alcun approfondimento critico. Una volta archiviata l’approvazione del piano inizierà quel lento processo di approfondimento, di studi sistematici e di oggettiva osservazione della realtà urbana che farà finalmente giustizia di questa impressionante manipolazione di massa.
Porto il mio contributo a costruire questo indispensabile quadro critico. Iniziamo dalle bugie. Ci viene detto continuamente che “ il piano tutela 88 mila ettari di territorio di Roma, due terzi dei 129 mila ettari complessivi”. Bello, no? Ma non è vero. E’ lo stesso comune di Roma ad aver certificato che già nel 2004, e cioè prima che il nuovo piano producesse i suoi effetti, il cemento e l’asfalto coprivano 46 mila ettari. Dunque già prima che il piano fosse attuato, la tutela riguardava meno dei due terzi del territorio. Il piano poi prevede la costruzione di 70 milioni di metri cubi di cemento. Una stima prudente dice che verranno consumati almeno 15 mila ettari di agro. La metà del territorio di Roma sarà dunque coperto di cemento e si continua senza pudore a dire che i due terzi sono tutelati.
Ancora. Per giustificare il diluvio di cemento (70 milioni a fronte di una città con popolazione stabile, a parte gli immigrati, da 20 anni) si dice che il vecchio piano prevedeva bel 120 milioni di metri cubi e che pertanto ne sono stati tagliati 50. Due menzogne in una. Intanto non è vero che il piano del 1965 avesse un residuo così astronomico. Il calcolo è stato effettuato sommando tutte le cubature lì previste, quelle private e quelle pubbliche. Aree immense come i 600 ettari dell’Università di Tor Vergata, la città militare della Cecchignola, o l’area della ricerca alla Casaccia avevano un indice molto alto (2 metri cubi al metro quadrato) sono state infilate in un immenso frullatore che tutto omogeneizza. In un piano “pubblicistico” come quello del 1965 erano previsti ben 9.000 ettari di servizi pubblici: 180 milioni di metri cubi. Et voilà i 120 milioni di residuo: scuole e ospedali sono considerati come le abitazioni private! La seconda bugia è che sia stato il nuovo piano a tagliare le cubature. Intanto non sono stati tagliati 50 milioni di metri cubi per le cose che dicevamo prima. Ma, ciò che più conta, il merito è della migliore urbanistica e dell’ambientalismo degli anni ’90. Cederna, De Lucia, Italia Nostra e tanti altri.
Anzi dalla metà degli anni ’90, i tagli veri strappati negli anni precedenti furono trasformati in “ diritti edificatori”. E qui iniziano le critiche all’impianto teorico del piano. Di fronte alla lucida politica di cancellazione delle previsioni edificatorie costruita negli anni ’80 e concretizzatasi nella “ Variante di salvaguardia” del 1991, con il “ Piano delle certezze” del 1997 si affermò che non si poteva tagliare nessuna previsione urbanistica. Nacquero i diritti edificatori che dovevano essere obbligatoriamente “ compensati”. Vincenzo Cerulli Irelli e Edoardo Salzano demolirono alla radice questa insensata teoria. Nel gennaio 2003, Italia Nostra presentò pubblicamente il loro parere pro veritate che dimostrava una cosa fondamentale: la legislazione in materia urbanistica consentiva, su basi di rigorose motivazioni, la cancellazione delle previsioni dei piani urbanistici.
Con lo sciagurato istituto della compensazione non solo è stata resa sistematica l’urbanistica contrattata, ma si è inaugurato un devastante meccanismo incrementale della crescita urbana. Le compensazioni avvengono infatti tra privati su aree private. Così chi ospita volumetrie originariamente destinate in altri luoghi esige il proprio tornaconto che si traduce almeno in un raddoppio delle volumetrie previste. Il caso del comprensorio di Tormarancia è esemplare. Erano previsti 1 milione e ottocentomila metri cubi: alla fine delle compensazioni sono diventati 5,2 milioni! Le improvvide invenzioni romane si sono propagate come un’epidemia in tutta Italia e ogni comune ha inaugurato la stagione delle compensazioni e i diritti acquisiti. Ne è nato lo scempio del bel Paese.
Il terzo pilastro teorico dell’urbanistica romana, il più aberrante. E’ la prevalenza delle previsioni urbanistiche sulla tutela paesistica, e cioè il capovolgimento della gerarchia legislativa italiana. Finora erano i piani di tutela ambientale che condizionavano i piani regolatori comunali: il paesaggio, lo ricordo ai responsabili dell’urbanistica romana, è un principio contenuto nella carta costituzionale. Lo scorso anno il comune di Roma ha imposto alla Regione Lazio di cambiare il piano paesistico per accogliere oltre 80 osservazioni finalizzate alla cancellazione di vincoli paesistici, così da consentire la realizzazione delle previsioni del piano. Anche qui è facile comprendere la gravità del precedente sul dibattito nazionale.
Occupiamoci ora dei contenuti di merito del nuovo piano. Gli strumenti urbanistici traggono linfa dalla sistematica delle analisi, e cioè dallo sforzo di comprensione delle dinamiche in atto. Sforzo modesto o inesistente nel caso del piano romano. Sarebbe bastato analizzare il fenomeno demografico per comprendere che dal 1991 a oggi (è la provincia di Roma a certificarlo) da Roma se ne sono andati via circa 300.000 abitanti per andare ad abitare nei comuni della corona metropolitana. A Roma città, poi, cresce solo la parte esterna al grande raccordo anulare. Tutto l’anello interno sta perdendo popolazione, mentre i luoghi di lavoro sono rimasti nello stesso ristretto spazio del centro storico, dei quartieri della prima periferia e all’Eur. Ottocentomila cittadini (è sempre la Provincia a certificare le quantità) si spostano dai comuni metropolitani per andare a lavorare nel centro della città. A Roma non esiste alcun fenomeno che non sia leggibile e risolvibile alla scala metropolitana. Ma il nuovo piano regolatore al riguardo non dice nulla e pensare di risolvere il futuro della città nel suo ristretto ambito è stato un errore gravissimo.
Dicevo prima che Roma si sta vuotando di residenti. Sono stati rimpiazzati da un imponente fenomeno immigratorio. Vivono a Roma oltre 400 mila stranieri. Una città delle dimensioni di Bologna. Si sarebbe potuto sfruttare questo fenomeno esogeno per costruire prospettive urbane di straordinaria valenza: come fornire alloggi a queste persone, quali servizi dedicare loro, quali centri di aggregazione culturale e religiosa fornirgli. Il piano regolatore non dice nulla. Questo esercito di uomini e donne è stato abbandonato alle logiche del “mercato”, costringendoli a finanziare un imponente fenomeno di affitti sommersi. Si è rinunciato a conoscere e programmare e oggi per la domanda di stranieri e studenti non si trova un posto letto a meno di 400 euro al mese. Una stanza vale oltre 600 euro.
E veniamo all’idea di piano. Affermava l’attuale assessore all’urbanistica Roberto Morassut che “ Il nuovo piano cerca di predisporre le basi per quella città policentrica che è stata un po’ il cuore della campagna elettorale del sindaco Veltroni. L’idea portante è togliere il dominio della rendita immobiliare, stabilendo che all’interno di ogni centralità debba insediarsi un mix funzionale, così che vi sia una parte residenziale, una parte per uffici, un’altra per i servizi e le funzioni moderne”. La prima occasione solenne è di pochi anni fa. Un gruppo di imprenditori-proprietari delle aree di Bufalotta sottoscrive un solenne contratto con il comune di Roma in cui si impegna a realizzare una delle mitiche centralità. Tre milioni di metri cubi equamente suddivisi in tre parti: commerciale, residenziale e terziaria. Nei due anni trascorsi sono stati realizzati i primi due segmenti del nuovo quartiere. Era arrivata l’ora della qualità. Ma il “mercato” non tira e allora i proprietari chiedono al comune di trasformare le previsioni di uffici in case.
E’ evidente che i patti sottoscritti non possono essere mutati a piacere. Le regole non si cambiano durante la partita. In particolare nel caso specifico di Bufalotta. Accettare di barattare uffici con residenze avrebbe avuto il significato di demolire la principale idea di piano, e cioè la diffusione in periferia delle centralità. Eppure nel novembre 2007 la giunta comunale di Roma ha deciso di accettare quella proposta indecente. E così facendo ha gettato a mare l’intero piano regolatore!
L’altra idea portante è quella del sistema ambientale. Abbiamo creato la più grande cintura verde del mondo, ci dicono. Davvero? Guardiamo gli atti. Le previsioni di piano sono state disegnate in scala di dettaglio, mentre il sistema ambientale è delineato con un dettaglio minore. La regola dell’urbanistica afferma che tra le due previsioni prevale quella più precisa: ciò significa che il grande disegno ambientale è una chiacchiera al vento. Vincerà il cemento. Lo avevano capito tutti ma molti hanno fatto finta di non capire. Si sono salvati (forse) la coscienza, ma hanno ingannato la città.
La gestione urbanistica, infine. La radicalità delle critiche che ho esposto è stata –se possibile- aggravata da una gestione quotidiana fallimentare. La pianificazione è stata disarticolata in tanti segmenti tra loro scoordinati. L’assessorato all’urbanistica per la redazione del piano. Quello alle opere pubbliche che sovrintendeva ai piani esecutivi. Ad una società esterna di amici, Risorse per Roma, è stato affidata la regia del futuro della città, sottraendolo alla normale dialettica democratica. All’assessorato alle grandi opere è stato infine affidata la fabbrica delle deroghe.
Attraverso l’uso dell’accordo di programma si variato continuamente lo stesso piano regolatore che si stava approvando. Con accordo di programma si è cambiato per decine di volte il piano adottato nel 2003. Con accordo di programma si vuole addirittura cambiare il piano che è stato approvato martedì scorso. Il giorno dopo il consiglio comunale sarà infatti costretto ad approvare una (o più) deroghe per soddisfare gli appetiti del mercato. Del resto è con tanti accordi di programma che si è permesso di costruire in soli sette anni 28 (ventotto) giganteschi centri commerciali. Due di essi sono stati addirittura definiti come i più grandi d’Europa, giganti con un’offerta di 6-7.000 posti auto. Il traffico romano è quotidianamente nel caos per soddisfare gli interessi di dieci società di distribuzione commerciale.
L’urbanistica romana è questa. Il piano è approvato, e quando si comincerà a diradare la cortina fumogena delle bugie fin qui diffuse da astuti manipolatori, resterà l’amara verità di questi anni: il più grande sacco urbanistico della storia della città eterna.
P.s. Alle tante menzogne che sono state accreditate in questi anni, Giuseppe Campos Venuti non poteva mancare di aggiungere un’ultima vergogna. Afferma in una intervista all’Unità che anche Antonio Cederna aveva tessuto le lodi del piano. Una spudorata bugia: è noto a tutti che i primi elaborati del nuovo piano regolatore sono stati resi pubblici dopo il piano delle Certezze, nel 1998. Antonio ci aveva lasciato da due anni.
Prima di quella data, è vero, c’erano stati alcuni documenti di indirizzo che Cederna salutò con piacere. Dalla cura del ferro alla politica di tutela dell’agro romano. Ma gli anni successivi hanno dimostrato che quegli indirizzi erano pura finzione. Della cura del ferro da tempo abbandonata basta chiedere a Walter Tocci che la ideò insieme a Italo Insolera. Per quanto riguarda l’agro romano è facile vedere che è sommerso quotidianamente da una dilagante “repellente crosta di cemento e asfalto”.
E’ davvero sintomo di “cattiva coscienza” strumentalizzare la memoria di un galantuomo che ha speso la sua vita per difendere Roma dagli assalti degli energumeni del cemento. Ed è spudorato, per essere gentili, che tali argomenti falsi vengano utilizzati proprio dal principale responsabile del piano del sacco urbanistico di Roma.
Nel giro di poche ore, lunedì scorso, si è aperta la possibilità che il consiglio comunale di Torino indìca un referendum consultivo cittadino sulla costruzione di grattacieli nell’area centrale. Il Sindaco e il gruppo Pd si sono visti accerchiati ma a dar loro manforte sono scesi in campo gli editoriali de La Stampa e dell’edizione torinese di Repubblica, ambedue contrari al referendum (“non si possono mettere in discussione decisioni già prese”, “se non voterà almeno il cinquanta per cento dei torinesi, il conto lo paghino quelli che il referendum l’hanno preteso”.) La coincidenza con le urne sulla tramvia di Firenze è molto forte, da opposti punti di vista e ha creato un mix particolare che va visto nel suo insieme e va scomposto nei suoi ingredienti. Sullo sfondo c’è il conflitto paesaggistico urbanistico aperto da mesi sui progetti della Banca Intesa San Paolo e della Regione per torri di terziario che cambierebbero il profilo della città.
La prima parte della notizia è che la Sinistra Arcobaleno (che pure è parte della Giunta Chiamparino), tutta insieme, ha proposto un referendum consultivo di iniziativa del consiglio comunale per chiedere ai torinesi se sono d’accordo con torri alte più di 100 metri tra la Mole e le Alpi. La seconda parte della notizia è che prima Alleanza Nazionale poi Forza Italia, pur favorevoli ai grattacieli ( “è come per la Tav, la sinistra vuol bloccare il progresso”) hanno annunciato di concordare sulla richiesta democratica di referendum, consultivo. A questo punto il sindaco ha ammesso a denti stretti che il referendum si può anche fare, perché «non ho alcun dubbio sul fatto che una consultazione sulla questione grattacieli, se ben definita nel suo oggetto e con tempi adeguati ad una corretta informazione, vedrebbe la stragrande maggioranza dei torinesi pronunciarsi a favore” ( Sergio Chiamparino), ma “questo tuttavia non può mettere in discussione e quindi non può riguardare in alcun modo impegni amministrativi già assunti per i quali esistono interessi legittimamente costituiti di terzi”. In pratica si vuole escludere dall’eventuale referendum almeno il progetto San Paolo (di Renzo Piano) dato che la banca ha già comprato l’area al Comune. (Ma la licenza edilizia ancora non c’è e se davvero i cittadini si pronunciassero per altezze massime di 80-100 metri, quindi contro l'attuale progetto di 185 metri, non sarebbe poi facile per l’immagine del San Paolo pretendere i danni dalla “sua” città.)
Nella vicenda, più che mai aperta in queste ore, c’è un aspetto politico interessante.. La Sinistra Arcobaleno non è sempre necessariamente costretta a passare per il Pd se vuole sostenere e affermare una proposta, quanto meno di metodo. Il famoso ragionamento “ci accordiamo con l’avversario per stabilire regole nuove e più avanzate di conflitto” non vale solo per accordi tra il Pd e la destra per ridurre la rappresentanza, ma può valere al contrario per introdurre una verifica democratica. E’ chiaro che c’èa destra chi ha visto con favore la vittoria, sia pure risicata e simbolica, ottenuta a Firenze nel referendum antitramvia contro la posizione di Domenici. Ma in questo caso Forza Italia si batterebbe poi, nell’eventuale referendum, per la stessa posizione grattacielistica di Sindaco, Banca e Regione. E in questo caso non si contestano linee di trasporto pubblico ma inutili giganti di nuovo terziario in una città che ha ancora molti edifici dismessi riutilizzabili. Che dire poi – ecco l’altro aspetto, quello procedurale- di questi referendum comunali? Se ci partecipa il 40% dei cittadini diciamo che son falliti? Ha ragione Fuksas (progettista di 220 metri di torre per la Regione a Torino) secondo il quale “Questi referendum sono ridicoli : in democrazia si vota per un´amministrazione e se non ti piace a fine mandato non la voti più. ”? Da quando sono stati istituiti i referendum comunali – che si svolgono in data diversa dalle elezioni – non hanno mai visto in Italia partecipazioni superiori al 30-35%.
In altri paesi, in altre situazioni, questi livelli di partecipazione vengono considerati più che sufficienti. Il referendum che a Monaco di Baviera tre anni e mezzo fa ha stabilito in 100 metri l’altezza massima delle nuove torri costruibili aveva visto superare di poco il quorum, che nella capitale bavarese è del 20%. E tutti lo hanno riconosciuto come valido. Altri sono i problemi e i limiti di questi, come di tutti o quasi i referendum : la estrema semplificazione del quesito, e invece la costosa complessità della macchina elettorale che si mette in moto. Il rischio che prevalga chi ha maggiori capacità economiche e pubblicitarie. Si può ragionare su forme più leggere e insieme più raffinate di democrazia partecipata, sulle consultazioni, le giurie dei cittadini, i tavoli. Ma se non ci sono alternative praticabili e riconosciute, il referendum è comunque molto meglio dei giochi chiusi tra sindaci, banchieri e costruttori. (Salvo auspicabili ma improbabili salvataggi del paesaggio da parte del Ministero dei Beni Culturali.) Nel caso concreto dei grattacieli che stravolgerebbero Torino, il Comitato che pazientemente opera da mesi (qui il sito) da solo non potrà convertire Pd e Pdl a una scelta urbanistica sostenibile, né da sola potrebbe farlo la Sinistra Arcobaleno.
La quale ha coraggiosamente lanciato la palla ai cittadini, pur sapendo che alle urne potrebbero essere pochi, o affascinati dai vetrini di Piano e Fuksas. Nella spietata marcia delle ruspe del bipartitismo speriamo che non si arrivi anche ad abolire qualunque forma di consultazione che riguarda i problemi. Le primarie le fanno solo per le persone (e non sempre).
| foto f. bottini |
Settecento e qualcosa firme al giorno, praticamente senza copertura stampa. È la seconda, piccola mobilitazione di massa contro il progetto neocementificatore e paleoautoritario del centrodestra lombardo per abolire gli enti parco e l’idea di fondo della pianificazione territoriale.
Segue di una manciata di settimane, questa raccolta firme, quella dell’autunno scorso, che provocò anche se indirettamente il ritiro del cosiddetto “emendamento Boni”.
Si era detto allora: ci riproveranno. Ed eccola qui la junta padana a ribadire che un parco “ el custa un sacc del danée” perché bisogna pagare un consiglio, e i consigli sono una cosa inutile se le decisioni vengono prese altrove, no?
Si era detto anche: ma noi ci saremo ancora. Ed eccola qui, l’ormai ciclica raccolta di firme, stavolta su impulso di un piccolo gruppo pavese, ma che ha ripetuto e ampliato il sistema della partecipazione sicura e informata che già aveva caratterizzato la scorsa esperienza.
| foto f. bottini |
Mercoledì 13 febbraio, quando si è riunita nel primo pomeriggio la V Commissione Territorio per ri-discutere l’emendamento, i consiglieri sapevano già (ognuno dal suo punto di vista) delle più di mille firme che in poche ore si erano già accumulate sul sito www.piccolaterra.it . Non si è discusso in realtà di nulla: salvo rimarcare le due posizioni a quanto pare inconciliabili dei favorevoli e dei contrari, e rinviare l’eventuale voto al successivo mercoledì 20.
Il consigliere Monguzzi dei Verdi insieme a un altro ha segnalato l’ampiezza e coesione del movimento motivatamente contrario alle modifiche alla legge urbanistica regionale: un movimento che si esprime sia nel modo più istituzionale delle prese di posizione visibili di rappresentanti e stampa locale e non, sia appunto nelle forme anche più socialmente e culturalmente significative della partecipazione diffusa attraverso la raccolta firme.
Nel momento in cui vengono scritte queste note il numero delle firme sul sito ha raggiunto e superato quota 2.300, e non c’è motivo di ritenere che anche questo numero di adesioni non possa essere superato di molto. I due consiglieri hanno ottenuto che nella prossima seduta di Commissione venga ascoltato (ehm: per 15 minuti) un solo rappresentante del movimento di opposizione e dell’associazionismo.
Indipendentemente dai risultati istituzionali, che si spera comunque possano essere positivi, è comunque il caso di rimarcare ancora una volta come su un tema tanto tangibile e quotidiano come il verde, i fatti dimostrino come la cosiddetta “antipolitica” sia un’invenzione di alcuni politicanti di professione, eletti o meno, che vedono in una crescita della partecipazione diretta e consapevole un ostacolo ai propri tristi disegni, di non importa quale segno (anche perché spesso non li si distingue davvero, nel merito come nel metodo).
| foto f. bottini |
Nel caso specifico, è evidente l’orientamento dell’assessore e della maggioranza che lo sostiene: neocentralismo, culturalmente neolitico, complessivamente ostile nei confronti di qualunque forma di conflitto, per quanto incanalato e istituzionalizzato. Come quello che appunto nei meccanismi della pianificazione territoriale ai vari livelli e competenze vede una forma matura e consolidata.
E che si sostiene nelle sue forme non specialistiche su supporti come questo sito, e altri di varia ispirazione, a partire dal “glocale” www.piccolaterra.it al quale invitiamo per l’ennesima volta a far pervenire le adesioni, vostre e degli amici di tutta Italia (e del mondo, perché no?) che vorrete coinvolgere.
ORISTANO. Strana storia davvero, questa dell’investimento immobiliare sulle dune boscate di Is Arenas. Storia infinita che riserva sempre nuove sorprese e che cammina da sempre sui binari di due realtà intimamente inconciliabili. Da una parte, la Commissione Europea che sta per far cadere la sua mannaia sullo Stato italiano e la Regione Sardegna perché non hanno saputo conservare integro un Sito di interesse comunitario; dall’altra, un Comune, quello di Narbolia, che invece due anni fa ha concesso una licenza edilizia che autorizza la costruzione di un albergo cinque stelle-lusso e quasi cento villette in un’area ambientalmente sensibile e che dovrebbe essere tutelata e difesa come un parco.
Ma come spiegare questa incongruenza, questo paradosso che ha portato a una situazione surreale? E’ come se, in questa bizzarra commedia degli errori, convivessero due mondi giuridici e culturali diversissimi, ognuno con le proprie regole, le proprie logiche e le proprie convinzioni: un’Europa che rivendica il suo diritto-dovere di vedere applicata una sua direttiva (la 92/43 CEE) e un gruppo imprenditoriale che riafferma il devastante paradigma che coniuga ambiente e metro cubo.
In questa storia non poteva dunque mancare l’imbarazzante coincidenza che ha messo a nudo la profonda incongruenza del «caso Is Arenas». Proprio in questi giorni, infatti, la Travel Charme Hotels & Resorts ha diffuso gli inviti per l’inaugurazione del suo nuovo albergo superlusso nella pineta di Is Arenas. Con una promozione che ha tutto il sapore di un ossimoro, la cortese addetta stampa Annalisa Costantino dice: «Is Arenas si propone quale luogo ideale per vacanze all’insegna del relax e dell’ecoturismo».
E per capire appunto quanto sia ecoturistica l’iniziativa, ecco che proprio in quegli stessi giorni la Commissione Europea ha annunciato che il contenzioso con lo Stato italiano è arrivato al punto di rottura e che il nostro Paese dovrà essere processato dalla Corte Europea di Giustizia proprio per l’intervento «ecoturistico» sulle dune boscate di Narbolia.
Come se non bastasse, ecco comparire sul mercato immobiliare le prime proposte di vendita di ville nella pineta-parco che era stata inserita nella rete europea dei Sic su proposta della Regione Sardegna. Il primo dubbio deriva dalla proposta della Travel Charme Hotels & Resorts che annuncia la disponibilità di oltre 90 residence individuali intorno al campo da golf da 18 buche. Dunque, come gli ambientalisti avevano denunciato in passato, l’albergo sarebbe stato una sorta di cavallo di Troia per far “passare” poi le ville.
Sarà infatti un caso, una semplice coincidenza, ma è un fatto che l’agenzia immobiliare milanese Moscova Stabili Real Estate srl proprio nei giorni scorsi abbia proposto la vendita di sei ville a Is Arenas. Si legge infatti: «La nostra società vende sei unità proprio sulla buca 5 (del campo da golf ndr) in una posizione veramente bellissima. Tali villette sono pronte per essere consegnate. Il loro prezzo è di 330 mila euro per la villa 7, che è una singola; 320 mila euro per le tre ville 27-28-29) e 310 mila euro per le ville 34 e 35». La consegna è prevista per l’estate di quest’anno. E infine, un annuncio: «Sono previsti ulteriori interventi residenziali all’interno del comprensorio nei prossimi anni». Una conferma che arriva dal sito internet Sognandolasadegna.it dove si parla addirittura di 103 villette. E di 103 unità abitative parla anche il sito di offerte immobiliari Paradisola.it.
A questo punto, è evidente che si è messo in moto proprio quel meccanismo che gli ambientalisti avevano tenuto e denunciato.
Ma si pongono anche nuovi interrogativi. Prima di tutto l’albergo «cinque stelle-lusso» che dovrebbe essere inaugurato a giugno, viene presentato come una proprietà della Travel Charme Hotels & Resorts e non della Is Arenas srl. E’ probabile che quindi la struttura sia stata acquistata dalla società tedesca, che dice di possedere undici alberghi (nove in Germania, uno in Austria e uno in Italia). La realtà labirintica della Is Arenas srl, che come si ricorderà è controllata al 50% dalla misteriosa società anonima Antil BV, induce a fare una piccola ricerca sulla Travel Charme Hotels & Resorts, che dice di far parte del gruppo Schmidt di Berlino.
Sarà una coincidenza, ma come per la Is Arenas srl, ecco anche qui un sentiero che porta in Svizzera. Più precisamente a Zurigo. Consultando il registro di commercio cantonale, si scopre infatti che il 17 gennaio scorso è stata iscritta la Travel Charme Hotels & Resorts Holding AG. Tanto per cambiare, una società anonima. Il presidente del consiglio d’amministrazione risulta essere un tal Peter Kupfer, mentre gli amministratori sono un italiano, Giuliano Guerra, e un tedesco, Jochen Traut.
In questo scenario, nel quale si promuove un’offerta turistico-immobiliare superlusso, ecco un inatteso scivolone che riporta questo “mondo dorato” a una drammatica quotidianeità. E cioé la scoperta, da parte dell’Ufficio del lavoro di Oristano, che in quei cantieri molte cose non funzionavano. In un blitz effettuato nei giorni scorsi, è venuta infatti a galla una realtà di lavoro sommerso: molti dei 94 muratori trovati a lavorare al “paradiso Is Arenas” sono risultati in nero. Un’impresa del Cagliaritano è stata addirittura chiusa perché aveva alle proprie dipendenze solo lavoratori non in regola. La vera sorpresa è stata però quella di trovare anche piccole imprese estere (siriane, egiziane e senegalesi) sulle quali si stanno facendo accertamenti. Certo, tutto questo non può essere considerato un buon biglietto da visita per la promozione del “paradiso di Is Arenas”.
E infine si arriva al nodo dei problemi. O meglio, al problema dei problemi nella contradditoria, e a tratti confusa, storia del progetto immobiliare sulle dune di Narbolia, originariamente di 224 mila metri cubi di cemento. Su quei terreni che l’Europa, su segnalazione della Regione, vuole difendere, non sarebbe stata effettuata alcuna procedura di incidenza o impatto ambientale. Sarebbe stata quindi elusa una norma comunitaria. E proprio da qui nasce il procedimento di infrazione contro l’Italia, la messa in mora complementare nel gennaio del 2005 e ora, infine, l’ultimatum che porterà molto probabilmente a un processo per il nostro Paese. Con una sentenza che appare scontata. Bruxelles contesta all’Italia di essersi astenuta dall’adottare misure per evitare la compromissione dell’integrità del Sic e di non aver effettuato la valutazione di incidenza ambientale, prevista dall’articolo 6, comma 3, della direttiva 92/43CEE.
E fortemente critico era stato il Consiglio di Stato quattro anni fa, valutando insufficiente la procedura di verifica preventiva, come aveva invece sostenuto l’ufficio Sivea della Regione. La magistratura amministrativa, accogliendo il ricorso presentato dagli “Amici della Terra” che contestavano la procedura adottata dall’ufficio Sivea, non aveva risparmiato anche qualche bacchettata all’allora ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli “colpevole” di avere presentato una relazione incompleta sul caso. Nel dicembre del 2004, quindi, il Consiglio di Stato aveva deliberato una sospensiva cautelare, anticipando comunque alcuni dei punti della trattazione di merito.
Agli ecologisti del Gruppo di Intervento Giuridico e agli Amici della Terra non è però finora arrivata alcuna comunicazione sulla decisione del Consiglio di Stato sul loro ricorso straordinario al capo dello Stato. Dopo la sospensiva, insomma, tutto sarebbe rimasto fermo. E allora l’interrogativo è questo: cosa è accaduto per mettere in moto le betoniere a Is Arenas?
Cinque anni fa, quando il ministro dell’Ambiente Matteoli cercò maldestramente di aiutare la Is Arenas srl chiedendo a Bruxelles la cancellazione del Sic, il consigliere regionale diessino Cicito Morittu era stato durissimo: «Ci troviamo davanti a un imprenditore che ha cercato in tutti i modi di sfuggire alla Valutazione di impatto ambientale. E questo è nei fatti. Come è nei fatti che Mauro Pili, in una legge di assestamento di bilancio dell’agosto del Duemila, ha inserito un emendamento che svuotava il senso della Valutazione di impatto ambientale, la quale diventava applicabile solo nelle aree protette previste dalla legge 394. Nella Finanziaria di questa’anno, con un colpo di mano, siamo riusciti a ripristinare l’obbligo della Via sui siti previsti nella “rete” Natura 2000. Conclusione: è evidente che alcuni imprenditori, e primo fra tutti quello che vuole costruire a Is Arenas, hanno avuto un appoggio politico dal presidente Pili».
Oggi Cicito Morittu è assessore regionale all’Ambiente e a Is Arenas le ruspe si sono messe in moto. E, come dimostra la linea adottata dalla Commissione Europea, senza alcun procedimento di incidenza o di impatto ambientale...
Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione.
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la «forma partito» e ogni struttura organizzata. Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una «linea» astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento.
Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase.
Negli anni Settanta non fu «ideologia», fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta «facevano politica».
In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale.
Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente «premio di maggioranza», decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso).
A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei «costi della politica», producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli.
Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova «Cosa».
Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola.
È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite.
Insomma dal «niente delega» del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la «pericolosità sociale» come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia «modernizzata» che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma.
Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata «la transizione italiana» dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia.
Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.
In un intervento a un convegno promosso dalla Quadriennale di Roma sul tema «Arte e cultura degli anni Novanta», Deyan Sudjic si confronta con le modalità (perverse) di produzione dell’architettura contemporanea, più vicine alle tecniche della comunicazione pubblicitaria che alla ricerca sulla città e sulla gente che la abita. Quanto sia comunque difficile sottrarsi al mainstream culturale testimonia il fatto che lo stesso autore è stato membro della giuria per il concorso di riqualificazione del quartiere della fiera di Milano. Come critica alla qualità architettonica del progetto vincitore possono valere su tutte le parole di Antonio Monestiroli: “Napoleone, che conosceva bene Milano, e che per Milano ha voluto straordinari progetti spesso non realizzati, diceva che gli uomini amano il meraviglioso e che sono anche disposti a farsi ingannare pur di riconoscerlo. Ecco, qui sta il punto: da una parte c'è un bisogno diffuso di una città che sappia farci meraviglia, che sappia interpretare i nostri desideri, le nostre aspirazioni, i nostri ideali, dall'altra qualcuno pensa di meravigliarci con un gioco di specchi.” (GJF)
Circa tre anni fa le pagine patinate di Vanity Fair, la rivista americana per i fanatici dello star system che offre ai suoi lettori una dieta funesta ma irresistibile a base di celebrità, delitti borghesi e intrighi hollywoodiani, hanno festeggiato il novantacinquesimo compleanno di Philip Johnson in maniera quasi identica a quella del suo novantesimo. La rivista ha commissionato al fotografo di moda Timothy Greenfield-Sanders un ritratto del grande vecchio dell’architettura seduto al centro di un folto gruppo di seguaci nell’ atrio del Four Seasons, il ristorante ai piedi della Seagram Tower che Johnson ha avuto l’incarico di progettare come ricompensa per aver procurato la commissione dell’edificio a Mies van der Rohe.
Philip Johnson: il primo a capire che la copertina di «Time» vale molto di più di una monografia
È inconcepibile che nessun altro architetto abbia mai ricevuto un trattamento simile. Con l’unica importante eccezione della volta in cui accompagnò l’esercito tedesco nell’invasione della Polonia come corrispondente di una testata fascista americana, Johnson ha sempre avuto la capacità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. E la fotografia di Vanity Fair non è tanto un tributo al ruolo di Johnson nella storia dell’architettura quanto una celebrazione della sua importanza nelle rubriche mondane. Johnson è stato il primo architetto del Novecento a comprendere a fondo il potere della pubblicità e della notorietà. In un certo senso si tratta di un’abilità non troppo diversa da quella di Vitruvio, Palladio e tutti gli altri maestri i cui trattati possono essere considera ti come antesignani dell’arte dell’autopromozione in campo architettonico. Ma Johnson ha capito che la copertina di «Time» e la capacità di pronunciare al momento giusto una frase a effetto di fronte a un giornalista televisivo valevano molto di più per la costruzione di una carriera di una monografia destinata a essere letta solo da colleghi. E gli edifici che ha costruito sembrano anche loro delle frasi a effetto: attraggono l’attenzione del mondo per un nanosecondo e poi vengono dimenticati. Johnson è probabilmente il personaggio più vicino a Andy Warhol che l’architettura abbia mai pro dotto, in termini di personalità se non di qualità del lavoro. La fotografia di Vanity Fair mostra un bel gruppo di volti noti: Frank Gehry, accanto a Johnson insieme a Peter Eisenman, e ancora Arata Isozaki da Tokio, Rem Koolhaas da Rotterdam e Zaha Hadid da Londra, una presenza che sembra suggerire non solo un tributo a Johnson da parte di altri colleghi, ma anche un senso di accettazione della benedizione del grande vecchio, la cui protezione ha di certo aiutato molte persone a far carriera nel corso degli anni. Johnson è stato il più efficace propagandista dell’International Style prima e del Postmodernismo poi. Più di recente ha rivolto la sua attenzione al Decostruttivismo e persino ai deliri dell’architettura virtuale. Di sicuro non ha inventato nessuna di queste correnti. Tuttavia ha sempre cercato di renderle accessibili al vasto pubblico e, associando se stesso a ognuna delle nuove tendenze, è riuscito a costruirsi una visibilità del tutto sproporzionata al suo effettivo talento. Ha utilizzato la sua intricata e complessa rete di conoscenze nel mondo dell’architettura e degli sponsor per far sì che le nuove stelle del firmamento architettonico continuassero a ottenere incarichi importanti.
Il circo volante dei soliti trenta architetti
Forse mai prima d’ora così poche persone hanno progettato tante opere architettoniche «ad alta visibilità». A volte sembra che al mondo esistano solo 30 architetti, il circo volante dei perennemente affetti da jet lag, formato dai 20 che si prendono abbastanza sul serio da riconoscere un altro membro della casta quando lo incontrano nella sala d’attesa di prima classe all’aeroporto di Heathrow e da altri 10 che vanno avanti per forza di inerzia e, pur essendo stati smascherati dai colleghi, per il momento riescono ancora ad attrarre clienti in virtù delle loro glorie passate. Tutti insieme costituiscono il gruppo da cui vengono fuori sempre gli stessi nomi quando un’altra povera città illusa crede di poter battere il Guggenheim di Bilbao con una galleria d’arte che somiglia ai resti di un disastro ferroviario o a un disco volante o con un albergo che sembra un meteorite di venti piani. Li vedrete a New York e a Tokio, indossano i completi a tinta unita di Prada o Comme des Garçons A parte due eccezioni, sono tutti uomini. Li troverete sull’aereo per Guadalajara e Seattle, ad Amsterdam e, ovviamente, a Barcellona. Ora poi stanno tutti convergendo su Pechino, che in questo periodo è il più grande cantiere edile che il mondo abbia mai conosciuto. Incrociano di continuo il percorso dei colleghi, partecipano agli stessi concorsi riservati, sono sul palco per il conferimento del Pritzker Prize, e nelle giurie che scelgono i vincitori dei concorsi a cui non hanno partecipato in prima persona. A Pechino, Jacques e Rem stanno costruendolo stadio olimpico e la torre per la Tv cinese. Miuccia Prada li ha reclutati per aumentare il numero dei suoi negozi in Cina. Frank è in giro ovunque per il Guggenheim, anche se ha rifiutato l’incarico del New York Times, lasciando a Renzo la possibilità di occuparsene. Jean Nouvel sta cercando di sostenere il tentativo sempre più disperato del Guggenheim di vendere una concessione a Rio de Janeiro, visto che il genitore newyorkese, dopo investimenti edilizi degni della follia di re Ludovico di Baviera, è rimasto senza un quattrino.
Un business spartito tra carestia e sovrabbondanza
Perché siamo arrivati a questo punto? In parte perché l’architettura è riuscita come mai prima d’ora a lasciare il segno su un più vasto ambito culturale. Tre anni fa, la retrospettiva di Frank Gehry al Guggenheim di New York è stata un trionfo, con 370mila biglietti venduti. Un trionfo solo in parte macchiato dall’odioso imbarazzo di avere Enron tra gli sponsor principali. Nell’introduzione del catalogo della mostra, il Presidente della compagnia spiegava che Gehry e Enron condividono gli stessi obiettivi e valori, e in particolare proprio «la ricerca del momento della verità». Sei mesi più tardi il progetto di Gehry da un miliardo di dollari per il Guggenheim di New York veniva cancellato e la Enron veniva smascherata come la più grande truffa di tutti i tempi, almeno fino all’exploit della Parmalat. Nonostante la fine dell’effetto Guggenheim e i tagli ai budget, i licenziamenti del personale e i disperati salvataggi finanziari, alcuni sindaci ambiziosi pensano ancora che la costruzione di un edificio avrà il potere di farli notare. Il problema, data la totale assurdità di tanta parte dell’architettura contemporanea, è il seguente: come possono affermare che il disastro ferroviario, il meteorite o il disco volante diventeranno il segno distintivo della loro città e non si riveleranno invece l’ammasso di immondizia che in parte già sospettano sia? In realtà non possono saperlo. Per questo si affidano a quella lista di 30 nomi estratti dalle fila degli archi tetti che lo hanno già fatto prima. Quelli che hanno il permesso di essere assurdi. Dai l’incarico a uno di loro e stai certo che nessuno riderà di te. Proprio come comprare un vestito firmato Hugo Boss.
Tuttavia si tratta di un sistema che risente di un effetto boomerang: più si continuerà ad affidare tutti gli incarichi importanti a pochi nomi, meno possibilità di scelta ci sarà la prossima volta. Con la conseguenza che l’architettura si troverà trasformata in un business brutalmente spartito tra care stia e sovrabbondanza.
Alcuni architetti hanno troppo lavoro per potersi concentrare bene su ciascun incarico e distruggono quindi la pro pria reputazione diventando la parodia di se stessi, altri ne hanno così poco da considerare l’ampliamento di una cucina l’opera di un’intera vita, e fanno la fame.
Il sistema non sembra giovare poi molto agli apparenti beneficiari. Questa attenzione incontenibile ed esagerata ha un effetto preoccupante su alcuni degli elementi più suggestionabili del circo volante dei perenni affetti da jet lag. Cominciano a crederci davvero. Non riescono a evitare quella punta di sdegno bonario nei confronti di coloro che sono esclusi dalla fortunata cerchia, ma hanno anche l’ansia costante di essere messi in ombra e temono che l’appartenenza al gruppo sia solo temporanea. E orribile, crudele e snob. Ed è la naturale conseguenza della bizzarra richiesta di icone che ha travolto l’architettura e sedotto i suoi clienti negli angoli più improbabili del pianeta.
Un «progetto visionario di riferimento»
L’anno scorso, 1’agenzia per lo sviluppo dell’East of England, qualcosa di simile all’ente per la promozione della Calabria, ha lanciato ciò che definiva con ridicola magniloquenza un concorso internazionale per «il progetto visionario di uno o più edifici di riferimento». L’agenzia dichiarava di volere «un ‘icona che promuovesse il senso di identità della regione nel suo insieme» per sottolineare il fatto che l’East of England è una «regione di idee». L’unico elemento mancante in questa tiritera di luoghi comuni triti e ritriti era il riferimento en passant alle ambizioni di livello mondiale, espressione che al giorno d’oggi spunta fuori ovunque, sia in Calabria che in Alaska. Non è stato specificato alcun sito e l’agenzia non ha stanziato alcuna somma per il progetto, il che ispira certo poca fiducia, ma l’architetto Yasmin Shariff, che è anche membro del Consiglio di Amministrazione, sostiene che questo esempio di velleitarismo «è una fantastica opportunità per riunirci in quanto regione e decidere come presentare noi stessi al resto del mondo». Non è difficile indovinare che stanno pensando all’ennesimo teatro dell’opera dalla facciata coperta di scaglie di titanio, progettato da Frank Gehry come una massa informe, op pure a un ponte pedonale eccentrico ed esibizionista alla Santiago Calatrava.
La ricerca dell’icona
I concorsi di questo tipo si indicono ormai ovunque e conducono inevitabilmente al genere di architettura che ha la sua collocazione ideale sul logo di una carta intestata o nello spazio ristretto di un fermacarte di vetro con la Torre Eiffel sotto la neve, oppure sullo sfondo di una pubblicità di automobili. Sostiene di derivare da un’ispirazione, invece si riduce a una semplice ovvietà. La ricerca dell’icona è diventata il tema onnipresente dell’architettura con temporanea. Se essa deve emergere in mezzo a una serie infinita di sobborghi industriali fatiscenti, catapecchie rurali e aree di sviluppo, tutti soggiogati dal mito della celebrità e determinati a costruire l’icona che porterà il mondo ad aprirsi un varco fino alla loro porta, allora c’è bisogno di un’idea davvero straordinaria che catturi l’attenzione. Ma questa strada conduce a un’architettura dal rendi mento decrescente, in cui ogni nuovo edificio sensazionale deve tentare di eclissare il precedente; conduce a una sorta di iperinflazione, all’equivalente architettonico della svalutazione della moneta durante la Repubblica di Weimar. Oggi tutti vogliono un’icona. Vogliono un architetto che realizzi per loro quello che il Guggenheim di Gehry ha fatto per Bilbao e l’Opera House di Jorn Utzon per Sydney. Gehry, colui che ha innescato la spirale dell’inflazione con il Guggenheim di Bilbao, ha appena terminato la Walt Disney Hall a Los Angeles. Durante la cerimonia d’inaugurazione, la maggior parte degli interventi sottolineava l’importanza della nuova sala da concerti per l’immagine della città piuttosto che parlare della sua acustica. Non è certo questo il modo più semplice per perseguire l’architettura della discrezione e del tatto, né quella di qualità. Eppure sta diventando il metodo più diffuso di costruire opere architettoniche. L’effetto di questa ricerca dell’immagine danneggia allo stesso modo gli architetti e le città che conferiscono loro gli incarichi.
Santiago Calatrava, la prima vittima della mania di costruire icone
Calatrava, che rappresenta il lato oscuro e kitsch dell’inventiva gioiosa e libera di Gehry, continua ancora a definirsi un architetto. In realtà ha smesso di progettare edifici per con centrarsi sulla produzione di icone, e non è mai stato così occupato. Sta lavorando a una nuova stazione per il Ground Zero di New York, ha completato la Città della Scienza di Valencia e il nuovo auditorium di Tenerife. Inoltre ha di recente inaugurato un altro dei suoi caratteristici ponti, che va ad aggiungersi alla collezione che comprende quelli di Bilbao, Barcellona, Merida, Manchester e Venezia. Ovviamente, non ammette neppure a se stesso di non essere più un architetto. Continua in maniera commovente ad aggrapparsi all’alibi funzionale. Esaminate da vicino uno dei suoi progetti e anche se potrà apparirvi come un tentativo di gonfiare un’aragosta morta fino a farle assumere le dimensioni di un grattacielo, per di più costruito in cemento armato, troverete un’utile etichetta descrittiva che recita ad esempio «Teatro dell’opera». O nel caso della coda di balena che ha davvero costruito a Milwaukee l’etichetta annuncia con la stessa surreale sinteticità «Galleria d’arte». In realtà sarà difficile che un qualsiasi spazio espositivo trovi posto nell’ampliamento di Calatrava, che è lì solo per attrarre l’attenzione, per ricordare al mondo che la galleria esiste. L’edificio è stato realizzato con sette mesi di ritardo ed è costato così tanto che la Galleria ha dovuto licenziare il direttore e ridurre l’organico. Calatrava può essere considerato come il più grande beneficiano o la prima vittima di questa improvvisa mania di costruire icone. Ha iniziato la carriera progettando strutture realizzate in maniera artigianale e con grande economia di mezzi. Ma l’ingordigia dei suoi clienti lo ha condannato a ripetersi senza sosta, con effetti speciali sempre più roboanti per distrarci dall’assenza di ispirazione creativa. Calatrava ha appena inaugurato un cosiddetto auditorium a Santa Cruz, cittadina che conta circa 250mila abitanti nell’isola di Tenerife. Con quest’opera il suo alibi ha iniziato a vacillare. Ufficialmente le bianche conchiglie di cemento sono descritte come onde che si infrangono sulla riva. I meno benevoli le hanno viste come la riproduzione gigantesca di un velo da suora o perfino come un furto dal l’Opera House della lontana Sydney. In ogni caso si tratta del classico progetto «icona». Un edificio culturale, realizzato con il sostanzioso contributo economico di Bruxelles, che è stato costruito con l’espresso proposito di far apparire sulle pagine delle riviste patinate, di quelle che si trovano su gli aerei, una città fino a quel momento ignorata.
A Valencia, il progetto di Calatrava si chiama Museo della Scienza, anche se è assolutamente impossibile esibire alcunché al suo interno e ha l’aspetto della carcassa di un animale marino morto da un pezzo. Calatrava è un caso unico, celebre per aver studiato sia architettura che ingegneria; una combinazione che gli ha permesso di creare intorno alle sue opere la suggestione di un intrinseco senso logico, fornendo un alibi per quello che altrimenti potrebbe essere interpretato come palese esibizionismo. Calatrava ha intorno a sé quel soffio di visione ultraterrena che aleggia intorno a coloro che dicono di scorgere un ordine nascosto nei fili d’erba, nei fiocchi di neve e nei cristalli di rocca. Da ciò ha creato una specie di Gotico geneticamente modificato che oggi è il tema cardine delle sue opere. O forse è un Gaudi spremuto come dentifricio da un tubetto. La sua virtuosistica qualità visiva costituisce un diversivo sufficiente a impedire ai suoi me cenati di domandargli per quale motivo l’ampliamento della Galleria d’arte di Milwaukee debba somigliare a una coda di balena e la struttura dell’auditorium di Valencia a un’aragosta gigante o di giustificarli in termini di funzionalità.
Mai abbastanza spettacolari
All’estremità opposta della gamma si trova il gruppo di archi tetti che comprende Alvaro Siza, Rafael Moneo e David Chipperfield, ideatore di edifici semplici ma sensuali, come il restaurato Neues Museum di Berlino, avvilito di fronte alle continue richieste di progetti di icone, che a suo parere allontanano l’architetto dal suo vero ruolo, quello di realizzare costruzioni funzionali. Un tempo in Inghilterra se osavi fare qualcosa di appena un po’ moderno, eri considerato un sovversivo. Ora sei nei guai se vuoi costruire edifici sobri, perché al giorno d’oggi non si è mai spettacolari a sufficienza. Per le icone vi è uno spazio appropriato, ma è chiaro che la tendenza consumistica ha preso il sopravvento anche in architettura. Secondo Chipperfield l’idea tradizionale secondo cui l’architettura deve basarsi sulla comprensione delle esigenze del cliente e tendere a soddisfarle con semplice eleganza è valida tanto oggi quanto lo era negli anni in cui Mies van der Rohe inventò il grattacielo di vetro invece di creare semplicemente un’icona memorabile. Ma quello di Bilbao è un museo, un luogo in cui ammirare quadri, con un posto per appendere i cappotti e uno per prendere un caffè? Chi lo sa? A un certo livello, però, Bilbao è l’edificio più riuscito del secolo. La forma non deriva più dalla funzione, ma solo dall’immagine. E tra le tipologie di edifici che si sono piegate a questa tendenza, quella del museo è la più vulnerabile, la più facile da manipolare. Gli architetti possono giocarci, ma i problemi veri nascono quando si prova a fare io stesso con le biblioteche pubbliche o con l’edilizia abitativa. Più i clienti continueranno a chiedere icone e meno le nuove generazioni di architetti si sentiranno disposte a impegnarsi. Gli edifici futili, vistosi ed esibizionisti subiscono la legge dei rendimenti decrescenti. La risposta intelligente da parte di Foreign Office Architects è di progettare strutture, come il terminal per i traghetti a Yokoama, che non possano essere ridotte a un semplice logo. E il più chiacchierato museo americano, inaugurato nel 2003, nasce da una vecchia fabbrica di scatole di cartone sui fiume Hudson, ed è del tutto alieno da ogni consapevole monumentalismo. Forse, al pari del Liberty che fiori solo per un breve momento al volgere dei secolo scorso, anche il gusto per l’icona ha conosciuto questa larga diffusione solo perché è sul punto di scomparire.
«L'ultimo atto di una sinistra anti-industrialista»: Luca Cordero di Montezemolo «teme» che in questo si traduca il decreto contro l'insicurezza sul lavoro varato ieri sera dal governo, nell'ultimo giorno disponibile prima di una scadenza-termini che avrebbe rimandato il tutto al prossimo governo. Detta a un ex presidente dell'Iri passato alla storia per le privatizzazioni dell'industria pubblica (una su tutte, la svendita a prezzo stracciato dell'Alfa Romeo alla Fiat), suona un po' grossa. Ma la riconoscenza e la memoria non sono di questo mondo.
«Con le sanzioni non si salvano le vite», ha chiosato acido il presidente di Confindustria. Chissà perché è un'affermazione che nessuno ha osato pronunciare a proposito di un altro decreto sicurezza, quello varato in poche ore e senza nessun travaglio dopo l'omicidio della signora Reggiani a Roma, a opera di un poveraccio. Un provvedimento, reiterato la scorsa settimana, che limita la libera circolazione dei cittadini comunitari e che secondo Amnesty international «mette a rischio i diritti umani». C'è sicurezza e sicurezza: poco importa che ogni giorno muoiano più persone lavorando di quante ne vengano assassinate per strada.
«Si punta solo sull'inasprimento delle pene». Sono ancora parole di Montezemolo. A Confindustria non basta che il governo abbia attutito le sanzioni per le imprese fuorilegge (quelle che, per esempio, trasgrediscono la direttiva Seveso sulle produzioni pericolose per chi lavora e per chi ci vive attorno), trasformando il carcere in multe. L'organizzazione degli industriali italiani considera la sicurezza un prezzo troppo alto, perché sa che la gran parte dei suoi affiliati trasgredisce regolarmente quelle norme per contenere il costo delle proprie produzioni. Cos'altro potrebbe sostenere un sistema industriale che compete principalmente sul costo del lavoro?
«Servirebbero più formazione, più prevenzione, più cultura della sicurezza». Su questo il presidente di Confindustria ha perfettamente ragione, meglio affrontare il problema alla radice. Ma chi dovrebbe fare formazione, prevenzione e cultura della sicurezza? Chi dovrebbe mettere i lavoratori nelle condizioni di sapere i rischi che corrono, di avere le conoscenze per evitarli, di non correre come dei pazzi accettando qualunque condizione? E non è forse la politica industriale prevalente in Italia a impedire tutto ciò? A Montezemolo gli antichi risponderebbero: de te fabula narratur.
Il decreto varato dal governo uscente di per sé non risolve il problema dell'insicurezza sul lavoro, può semplicemente limitare qualche danno, arriva persino tardi. Ma i padroni ne parlano come roba da Soviet e l'ostacoleranno con ogni mezzo: non si sono accorti che Walter Veltroni ha dichiarato finita la lotta di classe, ricomponendola in un'accogliente lista elettorale.
Cassinetta di Lugagnano [Milano] è uno di quei piccoli borghi padani che sembrano usciti da una cartolina: sul Naviglio Grande, circondata dalle campagne, grazie anche a un piano urbanistico a «crescita zero». Una cartolina che si deve anche, però, al ruolo di tutela giocato sinora dai grandi parchi lombardi. Non è un caso se proprio dal sindaco di questo piccolo comune è nata la proposta di un coordinamento delle forze ambientaliste e progressiste contro la trovata della junta ciellino-leghista che imperversa sulla padania: l’abolizione, di fatto, dei parchi come garanti delle reti ambientali [vedi Carta 41/2007].
E ben venga, una partecipatissima reazione di cittadini, amministrazioni, associazioni, per arginare la deriva suicida-sviluppista nascosta dietro un emendamento «tecnico» alla legge urbanistica già ritirato lo scorso autunno, grazie alla raccolta di un migliaio di firme in pochi giorni: vero record.
Ma sono fortissimi gli interessi per lo «sviluppo del territorio», in quella che certa sociofagia facilona ha ribattezzato la Città Infinita, a evocare mica tanto sottilmente inesauribili frontiere su cui far avanzare la marcia di villette e capannoni. Ma si spera, si spera sempre, che passi fra i cittadini il messaggio di Cassinetta di Lugagnano: sviluppo, qualità della vita, non sono sinonimo di superstrade, scatoloni in precompresso, incombenti luci al neon. C’è anche una trasformazione partecipata, come quella del piano regolatore, con al centro la tutela delle risorse aria, acqua, suolo, della qualità dei vita quotidiana degli abitanti, e perché no anche dello sviluppo, pur nel quadro generale della sostenibilità.
Ma, viene da chiedersi: è davvero proponibile un modello di questo genere, fuori dal presepe vivente dei piccoli borghi dove si praticano piani «esemplari»? O, meglio, è davvero esportabile a scala socioeconomica e territoriale vasta, un’idea di vita almeno in parte alternativa a quella che ci propone sul vassoio la pubblicistica corrente attuale?
Verrebbe da rispondere: certo che si, attraverso appunto gli strumenti della pianificazione territoriale, che servono proprio a questo. Non a caso, il centrodestra da sempre cerca di sabotare dall’interno proprio queste conquiste del secolo scorso, dove anche oltre la mediazione e discrezionalità politica trovano una camera di compensazione varie esigenze, soggetti, culture e prospettive. Ma c’è un dubbio: la pianificazione del territorio è capace di parlare alla gente? Oppure, istituzionalizzata e nascosta dietro le pareti dei propri uffici, usa un linguaggio che suona astruso, iniziatico e tutto sommato estraneo, affidandosi poi in tutto e per tutto a slogan semplicistici e fuorvianti, dalle vaghe «misure d’uomo» alle più recenti e fantasiose declinazioni sul tema della «sostenibilità».
È così che strisciante avanza ridicola la marinettiana Città Infinita, da riempire di chiacchiere e autostrade, per spostarsi poi da un centro congressi all’altro. Forse, dal piccolo borgo di Cassinetta di Lugagnano, può anche partire una nuova strategia di comunicazione.
Ambiente e territorio sono la cosa su cui appoggiamo i piedi. Un po’ sopra, senza soluzione di continuità, c’è la testa.
Cascinazza, si vende: pronta la nuova cordata
di Giuliano Da Frè
Tre mesi, e la più grossa grana urbanistica monzese degli ultimi quattro decenni non porterà più il nome di Paolo Berlusconi. Istedin lascia la Cascinazza e a comperare è una cordata formata da Brioschi Sviluppo Immobiliare Spa, uno dei maggiori gruppi italiani, e Axioma Real Estate Srl di Angelo Bassani e Gabriele Sabatini, attraverso la Lenta Ginestra Srl, cui le due società partecipano rispettiva mente per il 70 e il 30 per cento del capitale. Staccando un assegno da 40 milioni di euro, Massimo Busnelli, presidente della Lenta Ginestra, dovrebbe acquisire, entro il 15 giugno, data (data entro la quale l’accordo dovrà essere perfezionato) il 100 per cento del capitale di Istedin, la società del fratello del candidato premier, proprietaria dell'area che, da oltre 40 anni, è al centro di un braccio di ferro edilizio con l'Amministrazione comunale. Dalla Brioschi immobiliare però spiegano che i 40 milioni di euro potrebbero non essere tutti i soldi sborsati per acquistare un'area che, in passato, ha visto stimare il proprio valore tra i 30 milioni di euro indicati dall'ex Giunta Faglia, e i 90-100 indicati da Istedin, mentre in autunno una cordata guidata da Valentino Giambelli aveva offerto 92 milioni. Dipenderà da cosa si potrà costruire, in base alle indicazioni del Piano di governo del territorio da poco adottato, e di eventuali varianti. «In base all’accordo preliminare sono stati previsti 40 milioni di euro, un prezzo suscettibile di una integrazione in base all'indice di edificabilità previsto», ha spiegato un portavoce della società. Ancora troppo presto, quindi, fanno notare da Lenta Ginestra, per parlare di progetti concreti, poiché è in corso un tavolo di confronto col Comune («Molto positivo», commentano dalla società), che comprende anche il destino di un'altra area di proprietà della Brioschi immobiliare al Torneamento, di oltre 115mila metri quadrati. Cascinazza era divenuta una «amara» grana urbanistica dopo un accordo firmato nel 1962 dai precedenti proprietari, i Ramazzotti dell'omonimo amaro, col Comune, che aveva acquisito aree in cambio di un 1 milione e 600 mila metri cubi di edificabilità, poi ridotti a 388mila col Piano regolatore Piccinato del 1971. Nel 1980 i Ramazzotti avevano venduto a Berlusconi, che alla Cascinazza sognava di realizzare Monza 2, sulla falsariga della Milano 2. Un cambio di proprietà che però non ha portato a cambiamenti nel braccio di ferro con l'Amministrazione, soprattutto quando il nome di Berlusconi ha iniziato a coincidere con «grana politica», dopo la discesa in campo del fratello Silvio nel 1994. Paolo Berlusconi aveva tentato in tutti i modi di ottenere il vià libera alle ruspe dell’Istedin, avviando anche una causa risarcitoria contro il Comune, per 300 milioni di euro, chiusa nel febbraio 2007 dalla Cassazione, che aveva detto «no» al risarcimento, ritenendo valide le ragioni addotte dall'Amministrazione. Ora, la patata più bollente (e stantia) dell’urbanistica monzese, passa in un'altra padella.
Vigano: “Alla base di tutto forse c’è un accordo per spalmare su più aree i volumi che ballano in città”
Intervista all’ex assessore all’urbanistica, di Monica Bonalumi
Quei quaranta milioni di euro che il gruppo Brioschi sarebbe disposto a sborsare per l'acquisto del- l'Istedin rappresentano un acconto. Ne è convinto l'ex assessore all'Urbanistica Alfredo Viganò che commenta stupito, ma non troppo, la firma del contratto preliminare che dovrebbe portare al passaggio dell'area Cascinazza dalle mani di Paolo Berlusconi a quelle di una cordata di imprenditori lombardi.
“Ci sono dei fatti nuovi se la proprietà non pretende più novanta milioni e passa a scatola chiusa come aveva fatto fino a pochi mesi fa quando dava per scontato che non si sarebbe arrivati all'approvazione del Piano di governo del territorio - riflette il consigliere comunale della lista Faglia - Sarà interessante vedere fino a quanto salirà l’importo di questa prima tranche. A quel punto sarà possibile valutare se tra gli operatori vi siano state aspettative indotte da scelte politiche”. L'accordo a suo parere potrebbe essere una rivisitazione del tentativo di dar vita a una sorta di agenzia privata, effettuato recentemente da alcuni costruttori le cui osservazioni al Pgt sono state sì bocciate, ma inserite dalla giunta nel cosiddetto elenco speciale che dovrebbe rappresentare il punto di partenza per la stesura della Variante al Piano. “Alla base dell’intesa potrebbe esserci il tentativo di alcuni operatori di spalmare su più aree i volumi che ballano sull'intera città” afferma. Secondo l'ex assessore si potrebbe profilare quello che definisce “gioco delle tre tavolette” in cui vengo- no unite le questioni legate a terreni e società differenti, dalla Cascinazza a viale Campania per arrivare al Torneamento. “Cambiano i proprietari ma, per quel che mi riguarda, la questione non muta -aggiunge Viganò - prima di edificare nella zona Cascinazza è necessario studiare e realizzare una vasca di esondazione del fiume, In seconda battuta occorre organizzare il Parco agricolo connesso a quello del Medio Lambro e cancellare il canale scolmatore che deturperebbe il Parco e l'intera città e che consente di giocherellare poco seriamente con le fasce di rischio idraulico, in particolare in quella zona”. Ma non sarebbe ancora sufficiente a trasformare il terreno in un complesso residenziale: “Per realizzare le varianti desiderate su aree agricole o si cambia ancora una volta la Legge regionale fatta ad hoc per Monza o si cambia il Piano Territoriale della Provincia - spiega l'ex assessore - il percorso non è comunque semplice e non è detto che lo sia neppure per la maggioranza dato che potrebbe rovinare altre economie locali”.
Su eddyburg alcune informazioni qui, qui e qui. oppure digitando Cascinazza sul motore di ricerca
Il problema dei rifiuti non può essere isolato dal suo contesto, cioè dalle produzioni e dai prodotti che li generano, dai modi del loro consumo. Alla luce del contesto il tema rifiuti si colloca all’interno di una contesa tra culture diverse in cui le posizioni dei contendenti si radicano entrambe nell’ambito della modernità; ma con esiti sempre più divergenti. Ritroviamo la stessa contrapposizione tanto sulle grandi questioni dell’umanità, come guerre o cambiamenti climatici, quanto in quelle minute della vita quotidiana – compresa la produzione di rifiuti – il cui effetto cumulativo decide il destino del pianeta
Da un lato abbiamo la cultura della crescita, affidata alla tecnica e al mercato, più o meno corretto con interventi “politici”, ma anch’essi di natura tecnica; non a caso chiamati sempre più spesso “manovre”. Qui, alle aspettative sullo sviluppo tecnologico viene affidato anche il rimedio ai “danni collaterali” prodotti dalla tecnica: alla superiorità nella tecnologia bellica il compito di garantire l’ordine mondiale messo in forse dalla disseminazione di armi micidiali; all’energia nucleare, alla cattura del carbonio, all’idrogeno, il compito di neutralizzare i cambiamenti climatici provocati dai combustibili fossili, il cui utilizzo non deve conoscere tregua per non ostacolare la crescita. L’assunto è semplice: la tecnologia ci ha dato il benessere; la tecnologia rimedierà ai suoi danni collaterali.
Nella vita quotidiana la cultura della crescita è promozione del consumo per il consumo; del consumo per mandare avanti la macchina produttiva; del consumo per sostenere occupazione e redditi. Consumo di beni sempre più inutili mentre miliardi di uomini mancano del minimo necessario. Il “danno collaterale” del consumo è costituito dai rifiuti, perché tutto ciò che viene prodotto è destinato a trasformarsi in rifiuto in un lasso di tempo sempre più breve. Quindi, tanto vale produrre direttamente rifiuti: l’usa-e-getta (nel cui novero rientrano tutti gli imballaggi “a perdere”) non è altro che fabbricazione di rifiuti destinati a qualche effimera funzione per il tempo più breve possibile.
Ma la cultura della crescita ha sempre una “tecnologia” pronta per rimediare a tutto: Per i rifiuti, prima c’era la discarica, più o meno “controllata”; poi l’inceneritore (il sogno di “mandare in fumo” tutto ciò che non ci serve); poi il “termovalorizzatore” (la produzione di energia più costosa mai comparsa sulla Terra: il termovalorizzatore manda in fumo con rendimenti energetici infimi non solo quello che brucia, ma anche tutta l’energia consumata per produrre i materiali che usa come combustibile e che potrebbero invece venir riciclati); infine il “ciclo integrato” dei rifiuti, inframmettendo tra pattumiera e inceneritore altre macchine per separare il secco dall’umido e “un po’” di raccolta differenziata; ma non troppa; altrimenti il termovalorizzatore si spegne.
Il secondo contendente di questa contrapposizione è la cultura della sobrietà. Non è organizzata, né sponsorizzata, né roboante; ma in qualche modo si radica in ciascuno di noi quando realizziamo che la rincorsa ai consumi è soprattutto una corsa alla produzione di rifiuti che rende tutti più poveri e intasa il mondo. Anche la cultura della sobrietà è figlia della modernità: non è frutto della penuria, della nostalgia per il passato o di una volontà di espiazione; bensì di saperi che ci guidano a usare le risorse in modo ragionevole. Non ha inventato macchine volanti, ma il deltaplano, che permette di realizzare il sogno di Icaro sfruttando i movimenti dell’aria; o la bicicletta, che moltiplica il rendimento dello sforzo che si fa per camminare; o il trasporto flessibile che combina velocità, comodità e risparmio di spazio, di risorse e di energia. Non ha realizzato la fusione a freddo – la pietra filosofale che trasformava il piombo in oro e oggi dovrebbe trasformare l’acqua in idrogeno – ma i pannelli fotovoltaici e le pale eoliche, che possono fornire all’intero pianeta tanta energia quanta ne basta per una vita moderna e agevole. Ma solo in un quadro di contenimento e perequazione nell’utilizzo delle risorse.
Meno consumi producono meno rifiuti; ma a ridurre la produzione di rifiuti sarà soprattutto quello che si consuma e il modo in cui lo si fa: le nostre scelte di acquisto. Cioè: meno imballaggi superflui (oggi sono il 40 per cento dei rifiuti urbani in peso e il 70-80 per cento in volume), cominciando da bottiglie e flaconi a rendere cauzionati; meno prodotti usa-e-getta (un altro 10 per cento): l’usa-e-getta ha sostituito per una frazione di secolo prodotti che prima si usavano fino alla consunzione; ma oggi ci sono sostituti dei prodotti usa-e-getta che costano e inquinano meno e sono più comodi e igienici di tutti i loro predecessori: nuovi pannolini lavabili o lavastoviglie che evitano il ricorso a piatti e bicchieri di plastica nelle mense. Più prodotti venduti sfusi (“alla spina”), a partire dai detersivi; meno sprechi di avanzi alimentari, per lo più frutto di una spesa fatta senza programma, come ricordava pochi giorni fa Carlo Petrini; più compostaggio domestico dei rifiuti organici (ovunque si disponga di spazi adeguati, e lo può essere anche un balcone); adozione di prodotti tecnologici modulari (computer, hi-fi, cellulari, elettrodomestici), in modo che per adeguarli ai progressi della tecnologia non sia necessario cambiare tutta l’attrezzatura, ma solo le componenti logore od obsolete; una moderna regolazione e incentivazione del mercato dell’usato, per non mandare in discarica o in fumo quello che milioni di persone sono ancora disposte a usare. E poi, ma solo poi, raccolta differenziata capillare porta-a-porta, responsabilizzando gli addetti perché intrattengano un rapporto diretto con gli utenti; impianti decentrati di compostaggio e di recupero dei materiali; incentivi agli acquisti ecologici (green procurement) per enti pubblici e imprese, per fornire un mercato ai materiali riciclati.
Sono cose semplici, alla portata di cittadini, enti locali e imprese grandi o piccole, ma tanto più urgenti, anche ricorrendo a misure straordinarie, quanto maggiore è l’emergenza rifiuti che soffoca un territorio. Intervenire alla fonte, in base alla gerarchia delle priorità indicata oltre trent’anni fa da Ocse ed Europa: riusare, ridurre, riciclare, e poi smaltire – “termovalorizzatore” e discarica – solo quello che rimane. Ma se si fa tutto ciò, che cosa resta da bruciare in un “termovalorizzatore”? Quasi niente: non l’acqua (60-70 per cento) contenuta nel residuo organico sfuggito alla raccolta differenziata; non la carta talmente bagnata da non poter essere conferita insieme a quella riciclabile; non il vetro e le lattine che invece di bruciare assorbono calore. Ma neanche quel poco di plastica che ne resta dopo una buona raccolta differenziata (che al 2012, per decisione coincidente – caso quasi unico – degli ultimi governi sia di destra che di sinistra, dovrà raggiungere l’obiettivo del 65 per cento). Perché la plastica è fatta con il petrolio e non potrà più essere assimilata a una fonte di energia rinnovabile e fruire di quegli incentivi che in passato hanno fatto ricchi i gestori degli inceneritori – primo tra tutti quello famosissimo di Brescia – a spese dei fondi pagati da tutti noi per promuovere l’energia del sole, del vento, dei residui dei boschi e delle colture bioenergetiche.
E allora? Allora, anche nel campo dei rifiuti, la cultura della sobrietà ha soluzioni, anche tecnologicamente molto sofisticate, e tutte già sperimentate, per raggiungere risultati che la cultura della crescita non riuscirà mai a conseguire, immobilizzata com’è in attesa di inceneritori che sarà sempre più difficile e costoso realizzare e soprattutto far funzionare senza incentivi (negli Stati Uniti non se ne costruiscono più da 15 anni, mentre in molte città del Nord America la raccolta differenziata ha raggiunto il 60 per cento in poco più di un anno). La crisi drammatica della Campania deve essere l’occasione per un ripensamento profondo e generale su queste alternative.
Il Corriere della Sera
Parchi, retromarcia della Regione
di Giovanna Maria Fagnani
Ritirata la norma contestata dagli ambientalisti. Forza Italia si dissocia
Esultano le associazioni di ecologisti e agricoltori: «Scongiurata una speculazione gigantesca»
MILANO - Non ci speravano neppure loro, tant'è vero che avevano già organizzato i comitati per la raccolta di firme per indire un referendum, se la legge fosse passata. Invece, a sorpresa, il «fronte verde » ce l'ha fatta.
Ieri, in apertura del consiglio regionale, l'assessore regionale leghista Davide Boni ha annunciato il ritiro dell'emendamento 13-bis, il cosiddetto «provvedimento ammazzaparchi ». La modifica affidava alla Regione l'ultima parola nel caso di contenziosi urbanistici fra i Comuni e le aree protette. Ora se ne riparlerà durante la stesura della nuova legge di riordino dei parchi regionali, il cui iter è appena iniziato.
«Non rinnego nulla: la norma non è mai stata un via libera alla cementificazione» ha detto Boni, che poco dopo in conferenza stampa ha spiegato le sue ragioni insieme a Milena Bertani, presidente del Parco del Ticino, che nei giorni scorsi, a differenza di altri quindici presidenti dei parchi lombardi, si era espressa a favore della nuova legge.
Alla notizia dello stralcio dell' emendamento, il presidio di protesta delle associazioni ambientaliste davanti al Pirellone si è trasformato in una festa. Esultano i Verdi e il «Coordinamento Salvaparchi», che riunisce tra gli altri Legambiente, Fai, Wwf e confederazioni agricole. «E' stata una vittoria straordinaria, dovuta alla mobilitazione di sindaci, cittadini e associazioni » spiega il portavoce Domenico Finiguerra. «Abbiamo salvato da una possibile speculazione edilizia trentotto chilometri quadrati di aree agricole del comune di Milano: con questo emendamento sarebbero diventate edificabili. Ora, però, occorre tener alta la guardia» precisa Carlo Monguzzi, capogruppo dei Verdi in Regione.
Anche l'assessore provinciale al Parco Agricolo Sud Milano, Bruna Brembilla, tira un sospiro di sollievo: la norma, secondo l'opposizione, era stata concepita proprio per favorire altri insediamenti in quest'area protetta. «In futuro invito i responsabili regionali ad ascoltare le istanze che provengono dai Comuni e dai parchi» dice la Brembilla.
«Ha vinto il buon senso — spiega, invece il consigliere regionale del Pd Franco Mirabelli — Questa legge sulla normativa urbanistica è in discussione da quasi un anno proprio per responsabilità dell'assessore, che ha voluto caricarla di argomenti che non c'entrano nulla ». Osservazione, in parte, condivisa anche da Stefano Galli, capogruppo della Lega Nord, che pur negando spaccature interne («Si è trattato solo di uno spostamento della questione da una legge all'altra»), precisa: «Quella norma nella legge urbanistica non aveva alcun senso».
Lo stralcio ha provocato reazioni anche all'interno della maggioranza. Giulio Boscagli, capogruppo di Forza Italia, è critico: «Appare strano che dopo quattro mesi di dibattito in Commissione l'assessore Boni, decida improvvisamente di ritirare l'emendamento, assolutamente non "ammazzaparchi" ma volto a valorizzare il territorio lombardo e a rispettare la sua specificità — sottolinea Boscagli —. Accettiamo la scelta, ma non la condividiamo. Non siamo disposti ad accettare, senza essere preventivamente coinvolti, decisioni che con tutta evidenza sono dovute assai più a dissensi e lotte interne alla Lega e non alla difesa del nostro territorio».
La Repubblica
La brezza delle elezioni
di Ivan Berni
La marcia indietro della giunta regionale sull’emendamento ammazzaparchi contiene tre buone notizie in una. La prima è che, per ora, i parchi lombardi sono salvi. Pare poco e invece è già molto, se si considera che l’emendamento dell’assessore leghista Boni svuotava, di fatto, gli enti di gestione di qualsiasi potere, permettendo ai Comuni di programmare edificazioni e alla Regione di autorizzarle in barba all’orientamento espresso dai parchi medesimi. Chiunque abbia una briciola di buon senso e buona fede non può sostenere la ragione stessa di esistenza dei parchi se gli organismi che li devono gestire non sono messi in condizione di tutelarne il perimetro e l’integrità. Da questo punto di vista il ripensamento del centrodestra va salutato davvero come una vittoria (parziale, temporanea?) della ragione sulla cieca furia cementificatrice.
La seconda buona notizia è che la battaglia contro l’emendamento Boni è stata vinta anche grazie al convinto, e all’apparenza unanime, schieramento del Partito Democratico. Non era così scontato come sembra. Il via libera ai sindaci di costruire nei parchi rappresenta infatti una di quelle tentazioni che spesso hanno fatto breccia anche a sinistra. Soprattutto quando gli oneri di urbanizzazione da incassare rappresentano una boccata d’ossigeno per casse comunali sempre più vuote.
Come sovente capita quando si tratta di infrastrutture e nuove edificazioni, la tentazione fa il ladro (in senso metaforico, s’intende) e qualche volta si trasforma in posizione politica. Si temeva, insomma, che in nome della realpolitik ci sarebbero state smagliature e distinguo da parte del Pd. Invece così non è andata, e nella regione dove il consumo di suolo è al limite della capacità di rigenerazione del territorio, il Partito Democratico si schiera in modo netto, scegliendo di stare con le associazioni ambientaliste, con le migliaia di persone che hanno sottoscritto appelli online e petizioni, ed evitando ai Verdi di rimanere l’unico referente politico di questa battaglia civile in Consiglio regionale.
La terza buona notizia, filiazione diretta delle prime due, è che finalmente l’ambiente viene riconosciuto come una priorità dal centrosinistra e che questo stesso concetto comincia a farsi largo anche nel centrodestra. È un dato di grande valore, soprattutto se si considera che siamo in piena campagna elettorale. Vuol dire che chi pensava di incassare consensi aprendo le porte dei parchi al cemento ha sbagliato i conti, o comunque ha dovuto rinculare dal proposito perché le minacce al verde e all’ambiente, lo scempio delle risorse naturali sono percepite dagli elettori per quello che sono: un intollerabile attacco alla qualità della vita. Attenzione: non una qualità della vita astratta, ma proprio quella di ciascuno dei 10 milioni di lombardi, che dei parchi sono massicci fruitori. E questo vale per gli elettori di centrosinistra quanto per quelli di centrodestra.
Per una volta sembra abbiano contato di più le ragioni della sostenibilità che gli argomenti della speculazione. Forse è merito del vento elettorale: per una volta una brezza piacevole.
La Repubblica
Boni ritira la legge ammazzaparchi
di Stefano Rossi
Ha difeso la sua posizione, ma ieri ha dovuto cedere: l’assessore regionale al Territorio Davide Boni ha ritirato l’emendamento 13 bis, "l’ammazzaparchi", stralciandolo dalla legge urbanistica. Una vittoria per gli ambientalisti, che avevano organizzato un presidio sotto il Pirellone, e per il centrosinistra. «La giunta dev’essere come la moglie di Cesare, non voglio si dica che cementifichiamo le aree naturali. Questa norma è stata strumentalizzata», abbozza Boni che però rilancia: l’emendamento tornerà in commissione, in vista di un inserimento nell’imminente nuova legge sui parchi.
Salta in Regione l’emendamento ammazzaparchi, contestato da centrosinistra e ambientalisti e difeso strenuamente dall’assessore leghista al Territorio, Davide Boni. Quest’ultimo decide di stralciare il provvedimento dalla legge urbanistica proprio mentre inizia in consiglio regionale la discussione sulla norma: l’opposizione ha pronti 409 emendamenti e associazioni come Wwf, Legambiente, Italia Nostra, Fai presidiano l’esterno del Pirellone.
Il discusso emendamento 13 bis sui parchi regola i rapporti fra la Regione, gli enti parco e i Comuni all’interno dei 24 parchi regionali. Secondo l’opposizione, l’emendamento attribuisce alla giunta regionale la facoltà di approvare o respingere le varianti urbanistiche proposte dai Comuni e rifiutate dai parchi. Largo agli appetiti immobiliari, traduce insomma il centrosinistra che per Milano evoca i nomi di Ligresti e Cabassi.
Boni, sostenuto da Milena Bertani, presidente del parco del Ticino ed ex assessore regionale ai Lavori pubblici, spiega che la giunta regionale interverrebbe solo in caso di mancata risposta dell’ente parco alla richiesta di variante urbanistica del Comune. «In commissione - risponde Franco Mirabelli del Pd - è stato detto chiaramente che, se il parco si oppone, decide la giunta». E il verde Carlo Monguzzi: «Oggi se il parco dice no non si costruisce. In futuro non sarebbe più così».
Ad ogni modo, in aula Boni ha già fatto marcia indietro: «La giunta dev’essere come la moglie di Cesare, non voglio si dica che cementifichiamo le aree naturali. È vero piuttosto il contrario. Guardate com’è ridotto il parco delle Cave. O il parco delle Grigne, dove si costruisce a Olginate. Eppure non sono parchi regionali. Questa norma è stata strumentalizzata in modo incredibile».
Il 13 bis torna in commissione, in vista di un inserimento nell’imminente nuova legge sui parchi. Il 19 marzo Boni incontrerà i presidenti delle aree naturali «e fino ad allora lavoreremo su questo testo». L’assessore, così, evita la conta. Marco Cipriano di Sd aveva chiesto il voto segreto puntando sulle divisioni della Lega. L’emendamento sarebbe afflitto da «centralismo regionale», tanto che alcuni amministratori leghisti hanno partecipato alle proteste, come a Cassinetta di Lugagnano, dove il sindaco Domenico Finiguerra (Sinistra Arcobaleno) ha già all’attivo la battaglia contro la tangenziale per Malpensa.
Giulio Boscagli, capogruppo azzurro, bacchetta Boni: «Non siamo disposti ad accettare, senza essere preventivamente coinvolti, decisioni evidentemente dovute assai più a dissensi e lotte interne alla Lega che alla difesa del nostro territorio». L’assessore replica: «Qualcuno non ha letto a fondo l’emendamento. Tutti i colleghi sono degni di attenzione».
Boni incassa l’appoggio del sindaco Letizia Moratti, che parla di «sintonia e pieno accordo» e di emendamento «pensato per superare eventuali conflitti fra enti». Esulta invece il centrosinistra, che critica tuttavia la legge urbanistica passata in serata con un altro emendamento di Boni: il mantenimento o la creazione di un campo rom in un Comune subiranno il parere vincolante dei Comuni limitrofi. Sgradite anche le limitazioni per la costruzione di moschee e - in particolare a Rifondazione - il 15 per cento di volumetria in più concesso in caso di edificazione nelle aree ferroviarie dismesse.
il manifesto
L’ammazzaparchi non c’è più
di Luciano Muhlbauer
L’emendamento “ammazzaparchi” non c’è più. L’assessore Boni ha dovuto ritirarlo in aula di fronte all’opposizione della sinistra e soprattutto delle forze della società civile lombarda. La nostra soddisfazione è grande, perché è stata impedita un’ulteriore calata di cemento sui parchi lombardi. Perché questa era la ratio della norma voluta da Formigoni e dal partito degli affari.
Ma il pacchetto di modifiche della legge urbanistica regionale non prevedeva soltanto questa norma, bensì molto di più e, purtroppo, se ne’è parlato poco. Come ormai accade da oltre due anni, le continue modifiche della l.r. 12/2005 non sono ispirate al governo pubblico delle trasformazioni urbanistiche in atto, bensì alla tutela di interessi particolari, affaristici o politici. E così, ad esempio, è stata varata una norma che favorisce gli interessi dei poteri forti, concedendo un aumento delle volumetrie nella misura del 15%, per quanto riguarda gli interventi edificatori sulle aree dismesse delle Ferrovie dello Stato. E non stiamo parlando di briciole, ma di uno degli affari del secolo, cioè di un milione di metri quadrati nella sola Milano.
Come d’abitudine, però, la legge 12 è stata utilizzata anche per fini che con l’urbanistica non c’entrano un bel niente, ma che fanno comodo alle campagne securitarie delle destre. Ci sono dunque nuove regole , di carattere restrittivo, per l’insediamento dei “campi nomadi” e la contemporanea abrogazione dell’art. 3 della l.r. 77/89, cioè viene abrogato l’obbligo di “evitare qualsiasi forma di emarginazione urbanistica” e di “facilitare l’accesso ai servizi e la partecipazione dei nomadi alla vita sociale”.
Non manca, ovviamente, un altro “cult” leghista, con l’introduzione di una nuova regola che rende ancor più difficoltosa la costruzione di moschee. E così, dopo la norma “urbanistica” speciale del 2006, che aveva messo fuori legge pregare, senza permesso del sindaco, in un luogo non considerato ufficialmente di culto, ora si vuole ostacolare persino la costruzione di nuovi luoghi di culto regolari.
In altre parole, questioni di carattere sociale o attinenti alla libertà religiosa vengono trasformati in problemi urbanistici e, per questa via, in questioni di ordine pubblico. Insomma, il solito squallido gioco del tanto peggio, tanto meglio.
Per questo, pur essendo soddisfatti per il ritiro dell’emendamento “ammazzaparchi”, occorre essere consapevoli che la battaglia per un governo pubblico e sostenibile delle trasformazioni urbanistiche è ancora lunga. In fondo, si tratta di stabilire chi decide: o i grandi costruttori oppure i cittadini e i lavoratori che abitano i territori.
Tra le moltissime cose positive emerse anche da questo “secondo round” del conflitto fra il governo lombardo e una parte della società locale, continua in gran parte a restare sospesa nel vuoto la questione centrale: esiste un’idea di territorio del centrosinistra? Non a caso aveva facile gioco l’assessore Davide Boni solo qualche giorno fa, quando dichiarava alla stampa “se davvero non si può costruire nei parchi, qualcuno del centrosinistra mi spieghi come sono nati Ieo e Cerba ”. E sarebbe certo il caso di iniziare a risolvere questo nodo, perché uno schieramento di pura opposizione ha necessariamente vita breve, nonostante appaia in crescita la partecipazione e consapevolezza diffusa ai temi dell’ambiente e dello sviluppo. Se “ambientalismo del fare”, slogan molto in voga di questi tempi, significa poi adottare gli stessi metodi (e meriti) del centrodestra, al massimo favorendo qualche cordata concorrente di grandi interessi, non si andrà molto lontano. Come insegna anche la presa di posizione di alcuni esponenti della base leghista, a quanto pare fondamentale nel ritiro dell’emendamento, sul governo del territorio si gioca davvero la credibilità di una proposta politica. Ovvero, distinguendo tra interesse generale e alchimie fra interessi particolari (f.b.)
Titolo originale: Welcome to the Post-Carbon World– Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
Non deve essere per forza la fine del mondo. Certo edifici, produzione di elettricità, trasporti, produzione di alimenti e gestione delle foreste, contribuiscono ad aumentare la massa dei gas serra. Ma ci sono a portata di mano soluzioni amiche del clima. Partiamo da fuori del mondo, per iniziare a immaginare soluzioni molto terra-terra.
Apollo a Terra: Houston, avete un forte sovraccarico di carbonio nell’atmosfera. Subirete un grave surriscaldamento se non riuscite a metterlo sotto controllo.
Terra a Apollo: Ricevuto. L’abbiamo individuato vent’anni fa, ma la Casa Bianca ci dice di non preoccuparci e continua a tagliarci il bilancio. Avete qualche idea brillante?
Apollo a Terra: Hello, Houston? Abbiamo interessanti sviluppi, qui. Riceviamo chiari segnali visivi, e non vengono dalla Terra. Ci date cinque minuti? … Non ci crederete, ma è vero: non siamo soli. Ci stanno spedendo materiali da qualcosa che si chiama Archivi Intergalattici. Dicono che la crisi da riscaldamento è piuttosto normale sui pianeti che hanno grossi depositi di energie fossilizzate. Raccomandano di passare rapidamente a energie semplici, a partire da sole, vento, terra, oceani. Ci dicono, anche, di non aspettare troppo!
Terra a Apollo: Ci state creando un bel po’ di rimescolamento, qui, Apollo. Ma a parte quello, quanto tempo abbiamo? Si parla di un taglio dell’80% delle emissioni di carbonio per il 2050: sarà abbastanza?
Apollo a Terra: Ho paura di no, Houston. Dicono 25 anni, massimo, e pianeti simili che non hanno effettuato la conversione hanno sofferto perdite del 15%: collasso totale della civiltà ed ecologico. Non è una prospettiva carina. Poi ci vogliono dieci milioni di anni per un parziale recupero ecologico. Non credo che vorreste arrivarci, signore.
Terra a Apollo: Qualche consiglio che ci può essere utile?
Apollo a Terra: Certo. Sembra che i pianeti poi collassati siano stati presi dal panico. Gli Archivi mostrano che le intelligenze avanzate traggono stimoli dalla capacità di vedere in prospettiva, non dalla paura. É come nel football, signore: si vince per la tenacia e la determinazione, non riducendo gli errori. I pianeti che sono collassati non sono riusciti a collaborare. Si è interrotta l’ispirazione, si sono rinsecchite le intuizioni. Ha preso piede il panico, la gente ha cominciato ad accumulare cose, ha smesso di credere nel futuro. Una volta accaduto questo, è di fatto finito tutto, anche se in realtà poi ci sono voluti ancora un paio di secoli.
Terra a Apollo: Ci fate battere i denti, Apollo. No hanno qualche caso di inversione di tendenza? Qualche pianeta che stava collassando, e poi ce l’ha fatta?
Apollo a Terra: Certo: parecchi. Gli Archivi mostrano come i pianeti che hanno avuto successo abbiano trasformato le proprie crisi del carbonio in balzi evolutivi in avanti. Hanno smesso di dar colpe, e cominciato ad apprezzare il capitale di conoscenze che gli era stato messo a disposizione dai combustibili fossili, consentendo di sviluppare le energie solari e geotermiche. Hanno smesso con l’atteggiamento pauroso e difensivo, collaborando per una transizione rapida. Riaccendendo l’impulso creativo, hanno compiuto più facilmente il passaggio a nuove tecnologie e stili di vita.
Terra a Apollo: Grazie, Apollo. A quanto pare abbiamo un lavoro pronto da fare, qui. Passo e chiudo!
Edifici verdi e intelligenti
Gli edifici usano molta energia, dunque non sorprende il fatto che essi siano responsabili del 30-40% delle emissioni di CO2. La sfida qui riguarda due obiettivi: realizzare edifici nuovi che siano carbon neutral, e adattare tutti gli edifici esistenti in modo da eliminare la loro impronta di carbonio.
Il primo obiettivo è il più facile. In Germania, le case Passivhaus consumano il 95% in meno di energia per riscaldamento e condizionamento, utilizzando super-isolanti, esposizione solare, recupero efficiente del calore. In Europa ci sono 6.000 case costruite coi criteri Passivhaus. I regolamenti edilizi dovrebbero richiedere che tutte le nuove case fossero realizzate con questi criteri.
Non c’è carenza di innovazione. A Guangzhou, Cina, la Torre del Fiume delle Perle, 69 piani, produrrà più energia di quanta non ne consumi, usando turbine a vento inserite in due piani dell’edificio, sistemi solari fotovoltaici, acqua riscaldata col sole. A Målmo, Svezia, la torre Turning Torso, oltre ad essere alimentata da energie eoliche e solari prodotte localmente, ricicla i rifiuti organici producendo biogas che si può osare sia per cucinare che per far andare glia autobus cittadini. Nella città cinese di Rizhao, il 99% degli edifici in centro usa acqua riscaldata dal sole. In Spagna, tutti i nuovi edifici e quelli sottoposti a interventi di rinnovo edilizio devono ricavare il 30-70% dell’acqua calda da pannelli solari.
L’iniziativa Architecture 2030 preme perché tutti i nuovi e rinnovati edifici degli Stati Uniti siano carbon neutral al 100% entro il 2030: un obiettivo unanimemente approvato dalla Confederazione nazionale dei Sindaci.
La Gran Bretagna si sta muovendo più in fretta: chiede che tutti gli edifici siano carbon neutral entro il 2016. Il criterio Usa LEED ( Leadership in Energy and Environmental Design) per gli edifici verdi, deve evolversi nella medesima direzione.
La sfida è invece molto più ardua per gli edifici esistenti. Gran parte dei proprietari potrebbe ottenere una riduzione dal 20% al 50% nel consumo di energia investendo in nuove finestre, super-isolanti, sistemi di recupero del calore, apparecchiature e caldaie più efficienti. Si possono introdurre sistemi fotovoltaici e riscaldamento solare, e calore carbon-neutral ottenuto dallos cambio termico con aria, terra, acque, scarichi. Ci sono caldaie che bruciano biocarburanti, e in alcune zone della Svezia sistemi di teleriscaldamento che fanno circolare acqua bollente per ottanta chilometri senza dispersioni significative di calore. I super-isolanti, insieme all’ombra degli alberi e a tetti di colore bianco, possono ridurre il carico per il condizionamento.
Per sostenere un rapido rinnovo, c’è bisogno di crediti fiscali, meccanismi di autofinanziamento, norme come la Residential Energy Conservation Ordinance, che richiede ai proprietari di San Francisco e Berkeley di intervenire sui propri edifici prima di venderli. La Germania finanzia interventi completi di modernizzazione di tutti i vecchi edifici ad appartamenti. Londra ha attivato il Green Homes Concierge Service per aiutare i proprietari nelle migliorie. A partire dal 1993, il piccolo centro austriaco di Güssing (4.000 abitanti) ha ridotto le proprie emissioni di CO2 di un incredibile 93%, orientandosi tra l’atro verso il teleriscaldamento centralizzato a biocombustibili per gli edifici. É solo un problema di immaginazione e determinazione.
Spostarsi carbon free
Dieci anni fa, molte persone pensavano che il carburante del trasporto futuro sarebbe stato l’idrogeno. Poi venne la speranza dei biocarburanti. Oggi entrambi questi sogni sono svaniti, di fronte alla realtà delle equazioni che rappresentano il loro completo ciclo vitale, di fonti insostenibili.
Certo ci sarà ancora un ruolo per l’idrogeno, e per i biocombustibili là dove possono essere prodotti in modo sostenibile dagli scarichi, alghe, erba di prato. Sta comunque emergendo vincente l’elettricità. Il veicolo elettrico, che non era mai morto, rinasce sia come solo elettrico (EV) nel caso di Tesla, G-Wiz, e Modec, sia in quanto Plug-in Hybrid Electric Vehicle (PHEV).
Il viaggio nell’epoca del dopo carbonio parte però dalle nostre gambe. I nostri antenati si sono spostati a piedi per tutto il pianeta, e dunque recuperiamo il diritto di camminare sicuri e tranquilli sulla nostra Terra. Riprogettiamo le nostre città e periferie con percorsi sinuosi che portano a negozi di quartiere e parchi. Se il 5% dei nostri spostamenti del dopo carbonio sarà a piedi, sarà una riduzione del 5% del bisogno di carburanti liquidi.
Poi c’è la bicicletta. A Copenaghen, Danimarca, il 33% dei pendolari va a lavorare in bicicletta. A Davis, California, dove si costruiscono piste ciclabili sin dagli anni ‘60, il 17% dei pendolari fa lo stesso. A Parigi, l’amministrazione ha collocate 20.000 Vélib’ (che sta per “ vélo liberté” ovvero “libertà in bicicletta”) nelle strade cittadine che chiunque può usare per una piccola tariffa. Se vi fanno male i muscoli, basta un piccolo aiuto elettrico e la vostra bicicletta volerà su per le salite. Negli inverni coperti di neve, i ciclisti viaggiano con gomme chiodate. Se i nostri spostamenti con questo mezzo raggiungono il 10%, complessivamente si ha una riduzione del 15%.
Poi ci sono i mezzi pubblici. Boulder, Colorado, ha riorganizzato il proprio servizio per rendere gli autobus più piccoli e frequenti: aumentando i passeggeri di cinque volte. Hasselt, Belgio, offre gli autobus gratuiti, pagati dalle imposte cittadine: e aumenta i passeggeri di dieci volte. Nelle città più amiche del trasporto pubblico, gli autobus sono dotati di sistemi GPS e orari elettronici, così da essere informati esattamente su quando arriveranno. Dobbiamo fare immensi investimenti nel trasporto pubblico, autobus rapidi (come le metropolitane leggere, ma sulle normali strade) e linee di lusso per pendolari con prese per i computer portatili e servizio caffetteria. Se diventano così il 20% dei nostri spostamenti, si arriva a una riduzione complessiva del 35%, diciamo del 30% visto che gli autobus anche ibridi hanno comunque bisogno di carburanti liquidi.
Si può aggiungere il telelavoro e la teleconferenza per un 5%, treni comuni e a alta velocità per un altro 5%, e abbiamo ridotto la necessità dei carburanti liquidi del 45%. E passiamo alle automobili. Dato che l’80% dei nostri spostamenti in macchina avviene entro il raggio di autonomia di una batteri da EV o PHEV, questo potrebbe ulteriormente ridurre la necessità di carburante liquido. Se usiamo i materiali moderni più leggeri, riducendo il peso sino all’80%, i consumi calano sino al 5%, che può essere coperto da biocarburanti derivati da rifiuti o alghe.
Per ridurre la necessità di spostamenti su camion per lunghe distanze, occorre riorganizzare le economie locali in modo che possano rispondere alla maggior parte dei bisogni, e utilizzare per il resto veicoli da trasporto ibridi e a idrogeno. Per i trasporti via mare, la risposta può essere nelle navi a vela SkySails e nell’idrogeno ricavato tramite piattaforme oceaniche da sole, vento e onde. Per il volo, forse dirigibili a elio e biocarburanti, ma comunque nessuna risposta semplice.
Cent’anni fa, quasi tutti andavano a piedi, o a cavallo. L’era dei derivati del carbonio ci ha dotato di un guado dal passato al futuro. É ora di uscirne, e avviarsi verso il futuro.
Nota: Guy Dauncey ha scritto questi articoli per il numero monografico Stop Global Warming Cold , della rivista YES! . Guy insieme a Patrick Mazza è autore di Stormy Weather: 101 Solutions to Global Climate Change , New Society Publishers
here English version
Contro la legge regionale anche sindaci leghisti, martedì il sit-in
di Franco Vanni
Si sono dati appuntamento per martedì, davanti al Pirellone, per un presidio di protesta. Il nemico comune è il "decreto ammazzaparchi", la parola d’ordine «resistenza». Ieri a Cassinetta di Lugagnano, nella riunione che ha tenuto a battesimo il Coordinamento regionale Salvaparchi, la scandivano i sindaci del Milanese e la ripetevano i rappresentanti di comitati e associazioni ambientaliste. A guidare il coordinamento è Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta, che dice: «L’emendamento che consente alla Regione di autorizzare costruzioni nei parchi è un rischio mortale per il verde e apre la strada alla cementificazione selvaggia».
Davanti al municipio del minuscolo Comune a due chilometri da Abbiategrasso, nel parco del Ticino, si sono detti pronti a «resistere fino alla vittoria» gli attivisti di Wwf e Legambiente, gli Amici di Beppe Grillo e persino alcuni leghisti in disaccordo con il loro assessore. L’obiettivo è fermare l’emendamento 13 bis alla legge urbanistica regionale, approvato dalla commissione Territorio del Pirellone su proposta dell’assessore al Territorio Davide Boni, che sarà votato martedì. Due le strategie concordate per quel giorno: l’ostruzionismo in Consiglio e il presidio davanti al grattacielo, con la consegna alla Regione di migliaia di impronte digitali fatte con inchiostro verde, i "pollici verdi". Se l’emendamento passerà, il Coordinamento si attiverà per chiedere il referendum abrogativo.
Al Salvaparchi aderiscono una trentina di Comuni, i consiglieri regionali Carlo Monguzzi dei Verdi e Francesco Prina del Pd, i presidenti di 15 parchi lombardi su 25 e oltre cinquanta fra associazioni e comitati. Per Paola Santeramo, della Confederazione italiana agricoltori, «è assurdo che, mentre Milano si candida a ospitare l’Expo nel 2015 sull’alimentazione, la Regione vari una legge che rischia di danneggiare la nostra agricoltura». Per Ernesto Beretta, agricoltore con un piccolo terreno a Robecco, «se si lascia briglia sciolta all’edilizia la terra aumenterà di valore e ci sarà la corsa a vendere. È così che muore la campagna». Ieri a Cassinetta c’era anche Massimo Olivares, vicesindaco leghista di Marcallo con Casone. Quando l’assessore provinciale al Territorio, Pietro Mezzi, attacca l’assessore Boni lui scuote la testa, ma tiene a precisare: «Se sono qui è perché ho a cuore i parchi, come tutti voi».
Boni: "Macché verde a rischio Sono solo polemiche elettorali"
intervista all’assessore regionale
di Luigi Bolognini
Davide Boni, assessore al Territorio, sereno in vista della discussione della legge sull’urbanistica?
«Sereno e tranquillo. Le polemiche sono montate solo da una parte politica. Siamo in campagna elettorale, non dimentichiamolo. Poi scopro che dei 12 parchi che hanno protestato in realtà 2-3 non hanno davvero firmato la lettera».
Neanche la valanga di emendamenti e ordini del giorno dell’opposizione la preoccupa?
«Perché dovrebbe? Sono un diritto dell’opposizione. Presentino quello che vogliono, ne discuteremo con tutti i tempi tecnici del caso e poi approveremo la legge».
Senza neppure aspettare l’approvazione della legge sui parchi?
«E perché? Comunque va nella stessa direzione, di governo del territorio e rispetto della natura».
Insomma, il famoso 13-bis non è un emendamento ammazzaparchi?
«Serve solo a dirimere eventuali contenziosi tra Comuni ed enti di gestione. E poi, se davvero non si può costruire nei parchi, qualcuno del centrosinistra mi spieghi come sono nati Ieo e Cerba».
Mirabelli: "Territorio indifeso c’è il pericolo speculazioni"
intervista a un consigliere PD
di Luigi Bolognini
Franco Mirabelli, consigliere regionale del Pd, a che cosa mira con le centinaia di emendamenti e di ordini del giorno che presenterà martedì sulla legge urbanistica?
«A ottenere lo stralcio dell’emendamento 13-bis, l’ammazzaparchi, dal provvedimento. Primo perché lo chiedono i presidenti dei parchi, secondo perché adesso è in discussione la legge sui parchi, ed è giusto che le norme siano coerenti e omogenee tra di loro».
Queste sono questioni di procedura. Ma nel merito che cosa non la convince?
«La proposta è che se un Comune vara una variante al piano regolatore su territorio del parco e l’ente di gestione si oppone, sia la Regione a risolvere il contenzioso. Ma se togliamo agli enti parchi anche il compito di salvaguardare il loro territorio, a che servono? E non è chiaro con che criteri la Regione possa decidere i contenziosi».
Un maligno potrebbe dire che ci sono dietro interessi di speculazione.
«Io no. Cioè, non lo so. Però è vero che una legge così può autorizzare il sospetto. E anche per questo il provvedimento va fermato».
I beni minerari vicini al mare non saranno posti in vendita ma - come già altre volte è stato detto e come è stato ribadito dal Presidente della Regione, Renato Soru - saranno trasferiti alla Conservatoria delle coste.
CAGLIARI, 29 FEBBRAIO 2008 - La notizia pubblicata oggi sulla prima pagina di un quotidiano regionale secondo la quale “le ex miniere tornano in vendita” non solo non “è stata anticipata ieri mattina dal Governatore Soru nel corso dell’incontro per l’Intesa istituzionale con la provincia di Carbonia-Iglesias” come scrive il giornale, ma è totalmente priva di fondamento.
I beni minerari vicini al mare non saranno posti in vendita ma - come già altre volte è stato detto e come è stato ribadito ieri dal Presidente Soru - saranno trasferiti alla Conservatoria delle coste. L’ipotesi della vendita riguarda esclusivamente alcuni beni di minor pregio lontani dal mare, nelle aree interne.
E’ vero che la concessione è uno strumento che si è rivelato scarsamente appetibile, e che le imprese preferiscono l’acquisto, ma la Regione continuerà a farvi ricorso anche dove sono andati deserti i bandi (come a Sant’Antioco).
La riunione di ieri tra il Presidente della Regione e gli amministratori del Sulcis-Iglesiente aveva lo scopo di accelerare i lavori di bonifica delle aree ex minerarie e di fare il punto sui progetti di riutilizzo di Monteponi, Campo Pisano e San Giovanni.
E’ stato confermato che a Masua non si costruirà più, il sito sarà bonificato e trasformato in parco naturale mentre gli alberghi potranno essere costruiti nel centro abitato di Nebida.
Dal volume in corso di stampa: Il paesaggio della Toscana tra storia e tutela, a cura di Rossano Pazzagli, Pisa, ETS (Collana “Le aree naturali protette”, diretta da Renzo Moschini)
Ho avuto occasione, negli ultimi mesi, di partecipare, e più di una volta, a iniziative critiche sulla gestione del paesaggio e dell’urbanistica in Toscana. Ho sottoscritto l’appello di Alberto Asor Rosa dell’ottobre 2007, quello titolato Salviamo l’Italia,che attribuisce la responsabilità della distruzione del territorio e del paesaggio soprattutto agli “orientamenti espressi dal ceto politico, anche quello di centro sinistra, il quale – in misura crescente anche nelle zone del paese considerate un tempo santuari dell’arte e della cultura, come la Toscana – ha imboccato a quanto pare senza sentire ragioni, la strada dell’investimento immobiliare speculativo e delle grandi opere a ogni costo”. Collaboro stabilmente al sito di Edoardo Salzanoeddyburg.it, che assume posizioni molto spesso di esplicito dissenso con la politica urbanistica toscana. Un esempio sono le critiche mosse al Pit - piano d’indirizzo territoriale. Che cosa si contesta al Pit? Soprattutto di aver messo in discussione la prevalenza delle scelte di tutela su quelle di trasformazione, prevalenza che è netta nella legge urbanistica regionale del 2005. Invece, secondo il Pit, ciò che la legge regionale definisce come lo statuto del territorio viene definito e adottato un’agenda. In sostanza, con un’astuzia semantica, vengono definiti, con la medesima portata di elementi statutari, sia beni non negoziabili, fondanti l’identità del territorio toscano, inteso come patrimonio ambientale, paesaggistico, e culturale, sia elementi di carattere funzionale (infrastrutture, servizi ed impianti di utilità pubblica).In altre parole, porti, aeroporti, grandi impianti tecnologici per il trattamento dei rifiuti, per la produzione o distribuzione di energia finiscono nello statuto allo stesso livello del paesaggio.
Qui m’interessa subito chiarire che mi permetto di essere critico con la Toscana, perché ammiro, apprezzo, amo la Toscana, la sua storia, il suo paesaggio. Continuo a citare la magnifica introduzione di Antonio Paolucci alla guida della Toscana del Touring, laddove ha scritto che il rispetto del territorio, in Toscana più avvertito che altrove, si “deve forse a quella cultura mezzadrile sagace e parsimoniosa che […] filtrata nel comune sentire di sindaci e di assessori, è diventata politica urbanistica”. Esistono ancora amministratori che rispondono alla descrizione di Paolucci, e ne ho avuto conoscenza diretta. E accanto a essi è obbligatorio ricordare quell’altra risorsa fondamentale del potere pubblico in Toscana che sono i responsabili tecnici dell’urbanistica di comuni e province, eccellenti e spesso coraggiosi interlocutori nell’attività di pianificazione che ho avuto la buona sorte di condurre in Toscana.
Spero che non si colga una contraddizione se da una parte ammiro la Toscana, mentre al tempo stesso sottoscrivo critiche e contestazioni. Non mi sembra che ci sia incoerenza perché purtroppo tendono a diffondersi errori, arbitrarie previsioni di crescita, ingiustificata attrazione per infrastrutture sovrabbondanti. Come si fa a non preoccuparsi e a non assumere toni talvolta anche non amichevoli? Penso che sia del tutto logico prendersela in primo luogo con chi si sente più vicino e che ci piacerebbe fosse sempre come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto.
Chi scrive queste righe è napoletano e non è difficile immaginare la sofferenza che prova in questa stagione. Dall’inizio del 2008, le montagne di rifiuti accumulate per strada a Napoli e in Campania hanno campeggiato per settimane sulle prime pagine dei giornali e sugli schermi delle televisioni di tutto il mondo. E devo subito dire che non è un’emergenza, come si continua a ripetere: uno scandalo che continua da tre lustri non è un’emergenza. È un paradosso, un tragico paradosso, consistente nel fatto che, mentre le pubbliche istituzioni non riescono a smaltire la spazzatura prodotta dalle famiglie, non si è mai interrotto lo sversamento criminale – sopra e sotto i suoli di quella che fu la Campania felix – di immani quantità di materiali pericolosi e tossici provenienti in particolare dalle industrie del nord. In Gomorra, Roberto Saviano ha scritto che “nessun altra terra nel mondo occidentale ha avuto un carico maggiore di rifiuti, tossici e non tossici, sversati illegalmente. Grazie a questo business, il fatturato piovuto nelle tasche dei clan e dei loro mediatori ha raggiunto in quattro anni quarantaquattro miliardi di euro. Un mercato che ha avuto negli ultimi tempi un incremento complessivo del 29.8 per cento, paragonabile solo all’espansione del mercato della cocaina. Dalla fine degli anni ’90 i clan camorristici sono divenuti i leader continentali nello smaltimento dei rifiuti”. Negli osservatori più attenti si colgono tratti di degradazione antropologica. La città, la provincia, la regione continuano ad arretrare rispetto ad altre realtà nazionali e internazionali in qualunque indagine relativa a criminalità, evasione scolastica, evasione fiscale, disoccupazione, abusivismo edilizio, inquinamento, condizione femminile, immigrazione, eccetera. La corruzione è diffusa ovunque: il bar già simbolo del rinascimento napoletano non rilascia ricevuta fiscale. Tutto ciò è la conseguenza di una gravissima crisi morale, politica e istituzionale, sociale e ambientale. Che però è vissuta, e non solo a Napoli, come una fatalità ineluttabile. Il resto d’Italia guarda a Napoli con disincanto. Come altre volte negli ultimi anni, il commissario straordinario nominato dal governo ha sollecitato le altre regioni a farsi carico di una parte dei rifiuti della Campania, ma la risposta è stata deludente, Liguria, Veneto e Friuli hanno rifiutato. In Sardegna ci sono stati disordini contro il presidente Renato Soru. Il Veneto, per non perdere i turisti tedeschi, ha proposto una campagna pubblicitaria con la parola d’ordine: “Non siamo Napoli”. Sembra passato un secolo da Napoli siamo noi, il libro di Giorgio Bocca del 2006.
L’abisso che separa la Toscana dalla Campania non dovrebbe indurre a stemperare le critiche, a essere indulgenti, condiscendenti con la Toscana? In tanti, nelle ultime settimane mi hanno fatto riflettere sul punto. Che senso ha la richiesta di più rigore in Toscana, mentre a sud del Chiarone, e non solo in Campania, il territorio è a soqquadro, l’abusivismo continua imperterrito, la campagna non è più il mondo della natura e della produzione agricola ma il recipiente adatto a raccogliere di tutto? Ma penso che sarebbe sbagliato se facessimo così. Non otterremo certo, additando la Toscana a esempio virtuoso, un miglioramento della situazione meridionale, obiettivo di tempo lungo, irraggiungibile senza un profondo rinnovamento della politica e dei dispositivi di formazione delle classi dirigenti. Otterremo piuttosto il risultato contrario, e cioè un rallentamento della tensione che invece, secondo me, deve continuare a esercitarsi a favore della qualità ambientale e paesaggistica della Toscana.
Soprattutto a me sembra che possa e debba essere importante l’assunzione diretta da parte della Toscana di una responsabilità nazionale riguardo alle questioni di cui stiamo trattando. Che intendo per responsabilità nazionale della Toscana? Mi riferisco, per esempio, al dibattito in corso sull’ultima stesura del Codice del paesaggio, quella curata dalla commissione ministeriale coordinata da Salvatore Settis. Rispetto ai testi precedenti, molto convincente è, tra l’altro, la nuova definizione di paesaggio[1], dove si assume come indiscutibile ed esclusivo il ruolo dello Stato. Merita di essere sottolineata la differenza con l’impostazione della cosiddetta Convenzione europea del paesaggio, secondo la quale il paesaggio è, invece, “una determinata parte del territorio, così com’è percepita dalle popolazioni”; inoltre, secondo la Convenzione, il paesaggio “costituisce una risorsa favorevole all’attività economica” e “può contribuire alla creazione di posti di lavoro”.
Altrettanto importante è la nuova norma del Codice[2], che ripristina l’impegno diretto delle strutture centrali del ministero nella predisposizione di indirizzi per la formazione dei piani paesaggistici.
Sul testo cosiddetto Settis l’opposizione della Regione Toscana è stata netta, irriducibile. Il presidente Claudio Martini ha dichiarato che si sta facendo “un micidiale passo indietro che ci condanna all’arretratezza”. L’assessore Riccardo Conti ha lanciato un durissimo messaggio nei confronti dei propri referenti politici nazionali affinché intervengano contro la visione “centralistica” propugnata dal Codice, a meno che non vogliano rischiare un “impoverimento politico e culturale” che una regione “dotata di autonomia” come la Toscana potrebbe essere tentata di attivare. Per me è difficile intendere le ragioni di tanta ostinazione. Qual è l’autonomia regionale che la Toscana sente minacciata? Quale danno potrebbe derivare dalla individuazione statale di “quegli aspetti e caratteri che costituiscono rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale”? Niente cambierebbe, nella sostanza, per la Toscana e le altre regioni che da anni operano nell’attività di conoscenza, di tutela e di valorizzazione delle proprie risorse paesaggistiche. Un grave danno sarebbe, al contrario, se dal Codice fossero depennate le norme ricordate sopra. Continuerebbe la latitanza delle regioni, chiamiamole apatiche (quelle meridionali soprattutto), che solo i binari fissati dallo Stato potrebbero indurre a un impegno attivo nella tutela. È qui, secondo me, che dovrebbe rivelarsi la responsabilità nazionale della Toscana alla quale prima ho fatto cenno e che invece è negata da un esasperato, irragionevole egoismo regionalista.
Concludo queste brevi, sommarie e disordinate riflessioni sul paesaggio toscano riportando in sintesi due osservazioni di Paolo Baldeschi che condivido del tutto e che spero aiutino a intendere anche il mio punto di vista. In primo luogo, secondo Baldeschi, ciò che nel Pit sembra più apprezzabile sono “le scorie di una vecchia cultura urbanistica che ancora galleggiano come relitti nel corso di un nuovo indirizzo”. La seconda osservazione che mi pare meritevole di essere ripresa riguarda il peso dei tanti comitati che in Toscana si aggregano in difesa di interessi comuni. Può darsi – osserva Baldeschi – che vi sia una componente elitaria nelle associazioni ambientaliste di livello nazionale. Ma certamente i comitati non sono fatti da signori in villa (come sostiene una polemica volgare), ma da gente normalissima, da impiegati, operai, persone che sacrificano il loro tempo libero non per difendere un interesse particolare o il cortile di casa, ma un territorio che amano e rispetto al quale provano un senso di appartenenza. Se i nostri politici avessero occhi per vedere e orecchi per sentire riconoscerebbero una riattualizzazione della vecchia base del partito comunista, quella base che, finito il lavoro, si ritrovava nelle sezioni convinta di lavorare per il bene comune.
Questa gente, queste popolazioni dentro o fuori i comitati, sono sostanzialmente impotenti. Di fronte hanno un blocco sociale e politico (spesso capeggiato dalla Regione) che si presenta come una corazzata di fronte a fragili barchette. La loro unica risorsa, oltre alla conoscenza del territorio è il rispetto della legalità. Mai come in questo caso la legalità è il potere dei senza potere.
[1] Qui di seguito i primi tre commi dell’art. 131 del Codice: “1. Per paesaggio si intende il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni. 2. Il presente Codice tutela il paesaggio relativamente a quegli aspetti e caratteri che costituiscono rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale, in quanto espressione di valori culturali. 3. Le norme di tutela del paesaggio, la cui definizione spetta in via esclusiva allo Stato, costituiscono un limite all’esercizio delle funzioni regionali in materia di governo e fruizione del territorio”.
[2] Qui di seguito il 3° comma dell’art. 145 del Codice: “3. Le previsioni dei piani paesaggistici di cui agli articoli 143 e 156 sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette.
Le “esigenze” emerse al “tavolo tecnico” Stato-Regioni - in particolare la contrarietà a un nuovo centralismo delle funzioni in materia di paesaggio, la distinzione con i beni paesaggistici sottoposti a vincolo, lo snellimento delle procedure - sono state esaminate il 27 febbraio in un incontro fra il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, e il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli.
Lo ha reso noto l'ufficio stampa della Basilicata, precisando che De Filippo ha chiesto al Ministro di “valutare l'opportunità di modificare la terza parte del Codice dei beni culturali e del paesaggio sulla base delle esigenze espresse al tavolo tecnico della Conferenza Stato-Regioni”.
Il presidente lucano ha espresso “preoccupazione per la manifesta volontà di accentramento delle funzioni in materia di paesaggio con conseguente svalutazione del ruolo regionale. Tale aspetto ha aggiunto De Filippo - trova fondamento, tra l'altro, nel previsto assetto delle autorizzazione per cui il parere del Soprintendente (Ministero) è preventivo, obbligatorio e sempre vincolante, nonostante l'obbligatorietà dell'elaborazione congiunta Ministero-Regioni del Piano paesaggistico”. Il presidente della Giunta regionale della Basilicata, inoltre, ha chiesto “una maggiore semplificazione delle procedure” e ha proposto di “rendere più evidente, all'interno del Codice, la distinzione del concetto di 'paesaggio' riferito a tutto il territorio da quello di 'beni paesaggistici' intesi esclusivamente come beni sottoposti a vincolo, considerato il fatto che l'articolato normativo del testo è riferito essenzialmente alla tutela dei beni paesaggistici”.
Il Ministro - è scritto nella nota dell'ufficio stampa dell'esecutivo regionale lucano - “ha assicurato la disponibilità del ministero a negoziare su questi tre nodi accogliendo l'emendamento che distingue fra beni paesaggistici e paesaggio. Inoltre, il ministero ha concordato sulla opportunità di modificare il parere da vincolante ad obbligatorio, condizionato al fatto che esso avvenga successivamente all'approvazione del piano e all'accertamento dell'adeguamento-conformità ad esso degli strumenti urbanistici. E, infine, si è detto disponibile a rendere più semplici le procedure.
Il modello del partito-contenitore, che presuppone una dialettica tra due grandi aggregazioni elettorali, è nato negli anni ’60 all’interno della politologia statunitense, con Kircheimer e Wells.
L’idea centrale era che, in una fase di crescita stabile della classe media, i voti potenziali per i due schieramenti si concentrassero sulle issues intermedie tra una destra e una sinistra che rimanevano residuali poiché diminuivano gli elettori interessati a quelle opzioni “estreme”. In Italia, il sistema bipolare è arrivato faticosamente ad affermarsi proprio quando la middle class, in tutto l’Occidente, si proletarizza e aumentano in modo esponenziale i differenziali di reddito tra i molto ricchi e i sempre più poveri. Era peraltro già avvenuto negli USA negli anni ’80, ed è un processo che continua ancor oggi. Quindi, è prevedibile che i due contenitori politici debbano fare i conti sia con una differenziazione interna paralizzante sia con una concorrenza significativa di flash parties alle loro estreme. E non è un caso che il nuovo partito di centro che si va ricostituendo si riunisca intorno ai “valori non negoziabili” dell’etica cattolica, dato che sempre meno si riesce a trovare l’elettorato omogeneo nei pressi del ceto medio. Il bipartitismo, poi, dove si è affermato, subisce il contrappasso di esecutivi forti e con diversa legittimazione, o di centri di identificazione super partes. È il caso degli USA, con la Presidenza che si autolegittima elettoralmente fuori dalle votazioni per il Congresso e la House of Representatives, o della Gran Bretagna, dove la Corona dei Windsor raccoglie l’identità nazionale e controlla la politica estera, di difesa, di intelligence e delle relazioni con il Commonwealth delle vecchie ex-colonie. Caso diverso è la Francia, dove però la Presidenza è la fonte e il riferimento dell’esecutivo, mentre l’Assemblea Nazionale è sempre più residuale nel decision making politico. E in Italia, dove si trova il “motore immobile” del bipartitismo?
La Monarchia, come è noto, non c’è più, ed è stata anzi un fattore di rottura della classe politica, non di identità nazionale e territoriale. I Savoia sono diventati monarchi dell’Italia unita grazie a un simpatico avventuriero repubblicano (Garibaldi), a un cupo letterato genovese (Mazzini) anch’egli antimonarchico, e al Conte di Cavour che, monarchico per dovere, aveva della casa Savoia una pessima opinione, mai nascosta, peraltro. Per non parlare di Benito Mussolini.
I “valori cattolici” poi non sono più universali, e comunque corrispondono agli interessi di uno Stato Autonomo, dentro le Mura Leonine. L’epica dell’unità italiana, infine, è stata scientemente distrutta, per volgari interessi di bottega, dalla corsa al federalismo che ha consumato il residuo prestigio della classe politica; e consegnato l’Italia, proprio mentre si doveva rinegoziare la politica estera e la collocazione dell’Italia nella nuova divisione internazionale del lavoro, alla contemplazione degli ombelichi localistici e alla retorica dei “distretti industriali”. Vi immaginate cosa può contare la Basilicata del petrolio di Ferrandina, da sola, contro il cartello dell’OPEC e i suoi compari russi? Mentre occorreva la morte ma anche la rinascita dello Stato-Nazione, tutti sono andati alla spicciolata nel mercato-mondo, e ne hanno prese di santa ragione.
Il carisma del leader inoltre non è tutto, e comunque oggi i dirigenti politici sono privi di quelle caratteristiche psicologiche, culturali, di formazione che hanno costruito Mitterrand e De Gaulle, Helmut Schmidt e Ronald Reagan. Non a caso nei programmi politici ci sono pochi e generici accenni alla politica estera.
Ho due sospetti: che entrambi gli schieramenti italiani, i due partiti-contenitore (nel senso dei programmi-contenitore alla TV, dopo il primo shock petrolifero del 1973) credano che, come si dice in Toscana, “il mondo goda”; e si attendono dagli USA e dalla NATO il sostegno gratuito che tanta parte ha avuto nel “miracolo economico” italiano, o che magari sognino di fare quelli che, con il nostro debito pubblico e la nostra amministrazione locale e centrale, dettano le regole all’UE che si sta invece interrogando se, in futuro, non si debba riservare all’Italia lo stesso trattamento che Giuliano Amato e il suo ministro Piero Barocci furono costretti a subire nel 1992: l’uscita temporanea della Lira dallo SME.
Insomma, nei programmi non si intravede una geopolitica seria e fattibile, ma un elenco di belle cose che, forse, non ci sarà modo di poter attuare. Come il bambino affamato, all’osteria, con il padre affranto per la perdita del lavoro in “Ladri di Biciclette”. Ma ne riparleremo in seguito.
L’intensa attività edilizia di questi anni sta riscrivendo la geografia di Padova e del suo hinterland metropolitano. Purtroppo, ciò avviene senza una chiara visione del futuro della città e con un enorme spreco di territorio. Con conseguenze assai pesanti per la salute ed il benessere dei cittadini ed in relazione all’impronta ecologica della città. In assenza di un reale coordinamento delle politiche urbanistiche a scala comprensoriale, ogni comune – in concorrenza con i vicini – ha cercato in tutti i modi di attrarre investimenti per l’edilizia residenziale, commerciale ed industriale, rendendo estremamente “flessibili” i propri piani regolatori, con continue varianti e accordi di programma in deroga alle previsioni di piano. Il risultato è stata una inverosimile frammentazione urbana, una occupazione a pelle di leopardo di tutto il territorio che ha generato distruzione di paesaggio e risorse agricole, predominio incontrastato della motorizzazione privata, inquinamento dell’acqua, dei suoli e dell’aria oltre ogni limite immaginabile.
Tra il 1991 ed il 2006 la popolazione del Comune di Padova è diminuita di 4.836 abitanti, ma nel solo decennio 1991-2001 i dati del Censimento Istat ci dicono che si sono costruite più di 6.600 nuove abitazioni. Nei comuni della cintura tra il 1991 ed il 2006 gli abitanti sono aumentati di circa 33.000 unità, ma il corrispondente incremento di edilizia residenziale è stato quasi doppio rispetto al fabbisogno.
Per favorire l’attività edilizia ed immobiliare (uno dei pochi settori economici che non ha conosciuto crisi in tutti questi anni) la precedente Giunta comunale di centrodestra di Padova approvò una Variante di PRG che trasformava quasi tutte le aree un tempo destinate a verde pubblico (4,7 milioni di mq) in aree di perequazione urbanistica. Con le nuove cubature edilizie regalate ai privati, si sosteneva, il Comune avrebbe ottenuto in cambio, gratuitamente, una quota parte delle aree da destinare a verde e servizi urbani. Nel programma del Sindaco Zanonato vi era l’impegno alla revoca di detta Variante (non ancora, all’epoca, approvata dalle Regione), ma tale impegno dopo le elezioni venne clamorosamente disatteso. Solo a seguito della dura protesta di Legambiente e di alcune componenti di sinistra della nuova Giunta di centrosinistra, alcuni indici edificatori sono stati ridotti. Pur con qualche correttivo, la Variante venne quindi alla fine confermata, sparpagliando ville e condomini privati in tutte le residue aree aperte del territorio comunale, senza alcuna connessione con la rete dei trasporti collettivi e con le reali esigenze dei quartieri, ottenendone in cambio assai ridotti benefici per la comunità. Giardinetti e frammenti di aree verdi, anziché parchi e reti ecologiche.
In pendenza dell’entrata in vigore della nuova legge urbanistica regionale, anche la Giunta Zanonato ha d’altra parte continuato ad approvare programmi di “recupero urbano” d’iniziativa privata in variante al PRG vigente con notevoli aumenti di cubatura, quale quello famoso delle “Torri di San Carlo” nel cuore del quartiere dell’Arcella, fortunatamente respinto a seguito dell’indizione di un apposito referendum richiesto a gran voce dagli abitanti e da Legambiente.
La nuova legge urbanistica regionale ha imposto l’elaborazione di nuovi Piani Regolatori (oggi PAT) e, novità importante, la costruzione unitaria dei PATI – Piani di Assetto Territoriale Intercomunali. Per il PAT di Padova si è avviato – su richiesta delle associazioni ambientaliste e con i meccanismi di Agenda 21 – un interessante processo partecipativo, che in qualche misura sembra poter condizionare le scelte strategiche di piano. Il problema è che i tempi previsti sono slittati oltre ogni ragionevole attesa. Nel frattempo l’Amministrazione continua ad operare secondo le vecchie logiche del giorno per giorno e del caso per caso, preoccupata soprattutto di non interrompere il flusso di capitali privati che continuano abbondantemente a riversarsi nell’edilizia e nella speculazione immobiliare. Quando si arriverà ad adottare il nuovo PAT (che dovrebbe introdurre una nuova normativa per le aree già sottoposte a perequazione e che deve decidere del futuro di aree strategiche per le trasformazioni urbane quali quelle della ex Zona Industriale, dell’Ospedale, di cui è previsto il trasferimento in altro settore urbano, della Stazione ferroviaria e della Fiera, le cui attività sono per molti aspetti obsolete data l’attuale localizzazione, di tutta la fascia ovest del Centro Storico, attualmente occupata da caserme di cui è prevedibile la prossima dismissione, del quadrante di nord-est e di San Lazzaro, …) sarà probabilmente troppo tardi, perché molte di queste aree potrebbero già essere compromesse dalle decisioni “urgenti” nel frattempo operate senza alcun disegno strategico.
Ma le questioni più importanti a scala territoriale e per il futuro stesso della città (sistema ambientale, infrastrutture per la mobilità, localizzazioni produttive e commerciali, infrastrutture di servizio di livello metropolitano,…) dovrebbero di fatto essere affrontate dal PATI. Non appare quindi affatto casuale che a questa scala della pianificazione Provincia e Comuni non abbiano nemmeno fatto finta di avviare un processo partecipativo con le forze sociali e le associazioni ambientaliste. Da tre anni tutto sta avvenendo e si sta concordando nel chiuso degli assessorati e degli uffici tecnici competenti. Un’occasione sprecata, anche perché solo un aperto dibattito e confronto pubblico avrebbero forse consentito di superare le logiche localistiche manifestate dalle diverse amministrazioni comunali.
L’autore è Presidente di Legambiente Padova
Le ex miniere tornano in vendita
di Giuseppe Centore
IGLESIAS. Riemerge l’ipotesi della vendita per gli immobili dei siti minerari dismessi del Sulcis. Nei bandi internazionali per la riqualificazione delle aree minerarie non si parlerà più di affitto ma di cessione. La notizia è stata anticipata ieri mattina dal governatore Soru nel corso dell’incontro per l’intesa istituzionale con la Provincia di Carbonia-Iglesias. La Regione inoltre metterà sul piatto anche la bonifica delle aree: il costo totale sarebbe di 800 milioni di euro. Di fatto la Regione rilancia la vecchia strategia visto che si è resa conto della scarsa appetibilità della concessione. All’acquisto erano interessati imprenditori del calibro di Barrack, Ligresti e Tronchetti Provera. Cauto il commento del sindaco di Iglesias Carta: voglio capire meglio i contenuti.
Siti minerari, niente più affitto: si torna ai bandi
Il «commissario» Soru ribadisce la vecchia strategia: la locazione è poco appetibile
IGLESIAS. Non c’è ancora la delibera, ma la decisione della giunta è chiara, e soprattutto è stata resa esplicita nel corso dell’incontro per l’intesa istituzionale con la Provincia di Carbonia-Iglesias. I bandi internazionali per la riqualificazione delle aree minerarie dismesse conterranno nuovamente l’ipotesi della vendita degli immobili e non più del loro affitto. La Regione metterà sul piatto anche la bonifica delle aree direttamente interessate ai siti minerari.
Il ragionamento del presidente si è sviluppato su due direttrici: la prima riguarda la poca appetibilità di qualsiasi gara sia pure internazionale con la concessione dei beni minerari: prolungare da 50 a 75 anni l’uso dei beni non avrebbe cambiato molto gli scenari. La seconda riguarda la necessità di offrire quegli immobili e quei volumi in condizioni ambientali neutre, cioè non inquinate. Ma un inquinamento globale di tutti i siti minerari, hanno fatto notare dalla presidenza della giunta, comporterebbe un impegno finanziario superiore qualsiasi disponibilità regionale, nazionale o comunitaria che fosse. Calcoli non precisi ipotizzano, per la bonifica di tutte le aree minerarie del Sulcis-iglesiente, un impegno di spesa vicino agli ottocento milioni di euro. L’impossibilità di procedere alla concessione delle aree per lungo periodo e di realizzare una bonifica completa dei siti spingono così la Regione a una nuova strategia: cessione dei beni, e bonifica minimale dei perimetri degli stessi.
In quest’ottica si spiega una decisione assunta mercoledì. I vuoti di miniera dell’area di Acquaresi, vicino Nebida, saranno riempiti con i residui delle lavorazioni che adesso sono all’aperto. Allo stesso modo si spiega la decisione di coprire con un film plastico e poi con essenze vegetali autoctone i tradizionali fanghi rossi di Monteponi. Nell’area alle porte di Iglesias, oltre all’Università andranno allocati alberghi, abitazioni e attività imprenditoriali a basso impatto ambientale. L’impossibilità di rimuovere quelle montagne di scorie inquinanti ha fatto optare Soru, nella veste di commissario di governo alle bonifiche, per una soluzione radicale, sicuramente concordata con lo studio svizzero Herzog&De Meuron (lo stesso studio autore dello progetto per lo stadio Olimpico di Pechino) che tra un mese presenterà il progetto esecutivo dell’area di Monteponi. Resta da vedere se la Soprintendenza ai beni ambientali che nel passato aveva tutelato quelle montagne di rifiuti industriali ritenendole patrimonio storico-ambientale dell’isola, avrà qualcosa da ridire, ma probabilmente proprio l’incarico di commissario di governo consentirà a Soru di by-passare il probabile parere contrario del ministero dei beni ambientali.
La strategia della Regione non si è ancora appalesata in un bando internazionale, ma le singole azioni intraprese in queste settimane, e annunciate da Soru agli enti locali, vanno tutte nella stessa direzione: riqualificazione delle antiche aree minerarie di pregio, attraverso una bonifica specifica, e poi vendita. Accade a Nebida, a Masua, a Normann, piccolo gioiello storico-urbanistico lungo la strada che da Iglesias arriva a Gonnesa, ma anche a Buggerru, e a Ingurtosu. Prima bonificare quanto basta e poi vendere. Certo privarsi dei gioielli di famiglia, come Soru definisce questi immobili non è una scelta che il presidetne vuol far a cuor leggero, ma i contatti informali di questi mesi hanno fatto ritenere al capo dell’esecutivo che adesso questa strada, a differenza delle altre, sia la più praticabile. La vendita dei siti più che a fare cassa di per sé servirà ad attivare quel volano produttivo che dovrebbe nel giro di pochi anni produre effetti benefici, a cascata su tutto il territorio. La strada per arrivare alla vendita però è ancora lunga, se non altro perché non si conoscono le intenzioni dei possibili, eventuali acquirenti. «La cultura della concessione dei beni immobili, anche per lungo periodo non fa ancora parte del patrimonio dei nostri imprenditori - è il senso del ragionamento di Soru - ecco perché la vendita è l’unica strada». Una frase sibillina. Sarà un “italiano” ad aggiudicarsi i gioielli architettonici del sudovest dell’isola?
Altra corsa all’acquisto?
L’interesse di Ligresti, Barrack e Tronchetti
IGLESIAS.Ligresti, Barrack, Tronchetti Provera. L’elenco dei possibili candidati all’acquisto si compone di nomi che già in passato hanno visitato di persona i siti minerari, suscitando le ire dell’opposizione in consiglio regionale e le perplessità del sindacato.
Lo spirito del nuovo bando internazionale prevede comunque la riqualificazione urbanistica ed edilizia a fini ricettivi di alcuni compendi per destinarli a strutture alberghiere, con centri di benessere, strutture sportive e per il golf, miglioramenti ambientali, naturalistico e di forestazione.
La Regione continuerà a chiedere progetti rispettosi delle condizioni del bando e in grado di intervenire non solo sul versante della costa, ma anche nelle vicine aree interne, nel caso del compendio di Masua, si tratta di prevedere interventi nell’area di monte Agruxau.
Masua e Nebida dovrebbero diventare le punte di diamante per riconvertire un’economia estrattiva e passare a un turismo culturale basato sulla valorizzazione delle vecchie miniere, con i gioielli della storia industriale dell’800 come la galleria Henry, Porta Flavia, la spiaggia di Masua, Portu Banda, Pan di Zucchero, Grotta Santa Barbara e le spiagge di Fontamanare e Fluminimaggiore-Buggerru.
Dopo lo “schiaffo” di un anno fa, quando la gara internazionale andò deserta, il bando venne riformulato, senza Masua, ma anche in quel caso pretendenti credibili non ce ne furono. L’ipotesi della concessione, avanzata successivamente al fallimento della strategia della vendita, non fece cambiare parere agli imprenditori. E così si è fatto un passo indietro, tornando all’antico, alla vendita dei beni, con un pacchetto di infrastrutture funzionali al sistema turistico.
Gli ambiti territoriali dovrebbero rimanere identici, nei due compendi. Il primo è quello di Masua e Monte Agruxau, su una superficie di circa 318 ettari, dove sarebbe stato consentito il recupero e la realizzazione della volumetria esistente sino al limite massimo di 120mila metri cubi per Masua e 40mila per Monte Agruxau, per un totale massimo di 160mila metri cubi. Il secondo riguardava Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli, per una superficie di circa 329 ettari. In questo sito sarebbe stato consentito il recupero e la realizzazione della volumetria esistente sino al limite massimo di 30mila metri cubi per Ingurtosu e 70mila per Pitzinurri e Naracauli, per un totale di 100mila metri cubi. Nella predednete gara l’importo a base d’asta era di 32 milioni e 520mila euro per Masua e Monte Agruxau e di 11 milioni di euro per Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli.
L’incertezza allora riguardava anche le bonifiche, su cui la Regione avrebbe dovuto aver comunque voce in capitolo attraverso Igea. Nel nuovo possibile bando le bonifiche, in chiave minale e dedicata al recupero turistico, saranno invece a carico della Regione, che rimane intenzionata ad aprire un contenzioso con Eni, responsabile delle attività minerarie sino all’addio del 1993. Per legge era Eni a dover effettuare le bonifiche.
Non lo fece allora, con la complicità silente di buona parte della classe politica sarda, e non sarà certo intenzionata a farlo adesso. La recente vicenda delle bonifiche dell’area ex-Alumix di Portoscuso, con i commissari liquidatori obbligati dopo quindici anni a eseguire gli interventi di ripristino pur in presenza di un socio subentrante gli impianti (in questo caso Alcoa) potrebbe costituire un interessante precedente. (g.cen)
La Maddalena
«Manovre immobiliari»
LA MADDALENA. «Mattoni, cemento e grandi firme - protestano gli ambientalisti - dopo che l’Us Navy ha ammainato la bandiera sono iniziate le grandi manovre immobiliari sull’arcipelago della Maddalena».
Gli scenari che si prospettano in vista del G8 preoccupano le associazioni Amici della terra e Gruppo d’intervento giuridico che adombrano il pericolo che il summit sia solo un alibi immobiliare.
«Parco nazionale, tutela paesaggistica, sito di importanza comunitaria - dice Stefano Deliperi - ma sembra proprio che le normative di salvaguardia ambientale di un arcipelago unico al mondo possano essere interpretate un disinvoltamente in nome del G8». «Così come abbiamo avversato il raddoppio della base militare - aggiunge il portavoce delle associazioni ambientaliste - ci opponiamo alla speculazione immobiliare. Ribadiamo ancora che vi sono numerose strutture che possono essere ristrutturate senza riversare su ambienti delicatissimi nemmeno un metro cubo di cemento in più. Basta volerlo. Né i grandi nomi dell’architettura né il ricorso alla bioedilizia possono far dimenticare che cemento e mattoni sono tutti uguali. E le disposizioni del Ppr non possono esser derogate».
Il riferimento è tutto per l’ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri che ha nominato quale commissario Guido Bertolaso e ha dettato disposizioni straordinarie per lo svolgimento del vertice internazionale. Carta bianca, cioè, per derogare nel nome dell’emergenza, agli strumenti di pianificazione urbanistica vigenti, a cominciare proprio dal piano paesaggistico regionale.
Nel quotidiano parlare di economia sembra che la produttività abbia soppiantato la flessibilità. Del lavoro, è evidente. Non c’è intervento dei dirigenti confindustriali, del governatore di Bankitalia, di esperti radiotelevisivi, di manager, di politici dei maggiori schieramenti, che non rimarchi la necessità assoluta di aumentare la produttività del lavoro. Per far salire le retribuzioni, reggere la competizione con i paesi emergenti, rilanciare il tasso di crescita del paese. Quel che nella discussione sovente non è chiaro è che cosa realmente si intenda per produttività del lavoro. Non è questione da poco. Infatti, a seconda del significato che si attribuisce a questa parola, le azioni da intraprendere in varie sedi saranno assai differenti, così come lo saranno le conseguenze per i lavoratori.
La definizione più appropriata di produttività del lavoro vede in essa il valore aggiunto (o frazione di Pil) prodotto per ora lavorata. Prendiamo due lavoratori, Carlo e Luigi, di pari età e competenza professionale. Il lavoro di Carlo, tutto compreso, costa 30 euro lordi l’ora, mentre il prodotto che lui realizza in un’ora vale 50 euro. In questo caso il valore aggiunto è di 20 euro. Il lavoro di Luigi, dipendente da un’altra azienda, costa di più, 40 euro l’ora, ma quel che produce ne vale 65. Poiché il suo valore aggiunto tocca i 25 euro, la produttività del lavoro di Luigi è maggiore di quella di Carlo. Supponiamo ora che il suo capo dica a quest’ultimo che se proprio vuole un aumento di salario deve aumentare la produttività: additandogli, per stimolarlo, l’esempio di Luigi. Che cosa deve fare Carlo per soddisfare una simile richiesta? A rigore, ha una sola scelta: lavorare più in fretta. Accelerare i movimenti. Come il suo omonimo Charlot in Tempi moderni. Deve avvitare più freneticamente i bulloni che il nastro trasportatore gli fa scorrere davanti, senza saltarne uno, a costo di finire anche lui nel ventre della macchina che li muove – con qualche rischio in più a paragone del personaggio del film.
Prima di mettersi ad emulare Charlot, Carlo potrebbe però avanzare qualche obiezione. Ad esempio potrebbe dire che se gli dessero dei mezzi di produzione più moderni, come quelli di Luigi, in luogo dei residuati di vent’anni fa con cui deve arrangiarsi, produrrebbe di più, senza dover lavorare a ritmi infernali. O che l’organizzazione del lavoro studiata dai tecnici a tavolino, magari imposta da una lontana impresa capogruppo che dei problemi locali non capisce nulla, spreca l’intelligenza e l’esperienza delle persone anziché utilizzarle al meglio. Che quelli della ricerca & sviluppo potrebbero finalmente inventarsi qualcosa che abbia un più elevato valore d’uso, in modo da poter essere venduto a un prezzo migliore, facendo così crescere il valore aggiunto per ora lavorata.
Potrebbe anche far notare, il Carlo, che i materiali, i semilavorati, i componenti che arrivano nel suo reparto da una regione vicina, oppure dalla Turchia, dalla Malesia o da un’altra parte del mondo, presentano spesso difetti o ritardi che provocano rallentamenti della produzione. Un problema che rende quasi impossibile valutare quale sia la produttività del lavoro di una data unità produttiva, visto che in moltissimi casi due terzi se non tre quarti, in valore, d’un qualsiasi manufatto o servizio provengono appunto dall’esterno. Per cui la maggior produttività di Luigi a confronto di Carlo potrebbe derivare da una miglior catena globale di subfornitura, non già dal fatto che lavora meglio o più in fretta.
Nell’insieme le obiezioni di Carlo che non vorrebbe diventare Charlot stanno a significare che allo scopo di aumentare la produttività del lavoro, e con essa i salari, non esiste soltanto la formula "lavorare di più per guadagnare di più". Esiste anche quella che consiste nel fare maggiori investimenti in capitale produttivo, ricerca e sviluppo, innovazioni organizzative interne ed esterne, formazione. Quegli investimenti che le imprese italiane non amano fare, o fanno in misura assai inferiore rispetto a quella che i loro utili gli permetterebbero. Tanto per dire, i cinquanta maggiori gruppi italiani quotati in borsa hanno realizzato nel 2006 (dati Mediobanca) oltre 42 miliardi di utile. Nel 2007 non dovrebbero essere lontani dai 50 miliardi.
Dopo avere equamente rimunerato gli azionisti, gran parte dei suddetti gruppi potevano spendere il resto degli utili in investimenti rivolti ad aumentare la produttività del lavoro. Hanno invece speso somme colossali, ancora in tempi recenti, nel riacquisto di azioni proprie, o buybacks. Lungi dall’essere il segno d’una lungimirante politica industriale, come sono immancabilmente salutati dai commentatori economici, i buybacks sono effettuati in prevalenza allo scopo di far salire il prezzo delle azioni. Avendo di mira un duplice risultato: rendere più ostici eventuali tentativi di scalata al proprio gruppo da parte di altri gruppi, e soprattutto aumentare il guadagno derivante dalle opzioni sulle azioni che i manager hanno sottoscritto in passato (senza versare un euro), in attesa di tempi in cui il valore delle azioni sale di molto. Quelli, appunto, che il riacquisto delle azioni proprie miracolosamente avvicina. Risultati conseguiti a scapito degli investimenti e dell’aumento che questi potrebbero recare alla produttività del lavoro.
Il dubbio che a questo punto affiora è che, tutto sommato, alle imprese un aumento di produttività ottenuto accrescendo il valore aggiunto per ora lavorata in realtà importi poco. Naturalmente, se Carlo accetta di lavorare ai ritmi del film di Charlot tanto meglio. Ma in fondo basterebbe che lavorasse più a lungo. Nessun bisogno di investimenti per rinnovare gli impianti, migliorare l’organizzazione, inventare prodotti migliori. Sarebbe sufficiente che facesse un congruo numero di ore di straordinario, che lavorasse qualche sabato in più, o facesse qualche giorno di ferie in meno. Avvicinandosi così agli orari degli americani. Al riguardo il presidente di Confindustria è stato esplicito: ogni cinque anni in Italia, ha detto, si lavora un anno di meno che negli Stati Uniti. Trascurando qualche dettaglio. Gli americani lavorano 1800 ore l’anno anziché 1500, e fanno in media otto giorni di ferie pagate in luogo di trenta, perché l’assicurazione sanitaria privata di cui debbono forzatamente avvalersi è costosissima, l’istruzione universitaria per i figli pure, le retribuzioni di gran parte dei lavoratori dipendenti sono cresciute, in termini reali, di pochissimi punti rispetto agli anni 70, e i sindacati hanno quasi perso ogni potere. Se questo è il modello soggiacente all’idea di lavorare di più per guadagnare di più, la nozione autentica di produttività del lavoro, perfino il mite Charlot avrebbe qualcosa da obbiettare. Se poi nei fatti, cioè nei futuri contratti, il dubbio citato sopra circa il significato reale di produttività dovesse rivelarsi infondato, saranno in tanti a rallegrarsene.
In piedi per ore, nudi e con le mani alzate, o a fare il cigno o a piroettare come ballerine o ad abbaiare come cani per essere meglio derisi e insultati dalla polizia, dai carabinieri, dai medici. Intimidazioni politiche e intimidazioni sessuali, schiaffi, colpi alla nuca. Un salame usato come manganello, o agitato per meglio rendere le minacce di sodomizzazione. Gentili epiteti come «troia» e «puttana» alle ragazze, «nano di merda», «nano pedofilo», «nano da circo» a un disabile, costretto per sovrappiù a farsela addosso dal sadico rifiuto di accompagnarlo in bagno. Una mano divaricata e spezzata. Nuche prese a schiaffi e a colpi secchi. Piercing strappati, anche dalle parti intime. Promesse di morte, al grido di «Ne abbiamo ammazzato uno, dovevamo ammazzarne cento». Nella caserma di Bolzaneto, in quel di Genova 2001, dopo l'assassinio di Carlo Giuliani e l'assalto alla scuola Diaz, questi furono i fatti, secondo la ricostruzione dei pm al processo che si sta svolgendo in questi giorni. Lo sapevamo dalle testimonianze, adesso lo sappiamo, come si dice in gergo, dalla raccolta degli elementi probatori sottoposti a riscontri. Fu dunque tortura a tutti gli effetti, con tutto il carico di sadismo, sessismo, pornografia di cui la tortura è fatta. Conviene non volgere lo sguardo e leggere attentamente questa macabra descrizione: non solo a Abu Ghraib, non solo a Guantanamo, non solo nelle carceri dove «spariscono» le vittime delle «rendition» americane, la tortura è tornata ad essere uno strumento ordinario dello stato d'eccezione permanente in cui viviamo. «Standard Operation Procedure», normale procedura, come dice il titolo del documentario su Abu Ghraib di Errol Morris meritoriamente premiato alla Berlinale, come meritoriamente Hollywood ha premiato ieri «Taxi to the Dark Side», il documentario di Alex Gibey su sevizie e morte di un tassista afgano nella base americana di Bagram, caso d'avvio dell'uso della tortura da parte dell'amministrazione Bush dopo l'11 settembre. E certo, rivisto adesso - e non da adesso - il film di Genova appare una sinistra anticipazione su scala locale di quello che pochi mesi dopo, con l'11 settembre e la guerra al terrorismo, si sarebbe scatenato su scala globale. Una prova generale, come del resto a molti fu chiaro fin da subito.
Conviene non volgere lo sguardo e non rimuovere il fatto che a Bolzaneto quei gesti sono stati eseguiti, quelle parole sono state dette, quei piercing sono stati strappati, quei corpi sono stati denudati e derisi e colpiti, da quelle forze dell'ordine che dovrebbero presidiare lo stato di diritto. E' accaduto, e niente ci garantisce che non possa riaccadere. E fin qui, il discorso pubblico si è ben guardato dal seminare qualche parola immunitaria. Genova è sepolta nella memoria, riemerge solo nelle requisitorie dei pm e nelle sentenze dei giudici. Storia giudiziaria, questione di ordine pubblico: non entrerà nei comizi elettorali, come non è mai entrata nell'agenda politica; non è tema «eticamente sensibile», non c'entra con la Vita né con la Morte, non è fatta di maiuscole, non sta a cuore al Vaticano, non agita i teo-con, non si intona col pensiero positivo del Pd. Alla prima del suo film a Berlino, Errol Morris ha detto che l'ha girato per dire quanto si vergogna del suo paese. Qualcuno in sala ha commentato che è troppo poco, che la vergogna è messa in conto nel gioco delle opinioni della democrazia americana e non impedirà alle «standard operating procedure» di ripetersi. Può essere, ma chi si vergogna in Italia di Bolzaneto? Abu Ghraib, sostiene Errol Morris, forse non fu opera di qualche «mela marcia», come l'amministrazione Bush ha sostenuto assolvendosi; forse fu il picco di una prassi di abusi sistematica, e certo fu il sintomo del degrado della tavola dei valori della democrazia americana. Di che cosa fu sintomo Bolzaneto quanto alla democrazia italiana, di che cosa picco, chi autorizzò le «mele marce» di quella caserma, chi ci garantisce che altre mele non marciscano? Un processo istruisce queste domande, ma sta alla politica, e a noi tutti, rispondere.