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Filtrata senza ulteriori conferme, in attesa di maggiori e ufficiali informazioni – e soprattutto delle motivazioni – la notizia è importante: il Consiglio di Stato avrebbe respinto il ricorso della Regione Autonoma della Sardegna avverso alla sentenza del TAR Sardegna ( vedi gli articoli precedenti), che annullava l’estensione del vincolo apposto su Tuvixeddu da Renato Soru mediante una commissione nominata a norma del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, e velocemente formalizzata. Proprio la mancanza di sufficienti passaggi formali (a quanto pare, soprattutto di un congruo provvedimento di legge) sarebbe stata la motivazione che – assieme ad una non piena consultazione di Cagliari nell’ambito del precedente Accordo di programma – ha portato il Consiglio di Stato a respingere il ricorso di Renato Soru.

Riservandoci di intervenire anche in maniera straordinaria fra questo ed il prossimo numero laddove arrivassero notizie ufficiali, appare evidente come si producano diverse indicazioni di rilievo. Vediamone alcune.

Innanzitutto la salvaguardia, Partendo dal presupposto che la tutela dell’area di Tuvixeddu - eccezionale la necropoli punica, quella romana, e l’insieme dei valori storici, artistici e di paesaggio urbano sino alla modernità - sia una priorità assoluta, e che le motivazioni per il vincolo allargato proposto dalla Regione Autonoma siano assai solide (persino contenute rispetto all’importanza dell’area), l’opportuna notizia anticipata deve far porre immediatamente in essere provvedimenti che sanino i difetti censurati dal Consiglio di Stato. In tempi assai rapidi, perché ruspe e abusi sono tradizionalmente molto veloci ed efficaci.

La battaglia per la difesa del Colle – sostenuta da un fronte assai ampio di studiosi e appassionati guidati da Giovanni Lilliu – deve ricevere dalla Regione Autonoma un trattamento adeguato, e con esso le persone che l’hanno istruita e sostenuta. Archeologi, cittadini, uomini di cultura che hanno a cuore il nostro patrimonio dovranno essere disposti a scendere in campo, se è necessario proteggere con una catena non solo di pensiero ma fisica, umana, le aree in pericolo. A guardare tutto con mille occhi, potenziando quelli già efficaci che hanno disvelato danni e abusi.

La seconda riguarda gli strumenti da mettere in atto: va detto con chiarezza che non sono più ammissibili errori (su Tuvixeddu la Regione ne ha fatti qualcuno di troppo) che mettano a rischio l’area e vanifichino impegno e dignità professionale delle persone.

La terza, ad essa collegata, è politica: il decisionismo soriano, che pure ha prodotto importanti e apprezzabili risultati, talora tratta passaggi democratici e giuridici importanti come impedimenti noiosi o subordinate. Non si tratta di una modalità solitaria di Renato Soru, perchè essa gode di un supporto ideologico e gruppi di riferimento, in alcuni casi persino più responsabili o, se preferite, più irresponsabili. Si impone una revisione critica di tali errori e una maggiore cautela negli stessi pareri tecnici, ai quali non giova fretta, fastidio delle regole, obiettivi ristretti ed accelerazioni autonomistiche che poi si trasformano in rallentamenti reali per la stessa autonomia. Smettiamola di perseguire radicali passaggi di competenze per migliorare la pur grave carenza di fondi e strutture, e magari sognare un dorato futuro regionale. La tutela non deve per questo porsi al di fuori dello Stato, né al di sopra di esso. Il nostro patrimonio cultruale e paesaggistico, anche perchè immenso, ha bisogno di azioni comuni.

La quarta è istituzionale, pubblica: la crisi nelle regole e nella realizzazione della stessa tutela, che avviene anche per cause oggettive, non tutte negative, come quella del ruolo accresciuto degli Enti Locali e delle Associazioni, è acutissima: abbiamo Soprintendenti che esprimono pareri diversi e contrastanti senza comporli ma accentuando la conflittualità; tendenze a sovrapporre le norme urbanistiche a quelle proprie dell’ordinamento dei beni cultuali e del paesaggio, indebolimento mediante accorpamenti delle Soprintendenze in Sardegna, nomine e trasferimenti rutelliani che Bondi ha poi cancellato. Quali sono, e con che mandato, oggi i Soprintendenti in Sardegna? Cosa tutelano? La classe dirigente e professionale esistente deve declinare con forza quel senso dello Stato che ha costituito la parte migliore della storia della tutela nel nostro Paese, farsi sentire.

Infine, nuovamente un aspetto politico: la battaglia per difendere Tuvixeddu non sarà semplice, ora che la speculazione ha una rappresentanza politica forte sia localmente che a livello nazionale. Ma sappiamo che esse non sono assenti dalla stessa maggioranza di centro sinistra. La difesa di Tuvixeddu rappresenta perciò una prova importante di unità democratica, meglio delle tristi pseudo-primarie in atto: sarà anche la voglia di battersi per la difesa piena e ampia di un’area di eccezionale importanza a farci capire se la sinistra, e in modo più ampio il centro-sinistra, avrà la capacità di scegliere da che parte stare.

Qui

Prologo

Cassinetta di Lugagnano (MI) è un comune del Parco Lombardo della Valle del Ticino, riserva della Biosfera UNESCO. Nel mezzo di una bella pianura irrigua, una mezzaluna fertile, che va da Melegnano a Legnano.

Ma come tutti i comuni a sud della grande metropoli milanese, è sottoposto ad una fortissima pressione a costruire. Infatti, il sud-ovest Milano, con il solo 19% di territorio urbanizzato, è il naturale luogo dove sfogare l’ “incontinenza” edilizia della grande metropoli e dove realizzare grandi infrastrutture, dettate dal modello di sviluppo che ha già creato Malpensa e che ci porterà (forse) Expo2015 e tutte le sue conseguenze.

Elezioni

Quando nel 2002 il sindaco Domenico Finiguerra è stato eletto, con il 51% alla guida dell'amministrazione comunale di Cassinetta di Lugagnano, il programma elettorale al capitolo “urbanistica” prevedeva in maniera molto chiara ed esplicita la volontà di:

- non procedere a nessun nuovo piano di insediamenti residenziali se non attraverso il recupero di volumi già esistenti

- puntare sulla valorizzazione del centro storico e del patrimonio artistico ed architettonico (il Naviglio Grande, le sue ville, i parchi ed i giardini)

- salvaguardare l’agricoltura

- promuovere la qualità ambientale e il turismo

- opporsi alle grandi infrastrutture legate all’aeroporto di Malpensa.

Crescita Zero

La scelta del risparmio del suolo e l’adozione del principio ispiratore cosiddetto della “crescita zero” per tutta la politica urbanistica dell’amministrazione derivava dalle seguenti convinzioni/constatazioni:

- non è sostenibile un modello di sviluppo che prevede il consumo sistematico del suolo, l’impoverimento delle risorse naturali, la progressiva ed inesorabile urbanizzazione e conurbazione tra diverse città e paesi;

- non è più sostenibile il meccanismo deleterio che spinge le amministrazioni a “utilizzare” il territorio come risorsa per finanziare la spesa corrente.

La decisione

La decisione di adottare la “crescita zero” quale faro della politica urbanistica, anche se già ampiamente prevista dal programma amministrativo, è stata confermata successivamente anche attraverso assemblee pubbliche aperte a tutta la cittadinanza.

Nell’ambito del procedimento partecipato di elaborazione del PGT il dilemma da sciogliere è stato sostanzialmente il seguente: “per finanziarie le opere e i servizi necessari alla comunità, la comunità stessa preferisce:

- ricorrere al finanziamento delle opere necessarie per mezzo di nuove lottizzazioni (e conseguente incremento di popolazione, e conseguente necessità di nuovi servizi, e conseguente necessità di nuove lottizzazioni, e via così fino all’esaurimento delle aree libere);

- oppure, ricorrere al finanziamento per mezzo di accensione di mutui con conseguente ricaduta sulla fiscalità locale?

Dal dibattito che ne è sortito, non c’è stata nessuna levata di scudi in nome del motto “giù le tasse”, anzi, le considerazioni più ricorrenti sono state: “vogliamo mantenere integro il territorio e non vogliamo crescere”, oppure “siamo scappati dall’hinterland milanese e abbiamo scelto Cassinetta di Lugagnano per la sue qualità ambientale”.

L’amministrazione, pertanto, con grande sorpresa anche degli urbanisti incaricati ha ritenuto giusta e confermato la decisione di non prevedere nessuna zona di espansione.

Il bilancio comunale

Fin dall’insediamento, la politica di bilancio è stata improntata al massimo rigore, puntando alla realizzazione di un importante e strategico obiettivo: “l’emancipazione” del bilancio dagli oneri di urbanizzazione. Progressivamente, a partire dal 2002, è stata ridotta fino allo 0 (zero) % (obiettivo raggiunto contestualmente all’approvazione del PGT) la quota di oneri di urbanizzazione destinata al finanziamento delle spese correnti.

Inoltre, anche sul lato delle spese in conto capitale (investimenti) si è proceduto con una intensa e faticosa ricerca di contributi provinciali, regionali e statali a fondo perduto.

Il Comune di Cassinetta di Lugagnano, nell’ultimo quinquennio ha realizzato opere per circa 4 milioni di euro grazie a contributi della Regione Lombardia e della Provincia di Milano.

I pochissimi interventi di recupero dei volumi esistenti o alcuni micro-interventi sono stati autorizzati dall’amministrazione a fronte di ingenti opere pubbliche (a titolo di esempio, con il recupero di una villa del ‘500 e di annesso fienile a fini abitativi, l’amministrazione si è vista realizzare opere aggiuntive per 400 mila euro; la costruzione di una nuova farmacia privata è stata accompagnata alla realizzazione del nuovo polo sanitario).

Moltissime sono state le iniziative realizzate per mezzo di sponsorizzazioni (si cita a titolo di esempio la sponsorizzazione del Piano Colore allegato allo stesso PGT da parte di Caparol).

La scuola materna è stata costruita accendendo un mutuo finanziato con l’incremento di un punto dell’ICI sulle attività produttive.

L’ICI sulla prima casa è rimasta ferma al 6 per mille e l’addizionale Irpef al 2%. La tariffa rifiuti prevede il recupero del 100% a carico dei contribuenti. Ma la raccolta differenziata è oltre il 73%.

Si fa notare che se non avesse scelto l’opzione crescita zero, l’amministrazione avrebbe potuto ridurre, e di molto, la pressione fiscale sui cittadini e sulle imprese.

L’offerta di servizi sociali, educativi e culturali è aumentata e non è stato fatto nessun taglio alla spesa per servizi alla persona.

Piano di Governo del Territorio

Il PGT del Comune di Cassinetta di Lugagnano è stato approvato definitivamente nel mese marzo 2007, alla vigilia delle elezioni amministrative. Non prevede nessuna zona di espansione. E’ incentrato sul recupero e sulla valorizzazione del patrimonio esistente ed è corredato di un dettagliatissimo Piano del Colore.

Conclusioni

Riassumendo arrivare ad un PGT a crescita zero è possibile, ma sono necessarie le seguenti condizioni:

1. solidità della maggioranza e impermeabilità alle pressioni esterne che spesso pongono l’amministratore di fronte a offerte difficili da rifiutare: “se mi fai realizzare questo intervento edilizio, ti sistemi il bilancio, fai tante opere pubbliche utili senza sforzo e vieni rieletto oppure fai carriera”.

2. forte condivisione della scelta da parte della comunità e continua partecipazione della stessa (i bambini, le associazioni, i gruppi informali, i singoli cittadini) alle decisioni assunte dell’amministrazione

3. seria politica di bilancio che renda indipendenti sia le spese correnti che quelle in conto capitale dagli oneri di urbanizzazione dovuti a nuovi insediamenti e che ricerchi risorse alternative

4. utilizzo ed incentivo al recupero di tutti i volumi esistenti

Una postilla

Alle ultime elezioni amministrative del 2007, la lista civica (rosso-verde) è stata riconfermata con oltre il 63% dei voti, in netta controtendenza rispetto a tutta la provincia di Milano, dove il centrosinistra ha perso in comuni importanti come San Donato Milanese, Rho, Pieve Emanuele, Buccinasco, Monza.

ROMA — Era stato condannato, lui e altri cinque amministratori della Lega: propaganda di idee discriminatorie. «Firma anche tu per mandare via gli zingari», i manifesti che Flavio Tosi, oggi sindaco leghista di Verona, sette anni fa aveva sparso per la sua città e per i paesi vicini. «Gli zingari devono essere mandati via perché dove arrivano ci sono furti», aveva spiegato poi in una riunione.

La corte d'appello di Venezia non ha avuto dubbi: questo è razzismo. Due mesi di reclusione, per Tosi e per gli altri cinque. Tre anni di interdizione dalle campagne elettorali. Ma la Corte di Cassazione ha smontato tutto: lo ha assolto. E ha rinviato ad altra sezione della Corte d'appello.

La sentenza è di quelle destinate a far rumore: è la numero 13234 della Terza sezione penale. Non è facile star dietro alle quindici pagine delle motivazioni depositate già nel marzo scorso. In punta di penna e di diritto, la Suprema Corte legittima la discriminazione in base al comportamento. Ovvero: non puoi essere discriminato perché sei zingaro. Ma se sei ladro sì. E poco è importato ai giudici togati che Flavio Tosi aveva sostenuto, in buona sostanza, che tutti gli zingari sono ladri.

Bisogna andare a pagina 13 della sentenza. E leggere che la Cassazione conferma la frase di Tosi(riferita da una testimone) a proposito degli zingari, tutti ladri. Ma sostiene che con quella frase il sindaco manifestava «...un'avversione non superficiale che non era determinata dalla qualità di zingari delle persone discriminate, ma dal fatto che tutti gli zingari erano ladri. Non si fondava, cioè, su un concetto di superiorità o di odio razziale, ma su un pregiudizio razziale». E dunque?

La Suprema Corte ammette: «Certo, anche il pregiudizio razziale può configurare la discriminazione punibile allorché contiene affermazioni categoriche non corrispondenti al vero....». Ma?

I giudici con l'ermellino sono convinti: «In una competizione politica particolarmente accesa bisogna stare attenti al contesto...». E l'analisi di questo contesto viene esplicata per tutte le pagine di questa sentenza dove seguendo la Cassazione, in punta di penna, si fa fatica a coniugare il diritto con la logica e il buon senso.

Un esempio. A pagina 9 si parla dei sei imputati. La Suprema Corte è convinta: con i loro manifesti volti a raccogliere firme per una petizione non volevano cacciare via gli zingari, ma sistemarli meglio, nei paesi limitrofi a Verona. Eppure a pagina 12 scopriamo che proprio i paesi limitrofi a Verona erano stati tappezzati dei manifesti che chiedevano di firmare la petizione per mandare via gli zingari.

All'epoca dei fatti, settembre 2001, Flavio Tosi era capogruppo regionale della Lega nord. La sua petizione diceva: «I sottoscritti cittadini veronesi con la presente chiedono lo sgombero immediato di tutti i campi nomadi abusivi e provvisori e che l'amministrazione non realizzi nessun nuovo insediamento nel territorio comunale». E secondo la Cassazione questa petizione «non ha un contenuto palesemente discriminatorio ».

Siamo un Paese a cui ogni tanto viene somministrata dai partiti di centro destra una sbornia che viene amplificata da mass media e che poi, quando ci si sveglia, lascia dietro di sè un bel gran mal di testa. E’ il caso della sbornia delle tasse su cui c’è stata anche una battaglia elettorale vinta da Berlusconi il quale ora si trova a dover mantenere le promesse fatte, tra le quali la riduzione delle tasse su salari e stipendi e sulla prima casa e delle aliquote IRPEF (se ci saranno le condizioni economiche). Se il buon giorno si vede dal mattino, le recentissime decisioni del governo relative alla riduzione delle tasse su una quota marginale dei salari e stipendi e dell’eliminazione dell’ICI sulla prima casa fanno prevedere nubi e temporali.

Mentre con la prima manovra lo Stato rinuncia ad incassare un parte del prelievo fiscale relativo alle componenti variabili del reddito da lavoro dipendente privato, con la seconda si ridistribuisce reddito proveniente dalla fiscalità generale a favore di ceti abbienti, che possedendo case non certo popolari, potrebbero continuare a pagare anche l’ICI.

A scanso di equivoci chiariamo subito che non siamo strenui difensori di questa imposta locale visto che essa, per l’importanza che ha assunto sul gettito delle casse comunali, ha concorso a incentivare una continua crescita della cementificazione del territorio. Riteniamo infatti che non sia più prorogabile una riforma complessiva della fiscalità locale che, pur prevedendo forme importanti di prelievo dalla rendita fondiaria ed urbana, consenta di disincentivare e frenare le crescenti espansioni urbane che i comuni favoriscono per fare cassa.

Stante la situazione di status quo in atto, vogliamo qui richiamare in particolare l’attenzione sulle conseguenze che l’eliminazione dell’ICI sulla prima casa comporterà per i Comuni, anche a fronte di trasferimenti equivalenti da parte dello Stato. Anzitutto occorre evidenziare che questa decisione va in direzione esattamente contraria a quanto si va sostenendo da anni a proposito dell’autonomia finanziaria dei Comuni dato che questi si troveranno a veder dipendere ancor di più le proprie entrate dai trasferimenti dello Stato, con buona pace di chi predica contro il centralismo romano! Ma fin qui qualcuno direbbe: poco male, visto che anche la manovra sull’ICI relativa alla prima casa prevista dalla finanziaria di Prodi, va nella stessa direzione.

Tuttavia per le casse comunali la differenza tra l’intervento del centro sinistra e quello del centro destra è sostanziale ed essa sta nel fatto che se le minori entrate dei Comuni derivanti dalla soppressione dell’ICI sulla prima casa saranno compensate da una somma pari a quella incassata nel 2007, verranno penalizzati fortemente tutti quei Comuni in cui in questi anni le Amministrazioni si sono date da fare per ridurre le aliquote ICI per la prima casa! Si premieranno così i Comuni che hanno le aliquote al massimo (7 per mille) e si penalizzeranno quelli che le hanno ridotte o che hanno deciso di mantenerle ai livelli minimi. Come manovra non c’è male. In assenza di una complessiva riforma della fiscalità locale, avverrà che i Comuni penalizzati cercheranno di compensare le minori entrate aumentando l’addizionale comunale all’IRPEF, urbanizzando ulteriormente il territorio con capannoni vari, rendendo costosa la sosta delle autovetture mettendo parchimetri ovunque (come già fanno molti comuni medi e grandi) ed a sperare di ricavare somme consistenti dalle multe connesse alle infrazioni del codice della strada (vedasi l’estensione del ricorso all’autovelox).

Ora che è uscito sulla Gazzetta Ufficiale il decreto fiscale (DL. 27 maggio 2008 n 93) è possibile leggere anche le cifre ed analizzare cosa si è penalizzato. Anzitutto si evidenzia che “le modalità di rimborso ai Comuni per il taglio dell'Ici valgono solo per il 2008, e non più per l'intero triennio 2008-2010, come previsto nella prima bozza del decreto fiscale. Anche la cifra è leggermente ridimensionata: scende da 2.600 milioni a 1.700 cui vanno aggiunti però, nella nuova formulazione, 823 milioni del primo taglio ICI operato dal Governo Prodi. In tutto 2.523 milioni” (Il sole 24 ore). Poiché questa è la somma che si intende trasferire ai Comuni per il mancato gettito dell’ICI senza dover provvedere a reperire nuove entrate, il decreto Tremonti prevede di fare tagli sul versante delle spese. I soldi arrivano da fondi stanziati nella finanziaria per capitoli di spesa che non ci saranno più e che riguardano le infrastrutture del sud, il trasporto locale, l’ammodernamento della rete idrica, l’ambiente, le politiche sociali.

Ciò detto sui tagli delle spese previste, su cui ci sarebbe già molto da dire, rimane ora la questione delle entrate e, ciò, al fine di esaminare la redistribuzione del reddito che viene operata con il decreto. Per far questo occorre tener presente alcune cose importanti.

Anzitutto spendiamo due parole sull’ICI, ossia sul fatto che questa imposta locale sui patrimoni immobiliari, rappresentando una entrata per le casse comunali (fra le più importanti) basata sul valore catastale di essi, consentiva, sia attraverso l’applicazione differenziata delle aliquote che attraverso il diverso valore catastale degli immobili, di incidere sulle rendite immobiliari e di effettuare prelievi che in un certo qual modo potevano essere considerati progressivi rispetto al reddito dei loro proprietari. In altre parole si poteva in buona misura far concorrere di più alle entrate comunali (e quindi alle loro spese) coloro che abitano in case di lusso, signorili o comunque non popolari e che pertanto si presumono essere percettori di redditi medio alti ed a far pagare di meno coloro che invece abitano in case popolari o certamente non di lusso che invece percepiscono redditi modesti o bassi. Come vede si tratta di un imposta che risponde anche ad un principio di equità previsto dall’art. 53 della Costituzione che recita: “…tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Orbene ricordiamo che grazie alla manovra di Prodi, che agiva sul versante delle detrazioni e non delle aliquote, si era riusciti a non far più pagare l’ICI a circa il 40% di proprietari di prime case che abitano in alloggi modesti aventi un basso valore catastale e, perciò, appartenenti a persone a basso reddito (lavoratori dipendenti e pensionati). La manovra Berlusconi, con l’eliminazione delle aliquote sulla prima casa, va ora a beneficiare il rimanente 60%, ossia coloro che sono proprietari di case aventi un valore catastale medio ed alto e che pertanto si presume dispongano di redditi medio-alti. In questo modo tutti vengono messi sullo stesso piano. Certamente si obietterà che il mancato aggiornamento del catasto ha forse consentito a proprietari di alloggi per niente modesti o popolari di beneficiare della manovra di Prodi, tuttavia si deve ricordare che la recente riforma del catasto che ha permesso di trasferire ai Comuni o loro raggruppamenti, la sua gestione diretta, dà loro la possibilità di provvedere al suo aggiornamento e, quindi, di eliminare le disparità presenti.

Tolte dunque ai Comuni le risorse economiche connesse a questa imposta, rimaneva da risolvere il problema di dove reperire le risorse necessarie da trasferire ai Comuni per compensare queste minori entrate e consentire così di sostenere le spese che essi fanno.

Avendo deciso di non ricorrere all’istituzione di una nuova tassa, i soldi non potevano che provenire dalle entrate generali dello Stato che, come mostrano i dati del Ministero delle Finanze, provengono per lo più dalle entrate tributarie (che nel bilancio di previsione del 2008 rappresentano il 63% delle entrate di competenza) ed in particolare dal gettito IRPEF (che a sua volta rappresenta il 36,7% delle entrate tributarie stesse). Un gettito questo che a seguito della cronica massiccia evasione ed elusione fiscale proviene oggi in gran parte dai redditi da lavoratori dipendenti e pensionati, ossia da coloro che hanno un prelievo certo e diretto alla fonte. E’ da questi soggetti infatti che vengono i soldi che andranno a compensare i Comuni per le mancate entrate dell’ICI.

Orbene, una volta dirottate le entrate tributarie dello Stato verso i Comuni e soppresse le spese che si prevedevano di fare, i Comuni ora potranno finanziare le proprie spese non più fruendo di entrate derivanti da una imposta progressiva sul valore del patrimonio (e perciò sul reddito), in cui anche coloro che dispongono redditi superiori alla media, contribuiscono a pagarli, bensì solo grazie ai soldi che prevalentemente provengono dalle tasche di lavoratori dipendenti e pensionati.

Queste categorie di persone si troveranno così a pagare anche per conto di chi ora, grazie alla soppressione dell’ICI su case di un certo valore, non pagheranno niente.

Se questo è l’antipasto del federalismo fiscale, c’è di che stare poco allegri!

La Rete dei Comitati per la difesa del Territorio, di recente costituitasi in Associazione, fin dalla sua origine ha considerato l’ambiente, nella sua accezione più vasta di territorio, paesaggio, beni culturali, centri urbani, condizioni di vita individuale e collettiva, come un bene primario da tutelare e arricchire a beneficio della collettività. L’attività della Rete, derivante dall’azione dei 180 Comitati nati su singole specificità territoriali ma riconosciutisi in alcuni principi generali, ha evidenziato gli effetti negativi di pratiche di governo del territorio che riguardano sia il livello nazionale che quello delle amministrazioni locali. La Regione Toscana, che vantava in passato un primato nella difesa del bene pubblico contro i particolarismi, si è incamminata oggi verso un modello di gestione del territorio in cui trovano spazio gli interessi speculativi e la rendita immobiliare a scapito della tutela ambientale. La riconversione in atto dell’economia toscana, dalla produzione manifatturiera all’edilizia, ha contribuito a una cementificazione diffusa, scollegata da emergenze abitative, mentre le grandi infrastrutture non sembrano tener conto di quel rapporto tra costi e benefici per la collettività che dovrebbe essere il parametro essenziale per ogni grande opera. Quanto alle politiche energetiche, vengono promossi obsoleti e pericolosi impianti ad alto rischio, anziché sostituirli con fonti energetiche rinnovabili, per le quali è necessario comunque attivare la procedura di VIA; come, per la gestione dei rifiuti, si insiste con un piano che prevede l’incenerimento e il conferimento in discarica anziché avviare una responsabile politica fondata su riduzione, raccolta differenziata spinta, riciclaggio, e impianti di trattamento a freddo, utilizzando pratiche già altrove collaudate con ottimi risultati.

Per fare il punto della situazione sul territorio toscano la Rete ha promosso il Convegno “Le emergenze in Toscana. Crisi di un modello regionale di sviluppo”.

A fianco di relazioni che hanno evidenziato la mancanza di una visione culturale e politica che tenga in debito conto i livelli di attenzione con cui le Istituzioni devono guidare le trasformazioni del territorio, e di interventi che hanno proposto soluzioni alternative ad alcune scelte sbagliate ma anche di recente ribadite come essenziali (tirrenica, nodo fiorentino tav, rigassificatore, inceneritori, tramvia fiorentina, geotermia nell’Amiata…), dopo aver evidenziato alcuni specifici casi territoriali, è stata presentata una “Mappa delle emergenze” nella quale sono registrati i luoghi in cui si verificano aggressioni al patrimonio territoriale della Regione, con segnalazioni provenienti dai Comitati stessi. Si tratta di un lavoro in progress che la Rete mette a disposizione di chiunque voglia conoscere lo stato effettivo della situazione toscana, al di là della retorica dello sviluppo di qualità e delle buone intenzioni enunciate nei documenti ufficiali. Un Osservatorio permanente, arricchito a latere da una analisi di scempi sui quali non sono ancora nati specifici Comitati, che costituisce una denuncia circostanziata della sofferenza in cui versa il nostro territorio e insieme la base per le ipotesi alternative di cui la Rete è portatrice; un libro bianco sui danni già compiuti e un richiamo forte al rispetto di quei principi costituzionali che sanciscono all’art. 9: “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Infine, la Mappa vuole essere un appello alle istituzioni e, anche in vista delle prevedibili conseguenze relative alla mancata applicazione del “Codice del paesaggio”, un possibile terreno di confronto, aperto e trasparente, con chi non sostenga solo a parole la difesa dell’interesse presente e futuro della collettività.

In calce è scaricabile un’ampia rassegna stampa, diffusa dalla Rete all’indomani del Convegno. Qui la " Mappa delle emergenze". Altre informazioni sul sito della Rete. Qui la relazione di E. Salzano, fra poco anche quella di Paolo Baldeschi. Alberto Asor Rosa ha parlato a braccio.

Occhio all'Appia. Da qualche settimana quella che è stata definita come una tra le più belle vie del mondo va subendo una serie di impressionanti attacchi e violazioni. Il primo caso, circa un mese fa, ha riguardato l'installazione di una piscina da 25 metri per 20 e profonda 4. Viene spontaneo domandarsi: che fine ha fatto tutta la terra sbancata? Un sito archeologico, infatti, non è solamente uno scrigno, bensì un inestimabile archivio di dati. Le scavatrici che ne devastano i tesori, distruggono al contempo informazioni di inestimabile valore per gli studiosi. Malgrado i divieti del Parco regionale e della Sovrintendenza archeologica, il circolo del tennis all'Acquasanta e lo Sporting Palace hanno scavato, costruito, elevato muri in cemento armato e sopraelevazioni. Ma non è tutto. Qualche giorno fa, a 200 metri dall'Acquedotto dei Quintili è stata costruita una struttura in ferro destinata alla ristorazione e dotata di alcuni banchi da supermarket.

Potete immaginare un abuso simile in mezzo alle Piramidi o ai monumenti aztechi? Ebbene, ciò che nessuno oserebbe fare in Egitto o in Messico, è invece realizzabile in Italia, nel cuore stesso della Capitale. La gravità dell'accaduto appare evidente, se paragonata alla situazione di nazioni che dovrebbero possedere una cultura civica teoricamente più esile della nostra. Ma ormai non dobbiamo più paragonarci al nord Europa o agli Stati Uniti (nazioni dove è diffuso un elevato senso dello Stato), bensì all'Africa o all'America Latina. Riusciamo ancora a afferrare l'enormità di un fatto simile, o dobbiamo rassegnarci a scivolare nella «gomorrizzazione» del nostro territorio?

«È la zona più vincolata del mondo», ha dichiarato la direttrice del Parco dell'Appia Antica, Alma Rossi, «ma senza l'approvazione del piano e del regolamento del parco, si tratta di una lotta impari ». Non resta che plaudire al lavoro di chi ha portato al sequestro dei cantieri illegali, e sperare che la battaglia per la conservazione del patrimonio venga vinta. Ma cosa importa questo ad un privato, di fronte alla prospettiva di aumentare il suo giro d'affari? Bisognerà comprendere la necessità di bloccare le licenze commerciali. Solo così potremo arrestare la continua erosione del bene comune. L'Appia Antica è di tutti: difendiamola.

In Italia è dall´inizio degli anni ‘60 che non si pensa ad un piano per l’abitazione a basso costo. Da Fanfani in poi, dagli albori del primo centro-sinistra, si è persa la nozione di quello che saremmo divenuti, e la stupida illusione di una crescita economica all’infinito ha creato danni gravissimi all’equilibrio del pianeta. Giulio Tremonti è in grado di proporre un piano che abbia senso etico e non di mercato per risolvere il dramma della mancanza di abitazioni.

In un calcolo semplificato in Italia mancano 3 milioni di abitazioni da dare in affitto a canone controllato per una popolazione di 8 milioni circa di italiani in cerca di abitazione, e fra 4 e 5 milioni di emigranti legalmente riconosciuti o cosiddetti clandestini. I grandi temi sono abbandonati. La città, il suo modificarsi, il metabolismo naturale dei luoghi urbani, demolizioni e ricostruzioni, cambiamenti, emergenze, parchi e boschi, luoghi per vivere….. sembrano superati dalle chiacchiere di un paio di perdigiorno che si mettono, senza competenza, a dibattere sugli architetti più o meno noti.

Guardano l’architettura come panorama selvaggio in cui gli abitanti di questo paesaggio sono presi dalla smania di media o dalla droga del potere! La questione è ben altra. In Italia si è persa completamente la dimensione del progetto. Si confondono ruoli e metodi. Si pensa che un tema, un’idea siano già trasformati in realizzazioni. Come nel caso dell’Expo del 2015, meritatamente conquistata dalla città di Milano, tempi e progetti non fanno parte della cultura delle nuove classi dirigenti. Se già ci si dotasse di un gruppo di esperti (non contate sul sottoscritto per ragioni deontologiche), parte di una commissione italiana e internazionale, con la quale dialogare e costruire ipotesi, sarebbe già un bene. E poi che si dia immediatamente incarico ai rappresentanti dei poteri locali di decidere l’organizzazione e i tempi della realizzazione. Credo che se dovessi scegliere qualcuno per avere la certezza che tempi e soldi siano perfettamente congrui, sceglierei qualcuno che ha esperienza di grandi opere urbane.

In Italia non si è formata una classe di committenti pubblici capaci di imprese importanti. Nel nostro paese c’è stata sempre una grande confusione tra progetto, costruzione, sviluppo e gestione. Pochissima attenzione per la manutenzione futura delle opere. Nessun metodo che può divenire modello riproducibile di una sana amministrazione del territorio. L’occasione ha voluto che Milano diventi punto d’ascolto e osservazione per l’intera comunità nazionale. Che Milano diventi anche il luogo in cui l’effimero possa rimanere permanenza di qualità e architettura. E che l’evento si trasformi in un respiro nuovo che dia al territorio milanese la massa critica necessaria per gestire e governare la regione più ricca d’Europa.

Gli amministratori e i politici non hanno brillato in Italia negli ultimi decenni per lungimiranza. La politica sembra impietrita di fronte alle ragioni dell’insicurezza e del degrado urbano. Gli architetti hanno in molti rinunciato alla responsabilità che un progetto rappresenta in sé. Ci si è concentrati sulle tre torri di Citylife declinando in una parodia del moderno tutto l’odio che alcuni esprimono contro l’architettura contemporanea. Ma ci si dimentica ancora una volta che le abitazioni costruite intorno alle torri degli uffici sono il reale fulcro economico dell’operazione. Si ignora la bruttezza (che qualcuno ha denunciato) dell’orrore del quartiere costruito su metà dell’ex Maserati. Il disordine urbano di questo come tanti altri esempi di frettolosa e stupida riconversione delle aree industriali dismesse deve essere considerato il fondo a cui negli ultimi anni è arrivata l’architettura e l’urbanistica.

La scarsa qualità è quasi sempre genuflessa alla rapace volontà della speculazione immobiliare. La stessa che ha reso gran parte degli architetti imbelli e senza desiderio di battersi per il progetto e contro la stupefacente ignavia del potere pubblico. I critici, i sociologi, gli antropologi si facciano avanti e si battano anch’essi non con facili argomentazioni contro gli architetti migliori, ma dimostrino il loro reale impegno facendo sentire la voce degli intellettuali in difesa di un territorio saccheggiato e privato di risorse. Che attacchino la speculazione e l’assenza di etica nella gestione del territorio.

La casa d’emergenza che provocatoriamente e necessariamente rappresenta l’estremo limite a cui l’incuria dell’uomo ha consegnato gran parte del territorio del pianeta, è la risposta minima ai disastri e alla nuova condizione dell’ambiente. Ma l’obiettivo rimane sempre quello di costruire un habitat in cui ci si ritrovi. Luogo delle democrazie possibili. Superate le critiche e le guerre di religione, ci ritroveremo sempre a ricercare la dimensione possibile per vivere insieme e per far convivere persone di differenti etnie, culture ed economie. La critica non deve sconfinare nel nichilismo, ma aiutare a ridisegnare la casa dell’uomo. Se l’uomo avrà una casa, avrà anche un lavoro e avrà anche i suoi libri e la sua musica. La cultura è parte di questo progetto. La città deve ritrovare gli elementi che oggi le sono mancanti, la qualità dell’habitat, il verde e l’aspetto "ludico". La città non è soltanto luogo dove si lavora o si commercia, ma anche un luogo di cultura e di esperienza. È aperto il dibattito, sono aperte le danze.

Milano 2015 è destinata a divenire un esempio e modello per un’intera comunità? O al contrario ci ritroveremo ancora una volta nella nostalgia di un passato improbabile o nella scarna utopia?

postilla

Difficile non concordare in linea di massima con la ricognizione da alta quota di Fuksas, che anticipa il suo prossimo intervento sul tema alla Triennale di Milano, dove al momento sono in corso due iniziative sulla casa già ripetutamente riprese da questo sito. Ma il volo necessariamente alto dell’architetto romano sfuma su alcuni dettagli, che a ben vedere tali non sono, che la storia ha già ampiamente chiarito, e che anche la cronaca conferma. Innanzitutto l’evocato piano Fanfani-case e il patto col diavolo stipulato a suo tempo fra buona parte della cultura architettonico-urbanistica e lo stato: molto lavoro, in cambio della rinuncia ad alcuni principi. Primo fra tutti quello di una vera coerenza fra gli interventi per le case economiche e un ordinato assetto del territorio, ben riassunto - per chi ha voglia di rileggerselo - in un lungo saggio di Ludovico Quaroni: “Città e quartiere nell’attuale fase critica della cultura ” (La Casa, n. 3, 1956). Forse non è un caso, che Fuksas richiami un esempio tanto noto e in qualche modo celebrato, quanto arcaico nelle culture che hanno contribuito a definirlo, nella realtà e nell'immagine (non ultime le mostre e le pubblicazioni di qualche anno fa, dove si decantavano le qualità dei "villaggi" ma spariva praticamente la città circostante). Un'esperienza, quella dell'Ina-Casa, che quasi nulla aveva a che spartire, con strategie successive di molto più ampio respiro dal punto di vista sia urbanistico che sociale. E tutto in un ambiente che in linea di principio non copriva di insulti qualunque riferimento alla pianificazione territoriale. Oggi come sa chiunque, il contesto è molto diverso. Diciamo pure ostile ad approcci non settoriali.

Cosa accadrebbe, ad esempio, nella Milano dell’Expo 2015, nel contesto di un nuovo "patto col diavolo", fra architetti progettisti e pubblica amministrazione? È purtroppo abbastanza facile immaginarselo, anche se non nei particolari: un do ut des fra casa e territorio, fra diritti sociali e diritto all’ambiente, a partire ad esempio da un nuovo attacco alla pianificazione sovracomunale e alle aree verdi, presentate come “lusso insostenibile” o roba del genere. Si sa che, ripetute all’infinito dagli organi si informazione, anche le sciocchezze più madornali diventano verità indiscutibili, no?

E del resto non siamo soli. Anche il New Labour britannico sta tentando il colpo, anzi il doppio colpo: allentare i vincoli urbanistici (lì un pilastro della cultura e dell’identità nazionale) con la scusa dell’emergenza abitativa, e financo della lotta al cambiamento climatico. Un po’ come Veronesi a Milano, che danneggia ambiente e salute col suo Cerba, per fare ricerca sulla salute del futuro, i neolaburisti di Brown seppelliscono di cemento e asfalto “a misura d’uomo” la greenbelt, per andare incontro ai bisogni delle giovani coppie che non trovano casa, etichettando l’operazione come “eco-town”, e sostenendola anche attraverso una nuova legge urbanistica … studiata da una economista.

Coincidenza: anche Fuksas fa appello a Tremonti. Coincidenza? Mah: Fuksas è uomo di cultura. O no? (f.b.)

Uno strano errore è stato commesso e ripetuto dai diversi schieramenti che, nel corso di 15 anni, si sono opposti, spesso con tollerante mitezza all’impero di Berlusconi (nel senso di tutti i soldi e tutte le televisioni con cui fa politica). È stato l’errore di dire e pensare che Roberto Maroni fosse il più umano e normale dei leghisti, niente a che fare con vergognose figure come Borghezio e Gentilini.

Un errore grande. Non c’è alcuna differenza fra Maroni e Borghezio o Gentilini. Il ministro degli Interni di un Paese democratico che ordina di prendere le impronte digitali di migliaia di bambini italiani o ospiti dell’Italia, solo perché quei bambini sono Rom, è fuori dalla nostra storia di paese libero. È estraneo allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione, è ignaro del fascismo da cui ci siamo liberati e di cui ricordiamo con disgusto, fra i delitti più gravi, l’espulsione dei bambini italiani ebrei dalle scuole italiane.

È stato uno dei peggiori delitti perché quella umiliazione spaventosa a cui sono stati sottoposti i più piccoli fra i nostri concittadini ebrei, alla fine ha generato lo sterminio. Il ministro degli Interni non è così giovane e così ignaro, per quanto la sua formazione sia immersa nella barbara e claustrofobica visione

Il ministro dell’Interno sa, e non può fingere di non sapere che obbligare i bambini di un gruppo etnico (molti radicati in Italia da decenni, alcuni da secoli) alle impronte digitali vuol dire lacerare la nostra vita, spaccare e isolare dal resto del Paese una parte di coloro che vivono e abitano con noi. Vuol dire indicare a tanti, che hanno più o meno la sensibilità morale del ministro, “gli zingari” compresi “i bambini zingari” come estranei, reietti e degni di espulsione. Chi è indicato come “da escludere” diventa per forza qualcuno da perseguitare.

Si noti un particolare davvero disgustoso e non accettabile: l’impronta verrà presa prima di tutto e più facilmente ai bambini che vanno a scuola e verranno che marchiati di fronte ai compagni. E sarà una umiliazione grave per la Polizia italiana. L’ideologia conta poco e nessuno, salvo xenofobia e razzismo, conosce uno straccio di ideologia della Lega. Ma la decisione di sottoporre i bambini di un gruppo selezionato come nemico all’umiliazione delle impronte digitali è una decisione fascista.

Mi impegno a tentare con le mie prerogative di parlamentare di impedirlo. Chiedo ai colleghi Deputati e Senatori che si riconoscono nella Costituzione di volersi unire per difendere i bambini Rom, l’onore della nostra Polizia, ciò che resta della nostra civiltà democratica.

Centonove vicende di maltrattamenti, distribuite in tutta la Toscana, con una concentrazione nell'area fiorentina e ad esclusione di due sole zone, la Garfagnana e il Casentino. La Rete dei comitati coordinati da Alberto Asor Rosa ha stilato una mappa degli scempi del territorio toscano, dalle espansioni edilizie agli stabilimenti industriali. I comitati hanno organizzato per oggi un convegno a Firenze (Circolo Vie Nuove, via Donato Giannotti 13). Partecipano, fra gli altri, Asor Rosa, Salvatore Settis, gli urbanisti Edoardo Salzano, Paolo Baldeschi e Giorgio Pizziolo, l'agronomo Mauro Agnoletti.

La Toscana si conferma una regione a elevata conflittualità ambientale, da quando, due anni fa, esplose la vicenda delle case costruite sotto la rocca di Monticchiello. Da allora sono sorti molti comitati di tutela. Che, con quelli già esistenti e con le associazioni ambientaliste, hanno costituito una rete. Un'antica abitudine alla partecipazione ha alimentato forti passioni e stimolato competenze e analisi. Sull'altro fronte le istituzioni regionali e molte locali, si sono impegnate a difendere una lunga storia di buongoverno. La mappa disegna una regione puntellata da inestimabili luoghi di pregio a fianco dei quali figurano località inghiottite dal cemento. «Le emergenze territoriali nella Toscana», spiega Claudio Greppi, geografo dell'Università di Siena e autore del dossier che accompagna la mappa, «non sono smagliature occasionali, come dicono gli amministratori pubblici. Sono le conseguenze di come viene applicata la legislazione regionale. E gli effetti delle norme si vedono solo ad alcuni anni di distanza». La mappa raccoglie le segnalazioni dei comitati. Fra le realizzazioni più discusse il grande albergo di Poggio Murella, a Manciano, progettato da Paolo Portoghesi; o gli insediamenti di Campagnatico, di Monte Argentario e di Capoliveri all'isola d'Elba, sui quali pendono inchieste della magistratura. A Casole, sul colle di San Severo, vista mozzafiato sulla Val d'Elsa, c'era un piccolo podere con un casale in pietra, una stalla e qualche annesso: ora spuntano dieci villette con cinquanta appartamenti e persino un laghetto artificiale. Un villaggio turistico dovrebbe sorgere invece a cinquecento metri dalla Rocca di Campiglia Marittima: se il minuscolo borgo occupa sul cocuzzolo 50 mila metri quadri, ai suoi piedi il villaggio si estenderà su un'area grande più della metà dell'abitato medievale. Ottantaquattro sono invece le villette contestate nella zona di Palaia, a Greve in Chianti. Un altro caso ancora, Castelfalfi, piccolo borgo di origine longobarda inserito in una vasta tenuta, con campo da golf e con edifici in parte già trasformati in residenze turistiche. La proprietà è stata acquistata da Tui, un gigante tedesco del turismo, che progetta nuove edificazioni per 140 mila metri cubi, un albergo da 240 posti letto, un villaggio per altri 400, e piccoli borghi dove oggi ci sono isolati casali, oltre all´aumento del campo da golf da 68 a 162 ettari. Fra le emergenze si segnalano stravolgimenti nel centro storico di Fiesole, ma anche l'ampliamento dell'aeroporto di Ampugnano, vicino a Siena, e la costruzione dei 110 chilometri di autostrada da Civitavecchia a Grosseto. Ma complessivamente è sotto accusa tutta la politica urbanistica attuata in vaste zone della regione. Spiega Edoardo Salzano: «L'azione di tutela non è semplice conservazione, ma amorevole accompagnamento e guida che consenta il prolungamento nel tempo delle regole, degli equilibri che la qualità di paesaggi urbani e rurali hanno costruito e mantenuto fino a oggi".

"Ma il cemento non è dilagato"

Intervista a Claudio Martini di Francesco Erbani - la repubblica, 28 giugno 2008

«Fra i comitati è prevalsa una politica di contrapposizione. Hanno vinto istanze estremiste e per certi aspetti regressive». Claudio Martini, presidente della Regione Toscana, non potrebbe essere più secco. Con i comitati ogni dialogo è interrotto. «Qualcuno ha anche detto che dietro le scelte urbanistiche c'è odore di tangenti. E a questo punto per me il discorso si chiude».

I comitati accusano la Regione di aver favorito una politica di espansione edilizia.

«Sono scandalizzato a sentir parlare di Toscana infelix. Nella regione avvertiamo la presenza di interessi speculativi, che dopo aver aggredito le coste si spostano nelle zone interne. Ma chi sostiene che ci saremmo consegnati a essi non fa i conti con la realtà».

E la realtà qual è, secondo lei?

«Ci sono problemi e possiamo anche discuterne. Ma con la nuova legislazione regionale l'insediamento di Monticchiello non sarebbe stato possibile. E poi non è vero che dovunque spuntino ecomostri».

Lei non crede che il cemento stia dilagando in Toscana?

«Non ci credo. A breve avremo nuove rilevazioni sull'urbanizzazione. Ma posso anticipare che negli ultimi dieci anni in Toscana il fenomeno è stato inferiore alla media italiana e inferiore anche al dato del decennio precedente».

Vi accusano di aver lasciato mano libera ai Comuni, troppo deboli rispetto a certi interessi.

«Se non ci fosse stata l'opera di salvaguardia dei comuni toscani non avremmo avuto la salvaguardia di teatri, castelli, siti archeologici. In ogni caso, con la nuova legge regionale, i Comuni non sono lasciati da soli. È prevista una pianificazione del territorio in accordo con la Regione e anche con le soprintendenze. Ma il problema è che i comitati hanno un'idea dello sviluppo improponibile. Loro contestano anche ospedali, impianti di energia eolica e geotermica. Non vogliono campi da golf. Protestano se uno stabilimento industriale chiede un ampliamento, senza il quale è costretto ad andare in Germania».

A sentir loro, ci sarebbe un gruppo di benefattori che per puro amore della laguna gestiscono in perdita una ventina di aziende faunistiche venatorie su 1.600 ettari di valli da pesca (bacini arginati con acque a livello controllato che coprono un terzo della intera laguna), con relativi “casoni”, “botti” da caccia, cavane. Si chiamano Zacchello, Andrea Riello, Vitaliano Rossi, Giuseppe Stefanel, Ferruzzi, Marzotto, Foscari Widman e altri fortunati. Panto, meno fortunato, si recava in valle in elicottero. Servono per incontri conviviali (Galan è un noto frequentatore) e spensierata vita familiare all’aria aperta. “Le valli non sono un guadagno, al massimo un blasone”, ha dichiarato il noto avvocato prof. Orsoni, dopo aver intascato le parcelle dai presunti “proprietari”.

Per sapere che le valli da pesca sono proprietà demaniale inalienabile basta leggere una delle tante ricerche storiche condotte fin dal dopoguerra. Da ultimo, in edicola si trova ancora una pubblicazione di Elvi Longhin, edita dalla Provincia di Venezia. Non solo la Serenissima Repubblica di Venezia, ma anche lo stato asburgico Lombardo-Veneto e il Regno d’Italia avevano ben delimitato le acque dalla terra ferma. Anche lo Stato repubblicano con una sentenza del tribunale superiore delle acque pubbliche del 1950 stabiliva intelligentemente che: “la laguna veneta costituisce un sistema idraulico unitario che non consente distinzioni tra le singole componenti le quali invece nel loro complesso organico dimostrano attitudine a fini di pubblico interesse di tutta la laguna nella sua interezza, comprese le valli costituenti la così detta laguna morta”. Gli studi scientifici sugli ecosistemi di transizione, sulle biocenosi e la biodiversità non hanno fatto che confermare l’unitarietà dell’ambiente lagunare. Infine la legge speciale per la salvaguardia di Venezia del 1973 imponeva una gestione del regime delle acque integrato anche nelle valli.

Come sia potuto accadere che le varie amministrazioni dello stato (Magistrato alle Acque in primis) abbiano nel corso degli anni chiuso tutti gli occhi di fronte a translazioni immobiliari e fondiarie del tutto illegittime fa parte del capitolo connivenze e mala-amministrazione pubblica.

Per contro, se le cose oggi finalmente sembrano prendere un verso diverso, il merito va riconosciuto ad uno sparuto gruppo di ambientalisti (Lega per l’Ambiente con Angelo Mancone, Natura Viva con Pino Sartori, Urbanistica Democratica con Giorgio Sarto, i Verdi con Michele Boato) che iniziarono una vertenza giudiziaria a fine anni ’80, guidati dagli studi di un appassionato funzionario provinciale del Lido, Sergio Sartori, e al tenace avvocato Luca Partesotti. Gli esposti furono presi sul serio da un integerrimo avvocato dello Stato, Michele Botta, che dopo alterne vicende sono giunti ora alla sentenza di secondo grado della Corte d’Appello, presieduta da Nicola Greco. Anche la causa penale è stata portata fino in Cassazione con l’accertamento della demanialità delle valli.

Insomma, finalmente, i tribunali hanno ristabilito un principio vitale per la Laguna. Gli attuali tenutari usurpatori – pur prosciolti in sede penale - sono chiamati a restituirle e a pagare le indennità di occupazione mai versate. Uno studio della Intendenza di Finanza di qualche anno fa aveva calcolato un risarcimento di 400 milioni di euro, più interessi. Ma di questo si occuperà il tribunale civile con separato giudizio.

Tutto bene, quindi? Una battaglia di giustizia e di salvaguardia dell’ambiente giunta a buon fine?

C’è da superare ancora il terzo grado in Corte suprema di Cassazione, ma soprattutto c’è la canea mediatica e politica sollevata dai signorotti “estromessi” dai lori fondi che chiede a gran voce una iniziativa legislativa a sanatoria. Vari deputati della destra avevano già tentato negli anni passati. E solo grazie ad una attenta interdizione era stato possibile impedire la ennesima alienazione di un bene pubblico. Le tesi a favore della privatizzazione si riferiscono al fatto che le pubbliche amministrazioni non sarebbero in grado di sostituirsi nella gestire delle valli con efficienza e criteri di conservazione ambientale. Alle istituzioni pubbliche mancherebbero i denari (anche se i potenziali produttivi della vallicoltura semintensiva non sembrano affatto irrisori) e soprattutto le capacità tecniche. Questo secondo punto è sicuramente vero. Le prove storicamente date dal magistrato alle Acque sono semplicemente disastrose. Del resto, al di là del nome magniloquente, si tratta di un ufficio periferico del Ministero alle infrastrutture (ex Lavori Pubblici), la cui vocazione è appaltare lavori al Consorzio privato di imprese Venezia Nuova.

Per trasformare questa vittoria giudiziaria in un reale passo avanti nella battaglia per la salvaguardia della laguna occorrerebbe un ente di gestione di scopo, con una missione specifica, come esistono in tutti gli ambienti con grandi valenze naturali in pericolo di degrado irreversibile. Servirebbe il Parco. Se fossimo in un paese a normale sensibilità civica e ambientale, la proclamazione della demanialità delle valli dovrebbe essere la molla per far scattare una iniziativa locale, delle associazioni, delle comunità dei residenti, dei Comuni, della Provincia, della Regione per rivendicare l’uso sociale e pubblico di una risorsa naturale, paesistica, economica che non ha pari al mondo. Una occasione unica. Ci sono esempi vicini (le valli polesane autogestite dalle cooperative di miticoltori) e lontani (il parco naturale delle Camargue sul delta del Rodano) che ci mostrano come si potrebbe fare. Anni fa la Giunta Galan non volle inserire le valli da pesca tra i beni dell’odiato stato centrale da trasferire alle regioni: gli amici non andavano disturbati. Né la Regione ha mai voluto rispettare le sue stesse leggi e istituire un parco della laguna. La legge nazionale sui parchi ha proprio nell’omissione della laguna di Venezia uno dei suoi punti più deboli. Del resto non mi pare che nemmeno la Provincia e i nove Comuni che si affacciano sulla laguna (Campagnalupia escluso, con i suoi ottimi esempi di valle Averto e valle Millecampi) abbiano alcuna intenzione di occuparsi dei loro beni pubblici. L’unica speranza è che associazioni e comitati così fortemente impegnati contro il Mose, il transito delle grandi navi e altre devastazioni turistico-industriali, sappiano anche occuparsi propositivamente delle inestimabili ricchezze che ancora contiene la laguna veneziana.

Paolo Cacciari

Dunque Silvio Berlusconi dice di non essere ossessionato dai giudici. Se così fosse, tutto sarebbe più semplice. Il Cavaliere è il legittimo capo del governo del Paese, ha ottenuto un forte consenso popolare, guida una maggioranza compatta di parlamentari che ha potuto scegliere e nominare personalmente, è alla sua terza prova a Palazzo Chigi, può finalmente trasformarsi in uomo di Stato. Intanto i suoi avvocati lo difendono con sapienza, libertà e ampia fantasia tecnica nel processo di Milano, dov’è imputato per corruzione in atti giudiziari, con l’accusa di aver spinto l’avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri all’estero della galassia Fininvest. Due poteri dello Stato – l’esecutivo e il giudiziario – svolgono il loro ruolo, nelle loro prerogative autonome, ed entrambi nell’interesse del libero gioco democratico, al servizio della Repubblica. Poi, l’opinione pubblica giudicherà gli esiti. Si chiama separazione dei poteri, è uno dei fondamenti dello Stato moderno, e realizza il principio secondo cui la legge è uguale per tutti, anche per chi ha vinto le elezioni e governa il Paese. Perché l’eguaglianza, come spiega Rawls, «è essenzialmente la giustizia come rispetto della norma».

Ma si può dire che sia così? Stiamo ai fatti. Ieri Berlusconi è entrato tra applausi e invocazioni da stadio all’assemblea della Confesercenti, pronta ad ascoltare la ricetta del governo per una categoria che ad aprile ha visto i consumi in caduta libera (-2,3 per cento), con i piccoli negozi in calo del 4,1, il settore non alimentare del 3,4.

Ma il Cavaliere, dopo aver ringraziato per l’accoglienza "tonificante" ha mimato con le mani incrociate le manette, ha assicurato che «certi pm vorrebbero vedermi così», ha spiegato che i giudici politicizzati sono "una metastasi della democrazia", una democrazia peraltro «in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco» dalla magistratura ideologizzata «che vuole cambiare chi è al governo, ledendo con accuse fallaci il diritto dei cittadini a essere governati da chi hanno scelto democraticamente»: mentre il Pd, difendendo i magistrati, ha spezzato il dialogo che Berlusconi ormai rifiuta, perché non vuole discutere «con un’opposizione giustizialista».

Siamo dunque davanti alla rappresentazione istituzionale di un’ossessione. Anzi, ad un’ossessione che si fa governo, che si trasforma in legge, che rompe una politica e ne avvia un’altra. Un’ossessione che si fa verbo e carne, misura di una leadership, orizzonte di una maggioranza, cifra definitiva dell’avventura di questa destra italiana talmente impersonata dal Cavaliere da precipitare intera nei suoi incubi. Si capisce perfettamente la scomodità di fronteggiare un processo per corruzione mentre si è appena riconquistata con un trionfo elettorale la legittimità a governare il Paese. E tuttavia questa scomodità è anche una delle prove della democrazia sostanziale di una Repubblica. Perché non è in gioco, com’è ovvio e com’è evidente, il pieno diritto e la piena libertà dell’imputato Berlusconi a difendersi con ogni mezzo lecito nel processo, facendo valere fino in fondo le sue ragioni, sperando che prevalgano. In gioco, c’è il privilegio improprio di quell’imputato, che può contare sull’aiuto del Premier Berlusconi. Un aiuto attraverso il quale il potere politico diventa ineguale perché abusando della potestà legislativa costruisce con le sue mani - le mani del Presidente del Consiglio, che sono le stesse mani dell’accusato in giudizio - un vantaggio indebito contro un altro legittimo potere della Repubblica (il giudiziario) e contro i cittadini che si trovano nelle sue stesse condizioni, ma non possono contare su quel privilegio.

Per salvarsi da un potere che opera in nome di quello stesso popolo italiano da cui ha avuto un consenso amplissimo, il Cavaliere ha infatti deciso di trasformare il suo personale problema in un problema del Paese e la sua ansia privata in un’urgenza nazionale. Dopo aver ritagliato dentro la procedura penale una misura di sospensione dei processi che ha il profilo della sua silhouette, per bloccare la sentenza in arrivo a Milano, ha provato a trasformare in decreto legge (dunque un provvedimento con carattere di necessità e di urgenza) il nuovo lodo Schifani che per la seconda volta tenta di garantirgli l’immunità penale. Com’è evidente, è proprio l’urgenza di legiferare sotto necessità impellente che rende le due norme inaccettabili, perché patentemente ad personam. È il legame tra le due misure che le svilisce a strumento di salvacondotto meccanico. È tutto ciò, più la coincidenza democraticamente blasfema tra la persona dell’imputato, del capo del governo e del capo della maggioranza legislativa che fa del caso italiano qualcosa di molto diverso dal sistema costituzionale della garanzie per le alte cariche in vigore in alcuni Paesi: dove i Parlamenti - almeno in Occidente - legiferano su tipologie astratte nell’interesse del sistema e non su biografie giudiziare specifiche per dirottarne l’esito nell’interesse privato, spinti dal calendario di un processo in corso.

A due mesi appena da un voto che aveva garantito maggioranza certa, leadership sicura, alleanze blindate, opposizione dialogante, stiamo dunque assistendo ad un incendio istituzionale in cui tutto brucia, nel rogo di un leader che ogni volta consegna i suoi talenti ad un demone, sempre lo stesso. Brucia anche l’autorevolezza del premier e la sua credibilità se non come uomo di Stato almeno come uomo d’ordine: proprio ieri, mentre attaccava i giudici in preda ad un’ira visibile, la platea plaudente dei commercianti ha cominciato a mormorare, poi a rumoreggiare, infine a gridare, con i primi fischi che solcano il miele di questa luna berlusconiana, luminosa per due mesi, e improvvisamente nera. Dice la commissione del Csm incaricata di preparare il plenum che la norma salvapremier farà fermare oltre la metà dei processi in corso, scegliendo arbitrariamente tra i reati, introducendo casualmente uno spartiacque temporale, violando la Costituzione quando parla di "ragionevole durata" del dibattimento, fino a realizzare nei fatti una "amnistia occulta". Sullo sfondo, per tutte queste ragioni, si annuncia un conflitto con il Capo dello Stato che ancora ieri ha chiesto rispetto tra politica e magistratura, ma senza illudersi: «Con la moral suasion lancio messaggi in bottiglia, non sapendo chi vorrà raccoglierli».

Rotto il dialogo, perché ieri Veltroni ha chiuso definitivamente la porta, il Cavaliere è dunque solo davanti alla sua ossessione. Che non è politicamente neutra, e nemmeno istituzionalmente, perché sta producendo giorno dopo giorno una specialissima teoria dello Stato che potremmo chiamare monocratico, con un potere sovraordinato perché di diretta derivazione popolare (il governo espressione della maggioranza parlamentare) e tutti gli altri poteri della Repubblica subordinati: al punto da diventare illegittimi quando mettono in gioco nella loro autonoma funzione il nuovissimo principio di sovranità che vuole il moderno sovrano legibus solutus. I costituzionalisti hanno previsto questa forma di "autoritarismo plebiscitario", e Costantino Mortati ha parlato di "sospensione delle garanzie dei diritti" per la necessità "di preservare l’istituzione da un grave pericolo che la sovrasta" e per la precisa esigenza "di sottrarre a controlli l’opera del capo": ma nessuno avrebbe detto che eravamo davanti a questa soglia.

E invece, questo è un esito possibile - istintivo e necessitato più che teorizzato, e tuttavia perfettamente coerente - del populismo italiano all’opera da quindici anni, capace non solo di conquistare consenso ma di costruire un senso comune dominante, d’ordine e rivoluzionario insieme, tipico della modernizzazione reazionaria in atto. Nel quale può infine crescere senza reazioni questa sorta di opposizione dal governo tipica della destra populista, una speciale forma di "disobbedienza incivile" come atto contrario alla legge, con la maggioranza che detiene il potere politico impegnata a chiamare il popolo alla ribellione.

Questa, non altra, è la posta in gioco. Si può far finta di non vederla, per comodità, pavidità, complicità o per convenienza. Lo stanno facendo in molti, dentro il nuovo senso comune che contribuiscono a diffondere. Sarà più semplice per Berlusconi compiere il penultimo atto, l’attacco finale alla libera stampa. Poi il privilegio prenderà il posto del governo della legge, rule of law. Ecco dove porta l’ossessione del Cavaliere. C’è ancora tempo per dire di no: non tutta l’Italia è acquisita, indifferente e succube.

È passato qualche lustro da quando mi capitò l’onore - un po’ anche l’onere - di partecipare contemporaneamente a due “travagliati parti” di un certo interesse per lo studio della disciplina urbanistica: quello delle biografie degli urbanisti, e quello della formalizzazione dei primi archivi di piani regolatori con una relativa accessibilità pubblica. Dato che, appunto, è passato un po’ di tempo da allora, credo di potermene essere formato un’opinione abbastanza serena. Ebbene: si tratta di due innovazioni potenzialmente dirompenti, soprattutto se usate con senno e padronanza del mestiere. Il quale mestiere è quello del metodo scientifico, ovvero del riuscire a separare (almeno, provarci in buona fede) i propri anche radicati idoli o tabù, dal canto delle carte. Sempre che le carte cantino, naturalmente.

Riboldazzi le carte le conosce bene, e sa come farle cantare. Ci si è cimentato a lungo come ordinatore, conservatore, classificatore. E parallelamente ha familiarizzato con gli strumenti della critica, quelli che consentono di conferire alle carte pesi relativi differenziati, applicando il coefficiente di moltiplicazione degli apporti esterni: di tutto quanto cioè la documentazione centrale dello studio ha a sua volta e a suo tempo acquisito, respinto, forse del tutto ignorato.

L’aveva già ben dimostrata, questa maturità di metodo, nell’antologia Cesare Chiodi: scritti sulla città e il territorio – 1913-1969 che ora, col senno di poi, possiamo considerare una tappa intermedia di avvicinamento all’ultima fatica: Una Città Policentrica. Cesare Chiodi e l’urbanistica milanese nei primi anni del fascismo (Polipress, 2007). In cui le potenzialità dell’approccio biografico e archivistico/urbanistico, così come le ho accennate sopra, emergono in tutta la loro potenziale dirompenza.

Dirompenti perché, forse anche molto oltre le intenzioni dirette dell’Autore, il volume è una fonte inesauribile di spunti, che grazie anche alla singolare personalità del protagonista iniziano a far intravedere con chiarezza qualcosa di sempre sospettato, a volte percepito, puntualmente sfuggito come acquisizione consolidata: gli anni ’20 per l’urbanistica italiana, milanese, romana, ecc., sono un nodo cruciale, le cui conseguenze pesano notevolmente ancora oggi. Un peso equamente distribuito ad esempio fra le modalità di legittimazione pubblica della disciplina, relativi strumenti di visibilità e percezione diffusa, ruolo relativo della pubblica amministrazione, della libera professione, dell’accademia, degli “interessi costituiti”.

Chiodi, come Riboldazzi ben sa e ancor meglio racconta, è un testimone più o meno privilegiato, sempre però ben attento, di tutti questi aspetti, e la sua trasversalità per quanto imperfetta aiuta a mettere in luce ancora meglio i caratteri specifici delle altre componenti. C’è in primo luogo il percorso più tradizionale e mainstream di un ceto tecnico-amministrativo cresciuto all’ombra delle amministrazioni locali almeno dall’unità nazionale in poi. C’è il rampante mondo degli architetti, che con l’affermarsi del fascismo vedranno da un lato aprirsi rapidissimamente nuovi orizzonti di visibilità e legittimazione, dall’altro sapranno gestire molto bene la quasi totale sostituzione, in un arco di tempo assai ridotto, delle figure tradizionali di gestione del territorio. Infine, il permanere più o meno sottotraccia di tutti questi “altri”, che si manifesta in varie forme.

La più vistosa e conosciuta, a Milano, è il ruolo centrale e determinante, almeno nelle scelte di piano, assunto dall’Ufficio Urbanistico municipale guidato con piglio assai personalistico da Cesare Albertini. Il quale, specie se confrontato con la linea più equilibrata (diciamo, meglio documentata) del Chiodi, per una città “policentrica” non solo nell’organizzazione fisica ma anche nella distribuzione dei poteri, dei vantaggi del piano, dei suoi oneri, appare sicuramente una pessima sintesi di decisionismo, arbitrarietà, discrezionale dispotismo nelle scelte spaziali, di massima così come di dettaglio.

Ma la vicenda del concorso di piano regolatore per Milano del 1926-27, anche nella lettura tutto sommato a tesi, per quanto inequivocabilmente documentatissima, di Riboldazzi, restituisce almeno abbastanza nitidi i tre grandi filoni riassunti sopra, che in misura e miscela diversa emergono nei tre progetti primi classificati: il prepotente affermarsi degli architetti liberi professionisti anche in campo urbanistico; il ruolo comunque centrale della decisione politico-amministrativa nella distribuzione dei vantaggi del piano; l’enorme potere degli interessi costituiti, anche sul lungo e lunghissimo periodo, nel determinare l’esito concreto di qualunque opzione.

Quella raccontata dal libro, almeno come spina centrale attorno a cui si dipanano i vari possibili spunti di lettura, è la precisa scelta di Cesare Chiodi, di respingere col suo piano Nihil Sine Studio 2000, quella che molti anni più tardi il suo allievo Luigi Dodi chiamerà sulle pagine di Urbanistica “la città mastodontica, fitta, omogenea”, che invece ad esempio la coppia vincente Portaluppi-Semenza nello schema Ciò Per Amor vorrebbe esorcizzare soprattutto con l’ausilio della tecnologia più moderna applicata ai trasporti, a scala di regione metropolitana.

Chiodi, coerente col suo percorso culturale e professionale, nonché con la matrice affatto “rivoluzionaria” del suo approccio ai temi urbani, tenta una interpretazione di alto profilo tecnico internazionale, cauta sul versante delle grandi enunciazioni quanto evidentemente mal collocata nella logica dei concorsi italiani fra le due guerre, di cui quello di Milano costituisce in qualche modo una anticipazione. La città policentrica è una sorta di schema di espansione a sobborghi giardino compatti, organizzati attorno ai nuclei storici dei comuni limitrofi aggregati nel 1923, con un articolato sistema di green wedges a separali, e con la relativa autosufficienza di una spartana polifunzionalità, scandita soprattutto dalla residenza operaia e dalle attività produttive. Siamo, banalizzando molto, dalle parti di una sorta di piccola Social City howardiana, letta da un liberale e declinata sul contesto milanese.

Banalizzando un po’ meno, di ciascuna scelta, di massima e/o dettaglio, Riboldazzi traccia una precisa genesi nella formazione e nei riferimenti culturali del Chiodi, e last but not least in quanto avvenuto nel periodo “istruttorio” delle vicende che portano al concorso, ovvero nella sua esperienza di assessore all’Edilizia nell’ultima amministrazione non fascistizzata della città. Ed emergono, ancora, convergenze e divergenze rispetto a questo o quell’aspetto della cultura internazionale, come il vago “rimprovero” che qui e là chissà perché l’Autore rivolge a Chiodi, quando ignora o contraddice qualcuno dei principi del Movimento Moderno che, non dimentichiamolo, all’epoca in Italia si esprime soprattutto in dichiarazioni di principio e formalismo architettonico, senza il relativo radicamento socio-culturale che invece ne caratterizza la vicenda e l’ampia gamma delle realizzazioni in altri contesti nazionali.

Senza dilungarmi qui troppo sui numerosissimi e assai interessanti passaggi del libro riguardo a fatti e opzioni specifiche sullo spazio e le attrezzature urbane, di Nihil Sine Studio 2000 e/o dei suoi “concorrenti” (rinviando ovviamente in parte all’auspicabile lettura diretta, in parte alla bella recensione di Lodo Meneghetti dal sito della facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano, che riporto di seguito), vorrei invece concludere con una piccola critica ad alcuni orientamenti dell’ultimo capitolo, dedicato agli esiti del concorso.

Dove, apparentemente assai attenuato il riferimento costante alla figura del Chiodi, che sinora aveva fatto da solido ormeggio alla pur complessa ma avvincente narrazione, gran parte del racconto inizia a convergere su un personaggio che pare essersi attirato l’antipatia di intere generazioni di studiosi, urbanisti, semplici curiosi. E nemmeno Renzo Riboldazzi sembra insensibile a questa sorta di richiamo della foresta: prendersela con Cesare Albertini.

Il quale, pur potente responsabile dell’Ufficio Urbanistica comunale, forse ancor più libero di muoversi a piacimento grazie proprio a questo inedito ruolo amministrativo-disciplinare, non si avvicina neppur lontanamente, che so, alle grandi figure internazionali di “cattivo in città” alla Robert Moses. Certo i toni di certe affermazioni possono essere discutibili, ma siamo pur sempre di fronte a un funzionario puntualmente costretto a mediare, oltre tutto in assenza di solidi riferimenti normativi, fra quegli stessi interessi costituiti forse un po’ troppo sottovalutati anche dal Chiodi, che pure voleva esserne interprete progressivo.

Del resto anche un saggio abbastanza recente molto citato da Riboldazzi, quello di Silvano Tintori sull’inerzia di lungo periodo delle convenzioni coi privati, sottolinea come anche e soprattutto a Milano accada quanto il Giovannoni così riassumeva nel decalogo dell’urbanista: “non sono gli ingegneri o gli architetti a dai vita ad un piano regolatore … ma le provvidenze amministrative e le combinazioni finanziarie ne rappresentano il vero elemento dinamico” (1928).

Albertini, come ha notato chi si è dato la pena di soffermarsi un po’ (es. Di Leo, Zucconi, Morandi) sulla sua figura, andando oltre il rancore degli architetti milanesi dell’epoca e quello di seconda mano dei loro allievi, certo ha dei limiti e dei torti. Ma leggerne il ruolo senza tener conto del fatto che si tratta di un funzionario comunale, e non di un accademico, di un libero professionista, ecc., non aiuta certo a comprendere uno dei nodi che citavo sopra, e che nel concorso del piano regolatore di Milano trovano un primo punto di manifestazione. Ovvero la sostanziale “uscita” dell’urbanistica, almeno negli aspetti di riflessione critica e ricerca, dalla culla originaria della pubblica amministrazione, per trasferirsi altrove.

Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia. Distinta, se pur legata a doppio filo, a quella bellissima e ricca di vere e proprie “rivelazioni” che racconta Renzo Riboldazzi nella sua seconda puntata di quella che spero proprio sia una trilogia dedicata a Chiodi.

Per il terzo capitolo, mi permetterei di suggerire tra l’altro, ehm … la messa in rete della relazione e delle tavole di Nihil Sine Studio 2000. Sarebbe un bel colpo, e in fondo una conclusione logica.

p.s. 12 giugno 2008, dopo aver letto la recensione, Renzo Riboldazzi mi ha fatto avere la Relazione di Nihil Sine Studio 2000: lo ringrazio moltissimo per la disponibilità, e naturalmente la metto a disposizione dei lettori (f.b.)

Lodovico Meneghetti,

Una città policentrica. Cesare Chiodi e l’urbanistica milanese nei primi anni del fascismo

Polipress, Milano 2008, di Renzo Riboldazzi

Prosegue la ricostruzione, se così si può dire, della figura di Cesare Chiodi (1885-1969), a lungo dimenticata dopo la morte e ora oggetto di ricerche di sorprendente interesse. Ne spetta il merito soprattutto a Renzo Riboldazzi, attivo nel Politecnico di Milano come coordinatore delle attività dell’Archivio Piero Bottoni (di urbanistica architettura designa e arte) e insegnante a contratto nell’area delle discipline urbanistiche alla Facoltà di architettura.

Nella recensione alla raccolta Cesare Chiodi. Scritti sulla città e il territorio 1913-1969 curata da Riboldazzi per Unicopli nel 2006 (recensione in “Territorio”, nuova serie, n. 41, settembre 2007, pp. 108-109) notavo la sua straordinaria capacità di entrare nei più riposti significati dell’attività pubblicistica dell’ingegnere. Lo mostrano anche le 714 note, scrivevo, non una esibizione di acribia ma un’offerta al lettore di allargare la propria comprensione della storia urbanistica di Milano, e non solo di questa. Ora il talento analitico e critico dell’autore si trasferisce dagli scritti alla molteplice attività di Chiodi in un periodo cruciale della sua vita e della vita della sua amata città.

Anche questa volta la notazione (1062 numeri), lontana da ogni cavillosità o barocchismo, deve essere acquisita per comprendere appieno la funzione di Chiodi in quegli anni come amministratore e progettista, come protagonista della cultura politica e dell’urbanistica non solo milanesi. A questa stregua il titolo del libro, incentrato sul progetto per il concorso del piano regolatore di Milano del 1926-27, sembra restrittivo. La prima parte del saggio, La formazione di una coscienza urbanistica moderna (1903-1926), non è soltanto un’ampia dissertazione di vita e opere, si apre a un affidabile commento critico relativo ai cambiamenti nell’economia e nella politica che si ripercuoteranno fortemente nel corso successivo della storia di Milano e del paese.

Molto avvincente il racconto del periodo in cui l’ingegnere, assessore nella giunta Mangiagalli, esprime la propria vocazione ad affrontare i problemi con grande competenza tecnica e distinzione politica dal punto di vista che un rappresentante della migliore borghesia milanese deve (può) detenere, vale a dire il punto di vista liberale.

Mi limito a due citazioni. La prima: il problema della casa non può essere risolto affidandosi all’ente pubblico, agli istituti autonomi, ai Comuni e così via; deve essere l’imprenditoria privata a provvedervi, anche riguardo alle case popolari, grazie alle convenienze economiche assicurate da specifici provvedimenti dell’amministrazione: in primo luogo agendo con la leva fiscale, poi rinunciando alla politica della proprietà indivisibile inalienabile e rivendicando la funzione civile della proprietà privata e dell’assegnazione di alloggi a riscatto. La seconda: la costruzione o ricostruzione della città deve contare in ogni modo sulla buona pianificazione urbanistica, su piani particolareggiati conformi. L’intervento delle imprese edili potrà esprimersi al meglio, anche in questo caso, garantendo la convenienza degli investimenti. Di qui la propensione di Chiodi a condividere (né potrebbe essere diversamente in quegl’anni e in quella situazione politico amministrativa) la realizzazione di nuove parti della città secondo progetti che vorremmo giudicare pesantemente distruttivi di begli spazi milanesi retaggio della storia, essendo incontestabile il ruolo della rendita fondiaria, se non sapessimo che senza la presenza dell’assessore Chiodi, sensibile al richiamo dei paesaggi naturali e del paesaggio urbano delle strade e piazze, lo sfondamento della città sarebbe stato assai più rovinoso.

Il Policentrismo. I due capitoli sul progetto di Chiodi, Merlo e Brazzola per il concorso del 1926-27 e i suoi esiti, 1927-38, entrano vorrei dire a vele spiegate nella storia del pensiero e della critica moderni sulla città metropoli.

Il policentrismo per Chiodi è un modello necessario, la sua cultura in questo senso procede da Ebenzer Howard e dalla città giardino, risale fors’anche a William Morris la cui semi-utopia era però vissuta nella prospettiva socialista. Diciamo modello ma noi milanesi e lombardi sappiamo che il territorio foggiato da città e centri urbani grandi e piccoli spaziati da larghe fasce di campagna lo rappresenta nella realtà territoriale storica della rivoluzione economica e della modernità fino a oltre la metà del Novecento, come costituzione concreta magnificamente funzionale in ogni senso e benefica per gli abitanti.

Il disegno dei tre progettisti (terzo premio), non potendo che riferirsi al territorio milanese, non riesce ad affrontare il problema alla scala dell’area metropolitana vasta ma evita giustamente di inventare poli nuovi secondo un howardiano schema geometrico astratto e sceglie come cardini i piccoli borghi esterni alla città compatta.

Semmai sembrano troppo ampie le aree di espansione previste sia per questi che per le zone di connessione con la periferia interna.

Il disegno della città, all’interno di uno studio generale di pianificazione migliore di quelli destinatari del primo premio (Portaluppi e Semenza) e del secondo (Club degli urbanisti) non appare molto diverso riguardo al principio dell’urbanesimo come rappresentazione degli interessi privati, fondiari per primi. Ma è molto meno “piano di tracciati stradali” di quanto non lo siano i progetti dei vincitori e dei secondi premiati, caratterizzati da una spropositata (per noi e non per proprietari e costruttori) tela di ragno che pare voler già definire in dettaglio la distribuzione della rendita fra gli isolati e i lotti.

Un’ultima osservazione in merito ai trasporti in relazione al sistema insediativo. Chiodi è un convinto assertore del decentramento industriale per quanto possibile in una Milano che conserva comunque fior di industrie nel suo corpo. Se si decentra la produzione è bene decentrare anche la riproduzione, ossia è bene dislocare il lavoro e l’abitazione operaia. Se poi la complessità del sistema generale organizzativo di entrambi, nonché del movimento delle merci, rende impossibile garantire immediata vicinanza fra l’uno e l’altra, sarà un razionale, coerente sistema di trasporto radiale centro periferia, periferia centro, e circolare di connessione di tutti i poli a garantire la produttività degli investimenti e delle persone stesse. Tutto questo è necessario e doveroso anche per salvaguardare la città dell’habitat privato di alto e medio livello, delle belle strade e piazze, dei monumenti e delle case di buona architettura.

Non è scandaloso, è l’epoca. La borghesia italiana meno gretta, quella milanese, liberale in economia, equamente antisocialista nel pensiero politico e sociale, non vien giù dall’illuminismo francese.

Del resto deve fare i conti col fascismo: non liberalismo conservatore, ma puro autoritarismo reazionario.

Bisogna dare atto a Silvio Berlusconi di aver compiuto un capolavoro. Malefico, ma un capolavoro. Va anche detto che non ha trovato molti contrasti, da un'opposizione parlamentare edulcorata a un presidente della Repubblica timorosissimo. Ma resta la sostanza del primo via libera parlamentare a un decreto sicurezza che mette insieme il danno e la beffa: il danno di misure repressive e a-costituzionali (ronde militari, espulsioni a pioggia, immigrazione concepita come pericolo sociale) con la beffa dell'impunibilità personale del premier spacciata come operazione di pubblica sicurezza.

Il capolavoro di Berlusconi consiste nell'aver creato (con la complicità di tv e giornali, e non solo quelli di proprietà) una doppia emergenza - pubblica e privata - su cui far passare un apparato di norme per cui i presidenti dei tribunali dovrebbero smontare dai loro tavoli quella vecchia scritta che recita «la legge è uguale per tutti». Di più. Il premier è riuscito a catalizzare su di sé (e sui provvedimenti che lo riguardano) tutte le attenzioni mediatiche e politiche del decreto sicurezza, facendo passare in secondo piano le misure altrettanto gravi che riguardano il resto degli umani. In questo modo l'opposizione parlamentare è rimasta ancora una volta vittima di un antiberlusconismo superficiale, tutto legato al Berlusconi-persona e del tutto scollegato al Berlusconi-soggetto politico.

Il guaio è che sembra essere passata la logica di scambio che il premier ha proposto all'opinione pubblica: «Io vi garantisco la sicurezza di strada e voi mi concedete l'immunità personale». Un po' come accadeva per l'antico istituto della dittatura romana: pieni poteri al dux di fronte al nemico che bussa alle porte. Non importa che il nemico sia una creazione ideologica, né che le misure securitarie proposte servano a nulla, quel che conta è l'opinione comune che si viene a creare e i benefici effetti che il «dittatore» ne trarrà. Siano essi quelli dei processi cancellati votati dal senato (soluzione tirannico-personale) o quelli di un novello lodo Schifani per l'immunità temporanea offerta alle alte cariche dello stato (soluzione oligarchico-castale).

Rimediare a un simile disastro non sarà facile. Servirebbe una mobilitazione non ridotta a testimonianza di pochi, una politica capace di ammettere i propri errori, un'informazione non asservita, una cultura capace di una comunicazione non elitaria. O, almeno, un segnale, un gesto di coraggio che dall'alto di un Colle dica «siamo una repubblica democratica, non una tirannia né un'oligarchia». O è pretendere troppo?

Cemento sulle coste: la mappa dell’abusivismo edilizio e gli ecomostri doc

Anche in materia di cemento illegale, la Campania non teme rivali. E’ infatti prima nella speciale classifica delle regioni sull’abusivismo costiero, seguita dalla Calabria e dalla Sicilia, vede più che raddoppiato il numero di persone denunciate e arrestare, ma in calo il numero delle infrazioni. Una situazione che corrisponde tutto sommato al dato nazionale: in generale si riduce il numero delle infrazioni e aumentano le persone denunciate. Un dato probabilmente indicativo dell’aumento della gravità dei reati. I casi accertati di illegalità legata al ciclo del cemento perpetrate ai danni delle coste in Italia scendono da 4.484 del 2006 a 3.975 (-11,4%), il numero delle persone denunciate passa invece dalle 2.069 del 2006 alle 5.066 del 2007 (+145%). Cresce leggermente il dato sui sequestri, da 1.322 a 1.399 (+6%).

Gli ultimi dodici mesi, dobbiamo ricordarlo, sono stati anche quelli delle ruspe della Regione Lazio che finalmente nel luglio scorso hanno tirato giù la palazzina nell’area archeologica di Gravisca a Tarquinia e nel dicembre del 2007, dopo vent’anni di mobilitazioni ambientaliste, hanno abbattuto i 21 scheletri di cemento di Isola di Ciurli a Fondi. Ma anche quelli della demolizione dell’ecomostro di Copanello e delle ville abusive di Rossano Calabro, venute giù ad aprile del 2008. Senza dimenticare il sindaco di Falerna in provincia di Catanzaro, che è intervenuto per rimuovere le scandalose case mobili abusive sulla spiaggia.

Segnali che si auspicava fossero il preludio di una stagione di ripristino della legalità, che contagiassero altri sindaci e altre amministrazioni perché si cominciasse finalmente a fare sul serio, perché iniziasse a sparire dalla mappa dei litorali italiani lo sfregio delle centinaia di scempi, dai tanti abusi diffusi ai più eclatanti ecomostri, in riva al mare. Purtroppo così non è stato, nessun effetto domino. Il cemento fuorilegge, le case abusive sulle spiagge e i grandi alberghi illegali, dalla Liguria alla Sicilia, anche questa estate faranno da sfondo alle nostre cartoline dalle vacanze.

Perché, a fronte di una manciata di vicende a lieto fine, sono purtroppo ancora centinaia gli ecomostri e le colate di cemento che deturpano indisturbati la costa italiana. E sono decine, ogni anno, i nuovi progetti che vanno ad aggiungersi alla lista delle speculazioni immobiliari, sempre in nome di interessi privati a danno di quelli pubblici.

Proprio mentre scriviamo, arriva la notizia di cui avremmo volentieri fatto a meno: per finanziare il taglio dell’Ici sulla prima casa, il governo Berlusconi ha deciso di cancellare larga parte dei provvedimenti, e relativi stanziamenti, previsti dal c.d. decreto milleproroghe del febbraio scorso. Tra questi, neanche a dirlo, si sono volatilizzati anche i 45 milioni di euro del “Fondo per la demolizione degli ecomostri”.

A.A.A ruspe cercansi. Ecco i 5 ecomostri in lista d’attesa

Giugno 2007: erano cinque gli ecomostri costieri a “tempo scaduto”, quelli per cui Legambiente chiedeva che venissero istruite le pratiche di demolizione entro l’estate dello scorso anno.

Giugno 2008: niente di fatto, sono ancora gli stessi cinque gli orrori che riproponiamo in cima alla lista d’attesa. Ancora lì, immobili, a rappresentare lo scempio del cemento abusivo che domina incontrastato interi tratti del litorale del nostro Paese. Tentativi falliti di speculazione edilizia, come quello dei grandi alberghi mai finiti di Palmaria, decine di migliaia di metri cubi di cemento che sovrastano da più di trent’anni l’isolotto di fronte a Portovenere, e di Alimuri, uno schiaffo all'immagine e al paesaggio naturalistico della penisola sorrentina che dalla metà degli anni ‘60 tiene in ostaggio una delle conche più belle del golfo di Napoli e che l’ex ministro Rutelli aveva inserito tra quelli più “urgenti”. Ma anche di abusi e lottizzazioni devastanti come le ville sul bagnasciuga ribattezzate dai turisti “palafitta” e “trenino” a Falerna Scalo, in provincia di Catanzaro, e le case degli ex assessori del comune di Realmonte in riva al mare sulla spiaggia di Lido Rossello nell’agrigentino. Oppure di vere e proprie città illegali come le migliaia di seconde case costruite negli anni settanta a Torre Mileto, 500 delle quali totalmente insanabili perché interamente sul demanio marittimo.

Nome: L’albergo di Alimuri

Luogo: località “la Conca”, Penisola Sorrentina, Vico Equense (NA)

Data di nascita: 1965

Destinazione: albergo

Dimensioni: 50 vani (in origine 100) più accessori su 5 piani (h 16 mt)

Proprietà: S.A.A.N srl

Nel 1964 viene rilasciata la licenza per costruire un albergo di 100 vani, successivamente ridotti a 50. Nel 1971 la Soprintendenza ordina la sospensione dei lavori ma il Ministero della Pubblica Istruzione (con delega ai Beni Culturali) accoglie il ricorso proposto dal titolare. Nel 1976 la Regione Campania annulla le licenze rilasciate dal Comune perché in contrasto con il Programma di fabbricazione, ma il Tar della Campania nel 1979 ed il Consiglio di Stato nel 1982 invalidano a loro volta gli atti della Regione. Nel 1986 i lavori vengono sospesi dal Comune di Vico Equense per interventi di consolidamento della roccia retrostante. A questo punto, completare l'ecomostro di Alimuri avrebbe un duplice effetto: dare corso all'ennesimo assalto al patrimonio ambientale della penisola sorrentina e rendersi responsabili di un’opera a rischio, costruita alle pendici di un costone roccioso fragile, inserito nella zona rossa dell'ultimo piano d’intervento per il dissesto idrogeologico realizzato dall'Autorità di Bacino del Sarno.

Basti pensare che i solai del complesso risultano sfondati da numerose falle provocate da ripetuti crolli di blocchi di pietra. Il 23 aprile 2003 viene stipulato un singolare accordo tra il Comune di Vico Equense e il confinante Comune di Meta, con cui quest’ultimo si assume le competenze istituzionali di tutela e salvaguardia del territorio e la concessione di demolizione del manufatto nel caso abbia esito positivo l’acquisizione pubblica dell’area. Ma l’acquisto non è mai avvenuto perché i proprietari non hanno mai dato il via libera. Nei primi mesi di quest’anno il Ministro Rutelli ha inserito Alimuri nella lista degli ecomostri da abbattere “con corsia preferenziale” e sono stati avviati negoziati per arrivare a un accordo con i titolari a cui verrebbe data la concessione per costruire l’albergo da un’altra parte.

Nome: le palazzine di Lido Rossello

Luogo: Realmonte (AG)

Data di nascita: 1992

Destinazione: residenziale

Dimensioni: 5.800 mc circa

Proprietà: Demanio – Fugallo e Fiorica

Lido Rossello è una baia della costa meridionale della Sicilia, nel comune di Realmonte in provincia di Agrigento. E’ un luogo di grande suggestione, reso unico da uno scoglio chiamato, per via di una antica leggenda, “Do zitu e da zita” (del fidanzato e della fidanzata) che si trova in mare a trecento metri dalla spiaggia. La spiaggia di Lido Rossello, proprio per la sua straordinaria bellezza, è stata al centro delle mire speculative di un gruppo di politici e di imprenditori locali, denunciati e condannati dopo la pubblicazione di un dossier di Legambiente Sicilia.

Nei primi anni Novanta, utilizzando uno strumento urbanistico scaduto e in totale violazione del vincolo paesistico, alcuni assessori del Comune di Realmonte rilasciarono a sé stessi una serie di concessioni edilizie per realizzare palazzine in riva al mare, piantando i piloni nella sabbia e sbancando la costa di pietra bianca che completava il tratto costiero. Co-intestatari della concessione edilizia erano l’assessore Angelo Incardona, i suoi familiari Leonardo e Pietro Incardona e l’allora capo dell’ufficio tecnico Giuseppe Cottone. Nel 1992 Legambiente inizia a depositare denuncie, l’ultima delle quali nel settembre 2003 a seguito di queste la magistratura annulla la concessione e blocca i lavori. Nel febbraio del 1994 l’intera Giunta Municipale, la commissione edilizia ed alcuni imprenditori vengono tratti in arresto, processati e condannati. Si attende ancora che il Comune demolisca lo scempio.

Nome: Palafitta

Luogo: Falerna (CZ)

Data di nascita: 1972 (licenza edilizia)

Destinazione: residenziale

Dimensioni: 1260 metri cubi

Proprietà: Demanio – Eredi Sonni

Nome: Trenino

Luogo: Falerna (CZ)

Data di nascita: 1968 (concessione edilizia)

Destinazione : residenziale

Dimensioni: 4.554 mc

Proprietà: Demanio – Conte

Due casi eclatanti di cemento in spiaggia, se non addirittura in mare: “Palafitta” e “Trenino” sono i soprannomi con cui i cittadini e i turisti di Falerna, in provincia di Catanzaro, hanno ribattezzato le due costruzioni realizzate sul bagnasciuga della costa calabrese.

Palafitta, con i suoi tre piani, sfida da decenni le onde essendo stato costruito direttamente sulla battigia e nei giorni di mare leggermente mosso sembra che galleggi. Una storia, quella di questo assurdo manufatto, fatta di ricorsi al TAR, di ordinanze di demolizione e sospensioni delle stesse. La licenza edilizia risale al 1972. Nel 1993 la Capitaneria di Porto di Vibo Valentia Marina, accertata l’occupazione abusiva di una zona del demanio di 770 metri quadrati (superficie necessaria a ottenere il permesso per costruire la volumetria voluta su una base di 140 mq), ha ingiunto ai proprietari di demolire le opere e ripristinare lo stato della zona. Questi hanno fatto un primo ricorso al TAR della Calabria, ottenendo nel 1994 la sospensione del provvedimento. Le verifiche della Capitaneria di Porto accertano che i permessi erano stati rilasciati in assenza dei documenti relativi alla ubicazione del progetto e che il fabbricato era stato realizzato sulla base di elaborati planimetrici falsi. Nel maggio del 1999 il Comune di Falerna dispone l’annullamento della licenza del 1972 e ribadisce ai proprietari l’obbligo di abbattimento.

Segue un nuovo ricorso al TAR che però non viene accolto: il Comune rinnova l’ingiunzione di demolizione. I proprietari non si arrendono e presentano due nuovi distinti ricorsi: uno al Consiglio di Stato e uno di nuovo al TAR, che nel 2000 accoglie ancora una volta la domanda di sospensiva.

Trenino, invece, con i suoi appartamenti a schiera realizzati direttamente sul bagnasciuga viene invaso dalla sabbia che spesso riempie completamente il piano terra. Tre fabbricati di cui la prima licenza edilizia risale al 1968 e che hanno visto succedersi diverse proprietà. Un caso di abusivismo legalizzato, perché a parte la verifica della perimetrazione del lotto, le concessioni sono state rilasciate senza il preventivo nulla osta della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia.

Nome: Villaggio abusivo di Torre Mileto

Luogo: Lesina (FG)

Data di nascita: anni ‘70

Destinazione: residenziale – villette

Dimensioni: 2.800 alloggi lungo 10 km di costa

Proprietà: Demanio - Lesina Finanziaria spa

A Torre Mileto, in provincia di Foggia, sorge un villaggio costiero interamente abusivo, che si estende per una decina di chilometri di lunghezza nella fascia di terra che separa il lago costiero di Lesina dal mare. Il lago da una parte, il mare dall’altra, in mezzo una cerniera di cemento illegale. E' in verifica in Regione un PIRT (Piano d’Intervento di Recupero Territoriale) che porterebbe all'abbattimento di circa 800 case, portando a 100 metri dal lago e a 80 metri dal mare la fascia di rispetto ambientale. Contrari sono sia il sindaco di Lesina, che è anche consigliere del Parco Nazionale del Gargano, che vorrebbe invece ridurre la fascia di rispetto a 20 metri dalla costa, portando in sanatoria tutti gli abusi, e il presidente del Parco, che considera la demolizione delle case illegali un inutile spreco di denaro pubblico. Va ricordato che l’Ente Parco dispone da tre anni di un fondo per gli abbattimenti che giace senza essere speso. Di diverso avviso è l'assessore regionale al territorio ha invece affermato di aver istituito un fondo regionale per gli abbattimenti e che gli abusi di Torre Mileto saranno i primi a cadere. A oggi sono “solo” 900 le domande di condono presentate dai proprietari degli immobili.

Nome: Scheletrone di Palmaria

Luogo: Parco Regionale di Portovenere (SP)

Data di nascita: 1968

Destinazione: alloggi in multiproprietà

Dimensioni: 8.000 mc (dichiarati nel progetto)

Proprietà: 20 proprietari, tra società e singoli

Un enorme scheletro di cemento alto 30 metri che incombe sul paesaggio del Parco, di cui Legambiente chiede da molti anni la demolizione per recuperare un’area tra le più suggestive di Palmaria. La vicenda inizia nel 1975 quando il Sindaco di Portovenere rilascia una concessione edilizia per la realizzazione di un albergo e di un residence di 45 appartamenti, con annessi servizi e infrastrutture. Nello stesso anno la Pretura blocca la speculazione, mette sotto sequestro il manufatto e rinvia a giudizio i titolari della società lottizzatrice, il Sindaco e l'impresa. La sentenza è poi confermata anche in appello. La Giunta comunale di Portovenere vota una delibera che rigetta definitivamente la richiesta di condono presentata dai proprietari. Il 23 maggio 2002 viene raggiunto un accordo tra la Regione Liguria, il Comune di Portovenere e la Sovrintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio della Liguria che sembra possa portare in breve tempo all’abbattimento dell’ecomostro, ma lo scheletro è ancora lì e continua a sfregiare da oltre 30 anni uno dei tratti di costa più belli della Liguria. Il neo-sindaco di Portovenere nel 2006 ha dichiarato che l’ecomostro sarà abbattuto interamente, spazzando via l’idea di tenere in piedi il primo piano. Nel dicembre dello stesso anno, il sindaco annuncia che la Regione Liguria ha stanziato 100mila euro per la demolizione. Speriamo che sia la volta buona.

Nota: le nostre coste, anche dove non ci sono direttamente "ecomostri" DOC, presentano comunque un paesaggio assai degradato, come racontano efficacemente su questo sito Giorgia Boca e Carla Maria Carlini; scarica di seguito la versione integrale del Dossier (f.b.)

Titolo originale: Tired Milan Plans A Green, Young Future – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

MILANO – Un ottimista potrebbe definirlo l’attimo Tour Eiffel di Milano.

L’Expo universale, che ha lasciato a Parigi il suo simbolo nel 1889, arriverà a Milano nel 2015, portando investimenti per ridare un po’ di brio a un’economia apatica, e ha trasformato la città natale chiusa su sé stessa di Silvio Berlusconi n uno dei più grandi cantieri d’Europa.

Per molti milanesi era una cosa che ci voleva da molto: la capitale italiana della moda e degli affari invecchia, e soffre da lungo tempo dell’immagine di una città grigia di smog, traffico, scure superfici asfaltate.

Ospitare l’Expo fra cinque anni rappresenta una grossa scommessa, in grado di ricostruire o distruggere l’immagine della città, e lo stesso vale per le sue casse.

Oltre a Parigi, il cui skyline si è imposto globalmente grazie a quel monumento a gambe divaricate costruito per l’Exposition Universelle, ci sono Siviglia che ha avuto una grossa spinta economica con l’Expo del 1992 o Lisbona, che ha trasformato un’area industriale abbandonata per l’edizione del 1998.

Ma nel 2000 a Hanover, un evento considerato la più grande e migliore fiera mondiale di tutti i tempi, ha suscitato il ridicolo nei mezzi di comunicazione e offeso il contribuente tedesco con le perdite per oltre un miliardo di dollari.

“Spero davvero che questa Expo 2015 possa dare a Milano una piccola scossa elettrica” commenta la sua cittadina Paola Antonelli, che lavora a New York al Museum of Modern Art e ha collaborato a un libro sull’architettura delle esposizioni mondiali.

Coi costi che già tendono ad impennarsi in un’epoca di rallentamento economico – la crescita stagna e in maggio l’inflazione ha toccato la punta del 3,7% - qualcuno avverte che questa scossa potrebbe rivelarsi solo finanziaria.

“Non è davvero chiaro quanto costerà l’Expo, e quanto del costo totale ricadrà su Milano. L’esperienza di altre città mostra che ci saranno sicuramente delle sforature” commenta Raffaele Carnevale, analista a Fitch Ratings.

Carnevale spiega che il debito a Milano è già il doppio del reddito, ma che il governo prevede una maggiore flessibilità nell’uso delle imposte da parte delle amministrazioni locali, che potrebbe lasciare Milano una maggiore quota della notevole ricchezza prodotta in città.

Il piano si rivolge a un centro finanziario ora inquinato – che ospita tra l’altro il teatro lirico della Scala, una galleria commerciale del XIX secolo, e il primo albergo a sette stelle d’Europa – per un ritocco urbano che possa renderlo un po’ più verde e aggiornato.

La prospettiva è di circa 20 miliardi di euro di investimenti fra pubblici e private, che possano ridefinire il modesto skyline milanese, realizzare parchi, migliorare le infrastrutture, costruire uffici di alta qualità e case più accessibili per le giovani famiglie.

Il governo italiano darà a Milano 575 milioni di euro fra il 2009 e il 2011 a sostegno degli investimenti per l’Expo, come ha dichiarato la sindaco Letizia Moratti la scorsa settimana.

La città, con 1.300.000 persone, mira a contenere l’espansione urbana realizzando poli secondari di trasporto e servizi. Chiede al governo una speciale autonomia per accelerare i progetti dell’Expo aggirando un famigeratamente lento sistema burocratico.

Ringiovanire

“È un punto di svolta importante che abbiamo atteso a lungo, questo degli investimenti per l’Expo 2015” commenta Carlo Masseroli, responsabile dell’amministrazione di Milano per le trasformazioni urbane, che aggiunge come la città sia pronta a ringiovanire.

Solo uno su quattro milanesi nel 2006 aveva meno di trent’anni, contro il quasi un terzo nel 1991, una netta diminuzione dovuta sia al calo delle nascite che agli elevati costi dell’abitazione che spingono fuori città le giovani coppie.

Relegata ai livelli europei più bassi per quanto riguarda la superficie verde per abitante, Milano prevede anche di aggiungere 11 milioni di metri quadrati di parchi e altri spazi aperti.

Non tutte le costruzioni hanno un rapporto diretto con l’Expo, che attirerà circa 30 milioni di visitatori. Javier Monclus, professore di architettura al Politecnico di Barcellona, spiega come i piani per Milano siano in linea con quelli delle altre città che hanno ospitato l’evento, per quanto riguarda l’ammodernamento delle infrastrutture e il verde.

“Tutti pensano alle esposizioni ... in quanto strumenti di trasformazione urbana, e dunque la strategia è quella di aggiungere un altro attrezzo per il cambiamento della città” dice Monclus, che ha studiato l’impatto delle esposizioni nei vari casi.

Le trasformazioni architettoniche saranno le più radicali per Milano dagli anni ‘50, quando la snella sagoma progettata da Gio Ponti del Pirelli prese il suo posto come unico grattacielo in città. Coi suoi 216 resta l’edificio più alto d’Italia.

Le realizzazioni previste comprendono anche il progetto CityLife: tre impressionanti torri negli spazi dell’ex fiera: una colonna contorta, un grattacielo dalla porzione superiore inclinata, e un’altra torre, più alta del Pirelli.

Alcuni critici, fra cui Berlusconi, hanno commentato che il piano CityLife, progetti degli architetti Daniel Libeskind, Zaha Hadid e Arata Isozaki, non tiene conto dello stile più discreto di Milano, del suo celare la ricchezza dietro pesanti portoni e finestre chiuse.

Ma molti milanesi vedono questo progetto come necessario per ridare impulso al cuore dell’industria italiana, e per ravvivare un panorama urbano privo di carattere.

Una indagine del 2007 fra gli alti operatori d’affari condotta dall’agenzia di consulenza immobiliare Cushman and Wakefield colloca Milano al dodicesimo posto fra 33 città europee, in quanto luogo per collocare un’attività, grazie anche alla vicinanza al centro del continente.

Ma poi la mette al ventiquattresimo posto per il valore dell’investimento, anche a causa del parco uffici obsoleto.

“É un’ottima occasione per una Milano più moderna, dato che l’Italia è ancora un po’ in ritardo su tutto quanto è moderno” commenta Marco Siciliano, studente sedicenne, mentre osserva i progetti in mostra in Galleria. “L’Italia è bella dal punto di vista artistico, ma avrebbe bisogno di una spinta per andare avanti”.

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Il governo Berlusconi ha cancellato i soldi destinati ai Comuni per abbattere gli ecomostri. Ce li dovremo tenere con grande soddisfazione dei proprietari. Almeno questa è l’accusa di Legambiente toscana che oggi a Firenze, presente Ermete Realacci, farà il punto «sulle costruzioni che dovranno essere demolite». Verrà presentato un dossier con nome, località e foto di otto ecomostri toscani. Di sicuro nell’elenco ci saranno lo Spalmatoio dell’isola di Giannutri e il centro commerciale di Procchio. L’ecomostro di Giannutri è una lunga fila di fatiscenti immobili in cemento armato per circa 11mila metri cubi, che fa bella mostra di sé da oltre dieci anni nell’insenatura dello Spalmatoio a Giannutri, isola che fa parte del Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano. Mentre il Centro servizi di Procchio (Marciana Marina) è stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Un anno fa Legambiente su questi e su altri ecomostri toscani presentò un dossier all’allora ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. Che decise di stanziare nella Finanziaria 2008 un fondo per erogare soldi ai Comuni intenzionati ad abbattere i loro ecomostri. «Ora questo fondo il nuovo governo ha deciso di usarlo per far fronte ai soldi necessari al taglio dell’Ici», polemizza Piero Baronti, presidente regionale di Legambiente.

Baronti non ci sta: «Per situazioni di abusivismo come quelli che da anni stiamo denuciando bisogna prevedere subito l’abbattimento in modo che i pirati del mattone non l’abbiano vinta. Per questo chiediamo al governo di ripristinare questi soldi. E’ uno scandalo che non venga fatta pagare l’Ici a proprietari di immobili di lusso e si favorisca di fatto l’abusivismo edilizio».

Il presidente regionale di Legambiente boccia la politica ambientale del governo. A giudizio di Baronti il provvedimento sull’Ici è stato «nefasto per l’ambiente» perché ha tolto soldi ad una serie di misure ambientali. Ad esempio sono stati bloccati 77 milioni per potenziare il trasporto delle merci via mare: «Un brutto colpo per la Toscana che, anche sull’impulso del presidente Ciampi, ha sempre creduto nel futuro del cabotaggio», osserva Baronti.

Altri soldi cancellati per dirottarli a copertura del taglio dell’Ici sono i 113 milioni destinati al trasporto pubblico locale e i 36 milioni per i sistemi di trasporti urbani (tramvie e metropolitane). «Per la Toscana è un altro pugno nello stomaco perché questi fondi, previsti dalla Finanziaria Prodi, sarebbero serviti per le linee ferroviarie minori come la Grosseto-Siena, la Lucca-Aulla e la Porrettana - spiega Baronti - Sono stati tolti i soldi per le isole minori e per l’ammodernamento della rete idrica. E, anche in questo caso, la Toscana è colpita perché da noi la rete che porta l’acqua ne perde anche il 30-40 per cento. Si taglia l’Ici, ma si tagliano anche i soldi per l’ambiente. Un gran brutto segnale».

Il tema della "casa per tutti" per la sua nobiltà e per le sue urgenze (sia quelle italiane dove negli ultimi dieci anni si è costruito abitazioni per meno della metà degli altri paesi europei, sia quelle gravissime dei paesi del terzo mondo) si presenta tanto rilevante da giustificare ogni tentativo di messa in evidenza.

Nel caso della mostra alla Triennale di Milano, Casa per tutti, con l’ambizioso sottotitolo "Abitare la città globale", il tentativo ci sembra lo spostamento del punto di vista rispetto a quelli proposti dal movimento moderno, con grandi speranze ideali di uguaglianza e di liberazione collettiva, a partire dagli anni Venti e Trenta del XX secolo. Ad essi sono dedicate nei cataloghi della mostra una serie di testi di grande interesse per il loro contenuto specifico, ma anche come termine di paragone rispetto all’attuale tensione ideologica verso una "città delle differenze". Si tratta di una sfida assai difficile in una società dove l’omogeneità sembra essere l’obiettivo strutturale al momento dell’uscita dalle povertà più disperate. Invece là dove i bisogni primari, oltre alle soluzioni abitative, sono le fognature, l’acqua, l’energia ed i servizi elementari, certo nessuna soluzione molecolare può far fronte. In qualche modo la città delle differenze sembra più una speranza alimentata da una lettura delle difficili condizioni delle periferie "sprawl" delle città europee che da quelle dei terzi mondi. Forse è questa ragione strutturale il motivo del fatto che alla serietà dei propositi dei testi e delle loro sia pur discutibili tesi, fanno riscontro una serie di proposte, che certamente senza volerlo, trasformano in burla estetica la tragicità del problema.

Bobo ha fatto il miracolo. L’altro giorno l’impegnatissimo ministro Maroni, resocontando la sua visita a Milano, tra militari agli angoli delle strade, poliziotti di quartiere, ronde padane e armamentari vari, è riuscito a ricordarsi del Leoncavallo, collocandolo, insieme con la moschea di viale Jenner, nel capitolo «emergenza legalità», inaugurando così l’epopea gloriosa degli sgomberi e «dell’aria che cambia».

Ci saremmo aspettati di tutto, persino Borghezio commissario «ai musulmani, quelli che pregano con il culo in aria», per citare alla lettera il volitivo e ingombrante eurodeputato. Non ci saremmo mai aspettati invece il Leoncavallo: per il centro sociale di via Watteau non sembrava proprio il caso di riscomodare per l’ennesima volta la parola «sgombero» e tanto meno la parola «legalità». Perchè il vecchio Leonka era da tempo giunto alla maturità dell’età adulta e dei compromessi, giusto per la tranquillità di tutti e per un sereno avvenire. Invece, girando al contrario il film della vita, in virtù del ministro Maroni, si torna a recitare di «sgombero» e naturalmente, come è giusto, in contrapposizione, di «presidio». Perchè questa mattina, alle ore sei (poche ore dopo insomma la fine della partita della nazionale proiettata in diretta, come le altre partite degli Europei, accompagnate tutte dalla degustazione dei vini dei coltivatori del consorzio, naturalmente alternativo, della Terra Trema), si darà il via al “presidio contro lo sgombero”, per fare, come spiega Daniele Farina, tra i primi del Leoncavallo ed ex parlamentare di Rifondazione, quello che si fa in questi casi: «Ci opporremo con i nostri corpi». Il Leoncavallo ha, per questo, chiamato i milanesi alla «ribellione» e francamente non sappiamo quanti vogliano rispondere, tornando dalla gita al mare o in montagna. La città, nella sua calura, è un deserto di sentimenti: a questo è ridotta e rimotivarla all’impegno, alla solidarietà, alla politica è impresa titanica.

Secondo Daniele Farina, che ha tenuto il conto, sarebbe il quindicesimo presidio contro il quindicesimo sfratto. Una vita. In questo caso non vi sarebbe neppure contrasto tra i leoncavallini e i proprietari dell’area (la famiglia dei Cabassi, i sabiunatt, quelli che, per capirci possiedono la maggior parte delle aree sulle quali sorgeranno grattacieli e capannoni di Expo 2015), ma inadempiente sarebbe il comune che dovrebbe traslare i diritti dei Cabassi dall’area di via Watteau a una qualsiasi altra area di loro proprietà. Una permuta, uno scambio pacifico, insomma. Va a finire che anche il Leoncavallo si mette nelle mani degli avvocati: «Stiamo studiando un esposto da presentare alla procura della Repubblica». Contro la signora Letizia Moratti. Insomma, altro che barricate. Piuttosto aule di giustizia per cause civili. La normalizzazione continua, nella storica anormalità del Leoncavallo, che ormai è patrimonio milanese, degno dell’Ambrogino d’oro, se il sindaco avesse un filo di sensibilità e di lungimiranza. Perchè il Leoncavallo la sua fatica di organizzatore e mediatore culturale l’ha sempre sopportata con coraggio, perseveranza, intelligenza. E con moderazione. Rivendicando la propria anomalia, la propria voglia di cultura in autosufficienza.

Reggerà un’altra volta all’urto il Leoncavallo? Probabilmente sì, continuando a recitare la sua parte, come da trent’anni, dopo la prima recita, 18 ottobre 1975. Bisognerebbe tornare a quegli anni, per immaginare ragazzi che saltano i muri di un’ex officina, in via Leoncavallo, dietro il deposito dei tram, al Casoretto. In quelle strade, trent’anni fa, si consumò un delitto, ancora senza colpevoli: vennero assassinati due giovani, Fausto Tinelli e Iaio Iannucci. Due giorni prima era stato rapito Aldo Moro. Il Leoncavallo divenne Centro sociale Fausto e Iaio. Più di prima divenne il luogo di una alternativa, faticosa e pericolosa, alla politica delle istituzioni. Di sinistra e d’ultra sinistra, autonomi o riformatori di un certo stampo (il primo nucleo del Leo si educò alle future imprese in un oratorio allestendo una scuola popolare), preglobalisti, uniti nella vocazione pedagogica, allestendo gruppi di intervento sull’istruzione, contro la repressione, sul carcere, sulla parità, sul lavoro, sull’ambiente, sulla Palestina, sull’apartheid, su tutto. Più la mensa e la birra. Più i murales, che in Italia nascevano lì, su quei muri scrostati, tenuti in piedi dalla generosa manovalanza dei militanti. Dentro le mura del Leoncavallo si moltiplicava la fantasia, che si esercitava in forme che si volevano socialmente utili: contro lo spaccio, ad esempio, o per gli sfrattati.

A un certo punto il Leoncavallo fu chiamato ad esercitare la sua fantasia anche «contro il terrorismo», perché nell’ombra del Casoretto, nella disposizione di chi non voleva sbattere porte in faccia a nessuno, i terroristi si fecero vivi. Si cadde nell’ambiguità dei «compagni che sbagliano». Ci fu anche qualche arresto da quelle parti e fu un colpo, che diede fiato alle trombe degli oppositori, al grido rituale di battaglia: «sgomberare il Leoncavallo». Toccherà alla giunta guidata da un socialista, Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi, sgomberare il Leoncavallo: nel 1989, il giorno dopo ferragosto, nell’anno del muro di Berlino, cadrà anche il Leoncavallo. Risultato: ventisei arresti e cinquantacinque denunce. Risultato a distanza: la rioccupazione del Leoncavallo. Poi arrivò Formentini sindaco, «Sono dei randagi». Arrivò Bossi, «Se non ci pensa il governo manderò un’ondata di uomini decisi fino al secondo piano». Il Leoncavallo trovò un’altra sede, alla Baia del re, di fronte all’autoparco della mafia. Un passaggio durato centottanta giorni. Nel settembre 1994, sperimentò un’altro sgombero e una occupazione, per così dire, consensuale. Questa volta i leoncavallini si ritrovarono in via Watteau, in quella terra dismessa, terra di nessuno, ma di proprietà del signor Cabassi, che li accolse in attesa della permuta. Quattordici anni fa e in attesa di un altro tentato colpo contro una minoranza che ha la colpa di rivendicare un pezzo di autonomia culturale.

Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere.

È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie.

Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane.

Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi.

Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani!

Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.

Un impianto grande quindici campi di calcio. Adibito alla lavorazione del mais. Il business mondiale del «bio» etanolo sbarca ufficialmente anche nel Belpaese (a Rivalta Scrivia, un piccolo paese di 800 anime in provincia di Alessandria), per mano dell'Italian Bio Products. Un sodalizio tra il Gruppo Ghisolfi e quello Gavio, Marcellino, azionista di quella Impregilo sotto inchiesta (attraverso la Fibe) per la questione dello smaltimento dei rifiuti in Campania.

Ignorate le critiche dell'Onu e della Fao, allarmate dall'uso «per autotrazione» dei cereali, causa dell'innalzamento mondiale dei prezzi di questi prodotti. Vincoli morali e non solo. Ma non per quelle imprese italiane che negli agrocarburanti hanno visto fonte di profitto. I nuovi «produttori» di «bio» etanolo però non hanno fatto i conti con le resistenze della popolazione, tanto che a Rivalta ancora non sono iniziati i lavori per la costruzione. L'impianto è «ecocombustibile - è scritto nel progetto dell'Ibp - risponde alle direttive europee sull'accesso a tecnologie avanzate»: una struttura di 107 mila mq e composta da 35 silos alti da 12 a26 metri che trasforma attraverso un ciclo di cogenerazione a gas il mais in etanolo. Con una sua produzione annuale di 200 mila tonnellate, in media con gli altri impianti europei, che invece svetta in Italia. La prima, per l'esattezza, insieme all'altra industria di agrocarburanti in costruzione a Zinasco (Pavia).

Il mais verrebbe preso per il 50% dalla «Padania» e per l'altra metà importato dalla Romania, non escludendo l'uso di quello transgenico. Il sodalizio Ghisolfi-Gavio ha in mente un progetto lungimirante, prefiggendo di aprire le porte successivamente anche alla cellulosa. Obiettivo: vendere il prodotto finale alle compagnie petrolifere, a cui è consentito in base a una regolamentazione europea miscelare fino al 5% l'etanolo nella benzina. Un vero e proprio giro di affari.

Il progetto è uscito allo scoperto lo scorso 26 luglio, in concomitanza con la corsa mondiale verso le cosiddette benzine verdi: il consiglio comunale di Tortona - Rivalta è una sua frazione - vota all'unanimità una «variante d'uso», richiesta dal gruppo Ghisolfi, di un terreno agricolo. «E' il più grande investimento industriale della storia della città - commentava il sindaco del Pdl Marguati - Un disegno all'avanguardia che poggia su solidissime basi».

Ma gli abitanti di Rivalta e della provincia da subito si sono opposti contro la favola del «carburante ecologico» e un'imposizione calata dall'alto. Si sono organizzati in un movimento di difesa del territorio: «580.000 tonnellate di acqua all'anno da pescare in una zona attualmente definita predesertica, 200.000 tonnellate di Co2 scaricate nell'aria - dichiara Enzo del comitato - Cosa ci sia di sostenibile nel progetto del bioetanolo nessuno è ancora riuscito a spiegarlo. Questo impianto è utile esclusivamente per chi lo costruisce e contribuirà a far aumentare il prezzo del mais nel sud del mondo come in Italia». Da questione etica diventa motivo di preoccupazione economica anche per i consumatori nostrani. Così da luglio 2007 il movimento ha raccolto 4000 firme contro l'impianto, costruito un'assemblea con i No Tav e i No Dal Molin e dato vita ad una partecipata manifestazione lo scorso 7 giugno.

Intanto l'inizio dei lavori, previsto per ottobre 2007, non c'è ancora stato. La legge sulla pubblica sicurezza del 1931, infatti, intima a costruire ad almeno a 600 metri da fabbriche di esplosivi: questione che interessa Rivalta Scrivia con la Nobel Sport Martignoni, un'industria che produce inneschi da cartucce (quindi materiale esplosivo), a 300 metri dal terreno comprato dal colosso Ghisolfi-Gavio. Anche se l'ostacolo potrebbe essere aggirato a giorni dall'Ibp con la richiesta di una deroga nazionale «ad hoc». A quel punto inizierebbe la costruzione. «Gli agrocarburanti sono moralmente e politicamente insostenibili, un crimine contro l'umanità», dichiara Andrea del movimento. «Sia chiaro - aggiunge - che siamo pronti a fermare le ruspe con i nostri corpi. Lo faremo per difendere la nostra terra e per non essere complici di chi affama i popoli del mondo». Per ora una sola certezza: il «bio» etanolo, da tempo guardato con distanza e disinteresse, è diventato una questione anche italiana.

Finalmente è arrivata la soluzione agognata per risolvere l'emergenza rifiuti in Campania: dieci nuove discariche e qualche inceneritore con recupero energetico (il termine termovalorizzatore, si sa, non ha senso scientifico o tecnico, neanche nelle regolamentazioni comunitarie). Il problema è che questa nuova soluzione assomiglia parecchio alle vecchie: quando si è insediato il Commissario De Gennaro, cinque mesi fa, la questione era sgomberare le strade di Napoli, e per farlo si è cercato di aprire nuove e vecchie discariche (non riuscendovi sempre), di mettere in funzione nuovi inceneritori (non riuscendovi mai), di esportare i rifiuti in Paesi più civilizzati (riuscendovi quasi sempre), dove gli scarti sono considerati risorse. Il problema è che questa soluzione assomiglia molto a scopare la polvere sotto il tappeto per avere la casa pulita.

In nessuna parte del mondo le discariche eliminano i rifiuti, anzi, li concentrano, con problemi ambientali che è ormai anche inutile approfondire: infiltrazioni nelle falde, percolati, liquami, per non parlare del maleodore. Senza contare che aprire nuove discariche sarebbe contro la legge nazionale e anche contro le normative comunitarie. E in nessuna parte del mondo bruciare rifiuti è un sistema per eliminarli, perché, come dovrebbe essere noto, in natura nulla si può distruggere e dunque le tonnellate di rifiuti si trasformeranno in ceneri (spesso velenose) e polveri (spesso tossiche). Certo, un inceneritore con recupero di energia e di calore non è un tabù contro cui combattere guerre di religione - ci sono problemi molto più devastanti, come il traffico cittadino -, ma è un controsenso energetico, perché per fabbricare oggetti e materiali si è impiegata molta più energia di quella che se ne ricava bruciandoli. E poi in Italia ci sono già abbastanza impianti: costruirne di nuovi può significare scoraggiare l'unica vera soluzione al problema dei rifiuti, la raccolta differenziata e il riciclaggio (un folle piano regionale siciliano prevede addirittura di bruciare il 65% dei rifiuti, come a dire condannare la raccolta differenziata a non superare mai il 35%, quando in tutta Europa si punta al 70-80% e a San Francisco si va verso l'opzione rifiuti-zero).

Se si fosse cominciato - alla prima emergenza di 15 anni fa - con un piano integrato di raccolta differenziata dei rifiuti campani, non saremmo a questo punto. Se lo si fosse fatto cinque mesi fa, avremmo ora qualche prospettiva, ma continuare a pensare che la questione possa risolversi con discariche e inceneritori vuol dire non aver compreso che, così, i rifiuti si accumuleranno di nuovo, e saremo alle solite, solo avendo perso ancora del tempo. Come da gennaio a oggi. E come dimostra il fatto che aver sgomberato oltre 200.000 tonnellate di pattume non ha risolto un granché. Ma sono i numeri che parlano: a Torino - una grande città del Nord i cui cittadini non sono antropologicamente diversi dai napoletani - nel 2003 si raccoglieva in maniera differenziata solo il 20% dei rifiuti. In cinque anni si è passati a oltre il 40%, attraverso campagne di educazione ambientale fino nelle scuole promosse dall'amministrazione comunale e dalla municipalizzata. Pensiamo a Napoli: se si fosse recuperata almeno la frazione umida (residui di pasti, bucce) avremo avuto il 30% in meno di rifiuti, cioè 75.000 tonnellate di meno all'inizio dell'emergenza. Cioè più spazio nelle discariche (dunque meno discariche) e meno commercio di rifiuti, dunque più risorse da destinare al riciclaggio.

Riciclare raddoppia la vita dei materiali, permette di spendere meno energia e, dunque, di inquinare di meno e fa in modo che si aprano meno miniere e cave. Se poi le ditte si impegnassero a ridurre definitivamente gli imballaggi, usando, per esempio i fogli di plastica termosaldati, che, una volta sgonfiati, si riducono a una pallina di qualche centimetro; se la distribuzione permettesse di acquistare i prodotti sfusi a peso e non a confezione; se le municipalizzate non si scomponessero in migliaia di subappalti incontrollabili, allora i nostri sforzi personali sarebbero premiati e non staremmo qui a temere di finire come a Manila, nella cui discarica vivono gli 80.000 abitanti di un posto chiamato Lupang Pangako (letteralmente «terra promessa»), fra commerci di ogni tipo, contrabbando e riciclaggio su commissione. Ma anche per questa volta non è aria.

Il Tar blocca il Dal Molin

Orsola Casagrande

La nuova base militare americana al Dal Molin non si può fare. Il giudizio del Tar del Veneto arrivato ieri mattina è netto, e sospende i lavori in attesa che sul prevedibile ricorso si pronunci il Consiglio di Stato. I comitati cittadini esultano: è la vittoria della società civile, di una città che non ha mai smesso di lottare. La sentenza del Tar ha accolto in toto il ricorso presentato dal Codacons, dal coordinamento dei comitati dei cittadini contro la base e da altre associazioni. Nel ritenere «illegittima» la decisione del governo Prodi il Tar sostiene che è mancata la consultazione della popolazione interessata, nonostante fosse prevista dal memorandum Stati uniti-Italia. Ma denuncia anche di non aver riscontrato alcuna traccia documentale di sostegno «sull'atto di consenso presentato dal governo italiano a quello degli Stati uniti, espresso verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali». Questo consenso, scrivono i giudici, «pertanto risulta espresso soltanto oralmente» e per questo motivo «appare estraneo ad ogni regola inerente all'attività amministrativa e assolutamente extra ordinem. Tale dunque da non essere assolutamente compatibile con l'importanza della materia trattata con i principi tradizionali del diritto amministrativo e delle norme sul procedimento, in base ai quali ogni determinazione deve essere emanata con atto formale e comunque per iscritto». Un giudizio pesantissimo, dunque, sull'operato del governo italiano il cui assenso, insistono i giudici, «risulta essere stato formulato, del tutto impropriamente, da un dirigente del ministero della difesa, al di fuori di qualsiasi possibile imputazione e competenze e di responsabilità ad esso ascrivibili in relazione all'altissimo rilievo della materia».

Ma il Tribunale amministrativo regionale non si ferma qui. Infatti nella sentenza ribadisce che ci sono anche «altri profili di illegittimità, alla luce della normativa nazionale ed europea». In particolare si sottolinea che l'autorizzazione è stata data «non solo per quanto riguarda l'insediamento delle nuove strutture della base militare, ma anche per la realizzazione delle relative opere, senza procedere alla verifica ex ante, del rispetto delle condizioni esplicitamente apposte». I magistrati aggiungono che sul bando di gara già effettuato per la realizzazione delle opere non sarebbero state rispettate le «normative europee e italiane in materia di procedure ad evidenza pubblica per l'assegnazione di commesse pubbliche». Il Tar quindi ricorda che per disposizione del commissario straordinario Paolo Costa «era stata prevista come condizione la redazione di un progetto alternativo, relativo in particolare agli accessi alla base». Peccato che di questo progetto «non è riscontrabile alcuna menzione nella autorizzazione». La bocciatura del Tar sulla nuova base militare Usa al Dal Molin è davvero su tutti i fronti.

Per il Codacons «la motivazione espressa dal Tar è ancora più soddisfacente di quanto ci si poteva aspettare, poichè i giudici sono entrati nel merito dell'intero procedimento, contestandolo pezzo per pezzo come il Codacons chiedeva». Il presidente Carlo Rienzi ribadisce che si tratta di «una sentenza di importanza estrema e che rappresenta una vittoria di tutti i cittadini. I giudici infatti non solo hanno riconosciuto le tesi sostenute dalla nostra associazione ma hanno ribadito con fermezza l'importanza dell'opinione dei cittadini in merito a questioni che riguardano direttamente il territorio e l'urbanistica». Il Codacons aveva presentato ricorso contro la nuova base al Dal Molin contestando tra le altre cose la violazione dell'articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra e degli articoli 80 e 87 sull'obbligo di ratifica con legge dei trattati internazionali di natura politica, nonché la violazione dei trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza. Anche dal presidio no Dal Molin parole di gioia per questa sentenza che «dimostra - dice Marco Palma - quanto fondate sono le tesi dei cittadini che da due anni si oppongono alla realizzazione dei progetti statunitensi. Il Tar, infatti, riconosce i pericoli ambientali e urbanistici legati alla realizzazione dell'opera. Chi ha tentato di prendere in giro la cittadinanza, ora, è stato smascherato». Il presidio si impegna a vigilare sull'osservanza di questa sentenza, che nei fatti è una sospensiva e blocca qualunque lavoro «per difendere la legalità che più volte hanno tentato di calpestare i promotori dell'opera». Il presidio ha organizzato tre giornate di mobilitazione, a partire da oggi con dei banchetti informativi in centro. E poi giovedì prossimo con una presenza in piazza dei Signori in contemporanea al dibattito del consiglio comunale e il 30 giugno con una mobilitazione.

Il sindaco di Vicenza, Achille Variati, ha ribadito che la giunta proporrà nella seduta del consiglio di giovedì prossimo il referendum cittadino, che dovrebbe svolgersi a ottobre. Sulla sentenza Variati dice che «si tratta della vittoria delle ragioni di un territorio: avevamo sempre denunciato la mancanza di informazioni, di una vera discussione e di una legittimazione della procedura avviata». Mentre per il presidente dell'Ecoistituto del Veneto, il verde Michele Boato, «Davide ha fermato Golia. Sembra incredibile, ma è successo, dopo due udienze interlocutorie nei mesi scorsi, il dibattimento di mercoledì si è concluso con la sospensiva di tutte le strane autorizzazioni con cui il governo Prodi prima (commissario Paolo Costa) e quello Berlusconi poi permettevano all'esercito degli Stati uniti di calpestare le norme dello stato italiano». «No comment» invece dal commissario Paolo Costa come dal governo Berlusconi e dagli Usa.

Carta straccia

di Gianfranco Bettin

Sarebbe stato contento, il vecchio grande sergente Mario Rigoni Stern di questa sentenza del Tar del Veneto, che boccia seccamente l'iter fin qui seguito per raddoppiare la base statunitense di Vicenza presso l'aeroporto DalMolin. C'è da giurare che, nel piccolo cimitero sull'altopiano dove riposa da pochi giorni, se per qualche via misteriosa ha potuto saperlo, sorriderà. Un anno fa, intervistato dal mensile Lo Straniero, definì l'operazione «vergognosa», mera opera di «venditori ». Costoro, in effetti, sembravano aver prevalso, presenti sia nel centrodestra che nel centrosinistra, con questi ultimi, anzi, ad aver detto la parola che, fino a ieri, sembrava definitiva.

Invece, essa appare oggi carta straccia, «estranea a ogni regola inerente all'attività amministrativa e assolutamente extra ordinem» e tale, scrive il Tar, «da non essere compatibile con l'importanza della materia trattata, con i principi tradizionali del diritto amministrativo» Accogliendo il ricorso del Codacons e, nella sostanza, le obiezioni avanzate con precisione e tenacia dal Comitato «No DalMolin» e dalla stessa nuova amministrazione comunale di Vicenza guidata da Achille Variati, appena eletto sindaco grazie anche alla sua contrarietà al raddoppio della base, il Tar dichiara inoltre illegale l'autorizzazione rilasciata e illegittimo il bando di gara. Non limitandosi a obiezioni formali (che pure, in questa materia, sono sostanza), si sofferma sull'impatto ambientale e urbanistico del progetto, sui rischi di danneggiamento delle falde acquifere e accoglie i dubbi espressi da più parti sulla Valutazione di Incidenza Ambientale della Regione Veneto. Insomma, una bocciatura globale che rappresenta anche una dura lezione politica a chi, nella passata amministrazione vicentina di centrodestra, d'intesa col Berlusconi 2001-2006, nell'attuale giunta regionale, nel governo Prodi 2006-2008, ha inteso calpestare il diritto dei vicentini a decidere sulla loro città e, in senso generale, il diritto dell'Italia a essere sovrana e non subalterna al potente alleato Usa.

Dura per tutti, la lezione è particolarmente aspra per il centrosinistra di Romano Prodi, certo ricattato dalle più ottuse componenti atlantiche della coalizione e certo sottoposto a pesantissime pressioni diplomatiche e politiche, e tuttavia arrendevole fino all'inanità verso tali pressioni e ricatti e arrogante oltre ogni limite verso la città e la popolazione. Nella vicenda Dal Molin, per vari aspetti, si poteva già leggere la triste parabola dell'Unione, la pervicacia della sua ala destra e l'impotenza della sua ala sinistra, oltre alla stoltezza dei suoi principali reggitori. Nella clamorosa riapertura odierna della questione forse c'è l'annuncio che una stagione nuova di iniziativa e di partecipazione politica, di movimento reale sul territorio e di lavoro istituzionale più trasparente e democratico, si sta forse per aprire.

L'ordinanza del TAR Veneto è scaricabile qui

Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo. La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie allo storico americano Robert Paxton, nel '66: l’angelo passò e i francesi impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende linguistiche patrie. Così è stato per l'Italia nell'ormai lunga epoca dominata da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata.

Sull’anomalia di Berlusconi molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi. È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere, anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani - dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio - scoraggiando la sua nomina a presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France. Avrebbe alzato una barriera contro il reato d'immigrazione clandestina, il divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il processo sulle morti causate dall'amianto). La militarizzazione delle città crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire ordinaria.

Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno.

Così si comportano, senz’alcuna remora, i socialisti francesi, i democratici Usa, i conservatori inglesi: quando attaccano o contrattaccano, non si sentono in dovere di spiegare i motivi profondamente torbidi per cui hanno interrotto il dialogo. Non danno a questo opporsi il nome indecoroso di antiriformismo o massimalismo. Non sono accusati dalla stampa di «pura agitazione», di «precipitare nel rivoluzionarismo verbale». Nessuno si sognerebbe di accusare i democratici Usa di antibushismo, o la sinistra francese di antisarkosismo. Sono eccettuati i Paesi con larghe intese: in Germania i socialdemocratici non attaccano la Merkel perché la necessità li ha spinti nella Grosse Koalition. Nessuno dei due la voleva, ma hanno dovuto farla e non vedono l’ora di smettere, e riprendere la classica dialettica fra chi governa assumendosene le responsabilità e chi si oppone preparando il ricambio. In Italia non c’è Grande Coalizione ma una strana invasiva idea del decoro impone il linguaggio da Grande Coalizione.

In Italia si fatica a dare un nome al governo Berlusconi: un regime paradossale che promette sicurezza e lede la rule of law. Che fa ardite leggi finanziarie e sottovaluta la cultura della legalità. Ma ancor più impervio è dare un nome all’opposizione. Il Pd si oppone ma non vuol essere antiberlusconiano, si oppone ma non vuol farlo con la determinazione - peraltro rara - dell’Ulivo. Si oppone nell’impaccio, quasi avesse alle spalle severissime offensive: contro il conflitto d’interessi, contro le leggi ad personam. Nulla di questo è stato fatto eppure s’espande la paura di apparire antiberlusconiani, non nella realtà dei fatti ma nell’immaginario della pubblica chiacchiera.

Il clima nelle ultime ore sembra mutato, ma siccome alcune tendenze restano converrà indagare sulle radici di questo immaginario fatto di timori e fantasmi. Una delle radici è forse nella storia del Pci, evidentemente ancora inconclusa o mal conclusa. Non più comunisti, ormai liberali, gli eredi di Togliatti sono alla ricerca di un’identità introvabile ma una cosa sanno e desiderano: tutto vogliono essere, fuorché sembrare quello che sono stati in passato, cioè oppositori intransigenti. È l’intensità dell’opporsi che giudicano deleteria, molto più dell’ideologia che per decenni la sorresse. Abbandonata l’ideologia anche l’opporsi in sé viene abbandonato, come qualcosa di cui ci si vergogna, che sveglia un fantasma sgradito: il proprio. Scrive Paolo Flores d’Arcais sull’ Unità che Veltroni non sa dire sì sì, no no. In realtà non oscilla: ha un rapporto malsano con il no, associandolo al no massimalista detto per mezzo secolo dai comunisti dell’Est e dell’Ovest.

Per la verità prima ancora di cambiar nome i riformatori postcomunisti avevano cambiato linea. Ma la cambiarono nell’economia, più che su Stato di diritto e rule of law. Ricordo i tempi in cui chi si congedava dai totalitarismi, in Est Europa, era affascinato da Pinochet. Pinochet aveva abolito la rule of law, ma aveva scommesso sul capitalismo con notevole successo, e questo piaceva al postcomunismo. Quel che non gli piaceva era ben altro, e gli incuteva panico. Panico di somigliare alle sinistre radicali, figure redivive del proprio passato. Panico, oggi, di fronte a chi fa dura opposizione concentrandosi innanzitutto sulla rule of law (Di Pietro, Bonino). Il discredito che colpisce i girotondi (ma che hanno fatto di sovversivo?) è segno di questa pavidità e del conformismo che secerne. Il confluire di tradizioni democristiane nel Pd non aiuta. Avvinti gli uni agli altri, i finti affratellati pencolano nel vuoto.

I massimi dirigenti del Pd hanno grandi tremori e forse non sarebbe male che cominciassero a parlarne. Altrimenti chi guarda da fuori continuerà a sbigottirsi: più sorpreso da questi tremori, in fondo, che da Berlusconi. Tra l’Italia e le altre democrazie si sta aprendo un baratro più vasto di quello che immaginiamo: non solo tra governanti diversi ma tra oppositori, giornalisti, sindacati diversi. Quasi non ce ne accorgiamo. Non ne usciremo dicendo che siamo così complicati e che nessuno, fuori casa, è in grado di capirci.

L'effetto più evidente della globalizzazione è riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri.

Nei paesi industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà.

Certo, si tratta di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni materiali.

Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono «elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni, questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste: l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100 dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno, l'equivalente di 850 euro.

Secondo molti esperti, sarebbe necessario raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa (600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila miliardi di dollari.

Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2 milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani: compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75 euro al mese come negli Usa, ma appena 40. Come dire 1,33 euro al giorno, neppure un cappucino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480 euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza urbana, abbonamento alla tv.

Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli che con una brutto termine sono definiti «incapienti».

Forse qualcuno si vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale saranno approvati per far fronte ai tagli.

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