Aveva posto due condizioni, Giuliano Amato, per accettare la proposta del sindaco di Roma Gianni Alemanno di presiedere la Commissione bipartisan chiamata a ridisegnare - sulla falsariga di quella voluta da Sarkozy in Francia - l´assetto istituzionale della capitale: primo, accantonare ogni polemica sul presunto buco nel bilancio comunale tutta mirata a screditare l´ex inquilino del Campidoglio, ora leader del Pd; secondo, un gruppo di lavoro davvero super partes, ovvero composto d´intesa con la Provincia e la Regione Lazio, entrambe governate dal centrosinistra. Il primo cittadino di An, pur di far vestire all´ex premier socialista i panni del novello "Attali de´ Noantri" (come ha detto lui stesso scherzando), non ci ha pensato due volte. Si è consultato con Berlusconi e Fini e insieme hanno convenuto che, sebbene locale, un comitato guidato da un autorevole esponente del Pd potesse essere il grimaldello per sbriciolare il muro contro muro sulle riforme nazionali.
E dunque, «habemus presidentem» ha annunciato fra il serio e il faceto Alemanno incoronando ieri il dottor Sottile. Nome che peraltro dieci giorni fa era stato suggerito dal governatore Marrazzo, che lo ha subito rivendicato: «Sono stato io a indicare Amato come rappresentante della Regione nella Commissione». Segnalazione che ha convinto il sindaco, promotore dell´iniziativa, a chiamarlo come presidente. Amato ha ringraziato, senza però nascondere la paternità "democratica" della proposta: «L´idea è stata di Marrazzo». Un modo, anche, per far capire a tutti da che parte sta e sedare i malumori nelle fila del Pd: non solo infatti l´ex ministro di Prodi ha confermato di aver sentito Veltroni prima di accettare, ma ha anche auspicato la nascita di un nuovo clima. «Non si può tutti giorni dar ragione al Capo dello Stato sulla necessità del dialogo fra maggioranza e opposizione», scandisce, «e poi non far nulla per tentarlo».
Divisa in due sottogruppi, «uno per le riforme, l´altro per lo sviluppo della città», la Commissione sarà formata da non più di 30 persone. «Il primo», illustra Amato, «dovrà lavorare in tempi rapidi su Roma capitale poiché il governo stesso intende intervenire sul tema a partire dall´autunno. Ne faranno parte giuristi designati dalla tre istituzioni». Fra questi, l´ex ministro ds Bassanini, l´ex dg Rai Celli, il presidente della Fs Cipolletta. Dal secondo gruppo, invece, «ci aspettiamo idee e progetti», precisa Alemanno, «per dare una dimensione internazionale alla città». Che «non può essere caratterizzata solo dal proprio grande passato», chiosa l´ex premier: «Dobbiamo fare in modo che tra cento anni si trovino anche tracce della nostra generazione».
Una Commissione che rappresenta, pure, «il tentativo di buttare dietro le spalle le polemiche post elettorali sul buco del bilancio comunale», come ammette il sindaco: «Affidiamo ai tecnici il tema degli squilibri sui conti, in modo che cessi la polemica politica». Una marcia indietro rispetto alle accuse degli ultimi mesi. Ci pensa il dottor Sottile ad alleggerire i toni: «La Commissione? Non mi dispiacerebbe se si chiamasse Amatò alla francese», scherza, consapevole che uno spiraglio è ormai aperto. «E tengo a precisare che non creerà problemi al ministro dell´Economia: non chiederà finanziamenti, non elargirà emolumenti, si limiterà al solo rimborso spese di chi ne farà parte».
Nonostante i meritori tentativi del ministro Bondi, la manovra finanziaria d'estate si chiude con tagli assai pesanti ai Beni culturali. Un miliardo di euro in meno nel prossimo triennio peserà sull'Amministrazione come un macigno, riducendone drasticamente la funzionalità: e ciò all´indomani di una riforma del Codice che le assegnava nuovi e più impegnativi compiti nella difesa del paesaggio. Cresce a ogni giorno che passa l´età media dei funzionari (oltre i 55 anni), e senza soldi di turnover non se ne parla. Il già ridicolo finanziamento della Cultura (0,28% del Pil, ai livelli più bassi d´Europa) è stato ulteriormente falcidiato.
Eppure, chi trova questa situazione preoccupante viene accusato di "statalismo". Interessante rimbrotto, che si può interpretare in due soli modi: o nel senso che proteggere beni culturali e paesaggio è di per sé deplorevole, e dunque sarebbe meglio distruggere e svendere ogni cosa a man salva; o nel senso che la necessaria tutela del nostro patrimonio culturale e paesaggistico può farsi lo stesso, anche se i finanziamenti dello Stato si riducono in modo così massiccio. Nessuno è tanto cinico (o barbaro) da sostenere la prima di queste due tesi. Molti invece i sostenitori della seconda, che tuttavia puntano su quattro diverse strategie. Vediamole.
Secondo alcuni, come l´onorevole Aprea, il Ministero avrebbe «accumulato qualcosa come 4.000 miliardi di vecchie lire di residui passivi», e perciò basta pescare in questo salvadanaio e «rimodulare i meccanismi di spesa», e il gioco è fatto: i tagli della manovra d´estate sarebbero solo un invito alla virtù. Peccato che le cose non stiano così: questa cifra è aggregata su più anni, per giunta considerando "residui passivi" le somme già spese ma non liquidate, dunque dà un´idea distorta della realtà (sarebbe giusto che fosse lo stesso Ministero a chiarirlo).
Seconda teoria: se lo Stato si dilegua, arriveranno i privati a gestire musei e parchi archeologici. Ma quali privati? La favoletta secondo cui in America i musei vanno a gonfie vele perché privati ha già fatto il suo tempo, ma giova ripetere perché: nessun museo d´America ha il bilancio in attivo (il Getty, che è il più ricco, copre con gli introiti meno del 10% delle spese), ma tutti possono contare su beni patrimoniali investiti (endowment). Sono donazioni di uno o più mecenati, il cui frutto è obbligatoriamente investito in attività culturali, a fondo perduto: nulla di comparabile con l´assetto dei musei italiani, che di endowment non ne hanno proprio. Ma perché tanti generosi donatori in America, in Italia quasi nessuno? Facile: in quel grande Paese vige un sistema fiscale efficiente, che prevede fra l´altro la detassazione totale delle quote di reddito che vengano donate a musei, teatri, università, istituti di ricerca. In tal modo, gli Usa e i singoli Stati federati rinunciano a introiti significativi, e i cittadini-donatori stabiliscono un legame di fidelizzazione con le istituzioni che sostengono. Donazioni private sì, ma rese possibili dalla lungimiranza dello Stato. Perché invece di parlare di un inesistente modello americano di gestione redditizia dei musei non si adotta il concreto modello americano di un sistema fiscale efficiente? Forse perché il fisco italiano (che il governo sia di destra o di sinistra) non rinuncia a un centesimo di tasse, né può farlo, dato lo stratosferico livello dell´evasione fiscale nell´infelice Penisola. L´adozione del "modello americano" comporterebbe in primis la lotta all´evasione fiscale, perciò non se ne parla. Meglio qualche chiacchiera a vuoto sul "museo come azienda", che non tocca gli interessi di nessuno (salvo che dei musei).
Terza strategia per sostituire lo Stato in ritirata: le Fondazioni museali a partecipazione mista, pubblico-privata. Buona idea, se funziona. Ma funziona? A dieci anni dalla legge in merito (Veltroni-Melandri, con regolamento Urbani), c´è una sola fondazione nata intorno a un museo statale (l´Egizio di Torino), un´altra (Aquileia) sta nascendo. Il freno principale è precisamente la difficoltà di trovare capitali di provenienza non pubblica: se a Torino si è potuto contare su due grandi fondazioni bancarie, in quasi tutte le città italiane non è così. Il meccanismo è forse efficace, ma di lentissimo rodaggio. Un´Italia che si converte in massa alle Fondazioni per colmare i tagli che devasteranno il Ministero non è plausibile, si accettano scommesse.
Quarta ipotesi, la devoluzione dei beni culturali alle Regioni, che l´infelice riforma del Titolo V della Costituzione tortuosamente sembra consentire. Proposte in tal senso sono state avanzate dalla Toscana nel 2003, da Lombardia e Veneto nel 2007, dal Piemonte un mese fa: cioè sempre da regioni governate da una coalizione politica diversa da quella del governo nazionale del momento. Verrebbe così a crearsi per i beni culturali una situazione simile a quella della sanità, dove dal 2001 (secondo "Cittadinanza Attiva") «una distorsione del concetto di federalismo declina il diritto costituzionale alla salute in 21 modalità diverse». Con due aggravanti: primo, mentre i malati possono spostarsi – quando possono– – da una regione all´altra (nel 2007 lo ha fatto il 51% dei cittadini, e il dato è in salita), monumenti e paesaggi sono inchiodati in situ. Secondo, le regioni più povere avrebbero ben poco da destinare alla tutela: in regime di "federalismo fiscale", solo sette regioni sarebbero autosufficienti, nessuna al Sud; e al Sud va solo il 5% delle contribuzioni liberali delle Fondazioni bancarie. Ma la devoluzione dei Beni culturali comporterebbe un risparmio di spesa a parità di servizi? C´è da dubitarne: la sanità "federale" non solo è distribuita in modo diseguale, costa anche di più: «nel ´98 costava 55 miliardi, oggi ne brucia il doppio» (G. Trovati, Il Sole, 4 agosto). Che cosa accadrebbe ai beni culturali? E al paesaggio? La risposta è chiara: o il moltiplicarsi della spesa, o un drammatico affievolirsi della tutela.
Insomma: se lo Stato dovesse dileguarsi, il rimedio per i Beni culturali è ancora da trovare. Sandro Bondi ha scritto (Il Giornale, 3 agosto) che la tutela «è un formidabile generatore di senso comunitario, di creatività, di crescita civile e produttiva», e che perciò «non dev´essere compresso il finanziamento alla cultura, all´istruzione e alla ricerca». «Un Paese come l´Italia che non scommette sulla cultura e l´istruzione è un Paese che non ha futuro». Non si può che essere d´accordo con lui. Ma basterà «incoraggiare l´intervento dei privati e delle autonomie locali» per tappare l´enorme buco di bilancio creato dalla manovra d´estate?
Intanto, i nostri vicini di casa ci giudicano. La Süddeutsche Zeitung del 5 agosto commenta questi tagli col titolo «La minacciata liquidazione della tutela dei beni culturali assesta il colpo di grazia alla cultura italiana e devasta i tesori più preziosi d´Europa». La situazione, scrive Volker Breidecker, «non è drammatica, è catastrofica», e l´Europa non può disinteressarsene, dato che l´Italia è «culla della classicità, luogo d´origine del Rinascimento e della civiltà comunale, civiltà a cui si devono quasi tutte le idee-guida della politica e della vita pubblica, e per questa ragione sede di un patrimonio archeologico, architettonico, paesaggistico e artistico senza paragoni sulla Terra». Che cosa accadrebbe, si chiede Breidecker, in caso di devoluzione? La privatizzazione, come quella dei templi di Agrigento, progettata dalla Sicilia? O la vendita del patrimonio culturale pubblico, come a Verona va facendo il Comune?
Consigliamo la lettura di questo articolo al presidente Berlusconi e al ministro Tremonti. Vi troveranno un giudizio durissimo, ma che tradisce a ogni parola un amore senza riserve per l´Italia, per la sua tradizione e per il suo futuro. Anche questo amore, condiviso da tanti in Europa e fuori (anche in Italia? anche in Parlamento?), è un asset su cui contare. I tagli alla Cultura non solo mettono a repentaglio il futuro del nostro patrimonio, ma costituiscono un immediato, grave danno d´immagine per il Paese. Chi saprà correggerlo? E come?
CAGLIARI. Il trasloco gli è stato imposto in fretta e furia dal ministero ai Beni culturali. Dopo appena quattro mesi, alla fine di luglio, Fausto Martino si è visto sfilare la poltrona e l'incarico di soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici della Sardegna. Scelta punitiva, ha detto chi in lui - arrivato da Salerno - aveva visto un intransigente servitore dello Stato.
- Soprintendente, è stato cacciato via?
«La mancata riconferma era nell'aria. Due i motivi: il decreto Rutelli, con cui ad aprile ero stato nominato, ha incassato da subito i rilievi della Corte dei conti e il ministro lo ha azzerato».
- Ma non tutti i soprintendenti dell'era Rutelli sono stati rimossi da Bondi.
«È vero, ma bisogna ammettere che il decreto aveva in sé alcuni peccati originali e questo è bastato al nuovo ministro per rivoluzionare le Soprintendenze di mezza Italia».
- Il secondo motivo della sostituzione?
«Lo spoil system. Nuovo governo, nuovi uomini di fiducia, nuove nomine. Succede».
- Il che vuol dire: Fausto Martino non sta con il centrodestra.
«Può esserci anche una lettura geopolitica ma non spetta a me entrare in argomento, fare e disfare. Posso dire soltanto: non so se il mancato rinnovo sia dipeso più dalle cose che ho fatto o da quelle che avrei voluto fare».
- Altri dicono: Martino non era gradito neanche al centrosinistra, colpa di quel suo intervento, a gamba tesa per alcuni, sul Piano paesaggistico e i controversi beni identitari.
«In quell'occasione, ho soltanto ribadito i poteri dello Stato, che non può essere un semplice testimone nella tutela del patrimonio architettonico e paesaggistico».
- La "Salvacoste" è una buona legge?
«Mi rifaccio a quanto detto dalla Confindustria in proposito: il Piano va rivisto, sono necessarie alcune varianti. Mentre in quattro mesi ho visto soprattutto interpretazioni su questo o quell'articolo. E sono state proprio le interpretazioni a scatenare il conflitto con l'autorità giudiziaria che poi ha portato al sequestro di alcuni cantieri».
- Vuol dire che, a suo tempo, non c'è stata chiarezza.
«Significa che sarebbe stato meglio affrontare i problemi nel rispetto reciproco delle competenze, in armonia e senza imporre nulla».
- La Regione voleva imporre qualcosa allo Stato?
«Di certo lo Stato non può essere relegato a un ruolo secondario e subordinato».
- La Soprintendenza ha sempre vigilato?
«Abbiamo fatto il massimo anche se più di contraccolpo c'è stato dopo l'accorpamento territoriale e la divisione delle competenze: beni storico-artistici da una parte, architettonici e paesaggistici dall'altra. Poi va detto che gli organici sono al minimo mentre il lavoro è aumentato. Ma in tutti i collaboratori ho trovato grande entusiasmo e voglia di fare. Sono sicuro che il mio successore (Gabriele Tola) troverà la stessa disponibilità che io ho riscontrato da aprile a luglio».
- A gennaio entrerà in vigore il nuovo Codice dei beni culturali: le Soprintendenze avranno più poteri.
«Esatto. Il nostro parere non sarà più di legittimità, come adesso, ma entrerà nel merito, diventerà preventivo, obbligatorio e vincolante con il rilascio dell'indispensabile autorizzazione paesaggistica».
- Può essere per questo motivo che qualcuno non ha voluto un intransigente servitore dello Stato tra i piedi?
«Anche questa è una lettura geopolitica. Non la posso fare certo io».
- Se la facesse qualcun altro?
«Io non potrò che ascoltare. Da Salerno».
Il fronte a favore del vincolo su tutto il colle di Tuvixeddu, corre ai ripari dopo la sentenza del Consiglio di Stato. Legambiente spedisce una lettera al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi in cui chiede la «realizzazione di un grande parco Tuvixeddu-Tuvumannu». Il Socialforum fa appello alla soprintendenza. E la Giunta regionale discute un provvedimento da prendere al rientro dalle ferie: di «salvaguardia dell'area per motivi d'urgenza sulla base della legge urbanistica».
Intanto al Comune il sindaco ha tenuto un incontro coi funzionari per capire come procedere dopo la sentenza. Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso della Regione e ripreso, nella sostanza, il precedente pronunciamento del Tar. In particolare per quanto riguarda l'allargamento del vincolo a tutto il colle: il provvedimento regionale è stato annullato in quanto non valida la procedura adottata per arrivare a quella decisione. È stata, infatti, invalidata la commissione regionale al Paesaggio (sulla base delle cui indicazioni era stato ampliata la tutela assoluta). Inoltre il Consiglio ha anche ribadito il giudizio del Tribunale amministrativo, per il «grave eccesso di potere sotto il profilo dello sviamento», in rapporto all'iter che ha portato la Regione al progetto del paesaggista francese Gilles Clément.
Per gli uffici comunali, però, prima di far riprendere i lavori all'impresa che sta realizzando la viabilità della zona, occorre quantificare i danni. Il cantiere del parco è, invece, sotto sequestro su disposizione della magistratura. Il Muncipio, sulla base delle disposizioni regionali, aveva bloccato le opere e ora le imprese si rivarranno sull'amministrazione che, a sua volta, chiederà i conti al governo dell'isola. Secondo Paolo Zoccheddu, dirigente della divisione urbanistica del Comune, le nuove tombe della necropoli sono state rinvenute nella zona a vincolo diretto e, pochissime, in quella a vincolo indiretto. In ogni caso sempre all'interno dell'area tutelata.
Intanto l'assessore regionale alla Cultura Maria Antonietta Mongiu ha incontrato il dirigente regionale delle soprintendenze Elio Garzillo e hanno ribadito la necessità di una tutela integrale del colle. A monte della forte diatriba - va ricordato - c'è, da una parte, l'accordo di programma firmato nel 2000 tra la Regione, il Comune e la Coimpresa per la realizzazione di una lottizzazione integrata: un parco archeologico (di circa venti ettari) con al centro l'area della necropoli punico romana (la più grande del Mediterraneo) e, in un'altra parte del colle di Tuvixeddu, a lato di via Is Maglias, la costruzione di residenze per circa quattrocento abitazioni. E, dall'altra, c'è l'azione della Regione per la realizzazione di un parco su tutto il colle, che si basa sulle normative del Codice Urbani (del 2004, regola i beni culturali nazionali) che ha acquisito il concetto di paesaggio come bene culturale inalienabile e non commerciabile; e che va, quindi, oltre la difesa dell'area archeologica e coinvolge, nella tutela, il paesaggio in cui questo bene si inserisce.
Tra i ricorrenti al Consiglio di Stato, oltre alla Regione e al ministero per i Beni culturali c'era anche Italia Nostra. «Le sentenze vanno sempre rispettata - precisa Carlo Dore, l'avvocato che ha curato l'esposto dell'associazione ambientalista - ed è certo che vi sono stati degli errori formali e qualcuno di sostanza nel procedere della Regione. Ma lascia perplesso che non venga considerato il nuovo quadro culturale nato dopo il Codice Urbani». Oltre a Legambiente un appello allo Stato centrale viene fatto dai consiglieri regionali del Pd Stefano Pinna e Cicco Porcu, che affermano che Roma «non può stare a guardare ed è chiamata ad apporre su Tuvixeddu il vincolo paesaggistico di fronte a una riconosciuta emergenza storico culturale il cui valore (...) è sotto attestato dal mondo accademico isolano». Il consigliere comunale e regionale del Pd Marco Espa sottolinea che Tuvixeddu sta diventando oggetto di strumentalizzazione politica, «mentre è un bene che appartiene a tutta l'umanità». Ninni Depau e Andrea Scano (consiglieri comunali del Pd), pur ribadendo che le sentenze vanno rispettate, sottolineano l'esigenza di «togliere l'assedio del cemento dal colle di Tuvixeddu, colpevolmente trascurato da decenni». E «oggi Cagliari ha la straordinaria opportunità di ridisegnare completamente il proprio futuro utilizzando le grandi aree dismesse e valorizzando i suoi beni culturali e archeologici».
Arte e Cultura, cronache di una disfatta totale: l’Italia precipita ancor più lontano dagli altri Paesi avanzati dove quelle due voci sono considerate un investimento sociale, e non un costo (da tagliare). La scure «rivoluzionaria» - ieri l’hanno detto in coppia Gianni Letta e Giulio Tremonti - calata sulla spesa pubblica si è infatti abbattuta più pesantemente del temuto anche sul ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Al “MiBac” sono stati tolti - secondo le cifre fornite dalla Uil Beni Culturali - 355, 369 e 552 milioni di euro rispettivamente nel 2009, 2010 e 2011. Il totale sottratto sale così, nel triennio, a un miliardo 276 milioni. Un terzo delle cifre tagliate è stato amputato alla voce Tutela e valorizzazione: nel prossimo triennio il MiBAC e le sue Soprintendenze si limiteranno a pagare gli stipendi e poco più, secondo la logica dell’ente inutile “perfetto” che si mangia in costo del personale tutto ciò che incassa e/o riceve. Saranno quindi possibili chiusure o drastiche riduzioni di orario in musei e aree archeologiche e pertanto la stessa voce “turismo culturale” ne sarà colpita al cuore, con minor capacità di attrazione dell’Italia, minori entrate dirette e soprattutto minor indotto turistico-culturale. Un bel contributo alla rianimazione della nostra indebolita economia. Non basta: i tagli hanno spazzato via i 45 milioni preventivati in tre annualità dal ministro Rutelli per l’abbattimento di altri “ecomostri”, ma se uno spulcia i singoli capitoli, vede, per esempio, che viene ridotta pure la spesa ordinaria destinata al comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio: ladri e rapinatori dell’arte e dell’archeologia - tombaroli in testa - facciano dunque festa. Questo ministero viveva già al limite: i tagli, tutt’altro che lievi, decisi dal Berlusconi IV lo mettono su una strada. O lo conducono alla chiusura. Cosa potranno fare le Soprintendenze che già nel recente passato verso metà anno non avevano più fondi per i telefoni, per i francobolli, per pagare le imprese di pulizia (bagni dei musei inclusi)? Quali missioni sul posto potranno organizzare quelle Soprintendenze ai Beni architettonici nelle quali ogni tecnico si ritrova alle prese con un migliaio di pratiche delicate all’anno? Le amputazioni vanno a minare l’attuazione stessa del Codice per il paesaggio, reso ben più stringente e severo, dalla gestione Rutelli-Settis, ragion per cui il saccheggio del nostro paesaggio riprenderà con grande vigore. La scure (“rivoluzionaria”, beninteso) di questo governo, che considera la cultura un optional e che ha affidato la custodia dei Beni culturali ad un personaggio come Sandro Bondi, senza alcun peso specifico (infatti le sue deboli proteste hanno contato meno di zero), si abbatte su settori già più che “francescani”, come gli archivi e le biblioteche, l’Istituto centrale per il catalogo, la Scuola Archeologica Italiana di Atene che partirà, nel triennio prossimo, con 157.000 euro in meno di finanziamento statale e arriverà con 307.000, in meno naturalmente. Poi ci sono le somme e i contributi previsti per una miriade di associazioni, istituzioni e fondazioni che, con qualche eccezione, certo, rappresentano il sistema capillare della ricerca culturale, la storia stessa del nostro Paese: le antiche Accademie locali, le Deputazioni di storia patria (già vedo Bossi sorridere contento), le Fondazioni politiche (Sturzo, Turati, Nenni, Gramsci, ecc.) e quelle musicali, ecc. Anche in questo caso, spesso, verrà meno l’ossigeno. Tanto più che enti locali e Regioni, anch'esse mutilate, non potranno subentrare in nulla. Ma passiamo al tanto discusso e però fondamentale Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus). Il taglio per le Fondazioni lirico-sinfoniche parte dai 51,7 milioni dell’anno prossimo e arriva, in progressione, agli oltre 101 del 2011. Il fondo per le attività musicali perde inizialmente 15,2 milioni e arriva a 29,8 milioni, mentre l’altro per le attività teatrali di prosa da va da 17,7 a ben 34,6 milioni. Ma ci saranno riduzioni di contributi anche per la già deperente danza classica. Tornando agli ex Enti lirici e sinfonici, è vero che devono essere riformati nel senso di una maggiore snellezza gestionale e di minori bardature burocratiche. Vi sono Enti infatti che registrano incidenze assurde del personale sui costi totali: l’Opera di Roma col record del 70,9 per cento, seguita dal Massimo di Palermo col 67,3 e dal Carlo Felice di Genova col 66,7, fino a scendere all’incidenza minima (encomiabile) del Regio di Torino: 42,3 per cento. Ma non sarà il drastico e per niente finalizzato taglio delle risorse a curare le situazioni più malate. Così si ammazzano il melodramma, la musica, il balletto, punto e basta. O si mettono le Fondazioni musicali di fronte ad un bivio: ridurre le produzioni ed abbassarne il livello (sovente già scaduto), oppure portare il prezzo dei biglietti a quote inarrivabili dai più, a cominciare da giovani e giovanissimi. Significa inoltre sterilizzare la spesa per la didattica artistica e musicale, negando, per decenni, al Paese di uscire dal gorgo di ignoranza e di maleducazione nel quale è precipitato rispetto all’Europa, ex Paese dell’Arte, della Musica e del Bel Canto. Il Consiglio Superiore dei Beni culturali, all’unanimità, aveva espresso, il 16 scorso, la più viva preoccupazione per una «temuta deriva che rischia di annichilire la tutela e il governo del patrimonio culturale e paesaggistico» invitando a «considerare la spesa per la cultura nel suo pieno valore economico per l’impatto generale che essa ha sul sistema economico e sociale del Paese, dall’industria del turismo al cosiddetto Made in Italy, all’immagine complessiva della Nazione». Tremonti ha accelerato la macellazione della cultura. Parole al vento, dunque. Come le patetiche proteste del ministro Bondi. Il quale (al pari della collega dell’Ambiente, Prestigiacomo, per i Parchi Nazionali) ha già una sua idea: assumere, magari a New York, un super-direttore dei musei statali con più “polpa” e affidarne la gestione a società private. Il trionfo del privato sul pubblico. La fine della cultura come valore fondamentale per tutti. Specie per chi ha minor reddito e minori chances di partenza. Un futuro radioso.
Una modesta proposta al ministro La Russa e al governo tutto, che s´è preso tanto a cuore la sicurezza dei cittadini italiani: perché non inviare l´esercito anche nei cantieri, nelle fabbriche, e magari lungo le autostrade? A meno che si vogliano considerare i morti sul lavoro e negli incidenti stradali "meno importanti" rispetto alle vittime della criminalità.
Rendiamo merito al Censis che di tanto in tanto, sommessamente, introduce qualche cifra rivelatrice in un dibattito pubblico dominato dalla propaganda. Così, mentre i telegiornali celebrano la trovata dei militari affiancati alle forze di polizia nel pattugliamento delle città, l´istituto di ricerche sociali fondato da Giuseppe De Rita pubblica delle statistiche che sovvertono il "comune sentire" montato ad arte dagli imprenditori politici della paura: in Italia le vittime degli incidenti sul lavoro sono quasi il doppio rispetto alle vittime della criminalità. Che sono peraltro in costante diminuzione e restano otto volte di meno rispetto ai morti negli incidenti stradali.
Se di emergenza si deve parlare, riguarda il fatto che da noi i morti sul lavoro sono quasi il doppio della Francia, il 30% in più rispetto a Germania e Spagna. Cifre che dovrebbero far arrossire la nostra classe dirigente, a proposito di sicurezza. Ma i fautori di "legge e ordine" non paiono scossi neppure dal fatto che si registrino più morti sulle nostre strade che in paesi europei più popolosi dell´Italia: la severità torna ad essere categoria elastica, quando debba applicarsi ai cittadini "perbene".
Naturalmente vi sono ragioni culturali e sociali che spiegano l´ipersensibilità dei cittadini nei confronti di furti, rapine, degrado dell´ambiente urbano. Così come vi sono interessi economici che hanno convenienza a minimizzare le deroghe alla prevenzione antinfortunistica e al rispetto del codice della strada. Ma il compito di una classe dirigente, in democrazia, dovrebbe essere quello di assumere le priorità dettate dall´interesse generale, svolgendo un´opera educativa in tal senso. Mostrandosi superiore agli umori fomentati per convenienza o pregiudizio.
Invece tra i nostri politici vige l´andazzo contrario: adulare il popolo, cavalcandone l´ignoranza. Lo fa notare con parole più diplomatiche il direttore del Censis, Giuseppe Roma, presentando i risultati della ricerca: «Risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini». E non ci si venga a dire che le morti bianche e gli incidenti stradali sono fatalità, o che succede così dappertutto. Lo scandaloso divario fra l´Italia e i paesi europei ad essa comparabili, dimostra il contrario.
La sicurezza manipolata come un feticcio, semmai, rivela la volontà di sottomettere i ceti più deboli all´ingiustizia sociale, indirizzandone il malcontento su bersagli meno impegnativi. È più facile prendersela con la devianza degli emarginati, specie se stranieri, che con la camorra, la mafia, la ´ndrangheta (sono queste organizzazioni le principali responsabili degli omicidi in Italia). Ancor più complicato è imporre la regola morale, prima ancora che giuridica, secondo cui la tutela della vita del lavoratore è più importante della produttività. Addirittura impopolare, infine, suona l´equazione fra mancato rispetto del codice della strada e delinquenza.
Naturalmente mandare i soldati in pattuglia nei cantieri, nelle fabbriche e lungo le autostrade è solo una boutade. Ma denunciare la menzogna di questi politici, falsi difensori della sicurezza pubblica, resta una necessità. Perché una comunità impaurita non progredisce inseguendo fantasmi: semmai arretra, correndo all´impazzata sulle strade e umiliando i suoi lavoratori.
ROMA - "Una vera e propria truffa" sono queste le parole con cui il segretario nazionale del Sunia, il Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari, Luigi Pallotta, definisce il decreto approvato ieri alla Camere, mentre il piano casa annunciato dal ministro Tremonti viene accusato di essere "l'ennesimo sostegno ai costruttori nostrani che per effetto della crisi vedono crollate le compravendite".
Con il decreto sostiene il Sunia, "si tolgono 550 milioni di Euro destinati nel 2007 all'emergenza abitativa, ed in particolare alle famiglie disagiate sottoposte a sfratto, per destinarli ad un fondo nazionale che dovrà finanziare un piano casa tutto da definire entro sei mesi, che dovrà successivamente essere attuato dalle Regioni e dai Comuni".
Gli alloggi poi, secondo il sindacato saranno "in proprietà, quindi, che non servono a nulla e vanno nella direzione opposta alla necessità che lo stesso governo e gli stessi costruttori hanno, sino a poche settimane fa, dichiarato: quella di costruire e recuperare alloggi in locazione a canoni sostenibili dai redditi delle famiglie in cerca di abitazione".
"O il Ministro nella fretta non si è accorto che nel testo è scomparsa la parola 'locazione' da quello che dovrà essere il futuro piano casa - continua Pallotta - oppure non conosce le esperienze europee di social housing che sono in larghissima parte per l'affitto e non per la proprietà. Nella realtà dei fatti e non delle dichiarazioni - conclude il Sunia - vengono tolti i fondi da quella che invece era una prima concreta risposta all'emergenza abitativa, fatta non solo di soldi ripartiti fra le Regioni".
"Come se non bastasse - prosegue - vengono sottratti altri 280 milioni già destinati ad alloggi in locazione a canone sostenibile, nei contratti di quartiere, a dimostrazione ulteriore di quale indirizzo il governo intende dare alla politica abitativa".
CAGLIARI. Il curriculum di uno dei quattro esperti esterni che componevano la commissione regionale per il paesaggio riporta una data successiva alla nomina. Questo per il Consiglio di Stato dimostra «la scarsa trasparenza dell’azione amministrativa» della Regione nell’operazione Tuvixeddu. Non solo: doveva essere il consiglio regionale e non la giunta a indicare i nomi dei membri laici, saltati fuori senza alcuna precisazione sui criteri della scelta. «Non è dato comprendere - scrivono i giudici - sulla base di quale norma la giunta si sia direttamente attribuito il potere di designarli».
Ma soprattutto, come aveva già detto chiaramente il Tar l’8 febbraio scorso, era indispensabile una legge regionale per istituire l’organismo previsto dal Codice Urbani perchè le precedenti commissioni provinciali erano state messe in piedi con un atto della massima assemblea sarda. La giunta Soru invece «senza esservi affatto costretta, ha ritenuto di derogare alla disciplina primaria regionale di settore e di ritenere prevalente su questa la sopravvenuta norma statale». A causa di questo incredibile pasticcio la commissione era dunque illegittima e di conseguenza sono illegittimi - come hanno sostenuto i legali di Iniziative immobiliari Coimpresa, del comune di Cagliari e della Cocco Costruzioni - tutti gli atti conseguenti. Nulla la perimetrazione dell’area di notevole interesse pubblico, nulle tutte le nuove prescrizioni imposte su richiesta della commissione e deliberate dalla giunta.
Dure da incassare, per la Regione, le tre sentenze depositate martedì scorso con cui sono stati respinti i ricorsi del governo Soru contro la bocciatura dei vincoli sull’area dei colli punici. Due anni di controversie avvelenate e costose travolti dai giudizi a tratti sferzanti del Consiglio di Stato, che hanno confermato punto per punto la fondatezza dei gravami avanzati davanti al Tar dall’amministrazione di Cagliari e dai privati.
Ci sono però due passaggi di questa decisione ‘una e trina’ che aprono nuove vie all’iniziativa di contrasto mandata avanti dal governo Soru contro la cementificazione di Tuvixeddu: i giudici spiegano chiaramente come dev’essere costituita la commissione per il paesaggio destinata a valutare l’imposizione di nuovi vincoli e chiariscono sia pure sbrigativamente - senza entrare nel merito dei beni da tutelare e delle nuove scoperte nell’area storica - come la Sovrintendenza archeologica «chiamata a monitorare costantemente le aree oggetto delle opere cantierate, sia pur sempre in grado di paralizzare le stesse in presenza di appurate, eventuali nuove emergenze archeologiche». Un’affermazione in sè scontata ma probabilmente ritenuta doverosa dai giudici - presidente Barbagallo, consiglieri Buonvino, Chieppa, Bellomo e Contessa - considerata la leggerezza, denunciata dall’Avvocatura dello Stato e dalle associazioni culturali ed ecologiste, con cui il problema del sito archeologico di Tuvixeddu è stato affrontato negli anni.
Nei giudizi amministrativi la forma degli atti diventa sostanza per le decisioni. Ma in questo caso il Consiglio di Stato ha seguito la traccia del Tar Sardegna e si è addentrato in aspetti non solo formali di una vicenda che ormai coinvolge anche i magistrati penali: per palazzo Spada lo «sviamento di potere» rilevato dai colleghi sardi c’è davvero e rappresenta il lato più oscuro del caso Tuvixeddu. Se infatti i legali della Regione - Vincenzo Cerulli Irelli, Paolo Carrozza e Giampiero Contu - liquidano il progetto alternativo per il ‘parco Karalis’ elaborato dall’archistar francese Gilles Clement come «un semplice studio a carattere orientativo» i giudici di Roma ribattono che «la giunta regionale, di sua iniziativa, nel fare proprio il parere espresso dalla commissione regionale, ha finalizzato puntualmente la propria azione alla realizzazione del progetto di tutela, conservazione e ripristino delle aree secondo le indicazioni dello studio del professor Clement». Lo studio - rilevano i giudici - viene formalmente richiamato «nella stessa delibera di imposizione del vincolo» e quindi «doveva essere ben noto alla Regione nei suoi specifici contenuti e logicamente doveva averne avuto sostanziale approvazione». Ma il punto è questo: «Non è dato comprendere - è scritto nella sentenza - in che modo, in assenza di alcuna formale iniziativa al riguardo e in difetto di ogni motivazione atta a consentire un idoneo scrutinio di legittimità della scelta così operata, possa essere stato individuato quel progetto e possa esserne stata prescritta l’osservanza». Un progetto - scrivono ancora i giudici romani - di «non definita origine e di non precisate fonti normative» che conferma «il grave eccesso di potere sotto il profilo dello sviamento» di cui la Regione si è macchiata. Ed è qui che il giudizio amministrativo va a incrociarsi con l’inchiesta penale sollecitata dai legali di Coimpresa e aperta su ipotesi di abuso d’ufficio dal sostituto procuratore Daniele Caria: sulla scena di Tuvixeddu, prima ancora che il Tar si esprima sui nuovi vincoli, compare uno studio finanziato in parte dalla Fondazione Banco di Sardegna, conosciuto soltanto alla giunta regionale, affisso negli uffici dei beni culturali ma di cui non c’è traccia nei documenti ufficiali.
Quasi in contemporanea ai vertici dirigenziali dell’assessorato regionale ai beni culturali viene nominata la moglie del presidente del Banco di Sardegna. Se la scelta di finanziare lo studio Clement - ormai censurata sia dal Tar che dai giudici amministrativi di secondo grado - e quella nomina al ruolo inedito di direttore generale dei direttori generali siano fatti significativi da mettere in relazione sarà la Procura a stabilirlo.
Un paese che depreda e criminalizza i suoi anziani è animato dall'ingratitudine e dalla stupidità, laddove considera l'allungamento del tempo di vita dei suoi cittadini una sciagura, sostenendo che la loro egoistica durata su questa terra costa in pensioni un sacco di soldi alla comunità. Un paese che precarizza i giovani, ne svalorizza il lavoro e toglie loro fiducia e possibilità di costruirsi un futuro, è suicida. L'Italia che si profila nella nuova era berlusconiana è al tempo stesso ingrata, stupida e suicida. Togliendo sicurezza e speranza ai giovani (aspiranti) lavoratori ipoteca il futuro stesso del paese. L'emendamento sui precari imposto dal governo a un Parlamento sterilizzato e azzittito va esattamente in questa direzione.
Ci sono migliaia di cause di lavoro intentate da altrettanti precari che rivendicano, leggi alla mano, la stabilizzazione. Facciamo una bella moratoria per tutelare le aziende interessate (Poste, Rai, Telecom, ecc.), emancipandole dal dovere decretato dal giudice di stabilizzare i loro precari. Basterà che i padroni pubblici o privati che hanno violato la legge paghino una multarella, una paghetta. E i giovani cornuti e mazziati vadano a mettersi in fila da qualche altra parte, al futuro penseranno un'altra volta. E' una norma odiosa ma anche discriminatoria perché riguarda il passato, mentre per le cause a venire resterebbe (il condizionale è d'obbligo) il dovere del datore di lavoro di assumere e regolarizzare chi vincesse la causa. Persino per i tecnici della Camera tale provvedimento viola l'articolo 3 della Costituzione, secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge». Sarà pure vero, risponde alle ombre dell'opposizione qualche personaggio della maggioranza, ma adesso non c'è modo di cambiare l'emendamento, manca il tempo e anche la casta ha il diritto alla vacanza. Semmai ne riparleremo in autunno con la Finanziaria. Il sottosegretario Vegas, invece, della Costituzione se ne fotte.
Non sfuggirà al lettore che i lavoratori più fortunati, o meglio meno sfortunati, quelli a tempo indeterminato in aziende con più di 15 dipendenti, sono tutelati dallo Statuto dei lavoratori che all'articolo 18 prevede il reintegro di chi venga licenziato ingiustamente. L'attacco ai precari non è che la prima mossa di una partita che nella volontà delle destre e delle imprese dovrebbe concludersi con la cancellazione per tutti di questo diritto. Come fanno le jene e in genere gli animali feroci, i nostri governanti se la prendono prima con i soggetti deboli, più giovani o già feriti. Adesso è la volta dei giovani «instabili», poi sotto a chi tocca. E' sempre in base a questa logica che il conto più salato della crisi viene presentato ai più poveri, a chi vive con il solo reddito (impoverito) da lavoro dipendente, o con la pensione. Basti pensare alla pretesa della Confindustria, condivisa dal governo, di scaricare sui lavoratori la parte di inflazione generata dall'aumento dei prezzi delle materie prime. Tutto il provvedimento economico che oggi sarà imposto ai parlamentari già in costume da bagno è segnato da questa filosofia. Basti pensare allo scempio della legge sull'editoria che prende per il collo i soggetti più deboli come questo giornale, nell'intento di consegnare l'intero controllo dell'informazione ai potentati economici e politici, spazzando via ogni voce critica, autonoma, cooperativa. Anche in questo caso, il provvedimento è ancor più odioso perché salva i finanziamenti ai grandi giornali e agli amici del giaguaro.
Per tornare all'emendamento anti-precari, l'aspetto più ripugnante è quello che denunciavamo all'inizio: a migliaia di giovani viene tolta la possibilità di riprendersi quel che secondo la legge spetta loro, un lavoro sicuro e a tempo indeterminato. La possibilità, cioè, di pensare con serenità al futuro. Se per proteggere la nostra sicurezza dai rom e dagli immigrati sono stati mandati in piazza i soldati, chi bisognerà mobilitare per proteggerla dal governo Berlusconi e dai padroni?
Nel capitolo dedicato a Finale Ligure c'è una frase che dà il senso: «Alla prossima tornata elettorale si invertiranno le parti e il gioco ricomincerà». Certo, è uno di quei tormentoni che fanno storcere il naso ai teorici dell'anti-casta, a quelli che basta con i dipietristi d'accatto. Eppure Il partito del cemento. è un libro che piacerebbe anche a loro. Scritto da Ferruccio Sansa e Marco Preve, giornalisti de Il Secolo XIX e Repubblica, non si basa solo su carte giudiziarie. È una vera inchiesta, che collega fatti, tira fili, per arrivare a dipingere un quadro dove nessuno, ma proprio nessuno è innocente.
Tutti coinvolti, in questa assurda corsa al cemento che rischia di devastare una delle regioni più belle d'Italia, la Liguria. Tre milioni di metri cubi di cemento sono in arrivo, e se non c'è più spazio in terra, costruiamo in mare. Porti e porticcioli turistici, in pochi anni il Ponente — ma anche il Levante non scherza — diventerà il buen retiro dei natanti di mezza Italia e mezza Francia, quella che rifiuta di costruire sulle sue coste, tanto a poca distanza c'è chi lo fa anche per lei. La tesi dei due autori è che la Liguria sia una sorta di miniatura italiana, dove la commistione di interessi che sottomette l'interesse pubblico a quello privato ha assunto una dimensione transpartitica. A farne le spese, ovviamente, sono coste, colline e cittadini.
Il partito del cemento sta diventando una sorta di convitato di pietra a casa propria. A Genova e dintorni è il libro più venduto, nella sua meticolosità elenca una lunga serie di notabili liguri, sempre i soliti, in quasi ogni caso di cementificazione citato. Eppure è stato avvolto da una nube di silenzio. Come se quello che raccontasse, la convergenza di interessi ai più alti livelli, gli amorosi sensi tra Claudio Burlando, presidente della Regione, e Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico e sovrano della provincia di Imperia, l'assoluta mancanza di regole che in fondo va bene a tutti, fosse fiction, e non una denuncia alla quale almeno la decenza consiglierebbe una risposta da parte delle persone tirate in ballo.
Preve e Sansa sono liguri, e questo conta. Non per mero antropologismo, ma perché parlano di un mondo che conoscono, e amano. E fanno emergere quello che non c'è più, o sta scomparendo. L'incanto delle terre di Ponente raccontato da Francesco Biamonti, la Sanremo che tanto piaceva a Italo Calvino, quella Bocca di Magra che in virtù della sua bellezza divenne crocevia di scrittori e intellettuali. Il meglio del libro è in questa sovrapposizione, tra un presente fatto di piani regolatori decisi e cambiati nel giro di una cena, e un passato del quale esiste ancora qualche reperto, che andrebbe conservato con cura, nell'interesse di tutti. Così, pare di capire, non è: avanti con il cemento. Libro bello e triste, da leggere come un giallo, sapendo che i colpevoli sono come il maggiordomo, sempre i soliti noti. Soltanto che qui, purtroppo, non si tratta di fiction.
Sarà ricordata la seduta della Camera dei deputati del 30 luglio scorso. Lo sarà perché in quel giorno, per la prima volta nella storia parlamentare del nostro paese, il relatore di maggioranza di un disegno di legge, nel riferire all'Assemblea, ne raccomandava l'approvazione ma, con grande onestà intellettuale e con una motivazione ineccepibile, ne criticava duramente il contenuto (pagg. 3-4, 86, 91 del resoconto della seduta). Il disegno di legge che ha avuto una sorte così singolare, è quello recante la ratifica e l'esecuzione del Trattato di Lisbona. Ne è stato relatore l'onorevole Giorgio La Malfa. La cui critica ha investito il trattato in quanto strumento che mantiene e aggrava il deficit di democrazia dell'Unione europea, invece che risolverlo o attenuarlo.
In che cosa si concretizza questo deficit democratico? Anche se per sommarie indicazioni la verità insita nelle istituzioni europee va detta e senza attenuazioni ed infingimenti. A cominciare dall'assenza di un minimo di distinzione del potere legislativo da quello esecutivo. Per poi rilevare le clamorose menomazioni del Parlamento europeo, unica istituzione di derivazione popolare dell'Unione, cui il Trattato di Lisbona conferma la degradazione ad organo solo compartecipe, con gli esecutivi europei, della funzione normativa primaria, (quella che all'interno degli stati si denomina «legislativa»). Un organo che risulta poi mutilato del potere di iniziativa degli atti di sua competenza. Competenza che, invece di essere generale come quella di tutti i Parlamenti degni di questo nome, è ritagliata, ristretta. Si conferma, invece, e si incrementa il potere di intervento generale e ad effetti diversificati della Commissione, che aggiunge al potere di iniziativa degli atti parlamentari, almeno due altre aree di competenza normativa esclusiva sottratte al Parlamento. Un organo questo che non risponde a nessuno, composto e definito dai precedenti Trattati e di cui, questo di Lisbona ribadisce l'assoluta preminenza e la piena irresponsabilità politica. Si consideri poi lo scenario programmato dal Trattato di Lisbona. Tributato l'ossequio di rito alla sussidiarietà ed alla proporzionalità, questo Trattato ridefinisce il ruolo degli stati membri rendendoli istituzioni-organi sostanzialmente esecutivi dell'Unione. Consente infatti che l'esercizio della funzione normativa primaria della stessa Unione si estenda a tutti i campi, il che contrasta con qualunque modello di stato federale.
L'onorevole La Malfa non ha confrontato le istituzioni europee ai principi della democrazia e del costituzionalismo e non credo che condivida il giudizio che ne dà da anni chi scrive. Ha però comparato l'ordinamento interno a quello dell'Unione e si è domandato se i cittadini europei possono influire sulle scelte della Commissione e del suo Presidente, se il Consiglio europeo risponde delle sue deliberazioni ai cittadini europei, se un ministro dell'economia può dialetticamente rappresentare una sua posizione rispetto alla Banca europea. Correttamente si è risposto con un no.
Ne ha giustamente ricavato la ragione per la quale i francesi, gli olandesi, gli irlandesi ai referendum hanno votato contro le istituzioni europee. Aveva già congetturato che in un ipotetico referendum, gli elettori italiani avrebbero espresso un voto non proprio coincidente con l'unanimità dei parlamentari che, come già al Senato, avrebbe approvato anche alla Camera la ratifica del Trattato. Evento puntualmente verificatosi il giorno dopo.
Cosa dedurne? Innanzitutto il riconoscimento da parte di un esponente della maggioranza della improbabile corrispondenza degli orientamenti anche se unanimi della rappresentanza parlamentare a quelli del corpo elettorale, il che coincide col giudizio che in tanti abbiamo espresso sulla incostituzionalità della legge elettorale con cui sono state elette le due Camere del Parlamento. Ma sorprende e inquieta l'indifferenza per il deficit nientemeno che di democrazia che questo Trattato rivela e aggrava quanto a istituzioni, funzionamento, spirito dell'Ue che pur viene definita come emblema della civiltà di questo continente.
Ma che dire della decisione di approvare la legge che autorizza la ratifica di questo Trattato dopo che gli elettori irlandesi lo hanno respinto precludendone la ratifica da parte di quella Repubblica, con il che non potrà mai entrare in vigore, a norma dell'articolo 6 delle «Disposizioni finali» di questo stesso Trattato? Che questa norma va elusa? Che il governo irlandese deve ratificare, disattendendo il voto popolare e violando quella Costituzione? Il presidente polacco ritiene che la ratifica di detto Trattato è diventata incongrua per l'impossibilità sopraggiunta della sua entrata in vigore. Pende innanzi al Tribunale costituzionale tedesco un ricorso che denunzia l'incompatibilità del Trattato con i principi e lo spirito di quell'ordinamento federale. Il presidente del Tribunale ha richiesto al presidente federale di sospendere la promulgazione della legge di ratifica. Che senso ha avuto la sollecita approvazione della legge di ratifica da parte dell'Italia? Si è voluto dimostrare lo spirito europeista del nostro paese, europeista ma non esattamente democratico? E se, invece, il popolo italiano volesse essere europeista e democratico? Si intende forzare la ratifica del Trattato aderendo alla incredibile concezione per cui, l'1% degli europei non può fermare l'integrazione di tutti gli europei? Ma, innanzitutto, chi ha verificato che tutti gli europei vogliono un'Europa che assume come principio supremo e assolto del suo ordinamento «l'economia di mercato aperta e in libera concorrenza»? Si vuole dar prova della possibilità di «riforme condivise» e si sceglie l'occasione di una normativa emblematica del deficit di democrazia? Non ci si domanda se la condivisione su di una normativa di quel tipo non preconizzi esiti dello stesso tipo? Ma che concezione della democrazia è mai quella che, in occasione di un atto costitutivo di una entità interstatale e internazionale quale vuole essere l'Ue, assolutizza il principio di maggioranza, che suppone l'unanimità almeno per una volta, la volta in cui un popolo, uno stato, una società si costituisce giuridicamente dandosi le regole fondamentali. È l'insegnamento che ci viene da Rousseau, quel tale che in compagnia di Voltaire aveva - secondo la letteratura reazionaria, rediviva e trasversale - originato tutti i mali del mondo.
«Vede quella cascina? È amministrata da una società di Ligresti. Siamo buoni vicini di casa. Noi facciamo gli agricoltori, loro fanno gli agricoltori». A parlare è Paolo Bossi, 50 anni, veterinario. Con il fratello Francesco (agronomo), la sorella Giuditta (medico) e la mamma farmacista è affittuario di 40 ettari in via Selvanesco. Non molto lontano dalla sua azienda sorgerà il Cerba: su un’area di Ligresti, come d’altra parte è di Ligresti l’area dello Ieo, l’Istituto europeo di oncologia. Alla Immobiliare Costruzioni dell’ingegnere di Paternò sono riconducibili proprietà nei fogli catastali 633, 635, 655, 685 a sinistra dell’asse di via Ripamonti. Ma altre sue società possiedono terreni a destra di Ripamonti. Questa non è più Milano, è Ligrestown. Il trapasso avviene in modo simbolico ancora sulla via Ripamonti. Uscendo dalla città si incontra prima il palazzo della Coldiretti, con la grossa insegna verde «Consorzio agrario».
Più a Sud, un po’ sopra via Selvanesco, là dove il 24 fa capolinea a rispettosa distanza dall’area di via Macconago del Cerba, svettano le torri di Ligresti. Un simbolo, appunto. Del suo potere e del suo stile. L’ingegnere ha tirato su due piani in più di quelli previsti dalla concessione edilizia. Lo hanno fermato e questi ultimi due piani sono rimasti uno scheletro non costruito, un cappello bucherellato, d’aria e cemento, in testa agli edifici. Dentro c’è l’Inps.
Le tappe del degrado di cui si parla a proposito del parco Sud, sono quattro. Si parte da una azienda agricola funzionante e stabile grazie a contratti di lungo periodo: almeno vent’anni. La proprietà perciò accorcia i contratti degli affittuari, rendendo più onerosi gli investimenti (il rientro deve avvenire in tempi brevi) e più incerte le prospettive: l’agricoltura d’impresa si trasforma in agricoltura di sopravvivenza. Il terzo passaggio è l’abbandono: il contadino va in pensione o getta la spugna, la proprietà non riaffitta. È il gran finale: sui terreni lasciati a se stessi si insinuano attività abusive. Arrivano gli sfasciacarrozze, proliferano le discariche.
Il consigliere comunale verde Enrico Fedrighini la chiama «costruzione del degrado». A cosa serve? «Alla valorizzazione immobiliare dei terreni - risponde Fedrighini - perché i proprietari non sono imprenditori del settore alimentare ma di mestiere costruiscono palazzi». Con la sola Immobiliare Costruzioni, Salvatore Ligresti possiede ettari ed ettari di aree agricole inedificabili fra Cerba e dintorni. Cosa se ne fa? Li coltiva, certo. Però i fratelli Bossi strabuzzano gli occhi nel sentire che il Pgt, il Piano comunale di governo del territorio, potrebbe assegnare un indice di edificabilità dello 0,20 ai terreni coltivati: «L’indice agricolo è dello 0,03. Con lo 0,20, sui nostri 40 ettari verrebbero 80.000 metri quadrati di case, hai voglia quante sono».
Il Pgt assegna alle aree agricole un indice virtuale. La scommessa è che la proprietà lo riversi su altre aree (edificabili) e in cambio ceda gratuitamente l’area al Comune. È la cosiddetta perequazione. Ma gli immobiliaristi sembrano voler puntare sul «degrado costruito», grazie al quale porteranno a casa l’8,15% di aree edificabili in più nelle aree del parco Sud comprese nei Piani di cintura urbana. Perfino la Provincia, che governa il parco, lo ritiene un sacrificio necessario per salvare il resto con gli oneri di urbanizzazione. Ma a questo punto, perché «perequare»? Conviene accettare l’indice di edificabilità e far fare al degrado il suo lavoro. Poi si risanerà costruendo.
La cascina Gaggioli dei fratelli Bossi fa agricoltura biologica. Vende riso, farina, la carne di una cinquantina di mucche (francesi, razza Limousine), ha cinque camere per agriturismo. Molti turisti stranieri preferiscono dormire in campagna e al mattino prendere la bicicletta. Il Duomo è a 6 chilometri. Il fondo della Gaggioli è coltivato in modo documentato dal 1300 ma esiste da prima, da quando i monaci cistercensi bonificarono le paludi, costruirono i canali per irrigare e diedero vita sulle due fondamenta della presenza del bestiame e di una abbondante riserva d’acqua alla produzione di latte, carne, riso, foraggio (mais, orzo, prati).
«Con le ovvie modifiche tecnologiche - spiega Dario Oliviero della Cia (Confederazione italiana agricoltori) - la trasformazione pensata allora è valida concettualmente ancora oggi». Siamo dunque alla fine di una storia plurisecolare? «Per noi - dice Oliviero, che rappresenta la categoria nel direttivo del parco Sud - l’espulsione dell’agricoltura è un fatto evidente». E i piani di cintura urbana con i quali parco Sud, Provincia e Comuni devono dettare le norme urbanistiche di 4.800 ettari prevalentemente in Comune di Milano? «Se ben calibrati - risponde Oliviero - sono un elemento regolatore fondamentale».
Questi sono i campi più fertili d’Europa. Il terreno a medio impasto, né argilloso né sabbioso, è il migliore per i seminativi. Il sindaco Moratti aveva promesso attenzione per il settore. Eppure i Bossi, semplicemente per rifare la stalla, hanno chiesto l’autorizzazione al parco Sud, poi atteso 11 mesi l’ok della commissione edilizia, dalla scorsa primavera aspettano il permesso di costruire. In Comune hanno chiesto lumi sull’allacciamento fognario: «Facciamo una stalla, quali fogne? il letame va nei campi». Questo nel secondo Comune agricolo italiano (800 ettari di terre), nella città che propone al mondo una Expo sull’alimentazione.
Carissimi, è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli, dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata. La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità. Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12: " Solo falsità l'unoall'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a nascondere ciò che tramano in cuore. Come rettili strisciano, e i più vili emergono, è al colmo la feccia".
Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli , non avrei mai pensato che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori.Sono convinto che Napoli è solo la punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti. Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti. I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma soprattutto a vivere con sobrietà. E' stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio nazionale dei rifiuti tossici.
Infatti esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna" di Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania.Questo perché diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia. Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte (Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli) e nelle campagne del Casertano. Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni , leucemie. Il documentario Biutiful Cauntri esprime bene quanto vi racconto. A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai potentati economici-finanziari.Infatti questa regione è stata gestita dal 1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti,scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti. In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro, per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non hanno proprio nulla : sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si possono nè incenerire, né seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re ". E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro.Noi, senza fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte. Il nostro non è un disastro ecologico -lo dico con rabbia- ma un crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi finanziari. Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due ordinanze:una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori della Campania che "trasformano la merda in oro -come dice Guido Viale- Quanto più merda, tanto più oro!".
Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n.90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli funzionare. Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all'anno! E' chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente (al 70 %), non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori. E' da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata. Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione.
Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti. "Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i Campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale-così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato "pericoloso"qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare, come altrove accade, i diritti dei Campani ...
Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell'ordine,è terrorizzata e ha paura di scendere in campo). Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo.Abbiamo distribuito alla stampa i volantini :"Lutto cittadino. La democrazia è morta ad Acerra.Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso".
Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso parteciparvi!) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è sotto processo).Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera, a gestire i rifiuti.Quella italiana sarà quasi certamente la A2A ( la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti, si papperà anche l'acqua di Napoli.Che vergogna! E' la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l'economia di shock! Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!)... Non abbandonateci. E' questione di vita o di morte per tutti. E' con tanta rabbia che ve lo scrivo.Resistiamo!" .
Padre Alex Zanotelli, Napoli, 12 luglio 2008
Insieme abbiamo dato vita alla manifestazione del 22 gennaio 2006. Quella giornata segnò il punto di arrivo di un percorso più che decennale che è giunto mobilitare decine di migliaia di persone ed ha fatto del movimento contro il ponte un laboratorio politico e sociale capace di far convivere al proprio interno anime molto differenti tra di loro. Fu quella manifestazione a segnalare l'avversione al ponte di una parte consistente dell'opinione pubblica. Quel segnale venne raccolto sul piano elettorale e tradotto nella formula ambigua di "opera non prioritaria" nel programma del Governo Prodi (operazione che ha fermato la costruzione del ponte, ma che ha lasciato sul campo la Stretto di Messina Spa ed il contratto con il general contractor).
Oggi ci troviamo a dover nuovamente affrontare l’offensiva dei fautori del Ponte. Sostenuti da Berlusconi, che ne ha sempre fatto una sua bandiera, e dal Presidente della Regione Sicilia Lombardo, che guarda evidentemente con grande interesse ai flussi finanziari che ne deriverebbero, i pontisti si apprestano se non proprio a costruirlo (rimangono, infatti, inalterati gli interrogativi dal punto di vista ingegneristico e del finanziamento) ad aprire un capitolo di spesa dentro il quale, di volta in volta, far confluire le risorse a disposizione per progettazione, sbancamenti, movimento terra, info-point ecc.
Va detto, peraltro, che sulla politica delle grandi opere si gioca in parte il futuro delle condizioni materiali di vita di tutti. L'utilizzo dei fondi Fintecna (originariamente destinati alla costruzione del ponte e poi stornati dal Governo Prodi per opere infrastrutturali in Sicilia ne Calabria) per coprire i mancati introiti causati dall'abolizione dell'Ici sulla prima casa dimostra che i soldi per le grandi opere saranno ricavati dalla riduzione delle spese sociali (istruzione, sanità, servizi). Da questo punto di vista l'agire nell'ambito del generale Patto di Mutuo Soccorso tra le comunità in lotta contro le devastazioni territoriali da un significato politico ulteriore alla nostra battaglia.
Facciamo, quindi, appello a tutti perchè si rimetta in moto la mobilitazione contro il ponte, affinché si comincino a tessere nuovamente quelle relazioni virtuose che ci hanno consentito di fermarli la prima volta, per costruire un percorso di iniziative che ci porti a realizzare, magari proprio a gennaio prossimo, a tre anni di distanza, una nuova grande manifestazione.
RETE NO PONTE, Stretto di Messina, luglio 2008
A RISCHIO le scuole dei piccoli comuni. Nel giro di tre anni circa 2 mila istituzioni scolastiche potrebbero "chiudere o essere accorpate". Risultato: per gli alunni dei centri con meno di 5 mila abitanti frequentare la scuola potrebbe diventare una specie di rompicapo: sveglia all'alba e trasferimento in pullman (bene che vada) a scuola. Se i comuni e le province non potranno mettere a disposizione nessun mezzo di trasporto, del tutto si dovranno far carico le famiglie. E' uno dei tanti effetti del decreto legge 112, collegato alla manovra finanziaria per il 2009, già varato dalla Camera e in attesa soltanto dell'ok da parte del Senato.
Un comma dell'articolo 64, dall'innocuo titolo "Disposizioni in materia di organizzazione scolastica", parla chiaro: "Nel caso di chiusura o accorpamento degli istituti aventi sede nei piccoli comuni, lo Stato, le Regioni e gli enti locali possono prevedere specifiche misure finalizzate alla riduzione del disagio degli utenti". Possono. Ma se non possono, l'eventuale chiusura del plesso scolastico si ripercuoterà sul menage familiare. Come la prenderà il leader della Lega, Umberto Bossi - che nel giro di pochi giorni ha tuonato prima contro il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, e successivamente contro gli insegnanti meridionali - questa volta? Già perché le regioni nelle quali il provvedimento rischia di stravolgere la vita a milioni di persone sono proprio quelle del Nord.
Ma andiamo con ordine. Nei prossimi tre anni, per alleggerire la spesa della Pubblica amministrazione, la scuola dovrà lasciare sul campo 87 mila posti di insegnante e 42 mila e 500 di Ata (personale amministrativo, tecnico e ausiliario). Sono previsti alcuni interventi strutturali non ben definiti (il ritorno al maestro unico alle elementari?) e non viene esclusa una nuova "razionalizzazione della rete scolastica italiana" che tradotto dal burocratese significa tagliare e accorpare scuole. L'obiettivo è quello risparmiare riportando all'interno del "intervallo virtuoso" il numero di alunni delle singole scuole: tra 500 e 900 alunni, appunto. Per via della situazione geografica italiana sono parecchie le scuole dei piccoli centri che assicurano il servizio a "pochi alunni": basti pensare a Ustica.
Nel 2002, l'allora ministro dell'istruzione, Letizia Moratti, fece compilare una "lista nera" di 2 mila istituzioni scolastiche fortemente sottodimensionate (con meno di 500 alunni) che suscitò le vibranti polemiche dei sindacati e delle associazioni. Non se ne fece nulla, ma questa volta il governo Berlusconi sembra più deciso.
In Italia, secondo l'ultimo censimento, i piccoli comuni sono 5.836: il 72 per cento del totale. Sono poco più di 10 milioni gli abitanti che risiedono nei piccoli centri e nella maggior parte di essi (nel 60 per cento, secondo un calcolo di Legambiente) c'è almeno un plesso di scuola primaria (elementare) e di scuola media che rendono la vita meno complicata a milioni di famiglie. Ma in futuro potrebbe non essere più così perché per ridurre drasticamente le cattedre occorre tagliare le classi e alcune scuole potrebbero appunto chiudere.
Anche la distribuzione dei piccoli comuni lungo lo Stivale non è omogenea. La maggior parte (il 59 per cento) si addensa nelle otto regioni del Nord. Quelli ubicati nelle regioni del Centro sono appena 642 (l'11 per cento) e al Sud se ne contano poco meno del 30 per cento (1.740 per la precisione). Il provvedimento, così, rischia di penalizzare soprattutto le regioni settentrionali che, essendo le più "montuose", sono più ricche di piccoli centri.
Ho seguito da lontano il congresso di Rifondazione, grazie alle dirette di Radio radicale, e, sarà perché la radio è un medium «caldo» e coinvolgente, a me è parso un congresso caldo e coinvolgente. A sorpresa, perché - l'ha scritto Gabriele Polo domenica - tutt'altro che coinvolgente si era prospettato l'annunciato gioco al massacro della resa dei conti interna, tutt'altro che stimolante il dibattito sulle cinque mozioni, tutt'altro che edificanti i colpi sotto la cintola della conta precongressuale. Vero è che la liturgia congressuale fa sempre salire il diapason delle passioni con i suoi effetti scenografici, e che a Chianciano di effetti e di effettacci ce ne sono stati fin troppi. Dalle ovazioni all'unico leader riconosciuto che resta Fausto Bertinotti all'uso di Bandiera rossa come arma contundente di una parte contro l'altra. Vero è pure che non bastano le passioni a fare una politica, e che anche la lotta al coltello per il controllo di un partito è a sua volta una passione, triste. Ma non sarebbe giusto ridurre a colore o a resa dei conti tutta quella ridondanza emotiva che muoveva gli interventi da una parte e dall'altra: sotto c'era, e lo si è visto nella sorpresa del risultato, una posta in gioco evidentemente sottovalutata, all'interno e all'esterno del Prc, fino alla vigilia.
Nichi Vendola ha detto, e alcuni commentatori hanno già sviluppato il concetto, che questo congresso segna la fine di Rifondazione comunista per quello che è stata fin qui. Detto più in chiaro, segna la fine, o quantomeno la pesante sconfitta, del bertinottismo, che non è stato solo cachemire e salotti tv come pare adesso dai grandi giornali: è stato il tentativo - più o meno spericolato, più o meno lucido, più o meno teoricamente fondato e politicamente conseguente - di innestare sul tronco della tradizione del movimento operaio novecentesco (non solo comunista) un'innovazione all'altezza dello scenario del nuovo secolo. Non che Fausto Bertinotti sia, in questa sconfitta, esente da responsabilità: di stile (personalizzazione narcisista della leadership), di condotta politica (oscillazione fra movimentismo e seduzione istituzionale), di orientamento culturale (dai termini approssimativi della «svolta non violenta» all'infatuazione per Massimo Fagioli). Fatto sta che su questo tentativo di innovazione si è abbattuta a Chianciano la scure del ripristino: chiusura identitaria, arroccamento solipsista, «certezza» dei simboli - che per loro natura quando diventano certi sono morti. Un «com'eravamo» che come tutti i com'eravamo nostalgici s'inventa un passato che non apre al futuro e non legge il presente, nemmeno quel presente dei senza parola, dei senza potere e dei senza rappresentanza cui pure, e ci crediamo, si rivolge.
Grave errore sarebbe, tuttavia, leggere in questa dinamica solo l'ultima tappa dei duelli interni - Garavini e Cossutta, Cossutta e Bertinotti, Bertinotti e Diliberto e via dicendo - che hanno accompagnato la storia di Rifondazione come un riflesso del più ampio duello fra innovazione e conservazione che agita la sinistra italiana dall'89 in avanti. Ciò che rende più pesante la scure del ripristino è che essa si abbatte anche e in primo luogo - e non a caso infatti per punire Bertinotti immola Vendola - sulla generazione di giovani militanti che da Seattle e Genova in poi ha cercato di praticare l'innovazione nel vivo della contaminazione con i movimenti e le soggettività d'inizio secolo, sporgendosi non, com'è avvenuto fra gli innovatori della sinistra moderata, verso soluzioni liberal-liberiste ma verso culture di contestazione radicale dell'esistente. Anche questa è una storia complicata, che non si può fare in poche righe e a sua volta non è priva di limiti, culturali e di comportamento. Certo è però che nel tormentato campo della sinistra italiana il Prc è stato l'unico partito in cui si sia delineato un protagonismo giovanile fatto di qualcosa di meglio della rivendicazione d'incompetenza politica che va tanto di moda nel Pd. E' anche, forse in primo luogo a questa esperienza che il cartello vincente di Chianciano manda a dire «adesso basta». Ed è per questo che la strategia del ripristino ha più il sapore della reazione che quello del rigurgito nostalgico; e sembra più il primo atto di una battaglia sul terreno della post-modernità che l'ultimo su quello della modernità di ciò che fu il movimento operaio.
Questo esito culturale del congresso di Chianciano non è meno inquietante del suo esito politico, che con ogni evidenza consiste nella chiusura definitiva di un gioco già chiuso, ovvero nella liquidazione dei pochi margini che restavano per ripensare una sinistra istituzionale forzando le secche destinate del bipartitismo. Ora che per gli innovatori di Rifondazione comincia la traversata nel deserto, c'è ancora un errore che si può fare o che si può evitare: pensare che il deserto si attraversa con un equipaggiamento pesante, fatto di tessere, sedi, risorse finanziarie. Chi ama il deserto sa che è meglio andarci leggeri. Sa anche che è più popoloso di quanto si creda, e che ci si possono fare molti, imprevedibili e fortunati incontri.
Parte l’assalto al verde del Parco Sud. Ci si lavora dal 2006, e da oggi i Piani di cintura urbana iniziano il loro iter amministrativo. I Pcu sono cinque progetti urbanistici che riguardano aree del parco Sud, vincolate alla destinazione agricola, in territorio perlopiù di Milano e marginalmente dell’hinterland. L’accordo fra la Provincia (ente gestore del parco Sud), e il Comune di Milano prevede che poco più dell’8% di questi terreni, originariamente inedificabili, venga costruito, per reperire i soldi necessari a salvaguardare il resto. Ancora non si sa, però, quale sarà l’indice di edificabilità concesso. La Provincia calcola che, se anche Milano fissasse un tetto minimo, il nuovo costruito non potrebbe essere contenuto nell’8% reso edificabile.
Più cemento nel Parco Sud si costruirà nell’8% dell’area
di Stefano Rossi
Non ci sono solo l’Expo e le grandi infrastrutture. A delineare il volto futuro di Milano concorrerà in modo decisivo l’assetto delle ultime aree agricole della città, in discussione oggi di fronte al direttivo del Parco Sud. Il direttivo raccoglie i Comuni inclusi nel parco e deve dare un parere sui Piani di cintura urbana (Pcu), cinque grandi progetti che coinvolgono Milano e, in parte, l’hinterland per 4.800 ettari, oltre un decimo dei 46.000 dell’intero Parco Sud. Il protocollo concordato fra il parco, governato dalla Provincia, e i Comuni, prevede che l’82% del territorio rimarrà verde: agricolo, naturalistico, parco pubblico; un 8% sarà destinato a impianti ricreativi e sportivi (possibile ad esempio l’ampliamento del parco Acquatica a Quinto Romano); un altro 8,15% sarà destinato a edilizia e infrastrutture.
Il braccio di ferro si esercita su questo 8,15 per cento. Per gli ambientalisti è una perdita secca, poiché si parla di aree già vincolate a verde. Milano sostiene invece che sia l’unica strada, poiché il Parco Sud, ripete spesso l’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli, «oggi è solo degrado». Nel mezzo sta la Provincia: «Edificare ci permette di finanziare la costruzione del verde, altrimenti l’agricoltura è conservata solo sulla carta», spiega Ugo Targetti, architetto già vicepresidente della Provincia nella giunta Tamberi e ora consulente sui Pcu.
In pratica gli oneri di urbanizzazione delle nuove case pagherebbero il verde: i filari lungo i canali, i boschi, insomma gli abbellimenti elencati fra i doveri degli agricoltori che coltivano i terreni. Va però messo a punto - con successivi accordi di programma fra il parco Sud, la Provincia e i Comuni - il meccanismo di scambio con i grandi proprietari immobiliari. La Provincia punta alla compensazione: per ogni metro quadrato di cemento, 10 metri quadrati di area agricola ceduta in proprietà al parco. Oppure 20 affittati all’agricoltura con contratti almeno ventennali, perché il degrado è dovuto in buona parte al fatto che ai conduttori dei fondi ottengono solo contratti brevi, che scoraggiano gli investimenti.
Il Comune di Milano crede invece nella perequazione, criterio guida del Piano di governo del territorio che sostituirà il Piano regolatore e andrà approvato entro il marzo 2009. Vuol dire assegnare un indice edificabile anche alle aree agricole (e dunque non edificabili, come quelle nel Parco Sud) e cumularlo con l’indice di altre aree, a loro volta invece edificabili. In cambio, le aree non edificabili passano in proprietà al Comune. «Per noi è il sistema più efficace», scommette Masseroli. Targetti replica «che la cessione al parco di singole aree rischia di bloccare qualunque intervento, fino a che non si realizza una certa continuità del territorio. Il rischio è che non si veda progredire il parco mentre le case vengono su».
Nel direttivo del Parco Sud, Milano ha il coltello dalla parte del manico: forse per la prima volta, con le ultime elezioni la maggioranza delle amministrazioni in provincia è passata al centrodestra. Ma non ci si può nascondere che anche diversi Comuni di centrosinistra sono insofferenti dei vincoli ambientali.
Il valore del paesaggio
di Paolo Hutter
Di nuovo è a rischio il Parco Sud, il territorio agricolo nella periferia meridionale di Milano che ha finora - faticosamente - resistito all’avanzata del cemento. L’opposto anche geografico della via Gluck, un esempio di sostenibilità, di possibile inversione della tendenza.
Recentemente Carlin Petrini lo ha candidato a luogo di sperimentazione della filiera corta, ovvero di quella vicinanza tra produzione e consumo dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento che viene indicata come la soluzione del buon tempo antico alla crisi global dell’energia fossile. La candidatura sarebbe di particolare attualità perché l’alimentazione sarà tema centrale dell’Expo. Se non fossero rimasti terreni agricoli fin nel cuore della periferia Sud di Milano bisognerebbe inventarli, decementificare qualche pavimento di fabbrica dismessa. E invece siamo qui a fare il tifo, temendo che dal direttivo del Parco possa venire un qualche via libera al sacrificio di pezzi del Parco Sud, magari col pretesto di renderli più fruibili.
Nei mesi scorsi dal Comune di Milano erano venute anche affermazioni esplicite sul «degrado» che deriverebbe da zone agricole non presidiate da attività e da edilizia. Fatto sta che oggi invece la partita si gioca attorno a concetti complicati, cose da addetti ai lavori come la «perequazione» urbanistica. In sostanza il Comune dice: «Non preoccupatevi se diamo un indice di edificabilità alle aree agricole, poi lo trasferiamo altrove». Ovvero aumentiamo ulteriormente le cubature in altre parti della città, il verde complessivo resta sempre lo stesso, e se necessario mangiucchiamo anche qualche pezzo di parco Sud, tanto si tratta di sterpaglie, non di parchi pubblici con le panchine. Questo è dunque il pericolo. I Comuni vengono indotti a rendere edificabili nuovi terreni dalla sete della moneta sonante degli oneri di urbanizzazione, che rischiano di diventare indispensabili addirittura per la spesa corrente. Ma se concordiamo sul valore «inestimabile» dell’agricoltura, del paesaggio, della sostenibilità proviamo ad alzarne il valore reale. Tanto più che il passato mica tanto passato delle influenze ligrestiane induce a una saggia diffidenza.
E Ligresti pregusta un’altra vittoria sull’asse via Ripamonti-Cerba
di Stefano Rossi
Milano ricomincia a costruirsi. Altro che saturazione degli spazi, l’assalto alle ultime aree libere -aree pregiate, ai margini della città edificata, 3-4 chilometri dal Duomo - riparte. È questo il quadro presente, e più ancora, futuro, che si sta preparando. Oggi il Parco Sud è considerato degradato.
Degradato perché nelle aree tutelate si sono insediati abusivamente discariche e sfasciacarrozze. Impossibile un recupero, meglio rinunciare a quei terreni. Ma questo impasse vale il sacrificio di oltre l’8% di territorio già vincolato che forse - è la critica - si poteva proteggere meglio? No, secondo Legambiente: «Non siamo per principio contro la perequazione, ovvero lo scambio di indici di edificabilità ai privati contro la cessione delle aree inedificabili dai privati al Comune di Milano - spiega il presidente lombardo Damiano Di Simine - il punto vero è quale indice di edificabilità concederà il Comune».
Per altri motivi, anche i grandi proprietari di aree nel Parco Sud stanno cercando (e ci stanno riuscendo), di moderare la perequazione. L’assessore comunale all’Urbanistica, Carlo Masseroli, vuole estenderla ai Pcu perché ne ha fatto il cardine del suo Piano di governo del territorio, gli immobiliaristi chiedono che sia facoltativa. In altre parole, l’assegnazione di un indice virtuale di edificabilità su aree agricole non obbligherebbe alla perequazione e alla cessione delle aree stesse al Comune.
Il perché di questa scelta dei grandi proprietari (ma soprattutto di uno, Salvatore Ligresti) lo spiega bene l’esempio del Cerba, il Centro europeo di ricerca biomedica del professor Umberto Veronesi. Sorgerà, con 30 ettari di padiglioni ospedalieri e 30 di parco, su un’area di Ligresti. Ma è di Ligresti anche il terreno non distante su cui è sorto lo Ieo, l’Istituto europeo di oncologia, sempre di Veronesi. E mentre l’ingegnere di Paternò comunicava all’assessore azzurro Masseroli le sue perplessità sulla perequazione, la giunta provinciale di centrosinistra stralciava il Cerba dal Pcu 3, sottraendolo alle norme vincolistiche e aprendo un fronte di crisi in maggioranza con i Verdi.
Commenta proprio un verde, il consigliere comunale Enrico Fedrighini: «Ligresti costruisce a CityLife, dove con Impregilo partecipa pure agli scavi della Linea 5. Ha una quota minoritaria, rispetto a Hines, di Garibaldi-Repubblica. Farà il Cerba. È l’ultimo grande pianificatore rimasto, peccato che non si preoccupi della crescita della città ma dei suoi affari. Del tutto legittimo, ma se riesce a condizionare le scelte strategiche della città è perché la politica glielo consente».
A giugno la Mm ha ricevuto l’incarico per uno studio di fattibilità della Linea 6 lungo via Ripamonti con capolinea al Cerba. Significa superare il limite della città e raggiungere il nuovo avamposto edificato del Cerba. Che fine potrà mai fare la campagna che ci sta in mezzo? La ricostruzione castastale di Fedrighini rivela come tutto l’asse a est di via Ripamonti, a sua volta da raddoppiare, appartenga alla Immobiliare Costruzioni di Ligresti. Saper aspettare, a volte, vale davvero la pena.
Beninteso, nei Piani di cintura urbana (Pcu) ci sono anche previsioni di sicuro valore ambientale. Nel Pcu 4 si potrebbe collegare l’Idroscalo con le cave (trasformate in laghetti) di San Bovio a Paullo, a 3 km di distanza, e aumentare del 50% lo specchio d’acqua complessivo. Si starebbe in barca per ore, mentre la costruzione della rete di collegamento dei canali si ripagherebbe con l’escavazione della ghiaia dal fondo dei nuovi canali. Il Pcu 5 vuole recuperare il rudere dell’albergo dei Mondiali per il ‘90. Il Pcu 1 ha buone potenzialità naturalistiche, le aree sono al margine del Boscoincittà e del parco delle Cave. Il Pcu 3 mira a fare della cava Pecchione, a sud dell’abbazia di Chiaravalle, un centro balneare e sportivo. «I Pcu - dice l’assessore provinciale all’Ecologia, Bruna Brembilla - sono una grossa opportunità di riprogettare aree marginali attraverso la partecipazione e condivisione dei Comuni e di ambientalisti, agricoltori e cittadini».
Sull’altro piatto della bilancia, però, se pure Milano limitasse l’indice di edificabilità a, diciamo, 0,15-0,20 metri quadrati di costruito per un metro quadrato di terreno, secondo la Provincia sarebbe autorizzato tanto cemento che la quota dell’8,15% di aree agricole riconvertite alla edificabilità dai Pcu non basterebbe a contenerlo. A meno di non tirare su dei gran grattacieli. Nel frattempo, la proprietà di aree spezzate e discontinue, impossibili da trasformare in un vero parco fino a che non fossero riconnesse, permetterebbe facilmente ai famosi sfasciacarrozze, conclude Di Simine di Legambiente, di «spostarsi 300 metri più in là». E di replicare il degrado. Al quale ovviare magari con nuovi palazzi.
Monguzzi: "Così si cede ai grandi costruttori"
Carlo Monguzzi, consigliere regionale verde, cosa pensa dell’idea di costruire l’8% delle ultime aree agricole milanesi?
«Il clima generale, specie dopo l’abolizione dell’Ici, è questo. L’unico gettito consistente per i Comuni sono gli oneri di urbanizzazione, così è impossibile opporsi ai grandi costruttori».
Avete criticato lo stralcio del Cerba dai Piani di cintura urbana.
«Il Cerba è una funzione nobile, ma non va messa lì. Il mio sogno, ripreso da Carlo Petrini di Slow Food, era trasformare il parco Sud entro i confini di Milano, con i suoi fontanili e le sue cascine, in una zona di agricoltura biologica di qualità. Va bene la vicinanza allo Ieo, ma il Cerba non è nemmeno servito dai mezzi».
Nei Piani di cintura però ci sono anche progetti interessanti.
«Certamente. E aggiungo che destinare le aree trascurate all’edificazione e recuperare quelle di pregio non è sbagliato in sé. Ma un simile meccanismo oggi non dà garanzie. Occorre vigilare, come faremo sul Piano territoriale regionale in gestazione, la madre di tutti gli strumenti di pianificazione».
Non ci sono troppi strumenti urbanistici? Sullo stesso territorio il Piano di governo del territorio dei Comuni, le aree vincolate dal parco, il piano delle aree agricole della Provincia, ora il Piano regionale...
«No, ma vanno collegati bene. Il grosso guaio è quando si vuole mettere il parco all’ultimo gradino della scala, come vuole fare la Regione».
postilla
In effetti da un certo punto di vista si potrebbe anche concordare con chi sostiene che in fondo siamo in area metropolitana, la crescita è un dato ineludibile ecc. ecc. Ma.
Ma se vogliamo guardare le cose in una prospettiva giusta, ovvero di medio-lungo termine, forse è il caso di ricordare almeno due cose:
1) siamo al terzo, forse quarto ciclo di attacchi su più lati al medesimo sistema della greenbelt in pochi mesi, e con la prospettiva dell'Expo le cose sono destnate a peggiorare;
2) là dove le medesime forze che ora spingono per "modernizzare il verde" hanno agito liberamente, è lo stesso sistema ambientale ad essere molto vicino all'artificializzazione completa. Basta dare un'occhiata al disegno della Dorsale Verde che con fatica la Provincia di Milano sta cercando di portare a termine, per salvare almeno il salvabile. Che non è molto, e potrebbe facilmente diventare nulla.
Poi è probabile che come già successo in passato, le grandi città e aree metropolitane italiane seguano a ruota il mirabile esempio. In fondo gli operatori sono sempre gli stessi (.b.)
Nota: di seguito un pdf (spero leggibile) estratto dalle norme del Piano Territoriale Parco Sud con l'art. 26 oggetto della discussione sui Piani di Cintura (f.b.)
Il turno di notte alla catena di montaggio del decreto legge sulla manovra economica comporta l'omicidio bianco di ogni ragionevolezza. Dopo l'emendamento che smantella i già fragilissimi diritti dei lavoratori precari, è toccato al taglio generalizzato delle pensioni sociali. Ma non si tratta solo degli effetti di quel taylorismo legislativo escogitato da Tremonti che a colpi di fiducia e a ritmi forsennati conduce dritto a procedure politiche postparlamentari.
Nella natura della «svista» c'è tutta la verità dell'accecamento ideologico e della spensierata ferocia che attraversa in lungo e in largo la classe dirigente e la società italiana. Dobbiamo dunque a un leghista assonnato, ma tormentato dall'incubo dell'invasione extracomunitaria, la dimostrazione pratica di come la discriminazione dell'Altro non costituisca solo qualcosa di moralmente e costituzionalmente riprovevole, ma qualcosa che colpisce i diritti e le libertà di tutti (i più deboli, naturalmente).
Per escludere una piccola parte di immigrati (regolari, questo è chiaro) dal diritto alla pensione sociale, lo spadone di Alberto da Giussano si abbatte su centinaia di migliaia di italiani indigenti. Allarme, marcia indietro, vergognosa giustificazione: «ma noi volevamo colpire soltanto gli stranieri!» Si ripete, questa volta sul piano di un diritto economico, l'indecente vicenda delle impronte digitali. Dalla discriminazione dei rom si passa (come misura egualitaria apprezzata da Veltroni) alla schedatura generale della popolazione. Dalla negazione dei diritti e delle libertà di un gruppo etnico alla negazione dei diritti e delle libertà di tutti. Il fatto è che la discriminazione, la storia dovrebbe avercelo insegnato, funziona come una reazione a catena: è il primo passo quello che conta, il resto necessariamente consegue, dilaga senza più alcun freno. E a quel punto perfino il Pd rischia di accorgersene, elargendoci le sue patetiche lamentazioni.
Basterebbe già questo grottesco incidente parlamentare sulle pensioni sociali a giustificare pienamente le accuse di praticare politiche discriminatorie e fomentare sentimenti xenofobi e razzisti, rivolte al governo italiano dal rapporto della commissione Ue per i diritti umani. Il veleno della discriminazione scorre ormai ovunque. Supponiamo per assurdo (ma l'assurdo è ormai esperienza quotidiana) che un terremoto riduca in macerie due palazzine. Una abitata da italiani, l'altra da stranieri. E che i soccorsi si dedichino prioritariamente a salvare i primi. E che i secondi, una volta usciti a fatica dalle macerie, protestino e vengano malmenati dalla polizia. E' uno scenario drammatizzato, ma che riproduce per filo e per segno ciò che è accaduto agli immigrati di Pianura a Napoli. Queste sono le politiche, questo è il clima, questo è il senso comune. Il commissario europeo per i diritti umani Hammerberg è fin troppo morbido nelle sue valutazioni. Ma la barbarie quotidiana non merita attenzione, quel che conta è che si continui a cantare tutti insieme l'inno di Mameli.
Il manichino sulla sedia elettrica che a Milano produceva a comando smorfie di dolore riassume l’immagine della giustizia oggi prevalente in Italia: una fabbrica di spettacoli, dove tutti diventano attori di se stessi e la realtà si trasforma continuamente in "reality". Eppure attraverso la giustizia passa oggi un conflitto di importanza fondamentale: quello tra sicurezza collettiva e diritti individuali. Proviamo a vederlo attraverso lo specchio di casi che emergono nella stampa internazionale.
In primo piano troviamo l’avvio dei lavori del tribunale militare statunitense riunito a Guantanamo. E’ il primo caso di una corte americana fuori del territorio metropolitano dai tempi della seconda guerra mondiale. Qui si è aperta la questione dell’ammissibilità in giudizio delle confessioni dei detenuti. Il capitano di marina Keith J. Allred ha chiesto di rigettare quelle di Salim Ahmed Hamdan, ex autista di Osama bin Laden, perchè rilasciate in condizioni di dura coercizione ("higly coercive") e dunque in contrasto col Quinto emendamento della Costituzione. Si è aperta una discussione, al Congresso e nell’opinione pubblica, sull’opportunità di consentire l’opera di tribunali speciali non vincolati dai diritti costituzionali e perciò più adatti a fronteggiare la minaccia del terrorismo. Il giudice federale John C. Coughenour ha scritto che, pur apprezzando l’opera di chi tutela la sicurezza nazionale, non ritiene che i diritti individuali di libertà fissati dalla Costituzione debbano essere sacrificati alla pressione di una collettività spaventata. Questo si legge sul Washington Post del 27 luglio, dove compare anche una statistica aggiornata dei caduti nella guerra irakena: gli americani sono i primi (4124) : seguono nell’ordine gli inglesi con 176 caduti e gli italiani con 33. La questione andrà seguita da noi: non solo perché riguarda una guerra che ci coinvolge (e di cui nessuno ha voglia di parlare), ma anche perché il conflitto tra sicurezza e diritti costituzionali è in pieno sviluppo anche in casa nostra.
Intanto, al di sopra dei confini statali aleggia il fantasma di quello che El mundo definisce "un embrione di giustizia universale". La Corte Penale Internazionale ha emesso alcuni giorni fa l’ordine di arresto contro il presidente del Sudan Omar Hassan Ahmad al Bashir accusato di crimini contro l’umanità per le stragi del Darfur. Giustizia difficile: l’incarico di investigare sul genocidio del Darfur fu affidato alla Corte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU; ma oggi il Segretario Generale Ban Ki-moon reagisce all’ordine di arresto esprimendo il timore che questo crei difficoltà alla missione ONU. Ci si chiede se è ancora possibile porre sotto lo stesso cielo la giustizia interna degli stati e quella internazionale. E’ profonda la scissione fra le regole della democrazia che si vogliono portare al resto del mondo e la realtà di lesioni diffuse al principio dell’universalità dei diritti umani.
Pure l’Italia ha il discutibile privilegio di comparire nei media internazionali per vicende e polemiche relative alla questione della sicurezza. Del decreto omonimo ha informato una nota della BBC del 23 luglio che ha sottolineato l’aggravamento delle pene per i reati compiuti dagli immigrati illegali. E sono comparse qua e là cronache sui vari aspetti delle polemiche sulla giustizia. Ma il confuso panorama italiano non fa registrare un conflitto sui principi di pari nettezza e livello di quello che divide l’opinione pubblica americana. Eppure la posta in gioco è anche da noi quella del valore dei principi sanciti dalla nostra Costituzione: perché anche noi ne abbiamo una, non così antica come quella degli USA ma altrettanto profondamente legata alla nostra storia e alle lotte del nostro popolo. Difenderla non significa schierarsi con questo o quel partito ma saper guardare al futuro delle cose che contano.
Il fatto è che la crisi della giustizia e la sindrome dell’insicurezza assumono da noi connotati speciali difficili da tradurre per i lettori di altri paesi. Basti dire che il più ricco e potente fra tutti gli italiani si è presentato in veste di perseguitato e in suo soccorso è stata fabbricata a spron battuto una legge speciale. Non siamo davanti a un ritorno indietro al potere sovrano di diritto divino, quello che ha preceduto le costituzioni liberali e democratiche del ‘700. I sovrani del tempo antico non riconoscevano nessun potere superiore. Invece quella che abbiamo visto è stata una manifestazione di impotenza e di insicurezza. Per mettere una persona speciale, al vertice della società e del potere, al sicuro dalla persecuzione di giudici ostili è stato eretto un muro legale. Ma, come certi muri materiali eretti nelle città hanno modificato i diritti di cittadinanza, così quel muro legale ha modificato un carattere essenziale della giustizia. La formula solenne che si legge nelle aule dei tribunali - "La legge è uguale per tutti" - non è più vera. E anche il simbolo della bilancia andrà ritoccato di conseguenza. Il decreto sulla sicurezza ha previsto che sul piatto della bilancia i giudici aggiungano un peso speciale per ogni crimine commesso da un immigrato clandestino. Così, passo dopo passo, si va verso la riforma della giustizia annunciata per l’autunno. Sotto il segno della sicurezza nazionale sono state prese decisioni e compiuti atti formali assai rilevanti: stato d’emergenza, registrazione delle impronte digitali di minoranze etniche, presenza dell’esercito nelle città. In altri tempi qualcuno avrebbe sospettato un disegno occulto, l’avanzarsi a passi felpati di un regime d’eccezione, con dosi omeopatiche di uscita dalla democrazia in vista di un autunno rovente. Non è più il tempo di quei sospetti. Tutto avviene distrattamente e senza passione, in un gioco di scambio tra le promesse della campagna elettorale ("tolleranza zero", una formula importata anch’essa dagli USA) e l’indice di gradimento degli eletti. Mantenere alta la febbre dell’insicurezza, questo è il programma.
Torna alla mente quel manichino sulla sedia elettrica: lo scandalo che ne è nato è rivelatore. Ma quando legge e giustizia diventano spettacolo da baraccone bisognerebbe fermarsi a riflettere.
Per trovare qualcosa di simile bisogna risalire all’Inghilterra del ‘700. Allora il condannato compiva il percorso verso la forca di Tyburn in mezzo al disordine di una scena di festa e di mercato, con venditori e giocolieri, ladri e prostitute. Nemmeno i ladruncoli che venivano impiccati prendevano sul serio i riti frettolosi dell’esecuzione; e la loro morte non impediva che in mezzo alla folla altri tagliaborse approfittassero della calca per rubacchiare. Il discredito di quella giustizia era proverbiale. «La sacra spada della Giustizia colpiva solamente i disperati», scrisse sir Bernard Mandeville nella Favola delle api. La corda a cui finivano appesi serviva solo "per dar sicurezza a ricchi e potenti".
L'immagine è tratta dal sito www.homolaicus.com
Anche Montecarlo si è arreso alle star dell ‘architettura, ha chiamato a raccolta le grandi firme per costruire 275 mila metri quadri sull ‘acqua e allargare così il perimetro di appena due chilometri quadrati che racchiude il principato. Come ha ricordato nei giorni scorsi Le Monde, Alberto II ha "mondializzato" i suoi appalti, messo fine alla regola che voleva in concorso solo i monegaschi e si è offerto il lusso di una competizione con il fior fiore dell ‘architettura mondiale: Norman Foster, Rem Koolhaas, Frank Gehry, Christan de Portzamparc, Daniel Libeskind e diversi altri chiamati a riflettere su come rendere ancor più attraente per i ricchi "Le Rocher".
Da un secolo e mezzo a questa parte Monaco ha cercato di allargarsi costruendo sull ‘acqua, ma stavolta il progetto, lanciato nel 2006 da Alberto, è faraonico: 10-12 ettari di città da costruire sul mare con un investimento di otto miliardi di euro. «Si tratta di preparare il futuro, rimediando all ‘attuale insufficienza delle superfici immobiliari e degli spazi destinati al pubblico», ha detto Sua Altezza Serenissima. I vincitori si conosceranno a fine anno e il complesso dovrebbe essere interamente realizzato nell ‘arco di una quindicina d ‘anni. A investire non sarà il principato, che si limiterà a pagare le attrezzature pubbliche, bensì i privati, che recupereranno i loro soldi con la vendita al metro quadro. Sull ‘isola artificiale troverà posto un grande complesso culturale, destinato ad essere «una vera opera d ‘arte per rafforzare la notorietà del principato». E poi alloggi, commerci, alberghi, uffici. Per i ricchi, naturalmente, visto che sono loro a fare la fortuna di questo minuscolo lembo di terra dove l’imposta sul reddito delle persone fisiche è inesistente.
Jean-Paul Proust, ex questore di Parigi e oggi capo del governo monegasco (è la Francia a scegliere il "ministro di Stato" del principato), ha detto a Le Monde di non voler ripetere gli errori del passato, i casermoni alti decine di metri che sfigurano la città: «Costruiremo una città bassa, al massimo trentotto metri sopra il livello del mare. Non rovineremo la prospettiva dalla riva. L ‘estensione prenderà la forma di un capo che avanza piuttosto lontano in mare».
Una sfida non solo per gli architetti, che dovranno immaginare qualcosa di nuovo e, si suppone, di spettacolare. Ma anche per gli ingegneri. Non tanto perché dovranno costruire sul mare, ma perché dovranno rispettare l ‘equilibrio ecologico dei fondi marini, evitare di dirottare le correnti marine, magari costruendo su moderne palafitte. Una sfida tecnologica di tutto rispetto a due passi dall ‘imbocco del porto. Lì è già in costruzione il nuovo Yachting Club disegnato da Norman Foster e destinato ai miliardari che arrivano qui con i loro panfili che assomigliano a grandi ville galleggianti (solo Saint-Tropez può rivaleggiare con le barche di Montecarlo). E sempre lungo la costa è in costruzione il nuovo ospedale, naturalmente all ‘avanguardia dal punto di vista sanitario come dal punto di vista del comfort.
Progetti faraonici per uno staterello fiorente come pochi altri: 32 mila abitanti, di cui solo 8 mila monegaschi, e 45 mila posti di lavoro. Nel 2007, lo Stato ha incassato 730 milioni di euro e ne ha spesi 789, per un terzo destinati agli investimenti. La metà delle entrate fiscali viene dall ‘Iva, mentre non c ‘è Irpef e nemmeno imposta sulle società quando realizzano tre quarti del fatturato nel principato. Il giro d ‘affari generato nei due chilometri quadrati su cui regnano i Grimaldi è stato nel 2006 di ben 13 miliardi di euro. I soldi per i progetti faraonici, insomma, non mancano, anche se Monaco continua ad avere una brutta reputazione in materia fiscale e di riciclaggio, malgrado gli sforzi di Alberto per riacquistare un ‘immagine più lusinghiera. In ogni caso, questa immagine non sembra disturbare più di tanto i 45 mila residenti: poche settimane fa, uno dei più grandi chef francesi, Alain Ducasse, ha avuto il rarissimo onore di vedersi conferire la nazionalità monegasca. E non ha esitato ad abbandonare il suo passaporto francese pur di godere dei privilegi fiscali del principato.
Una passiera, cassette della posta in ordine, i nomi sul citofono oppure l’ascensore che puzza di benzina, il citofono divelto, portone sfondato, scritte naziste sui muri: il quartiere Diamante in Valpolcevera è così, si mescola il pugno nello stomaco e la bellezza.
Ci sono alla Diga rossa e a quella bianca, come vengono chiamate in gergo, scale pulite, appartamenti di 70-80 metri quadri luminosi e un balcone in comune con altri due o tre vicini di casa, e altre aree (per fortuna minoritarie) abbandonate, con mobili rotti o trasformate in officine per l’assemblaggio di moto rubate. A monte appare un altro caseggiato enorme, via Cechov, qualche balcone murato e il problema eterno dell’acqua che s’infiltra, niente ascensori per disabili, scarsa illuminazione. E su ancora, altre case con solo pochi appartamenti per edificio che dopo vent’anni avrebbero bisogno di una rinfrescata. Ovunque silenzio, lo spazio dilatato della campagna a due passi e l’aria tersa. Sono le cose che chi è nato qui ama di più.
Passate le elezioni, c’è chi su Begato vuole fare un convegno a Palazzo Tursi e un workshop in loco per dar vita a un laboratorio vivo, come si è fatto a Cinisello Balsamo o Torino, come stanno tentando in tante periferie spagnole e francesi nate dal boom e dalla speculazione. «Vogliamo che il quartiere sia deciso da chi vi abita e che dagli abitanti arrivino le idee per riqualificarlo – dice il presidente regionale del Sicet Stefano Salvetti – non vogliamo che da mostri nascano altri mostri».
La storia di Begato nasce con la costruzione del primo caseggiato di case popolari nell’84, la Diga rossa (277 appartamenti). L’idea era di farne una città immersa in un parco urbano con negozi nei corridoi. Invece i negozi non hanno mai aperto, il parco è sparito ingoiato dalla fame di metri quadri: in pochi anni si è aggiunta la Diga bianca (altri 277 appartamenti) ed edifici, per un totale di 1600 alloggi. A disagi si sono sommati altri disagi. Per anni nell’immaginario dei genovesi è stato il posto dove la gente correva in motorino ai diversi piani. La storia delle corse è finita quando la Diga rossa è stata finalmente divisa da una verticalizzazione. Eppure secondo la Caritas resta una delle dieci periferie più degradate d’Italia, anche se gli abitanti alla cattiva nomea non ci stanno: «Ho avuto la fortuna di navigare – dice il presidente della Polisportiva Diamante, Gavino Lai – a Miami Beach ci sono edifici come questo. Il problema non è la struttura, ma la gente che hanno mandato», tradotto sarebbe «tossicodipendenti, malati mentali ed ex-carcerati». Lai ha battagliato sin dall’84 col Gruppo inquilini, «primo, perché nella Diga bianca non facessero i corridoi da cima a fondo come nella rossa, secondo perché si aprisse un supermercato e infine perché la farmacia pagasse un affitto basso». Tutte cose realizzate.
Ma i problemi restano. Per questo oggi il Sicet propone la modifica della normativa sulle assegnazioni per creare un mix sociale, «non a detrimento del patrimonio di edilizia popolare che deve restare», precisa Salvetti.
Oggi tanti abitanti (3200 circa) vorrebbero che il quartiere rivivesse; che Arte (l’azienda regionale, ex Iacp) mandasse degli ispettori; che tutte le case fossero assegnate visto che nella graduatoria per le case popolari ci sono 2300 persone in attesa, verranno assegnati solo 300-400 alloggi e il resto aspetterà; altri propongono che si facciano spazi di assistenza e intrattenimento per gli anziani (sei su dieci abitanti) e soprattutto che si risolva la questione manutenzione visto che se si rompe l’ascensore il vecchietto al ventesimo piano è costretto a casa finché non l’aggiustano.
Il sindaco punta invece a coinvolgere l’Urban Lab e il superconsulente all’urbanistica Renzo Piano. «Oggi a Begato non ci vuole andare nessuno – sostiene Marta Vincenzi - bisogna diradare, ridurre le volumetrie in modo che gli edifici siano più gestibili. Un casermone così oggi non si costruirebbe più». Ma quelli che vivono qui dagli anni Ottanta sono affezionati anche a quello che gli architetti chiamano mostro, perché hanno affitti calmierati (ci sono pensionati che pagano una quarantina di euro al mese): «Abbattere parti della Diga è un peccato – dice il presidente del comitato di via Maritano, a Begato bassa, Mario Lopuzzo – noi suggeriamo piuttosto di ripopolare con attenzione. Sarebbe bene che dessero le case a giovani coppie appena sposate e che agevolassero l’assegnazione degli appartamenti ai figli di chi vive qui». Uno di loro con fidanzata e neonato ha occupato abusivamente un appartamento pur di rimanere, e quando lo sfrattano se ne trova un altro.
Tanto la scelta non manca: tra Diga rossa e bianca ci sono oltre 200 appartamenti vuoti, manna per una trentina di abusivi. E mentre tre comitati, quello di via Maritano e altri due legati alle zone più a monte del quartiere, spesso s’accapigliano, l’assessore comunale alle politiche della casa Bruno Pastorino suggerisce di guardare a esperienze europee, «vale a dire puntare sul diradamento e sul mix sociale, quindi ridurre le volumetrie presenti intervenendo in altezza o sulle lateralità. Ora è una struttura che viene avvertita come opprimente, un luogo che più che permettere la socialità favorisce alienazione. Sarebbe opportuno mixare edilizia pubblica e privata, in modo che in quella zona non vivano solo gli assegnatarima possano stare anche i loro figli che magari hanno un reddito migliore. Nonmi stupisco quindi se alla fine il quartiere Diamante ha gli indici più alti per somministrazione di psicofarmaci a Genova».
La questione sanitaria non è secondaria. Secondo uno studio dell’Istituto di statistica francese pubblicato lo scorso ottobre, quelli che vivono con 817 euro al mese a famiglia (sono oltre 7 milioni) hanno quasi il doppio delle carie, non hanno assistenza sanitaria integrativa (22 per cento contro il 6 del resto della popolazione), vanno meno a fare visite specialistiche. Così l’Istat nostrana in una ricerca del 2006 col Ministero della sanità, che ha esaminato un campione di 60 mila famiglie a basso reddito e preso a parametro l’educazione scolastica, scopre che chi ha la licenza elementare non è in salute come i laureati (16% contro il 2,5), ha patologie croniche più facilmente (32,5 contro l’8,2), insomma non ha tempo e soldi per andare dal medico.
Per questi e altri motivi a Begato sono fieri di avere un ambulatorio, anche se «noi ce la mettiamo tutta, ma la sensazione è che qualcuno non voglia che cambi nulla», dice Nicoletta Bodrato, farmacista e volontaria del poliambulatorio nato nel ‘99. Qui operano dodici specialisti che visitano gratuitamente e su appuntamento gli abitanti della zona ricoprendo moltissime patologie (dall’andrologia alla ginecologia, poi cardiologia, angiologia, chirurgia per adulti e pediatrica e ancora dietologia, gastroenterologia, psicologia, ortopedia e urologia).
A questi si aggiungeranno presto altre due specialità, oculistica e dentistica, grazie a una seconda tranche di interventi comunali. «Oggi – spiega Nicoletta – siamo alla caccia di un paio di medici di base per fare un polo associato. Almomento sono coperte solo 12 ore alla settimana ». La nascita del polo associato («offriamo gli studi gratuitamente», precisa il titolare della farmacia) permetterebbe di risolvere una serie di problematiche burocratiche: per esempio il fatto di dover andare dal proprio medico di base per far riscrivere la ricetta data dallo specialista dell’ambulatorio.
Quanto ai giovanissimi, nel 1999 gli operatori di strada, pur di agganciarli, si erano inventati l’officina. Montando e smontando marmitte, spesso di mezzi rubati con targhe di cartone e senza nessuna assicurazione, si finiva col parlare di legalità. La questione poi è morta lì per problemi ovvii (d’illegalità). «Ogni tanto incontro qualcuno e mi dice che ha l’assicurazione della macchina», dice Paolo Putti del consorzio Agorà, coordinatore del progetto Diamante del centro servizi della Valpolcevera finanziato dal Comune. E’ da lì che sono partiti gli operatori di strada che continuano a promuovere progetti sui giovani abitanti tra i 10 e 25-30 anni. «Un po’ l’architettura, un po’ l’assegnazione delle case, ha assommato problematiche delle persone che venivano in questo quartiere – spiega Putti – Diamante ha finito col dare solo una risposta abitativa e la popolazione non è stata coinvolta dalle amministrazioni passate nelle decisioni, ad esempio quella della verticalizzazione della Diga rossa». Per trovare qualche soluzione è partito alla fine degli anni Novanta il progetto Diamante del distretto sociale, inizialmente dedicato ai ragazzi sotto i 18 anni. Tra le attività, serate di karaoke col dj e gite.
Un altro centro di incontro è «l’asilo», dove due educatrici tengono quattro bambini alla volta alla mattina, da uno ai tre anni, e al pomeriggio puoi incontrare quattro marocchine e una tunisina che si scambiano consigli o studiano l’italiano sotto dettatura. «Alcune di loro non sanno scrivere neppure l’arabo – racconta un’educatrice, Claudia - perciò abbiamo inventato un libro con tutte le lettere dell’alfabeto con la parola in italiano e in arabo, il disegno e anche il suono della pronuncia in arabo». Così arancia è anche burducaleton e albero anche chajarstan. Questo che sembra un gioco didattico serve poi a leggere bollette e documenti che arrivano a casa. Le donne del quartiere non vogliono parlare, spesso sono oggetto di frasi razziste. L’altra operatrice, Silvana che vive a Begato, ma «dall’altra parte, dove c’è il quartiere residenziale con scuole, negozi e un centro sociale» conosce la zona a menadito: «15 anni fa la gente qui non ci veniva, c’erano per la metà tossicodipendenti.
Oggi sta cambiando ma la testa della gente è ancora ancorata alle vecchie paure. Vivono chiusi nel loro bunker senza la voglia di mettersi in relazione». Perché per essere come quelli «dall’altra parte» «c’è bisogno di appartenere, di amare il posto dove vivi e questo succede ancora a macchia di leopardo», ti spiega Claudia.
Ci vogliono fatti e non parole, ripetono gli abitanti. Nella vecchia sede della Polisportiva, le suore vicenziane del centro d’ascolto hanno lanciato un corso di cucina per le badanti, un’altra cosa di cui vanno fieri in via Maritano. Intanto il Comune ha promesso il potenziamento del poliambulatorio, la ristrutturazione di una cascina abbandonata che potrebbe diventare un centro d’educazione ambientale, la chiusura degli spazi aperti ai piani terra degli stabili per farne spazi sociali, asili autogestiti, box o alloggi per anziani e portatori di handicap. A Begato sono previsti interventi per un milione e 600 mila euro cofinanziati da Comune e Regione. Si parla di recuperare 50 alloggi, di fare manutenzione agli alloggi vuoti e di ridurre i volumi.
Altri fondi potrebbero arrivare dalla Finanziaria. «Quanti soldi son passati di qui – borbotta qualcuno tra gli abitanti – che cosa ne hanno fatto?».
Quando un governo è intimamente orientato da idee di destra, quale che sia la sua auto-etichettatura politica, in tema di politiche rivolte a peggiorare le condizioni di lavoro ci si può aspettare veramente di tutto.
In Francia sono state appena eliminate di fatto le 35 ore introdotte dieci anni fa dal governo socialista di Jospin come orario normale ed effettivo del lavoro settimanale. I governi Blair e Brown hanno fatto di tutto – riuscendoci, alla fine, pochi mesi fa – per far approvare dai ministri degli Affari sociali europei una norma che permette alle imprese di costringere i lavoratori a seguire orari compresi tra le 60 e le 78 ore la settimana. L’ultima trovata del governo Berlusconi batte però ogni precedente, quanto a disprezzo per le persone che si guadagnano da vivere alle dipendenze di un’impresa e adozione esplicita di misure che tolgono ad esse ogni possibilità di difesa, mentre introducono tra i lavoratori stessi forme clamorose di ingiustizia sociale.
Il nocciolo della trovata è noto. Finora un lavoratore titolare di un contratto a termine, come dipendente effettivo o come finto autonomo (è il caso dei lavoratori a progetto), il quale riteneva che il contratto medesimo fosse viziato da qualche irregolarità poteva far ricorso al giudice del lavoro. Se quest’ultimo stabiliva che il contratto era effettivamente irregolare, una condizione che sicuramente sussiste, tra gli altri, proprio per decine di migliaia di lavoratori a progetto, poteva imporre all’impresa di trasformare il rapporto di lavoro precario in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Ora non più. Il governo intende togliere al giudice simile facoltà. Salvo ripensamenti dell’ultima ora, un emendamento della finanziaria stabilisce infatti che l’impresa colta in fallo è tenuta al massimo a versare al soggetto alcune mensilità di stipendio, a titolo di indennizzo. Né ha l’obbligo di rinnovare almeno il contratto a termine. Le conseguenze a carico dei lavoratori interessati sarebbero esilaranti come il famoso Comma 22 (se vuoi essere esonerato dalle missioni pericolose devi essere dichiarato pazzo, ma nessuno può essere dichiarato tale se chiede l’esonero) se non fossero drammatiche.
Anziché passare da una condizione di precarietà lavorativa ed esistenziale alla modesta sicurezza che offre oggi un contratto a tempo indeterminato, la persona che protesta per le irregolarità che subisce rischia di perdere pure il contratto a termine.
Da parte loro le imprese non tarderanno ad approfittare della nuova normativa. Dinanzi alla prospettiva di perdere anche il posto da precario, pochi lavoratori oseranno rivolgersi al giudice, reso ormai impotente dal nuovo dispositivo. Territori sterminati si aprono quindi per la moltiplicazione dei contratti a termine, quasi non bastassero quelli che già impoveriscono la vita di alcuni milioni di persone. Intanto si inasprirà il conflitto tra chi ha un lavoro stabile, e teme sopra ogni altra cosa di finire catapultato nella massa di coloro che per decenni un lavoro stabile non sanno nemmeno che cosa sia.
Si dice che la trovata di togliere potere ai giudici del lavoro, annerendo al tempo stesso le prospettive di lavoro e di vita di tanti precari, sia motivata dal fatto che migliaia di lavoratori delle Poste che hanno un contratto a termine hanno fatto causa all’azienda. Se il motivo fosse davvero questo, la trovata in parola non solo apparirebbe ancora più meschina di quanto già non sia. Sarebbe anche rivelatrice di che cosa debbono attendersi i lavoratori italiani per quanto riguarda le intenzioni già annunciate dal governo di procedere a ulteriori riforme del mercato del lavoro. Si parte da situazioni specifiche, che magari fanno problema ma richiederebbero soluzioni altrettanto specifiche, per ridurre all’impotenza e al silenzio la massa dei lavoratori dipendenti.
Non sarà cominciata una commedia satirica, divertente e spaventosa? Argomento: la catastrofe climatica e la crisi petrolifera uccidono il rischio atomico.
Nella riunione annuale del G8 in Giappone il presidente americano George W. Bush torna a caldeggiare la costruzione di nuove centrali nucleari. Per salvare il clima il mondo deve scoprire la «bellezza dell’energia atomica». Anche i governi europei - tra i quali l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna - vogliono reintrodurre l’energia atomica, ribattezzata "eco-energia" (secondo la definizione del segretario generale della Cdu, Ronald Pofalla), nel gioco di potere della politica energetica. Forse anche gli "Stati canaglia" diventeranno ben presto "eco-Stati". Di fronte a questa svolta politico-linguistica è necessario richiamare alla memoria quanto segue.
Qualche anno fa il Congresso degli Stati Uniti affidò a una commissione scientifica l’incarico di sviluppare un linguaggio o un sistema di simboli che avrebbe dovuto mettere in guardia anche dopo diecimila anni sulla pericolosità dei depositi di scorie atomiche americani. Il problema da risolvere era questo: come devono essere i concetti e i simboli adatti a comunicare un avvertimento a coloro che vivranno fra migliaia di anni? La commissione era composta da fisici, antropologi, linguisti, studiosi del cervello, psicologi, biologi molecolari, studiosi dell’antichità, artisti, ecc. Essa dovette anzitutto chiarire questa questione: fra diecimila anni ci saranno ancora gli Stati Uniti? La risposta della commissione governativa fu ovviamente facile: Usa forever! Ciò nonostante, il problema di fondo, ossia avviare oggi un dialogo con il futuro, si dimostrò poco a poco insolubile. Gli esperti cercarono esempi nei simboli più antichi dell’umanità, studiarono la costruzione di Stonehenge (1500 a. C.) e le piramidi, indagarono sulla storia della ricezione di Omero e della Bibbia. Questi testi, però, risalivano tutt’al più a qualche migliaio di anni fa, non diecimila. Gli antropologi suggerirono il simbolo del teschio, ma uno storico ricordò che per gli alchimisti il teschio simboleggiava la resurrezione e uno psicologo condusse esperimenti con bambini di tre anni: se si incollava l’immagine del teschio a una bottiglia essi gridavano impauriti «veleno», ma se la si affiggeva a una parete, esclamavano eccitati «pirati»!
Proprio la scrupolosità scientifica della commissione rese evidente che perfino la nostra lingua fallisce di fronte al compito di informare le generazioni future sui pericoli che abbiamo introdotto nel mondo a causa dell’utilizzo dell’energia atomica.
Gli attori che devono garantire la sicurezza e la razionalità (lo Stato, la scienza, l’industria) giocano un gioco molto ambivalente. Essi non sono più fiduciari, ma sospetti: non più manager del rischio, ma anche fonti di rischi. Infatti, pretendono che la gente salga su un aereo per il quale non esiste nessuna pista di atterraggio.
La "cura dell’essere", risvegliata in tutto il mondo dai rischi globali, ha portato nella discussione politica a un concorso per la rimozione dei grandi rischi. I pericoli incalcolabili generati dal mutamento climatico devono essere "combattuti" con i pericoli incalcolabili legati alle nuove centrali nucleari. Molte decisioni sui grandi rischi non comportano la scelta tra alternative sicure e rischiose, ma quella tra diverse alternative rischiose, spesso la scelta tra diverse alternative i cui rischi si riferiscono a dimensioni qualitativamente diverse e non sono comparabili. Le forme odierne del discorso scientifico e pubblico non sono all’altezza di simili valutazioni. Qui i governi scelgono la strategia della consapevole semplificazione, presentando la decisione come una decisione tra alternative sicure e rischiose, ridimensionando l’imponderabilità dell’energia atomica e centrando l’attenzione sulla crisi petrolifera e sulla catastrofe ambientale.
Occorre rilevare che le linee di conflitto della società mondiale del rischio sono linee culturali. Nella misura in cui i rischi globali sfuggono ai normali metodi scientifici di imputabilità e configurano un ambito di relativo non-sapere, la percezione culturale, ossia la fede nella realtà o nell’irrealtà del rispettivo rischio mondiale assume un’importanza centrale. Per quanto concerne l’energia atomica, abbiamo a che fare con un clash of risk cultures, con uno scontro fra culture del rischio. Così l’esperienza di Chernobyl in Germania è valutata in modo diverso che in Francia o in Gran Bretagna, in Spagna o in Italia. Per molti europei i pericoli del mutamento climatico sono ormai molto più importanti dei pericoli dell’energia atomica o del terrorismo. Mentre dal punto di vista di molti americani gli europei soffrono di isteria ambientale e di isteria da "Frankenstein-food", gli americani agli occhi dei molti europei sono vittima di un’isteria da terrorismo.
Fino a poco tempo fa in Germania sarebbe equivalso a un suicidio politico perorare in una campagna elettorale l’abbandono dell’abbandono dell’energia atomica. Ma da quando il mutamento climatico in quanto prodotto dall’uomo e le sue conseguenze catastrofiche per la natura e la società sono considerati certi, le carte nella società e nella politica si sono rimescolate. È però del tutto sbagliato presentare il mutamento climatico come una via irreversibile verso la catastrofe umanitaria. Infatti, il mutamento climatico dischiude insperate opportunità di riscrivere le priorità e le regole della politica. Così, ad esempio, la cancelliera tedesca Angela Merker può mettere i Verdi di fronte a un dilemma, contestando loro il monopolio dell’"eco-politica" e costringendoli a una discussione sulla falsa alternativa tra energia atomica e politica climatica.
In effetti qualcosa si sta preparando. Il continui aumenti del prezzo della benzina giovano, sì, al clima, ma minacciano di portare a un regresso collettivo. L’esplosione dei costi dell’energia riduce lo standard di vita e produce un rischio di povertà nel mezzo della società. Di conseguenza la priorità della sicurezza dell’energia, ancora valida vent’anni dopo Chernobyl, viene messa in discussione dalla domanda: quanto a lungo la maggioranza dei consumatori potrà mantenere il suo standard di vita di fronte ai costi sempre crescenti dell’energia elettrica, del gas e dell’automobile?
Su ciò fa leva la cancelliera tedesca Angela Merkel: chi, come i Verdi, respinge il ritorno al nucleare si rende colpevole nei confronti di una politica climatica preventiva e provoca nella massa della popolazione la paura del declino. In questo modo essa cerca di spingere gli elettori nelle braccia della Cdu, che promette ciò che si esclude a vicenda: essere mobili come lo si è stati finora e, nello stesso tempo, salvare il mondo dalla catastrofe climatica.
Ma chi non degna di considerazione il "rischio residuale" dell’energia atomica disconosce la dinamica politica e culturale della società del rischio residuale. I critici più irriducibili, più convincenti e più efficaci dell’energia atomica non sono i Verdi - per quanto importanti e irrinunciabili essi siano. L’avversario più influente dell’industria atomica è l’industria atomica stessa.
Ma quand’anche ai politici riuscisse questa trasformazione semantica dell’energia atomica in eco-energia, quand’anche i contromovimenti sociali si perdessero nelle loro divisioni, a tutto ciò continuerebbe pur sempre a fare da contrappunto il contropotere reale del pericolo. Esso è costante, duraturo, indipendente dalle interpretazioni, presente anche là dove i manifestanti si sono stancati da un pezzo. La probabilità di incidenti improbabili cresce con il numero degli impianti di eco-energia atomica: ogni "evento" ridesta i ricordi di tutti gli altri eventi, accaduti in ogni parte del mondo.
Infatti, rischio non significa catastrofe. Rischio significa l’anticipazione della catastrofe, che può avvenire non in un determinato tempo e in un determinato luogo, ma ovunque. Non occorre che in Europa accada una mini-Chernobyl; basta che si diffonda un sospetto di negligenza o di qualche "errore umano" da qualche parte nel mondo perché i governi dell’eco-energia atomica si ritrovino di colpo sul banco degli imputati, con l’accusa di aver giocato alla leggera e in malafede con gli interessi di sicurezza della gente.
I pericoli dell’energia atomica ecc. non possono essere né visti, né ascoltati, né gustati, né annusati. E dunque, cosa può fare nella società mondiale del rischio il "cittadino consapevole" che non ha organi di senso per questi pericoli prodotti dal progresso e di conseguenza è privato della sovranità del proprio giudizio? Facciamo un esperimento mentale: cosa accadrebbe se la radioattività desse prurito? I realisti, detti anche cinici, risponderanno: si inventerebbe qualcosa, ad esempio una pomata, per "spegnere" il prurito. Un affare proficuo e promettente, quindi. Certo, ben presto arriverebbero - e godrebbero di grande risonanza pubblica - le spiegazioni secondo le quali il prurito non significa nulla, forse deve essere correlato a fenomeni diversi dalla radioattività, e comunque non è dannoso; fastidioso, ma dimostrabilmente innocuo. Qualora tutti si grattassero e andassero in giro con la pelle rossa e si realizzassero servizi fotografici con modelli o riunioni manageriali dove tutti i presenti non smettono di grattarsi, è probabile che queste spiegazioni di comodo non sopravviverebbero. Perciò, nel confronto con i grandi pericoli moderni la politica e la società si troverebbero davanti a una situazione del tutto nuova: ciò su cui si discute e su cui si tratta sarebbe ora culturalmente percepibile.
L’ultimo libro di Ulrich Beck è Conditio humana. Il rischio nell’età globale, Laterza editore 2008.
Traduzione di Carlo Sandrelli
La forma della Repubblica cambia nell'aula del senato alle 20 in punto, 171 sì 128 no e 6 astensioni al lodo Alfano che rende Silvio Berlusconi immune dal virus della giustizia. Lo spettro del Sovrano Assoluto si materializza, rigurgito di premodernità che scava la democrazia postmoderna. Ma è di prima mattina, ore 10.30, seduta appena iniziata, che entra in scena l'intendenza, addetta alla divisione ideologia. La guida Gaetano Quagliariello, professione storico, senatore da due legislature, vocazione intellettuale organico. Non nega, non sdrammatizza, non derubrica: rivendica, «a testa alta». Altro che interessi personali del premier, dice: il lodo rende uno storico servigio al paese.
Il paese, argomenta, soffre da sempre di una malattia, che si chiama «illegittimità del potere politico» e si manifesta nel fatto che l'esercizio del potere viene vissuto come un'usurpazione, fino a che il potente di turno non dà segni di cedimento e diviene oggetto di spietata crudeltà popolare. Con scientificità, diciamo, opinabile lo storico cita vittime illustri, da De Gasperi a Fanfani, da Moro a Craxi; con furbizia da guitto si annette l'idea dell'autonomia della politica di Togliatti, perché risalti di più l'ignavia dei suoi eredi che a un certo punto presero a considerare la magistratura «una casamatta gramsciana da conquistare per derivarne il potere sullo stato». Poi arriva al punto: dopo l'89, la storia d'Italia è storia del doppio conflitto fra potere politico e potere giudiziario, e fra giudici militanti e giudici «servitori (o servi?) dello stato». Sì che tre vittorie elettorali non sono bastate a togliere ai giudici il vizio di provare a delegittimare Berlusconi. È tempo di voltare pagina: si sappia d'ora in poi «che un risultato elettorale è definitivo fino alla successiva elezione», perché chi è legittimato dal popolo deve poter fare quello che vuole senza sottostare a legge alcuna. E l'opposizione ringrazi, perché il lodo le dà la storica occasione di liberarsi da quella «sindrome di superiorità morale» che un altro storico, com'è noto, le rimprovera un giorno sì e l'altro pure dalle colonne di un grande quotidiano.
Applausi. L'intellettuale organico ha svolto bene il suo compito. Ha preso i fatti e li ha messi a testa in giù e piedi in aria, come si conviene a una buona ideologia. Ha preso le carte e le ha mischiate col trucco, come si conviene a un mediocre illusionista. Ha scambiato lo storico deficit di legalità che affligge in Italia potere politico, potere economico e società civile e l'ha ribaltato in un deficit di legittimità. Ha preso l'equilibrio fra i poteri, che in Costituzione vincola il principio della legittimità politica al principio della legalità, e l'ha trasformato in «due legittimità concorrenti, quella dell'autorità giudiziaria e quella che deriva dalla sovranità popolare», rivoltando la tragedia in farsa. La tragedia, per dirla con le parole di Gustavo Zagrebelsky, è il rischio assai prossimo che lo scarto che si sta spalancando tra legalità e legittimità si trasformi nel conflitto insanabile «tra una legittimità illegale e una legalità illegittima». La farsa è il banale quadretto sempreverde di Silvio Berlusconi rincorso da frotte di toghe rosse.
Da ieri però c'è anche una farsa che può rivoltarsi in tragedia. Finora troppo pop, troppo cheap, troppo naïf, Silvio Berlusconi ha capito che gli serve un apparato ideologico, un pennacchio intellettuale, una rilettura della storia nazionale adatta allo scopo. E' l'ultima casamatta da espugnare all'egemonia che fu della sinistra. Lo spettro della sinistra ci rifletta e riemerga anch'esso da dov'è nascosto. È ora di ritrovare quantomeno una propria versione dei fatti e dei misfatti.