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In questo nostro tempo, dove sono i maestri e chi, nella vita civile, userebbe questa parola senza almeno una punta d’ironia, se non anche di dileggio? Maître sopravvive senza discredito in francese, nel settore culinario, alberghiero e forense, mentre il femminile, maîtresse, sembra un residuo di romanzo ottocentesco. Il maître de conférence è semplicemente un aiutante del professore che svolge quelle che noi avremmo definito un tempo "esercitazioni", prima di diventare agrégé. Ma chi si lascerebbe oggi definire impunemente maître à penser, espressione che suona pretenziosa e gonfia, allo stesso modo di "maestro di vita"? Meister, che richiama tempi andati di corti principesche e domestici alle dipendenze (i Kappelmeister), oppure gilde e congreghe medievali (i Meistersinger wagneriani, ad esempio), è da tempo fuori uso, come lo sono i mondi cui allude.

Il "gran maestro" delle logge massoniche o degli ordini cavallereschi appartiene a piccole cerchie iniziatiche e, da queste, non esce facilmente all’aria aperta.

I tempi sono cambiati. Il "magister" che insegnava nelle aule universitarie è diventato il professore, un termine di per sé maestoso, ma ormai totalmente volgarizzato come equivalente a insegnante. Residua il maestro elementare, con l’iniziale minuscola, e questa sopravvivenza meriterebbe un esame, prima che una qualche circolare ministeriale lo faccia sparire, sostituendolo con "operatore" di qualche cosa. In generale, però, possiamo dire che i maestri si sono ritirati dalla vita civile pubblica. Se vi faranno ritorno, sarà perché saremo entrati in un’epoca diversa dalla nostra e perché avremo fatto un ripensamento su noi stessi.

George Steiner, nei saggi raccolti sotto il titolo La lezione dei maestri (Garzanti, 2004) ha messo in guardia circa i pericoli che questa parola, il maestro - monumentale, gerarchica, prescrittiva - porta in sé. Il pericolo maggiore consiste nel viluppo del rapporto maestro-discepolo in vischiosità sentimentali. Il desiderio del maestro di piacere al discepolo, di "sedurlo" con la sua personalità, un desiderio che può portare allo schiacciamento di quella di quest’ultimo; il desiderio del discepolo, a sua volta, di primeggiare, di essere il più vicino al suo cuore, di oscurare o annullare tutti gli altri. (...)

Le degenerazioni dei rapporti interni alle "scuole", che possono portare ad altrimenti impensabili meschinità, sono ben note. Il mondo accademico ne è una miniera. Ne traggo solo un piccolo esempio, dal mio campo di studi. Il grande giurista Hans Kelsen, nella sua Autobiografia (in Scritti autobiografici, a cura di M. G. Losano, Diabasis, 2008) riferisce del suo incontro a Heidelberg con Georg Jellinek, certo uno dei massimi "maestri" del diritto pubblico a cavallo tra il XIX e il XX secolo e lo racconta così: Jellinek «era circondato da un impenetrabile gruppo di allievi adoranti, che lusingavano in modo incredibile la sua vanità. Ricordo ancora la relazione di uno dei suoi studenti preferiti, costituita quasi esclusivamente da citazioni degli scritti dello stesso Jellinek. Dopo quella riunione potei accompagnare Jellinek a casa e, cammin facendo, mi chiese che cosa ne pensavo di quella relazione. Io rimasi molto sulle mie e Jellinek ne fu visibilmente irritato. Affermò che era stata una relazione eccellente e predisse un grande futuro accademico al suo autore: ma questi – aggiunge Kelsen maliziosamente - nel corso della sua carriera accademica, ha prodotto soltanto pochi scritti mediocri».

Ecco un rischio di questo rapporto malato, la mediocrità all’ombra della megalomania. Quello citato è solo un piccolo episodio di miseria accademica. Ma, spostandoci ad altro campo, il campo del magistero politico, il quadro, da ridicolo può farsi tragico. Il rapporto fideistico col maestro, depositario di una verità ch’egli solo conosce, può condurre a tragedie che annullano la personalità dei deboli e conducono perfino all´omicidio. (...)

La radice di queste degenerazioni sta nel rapporto meramente bilaterale tra il maestro e il discepolo. Se non è filtrato, reso oggettivo da un terzo fattore comune, esso finisce per ridursi a una relazione personale ineguale di fedeltà, in cui tutte le deviazioni irrazionalistiche diventano possibili, e, soprattutto, si viene perdendo di vista il fine in vista del quale tale rapporto ha ragione di instaurarsi: la ricerca di qualcosa che sta fuori tanto del maestro quanto del discepolo. Se manca questo elemento, la persona del maestro diventa l’oggetto dell’attaccamento del discepolo e la persona del discepolo diventa l’oggetto dell’attenzione del maestro. L’amore della verità – usiamo questa parola con la minuscola – viene a essere sostituito dall’autocompiacimento dell’uno attraverso l’altro, cioè da manifestazioni di narcisismo. (...)

Il maestro è ridicolmente anacronistico. Sembra non essercene bisogno, sembra anzi un ingombro nella società egualitaria dei grandi numeri, propria del nostro tempo, che propone bensì modelli di successo, ma, per così dire, di successo applicativo, non creativo. La via del perfezionamento personale, della conoscenza, della sperimentazione e della consapevolezza, e quindi anche della critica e della ribellione, la via che indicano i Maestri, non è confacente a questa società. (...) Questa società non ha dunque bisogno di maestri. Sono pateticamente inutili. I mezzi attraverso cui si trasmettono conoscenze e si formano coscienze si chiamano maestra-televisione, maestra-pubblicità, maestra-comunicazione, maestra-moda, ecc. Queste sì sono maestre ugualitarie, stanno sul nostro stesso piano, usano il nostro stesso linguaggio, si prestano a essere comprese da tutti senza sforzi, sono adatte alla società dei grandi numeri, sono perciò pienamente democratiche. Che c´è di meglio? (...)

E invece no. Le cose non stanno affatto così. Non si tratta di aristocrazia contro democrazia, ma di due concezioni della democrazia, l’una in opposizione all’altra. L’una, la potremmo definire democrazia critica; l’altra, acritica. La democrazia critica pone se stessa sempre necessariamente in discussione, non è mai paga e tronfia, sa riconoscere i suoi limiti e sa correggere i suoi sbagli. È un sistema capace di auto-correzione, in vista di un bene o di una verità non assoluti ma relativi al momento e alle condizioni date e alle capacità ch’esso ha di padroneggiarle. Il suo senso è dato da questa tensione, tra ciò che si è e ciò che, in meglio, si potrebbe essere; il suo ethos, la molla che lo mette in movimento, è l’esigenza di colmare questa distanza.

La democrazia critica non assume, come sua massima, il detto vox populi, vox dei, per l’implicita supposizione di infallibilità ch’essa comporta. Considera un cedimento a un’inaccettabile ideologia della democrazia anche l’espressione, spesso ripetuta con leggerezza, secondo cui la maggioranza ha sempre ragione, e ciò non perché la maggioranza abbia presumibilmente torto, come ritiene ogni pensiero antidemocratico ed elitario che divide la società in migliori (i pochi) e peggiori (i tanti), ma perché semplicemente, nella democrazia critica è bandito il concetto stesso di ragione, contrapposto a torto. La maggioranza non ha né ragione né torto; ha invece diritto di decidere perché si ritiene che le decisioni che riguardano tutti siano assunte, se non da tutti, almeno dal maggior numero. È una questione di distribuzione e assunzione di responsabilità, non di ragione o di torto.

Questo modo di concepire la democrazia comporta la capacità di estraniarci da noi stessi, di uscire dalla nostra pelle per poterci osservare per quello che siamo e confrontarci con quello che non siamo e vorremmo essere. Essere al tempo stesso soggetto e oggetto, cioè la coscienza di se stessi, è forse ciò che di più difficile possiamo immaginare, nella vita individuale e, a maggior ragione, in quella collettiva. Quando si dice "la lezione dei maestri", si dice innanzitutto distanza tra noi, come soggetti, e noi, come oggetti, cioè coscienza critica. La funzione del maestro, nella democrazia critica, non è un lusso, è una necessità vitale.

Tutto il contrario, nella democrazia acritica. Se la maggioranza ha sempre ragione, se la sua volontà è infallibile come quella divina, la voce ammonitrice del maestro è semplicemente un inutile fastidio, come quella del grillo parlante che Pinocchio, che non vuol sentir parola, schiaccia con un colpo di martello. Non c’è bisogno di maestri in questa democrazia, ma di ideologi, di comunicatori, di propagandisti o di pubblicitari, cioè di quelle false maestre (televisione, pubblicità, moda, ecc.) di cui s’è detto. Esse non creano tensione, allontanano da noi l’inquietudine del dubbio, ci fanno credere che ciò che siamo sia anche ciò che non possiamo non essere, che dove siamo non possiamo non essere. Ci fanno stare in pace con noi stessi, perché ci privano della coscienza di noi stessi e ci trasformano da soggetti in oggetti.

I maestri non esistono se non ci sono discepoli. Non sono i maestri a creare i discepoli, ma i discepoli a creare i maestri. Quando tra noi, potenziali discepoli, incominciano a porsi domande di senso ed esigenze di ethos, allora possono comparire i maestri. Questo – porre domande inevase e far valere esigenze insoddisfatte - è il compito di chi crede che valga la pena di impegnarsi per una democrazia con gli occhi aperti su se stessa e sul suo futuro, cioè per una forma di convivenza che coltivi l’inquietudine non come un vizio, ma come una virtù.

Abbiamo di fronte a noi degrado della vita pubblica, deterioramento della democrazia, inquietudine senza sbocco per l’avvenire e incapacità generalizzata di indicare prospettive diverse dal tirare in qualche modo a campare per allontanare soltanto il momento di una crisi che, non possiamo non saperlo, prima o poi verrà. In quel momento, la presenza o l’assenza di un magistero civile sarà determinante.

«Non comprende e si rattrista» il segretario generale dell’Associazione nazionale energia del vento, Simone Togni, per le mie critiche alla allocazione, al di fuori di ogni pianificazione energetica nazionale, di innumerevoli parchi eolici che, dopo il Sud, ora dilagano in Toscana e altrove, con devastazione di insostituibili beni paesaggistici e rurali, grazie ad incentivi lucrosi. La prima tesi dell’Anev è che «non vi sono in Italia incentivi pubblici per l’eolico», essendo i certificati verdi un meccanismo che ricade sui produttori privati inadempienti.

Si tratta di una mezza bugia. Infatti il costo dei Cv (contributo premiante per i produttori di energia alternativa), se in una fase intermedia viene in parte ripagato dai produttori di energia «sporca», che li acquistano, anche a prezzo maggiorato, sul mercato libero per rientrare nei parametri di Kyoto (con lucro aggiuntivo per i produttori di energia alternativa), nella fase finale viene scaricato sui consumatori, attraverso una maggiorazione della bolletta. Del resto nelle direttive del Gestore del Sistema elettrico si indicano le norme «per poter accedere all’incentivo», senza schermi semantici.

Forse il sig. Togni non le ha lette. Così come non spiega perché i Cv italiani abbiano il costo più alto del mondo, almeno secondo la classifica pubblicata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Ma quel che soprattutto mostra di ignorare è che oltre a questa voce, i costruttori dei parchi eolici ricevono contributi diretti, se allocati al Sud, in base alla legge 488 sull’industrializzazione del Mezzogiorno (dall’inchiesta dell’Espresso risulta il forte interessamento mafioso) mentre, se situati in Toscana e altrove, il sostegno pubblico avviene tramite contributi regionali ed europei.

Posso girargli, ad esempio, il testo pubblicato dalla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea della concessione rilasciata alla società Cosvig per la costruzione dei parchi eolici di Montecatini Val di Cecina (Pisa) e Monterotondo Marittimo (Grosseto) dove, oltre a una linea di credito, si assicura «un contributo regionale a fondo perduto di 3.067.200 euro» con l’assicurazione di poter «fruire di ulteriore finanziamento a fondo perduto per gli altri MW installabili». Per un altro parco eolico, quello di Scansano, i contributi sono andati al gruppo spagnolo Gamesa. Gli esempi possono continuare ma passo all’altro argomento dell’Anev secondo cui «nessun paesaggio viene devastato dalla realizzazione di impianti eolici più di una qualsiasi altra opera di origine umana (sic!)».

Rispondo pubblicando la foto che mostra due opere di «origine umana»: il castello di Montepò a Scansano e le torri eoliche che lo circondano. E´ proprio su questo scempio che sta deliberando il Consiglio di Stato anche perché le autorità toscane si erano rifiutate di sottoporre l’opera sia alla Valutazione d’impatto ambientale sia al placet della Sovrintendenza di Siena-Grosseto con la scusa che la zona non era vincolata. Ed ora la Giunta regionale teme, secondo quanto «la Nazione» attribuisce al presidente Martini, che i 14 milioni stanziati in bilancio per l’eolico... finiscano al vento.

Ragion per cui la Regione «farà tutto ciò che sarà possibile fare per scongiurare lo smantellamento dell’impianto». Sembra una sceneggiatura impazzita del Don Chisciotte con i mostruosi mulini a vento all’assalto del castello di Dulcinea. E’ assente purtroppo la saggezza di Sancho Panza.

Da anni vengono lanciati preoccupati allarmi sui tentativi della criminalità organizzata di mettere le mani sull’affare del Ponte sullo Stretto di Messina. Il grande potere criminogeno della mega-opera è stato confermato da numerose indagini che hanno evidenziato, da una parte, come le cosche locali puntino ad inserirsi nei sub-appalti, nelle opere secondarie e nell’imposizione di pizzo; dall’altra, come la grande mafia internazionale abbia provato a finanziare direttamente l’opera, grazie alle enormi disponibilità economiche in suo possesso.

Obiettivo cantieri

“Circa il 40 per cento delle opere potrebbe teoricamente alimentare i circuiti mafiosi” . È lo scenario che emerge da uno studio sull’impatto criminale del Ponte commissionato al Centro Studi Nomos del Gruppo Abele di Torino dall’Advisor della Società Stretto di Messina. Gli interessi mafiosi potrebbero manifestarsi nella fase di scavo e realizzazione delle fondazioni e della movimentazione terra, ed in questo caso imprese mafiose – già esistenti o più probabilmente costituite ad hoc – potrebbero rivendicare una partecipazione diretta ai lavori.

Identico rischio di penetrazione criminale per quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione, per le quali è previsto un volume di 328.000 metri cubi in Sicilia e di 237.000 in Calabria.

Se si tiene inoltre conto che per la realizzazione del manufatto occorrono in totale circa 860.000 metri cubi di calcestruzzo, il rischio criminalità appare di gran lunga più elevato, data la tradizionale specializzazione dei gruppi mafiosi in Calabria e Sicilia nel cosiddetto “ciclo del cemento”.

Ma è nell’ambito dei lavori per i collegamenti ferroviari e stradali, in buona parte previsti in galleria e nelle rampe di accesso al Ponte, che il rischio criminalità è ancora più alto ed evidente.

Un altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione mafiosa è quello relativo all’offerta di servizi necessari per il funzionamento dei cantieri.

Oltre alla tradizionale funzione di guardianìa - secondo il sociologo Rocco Sciarrone - “i mafiosi cercheranno con molta probabilità di inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri, e successivamente anche nella gestione dei loro canali di approvvigionamento.

È dunque ipotizzabile il tentativo di controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi di ricambio, il trasporto di merci e persone”.

Nelle mani di mafia e ‘ndrangheta, in più, potrebbero finire cemento, ferro, finanche il catering e gli alloggi per gli operai.

Questa è però una visione “minimalista” che non tiene conto delle evoluzioni dell’impresa mafiosa e della sua forza finanziaria e di inserimento nei mercati “legali”.

Nella relazione trasmessa al Parlamento nel novembre 2005, la Direzione Distrettuale Antimafia (Dia), affermava che “la mafia è pronta a investire il denaro del narcotraffico nella costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina”.

Nello specifico, le indagini avrebbero accertato che “ingenti capitali illecitamente acquisiti da un’organizzazione mafiosa a carattere transnazionale sarebbero stati reinvestiti nella realizzazione di importanti opere pubbliche, con particolare riguardo a quelle finalizzate alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina”.

Il primo allarme degli inquirenti sugli interessi delle organizzazioni mafiose nella realizzazione dell’infrastruttura risale comunque al 1998. Anche allora fu la Dia a denunciare la “grande attenzione” di ‘ndrangheta e Cosa Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del Ponte.

La Dia approfondiva il tema nella sua seconda relazione semestrale per l’anno 2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale dei poteri criminali in Calabria e in Sicilia, si segnalava come le indagini avessero evidenziato che “le famiglie di vertice della ‘ndrangheta si sarebbero già da tempo attivate per addivenire ad una composizione degli opposti interessi che, superando le tradizionali rivalità, consenta di poter aggredire con maggiore efficacia le enormi capacità di spesa di cui le amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi anni”.

Nel mirino, secondo l’organo investigativo, innanzitutto i progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari previsti dal piano Agenda 2000, stimati per la sola provincia di Reggio Calabria in oltre cinque miliardi di euro nel periodo 2000-2006.

“Altro terreno fertile ai fini della realizzazione di infiltrazioni mafiose nell’economia legale – aggiungeva il rapporto - è rappresentato dal progetto di realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche siciliane che calabresi. Sul punto è possibile ipotizzare l’esistenza di intese fra Cosa Nostra e ‘ndrangheta ai fini di una più efficace divisione dei potenziali profitti” .

Dal Canada allo Stretto di Messina via Arabia Saudita

Intanto alcuni faccendieri lanciavano l’assalto, per conto delle più potenti cosche mafiose d’oltreoceano, alla gara per il general contractor del Ponte di Messina.

L’intrigata ragnatela di interessi è venuta alla luce il 12 febbraio 2005, quando la stampa dava notizia dell’emissione di cinque provvedimenti di custodia cautelare per associazione per delinquere di stampo mafioso e delle perquisizioni in diverse città italiane.

I provvedimenti venivano notificati al boss Vito Rizzuto, capo dell’organizzazione legata ai mafiosi Cuntrera-Caruana e sospettato di rappresentare in Canada la “famiglia” Bonanno di New York, all’ingegnere Giuseppe Zappia (residente in Canada ma arrestato a Roma), al broker Filippo Ranieri (originario di Lanciano in Abruzzo), all’imprenditore cingalese Savilingam Sivabavanandan e all’algerino Hakim Hammoudi.

L’inchiesta (denominata “Brooklin”), coordinata dal capo della Dda di Roma Italo Ormanni e dal pm Adriano Iassillo, sulla base di numerose intercettazioni, individuava un’operazione concepita da Cosa Nostra per riciclare 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga nella realizzazione del Ponte. Ad ordire le trame il boss Vito Rizzuto, originario di Cattolica Eraclea, figlio di Nicola “Nick” Rizzuto, personaggio eminentissimo della mafia internazionale.

Stando alle accuse dei magistrati romani, il mafioso italo-canadese si sarebbe avvalso dell’imprenditore Giuseppe Zappia che aveva capeggiato una cordata partecipante alla gara preliminare per il general contractor, avviata dalla Società Stretto di Messina il 14 aprile 2004. Sei mesi più tardi, tuttavia, la “cordata Zappia” e un non precisato raggruppamento di aziende meridionali venivano escluse nella fase di pre-qualifica, perché non in possesso dei requisiti richiesti .

Zappia ha negato i contatti con la criminalità italo-canadese e a sua difesa ha prodotto un affidavit, una sorta di accordo sancito con una società, la Tatweer international company for industrial investiments, in mano ad uno dei principi della famiglia reale dell’Arabia Saudita . I soldi per il Ponte, cioè, dovevano venire dagli immensi profitti del petrolio.

In realtà i faccendieri internazionali avevano fatto la spola tra Canada e Arabia Saudita, intrecciando inquietanti relazioni tra mafiosi e sovrani mediorientali, ed avviando i contatti con i manager delle maggiori società di costruzione in corsa per il Ponte sullo Stretto. La mafia, consapevole delle loro difficoltà a reperire capitali freschi per avviare i lavori, si era offerta a metterceli lei e per intero.

Come ha evidenziato Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio istituzionale del WWF Italia, “l’attuale salto di qualità vede la holding mafiosa mettere sul tavolo dei suoi rapporti con le imprese il suo ruolo di ‘intermediatore finanziario’, con enormi disponibilità economiche. Un mediatore che non ha nemmeno bisogno di condizionare il general contractor per realizzare l’opera ‘con qualsiasi mezzo’, ma tenta, addirittura, di diventare esso stesso (attraverso le necessarie coperture) l’elemento centrale di garanzia del GC, che dovrà redigere la progettazione definitiva ed esecutiva e realizzare l’infrastruttura”.

Ma più di tutto, l’establishment criminale aveva colto l’alto valore simbolico del Ponte, comprendendo che con il finanziamento e la realizzazione della megaopera era possibile ottenere nuova legittimazione istituzionale e sociale.

“Quando farò il ponte – dirà in una telefonata l’imprenditore Zappia – con il potere politico che avrò io in mano, l’amico (il boss Rizzuto ndr) lo faccio ritornare…”.

Dal 19 marzo 2006 è in corso presso il Tribunale di Roma il processo contro i protagonisti dell’operazione Brooklin. In esso, incomprensibilmente, la Società Stretto di Messina ha scelto di non costituirsi parte civile.

Indipendentemente da quello che sarà l’esito giudiziario, un verdetto storico è inconfutabile: in vista dei flussi finanziari promessi ad una delle aree più fragili del pianeta, è avvenuta la riorganizzazione di segmenti strategici della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America. Ma non solo.

Dietro tanti dei Padrini del Ponte, infatti, si celano i nomi più o meno noti di mercanti d’armi e condottieri delle guerre che insanguinano il mondo. Quasi a voler enfatizzare il volto “moderno” del capitale. Saccheggiatore di risorse naturali e dei territori; generatore prima, beneficiario dopo, di ogni conflitto bellico.

Infiltrazioni criminali sui lavori autostradali

In attesa del Ponte, la criminalità organizzata ha scelto di sedere attivamente al banchetto dei lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria (oltre 1.200 milioni di euro), lavori appaltati proprio ad alcune delle grandi società italiane di costruzione che guidano l’Associazione temporanea d’imprese “Eurolink”, general contractor per la progettazione definitiva e la realizzazione del “Mostro sullo Stretto”.

Per l’ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, mafia e ‘ndrangheta avrebbero riscosso il pizzo da quasi tutte le aziende coinvolte. Lo ricorda l’ultimo rapporto su criminalità e imprenditoria di Sos Impresa/Confesercenti. Impregilo, ad esempio, capofila Eurolink, “aveva insediato nelle società personaggi che, secondo gli inquirenti da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della criminalità organizzata e con imprese di riferimento alle cosche”. Lo stesso sarebbe accaduto con la Società Italiana per Condotte d’Acqua S.p.a., partner del gruppo di Sesto San Giovanni nella costruzione del Ponte sullo Stretto.

Il modus operandi delle due società è stato delineato dall’inchiesta condotta nel luglio 2007 dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha portato all’arresto di quindici persone, tra cui gli esponenti di spicco dei clan Piromalli di Gioia Tauro, Pesce di Rosarno, Condello di Reggio Calabria, Longo di Polistena e Mancuso di Vibo Valentia.

Per i lavori autostradali nel tratto compreso tra gli svincoli di Rosarno e Gioia Tauro, le cosche avrebbero imposto ad Impregilo e Condotte l’assegnazione dei lavori e la fornitura di materiali e servizi ad imprese a loro vicine, più una tangente del 3% sul valore delle commesse.

Spiega Confesercenti: “La scelta da parte di entrambe le imprese di investire personaggi discussi della carica di capo aerea della Calabria, secondo gli investigatori non era casuale ed a testimoniarlo vi sarebbero delle conversazioni intercettate e le indagini pregresse che avevano già portato ad inquisire due professionisti. Nelle intercettazioni risalta la piena consapevolezza delle regole mafiose imposte dalle organizzazioni criminali e l’adeguamento ad esse da parte delle grosse imprese, le quali recuperavano il famoso 3% da destinare alle cosche mediante l’alterazione degli importi delle fatture”.

Ogni intervento sui cantieri era già stato attribuito a tavolino alle varie cosche, secondo rigide regole territoriali: ai Mancuso è toccata la competenza nel tratto Pizzo Calabro-Serra San Bruno, ai Pesce quello tra Serre e Rosarno, ai Piromalli l’area tra Rosarno e Gioia Tauro. “Le procedure di subappalto erano state avviate ancor prima dell’autorizzazione dell’ente appaltante, il tutto a scapito delle imprese pulite estromesse dalle gare in quanto non gradite all’ambiente”, conclude Confesercenti.

La prefettura di Reggio Calabria aveva sempre negato la certificazione antimafia alle ditte sospette, ma puntualmente esse erano riammesse ai subappalti grazie alle benevoli sentenze del Tar della Calabria.

Destino beffardo quello dei lavori autostradali: il 1° aprile 2005 il consorzio Impregilo-Condotte aveva firmato con la Prefettura di Reggio Calabria e l’ANAS, un protocollo d’intesa per la “prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiose durante la realizzazione dell’opera”. Le due società si erano impegnate, in particolare, ad “adottare tutte le misure del caso atte ad evitare affidamenti ad imprese sub-appaltatrici e sub-affidatarie nel caso in cui le informazioni antimafia abbiano dato esito positivo”, e ad effettuare “controlli, verifiche e monitoraggi per scongiurare l'intromissione di imprese irregolari, forme di caporalato o lavoro nero”.

Chissà cosa faranno per il Ponte...

E il certificato antimafia?

Nell’euforia generale post-elezioni dove vincitori e sconfitti preannunciano il riavvio dell’iter progettuale ed esecutivo della megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi, è finita nell’oblio una vicenda inquietante che in uno Stato di diritto, perlomeno avrebbe dovuto imporre a forze politiche, imprese, organizzazioni sindacali e sociali, organi giudiziari, una pausa di riflessione sull’intero sistema delle Grandi Opere.

Nella primavera 2008, infatti, è stato negato il certificato antimafia alla società Condotte, terza in Italia per fatturato e in gara – oltre al Ponte – per l’Alta Velocità ferroviaria e il Mose di Venezia.

Il fatto è stato reso noto direttamente dall’allora ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro.

“Nei giorni scorsi - ha spiegato il ministro - avevo segnalato al ministero dell’interno come dalle indagini della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria e di altri organi investigativi era emerso uno stretto legame tra la società e la criminalità organizzata calabrese, in particolare in merito alla gestione di alcuni cantieri dell'autostrada Salerno-Reggio Calabra e della nuova strada statale 106 Jonica”.

“Alla mia segnalazione - ha proseguito Di Pietro - il ministro Amato ha risposto rendendomi noto che a seguito del parere del comitato per l’alta sorveglianza, attivo presso il dicastero dell’interno, il prefetto di Roma ha adottato, lo scorso 20 marzo un provvedimento di diniego della certificazione antimafia nei confronti della società Condotte”.

“Tutto questo ho tempestivamente comunicato all’ANAS - ha concluso il ministro - oltre che agli altri organi competenti, affinché adottino tutti i provvedimenti del caso, in merito ai cantieri della A/3 e della 106, ma anche in relazione ad eventuali altri rapporti contrattuali, gestiti da controllate o dalle concessionarie autostradali”.

Il nulla osta antimafia è richiesto nelle distinte fasi dell’appalto e non solo all’inizio e serve per ottenere i pagamenti in ogni fase di avanzamento dei lavori. Anche se ogni prefettura è autonoma nella valutazione discrezionale sul provvedimento, buon senso impone che le altre prefetture vi si adeguino, negando la certificazione per gli altri appalti ricadenti nella loro giurisdizione.

Il provvedimento di revoca del certificato antimafia è stato pure commentato dal prefetto Bruno Frattasi, alla guida del Comitato di sorveglianza sulle grandi opere. Frattasi, in particolare, ha fatto riferimento a “numerose verifiche del gruppo interforze di Reggio Calabria, che ha visitato più volte i cantieri trovando un contesto ambientale inquinato”.

Si è pure appreso che sempre in data 20 marzo 2008, la stessa Prefettura di Roma ha provveduto ad invitare la capofila Impregilo a “procedere alla estromissione, con eventuale sostituzione, della Società Italiana per Condotte d’Acqua S.p.a. dalla propria compagine sociale” nel termine di trenta giorni, pena il “recesso del contratto ai sensi dell’art. 11, comma tre, del DPR 3.6.1998, n. 252”.

A seguito della comunicazione del ministero delle Infrastrutture, l’ANAS ha provveduto in data 2 aprile alla “revoca di tutti i contratti con Condotte”, ma il diniego è stato poi tamponato con un ricorso della società di fronte al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che l’11 aprile ha concesso la sospensiva del provvedimento, in attesa della causa di merito.

Al colosso delle costruzioni italiane non è comunque mancata la piena solidarietà dell’associazione di categoria dei general contractor, l’AGI (Associazione Grandi Imprese).

Un suo comunicato recita che “la revoca dei contratti avrebbe effetti di devastante gravità per una delle maggiori, più antiche e più qualificate imprese del settore”. Per la cronaca, vicepresidente di AGI è l’ingegnere Duccio Astaldi, vicepresidente di Condotte d’Acqua.

Con la mafia, parole dell’ex ministro delle Infrastrutture Lunardi, si deve pur convivere.

Così, forse, nessuno richiederà più il certificato antimafia a chicchessia. Oggi, di certo, nessuno ritiene tuttavia ingombrante sedere accanto ad un’impresa fortemente censurata dall’autorità giudiziaria e dai ministri di un esecutivo. Nelle isole Eolie, ad esempio, Condotte d’Acqua ha costituito da poco una società mista con il comune di Lipari, la “Porti di Lipari S.p.a.”, per la realizzazione di un devastante programma di porti e porticcioli.

Grande sponsor dell’iniziativa l’intero stato maggiore di Alleanza Nazionale nella provincia di Messina.

L’assedio allo Stretto continua.

“…-Messina- disse con lamento una donna; e fu una parola detta senza ragione; solo una specie di lagnanza…"

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, 1941

“ Ricca grassa seduta…la povera Messina.

…terra e il mare sommossi…

E la guerra.

E chi successe alla guerra

e chi succede a chi successe

e non fa succedere…”

Bartolo Cattafi, L’aria secca del fuoco, Mondadori, 1972

“…sarebbe come una mattina

svegliarsi ed essere a Messina,

città ch’è degna d’ogni stima,

ma che vuoi che ci faccia io a Messina…”

Roberto Vecchioni, Messina, CGD spa, 1973

A Messina, “claves insulae”, come dice Edrisi, non solo, ma anche “nobilis Siciliae caput”, e, soprattutto, “emporio delle genti”, arrivavano le navi dagli estremi lidi della terra. Per questo gli abitanti ”quasi non ponnu viveri senza mercantii et esercitii marittimi”, essendo la città, appunto, “situata in loco sterili di terreno“.

Le fortune del sito, della posizione e delle professionalità marittimo-commerciali saranno causa ed effetto di cospicui privilegi “concessi per rimunerazione di servigi prestati dalli Serenissimi reggi”. E forse i molti privilegi “con i quali si è gloriata la città di Messina di essere arricchita (addirittura ne furono inventati altri “falsi e irregolari”, al punto che “nella ‘caparbietà’ di difendere tali ‘imaginarie chimere’, si precipitarono, “all’ultimo scopo della loro meritata rouina”, scrisse il Masbel), furono sempre causa che la medesima si rendesse nauseosa ...alle altre città del Regno”.

La rivolta antispagnola vide la città assolutamente sola, proprio al termine di una lunga controversia, con Palermo, sul privilegio “di estrarre la seta solo da Messina”. Temeraria ambizione quella, si chiede ancora con il Masbel, Massimo La Torre, o un “voler vivere in libertà, quasi in forma repubblicana”? Forse Messina, analogamente ad altre repubbliche cittadine, ritenuta “inevitabilmente sediziosa”, vede la sconfitta delle sue ambizioni municipalistiche e si arrende a poteri autocratici, perde la voglia di comunicazione dei cittadini, che resteranno solo vassalli, intorno agli affari pubblici, “la civile conversazione”. Se, ci ricorda ancora La Torre, il ‘rex’ è Leviathan, unità, indissolubilità, concordia di parti, il ‘populus’ è Behemoth, ribelle aggregato di mostri, sedizione, plurale. Così Messina, allora città temeraria senza accortezza, andrà incontro alla sua rovina, speculare all’aurea mediocritas che si accontenta. Città vinta e sottomessa, vivrà come esempio, ‘ universitad del mundo’.

Ma il paesaggio e le anche memorie sono tutte lì. Messina era stata letta, dice Alberto Samonà, come un teatro e il suo doppio: la città, dal mare-platea, come insieme di quinte, un palcoscenico che dalla palazzata-spettacolo si innalza sulle colline, con l’Etna come fondale; invece, tornata anfiteatro, con, sulla scena, il mare tagliato dalla falce, come nelle crocifissioni di Antonello, e, in fondo, l’ondulato disegno degli ultimi contrafforti dell’Aspromonte. Poi solo memoria e lamento. La cesura sarà più evidente dopo il terremoto del 1908, e non sarà solo virtuale.

Nella logica interna del suo impianto gli avvenimenti, le epidemie, i disastri sono state come ferite profonde del tessuto sociale e delle strutture urbane, che si rimarginano con modalità e tempi diversi: scansioni temporali entro cui i vari elementi della struttura si ricombineranno alla ricerca di un disegno. E perciò è come se sempre si fosse guardato al tempo dello spazio della lunga durata e gli avvenimenti, tra storia ed eventi.

Senza, è ovvio, trascurare l’avvenimento-mostro (l’evento-problema), la rivolta antispagnola, ma soprattutto il terremoto, a partire dal quale si riproblematizzerà tutto.

Per Messina si è a lungo pensato che il terremoto avesse azzerato le memorie, determinando una condizione di cittadini senza storia. L'avvenimento terremoto segnò infatti un taglio deciso, spietato, non solo nella struttura urbana e nella vita economica, ma soprattutto nella composizione demografica e sociale.

Messina appariva dopo la sua Iliade funesta, come un mondo livido e informe, tra cui vagavano le ombre degli scampati, e il resto della Terra leggeva, atterrito, il numero pauroso delle vittime, e contemplava la straordinaria visione di una città crollata in pochi secondi, come i castelli che i ragazzi fanno con le carte, scriveva Guido Ghersi. E sarà il momento dionisiaco della "lieta baraonda da fiera" della "resurrezione" post-terremoto che caratterizzava Messina "un po' cantiere, un po' bivacco, un po' mercato". Una città abitata anche da “un miscuglio di gente forestiera assillata dal desiderio di far fortuna”, intenta alle “più ingegnose speculazioni”. Città di "sventagliante fantasmagoria" nelle cui sale da pranzo e da convegno arrangiate si affollavano "funzionari, costruttori, legali, giornalisti, rappresentanti dei comitati di soccorso nazionali e stranieri, mondane, tutta una folla varia e strana, mutevole e gioconda fra la quale capitava spesso in raccolto atteggiamento qualche gruppo di persone a lutto”(P.Longo). E questa Messina a poco a poco assumerà forma, contemplerà gli effetti del maremoto, del terremoto, gli incendi, lo sciacallaggio, l’arrivo dei primi soccorritori, la nave russa, la partecipazione dei sovrani, la durezza dello stato d’assedio, le prime leggi per l’emergenza, la municipalità che risorge, i drammi di orfani e vedove, le sedute dei civici consessi. I futuristi cantano la volontà prometeica della ricostruzione, quella che viene enfatizzata, spettacolarizzata quasi, dal poeta Jannelli: tendere spasmodicamente verso la ricostruzione… un leggere il passato-presente…attraversato da un fil di ferro…poi l’avvenire che cresce… e il sorridere-mondo etc.etc. Dal "grumo di sentimenti e di irrazionalità, si tengono però lontani gli altri, gli scienziati alle prese con i problemi delle cause e degli effetti. Il primo pensiero, come si legge nella relazione del piano, avrebbe dovuto essere quello di conservare il mantenimento della vecchia città, conservandone, per quanto possibile, l’impronta generale, ed il ripristino della forma originaria.

Invece l'impianto del Borzì, il tecnico della municipalità, sarà solo imposto da necessità, urgenze e ‘particulari’. Un’ icona senza invenzioni e proiezioni. Così la forte, commovente volontà dei superstiti sembrerà esaurirsi nel mantenimento del sito, ma da questo non deriveranno ritorni di ruolo o di antiche funzioni. E’ la cittadinanza che finisce, sottolinea ancora La Torre. I diritti si collassato, restano solo concessioni di favori, mediate da suppliche, intercessioni, minacce: la contrattazione impropria dello scambio sarà la “costituzione materiale” di un patto sociale non sottoscritto ma comunque vigente.

Poi, dopo il terremoto, la guerra. “Sotto la gragnuola aerea si compì lo scempio...”(1945), sottolinea il Longo, in un articolo titolato “Messina: vita apparente di una città abituata a morire”.

Anche quest’ultima rottura sembra confermare la tesi di Gambi, poi ripresa dalla Rochefort, sul ripopolamento di Messina, avvenuto ad opera “in più saliente misura di famiglie provenienti dai comuni rurali delle aree prossime … di mediocri impresari e trafficanti provenienti da regioni settentrionali

Resta perciò incompiuto il disegno di città. I ‘ Working Papers’ di Sociologia e di Scienza della politica (E.Tuccari) fanno discendere l’”inaridirsi” dei “messaggi pervenuti da un passato non lontano”, da un uso del potere “spregiudicato ed obliquo”; un potere che si è andato formando in modo quasi separato dalla città, con logiche di tipo familistico (così presente in alcune aree meridionali) con forti ed esclusivi vincoli di appartenenza e di solidarietà. Si potrebbe forse ricorrere a ragionamenti maturati altrove, come nelle analisi della Becchi, per convenire che, anche alla scala messinese, prevalgono le ragioni del riprodursi di una società urbana come società divisa.

Innanzitutto il blocco politico, gli affari, poi il difficile sbozzolarsi di nuovo ceto produttivo, poi una rara intellettualità indipendente, di valore, purtroppo fragile.

Poi ancora l’Università che, pur con presenze di conclamato livello, viene descritta come in rapido declino (non sarà un caso, che in quindici anni si siano avuti tre rettori su quattro inquisiti, sospesi, uno addirittura agli arresti domiciliari, e poi gambizzazioni, addirittura omicidi). Il declino non riuscirà ad essere ovattato dagli abbellimenti dei comunicatori “integrati”. E’ proprio necessario che l’università, ci si chiede, debba avere anche funzioni criminogene?

Poi le periferie, che, hanno strutturato in sé, accanto alle tradizionali microcriminalità suburbane, penetrazioni connotate da cultura di tipo mafioso: così sociologi urbani hanno riscontrato quasi l’insorgenza di situazioni di cittadinanza parallela e alternativa.

La chiesa, infine, solo a volte consapevole della lezione conciliare e di connotazioni profetiche. Come nella lezione di Mazzolari: una chiesa senza popolo?

Allora Messina come idealtipo della condizione civile, della politica.

Dice ancora La Torre: resterà il “fiume turchino” di Verga, resteranno i miti di Omero, ma sopravviverà soprattutto “l’instabile equilibrio tra forma politica e ordine naturale”. Con tutti i secolari veicoli di evidenza produttiva di giudizio: le “dande del giudizio” di Kant, appunto, gli schemi dell’intelligibilità, e della conoscenza.

Non deve perciò sorprendere che non si siano attivate “funzioni capaci di propiziare la modernizzazione”, ripeteva Lucio Gambi.

Il futuro sarà, acriticamente svincolato dalla storia, affidato al permanente uso patrimoniale dello stretto, nell’ignoranza di ricadute produttive e di valori territoriali anche simbolici? E allora possono ancora immaginarsi funzioni che si colleghino ai processi di un territorio, letto come storia sedimentata? Si riproporrà, il disegno di una città che si disisola e che potrebbe agganciare la nuova rete di relazioni prodotte dall’”arco etneo”, quello indotto dalla progressiva intermodalità catanese e dalla dirompente novità di Gioia Tauro?

O questo è solo nello zigzagare della “esigente” che si crogiuola tra malinconia e impotenza.

Anche la nostalgia del luminoso talento visuale dello stretto non sembra più varcare il grigio delle assuefazioni. In una recente prefazione ad un volume su Gambi -curato in Emilia-Romagna da M.P. Guermandi- Ezio Raimondi, che fu del Maestro “compagno di discussioni, in una entusiasmante fase di elaborazione culturale”, scriveva dell’avventura di un una geografia che avrebbe, occupandosi del territorio, dovuto introdurre l’analisi degli uomini in un condiviso rapporto tra natura e cultura, senza schematismi disciplinari, senza le ‘paratie’ di cui parlava Bloch.

E invece le fumisterie “riparazioniste” della nuova Sicilia, quella che ri-parla “con la bocca piena di sole e di sassi”, immagina percorsi più accentuati e ancora più rimunerativi di rinnovato mal-fare, senza “ uomini” per un “condiviso rapporto tra natura e cultura”.

Così sarà per il ponte?

Conciliate, pur in modo problematico, le questioni di sostenibiltà ambientale, il ponte avrebbe potuto avere senso territoriale, proprio perché consolidava ipotesi di nuova epifania della regione dello stretto, quella che ci raccontò Gambi, motivata da forti, antiche ragioni?

Ma adesso, nella sostanziale indifferenza del progettato percorso nord-sud, -che, di fatto bypassa Calabria ulteriore e Sicilia nord-orientale e ne determina una più accentuata periferizzazione e marginalità- non potrebbe apparire “estraneo”, solo straripante sovrastruttura, puro segmento di una visione trasportista?

L’ ineludibilità del ponte, disancorata da probanti apparati concettuali, non finirebbe per degradare verso una sostanziale insignificanza, proprio perché smarrisce -in una oggettivazione di puro, anche se mirabolante, consumo- ipotesi di produzione e/o di riscrittura territoriale?

Dalla “nuova geografia dei luoghi” alla banalità dell’intendenza?

L'autore è docente di Geografia economica e politica presso l'Università di Messina

Professore, è pronto a tirarsi su le maniche? Finalmente le è stato comunicato il decreto che la nomina presidente del Parco dell'Appia.

«Mah, ci sono voluti quasi due anni per varare queste nomine per i Parchi. Se si voleva perdere tempo ci sono riusciti. Comunque, prima di cominciare, sento la necessità di fare il punto con i responsabili della Regione, assessorato all'ambiente in testa, con i residenti, con chi svolge attività e con chi è portatore d'interessi...».

Qual è il suo punto di partenza?

«E’ stato fatto un Ente, ma non il Parco».

Spieghi meglio.

«La persona che va a visitare il parco dell'Appia si immagina un parco, mica una bolgia. Nel mondo i parchi sono parchi, lì si entra in una esorta d'autostrada. Allora quel visitatore non capisce cosa si intenda in Italia per parco. Trova un bel bailamme di traffico e di attività incongrue. La sensazione è di un fallimento totale, il Parco non esiste. Come se ci arrovellassimo su una finzione...».

Poniamo che vi sia un ritardo. Di chi, però?

«Non so se sia stata mancanza di coraggio. Vedo piuttosto disinteresse. Argan diceva: "Non si è ancora capito che la cultura è un affare di stato". Ecco, se la politica non si occupa di queste cose, di che si occupa?».

Cos'è mancato innanzitutto al Parco dell'Appia?

«Ciò che gli dovrebbe stare intorno. Sono mancati investimenti infrastrutturali a sua difesa. La città ha bisogno di crescere. Bene. Però cresce male. Prendete la via Ardeatina. Era una via scorrevole, di non grande traffico.Ora è intasata ad ogni ora, è diventata l'unico collegamento delle nuove realtà crésciute oltre Tormarancia. Naturalmente tutto ciò tracima dentro il Parco dell'Appia, inquina ogni passaggio, ogni diverticolo. Ecco cosa strangola il Parco e l'Appia Antica...».

Perché, secondo lei, è successo tutto ciò?

«Per decenni sono mancati investimenti necessari, per decenni non è stata fatta a Roma una buona politica urbanistica. Si sono scagliati nelle aree circostanti milioni e milioni di metri cubi senza che crescesse una rete di sostegno, di sviluppo, di trasferimento. Guardate cosa succede a via di Fioranello...»

Abbiamo pubblicato la foto dell'Appia Antica, all'altezza di via di Fioranello, trasformata in un parcheggio auto a ridosso dell'aeroporto di Ciampino...

«Ed è ancora così. Nessuno ha fatto niente. Ciampino ha superato cinque milioni di passeggeri, erano meno di un milione pochi anni fa. I parcheggi tracimano auto, ecco allora che nell'indifferenza generale l'Appia Antica diventa un parcheggio di lunga sosta. Che dire?».

Le amministrazioni dormono?

«Un'urbanistica sbagliata può esserlo per vari motivi, compresi quelli intenzionali e dolosi. In ogni caso non ci si rende conto che i valori sfruttati senza riguardo vengono persi in modo irrecuperabile. A Roma hanno sempre comandato, fin dall'ottocento, i palazzinari. Vince la loro logica. Chi vuoi che s'interessi all'Appia Antica e al suo territorio.,.E poi, aggiungiamoci anche le omissioni volute, di organi dello stato...».

Cioè?

«C'è chi frena contro la tutela. La Sovrintendenza ai beni architettonici, a suo tempo, si battè contro la tutela di Tormarancia... Oggi ci sono uffici che quotidianamente si danno da fare per saccheggiare il carattere paesaggistico di questa città autorizzando ponteggi e occultamenti di monumenti per anni, col pretesto di restauri inconsistenti. Ma torniamo all'Appia. In questo momento è in bilico il vincolo sull'area intorno a Cecilia Metella. Ci si lavora da anni. Ma c'è una sorda opposizione, naturale finché viene da proprietà potenti e ammanicate, inquietante se affiora da altrove...».

Cosa si dovrebbe fare ora per far decollare il Parco dell'Appia? Prendiamo l'amministrazione comunale...

«Deve avviare le opere necessarie per sgravare il cuore del Parco, cioè l'Appia Antica, da quel traffico caotico che la distrugge. Basta impedirne l'attraversamento, lasciando il traffico di destinazione che è sopportabile. Come? Si entri nell’Appia da diversi punti, ma se ne esca solo da dove si è entrati. La soluzione a favore dell'Appia è semplicissima, la soluzione più generale della rete stradale tutt'intorno rientra nei problemi del traffico urbano. Così non si fa il deserto, si fa dell'Appia un luogo tutelato e visitabile...»,

E alla Regione cosa chiede?

«La Regione che ha avuto il merito di istituire l'Ente Parco adesso sarebbe importante che gli fornisse strumenti adeguati. Cioè finanziamenti. Sull’Appia nessuno ha mai pensato a espropri in senso diffuso, che non sarebbero gestibili. Però capitano buone occasioni e allora bisogna avere disponibilità per acquistarle. Inoltre bisogna investire per la valorizzazione degli aspetti naturalistici: prendiamo Tormarancia. Ma anche la Caffarella. Cioè400 ettari che devono essere messi a flutto, al riparo da assalti speculativi».

Infine lo stato, il ministero dei beni culturali...

«Che vari la legge sull’Appia. Sono state formulate varie ipotesi di legge, nella precedente legislatura e in questa. Il governo deve farla sua. Una legge intelligente in questa direzione aprirebbe in Europa una nuova stagione di possibilità, dalla via Francigena alle vie consolari alla rete dei nostri Tratturi. Con una legge sull’Appia anche noi a Roma ci sentiremmo più confortati. In fin dei conti, perché la gente va a parcheggiare sul!'Appia Antica a Fioranello? Anche perché non esiste una legge di tutela...».

Stefano Rodotà (Repubblica) e Valerio Onida (Sole24ore) scovano strappi e buchi nel pacchetto di provvedimenti preparato dal governo «per dare più sicurezza al Paese».

La nascita di un diritto della diseguaglianza, con il reato di immigrazione clandestina, trasforma «una semplice condizione personale» in reato ignorando l'accertata o presunta pericolosità sociale, dimenticando che in uno Stato democratico «lo strumento penale e la pena detentiva non sono utilizzabili ad libitum dal legislatore» (Rodotà). L'incostituzionalità delle circostanze aggravanti da infliggere a chi «si trova illegalmente sul territorio nazionale» dà vita a un doppio binario di giudizio per il cittadino italiano e lo straniero, che paga - con la maggiore severità della pena - soltanto la sua «condizione soggettiva» (Onida).

Sono interpretazioni neutrali dei principi costituzionali e delle norme esistenti. Forse si può, forse è addirittura necessario andare oltre questo confine «tecnico» affrontando, con radicalità, il paradigma che affiora in questi provvedimenti che connotano il governo di destra. Forse, potremmo familiarizzare con quel ci attende. Con una formula provvisoria, lo si può definire la «militarizzazione della decisione».

Proprio alla luce dei rilievi giuridico-costituzionali di Rodotà e Onida si può dire come, per il governo, il diritto non sia la norma, soltanto la decisione lo è. C'è al fondo dei provvedimenti dell'esecutivo una sorta di decisionismo schmittiano, una concezione del diritto che privilegia, rispetto alla norma, «il suo aspetto di prassi rivolta a una decisione», quasi in antagonismo alla legge. Per l'esecutivo di Berlusconi non appaiono pertinenti e vincolanti i precetti dello Stato di diritto né lo Stato né il diritto. Quel che conta per i ministri è «dare risposte all'insicurezza dei cittadini»; è «decidere», «interpretare il potere costituente del popolo» per usare la formula di Carl Schmitt. Quest'urgenza - vissuta, raccontata, immaginata come estrema o improrogabile - è sufficiente a creare «uno stato d'eccezione», un «vuoto», quel «vuoto del diritto» che sospende la norma e trasforma il diritto in «prassi, processo, cioè in qualcosa la cui decisione non può essere mai interamente determinata dalla norma». Naturale che saltino fuori distorsioni, incostituzionalità, un «diritto penal-amministrativo della diseguaglianza».

C´è in questo esito un presupposto inedito per l´Italia e perversamente moderno perché, come ha scritto Giorgio Agamben, «la creazione volontaria di uno stato d´eccezione permanente è divenuta una delle pratiche essenziali degli Stati contemporanei, anche quelli cosiddetti democratici». Questa condizione crea un sostanziale svuotamento della partecipazione politica a vantaggio della verticalizzazione della decisione politica (il ricorso al decreto legge). Sollecita la «militarizzazione» della sua applicazione, anche in opposizione alle leggi e in violazione della Costituzione.

Appare coerente, allora, che il primo Consiglio dei ministri si sia tenuto a Napoli e abbia affrontato il collasso della raccolta dei rifiuti in Campania e le questioni dell'immigrazione.

Napoli è la città che rende più credibile - quasi indiscutibile - la creazione dello «stato d'eccezione». In quell'area metropolitana si misurano, senza apparenti limiti la catastrofe delle istituzioni; il fallimento delle amministrazioni del centro-sinistra; l'arretratezza della società civile; l'impotenza dello Stato; la pervasività dei poteri criminali; lo sfacelo di ogni rapporto di cooperazione; la frattura di ogni strategia della fiducia. Questo paesaggio rovinoso, minacciato da calamità sanitarie, consente di realizzare, con diffuso consenso, quel «vuoto del diritto» che sospende temporaneamente l'esercizio della norma. Autorizza a declinare la «governabilità» come decisione assoluta e non partecipata fino a ipotizzare l'uso delle forze armate per applicarla. La militarizzazione della decisione, appunto.

È coerente che, nella città della spazzatura non smaltita, si siano affrontate anche le questioni dell'immigrazione perché se i rifiuti minacciano l'integrità di Napoli, i «rifiuti umani», gli «scarti» della modernità, gli «esuberi» impauriscono la società e inceppano la vita dello Stato. Così anche in questo caso sarà legittimo, in forza della necessità, la sospensione dell'ordinamento giuridico, la produzione di quel «vuoto» che inghiotte anche i principi costituzionali, la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la convenzione europea dei diritti, il patto internazionale sui diritti civili e politici, liquidando per decreto lo «stato d'emergenza» in cui gli «scartati» sono costretti a vivere. Necessitas legem non habet.

Lo «stato d'eccezione» è creato, voluto, organizzato volontariamente. È una scelta politica. È strategia. Quindi concederà di non guardare alle regioni meridionali oppresse dalle mafie. Berlusconi, che ha glorificato come eroe Vittorio Mangano, un mafioso, in campagna elettorale, potrà non vedere quei pericoli e riservare soltanto poche, pleonastiche righe al ricordo di Giovanni Falcone («La ricorrenza dell'eccidio di Capaci è un momento di memore riflessione»). Per la creazione artefatta e permanente di uno stato d'eccezione, per la militarizzazione delle decisioni, per il nuovo, modernissimo «paradigma di governo», sarà più urgente nominare i direttori dei servizi segreti e affidarli alle cure di De Gennaro.

La favola atomica

Gianni Mattioli, Massimo Scalia

Ministri, politici e Confindustria ripetono che dall'energia nucleare si può trarre energia abbondante, tanto da liberarci dalla schiavitù del petrolio e del gas, energia pulita, tanto da contrastare l'incubo del cambiamento climatico, energia a prezzi ben più limitati, tanto da ridar fiato alla nostra stanca economia.

Tutto ciò è una favola, non ha alcun fondamento scientifico razionale: non poco o tanto discutibile, semplicemente inesistente. Tanto che sorge una domanda ingenua: è possibile che ministri, politici e industriali possano proclamare tante assurdità senza che un tecnico amico gli suggerisca qualche dato?

Basterebbe guardare gli altri paesi nucleari: forniscono un quadro di crisi dell'energia nucleare, documentata dai rapporti dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie) e, in particolare, dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) delle Nazioni Unite.

L'energia nucleare abbondante. Di che parliamo? Oggi essa copre il 6,4% del fabbisogno mondiale di energia, e di uranio fissile, a questo ritmo modesto di impiego, secondo il rapporto Aiea del 2001 ce n'era per 35 anni. Certo, si potrebbe ricorrere all'uranio 238, ben più abbondante in natura: si tratta di un tipo di uranio non fissile, ma attraverso il processo di cattura di un neutrone, si puo trasformare in plutonio, materiale fissile, anzi ingrediente principale per le bombe. Materiale dunque ad alto rischio di proliferazione militare e anche sanitario: un milionesimo di grammo è la dose che può essere letale per inalazione. La Francia, che aveva perseguito con decisione questa strada, l'ha abbandonata col venir meno dell'urgenza strategica della force de frappe.

La questione delle scorie radioattive provenienti dalla fabbricazione e dall'impiego del combustibile nucleare. Solo per l'Italia, con il suo modesto passato nucleare, si tratta di un centinaio di migliaia di metri cubi, da sistemare in modo che non vengano più a contatto - per «ere» intere - con l'ambiente, la falda idrica, tutti noi. Oggi non c'è soluzione. Si era fatto molto affidamento - anche per Scanzano - sulle strutture geologiche saline, fidando sul carattere idrorepellente: l'acqua è un temibile avversario per la sua capacità di fessurazione di qualsiasi contenitore e conseguente messa in circolazione dei materiali radioattivi. La fiducia è crollata qualche anno fa, quando, nel corso della messa a punto del deposito Wipp del New Mexico, l'acqua ha fatto irruzione là dove non ci si sarebbe aspettati di trovarla e, inoltre, si è anche ipotizzata la possibile circolazione d'acqua a causa dell'insediamento di materiali ad alta temperatura (a causa della loro radioattività) con conseguente alterazione delle condizioni di stabilità geologica. Oggi si spera nelle rocce argillose e la Francia indirizza a queste strutture geologiche la sua ricerca.

Ma allora quanto costa il kilowattora, in una situazione nella quale il ciclo del combustibile nucleare è tutt'ora materia di ricerca fondamentale?

E si torna alla complessità di una tecnologia che ripropone il problema della radioattività, l'insoluta sfida che conosciamo dal 1896, con la scoperta di Becquerel. E' questo in definitiva il fattore che ha fatto lievitare il costo dell'energia prodotta, man mano che le popolazioni (e i lavoratori) statunitensi chiedevano standard di protezione sempre più elevati.

Vorremmo ricordare a ministri, politici e Confindustria che tutt'ora il danno sanitario da riadioazioni non ammette soglia al di sotto della quale non c'è rischio: dosi comunque piccole - questa è la valutazione della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Ionizzanti - possono innescare i processi di mutagenesi che portano al danno somatico (tumori, leucemia) o genetico. Da qui la lievitazione dei costi per la riduzione di rilasci di radiazioni, si badi, in condizioni di funzionamento di routine, degli impianti. E, a maggior ragione, la questione della sicurezza da incidenti.

Nasce da tutto questo il progressivo abbandono del nucleare civile, che dal 1978 diviene totale per gli Usa e all'inizio degli anni '90 per tutti i paesi Ocse (con la sola eccezione del Giappone), Francia compresa. Di qui il consorzio di ricerca guidato dagli Stati Uniti, Generation IV, che proclama la messa a punto di un reattore che si vorrebbe più sicuro, che usi con maggior efficienza l'uranio, non proliferante e che dovrebbe costare di meno. Il prototipo non è atteso prima del 2025, ma il premio Nobel Carlo Rubbia giudica già insufficiente il programma.

In questo quadro è incredibile parlare di energia pulita e poco costosa: il Department of Energy situa a 0,06 euro il prevedibile costo del kWh al 2010 e vien da sorridere se si pensa al costo del vento e alla sua formidabile espansione, altro che nucleare, su scala mondiale.

Certo, le imprese elettromeccaniche devono pur lavorare e forniscono impianti per esempio a Cina e India, ma continuano a non piazzarli in casa: solo gli enormi incentivi del provvedimento di Bush fanno dire alla Exelon, una delle principali elettriche Usa, che, in virtù di quegli incentivi, partiranno un paio di impianti entro il decennio, ancora di terza generazione, come di terza generazione è quello che si annuncia in Francia in mancanza di meglio.

È questo che ci propongono Governo, politici e industriali? Attendiamo chiarimenti.

Dai reattori alle scorie, un'eredità ingombante

Eleonora Martini

L'Italia sarebbe pronta, secondo la visione del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, per il ritorno alla produzione di energia atomica. Eppure, a distanza di vent'anni dalla chiusura delle centrali nucleari, il paese è ancora alle prese con lo smaltimento delle scorie radioattive derivanti dall'attività di quegli impianti e stoccate in alcuni depositi temporanei, o lasciate esattamente là dove sono state generate. Senza contare i rifiuti che ancora non ci sono ma che verranno fuori dallo smantellamento delle quattro centrali spente e in «custodia passiva» da diciotto anni, e dai quattro impianti di sperimentazione del ciclo del combustibile nucleare.

Quando infatti verranno completamente smontati (il termine usato è decommissioning) i quattro reattori nucleari attualmente sotto gestione dell'Enel - Caorso (Emilia), Trino Vercellese (Piemonte), Latina e Garigliano (Lazio) -, e i quattro impianti che erano al servizio del ciclo del combustibile - Itrec (Basilicata), Eurex (Piemonte) Pec (Emilia Romagna) e Cirene (Lazio) -, i circa 80-90 mila metri cubi di rifiuti che ne deriveranno dovranno essere posti in sicurezza per 100 mila anni, il tempo necessario per il decadimento radioattivo.

A questi vanno sommati, secondo un dossier che Legambiente ha stilato a novembre scorso e secondo l'inventario curato dalla stessa Apat, circa «250 tonnellate di combustibile irraggiato - pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese -, e i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria». Per un totale di circa 25 mila metri cubi di rifiuti radioattivi presenti ancora sul territorio italiano. Nel 2003 il governo Berlusconi e la Sogin (la Società di gestione degli impianti nucleari finita più volte nelle polemiche per una discutibile gestione del generale Carlo Jean), avevano progettato di accumulare questa montagna di scorie in un unico sito a Scanzano Ionico, in Basilicata. Non se ne fece nulla perché «il sito non era stato studiato con rilievi sul campo, ma solo con indagini bibliografiche», come spiega Legambiente.

Attualmente tutte le centrali, tranne Caorso, sono state svuotate delle scorie radioattive e dal combustibile irraggiato che vi erano stoccati. Fino a qualche anno fa ce n'erano 950 metri cubi a Latina, 2.200 a Garigliano, 780 a Trino Vercellese (dove giacevano nella piscina di decadimento anche 47 elementi di combustibile irraggiato pari a 14,3 tonnellate), e 1600 a Caorso (assieme a 1032 elementi di combustibile irraggiato). È proprio qui, nella centrale piacentina, che è rimasta l'ultima tranche di 235 tonnellate di combustibile irraggiato da trasferire entro il 2008 in Francia per essere vetrificate grazie alla tecnologia della Framatome, la ditta che ha vinto la gara per il trattamento. La vetrificazione però non risolve il problema della radioattività: perché siano ridotte a scorie di seconda categoria, meno pericolose e longeve, andrebbero incenerite. Per quanto riguarda invece lo smantellamento, fissato entro il 2015, degli impianti destinati al trattamento del combustibile e alla ricerca scientifica, che hanno anche la funzione di piccoli depositi di rifiuti radioattivi, Legambiente calcola una spesa di circa 862 milioni di euro.

Ma sul groppone, a distanza di più di venti anni, all'Italia sono rimasti anche i depositi di scorie, sia quelli di terza categoria (le più pericolose da stoccare per centinaia di migliaia di anni) che quelle di seconda (generalmente di natura ospedaliera, meno pericolose e con un tempo di decadenza radioattiva di poche centinaia di anni). I più grandi sono tre, quello di Saluggia in Piemonte, la Casaccia, il centro di ricerche dell'Enea vicino a Roma, e a Rondella (Basilicata). Senza contare le 5 mila tonnellate di grafite radioattiva ancora da smaltire, dell'impianto di Latina dove era in funzione un reattore di fabbricazione britannica a gas-grafite. Nel sito piemontese di Saluggia ci sono 110 metri cubi di liquidi radioattivi per i quali è prevista la cementificazione dei silos, una procedura lunga validata dalla commissione tecnico-scientifica ma che richiede ancora molti anni. Il deposito della Casaccia invece è destinato a stoccare solo rifiuti a bassa radioattività. Infine a Rondella, l'impianto Itrec contiene 3 metri cubi di liquido radioattivo, anche qui in attesa di cementificazione, e ancora 64 elementi di combustibile irraggiato da trattare (in tutti questi anni ne sono stati «lavorati» solo 20). Il problema è che stiamo parlando di Torio, un elemento di cui nessuno vuole occuparsi in Europa. Altra tecnologia, americana. Quello che è stipato a Rondella infatti è il risultato del primo trattamento effettuato con il metodo della centrale nucleare americana Elk River, dove negli anni '60 venivano spedite le scorie e i combustibili radioattivi.

Insomma, non sembra proprio un paese pronto a tornare all'atomo.

Pronti i primi sequestri, testimoni in Procura

Lavinia Di Gianvito – Corriere della Sera, ed. Roma, 24 maggio 2008

Piano regolatore nel mirino della procura. La magistratura indaga sugli accordi di programma, cioè su quelle intese fra Comune e costruttori che consentono di cambiare cubature e destinazioni d'uso. L'inchiesta vuole accertare se, nello stipulare gli accordi, si sia tenuto conto dell'interesse pubblico e capire per quale motivo i 70 milioni di metri cubi previsti sono tutti su aree private. Già pronti i primi sequestri. Il reato ipotizzato è la violazione delle norme urbanistiche, a cui presto si potrebbero aggiungere l'abuso d'ufficio o la corruzione. Acquisita la puntata di Report «I re di Roma», in onda il 4 maggio. Settanta milioni di metri cubi di cemento in dieci anni. Le gru che già da qualche anno divorano l'Agro romano per far posto a palazzoni e centri commerciali. Le centralità, micro-città di periferia, che rischiano di fare la fine dei quartieri dormitorio.

C'è il futuro di Roma nel piano regolatore approvato all'ultimo momento dalla giunta di Walter Veltroni. Un futuro lodato da alcuni, criticato da molti e che adesso minaccia di provocare un terremoto tra i politici e i costruttori più noti. La procura infatti ha aperto un'inchiesta sul progetto urbanistico grazie a cui si sta tirando su, di quartiere in quartiere, una città grande come Napoli. Solo su aree private.

All'attenzione dei magistrati sono finiti, in particolare, gli accordi di programma, che permettono di aumentare cubature e cambiar destinazioni d'uso attraverso intese tra i costruttori e il Campidoglio. Un'impresa vuole più case e meno uffici di quelli previsti? È facile: il Comune dà il via libera in cambio di una cifra che sarà destinata, per esempio, al prolungamento del metrò. Sulla carta sembra tutto in regola, sembra esserci quell'interesse pubblico richiesto dalle norme. Ma i dubbi nascono quando vengono accettate somme di 50-80 milioni a fronte di una spesa che sarà di centinaia di milioni.

L'inchiesta è coordinata dai pm Delia Cardia e Sergio Colaiocco, che avrebbero già chiesto il sequestro di alcune aree, tutte di proprietà dei big dell'edilizia. Per ora non ci sono indagati e l'unico reato ipotizzato è la violazione delle norme urbanistiche, ma non è da escludere che, al termine di alcuni accertamenti, verranno contestati illeciti più gravi, dall'abuso d'ufficio alla corruzione.

Nei giorni scorsi la procura ha acquisito dalla Rai la puntata di Report in onda il 4 maggio, dal titolo «I re di Roma ». La trasmissione di Rai3 ha suscitato molta attenzione e non è passata inosservata neppure a piazzale Clodio. Ma su alcuni accordi di programma raccontati da Milena Gabanelli i magistrati avevano già iniziato a indagare. Ora, però, i singoli fascicoli confluiranno nell'unica inchiesta aperta in questi giorni.

A palazzo di giustizia non hanno ancora deciso, ma non è escluso che vengano convocati come testimoni i costruttori che hanno siglato con il Comune gli accordi di programma.

Sul fronte opposto ci sono cittadini e associazioni infuriati per aver comprato case in quartieri che avrebbero dovuto avere servizi, verde e trasporti e che invece restano, almeno per ora, cattedrali nel deserto. Del resto, quello che è successo e che succederà l'ha spiegato a Report un consulente dei costruttori, Giovanni Mazza: «Il piano regolatore dice prevalentemente la verità, poi in alcune parti questa verità è una mezza bugia che va corretta».

«Illegalità? Aspettiamo i magistrati»

(redazionale) – Corriere della Sera, ed. Roma, 25 maggio 2008 (m.p.g.)

Piano regolatore sotto inchiesta. Su quanto scritto dal Corriere della Sera, interviene Gianni Alemanno: «Abbiamo appreso - afferma il sindaco - che la Procura ha aperto un fascicolo sul Piano regolatore e sulle operazioni urbanistiche avviate negli scorsi anni. Abbiamo contestato da un punto di vista amministrativo e politico le scelte operate sul piano regolatore e sugli accordi di programma. Senza alcun intento strumentale - aggiunge - attendiamo adesso l'esito del lavoro della magistratura per sapere se tali decisioni, oltre che contestabili politicamente, hanno avuto anche un profilo di illegalità». Per l'Acer, l'associazione dei costruttori romani, il presidente Giancarlo Cremonesi si augura che «l'intera vicenda possa essere chiarita al più presto per il bene della città. Il Prg - afferma Cremonesi - anche se suscettibile di interventi migliorativi, rappresenta un elemento fondamentale per lo sviluppo e deve presentare soluzioni idonee sul piano infrastrutturale, abitativo e urbanistico. E da questo punto di vista - conclude - ci tranquillizza la scelta dell'attuale amministrazione che ha affidato ad una figura esterna, ma di alto profilo professionale, l'urbanistica».

Una «sanatoria a posteriori». Così definisce il Piano regolatore Marco Marsilio, deputato Pdl, che quando fu approvato era capogruppo di An in aula Giulio Cesare. Che «a Roma - aggiunge ci sia bisogno di una stagione di chiarezza e di rispetto delle regole nella gestione del territorio è una necessità che abbiamo sollevato da oltre 10 anni, denunciando da sempre che il "pianificar facendo", scelto da Rutelli e poi ereditato da Veltroni, apriva il campo a scelte arbitrarie». «Sono sempre stato perplesso su questa stagione dell'urbanistica contrattata - aggiunge Fabio Rampelli, anche lui deputato di An - perché mi sono messo nei panni del cittadino che aveva un pezzo di terra non edificabile. Così non capisco perché alcuni possono rendere edificabile il loro terreno che non lo era e altri no: in questo caso le persone molto ricche hanno avuto un trattamento di favore».

E con una «lettera aperta» a Gianni Alemanno, alla giunta e ai consiglieri comunali, i comitati e le associazioni, con Italia Nostra, chiedono che «in occasione dell'insediamento venga fermato subito il nuovo piano regolatore, l'attuazione dei bandi sulle aree dismesse e specialmente tutti gli accordi di programma compresi quelli del commissario prefettizio».

Qualcuno dice che viale Sant’Avendrace, nel centro di Cagliari, poteva essere una miniatura di via Appia Antica. Chi lo dice forse esagera, forse era vero fino a qualche decennio fa. Ora fra chi vi passeggia e la necropoli che si distende lungo le pendici del colle di Tuvixeddu, una delle più antiche e pregiate del Mediterraneo, oltre duemila tombe realizzate dall’età punica a quella della Roma imperiale, corre una cortina di palazzi alti sei piani, edilizia multicolore che occulta ogni vista, un paravento di appartamenti costruiti fino a un paio d’anni fa che le tombe sono servite a far crescere di valore: vendesi trivani, doppi servizi, termoascensore, posto auto sulla necropoli.

Tante tribolazioni ha sopportato la necropoli. E tante ne patisce ancora questo sito archeologico tra i più preziosi in Italia, ma invisibile, trattato come una discarica e forse ignoto persino a molti cagliaritani, poco studiato e pochissimo tutelato. Il 30 maggio il Consiglio di Stato si pronuncerà sulla fondatezza di un vincolo che la Regione Sardegna ha imposto su una vastissima area, allargando le prescrizioni già esistenti dal 1997, ma evidentemente ritenute inefficaci. Il nuovo vincolo è stato bocciato dal Tar dell’isola, sollecitato dal Comune e da un gruppo di costruttori. Se il Consiglio di Stato dovesse confermare l’annullamento, a Tuvixeddu e Tuvumannu, un colle a poche decine di metri, verranno inflitti altri 260 mila metri cubi di case, edificate su un’area a ridosso della necropoli, grosso modo una cinquantina di palazzi a sei piani, i cui cantieri sono fermi e frementi in attesa della sentenza. Nell’accordo che consente la lottizzazione è previsto che il Comune possa realizzare un parco urbano e un parco archeologico grandi poco più di venti ettari insieme a un museo da sistemare nel vecchio capannone di un cementificio. Ma oltre alle case, che rischiano di alterare la percezione di un contesto paesaggistico già vilipeso, eppure ancora splendido, sono previsti 80 mila metri cubi di altro cemento, più una strada a due corsie che dopo aver sfilato al fondo di un terribile e struggente canyon - prodotto dalla vorace attività di scavo per estrarre la pietra servita alla ricostruzione di Cagliari nel dopoguerra - si imbuca in un tunnel che sfocia in un’arteria stradale. È l’accesso al nuovo insediamento, dicono al Comune. Ma, se il progetto andasse in porto, Tuvixeddu e le sue tombe sarebbero ridotte a fluidificare il traffico cagliaritano.

La partita è delicatissima. La città è spaccata. A favore di una maggiore tutela di Tuvixeddu è schierato il governatore di centrosinistra Renato Soru, appoggiato da Italia Nostra, Legambiente e altre associazioni. Molti intellettuali si sono mobilitati. In prima fila uno dei maestri dell’archeologia, l’accademico dei Lincei Giovanni Lilliu, e poi i professori Simonetta Angiolillo, Roberto Coroneo, Bruno Anatra, Piero Bartoloni, lo scrittore Giorgio Todde. Dall’altra parte c’è il Comune, retto dal centrodestra, che difende l’accordo con i costruttori e sostiene che solo dando concessioni edilizie si possono incassare i soldi necessari a fare parchi e museo.

Lo scontro si gioca fra cavilli giuridici e questioni di ben altra portata che rivelano quanto su Tuvixeddu sia stato inadempiente il controllo dello Stato e in particolare della Soprintendenza archeologica. Uno dei punti più contestati riguarda l’efficacia dei vincoli imposti nel 1997. Sufficienti, secondo il Comune. Del tutto inefficaci, invece, secondo la Regione e secondo la Direzione regionale dei beni culturali, da poco affidata all’architetto Elio Garzillo. Il Tar ha dato ragione al Comune: dal ’97 a oggi, si legge nella sentenza, non vi sarebbero stati significativi ritrovamenti e la prova l’ha fornita il soprintendente archeologico Vincenzo Santoni, in carica fino al 2007, secondo il quale in dieci anni sono state rinvenute solo decine di altre tombe e tutte nell’area già vincolata. Dunque è inutile allargare le prescrizioni (Santoni è stato anche l’unico dei nove componenti della Commissione istituita dalla Regione che ha votato contro i nuovi vincoli).

Ma le smentite fioccano dagli stessi uffici della Soprintendenza. Sollecitati da ripetute richieste della Direzione regionale, sono emersi tutt’altri dati, che hanno i colori truci della disfatta. Dal 1997 al 2007 sono state ritrovate millecentosessantasei nuove tombe, solo metà delle quali nell’area del parco archeologico. Più di quattrocento, infatti, quattrocentotrentuno per la precisione, sono i sepolcri emersi in zone prive di efficace tutela. Si tratta, purtroppo, di tombe che resteranno invisibili per sempre: sono state trovate non dagli archeologi in una campagna di scavo scientificamente accreditata, ma dagli operai durante i lavori per le fondazioni di una mezza dozzina di palazzi che si affacciano su viale Sant’Avendrace. Sono state segnalate, catalogate e poi ricoperte da migliaia di metri cubi di cemento, infossate per l’eternità sotto cantine e garage.

Chi doveva esercitare i controlli su Tuvixeddu ha lasciato fare. E il massacro è stato sistematico. Tuvixeddu è archeologia e paesaggio. Fu scelto come luogo di sepoltura di fronte allo stagno di Santa Gilla e al mare negli ultimi anni del VI secolo a.C. all’inizio della conquista cartaginese della Sardegna. Ed è parte di un sistema ambientale in cui pulsa il cuore antico della città. Nessuna altra località che conservi vestigia del mondo punico, scrive l’archeologo Piero Bartoloni, può vantare la presenza di tali testimonianze. In Libano, terra d’origine dei conquistatori, le necropoli sono scomparse da secoli e a Cartagine la maggior parte delle tombe non è più visibile. Eppure l’area cagliaritana non è mai stata studiata nella sua interezza, non si conosce la reale entità della necropoli, comunque molto più vasta dell’area prevista dal parco archeologico, nel quale sono stati compiuti scavi sistematici fra il 2004 e il 2006. Sulla realizzazione del parco, inoltre, indaga la Procura cagliaritana che ha bloccato il cantiere perché invece di piccole fioriere sono stati installati pesantissimi gabbioni di pietra.

Le tombe si possono vedere infilandosi fra un palazzo e l’altro e inerpicandosi carponi lungo un costone sul quale spunta ciò che resta del Villino Serra, una gentilissima costruzione ottocentesca, nel cui giardino sorge uno dei palazzoni che sovrasta le tombe. Molte sepolture sono dentro i ruderi del villino, camere mortuarie incassate nella grotta accanto a colombari. Le pareti sono tagliate in orizzontale e sul fondo è scavato l’alloggio per i corpi. Per terra una carcassa di motorino, una batteria di auto, i resti di un pasto. Fino a pochi anni fa dalle finestre del villino si vedeva lo stagno di Santa Gilla e poi il mare. Ora c’è una muraglia di case.

Le tombe più antiche sono cavità a forma di rettangolo nella roccia. Bisogna camminare con attenzione fra orchidee selvatiche, piante di cappero e fichi d’india. Le sepolture scendono in verticale e poi in basso, orizzontalmente, si apre la camera mortuaria. Salendo lungo il dirupo se ne incontrano continuamente. Da qui sono stati recuperati - o rubati - monili preziosi e corredi funerari. Molte sono diventate bidoni di immondizia. Su viale Sant’Avendrace alcune tombe sono a un paio di metri da un cantiere. Qui dovrebbe sorgere il solito palazzo di sei piani che per sempre le nasconderà (ma i lavori sono bloccati) e che ha ricevuto tutte le autorizzazioni, sia dal Comune che dalla Soprintendenza, addirittura prima che il costruttore acquistasse l’area. Un’area originariamente di proprietà del Comune.

Su Tuvixeddu si affollano più progetti di architettura che di tutela. Il Comune ha il suo piano per il parco urbano e per quello archeologico. Ma anche la Regione ha tirato dal cilindro il suo disegno, firmato dal francese Gilles Clement, il teorico del “terzo paesaggio”, del paesaggio occasionale, che, secondo molti a Cagliari, sarebbe in contrasto vistoso con i rigorosissimi vincoli che la stessa Regione ha previsto.

Chi vincerà la partita sarà il Consiglio di Stato a stabilirlo. Soru si gioca molta della credibilità acquisita proprio sui temi della salvaguardia - gli stessi principi che hanno ispirato il piano paesistico regionale. Si racconta che a un convegno di Italia Nostra del 2006 il governatore abbia sconcertato il pubblico sostenendo che strade e palazzi, se di buona architettura, erano compatibili con la necropoli. Preso da parte da Maria Paola Morittu, battagliera esponente di Italia Nostra, ha voluto capire meglio come stavano le cose. La mattina dopo – era appena spuntata l’alba – si è fatto accompagnare a Tuvixeddu. Ci è rimasto qualche ora. Si è arrampicato fra sepolcri e piante di cappero. Ha raccolto cocci di anfore abbandonate fra i detriti. La mattina dopo, alla stessa ora, ci è tornato. E due giorni dopo ha dato il via ai vincoli.

"Sfoderiamo il nostro orgoglio per difendere quel tesoro"

di Marcello Fois

La constatazione più grave e triste per qualunque sardo di buona volontà è che, dietro la questione Tuvixeddu, c´è il peccato capitale isolano: quello di non rendersi conto del patrimonio che si ha sotto gli occhi. Le comunità colonizzate da un capitalismo malinteso e da un malinteso affarismo, che ha radici nella bassissima considerazione di se stessi, spesso preferiscono il guadagno a breve termine al patrimonio a lungo termine. La necropoli punica di Tuvixeddu non è un patrimonio di Cagliari, è un patrimonio dell´umanità che la Storia ha affidato a Cagliari.

Certo i padri punici hanno avuto il cattivo gusto di occupare aree appetitosamente edificabili, e questo secondo alcuni grossolani palati rende quel patrimonio di tutti poco più di una discarica. La corrente degli interessi può cercare di ridurre la bellezza e la ricchezza in bruttezza e povertà, ma non può certo negare quanto è assolutamente evidente: per molto tempo si è detto di tutelare un´area che non era affatto tutelata. Che ciò sia accaduto per malafede o, peggio, per incompetenza, poco importa al momento. Quel che conta è non arrendersi. Quel che conta è mettere in campo quell´orgoglio positivo che, troppo spesso folkloricamente, diciamo di voler affermare come sardi, come cittadini del mondo.

È una storia di ordinaria superficialità, ma anche la metafora di un deficit di interesse che dipende da un deficit di autocoscienza, esattamente come capita per i discorsi sull´identità e sulla lingua. Tutti sono virtualmente orgogliosi, ma praticamente servi di logiche sostanzialmente economiche. Il paesaggio, il patrimonio archeologico, la natura, sono il nostro codice genetico, ma anche, paradossalmente, la più importante fonte di ricchezza che abbiamo a disposizione, quello che può apparire conveniente oggi diventerà la nostra rovina domani. In un mio romanzo questa sarebbe una storia di affarismo in cui pochi loschi individui tramano nell´ombra perché non venga alla luce un tesoro di tutti, facendo così in modo da preservare un tesoro per pochi. Ci sarebbero amministratori corrotti e avidi, accondiscendenti, sovrintendenti. Ci sarebbe un ambiente distratto e poco sensibile, ma, per quanto sia uno scrittore di gialli e gli scrittori di gialli, si sa, fanno galoppare la fantasia, non so se, nel mio ipotetico romanzo, ci sarebbe un eroe senza macchia e senza paura pronto a rischiare tutto per tutto perché trionfi la bellezza.

Postilletta

"Eroi senza macchia e senza paura" magari no, ma se non ci fosse stato qualche personaggio positivo di Tuvixeddu rimarrebbe ben poco...

L’articolo di Walter Tocci pubblicato da l’Unità e dedicato all’urbanistica di Roma negli ultimi quindici anni merita una replica puntuale e articolata. Soprattutto ora, dopo la sconfitta elettorale, in un momento in cui, approvato il nuovo Piano regolatore (Prg), è già iniziato da destra e da sinistra un attacco concentrico al suo impianto riformista. Un attacco che riproduce gli astrattismi del vecchio dibattito urbanistico romano.

Il nuovo Prg e le sue regole innovative sconvolgono il campo. Impongono uno sforzo teorico nuovo a tutti e spingono a superare le vecchie pigrizie intellettuali, i vecchi codici stanchi. Paradossalmente, invece, per molti censori di destra e di sinistra, sembra più comodo indossare le vecchie lenti. La destra si lancia all’attacco, invocando maggiori quantità edificatorie e senza alcun riguardo al fatto che il mercato chiede oggi invece più qualità. Da sinistra ci si rifugia nel demone rassicurante della “rendita” che “tutto muove” per salvarsi la coscienza, senza però affrontare le sfide “reali” della trasformazione urbana, senza sporcarsi le mani nella storia “vera” e nei fatti.

Intanto ribadisco una cosa. La puntata di «Report» sul nuovo Prg era colma di inesattezze e bugie. Quella trasmissione non era informazione pubblica ma un programma mirato solo a fare ascolto, senza lo scrupolo doveroso della verifica. Non ho accettato di replicare in quella sede perché non ho avuto la garanzia di poterlo fare esaustivamente e con il tempo adeguato. Le repliche le valuteranno i legali ai quali ho consegnato una denuncia.

Torno alle cose dette da Tocci. Trovo nelle argomentazioni molta astrattezza e deficit d’informazione. Lo dico perché sarebbe utile, invece, parlare anche criticamente di questi quindici anni ma guardando avanti. Per esempio penso che, nonostante tutto, il nuovo Prg sconti dei limiti che le inevitabili mediazioni politiche in Consiglio Comunale hanno imposto ad alcune sue novità rivoluzionarie. Limiti che devono essere superati.

Invece si guarda indietro confondendo e sovrapponendo tante cose. Tocci confonde le trasformazioni in corso con il nuovo Piano. Errore clamoroso, lo stesso che fa «Report» il quale addebita alle Giunte Rutelli e Veltroni decisioni di costruire nuovi quartieri che non appartengono loro e che risalgono a prima del 1992.

Voglio ricordare un dato che spazza via ogni equivoco: il 70% delle costruzioni private realizzate o in corso di realizzazione tra 1993 e il 2008 non sono state approvate da Rutelli o Veltroni. Tranne Bufalotta - risalente al 1997 e comunque interna al Gra - e rari altri casi. Insomma, quando si parla della città trasformata «collocata a ridosso e oltre il Grande Raccordo Anulare in un territorio già devastato dall’abusivismo» e dei problemi che sconta, per favore non si tiri in ballo il nuovo Prg che, semmai, farà vedere i suoi effetti reali nei prossimi cinque, dieci anni. (Dalla approvazione definitiva di un intervento urbanistico alla sua integrale realizzazione e quindi al suo impatto reale urbanistico e sociale passano mediamente dieci-quindici anni).

Quelli che descrive Tocci sono semmai gli effetti delle ultime “code” delle giunte Carraro e Giubilo e delle decisioni dei Commissari Prefettizi pre-Rutelli. Questa banale constatazione cambia tutto il quadro.

Pigramente si cerca nel nuovo Piano con discorsi complessi quello che non c’è. Qualche esempio? Eccoli: Ponte di Nona, Grottaperfetta, Giardini di Roma, Lunghezza, Castelluccia, Casal Monastero, Torraccia, Cecchignola Ovest,Tor Carbone e potrei continuare. Queste parti di città con il nuovo Prg e con la nuova programmazione urbanistica non c’entrano nulla, perché erano già deliberate.

Tocci sostiene che lo strumento della compensazione è stato male utilizzato e che si sono portate cubature all’esterno, trascurando le aree interne e magari pubbliche in prossimità delle stazioni. Sono considerazioni completamente sbagliate e spiego perché. Tutte le compensazioni decise dal Consiglio Comunale e comunque non ancora attuate - e che sono elencate nelle Norme Tecniche di Attuazione - spostano pesi dall’esterno della città al suo interno e, grazie al criterio dell’equo valore immobiliare, ne riducono la quantità (mediamente per un metro cubo compensato ne viene attribuito circa 0.80).

L’unica eccezione, grave, è Tormarancia. Caro Walter, ricordo che chi con te si oppose alla lottizzazione di Tormarancia nel ’99 - tu eri vicesindaco ed io capogruppo Ds ed avevamo posizioni opposte - non volle capire che la conseguenza della cancellazione sarebbe stata una onerosissima compensazione. Cosa che avvenne, anche perché il Consiglio Comunale aveva confermato tre volte quella previsione, dando ai proprietari armi fortissime per ricorrere in giudizio. Oggi tu invochi l’importanza di edificare nelle zone compatte con i servizi e i trasporti anziché andare all’esterno. Tormarancia era questo. Tuttavia quel che è stato è stato e lo ricordo solo perché la storia ha sempre un ruolo nelle decisioni politiche. Non dimentichiamocelo.

Secondo. In vari casi il Piano localizza centralità a ridosso delle stazioni accorpando cubature del Prg del ’62 esterne e sparse nell’agro e trasformandone a servizi le precedenti destinazioni residenziali. È il caso di Massimina, la Storta, Muratella, Ostiense, Ostia Centro. Al tempo stesso il nuovo Piano “carica” volumi destinati a servizi in corrispondenza di tutte le stazioni disponibili con aree di proprietà pubblica. Tutte, nessuna esclusa. Esempi? Ponte Mammolo, Pietralata, Cesano, Polo Tecnologico Tiburtino, Anagnina, Stazione di Ostia.

Mi spiace che non si ricordino queste cose. Non si ricordi, ad esempio, quanto sta avvenendo a Pietralata, a Torvergata, a Valco di San Paolo, al Santa Maria della Pietà, dove stanno sorgendo i campus internazionali pubblici voluti da Veltroni, con i cantieri in corso delle residenze, degli impianti sportivi, delle facoltà. Tutto su aree pubbliche comunali o statali già servite dal trasporto su ferro. Si vada a vedere i cantieri di queste realizzazioni che dimostrano come oggi a Roma sia la mano pubblica a guidare la trasformazione urbana della città consolidata, della prima periferia e di quella più esterna, grazie alle decisioni del nuovo Prg

Terzo. Quando si parla di compensazioni non ci si riferisce ad un gioco di domino di semplici cubetti. Spostare cubature «da una area all’altra» è un procedimento amministrativo carico di implicazioni ambientali, amministrative, giuridiche, economiche e fiscali. Non si può dire astrattamente «andava usato meglio». Le aree di «atterraggio» delle compensazioni non sono quasi mai pubbliche perché il Comune di Roma è poverissimo di aree. Pertanto si è cercato di costituire una riserva pubblica di aree per attuare, tra le altre cose, le compensazioni dall’esterno all’interno. Queste aree sono state localizzate con una procedura di evidenza pubblica per non creare favoritismi di nessun tipo e ponendo come requisito la distanza massima di 1000 metri dai «nodi del ferro». Il bando è dell’8 agosto 2002 e lo si può recuperare.

Quando si parla del nuovo Piano lo si legga concretamente e non in modo astratto e generico.

Ancora. L’idea di una compattazione urbana nelle aree interne al Gra - ammesso che questo limite simbolico valga ancora qualche cosa - è una idea seria, ma alla prova dei fatti insegue astrattamente un modello parigino del tutto sganciato dalla storia reale di Roma e dai conflitti che hanno segnato tante lotte sociali nel cuore della città. Ricordo come alcune scelte del nuovo Piano di rilocalizzazione di volumetrie all’interno della città siano state fieramente ostacolate nei territori interessati: Collina Fleming, Tor Tre Teste, Colle delle Strega, Casal Grottini, via delle Acacie, Gregna, Prampolini e varie altre.

D’altra parte, la sinistra ha fortemente lottato in questi ultimi trent’anni per restituire alla città consolidata aree libere, in grado di recuperare parte delle quantità di standard di verde negati dalla speculazione edilizia degli anni 50-70, figlia del Prg del 1931. Abbiamo vincolato e acquisito al Comune del tutto o quasi, grazie al nuovo Prg, i parchi di Aguzzano, delle Valli, di Volusia, porzioni della Valle dei Casali e della Tenuta dei Massimi, di Veio, dell’Appia e del Litorale Romano.

Abbiamo raggiunto l’obiettivo di Cederna e Petroselli di avere squarci di campagna romana che entrano nel cuore della città, creando un modello urbano unico al mondo ed ora inseguiamo un non meglio specificato «consolidamento»?

Se invece ci si riferisce ai margini di trasformazione dentro la città che possono offrire programmi di riqualificazione urbanistica ed edilizia su aree dismesse e degradate o della brutta città degli anni 50, nel nuovo Piano vi sono gli strumenti dei “Print” (Programmi Integrati) per farlo. Sono ambiti perimetrati e normati con un sistema di incentivi e alcuni sono avviati. Esempi? Il programma - in corso - di demolizione e ricostruzione di Viale Giustiniano Imperatore, i programmi di ristrutturazione banditi per Alessandrino, Pietralata Vecchia, Centocelle Vecchia, Dragona, Torsapienza. Questi programmi sono il cuore della politica di riqualificazione della periferia intermedia del nuovo Prg. I loro frutti verranno se il nuovo Piano verrà attuato correttamente e se la legislazione nazionale lo aiuterà a sviluppare la sua forza innovativa affrontando il tema della aggregazione della proprietà diffusa e parcellizzata.

Non si cada nell’errore di considerare la pianificazione generale il momento in cui i diritti edificatori si possono cancellare dirigisticamente. È sbagliato. Questo è vero solo nelle raffigurazioni di una urbanistica astratta. La realtà è un’altra. Il nuovo Prg cancella 60 milioni di metri cubi prevalentemente residenziali e il Comune sta combattendo in giudizio contro i ricorsi dei proprietari delle aree. Sono vertenze difficili con il rischio di sentenze definitive che premino ancora di più la rendita

Perché? Perché la vecchia legge 1150/42, tanto invocata come un totem dall’urbanistica pubblicista che non tratta con i privati, in realtà rende eterni i loro diritti e si somma alle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo che negli anni ha integralmente ricostruito il diritto della proprietà privata dei suoli.

Questo fatto non può essere messo tra parentesi perché è il centro del problema.

In Italia occorre al più presto una moderna legge nazionale sui suoli, che fissi le regole generali all’interno delle quali i Comuni possano muoversi per contrattare con i privati e che ristabilisca parità di durata tra i diritti edificatori privati (oggi di fatto eterni) e le aree a destinazione pubblica (vincolate per cinque o massimo dieci anni). Perciò ritengo illusoria l’idea che si potesse ignorare il trascinamento del residuo del Prg del ’62 e realistica l’operazione di ridisegno e riequilibrio sancita dal nuovo Piano.

In conclusione. La sconfitta elettorale e la giusta revisione critica del nostro operato non deve ricacciarci in un dibattito vecchio che sbaglia bersaglio attaccando il nuovo Piano per cose che non lo riguardano. Il nuovo Prg ha ridotto l’espansione e ha tutelato due terzi del territorio a verde e suolo libero. Questo dato è incontrovertibile. Impone obblighi e oneri pubblici altissimi ai proprietari delle aree.

Il nuovo Piano va attuato. Da lì verrà la città nuova. Guardiamo avanti, allora, e spingiamo la nuova giunta a non interrompere il cambiamento. Demolire astrattamente il grande risultato del nuovo Prg senza conoscerlo rischia di riaprire i giochi.

Attenzione. Molti sperano che alla fine si dica “tutto da rifare”. Ma a “rifare”, caro Walter, nei prossimi cinque anni non saremmo noi.

Postilla

L'ex assessore Morassut dice che si rivolgerà a dei giuristi per replicare alla denuncia di Report. Speriamo proprio che i giuristi interpellati spieghino finalmente all'ex assessore Morassut che le previsioni dei PRG non concedono affatto "diritti edificatori", che quindi la cancellazione di previsioni del vecchio PRG (1962!!!) non comportava nessuna "compensazione" nè per Tormarancia nè per nessuna altra previsione che si fosse voluta cancellare. Rilasciare o autorizzare atti abilitativi basati su vecchie previsioni di PRG non era quindi necessario nè alla giunta Rutelli nè alla giunta Veltroni.

SI può convenire con Morassut che la rendita non muova tutto, ma certamente ha mosso la politica urbanistica che egli vuole ancora difendere.

E così si può convenire quando sostiene che "Il nuovo Prg e le sue regole innovative sconvolgono il campo": in effetti sconvolgono l'Agro romano. E purtroppo, dato il carattere di esempio che la pianificazione romana ha spesso avuto, ha sconvolto anche il campo della buona urbanistica accreditando l'idea, assolutamente falsa, che il PRG attribuisca "diritti edificatori".

Sui "diritti edificatori" rinviamo ancora una volta a una nota di E. Salzano e a una lettera del prof. Vincenzo Cerulli Irelli

La scomparsa delle colline ora il cemento cancella i vigneti

di Jenner Meletti

Ecco, il "Centro Oli" dell´Eni dovrebbe cominciare qui, dove partono i filari di vitigni chardonnay. La campagna sembra un giardino, con il mare davanti e la Maiella alle spalle. Fra poco arriveranno le ruspe a abbatteranno tutto. Dodici ettari di viti preziose lasceranno lo spazio al Centro Oli, che non c´entra nulla con olive ed extravergine ma è solo la traduzione volutamente ingannevole di "Oil center", centro petrolio. In pratica: un impianto di prima raffinazione del petrolio estratto da due piattaforme che sono in mare e da altri pozzi in allestimento in mezzo Abruzzo. «Noi non vogliamo - dice Raffaele Cavallo, presidente Slow Food in questa regione - che anche qui appaiano i cartelli che sono stati affissi a Viggiano, in Basilicata, in un impianto simile a quello che si vuol costruire sulle nostre colline. «Idrogeno solforato: velenoso, infiammabile ed esplosivo. Non fidarsi dell´odorato per accertare la presenza di gas. L´idrogeno solforato paralizza il senso dell´odorato». Siamo nella regione più verde d´Italia, con tre parchi nazionali. I vini doc Montepulciano e Trebbiano d´Abruzzo finalmente rendono la giusta mercede a migliaia di contadini che grazie ai vigneti non sono stati costretti all´emigrazione. Perché vogliamo rovinare tutto?».

Petrolio in mezzo ai vigneti del Moltepulciano, Alta velocità che spazza via il 20% del Lugana doc al lago di Garda, un cementificio che vuole «mangiare» altre colline proprio nel cuore dell´Amarone in Valpolicella. Un tempo tutto questo sarebbe stato chiamato «progresso»: con le buste paga dell´industria i contadini poveri hanno cambiato la loro vita. «Ma l´industria del petrolio - raccontano Giancarlo Di Ruscio e Carmine Rabottini, presidenti delle cantine sociali di Tollo - arriva a mettere radici da noi in ritardo di decenni. La povertà per fortuna è un ricordo. Le nostre cooperative, con 1.360 soci, hanno un fatturato di 40 milioni di euro. Nell´ortonese, dove sorgerà l´impianto Eni, il vino incassa 150 milioni. Noi non siamo i talebani dell´ambiente. Abbiamo accolto a braccia aperte industrie come la Savel del gruppo Fiat e la Honda che sono in fondovalle e distribuiscono migliaia di salari. Ma il petrolio oggi non porta nemmeno posti di lavoro. Per il Centro Oli sono previste 27 assunzioni, con un investimento di 120 milioni di euro. Il danno per noi sarebbe terribile. Sta andando forte il turismo colto, di chi viene a comprare il vino doc ma vuole vivere qualche ora in mezzo a una natura intatta».

Per ora i lavori sono bloccati, con una delibera regionale che impedisce ogni costruzione sulla costa, ma solo fino alla fine dell´anno. Il presidente della Regione Ottaviano Del Turco è favorevole al Centro Oli, contrari gli assessori ad ambiente, sanità e turismo. «Il fatto grave - dice Raffaele Cavallo di Slow Food - è che nessuno aveva parlato di una industria così pesante. Il centro veniva presentato come un deposito di petrolio e niente altro. Solo da pochi mesi abbiamo saputo che si tratta invece di un impianto con un pesantissimo impatto ambientale. Le spiagge di Francavilla sono quasi sotto la collina del Centro Oli, Pescara è a soli 13 chilometri. Non vogliano finire come a Viggiano, che 15 anni fa ha accolto il centro Eni come una benedizione perché tanti disoccupati speravano in un lavoro. Il lavoro è sempre scarso e un quarto della popolazione è fuggita perché non vuole convivere con l´idrogeno solforato che puzza di uovo marcio».

È passato più di un secolo da quando "sembrava il treno stesso un mito di progresso". Oggi, a Peschiera del Garda, i produttori del Lugana doc sono invece arrabbiati perché la linea della Tav vuole cancellare il 20% dei loro vigneti. «Il progetto per questa linea ferroviaria - dice Francesco Montresor, presidente del consorzio che tutela questo vino - è del 1991 e 17 anni oggi sono un secolo. Chi immaginava, allora, il petrolio a 118 dollari al barile? Quando un ingegnere, nel suo studio milanese, ha tracciato una riga sulla carta geografica ed ha stabilito che la Tav doveva passare da Desenzano, Peschiera e Sirmione, si pensava che costruire, produrre e consumare fosse comunque positivo. Adesso si ragiona in modo diverso: si è capito che il progresso è consumare meno, tutelare, conservare. Vuol dire valorizzare la nostra storia e le nostre radici. Già Gaio Valerio Catullo esaltava la "Lucana silva", boscaglia con vitigni a bacca bianca. Ora il Lugana è richiesto anche in Giappone, da tre anni a questa parte ogni anno il prezzo dell´uva raddoppia: e noi dovremmo accettare di falcidiare la produzione del 20%?».

Anche fra i viticoltori del lago non ci sono pasdaran dell´ambiente. «Noi chiediamo semplicemente che la Tav sia spostata tre chilometri a Sud. Passerebbe fra i campi di granoturco e non fra le viti. E lo Stato risparmierebbe una bella cifra. Un ettaro di vigneto qui costa 300.000 euro. Se il proprietario è un coltivatore diretto - e qui lo siamo quasi tutti - il prezzo del terreno viene triplicato: un ettaro verrebbe a costare 900.000 euro, senza contare poi il "lucro cessante", il rimborso dovuto per i mancati futuri guadagni. Le terre del granoturco costano due terzi in meno».

Anche le terre della Valpolicella costano care. Per un ettaro di vigneto servono 300.000 - 500.000 euro. Qui il "progresso" è arrivato nel 1962, con l´apertura di un cementificio. L´Amarone, allora, era conosciuto sì e no a Verona, dove veniva portato in damigiane. Solo chi emigrava poteva mettere assieme il pranzo con la cena. Il cementificio era la manna. Nessuno protestava, anche se le colline attorno sparivano una dopo l´altra e venivano trasformate in cemento. «Secondo me - dice Mirco Frapporti, sindaco di Fumane - anche negli anni ‘60 fu un errore accettare il cementificio, diventato poi CementiRossi, sulla nostra terra. Ma adesso c´è e se rispetta le leggi ha diritto di continuare a lavorare. Come Comune, non possiamo fare altro che tenergli il fiato sul collo. Certo, oggi potremmo farne a meno: la ricchezza è stata portata dal vino e non dal cemento».

Bisogna salire in alto, per cercare la collina che era sotto Purano e ora non c´è più. C´è solo un enorme buco. «Ma il mostro - dice Daniele Todesco dell´associazione Valpolicella 2000 - ha ancora fame. Ha presentato domanda per poter trasformare in cemento anche la collina di Marezzane, che fra l´altro è dentro al parco naturale della Lessinia dove ogni scavo sarebbe proibito. Ma è stata concessa una deroga perché la domanda era antecedente la nascita del parco. Ora bisognerà vedere se il progetto riceverà una Via - Valutazione di incidenza ambientale - positiva. Contro il cementificio occorre più coraggio, da parte del Comune e della Regione. Lavora e guadagna da più di quarant´anni. Ora che gli investimenti sono stati ampiamente ripagati può anche chiudere. Ci lavorano 100 operai ma la disoccupazione qui intorno è a zero. La Cementirossi ha detto invece che investirà 60 milioni di euro per rinnovare i macchinari obsoleti e per questo vuole altre colline da mangiare, fino al 2025».

La direzione del cementificio ha certezze granitiche. «I vigneti, e la qualità dei vini, non subiscono alcun danno dalla presenza della nostra industria». Meno sicuro uno dei vignaioli più importanti, Franco Allegrini. «Il cementificio è un peso che abbiamo sopportato troppo a lungo. Noi siamo così abituati alla sua presenza che quasi non lo vediamo più. Certo, chi arriva da fuori e si vede questo mostro… Non è certo un bel biglietto da visita». Se la "Via" sarà positiva, meglio affrettarsi verso il parco della Lessinia, subito dopo il cementificio. Anche la collina di Marezzane potrebbe trasformarsi in colonne di cemento armato.

Una cultura da cambiare

di Carlo Petrini

Provate mai a immaginare questo nostro pianeta come un essere in grado di parlare e di dialogare con noi? A immaginare quel che vorrebbe dirci, se potesse comunicare a parole? Io ogni tanto ci provo, con risultati devastanti. Perché un conto è metaforizzare i cataclismi che sono davanti agli occhi di tutti noi (dall´uragano Katrina alla desertificazione delle foreste) come "risposte" della Terra ai comportamenti dell´uomo. Risposte allarmanti, ma che mantengono, nella loro straordinaria violenza, un segnale di energia, di presunta vendetta. Quando, invece, me la immagino che ci parla non riesco a non pensarla esausta, indebolita. Non immagino una voce stentorea che mi si rivolga con odio e rabbia, ma una voce stanca e affranta, che chiede una tregua, che chiede quando mai la finiremo, o per lo meno sospenderemo, di prendere, prendere, prendere.

Si è molto parlato, nelle settimane pre-elettorali, dell´ambientalismo del fare. Io, a titolo di completezza, sarei per specificare "del far bene", nel senso che il fare, in sé, non mi pare un valore. Anzi, mi preoccupa un po´, come mi preoccupa quest´incondizionata passione che i politici, senza distinzione di appartenenza, hanno dichiarato nei confronti della crescita del Pil. Il Pil cresce anche producendo mine antiuomo, o imballaggi inutili che dovranno essere smaltiti (e anche questo fa crescere il Pil) o che, se smaltiti malamente, inquineranno acqua, aria, terra; e per bonificare, ammesso che sia possibile, si farà ancora crescere il Pil.

Se invece si mettesse in campo un pizzico di saggezza, si potrebbe intraprendere la strada dell´economia del "non fare". Perché a volte è lì la chiave della ricchezza. Raffinerie, treni ad alta velocità e cementifici nelle vigne, sono ferite aperte nel cuore di territori che, in salute e bellezza, stanno producendo economia. Perché non lasciarli continuare? Perché disturbare?

Bisogna stare attenti, perché la cultura del fare, se non ha filtri, diventa la cultura del rifare, del disfare, del fare troppo per poi sfasciare. È una cultura subdola, perché si spaccia per libertà, progresso, benessere. Pensate ai prodotti dietetici che vengono pubblicizzati in questi ultimi tempi. Pastiglie che impediscono all´organismo di assorbire calorie, mentre se ne ingurgitano a volontà. Non è una follia? Non è immorale? Per non ingrassare bisogna mangiare di meno e meglio e avere uno stile di vita corretto; la soluzione non può essere ingurgitare qualunque quantità di cibo per poi rendere il nostro organismo impermeabile alle calorie. È come tenere le nostre case a 25 gradi d´inverno per stare in salotto in maniche corte; è come usare abbondantemente la preziosa acqua potabile per lo sciacquone del water. Ecco dove ci ha portato la cultura del fare. A fare male, a fare troppo. A fare cose che ci costano tanti soldi, e per avere quei soldi dobbiamo lavorare di più, e per lavorare dobbiamo fare, fare, fare. Se mangio meno e meglio spendo meno e non ingrasso. Risparmio sia sul cibo che sulle pastiglie dimagranti. Posso destinare quei soldi diversamente, oppure decidere che non ne ho bisogno, quindi non ho necessità di guadagnarli, quindi ho qualche ora libera in più. Magari per curare un piccolo orto, o per giocare con i figli o per leggere il giornale, saltando le pubblicità delle pastiglie dimagranti.

L´economia del "non fare", invece, ha le sue radici nella cultura dell´osservare. E del chiedersi: che bisogno ce n´è? L´economia del "non fare" ha uno sguardo lungo, non ragiona in termini di ritorni immediati: ha i tempi della natura, non quelli della finanza. Investe a lunghissimo termine e ha straordinari ritorni, perché è un´economia che non si occupa solo di denaro. Si occupa di culture, di identità, di territori, di origine, di storia e di storie; si occupa di paesaggio, di turismo, di conoscenza, di salute e di bellezza; si occupa di vigne, di imprenditoria, di mercato, di relazioni, di comunità, di coerenza. Siamo capaci di calcolare queste spese? Quanto costa una collina distrutta? Quanto costa un paesaggio devastato? Quanto costa un anziano che si immalinconisce perché il figlio non curerà più la vigna? Quanto costa l´orrore di un cartello che, in mezzo a colline vitate, avvisa che respirare può essere pericoloso? Quanto costa un bambino che cresce in mezzo alla bruttura?

I crociati del fare insorgeranno: con la cultura del non fare non ci sarebbero nemmeno le vigne, diranno. Troppo facile esagerare. Troppo facile far finta di non capire che quando parliamo di economia del non fare stiamo parlando, semplicemente, di economia della cura. E la cura è una cosa seria, complessa e delicata. Che richiede sensibilità, competenza e dedizione. Perché non si può, mai, curare solo una parte.

Ecco cosa ci chiede la Terra con la sua voce stanca: che ci si prenda cura di lei. Che la si smetta con gli interventi, le violenze, le conquiste. Che ci si metta in ascolto, per capire dove duole, cosa le fa male, cosa le fa bene. Deponiamo le armi del fare, smettiamo di considerarci padroni a casa d´altri. Cerchiamo di non disturbare, di non interrompere, di non sporcare. Ascoltiamola e prima o poi capiremo che la cura che serve a lei, è la stessa che serve a noi.

Se non ci alleniamo in questo esercizio, gli unici messaggi che riusciremo a cogliere resteranno quelli delle catastrofi. E dopo ogni catastrofe i falsi crocerossini del fare si rimettono all´opera, mentre i curatori del far bene vedono allontanarsi il traguardo del benessere.

MILANO — Il paesaggio italiano? In serio pericolo. Affidarsi a politici ed amministratori? Neanche per idea. Il poco edificante quadro sullo stato ambientale del Bel Paese emerge da una ricerca sui giovani e il paesaggio, realizzata dal Fai (Fondo per l'ambiente italiano, presidente Giulia Maria Crespi) e l'Università Iulm. Un lavoro, per certi versi inedito, svolto con il più classico dei metodi sociologici: il sondaggio. A rispondere a 12 domande sono stati 3000 studenti di tutta Italia tra i 15 e i 18 anni. La ricerca ha messo in evidenza diversi aspetti. Tuttavia, dice il sociologo Mauro Ferraresi, «il dato più significativo è stato scoprire l'impotenza dei liceali. Almeno il 62% si sente responsabile di fronte ad episodi classificabili come danni ambientali. Ma non sa a chi rivolgersi». Giulia Maria Crespi, se la prende con le speculazioni immobiliari: «L'unica politica di sviluppo pare essere quella dei centri commerciali». Giorni fa, dice, ha fatto l'ennesima scoperta. «Sono stata chiamata dal sindaco di Mantova. In area di pregio (450 ettari) al confine tra Lombardia e Veneto, vogliono costruire un autodromo e il più grande centro commerciale d'Italia. Si può andare avanti così?».

La denuncia della signora Crespi, in realtà, nasconde un inno d'amore per l'Italia: «Nessuno ha tante bellezze a così poca distanza. Pure da una disgraziata città inquinata come Milano in un'ora è possibile raggiungere il mare o montagne bellissime».

Nota: di seguito scaricabile una breve sintesi della ricerca (f.b.)

L’Africa è il continente che sarà colpito più duramente di tutti dal cambiamento del clima. Piogge e inondazioni inimmaginabili, siccità prolungate, conseguenti raccolti andati a male, rapido processo di desertificazione – volendo citare soltanto alcuni dei sintomi del riscaldamento globale – di fatto hanno già iniziato ad alterare l’aspetto del continente africano. I più poveri e i più vulnerabili tra gli abitanti di questo continente saranno particolarmente colpiti dagli effetti delle temperature in aumento: in alcune aree dell’Africa le temperature sono salite a un ritmo doppio rispetto al resto del pianeta.

Nei Paesi ricchi, l’incombente crisi climatica è motivo di preoccupazione, in quanto essa avrà un impatto sia sul benessere economico sia sulla vita delle popolazioni. In Africa, però, regione che non ha contribuito quasi in nulla al cambiamento del clima (le sue emissioni di gas serra sono irrilevanti rispetto a quelle di altre zone industrializzate del pianeta), la crisi climatica determinerà la vita o la morte.

Di conseguenza, l’Africa non deve tacere a fronte delle realtà del cambiamento climatico e delle sue cause. I leader africani e la società civile africana devono essere coinvolti nel processo decisionale globale su come affrontare e risolvere la crisi del clima, con metodi efficaci e al contempo equi.

Per questo motivo, quando i capi di Stato del G8 si sono incontrati all’inizio di giugno a Heiligendamm in Germania, ho inviato loro un appello nel quale sollecitavo i Paesi industrializzati a dare il buon esempio, essendo essi inoltre i principali responsabili del cambiamento del clima. Ora, quindi, i leader dei Paesi industrializzati devono intraprendere i passi decisivi e risolutivi volti a contrastare il cambiamento del clima. Essendo inoltre loro i principali inquinatori, i Paesi industrializzati hanno altresì la responsabilità di aiutare l’Africa a ridurre la sua vulnerabilità e ad aumentare le sue capacità di adattamento al cambiamento del clima. I Paesi industrializzati devono mettere in essere i meccanismi atti ad aumentare i finanziamenti, rendendoli costanti nel tempo e affidabili, destinati alle prime vittime della crisi del clima, in Africa e in altre regioni in via di sviluppo.

Sappiamo che tra ambiente, governance e pace esiste un legame preciso molto profondo ed è essenziale pertanto che la nostra definizione di pace e sicurezza sia allargata fino a includervi una gestione consapevole e responsabile delle limitate risorse della Terra, come pure una loro spartizione più equa. Il cambiamento del clima rende quanto mai impellente la necessità di tale ridefinizione.

Affinché gli esseri umani utilizzino e condividano in modo più equo e giusto le risorse che la Terra offre, i sistemi di governo devono essere maggiormente dinamici e inclusivi. La popolazione deve provare un senso di appartenenza. Le voci delle minoranze devono essere ascoltate, anche se poi sarà la maggioranza a decidere. Sono necessari sistemi di governo che rispettino i diritti umani e la legalità, e promuovano spontaneamente l’equità.

Molti dei conflitti e delle guerre si combattono per avere accesso o il controllo o la distribuzione di risorse quali acqua, carburanti, terreni da pascolo, minerali e terra. Del resto, è sufficiente pensare al Darfur: negli ultimi decenni il deserto del Sudan Occidentale si è ampliato a causa della siccità e di piogge occasionali, fattori imputabili al cambiamento del clima. Di conseguenza, i coltivatori e gli allevatori si sono scontrati per contendersi la poca terra arabile e l’acqua, mentre leader privi di scrupolo hanno approfittato di questi conflitti per scatenare violenze di massa. Sono state uccise centinaia di migliaia di persone. Molte di più sono profughe tra vere e proprie campagne di intimidazione, stupro di massa e rapimenti.

Gestendo meglio le risorse, riconoscendo il rapporto che esiste tra gestione sostenibile delle limitate risorse e conflitti, avremo invece maggiori probabilità di prevenire le cause profonde delle guerre civili e delle guerre in generale, e di conseguenza creeremo un mondo più pacifico e più sicuro.

L’ambiente, in ogni caso, si degrada poco alla volta e la maggioranza delle persone potrebbe non accorgersene: se sono povere, egoiste o avide, potrebbero essere troppo concentrate sulla propria sopravvivenza o sulla necessità di soddisfare le proprie necessità più immediate e i propri desideri e non preoccuparsi per le conseguenze delle proprie azioni. Sfortunatamente, la generazione che distrugge l’ambiente potrebbe non essere la medesima che ne pagherà le conseguenze. Saranno le generazioni future a dover affrontare le conseguenze delle azioni devastatrici dell’attuale generazione.

La responsabilità di affrontare i problemi ai quali ci troviamo di fronte – ivi compresa la crisi del clima – in tempo utile per il bene comune impone ai governi una volontà politica visionaria, e al mondo delle corporation una responsabilità sociale.

Per quanto concerne il clima siamo chiamati tutti a fare qualcosa di concreto. Molti Paesi che hanno vaste foreste e una considerevole copertura di vegetazione proteggono la loro biodiversità e godono di un ambiente sano e pulito. Alcuni di essi, però, si dedicano a un accanito disboscamento e abbattimento di alberi o attingono alla biodiversità lontano dai propri confini. È pertanto estremamente importante iniziare a considerare il nostro pianeta un tutt’uno, e adoperarci a proteggere l’ambiente non soltanto a livello locale, ma soprattutto a livello globale.

Le pressioni per sacrificare le foreste e far spazio per gli insediamenti umani, l’agricoltura o l’industria sono continue e non potranno che aumentare in un mondo surriscaldato nel quale il clima è sempre più instabile. Da un punto di vista politico, è estremamente più conveniente e opportunistico sacrificare il bene comune a lungo termine e la responsabilità intergenerazionale per la convenienza e i vantaggi del presente. Ma dal punto di vista morale è nostro dovere agire per il bene collettivo. Abbiamo la responsabilità di salvaguardare i diritti delle generazioni, di tutte le specie, che non sono in grado di farsi sentire. La sfida globale del cambiamento del clima ci impone di non pretendere niente meno di questo, dai nostri leader come da noi stessi.

L’autrice, Premio Nobel per la Pace 2004, è membro del Parlamento del Kenia e fondatore del Green Belt - copyright Ips Columnist Service - Traduzione di Anna Bissanti

Uno dei grandi successi iniziali del Mercato comune (oggi Unione europea) parve essere la politica agricola.

Essa stabiliva, appunto, che tutta la produzione dei Sei paesi fondatori (Francia, Germania, Italia e Benelux) venisse messa in comune e protetta dalla concorrenza estera mediante dazi alle frontiere. Ogni anno si riunivano i ministri e stabilivano i prezzi validi per i 12 mesi successivi: tot per un quintale di grano, tot per un ettolitro di latte, tot per la carne, per il burro, per l’olio e così via. Il prezzo veniva fissato in modo che anche il produttore meno efficiente trovasse il suo rendimento. Se non riusciva a vendere il suo prodotto sul mercato libero, quel che restava veniva, comunque, acquistato e stoccato da Bruxelles al prezzo stabilito. Chi ci guadagnava di più erano naturalmente gli agricoltori più efficienti – francesi, tedeschi e olandesi – che producevano grandi quantità a costi minori e, quindi, con profitti crescenti. In breve il meccanismo incentivò la produzione di quantità enormi e invendibili sul mercato di burro, latte, carne. La linea di coltivazione del grano superò le latitudini abituali e salì verso il nord della Germania. I magazzini comunitari traboccavano di prodotti stoccati.

La politica agricola devastò per decenni i bilanci comunitari, fino a quando si riuscì, almeno in parte, a riformarla sovvenzionando direttamente i contadini. Il meccanismo aveva, peraltro, almeno un vantaggio: manteneva l’integrità del paesaggio agreste della vecchia Europa.

Questo precedente mi è venuto alla mente per la sua analogia con quel che stanno producendo gli incentivi pubblici alla produzione dell’energia eolica. Anche questa volta il fine è «buono»: sviluppare le energie alternative (sole, vento, biomasse, fotovoltaico, ecc.) il cui costo di produzione è troppo alto per competere con petrolio e gas, così come l’agricoltura europea non poteva competere con quella americana. Con la differenza in peggio che questa volta l’integrità di un paesaggio agreste unico al mondo, come quello delle campagne e paesi italiani, viene devastato in partenza con la creazione dei cosiddetti «parchi eolici», foreste di torri di acciaio alte almeno da 110 a150 metri munite di pale che girano vorticosamente quando spira vento sufficiente per produrre energia. Il più delle volte, peraltro, ne producono poca perché le zone prescelte, per lo più collinose, sono scarsamente ventose, ma l’evenienza non conta: costruttori e gestori ci lucrano egualmente. Ho già affrontato il tema («Linea di confine» del 17/3 e del 7/4 us) ma vi torno perché prevale nei mass-media una visione idilliaca di una gravissima operazione speculativa internazionale. Ferma restando la giustezza di sostenere, anche con aiuti pubblici, la creazione di fonti alternative, è evidente che questo impulso va coordinato in un piano energetico nazionale che stabilisca in partenza dove è utile incrementare il sole e il fotovoltaico, dove la geotermia, dove le biomasse (trasformazione dei rifiuti), dove l’eolico per costanza dei venti e salvaguardia del paesaggio, di quanto può essere realizzato con il risparmio di energie convenzionali, quanta energia nucleare conviene importare, ecc. Tutto questo manca e il meccanismo è stato abbandonato al western di un mercato senza regole. Una volta annunciati gli incentivi, che per l’eolico risultano tra i più alti d’Europa e anche del mondo, sia per la costruzione che per la gestione, è cominciata la corsa all’offerta di impiantare le torri, presentata alle Regioni o direttamente ai comuni, affamati di soldi, da parte di gruppi imprenditoriali di lungo corso o sorti per l’occasione e anche di faccendieri di ogni risma ("L’Espresso" del 17/4 ha pubblicato una inchiesta di Marco Lillo, degna di Gomorra, sul coinvolgimento di mafia e camorra). Che queste torri producano energia o girino a vuoto poco importa, i finanziamenti corrono lo stesso. Nel 2006 il Mezzogiorno, dove è stata utilizzata anche la legge 488 per l’industrializzazione, ha speso 468 milioni di euro per torri in gran parte inutili. E’ cominciata anche la devastazione della Toscana, attraverso contributi regionali a fondo perduto oltre alla lucrosissima speculazione sui certificati verdi. Così, se nessuno arresterà lo scempio, dalle colline di Scansano a quelle di Massa Marittima, dall’Aretino ai dintorni di Pisa vedremo moltiplicarsi le torri eoliche accanto a quelle medievali, tra vigneti doc impoveriti, vecchi casali e agriturismi svalutati, paesani offesi e turisti scoraggiati. Vien da citare il Commiato di D’Annunzio dalla Versilia: «... e, se barbarie genera nel vento/ nuovi mostri...».

L'inchiesta di Report sul Piano Regolatore di Roma da conto, più di tante elucubrazioni, di una parte rilevante delle ragioni della sconfitta elettorale a Roma e dell'esito disastroso per la sinistra.

Certo c'è da ragionare sul candidato, sulla riproposizione dell'ex sindaco, sulla improvvisazione della lista Arcobaleno; ma è necessario indagare le cause strutturali del crollo e gli errori della sinistra che a queste cause sono collegate.

Il "modello Roma" scaturito dal PRG era un modello che separava nettamente la crescita urbana dai suoi presupposti sociali fondamentali: il censimento dei fabbisogni abitativi reali e non solo quelli indotti dall'offerta, il fabbisogno di infrastrutture e di servizi, dalle scuole materne agli asili nido, dai centri per i giovani o gli anziani agli uffici pubblici, ai trasporti rapidi e di massa su ferro. Per questo la dimensione della crescita, la sua qualità concentrata nei centri commerciali e nell'edilizia residenziale privata oltre che nelle cosiddette grandi opere, per quanto enorme e capace di determinare tassi significativi di incremento del PIL, non ha dato alcuna risposta alla domanda di abitazioni per i ceti deboli, ha accresciuto i problemi di vivibilità e di mobilità della città, non ha innalzato la qualità della vita nelle periferie. Anzi queste hanno visto peggiorare notevolmente la propria condizione sia per il crescente affollamento, anche multietnico, che ha aggravato pure i problemi di concorrenza sul mercato del lavoro oltre a rompere gli equilibri delicati delle comunità delle borgate, sia per il più marcato isolamento legato alla inadeguatezza del trasporto pubblico. Un PRG che avesse voluto esprimere l'idea della città accogliente, per tutte e tutti, avrebbe dovuto assumere questa condizione come motivazione fondamentale e il suo radicale cambiamento come obiettivo. Non è stato così.

Quel "modello Roma" e quel PRG, al contrario, sono la rappresentazione di una cultura di governo strutturalmente subalterna ai poteri forti della rendita finanziaria ed edilizia, alimentata da un obiettivo di mercantilizzazione e finanziarizzazione dell'uso della città. Il tutto sorretto da una impressionante capacità mediatica, tale da far credere che "mentre a Milano si contesta persino la utilità del Prg, Roma definisce la sua crescita attraverso il Piano Regolatore". Non era vero. Solo che a Roma mentre si costruivano milioni di metri cubi attraverso accordi di programma in deroga, sostanzialmente come a Milano, un gruppo di architetti, con la supervisione e la relativa copertura di autorevolezza accademica di Giuseppe Campos Venuti,presidente emerito dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, convertitosi al riformismo liberista, elaborava un Piano che veniva, di fatto, componendosi con le decisioni scaturite dai programmi dei costruttori contrattati con l'Amministrazione Comunale. Di questa contrattazione fanno organicamente parte lo strumento della perequazione al posto dell'esproprio, e quindi la marginalità dei progetti sociali pubblici rispetto a quelli privati, e la "compensazione", strumento inventato per riconoscere diritti edificatori inesistenti, presunti derivati da antiche previsioni di piani precedenti mai concretizzate in concessioni edilizie.

Report ha mostrato, opportunamente, la differenza con la pianificazione urbanistica di Madrid o di Parigi; ma anche la legge urbanistica regionale, la 38/99, prevedeva la possibile costituzione di Società per la Trasformazione Urbana come strumento misto, pubblico privato, per realizzare grandi progetti che fossero previsti dal Piano in base ai fabbisogni e all'idea di città da perseguire. Quella dell'accoglienza e del diritto all'abitare o quello della massimizzazione della rendita privata a scapito dell'interesse pubblico.

Il modo di procedere adottato a Roma venne battezzato con la definizione accademica altisonante del "pianificar facendo". Chi, come me, per fortuna in buona compagnia di illustri urbanisti e docenti di diritto urbanistico, non accettava questo,veniva tacciato di essere un "conservatore massimalista incapace di comprendere la nuova Urbanistica Riformista". Devo arguire che questa mia scarsa attitudine al riformismo urbanistico, nella misura in cui interferiva con le intese politiche nella giunta e nella maggioranza capitolina, consigliò il Partito a chiedermi di non occuparmi più dell'Urbanistica e specialmente a Roma!

Vezio De Lucia, oltre che maestro, coautore della proposta di legge sul "governo del territorio" presentata dai nostri gruppi parlamentari, finchè ci sono stati, alla Camera e al Senato, aveva definito "eversiva" quella proposta di PRG; ma la inveterata abitudine di separare, malgrado le affermazioni contrarie sempre ripetute, la teoria dalla prassi, ha consentito alla sinistra tutta di dialogare con Vezio nei giorni di festa dei convegni e smentirlo in quelli dell'ordinario operare come dirigenti ed amministratori.

***

L'inchiesta di Report , anche per le acute ed informate critiche di Paolo Berdini, illustra in modo puntuale i meccanismi e i sistemi di relazioni ambigui che si determinano nel mercato immobiliare e negli accordi tra i proprietari delle aree e l'amministrazione; l'ambiguità dei ruoli giocati da figure a cavallo tra la professione libera e la funzione pubblica. Così come mostra la debolezza strutturale e la subalternità in cui la logica del "pianificar facendo" mette la pubblica amministrazione.

Infatti, accettata questa logica dell'urbanistica per progetti proposti dagli imprenditori, non solo viene a mancare il quadro organico di scelte responsabili a monte che danno l'idea della città che si intende realizzare, ma è necessario, perché i progetti possano realizzarsi nelle aree dei proponenti, rimuovere tutte le norme che regolano la pianificazione urbanistica, stravolgere quelle che sovrintendono la tutela ambientale e paesaggistica, svuotare i Piani Territoriali Paesistici previsti dalla Legge Galasso.

Campos Venuti e la giunta Rutelli, quando impostavano il Piano, hanno operato perché non venisse alla luce quella legge urbanistica regionale da me voluta e prodotta da un gruppo di studiosi e di tecnici coordinato da un maestro dell'urbanistica come Edoardo Salzano; poi l'hanno definita massimalista e rigida perché obbligava i Comuni a fare i piani prima di dare il via alle concessioni edilizie ed impediva che le varianti si facessero su richiesta privata, a trattativa diretta e con accordo di programma. La giunta Veltroni ha proseguito su questa strada di "riformismo urbanistico", demolitorio delle regole e delle tutele, concordando con la Regione, allora governata da Storace, un sostanziale stravolgimento della legge sulla tutela ambientale in modo che i vincoli di salvaguardia paesaggistica e ambientale, dovessero cedere il passo alle scelte urbanistiche.

È sempre il trito discorso dei vincoli che impediscono lo sviluppo delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo e della crescita urbana!

In ragione di ciò, e per consentire la localizzazione dei 70 milioni di metri cubi del PRG di Roma, il nuovo Piano Paesistico Regionale è uno strumento talmente labile e a "maglie larghe" da risultare sostanzialmente inefficace al fine di salvaguardare il patrimonio paesistico ed ambientale della regione e, nello specifico, dell'Agro Romano.

Non contenti di ciò, al fine di accelerare l'approvazione del Piano da esibire nella celebrazione dei fasti Veltroniani, la Regione, stavolta quella di Marrazzo con la partecipazione della sinistra, sostanzialmente abroga la procedura di approvazione dei Piani Regolatori prevista dalla legge e la sostituisce con una procedura di valutazione sostanzialmente politica, e quindi discrezionale, che si manifesta in una generica Conferenza di Copianificazione tra Comune, Provincia e Regione.

A sostegno culturale, si fa per dire!, di questa impostazione "riformista", rivendicata con orgoglio da Veltroni e da Campos Venuti, sta la impostazione della proposta di legge urbanistica avanzata nella passata legislatura berlusconiana dal forzista Lupi, ex Assessore al Comune di Milano, e fatta propria da DS e Margherita dell'epoca.

Report ci ha mostrato come sono andate le cose e ha dato conto dei risultati; le urne hanno manifestato il giudizio dei romani su questo "modello" costruito col Piano Regolatore. Nei 70 milioni di metri cubi del piano non trovano posto quelli che servono per le case popolari, per l'edilizia sociale. Hanno visto, i romani, la città crescere senza e contro di loro, l'edilizia sociale solennemente promessa con delibere "monstre" e quella privata solidamente realizzata a suon di varianti e accordi di programma, e hanno giudicato. È tutto qui? Certamente no! Ma se si salta questo dato di analisi si rischia di non essere in grado di ristabilire un rapporto con quelle periferie, peraltro assegnate per competenza assessorile alla sinistra, che hanno votato la destra e Alemanno.

Quel sistema di potere che si era costruito attorno al sindaco e che aveva alimentato quel modello crolla di schianto perché non ha dato risposte alla città, ma anche perché, non essendo fondato sul diritto positivo ed oggettivo ma su un sistema negoziale mercantile, ha lasciato crepe vistose e contraddizioni aperte tra gli interessi dei diversi gruppi economici in campo. E questi interessi si sono messi alla ricerca di altri interlocutori dopo aver preso tutto quanto il veltronismo poteva dare. Anche per questo non mi appassiona la casistica dei singoli immobiliaristi e l'approccio moralistico che giudica l'effetto e non indaga le cause di un processo gigantesco di arricchimento privato e di impoverimento sociale. L'analisi di questi interessi edilizi e il loro rapporto con la struttura dell'informazione e della comunicazione, la commistione/compenetrazione di interesse privato e funzioni direttamente o indirettamente pubbliche, sociali e di servizio, danno conto sia del meccanismo che ha alimentato il grande consenso e sia della dislocazione dei poteri che ha indotto la frana.

Purtroppo, quando la sinistra arcobaleno ha cominciato ad interrogarsi su cosa succedeva in città i danni erano stati compiuti. E come il Pasquino della tradizione si è trovata al "ne ho prese tante…ma quante glie ne ho dette!".

La sinistra, e Rifondazione in primo luogo, è stata investita dal crollo perché non ha impedito che quel blocco di potere si formasse; ha accettato che venissero stravolte le norme urbanistiche e paesaggistiche che la stessa sinistra aveva conquistato a livello regionale con la giunta Badaloni e che un insigne tecnico del diritto urbanistico come Sergio Brenna considera tra le migliori e più avanzate nel panorama delle legislazioni regionali. Norme che difendo e rivendico non solo perché le avevo promosse ma, soprattutto, perché rappresentano la cultura che la sinistra ha prodotto in materia di governo del territorio e tutela ambientale.

Oportet ut Report eveniat , si potrebbe dire parafrasando il detto evangelico che invita a muovere dallo scandalo; se questo può servire per avviare il percorso di costruzione del nuovo patto tra la sinistra e la società che ha bisogno di un modello diverso di città.

Le vicende di cui ha parlato la trasmissione Report possono essere chiarite fin nei dettagli, come sta avvenendo. Una cosa, però, ci tengo a dire: in questi 15 anni le scelte urbanistiche sono state in mano a persone per bene e impegnate a riformare la città, che hanno sempre lavorato per l’interesse generale, sia facendo bene sia sbagliando. E ciò vale per tutti i settori delle nostre amministrazioni la cui dignità è stata sempre integra. Queste polemiche, però, non devono impedirci una riflessione critica. In passato sull’indirizzo urbanistico ho espresso in varie sedi forti riserve, anche se attenuate dalla lealtà verso una comune responsabilità di governo. Dopo la sconfitta però siamo tutti più liberi nell’analisi e nella proposta.

A mio parere non siamo riusciti a modificare la tendenza di fondo che ha dominato lo sviluppo territoriale per l’intero secolo. Si è continuato ad espandere la città nell’agro romano costruendo tanti quartieri isolati tra loro e sempre più lontani dal centro. In 15 anni quasi tutte le nuove edificazioni sono state collocate a ridosso e oltre il Gra, in un territorio già devastato dall’abusivismo e privo di robuste strutture urbane. Ciò ha appesantito la vita quotidiana dei cittadini, sia di quelli che già vi abitavano sia dei nuovi venuti, e ha aumentato il pendolarismo tra una periferia sempre più lontana e i luoghi centrali di lavoro, fino a produrre l’ingorgo permanente sulle consolari. Ciò che banalmente viene chiamato "disagio delle periferie" scaturisce da processi strutturali. Questo dicono i risultati del voto: perdiamo nei municipi all’esterno del Gra, cioè proprio nei vecchi baluardi del centrosinistra.

Molti cittadini, soprattutto giovani, non sono riusciti più a pagare gli altri prezzi di acquisto o di affitto e, in mancanza di politiche di edilizia pubblica abbandonate in Italia ormai da venti anni, sono stati costretti a trasferirsi nell’hinterland. Circa 300 mila persone hanno lasciato i quartieri interni dotati di servizi e di trasporti per andare a vivere in zone che ne erano sprovviste e nelle quali sarà molto più costoso realizzarli. La nostra politica urbanistica non ha contrastato questi processi, anzi li ha assecondati e addirittura li ha proiettati verso il futuro con il nuovo piano regolatore, che persevera nella logica espansiva. Non potrebbe essere altrimenti: è basato sui residui di cubatura del piano precedente, pensato nei primi anni 60 per una città di 5 milioni di abitanti. Si è molto enfatizzato il taglio apportato alle vecchie previsioni edificatorie, operazione certamente lodevole - bisognerà vigilare che non venga messa in discussione da Alemanno - ma meramente quantitativa, che non ha modificato la dinamica urbana, poiché le cubature residue comunque appartengono a quella logica espansiva e quindi continuano a provocare insediamenti sparsi nella campagna. Sono state chiamate centralità ma tendono ad essere i soliti quartieri satelliti addossati a grandi centri commerciali e comportano inevitabilmente basse densità abitative sulla grande scala, il trasporto pubblico li serve male e a costi elevati. Il ché peggiora il traffico: allunga gli spostamenti casa lavoro e dopo la sconfitta sono venuti a galla i nostri difetti: troppa sicumera, troppo sentirsi classe dirigente, troppo Modello Roma, un’autodefinizione imposta ai fatti. Dire abbiamo perso perché è cambiato il vento non è una soluzione al problema, lo sposta solo un po’ più in là; perché allora non siamo riusciti a costruire un edificio tanto solido da resistere anche al cambiamento del vento? Dei meriti del quindicennio abbiamo detto tante cose vere che ormai fanno parte del patrimonio della città. Ora però dobbiamo svolgerne anche un’analisi critica, soprattutto noi che abbiamo avuto responsabilità di governo, mettendone sotto esame tutti gli aspetti: l’amministrazione e le aziende, la mobilità, i servizi pubblici, la sicurezza, perfino la cultura e certo anche l’urbanistica.

Aumenta la dipendenza dall’auto. Si è risposto allungando oltre il Gra le previsioni dei tracciati delle metropolitane, proprio mentre l’amministrazione è meritoriamente impegnata a sanare il vecchio deficit costruendo le metropolitane per la città esistente. Achille rischia di non raggiungere la tartaruga se mentre recuperiamo il ritardo del secolo passato creiamo nuovi insediamenti che aumentano il deficit infrastrutturale. Far discendere da immodificabili localizzazioni di aree fabbricabili l’esigenza di allungare le linee del trasporto è stato un errore. Si è parlato di priorità del ferro, ma è il suo esatto contrario, è la subordinazione dei trasporti alla localizzazione di cubature come variabile indipendente dello sviluppo urbano. Infatti, quasi preso da un senso di colpa a posteriori il piano stabilisce che non si possono attuare le edificazioni senza i necessari trasporti, ma si doveva evitare a monte che nascesse l’esigenza di nuove infrastrutture.

Ciò era possibile seguendo un approccio alternativo: non partire dai residui del piano del ’62, anzi spostare quelle vecchie previsioni espansive, concentrandole sulle stazioni del trasporto esistenti e già in costruzione - quindi senza creare nuovi deficit infrastrutturali - soprattutto quelle interne, per riportare le residenze nella città consolidata. Questo sì, sarebbe stato un piano basato sulla priorità del ferro, in quanto avrebbe scelto i nodi della rete come i luoghi di più intensa trasformazione a discapito di tutti gli altri. Si doveva quindi indirizzare lo sviluppo all’interno della città dove esistono molti margini di trasformazione. Roma è infatti quasi vuota, su una superficie grande come quella di Parigi ha un terzo degli abitanti, anche se ciò è difficilmente percepibile dal senso comune a causa del disordine urbanistico cha ha lasciato zone abbandonate e altre eccessivamente ingolfate. Bisognava operare con grandi progetti di recupero residenziale, anche demolendo parti della cattiva edilizia degli anni Cinquanta. Certo, sarebbe stata una trasformazione complessa, sia nella tecnica sia nella politica, ma solo questa rottura della logica espansiva novecentesca avrebbe davvero meritato l’attributo di nuovo piano del Duemila.

Va però riconosciuto a merito del piano approvato l’aver stabilito le regole per tale trasformazione dei tessuti esistenti e l’aver individuato, attraverso la condivisione dei cittadini, le centralità dei quartieri consolidati, quelle sì davvero utili. Non a caso negli anni passati le cose migliori sono state realizzate nella città esistente mediante gli interventi pubblici, basta vedere come è migliorato l’Ostiense con la nuova università. Gli investimenti privati, invece, sono come l’acqua e vanno dove trovano la strada. Solo bloccando la strada in discesa per l’espansione si possono trovare le energie per la strada più irta della trasformazione interna.

Si è sostenuto che questa svolta non era possibile perché in conflitto con i diritti edificatori dei proprietari delle aree esterne, ma è un argomento inconsistente. Proprio l’innovazione teorica del piano era basata sullo strumento della compensazione finalizzato a spostare una cubatura da una parte all’altra, senza turbare i diritti edificatori, i quali peraltro possono essere modificati proprio quando si fa pianificazione generale. Comunque, anche volendo evitare contenziosi, purtroppo sempre possibili a causa della debole legislazione sui suoli, la compensazione avrebbe consentito di delocalizzare le cubature esterne verso le aree più interne prossime alle stazioni, le quali oltretutto sono spesso di proprietà pubblica.

Invece lo strumento è stato usato nel modo peggiore verso l’espansione: lo conferma perfino la meritoria cancellazione dell’edificazione di Tor Marancia, che ha salvato uno splendido paesaggio a ridosso dell’Appia Antica, ma a prezzo del trasferimento nell’hinterland di più del doppio della cubatura prevista, aggravando così in futuro la mobilità e i servizi. Ciò si è ripetuto in molti altri casi, è prevalso infatti un compromesso al ribasso tra la vecchia domanda di costruire a prescindere dalla qualità localizzativa e la povertà della cultura ambientalista italiana, che capisce solo la tutela della singola area, senza neppure accorgersi dei guasti ambientali prodotti da una struttura urbana mal fatta. Così, gli ambientalisti hanno gioito per i tagli e costruttori per i residui, ma nessuno si è occupato della qualità del sistema, cioè lo scopo di un vero piano urbanistico. Un malinteso sviluppismo e un malinteso ambientalismo hanno deformato il progetto della struttura urbana. Sarebbe stato meglio interrogarsi su questi problemi quando i nostri consensi superavano il 60%. Allora però le analisi critiche erano tabù.

Non è solo un problema romano. È franata la cultura urbanistica italiana negli ultimi venti anni, non solo come disciplina, ma soprattutto come consapevole pratica politica. Usiamo ancora i loro nomi storici - Roma, Milano, Napoli, Palermo - ma sono ormai oggetti geografici di forma e scala completamente diversi dal passato. Senza alcun governo dei processi sono diventate galassie metropolitane, ingestibili pulviscoli di case sparse, capannoni pseudoindustriali, uffici in vetrocemento, centri commerciali e orribili viadotti. Lo sprawl della città contemporanea globalizzata, connotata soprattutto dall’uso dell’auto. In Europa è una tendenza contrastata con il progetto urbanistico, mentre noi abbiamo assunto pedissequamente il modello americano della città infinita, sovrapponendola ai centri storici più delicati del mondo. Con gravi effetti macroeconomici: se rifacessimo i conti del Pil nazionale dell’ultimo decennio sottraendo le voci della febbre immobiliare scopriremmo anche nelle statistiche ufficiali un paese depresso, molto più simile alla percezione del senso comune. A sproposito si parla di mercato: quando un proprietario rivende un’area a un prezzo dieci volte superiore a quello d’acquisto, senza alcun rischio di impresa, si appropria semplicemente di una ricchezza prodotta dalle decisioni pubbliche. Così le rendite sottraggono risorse alla produzione. Perché mai un imprenditore dovrebbe imbarcarsi in complesse innovazioni tecnologiche se può ottenere molto di più acquistando un immobile al momento giusto? Poi arrivano i furbetti del quartierino che tentano la scalata ai salotti buoni del capitalismo italiano e ai loro giornali e allora la politica si accorge del problema, più per gli effetti che per le cause. Avete mai sentito un politico di centrosinistra negli ultimi venti anni andare in tv a parlare di rendita urbana? Avete mai letto in un nostro programma elettorale un accenno alla regolazione della rendita immobiliare? Si è discusso fino all’accanimento della rendita dei Bot, ma non di quella ben più consistente del mattone.

L’urbanistica è una brutta bestia, quando si prendono le decisioni importanti appaiono avvolte in un tecnicismo che allontana, poi a distanza di tempo ci si accorge che lì erano in gioco cose ben più rilevanti di tanti bla-bla televisivi. La crisi della cultura urbana mette in evidenza l’incapacità della politica di governare i tempi lunghi. La nuova politica deve tornare a pensare il futuro della principale risorsa italiana, della città e dei suoi abitanti.

Un agente in divisa (festa della Polizia, 16 maggio, ore 10.30) si è staccato dalla sua pattuglia, si è accostato per dire: «Sono di sinistra. Mi dicono che sono l’unico. Mi aiuti a capire. Dove ho sbagliato?».

Poco prima in un altro crocevia due signori bene in arnese non tanto più giovani di me si erano piazzati alle mie spalle il più vicino possibile, e fingevano di conversare ad alta voce.

Uno: - Ha vinto Berlusconi, se lo devono mettere in testa i comunisti. Ha vinto Berlusconi.

L’altro: - Eh santo Dio, finalmente ce li siamo levati dalle palle. Per sempre, hai capito, per sempre.

Uno: - Era ora. ’Sti comunisti del cazzo che ci stavano rovinando... ’Sti comunisti di Prodi!

Alcuni giorni prima, a Fiumicino, di ritorno dal Salone del Libro, mentre ero intruppato nella piccola folla che camminava verso il ritiro bagagli, due signori, più manager che pensionati, cercavano di restare vicini per farsi sentire in una cantilena tipo “Hare Krishna” «Per fortuna ha vinto Berlusconi... per fortuna ha vinto Berlusconi. Passa parola ai comunisti...». Con loro c’era un bambino serio, con il suo zainetto, probabilmente in trasferta tra padre e madre, tra una casa e l’altra. Oltre a me, era il solo a essere imbarazzato.

Nella libreria Mondadori di via del Corso si è accostata una signora, anche lei con un bambino per mano. Dice: «Dateci una parola di speranza». Ci siamo salutati con un sorriso.

La sera prima, di fronte al televisore per guardare una memorabile puntata di “AnnoZero” (quella in cui Travaglio ha spiegato che nei Paesi democratici ci si ispira all’emendamento della Costituzione americana che vieta al governo di censurare la stampa affinché la stampa possa censurare il governo) vengo sorpreso da questo scambio di battute fra il sindaco Ds-Pd di Salerno De Luca e il sottoministro leghista Castelli.

De Luca: - Prima di tutto dobbiamo imparare dalla Lega Nord, imparare dal loro rapporto col territorio, dalla forza del loro linguaggio... lo dico a tutti ma vedo che la sinistra fa spallucce.

Castelli: - Ma no, no, quelli di sinistra non fanno spallucce. Adesso le piegano le spalle.

Lo stesso sottoministro Castelli, poco prima, dopo avere ascoltato un appassionato, civile intervento di Stefano Rodotà contro la barbarie dei rastrellamenti notturni e delle invasioni alle quattro del mattino nei campi legali abitati da Rom di cittadinanza italiana e monitorati da posti fissi di polizia, ha detto con espressione beata: «Avete notato? da quando ci siamo noi non sbarcano più».

Michele Santoro ha dovuto pazientemente ricordargli che cinquanta clandestini erano morti in mare appena pochi giorni prima. Ma non ha cancellato quell’aria di trionfo sul viso di Castelli. Ognuno ha le sue ragioni di felicità. Per fortuna, si è spostata la telecamera.

Proprio in quelle ore dal Libano (pensate, dal Libano) il nuovo ministro della Difesa La Russa, camuffato da capo a piedi in divisa da combattimento ha annunciato che l’ordine pubblico in Italia (ovvero l’argine forte e risoluto contro l’incontenibile orda degli immigrati e dei clandestini, che, come si sa, straripano lungo i viali e assediano minacciosi le chiese cristiane) sarà mantenuto dai pattuglioni composti da esercito e polizia. Soldati armati per le strade di Milano, di Torino, di Roma. È sempre più evidente che alcuni, nel nuovo, agile governo di Berlusconi Quinto, lavorano a trasformare i loro sogni in un incubo, con la loro Notte dei cristalli e i loro pogrom. Le foto dell’assedio, della fuga, dell’incendio di Ponticelli hanno guadagnato la prima pagina del New York Times di giovedì scorso. Noi italiani abbiamo immagini buone e meno buone di noi nel mondo. Ma crudeli e razzisti mai. Adesso Gentilini e Borghezio hanno vinto su Primo Levi e Piero Calamandrei.

* * *

Per caso, subito dopo “AnnoZero”, subito dopo l’immagine di un Paese in cui la voce di Stefano Rodotà resta la sola a indignarsi dell’incendio dei campi nomadi, ho ascoltato a Radio Radicale un frammento del loro archivio. Hanno ritrasmesso, proprio quella sera (notte dal 15 al 16 maggio) una riflessione di Emma Bonino sull’immigrazione che mette in luce la cieca e sorda xenofobia della Lega che ormai è il vero motore del governo di destra, mentre gli altri si dedicano a teatrali cerimonie di potere nello stesso tempo assoluto e benevolo. La Bonino ti fa capire quanto sia piccola la testa dei tanti Castelli leghisti e neo-leghisti, e la disinformazione profonda che sono riusciti a radicare in Italia. I filmati di “AnnoZero” ci hanno mostrato, in fiorenti città emiliane senza criminalità, il furore razzista di brave signore e di ex militanti di tutte le gradazioni della sinistra.

La Bonino divide la sua riflessione in tre parti. «Loro», «noi» e «il che fare». «Loro», gli immigrati devono essere visti prima di tutto, a partire dai dati: in 10 anni si è messo in moto un flusso fisso di 150 milioni di esseri umani che vengono e continueranno a venire per non morire. È un due per cento della popolazione del mondo che tenta e continuerà a tentare, contro qualunque politica di contenimento, dal mondo della penuria a quello del lavoro.

Quel due per cento potrà aumentare, se continuiamo a permettere che la penuria diventi fame e che un minimo di speranza lasci il posto alla disperazione. Ma niente al mondo potrà fermare un flusso che nessuno regola e nessuno contiene. Ed è ridicolo affermare che quel flusso lo decidiamo noi. La Bonino ricorda che centinaia di chilometri di muro fra Stati Uniti e Messico non hanno fermato un solo messicano clandestino. Poi Emma Bonino propone due punti che sembrano sfuggire, in Europa, a ogni governo, nonostante siano noti ed evidenti. Il primo è che le rimesse degli emigranti sono quasi sempre la parte più importante del Pil dei Paesi da cui fuggono. Dunque nessun accordo bilaterale potrà mai funzionare, neppure a pagamento. Le rimesse sono somme immense e non si possono negoziare contro il ritorno di spossessati.

Il secondo punto è che il mondo agiato, anche quando non è governato da politici immersi nelle xenofobia, che diventano «impresari della paura», non compra neppure uno spillo dal mondo povero. Non compra, ma preme e ricatta per vendere nel mondo povero in prodotti del mondo agiato.

In questo modo lavora alacremente a mantenere stabile quel flusso fisiologico che si stabilisce da solo e che nessun governo può regolare.

Poi - nella riflessione della Bonino - ci siamo «noi». «Noi» siamo l’Europa e gli Stati Uniti. L’atteggiamento è psicotico. Noi, le stesse persone, li vogliamo per lavorare e nessuno va per il sottile se sono clandestini. Meglio, li paghi meno.

«Noi» però siamo gli stessi che non li vogliono vicini, non li vogliono in città, non li vogliono vedere, li accusano di tutti i reati, li preferiscono in prigione, invocano l’espulsione.

La via d’uscita? Concentrare tutte le risorse, morali, materiali, legali e tecniche sull’unico percorso possibile non per bontà ma per necessità: l’integrazione.

È stata una bella sorpresa apprendere che la riflessione pubblica di Emma Bonino sulla immigrazione che ho ascoltato da Radio Radicale, subito dopo avere visto il sindaco già di sinistra De Luca e il sottoministro Castelli scambiarsi effusioni da guerrieri con grinta che sanno come trattare gli indigeni, aveva questa data: 12 dicembre 2002. Come si vede non tutta la civiltà marcia allo stesso passo.

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Ma adesso, ai nostri giorni, da noi, mentre continuano brutte e difficili guerre nel mondo (Iraq, Afghanistan) mentre resta la minaccia dell’Iran e rialza la testa la doppia guerra del Libano (contro il Libano e contro Israele) e non si sa quale sarà, fra poco, il destino dell’Egitto e quello del Pakistan, ma anche il prezzo del petrolio e la tenuta della grande finanza americana, troppo posseduta dai «fondi sovrani» cinesi e arabi, adesso il ministro della Difesa italiano annuncia soldati armati contro i Rom in Italia, una misura che ricorda gli ultimi giorni della Repubblica di Weimar. E intanto molti sindaci «di sinistra» offrono le loro ronde di cittadini come pegno per la loro resa agli «impresari di paura» della Lega Nord. E gli «impresari di paura» della Lega Nord vanno a giurare fedeltà alla Padania nella squallida messa in scena teatrale di Pontida. Resta da domandarsi come possa un gruppo xenofobo locale eletto in un’area sola del Paese sulla base di un impegno per quell’unica area, sanzionato da un giuramento, governare tutto il resto del Paese che non conosce quel partito, non lo ha votato e non poteva votarlo. Infatti la Lega fuori dal Nord non presenta né liste né candidati.

Sorprende che nessun costituzionalista si sia posto il problema se si può governare un Paese in nome e per conto di un progetto di secessione da quel Paese.

Non risulta che i secessionisti scozzesi, che pure hanno ottenuto la devolution, possano governare a Londra.

E cominciamo a scoprire che le accuse di Berlusconi a Casini (ci impediva di governare) non erano infondate.

Adesso, infatti, sono gli avvocati di Berlusconi a lavorare per conto della Lega alfine di dare all’Italia una vergogna in più: il reato di clandestinità. La vergogna si rivela due volte. La prima perché accusa e macchia di un reato persone innocenti che sono note, listate, rintracciabili in quanto da anni stanno tentando di percorrere i crudeli labirinti della legge Bossi-Fini. Hanno presentato i documenti e si sono - in tal modo - autodenunciati.

Ed è vergogna perché i clandestini lavorano e tengono in piedi intere aziende e senza di loro molti settori dell’industria italiana smettono di produrre.

Dovremo ricordarci di queste date, di questi giorni, di questo anno. Al contrario di quanto è avvenuto negli anni 60 in America, dove Martin Luther King si è messo alla testa del Movimento dei diritti civili, qui, in questa Italia, fra campi nomadi bruciati, famiglie con bambini in fuga, case distrutte con la gente dentro («stranieri», si intende, è accaduto già varie volte, fra inchieste imprecise e colpevoli non rintracciati) si è messo in marcia un potente movimento contro i diritti civili. A capo ci sono i ministri della Lega secessionista, che lavora alacremente a dividere e danneggiare l’Italia. E ci sono i servizi legali del «Popolo delle Libertà» (cioè di casa Berlusconi) e ciò che resta di An disciolta nell’acido berlusconiano.

Chi ha capito tutto è Fini. Dirige la Camera abbronzato e annoiato, dà risposte sbadate, mostra poco orgoglio e poco interesse per il posto che gli hanno assegnato. Ha capito che l’involuzione sembra soft, sarà durissima. M non riserva per lui alcun posto nella catena del potere.

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Scrive Massimo Franco sulla prima pagine del Corriere della Sera del 14 maggio che occorre «sconfiggere quanti continuano a ritenere più comodo lo scontro». Vorrei assicurare il collega che non è così comodo. Anche perché basta la minima critica, il più cauto dissenso per parlare di «scontro». La solitudine si rivela anche un po’ pericolosa, come dimostra l’aggressione a colpi di casco del ragazzo «comunista» a piazza San Giovanni a Roma, la sera di venerdì 16 maggio. Poi però il sindaco Alemanno gli manda la sua solidarietà. E questo è il massimo di civiltà in cui puoi sperare in questo momento.

Infatti ti capita non raramente di ricevere lettere come questa: «Egregio (?) sig. Colombo Furio, sono un simpatizzante leghista di lunga data: le scrivo queste righe per esprimere il mio più totale disprezzo sia per quello che dice in Tv nelle trasmissioni condotte dai suoi soci-amici, sia per quello che scrive sul suo vergognoso organo di disinformazione che è l’Unità. Mi domando come faccia il Pd ad accettare che un personaggio come lei faccia parte dei suoi rappresentanti. E non capiscono che lei apre bocca solo per spargere sempre veleno e rancore contro il Berlusca. È veramente autolesionistico da parte di Veltroni averle dato una poltrona. Con totale disistima. La saluto. E mi raccomando: continui a scrivere. Paolo da Milano». Sì, grazie. Conto di continuare a farlo.

Si è parlato molto, negli ultimi anni, della casta politica e delle sue cecità, dei suoi privilegi. Si è parlato della distanza che la separa dal cittadino, dal suo quotidiano tribolare. Si è parlato assai meno della malattia, vasta, che affligge l’informazione e il compito che essa ha nelle democrazie. Compito di chiamare i poteri a render conto, tra un voto e l’altro. Compito d’abituare l’opinione pubblica non a inferocirsi, ma a capire le complicazioni, a esplorarne le radici, a scommettere con razionalità su rimedi non subito spettacolari. Compito di formare quest’opinione, cosa che spetta all’informazione in quanto «mezzo che mette il cittadino a contatto con l’ambiente che sta al di fuori del suo campo visuale»: lo scriveva Walter Lippmann nei primi Anni 20, e la missione è sempre quella.

La malattia non è solo italiana, sono tante le democrazie alle prese con un’informazione che fallisce la prova, che al cittadino non rende visibile l’invisibile, che dal potere politico si fa dettare l’agenda, le inquietudini, gli interessi prioritari. Che è vicina più ai potenti o alle lobby che ai lettori. Che alimenta il clima singolare che regna oggi nelle democrazie: come se vivessero un permanente stato di necessità - di guerra - dove per conformismo si sospendono autonomie, libertà di dire. La grande stampa Usa si è fatta dettare l’agenda da Bush, per anni. La stampa francese per anni s’è dedicata ai temi prediletti da Sarkozy.

Quel che ci rende originali non è dunque la malattia. È il fallire del sistema immunitario, che altrove generalmente funziona. Non sappiamo liberarci dalle patologie, dalle loro cellule.

Siamo immersi in esse con compiacimento, con il senso di potenza che dà l’ebbro sentirsi in branco: lo straordinario conformismo che disvelò Jean-François Revel (Pour l’Italie, 1958) non è scemato. In Italia c’è poca auto-stima ma anche poca analisi di sé. Un romanzo spietato come Madame Bovary è da noi impensabile. Quanto all’informazione, nulla che somigli alle autocritiche dei giornalisti Usa sull’Iraq, emerse quando Katrina travolse New Orleans. L’informazione italiana non produce anticorpi atti a ristabilire un contatto con la società. Il risultato è palese, oggi, e lo storico Adriano Prosperi lo descrive con nitidezza: nel Palazzo «un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza (...) un’aria di intesa e di pace». Fuori, intanto: una guerra tra poveri, e pogrom moltiplicati contro rom e diversi (la Repubblica, 16-5). Il guaio è che anche la stampa è Palazzo: incensa serenità politiche ritrovate e scopre, d’improvviso, una società inferocita da tempo, ormai indomabile dalla destra che l’ha sobillata.

L’enorme polemica suscitata da alcune affermazioni televisive del giornalista Marco Travaglio è sintomo di questa malattia, assieme alla violenza, impressionante, con cui alcuni si scagliano contro di lui (in primis un grande professionista d’inchieste giudiziarie come Giuseppe D’Avanzo). Il Paese traversa tifoni, e i giornalisti trovano il tempo di scannarsi a vicenda come fossero nell’ottocentesca Zattera della Medusa. Chi ha visto il quadro di Géricault, al Louvre, ricorderà la cupa zattera, dove pochi naufraghi pensarono di salvarsi a spese di altri. Su simile zattera sono oggi i giornalisti, mangiandosi vivi. L’istinto della muta è forte in tempi di necessità, di Ultimi Giorni dell’Umanità.

Ignoranza e mancanza di memoria sono tra i mali che impediscono di smettere il cannibalismo tra giornalisti e di suscitare un’opinione pubblica informata. Si ignora quel che succede nel Paese, e da quanto tempo. Il pogrom di Ponticelli non è un evento nuovo. Violenze di mute cittadine contro il capro espiatorio già sono avvenute il 2 novembre 2007, quando squadracce picchiarono i romeni dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani. Già il 21-22 dicembre 2006 presidi cittadini incendiarono un campo nomadi a Opera presso Milano, approvati da un consigliere comunale leghista, Ettore Fusco, ora sindaco. E non erano violenze nate da niente, avevano anch’esse album di famiglia che chi ha memoria conosce: la tortura di manifestanti no-global a Genova nel 2001; gli sgomberi dei campi Rom attuati brutalmente dal Comune di Milano nel giugno 2005; le parole del presidente del Senato Pera contro i meticci nell’agosto 2005; le complicità del governo Berlusconi nel rapimento di Abu Omar e nella sua consegna ai torturatori egiziani.

Erano pogrom anche quelli del 2006-2007, e gli oppositori di allora non sapevano che a forza di aizzarli avrebbero suscitato i mostri che adesso, grazie all’allarme europeo, devono condannare. La perdita di memoria è stupefacente, ramificandosi s’espande. D’un tratto Berlusconi è «un’altra persona», al pari di suoi amici come Dell’Utri, Schifani. Non hanno dovuto fare ammenda: sono altre persone perché il conformismo fa letteralmente magie. Non si ricorda quel che è stato Berlusconi ancora ieri: come quotidianamente ha delegittimato Prodi, trascinando dietro di sé l’informazione. Di conflitto d’interesse non si parla più. Non si ricordano i trascorsi dei suoi uomini. I rapporti con la mafia o il vivere vicino a essa sono pur sempre una loro macchia. Travaglio ha avuto il cattivo gusto di non uniformarsi, di dirlo a Fabio Fazio su Rai3. Sta pagando per questo.

Fa parte del conformismo giornalistico il fascino per il potere (il vizio infantile descritto nel libro di Scalfari: non solo i buoni vincono ma chi vince è buono). E anche se il fascino esiste altrove, in Italia è diverso: proprio perché lo Stato è debole, la massima irriverenza verso le cariche repubblicane si mescola non di rado a riverenze esagerate (verso il presidente del Senato, anche verso il Capo dello Stato). L’usanza non esiste in regimi presidenziali come America e Francia.

Travaglio è un professionista che ha molto investigato, ma ve ne sono altri: Abbate che ha indagato su mafia e politica, o Peter Gomez, Gian Antonio Stella, Elio Veltri, Carlo Bonini, Francesco La Licata. Anche D’Avanzo è fra essi, e per il lettore non è chiaro perché si sia tanto accanito contro Travaglio, il cui carattere non è più spigoloso di altri astri giornalistici. Travaglio si è chiesto come mai un politico dal passato non specchiato sia presidente del Senato. Non è illegittimo. Ha violato il sacro della carica, ma la prossimità di Schifani alla mafia è già stata descritta da Lirio Abbate e Peter Gomez ne I Complici - in libreria dal marzo 2007 - senza che mai sia stata sporta querela. Berlusconi s’avvia a esser osannato allo stesso modo, metamorfizzandosi in tabù. L’antiberlusconismo non è più una normale presa di posizione politica; sta divenendo un insulto che disonora oppositori e giornalisti. Qui è l’altra originalità italiana. Nessuno si sognerebbe in America di accusare il New York Times o i democratici di anti-bushismo, nessuno in Francia denuncerebbe l’anti-sarkozismo di Libération o dei socialisti. Da noi lo spirito dell’orda è tale che ieri era indecente difendere Prodi, oggi è indecente attaccare Berlusconi.

Le precipitose scuse di Fabio Fazio non erano necessarie. Più appropriato è quello che ha detto dopo, su La Stampa del 13 maggio: «L’idea che si immagini sempre il complotto, la trama, fa pensare che non possa esistere la normalità; è come se non si riuscisse a concepire che in Italia c’è chi lavora autonomamente. Noi giornalisti non siamo dipendenti della politica. Semmai questo è un atteggiamento proprietario che ha la politica nei confronti dei cittadini». Che cos’è la normalità, per il giornalista? È non farsi intimidire, non lasciarsi manipolare dalla violenza con cui il presidente della Camera Fini giustifica, in aula, gli attacchi a Di Pietro («dipende da quel che dici»). È lavorare solo per i lettori: via maestra per fabbricarsi gli anticorp

COMINCIO questa mia rassegna settimanale dei principali fatti e misfatti politici con una citazione. E’ tratta da un libro di Alexis de Tocqueville, "La democrazia in America" scritto due secoli fa e ormai diventato un classico. L’ha ricordato Umberto Eco nella sua "bustina" sull’ Espresso di venerdì.

«Nella vita di ogni popolo democratico c’è un passaggio assai pericoloso, quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente dell’abitudine alla libertà. Arriva un momento in cui gli uomini non riescono più a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore e da un momento all’alto può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Non è raro vedere pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o distratta e che agiscono in mezzo all’universale immobilità cambiando le leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi. Non si può fare a meno di rimanere stupefatti di vedere in quali mani indegne possa cadere anche un grande popolo». Aggiungo per doverosa completezza l’avvertenza che spesso compare in certi film che trattano problemi e casi di stretta attualità: «Ogni riferimento a personaggi reali è infondato o puramente casuale».

Abbiamo assistito ed assistiamo, dopo la vittoria del centrodestra ad una profonda trasformazione del leader di quella parte politica, da pochi giorni asceso per la quarta volta in 14 anni alla presidenza del Consiglio. Tanto è stato demagogico e iracondo nelle sue precedenti apparizioni e tanto appare oggi uno statista pensieroso del bene comune. Molti dubitano della sincerità di questa trasformazione.

Un campione intervistato da "Sky Tg24" su questo tema, rispondendo alla domanda «è sincero o è bugiardo?» ha dichiarato per l’82 per cento «è bugiardo». Una parte consistente del campione è formata evidentemente da persone che appena pochi giorni prima avevano votato per lui. Ciò rende estremamente pertinente l’analisi di Tocqueville.

Ma io non credo – e l’ho già scritto domenica scorsa – che Silvio Berlusconi, bugiardo per antonomasia, in questo caso menta. E’un grande attore e un grande venditore del suo prodotto, cioè di se stesso, e come tutti i grandi attori si immedesima completamente con ciò che dice. Nel momento in cui decide di assumere e interpretare il personaggio dello statista, quella maschera diventa vera, diventa realtà, l’attore si comporta da statista e lo è. Quindi va preso sul serio. Del resto in politica le parole sono pietre ed è precluso fare il processo alle intenzioni.

Tuttavia la memoria delle maschere assunte in precedenza rimane e deve rimanere perché l’attore può cambiar maschera a suo piacimento e in qualunque momento se gli ostacoli che incontra lungo la strada si rivelino troppo difficili e troppo ostici ai suoi interessi e alle sue ambizioni. Il grande attore non ha convinzioni proprie e una propria identità: si immedesima nella parte e quella è la sua forza. Finita una recita ne comincia un’altra; talvolta interpreta due parti e due personaggi diversi e addirittura contrapposti. In queste situazioni pirandelliane Berlusconi ci si ritrova molto bene e tutti noi, cittadini di questo Paese, dobbiamo ricordarcelo.

Ho detto che il grande attore non ha convinzioni proprie o, se pure ne ha, esse sono irrilevanti di fronte alla sua personalità recitante. Ma quando la recita è finita le sue pulsioni istintuali affiorano e determinano i suoi comportamenti. Abbiamo imparato a conoscerle, le pulsioni istintuali di Berlusconi che è sulla scena nazionale da ormai trent’anni. Il neo-statista va preso sul serio e gli si può e anzi gli si deve fare un’apertura di credito; del resto le elezioni le ha vinte e la sua legittimità è piena e fuori discussione. Non altrettanto la sua tempra morale e politica. Perciò con lui la disponibilità deve andare di pari passo alla memoria vigile e al riscontro costante tra parole e fatti, tra intenzioni e realizzazioni.

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La sua campagna elettorale e quella dei suoi alleati Bossi e Fini è stata costruita soprattutto sul tema della sicurezza. Gli errori del centrosinistra su questo tema sono stati molti e gravi: la maggioranza si è più volte sfaldata, i dirigenti della sinistra radicale hanno frequentemente bloccato provvedimenti di energica prevenzione e di necessaria repressione predisposti a suo tempo dal ministro dell’Interno Giuliano Amato in accordo con Prodi. La magistratura, le sue lentezze e i suoi riti hanno fatto il resto e la delinquenza ha goduto di una diffusa impunità. Non tale tuttavia da rappresentare una minaccia nazionale. Se essa è balzata al primo posto nelle preoccupazioni degli italiani ciò è avvenuto perché la percezione di quella minaccia e la paura che ne è derivata sono state cavalcate senza risparmio e senza ritegno dai triumviri del centrodestra.

Cecità di fronte al fenomeno della micro-delinquenza da parte della sinistra radicale, eccitamento della paura da parte della destra: in queste condizioni i richiami alla ragione e al senso di responsabilità dei democratici sono caduti nel vuoto.

Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Berlusconi è scoppiata la sindrome delle ronde di strada, della repressione fai-da-te, del giustizialismo di quartiere. Nelle province di camorra la criminalità organizzata si è trasformata in giustizialismo di piazza: la manovalanza camorrista ha preceduto la polizia e i carabinieri, l’assalto ai campi rom è venuto prima delle leggi in corso di redazione da parte del nuovo ministro dell’Interno il quale, in accordo con il sindaco di Milano e con quello di Roma, ha anche istituito la nuovissima figura del "Commissario ai rom".

Che cosa debba fare un commissario addetto ad un’etnia è un mistero, ma una cosa è certa: si tratta di un’inutile e pericolosissima criminalizzazione d’una collettività.

Maroni si affanna da qualche ora a ridimensionare gli aspetti abnormi di queste sue iniziative strombazzate a pieno volume durante la campagna elettorale. Il reato di immigrazione clandestina, che costituiva uno dei punti forti della predicazione leghista, ha dovuto essere depennato di fronte alle obiezioni del capo dello Stato e dell’opinione pubblica europea, ma resta un contesto non solo repressivo ma persecutorio che eccita ancora di più la gente di mano e il teppismo della destra estrema.

L’altro ieri a Napoli uno stuolo di mamme scarmigliate e urlanti voleva scacciare alcuni handicappati-rom che per una notte erano stati ricoverati in un convitto dopo l’incendio del campo di Ponticelli. «Bruciarli no, ma scacciarli sì e subito» urlavano quelle mamme ed una in particolare che era la più agitata. Si è poi saputo che è la moglie del boss camorrista di quel quartiere.

A questo siamo arrivati, ma c’è una logica nella follia d’aver cavalcato la paura fino a questo punto: poiché miracoli in economia non se ne potranno fare, bisognava suscitare un nemico interno sul quale scaricare le tensioni e doveva essere un nemico capace di concentrare su di sé l’immaginario della nazione. Ora quell’isteria dell’immaginario ha preso la mano da Napoli a Verona e può dar luogo a conseguenze assai gravi.

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Walter Veltroni ha fatto bene ad incontrare Berlusconi a Palazzo Chigi venerdì mattina. Dal resoconto fatto dallo stesso segretario del Pd risulta che abbiano toccato vari e importanti argomenti: dalle riforme istituzionali da fare insieme ai programmi dei due schieramenti che restano invece, come è giusto che sia, fortemente conflittuali.

In particolare hanno parlato di Rai (qui la conflittualità è massima) di sostegno dei salari (anche su questo punto non c’è stato accordo) di legge elettorale europea (istituzione d’una soglia di sbarramento del 3 per cento).

Non si è parlato invece di sicurezza, per riguardo (così è stato detto) alle prerogative del Capo dello Stato cui spetta di controfirmare i decreti e i disegni di legge.

A noi non sembra una buona cosa avere escluso dall’agenda di questo primo incontro il tema della sicurezza. Al dà degli specifici provvedimenti di prevenzione e di repressione che si dovranno adottare, resta una visione d’insieme che riguarda – come scrive Tocqueville nella citazione sopra riportata – «il gusto di civiltà e di libertà».

La nostra visione di cittadini democratici mette strettamente insieme la legalità, la protezione dei cittadini, la certezza delle pene, la repressione rigorosa della giustizia di strada e delle ronde «volontarie», l’opposizione più ferma ad ogni criminalizzazione di etnie e di collettività.

Questo avremmo voluto che il segretario del Pd dicesse a titolo di premessa nel suo primo incontro con il presidente del Consiglio. Sappiamo che questa visione e questi valori appartengono interamente al patrimonio etico-politico di Veltroni e del partito da lui guidato. Vogliamo sperare che siano condivisi anche da Silvio Berlusconi nella sua nuova veste di statista. Ma se ci si deve impegnare in una politica di dialogo istituzionale, questi valori non possono essere sottaciuti e dati per noti; vanno viceversa proclamati e la loro condivisione va posta come premessa e condizione indispensabile al dialogo. Se non fossero condivisi e tradotti in atti legislativi e in linee guida amministrative conformi, il dialogo non potrebbe e non dovrebbe evidentemente aver luogo.

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Poche altre cose vogliamo aggiungere a proposito delle riforme istituzionali che maggioranza ed opposizione dovranno portare avanti insieme.

Ben venga il riconoscimento da parte di Berlusconi del governo-ombra come interlocutore del governo governante. Ma non c’è soltanto il Partito democratico all’opposizione, sicché se si vorrà formalizzare questa novità bisognerà volgere al plurale quella parola perché tutte le opposizione hanno il diritto di interloquire. Oppure non si formalizzi nulla e si aumentino piuttosto i poteri di controllo del Parlamento in pari misura ai maggiori poteri che è giusto riconoscere al presidente del Consiglio, capo dell’Esecutivo.

E’passato quasi sotto silenzio (se si esclude il lucido articolo di Ignazio Marino su «Repubblica» di venerdì) il fatto che nel nuovo governo non esiste più il dicastero della Sanità, derubricato come parte del dicastero del «Welfare» affidato ad un sottosegretario o vice ministro che sia.

La derubricazione d’un ministero le cui attribuzioni sono sotto l’usbergo della Costituzione sotto forma del diritto alla salute di tutti i cittadini, è incomprensibile e inaccettabile. Capisco che la derubricazione possa esser gradita ai presidenti delle Regioni più ricche ma proprio per mantenere la parità di prestazioni sanitarie secondo il bisogno e non secondo il reddito che la Costituzione sancisce, non si può abolire il ministero della Salute e disossare il Servizio sanitario nazionale.

Questa materia riporta l’attenzione sul federalismo fiscale, altro tema delicatissimo che fa parte di quelle riforme da fare insieme tra maggioranza ed opposizione.

Bossi ha programmato da tempo la sua secessione dolce del Lombardo-Veneto basata su un federalismo fiscale spinto all’estremo e Berlusconi, Tremonti e Fini gli hanno dato carta bianca. Dove ci può portare questo salto nel buio in termini politici ed economici è ancora del tutto ignoto. I primi studi effettuati da economisti indipendenti mostrano squilibri fortissimi tra Nord e Sud, tra regioni ricche e regioni povere, tra entrate tributarie incassate e fonti di reddito che le generano.

Il federalismo fiscale si ripercuote anche su alcuni principi costituzionali, sul Senato federale, sulla composizione e i poteri della Corte Costituzionale. Se non ci sarà accordo su queste complesse e delicatissime questioni il governo dovrà procedere da solo e poiché non dispone della maggioranza necessaria per leggi di natura costituzionale dovrà ricorrere ad un referendum che spaccherebbe il Paese in due.

Ci pensi bene il neo-statista di Palazzo Chigi. Noi ci auguriamo che la sua sopravvenuta saggezza gli porti consiglio e gli dia la forza di far marciare i suoi alleati in accordo con lui anziché lui in accordo con loro. In caso contrario la strada sarà tutta in salita e non sarebbe un bene per un Paese che ha bisogno di crescere crescere crescere. Crescere soprattutto moralmente, signor presidente del Consiglio, perché questa è ormai diventata la nostra principa

Da settimane nella città di Sassari è andata crescendo una sorta di fibrillazione collettiva perché, durante la risistemazione della pavimentazione di piazza Castello, sono stati ritrovati resti di due piani della fortezza aragonese abbattuta nel 1877 e che, di giorno in giorno, vengono annunciati entusiasticamente sempre più sorprendenti. Attorno a questi ritrovamenti si è acceso un interessante dibattito ‘popolare’ che ha coinvolto studiosi e numerosi cittadini, avviato sulle pagine de La Nuova Sardegna e di cui si avvertono i suoni attorno alla piazza in questione e nei diversi ritrovi (per lo più di consumo) del centro storico. Ovviamente non mancano i pareri degli scettici e degli espliciti devastatori: vi è stato chi ha chiesto che il tutto venisse ricoperto e che la si finisse con tutto questo clamore. A parte alcune dichiarazioni un po’ grottesche, finalmente si è avviata una concreta riflessione collettiva sulla città e sul suo passato, seppure per ora limitata ad una minima porzione urbana. In relazione a questi ritrovamenti in progress, affronto quattro tipi di problemi:

il primo riguarda i luoghi e le modalità della discussione sul che fare del “castello ritrovato”. Pongo un primo interrogativo. Se La Nuova non avesse aperto le sue pagine alla cittadinanza, in quali altre sedi sarebbe stato possibile esprimere la propria opinione? Mi pare di poter affermare che la città manchi di luoghi di confronto aperti alla collettività, dove discutere sulle sue trasformazioni urbane, maturare progetti di interesse generale e sottoporli al confronto democratico. Questo dovrebbe essere un compito primario dell’amministrazione locale, al quale essa in parte assolve formalmente quando assume scelte eccezionali quali il piano regolatore; ma dovrebbe essere anche una finalità delle sedi primarie della politica (partiti), della cultura (università e formazione più in generale), dell’economia (attraverso ad esempio le associazioni di categoria e sindacali). La sede del giornale può essere un buon sostituto? Solo parzialmente, sia perché la scelta di partecipare per iscritto è di per sé selettiva sia perché è limitato il numero di coloro, almeno rispetto alla popolazione complessivamente intesa, che hanno capacità tecniche di accesso. Basti pensare che la maggior parte delle opinioni dei cittadini pervengono per sms e per e-mail, il che significa che diverse fasce di popolazione, anzitutto quelle anziane, sono escluse dal dibattito, il quale, più che un confronto, appare la sovrapposizione di singoli pareri che non possono avere alcuna incidenza sui reali processi decisionali.

Il secondo punto riguarda i contenuti del dibattito che, a distanza di settimane dai primi ritrovamenti, continuano ad essere limitati all’oggetto in questione. Pongo dunque questo interrogativo. Senza voler sottovalutare il valore culturale di questi ritrovamenti, che in qualche misura stanno mettendo in discussione la memoria urbana collettiva e alcune certezze sedimentate nel tempo, è sufficiente questo recupero per iniziare a riqualificare il centro storico? Sì, a condizione che la riflessione non si limiti a piazza Castello. Perché isolarla dal tessuto circostante non solo è sbagliato dal punto di vista urbanistico, ma soprattutto è la perdita dell’occasione di coinvolgere attivamente un insieme di attori sociali, culturali ed economici in un complessivo progetto di riqualificazione di una parte importante del centro storico, sotto i profili dell’abitazione, delle attività produttive e dell’intrattenimento. Coinvolgimento che va costruito subito, a prescindere dall’entità reale dei ritrovamenti, perché i tempi e le procedure della partecipazione sono molto più complessi dei ritrovamenti archeologici, in termini di finanziamenti e di idee progettuali, di peso degli interessi generali su quelli particolari e viceversa, e così via. A mio avviso, la riflessione ‘sul che fare’ si dovrebbe estendere a tutta quell’area ‘racchiusa’, per così dire, dalle piazze d’Italia, Tola, Università e dall’area antistante porta S. Antonio; all’interno delle quali c’è un variegato, e per questo interessante, patrimonio architettonico - si pensi ai diffusi segni settecenteschi e ottocenteschi presenti in corso Vittorio Emanuele con tracce dei secoli precedenti -, e un tessuto sociale altrettanto interessante, perché composito sotto il profilo generazionale, sociale ed etnico.

La terza questione riguarda la viabilità urbana, giacché è evidente che questi ritrovamenti pongono numerosi problemi al traffico di questa (e non solo) parte della città. La risoluzione del problema di dove far scorrere il traffico automobilistico, visto che i ritrovamenti si stanno estendendo da via Politeama verso la piazza, non può essere solo di tipo tecnico e limitata all’area in questione, ma abbisognerebbe di una chiara scelta politico-culturale finalizzata, finalmente, a pedonalizzare il centro storico, offrendo ovviamente delle soluzioni a chi vi risiede e lavora. Invece, il problema di ridurre il traffico automobilistico e adottare soluzioni eco-sostenibili a Sassari continua ad essere una ragione di forte conflitto non tanto da parte della popolazione astrattamente intesa, quanto da parte di alcune categorie economiche e che in città sono tra quelle che hanno più voce, in primis i commercianti. Pongo un terzo interrogativo. La città di Sassari può continuare ad ignorare le direttive dell’Unione Europea, a partire dalla Carta di Aalborg che data 1994 e che, al punto 1.9, tratta specificamente di Modelli sostenibili di mobilità urbana, sottolineando che «…È divenuto ormai un imperativo per una città sostenibile ridurre la mobilità forzata e smettere di promuovere e sostenere l’uso superfluo di veicoli a motore….»?

Il quarto ordine di problemi riguarda la necessità culturale che la città di Sassari si riconcili con i propri passati. Qualche anno fa durante le lezioni di sociologia urbana, uno studente di Siniscola disse “chissà come sarebbe stata più interessante questa città se avesse conservato il suo castello” ed io aggiunsi “e anche se avesse conservato il suo patrimonio di manufatti ottocenteschi e liberty”, ahimé in buona parte abbattuto quasi nella sua totalità appena qualche decennio fa e certamente non per ragioni di rivincita contro l’oppressore. Abbandono le analisi contro-fattuali - che possono essere sì delle ottime esercitazioni per un corso universitario, ma poco utili sul piano delle scelte politiche -, e pongo un quarto interrogativo. Possiamo ragionare senza finzioni sulla bruttezza di questa città e su come invece potrebbe diventare bella? Non assegno alle parole ‘bello’ e ‘brutto’ solo un valore estetico, ma le associo ad altri termini, quali cura e attenzione, e, di contro, sciatteria e degrado. Credo che anche Sassari possa diventare una città bella, risanando e riqualificando il suo patrimonio storico-architettonico, certo, ma anche curandosi degli spazi pubblici e privati, e ciò può avvenire soltanto se ogni singolo cittadino si sente attivamente responsabile e coinvolto in un progetto comune.

Per esplicitare il mio pensiero, mi limito ad un solo esempio. L’amministrazione locale sta risistemando molte strade del centro storico - devo dire con molta attenzione -, riportando alla luce ciottolato e lastroni di granito. Ebbene, finiti i lavori già nei giorni seguenti al ripristino dominano incontrastati sporcizia e degrado che non vanno attribuiti all’ente pubblico, bensì a tutti quei cittadini che nel loro transitare o lavorare non si preoccupano di tenere puliti i loro spazi pubblici. Eppure, se imparassimo ad acquisire il bello come valore, Sassari potrebbe persino uscire dal torpore che la attraversa ormai da molti decenni.

In conclusione, abbiamo scoperto che anche Sassari può avere una sua identità, ed il castello ritrovato (o meglio alcuni suoi pezzi) è certamente parte propulsiva di questa scoperta, più che per le sue pietre, per l’orizzonte di idee che si è aperto seppure limitatamente sulle pagine di un quotidiano. Il passo successivo dovrebbe essere quello di spostare questo dibattito nelle sedi preposte alle decisioni, magari mettendo in pratica tutti quei buoni propositi contenuti nel piano strategico di cui ci si è fin troppo rapidamente dimenticati.

Nei giorni scorsi una polemica a più voci ha visto sulle cronache romane accendersi la discussione sui problemi connessi alla costruzione della nuova linea della metropolitana, la C, lungamente attesa, il cui tracciato, in particolare nel tratto che attraversa il centro storico, andrà ad impattare con il tessuto archeologico dell'area centrale.

La querelle ha trovato origine da una roboante (comme d'habitude) conferenza stampa di Carlo Ripa di Meana in qualità di Presidente della sezione Italia Nostra di Roma, durante la quale, coi consueti toni apocalittici ad usum mediorum, beata ignoranza dei meccanismi di tutela e del metodo archeologico oltre che palese distorsione della storia del progetto, si gridava alla distruzione del patrimonio archeologico romano soprattutto per responsabilità del Ministero Beni Culturali. Ora, che la metropolitana capitolina sia attualmente del tutto insufficiente alle esigenze di una metropoli come Roma e che l'intero sistema del trasporto su ferro vada rafforzato e ampliato proprio per decongestionare la città dal traffico veicolare, è evidenza che anche il neoeditorialista di “Liberal” ha dovuto ammettere. E d'altro canto la costruzione della terza linea della metropolitana è in realtà una vicenda che si snoda da alcuni lustri soprattutto perchè ha conosciuto, come inevitabile, considerando le zone interessate, la più grande attenzione da parte della Soprintendenza Archeologica. E del Soprintendente che è stato protagonista, in collaborazione con altri attori istituzionali e privati, della definizione del progetto.

Parliamo ovviamente di Adriano La Regina che, proprio in occasione della recente discussione ha rivendicato il progetto della metro C come uno degli elementi portanti della propria attività alla guida della soprintendenza archeologica capitolina. Attività quasi trentennale che può annoverare risultati quali il restauro integrale dei marmi dei monumenti dell'area centrale, corrosi da anni di inquinamento da gas di scarico, la creazione di un sistema museale, quello del Museo Nazionale Romano suddiviso nelle quattro sedi, di rilievo mondiale, la salvaguardia del patrimonio di fronte a pressioni speculative fortissime (Appia Antica, Tormarancia) e in situazioni di emergenza politico-istituzionale: ricordiamo su tutte le vicende dell'anno giubilare, quando La Regina, quasi da solo, seppe contrastare i progetti invasivi e inutili coi quali la Curia vaticana avrebbe sacrificato con leggerezza, per le presunte esigenze di poche settimane di qualche migliaio di pellegrini, il tessuto urbano di milioni di cittadini romani di oggi e di domani (oltre ad un considerevole numero di reliquiae martyrum).

Ma soprattutto La Regina ha avuto, condivisibile o meno, un progetto d'insieme sull'archeologia di Roma, perseguendolo pur tra mille difficoltà, a volte prevalenti, come nel caso di quel progetto Fori ideato sul volgere degli anni '80 col quale si dimostrava davvero una concezione sistemica nei confronti del patrimonio archeologico, inserito per la prima volta compiutamente quale elemento portante di una nuova idea di città.

Ma la storia avanza ed opinioni e situazioni ritenute dianzi valide e consolidate, divengono obsolete: l'archeologia capitolina è tornata recentemente ad essere un catalogo di mirabili scoperte, quando non è noleggiata dal sarto di turno come quinta di lusso per sguaiati carnasciali (le Valentiniadi di recentissima memoria); si susseguono sempre più frequentemente gli scoop, le rivelazioni autocelebrative e i disvelamenti mediatici (tempio di Quirino, lupercale, casa di Augusto) la cui inconsistenza scientifica è già stata stigmatizzata da studiosi come Filippo Coarelli, Adriano La Regina, Fausto Zevi la cui conoscenza della topografia romana risulta accreditata non dalle veline degli uffici stampa, ma dal riconoscimento della comunità scientifica internazionale.

E' l'archeologia dell'evento, immediatamente spendibile, reale o presunto (a volte artatamente costruito), così che dopo la scoperta della grotta di Romolo e la riscoperta della casa di Augusto ci toccherà forse giubilare per il rinvenimento della Domus Aurea o della statua di Marco Aurelio. Si tratta di una concezione del tutto asistemica del patrimonio archeologico, inteso, come in un passato culturalmente archiviato, quale collezione di monumenti di pregio, abbandonati peraltro, immediatamente dopo lo spegnimento dei riflettori, alle inefficienze di una gestione balbettante sul piano organizzativo, così come è accaduto nei giorni scorsi alla casa di Augusto e ad altri monumenti del Palatino rivelatisi di difficilissimo accesso per i visitatori.

E' un'archeologia che preferisce affidare in larga misura la fase, pur delicatissima, della fruizione e valorizzazione del patrimonio collettivo alle iniziative mercantili del privato – che in ambito romano sinora non ha mai brillato per ampiezza di visione imprenditoriale - limitandosi ad un piccolo cabotaggio di iniziative dal corto respiro e preferendo soluzioni meno problematiche e più tradizionali. Alludiamo anche alla recentissima regolamentazione dell'accesso ai fori, di nuovo “normalizzati”, dopo molti anni in cui erano divenuti libero luogo di loisir e passeggio e quindi ritrasformati, da spazio per i cittadini, nel solito recinto per turisti.

Del resto, tale soluzione ben si sposa con la sistemazione, sull'altro lato dello stradone fascista, dei Fori Imperiali che, pur con qualche correttivo, ancora si presentano nell'immagine di ideazione littoria con la loro sequenza di “povere reliquie disastrate” e “denti cariati” così come icasticamente li definì Cederna.

Al contrario, proprio Antonio Cederna (Presidente della sezione Italia Nostra di Roma...) ci aveva insegnato che l'archeologia, in una città come Roma, può e deve divenire lo strumento di una nuova concezione urbana, di un modo nuovo e migliore di vivere la città, consapevoli della sua storia.

Questa concezione non passatista, né musealizzante, illustrata compiutamente nel progetto Fori, e ribadita in quarant'anni di battaglie per la tutela integrale dell'Appia Antica, prevedeva la drastica diminuzione – e nella zona centrale l'abolizione – del traffico automobilistico ed era quindi connaturata alla costruzione di un sistema di trasporti pubblici efficiente, a partire dalla metropolitana.

Su opere come queste, la cui attuabilità anche in situazioni ad altissimo rischio archeologico è dimostrata, ad esempio, dai casi di Napoli e di Atene, si gioca non solo la sopravvivenza di testimonianze archeologiche seppur importanti (ma per molte delle quali, sia detto per inciso, non avremmo comunque mai avuto conoscenza e documentazione senza questi scavi) e quindi l'arricchimento del nostro patrimonio, ma anche la sopravvivenza della nostra idea di città da un lato. E dall'altro forse addirittura la sopravvivenza dell'archeologia stessa non solo come disciplina accademica, ma per quanto riguarda la sua capacità di acquisire consenso sociale, superando i limiti di una visione angusta che condanna ancora troppo spesso i resti archeologici recuperati all'interno del tessuto urbano ad esposizioni da giardino zoologico, incongrue ed inutili anche per la loro salvaguardia materiale.

Agli archeologi di oggi la sfida che si presenta è quindi ben più importante e culturalmente complessa rispetto a quella legata ai problemi conoscitivi innescati dal rinvenimento del singolo oggetto o monumento o sito, e consiste nella necessità ormai inderogabile di trasformare l'archeologia d'emergenza (ormai l'unica archeologia di scavo oggi attuabile) e preventiva in genere, da una sfibrante trattativa nei confronti delle esigenze della “modernità”, spesso condotta in condizioni di inferiorità e sotto la scure del ricatto politico-sociale di qualunque parte, in una battaglia culturale per un destino diverso delle nostre città e dei nostri territori, cercando e costruendo alleanze prima di tutto in chi, in queste città e in questi territori ci vive quotidianamente.

Qualche buon esempio cui ispirarsi, soprattutto in ambito europeo, già esiste, sia sul versante operativo che su quello giuridico. Mentre invece proprio nell'ambito dell'archeologia preventiva, purtroppo, la recentissima versione del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, reitera una lunga omertà legislativa, con questo ( ma non solo) incrinando quel carattere sistemico che è tanto più necessario per opporsi con efficacia alle operazioni di dissipazione del nostro patrimonio culturale e paesaggistico.

Roma, proprio per l'evidenza e l'importanza del patrimonio archeologico dovrebbe divenire un esempio virtuoso al quale ispirare una politica culturale nazionale più aggiornata, efficace sotto il profilo della tutela e solidamente ancorata al consenso civile: le premesse non sono delle migliori, ma oggi è Pasqua, Pasqua di resurrezione.

Bologna, 23 marzo 2008

Come spesso accade, e purtroppo, fra la magniloquente declamazione dei valori e la modesta pratica di guidare decentemente un´assemblea parlamentare corre una distanza che il presidente Fini, ieri mattina, ha illustrato nel peggiore dei modi; allorché, rispondendo all´onorevole Di Pietro che protestava per le interruzioni, ha detto: «Ovviamente dipende da quel che si dice». «Ovviamente», no; e per niente affatto, «dipende».

Ed è un vero peccato che questa specie di bislacca proposizione presidenziale sia piovuta, con tanto di applausi dai banchi del centrodestra, dallo scranno più alto di Montecitorio ad appena due settimane dal discorso di insediamento di Fini; quando fra immancabili propositi di pacificazione e calorosi richiami alle radici cristiane, il neo eletto solennemente annunciò che avrebbe garantito «l´assoluta parità fra tutti i deputati».

La retorica è un´arte, ma pure un tic che mette a nudo le magagne del potere. Richiesto di un commento su quella frase, il presidente della Camera dei deputati ha replicato che si trattava di «domande fuori luogo». E anche qui: fin dal nome il Parlamento è un luogo, appunto, che a partire dai suoi massimi rappresentanti dovrebbe ispirare umiltà e cortesia, specie se sotto pressione. Questo per le forme, e un po´ anche per l´esempio, virtù invero un po´ dimenticata.

Per quanto riguarda invece il merito della faccenda non sembra poi così fuori luogo far presente che in aula le opinioni sono generalmente libere; e che consentire la loro espressione, a prescindere dai battibecchi e dagli ululati che innescano, dovrebbe essere merito e vanto di chi presiede.

Questo ieri non è accaduto. Non solo, ma rivedendo la scenetta, lascia sgomenti l´immediata determinazione o la saccente naturalezza con cui Fini, forse ancora non calato nel suo ruolo, ha pronunciato quella frase, o meglio se l´è lasciata scappare di bocca come se fosse l´unica a venirgli in mente. Poi sì, certo, a essere maliziosi - e assai poco revisionisti - si potrebbe andare avanti a lungo; fino a richiamare il modo in cui il presidente della Camera Alfredo Rocco richiamò all´ordine il deputato Giacomo Matteotti nell´ultima seduta della sua vita: «Onorevole, non provochi incidenti e concluda!», come pure: «Se ella vuole parlare, continui, ma prudentemente!».

Ma forse, senza scomodare la storia patria, conviene rileggersi il celebrato discorso d´intronazione, là dove Fini ritenne di ammonire l´Italia sui pericoli del relativismo e sull´«errata convinzione che libertà significhi pienezza di diritti e assenza di doveri». Con la postilla, magari, che fra i doveri del presidente c´è di presiedere come un arbitro, che non valuta né le azioni né il livello di gioco delle squadre.

Interruzioni, d´altra parte, sempre ci sono state e sempre ci saranno. Nella fornita biblioteca di Montecitorio i componenti del nutrito staff di Fini troveranno senza meno un´ampia pubblicistica al riguardo, dal sapido «Viva ilarità in Parlamento. L´umorismo politico da Cavour a De Nicola» del Zingali (Ala, 1950) ai due volumi (il primo fece 23 edizioni) di Andreotti, «Onorevole... stia zitto» (Rizzoli, 1987 e 1992). Potranno quindi farne istruttive schede da porre in visione al presidente. Per quanto riguarda i tempi più recenti c´è da dire che chi è interrotto comunque non manca di prendersela con il presidente. Per cui Craxi, una volta, disse a un missino che lo infastidiva: «Dategli un bicchiere di vino!»; Amato sbattè il pugno sul banco contro Spadolini; e una volta Lamberto Dini se ne uscì sbraitando nel microfono un sonoro «E cazzo!».

Ma non è giusto buttarla in burletta. Oltre a prendere le misure del suo nuovo lavoro, possibilmente senza alterigia e prosopopea, è bene che Fini tenga presente che nonostante i vari, ripetuti e sinceri proclami c´è un bel pezzo d´Italia che non è immediatamente disposto a dimenticare quella che è stata la sua cultura politica e istituzionale.

Per cui freme e magari fraintende quando egli dice: «Non credo che gli Usa siano pronti a una presidenza di Obama, non fosse altro perché è nero». O un po´ si preoccupa quando, colto da un empito spettacolare, organizza tour elettorali chiedendo i documenti a extracomunitari venditori ambulanti di accendini. Allora, del resto, non era ancora presidente della Camera. Ma quando lo è diventato, sarà che non funziona la comunicazione, sarà che tutto pesa di più, ma fattosi prigioniero della più vana e gratuita nevrosi comparativa, non si è risparmiato di osservare che «i fatti di Torino» erano più gravi «di quelli di Verona».

Ieri il numero con Di Pietro, e la tirata d´orecchie di Casini, che nel tempo del relativismo rischia addirittura di figurare come un gigante d´imparzialità, l´ultimo strenuo difensore della Repubblica parlamentare dei liberi discorsi e delle interruzioni necessitate.

Da diversi anni Paolo Berdini costituisce un punto di riferimento per chi voglia conoscere la vera storia delle recenti vicende urbanistiche romane. Prima di lui, anni addietro, un altro urbanista, Italo Insolera, ci consegnò un testo diventato famoso della storia urbanistica romana del dopoguerra. Quel libro (Roma Moderna, Laterza) si fermava alle soglie degli anni Settanta quando ancora Roma veniva definita capitale ladrona o capitale infetta; nel frattempo, è diventata una città «moderna». Anzi, la capitale è stata recentemente raccontata come la locomotiva di uno sviluppo che trascina il paese verso le magnifiche sorti e progressive, dalla Sicilia alla Lombardia.

È sul senso di questo «successo» che Berdini concentra la sua attenzione mettendone in evidenza luci ed ombre attraverso una minuziosa ricostruzione dei fatti. Ne esce una totale decostruzione di quel modello di sviluppo su cui Walter Veltroni ha organizzato la sua campagna elettorale (finita come sappiamo): il cosiddetto «Modello Roma».

La città divoratrice

La densità automobilistica ha raggiunto nella capitale il valore di 750 auto per mille abitanti (bambini inclusi), l'inquinamento atmosferico da carburante ha superato ampiamente i limiti di soglia. Nel frattempo si continuano a costruire parcheggi nel centro storico (vedi l'esempio del Pincio), e intere periferie abusive sulle proprietà dei soliti costruttori (le cosiddette centralità), si erode il patrimonio di beni pubblici sostituiti da centri commerciali e multisale. Perché accade tutto questo? Paolo Berdini (La città in vendita. Centri storici e mercato senza regole, Donzelli, pp. 190, euro 25) mette sotto accusa il modello di sviluppo liberista; di fatto città e paesaggi sono stati ridotti ad esclusivo fattore economico, trasformati in merce al pari di altre merci. Avviene per le grandi città quanto analogamente si afferma nell'economia: il trionfo della crescita illimitata, l'impero del Pil, la competizione selvaggia a danno della solidarietà sociale.

Le periferie crescono aggiungendo pezzi a pezzi alla metropoli, come una gigantesca macchina che erode suolo fertile, sradica gli abitanti dai luoghi, indebolisce il controllo sociale, frantuma le regole della convivenza e apre i territori alle infiltrazioni mafiose e ai comitati d'affari dei soliti costruttori. I centri storici subiscono le invasioni barbariche dei turisti sempre più numerosi. Berdini attribuisce questo degrado alla perdita di complessità delle funzioni che rendevano vitali le nostre città; la semplificazione indotta dall'economia (e addirittura auspicata nella politica) si traduce in una omogeneizzazione delle città.

Eppure Roma sembra essere una città sempre in festa: notti bianche, festival del cinema, concerti, parate, ma in questo modo si maschera e si occulta il disagio sociale diffuso nelle periferie, si manipolano desideri e bisogni autentici di socialità. Il 30 settembre del 2006, racconta nel libro Berdini, Napoli festeggia la sua Notte bianca: un grande successo, ma dopo appena 7 giorni esplode la questione rifiuti. Roma festeggia due intere notti bianche nel 2006: due milioni di partecipanti ognuno dei quali spende ben 34 euro. Si fanno i conti: un successo! ma poi i giorni seguenti il traffico è di nuovo in condizioni di stress, l'emissione dei gas-serra pure. Il problema delle amministrazioni è «fare cassa»; forse per destinare i fondi alla costruzione di alloggi destinati ai senza casa? No, ovviamente, ma in compenso uno studio della Gabetti afferma che nel centro storico di Roma i prezzi di vendita delle case possono raggiungere i 25.000 euro a metro quadrato. Per acquistare comunque una casa anche in periferia un impiegato dovrebbe investire lo stipendio di 132 mensilità, che fanno 11 anni di lavoro.

Gli strumenti urbanistici con i quali venivano regolate e governate le nostre città moderne sono impotenti di fronte all'invasione del capitale internazionale, con buona pace del pensiero riformista veltroniano. La nuova invenzione per governare la città si chiama accordo di programma. Si svolge senza più alcuna discussione pubblica, tra i proprietari dei terreni, qualche rappresentante politico, qualche tecnico e qualche faccendiere in barba ai cittadini che quel territorio lo abitano. E se è stata Milano a sperimentare questa devastante tecnica neoliberista negli anni Novanta, Roma l'ha messa al centro della sua politica urbanistica insieme alle feste e alle notti bianche.

Cemento da pianificare

Nel 2007 vengono aperti due grandissimi megastore, nei pressi di Lunghezza (Porta di Roma est) e Bufalotta (Porta di Roma nord): i due colossi commerciali sono tra i più grandi d'Europa. Sempre gli stessi i gruppi economici: Panorama, Auchan o Lidl. All'elenco si aggiungono il nuovo complesso Fiera di Roma e l'allucinante quartiere-centro commerciale Leonardo lungo l'autostrada per l'aeroporto. Una città letteralmente trasformata in centri commerciali, un immenso ingorgo quotidiano: ogni giorno settecentomila abitanti si spostano per andare a lavorare a Roma attraversando l'infinita periferia romana di aggregati senza centri, piene di edifici affollati. C'è poi la vicenda del Piano Regolatore Generale che ha caratterizzato sia la Giunta Rutelli, sia quella Veltroni. Afferma giustamente Berdini: «Si potrebbe obiettare che Roma ha comunque scelto la strada della pianificazione». Ma a vedere le cose con un occhio critico non è così. Il cosiddetto pianificar facendo della prima giunta Rutelli si è dimostrato niente di più che una acritica raccolta di tutti i progetti approvati nel corso dei dodici anni che sono serviti per la redazione del Piano. Progetti spesso stravolti a seguito della concertazione con la proprietà fondiaria o per effetto di una serie sterminata di varianti. Una seconda questione riguarda il dimensionamento del Piano. Mentre sessantamila famiglie sono costrette ad allontanarsi da Roma perché non possono pagare gli affitti, esso prevede di costruire una quantità enorme di abitazioni. I carichi urbanistici vengono moltiplicati con il tragico ricorso alla cosiddetta compensazione urbanistica. I diritti edificatori, infatti, non devono essere toccati così che (come a Tormarancia) la cubatura stabilita (e osteggiata dal municipio) viene «trasferita» altrove e aumentata di due volte e mezzo.

Orgia da consumo

Sembra a me che la sinistra deve fare culturalmente i conti con quel concetto apparentemente positivo che si chiama modernità. Giacomo Marramao sostiene che uno dei drammi dell'epoca che viviamo è la frattura tra la dimensione materiale e quella simbolica. Come ci rappresentiamo oggi? Chi siamo e cosa vogliamo essere? Ci rappresentiamo con gli outlet, con i centri commerciali, con l'orgia del consumo, con la caccia al diverso, con la blindatura degli spazi pubblici, insomma con le passioni tristi del presente; oppure vogliamo rappresentarci con la solidarietà, con l'appartenenza alla natura, con il ristabilimento del limite e pensare alle città, come il luogo in cui si dovrebbe realizzare l'universalismo della differenza?

Il governo ha preparato il piano sicurezza in cinque punti. Non è chiarissimo quali sono. Solo due o tre cose sono chiare. Prima, la condizione, drammatica, di clandestinità (cioè immigrazione irregolare) diventa un reato penale. Si va in prigione perché si è ladri, o assassini, o truffatori, o violentatori oppure perché si è stranieri. Secondo, i cosiddetti Cpt (centri di permanenza temporanea per persone extracomunitarie senza permesso di soggiorno) diventano centri di detenzione. Più o meno, campi di concentramento. Terzo - e questa è la novità storicamente più rilevante - a Milano (per ora) viene nominato dal ministro dell'Interno un commissario straordinario «all'emergenza rom». Perché diciamo che è storicamente rilevante? Perché per la prima volta dal 1938 entra, in un provvedimento ufficiale di un governo europeo, il concetto di razza, concetto che era stato bandito (e anche assai vituperato) dopo il nazismo e la persecuzione contro gli ebrei e - appunto - i rom. Nel 1938, in Italia, fu prima pubblicato il «manifesto della razza», compilato da un certo numero di scienziati non molto illustri né famosi, tutti assai fedeli al regime fascista, nel quale si rilanciava il concetto di «razza»; e successivamente furono varate le leggi speciali che negavano a ebrei e rom (e a chiunque non fosse di razza ariana) moltissimi diritti (compresi diritti di proprietà, di matrimonio di residenza e altro).

La nomina del commissario ai rom, naturalmente, non ha lo stesso valore persecutorio che ebbero le leggi del '38. Costituisce però la rottura di due tabù, che da allora nessuno più aveva osato infrangere: l'idea stessa di razza, e il principio che ogni persecuzione sia illegale.

Perché introduce il concetto di razza? I rom, come sapete, sono un popolo che non ha nazione, che non ha terra, è un gruppo che non è definibile per mestiere o età o città o altro. Definire i rom «una emergenza», di conseguenza, è un atto che indiscutibilmente si basa sul concetto di razza. Violando peraltro la dichiarazione sulle razze approvata dall'Unesco nel 1950 - a completamento della dichiarazione universale sui diritti della persona - nella quale si precisava che le razze non esistono. E dunque che non si possono fare leggi ad hoc, né nominare commissari ad hoc.

Naturalmente la natura razzista del provvedimento (razzista in senso tecnico, senza dare valore politico o morale a questo termine) assume un significato più grave perché va a colpire il popolo che - dopo gli ebrei - è quello che più di tutti gli altri fu devastato dallo sterminio razzista. E verso il quale, di conseguenza, le classi dirigenti europee dovrebbero avere un enorme debito morale e anche un discreto senso di colpa.

Il secondo tabu che viene rotto è quello della persecuzione. Nelle dichiarazioni di soddisfazione per la nomina del dottor Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano, a «commissario anti-Rom», si intuisce che l'obiettivo è quello di spianare tutti gli accampamenti dei rom intorno a Milano, che attualmente ospitano diverse decine di migliaia di persone. Raderli al suolo. E questo senza un piano per dare alloggio a queste persone, che dunque si troverebbero senza casa, senza servizi essenziali, anche - probabilmente - senza la possibilità di lavorare, e dunque, oggettivamente perseguitati.

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