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Il futuro della padania sta anche in Danimarca.

Un recente articolo [1], racconta come nel piccolo paese nordeuropeo stiano iniziando a emergere i primi risultati pratici del già notato (dalla stampa economica) passaggio in forze dei maghetti finanziario-amministrativi al settore delle energie rinnovabili. Nel caso specifico, una joint-venture istituzionale e di impresa sta sviluppando con tecnologie esistenti e sperimentate un sistema regionale di trasporti dove si sommano virtuosamente auto elettrica e turbine a vento. Essenzialmente a riprodurre la medesima rete territoriale e organizzativa che ben conosciamo, dei veicoli privati e delle stazioni di rifornimento. Con buona pace, almeno potenzialmente, dei declinatori locali di crisi petrolifere globali, e di futuri autarchici su asini, o neotecnologicamente rigidi lungo linee di metropolitane leggere.

Insomma, a quanto pare la macchina in garage e fuori dovremo tenercela ancora per un bel po’, e fiduciosi gli strateghi padani spingono per farla arrivare ovunque, ad esempio a quell’infinita promessa di hub che sta nelle brughiere di Malpensa. È passata un po’ in sordina, inaugurata da un ministro dimissionario e in piena crisi di mercato e occupazionale dell’aeroporto, l’inaugurazione della nuova bretella stradale Magenta-Lonate Pozzolo, più nota (ma mica tanto di più) dal nome dei due svincoli di Boffalora-Malpensa.

Le polemiche a proposito hanno riguardano ovviamente sia l’utilità dell’opera, a servizio di quello che rischia di diventare uno dei tanti scali padani in balia di un mercato internazionale a montagne russe, che l’attraversamento di un’area parallela al corso del Ticino e relativo parco regionale. C’è però dell’altro, di cui certo si parla, ma molto meno di quanto si dovrebbe.

Un aspetto lo si nota annusando meglio da vicino il tracciato. Comincia con una grossa rotatoria sulla Padana Superiore lungo la circonvallazione di Magenta (poco prima della discesa nella valle del Ticino) e dopo lo svincolo con la Milano-Torino al casello di Boffalora prosegue a quattro corsie in trincea, con lunghi tratti coperti a farsi notare un po’ meno, per 19 chilometri, fino a congiungersi poco prima di Malpensa al prolungamento dell’altro raccordo, dall’Autostrada dei Laghi. La cosa più interessante, però, si nota da fuori.

Qualche tempo fa, un responsabile della pianificazione di coordinamento dell’area mi raccontava dell’insistenza delle amministrazioni per ottenere una o più uscite all’interno del proprio territorio. E usandole appunto per uscire dalla trincea, queste uscite, una dopo l’altra, e facendosi un giretto nei paraggi, si capisce anche perché. Bei terreni piatti, aperti, molto lontano dall’abitato, serviti dalla strada che, vecchia o nuova, collega il vecchio tracciato della Padana Superiore-Malpensa a questo nuovo. E il pensiero corre a quei terreni, identici, che negli anni ’60 formavano le ampie fasce laterali della superstrada dall’Autolaghi a Malpensa, e su cui ora si ammassa di tutto, a formare un “paesaggio” degno del migliore James Ballard.

È quello, il tipo di sviluppo a cui si pensa per questi altri 19 chilometri, magari con qualche siepe in più, e tonnellate di dichiarazioni sull’ineffabile “misura d’uomo” di tutto quanto? Il decantato capitalismo molecolare sceso dalle valli a dilagare in pianura, spinto dall’impulso di fantasiosi cantori, e nuovi equilibri politici più o meno locali, si riprodurrà soprattutto in molecole di cemento e asfalto? E non è finita, ovviamente.

Non è finita, perché come sanno benissimo gli oppositori dei vari tratti di questo grande disegno, qui si tratta appunto di quella che Patrick Geddes avrebbe a modo suo definito man reef, madrepora umana, ma che nell’attuale crisi ambientale rischia di esprimersi come micidiale crosta, a soffocare il poco che resta dell’ambiente naturale di un’area immensa.

Sulla linea intermedia degli sbocchi di valle a nord del capoluogo, quella che ironizzando Guido Martinotti chiama “la città infinita che comincia a Varese e finisce a Bergamo” [2] sta nascendo l’autostrada Pedemontana, fortemente voluta in modo bi-partisan dai principali decisori, e recentemente riverniciata da un positivo progetto di compatibilizzazione del tracciato.

Lungo la fascia occidentale della regione metropolitana, parallela alla valle del Ticino, si sviluppa per ora “solo” il raccordo appena descritto, dall’Autolaghi, a Malpensa, alla Milano-Torino. Però bisogna a questo punto tornare a quella rotatoria sulla Padana Superiore, da cui eravamo partiti per la prima ricognizione.

Da quella rotatoria, guardando verso est, si nota un cavalcavia con un cartello che annuncia la strada Est Ticino. Imboccando quel percorso, dopo un centro commerciale termina l’abitato di Magenta, e la strada prosegue molto stretta attraversando prima un quartiere di Robecco, poi dopo uno stretto ponte sul Naviglio e la zona industriale imbocca la circonvallazione di Abbiategrasso, dove si raccorda con altre direttrici.

Un giro fra strade locali e aggirando centro storici semipedonalizzati, per adesso. Solo per adesso, perché come si vede bene anche nella tavola infrastrutture del Piano territoriale provinciale, da quella rotatoria sulla Padana dovrebbe partire, nella direzione opposta a quella per Malpensa, anche il cosiddetto “Collegamento veloce Abbiategrasso-Tangenziale Ovest”. Che da Magenta attraversa tutte le aree “libere” a nord del Naviglio fra i territori comunali di Robecco e Cassinetta di Lugagnano, e più o meno all’altezza del nucleo di Albairate si innesta sul tracciato della provinciale esistente che taglia trasversale la profondità del Parco Sud fino a ricongiungersi alla Tangenziale Ovest, svincolo di Cusago.

Non è un caso che le opposizioni più decise a questo nuovo raccordo che appare slegato da esigenze locali e “ orientato a servire traffici di lunga percorrenza[3]” vengano da parte del comune di Cassinetta di Lugagnano, significativamente impegnato in un nuovo documento di Piano di Governo del Territorio orientato alla “crescita zero”, ovvero al contenimento massimo del consumo di suolo. Con il nucleo centrale urbanizzato compatto e circondato dalla corona delle aziende agricole, che come si intuisce anche solo osservando il tracciato della nuova arteria vedrebbero gravemente compromessa l’unitarietà insediativa e funzionale. E questa opposizione di principio, alla logica stessa che sottende quanto a prima vista apparirebbe come un forse inadeguato ma abbastanza innocuo adeguamento viabilistico (paesaggio e agricoltura a parte, naturalmente), si capisce meglio scorrendo i paragrafi iniziali di un altro documento di Osservazioni al progetto, dove a titolo di premessa si afferma, più o meno: si discute di seguito il collegamento Magenta-Abbiategrasso-Milano, ma lo sappiamo anche noi, che state pensando alla Tangenziale Sud.

In particolare: “ La reale finalità del progetto è quella di creare un nuovo tassello per la realizzazione di quel secondo anello tangenziale di cui si parla oramai da più di quindici anni e che recentemente è tornato alla ribalta anche con i progetti Pedemontana e Tangenziale Est esterna (e che il Ministro Lunardi chiama Grande raccordo Anulare, sul modello di quello romano). Non possiamo non evidenziare, con un certo sgomento, le ripercussioni, da un punto di vista urbanistico, sul territorio della provincia milanese[4].

Ecco, di cosa si sta parlando.

Ecco, qual è il senso complessivo di quelli che vengono presentati e discussi sulla stampa come “opere”, e che invece sono soltanto tasselli di un grande piano di dimensioni più che metropolitane, e che va anche ben oltre il pur enorme anello della viabilità di tipo autostradale e delle opere di raccordo connesse.

Val la pena tornare, ancora, al vecchio raccordo Autolaghi-Malpensa, a cos’era negli anni ’60 e cosa è diventato oggi, coll’impasto di capannoni, villette, sotto e sovrappassi buttato lì un po’ a caso, quasi si trattasse di un’autostrada urbana entrata a tagliare il vivo dei quartieri preesistenti, e non di corsie posate più o meno nel vuoto delle campagne fra l’abitato di Busto Arsizio e quello di Gallarate. O magari, col senno di prima e di poi, farsi un giretto dall’altra parte dell’area metropolitana, oltre i ponti sull’Adda a vedere cosa sta provocando il tracciato virtuale della Bre.Be.Mi. prima ancora che venga mossa una zolla di terra dei cantieri. Centri commerciali, nuove zone artigianali, bretelle, raccordi, rotatorie, circonvallazioni, e a colmare il poco che resta qualche bel nuovo quartiere di villette “a dieci minuti da …”.

Naturalmente questa T.O.M. Traiettoria Orbitale Metropolitana non la si vede su nessuna mappa, così come non si vedono ancora le formazioni compatte dei nastri di capannoni che arriveranno prima o poi a popolarla, cancellando definitivamente qualunque idea di territorio agricolo o greenbelt, per quanto discontinua. Ma basta ricalcare con un dito la Pedemontana e poi proseguire verso sud a piacere: verso Malpensa sul lato ovest parallelo al Ticino, lungo la TEM a est, su quello dell’Adda. Da un lato si arriva, come detto, a quella rotatoria della Padana Superiore sulla circonvallazione di Magenta. Dall’altro, ancora virtualmente, ci si raccorda dalle parti di Melegnano con tracciato della A1, nelle campagne che puntano verso la zona di Bascapè, ancor oggi posto famoso solo perché ci è caduto l’aereo di Mattei tanti anni fa. Ma l’idea c’è, e ben chiara, come spiega ad esempio un articolo trovato abbastanza a caso sul web e che decanta le potenzialità di un centro logistico collocato lungo “ il tracciato della futura tangenziale esterna sud di Milano, che partendo da Agrate (A4) raggiungerà Melegnano, Binasco e l’aeroporto di Milano Malpensa[5]. Quel centro si trova adiacente all’abitato di Lacchiarella, lungo la Melegnano-Binasco, a qualche centinaio di metri dal berlusconiano Girasole, guarda caso posizionato lungo la medesima direttrice. Che conclude logicamente la T.O.M nel tratto residuo, dai campi di Bascapè a quelli di Cassinetta di Lugagnano.

E iniziano ad assumere senso più compiuto e meno episodico, anche dal punto di vista di una vera e propria strategia territoriale, ad esempio le cosiddette varie proposte “ammazzaparchi” che tante polemiche continuano a suscitare. Oppure il nuovo progetto di legge lombardo che nel caso di opere a carattere autostradale mira alla “ valorizzazione massima delle aree infrastrutturali, comprese le aree connesse[6], ovvero a promuovere insediamenti a nastro di carattere prevedibilmente commerciale e di servizio, e altrettanto prevedibilmente assai simili a quanto visto crescere sinora nei casi analoghi.

Si capisce anche meglio qual’era e qual è, il vero oggetto del contendere dei sindaci delle fasce esterne vogliosi di “nuove espansioni urbane”. Che solo in minima parte pensano a servizi per i propri cittadini, o ai – piuttosto pateticamente - citati nuovi alloggi per le giovani coppie costrette altrimenti a cambiare comune. I nuovi e certamente non piccoli quartieri di espansione residenziale andranno invece quasi certamente ad offrirsi ai milanesi priced-out dall’enorme processo di trasformazione e “valorizzazione” urbana del capoluogo. I nuovi insediamenti produttivi, commerciali, di servizio avranno invece la classica crescita a nastro indifferenziata vista sinora, a rafforzare l’effetto barriera dell’infrastruttura stradale e a spingere forse verso la realizzazione di nuove radiali a raccordo fra i due anelli.

Per la grande fascia di verde agricolo pare scontata con queste premesse la scomparsa in quanto tale, con buona pace dei mercatini di vendita diretta dei “prodotti del territorio” lanciati di recente a Milano. Auspicando un buon uso delle tecniche di compatibilizzazione e attenuazione degli impatti locali, si può anche sperare in un relativo mantenimento di alcuni corridoi, o magari anche di un sistema con qualche tipo di continuità, come quello tentato ora nel quadro del Piano Territoriale Provinciale nella fascia nord dell’area metropolitana.

Ma forse è il caso di fermarsi per il momento qui, e chiedersi: è questo che vogliamo?

Nota: di seguito scaricabile il pdf di questo articolo con qualche immagine che (forse) aiuta a capire meglio (f.b.)

[1]Andrew Williams, “Traffic goes electric green”, Green Futures, 15 aprile 2008

[2] Guido Martinotti, “La Città Diffusa: costi e vantaggi”, intervento al Festival Città Territorio, Ferrara 18 aprile 2008

[3] Alfredo Drufuca, Osservazioni al progetto preliminare del collegamento tra la SS11 a Magenta e la Tangenziale Ovest: aspetti trasportistici, giugno 2003

[4] Associazione Parco Sud Milano – EcoAlba Albairate – NaturArte Magenta – Legambiente circolo “I Fontanili” Cisliano – Comitato per il Programma Mab nel Parco del Ticino – Il Germoglio Cisliano, Osservazioni in merito al progetto denominato “Collegamento tra la SS11 “Padana Superiore a Magenta e la Tangenziale ovest di Milano”, 2004

[5] Marco Cattaneo, Milano Logistic Center: un nuovo Polo per il Sud Milano, sito http://www.logisticamente.it 9 luglio 2003

[6] Regione Lombardia, progetto di Legge n. 0226, Infrastrutture di Interesse Concorrente Statale e Regionale, presentato il 3 aprile 2008

In Germania una coppia con due figli e un reddito annuo di 25.000 euro ne versa al fisco 52. In Italia una coppia con due figli e con lo stesso reddito, ne versa al fisco 1.700. In Francia il 40% dei bambini trova posto in un asilo nido, in Italia il 6%. Bastano forse queste due cifre per spiegare perché l´Italia ha, in Europa il più basso tasso di natalità: a Napoli nascono meno bambini per donna che a Stoccolma, a Roma meno bambini che a Parigi. Bastano queste cifre per sostenere con forza e convinzione l´accorato appello del nostro Presidente della Repubblica che, con la lettera pubblicata domenica sul nostro giornale, ha chiesto al nuovo Parlamento di «affrontare le politiche rivolte alla famiglia, con misure volte ad elevare il tasso di occupazione femminile, a conciliare la vita familiare e la vita lavorativa, a sviluppare azioni di assistenza sul territorio, a favorire una complessiva crescita del sistema nazionale dei servizi socioeducativi per l´infanzia…».

È una lettera importante che segnala, per la prima volta a nostra conoscenza e con tutta l´autorità del suo autore, un problema che ha assunto, nel corso degli anni, una rilevanza sempre maggiore e ormai drammatica.

Siamo l´unico paese ormai in Europa che manca di una organica politica a favore delle famiglie. È possibile che su questo tema ci sia stato un sospetto o un ritardo da parte della sinistra memore delle politiche «nataliste» del fascismo. Ma è per lo meno singolare che una politica organica a difesa delle famiglie non sia stata pensata e promossa nemmeno dalla Dc, che pure ha governato per oltre un cinquantennio il nostro paese. Quasi avesse prevalso, in quel partito, l´idea, o meglio la preoccupazione, che politiche di sostegno alla famiglia potessero liberare le donne dal loro tradizionale ruolo materno, incoraggiandole a uscire di casa per cercare soddisfazione e autonomia. Questo obiettivo, se tale era nella intenzione dei governanti dc, è stato almeno in parte raggiunto: la maggioranza delle donne italiane si qualificano infatti ancora oggi come "casalinghe". Sono soltanto 46 su 100 le donne italiane che hanno un´attività extradomestica contro il 71% in Svezia e il 57% in Francia.

Siamo dunque in Europa il paese in cui le donne sono meno presenti sul mercato del lavoro ma, contrariamente alle attese ed alle previsioni, le donne che restano a casa sono anche quelle che fanno meno figli. «Donne a casa e culle vuote» così Maurizio Ferrera, uno studioso del nostro welfare e delle politiche del lavoro, definiva recentemente la condizione del nostro paese. Una condizione paradossale anche perché tutti i sondaggi ci dicono che le coppie italiane vorrebbero avere almeno due figli. E perché tutti i dati ci dicono che nei paesi che hanno adottato adeguate politiche familiari le donne non solo fanno più figli, ma sono anche più presenti sul mercato del lavoro. Politiche familiari significa dunque aiuti alle famiglie, unite o meno in matrimonio, da realizzarsi sia attraverso una revisione delle attuali politiche fiscali sia attraverso una politica edilizia, sia attraverso un potenziamento dei servizi per la prima infanzia e per gli anziani e non autosufficienti.

In tema di servizi per la prima infanzia, il Consiglio d´Europa, nel 2002, ha fissato un obiettivo ambizioso: assicurare entro il 2010 un posto in asilo nido ad almeno un bambino europeo su tre. Noi siamo lontanissimi da quell´obiettivo che è stato già raggiunto non solo da tutti i paesi nordici ma anche da Francia, Gran Bretagna, Olanda e Belgio. In tema di assistenza a favore dei più anziani o non autosufficienti sono all´avanguardia, in Europa, la Germania e la Spagna che nel 2006 ha varato, soprattutto grazie all´impegno delle donne ministro, la Ley de dependencia che ha istituito un vero e proprio sistema nazionale, gratuito e garantito, per l´assistenza ai non autosufficienti

Servizi per la prima infanzia e per i non autosufficienti rappresentano gli assi centrali delle politiche familiari indicate come necessarie dal nostro Presidente della Repubblica. Sono servizi che tutti i paesi europei stanno realizzando, anche per favorire nuova occupazione femminile. Dicevamo all´inizio che in Germania una coppia con due figli e un reddito annuo di 25.000 euro versa al fisco solo 52 euro, contro i 1.700 euro versati al fisco da una analoga famiglia italiana. Una differenza non da poco, grazie al fatto che in Germania, come in Francia e in altri paesi europei vige il meccanismo del cosiddetto «quoziente familiare», un sistema cioè di tassazione del reddito familiare che tiene conto del numero dei componenti della famiglia. La norma è già stata proposta, almeno un paio di volte, in Italia ma sempre senza successo: una prima volta alla fine degli anni 80, e una seconda volta l´anno passato. Non sono pochi tuttavia gli studiosi che criticano un sistema che, sostengono, costerebbe troppo alle nostre finanze e, alla fine favorirebbe le famiglie con i redditi medio-alti ed alti. Poiché la proposta del «quoziente familiare» fa parte del programma del PdL, non mancherà l´occasione di discuterne in modo approfondito se e quando la proposta giungerà in Parlamento. Fin d´ora tuttavia credo sia possibile dire che nuove politiche familiari dovranno necessariamente comportare anche una revisione del nostro sistema fiscale.

Continuano a giungere indiscrezioni su come il governo si prepara ad affrontare la questione sicurezza. Dove per sicurezza si intende la lotta ai migranti, ai rom e ai clandestini. Sebbene tutte le statistiche dicano che le maggiori cause di delitto, in Italia, sono i «mariti» che pestano o uccidono le mogli, e poi la malavita organizzata (mafia, camorra e 'ndrangheta soprattutto). Non risulta però che nel decreto (o forse nel disegno di legge) ci saranno provvedimenti contro i mariti o contro la mafia.

Questo per un motivo molto semplice: quasi tutti i sociologi ci hanno spiegato che, di fronte al delitto, conta poco la arida realtà dei fatti, ma conta la percezione. I fatti sono fuffa, ideologia, pregiudizio marxista... Cioè che conta davvero è cosa si immagina la gente che accadrà e non cosa davvero accade; e dunque le leggi vanno ritagliate sulla misura della "percezione" e non della realtà. Che sarebbe un po' come se in un tribunale un giudice dicesse: «Caro amico, io lo so benissimo che lei non ha commesso questo delitto, perché le prove sono a suo favore; ma moltissime persone sono convinte invece che lei sia colpevole e quindi, visto che siamo tutta gente moderna, non posso fare altro che condannarla...».

Comunque le indiscrezioni (e le pubbliche dichiarazioni dei ministri) dicono che: primo, la condizione di clandestinità diventerà reato penale; secondo, gli attuali centri di permanenza temporanea per immigrati irregolari diventeranno centri di detenzione (per capirci meglio: campi di concentramento); terzo, contro l'immigrazione clandestina sarà schierato l'esercito.

La mafia è arrivata anche nei grandi centri commerciali della regione. Dopo la droga, l’usura, la prostituzione, il controllo del voto, le infiltrazioni negli appalti (uno su tutti quello per l’alta velocità Roma-Napoli),nelle attività economiche del porto di Civitavecchia, nel settore alberghiero e nel mercato ortofrutticolo di Fondi, la criminalità organizzata sta ora puntando la sua attenzione e i suoi capitali sulla distribuzione commerciale. È questo uno dei punti salienti del primo «Rapporto sulle presenze della criminalità organizzata a Roma e nel Lazio» presentato ieri dal presidente della Regione Marrazzo al Forum Pubblica Amministrazione in corso in questi giorni alla Nuova Fiera di Roma.

«La vera novità di queste migrazioni di capitali - si legge nella relazione - sta nel fatto che non si tratterebbe di investimenti a pioggia, ma di investimenti finalizzati - è il caso in particolare di uno o due clan della camorra - a creare reti commerciali, a condizionare settori, a stabilire prezzi, a ricollocare non solo capitali ma anche refurtiva. Questa preoccupante tendenza sta via via emergendo da indagini o segmenti di inchieste che abbiamo avuto modo di osservare e che ci permette di notare la ricostruzione di una vera e propria invasione - soprattutto nel settore dei grandi centri commerciali della regione -di sigle societarie provenienti tutte da aree geografiche omogenee per una migrazione che non può in nessun caso essere casuale».

Ma dal rapporto emerge anche una ramificazione e una invadenza delle organizzazioni mafiose che conta tra le 60 e le 70 cosche legate a ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra e sacra corona unita. A queste sono da aggiungersi le organizzazioni locali (come la famiglia Nicoletti da un lato e dall'altro il network criminale rappresentato dalla galassia familiare dei Casamonica - Di Silvio) e quelle straniere di matrice cinese, rumena e nigeriana.

Un puzzle di attività illecite che fa domandare all’Osservatorio presieduto da Enzo Ciconte: «Il Lazio è solo infiltrato dalle formazioni criminali provenienti dalle regioni di origine delle criminalità mafiosa tradizionale o è stato già in parte occupato?».

Un allarmante quesito che fa lanciare a Marrazzo l’appello al ministro dell’Interno Maroni e al sindaco Alemanno: «Nessuno faccia finta che nel Lazio ci sono solo i problemi della microcriminalità: c'è anche quello della criminalità organizzata. Noi come Regione daremo tutte le risorse per assicurare la lotta alla criminalità e alla illegalità diffusa,ma che nessuno faccia finta che non ci sono altri problemi». Appello a cui per primi rispondono i consiglieri regionali Laurelli (Pd), Fontana (Verdi) e Robilotta (Sr) che chiedono una riunione straordinaria della Pisana sul tema criminalità organizzata. A contribuire però alla scarsa emersione delle ramificazioni mafiose contribuisce anche la relativa “stabilità” dell’attività criminale. Lo spiega approfonditamente il Rapporto: «Nonostante la dimensione della piazza e degli affari illegali non ci sono mattanze vere e proprie, al massimo operazioni chirurgiche, non solo perché non va suscitato allarme, ma anche perché vengono sostanzialmente rispettati precisi accordi di spartizione territoriale ». Ma il “governo” di realtà così complesse fa pensare all'esistenza «di una sorta di organismo che svolge non solo il ruolo di "camera di composizione" dei conflitti ma di vero e proprio regolatore degli interessi, degli affari e delle presenze, garantendo l'immutabilità della condizione di Roma "città aperta a tutte le mafie" che è la prima condizione perché avvengano e siano garantiti in sicurezza lucrosi guadagni per tutti» conclude la relazione.

La grande pesca nel mare dei quattrini dell’Expo è cominciata. I primi a farsi decisamente avanti sono stati i costruttori: il loro presidente, Claudio De Albertis, ha scritto al sindaco rivendicando spazio e ruolo per le imprese milanesi. Dando per scontato l’ovvio interesse economico della categoria, il discorso di De Albertis va giustamente al di là e fa trapelare il disagio dei costruttori. Da almeno un ventennio la pubblica amministrazione, primo committente per dimensioni, ha imboccato la strada dei mega-appalti anche attraverso l’accorpamento. Un esempio per i non addetti: se ho da sistemare dieci immobili sparpagliati per la città li impacchetto tutti in un unico appalto e li assegno a un’unica grande impresa. Potrei fare dieci appalti distinti ma con la scusa della razionalizzazione scelgo la strada più comoda e meno faticosa (e meno responsabile). Si sono visti così accorpare ospedali, edifici pubblici, strade di tutti i tipi e a Milano perfino la manutenzione del verde. Le conseguenze si sono viste: proliferare di subappalti in cascata e generale dequalificazione tecnologica del settore, ormai composto di un’infinità d’imprese medio piccole e da pochissime grandi, nessuna a livello europeo.

In sostanza con questa politica si è impedita la crescita naturale del settore: chi è nano resta nano e i grandi si sono nel frattempo finanziarizzati preferendo le crescite di valore di Borsa alla crescita tecnologica. D’innovazione non se ne parla da decenni in un settore dove impera una sorta di oligopolio diffuso dei grandi. Lo stesso fenomeno riguarda i progettisti, soprattutto le nuove generazioni, cui non è dato di crescere.

Adesso per l’Expo si parla di 3,2 milioni di opere infrastrutturali e per avere un’idea delle dimensioni di questo investimento bisogna pensare una cifra che, se fosse solo di edilizia residenziale, consentirebbe la costruzione di 160mila vani, come dire una città di più di 200 mila abitanti. A questa cifra, già impressionante, si devono aggiungere gli investimenti indotti.

Tra le preoccupazioni di chi s’interroga sull’uso successivo delle costruzioni e vede il pericolo di uno tsunami urbanistico e ambientale se ne aggiunge un’altra: questo gigantesco investimento lascerà sul territorio un giacimento d’imprenditorialità, di professionalità e di cultura proporzionato alla sua mole? Tutto dipende da come saranno gestiti questi soldi. L’amministrazione non può venir meno all’impegno di far crescere la realtà locale e di crescere essa stessa. Dove sono le risorse pubbliche per progettare, dirigere e collaudare tutte queste opere? La tentazione sarà di passare la mano ai privati ma le recenti esperienze che hanno portato al progetto Citylife sull’area della Fiera non sono un buon viatico. L’interesse collettivo non è appaltabile. Tra le molte commissioni, una che si occupi di valorizzare in modo permanente questo investimento forse non c’è. Se ci fosse, tra le tante considerazioni su cui dovrebbe riflettere ve n’è una importante: più è lunga la catena tra committente e manovale di cantiere più ci sono morti bianche e dequalificazione produttiva del territorio.

Avrà pure prosciugato le paludi e realizzato il quartiere del-l'Eur, ma non si può affermare che il fascismo abbia modernizzato l'Italia. E bisogna andarci cauti con le «rivalutazioni striscianti» avverte Luciano Canfora — storico e saggista — perché se si legge la storia restando alla superficie si rischia, via via, di «mettere in pericolo l'architrave della Repubblica».

Il Ventennio «fondamentale» per la modernizzazione. Concorda con Alemanno, professore?

«Posso fare una premessa?».

Prego.

«L'autoproclamazione del sindaco, che dice di non essere fascista, vale fino a un certo punto. Può darsi anche che si sia pentito, ma una persona adulta non cambia repentinamente i propri convincimenti profondi. Rispettiamo l'autoconversione, però conserviamo un punto interrogativo sulla sua profondità».

Alemanno superficiale?

«La conferma della superficialità è proprio nella sostanziale rivalutazione del bilancio positivo del fascismo. Ricordo che nei primi anni '90 Berlusconi e Fini tracciarono un bilancio positivo del fascismo fino alle leggi razziali del '38. È una frase buffa, perché il fascismo sin dal '19 proclamò di essere razzista. Un dato che non può essere camuffato».

Però Alemanno parla solo della modernizzazione. Secondo lei non ci fu?

«Il sindaco riecheggia notizie prese di qua e di là. Gli storici dicono che negli anni '30 l'intera Europa vide un processo di modernizzazione, connessa al grande sviluppo industriale e al capitalismo maturo. Si sarebbe prodotto comunque, indipendentemente dal regime politico».

Mussolini prosciugò le paludi, fece edificare l'Eur e realizzare le infrastrutture.

«Anche Cesare aveva pensato modifiche di quel tipo. Fa parte dell'esercizio del potere dare corpo a un piano di lavori pubblici in un'epoca di relativa pace, ma non può essere il biglietto da visita di un regime. C'è un campo in cui è doverosa l'osservazione critica e cioè i fortissimi passi indietro dal punto di vista del principio di rappresentanza. L'Italia fascista fu imbrigliata nel corporativismo e le donne ottennero il diritto di voto solo dopo la Liberazione».

Non avrà paura che si torni ai figli della lupa, al sabato fascista, al salto nei cerchi di fuoco...

«In quegli aspetti c'è una forma supplementare di equivoco. Nessuno è contrario all'educazione completa, anche fisica. Ma nel caso del fascismo, con cose tipo libro e moschetto, si fece un uso distorto del culto del corpo e della violenza».

Nulla da rivalutare, dunque?

«Questo tipo di rivalutazione strisciante è nell'aria e bisogna stare attenti ai manuali per le scuole, dove prima o poi qualcuno comincerà a infilare questi concetti. Noi abbiamo una Costituzione scritta che discende direttamente dalla Resistenza e dalla lotta di liberazione, attenti a non mettere in pericolo l'architrave della nostra Repubblica».

Sua maestà il piccone

Filippo Ceccarelli

Ah, la tentazione ricorrente del piccone! Metaforico, quando stava per crollare la Prima Repubblica, quello impugnato dall´allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Ben reale, una quindicina di anni dopo, quello evocato dal novello sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che per un paio di giorni, appena eletto, ha lasciato credere di voler rimuovere la grande teca o la scatolona di travertino, se si preferisce, entro cui l'architetto newyorchese Meier ha racchiuso l'Ara Pacis. «Intervento invasivo da rimuovere»: questa la formula.

Poi è anche vero che Alemanno ci ha ripensato, relegando il proposito nell'elenco, invero senza fine, delle «non priorità». Eppure quel riflesso distruttivo è bastato ad accendere l'immaginario. È ricomparso il fatidico strumento, manico di legno, ferro compatto, robuste braccia a vibrare i colpi, rumore sordo e tutto intorno nuvole di polvere e calcinacci. Era un po' che non accadeva.

Nel merito, la prospettiva demolitoria sarebbe da considerarsi anche a livello di ipotesi del tutto ansiogena, l'ultimo atto di una «disgraziata saga», come a suo tempo l'ha inquadrata Arbasino, «un pasticcio di patate bollenti» in cui da tempo l'architettura e il potere si confrontano con risultati pessimi per entrambi.

Si pensi che appena tre anni e mezzo impiegarono gli antichi romani a scolpire quei marmi in onore dell´imperatore Ottaviano Augusto; mentre più di dieci anni ci sono voluti, dopo due millenni, per smantellare la vecchia teca-acquario del Morpurgo, frettolosamente allestita nel 1938, e costruire l'odierna e controversa vetrinona.

Un decennio segnato da sventure e litigi, il traffico rallentatissimo sul lungotevere, lo sciopero della fame di Sgarbi, il rogo solenne di un plastico, e disfide, capricci, vendette anche trasversali fra «archistar», messa in pista di commissioni consultive e correttive, pronunciamenti plurimi, da Italia Nostra alla Corte dei Conti, avvertimenti delle sovrintendenze e comizi di An con tanto di attivisti mascherati da centurioni; senza contare le fantastiche visite al cantiere dello stesso Meier, distratto, sudato e giulivo come in un film di Fellini, «Very nice, very nice».

Ecco insomma in quale contesto si colloca l'eventuale ri-picconamento del manufatto - che Iddio lo risparmi alla capitale e alla sua già provata cittadinanza. E magari l'enigmatica collocazione della teca in una non meglio precisata periferia. Eppure, come ti sbagli, a ogni cambio di equilibri politici lo spirito devastatore e il culto del piccone e della palla d'acciaio tornano a colorare la vita pubblica. Così come è sicuro - l'una cosa tira l'altra - che il nuovo potere prima o poi cercherà anch'esso di celebrarsi a suon di monumentali celebrazioni, come del resto succede in tutto il mondo. Vedi i risoluti progetti urbanistici del neo eletto sindaco di Londra, Boris Johnson; come pure la vicenda dei grattacieli milanesi di CityLife, le tre torri sghembe e pendule di Libeskind a proposito delle quali il presidente Berlusconi, contrarissimo come Celentano, si è concesso un'ardita valutazione fallico-urbanistica, com'è ovvio a maggior gloria del suo potere, anche sessuale.

Ma a Roma tutto diventa più complicato e al tempo stesso addirittura illuminante. Così conviene notare un che d'imperioso nel modo in cui Alemanno ha posto la questione di «liberare» il centro storico della capitale da tutti gli altri «sfregi» immaginati, pianificati o già procurati dalle amministrazioni di sinistra. Con il che si andrebbe dalla rimozione dei tubi Innocenti sul Colosseo al rifiuto di procedere con il maxi-parcheggio del Pincio, dall'idea di lasciare i sanpietrini di via Nazionale al riadattamento dell'originale statua di Marco Aurelio sul Campidoglio, a parte gli interventi di più specifica e detonante ispirazione sgarbiana tipo «bombardare» gli ascensori del Vittoriano o richiedere all'Etiopia la stele di Axum. Scherzava l'altro giorno l'architetto Fuksas: «Chissà che Alemanno non decida di ripristinare anche la Spina di Borgo, sciaguratamente distrutta nel ventennio», per far posto a via della Conciliazione sgombrando la vista di piazza San Pietro.

Ma è uno scherzo, questo di Fuksas, più che paradossale, nel senso che solo a Roma, forse, il piccone della destra potrebbe abbattersi proprio là dove a suo tempo si era levato quello del regime fascista. A riprova di come qui e solo qui il potere sia obbligato, condannato o forse abbia la più spontanea, vitale e inesorabile compulsione di tornare sul luogo del delitto.

E non si irriti né si dispiaccia Alemanno, ma è sempre e ancora a lui che si torna: alla Buonanima. C'è una quantità di filmati e fotografie che illustrano Mussolini, in borghese come in divisa da generale della Milizia, che con quell'utensile in mano assesta dei colpi pazzeschi. Per strada, sui terrazzi, da solo o contornato di gerarchi, comunque davanti a obiettivi e cineprese il duce buttava giù muri alle pendici del Campidoglio, tra le casupole di Borgo, attorno all'odierna via dei Fori Imperiali, di qua e di là del Tevere, inaugurando quegli sventramenti che modificarono a fondo l'assetto della capitale - e anche offrirono potenti e malinconici paesaggi alla mirabile serie di Demolizioni, appunto, eseguite praticamente dal vivo da Mario Mafai.

Si deve a Mussolini, che del giornalista di vaglia aveva tutto l'estro rapido e creativo, il successo non solo semantico della formula picconatoria. Teorizzata in Senato il 18 marzo del 1932, alla presentazione del Piano regolatore di Roma: «Un conto, o signori, sono i monumenti, un conto sono i ruderi, un conto è il pittoresco o il cosiddetto colore locale. Quest'ultimo, il pittoresco sudicio è affidato - e qui il duce assestò la zampata semantica: - a sua maestà il piccone». Tutto era destinato sotto la sua poderosa spinta a crollare, «e deve crollare - secondo il programma mussoliniano - in nome della decenza, dell´igiene e, se volete, anche della bellezza della capitale».

E si aprì l'era del «piccone risanatore». Per Mussolini attrezzo-simbolo di un attivismo frenetico che Roma e la sua architettura passata e futura - lo spiega molto bene Emilio Gentile nel suo recente Fascismo di pietra (Laterza) - finiva per considerare come arsenale di miti, deposito di destini imperiali, ma anche bersaglio di risentimenti che il duce nutriva fin dalla giovinezza nei confronti della città eterna.

Il modo in cui la polverizzazione di interi quartieri veniva allora presentata colpisce per i toni che a prescindere dalla limpida prosa e dal ritmo che vi imprime Ugo Ojetti in Cose viste, un pochino francamente ricordano l'accentuata personalizzazione di certe odierne cronache. E dunque: «È in atto la volontà di Benito Mussolini. Archeologi, architetti, soprastanti, manovali lavorano, si può dire, per lui, aspettano la visita sua, il consenso suo, quel sorriso che comincia in un lampo degli occhi, e talvolta si ferma lì. Tanto che sera per sera, ora per ora, egli è informato d'ogni ritrovamento e d'ogni nuovo problema; che anzi dalla sua finestra di Palazzo Venezia s'affaccia spesso a osservare le squadre che lavorano al Foro Traiano e se gli sembra che siano più rade e più lente, dopo un attimo un suo messo piomba lì a svegliare i dormienti».

Ora, limitando al minimo i paragoni: è possibile che il duce detestasse una certa Roma, molle e pantofolaia, assai più di quanto Alemanno e i suoi ce l'abbiano con le terrazze, le mostre, i loft, il red carpet di Veltroni o le feste di compleanno di Bettini. Ma certo colpisce come, fra tanti luoghi di questa città d'infinita storia, il nuovo sindaco sia andato ad evocare il piccone proprio là dove il fascismo s'era ben esercitato per impiantare la sua effimera mitologia.

Potere e magia delle coincidenze. Dietro l'Ara Pacis, tra cipressi polverosi, circondato da ingombranti e marmorei palazzoni di stile razionalista, insieme a una nutrita colonia di gatti riposa il Mausoleo di Augusto, già Auditorium dell'Urbe. Mussolini era assai superstizioso, e quindi non si diceva, ma il progetto era di fare di quel monumento circolare l'ultima sua dimora, la tomba più grandiosa e anche megalomane che si potesse immaginare.

Poi si sa com'è andata a finire - anche se a Roma non finisce nulla. Alle spalle della teca di Meier continua ad aggirarsi il fantasma quasi gemello di Cola di Rienzo, il cui cadavere venne bruciato proprio da quelle parti.

Sono le glorie e le magagne, le suggestioni, le tigne e i ribaltamenti della città eterna. Pare superfluo ricordare, a questo punto, che non c'è piccone che possa resisterle.

La lunga marcia dell'archistar dal committente-re al consenso

Franco La Cecla

Cosa distingue una buona architettura da una cattiva, un contributo prezioso allo spazio pubblico di una città da un intruso con pretese monumentali? È difficile dirlo in generale. Si cita il caso della Tour Eiffel, aborrita alla sua costruzione dai parigini, ma poi divenuta simbolo collettivo, un po' quello che è successo con il Centre Pompidou molti anni dopo. Chi cita questi casi lo fa per difendere l'arbitrarietà dell'architettura, l´essere in fin dei conti solo una questione di conflitto tra il genio dell´artista e la poca lungimiranza delle masse. I due casi però raccontano il contrario, e cioè che soltanto quelle opere che i cittadini riescono ad assimilare nel proprio mondo conscio e inconscio, a cui riescono ad attribuire un forte significato condiviso, hanno fortuna. L'idea che il genio architettonico debba sempre essere in conflitto con il sentire comune è una idea recente e piuttosto balzana.

Risente della crisi generale dell'arte e dell'architettura che a più riprese ha segnato gli ultimi cento e più anni. Prima di allora gli artisti e gli architetti sapevano bene di avere un controllo ben preciso da parte dei committenti, fossero essi regnanti, dittatori, principi o ricchi capitalisti americani. Nel periodo tra le due guerre gli architetti e gli artisti si sono sentiti impegnati come avanguardie della società, al servizio del cambiamento e della modernizzazione. Come tali spesso erano più al servizio di ideologie che al servizio dei cittadini. Quando le ideologie sono finite, negli ultimi decenni del Novecento, gli architetti hanno seguito gli artisti nel distacco dalla realtà sociale, nell'idea di essere non più avanguardia, ma semplicemente genio sregolato, e allo stesso tempo trend-seekers, cioè non professionisti al servizio della società, ma élite mediatica, produttori di quella cosa di cui oggi è fatto il grande mercato della moda e delle tendenze.

Il problema è che le opere degli architetti non rimangono chiuse nelle gallerie e nei musei, ma diventano luoghi, parte del contesto che crea il paesaggio quotidiano dei cittadini. E i cittadini giudicano, condannano o (a volte) accettano le architetture che vengono loro imposte da solerti amministratori in cerca di glamour mediatico. Le archistar, per quanto continuino a fare finta di essere artisti ingiudicabili (mai dire loro che al massimo sono stilisti di moda, ma questi sono più umili, più attenti allo streetstyle), devono accettare che è il pubblico che usa, fa e consuma una città ad essere il primo giudice.

Gli amministratori, i politici spesso sono complici di questo atteggiamento. Allora, se un sindaco vuole smontare una architettura lo faccia, ma stia attento che a Roma ci sono molti altri monumenti che la gente ancora non sopporta. Vorrà egli smontare anche la macchina da scrivere nazionale, alias l'Altare della Patria? E è davvero affar suo o non sarebbe il caso che almeno lui che è un eletto dal popolo, ascolti i suoi cittadini?

Roma, 17 ottobre 1995

Al Sindaco del Comune di Roma

p.c.

Al Ministero Beni Culturali e Ambientali, Gabinetto dell'On. Ministro ROMA

Al Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale Beni AAA e S Div. N - Archeologia ROMA

Al Ministero Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale Beni Ambientali ROMA

Alla Regione Lazio Assessorato del Territorio ROMA

Alla Regione Lazio Assessorato Ambiente ROMA

Al Presidente della Provincia di Roma

Al Comune di Roma Assessore alle Politiche del Territorio, ROMA

Al Comune di Roma, Ufficio Speciale Piano Regolatore ROMA

Al Comune di Roma, Ufficio Speciale Condono Edilizio ROMA

Al Comune di Roma Ripartizione XV ROMA

Alla Soprintendenza Beni Ambientali e Architettonici di Roma

Alla Soprintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale, ROMA

Alla Soprintendenza Archeologica di Ostia, ROMA

OGGETTO: Condono edilizio

La Soprintendenza Archeologica di Roma ha appreso, da organi di informazione, che il Comune di Roma, di recente, ha istituito l'Ufficio Speciale Condono Edilizio, al fine di procedere celermente all'esame di una considerevole quantità di richieste di sanatoria per abusi edilizi.

Questo Ufficio, nell'ambito dei territorio di sua competenza, fa presente di essere interessato: 1- a tutte le richieste di sanatoria per abusi che abbiano comportato nuova occupazione di suoli 2- a quegli abusi che, indipendentemente dalla nuova occupazione di suoli, quali sopraelevazioni, giardini pensili schermati e quant'altro, interferiscano con le visuali di complessi archeologici monumentali, per i quali ci si riserva di inviare quanto prima la perimetrazione dei singoli ambiti di influenza.

Fermo restando quanto le vigenti Leggi prevedono relativamente ai pareri su abusi realizzati in aree demaniali o soggette a vincoli di tutela, giova ricordare quanto segue.

La rilevanza del patrimonio archeologico-monumentale e storico-artistico di Roma, che continuamente si arricchisce di nuovi apporti a seguito di importantissime scoperte nel corso delle trasformazioni territoriali o a seguito di ricerche finalizzate, ha comportato la necessità , nel tempo, di promuovere la tutela di tale patrimonio in concorso con gli Enti locali - Comune di Roma e Regione Lazio - con normative, accordi e studi (ad es. Carta storica archeologica monumentale e paesistica dell'Agro Romano) che hanno consentito, anche in assenza di vincoli emessi ai sensi delle Leggi 1089/39, 1497/39 e 431/85, di operare a fini di tutela.

Per non vanificare i risultati faticosamente fino ad oggi conseguiti, si pone l'attenzione in particolare su quelle aree che, se pur degradate dall'abusivismo, sono tuttavia ancora recuperabili e valorizzabili a seguito di oculate valutazioni e progettazioni finalizzate. Si pensi, ad esempio, alle aree indicate dal P.R.G. di Roma come soggette a vincoli archeologici-paesistici di P.R., nelle tavole 1:10.000 del P.R.G. del 1965, alle fasce di rispetto degli Acquedotti, agli ambiti di pertinenza delle antiche vie consolari, ai cunei di abusivismo sorti in aree soggette ai sopracitati vincoli archeologici e paesistici di Piano Regolatore.

Comunque, in seguito alle Osservazioni della Direzione Generale Antichità e Belle Arti dei Ministero della Pubblica Istruzione, recepite nel DPR del 16.12.1965 di approvazione del P.R.G. di Roma, il Comune di Roma ha predisposto in collaborazione con la Soprintendenza, come già detto, la Carta storico-archeologica monumentale e paesistica dell'Agro Romano che, approvata, ma mai adottata, ha pur costituito un punto di partenza per la tutela operativa in connessione con le attuazioni di Piano Regolatore.

Nel predisporre, in seguito, le osservazioni alla Variante Generale di P.R. del 1967 la Soprintendenza archeologica di Roma sottolineava l'esigenza di assumere un controllo più puntuale del sottosuolo archeologico, esigenza recepita nel D.M. 6.12.1971, che ha permesso alle Soprintendenze di intervenire preliminarmente sulle aree interessate dalle trasformazioni di P.R. AI fine di poter esercitare una ancor più capillare azione di tutela, la Soprintendenza chiese ed ottenne, in seguito al D.M. 6.12.1971, di presiedere alle operazioni di sterro ovunque eseguite nell'ambito del territorio di competenza, imponendo agli operatori di comunicare l'inizio di qualsiasi lavoro interessasse il sottosuolo.

Le Norme Tecniche di Attuazione di P.R., comportano l'obbligo di sottoporre al preventivo benestare delle competenti Soprintendenze archeologiche tutti i progetti di costruzione, ampliamento o trasformazione da effettuarsi in località individuate con il simbolo di avanzi archeologici o di costruzione di interesse storico, monumentale, panoramico o ambientale, con riferimento alla Carta dell'Agro e a tutti i dati archeologici acquisiti successivamente all'ultimo aggiornamento della Carta stessa. In particolare le Soprintendenze archeologiche possono disporre (art. 16 punto 7) che "vengano preventivamente effettuati saggi di ricognizione e rilevamenti a carico del proprietario", ove lo ritengano necessario.

Pertanto i competenti Uffici comunali sono tenuti ad inviare, per il parere, alle Soprintendenze le richieste di sanatoria per realizzazioni abusive in tutti quei casi - previsti, come sopra detto, dalle Leggi e normative vigenti - in cui sarebbe stato d'obbligo la comunicazione di inizio lavori, e nei casi in cui le Soprintendenze avrebbero potuto richiedere ai proprietari indagini e rilevamenti (N.T.A. art.16 punto 7).

Questo Ufficio rimane a disposizione per ogni eventuale ulteriore chiarimento.

Il Soprintendente

Adriano La Regina

Postilla

Il documento che pubblichiamo rappresenta una testimonianza di prima mano sul problema dei condoni edilizi e della gestione che ne è stata fatta dalle amministrazioni comunali, approssimativa e unilateralmente disponibile alle richieste dei privati e assai poco collaborativa nei confronti delle pubbliche istituzioni preposte alla tutela del patrimonio culturale, e quindi dell'interesse dell''insieme dei cittadini.

Con questa lettera la Soprintendenza Archeologica di Roma, al momento della istituzione dell’Ufficio Speciale Condono Edilizio del Comune di Roma, prese tempestivamente una iniziativa concreta nei confronti del problema delle sanatorie edilizie che, come annunciavano gli organi di informazione, si presentava di ampia portata e stava per essere affrontato dall’ufficio di nuova costituzione. Il senso della lettera, scritta dal responsabile del patrimonio archeologico più importante del mondo, all’epoca Adriano La Regina, era di fornire informazioni e regole affinché, nel rispetto delle leggi sui condoni, si tenesse nel debito conto la rilevanza del patrimonio storico, archeologico, monumentale di Roma. Nella lettera, dell'ottobre 1995, e nelle molte altre che sono seguite, il Soprintendente rappresenta, con circostanziate argomentazioni, la necessità di non vanificare i risultati faticosamente raggiunti nella tutela archeologica e paesaggistica della città e delle zone di campagna che ne sono parte integrante. Il Piano Regolatore Generale approvato nel 1965 aveva recepito le osservazioni delle Istituzioni statali competenti per la tutela e nelle Norme Tecniche di Attuazione a tale piano (D.M. 6.12.1971) fu riconosciuto l’obbligo di sottoporre al parere della Soprintendenza ogni progetto di trasformazione localizzato in aree riconosciute d’interesse dalla Carta storica archeologica monumentale e paesistica dell’Agro Romano e di richiedere scavi preventivi ogni volta che fosse ritenuto necessario. La richiesta è ben definita: in ognuna delle circostanze menzionate, gli Uffici comunali erano tenuti a chiedere il parere preventivo alle Soprintendenze (Roma, Ostia, Etruria Meridionale).

Negli anni successivi questa e le successive richieste con le quali gli uffici preposti alla tutela chiedevano di essere messi in condizione di operare nell’interesse della salvaguardia del patrimonio culturale, sono state totalmente ignorate. La giungla degli abusi nelle aree di maggiore pregio della compagna romana ha trovato piena legittimazione dalle concessioni rilasciate che, pur se irregolari, non possono essere ignorate dagli uffici della Soprintendenza, resi impotenti di fronte alla quantità di sanatorie concesse senza la minima valutazione di compatibilità con alcuno degli strumenti urbanistici, in spregio alle norme di tutela archeologica e paesaggistica. Sconcertanti , a questo proposito, le repliche succedutesi in questi anni da parte dell’amministrazione comunale che evidenziano l’assoluta indifferenza nei confronti dei valori più peculiari di Roma, rifugiandosi in una conduzione del problema esclusivamente, e spesso erroneamente, burocratica. Il caso del Parco dell’Appia illustrato nella trasmissione Report è in tal senso esemplare: non si è saputo controllare l’edilizia abusiva nel territorio e la si è legittimata, forse senza alcuna consapevolezza che la campagna romana con rovine, condizione essenziale per la vera esistenza del Parco, si è trasformata in un suburbio residenziale a sviluppo spontaneo non regolato se non dall'interesse e dalla speculazione privati. (m.p.g.)

Vezio De Lucia, lei che è un po' la memoria storica dell'urbanistica a Roma, cosa pensa delle accuse mosse nella puntata di domenica scorsa di Report dal titolo «I Re di Roma» - il programma di Milena Gabanelli di Rai3 - all'amministrazione capitolina sulla gestione delle periferie?

Mi sembra che la cosa più importante sia aver rivelato il doppio binario che ha seguito l'urbanistica romana: da una parte si lavorava alla formazione del nuovo piano regolatore e dall'altra invece si continuava ad operare in deroga alle prescrizioni del vecchio Prg. In sostanza si è predicato bene e razzolato male, nel senso che il comune di Roma, che ha preso le distanze dal metodo adottato a Milano di trattare direttamente con i costruttori, ci ha messo un tempo spropositato - 15 anni - per concludere l'iter di approvazione del nuovo Prg e quando si è arrivati alla fine, quasi tutto era già stato fatto. C'è poi un secondo punto molto importante messo in rilievo nel lavoro di Report: l'assunzione da parte dell'amministrazione capitolina del principio secondo il quale ogni nuova edificabilità prevista nel vecchio Prg, il famigerato piano del '62, equivalesse a un diritto edificatore acquisito da parte dei proprietari. Non è vero, un nuovo piano può cancellare qualunque previsione precedente senza che ciò comporti alcun indennizzo, perché non c'è nessun diritto acquisito.

Da cui le cosiddette «compensazioni» che molto hanno favorito i costruttori, o no?

Sì, per esempio nel quartiere di Tor Marancia era prevista la costruzione di un milione e 800 mila metri cubi di edifici. Poteva essere semplicemente cancellata nel nuovo piano e invece, presumendo l'esistenza di un diritto edificatorio, si è dovuto compensare il proprietario di Tor Marancia per aver trasferito altrove l'edificabilità di quell'area. E poiché l'area destinata alla compensazione viene considerata meno pregiata di Tor Marancia, allora per compensare in qualche modo anche il proprietario della nuova area si è dovuta anche aumentare la cubatura degli edifici previsti. Alla fine in totale si sono autorizzati 5 milioni e 200 mila metri cubi.

L'assessore all'urbanistica di Veltroni, Roberto Morassut ha replicato agli autori di Report affermando ciò che da sempre sostengono, ossia che il nuovo Prg non solo ha dimezzato la cubatura rispetto al vecchio piano, ma ha anche esteso i vincoli storico-archeologici e di verde. Morassut sostiene che sono stati vincolati a verde due terzi del territorio romano, 88 mila ettari su 129 mila, che è l'area su cui si estende Roma. È vero?

I dati non tornano: la città consolidata, secondo fonti comunali di alcuni d'anni fa, è di 46 mila ettari. A questi vanno aggiunti i 15 mila ettari previsti nel nuovo piano e in tutto fanno 61 mila ettari, da detrarre ai 129 mila. Rimangono quindi solo 68 mila ettari di verde e spazi aperti. Ma nel «sistema verde», di cui fa parte anche l'agro romano vero e proprio, vigono però anche regole molto permissive che consentono per esempio gli scavi o le discariche. Insomma il problema è che nella superficie verde romana sono permesse anche attività che la erodono, la condizionano, la riducono.

E il patrimonio storico-archeologico invece è sufficientemente tutelato secondo lei? Prendiamo l'Appia Antica, il più grande parco archeologico del mondo, cosa avviene da quelle parti? Si parla di 8 mila domande di condoni edilizi su una superficie fortemente vincolata.

Sì, credo che sia un numero esatto. Tempo fa calcolai che nel parco dell'Appia Antica sono stati realizzati almeno un milione di metri cubi abusivi.

Ai tempi di Rutelli sindaco, i fratelli Toti non avevano ancora messo le mani sulla città. È stato durante la giunta Veltroni che sono diventati tra i costruttori più potenti della capitale. Di Alemanno dicono invece che sia più amico dei piccoli costruttori. Come è cambiato il panorama dell'imprenditoria edile a Roma?

Non sono un esperto di rapporti tra politica e costruttori, ma vorrei fare un ragionamento più generale. A Roma come in moltissime altre città italiane, a Milano o Firenze, ormai l'urbanistica è fortemente condizionata dai costruttori. Da questo punto di vista c'è stata una regressione nella politica italiana: basta tornare al centrosinistra dei primi anni '60, quando i socialisti per esempio volevano liberare le città dallo strapotere dei costruttori per restituirle al potere pubblico. Lo fecero con una serie di leggi e per un po' di lustri tagliarono le unghie ai costruttori. Invece negli ultimi 15 anni gradatamente le trasformazioni delle città sono di nuovo determinate perlopiù dalla forza crescente dei costruttori.

In questo siamo in linea con il resto d'Europa?

No, all'estero i costruttori non hanno questo peso esorbitante. A Londra, per esempio, nel decennio Blair la città è cresciuta di un milione di abitanti ma non è stato sottratto nemmeno un metro quadro alla greenbelt, lo spazio verde attorno alla città. L'amministrazione ha ristrutturato e riconvertito gli spazi già usati o le aree dismesse, intensificando magari, ma senza espandere ulteriormente la città. Questa è la politica perseguita in quasi tutta l'Europa più evoluta, mentre in Italia non se ne parla neanche e la saldatura nello stesso soggetto tra proprietario fondiario e costruttore è un'anomalia patologica. Per dare inizio alla riqualificazione della città bisognerebbe innanzi tutto fermare il consumo del suolo, bloccarne l'espansione.

A Parigi o a Madrid, come ha ben spiegato Report, la costruzione di un nuovo quartiere comincia dalle strade e dai servizi, mentre gli alloggi sono perlomeno di tre tipi: residenziali, popolari e intermedi, ci sono cioè appartamenti in affitto anche per la classe media.

È solo una questione di buona o cattiva amministrazione o dietro c'è proprio un'altra idea di città, una diversa concezione della società che si intende costruire?

Non c'è bisogno di andare sempre all'estero, basta guardare a come sono state pensate le città dell'Emilia Romagna, quelli che erano esempi di buona amministrazione, dove nascevano prima le urbanizzazioni o gli asili, e poi si facevano le case. Le periferie di Modena o gli asili nido di Reggio Emilia erano studiati in tutto il mondo. È sì un problema anche amministrativo, quindi, ma non solo: riguarda la concezione stessa dell'urbanistica. Il Prg di Roma è fondato su una ventina di cosiddette centralità disseminate a corona attorno al centro storico che disegnano automaticamente una figura centripeta della città, rafforzano ancora di più l'idea del centro. È ovvio che non possono esistere funzioni qualificanti decentrabili in misura tale da poter riempire le venti centralità e potranno al massimo contenere qualche centro commerciale e qualche servizio di serie C ma non avranno certamente nessuna forza per poter diminuire il peso abnorme che il centro esercita sull'assetto urbanistico di Roma.

Non è stato così in passato.

Prendiamo il piano regolatore del '62, di cui io sono stato sempre molto critico: un'idea di città però ce l'aveva. Prevedeva per esempio lo Sdo, il sistema direzionale orientale, il piano di dislocazione della città moderna nella parte est della città, allora periferica, dove concentrare funzioni pregiatissime come i ministeri o la grande direzionalità pubblica. Un vero e proprio centro alternativo a quello storico che in questo modo poteva effettivamente essere alleviato dal traffico e dall'inquinamento. Un'altra idea epocale che avrebbe cambiato la faccia di Roma era il progetto Fori voluto da Luigi Petroselli che prevedeva di completare gli scavi dei Fori Imperiali e chiudere al traffico l'intera zona.

Ma in una Roma che soffre nella sua periferia di incomunicabilità, di frammentazione del tessuto sociale, quale soluzione offre il nuovo Prg, quale anima immagina della città?

Nessuna. Venti microscopiche centralità costituite di case e poco più, non sono un'idea di città, non sono niente. Non si può certo pensare che disseminando sul territorio di cintura venti microcittà si riesca ad affrontare i problemi della sterminata periferia romana o si riesca a ritrovare una connessione, una ricucitura, ad avviare una ricerca di identità intorno a questi luoghi.

Cosa si aspetta da Alemanno e quale suggerimento gli darebbe?

Da Alemanno non saprei proprio cosa aspettarmi. Credo però che per Roma bisognerebbe immediatamente tracciare una linea rossa sui confini attuali della città, delimitare per così dire le colonne d'Ercole. E tutto ciò che occorre per far fronte alla carenza di alloggi e quant'altro deve essere fatto all'interno di questa linea rossa sfruttando le risorse finanziarie pubbliche e private per riqualificare le periferie, cominciando dalle parti più sofferenti. Demolire e ricostruire: sono operazioni molto più complicate che costruire nell'agro romano e che necessitano di molta più energia creativa, ma che sono possibili.

Che a conti fatti la Fiera abbia poi scelto l'offerta più vantaggiosa, con uno scarto di cento milioni di euro, è del tutto ragionevole. Ma c'è da chiedersi perché l'amministrazione comunale abbia avallato il progetto scelto, che non era l'esito di un concorso pubblico e sarebbe potuto essere benissimo modificato. Ecco: secondo me gli amministratori di Milano vengono scelti ed eletti per le loro nobilissime qualità, tra le quali non viene considerato il buon gusto nel campo estetico della città.

L'Expo del 1851, a Londra, lanciò la grande novità di un edificio in ferro e vetro simile a una serra. L'Expo di Barcellona del 1888 fu la vetrina del modernismo architettonico catalano sullo sfondo di Gaudì. L'Expo del 1889 a Parigi mostrò le incredibili possibilità costruttive dell'acciaio e, demolita l'immensa galleria delle macchine, ne rimase la torre Eiffel. L'Expo di Chicago del 1893 lanciò il movimento della City Beautiful, cui dobbiamo il rinnovo urbanistico di molte città americane e tra l'altro il Mall e il Campidoglio di Washington. L'Expo di Parigi del 1925 divenne cassa di risonanza dell'Art déco, ma toccò ancora a Barcellona, nell'Expo del 1929, di ospitare il nuovo stile moderno, con il famoso padiglione di Mies van der Rohe. E l'Italia? Se l'Expo di Torino del 1902 promosse la diffusione dello stile liberty in Italia: l'esposizione di Milano del 1906 non segnò alcun rinnovamento architettonico e finì per risolversi non solo in un programma estetico irrilevante ma anche, raccontano i giornali dell'epoca, in un fallimento su tutta la linea, compresa quella organizzativa che avrebbe dovuto legittimare la pretesa milanese di essere la capitale morale dello Stato.

Le città hanno, come le persone, un carattere radicato nel loro passato che permane nel tempo e che è difficile modificare. Sicché, se Barcellona e Torino hanno colto nell'ultimo ventennio l'occasione delle Olimpiadi per affermare la propria vocazione culturale nell'architettura, a Milano la curiosa ostinazione sul progetto CityLife dimostra soprattutto la continuità del dubbio gusto tradizionale delle amministrazioni milanesi.

Uno spettro si aggira per Milano, la diceria che il progetto sulle aree dismesse della Fiera, con i suoi discussi grattacieli, sia l'esito di un concorso. Non è vero: Luigi Roth, il suo presidente, ha messo in vendita l'area chiedendo — a mio avviso meritevolmente — che l'offerta economica fosse accompagnata da un progetto, e sui progetti presentati chiese il giudizio di undici esperti in vari campi.

Non so degli altri, ma a me venne chiesto un parere dal punto di vista urbanistico, parere negativo su 4 progetti su 5 — ottimo era solo quello di Renzo Piano — con motivazioni che chiunque può leggere sul sito www.esteticadellacitta.it

In un generale silenzio e nel torpore colpevole di chi dovrebbe controllare e non lo fa, la Penisola Sorrentina, da paesaggio-simbolo delle bellezze italiane, sta pericolosamente assurgendo a caso-studio di come, in un territorio tutelato, sia possibile approvare norme tanto incredibili quanto vessatorie per il paesaggio e remunerative per l’investimento privato, che viene di fatto trasformato nella vera priorità delle azioni amministrative.

In pieno accordo con buona parte della burocrazia e della politica regionale, i Comuni sorrentini stanno infatti procedendo ad ambigue varianti ai Piani Regolatori e ad approntare decine di altri strumenti di deregulation urbanistica, trasformando in regola quello che dovrebbe essere eccezione e in regolamentare ciò che altrimenti sarebbe considerato abuso.

Incapaci di pensare a percorsi di sviluppo nuovi e sostenibili, i Comuni pagano in “moneta urbanistica” i propri servizi sociali, le manutenzioni, l’illuminazione, le scuole, i lavori pubblici ordinari e soprattutto lo sproporzionato numero di dipendenti a bassa produttività: si cerca di fare cassa con gli sbancamenti per i box, con gli oneri di urbanizzazione, con gli introiti dei permessi a costruire.

Come ha affermato un amministratore sorrentino, parafrasando uno che comandava più di lui: «Quando sento parlare di piano paesistico mi viene voglia di mettere mano alla pistola». Intanto, il nuovo Piano Regolatore adottato a Sorrento, consente di costruire persino nelle Zone di tutela ambientale 1B del PUT (il piano paesistico della Penisola Sorrentina) e la magistratura è già dovuta intervenire per le continue irregolarità riscontrate nei colossali cantieri per garage interrati.

A Meta di Sorrento non hanno messo mano alla pistola, ma al Piano Regolatore. Con una delibera dei primi mesi di quest’anno sì è proceduto ad una variante che riscrive le Norme Tecniche di Attuazione del Piano, progettato da Vezio De Lucia, limandole e smussandole nei punti più fastidiosi e trasformando con un arzigogolo lessicale e una giravolta giuridica, la speculazione di pochi privati in “attrezzature di interesse generale”. Sono stati cassati, così, indici di fabbricabilità, altezze massime, rapporti di copertura tra costruito e aree libere, ecc. Il tutto in un grande preludio alla realizzazione di sterminati parcheggi interrati, negozi, bar, chioschi e via costruendo, per garantire «il sostegno economico all’iniziativa privata», concludendo con l’incredibile affermazione che queste costruzioni «sono consentite in tutto il territorio comunale». Infine, in un eccesso di protervia, al comma 7 dell’art.24 delle nuove Norme, si stabilisce che “Nell’ambito della pianificazione esecutiva potranno essere individuati ulteriori spazi ad integrazione delle quantità reperite in sede di pianificazione generale, senza che ciò costituisca variante al Piano Regolatore”. Come a dire: il Piano Regolatore serve a chi non si sa regolare, e a Meta si sanno regolare benissimo. L’ultima parola, comunque, tocca alla Provincia di Napoli, il mese prossimo.

A Vico Equense, la città dell’Alimuri, dove l’aggiro delle regole urbanistiche e paesistiche è un divertissement col quale si misura la capacità, l’efficienza e l’utilità dei tecnici, si è inventato il garage pertinenziale “satellite”. Dopo aver fatto costruire da un’impresa privata le solite centinaia di box auto al di sotto di una grande piazza nel centro cittadino, il comune ha organizzato un sorteggio per la vendita dei box pertinenziali a prezzo calmierato. La norma sulla pertinenzialità prevede che ogni acquirente dovrà apporre un vincolo pertinenziale, appunto, con l’abitazione di proprietà. La ratio della norma è quella di fornire un posto auto alle abitazioni che ne sono sprovviste e, sempre secondo questa ratio, tutti i comuni stabiliscono una distanza ragionevole tra il box e l’abitazione, mediamente 500 metri. Ebbene, il Comune di Vico Equense ha dilatato questa distanza a tutto il territorio comunale (tra i più estesi della Campania). Decine di fortunati residenti sul Monte Faito si sono visti assegnare il loro garage pertinenziale a molti chilometri da casa, ma a poche centinaia di metri dal mare, mentre chi abita nella piazza dove sono stati costruiti i box non ha goduto di nessuna priorità e continuerà a mettere l’auto per strada. Un criterio assurdo e comico, che consente il massimo agio e potere contrattuale all’imprenditore privato e ai politicanti in cerca di consenso spicciolo e che sta per essere adottato per decine di parcheggi interrati in approvazione al Comune.

A fronte di queste enormità, la Regione Campania, nonostante le nuove disposizioni del Codice Urbani-Rutelli, preferisce glissare, e con uno scarno comunicato apparso pochi giorni fa sul suo sito internet precisa che «la competenza all’esercizio delle funzioni amministrative attive, volte al rilascio delle autorizzazioni ed all'irrogazione delle sanzioni in materia paesaggistica, resta ancora in capo ai Comuni», almeno fino al prossimo anno.

O al prossimo comunicato.

I piccoli comuni italiani fanno festa perché sanno di essere una risorsa preziosa, sebbene troppo spesso ignorata. Fino a qualche decennio fa non avevano un ruolo, appartenevano a una provincia sorniona che se voleva evadere dal suo isolamento - dorato o subìto - poteva solo guardare alla città. Oggi no. Internet ha reso ogni piccolo nucleo abitato un centro del mondo, diversificato secondo ogni prospettiva e integrato in una rete internazionale di affinità elettive.

E vivere in piccoli centri è oggi un privilegio che spesso permette di fuggire ai problemi delle zone urbane sovraffollate e sovrainquinate. Ma c’è di più. Di fronte alla crisi ambientale che sta emergendo, i piccoli comuni sono più reattivi e pronti a cambiare registro, a diventare luoghi di sperimentazione e di emulazione di buone pratiche.

In primo luogo c’è ancora spazio fisico, agricoltura e suolo non cementificato per intenderci, per mettere in pratica la filiera corta, la coltivazione delle biomasse, l’uso delle energie rinnovabili. Ma poi c’è il tessuto sociale giusto che permette il dialogo con i cittadini e l’attuazione in tempi brevi di nuovi stili di vita. La Lombardia è la regione italiana con il maggior numero di piccoli comuni, ce ne sono 1152 sotto i 5000 abitanti. A Cassinetta di Lugagnano, nell’ovest Milano, il sindaco Domenico Finiguerra combatte strenuamente per salvare il suolo agrario da nuove autostrade e cementificazioni annesse, e fa bene: in vista della scarsità alimentare che aleggia sul mondo i terreni che oggi i palazzinari gli vogliono sottrarre nutriranno la Milano di domani. A Roncoferraro, provincia di Mantova, anche se di abitanti ne ha 6600, da un paio d’anni funziona l’impianto termico alimentato a cippato per scaldare gli edifici pubblici con i pioppi coltivati in zona. Tornando in provincia di Milano, Albairate ha applicato l’elettronica alla raccolta rifiuti e fa pagare i cittadini non sulla base della superficie occupata, ma della quantità prodotta e differenziata. A Rocca Susella, nell’Oltrepo Pavese, 229 abitanti, si sta realizzando un villaggio ecologico a energia rinnovabile. A Mezzago si è istituita la Deco, Denominazione comunale di origine, per favorire il consumo di prodotti locali, come l’asparago rosa: meno chilometri percorsi, meno inquinamento, meno rifiuti. L’Associazione dei Comuni Virtuosi è piena di buoni esempi da imitare: ora tocca ai grandi. A quando, per esempio, la raccolta dell’umido a Milano? Si produrrebbe tanto buon compost per l’agricoltura dei comuni limitrofi e si chiuderebbe un cerchio virtuoso.

Il problema dei rifiuti in Campania ritorna periodicamente di attualità, occupando prepotentemente le prime pagine dei giornali. Le immagini che ci vengono proposte sono sempre più esasperate e drammatiche: piramidi di spazzatura per le strade delle città, proteste che raggiungono livelli di tensione molto alta, scontri, vertici istituzionali di vario genere che si concludono in annunci di risoluzioni puntualmente rivelatesi fallimentari.

Da dove è iniziato tutto questo? Di chi è la colpa? E c’è una soluzione? Gli articoli ospitati su eddyburg analizzano il problema, mettendo a fuoco alcuni aspetti cruciali di quella considerata da più parti un’emergenza. Si tratta di articoli che partono dal 2004.

Antonio Di Gennaro, in due articoli scritti per eddyburg a distanza di un anno circa, evidenzia due questioni essenziali: chi gestisce il ciclo dei rifiuti? Ed è ammissibile esautorare l’autorità pubblica consegnando il potere decisionale alla gestione commissariale? In un articolo del 2004, Privatizzare i rifiuti è sbagliato, spiega come il ricorso al meccanismo del project financing significhi nei fatti delegare ai privati scelte decisive che spettano al pubblico. E’ il privato, infatti, che sceglie dove localizzare i termovalorizzatori, ma lo fa in funzione del proprio profitto più che in funzione dell’interesse pubblico. E così, può accadere che la localizzazione di una struttura così invasiva venga decisa in una zona come Acerra, già interessata da gravi problemi di inquinamento, scatenando immancabilmente le proteste e le rivolte dei cittadini. Ce le descrivono due articoli, Rifiuti, Acerra blocca Napoli di Francesco Pilla su il manifesto e Il vescovo, i verdi, il sindaco rosso. Ecco la crociata dell’inceneritore di Giovanni Valentini su la Repubblica. La seconda questione, sottolineata da Di Gennaro nell’articolo Commissariati straordinari in Campania: emergenza o stato di eccezione?, del 2005, è quella della gestione commissariale. Può l’emergenza giustificare una così prolungata delega dei poteri da parte dello Stato? Con il commisariamento, lo Stato fa un passo indietro e l’emergenza non è più sintomo di un problema ma giustificazione per non decidere.

Gestione commissariale e necessità che la politica assuma le sue responsabilità ritornano in un articolo di Di Gennaro, Discariche e lontre, sempre del 2005, che prende spunto dalla decisione di Guido Bertolaso, neo-commissario, di localizzare a Serre di Persano una nuova discarica, a due passi da un’oasi naturalistica. Su Serre di Persano la polemica si protrarrà ancora a lungo: due anni dopo, nel 2007, il geologo Giovan Battista dè Medici spiega in conferenza stampa come non siano stati valutati siti alternativi per la localizzazione delle discariche (Non hanno cercato siti alternativi). In particolare, si punta il dito contro la decisione di utilizzare cave dismesse, poco idonee da un punto di vista geologico ad accogliere rifiuti e troppo vicine ad aree protette.

Non mancano i dati che danno la dimensione dell’emergenza. Da una parte il rapporto di Legambiente sui reati ambientali, uscito nell’aprile 2007 e riportato da un articolo del il manifesto,Veleni, rifiuti e cemento, ‘o business della camorra: confermato il primato campano per reati ambientali e uno sconcertante giro d’affari delle cosiddette ecomafie. Dall’altra, nel maggio dello stesso anno, i dati dell’APAT, l’agenzia ministeriale per la protezione dell’ambiente, che mettono in luce una situazione di grave rischio igienico-sanitario di tutto il territorio regionale; di questi dati si parla in un’inchiesta del Corriere del Mezzogiorno, riportata integralmente in Campania, la Regione dei veleni.

Alcuni articoli delineano anche alcune possibili soluzioni. Antonio Cianciullo, in un articolo su la Repubblica dal titolo Abusivismo, ecoballe e camorra “Ma cambiare strada è possibile” (maggio 2007), sulla base di interviste a tecnici ed esperti, indica la raccolta differenziata come primo importante passo verso la risoluzione del problema.

Più articolati gli interventi di Guido Viale. In un articolo su il manifesto del 22 maggio 2007, Che fare della mondezza campana, fa una puntuale analisi delle molteplici cause che hanno decretato lo stato di emergenza, ricostruendo l’infinita “catena di errori”. In un altro articolo uscito su la Repubblica il 2 giugno 2007, Quali misure per l’emergenza rifiuti, vengono indicate alcune possibili soluzioni: nel momento in cui il flusso dei rifiuti aumenta considerevolmente, la soluzione non sta solo nel loro smaltimento attraverso discariche e termovalorizzatori, ma anche nella loro riduzione, attraverso, ad esempio, la raccolta differenziata e la limitazione degli imballaggi.

Il 2008 inizia nel segno dell’emergenza, con la riapertura della discarica di Pianura chiusa nel 1996. Molti gli articoli inseriti tra il 5 e il 10 gennaio. Antonio Di Gennaro, nell’articolo scritto per eddyburg Crisi dei rifiuti e crisi della politica, punta il dito contro l’istituzionalizzazione dell’emergenza.

Michele Serra, su la Repubblica, se la prende con chi governa, in particolare con la Regione, perché non è riuscito a mettere mai in discussione scelte palesemente sbagliate ( Rifiuti, ancora roghi e scontri. La UE minaccia sanzioni); Massimo Serafini, su il manifesto ( Una politica usa e getta), e Roberto Saviano, su la Repubblica ( Ecco tutti i colpevoli della peste di Napoli), sottolineano invece il ruolo da protagonista della camorra, soprattutto nello smaltimento illegale dei rifiuti tossici. Saviano, in particolare, parla dei consorzi pubblici-privati come del “sistema ideale per aggirare tutti meccanismi di controllo”.

Enrico Pugliese, nell’articolo Tutto si spiega: è un mistero napoletano uscito sul il manifesto, pone alcuni interrogativi: perché non si è mai fatta chiarezza sull’appalto di Impregilo per la costruzione del termovalorizzatore di Acerra? E’ l’incapacità politica o la camorra a impedire la raccolta differenziata dei rifiuti? O la verità, forse, è che la camorra è anche un buon capro espiatorio per coprire le inefficienze della politica? E attendono una risposta anche le Sette domande sui rifiuti poste da eddyburg, che coprono sinteticamente l’intero arco dei problemi: dalla quantità dei rifiuti prodotti fino alla gestione politica della questione.

Il geologo Giovan Battista dè Medici, a un anno dalla fine della sua collaborazione con il Commissariato straordinario, ripropone in un’intervista uscita sull’ Unità ( «Folle farla qui, è zona vulcanica») le sue tesi sull’inidoneità dei siti prescelti per le discariche. E sempre sull’ Unità un’intervista a Francesco Forgione, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che propone drasticamente la fine dei commissariamenti ( «Il sistema dei commissari è criminogeno»).

Di fronte agli scontri di Pianura, però, ancora una volta gli inceneritori vengono proposti come la risoluzione definitiva del problema, dimenticando che quello di Aversa, se e quando venisse completato, non riuscirebbe a smaltire le piramidi accumulate nemmeno a pieno regime. E chi si farebbe carico del rischio connesso alla combustione di ecoballe di cui nessuno garantisce la sicurezza? Queste le considerazioni di Guido Viale nell’articolo uscito su il manifesto Incenerire è un po’ morire.

La raccolta differenziata, con la separazione dei rifiuti umidi da quelli secchi, e una limitazione degli imballaggi sono due soluzioni immediatamente praticabili e meno costose degli inceneritori: sono queste le tesi di fondo di due articoli pubblicati su il manifesto il 10 gennaio 2008, Il mondo in scatola di Gabriele Polo e Due sacchetti per uscire subito dall’emergenza, di Paolo Cacciari.

Di possibili soluzioni e di come trarre vantaggio dallo smaltimento dei rifiuti parla anche Mario Tozzi in un articolo uscito su la Stampa il 12 gennaio 2008, Dove i rifiuti diventano una risorsa.

L’articolo di Giovanni Valentini, La grande balla delle ecoballe, del 14 gennaio, approfondisce la questione dell’appalto del termovalorizzatore di Acerra e della relativa inchiesta della Procura di Napoli. Guido Viale, nell’articolo pubblicato su il manifesto il 16 gennaio, Quattro soluzioni per il problema dei rifiuti, ritorna sulle soluzioni immediatamente realizzabili per affrontare l’emergenza, sottolineando ancora una volta la necessità di produrre meno rifiuti. Elio Veltri, su l’Unità del 17 gennaio, evidenzia un altro aspetto, la scelta di concentrare gli inceneritori in aree già pesantemente inquinate (Rifiuti, uno scandalo italiano).

Con l’avvio del piano del neo commissario straordinario De Gennaro, inizia il viaggio dei rifiuti verso le altre Regioni: la Sardegna è la prima ad offrire la propria disponibilità, scatenando scontri che prendono direttamente di mira il Presidente Soru. Antonietta Mazzette, in un articolo scritto per eddyburg, Quando la politica diventa violenza, riflette sulla tendenza a reagire con una violenza spesso inaudita di fronte alle cause più disparate: oggi sono i rifiuti, domani una partita di calcio.

Sempre dalla Sardegna, Giorgio Todde commenta gli scontri con ironia e amarezza , sottolineando come mentre nel resto d’Italia si commenti positivamente l’immediata disponibilità dell’isola, a Cagliari si scatenino le proteste e le violenze (L’immagine). E sempre in un articolo scritto per eddyburg, Guardare al di là di Napoli, Lodovico Meneghetti guarda all’emergenza campana da un punto di vista più generale, considerando i rifiuti solo l’ultima prova di un’Italia che “mangia” il suo territorio.

Da più parti, le proteste campane vengono additate come tipico caso di protesta NIMBY: lo storico dell’ambiente Marco Arniero spiega invece come in America i territori più inquinati siano anche i più poveri che spesso non hanno altra via d’uscita che la protesta organizzata (Un archivio delle lotte di resistenza ambientale da Serra a Pianura).

Le violenze e gli scontri continuano ad attirare l'attenzione dei media, un po' meno riescono a farlo i veri colpevoli del disastro campano: nell'articolo Perchè sono tutti colpevoli , uscito su la Repubblica il 2 febbraio 2008, Carlo Bonini prova a farne qualche nome, più e meno noto. Roberto Saviano nell'articolo uscito su la Repubblica il 4 febbraio, L'anima perduta della monnezza di Napoli, cerca di spiegare perchè gli abitanti preferiscano tenersi la spazzatura piuttosto che aprire le discariche: in un territorio con elevati tassi di mortalità per cancro, la discarica appare infatti un rimedio peggiore del male che si propone di risolvere.

In una corrispondenza per eddyburg da Piombino del 15 febbraio (Commissariamenti e poteri speciali anche in Toscana), Paolo Bonisperi racconta la previsione di smaltimento dei rifiuti dell'Italsider di Bagnoli presso il porto di Piombino. Ancora una volta, emergono follie emergenziali e assenza di programmazione: Piombino dovrà costruire delle vasche di smaltimento per i rifiuti di Bagnoli senza aver prima smaltito i propri.

Ben presto, ci si rende conto che le proteste degli abitanti non sono poi così infondate. A dirlo è proprio Gianni De Gennaro, costretto ad ammettere che i siti da lui stesso indicati per la riapertura delle discariche sono totalmente inidonei. Oltre ad un articolo pubblicato il 16 febbraio sul Corriere della Sera (Rifiuti, De Gennaro: piano irrealizzabile), ne parla anche Antonio Di Gennaro in un commento scritto per eddyburg (Carte false).

Le dichiarazioni del prefetto De Gennaro, riportano ancora una volta la discussione sul problema economico e sociale che sta alla base della questione rifiuti, e non solo in Campania. Guido Viale, in un articolo pubblicato su la Repubblica il 5 marzo (Come vincere la sfida dei rifiuti) spiega che non basta affidarsi alla tecnologia – il termovalorizzatore – ma che bisogna intervenire sui consumi e sulle abitudini per risolvere radicalmente l'accumulo dei rifiuti.

Oltre a quelli sull’emergenza campana, eddyburg ospita altri articoli sul problema dei rifiuti. Veleni, mafie e discariche: è il Sud la pattumiera d’Italia è un’inchiesta di Giovanni Valentini per la Repubblica, del 21 ottobre 2004, che racconta in particolare le criticità ambientali della Puglia. Sempre di Valentini è un articolo sull’emergenza rifiuti in Sicilia, Le due Italie divise anche dai rifiuti, del 29 agosto 2005; all’articolo, in cui l’autore si dimostra a favore dei termovalorizzatori purchè realizzati in un’ottica di “ambientalismo sostenibile” assumendo un posizione critica verso gli ambientalisti, risponde Legambiente Sicilia con un comunicato pubblicato su eddyburg il 31 agosto 2005 ( A proposito di “ambientalismo sostenibile”: qualche precisazione dalla Sicilia).

Nell'articolo del 29 agosto 2005, Ultima spiaggia sulla plastica, l'autore Niall Ferguson pone il problema dell'inquinamento marittimo: in particolare, pone il problema dei rifiuti di plastica che soffocano le spiagge e che vengono abbandonati in mare.

La necessità di ripensare i sistemi di produzione delle merci per affrontare radicalmente il problema dei rifiuti è il tema di fondo dell’articolo di Marco Niro, Inceneritori: perché?, pubblicato su megachip.info nel dicembre 2006.

E poi, naturalmente, la metafora di Italo Calvino, Leonia, la città seppellita dai rifiuti, che era nascosta in altri scritti di eddyburg e che abbiamo riportato in evidenza in occasione della discussione in atto

Urbanistica romana, dopo la bufera è l’ora degli schieramenti. Ma è proprio vero che le centralità, i nuovi quartieri-città che si stanno alzando nelle periferie, sono state per lo più disegnate su ettari d’oro dei grandi costruttori? «Si potrebbe rispondere di sì» risponde Italo Insolera, il padre della storia dell’urbanistica romana. «Perché è quello che si vede. Ma non mi soffermerei a parlare solo di questo. Il problema è la struttura del piano regolatore. E a questo proposito è uscito un libro interessante dell’economista Franco Archibugi, che ora insegna in Inghilterra e che sostiene che in una metropoli moderna le centralità possono essere una, al massimo due. Lo Sdo, il famoso sistema direzionale orientale, era una vera alternativa al centro. Mentre otto o più centralità sono una balla. Non esistono in nessuna città del mondo».

E la mancanza di servizi o per lo meno il fatto che nascano prima le case e poi le infrastrutture? «Non è vero» continua Insolera «che si tratti di un vizio, per così dire, romano di sempre. Perfino l’Ina Casa, nel periodo più duro della ricostruzione, ovvero dopo la fine della guerra, si preoccupava di fornire in modo pronto i servizi dei quartieri che costruiva. Noi, allora giovani architetti, progettavamo insieme case e servizi con i finanziamenti del Piano Fanfani. Magari subito subito non c’erano, ma dopo un mese, i nuovi abitanti avevano tutto a disposizione. Non solo, c’era qualità architettonica, che ora, è opinione comune, nelle case dei nuovi quartieri non si vede. Gregotti si è impegnato per il piano di Acilia Madonnetta, ma, a parte lui, avete mai visto le abitazioni di qualcuno di questi quartieri periferici finire sulle riviste di architettura?».

Un altro urbanista di fama, Leonardo Benevolo, parla dal suo studio vicino Brescia. «Finora ho soltanto sentito critiche giornalistiche. Lo studio di un Piano è un’altra cosa. Ma quello di Roma è una canovaccio che sottolinea i temi da sviluppare, un’idea interessante, dopo il prg del ‘62 che ha scatenato l’abusivismo. Forse si è abusato di accordi di programma estranei al Piano stesso. Ma la questione centrale è un’altra. L’ente pubblico non si può limitare a dare autorizzazioni a costruire, altrimenti perde il controllo del territorio. Deve scendere in campo, come viene fatto in tutta Europa, con società miste con i privati, deve comprare le aree, urbanizzarle, scegliere i progetti e poi rivenderle. È un circolo virtuoso, che darebbe all’amministrazione il compito di disegnare veramente, da un punto di vista urbanistico e architettonico, la nuova metropoli».

La puntata di Report sull’urbanistica romana ha «scoperchiato» il vaso. Ma le critiche si sono abbattute sulla amministrazione Rutelli-Veltroni non proprio a ragione secondo Paolo Avarello, presidente dell’Istituto nazionale di Urbanistica, perché tutto ciò che è stato trasmesso da Report - spiega Avarello - non è il nuovo ma l’eredità del vecchio piano regolatore che risale al ’65 ma si allunga fino ai nostri giorni. Ora, invece, le amministrazioni Rutelli e Veltroni lasciano in eredità ad Alemanno con il nuovo piano regole che dovrebbero migliorare la qualità urbana in una città massacrata da decenni di abusivismo. Alemanno saprà farle rispettare? Una domanda che preoccupa il presidente dell’Inu.

Parliamo prima del passato recente. Che tipo di rapporto hanno impostato le amministrazioni Rutelli e Veltroni con i costruttori?

«Intanto le due amministrazioni non sono state la stessa cosa e non si sono trovate ad affrontare esattamente le stesse questioni. In particolare, la seconda amministrazione Rutelli ha avuto il grosso problema di liquidare il pregresso: chiudere i conti con il vecchio piano, ridurne le previsioni edificatorie. E ha scelto di farlo patteggiando con i privati, che dal piano del ’65 si erano visti riconosciuti una serie di diritti edificatori».

Non si poteva semplicemente dire: qui non si costruisce più?

«No, perché una volta assegnata l’edificabilità l’amministrazione, con le leggi vigenti in Italia, non ha molti margini per tornare indietro: i privati acquisiscono un diritto e se l’amministrazione prova a toccarlo, fanno ricorso e nel giro di 8 anni – tanto durano le cause – di solito vincono loro. Per di più l’ultima finanziaria Berlusconi ha ribadito che l’Ici si paga anche sulla sola previsione edificatoria del prg. Quindi se non vuoi più che il privato costruisca devi anche restituirgli l’Ici pagata. Comunque per liquidare i vecchi diritti edificatori le vie erano sostanzialmente due: patteggiare con i privati oppure espropriarne le aree. Ma l’amministrazione non aveva soldi per farlo.

Quindi è venuta a patti con i privati?

«Sì, non patti segreti, ma accordi in base ai quali l’edificato previsto nel vecchio prg è stato spostato altrove: non dove si era costruito troppo ed era meglio lasciare spazio a un parco, non nelle aree centrali ma in quelle periferiche, che valgono di meno, quindi aumentano le cubature. Si chiama compensazione e si pratica ovunque. Roma però ha dovuto anche fare i conti con una legge urbanistica regionale rigida per cui il piano ha dovuto stabilire non solo dove, ma anche quanto, come costruire. Mentre in Toscana, per esempio, quanto e come lo si vede in un secondo momento, proprio per evitare che si stabiliscano dei diritti acquisiti rigidi».

Perché il Lazio ha scelto un’altra via?

«La Regione aveva un assessore del Prc e i suoi consulenti, molto di sinistra, sostenevano che tutto si doveva espropriare e costruire a spese del pubblico».

E invece?

«Nella pratica il pubblico non ha i soldi. Una condizione diffusa oltre i confini italiani: anche altrove il pubblico non avendo soldi patteggia con il privato».

Forse altrove si patteggia in modo più vantaggioso?

«Sì, ma non è che l’amministrazione di Roma sia tra le ultime d’Europa. Su alcune cose ha fatto meglio, su altre ha “sbracato”. Il punto è che patteggiare si faceva anche prima, ma sottobanco e la quota sottratta ai costruttori andava in tasca ai decisori politici o tecnici e non per finanziare opere pubbliche. L’amministrazione Rutelli ha impostato l’urbanistica in modo che su ogni singolo progetto si decide cosa farà il privato per sé ma anche quale contributo in termini di aree verdi e opere pubbliche. Gli oneri concessori previsti per legge sono veramente una frazione minima: l’amministrazione si è fatta dare qualcosa di più dai privati in verde e in infrastrutture».

Ma il Comune non ha aree sue?

«Ne ha, ma non nei posti giusti, quindi se le deve far dare dai privati».

Vuol dire che ciò che è stato costruito in questi anni, frutto di questo patteggiamento, era un male necessario?

«Sono i quartieri previsti dal vecchio piano, un male inevitabile più che necessario, viste le leggi e le condizioni economiche».

Ma non si poteva dire qualche no in più?

«Forse sì, ma tenga conto di cosa significa l’edilizia a Roma».

Cosa significa?

«La prima attività non terziaria».

Risultato?

«Alcuni interventi sono infelici, altri meno, alcuni sono di buon livello. Ma quasi nulla di quello che ora fa gridare allo schifo viene dal nuovo piano, compresa la Bufalotta, che era in avanzata esecuzione quando è stato approvato il prg. Fare “papponi” in cui si tende a confondere il prima e il dopo e le responsabilità è ingiusto».

Ma Veltroni e Rutelli hanno davvero voltato pagina?

«Basta confrontare il peggiore dei quartieri realizzati in questi anni con via della Magliana o con le concentrazioni di abusivismo condonato».

E però le infrastrutture continuano ad inseguire ciò che i costruttori hanno già realizzato.

«Purtroppo è più facile fare le case che le infrastrutture. Però, per le nuove edificazioni è stato ribadito in sede di adozione del piano che senza metropolitana non si costruisce. Una regola che i costruttori non hanno mandato giù: speriamo bene.

Teme per il futuro?

«So che Alemanno ha detto che bisognerà rivedere alcune cose del piano. E so che su questo punto le pressioni sono molto forti».

L’idea centrale del piano è costruire in periferia nuove centralità. Funziona?

«La periferia romana è particolare, molto slabbrata con molti buchi: alcuni sono parchi altri no. Una periferia fatta solo di case non è una buona cosa. L’idea iniziale di densificare portando anche servizi e metropolitane, pattuita anche qui con gli operatori economici, era ottima. Però sconta molti ritardi. Storace per anni ha bloccato per motivi politici i grandi progetti di riqualificazione contrattati con interventi privati e poi si è perso tempo anche per completare i vecchi piani di edilizia economica che hanno prodotto quartieri brutti e nemmeno tanto economici. Nel frattempo è cambiato il mercato: quando l’iter è iniziato tutti volevano fare centri direzionali, centri commerciali, alberghi. Oggi i centri commerciali abbondano, vendere gli uffici è difficile, l’unica cosa che tira ancora è la casa».

Quindi anche l’idea delle centralità rischia di naufragare?

«So che Alemanno ha accennato che ci vuole qualche cambiamento al prg. E la pressione dei costruttori è la solita: fare solo e soltanto palazzine».

Postilla

Incredibile. Continuano a mentire sui cosiddetti “diritti edificatori” che non esistono. Continuano a dire che, se un comune vuole fare una variante al piano regolatore che elimina, motivatamente, l’edificabilità concessa ad alcune aree, deve indennizzare i proprietari. E chi lo afferma è il presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica!!! (veramente, sapevamo che da qualche anno era un altro). Ci tocca ripetere per l’ennesima volta che il piano regolatore non attribuisce alcun “diritto edificatorio”, e che invece rimane totalmente in piedi il diritto di variante del Comune, purchè motivato. La dimostrazione della balla dei “diritti edificatori" venne fornita alcuni anni fa e dimostrata per tabulas (vedi in questo sito: Forse che il diritto impone di compensare i vincoli sul territorio?) e confermata da autorevoli giuristi (vedi la lettera a Italia nostra del prof. Vincenzo Cerulli Irelli).

Se i governanti di Roma hanno preferito accontentare la proprietà immobiliare anziché modificare il PRG eliminando l’eccesso di previsioni del vecchio PRG, concepito e approvato nella lontana “età dell’espansione”, ciò dipende da una precisa scelta politica, culturale, sociale: quella di cercare e ottenere sempre l’alleanza, il sostegno e l’appoggio degli interessi della proprietà immobiliare volta alla speculazione sul plusvalore dei suoli. La stessa scelta, del resto, che era state compiuta e ribadita dalle giunte dominate dalla destra democristiana, nei decenni precedenti alle giunte di Argan, Petroselli e Vetere.

la Repubblica

In Chinatown solo a piedi

di Alessia Gallione

La zona a traffico limitato pronta a partire a settembre. Ma soprattutto la promessa di trasformare via Paolo Sarpi in una strada pedonale, con i cantieri che potrebbero aprire nell’estate del 2009 per riportare a nuova vita il quartiere tra due anni. È una accelerazione decisa quella impressa da Palazzo Marino per risolvere la questione di Chinatown. E questa volta è la stessa Letizia Moratti ad assicurare tempi brevi: «Partiremo nelle prossime settimane per arrivare a una Ztl a settembre. È una delle tappe che stiamo portando avanti nell’interesse dei residenti e dei commercianti», ha assicurato il sindaco. Perché per ora, in attesa che da un incontro del tavolo istituzionale fissato lunedì prossimo arrivi una risposta dalla comunità cinese sul luogo scelto per trasferire le loro attività, c’è solo una certezza: «Il commercio all’ingrosso in zona Sarpi non può più restare».

L’ipotesi di Lacchiarella per uno spostamento dei grossisti rimane la più praticabile e immediata. Lo ha confermato anche il console cinese Limin Zhang al termine di un vertice in Comune da cui, però, non sono arrivate certezze: «Siamo ancora in una fase di studio delle proposte in campo - ha spiegato - anche se in questi giorni ci sarà una scelta unica e definitiva. Alcune aree sembrano ideali come per esempio Lacchiarella». E, per complicare ancora di più la questione, ieri è spuntata un’altra ipotesi a Locate Triulzi. È proprio di fronte a questo "tira e molla", che Palazzo Marino ha detto basta. «Dopo un anno di trattative non possiamo più aspettare. La Ztl partirà e nel frattempo sosterremo nuove opzioni per il trasferimento all’ingrosso: più ce ne sono meglio sarà», dice il vicesindaco Riccardo De Corato. E anche l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli ribadisce: «A noi l’ipotesi Lacchiarella sta bene anche se non considero ancora morta l’opportunità di via dei Missaglia». «Quello che vogliamo sono garanzie - aggiunge l’assessore al Commercio Tiziana Maiolo - una lista dei grossisti e la data del trasloco. Non ci saranno sussidi diretti, ma un’informazione dei possibili incentivi». Critico il consigliere del Pd Pierfrancesco Majorino: «Dopo più di un anno è ancora tutto fermo. Dal 21 organizzeremo incontri per aiutare la giunta con proposte mirate a uscire dal pantano in cui si è cacciata».

La Ztl che partirà a settembre consentirà l’accesso per i residenti non in tutto il quartiere ma solo nell’isolato in cui abitano e due strade, via Rosmini e via Niccolini, resteranno aperte al traffico. Quattro telecamere saranno sistemate in via Sarpi. Tra i cambiamenti ci sarà la modifica del senso di marcia di alcune vie: via Lomazzo, via Sarpi verso via Bertini, in via Messina si circolerebbe da via Sarpi verso via Fioravanti e in via Braccio da Montone da via Sarpi verso via Giusti. «La Ztl ci consentirà di studiare la pedonalizzazione e il progetto partirà subito», spiega l’assessore al Traffico Edoardo Croci. Il punto di partenza è un piano presentato da Unione del Commercio e Camera di commercio cinque anni fa, che trasformerebbe via Sarpi in una nuova via Dante, con la possibilità di passaggio solo per i residenti che hanno un posto auto, una nuova pavimentazione, panchine e verde. Per i lavori nel prossimo bilancio si dovranno prevedere almeno 4 milioni di euro di spesa e due anni di lavori.

Il Corriere della Sera

Moratti, via le auto da Chinatown

di Andrea Senesi

Linea dura del Comune per convincere i grossisti a traslocare da via Sarpi. «Da settembre, massimo ottobre, partirà la zona a traffico limitato nel quartiere», dice il sindaco Letizia Moratti. La pista più accreditata rimane quella di Lacchiarella, comune a sud di Milano. Anche se il sindaco Luigi Acerbi non nasconde qualche perplessità: «Non siamo stati coinvolti nella decisione». Ma neppure l'ipotesi via dei Missaglia è completamente tramontata.

Nell'attesa, tra i commercianti cinesi di via Sarpi e dintorni, la tattica più usata è la melina. Cercano di prendere tempo, gli asiatici, con (forse) l'obiettivo di alzare il più possibile la posta in palio, di incassare somme elevate di denaro per vendere quei negozi «che abbiamo comprato pagando in contanti».

Ora basta, non si scherza più. I grossisti cinesi da via Sarpi e dintorni se ne devono andare. Da settembre, massimo ottobre, tutto il quartiere diventerà una zona a traffico limitato. Obiettivo: eliminare i carrellini dei grossisti. Che devono decidersi ad accettare una delle ipotesi di trasferimento sul tavolo dell'amministrazione ormai da mesi.

Ieri, per la prima volta, è stato lo stesso sindaco Letizia Moratti a parlare della necessità di dare il via alla zona a traffico limitato: «A breve partiremo con la segnaletica per arrivare a una ztl nel mese di settembre e ottobre».

Quattro telecamere regoleranno l'accesso, consentito ai residenti solo per l'isolato in cui abitano. Di più. I tre assessori alla partita — Tiziana Maiolo (Attività produttive), Carlo Masseroli (Urbanistica) e De Corato (vicesindaco, con delega alla sicurezza) — rialzano la posta. Nel 2009 partiranno i lavori (due anni di tempo) per la pedonalizzazione dell'area. Via Sarpi come via Dante, il fantasma agitato per convincere i grossisti a fare le valigie da via Sarpi. Già, ma verso dove? Lacchiarella rimane la pista più accreditata. Lì ci sono i capannoni abbandonati del Girasole, e lo stesso sindaco del Comune a sud di Milano, Luigi Acerbi, si dice possibilista sull'operazione. A patto che non sia quel maxi-polo del commercio all'ingrosso per tutto il nord Italia che qualche imprenditore cinese già immagina. «Non deve avere un impatto negativo sugli equilibri della nostra comunità». E poi, il problema del metodo. «Milano avrebbe dovuto coinvolgerci prima nell'operazione» lamenta il sindaco. Attacca anche l'opposizione: «Dopo più di un anno a Chinatown è ancora tutto fermo», dice Piefrancesco Majorino del Pd.

A Palazzo Marino il timore vero è un altro. E cioè che la comunità accetti Lacchiarella senza offrire in cambio garanzie precise sui tempi della delocalizzazione da Sarpi. «Tant'è vero — ragiona la Maiolo — che abbiamo chiesto, per ora senza risposta, una lista dettagliata dei commercianti che accetterebbero il trasloco». In ogni caso, la pazienza è finita, ripetono in coro dal Comune. E per i grossisti — ribadiscono — non ci saranno aiuti di natura economica. «La decisione di creare la Ztl — attacca De Corato — risale ad aprile dello scorso anno. Dopo più di un anno ora non possiamo più attendere ». «Una vittoria della Lega», esulta il capogruppo del Carroccio Matteo Salvini. E sul quartiere che verrà circolano già i primi progetti. Dal recupero dell'ex stabile Enel di via Niccolini a una nuova libreria Feltrinelli che dovrebbe aprire nella zona nel frattempo liberata dai carrellini. «Non so come la partenza della Ztl sarà presa dai commercianti cinesi» dice il console Limin Zhang. Che, nel merito conferma: «Mi risulta che qualcuno ha già accettato il trasferimento a Lacchiarella. Lì sono già pronti i capannoni e i terreni». Detto comunque che l'ipotesi Gratosoglio non è del tutto tramontata (Masseroli sostiene che la soluzione potrebbe essere «complementare » a quella di Lacchiarella), al tavolo di ieri ne è spuntata, portavoce il console, un'altra: Locate Triulzi. Nel frattempo, la Ztl partirà. Con buona pace dei commercianti cinesi. E italiani. Che piuttosto della soluzione intermedia preferirebbero da subito la completa pedonalizzazione dell'area. Lunedì è in calendario il prossimo incontro tra Comune e comunità. Potrebbe essere il giorno della verità sul destino della zona Sarpi. Spettatori interessati: Gratosoglio, Lacchiarella e Locate Triulzi.

la Repubblica

Al Girasole già spuntano uffici con gli ideogrammi

di Anna Cirillo

I giardinieri rasano i prati a puntino, non un filo fuori posto nell’immenso giardino in cui è immersa una cittadella agonizzante. Il Girasole è un gioiellino, sembra un villaggio vacanze in campagna. Ma i capannoni rossi di questo comprensorio a poco più di due chilometri da Lacchiarella (tre dall’autostrada A7) dedicati da sempre all’ingrosso di abbigliamento, sono in parte abbandonati. Più della metà chiusi, non affittati. Si gira nel dedalo di strade silenziose con una sensazione di vuoto e desolazione. E in uno spazio sporco e disadorno spiccano cartelli con ideogrammi. È l’ufficio messo in piedi dai cinesi per attirare qui i commercianti di via Sarpi. Ma anche altri, perché no.

L’intuizione fu di Berlusconi, a costruirla l’Edilnord, inaugurazione nel 1985: 800mila metri quadrati, 22 padiglioni dall’aria discreta, un totale di superficie coperta di 170mila metri quadrati, più il palazzo Marco Polo, destinato a uffici e centro direzionale. C’erano due banche, andate via nel 2001, tabaccheria, ristorante: ora è deserto, sopravvive solo il bar. La storia del Girasole è stata di gloria per circa una decina d’anni. Cittadella della moda, con sfilate, grossisti di livello, pista di atterraggio per elicotteri, la Fiera di Milano che portò qui alcune manifestazioni fino al 1994. Tanto che prima della scelta di Rho-Pero si parlò di piazzare la fiera in un’area industriale adiacente al Girasole. «All’inizio qui era pieno di grossisti, tutta roba di qualità, gli spazi mancavano - racconta Vittoria Aspirondi, commerciante all’ingrosso di abiti, arrivata 23 anni fa - . I cinesi ben vengano, porteranno un po’ di gente, un po’ di vita in questo posto vuoto, che è un delitto far morire». «Tutto il mondo veniva qui, arabi, americani, francesi, era un piacere non solo per la qualità dei prodotti ma anche per le manifestazioni» ricorda Renata Pellizzari, due negozi a Milano e a Lignano. Poi il declino. La Fininvest a inizio anni ‘90 vende la proprietà a diversi enti di previdenza. «Il vero problema del Girasole è questo - spiega Brunello Maggiani, storico di Lacchiarella, amministratore di alcuni padiglioni - . Uno dei padiglioni più grandi, 14.400 metri quadrati, è stato appena venduto dall’Enpam, l’ente di previdenza dei medici, alla Pirelli Real Estate. Altri proprietari, in ordine di importanza, sono Cassa pensione geometri, Inpdap, Inps, Enasarco, Cassa notai, Cassa ragionieri. Il 75 per cento dello spazio è in mano a enti previdenziali». Che non usano i padiglioni e non li affittano. A parte Groma, società di gestione servizi integrati per patrimoni immobiliari, costola della Cassa geometri che agisce anche per conto di Enasarco. Ed è con Groma che i cinesi stanno trattando. «Un gruppo di ristoratori di Paolo Sarpi - spiega Vincenzo Acunto, direttore generale di Groma - ha firmato con noi un pre-contratto di locazione per quasi 50mila metri quadrati di capannoni, depositi per commercio all’ingrosso di proprietà nostra e di Enasarco. L’affitto è 6 euro al metro quadrato al mese, più gli oneri condominiali: sorveglianza 24 ore su 24, riscaldamento centralizzato, manutenzione verde e strade. Se l’operazione non va in porto perderanno la cauzione, altrimenti gli affitti inizieranno da luglio, con contratti di 6+6 anni». La società di cinesi, che ha aperto un ufficio in loco, fa da intermediaria per subaffittare gli spazi a connazionali. Il sindaco di Lacchiarella, Luigi Acerbi, non è contrario all’operazione, «a condizione che si dimostri che ha ricadute positive per noi. Non siamo disponibili ad accettare qualsiasi cosa. E poi ci dev’essere un adeguamento infrastrutturale che non può essere sostenuto solo da Lacchiarella. Per questo è importante il dialogo tra istituzioni, che finora non è avvenuto».

postilla

Non solo apparentemente, ma anche in sostanza, è del tutto corretto il modo in cui – almeno a sentire gli articoli riportati – si starebbe avviando a soluzione l’annoso problema della incompatibilità fra tessuto storico e attività “pesanti” come quelle che si legano necessariamente a grossi movimenti merci. Si aprono prospettive di vera rinascita per un quartiere a lungo in bilico fra vitalissima zona commerciale urbana e rischio di degrado, spaziale così come sociale. E con la scelta di una struttura già presente nell’area metropolitana, ma sottoutilizzata, si prospetta uno sbocco sicuramente migliore di quello nelle scarse aree verdi ai margini del comune di Milano che si era affacciato in precedenza. Però.

Però, anche tralasciando per ora il fatto che quello che si prospetta per il quartiere centrale “liberato” è un processo di gentrification assai poco strisciante, va guardata forse meglio la posizione del Girasole, nel bel mezzo del parco agricolo di greenbelt , e ad esempio a poche centinaia di metri da un grosso polo logistico all’interno del medesimo territorio comunale. E, ancora ad esempio, proprio nella fascia a parco ufficialmente non ancora toccata dai grandi progetti della Traiettoria Orbitale Milanese. Si prospetta forse qualche altra operazione di forzatura dei piani, in qualche modo simile a quella bi-partisan ormai celebrata del Cerba, nel caso in cui gli spazi esistenti dovessero risultare molto meno accoglienti di quanto si dice?

Perché non pensavano certo ad allargare il campo giochi dell’oratorio, i sindaci che tanto premevano a favore del famigerato “emendamento ammazzaparchi” mentre all'orizzonte si profila, già approvata in commissione, la nuova legge sulle infrastrutture che privatizza le fasce laterali a favore della capannonizzazione del territorio (f.b.)

Roma, bufera sull’urbanistica

Paolo Boccacci

«Questa puntata di Report è un cattivo esempio di servizio pubblico informativo. Non me lo sarei aspettato. Sono costretto a passare alle vie legali.».

Finirà in tribunale lo speciale della trasmissione Report dedicato all’urbanistica romana, un martellante j’accuse di un’ora sui nuovi quartieri nati nella periferia della Capitale negli ultimi quindici anni sotto le giunte di centrosinistra. A querelare il programma condotto da Milena Gabanelli è l’ex assessore all’Urbanistica della giunta Veltroni e ora deputato del Pd Roberto Morassut, che attacca: «C’è un’incredibile massa di falsità e di approssimazioni che vuole gettare un’ombra su 15 anni di politica urbanistica capitolina, su un’amministrazione che ha approvato per la prima volta dopo 100 anni il piano regolatore generale con tre voti di consiglio, 7000 osservazioni e migliaia di incontri con cittadini, comitati di quartiere, associazioni imprenditoriali, associazioni ambientaliste e organizzazioni professionali».

I capi d’accusa della trasmissione sono numerosi e pesanti, sostenuti da interviste ad abitanti dei nuovi quartieri, ad ambientalisti, urbanisti "critici" come Paolo Berdini e Vezio De Lucia, e all’archistar Massimiliano Fuksas, messe in contraddittorio indiretto con un "botta e risposta" con lo stesso Morassut.

La prima accusa è quella di aver progettato le nuove centralità, ovvero i nuovi quartieri, su terreni di proprietà dei grandi costruttori, da Francesco Gaetano Caltagirone ai Toti, dai Parnasi agli Scarpellini. Ma non è tutto. Si parla anche di case già costruite e di servizi che mancano. A Ponte di Nona, il quartiere di Caltagirone, gli abitanti affermano che il trenino passa ogni 40 minuti. A Bufalotta, edificata da Caltagirone, dai Toti e da altri costruttori, invece non ci sarebbe ombra di quel "parco delle Sabine" pubblicizzato dai cartelloni con le offerte delle case in vendita.

E ancora. Durante tutto l’arco del programma si riafferma il concetto che ogni operazione rappresenterebbe un enorme regalo fatto ai costruttori e una cementificazione anche di aree pregiate del territorio. Vediamo a volo d’uccello. La Nuova Fiera di Roma? Un regalo ai Toti. La nuova sede della Luiss nel complesso dell’Assunzione? Altro cadeaux. La Centralità della Romanina? Un grande affare per il costruttore Scarpellini, che avrebbe offerto 50 milioni per costruire la nuova metropolitana in cambio di un aumento di cubatura, poi negato, che gliene avrebbe fatti guadagnare 250. Avanti. Ad Acilia niente campus universitari promessi. Poco lontano i palazzi abusivi di Antonio Pulcini, soprannominati "Le terrazze del presidente" condonate, mentre si aspetta ancora il raddoppio di via Acilia. Ancora: Grotta Perfetta quartiere dormitorio, Tor Pagnotta anche. A Vitinia le costruzioni metterebbero in pericolo le antiche torri. A Ponte di Nona gli abitanti passano in macchina venti giorni all’anno per il traffico. Tor Vergata non ha un metrò. E sulla via Appia Antica si condonano gli abusi edilizi. Infine anche la Città dei piccoli nell’ex Fiera di Roma della Colombo sarebbe un colossale affare per gli imprenditori che vi costruirebbero case, uffici e negozi, mentre Bonifaci ha avuto il cambio di destinazione d’uso per far nascere delle case a ridosso della Flaminia. Ma Report va anche a Parigi e a Madrid per scoprire che nella Capitale francese si costruisce solo su suoli acquistati da una società mista con la presenza del capitale pubblico al 51% e in quella spagnola il Comune costruisce e affitta case a 350 euro al mese.

«Il quadro di Roma? Assolutamente veritiero» afferma Vezio De Lucia «con tanti regali ai costruttori. L’errore più grande nell’aver avviato quella procedura che al tempo dell’amministrazione Rutelli fu chiamata "pianificar facendo" che significava facciamo il piano, e ci sono voluti 15 anni, e nel frattempo si assumono decisioni in deroga contrattate con i costruttori, anche con l’accordo della sinistra radicale».

Critico l’architetto Paolo Desideri. «È spregevole ridurre la lettura di 15 anni della storia urbanistica di Roma delle giunte di sinistra al fatto che la sinistra avrebbe imparato a fare affari. Non è vero. La sinistra ha imparato a fare regole. Le giunte Rutelli e Veltroni hanno il merito di avere varato il nuovo piano regolatore, le regole di questo mercato liberista che è sempre stata la Roma dei palazzinari, esattamente il contrario di quello che si è visto in televisione».

«Nell’urbanistica romana non c´è niente di positivo» afferma l’urbanista Paolo Berdini «Il problema è la guida della città che deve essere nelle mani dell’amministrazione pubblica e non della proprietà fondiaria. Ho contato oltre 50 accordi di programma in variante sia al piano del ‘62 che a quello nuovo. La somma di tanti pezzi scollegati non fa una città».

«Sono un estimatore della Gabanelli» ribatte l’ex presidente dell’Inu Paolo Avarello «ma questo servizio mi ha deluso, perché si punta a fare spettacolo con una confusione di informazione e molto qualunquismo. Era tutta una melassa tendente al negativo senza approfondimenti veri sul negativo e senza citare il positivo che c’è».

"Abbiamo demolito 250 costruzioni abusive"

Carlo Alberto Bucci

Dieci anni con le ingiunzioni di abbattimento in mano e le ruspe alle spalle. Con centinaia di demolizioni abusive messe a segno. E con due volte l’auto da ricomprare perché, nel 1998 e nel 2000, l’utilitaria di famiglia venne data alle fiamme. Lettere minatorie, pedinamenti, cani feroci alle calcagna. È la vita, sotto tiro e sotto scorta, di Massimo Miglio, 58 anni, dal 1998 alla guida dell’Ufficio centrale antiabusivismo del Comune di Roma.

Anche il suo ufficio è stato citato da Report. Perché?

«Hanno detto che abbiamo regalato 700mila metri cubi al costruttore Pulcini. Un banale errore. Il nostro ufficio non è competente al rilascio di concessioni. Ma si occupa, esclusivamente, della repressione dell’abusivismo».

Dieci anni di lavoro, quante demolizioni?

«Circa 250, a Roma e provincia, per un totale di mezzo milione di metri cubi di volumetrie abbattute».

Un bel polverone.

«Non sta a me dirlo. Certo, non mi risulta che in Italia esista una città che più di Roma abbia represso l’abusivismo edilizio».

Nonostante i condoni dell’85, del 1994 e del 2003?

«I condoni edilizi sono stati nefasti, certo. Ma più nefasto è il prendere tempo. È invece necessario intervenire con immediatezza, fare presto. Abbattere cioè quando l’edificio è ancora solo uno scheletro di cemento. E questo nell’interesse anche della persona che ha fatto l’abuso, che eviterà così nuove, inutili spese».

Dal centro storico alla periferia, dai parchi alle antenne di Monte Mario: quali sono state le "Punta Perotti" di Roma?

«I nostri ecomostri sono, erano, i due complessi da 25 appartamenti abbattuti in zona Boccea. Ma anche le 60 abitazioni, costruite sui resti di una fattoria in via della Giustiniana, nel Parco di Veio, zona protetta e vincolata, demolite l’anno scorso».

Stesso rigore sull’Appia Antica?

«Certo, ricordo nel 2005 che intervenimmo di notte per tirare giù le costruzioni abusive di fronte a Cecilia Metella scoperte il giorno prima. E al momento non ci sono nuovi casi di abusi recenti né demolizioni in programma. La zona è ben controllata».

Nel 2004 vi presero a sassate quando interveniste al Celio.

«Veramente fui inseguito da un uomo che, armato di bastone, mi urlava: "Ti ammazzo!" C’è stata da poco l’ultima udienza per il processo. Ma ciò che conta è che siamo intervenuti abbattendo edifici nel verde, che poi è diventato parco pubblico. Una grande soddisfazione».

Che strumenti le servirebbero per migliorare la lotta al mattone selvaggio?

«Ad esempio, che il Tribunale amministrativo regionale, ogni volta che sospende l’esecuzione di un provvedimento di demolizione, contestualmente sospendesse la prosecuzione dell’attività edilizia».

Perché?

«Altrimenti diventa un vincolo per l’amministrazione comunale. E una sorta di liberatoria per l’autore dell’abuso edilizio».

Morassut: "Hanno deformato la realtà Le regole sono certe"

Paolo Boccacci

Morassut, ha annunciato una querela a Report, parlando di falsità raccontate sull’urbanistica romana.

«Certo. Un esempio? Si è detto che in una memoria di giunta presentata da me il 22 febbraio del 2008 per la centralità di Acilia Madonnetta, vi sia stato scritto che il campus universitario di Roma Tre sia saltato e che non vi sia nessuna previsione di trasporti pubblici. Niente di più falso».

L’accusa numero uno: le centralità nascono seguendo gli interessi e le proprietà dei suoli dei grandi costruttori.

«È una visione paleolitica e tendenziosa. Le proprietà delle aree fabbricabili sono necessariamente e quasi sempre private. Poi nelle centralità abbiamo dimezzato i metri cubi previsti nel ‘62. E nelle quantità approvate è prevista la cessione al Comune della metà per i servizi. I redattori di Report avrebbero potuto leggere le norme tecniche del piano, raccontare un’altra storia e imparare anche qualcosa. Per non dire che stiamo realizzando la metrò C, che sarà la linea metropolitana più lunga d´Europa».

Altra accusa: da Bufalotta a Ponte di Nona mancano i servizi.

«Tanto per cominciare tutte le varianti di Bufalotta di cui parla Report sono virtuali, non sono mai state approvate. Bufalotta e Ponte di Nona poi sono previsioni del vecchio prg, quello del ‘62. Sono due esempi dell’eredità gravissima che abbiamo ricevuto dagli anni ‘60-‘80. Lo sforzo di questi anni è stato quello di reperire le risorse per le infrastrutture, ad esempio, per Ponte di Nona, con le complanari sull’A24.

Tor Pagnotta: mancano i collegamenti.

«Il comprensorio del prg del ‘62 aveva una previsione di 5,5 milioni di metri cubi: li abbiamo ridotti ad uno e cento imponendo al proprietario delle aree di contribuire alla realizzazione del trasporto pubblico, che sta per andare in appalto, la Eur-Tor De Cenci-Tor Pagnotta, un tram su gomma».

Ma è ancora da fare.

«Certo, ma avere imposto il finanziamento è una delle motivazioni che ha condotto importanti quotidiani legati a poteri economici nella capitale ad avere sul piano regolatore di Roma negli ultimi mesi e anni un comportamento estremamente conflittuale».

"Le terrazze del presidente" di Pulcini non erano abusive?

«Si è trattato di condoni rilasciati dopo una lunga istruttoria e tenendo conto di ciò che stabiliva la legge fatta da Berlusconi».

Si è parlato di agro romano devastato dal cemento.

«Il nuovo piano regolatore ha dimezzato le dimensioni del vecchio prg, da 120 a 65 milioni di metri cubi, di cui la metà non residenziali, ha esteso i vincoli storico-archeologici da un’area di 1700 ettari a una di 7000 ettari e ha vincolato a verde due terzi del territorio romano, 88 mila ettari su 129 mila. Rivendico con orgoglio una stagione urbanistica straordinaria. In 15 anni sulla moralità della nostra amministrazione e delle persone che l’hanno guidata non è passata un’ombra. Non sarà una cattiva trasmissione televisiva a incrinare questa immagine»

A Parigi si costruisce solo su aree di società miste, con capitali a maggioranza pubblici.

«Parigi è la capitale della Francia amata dalla Francia e ha un’immensa disponibilità di risorse. Non è la stessa situazione di Roma. Qui abbiamo avviato un percorso simile per la riqualificazione di Ostia insieme al Demanio dello Stato».

Rampelli: "Il problema è la totale assenza di servizi e case popolari"

Ha visto Report sul Piano regolatore di Roma?

«Sì, molto interessante. Bentornato il giornalismo d’inchiesta. Però perché così tardi? Queste scelte urbanistiche che hanno messo in sofferenza la città erano state delineate fin dalla prima giunta Rutelli». Fabio Rampelli, deputato di An, architetto (tesi sui centri storici) autore del libro che inneggia al parco di Tormarancia, è uno dei nomi che ricorre come prossimo assessore all’Urbanistica.

In mezzo, però, i maxi-condoni del governo di centrodestra. Facile gridare alla cementificazione.

«Ma il Campidoglio aveva il dovere del controllo e della repressione degli abusi edilizi e invece ha consentito a circa 70 mila persone di costruirsi una casa abusiva. A quel punto la scelta era mettere in mezzo a una strada quelle famiglie o trovare soluzioni alternative. E comunque il primo condono generalizzato fu quello delle borgate abusive fatto da Petroselli, sul quale si sono consolidate le fortune della sinistra».

Nella trasmissione si parla anche del maxi-condono che ha favorito il costruttore Pulcini, con zoommata sui suoi finanziamenti, tutti dichiarati, a partiti come An e Lega.

«Non ho visto quella parte, ma comunque sarei molto più preoccupato da finanziamenti che vengono in nero che non quelli registrati».

Torniamo al parco di Tormarancia per il quale si è tanto battuto. Come sa, la sua istituzione ha quasi raddoppiato i diritti di cubatura dei costruttori che ora hanno cantieri in molte altre zone, una fra tante la Cassia. Dove però voi protestate contro il cemento...

«Noi abbiamo sempre chiesto soluzioni diverse rispetto alle compensazioni. Mai attuate. E comunque parliamo della tutela di un parco archeologico unico al mondo di fronte alla quale la previsione di costruire 2 milioni di metri cubi, una città come Pomezia, faceva rabbrividire».

Troppe case costruite, è la tesi di Report. Però tutte già vendute. E tra gli scontenti c’è chi ammette che il valore, in due anni, è raddoppiato. Voi fermerete i cantieri?

«La vera tragedia dell’urbanistica di questi anni non è tanto nell’aver costruito case ma l’assenza di edilizia sociale e di infrastrutture per migliorare la qualità della vita dei romani. A maggior ragione visti i 70 milioni di mc in più previsti nel Prg»

E allora?

«Noi facciamo una proposta innovativa, la "sostituzione": significa demolire le aree degradate delle periferie per dotarle di servizi, piazze, strade e poterle poi densificare. A quali quartieri penso? Non li dico, si creerebbero allarmi ingiustificati. Ci vorrà grande consenso anche tra cittadini e municipi».

Torrino, Infernetto: tanti comitati di quelle aree si sono schierati con voi e spesso sono pieni di abusivismo edilizio.

«Noi useremo il pugno di ferro contro ogni illegalità. Vogliamo una città delle regole anche nel campo dell’urbanistica. Per arrivarci però bisogna offrire strumenti facili e veloci per realizzare ciò che si è in diritto di fare. La iper-burocrazia può indurre a una inaccettabile logica del far da sé».

Anche la sua giunta dovrà fare i conti con le pressioni di costruttori proprietari o che hanno interessi nei giornali. Da Caltagirone a Toti a Bonifaci. Come li terrete a bada?

«Siamo stati chiamati dai romani a tutelare gli interessi di tutti, troveremo una soluzione che sappia coniugare le esigenze degli imprenditori con quelle della Capitale d’Italia».

Postilla

La trasmissione Report ha avuto il grande merito di sollevare il coperchio delle pesanti ipocrisie che ricoprivano il “modello Roma” e di indicare ad una vasta platea quale è quella televisiva che il re è nudo, allargando la discussione finora ristretta a pochi spazi privilegiati, come eddyburg.

Da sempre critici sugli ultimi lustri dell’urbanistica capitolina, registriamo quindi con grande interesse questo riaccendersi di attenzione mediatica che ha visto, per il momento, soprattutto le reazioni stizzite di chi si è sentito messo sotto accusa. Primo fra tutti l’assessore Morassut che cerca un recupero dopo le desolanti affermazioni sulla capitale come una “giungla in cui si combatte a colpi di machete” pronunciate in trasmissione, con una serie di smentite (da verificare) che però non incrinano il disperante quadro d’insieme sulla gestione urbanistica della Capitale che emergeva nel servizio televisivo. Quadro costruito con ritmo incalzante sia attraverso le parole degli intervistati, sia con l’evidenza delle immagini, testimoni inesorabili di uno squallore edilizio che credevamo archiviato ai film denuncia anni ‘60.

O ancora Massimo Miglio, a capo dell’Ufficio antiabusivismo del Comune, che restituisce un’immagine della situazione dell’Appia improntata ad un ottimismo da eroe della ruspa contraddetto quotidianamente dalle cronache che ritrovate su eddyburg.

Ma già s’annuncia una nuova gestione e nuovi protagonisti; alcune affermazioni dell’esponente del centro destra Rampelli sono senz’altro condivisibili: la condanna delle compensazioni come strumento ordinario di pianificazione, il richiamo alla “città delle regole” e l’accenno a quella “sostituzione” che pare prefigurare la ricerca di soluzioni di riqualificazione e la rinuncia a nuovo consumo di suolo. Meno ci piacciono le semplificazioni distorsive sui “condoni” di Petroselli (quella era davvero edilizia di necessità!) e l’affermazione finale secondo la quale occorre “coniugare le esigenze degli imprenditori con quelle della Capitale d’Italia”, con la quale si ribadisce che le richieste di pochi, valgono tanto (se non di più) dei bisogni di tutti, intesi come l’insieme non solo dei cittadini romani, ma di tutti coloro che vivono Roma.

E’, quest’ultima, un’aspirazione cui siamo purtroppo abituati da tempo e che scorre sotto traccia in maniera bipartisan come poche altre. Eddyburg, con l’aiuto di quanti vorranno allargare la discussione e portare il loro contributo ad una vicenda di capitale importanza, rimarrà ad osservare, ad analizzare, a criticare: in maniera bipartisan. (m.p.g.)

Vedi l'inchiesta di Report (Raitre, domenica) sui 70 milioni di metri cubi di cemento che circonderanno la capitale, e capisci perché il centrosinistra ha perso le elezioni. Il caso Roma come ottimo osservatorio per capire una delle ragioni, forse la principale, della sconfitta elettorale del tandem Veltroni-Rutelli.

Quella foresta di 1700 palazzoni che sta nascendo in una delle zone paesaggistiche più belle del paese, l'agro romano (o quel che ne resta), è raccontata da immagini, numeri, interviste curate da Paolo Mondani, autore del lungo tour intorno alla città. Stiamo parlando degli effetti del nuovo piano regolatore, votato a febbraio dalla giunta Veltroni, già in incubazione durante la gestione Rutelli. Progressivamente e inesorabilmente cambiato a colpi di "accordi di programma" per favorire gli strabilianti profitti dei veri re di Roma: i costruttori.

Un esempio che li riassume tutti. Periferia nord est, zona Bufalotta. Qui regnano i fratelli Toti e Francesco Gaetano Caltagirone (anche proprietario del principale quotidiano della città: Il Messaggero). La zona è scelta come sede di una "centralità", termine tecnico per definire le città satellite, con ospedali, ministeri e abitazioni a basso costo. I costruttori però si accorgono che non riescono a vendere quel milione di metri cubi destinato a uffici, e allora chiedono al Comune una variante di destinazione. Detto e fatto. Spariscono le opere pubbliche e spuntano 5000 appartamenti in più. In cambio il Comune incassa dal costruttore una elargizione di 80 milioni per prolungare di quattro chilometri la metropolitana (che però di milioni di euro ne costa 600).

Tutte le zone di nuova edificazione sono collocate sui terreni già di proprietà dei costruttori. In pratica sono i vecchi palazzinari a stabilire dove si deve sviluppare la città. Non solo. Questi 70 milioni di metri cubi hanno prezzi poco conformi alle tasche di chi dovrebbe comprarli: meno di 70 metri quadrati costano 320 mila euro, in zone vendute come isole di benessere nel verde, in realtà agglomerati dormitorio, senza servizi, senza altra alternativa che l'auto privata per raggiungere il centro storico.

Tutto come nelle peggiori tradizioni (condoni edilizi compresi). Il contrario di quello che succede nelle municipalità di Parigi o Madrid, dove è il Comune a decidere la mappa delle aree da edificare, a stabilire i prezzi (popolari), a dettare criteri urbanistici all'avanguardia con infrastrutture così sviluppate da rendere inutile l'uso dell'automobile per gli abitanti. Un'altra idea di bene pubblico.

«Approvare un piano regolatore che dopo 100 anni ha dato alla capitale regole per lo sviluppo del territorio e ha contribuito al rilancio dell’economia è un risultato storico e non è stata una passeggiata tra i fiori di campo», rivendica Roberto Morassut, neodeputato del Pd ed ex assessore all’urbanistica capitolina. Come 3 milioni di persone domenica ha visto l’inchiesta di Report sull’urbanistica negli anni di Rutelli e Veltroni.

Secondo Report, l’amministrazione avrebbe abdicato al suo ruolo. Un’accusa pesante.

«Paradossale: se avessimo voluto abdicare avremmo scelto la strada degli accordi con i singoli operatori come ha fatto a Milano il centrodestra e invece approvando il piano abbiamo dettato regole chiare per tutti senza orientare il mercato a favore dell’uno o dell’altro. Report fa una incredibile trasfigurazione: ricostruzioni faziose, numeri sbagliati, approssimazioni incredibili da parte di chi è chiamato a svolgere un servizio pubblico. Ci tornerò su per le vie legali. In 15 anni sulla moralità di questa amministrazione non è passata un’ombra. E sono state sotto gli occhi di tutti le pressioni operate anche da certi organi di stampa legati ad interessi edilizi: noi le abbiamo affrontate anche a costo di arrivare allo scontro, coinvolgendo in questo processo i mondi associativi e imprenditoriali, le associazioni ambientaliste e i comitati di quartiere.

E alla fine chi ha vinto?

«Non c’è vittoria o sconfitta, l’importante è aver definito regole forti e trasparenti a un mercato dove i poteri economici esistono ma vanno governati e non demonizzati. A Ballarò Alemanno mi ha definito l’assessore dei veti e ora Report parla di un “sacco di Roma”: c’è qualcosa che non torna».

Report ha indicato i vantaggi per i privati di questa stagione urbanistica: e quelli pubblici?

«Con il prg abbiamo garantito che due terzi del territorio romano saranno per sempre destinati a verde, suolo agricolo e parchi protetti, abbiamo dimezzato le previsioni del vecchio piano (da 120 milioni di mc a 65, la metà non residenziali), e poi abbiamo attivato una quantità di opere pubbliche a carico degli operatori privati (vedi oltre 100 asili nido), rilanciato l’architettura di qualità attraverso i concorsi e i progetti d’autore, incentivato l’uso di tecnologie bio-energetiche. Al di là di facili ricostruzioni rivendico con orgoglio una stagione di governo dell’urbanistica che lascerà il segno».

Il piano dice che si costruisce solo dove c’è trasporto su ferro, perché si è costruito anche altrove?

«La norma che abbiamo introdotto vale per i programmi previsti dal nuovo prg ed è stata una battaglia non facile, i programmi partiti nei decenni scorsi come Bufalotta e Ponte di Nona rispondono alle vecchie norme e scontano limiti che ci siamo preoccupati di colmare con un piano di opere pubbliche in corso di attuazione».

Bufalotta, periferia nord-est, è uno dei nodi toccati da Report.

«Bufalotta è un’eredità molto contraddittoria del passato: doveva essere l’area di sosta per i tir provenienti dalla Roma-Firenze, poi all’inizio degli anni 90 è diventata un quartiere misto di residenze e servizi. Per produrre risorse aggiuntive si è ipotizzato di modificare una parte del non residenziale. C’è stata una discussione vera, l’amministrazione ha registrato una resistenza del territorio e quella delibera è stata tolta dall’ordine dei lavori e non inserita nel prg, ma questo l’avventurosa narrativa di Report non l’ha raccontato».

Altra contraddizione: i prezzi delle case anche in periferia.

«C’è un fenomeno legato all’andamento del mercato immobiliare internazionale. Ma il prg obbliga gli operatori privati a destinare all’affitto concordato e solidale 1 alloggio su 6 delle nuove edificazioni: una norma importantissima, totalmente ignorata da Report. Il punto è che in Italia i Comuni sono nudi di fronte alla rendita privata, serve una nuova legge urbanistica che superi quella del ’42 difesa dagli urbanisti massimalisti e incolti ascoltati da Report e svuotata dalle corti d’appello: espropriare oggi significa comprare a costi di mercato pazzeschi le aree per l’edilizia popolare. Una nuova legge urbanistica dovrebbe regolare nazionalmente i contratti tra pubblico e privato come si fa in Francia o in Spagna. Questo Report l’ha raccontato».

E però Report dice che il prg valorizza proprio le aree private.

«L’idea centrale del piano è spostare in periferia pezzi di città con funzioni di pregio per rompere lo schema eccesso di funzioni nel centro storico e di residenze nella periferia. Ma è il pubblico che guida la trasformazione urbana, vedi i campus universitari di Pietralata e Tor Vergata, cantierizzazioni rivoluzionarie: basta andare a vedere e magari filmare. Se mai il punto è che i privati, che non sono stati in grado di presentare progetti con funzioni qualificanti, sono al palo. Ma, in assenza di progetti adeguati, nei loro confronti non è stata attivata nessuna procedura approvativa da parte dell’amministrazione»

Il testo originale e il file video sono disponibili nel sito di Report

MILENA GABANELLI IN STUDIO

Buonasera. Oggi parleremo di piano regolatore, ovvero ciò che decide la sorte di una città. La città in questione è patrimonio dell'umanità.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Roma. Quartiere Ponte di Nona costruito da Francesco Gaetano Caltagirone.

PAOLO MONDANI

Perché ci sono questi cartelli ovunque con scritto area di cantiere?

FRANCESCO GARGIUOLI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

perché questa è di fatto un'area di cantiere, queste sono palazzine che sono all'interno di un'area in costruzione. Sono abitate, sono palazzine comunque sprovviste di certificati di abitabilità. Tra l'altro i certificati di abitabilità potrebbero anche servire per ottenere uno sgravio Ici come prima casa, dato che qui sono tutte prime coppie giovani e quasi tutti, il 95%.hanno la prima casa a Ponte di Nona. Questa zona non è servita dall'autobus, nel momento in cui il comitato di quartiere fece la richiesta per avere gli autobus, l'Atac rispose che non può far attraversare i propri mezzi su un'area di cantiere.

CORRADO STEFANO GOTTI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Tutto questo è stato edificato e realizzato all'epoca.... concesso all'epoca dell'amministrazione Rutelli.

GIANNI ALESSANDRONI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

La ferrovia c'è soltanto che passa un trenino ogni 40 minuti, se tutto quanto va bene e all'ora di punta.

PAOLO MONDANI

Che ferrovia è?

GIANNI ALESSANDRONI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

La FR2. In alcune ore non ci son treni, per due ore non ci sono treni, hanno messo adesso qualche trenino nuovo ma passa soltanto nelle ore non di punta e gli altri son dei carri bestiame. Oltretutto non ci sono parcheggi nelle stazioni.

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

In Francia si realizza prima le strade, le infrastrutture viarie, tutto e poi l'architettura....Penso che sia uno specifica....

PAOLO MONDANI

E la macchina non serve?

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

Io ho una macchina, ma non la uso mai e mi sto chiedendo di venderla, perché quand'è che la uso? Quando vengo in Italia?

MILENA GABANELLI IN STUDIO

Beato lui. Nei prossimi 10 anni si prevede di costruire a Roma 70 milioni di metri cubi. Per dare un'idea: 1700 nuovi palazzi di 8 piani. E si prevede che 350.000 persone andranno ad abitare lì. La crescita è zero, ma sono cambiati gli stili di vita, tante persone sole, coppie non sposate, immigrati, studenti fuori sede, tutte persone che non sono in grado di pagare dei costi troppo elevati. Magari non si vende tutto, però intanto si costruisce, e in 70 milioni di metri cubi ci sta tanta roba. Può essere che si decida anche di seguire le tendenze europee, che sono quelle di spostare fuori dal centro tutte le funzioni politiche ed amministrative e quindi anche il traffico che comportano per lasciare spazio alla naturale vocazione di Roma che è quella culturale e turistica. Nelle chiese di Roma trovi Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, opere di valore inestimabile che non trovi nelle chiese di Boston o di Berlino. E infatti gli amministratori prevedevano questi spostamenti già con il piano regolatore del '65. Poi per 40 anni si è costruito di tutto, ma i ministeri con annessi e connessi sono sempre rimasti lì. A febbraio scorso è stato approvato l'ultimo piano regolatore. Cosa c'è dentro lo racconta Paolo Mondani

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Lo scorso febbraio, mentre i comitati di quartiere protestano contro i milioni di metri cubi di cemento che pioveranno sulla città, il Consiglio Comunale di Roma approva il nuovo piano regolatore.

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI ROMA

Onorevoli colleghi, il nuovo piano regolatore, generale di Roma....

CONSIGLIERE COMUNALE

C'è una violazione della prassi accertata....

CONSIGLIERE COMUNALE

E in due giorni per una maggioranza, solo in questo caso unita e bolscevica, ci fanno votare nonostante la nostra opposizione....

CITTADINO

I soldi che vi ha dato lo Stato per le case popolari, li avete usati per costruire opere inutili!

DONNA OCCHIALI DA SOLE

Loro sul raccordo hanno tanto di cartelloni giganteschi, residenze nel parco, quindi.... e invece il parco delle Sabine che doveva iniziare contestualmente alla edilizia residenziale.... proprio se no sono, così , strafregati!

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Area della Bufalotta, estrema periferia al nord est di Roma. Tra le vie Salaria e Nomentana. Il Comune realizza qui una centralità, una piccola città che sulla carta promette tanto verde, case, uffici, centri commerciali. Ma per ora ci sono solo i centri commerciali e le case costruite dai fratelli Toti e da Francesco Gaetano Caltagirone.

PAOLO MONDANI

Quanto è grande il suo appartamento e quanto lo ha pagato?

DONNA 1

Sul catasto c'è scritto 69.

PAOLO MONDANI

69 metri quadri?

DONNA 1

Si ma 69 metri quadri non netti, dentro sarà un 50 metri quadri, 55 metri quadri, non di più!

PAOLO MONDANI

Complessivamente quanto costa?

DONNA 1

317! Mannaggia!

PAOLO MONDANI

317 mila?

DONNA 2

No aspetta 317 e 900.

DONNA 1

E poi non di lusso, perché a me sembra che siano case popolari, perché io ho visto le case popolari e le rifiniture sono fatte bene, dopo anni ho visto case popolari che ancora reggono. In questa la pavimentazione la scia a desiderare, la zoccolatura marcia.

PAOLO MONDANI

Quanto paga al mese di mutuo lei signora?

DONNA 1

1500 euro al mese, che non so se... che paga la figliola, perché l'appartamento è della figlia!

PAOLO MONDANI

Per quanto tempo?

DONNA 1

30 anni!

PAOLO MONDANI

Ma lei....si diverte lei!?

DONNA 1

Io rido perché non so la figlia che farà!!! E poi dicono che non se ne vanno via di casa, sono bamboccioni, ma come fanno questi figlioli a sposarsi, a uscire di casa, a comprare casa, a vivere!

DONNA 2

Il mio ragazzo, siamo cosi, è un bamboccione anche lui perché chiaramente non si può fare!

PAOLO MONDANI

Sta a casa con i genitori, vi amerete a distanza a vita, questa è la verità?

DONNA 2

Sempre, si. E non potremmo fare nemmeno figli, perché la casa che ho comprato non è che una stanza in più, eventualmente, per poter supportare una famiglia di tre persone.

DONNA OCCHIALI DA SOLE

Siamo stati allettati dal fatto che questa sia una nuova forma di città, la centralità urbana, piena di servizi, diciamo qualcosa di simile all'Eur o al centro di Roma, con la parte direzionale, con i servizi pubblici, i servizi privati, dove c'erano anche possibilità di lavoro perché ci sarebbero stati tanti uffici a disposizione, la metropolitana, l'imbocco con l'autostrada che è l'unica cosa che hanno fatto, ma semplicemente perché c'era Ikea, e il centro commerciale, perché altrimenti di noi se ne sarebbero strafregati.

PAOLO MONDANI

Che cosa sono le centralità?

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

Le centralità sono aree di proprietà dei privati che son state....

PAOLO MONDANI

Sparpagliate nella città....

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

....Sparpagliate nella città, andiamo dal nord della città a est della città., al sud estremo della città.

PAOLO MONDANI

Sono queste piccole aree blu, diciamo cosi?

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

Si, sono queste aree blu, che erano gli ex servizi generali della città che sono stati appunto privatizzati, sulla base di questa visione, tutta privatistica.

PAOLO MONDANI

Guarda caso le centralità, queste piccole città che dovete realizzare, stanno proprio là dove i proprietari hanno acquisito le aree, esempio, Bufalotta i Toti e i Caltagirone.Acilia Madonnetta passa da Telecom a Toti e Ligresti, Romanina a Scarpellini, Fiumicino a Magliana sempre dei Toti.

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI ROMA

Si è messo in moto un mercato delle aree, individuato dal nuovo piano regolatore, che ha spesso modificato anche gli assetti proprietari.

PAOLO MONDANI

Il problema è che voi indicate li le previsioni di....

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI ROMA

Ma queste, ripeto, indicazioni, previsioni, sono stati precedenti a questi processi di compravendita, ma a me francamente come si muove il mercato interessa relativamente.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

E infatti il Comune decide di fare le nuove città, le famose centralità, proprio dove i grandi proprietari hanno comprato le aree. Solo un caso? Questo è il video promozionale della centralità Bufalotta dove proprietari e costruttori promettono case spaziose, verde e servizi. Il Comune dice: nella centralità vanno trasferiti dal centro alcuni servizi di qualità come ospedali e ministeri, e invece il comune nell'ottobre scorso, sulla Bufalotta cambia idea.

PIERGIORGIO ROSSO - INGEGNERE - ASSOCIAZIONE NUOVO MUNICIPIO IV

Il 10 di ottobre del 2007 la giunta del Comune di Roma ha approvato una delibera, che cambia la destinazione d'uso di una parte della centralità metropolitana Bufalotta. La centralità metropolitana Bufalotta prevede 2.750.000 metri cubi destinati in parte a servizi e in parte a residenze, la parte a servizi è di circa un milione di metri cubi ebbene questa porzione di un milione di metri cubi, secondo questa delibera, sarà trasformata da uffici a residenze. Questa richiesta è stata accolta dalla giunta sulla base di una analoga richiesta da parte dei costruttori, che avevano difficoltà a vendere uffici. Sono circa 5.000 appartamenti in più e circa 12.000 abitanti in più, su una popolazione già insediata di 200.000 nel municipio IV di Roma. Noi usiamo dire, siamo circa la quattordicesima città in Italia in termini di popolazione.

DONNA OCCHIALI DA SOLE

Ho paura che il mio acquisto, così, si trasformi in una grande bella bolla di sapone e "puff", e insieme alla centralità se ne vanno anche i miei investimenti.

PAOLO MONDANI

Il caso Bufalotta, dove il proprietario dell'area che è Toti chiede di modificare con un accordo di programma un milione di metri cubi destinati ad uffici in residenze. Questo secondo me contraddice un po' l'idea che facciate di queste centralità, di queste mini città tante piccole citt. composte da uffici, funzioni moderne.

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI ROMA

Si è addivenuti ad un compromesso, all'idea di un compromesso in cui in cambio di una valorizzazione immobiliare vi fosse un notevole versamento di oneri all'amministrazione per realizzare le infrastrutture in trasporto pubblico.

PIERGIORGIO ROSSO - INGEGNERE - ASSOCIAZIONE NUOVO MUNICIPIO IV

E questo che ci scandalizza: che un operazione di valorizzazione di fondiaria venga spacciat.come rilevante interesse pubblico e quindi l'amministrazione l'appoggia e chiede in cambio 80 milioni di euro.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Il Comune scambia i trasporti con le case e i costruttori non fanno i servizi di qualità. La centralità Bufalotta diventerà un altro quartiere sul raccordo anulare. I costruttori versano in cambio 80 milioni di euro, con i quali il Comune prolungherà la metropolitana B1 fino a Bufalotta. Peccato che non ci sia ancora il progetto e che per i 4 nuovi chilometri di metrò occorreranno 600 milioni di euro. Ma per concludere il patto coi costruttori resta aperto un problema, quello delle regole. Il nuovo piano regolatore a Bufalotta non prevede tutte quelle case. Per cambiarlo non basta una delibera del Comune. Come fare? Con uno strumento rivoluzionario: l'accordo di programma.

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

Attraverso l'uso dell'accordo di programma io posso conservare, variare, aumentare, cambiare destinazione ad alcune previsioni del vecchio piano del nuovo piano addirittura quindi in buona sostanza le regole sono saltate.

PAOLO MONDANI

E questo è andato a vantaggio soprattutto di chi in questi anni?

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

Beh del gruppo Acqua Marcia direi, del gruppo Toti Lamaro, del gruppo Bonifaci che hanno ottenuto delle valorizzazioni immobiliari impressionanti o lo stesso gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Osserviamo la delibera della Giunta comunale del 9 ottobre 2007. Che riguarda l'accordo di programma in variante al piano regolatore per interventi nel settore urbano di Bufalotta. Scopriamo che c'è una seconda concessione, quella che permette un ampliamento dei volumi del complesso di Viale Romania n. 32 per il nuovo polo dell'università Luiss.

VANESSA RANIERI - ASSOCIAZIONE VILLA ADA GREENS

Quello che noi riteniam. assolutamente paradossale è che si va in deroga con accordo di programma al piano regolatore, vantando un interesse generale che in realtà è un interesse di un'università privata.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Ecco il complesso che era di proprietà delle suore dell'Assunzione, poi comprato dai fratelli Toti della Lamaro Costruzioni che lo hanno dato in affitto alla Luiss. La delibera non è ancora approvata dal consiglio comunale eppure i lavori sono iniziati. Come mai? Ce lo spiega questa comunicazione dei vigili urbani del secondo municipio. Leggiamo che la Lamaro ha presentato al municipio una Dia, dichiarazione di inizio attività, in cui dichiara l'esecuzione di opere di restauro conservativo. E invece i vigili urbani si accorgono di lavori abusivi di ristrutturazione. Insomma, il secondo municipio autorizza solo lavori di conservazione e nessun ampliamento, il Comune invece sì ma in una proposta di delibera non ancora approvata. Guarda caso, la Lamaro l'ampliamento lo ha già iniziato. Ma si può fare su un'area simile?

VANESSA RANIERI - ASSOCIAZIONE VILLA ADA GREENS

Questa è una zona assolutamente vincolata a tutela integrale, è una zona G1 Parco storico vincolato anche se privato, è un'area che ricade nella valle del Tevere 15/08 e quindi....

PAOLO MONDANI

Che vuol dire un piano paesistico?

VANESSA RANIERI - ASSOCIAZIONE VILLA ADA GREENS

Esattamente ed ha anche un vincolo paesaggistico specifico apposto con decreto ministeriale.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Le sorprese non finiscono qui. Leggiamo nella delibera che la Lamaro Appalti ha deciso di stanziare 8 milioni di euro di contributo straordinario volontario a favore del Comune di Roma visto che non riuscirà a garantire gli standard di verde e parcheggi fissati per legge. Ci guadagna il Comune in questo scambio?

VANESSA RANIERI - ASSOCIAZIONE VILLA ADA GREENS

Beh io direi proprio di no visto che quel di più che gli concede il Comune in termini edificatori renderà 150 milioni di euro alla Lamaro appalti a fronte degli 8 milioni che loro daranno qualora loro non si atterrano agli standard urbanistici.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Il Comune si accontenta di poco. Altri no. Ecco il contratto con il quale la società Lamaro dei fratelli Toti dà mandato all'avvocato Marco Simeon di convincere il Vaticano e le suore dell'Assunzione a vendere il complesso di Viale Romania. Legato all'Opus Dei, Simeon, è stato responsabile relazioni istituzionali di Capitalia. Oggi è a Mediobanca. Ma sempre sotto l'ala protettrice di Cesare Geronzi. I Fratelli Toti per la consulenza versano a Simeon un milione e 300 mila euro.

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI ROMA

Francamente i cognomi Toti, questo, quell'altro interessa poco, torno al concetto. L'amministrazione da' delle norme, da delle regole, da degli indirizzi poi il mercato si muove. Indipendentemente. Io difendo il progetto di creare in quel luogo un campus universitario della Luiss, perché Roma è la capitale d'Italia, la Luiss è una grande università, benché privata, che forma una parte importante della classe dirigente e deve avere una sede degna.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Sulla Roma-Fiumicino c'è un'altra grande area di proprietà dei fratelli Toti che essendo anche costruttori hanno potuto edificare i capannoni della nuova Fiera di Roma. Il piano regolatore non prevedeva affatto la nuova fiera eppure su questi 300 ettari i Toti ottengono di poter realizzare tre milioni di metri cubi, di cui la fiera è solo una parte. Ma la storia viene da lontano.

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

Questa zona era destinata dal piano regolatore del 1965 ad auto-porto, cioè qui arrivavano le merci, cambiavano vettori, arrivavano i tir e poi cambiavano le merci con i piccoli vettori verso la città di Roma. Da allora il destino di quest'area è diventato travolgente nel senso che, a cavallo delle due giunte, di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni, sempre attraverso lo strumento dell'accordo di programma, gruppo Lamaro propone al comune di fare qui la Fiera di Roma e il Comune di Roma fa una variante attraverso un accordo di programma e questa zona da auto-porto diventa Fiera di Roma, anche qui c'è una plusvalenza che lascio immaginare.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Siamo sulla via Anagnina, quadrante sud est di Roma. Quartieri degli anni '60 nati con l'abusivismo e quartieri legali fatti solo di case. La viabilità è collassata dall'arrivo del centro commerciale dell'Ikea. Proprio qui, sull'unica area verde rimasta libera, di proprietà dell'Immobilfin di Sergio Scarpellini, il comune vuole costruire una centralità. E con lo strumento dell'accordo di programma, in deroga alle previsioni del piano regolatore, le costruzioni previste crescono a dismisura.

ALDO PIRONE - COORD. COMUNITA' TERRITORIALE MUNICIPIO X

Il piano regolatore del 2003, la proposta originaria prevedeva un'edificazione di 750 mila metri cubi, qui, che poi in fase di deduzione, contro deduzioni, contro deduzioni, insomma, alla fine il nuovo piano regolatore ha fissato la quota a 1 milione e 130 mila metri cubi e c'è stato già uno spostamento consistente in avanti.

PAOLO MONDANI

E Scarpellini cosa intende fare qua?

ALDO PIRONE - COORD. COMUNITA' TERRITORIALE MUNICIPIO X

Adesso c'è il proprietario che propone per dare, dice lui, un contributo di 50 milioni al prolungamento della metropolitana.

PAOLO MONDANI

50 milioni di euro?

ALDO PIRONE - COORD. COMUNITA' TERRITORIALE MUNICIPIO X

50 milioni di euro, meno del 20% del costo dell'opera totale, in cambio di quest.piccolo contributo lui chiede un incremento ulteriore di 670 mila metri cubi che complessivamente porterebbe l'edificazione della centralità a 1 milione e 800 mila metri cubi.

PAOLO MONDANI

Lei la Romanina quando la comprò?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

La Romanina l'avevo comprata....qual è il concetto?

PAOLO MONDANI

In che anno voglio dire?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Nel '90.

PAOLO MONDANI

E quanto la pagò?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

La pagai 160 miliardi.

PAOLO MONDANI

Oggi quanto vale quella quell'area?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Ma che le devo dire....

PAOLO MONDANI

Lei è un intermediario immobiliare, uno dei più famosi a Roma?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Si, si ma io....

PAOLO MONDANI

Se non lo sa lei, chi lo sa?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Sì ma io lo so quanto può valere.

PAOLO MONDANI

E allora me lo dica!

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Diciamo che valgono 5 o 6 volte in più.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

Quei terreni comprati nel '90 oggi valgono 5 o 6 volte in più anche perché il piano regolatore gli da l'ok per costruire 1 milione 100 mila metri cubi. Il signor Scarpellini però vorrebbe edificarne 700.000 in più. Non sarebbe possibile, se non attraverso l'accordo di programma, che è uno strumento amministrativo che permette al pubblico di fare una variante al piano regolatore. Ma mica la puoi fare perché è nell'interesse del costruttore! Si può fare solo quando c'è un interesse pubblico. In questo caso l'interesse pubblico consiste in denaro che il signor Scarpellini darà al Comune. Quanto lo vediamo fra qualche minuto dopo un po' di pubblicità.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

Stavamo parlando del signor Scarpellini, un imprenditore molto abile, può darsi che qualcuno ricordi quando qualche anno fa comprò dalla Telecom il complesso Marini, dove ci stanno gli uffici dei parlamentari. Bene, lui era riuscito a stipulare un contratto d'affitto con lo Stato per 18 anni, ancora prima di diventarne il proprietario. Ad ogni modo, è stato autorizzato dal Comune a costruire nella periferia romana 1 milione 100 mila metri cubi. Lui vorrebbe arrivare a 1 milione e 8. L'ostacolo è superabile solo con una variante al piano regolatore. Per dire, il progettista del signor Scarpellini è stato consulente per i problemi urbanistici della Regione e direttore del piano regolatore di Roma fino al 2002. Capita, i professionisti oggi lavorano per un ente e domani per un imprenditore. Chiusa parentesi. Ma qual è la contropartita che offrirà al Comune in cambio della variante e quanto ci guadagnerà il signor Scarpellini dall' operazione?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Noi imprenditori è come si diventa quasi come dire giocatori. Sai quanta gente mi dice ma chi te lo fa fare a te che fai una vita da povero!

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Al povero Scarpellini costruire a Romanina frutterà 420 milioni di euro di guadagno netto. Se il Comune gli consentirà di realizzare 670 mila metri cubi in più il netto salirà di altri 250 milioni. In cambio di questa fortuna Scarpellini promette solo 50 milioni di euro al Comune per realizzare il prolungamento della metropolitana da Anagnina a Romanina che costerà, dicono in tecnici, 350 milioni e che se realizzata farà lievitare ancora il valore dell'area.

ALDO PIRONE - COORD. COMUNITA' TERRITORIALE MUNICIPIO X

Siamo preoccupati concretamente che quella che qui è stata definita come centralità che doveva portare delle funzioni che erano riqualificanti rispetto a una periferia che è molto degradata, diventa invece un nuovo contenitore di case e centri commerciali.

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Bisogna che in questo paese cominciate a pensarla positivamente non sempre negativamente. La dimostrazione di fatto è che io ho cominciato la gavett. e oggi eccomi qua.

PAOLO MONDANI

E quanti appartamenti pensate di fare più o meno?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Quanti ne verranno? Tanti un paio di mila. Anche anche.

PAOLO MONDANI

2000?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

2000 anche di più.

PAOLO MONDANI

2500?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

2500, 3000. Anche di più.

PAOLO MONDANI

3000?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Secondo gli appartamenti come sono piccoli, grandi.

PAOLO MONDANI

Se non lo sa lei dott. Scarpellini!

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Ancora al dettaglio non lo abbiamo studiato.

ALDO PIRONE - COORD. COMUNITA' TERRITORIALE MUNICIPIO X

Noi qui praticamente arriviamo alle pendici dei castelli romani, ormai tutta la vecchia campagna romana in questo settore, è stata completamente, o verrà completamente coperta dal cemento.

PAOLO MONDANI

A Romanina, Scarpellini dice che occorre passare da circa 1 milione a 1 milione e cento metri cubi a 1 milione e 8. Anche li, che senso ha?

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI ROMA

Non ho nessuna pregiudiziale, naturalmente però essendoci stato un voto del Consiglio Comunale, che in materia urbanistica è centrale, ritengo che quel voto e quel dimensionamento vada rispettato e si debba comunque operare, per dare comunque la metropolitana a Romanina mantenendo il dimensionamento stabilito.

PAOLO MONDANI

L'idea di passare dalla previsione di piano attuale alla vostra massima, quella del milione e 8 ha trovato un qualche consenso?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Ma buonsenso no, c'è diciamo della maggioranza, perché questo effettivamente il progetto....

PAOLO MONDANI

Sono d'accordo insomma, questa è la cosa?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Non credo che sia....perché noi facciamo una cosa credo utile per la città, adesso si parla perché lei mi sta intervistando.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Scarpellini è convinto che con l'accordo di programma il Comune gli darà il via libera, ma l'assessore Morassut dice che a Romanina si rispetterà il piano regolatore e che non si faranno 1 milione 800 mila metri cubi. Chi ha ragione? Lo chiediamo a Giovanni Mazza, il signore che vediamo in piedi discutere con un assessore durante l'approvazione del piano regolatore. Giovanni Mazza, ex consigliere comunale del partito comunista italiano oggi è uno dei principali consulenti di costruttori come Pulcini, Bonifici, Caltagirone, Ligresti e naturalmente Scarpellini.

PAOLO MONDANI

Il nuovo piano regolatore di Roma, fa delle previsioni di cubature da costruire, ma tutti sanno che verranno smentite dai futuri accordi di programma, allora questo piano regolatore, non ci dice la verità. Sì o no?

GIOVANNI MAZZA - CONSULENTE COSTRUTTORI

Non si può ridurre a sì o no, il piano regolatore dice una mezza verità, diciamo cosi, diciam.prevalentemente dice la verità, poi in alcune parti questa verità è una mezza bugia che va corretta.

PAOLO MONDANI

Leggo che lei alla Lega Nord ha dato 75 mila euro di contributi, ai DS 68 mila, finanziamento al partito?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Si, finanziamento al partito.

PAOLO MONDANI

Tutto regolare?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Si tutto regolare, con fatture se no non posso fare questo.

PAOLO MONDANI

Ad altri partiti ha dato qualche cosa?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Si tutto regolare, tutto regolare.

PAOLO MONDANI

Anche ad altri partiti voglio dire?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Si ma più che altro sono....

PAOLO MONDANI

Contributi elettorali?

SERGIO SCARPELLINI - COSTRUTTORE

Sì, tutti i contributi elettorali che ho fatto.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Centralità Acilia Madonnetta. Siamo a due passi dal mare. In un'area archeologica che come dicono a Roma, basta spostare la terra e salta fuori qualcosa. Il progetto realizzato dall'architetto Vittorio Gregotti prevedeva tanti servizi di qualità. Prevedeva, appunto.

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Innanzi tutto le centralità per definizione devono stare vicino al ferro, per cui....

PAOLO MONDANI

Cioè vicino alla ferrovia?

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Vicino alla ferrovia, la cosiddetta cura del ferro, chiamata da Veltroni, cioè vicino alla ferrovia, per cui si sarebbe dovuta realizzare una stazione, che avrebbe servito questa centralità, e poi anche tre campus universitari. Questi tre campus universitari avrebbero dovuto essere finanziati dall'Inail che purtroppo con la finanziaria dell'anno scorso questo finanziamento in realtà non verrà mai.

PAOLO MONDANI

Quindi cancellati i campus?

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Cancellati per esempio già i campus universitari.

PAOLO MONDANI

La stazione ferroviaria però?

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

La stazione ferroviaria teoricamente si dovrebbe costruire prima, ma in realtà questa cosa con molta probabilità non si farà.

ADRIANA FORNARO - COMITATO DI QUARTIER MADONNETTA

Si sono rifatti per quanto riguarda la viabilità a delle piantine di zona che risalgono agli anni 60 quindi non hanno tenuto conto del costruito recente e hanno supposto di poter creare delle strade di collegamento che non sono più realizzabili perché ci sono delle case condonate, per cui o abbattono le case condonate o non creeranno le infrastrutture per quanto riguarda la viabilità.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

In una recente memoria presentata alla giunta comunale prima delle elezioni, l'assessore Morassut scrive che il progetto di Acilia Madonnetta è saltato e va interamente rivisto con la proprietà: Telecom, Marzotto, Pirelli Re. Rimangono quindi tre sole certezze: si faranno case per 10 mila persone, l'università non ha i soldi per spostarsi, la stazione ferroviaria è sospesa.

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Inizialmente siamo partiti con una cubatura di un milione e 800 mila metri cubi. Su richiesta degli abitanti si è cercato di abbassare questo quorum e i cittadini avevano chiesto che fossero circa 800 mila metri cubi. Alla fine l'assessore Morassut all'urbanistica e D'Alessandro ai lavori pubblici comunicano con grande giubilo ai giornali che si è venuti incontro ai cittadini e che questa centralità non peserà più per un milione e 8 ma per un milione e 4. Quindi in realtà....

PAOLO MONDANI

Soddisfatta dei meno 400 mila lei?

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Caspita è stato un affare per noi!

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

A pochi passi dalla futura centralità, spuntano i palazzoni di Via Di Acilia. Da tempo sono in vendita e vanno a ruba. Sono le Terrazze del Presidente, un complesso edilizio vicinissimo alla tenuta del Presidente della Repubblica a Castel Porziano. Siamo nel 1990, ai costruttori Antonio Pulcini e Salvatore Ligresti arriva un primo miracolo: la regione Lazio concede di realizzare questi palazzi su un terreno destinato a servizi pubblici. La concessione viene però cancellata dal Tar e dal Consiglio di Stato e questi edifici vengono dichiarati ufficialmente abusivi. Ma nel '94 arriva il secondo miracolo.

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Sotto il governo Berlusconi c'è diciamo il condono edilizio che prevedeva che si potesse condonare diciamo ogni domanda fino a un massimo di 750 metri cubi.

PAOLO MONDANI

Un pò strano perché qui quanti saranno i metri cubi?

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Qua sono 283 mila quindi sono moltissimi.

PAOLO MONDANI

Era impossibile condonare?

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Era impossibile condonare, però viene in aiuto di Pulcini un emendamento del Centro Destra che consente, anche a coloro a cui è stato annullato con sentenza del Tar, appunto la concezione edilizia, di poter sanare l'opera.

PAOLO MONDANI

Insomma un emendamento "ad hoc" per le case di via di Acilia?

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Un emendamento "ad hoc" esattamente!

PAOLO MONDANI

Chi deve ringraziare di quella diciamo cosi...?

ANTONIO PULCINI - COSTRUTTORE

Ma io credo che, non lo so, la politica italiana. Che devo dire??

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

A questo punto, usando la legge sul condono edilizio, Antonio Pulcini chiede al Comune di Roma la concessione in sanatoria. Rimane però aperto il problema della destinazione d'uso dell'area. Il piano regolatore non prevedeva case in questo luogo, quindi Pulcini non avrebbe potuto ottenere il condono. Eppure riesce ad aprire con il Comune una lunga trattativa.

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Nel 2003 finalmente però l'ufficio anti abusivismo del Comune di Roma, sotto la giunta Veltroni, regala una splendida concessione edilizia in sanatoria.

PAOLO MONDANI

Quanti appartamenti realizzate li?

ANTONIO PULCINI - COSTRUTTORE

Circa 1300.

PAOLO MONDANI

Quanta gente in tutto?

ANTONIO PULCINI - COSTRUTTORE

4000, 4500 persone.

UOMO

Ci ritroviamo dei palazzi che sono venduti a dei prezzi esorbitanti, sicuramente per la tasca di pochissimi e sono appartamenti non extra lusso, ma molto, ma molto di più. Addirittura è previsto anche un laghetto privato all'interno del cortile.

PAOLO MONDANI

Quanto costa a metro quadro di media comprare lì da lei?

ANTONIO PULCINI - COSTRUTTORE

Mediamente in questo momento costano sulle 4000/4500.

PAOLO MONDANI

4000/4500?

ANTONIO PULCINI - COSTRUTTORE

Sì è un buon prodotto, di elevata qualità, questo però lo può andare a visitare se dovesse avere bisogno di comprare una casa. Si può accomodare nei nostri uffici.

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI ROMA

Si trattava di un complesso immobiliare abbandonato diciamo da anni che attraverso una procedura di condono edilizio, lungamente varata dagli uffici, sono stati chiesti oneri aggiuntivi per realizzare quelle necessarie opere di viabilità e di collegamento, tra cui l'ampliamento di Via di Acilia, il sottopasso sotto la via Cristoforo Colombo per le interconnessioni tra Via di Acilia e la Cristoforo e Colombo e una serie di altri servizi

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Quindi il comune fa uno scambio con il costruttore. Ti dò la concessione in sanatoria e tu mi fai le strade.

PAULA DE JESUS - ARCHITETTO - COMITATO ENTROTERRA XIII

Col piccolo particolare che quello che il Comune consente loro lo fanno subito e presto. Le opere pubbliche no, per cui ad oggi, ancora oggi stiamo aspettando il raddoppio di via di Acilia. Eppure le case sono costruite.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

La pubblica amministrazione incapace di ridurre la spesa, per far quadrare i conti, ha tagliato i trasferimenti ai comuni e i comuni, per sopravvivere, hanno cominciato ad elargire licenze edilizie e monetizzato le aree verdi, cioè chiedono a chi costruisce contanti, in cambio d.standard edilizi, ovvero tutto quello che fa la differenza fra un quartiere normale e un quartiere dormitorio. Poi col contante ci costruisco una linea della metropolitana che però all'ente pubblico viene a costare 7 volte tanto, e magari non si fa nei tempi previsti. Intanto però con l'aumento dell'immigrazione, confinata in case dimesse con poche funzioni di qualità, e poche possibilità di integrazione si potrebbe correre il rischio di vedere qui quello che è successo qualche anno fa in un comune a nord di Parigi. A Clichy Sous Bois, dove un paio di anni fa è esplosa la rivolta: 9000 auto incendiate. 3000 persone arrestate, il governo ha dovuto dichiarare lo stato di emergenza, ad oggi non ancora sospeso. A un passo, Parigi, dove in campo urbanistico il Comune ha l'ultima parola su tutto.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Parigi è dodici volte più piccola del comune di Roma. Gli abitanti sono invece circa gli stessi. A Roma ci sono due linee metropolitane, a Parigi 14, più tre treni regionali che arrivano fino in centro. Quelle torri sulle sfondo sono gli uffici della Defence costruita su aree pubbliche, così come su aree pubbliche è la zona direzionale di Paris Rive Gauche. Andiamo a visitare il quartiere periferico di Bercy, paragonabile a una nuova centralità romana.

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

Dove c'è sia un gran parco di 12 ettari che due attrezzature maggiori, il Ministero delle Finanze e il Palazzo dello Sport e una grande zona di abitazioni, di commercio e di uffici. Si vede lungo il giardino tutta una zona di abitazioni, il cinema di Francia e dall'altra parte le 4 torri delle biblioteche di Francia. I commerci sono i commerci atipici, i commerci molto ricercati, non è il commercio di....

PAOLO MONDANI

Non avete portato il centro commerciale insomma?

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

No qua no, ma non ci sono i centri commerciali a Parigi. Questo è vietato.

PAOLO MONDANI

E perché?

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

perché i centri commerciali uccidono il piccolo commercio. Abbiamo tre tipi di alloggi qui, il privato, il sociale e la l'intermedier, sono gli appartamenti che sono in affitto per la classe media. Dunque abbiamo tutta la superficie sociale. Questi alloggi mi sa dire quali sono gli alloggi sociali e privati, si vede la differenza di architettura, ma non di qualità.

PAOLO MONDANI

Quante case avete realizzato qui, quanti alloggi sono?

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

I nuovi alloggi 2500.

PAOLO MONDANI

E in rapporto pubblico e privato quanti pubblici e quanti...?

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

Due terzi pubblici e un terzo privato. Il prezzo dell'affitto degli alloggi pubblici è uguale per tutta Parigi. Però il prezzo degli affitti o dell'acquisto delle zone libero, insomma private quello è il prezzo del mercato. La metro ha cambiato totalmente la zona, questa zona che era una zona di "fondo" città, con la metro è diventata una zona di "inizio" città. Prima da questo punto per arrivare al centro di Parigi, alla Madeleine occorreva più di un ora, un'ora e mezza, adesso 10 minuti e si è alla Madeleine.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

E a pochi passi, la zona degli uffici, degli alberghi e dei cinema. Va ancora detto che a Parigi il 50 per cento degli alloggi che si realizzano sono pubblici, l'altra metà sono privati ma è il Comune che fa il progetto. Resta solo da chiarire se le nuove città, come Bercy, vengono costruite su terreni pubblici o come accade a Roma su aree private.

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

Ci sono anche dei pezzi direi di proprietari privati, piccoli pezzi, ma direi che le gran zone di intervento pubblico si fanno su dei territori che appartengono a un gran proprietario pubblico.

PAOLO MONDANI

A Roma è possibile espropriare un terreno ma il Comune lo deve pagare a prezzo di mercato e di solito non ha i soldi per farlo. A Parigi come si comporta il Comune?

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

Quello che realizza l'operazione è una società a capitale misto gestita dal Comune, scelta dal comune, la Semapa, la Semaest, la Semavip, ce ne sono parecchie a Parigi dunque queste società a capitale misto finalmente hanno un capitale di soldi, un 51% di capitale appartiene al Comune di Parigi, dunque il Comune ha il controllo. Dunque chi compra i terreni non è il Comune, è la società a capitale misto.

PAOLO MONDANI

Quindi l'operazione la fa una società controllata al 51% dal pubblico. E il privato, con il suo 49%, permette al Comune di comprare le aree necessarie.

PIERRE MICHELONI - URBANISTICA APUR - COMUNE DI PARIGI

Compra i terreni, li viabilizza, costruisce le attrezzature, scuole, giardini, questo e quello, lottizza, vende i lotti e con i soldi, riprende i soldi che ha dato. Dunque è un gioco di equilibrio finanziario.

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

Roma in particolare è un caso unico in Europa. Nell'Europa nel nord, dalla Francia alla Germania alla Gran bretagna è comunque l'amministrazione pubblica che disegna l'assetto delle città, poi ovviamente volta per volta nei vari comparti di trasformazione della città contratta con il privato le forme di realizzazione, ma localizzazione delle funzioni che vanno nelle città è in mano al pubblico.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Affacciate sulle aree verdi di Tor Marancia ci sono le case Caltagirone di Grotta Perfetta. A Roma è ormai il privato che costruisce alloggi a basso prezzo, lui decide dove farli, sempre sulle sue aree, e decide qual è l'architettura. Le case di Caltagirone sono inconfondibili, sempre uguali a se stesse, parallelepipedi bianchi come blocchi di cemento.

PAOLO BERDINI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. TOR VERGATA

La qualità urbana è quella che si vede, insomma, un grande terrazzo aperto sopra i box dei garage, invece di fare del verde e negozi che non apriranno mai perché ormai la logica dei centri commerciali farà si che questi resteranno per sempre dei grandi quartieri dormitorio avulsi dalla città.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Francesco Gaetano Caltagirone sta realizzando un milione di metri cubi a Tor Pagnotta, un'antica tenuta della famiglia Torlonia in mezzo all'agro romano a sud di Roma, tra le vie Ardeatina e Laurentina. Nel 1259 i Cavalieri Templari si erano installati qui, e intorno alla torre medioevale si trovano reperti archeologici di epoca romana un po' ovunque. Ora un milione di metri cubi di appartamenti. Il via libera viene dato dalle giunte di centro sinistra.

UOMO 1

I nuovi edifici sorgeranno proprio tra i due casali, questi due casali antichi, qua verrà il nucleo duro della lottizzazione. Palazzi alti sette otto piani che copriranno quest'ultimo scorcio di campagna romana, di agro romano.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Francesco Gaetano Caltagirone, il più importante tra i costruttori romani, editore de.Messaggero, suocero di Pierferdinando Casini e da poco nominato Cavaliere del lavoro dal Presidente Napolitano, non costruisce solo palazzi. Nel 1991 partecipa alla realizzazione della linea ferroviaria Roma-Napoli dell'Alta velocità. Costo iniziale, 1,9 miliardi di euro. Verrà terminata tra il 2008 e il 2009 perché i tempi di consegna sono triplicati e il prezzo iniziale pure: i tecnici parlano di 6,7 miliardi di euro. Tra l'altro, un'opera affidata a trattativa privata benché le normative europee prevedano solo la gara pubblica. Nel 2006, la società Vianini di Caltagirone una gara la vince, quella per la linea C della metropolitana di Roma, insieme al Gruppo Astaldi e alle cooperative rosse della CCC di Bologna. Costo, 2,18 miliardi di euro per 27 km di linea. Data di consegna: il 2015. Il Comune avrebbe potuto fare un appalto normale e invece ha usato la legge obiettivo del governo Berlusconi e con i privati ha stipulato un contratto a contraente generale. Che cosa vuol dire?

IVAN CICCONI - INGEGNERE - ESPERTO APPALTI PUBBLICI

Il contraente generale è un concessionario, quindi con tutti i poteri del concessionario, e quindi svolge la funzione di committente. Fa il progetto esecutivo, affida il lavoro a terzi a trattativa privata liberamente come prevede la legge obiettivo e svolge anche l'attività di direzione dei lavori, cioè controlla se stesso. La legge obiettivo dice che è un concessionario, quindi con questi poteri, con l'esclusione della gestione dell'opera. Quindi non rischia assolutamente nulla nella gestione, viene pagato al cento per cento dal committente ma non ha nessun interesse a finire presto e bene i lavori perché non ha nessun incentivo o responsabilità di recuperare attraverso la gestione. E i 2,18 miliardi di euro andrà bene se raddoppieranno semplicemente e non triplicheranno e quadruplicheranno come sta avvenendo con l'alta velocità.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Vitinia è un quartiere sulla Via del Mare costruito nel 1939 da Mussolini. L'esperienza dovrebbe insegnare che nuovi quartieri in mezzo al nulla costano troppo in termini di servizi e diventano dei dormitori. Eppure, dalla metà degli anni '90 sorge il villaggio Caltagirone, 800 mila metri cubi per 8 mila abitanti, nel bel mezzo della Valle di Malafede.

ANGELO BONELLI - EX PRESIDENTE MUNICIPIO XIII

Questa era un'area che nel 1987 l'allora ministro dell'ambiente volle insieme a tante aree del litorale romano proteggere con un decreto che aveva il nome Zone d'importanza naturalistica del litorale romano.

PAOLO MONDANI

Il ministro Pavan?

ANGELO BONELLI - EX PRESIDENTE MUNICIPIO XIII

L'allora ministro dell'ambiente Pavan esatto. Accadde però che nel 1994 il ministro dell'ambiente, l'allora ministro dell'ambiente Matteoli modificò il perimetro delle zone d'importanza naturalistica del litorale romano, istituendo la riserva del litorale romano ma non inserendo più queste aree dove noi oggi ci troviamo perché vi fu una valutazione diciamo urbanistica che le aree erano compromesse. Dal nostro punto di vista in quel periodo non c'era nulla di compromesso anzi c'era qualcosa da tutelare e da conservare.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Successivamente, durante la prima Giunta Rutelli si è a lungo discusso se cancellare la previsione di questo nuovo quartiere, alla fine ciò che resta sono le vie con i nomi di cantanti e attori. A fine anni '80 quattro costruttori, Caltagirone, Marronaro, Bonifaci e Santarelli comprano le aree libere di Ponte di Nona. Dieci anni dopo cominciano a costruire il più grande quartiere satellite intorno a Roma, 12 mila appartamenti su 167 ettari strappati all'agro romano per 40 mila nuovi abitanti. L'edilizia di Caltagirone, tutta uguale a se stessa, trionfa.

FRANCESCO GARGIUOLI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Un appartamento di 65 metri quadri adesso si aggira attorno ai 220 mila, 230 mila euro. Poi c'è da pagare il condominio, bollette....

PAOLO MONDANI

Ci sono appartamenti piu' grandi?

FRANCESCO GARGIUOLI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Ci sono appartamenti più grandi di 85, 90 metri quadri che costano intorno ai 290, 320 mila euro, quindi diciamo non sono prezzi da periferia abbandonata tra virgolette come questa.

PAOLO MONDANI

Ma qui a quanti chilometri sete dal centro di Roma?

FRANCESCO GARGIUOLI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Dal centro di Roma distiamo all'incirca in linea d'aria una ventina di chilometri. Distiamo circa cinque chilometri dal raccordo anulare.

MASSIMO MANCUSO - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Questa è la peculiarità di questo quartiere, praticamente siamo di fronte ad un interruttore il quale basta che chiunque vada lo spenga e tutte le luci e tutti i lampioni del quartiere si spengono contemporaneamente. E questo mette molto a rischio la sicurezza e tutte le persone che vivono nelle case.

PAOLO MONDANI

Ma com'è possibile?

MASSIMO MANCUSO - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Com'è possibile, questo è nato praticamente all'inizio quando c'erano ancora i cantieri in corso ed è rimasto così come all'epoca.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Qui niente è rimasto come all'epoca. Ci hanno costruito sopra il più grande centro commerciale d'Europa.

CORRADO STEFANO GOTTI - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Una convenzione urbanistica con il Comune di Roma ha concesso la possibilità di costruire circa un milione e trecento mila metri cubi di costruzione. Ma il quartiere difetta dei più elementari servizi pubblici.

UOMO 2

Ho preso un cento metri quadri, li ho pagati 220 mila euro ma adesso credo che ne valga quasi 400.

PAOLO MONDANI

Tutto sommato Caltagirone serve perché sennò lei con 220 mila euro in città cosa avrebbe trovato?

UOMO 2

Avrei trovato un 70 metri quadri, ma adesso diciamo che l'innamoramento comincia a scemare perché quello che avevano detto che sarebbe stato realizzato non si è visto.

MASSIMO MANCUSO - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Spendo due o tre ore della mia giornata, invece di passarle con la mie famiglia le passo in macchina.

PAOLO MONDANI

Avete fatto i conti di quanto tempo all'anno passate in automobile?

MASSIMO MANCUSO - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Si. Per me personalmente circa 500 ore all'anno solamente per recarmi al lavoro ogni anno.

PAOLO MONDANI

Che fanno in termine di giorni?

MASSIMO MANCUSO - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

In termine di giorni fanno circa 20 giorni di 365 giorni.

PAOLO MONDANI

Cioè lei passa venti giorni all'anno in automobile?

MASSIMO MANCUSO - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Esatto, io sono attrezzato, porto il computer, il cellulare....

PAOLO MONDANI

Solamente per andare da casa al centro e tornare.

MASSIMO MANCUSO - COMITATO NUOVA PONTE DI NONA

Esatto e cerco anche di lavorare per strada, visto che tanto sono bloccato nel traffico.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

L'edilizia popolare non si costruisce più: zero a Roma e l'1 % a livello italiano. Il pubblico potrebbe espropriare le aree, ma deve pagare a prezzi di mercato e non ce la fa. E così il privato si è sostituito al pubblico, e le case a basso costo le costruisce dove ha i terreni di sua proprietà. E le costruisce come gli pare. La gente allettata compra e poi si ritrova con meno di quel che gli era stato promesso. Per dire, la grande università di Tor Vergata non ha una fermata del metrò. Gli studenti che devono andar lì, tirano su la macchina perché gli autobus sono quel che sono. Il Comune potrebbe riqualificare le aree dismesse, fatiscenti, che stanno dentro al raccordo e che sono tante, sono già provviste degli edifici scolastici e dei collegamenti, quindi non bisognerebbe fare grandi investimenti. Chissà com'è, è troppo complicato. Abbiamo visto che a Parigi l'edilizia convenzionata è un punto fermo del Comune, che è anche imprenditore e decide lui che cosa è nell'interesse pubblico. Come fanno in Spagna dove stanno cementificando il cementificabile.lo andiamo a vedere.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Periferia di Madrid. Zona di Vallecas, siamo a sette chilometri dal centro. Il Comune sta costruendo più di mille alloggi. Le strade sono state realizzate per sopportare il grande flusso di traffico dei futuri abitanti. A Madrid come a Parigi, il Comune può espropriare l'area e comprarla a prezzo di mercato ma si ripagherà con la vendita degli alloggi di sua proprietà. Insomma, il Comune qui si comporta come un imprenditore.

MARIA PILAR MARTINEZ LOPEZ - ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI MADRID

Quando pianifichiamo un nuovo quartiere la prima cosa da sapere è che il 50% delle case che costruiremo sono pubbliche e il 50% private. Nel piano regolatore del 1997 prevediamo 300 mila nuovi alloggi a Madrid e abbiamo predisposto piani a medio termine. L'attuale piano prevede di costruire 35 mila alloggi in cinque anni. Ne sono trascorsi quattr.e ne abbiamo terminati già 32 mila. Il 30% di questi alloggi è dato in affitto, mentre gli altri vanno a famiglie che hanno problemi economici nell'acquisto di un alloggio, per esempio un appartamento di 50 metri quadri compreso il garage lo vendiamo a 126 mila euro, mentre sul mercato libero costerebbe il triplo.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Le case pubbliche vanno dai 40 ai 90 metri quadri. E costano tra i 100 e i 300 mila euro. Ma questi prezzi non vanno a discapito della qualità. I migliori architetti del mondo e i migliori in Spagna stanno progettando case pubbliche a Madrid. E qui a Vallecas si sono sbizzarriti con i colori e le tipologie edilizie. Tra l'altro, gli alloggi in vendita possono essere dati in affitto.

MARIA PILAR MARTINEZ LOPEZ - ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI MADRID

L'alloggio pubblico di 50 metri quadri di cui parlavo prima, che vendiamo compreso il garage a 126 mila euro, se lo diamo in affitto costa 326 euro al mese.

PAOLO MONDANI

E' possibile per un giovane solo o per una coppia non sposata accedere alle case pubbliche? E' possibile farlo?

MARIA PILAR MARTINEZ LOPEZ - ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI MADRID

E' logico, la politica del comune di Madrid è una politica universale, è per tutti e in particolare per i giovani, il giovane single può acquistare o affittare un alloggio pubblico e possono accedere tutti i tipi di famiglia, la coppia sposata, le coppie non sposate e le coppie gay.

PAOLO MONDANI

Come si fa ad accedere alla lista di coloro che vogliono comprare o affittare una casa pubblica? Bisogna avere per esempio un limite di reddito?

MARIA PILAR MARTINEZ LOPEZ - ASSESSORE URBANISTICA - COMUNE DI MADRID

Esiste un registro di coloro che vogliono una casa pubblica e l'accesso è legato al reddito. Per le case in affitto possono accedere tutti i redditi. Naturalmente ai più alti diamo le case private sfitte che nel centro storico riusciamo a mettere sul mercato tramite la nostra agenzia municipale dell'affitto. Per poter comprare un alloggio pubblico invece, si deve avere un reddito che va dai 1300 ai 1400 euro mensili.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

L'amministrazione comunale di Madrid è governata dal centro destra ma sulla politica degli alloggi pubblici non c'è quasi differenza con il governo socialista di Zapatero che ha fatto della casa ai giovani uno dei primi obiettivi del suo programma.

LUIS DONCEL - GIORNALISTA EL PAIS

Dal 1 gennaio 2008 Zapatero ha deciso di dare 210 euro al mese di contributo per l'affitto a tutti i giovani sotto i 30 anni che guadagnano meno di 22 mila euro l'anno. Il governo stima che saranno 350 mila i giovani che potranno usufruire di questo contributo. Nel 2007 in Spagna sono stati costruiti 90 mila alloggi popolari e Zapatero ha promesso di realizzarne nei prossimi 10 anni 1 milione e mezzo, 150 mila all'anno.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

A Parigi e Madrid la mano pubblica governa il territorio. Se a Roma non lo fa, lo fanno altri: costruttori e abusivi. Nella capitale l'abusivismo non lo ha fermato mai nessuno, basti pensare che durante i 15 anni di giunte Rutelli e Veltroni, tra il 1993 e il 2008, il nuovo territorio compromesso dagli abusi è di 1000 ettari, pari a più della metà del centro storico della capitale.

VEZIO DE LUCIA - URBANISTA

Nel periodo 1994- 2003 sono le date dei due ultimi condoni, tutti e due dei governi Berlusconi, a Roma sono stati censiti dagli uffici 85 mila domande di condono in 9 anni, in 9 anni in cui i sindaci sono stati Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Quasi nessuno si è chiesto com'è possibile. Io posso anche comprendere che nelle 85 mila domande ci siano anche cose irrilevanti, cose modeste, però ci sono anche cose grandi, ci sono anche cose in posti molto delicati, nell'Appia antica.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Appia antica. Il parco che si estende per 3500 ettari dal centro fino ai castelli romani. Mausolei, sepolcri e acquedotti dell'età repubblicana e imperiale, le principali catacombe della storia cristiana e gli otto chilometri della via Appia, la regina Viarum la chiamavano i romani. E' il più grande parco archeologico del mondo. Dal 1965, con un decreto, lo Stato italiano protegge questa area eppure da allora sono stati costruiti abusivamente almeno 1 milione e duecentomila metri cubi di cemento. E nonostante nuovi vincoli, dopo ben tre condoni edilizi l'abusivismo va avanti e gli uffici comunali accettano le domande di condono.

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

La parte più bella del Mausoleo di Cecilia Metella e delle mura del Castello dei Caetani è impedita alla vista del pubblico perché è proprietà privata. Vede perfettamente il Mausoleo con le mura e le torri, la parte terminale del Circo di Massenzio è stato acquistato ed ha avuto la sua trasformazione in zona residenziale, questa è la situazione all'88 e questa la situazione nel '94, quindi quello che era un piccolissimo manufatto poi è stato ulteriormente ampliato.

PAOLO MONDANI

Cioè è diventata una bella casa di campagna.

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Diciamo di campagna e poi è stato aggiunto, vede, un bella veranda che visto che siamo a ridosso delle mura forse tanto bene non sta.

PAOLO MONDANI

Hanno chiesto il condono edilizio?

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Sì. Hanno chiesto il condono edilizio.... per lo più l'ottengono perché il Comune, l'ufficio preposto ai condoni del comune di Roma ha rilasciato tutta una serie di condoni senza effettuare alcuna verifica sul valore delle aree, sui vincoli esistenti.

PAOLO MONDANI

Lei sa che nel 2004 c'è una legge che dice che si potevano sanare abusi anche all'interno delle aree con un qualche vincolo paesistico?

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Sì, purtroppo sì.

PAOLO MONDANI

Ma lei ritiene che qui ci sia un vincolo superiore a quello paesistico, per esempio?

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Quello paesistico è quello più vecchio del '53, poi vi è il vincolo quello più importante a mio avviso che è quello del piano regolatore del '65, poi vi è il vincolo del parco regionale dall'88 in poi, e poi vi sono tutta una serie di vincoli specifici di movimenti e di ampi settori, vincoli specifici archeologici che riguardano a volte anche settori, aree di centinaia di ettari.

PAOLO MONDANI

Quindi lei dice nessuna legge, nessun condono, nessuna leggina può consentire un abuso qui, figuriamoci addirittura il condono di un abuso.

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Assolutamente.

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA COMUNE DI ROMA

Se, diciamo, questi cicli decennali '84, '85, '94, 2003, cioè ogni nove anni esce un condono edilizio. Questo andazzo...

PAOLO MONDANI

Parliamo di aree con vincoli particolari.

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA COMUNE DI ROMA

Sì, aree con vincoli particolari che tuttavia diciamo quando tira aria di condono non è che si va tanto per il sottile.

PAOLO MONDANI

Voi potevate vigilare sul territorio o no?

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA COMUNE DI ROMA

Sì ma questa è lotta diciamo ....noi dobbiamo immaginare che siamo dentro..

PAOLO MONDANI

A parte i piccoli abusi..

ROBERTO MORASSUT - EX ASSESSORE URBANISTICA COMUNE DI ROMA

Siamo dentro una giungla, una foresta tropicale dove la vegetazione si sviluppa diciamo in maniera e dove si combatte a colpi di macete.

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Tra questi due monumenti recentemente restaurati da noi che poi continuano all'interno con mosaici e altre parti, dai fotogrammetrici, dalle fotografie aeree, dai catastali a nostra disposizione, la villa che è all'interno è completamente abusiva.

PAOLO MONDANI

E chi sono i proprietari visto che si tratta di gente così importante da quel che capisco?

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Dino editore.

LIVIA GIAMMICHELE - SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA ROMA

Appia Country club porta ad un complesso sportivo completamente abusivo. Campi da tennis, calcetto, casina sociale, piscina.

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Questo è ceramiche Appia Nuova anche questo completamente illecito sia nei manufatti realizzati che in tutta l'attività che viene svolta in modo pazzesco, eccessivo.

PAOLO MONDANI

Troviamo un'azienda agricola, questa che si chiama Cavicchi.

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Sì più che azienda agricola, una rivendita di prodotti agricoli direi.

PAOLO MONDANI

E poi questo ristorante Pappa e ciccia.

Anche qui c'è il vincolo archeologico?

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

Sì. Vi sono tutti i vincoli. I soliti vincoli di tutta l'Appia. è stato denunciato da noi a tutti.

PAOLO MONDANI

E nessuno viene qui ad abbatterlo?

RITA PARIS - DIRETTORE SOPR. ARCHEOLOGICA ROMA

No.

LIVIA GIAMMICHELE - SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA ROMA

Grosso modo 8mila condoni che riguardano l'interno del parco, l'Appia. 8mila.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

Stiamo parlando della città che possiede il più importante patrimonio culturale dell'umanità. L'ex assessore all'urbanistica Morassut ora deputato dice " il pubblico non ce la fa a vigilare perché siamo dentro ad una giungla dove si combatte a colpi di macete". Roma ha 2 milioni e mezzo di abitanti, e sono almeno 400 tra fra tecnici ingegneri e personale amministrativo che lavorano agli assessorati all'urbanistica di provincia, comune e regione. Torniamo fra breve.

MILENA GABANELLI IN STUDIO

E' tornata la febbre edilizia in tutto il paese, dicono che bisogna investire nel mattone e si è ripreso a costruire. In Inghilterra il 70% dei nuovi edifici deve sorgere su aree già edificate o dismesse. Il sindaco di Londra punta di arrivare addirittura al 100%. In Germania invece dal '98, cioè ben dieci anni fa, una legge che fissa il consumo di suolo in 11.000 ettari l'anno. L'Italia edifica 8 volte tanto. L'Italia, che possiede l'80% del patrimonio artistico, architettonico e culturale dell'intero pianeta, quello che nessun cinese, indiano o vietnamita ci può copiare e vendere ad un prezzo più competitivo. Bene, Roma inaugura le centralità, cioè tante nuove aree dove il Comune autorizza la costruzione di nuovi insediamenti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Con il nuovo piano regolatore il Comune di Roma prevede di costruire nei prossimi dieci anni 70 milioni di metri cubi di cemento su un territorio di 15 mila ettari. Una nuova città più grande di Napoli. Eppure, tolti gli extracomunitari, la crescita demografica a Roma è pari allo zero. Lo sviluppo più spinto è previsto verso il mare, sulla via Cristoforo Colombo. Il primo progetto riguarda la ex fiera di Roma. Il Comune affiderà a una cordata di costruttori la realizzazione di 288 mila metri cubi di cemento, su un'area che ne conteneva 120 mila. Non solo, l'Ente fiera, che mette insieme il comune e la Regione Lazio, venderà l'area ai costruttori. Caso più unico che raro in Europa: il comune vende un'area di pregio ai privati a 500 metri dal centro storico. Dulcis in fundo, sarà necessario un accordo di programma, altra deroga alle regole, perché il piano regolatore non prevede un nuovo quartiere qui. Il progetto si chiama Città dei piccoli, perché conterrà un asilo nido e uno spazio per i giochi dei bambini. In realtà...

FRANCESCA BARELLI - ARCHITETTO COMITATO EX FIERA DI ROMA

L'intervento prevede destinazioni d'uso prevalentemente residenziali, superfici direzionali di piccolo taglio, superfici commerciali ed eventualmente strutture ricettive, come a dire di tutto un po', però è sottolineato l'intervento sarà prevalentemente residenziale.

UOMO

La gente non ha case, è disperata e si costruiscono case da 500mila euro l'una insomma. Questa è la realtà.

PAOLO MONDANI

Quali sono i costruttori che vogliono realizzare qua?

FRANCESCA BARELLI - ARCHITETTO COMITATO EX FIERA DI ROMA

Nomi noti. Leggiamo il nome di Francesco Gaetano Caltagirone, Viainini Lavori, Paola Santarelli, Salvatore Ligresti e Pierluigi Toti.

PIETRO SAMPERI - DOCENTE URBANISTICA UNIV. LA SAPIENZA

Il Comune si è dato una norma vincolante nel piano regolatore che ogni operazione di trasformazione urbanistica deve essere sottoposta al parere e a eventuali proposte alternative da parte dei cittadini attraverso i municipi. Questa procedura o non viene realizzata o se viene realizzata è un bluff.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Il parere dei cittadini non risulta all'amministrazione comunale e allora i comitati di quartiere dell'Eur, con l'ingegner Giorgio Biuso, già direttore dell'Ente Eur dal 1954 al 1992, vanno a parlare con gli assessori e chiedono: visti tutti i mega-progetti previsti nella zona, come faremo a spostarci dato che strade e trasporti sono insufficienti?

GIORGIO BIUSO - ARCHITETTO EX DIRETTORE ENTE EUR

Quando ci siamo sentiti rispondere dalle amministrazioni che non si poteva fermare tutto questo perché era un incremento per lo sviluppo della città, però non c'erano i soldi per fare tutti questi servizi.

PAOLO MONDANI

Non ci sono i soldi per fare la cura del ferro, per fare le metropolitane.

GIORGIO BIUSO - ARCHITETTO EX DIRETTORE ENTE EUR

Per fare la cura del ferro, per fare i sottopassi, per allargare le strade.

PAOLO MONDANI

Ci sono per fare i palazzi ma non per la viabilità.

GIORGIO BIUSO - ARCHITETTO EX DIRETTORE ENTE EUR

I cittadini allora hanno fatto dei progetti. Ci sono state dal 2000 riunioni con la Terza università, professori Quilici e Picconato, con la Sapienza, professor Monardo e abbiamo studiato un modello che proiettato negli anni futuri c'ha dato dei risultati raccapriccianti. Tra cinque anni, se le cose continuano con questo andazzo, Roma sarà paralizzata.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

I progetti dell'EUR hanno un nome e un cognome: il mega centro commerciale più residenze e uffici denominato Eur Castellaccio per 800 mila metri cubi, è del costruttore Parnasi; l'area dell'ex Velodromo che diventerà la Città del benessere con piscine e negozi è di Aquadrome, società mista tra Eur Spa, partecipata dal Comune di Roma e dallo stato, e Condotte Immobiliare, del gruppo Ferfina; i 400 appartamenti di lusso realizzati al posto dei tre palazzi del ministero delle Finanze sono dei costruttori Toti, Ligresti e Marchini; i 150 mila metri cubi di piazza dei Navigatori, dove si stanno edificando tre palazzi per uffici e negozi, sono della famiglia Bellavista Caltagirone, cugini di Francesco Gaetano, e infine il Centro Congressi per 11 mila addetti progettato da Massimiliano Fuksas, realizzato dalla società Condotte e di proprietà di Eur Spa. All'architetto Fuksas abbiamo chiesto perché ha rifiutato di progettare le famose centralità.

MASSIMILIANO FUKSAS - ARCHITETTO

Quando qualcuno mi viene a chiedere una lottizzazione o questi progetti delle centralità, così, molte volte io rispondo con una frase abbastanza sprezzante forse, dico: io non ho fatto queste cose quando ero giovane ed ero povero in canna perché dovrei farlo oggi. Quello che manca e' di risolvere di studiare come far vivere il maggior numero possibile con una qualità di vita altissima e con un consumo energetico limitato. Ecco, gli architetti non si sono occupati di questo, i costruttori non se ne sono occupati per niente. Che a Roma e in Italia non ci sia stata un'evoluzione anche degli imprenditori o dei cosiddetti "palazzinari" è evidente. Quello che si costruisce è molto simile a quello che si costruiva negli anni Settanta.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO

Nessun imprenditore decide un investimento senza prima averne studiato con cura i costi e i benefici sotto diversi scenari possibili. Ma a questa procedura non hanno diritto i cittadini italiani, cui viene chiesto di finanziare le infrastrutture (almeno 1000 euro a testa solo per l'Alta Velocità) senza che mai sia stata fatta un'analisi costi-benefici seria di alcun progetto. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: si dice spesso che alcune di queste infrastrutture hanno un valore simbolico, e che sarebbe miope fermarsi a un ragionieristico confronto tra i costi e i benefici. Forse. Ma per un Paese niente ha un valore simbolico maggiore della compagnia di bandiera, eppure gli imprenditori italiani si sono ben guardati (giustamente) dal mettere mano al portafoglio per Alitalia: perché mai dovrebbero chiedere agli italiani di fare diversamente con l'Alta Velocità? Si dirà che degli studi esistono. Ma essi sono lontani dagli standard internazionali, e sono spesso poco più che documenti di propaganda politica. Per esempio, sulla Torino-Lione uno studio assai citato della Commissione europea si basa fra l'altro sull'ipotesi assurda di un aumento dei transiti ferroviari merci tra Italia e Francia di circa sei volte da qui al 2030, quando negli ultimi dieci anni essi sono scesi di oltre il 40 per cento. L'unico tentativo di analisi costi-benefici seria per la Torino-Lione, quella di Rémi Proud'Homme su lavoce.info, mostra una perdita in valore attuale netta per la società di 25 miliardi, includendo i risparmi di tempo di percorrenza, le minori emissioni, la diminuzione degli incidenti stradali.

Il ponte sullo Stretto non è da meno: come hanno denunciato Andrea Boitani e Marco Ponti, fu dichiarato fattibile in base a un'analisi a valore aggiunto, che stima (generosamente) i benefici sull'economia locale ma ignora i costi. E nonostante l'enorme aumento dei costi (per l'Alta Velocità di tre volte) rispetto alle previsioni iniziali, non si è controllato che gli investimenti rimanessero vantaggiosi.

Dunque alla tipica famiglia di quattro persone vengono chiesti 4mila euro solo per l'Alta Velocità senza alcun dibattito, quando per poche centinaia di curo fra tasse, sussidi e detrazioni di una tipica Finanziaria ci si scanna per mesi interi.

Perché grandi imprese, media e politici di tutti gli schieramenti hanno collaborato per anni a stendere un muro di omertà su questi argomenti? Se i vantaggi sono così ovvi, perché tanta paura di un'analisi costi-benefici seria affidata a un ente indipendente? Ma solo la retorica è consentita « Non possiamo restare tagliati fuori dall'Europa», diceva Ciampi: ma tutte le modalità di trasporto esistenti per la Francia sono lontanissime dalla saturazione. E per la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso «la Torino-Lione è un'opera essenziale per abbattere lo smog»: ma come ha mostrato Francesco Ramella, anche azzerando il traffico di Tir verso la Francia, le emissioni piemontesi si ridurrebbero dell'1%, al prezzo di 16 miliardi per il contribuente. Sicuramente ci sono dei modi più efficienti per ottenere questo risultato irrisorio.

Certo, dati e fatti diventano irrilevanti se contano solo i simboli. Ma che cosa avrebbe un valore simbolico maggiore, sia per i cittadini italiani sia per l'immagine del nostro Paese all'estero: una galleria ferroviaria in più, o far rinascere le nostre città sempre più degradate, invivibili e impresentabili, liberandole da graffiti, sporcizia, disordine e microcriminalità? Si può rispondere che infrastrutture e rinascita urbana non sono incompatibili; ma la realtà è che l'enfasi sulle prime distoglie il dibattito e le risorse dalla seconda. Per questa è necessario soltanto un oscuro lavoro di ordinaria amministrazione, che avrebbe risultati più tangibili a un costo enormemente inferiore. Ma, ahimè, è anche un lavoro meno gratificante politicamente e personalmente che procurarsi infrastrutture e grandi eventi.

Nessun imprenditore farebbe eseguire un piano di investimenti colossale da un management che ha generato perdite per venti anni di fila. Eppure, agli italiani viene chiesto di affidare sulla fiducia un giocattolo da 70 miliardi di euro a un'organizzazione, le Ferrovie dello Stato, che è riuscita ad aumentare i tempi di percorrenza sulla Milano-Treviglio nonostante il quadruplicamento della tratta, e sulla Milano-Reggio Calabria nonostante la costruzione della direttissima Firenze-Roma. Un'organizzazione che da anni non riesce a risolvere un problema elementare come la pulizia dei treni, i quali anzi diventano sempre più sporchi e puzzolenti nonostante decine di proclami. Ancora una volta, che cosa sarebbe più utile per l'immagine del Paese: ripulire i treni utilizzati da milioni di turisti stranieri o fare una galleria di dubbia utilità a costi esorbitanti sotto una montagna che nessuno visita?

I veti aprioristici degli ambientalisti sono forse antistorici, ma perché impedire qualsiasi riflessione sull'effetto di questi investimenti sul paesaggio, che rimane pur sempre uno dei principali asset del nostro Paese? Eppure non si può disconoscere che i lavori infrastrutturali hanno spesso avuto effetti dirompenti da questo punto di vista. Nonostante i loro eccessi, gli ambientalisti hanno ragione: deturpare una vallata per ridurre le emissioni dell'1% al costo di 16 miliardi è un buon investimento per le imprese appaltatrici, ma non per il Paese.

Infine, da più parti si sentono profonde preoccupazioni per l'impatto che opere come il ponte sullo Stretto possono avere sulla criminalità organizzata. La 'ndrangheta uccide per un appalto pubblico di pochi milioni in un piccolo Comune calabrese: possiamo ben immaginare che appetiti scatenerà un appalto da miliardi di euro. È un problema simbolico anche questo?

Forse gli imprenditori hanno delle risposte ovvie e convincenti a tutte queste domande. Se così è, saremo tutti lieti di conoscerle. Ma per rispetto dei cittadini italiani, per una volta lasciamo perdere la retorica.

Normalmente inseriamo articoli dai quotidiani il giorgo stesso o quello successivo. Pubblichiamo eccezzionalmente questo articolo da un quotidiano di oltre una settimana fa per il suo interesse.

L’approccio al parco cittadino è di solito riduttivo: un momento di tregua dal traffico, un frettoloso godimento estetico di una natura artefatta sebbene reale rispetto a quella dei cartelloni pubblicitari o delle finte edere di plastica che tappezzano certe facciate. C’è ben di più dietro un’area verde urbana. Qui alberi e prati assorbono acqua dal suolo e la fanno evaporare dalle foglie: il processo abbassa la temperatura dell’aria circostante nei mesi estivi. Ecco perché un’area verde rende più vivibile la canicola di città rispetto a un ardente parcheggio asfaltato. Nel parco il suolo non è stato sigillato e impermeabilizzato ma respira, è vivo, ospita un’immensità di insetti, funghi e batteri che mantengono in attività il ciclo degli elementi. Una cacca di cane sul marciapiede è uno scomodo rifiuto e basta, sul suolo vivo verrà in breve distrutta da un esercito di organismi che la trasformeranno in nutrimento per i vegetali.

Questo è il modo in cui funziona, da miliardi di anni, l’ecosistema, e il suolo rappresenta l’anello di chiusura del ciclo rifiuti-nutrimento. Una goccia di pioggia che cade sul cemento defluisce rapidamente nelle fognature, e se la precipitazione è violenta, rischia di allagare le cantine.

Una goccia che cade su un suolo vivo penetra in profondità, alimenta la vita e la falda idrica e si depura: la berremo molto tempo dopo quando le pompe degli acquedotti saranno andate a cercarla sottoterra. Gli alberi, gli arbusti, il prato, offrono anche rifugio a uccelli e altri animali che in molti casi contribuiscono ad abbattere un’eccessiva infestazione di insetti, divorano zanzare e altri parassiti. Insomma, là, nel parco, si svolge qualcosa di molto più importante della sola passeggiata con il cane e i bambini: si dipana l’essenza stessa del funzionamento del pianeta.

Se percepita e vissuta, questa consapevolezza ha un grande valore formativo e didattico: in un mondo sempre più virtuale e artificializzato, ricordarsi, anche a pochi metri dai quartieri più urbanizzati, di quali sono le regole ferree e ineludibili dell’antichissimo gioco della vita, di cui anche noi volenti o nolenti siamo parte, è una necessità per la nostra sopravvivenza. Eppure c’è chi non sembra curarsi di questi valori fondanti. Ruspe e betoniere ogni giorno divorano in modo irreversibile il nostro suolo e ciò che ci vive sopra. Il bosco di Gioia non c’è più. Quisquilie, era solo un ettaro. Ora è il momento delle minacce ai grandi parchi periferici, parchi che hanno un valore in più, chiamandosi "agricoli": ci sono sì il suolo e il verde, ma c’è pure l’agricoltura, quella millenaria ammirata da Cattaneo, la più raffinata del mondo, c’è la cascina lombarda che da sempre è stata nutrimento della città e della sua economia sostenibile, oggi mortificata dai cibi che arrivano via aerea da oltreoceano. Anche a Cascina Campazzo, due passi da piazza Abbiategrasso, le ruspe rombanti sono pronte a sloggiare le vacche. Al posto del distributore di latte fresco avremo lattine di Coca-Cola.

MILANO - L'ultimo annuncio arriva da Brescia: l'aeroporto di Montichiari ha ottenuto l'ok dalla regione Lombardia ad allungare la sua pista fino a 3.200 metri. Ma anche Bergamo non vuole essere da meno: a Orio al Serio è partita la corsa per costruire il nuovo terminal e la società di gestione dello scalo punta al traguardo degli 8 milioni di passeggeri l'anno. Poi c'è Malpensa, che prova a elaborare il lutto dell'abbandono di Alitalia sottoscrivendo un accordo con Lufthansa (lontano comunque dal colmare il vuoto lasciato dalla compagnia della Magliana). Insomma, ognuno dei principali aeroporti lombardi continua la sua corsa solitaria, una crescita spontanea che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno al vicino di casa. Tutto bello e tutto possibile?

Partenza obbligata da Brescia dove il «Gabriele D'Annunzio » di Montichiari si è visto approvare il piano d'area dal Pirellone; il piano contiene un lunga serie di vincoli e permessi, il principale dei quali è l'allungamento della pista. «Sarà un importante fattore di crescita per lo scalo - dice il presidente Francesco Bettoni - perché grazie a questa novità potranno partire e atterrare anche aerei di grandi dimensioni. Questo porta la capacità teorica di Montichiari a 3 milioni di passeggeri l'anno e 500 mila tonnellate di merci. La nostra strategia è rivolta principalmente al settore merci, ma reclamiamo da tempo maggiore autonomia rispetto ai nostri vicini di Verona, la cui società è azionista di maggioranza a Montichiari».

Bergamo si conferma aeroporto dei record: anche a marzo ha ampliamente migliorato la sua performance rispetto ai dodici mesi precedenti, incrementando i passeggeri del 17%: Orio è ormai stabilmente ben oltre i 5 milioni di transiti l'anno.

Ma nei cieli di Lombardia, scossi dalla crisi di Alitalia, c'è posto per tutti? E come viene vista da Malpensa e dalla Regione l'attivismo degli altri scali lombardi? La miccia della polemica è stata accesa qualche giorno fa da Mario Agostinelli, consigliere regionale della Sinistra Arcobaleno: «Il sì a Montichiari dimostra che Lega e Forza Italia hanno cavalcato in campagna elettorale la crisi di Malpensa solo per guadagnare voti. E' chiaro che la crescita di Brescia entra in concorrenza con l'hub varesino».

«Le statistiche confermano che il traffico aereo in tutto il pianeta cresce del 5-6% l'anno - ribatte Raffaele Cattaneo, assessore regionale alle infrastrutture nonché consigliere di amministrazione di Sea, la società che gestisce Malpensa - dunque c'è posto per tutti, anche perché ogni singolo scalo continua ad avere la sua specificità. Detto questo è auspicabile un maggior dialogo tra le varie società di gestione».

Il dato riguardante la crescita generale del traffico viene confermato da Renato Piccardi docente ed esperto di trasporto aereo del Politecnico di Milano: «Entro il 2020 i passeggeri che prendono l'aereo in Lombardia potrebbero passare dai 40 milioni attuali a 100 milioni. Le piste dunque potrebbero non bastare, ma siamo in una zona altamente congestionata dal punto di vista urbanistico. Occorre ponderare bene ogni nuovo passo: per una questione di impatto ambientale ma anche per evitare doppioni o il fatto che aeroporti vicini finiscano per rubarsi la clientela e dunque per danneggiarsi a vicenda».

Sarà anche vero che la sinistra non ha capito la gente, che è lontana dalla realtà, come negarlo. Ma anche i grandi giornali non scherzano. Per esempio: dopo gli acuti strali lanciati dalla grande stampa contro la pubblicazione in rete dei redditi 2005 degli italiani, pare che i lettori non siano così scandalizzati. Populismo di sinistra, tuonano gli editoriali. E anche: gogna! E pure: violazione della privacy! Tutti più o meno d'accordo nel dire che quei dati non dovevano esser messi in rete (salvo naturalmente pubblicarne a dozzine e centinaia). Ma poi, guarda tu come va il mondo, gli stessi giornali chiedono ai loro lettori: è giusto pubblicarli in rete? Risultati: l'84% dei lettori di Repubblica dice sì. Il 54 e passa per cento dei lettori del Corriere dice sì. È abbastanza per sostenere che hanno perso il contatto coi loro lettori? La faccenda è piuttosto strabiliante. Ma non la faccenda dei redditi, che alla fine è una cosuccia veniale che spiega poco e nulla sul Paese. Ciò che strabilia è che ci siano costantemente informazioni in libertà vigilata. Beppe Grillo riempie una piazza, un blog, arringa e infiamma centinaia di migliaia di persone. È un fatto pubblico. Ma se una trasmissione tivù riprende le sue parole (diritto di cronaca) apriti cielo: era una faccenda pubblica, ma perché renderla «troppo» pubblica? I redditi degli italiani sono pubblici, ce lo ripetono come un mantra proprio quelli contrari alla pubblicazione, ma così, dicono, sono «troppo» pubblici. Maledizione, eccoci al cospetto di una parola elastica, per cui una cosa è teoricamente nota a tutti, ma se lo diventa davvero scattano infiniti problemi, dalla privacy all'opportunità, dall'istigazione all'invidia sociale, fino all'istigazione al sequestro di persona, come se la mafia avesse bisogno dei redditi pubblicati su internet. Alla fine, resta la sensazione di vivere in un posto in cui c'è una specie di libertà vigilata. Tutto libero, ma non troppo, tutto pubblico, ma non troppo. Tutto trasparente, ma non troppo. Tutto un po' stupido. Un po' troppo.

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