mercoledì 19 novembre
Castello, accuse di corruzione
agli assessori Cioni e Biagi
Salvatore Ligresti non ha ancora posato un mattone, ma sull´area di Castello destinata ad accogliere un nuovo vasto quartiere di Firenze già aleggia l´ombra della corruzione. Il costruttore di origine siciliana, presidente onorario di Fondiaria Sai, proprietaria dei terreni di Castello, è indagato insieme con il suo braccio destro Fausto Rapisarda, con gli assessori comunali Graziano Cioni (sicurezza sociale) e Gianni Biagi (urbanistica), con due architetti progettisti e con il dirigente di Europrogetti (società del gruppo Fondiaria Sai). Per tutti l´ipotesi di reato formulata dai pubblici ministeri Giuseppina Mione, Giulio Monferini e Gianni Tei è il concorso in corruzione. I carabinieri del Ros hanno perquisito le abitazioni e gli uffici degli indagati e le sedi di Fondiaria Sai, del Consorzio Castello (la società del gruppo che si occupa della operazione immobiliare sulla piana) e di Europrogetti.
La tesi della procura è che il gruppo Fondiaria Sai guidato dal 2001 da Salvatore Ligresti abbia instaurato un «rapporto corruttivo» con i due assessori fiorentini. Un rapporto «connotato di promesse e dazioni» da parte dell´impresa e da «atti contrari ai doveri d´ufficio» da parte dei pubblici amministratori. L´obiettivo, per il gruppo Ligresti, sarebbe quello di ottenere l´avallo e l´esito positivo delle proprie iniziative economiche e imprenditoriali finalizzate, fra l´altro, alla massima valorizzazione dell´investimento immobiliare nell´area di Castello.
Nel caso dell´assessore all´urbanistica Gianni Biagi, gli inquirenti ipotizzano che egli abbia adottato «iniziative e provvedimenti in contrasto con gli interessi pubblici» del Comune di Firenze, in cambio della «promessa... di utilità economiche e non economiche, per sé e per altri, ovvero da conseguirsi da lui direttamente o indirettamente». Fondiaria Sai, fra l´altro, gli avrebbe chiesto indicazioni sui nomi di professionisti cui affidare incarichi di progettazione nell´area di Castello.
Quanto all´assessore Graziano Cioni, i magistrati gli contestano di aver instaurato con Fausto Rapisarda, indicato come «alter ego» di Salvatore Ligresti, «un rapporto corruttivo a carattere continuativo» e di aver garantito al gruppo imprenditoriale il suo costante appoggio politico e amministrativo, quanto meno negli ultimi cinque anni. I magistrati ritengono che l´assessore avrebbe dovuto astenersi dall´approvare la convenzione urbanistica stipulata il 18 aprile 2005 fra il Comune di Firenze e il Consorzio Castello (Gruppo Ligresti), che aveva ad oggetto lo sfruttamento edilizio dell´area di Castello. Avrebbe dovuto astenersi - secondo la procura - perché suo figlio è dipendente di Fondiaria dal 2002. Al contrario, secondo gli inquirenti, l´assessore non solo ha approvato la convenzione ma ha anche ricevuto concreti vantaggi dal gruppo Ligresti. Tramite Fausto Rapisarda ha ottenuto - sostiene l´accusa - la possibilità per una sua conoscente di prendere in affitto un appartamento in viale Matteotti di proprietà di Fondiaria. Gli contestano inoltre una gratifica in favore del figlio dipendente della compagnia di assicurazioni e un contributo di 30.000 euro corrisposto da Fondiaria Sai per finanziare la consegna a domicilio a tutti i fiorentini del regolamento di polizia municipale introdotto da una lettera di presentazione dello stesso assessore.
Oltre che per corruzione, Graziano Cioni è sotto inchiesta anche per violenza privata aggravata in una vicenda che si intreccia, secondo gli inquirenti, con la sua partecipazione alle primarie del Pd per la scelta del candidato sindaco di Firenze. Si tratta in questo caso di fatti recentissimi, risalenti al mese scorso, peraltro smentiti da tutti i protagonisti. Secondo le ipotesi di accusa, l´assessore avrebbe costretto a suon di minacce l´imprenditore Marco Bassilichi a rimuovere la sua dipendente Sonia Innocenti dall´incarico di rappresentante dell´impresa Bassilichi con le pubbliche amministrazioni. Ciò perché - affermano gli inquirenti - Sonia Innocenti intendeva appoggiare nelle primarie un altro candidato. La signora risulta infatti fra i firmatari che hanno sostenuto la candidatura dell´europarlamentare Lapo Pistelli. Secondo le accuse, dopo aver saputo che Sonia non l´avrebbe appoggiato e dopo avere ricevuto la conferma dalla stessa interessata nel corso di una burrascosa telefonata, Cioni si arrabbiò di brutto e fece una sfuriata con Bassilichi, dicendogli che non avrebbe mai più fatto entrare la signora Innocenti nel suo ufficio e che avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per farle chiudere in faccia ogni altra porta. La procura ritiene che in tal modo l´assessore abbia messo Bassilichi con le spalle al muro, prospettandogli guai per la sua attività imprenditoriale se non avesse sostituito l´impiegata. Tanto più che - secondo le accuse - la minaccia sarebbe stata ribadita a Bassilichi tramite il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi, altro candidato alle primarie in concorrenza con Cioni, con Pistelli e con l´assessore Daniela Lastri. Una brutta faccenda all´ombra della corsa alle elezioni del nuovo sindaco. Urla, sfuriate, accordi trasversali, minacce. Che tutti, però, smentiscono.
mercoledì 19 novembre
Domenici ai magistrati
"Fate presto l´inchiesta"
All´origine dell´inchiesta c´è la convenzione stipulata il 18 aprile 2005 tra il Consorzio Castello e il Comune di Firenze per l´utilizzo dell´area di proprietà dei Ligresti estesa 168 ettari. Con la convenzione la proprietà cedette gratuitamente al Comune 101 ettari (di cui 80 per un parco pubblico) avviando la fase realizzativa dell´intervento del quale a Firenze si parla dal 1983, quando il progetto insisteva su un´area ancora più grande, quella di ´Fiat-Fondiaria´. Nel 1989 fu una famosa telefonata di Achille Occhetto, allora segretario del Pci, a bloccare il via libera che la giunta guidata da Massimo Bogianckino (Psi) si apprestava a dare al progetto presentato in pompa magna pochi giorni prima in Palazzo Vecchio. Il progetto prevede la realizzazione di uffici pubblici e privati (fra i quali le sedi della Regione, della Provincia e un nuovo polo scolastico). Sono poi previste abitazioni, negozi, la scuola carabinieri, due alberghi, strade, piazze, scuole, impianti sportivi. Il completamento era previsto nel 2014. Due mesi fa Diego e Andrea Della Valle hanno presentato un progetto per il nuovo stadio di Firenze e il Comune ha già votato un emendamento al Piano strutturale che prevede la possibilità di realizzare un nuovo impianto in quella zona.
«Mi auguro, nel ribadire piena fiducia nell´autonomo operare della magistratura, che l´inchiesta possa essere chiusa presto anche tenendo conto del delicato momento politico-istituzionale che la città si sta accingendo a vivere, in vista delle prossime elezioni amministrative» ha detto intanto il sindaco Leonardo Domenici. «La situazione non fa venire meno la mia fiducia nei confronti di Gianni Biagi e Graziano Cioni, di cui conosco e apprezzo, oltre alla capacità amministrativa, anche le qualità umane e il cui apporto alla lunga azione di governo di questi anni è stato particolarmente importante».
giovedì 20 novembre
Ecco perché la procura crede
che Ligresti sia stato favorito
Domanda: «Qual è stata la fiammella che ha dato il via all´inchiesta?». Risposta di uno degli inquirenti: «La fiammella è un incendio». Dal che si dovrebbe dedurre che l´inchiesta per corruzione sul progetto di urbanizzazione dell´area di Castello di proprietà Fondiaria Sai è fondata su elementi più vasti e più gravi di quelli abbozzati nelle informazioni di garanzia che hanno colpito il costruttore Salvatore Ligresti, presidente onorario di Fondiaria Sai, il suo braccio destro Fausto Rapisarda, il suo collaboratore Gualtiero Giombini di Europrogetti, gli assessori fiorentini Gianni Biagi (urbanistica) e Graziano Cioni (sicurezza sociale), nonché l´architetto Marco Casamonti (Archea) e il professor Vittorio Savi, docente di storia dell´architettura, consulenti di Fondiaria Sai per il piano di Castello su indicazione (sostiene l´accusa) dell´assessore Biagi. I difensori si apprestano a ricorrere al tribunale del riesame anche per poter conoscere qualcosa di più delle carte in mano ai magistrati.
Ieri Palazzo Vecchio ha ribadito che non sono sotto accusa gli atti amministrativi sui terreni di Castello. E l´assessore Graziano Cioni, indagato per aver instaurato «un rapporto corruttivo di carattere continuativo» con Fausto Rapisarda del Gruppo Ligresti, ha ricordato che era assente il 14 dicembre 2004, quando la giunta approvò la convenzione attuativa del piano urbanistico esecutivo di Castello, poi approvata in consiglio comunale il 17 gennaio 2005 e stipulata il 18 aprile successivo.
Da quella convenzione, in ogni caso, occorre partire per comprendere l´ipotesi della procura secondo cui il Gruppo Ligresti sarebbe stato favorito. L´area ha una superficie di 168 ettari a ridosso dell´aeroporto di Peretola. L´accordo prevedeva che Fondiaria cedesse a titolo gratuito al Comune 130 ettari, di cui 80 destinati a parco urbano, il resto alla Scuola Marescialli dei Carabinieri, a strade, giardini, scuole, piazze. Sui restanti 38 ettari Fondiaria poteva realizzare circa 1500 appartamenti, oltre ad alberghi e a insediamenti commerciali e alla nuova sede della Regione. Allegati alla convenzione uno studio di impatto ambientale in forma semplificata, una valutazione previsionale di clima acustico e uno studio di accessibilità, infrastrutture e traffico.
Dopo la stipula dell´accordo accade però che la parte pubblica accresce i suoi progetti su Castello. Oltre alla Regione si pensa alla nuova sede della Provincia e a un complesso scolastico. Nascono seri problemi perché la convenzione prevede la facoltà per il Gruppo Ligresti di realizzare con le proprie imprese le edificazioni di interesse pubblico, mentre per legge Regione e Provincia non possono non bandire un appalto. La trattativa si conclude con la decisione che la parte pubblica acquisterà i terreni «a prezzo di mercato» (invece di riceverli a titolo gratuito).
A quel punto l´iter di trasformazione dell´area sembra acquistare una doppia velocità. In agosto il Consorzio Castello del Gruppo Ligresti ottiene le concessioni edilizie per costruire i fabbricati per «funzioni private», mentre è ancora in discussione la ulteriore variante sugli insediamenti pubblici, per la quale manca la valutazione di impatto ambientale. Quanto al parco urbano, la convenzione lo definisce «elemento essenziale per assicurare qualità urbana all´intero complesso» e stabilisce che le aree destinate ad accoglierlo siano cedute a titolo gratuito al Comune «sotto la condizione risolutiva che non ne venga modificata la destinazione urbanistica a parco urbano». In base alla convenzione, il parco deve essere realizzato da Fondiaria a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Il progetto è di Christophe Girot, ritenuto «il miglior paesaggista del mondo». Ma nessuna concessione è stata finora rilasciata per la sua realizzazione. E la sua sorte è in bilico dopo che Diego Della Valle ha lanciato l´idea (corredata dal progetto firmato Massimiliano Fuksas) di un nuovo stadio e della cittadella dello sport, e il Comune ha inserito, nella bozza di piano strutturale, la previsione del nuovo stadio a Castello. Si presume a spese del parco, che verrebbe drasticamente ridimensionato, con l´ulteriore problema che i terreni non verrebbero più ceduti a titolo gratuito. Ma il sindaco Leonardo Domenici non sembra contrario, visto che ha espresso i suoi dubbi su quegli 80 ettari di verde che, secondo lui, potrebbero divenire «un ricettacolo dell´area metropolitana».
Lo scandalo di quella che era la splendida Piana di Sesto, tra Firenze e Prato, era cominciato molto prima. A chi vuole conoscere la storia antica di quel lembo di territorio suggeriamo il bel libro di Daniela Poli (La piana fiorentina. Una biografia territoriale narrata dalle colline di Castello, Alinea editrice, 1999, prefazione di Alberto Magnaghi). La radice dello scandalo e il tentativo compiuto dal segretario nazionale del PCI Achille Occhetto per troncarla la trovate in un capitolo del libro di P. Della Seta ed E. Salzano (L’Italia a sacco. Come nei terribili anni 80 è nata e si è diffusa Tangentopoli , Editori riuniti, 1993). Una ricca storia degli eventi che si sono sviluppati fino a oggi la trovate nell'articolo di Paolo Baldeschi.
Se poi volete vedere che pattumiera è fiventata la Piana, date un’occhiata all'area su Google map o Google earth; e non è finita!
L'immagine si riferisce alla Piana di Sesto, qualche anno fa, ed è tratta da una pubblicazione del Comune di Sesto fiorentino
Il clamore mediatico che ha suscitato l'ordinanza del Comune di Firenze contro i lavavetri ha varie cause. Una è certamente culturale: la «città sul monte», che nel secolo scorso ha animato e nutrito, nell'intero paese e a livello internazionale, la cultura della solidarietà, dell'accoglienza, della pace nella giustizia, grida la propria sconfitta di fronte al montare dell'insicurezza e della paura e si piega fino a diventare apripista e capofila di una politica repressiva e intollerante che suscita ammirazione e bisogno di emulazione nelle stesse amministrazioni più chiuse.
Non potendo aggredire le vere cause dell'insicurezza ci si affida al collaudato meccanismo del capro espiatorio: risorsa potente dell'impotenza politica.
Con questo non voglio dire che l'immigrazione oltre che una risorsa non sia anche un problema. I lavavetri infastidiscono, è vero. Ma nessuna persona razionale e sufficientemente informata può ritenere che davvero la strategia repressiva risolva qualcuno dei problemi sollevati dall'immigrazione. Erigere muraglie nel tempo della globalizzazione totale è come recitar giaculatorie per fermare la pioggia.
In conseguenza dell'appesantimento del controllo repressivo avremo solo una intensificazione del dominio della illegalità e della delinquenza sull'immigrazione. Non è questo che vogliono le strategie repressive, ma questo è lo sbocco inevitabile. Ed è proprio ciò a cui puntano le forze politiche ed economiche irresponsabili che da un lato cavalcano il disagio, la paura e le angosce della gente, mentre dall'altro fanno affari d'oro con gli immigrati irregolari, facendoli lavorare a nero con salari irrisori, senza diritti né sicurezze, oppure utilizzandoli per manovalanza in traffici loschi.
Il problema vero, primario, non è l'immigrazione, ma la globalizzazione liberista. L'economia basata sul valore assoluto e quindi totalitario del denaro e del profitto sfrutta il divario Nord-Sud per annullare gradualmente la società dei diritti, per distruggere lo stato sociale, per portare a fondo la sconfitta della classe operaia e della sua cultura solidale. Al dominio della finanza che regola il libero mercato fa comodo un Terzo Mondo disperato. E gli immigrati servono in quanto assolutamente ricattabili, bisogna quindi che almeno in certa misura siano irregolari, braccati, disperati, impauriti, affamati, pronti a subire tutto per sopravvivere.
Siamo a uno snodo cruciale. Perché la scienza e la tecnologia stanno dando un'accellerazione incredibile e incontrollabile alla globalizzazione mondiale. Ma la cultura resta quella del neolitico. E forse a dir questo manchiamo di rispetto verso l'homo sapiens, che si costruiva armi di selce per la pura sopravvivenza e non per la rapina. La nostra è tutt'ora una cultura di egocentrismo, di contrapposizione, di rapina e in fondo di profonda violenza.
È emblematico che si ergano grandi muraglie contro la mobilità dei dannati della Terra, nel momento della massima esplosione della mobilità globale. E che tanti fiorentini plaudano all'ordinanza contro i lavavetri mentre gnomi senz'anima e senza volto continuano a occupare i crocevia col commercio illegale e mafioso e si comprano Firenze riciclando danaro sporco e spesso anche insanguinato. Ecco lo snodo cruciale. L'unificazione mondiale non può esser affidata alla cultura della superiorità dell'Occidente la cui etica è un'etica di sopraffazione, di contrapposizione e di violenza. È senza sbocchi e senza speranza.
L'associazionismo solidale che tenta giorno per giorno, faticosamente, di risolvere i problemi dell'immigrazione con esperienze concrete e positive di integrazione, che dà forma, visibilità e concretezza a un'anima della città tollerante, accogliente, critica verso le mura che il potere eleva fra «noi» e gli «altri», anche in questa occasione deve assolvere il suo compito ed esprimere la propria contrarietà verso uno strumento puramente repressivo e inefficace che rischia di bruciare un lavoro positivo di anni. La «città sul monte» non merita questo offuscamento della sua immagine internazionale e lo pagherà caro.
«Vuoi tramutare i giovani del Mezzogiorno in un popolo di camerieri?». Saranno passati quarant’anni ma ricordo ancora l’insulto sprezzante di cui tanti uomini politici e sindacalisti gratificavano Francesco Compagna, uno dei più intelligenti e vivaci intellettuali meridionali, direttore di Nord Sud, nonché esponente politico repubblicano. La sua colpa consisteva nel sostenere che l’avvenire di Bagnoli, una perla paesaggistica al limite estremo del golfo di Napoli come di Gioia Tauro, il porto affacciato nella splendida piana a sud di Reggio Calabria, non andava individuato nell’ampliamento delle grandi acciaierie o nella costruzione di nuovi impianti siderurgici ma nella programmazione di un compatibile e congeniale sviluppo agroturistico. Analogo il discorso per la Sicilia dove stavano approdando devastanti e inquinanti impianti petrolchimici. Vinse il mito della grande industria come volano della rinascita, con la conseguenza che oggi l’Italsider è affondata, Bagnoli è chiusa, l’impianto siderurgico di Gioia Tauro non è mai nato, la petrolchimica è tramontata con le crisi energetiche ma le devastazioni del territorio sono irreversibili.
Nel frattempo il turismo, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle Isole, è cresciuto negli interstizi di un ambiente compromesso, fuori da ogni programmazione che collegasse l’offerta alberghiera a quella infrastrutturale, una rete di eccellenza agroalimentare alla valorizzazione del patrimonio artistico, la formazione degli operatori all’offerta culturale. Ma anche nel resto del Paese la consapevolezza delle potenzialità non accortamente sfruttate non è stata pienamente avvertita, se si tolgono le tre città mondiali (Roma, Venezia, Firenze), la riviera adriatica nordorientale e, in una certa misura, l’arco alpino. Abbiamo, quindi, un sistema in cui gli attori si muovono ognuno per conto proprio, senza un disegno d’assieme che ponga al centro dello sviluppo economico un’offerta turistico-culturale complessa, efficiente e concorrenziale. Le varie famiglie politiche ma anche le élite intellettuali e persino gli economisti, da un lato seguitano ad agire e a pensare all’interno dei vecchi stilemi di una cultura industrialista di stampo otto-novecentesco ma, dall’altro, sembrano avere una scarsa percezione della realtà materiale del nostro Paese. Al di là degli effetti della crisi economica in atto, i dati oggettivi danno, infatti, il quadro di una economia reale forte nell’industria manifatturiera piccola e media, nel turismo e nell’agricoltura, tre settori nei quali siamo secondi in Europa (dopo la Germania nel manifatturiero, dopo la Spagna nel turismo, dopo la Francia nell’agricoltura). Nessun altro paese dell’Ue è così forte contemporaneamente in questi tre ambiti di attività (la Germania è solo quarta nell’agricoltura e nel turismo, la Francia è quarta nella manifattura e nel turismo, la Spagna è terza nell’agricoltura e quinta nel manifatturiero). Ma i comportamenti pubblici e lo stesso dibattito economico non sembrano partecipi di questa specifica realtà. Anche se il dato è secondario, non è certo un caso che sia scomparso il ministero del Turismo e Spettacolo e che nelle Regioni e nei Comuni l’assessorato preposto al settore figuri tra quelli meno ambiti nelle spartizioni di giunta.
Il prossimo Quaderno di approfondimenti statistici della Fondazione Edison diretto dall’economista Marco Fortis, è appunto dedicato all’argomento e ci ricorda come nel 1970 il nostro fosse il primo paese al mondo per arrivi turistici internazionali, al vertice della graduatoria dove seguivano Francia, Spagna, Canada e Stati Uniti. Certo, operavamo in un mondo più piccolo, diviso dal muro di Berlino e l’Italia era la "spiaggia" d’Europa. Dopo è seguito il declino e nell’arco di 25 anni siamo scesi al quarto posto, dopo Francia, Spagna, Stati Uniti. Dal 2006 siamo stati superati anche dalla Cina, un paese che ci aspettavamo ci sopravanzasse in tanti settori ma non nell’appeal turistico.
Eppure registriamo ancora grandi possibilità di rilancio. Il flusso dei turisti stranieri negli ultimi anni è raddoppiato, da 22 a 41 milioni di presenze. Le entrate turistiche hanno registrato nell’ultimo anno il record storico di 31,6 miliardi di euro, il patrimonio artistico e paesaggistico unico al mondo non può essere insidiato che da noi stessi. La Spagna con una politica turistica e infrastrutturale più dinamica e intelligente ci suggerisce i termini di una ripresa stabile e vincente. Occorre, però, capire che il turismo del XXI secolo non è l’offerta di un cameriere svogliato che biascica: «Bianco o rosso?».
Postilla
La critica dell'editorialista di Repubblica all'arretratezza culturale della nostra classe politica ed economica, incapace financo di una lettura aggiornata ed adeguata della realtà sociale ed imprenditoriale del paese è pienamente condivisibile.
Così come andrebbe ripreso l'assunto di Francesco Compagna che prefigurava come occasione di riscatto e ripresa per il Mezzogiorno, uno sviluppo mirato sulle vere eccellenze di quell'area: il patrimonio culturale e il paesaggio e quindi, per conseguenza, un uso del territorio radicalmente diverso da quello attuato nel secondo dopoguerra.
E allo stesso modo il richiamo ad un più strutturato e sistemico intervento nel settore turistico appare più che giustificato: a patto di non reiterare ancora una volta le solite classifiche sui primati perduti e sulle posizioni in classifica da recuperare.
Come tante volte ribadito anche su eddyburg, il turismo non è un'industria light, ma implica un'impronta ecologica pesantissima, e spesso è causa prima di degrado urbanistico ed ambientale, così come dimostrano invariabilmente tutti gli esempi "positivi" portati da Pirani dei centri storici di Roma, Firenze e Venezia, della costa adriatica, della montagna: è, insomma, una risorsa da "maneggiare con cura", senza preconcetti puristi che possono sfociare in un elitarismo non più ammissibile, ma anche senza il mito del record a tutti i costi.
Anche in questo caso la quantità mal si sposa con la qualità. Della nostra vita innanzi tutto. (m.p.g.)
Lo Stato della Città del Vaticano ha voluto ridefinire le proprie regole sulle fonti del diritto, dunque sulle norme che costituiscono il suo ordinamento giuridico, e la relativa legge è entrata in vigore all´inizio di quest’anno. L’operazione è di grande importanza, come sempre accade quando uno Stato sovrano stabilisce il perimetro della legalità, e anche perché si tratta di una materia particolarmente rilevante dal punto di vista politico e culturale (al tema delle fonti ha recentemente dedicato una riunione l’Associazione italiana dei costituzionalisti). Ma la mossa vaticana ha suscitato attenzione e polemiche perché contiene una rilevantissima novità nei rapporti tra Stato e Chiesa, tra la legislazione della Repubblica Italiana e quella della Città del Vaticano. Fino a ieri questi rapporti erano fondati sul principio della recezione automatica, che portava con sé l’applicabilità delle norme italiane nell’ordinamento vaticano, recezione «solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con leggi fondamentali dell’ordinamento canonico», com’è accaduto per leggi come quelle sul divorzio e l’aborto. Ora, invece, «si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana», come sottolinea esplicitamente sull’Osservatore Romano il presidente della Commissione che ha preparato la nuova legge, José Maria Serrano Ruiz. Non più automatismi, dunque, ma un filtro, una valutazione preliminare della compatibilità con l’ordinamento canonico di ogni singola legge italiana.
Questa è una innovazione che non può essere adeguatamente valutata ricorrendo al tradizionale criterio dell´"indebita ingerenza vaticana" o guardando solo alla spicciola attualità politica, e quindi interpretandola solo come una reazione a qualche specifica vicenda italiana, come un avviso a questo o a quel partito. Siamo di fronte ad una strategia impegnativa, che si proietta al di là di questa o quella occasione, e che va compresa e valutata proprio in questo suo orizzonte più largo.
Non risultano convincenti, quindi, i tentativi di ridurre la portata della nuova legge che qualcuno, anche da parte vaticana, ha voluto fare, dicendo che la novità è di poco conto, visto che già prima il filtro vaticano aveva operato nei casi di evidente incompatibilità tra principi della Chiesa e norme italiane. Si passa, infatti, da un regime eccezionale ad uno ordinario, da una valutazione selettiva ad una generalizzata. Prima poteva valere il silenzio, ora bisogna attendere la parola. Peraltro, questi tentativi riduzionisti sono contraddetti da quanto scrive lo stesso Serrano Ruiz, indicando con chiarezza l’obiettivo della legge: la Chiesa non può «rinunciare al suo ruolo di testimonianza unica nel concerto del diritto comparato e nella riflessione sul fenomeno giuridico universale».
Non solo l’Italia, dunque. L’ambizione è planetaria: fare dei principi della Chiesa l’unico criterio di legittimazione di qualsiasi norma, di qualsiasi forma di regolazione giuridica, in ogni luogo del mondo. Un orientamento, questo, che già era ben visibile nelle ripetute prese di posizione dello stesso Pontefice aspramente critiche nei confronti delle Nazioni Unite e di molti documenti giuridici da queste approvati o promossi.
All’Italia, però, sono riservate una attenzione ed una motivazione particolari, anche perché solo per le sue leggi valeva fino a ieri il criterio della recezione automatica. Tre sono le ragioni esplicitamente indicate per giustificare il rovesciamento di quella impostazione: «il numero davvero esorbitante delle leggi italiane»; «l’instabilità della legislazione civile»; «un contrasto, con troppa frequenza evidente, di tali leggi con principi non rinunziabili da parte della Chiesa». Quest’ultimo è l’argomento che, giustamente, ha più colpito e ha suscitato le maggiori polemiche, ma pure gli altri due meritano qualche riflessione.
Si è detto che il riferimento all’inflazione legislativa è pretestuoso, visto che questa esiste ed è ben nota da molti anni. Perché accorgersene oggi, ha protestato il ministro Calderoli, proprio nel momento in cui è stata imboccata la via della semplificazione cancellando 36.100 leggi? Si potrebbe osservare che all’eccesso di legislazione non si risponde soltanto con qualche potatura, ricordando ad esempio la ben diversa esperienza francese in materia. E, d’altra parte, la riforma vaticana prende il posto di una legge del 1929, sì che doveva tener conto di quanto è accaduto tra allora e oggi.
Più significativo, e insidioso, è il secondo argomento. L’instabilità della legislazione civile è giudicata «poco compatibile con l´auspicabile ideale tomista di una lex rationis ordinatio, che, come tutte le operazioni dell’intelletto, cerca di per sé l’immutabilità dei concetti e dei valori». Questa radicale affermazione arriva in un tempo in cui il sistema delle fonti, sotto tutti i cieli, conosce un mutamento profondo, proprio per poter dare risposte adeguate ad una realtà incessantemente mutevole, non solo sotto la spinta delle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ma di profonde trasformazioni sociali e culturali. Si scambia per instabilità la necessaria flessibilità delle regole, la capacità di assumere il nuovo e di incorporare il futuro, che implica anche la necessità di sottoporre a critica concetti e categorie del passato, anche per far sì che valori ritenuti fondamentali, affidati soltanto ad una logica conservatrice, non vengano travolti.
L’argomento dell’instabilità si congiunge così con quello del contrasto con «principi non rinunziabili da parte della Chiesa». Nel modo in cui è formulata quest’ultima critica si coglie una esplicita polemica con la più recente legislazione italiana, visto che si afferma che questo contrasto si sarebbe già verificato «con troppa frequenza». Ma a quale legislazione si allude, poiché proprio le norme più recenti sono piuttosto fitte di compiacenze, per non dire di cedimenti, verso le richieste o le pretese vaticane? Qui siamo in presenza di un ammonimento, e non di una constatazione; di un perentorio invito a non fare più che ad una critica del già fatto.
Un alt così netto alla libertà di determinazione del Parlamento italiano non era stato mai pronunciato, neppure in quegli Anni 70 quando v’erano più fondati motivi di risentimento, non solo per le leggi su divorzio e aborto, ma pure per la riforma del diritto di famiglia, invisa a molti ambienti cattolici perché finalmente realizzava la parità voluta dalla Costituzione tra i coniugi e tra i figli nati dentro o fuori del matrimonio. Si ripeterà, com’è ormai d’uso, che le parole della Chiesa sono legittime. Ma è legittimo, anzi è doveroso, valutarne gli effetti. Si fa così tutte le volte che non si vuole sottostare ad un diktat.
L’annuncio è chiaro. Il mondo è grande, ma l’Italia è vicina. La sua legislazione, da oggi in poi, sarà sottoposta ad un continuo "monitoraggio etico", accompagnato da una sanzione: non entrerà a far parte dell’ordinamento canonico tutte le volte che il legislatore italiano sarà colto in flagrante peccato di violazione dei «principi non rinunciabili da parte della Chiesa». Formalmente tutto può essere ritenuto in regola: uno Stato sovrano deve poter sottrarsi alle logiche altrui. Ma quali possono essere le conseguenze politiche e culturali di questo atteggiamento?
La politica italiana è debole, stremata. Qui la nuova linea vaticana può entrare in maniera devastante, aprendo conflitti di lealtà per i cattolici, stretti tra il loro dovere di legislatori civili e l’annuncio preventivo che leggi ragionevoli e miti, poniamo quelle sul testamento biologico o sulle unioni di fatto, non supereranno il test di compatibilità introdotto dalla nuova normativa vaticana. Per poter reagire dignitosamente, come si conviene ai parlamentari di un paese non confessionale, servirebbe un senso dello Stato che sembra perduto, qui dovrebbe fare le sue prove una laicità che non può ritenersi consegnata al passato. Servirebbe soprattutto la consapevolezza, smarrita, che l’unico filtro ammissibile è quello della conformità alla Costituzione, vero "principio non rinunciabile" in democrazia.
Ma il conflitto di lealtà può andare oltre le mura del Parlamento, devastare una società già divisa, dove già si manifestano impietose obiezioni di coscienza, dove davvero "pietà l’è morta" pure di fronte a casi, come quello di Eluana Englaro, che esigerebbero rispetto e silenzio. E che esigono rispetto perché espressivi di un quadro di diritti che si vuole radicalmente revocare in dubbio. Di questo dobbiamo discutere. Dell’autonomia e della laicità dello Stato, del destino delle libertà.
Nel pantano dell’urbanistica fiorentina l’avvocato Lucibello, difensore del sindaco Domenici, ha dichiarato: «La Procura sta confondendo le contrattazioni giornaliere tipiche dell’urbanistica contrattata, come atti di corruzione che invece non ci sono». Il problema è infatti l’urbanistica contrattata, cui l’avvocato aggiunge un’aggettivo terribile: «quotidiana».
Ricapitoliamo, sulla base delle intercettazionipubblicate, come funziona l’urbanistica contrattata. Il sindaco della città viene invitato a pranzo dal potente di turno che espone le sue esigenze e propone una speculazione immobiliare in aperta violazione dei piani regolatori.
Ilsindaco si mette subito in moto e allerta i suoi fedelissimi, mentre l’altro prende contatti con la proprietà immobiliare. E’ auspicabile che queste due ultime figure appartengano ai due differenti schieramenti nazionali. Così, se Della Valle è collocabile nel fronte progressista, il fatto che la proprietà dei terreni sia di un berlusconiano come Ligresti cade a pennello. Un altro piacevole pranzo a tre e il gioco è fatto.
Così al posto di un parco vedremo uno stadio di calcio, più ipermercato, più fitness e tanto altro, firmato da una delle numerose archistar disponibili. Facilissimo.Volete mettere la fatica che avrebbe fatto il povero sindaco a convincere l’inflessibile moralità di Ornella De Zordo, che al consiglio comunale queste denunce le ha ripetute un’infinità di volte? O i testardi cittadini che si erano perfino arrampicati sugli alberi per non farli tagliare per lo sventurato progetto della tramvia? O i tanti comitati che in questi anni hanno cercato di difendere i beni comuni? Finalmente la modernità: il futuro delle città si decide nel ristorante. Ha ragione l’avvocato Lucibello, non c’è alcuna corruzione: c’è l’accordo di programma a risolvere i nodi in un baleno. Certo, qualche mancia non richiesta arriva, come quella ad esempio che Ligresti ha dato per finanziare l’opuscolo anti-lavavetri del prode assessore Cioni, ma mica è un reato. E’ un’opera di misericordia, perché - così si sono giustificati! - ha fatto risparmiare all’amministrazione comunale qualche soldo.
Gli amministratori- che pure hanno militato nella sinistra – non pensano che quei soldi potevano arrivare nelle casse dei comuni con procedura limpida: con una legge moderna sul regime dei suoli. Siamo l’unico paese dell’Europa occidentale a esserne privo e la sinistra parlamentare non se ne accorge. E’ forse per questo che il Domenici, presidente dell’Anci, si è ben guardato dal fare una battaglia di principio per avere una legge di riforma sul regime dei suoli, o anche per scongiurare la famigerata legge Lupi, la (cosiddetta) riforma dell’urbanistica di Forza Italia che rischia di essere approvata tra breve.
Quella legge abroga infatti gli standard urbanistici, e cioè le quantità minime di aree da destinare a servizi che fu approvata negli anni ’60. E’ l’ultimo tassello che ancora manca. I cittadini di Firenze avrebbero infatti potuto invocarla per scongiurare la costruzione dello stadio e di quant’altro. I parlamentari di opposizione ancora non conquistati dal mito del «mercato» dovrebbero farne una battaglia esemplare. E anzi dovrebbero avere l’ambizione di proporre una legge di riforma del regime degli immobili che faccia tornare alla collettività le gigantesche plusvalenze che gli speculatori ottengono senza il minimo lavoro. Così uscirebbe un nuovo progetto sulle città per ristabilire il primato delle regole e la prevalenza degli interessi della collettività.
Norman Myers, ecologo di fama internazionale, insegna alla Scuola del XXI secolo dell'Università di Oxford, e da anni si occupa della natura sempre meno sostenibile dello sviluppo delle megalopoli.
Professor Myers, cosa c'è che non va nelle città?
"Le città occupano il 3 per cento della superficie terrestre ma ospitano la metà esatta dell'umanità, oggi pari a 3,4 miliardi di persone, e sono responsabili del 70 per cento delle emissioni di gas serra. La cosiddetta 'impronta ecologica' delle città è ormai insostenibile, e la situazione sociale e sanitaria della popolazione urbanizzata è critica: di quei 3,4 miliardi di persone più di un miliardo vive in miseria e in malattia".
Qual è la criticità più dannosa?
"La mobilità. All'inizio del '900, quando i londinesi si muovevano a cavallo, la velocità media in città era di 15 chilometri all'ora. Oggi, con l'automobile, è sempre di 15 chilometri all'ora".
Soluzioni?
"Fare come a Curitiba, in Brasile, dove il traffico automobilistico è stato vietato in tutto il centro, e dove i mezzi pubblici sono in grado di trasportate tre quarti dei due milioni di abitanti della città.
O fare come a Berlino, dove la diffusione capillare del car-sharing ha abbattuto del 75 per cento la proprietà delle auto e del 90 per cento il pendolarismo con auto private. O come a Londra e Stoccolma, dove la 'congestion charge' ha ridotto di un terzo il traffico nella zone centrale".
Lei sostiene che il benessere di una nazione non si valuta col prodotto interno lordo. Perché?
"Il Pil è una misura economica assurda, che esprime in termini di ricchezza qualsiasi attività, sia positiva che negativa. Se adottassimo un parametro che io ho definito Genuine Progress Indicator (Gpi), sottraendo i costi negativi di questo tipo a quelli socialmente positivi, avremmo un quadro reale del benessere socio-economico di una nazione".
Lo «scandalo» urbanistico di Firenze era prevedibile: troppe le scelte discutibili negli ultimi tempi. Il nuovo strumento urbanistico, il Piano strutturale, e diversi grandi progetti (ipermercati, aree commerciali, poli turistico residenziali, infrastrutture) non solo non rispondono alle domande sociali e ambientali della città, ma appesantiscono i problemi sul campo; come gli urbanisti della locale Università hanno illustrato nella rivista del dipartimento, Contesti. L’ex assessore comunale al ramo, tra i primi dimissionari all’esplodere dell’inchiesta, qualche mese fa apostrofava impudentemente tutto ciò come «bischerate! ». Si è anche formulata una teoria ad hoc, distorta, dello sviluppo fiorentino per giustificare una serie di macrostrutture per lo più turistico terziarie e, per l’alta velocità, il megatunnel e la grande stazione.
A fronte di un passaggio assai difficile e problematico per il sistema economico-finanziario internazionale appare, infatti, inspiegabile - secondo criteri di accettabile razionalità tecnica, programmatica e sociale - la «febbre veteromodernista» che sembra aver «investito i sistemi decisionali regionali e comunali, toscano e fiorentino».
Le ultime vicende dimostrano che questa è una pericolosa illusione, oltre che uno strumento per accentuare l'ingovernabilità del sistema socio-economico e per favorirne il crescente controllo da parte delle grandi lobby finanziarie e speculative. In questa logica si inquadra la necessità di puntare sul turismo «a alta intensità di consumo» e sulle opere pubbliche(!) per rispondere alla crisi del secondario e del terziario - settori portanti dell'economia regionale e metropolitana nel recente passato. Tale modello si istituzionalizza e informa addirittura i diversi strumenti di programmazione - tra cui il Pit e la Pianificazione locale, strutturale e strategica - e appare sbagliato. Specie per una realtà come quella toscana e fiorentina in cui - nell'era della sostenibilità e dell'high tech - sembra logico che si debba puntare sulle peculiarità esistenti - arte e scienza, storia e cultura, turismo ecosociale e paesaggio - per prospettare un'economia sostenibile e una società vivibile.
La proiezione spaziale dell'aporia economica rappresentata dal modello «Rimini più Gioia Tauro» - turismo di consumo e opere pubbliche - proposto per città e regione, comporta grande consumo di suolo e alto impatto ambientale, con intasamenti per comparti urbani già congestionati. Le «grandi opere», impattanti quanto avulse dal tessuto urbanistico, rappresentate emblematicamente anche dal sottoattraversamento, trascinano una serie di trasformazioni di aree, soprattutto ex ferroviarie e prossime alla linea (così «valorizzate»): contenitori che ampliano cementificazione e volumi edificati, inducendo degrado ulteriore nell'assetto territoriale, paesaggistico e ambientale dell'area metropolitana. Laddove servirebbero reti di verde e sostenibilità, per legare strutture culturali, artistiche a luoghi «cospicui» della città e avviare la ricomposizione del paesaggio urbano nonché la riqualificazione urbanistica dell'assetto.
Il suggello di queste tendenze critiche è rappresentato dalla proposta di nuova variante al piano strutturale per cancellare il parco di Castello, un'area di cerniera e di riequilibrio ambientale, strategica per le relazioni tra la città e il suo hinterland e per ridare «senso estetico e funzionale» all'espansione diffusa verso Sesto e dintorni.
Gli attuali problemi amministrativi possono fornire l'occasione per una svolta, a patto che essa muova dall'abbandono di scelte che sembrano dettate da una logica opposta a quella della corretta programmazione e appaiono spiegabili solo da esigenze evidentemente estranee alla buona gestione della cosa pubblica. La bonifica urbanistica può prospettare un orizzonte politico di nuovo attento ai bisogni della città.
FIRENZE - Lo stadio al posto del parco. Dalle carte dell’inchiesta sull’area Castello di proprietà di Salvatore Ligresti, che vede indagati oltre al costruttore due assessori della giunta di Firenze, salta fuori ora una "trattativa segreta" attorno alla collocazione del nuovo stadio che Diego Della Valle sogna di costruire per la sua Fiorentina. Il 26 giugno scorso il sindaco Leonardo Domenici parla al telefono da Roma con il suo assessore all’Urbanistica Gianni Biagi, ora indagato insieme al collega di giunta Graziano Cioni. Dice di stare «andando ad un pranzo riservato con Ligresti e Della Valle» e chiede a Biagi (che nel frattempo ha dato le dimissioni) informazioni sulla convenzione firmata dal Comune per Castello.
Una convenzione del 2005 che prevede che accanto alla realizzazione di 1 milione e 400 mila metri cubi di edifici pubblici e privati vengano sistemati a parco 80 ettari di terreno da Fondiaria Sai. Il documento esclude che si possa fare uno stadio in quella zona ma Domenici sembra intenzionato a cambiare gli accordi. Racconta Biagi in un’altra intercettazione riferendosi a Castello: «... Ti posso dire con certezza che Della Valle e Ligresti si sono incontrati più volte prima dell’estate... che... Leonardo e io abbiamo incontrato Della Valle il 2 o il 3 di agosto... dove ci ha fatto vedere questo progetto».
Agli occhi della città però il bozzetto disegnato da Massimiliano Fuksas appare all’improvviso il 19 settembre, quando i fratelli Della Valle lo presentano in una sala affrescata del Four Seasons dove sono invitati tutti i politici e gli amministratori fiorentini. Un’offerta "prendere o lasciare", spiega Della Valle, facendo capire alla sua selezionata platea quanto sia importante per Firenze cogliere al volo un’occasione di sviluppo che prevede oltre allo stadio negozi, alberghi, una disneyland del calcio e vari impianti sportivi. Ad ascoltarlo c’è anche il sindaco. Che subito dopo l’incontro, come si legge in un’altra intercettazione con Biagi, va da Diego: «... senti... non lo sa nessuno... ma vado un momento a chiacchierare con Della Valle... gli dico anche questa cosa qui.. che noi allora entro il 30 settembre facciamo questa roba...». Biagi: «va bene». Domenici: «cioè praticamente noi facciamo un...». Biagi: «un emendamento». E infatti l’emendamento al Piano strutturale viene elaborato. Rimaneggiando il testo al telefono, sempre con Biagi, Domenici chiarisce che non intende fare un favore a Della Valle concedendo lo stadio: «...oh! spero che tutti capiscano che il sindaco vuole toccare il parco! cioè vorrei che su questo non ci fossero dubbi.. io voglio toccare il parco... e non perché io voglio dare ragione a Della Valle.. ma perché quel parco mi fa cagare da sempre... è chiaro?». Le cose però non vanno in questo modo. Due giorni fa in una tesissima seduta del consiglio comunale lo stadio scompare di nuovo dal piano urbanistico di Firenze. La maggioranza si spacca e il Pd rimane solo a difendere l’emendamento del sindaco: l’ala sinistra vota insieme a Forza Italia, An e Udc per chiedere che restino gli 80 ettari di parco. Uno smacco vissuto male da un Pd già duramente scosso dall’inchiesta che vede indagato uno dei quattro candidati alle primarie per il sindaco, lo sceriffo Cioni, l’assessore conosciuto in Italia per l’ordinanza contro i lavavetri. Inutili finora tutti i tentativi dei vertici del partito per convincerlo a fare un passo indietro, almeno dalla corsa elettorale. «Io sono innocente e non scappo dall’accusa infamante di corruzione», spiega Cioni. A dare le dimissioni per effetto delle intercettazioni, invece, è il direttore della Nazione Francesco Carrassi: parlava al telefono con l’uomo forte di Fondiaria Sai, Fausto Rapisarda, anche lui indagato. Dalle conversazioni sembrano emergere scambi di favori.
Magari scoprissero che si è trattato solo di “scambio di favori”, ovvero di “normale” corruzione. Temiamo invece che si tratti di una diffusa mutazione antropologica di cui almeno quei politici e amministratori sono colpiti, grazie alla quale chi governa non sa in nome di che cosa governa e a chi deve rispondere. Se è così, vadano via tutti.
C’è una domanda cui bisogna rispondere. Sembra una domanda facile, e il guaio è là. Che il numero dei morti palestinesi per l’offensiva israeliana a Gaza sia così alto, e cresca ancora, è un segno di vittoria di Israele, o di sconfitta, o di che cosa? E una sottodomanda, in apparenza ancora più facile: che i morti palestinesi siano tantissimi, e quelli israeliani pochissimi, è una vittoria o una sconfitta di Israele? Leggo che il generale Yoav Galant, comandante della regione sud, ha dato la sua risposta secca ad ambedue le domande, illustrando il proposito dell’offensiva: "Ributtare indietro di decenni la striscia di Gaza in termini di capacità militare, facendo il massimo di vittime presso il nemico e il minimo fra le forze armate israeliane". Il massimo dei loro, il minimo dei nostri. Noi, i generali, le donne e i bambini, e loro, i bambini, le donne e gli sceicchi. Ah, come sono difficili le domande facili!
Si tratta del capriccio con cui il libero mercato fissa il pregio delle diverse vite umane. Avete visto a che ritmo vertiginoso è cresciuto da noi l’impiego del termine: Bioetica. L’impiego, e gli impiegati. La bioetica ha a che fare coi progressi spettacolosi della medicina, della biologia, dell’ingegneria genetica, gli inseguimenti trafelati della filosofia e del diritto, e le supervisioni delle chiese. Una sua esemplare dichiarazione è che "la vita umana è sacra e va difesa dal concepimento alla morte". La cito non per ridiscuterla qui, ma per osservare che la nostra fresca sensibilità bioetica si concede il lusso di concentrarsi sui due poli, il concepimento, o almeno la nascita, e la morte, il capo e la coda, riservando un’attenzione minore a quello che sta fra l’inizio e la fine, cioè alla vita nella sua durata, che poi è la vita.
Così, benché le innovazioni che la scienza introduce e la filosofia insegue col fiato corto e la religione rilega in pergamena, valgano per tutte le disgrazie che investono l’intermezzo fra nascita e morte - la fame, le malattie, le guerre - ce ne commuoviamo meno. La nostra guerra (di religione) sulla trovata secondo cui la vita è così sacra da essere "indisponibile" alla stessa singola persona vivente sta ai luoghi in cui la vita viene mietuta all´ingrosso, come i nostri botti di Capodanno, adorati da tutti tranne i cani i bambini e chi ha conosciuto una sola notte di guerra, stanno ai bombardamenti su Gaza. Così vicino, oltretutto - due sponde dirimpettaie- che si potevano sentire reciprocamente, e raddoppiare l’allegria degli uni e lo spavento degli altri.
Io resto affezionato a Israele come a quella che potrebbe essere, "per un pelo", la miglior madrepatria di un cittadino della terra di oggi, così come lo sarebbe stata l’Atene del V secolo - per un pelo, la questione degli schiavi. Siccome voglio così bene a Israele, e ne taccio da un bel po’ di tempo, dirò come si è andato incupendo il mio stato d’animo settimana per settimana. Ogni settimana, la rivista "Internazionale" pubblica una rubrichetta di poche righe, intitolata "Israeliani e palestinesi", che aggiorna il numero dei morti dell’una e dell’altra parte a partire dalla seconda Intifada, cioè dal settembre del 2000.
Piano piano, ma inesorabilmente, la sproporzione è cresciuta, e se i morti israeliani erano sempre stati meno numerosi, a un certo punto arrivarono a essere solo la metà di quelli palestinesi, e già questo provocava un turbamento complicato; poi il divario ha continuato ad accrescersi, finché all’inizio di dicembre, ben prima dell’attacco a Gaza che fa impennare le cifre, il totale dei morti palestinesi superava di più di cinque volte quello dei morti israeliani (5.301 a 1.082). Complicato, il turbamento: perché si è involontariamente indotti, come di fronte a ogni sproporzione eccessiva, a desiderare che la forbice si riduca, ciò che può avvenire riducendo le morti degli uni o moltiplicando quelle degli altri...
Descrivo qualcosa che assomiglia più a un riflesso condizionato che a un pensiero. Del resto il mondo, benché secondo molti e benevoli suoi passeggeri continui a progredire, è platealmente pieno di smisuratezze, a cominciare dalla differenza fra ricchi e poveri, e fra vite medie che si allungano spettacolosamente e vite medie dimezzate.
La popolazione ottuagenaria e passa dell´Europa potrebbe protestare di non avere colpa nella popolazione sì e no quarantenne dello Zimbabwe: ma non sarebbe del tutto vero. E non è vero, certo non del tutto, che gli israeliani non c’entrino con la mortalità di guerra cinque volte superiore dei loro vicini. La sproporzione si riproduce e si moltiplica in una quantità di circostanze. Negli scambi di prigionieri, che Israele rilascia a centinaia in cambio di uno o due propri, o anche di due salme, com’è appena successo con gli hezbollah libanesi. Israele ha pressappoco undicimila prigionieri palestinesi, la Palestina, cioè Hamas, uno solo, il povero Gilad Shalit.
Negli ultimi otto anni, se non sbaglio, dalla striscia di Gaza sono stati lanciati sulle città del sud di Israele migliaia di razzi sempre più micidiali (l’ultimo ha colpito una scuola per fortuna evacuata di Beersheva, aveva dunque una gittata di 40 km) facendo in tutto 18 morti. L’offensiva aerea su Gaza ne ha fatti oltre 400 in pochi giorni, contro 4 dalla parte israeliana: in ragione di più di 100 a uno. E’ vero che il conto dei morti non dice tutto. Ad Ashkelon, Sderot, Ashdod, Gan Yavne, è un decimo della popolazione di Israele a vivere sotto la minaccia quotidiana dei missili. Tuttavia quel complicato turbamento resta, e anzi si fa sempre più pungente. Dunque, la domanda: più morti palestinesi facciamo, più vinciamo? E la sottodomanda: più forte è la differenza fra "il massimo dei morti loro" e "il minimo dei morti nostri", più vinciamo?
C’è un argomento forte in favore di Israele. Israele fa tesoro della vita dei suoi figli. Guarda con orrore il fanatismo islamista che addestra i figli al suicidio assassino, e si inebria del loro "martirio". E’ appena successo un episodio esemplare e agghiacciante. Nizar Rayan, sceicco invasato, già mandante di un figlio kamikaze e reclutatore per amore o per forza di scudi umani, nemico feroce di Israele come di Fatah, bersaglio prelibato della caccia israeliana, si trovava in un edificio al quale è arrivata la telefonata di avvertimento dello Shin Bet: sarebbe stato bombardato di lì a poco. Rayan "non è scappato", dicono i suoi. Ha voluto morire da martire, e si è tenuto stretti qualcuno dei dodici figli, qualcuna delle quattro mogli: proprietà sue, vite consacrate non alla vita, ma alla morte. Ma gli invasati, o i farabutti, non rendono un popolo correo del loro fanatismo: nemmeno quella metà del popolo che li ha votati in un’elezione.
Tanto meno i bambini, e le sorelle e i fratelli ammazzati insieme dalle incursioni, com’è inevitabile in uno zoo così fitto di umani e così prolifico. Ci sono madri che non trionfano per la morte da shahid delle loro creature, e invece rinfacciano al cielo e alla terra la doppia misura. La madre delle cinque sorelline di Jabaliya ammazzate: "Se venisse ucciso anche un solo bambino israeliano, il mondo intero si indignerebbe... Ma il sangue dei nostri bambini non conta niente per il mondo". Non importa nemmeno da che parte sia venuta la strage, come per le due sorelline di Beit Lahya, ammazzate dal razzo kassam di Hamas, "per errore". Dice quel padre: "Non s’è scusato nessuno. Siamo poveri".
La bioetica, dunque. Se davvero un’azione militare mirasse al "massimo di vittime nel nemico", l’ideale sarebbe lo sterminio. Se la confermasse, il generale che ha pronunciato una frase del genere andrebbe messo ai ferri. Ma resterebbero sempre gli altri. Quelli - quasi tutti, fra le autorità, e a gara di sondaggi e di voti- che dicono amaramente: "E’ la guerra. La guerra esige le vittime civili. Noi facciamo di tutto per ridurne il numero". Non è un buon argomento, non più. Non è "la guerra". E’ qualcosa di più, per il soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze. Di quella sproporzione (provvisoria, peraltro, con l’Iran che incombe) Israele non dovrebbe avvalersi per proclamare preziose le vite dei bambini palestinesi come quelle dei proprii, e agire di conseguenza? Utopia? Certo, bravi, continuiamo così. Se l’utopia troverà mai un luogo, sarà in quel pezzetto di terra in cui il Dio di tutti gli eserciti ha deciso da sempre (dalla strage degli innocenti, che nessun angelo avvertì, sospira Massimo Toschi) di togliere il senno alle sue creature. Continuiamo così. Il sangue dei martiri è il seme della cristianità ? diceva Tertulliano. Il sangue dei martiri, anche di quelli equivoci e abusivi, è seme di qualunque pianta. Si vuole cancellare Hamas? Sarebbe bello.
Ma i bambini e i ragazzi di Gaza che sopravviveranno ai bombardamenti aerei (l’esperienza più paurosa) non avranno un futuro ragionevole e gandhiano. L’ammasso di profughi e figli e nipoti di profughi che è Gaza ha un’età media, ho letto, di 17 anni. Quanto al resto del mondo, dei razzi su Ashkelon ha sentito sì e no parlare. Ma le immagini di questi giorni le ha viste. Israele sembra aver smesso da tempo di badare all’opinione del mondo. E’ vero che il mondo, quando gli ebrei erano al macello, applaudì o guardò dall’altra parte. Appunto. Tzipi Livni si è industriata di spiegare al mondo le sue buone ragioni, poi è bastata una frase ?"A Gaza non c’è una crisi umanitaria"- per cancellarne ogni effetto.
Mi dispiace delle parole rassegnate di Yehoshua: "Non avevamo altra scelta". Non è possibile che Israele, cioè gli israeliani, pensino e sentano di "non avere altra scelta" ? dunque di non avere scelta. Ce l’hanno, sanno anche qual è: tutti, o quasi. Sanno qual è, e vanno da un’altra parte. In cielo e, tanto peggio, in terra. Nel giorno della strage nella moschea - ci sarà la battaglia di propagande sul fatto che fosse un deposito di armi, o un deposito di umani, o le due cose insieme, ma non cambia – l’ingresso dei soldati israeliani fa temere che tutta la macabra contabilità della morte stia per impazzire. Soldati bravi, ben equipaggiati e risoluti ad andare avanti si troveranno di fronte, oltre a nemici votati alla morte, una gente disperata ed esasperata, in cui i bambini sono la maggioranza. I carri armati dovranno decidere che cosa fare quando si troveranno davanti una folla di bambini. Poi, comunque vada, dovranno chiedersi ancora una volta come tornare indietro.
L'architetta Gaia Remiddi, che sul defunto velodromo di Roma ha scritto un libro, ancora quasi non si rassegna e la butta lì: «Se volessero ricostruire il velodromo io ho tutti i dettagli. Pezzo dopo pezzo. Tutte le misure. La Sovrintendenza lo sa», dice. Ma è davvero troppo tardi, ragionevolmente. Come voluto dall'allora giunta Veltroni, il complesso architettonico hi-tech che andrà a rimpiazzare la famosa pista di ciclismo progettata dall'architetto Cesare Ligini ha ormai il suo progetto definitivo. A disegnarlo alcuni architetti e ingegneri italiani rappresentati dall'A.T.I., raggruppamento temporaneo di imprese, che hanno vinto un mese fa il bando di gara per realizzare il grandioso e lussuoso - e privato - centro dell'acqua e del benessere che riprodurrà esattamente, nella forma, quella ellissi perfetta scavata nella terra che era il famoso velodromo dell'Eur che ospitò i Giochi del '60, struttura in legno unica al mondo, così bella che una schiera di esperti - e pure, con un decreto di vincolo, la Sovrintendenza - non esitarono a definire monumento e a sollecitarne il restauro, invano.
La struttura olimpica il 24 luglio dello scorso anno, è implosa sotto le cariche di tritolo, che hanno seppellito speranze e diatribe culturali ma non il veleno dei sospetti, tant'è che su quella demolizione la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta. Oggi si sa che quell'indagine potrebbe finire in un'archiviazione, mentre su presunte irregolarità amministrative potrebbe pronunciarsi soltanto il Tar. E' dunque forse questa l'ultima battaglia che resta ai cittadini che da sempre si dicono contro il nuovo complesso e per questo si sono costituiti in un comitato. Perché il progetto di ricostruzione dell'antica ellissi, che era e resterà grande 19.000 metri quadri ma sarà coperta, quasi totalmente - c'è una parte del tetto che si aprirà d'estate - da una volta autoreggente fatta di una rete di acciaio e vetro dalla forma evocativa di una goccia, che cadendo idealmente dal cielo si trasforma in piscine e fontane, porta con sé una delle ultime, e più spettacolari, varianti al piano regolatore di Roma, ovvero lo stravolgimento di tutta l'area circostante fino a oggi occupata da verde pubblico.
Escludendo l'impianto, parliamo di 44.500 metri quadri totali di superficie, che saranno riempiti da un albergo (6500 mq), da un centro di diagnostica e di riabilitazione (5000 mq), da uffici di gestione (500 mq), da un'area commerciale comprensiva di bar, ristoranti e negozi vari (4500 mq), da un'area destinata a servizi privati (2500 mq), da altri 21.000 metri quadri di palazzi che diventeranno uffici e, dulcis in fundo, da una piazza pubblica leggermente inclinata, in continuità architettonica con l'ellissi, più altri 5.500 mq in totale riservati a servizi pubblici, cioè un asilo nido, una scuola media, una ludoteca, uno spazio multimediale e pure un parco giochi, una pista ciclabile e percorsi per la pratica del fitness all'aperto.
Quanto al verde esistente, che diventerà meno della metà di quello attuale, dovrà essere «riqualificato», ovvero in parte smembrato e reimpiantato. Si salverà di certo il triplo filare di pini oggi esistente, che diventerà il viale di accesso pedonale. Saranno realizzati, inoltre, 61.740 metri quadri di parcheggi. Sono numeri che preoccupano i residenti di questa zona dell'Eur, già congestionata per via di un mastodontico centro commerciale che sorge a 500 metri di distanza.
La storia del defunto velodromo di Roma è una storia di malagestione e degrado. Quella del progetto di «riconversione» dell'impianto una storia di scambi e grandi affari. L'inizio della fine è l'anno 1968, l'ultima volta che il velodromo viene utilizzato per competizioni sportive, i mondiali di ciclismo. Dopo di allora il Coni, che aveva in gestione la struttura, vi effettua lavori di manutenzione, che tuttavia non ne ripristinano la funzionalità, parzialmente danneggiata (in particolare le gradinate di cemento, che seguivano l'andamento curvilineo grazie un pregevole studio dinamico) dai dissesti geologici. Così, dal '68 in poi, il velodromo serve per i soli allenamenti fino a diventare, negli ultimi suoi anni di vita, un luogo di bivacco per senza fissa dimora.
Uno studio svolto dall'università «La Sapienza» dimostra che è possibile restaurare il velodromo ma diversamente la pensano sia il Comune, proprietario di una parte dell'area che circonda l'impianto (meno di 6000 metri quadri), sia il proprietario del velodromo e dei restanti 58 mila mq di verde, l'Eur Spa, società privata a capitale interamente pubblico (90% ministero dell'Economia e delle Finanze, 10% Comune di Roma) nata sotto la giunta Rutelli dalle ceneri del vecchio Ente Eur. Così, nel 2003, Comune e Eur Spa stipulano l'accordo di programma che scaverà le fondamenta dell'avveniristico complesso architettonico: sì alla speculazione immobiliare, a patto che sull'area di proprietà del Comune (meno del dieci per cento del totale) sorgano una serie di servizi pubblici e a patto che resusciti l'antica ellissi della pista di Ligini, compresa la pensilina che un tempo copriva la gradinata principale e che ora diventerà un pannello per l'energia solare.
Il nuovo centro acquatico, a vedere il progetto, piuttosto che un impianto dedicato alla collettività appare destinato a un'elite facoltosa. Delle sei piscine coperte previste una sola è olimpionica - e dunque adatta ad ospitare competizioni sportive - mentre il resto dello spazio sarà occupato, oltre che da un bar e un ristorante, da una ultramoderna sala fitness, da una sala spinning, da un'area per l'attività cardiovascolare, da un sofisticato solarium comprensivo di «pioggia» e «nebbia» tropicali, da una sala dotata di sauna finlandese, sauna tirolese e bagno turco nonché di docce cosiddette a «secchio» e a «getto». Ci sono poi un'altra sala per massaggi e talassoterapia, un «calidarium», un «tepidarium» e un «frigidarium» . E anche una vasca per praticare nuoto contro corrente, ad altissimo consumo energetico. L'intera opera, secondo i progettisti, dovrebbe costare 104 milioni di euro e sarà realizzata in 29 mesi da una società nata ad hoc, «Acquadrom», costituita dal 51% da «Condotte», il colosso che ha già vinto l'appalto per il nuovo Palacongressi dell'Eur (la cosiddetta «Nuvola» di Fuksas) e per il 49% da Eur Spa. I soldi per la costruzione del centro acquatico, ha assicurato Eur Spa, arriveranno dalla vendita di quei 21mila mq di uffici che sorgeranno attorno all'ex velodromo e che saranno i primi ad essere edificati. I cantieri apriranno nel 2009.
Sulla discussa demolizione del velodromo di Cesare Ligini, v. anche su Italia Nostra.org
Dalle inchieste e dagli scandali comunali, veri o presunti, emergono almeno un paio di dati difficilmente contestabili: il poco o nullo controllo “dal basso” su delibere di giunta invece di grande peso economico; la debolezza, anzitutto culturale, quasi di “status, del ceto politico rispetto a quello imprenditoriale. Affiora una sorta di identificazione antropologica, di compenetrazione dei ruoli. Con l’interesse pubblico assai indebolito rispetto agli interessi privati. Berlusconi fa scuola: certi grandi immobiliaristi o imprenditori dei servizi diventano essi “una risorsa” per la città. Non il contrario.
Un lettore di questo giornale ha scritto che tutto il male è cominciato con la legge per la elezione diretta di sindaci e presidenti, con la nomina da parte loro degli assessori (in realtà più che mai spartiti fra le correnti politiche), e col conseguente svuotamento di poteri delle assemblee elettive. Sarà stato anche troppo drastico e però ha posto un problema serio. L’elezione diretta dei sindaci ha certamente assicurato stabilità, ma ha sottratto al vaglio pubblico del dibattito consigliare decisioni di grande portata. Ieri i consigli comunali contavano fin troppo. Oggi contano ben poco, sono casse di risonanza delle giunte. Ho fatto per cinque anni, fra ’90 e ’95, il consigliere comunale in una città piccola e però carica di patrimonio storico e di problemi, ed ho sperimentato quanto potere avessimo, allora, noi consiglieri. Per lo meno di provocare accese discussioni pubbliche che potevano durare anche giorni, con un pubblico folto a partecipare.
Con la nuova legge si è passati all’estremo opposto: da un assemblearismo forse eccessivo allo svuotamento delle assemblee che sono chiamate a ratificare (come le Camere coi decreti legge). Da qui una maggiore opacità delle decisioni più importanti e un non meno evidente stato di frustrazione dei consigli e dello stesso pubblico, ormai rado. Ne scrisse molto bene Gianfranco Pasquino, sul “Sole 24 Ore”, perché non tornarci su? L’elettore di sinistra è “sconvolto e sopreso” (Yards Byrds, dazed and confused), non vede aprire dibattiti, neppure in caso di batoste elettorali come quella, sempre più dolorosa, di Roma. In un altro Paese i responsabili sarebbero andati a casa, in modo automatico e tranquillo. Qui non c’è stata nemmeno una analisi che aiutasse a capire, a correggere, e quindi a reimpostare una prospettiva con iscritti e simpatizzanti. I quali, così, scelgono una silenziosa astensione. Fra l’altro per le elezioni politiche generali è stata loro tolta pure la piccola arma della preferenza: tutto è già preconfezionato. E questa è democrazia?
Vento che sibila nei corridoi di alberghi chiusi, gelidi come l’Overlook Hotel del film Shining. Seggiolini sballottati dalla tormenta, appesi a funi immobili. Stazioni di funivie piene di immondizie, senz’anima viva intorno. Piloni arrugginiti, ruderi che nessuno rimuove anche nei parchi naturali. Ora i numeri ci sono. Quelli - mai fatti prima - degli impianti ridotti al fallimento dal riscaldamento climatico e dalla speculazione immobiliare. Oltre centottanta nel solo Nord Italia. La metà di quelli - 350 - che sono stati chiusi finora.
Centottanta vuol dire quattromila tralicci, centinaia di migliaia di metri cubi di cemento, seicentomila metri di fune d’acciaio, cinque milioni di metri di sbancamenti e di foresta pregiata trasformata in boscaglia. Ferri contorti come i ramponi di Achab sulla gobba della balena.
Per contarli abbiamo assemblato dati da parchi e corpi forestali, attivisti di "Mountain Wilderness" e guide alpine, soci di Legambiente e della "Cipra", il Centro per la tutela delle Alpi. Dati impressionanti, che sembrano non insegnare nulla a chi in Italia - caso unico in Europa - insiste a sovvenzionare impianti a bassa quota o, peggio ancora, nei parchi nazionali, in barba ai vincoli comunitari.
Fotogrammi. Saint Grée di Viola, quota 1200, provincia di Cuneo, è un monumento al disastro. Si chiamava Sangrato, ma non era abbastanza trendy per un centro che doveva attirare sciatori da Piemonte e Liguria, e così gli hanno cambiato il nome. Prima ha perso la neve, poi i clienti, infine ha inghiottito soldi pubblici per un rilancio impossibile. Oggi sembra Beirut dopo la guerra, cemento e vetri rotti con la scritta "Vendesi".
Altri fotogrammi, nel dossier di Francesco Pastorelli, direttore di Cipra Italia. Pian Gelassa in Val Susa: piloni nel vento, scheletri di alberghi nati morti, lì da 30 anni in piena area protetta, a due passi dalle piste olimpiche del Sestrière. Alpe Bianca, nelle Valli di Lanzo: condomini vuoti, stazione della funivia con i cessi rotti e le piastrelle smantellate. E così avanti: Oropa-Monte Mucrone, Albosaggia, Chiesa Valmalenco.
Non è un viaggio: è un percorso di guerra. A Oga presso Bormio la pista - iniziata e mai aperta causa lite tra valligiani - sta franando, e la ferita è tale che la trovi anche "navigando" con Google-Earth (e non è che gli squarci delle piste "mondiali" siano meglio). In Valcanale, sopra Ardesio (Bergamo), un’ex seggiovia è segnata da cemento sospeso sullo strapiombo e una discarica nel parcheggio.
Sella Nevea nelle Alpi Giulie, orgoglio del turismo friulano: le multiproprietà che negli anni Settanta hanno devastato la conca sotto il Montasio sono così a pezzi che sono stati messe all’asta in questi giorni. A Breuil-Cervinia residenze chiuse e impianti di risalita dismessi, otto in tutto, di cui quattro funivie. Posti da dimenticare, anche in anni di nevicate come questo.
Accanto agli scheletri, i morti viventi. Impianti in rosso, a quota troppo bassa per garantire neve, tenuti in vita dalla mano pubblica. Colere, Lizzola, Gromo nelle Orobiche. Oppure Tremalzo, La Polsa, Folgaria e Passo Broccon tra Veneto e Trentino, che inghiottono milioni in generose elargizioni per l’innevamento artificiale. Impianti a rischio, che nessuno fa entrare nella contabilità di un disastro che è anche finanziario. «Perché non si dice che le piste non si pagano solo con lo skipass ma anche con le nostre tasse?», s’arrabbia l’esploratore bergamasco Davide Sapienza.
Numeri insospettabili. Quaranta funivie e seggiovie abbandonate in Piemonte, trentanove in Val d’Aosta (un’enormità per una regione di centomila abitanti), almeno venti in Lombardia, trenta tra Emilia e Liguria sul lato appenninico, trentacinque in Veneto e venticinque in Friuli-Venezia Giulia. E non mettiamo in conto gli sfasciumi lasciati dallo sci estivo, chiuso per fallimento in mezze Alpi.
Ma non c’è solo il clima nel crack. C’è anche la speculazione. La seggiovia è solo lo specchietto per le allodole per sdoganare seconde case e villini. «Meccanismo semplice», sottolinea Luigi Casanova di Mountain Wilderness. «Si compra il terreno a basso costo, si cambia il piano regolatore, poi si fa la seggiovia e si costruiscono case al quintuplo del valore ». Se il gioco è spinto, la seggiovia chiude appena esaurita la sua funzione moltiplicatrice del valore immobiliare.
Uno crede: errori non ripetibili. Invece no: si continua sulla vecchia strada, come per l’Alitalia. Miliioni di milioni di euro al vento. Come quelli che serviranno per il collegamento - approvato il 31 dicembre (!) dalla provincia di Trento - fra San Martino e Passo Rolle nel parco di Paneveggio, dove Stradivari prese il legno dei suoi violini. O per il terrificante "demanio sciabile" da 200 milioni di euro dalla Val Seriana alla Valle di Scalve (Bergamo) pronto al varo nel parco delle Orobie, contro cui s’è levata la protesta di molti "lumbard". Disastri annunciati, come il maxi-progetto sul Catinaccio-Rosengarten, che sfonda un’area che è patrimonio Unesco.
Cambiano i luoghi, ma il trucco è lo stesso. C’è un pool che compra terreni, fonda una società e lancia un progetto sciistico, con un bel nome inventato da una società d’immagine. L’idea è nobile: «rilanciare zone depresse», così chi fa obiezioni è bollato come nemico del progresso. A quel punto la mano pubblica entra nella gestione-impianti e finisce per controllare se stessa. Così il gioco è fatto. Il sindaco promette occupazione e viene rieletto: intanto parte l’assalto alla montagna. Per indovinare il seguito basta leggere la storia dei ruderi nel vento.
«Questi mostri di ferro e cemento che nessuno smantella rientrano in un discorso più vasto» spiega il geografo Franco Michieli additando lo stato pietoso dell’arredo urbano a Santa Caterina Valfurva, Sondrio. «Il legame con la terra è saltato, i montanari ormai ignorano il brutto. Piloni, immondizie, terrapieni, sbancamenti: tutto invisibile. Si cerca di riprodurre il parco-giochi, e così si svende il valore più grosso: l’incanto dei luoghi».
E intanto il conflitto tra ambiente e ski-business aumenta in modo drammatico. Servono piste sempre più lisce e veloci, così si lavora a colossali sbancamenti e si prosciugano interi fiumi per l’innevamento artificiale. E c’è di peggio: la monocultura dello sci finisce per "cannibalizzare" tutte le altre opzioni (albergo diffuso, mobilità alternativa ecc.) perché distrugge i luoghi. Vedi Recoaro, dove le gloriose terme sono in agonia, ma si finanzia un impianto a quota mille, dove nevica un anno su cinque.
Per addolcire gli ambientalisti si inventano termini nuovi, come "neve programmata" o "eco-neve", ma il risultato non cambia. Damiano Di Simine, leader lombardo di Legambiente: «In Valcamonica un contributo regionale di cinquanta milioni è stato utilizzato per costruire piste nel parco dell’Adamello, e il risultato lo si vede su Google-Maps. Squarci terrificanti». Stessa cosa sul Monte Canin nelle Giulie: cicatrici da paura.
Ruggisce Fausto De Stefani, scalatore dei quattordici Ottomila e leader carismatico di Mountain Wilderness: «Uno: tutti gli impianti sono in passivo. Due: il clima è cambiato. Tre: gli italiani sono più poveri. Basta o non basta a dire che un modello di sviluppo va ridisegnato? E invece no, siamo furbi noi italiani. Continuiamo a vivere come progresso un fallimento che ha i suoi monumenti arrugginiti in tutto il Paese».
A Novezzina sulle pendici del Baldo - il colosso inzuccherato tra Val d’Adige e Garda ? De Stefani indica i resti di un impianto per neve artificiale mai entrato in funzione. «È stato smantellato, ma la ferita è rimasta, sembra una lebbra. Roba che per rimarginarsi impiegherà secoli. Con i soldi di quell’impianto fallito si potevano ripristinare malghe, sentieri, terreni; si valorizzavano i prodotti locali. È o non è una truffa? Un’orda distrugge l’Italia e la gente tace, nessuno s’indigna. È questo che mi fa uscir di testa».
Postilla
Quello che Paolo Rumiz non ha qui avuto nemmeno il tempo di ricordare, ma solo di accennare quando parla di “cannibalizzazione” e modello di sviluppo, è quanto accade attorno a piste e impianti, per un raggio di chilometri, chilometri, chilometri …. Su queste pagine si è trattato con qualche particolare il “piccolo” caso di Piazzatorre, ma sono centinaia le località interessate da una logica sconsiderata e ricattatoria. Comuni sempre più poveri di risorse, che vedono assottigliarsi le possibilità di manovra, e d’altra parte sono letteralmente assediati da proposte più o meno identiche: il privato “salvatore della patria” di solito con un progetto “complesso”. Non c’è bisogno di sforzarsi molto per trovarne esempi eclatanti, come quello di Foppolo, proprio in una diramazione delle medesima Valle Brembana di Piazzatorre. I personaggi della tragedia sono sempre gli stessi, Comune, Montagne, Privato, e il copione è scritto dai programmi complessi, nel caso specifico quelli lombardi noti come PII. Tragicomico il tono dei cosiddetti documenti urbanistici, dove alla fine di una relazione dai toni accorati che denuncia il degrado del territorio determinato dalle seconde case, si propone …. UN NUOVO GRANDE NUCLEO DI SECONDE CASE, che in omaggio all’approccio internazionale mixed-use avrà anche un bel nucleo commercial-divertente, con annessa grande strada di alimentazione. Vedere per credere, nella purtroppo breve e schematica presentazione che allego, elaborata qualche settimana fa a solo scopo didattico (f.b.)
Un impianto capace di rigassificare 8 miliardi di metri cubi/anno di GNL (gas naturale liquefatto), pari a quasi il 10 per cento del consumo annuo italiano, utilizzando per il processo acqua di mare prelevata da una piccolissima baia quasi priva di ricambio idrico.
Proponente, la multinazionale spagnola Gas Natural, che ha individuato il sito di Trieste-Zaule, nel cuore del porto industriale (ma anche a poche centinaia di metri da quartieri densamente abitati) e all’interno della baia di Muggia, nell’estremo settentrionale dell’Adriatico.
Si prevedono un traffico di navi gasiere pari a 110 unità all’anno, lo scarico di circa 750 mila metri cubi/giorno di acqua fredda e trattata con cloro, un investimento di circa 400 milioni di Euro e un’occupazione diretta a regime di 80 persone, più circa 350 nell’indotto.
Questi i dati essenziali del progetto del terminale di rigassificazione per GNL che interessa il capoluogo giuliano, uno della quindicina di impianti analoghi proposti in Italia negli ultimi anni.
Con la differenza che questo, a differenza di altri, pare avviato ad ottenere il via libera per la costruzione. Nel giugno scorso, infatti, la Commissione VIA del ministero dell’ambiente ha espresso parere di compatibilità ambientale favorevole sul progetto.
I pareri sulla VIA.
Un parere francamente ignobile: leggendolo si scopre infatti che la Commissione – era quella nominata dall’allora ministro Pecoraro Scanio – ha preso per oro colato tutto ciò che Gas Natural (e la sua consulente per il VIA, la misteriosa società “Medea”, svizzero-lussemburghese ma formata da tecnici italiani ex ENEL e ENI) ha raccontato nei propri studi.
In compenso, la Commissione ministeriale ha omesso – violando così la legge - di considerare le obiezioni e le critiche approfondite ai medesimi studi, contenute nelle osservazioni presentate dalle associazioni ambientaliste e nei pareri di alcuni Comuni.
Bastino alcuni esempi, tra i tanti possibili: 1) nessuno degli elaborati di Gas Natural/Medea è firmato dagli estensori, né si può capire chi li abbia redatti (ancorché le norme sulla VIA prescrivano “dichiarazioni giurate” degli autori sulla veridicità dei dati contenuti); 2) gli studi sugli effetti della dispersione nella baia di Muggia dell’acqua di mare utilizzata nel processo di rigassificazione sono grossolanamente manipolati, allo scopo di negare l’esistenza di problemi (mentre invece questi scarichi rappresentano la criticità ambientale principale legata al funzionamento dell’impianto); 3) lo studio sull’”effetto domino”, cioè sui pericoli legati ad incidenti che interessino il terminale, le navi gasiere o gli altri impianti a rischio di incidente rilevante esistenti nell’intorno (ce n’è una mezza dozzina), esiste in due versioni diverse, una sola delle quali messa a disposizione del pubblico per la procedura VIA, e in ogni caso risulta assai sommario e reticente; 4) nessuno studio prende in considerazione i rischi legati a possibili atti terroristici.
Si aggiunga che al progetto del terminale GNL manca l’indispensabile gasdotto di collegamento con la rete SNAM. Logica e normativa vorrebbero che la VIA considerasse entrambe le infrastrutture (l’una non ha infatti senso alcuno in assenza dell’altra).
A dire il vero, le tante lacune e incongruenze degli studi di Gas Natural/Medea erano state rilevate anche nel parere che la Regione Friuli Venezia Giulia aveva espresso (1 giugno 2007) nell’ambito della procedura VIA ministeriale. Un parere gesuitico, però, perché non concludeva – come sarebbe stato logico attendersi – con un giudizio negativo sulla compatibilità ambientale del progetto (si era ormai a quasi un anno e mezzo dall’inizio della VIA e il proponente aveva presentato un corposissimo studio di impatto ambientale e altrettanto corpose integrazioni dello stesso, senza risolvere nessuno dei problemi evidenziati), bensì si scaricava la responsabilità sul ministero dell’ambiente, invitandolo a richiedere eventuali ulteriori integrazioni.
Il “non parere” regionale era però accompagnato da una delibera di indirizzo politico, favorevole “per ragioni socio-economiche” alla costruzione non solo del rigassificatore proposto da Gas Natural, ma anche dell’analogo impianto off shore proposto dalla concorrente Endesa e previsto nel mezzo del Golfo di Trieste.
Si arriva così, un anno dopo, al già citato parere della Commissione VIA ministeriale. Come sia possibile che tale organismo, di cui facevano parte esperti di indubbia preparazione e prestigio (ma anche una pletora di avvocati…), abbia potuto esprimere un atto del genere, rimane un mistero.
Risulta – lo ha scritto l’Espresso, mai smentito – che si sia attivato Zapatero in persona, per perorare la causa di Gas Natural. Fatto sta che - 26 favorevoli, 18 assenti e 14 astenuti (su 58 componenti) – la Commissione il 20 giugno 2008 ha emesso parere favorevole.
Nel frattempo, SNAM aveva presentato (marzo 2008) per la procedura VIA il progetto di un gasdotto – parte sottomarino, parte terrestre - tra il terminale GNL di Trieste-Zaule e la rete SNAM a Villesse. Le due procedure sono però del tutto distinte tra loro e gli studi presentati dalle due società non hanno alcun rapporto l’uno con l’altro. D’altronde, anche il progetto del gasdotto solleva molte perplessità ambientali, specie perché non è stato adeguatamente valutato il rischio legato alla posa della condotta all’interno della baia di Muggia, con il conseguente sollevamento di grandi quantità di fanghi estremamente inquinati e l’inevitabile contaminazione della catena alimentare.
In realtà, l’incompatibilità del progetto di Gas Natural con il sito di Trieste-Zaule pare abbastanza evidente ad un esame tecnico obiettivo, per ragioni ambientali e di sicurezza, ma la politica deve averci messo lo zampino.
Il nodo del paesaggio.
Dopo l’ok, ancorché sgangherato come si è detto, della Commissione VIA, manca soltanto il “concerto” tra i ministri dell’ambiente e dei beni culturali, per concludere la procedura.
Sennonché la Soprintendenza ai beni paesaggistici e architettonici del Friuli Venezia Giulia aveva già espresso – su richiesta del proprio ministero - fin dal 2005, ribadendolo poi altre tre volte, il proprio parere negativo sul progetto, dal punto di vista paesaggistico. Motivazione principale: non è lecito aggiungere degrado al degrado. Se infatti il contesto nel quale sorgerebbe il rigassificatore è quello tipico di una zona industriale, nel sito costiero previsto per il nuovo impianto si è progressivamente impiantata una vegetazione spontanea che ha mitigato alquanto la preesistente situazione di degrado. La costruzione delle opere previste dal progetto e in particolare i due enormi serbatoi di stoccaggio del gas (altri più di 50 metri e larghi 81 metri ciascuno), più il pontile di attracco delle navi gasiere e la prevista modifica della linea di costa, rappresenterebbero un indubbio peggioramento del paesaggio.
Difficile sembrava, quindi, la concertazione tra i due ministri, visto che il parere negativo della Soprintendenza era stato ribadito - per la quarta volta! – l’11 agosto 2008. Ecco allora che il Direttore generale del ministero per i beni culturali, arch. Prosperetti, prima chiede a Gas Natural uno “studio di inserimento paesaggistico” per il terminale di Trieste-Zaule e poi convoca a Roma il Soprintendente del Friuli Venezia Giulia, arch. Monti.
Quest’ultimo, il 4 dicembre scorso, esprime un nuovo parere “a seguito della richiesta della Direzione Generale … tesa a voler ottenere un parere positivo sul proposto rigassificatore a Zaule”. Non è certo la prima volta che i vertici ministeriali premono sui propri organi periferici per “persuaderli” a mutare opinione su un progetto. E’ però forse la prima volta che tali pressioni vengono apertamente dichiarate in un documento ufficiale da un Soprintendente.
Va detto che il parere favorevole è accompagnato da prescrizioni: parziale interramento dei serbatoi per diminuirne l’altezza a 15 – 20 metri al massimo e arretramento degli stessi per non interferire con la fascia alberata esistente; nessuna modifica della linea di costa attuale; arretramento delle opere a mare previste (pontile di attracco, ecc.). Si tratta di prescrizioni tali da comportare una sostanziale modifica del progetto, perché – ad esempio – il parziale interramento dei serbatoi implica lo scavo di decine di migliaia di metri cubi di terreno pesantemente inquinato, con la conseguente necessità di provvedere alla bonifica dello stesso, di reperire una discarica idonea in cui smaltire i residui tossici della bonifica, ecc.
Resta da vedere, naturalmente, se le prescrizioni dell’arch. Monti saranno recepite nel decreto che i ministri dell’ambiente e dei beni culturali dovranno “concertare” tra loro.
La pianificazione svilita.
L’intera vicenda del rigassificatore di Gas Natural chiama però in causa anche lo stato penoso della pianificazione, tanto quella urbanistica e paesaggistica, quanto quella di settore. Non esiste infatti, com’è noto, uno straccio di piano energetico nazionale (l’ultimo, peraltro mai approvato in via definitiva, risale al 1988…), che permetta di capire quanti terminali di rigassificazione sono necessari (e perchè) all’Italia, né quali siano i criteri per una localizzazione ottimale degli stessi. Criteri che dovrebbero ovviamente considerare sia la taglia degli impianti, sia le connessioni con la rete dei gasdotti e la prossimità ai bacini di utilizzo del gas, ma anche le tecnologie di rigassificazione preferibili, le condizioni al contorno dal punto di vista ambientale (caratteristiche paesaggistiche, fisiche e biologiche delle aree costiere e marine interessate, ecc.) e socio-economico (possibili interferenze con altri usi della costa e del mare, ecc.).
Nulla di tutto ciò esiste, e malgrado le tante chiacchiere in proposito nessuno dei Governi succedutisi nei decenni scorsi ha saputo neppure abbozzare un piano degno di questo nome.
Il piano energetico regionale del Friuli Venezia Giulia, approvato nella primavera del 2007, tace sull’argomento delle grandi infrastrutture, limitandosi ad un modesto programma di incentivazioni alle fonti rinnovabili.
Il nuovo Piano Territoriale Regionale (che dovrebbe sostituire l’ormai “archeologico” P.U.R.G. del 1978), invece, adottato nell’ottobre 2007 e che dovrebbe avere anche valenza di piano paesaggistico, menziona quasi di sfuggita i rigassificatori, prescrivendo che “devono essere localizzati negli ambiti portuali industriali individuati ai sensi della L. 84/94 e s.m.i.”. Il che è come dire nel sito di Trieste-Zaule, posto che altri siti capaci di accogliere navi gasiere – se non altro per questioni legate alla profondità dei fondali – in Friuli Venezia Giulia non ne esistono.
Peccato che le questioni ambientali e di sicurezza, emerse nella procedura VIA, rimangano irrisolte e che il PTR non ne faccia menzione alcuna.
Senonché, il PTR pur adottato non è stato approvato, né si sa se lo sarà mai, essendo nel frattempo cambiata la Giunta regionale dopo le elezioni dell’aprile 2008 che hanno visto la sconfitta di Riccardo Illy e del centro-sinistra e la vittoria del centro-destra di Renzo Tondo.
Ma c’è di peggio. Il vigente Piano Regolatore del Porto di Trieste, infatti, non prevede il terminale GNL. Che ti fa l’Autorità portuale? Commissiona prontamente una variante ad hoc per inserire l’impianto nel PRP: a chi va l’incarico? Proprio a Gas Natural, che infatti nel dicembre 2006 inserisce gli elaborati di questa variante nelle integrazioni del proprio studio di impatto ambientale! Caso forse unico di variante allo strumento urbanistico di un ente pubblico, commissionata dallo stesso ente alla società privata che propone un progetto ancora sub judice, non previsto dallo strumento urbanistico vigente.
Di fronte alle contestazioni il presidente dell’Autorità portuale, dott. Boniciolli, replica che non gli risulta alcun incarico a Gas Natural per la predisposizione della variante, ma i documenti dicono che l’incarico c’è stato (magari dato da qualche suo predecessore), anche se la variante stessa non è mai stata adottata. Va però detto che, in base alla Legge 222/2007 (art. 46), l’autorizzazione ministeriale alla costruzione del rigassificatore – un atto che va rilasciato a valle della VIA, previa conferenza dei servizi - costituisce anche variante automatica allo strumento urbanistico portuale.
E ora?
Il mondo politico, nazionale e locale, aveva già deciso a priori – a cor prima che fosse presentato -che il progetto di Gas Natural s’ha da fare. La posizione della Giunta regionale di centro sinistra è del resto condivisa dalla nuova Giunta di centro destra. DS e AN, in particolare, sono sempre stati sfegatati sostenitori dell’impianto fin dal primo minuto, mentre qualche resistenza – invero debole – è emersa soltanto da qualche altro partner delle due coalizioni.
Intanto, però, l’uomo forte di AN a Trieste, l’on. Menia, è diventato sottosegretario all’ambiente…
Favorevoli, ça va sans dire, anche sindacati e industriali, così come il sindaco di Trieste, Dipiazza (PDL), mentre confermano il loro no – con voto unanime dei rispettivi Consigli comunali - i due Comuni minori coinvolti, Muggia e S. Dorligo-Dolina, entrambi retti dal centro sinistra.
Anche il Governo sloveno (quello uscito sconfitto dalla recenti elezioni) aveva espresso un parere nettamente contrario, supportato da un’approfondita analisi tecnico-scientifica. Resta da vedere se anche il nuovo Governo di centro sinistra confermerà questa posizione.
In un incontro a Roma con il precedente collega sloveno, il ministro degli esteri Frattini aveva assicurato che l’Italia non avrebbe deciso nulla contro il parere di Lubiana. Era anche stata decisa la costituzione di una commissione mista di esperti, con il compito di approfondire (in un mese) le questioni tecniche legate agli impatti ambientali del progetto di Gas Natural: non se n’è più saputo nulla. Nel contempo, però, il Governo italiano ha ribadito più volte l’intenzione di arrivare ad un accordo “strategico” con la Slovenia in campo energetico, che comprenda il rigassificatore, insieme con i progetti dei nuovi oleodotti e gasdotti previsti in arrivo in Italia dal Mar Nero e dal Caucaso, nonché per la partecipazione al raddoppio della centrale nucleare slovena di Krško (che interessa molto all’ENEL). Profferte che già D’Alema aveva fatto in occasione della visita di Stato a Lubiana agli inizi del 2007.
Intanto associazioni ambientaliste (WWF, Legambiente, Italia Nostra) e comitati locali – constatata l’inutilità dei rilievi e degli appelli formulati tramite i consueti canali istituzionali (osservazioni nell’ambito della VIA, ecc.) – hanno segnalato alla Procura della Repubblica di Trieste i tanti abusi e le illegittimità collezionati nel lungo iter del progetto.
Altre azioni legali sono ovviamente probabili, qualora si arrivasse comunque – malgrado tutto – ad un decreto VIA favorevole “concertato” tra i ministri competenti.
La morale della favola.
Insomma, questa deprimente vicenda vede una pianificazione ridotta – quando c’è – a foglia di fico utile soltanto per coprire le peggiori vergogne, procedure (come la VIA) pensate per la garantire la qualità delle scelte ambientali valorizzando l’apporto critico e conoscitivo della società civile e delle comunità locali, e tuttavia svilite e negate nella loro essenza proprio da coloro che dovrebbero esserne i custodi, organi (come la Soprintendenza) preposti alla tutela di beni pubblici, ma “richiamati all’ordine” dai superiori gerarchici quando interpretano con troppo scrupolo il proprio ruolo, una politica invasiva che non tollera alcuno spazio di autonomia per le competenze tecnico-scientifiche e completamente asservita agli interessi economici (ma anche organi tecnici infarciti di yesmen privi di dignità).
Ai cittadini rimane da giocare la carta del ricorso agli organi giurisdizionali, prima di concludere che l’Italia è ridotta definitivamente al rango di una repubblica delle banane.
Dario Predonzan è Responsabile energia e territorio del WWF Friuli Venezia Giulia
abbondante documentazione sull’argomento nel sito www.wwf.it/friuliveneziagiulia, in particolare nella sezione “documenti”, sottosezione “energia”
L’Italia è un paese meraviglioso. Ricco di storia, arte, cultura, gusto, paesaggio.
Ma ha una malattia molto grave: il consumo di territorio.
Un cancro che avanza ogni giorno, al ritmo di quasi 250 mila ettari all’anno.
Dal 1950 ad oggi, un’area grande quanto tutto il nord Italia è stata seppellita sotto il cemento.
Il limite di non ritorno, superato il quale l’ecosistema Italia non è più in grado di autoriprodursi è sempre più vicino. Ma nessuno se ne cura.
Fertili pianure agricole, romantiche coste marine, affascinanti pendenze montane e armoniose curve collinari, sono quotidianamente sottoposte alla minaccia, all’attacco e all’invasione di betoniere, trivelle, ruspe e mostri di asfalto.
Non vi è angolo d’Italia in cui non vi sia almeno un progetto a base di gettate di cemento: piani urbanistici e speculazioni edilizie, residenziali e industriali; insediamenti commerciali e logistici; grandi opere autostradali e ferroviarie; porti e aeroporti, turistici, civili e militari.
Non si può andare avanti così! La natura, la terra, l’acqua non sono risorse infinite.
Il paese è al dissesto idrogeologico, il patrimonio paesaggistico e artistico rischia di essere irreversibilmente compromesso, l’agricoltura scivola verso un impoverimento senza ritorno, le identità culturali e le peculiarità di ciascun territorio e di ogni città, sembrano destinate a confluire in un unico, uniforme e grigio contenitore indistinto.
La Terra d’Italia che ci accingiamo a consegnare alle prossime generazioni è malata. Curiamola!
Campagna promossa da:
AltritAsti, Gruppo P.E.A.C.E. Pace, Economie Alternative, Consumi Etici - http://www.altritasti.it;
AltrItalialtroMondo, il blog del sindaco di Cassinetta di Lugagnano – http://domenicofiniguerra.wordpress.com;
Cibernetica Sociale Italia, http://www.ciberneticasociale.org;
eddyburg. Urbanistica, politica, società - http://eddyburg.it;
Movimento per la Decrescita Felice - http://www.decrescitafelice.it
Per aderire inviare una e-mail qui:
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Scaricate qui sotto il manifesto con l’elenco delle prime firme
Con cosa possiamo impastare il pane di domani? Quali ingredienti ci lasciano e quali ci consigliano gli eventi dell’anno che si conclude? C’è un lievito cui possiamo affidarci per il cibo solido che nutrirà i giorni dell’anno che viene? Sono domande spontanee a ogni volgere di calendario, ma forse ancor più cogenti al termine di un anno che pare identificarsi con il termine crisi, non solo in campo economico. Per il nostro impasto potremmo cominciare da un sano ripensamento sugli errori commessi.
Bush ha ammesso che la guerra in Iraq è stata un errore: del resto non è quello che si dice dopo ogni guerra? La si intraprende sempre facendola apparire come il male minore, il ristabilimento di un diritto infranto, la via per giungere a un nuovo equilibrio più giusto. Poi, una volta avviata, è la logica stessa della guerra a prevalere su ogni altra logica.
Il diritto, la giustizia, la solidarietà, la libertà, tutto viene messo tra parentesi, soffocato in attesa della fine delle ostilità. Ma dalle macerie fumanti sale solo nuovo odio, nuova violenza, nuovi pretesti per ricominciare un’altra guerra, anch’essa «giusta», naturalmente. Ora, tra i potenti che hanno dato fuoco alla polveriera in Iraq vi è chi ha chiesto scusa, chi ha affermato di essere stato ingannato, eppure nessuno di quanti nel nostro paese avevano sostenuto a spada tratta la giustezza di quell’errore si è sentito in dovere di riconoscerlo come tale. Senza riconoscimento degli errori come possiamo pensare che il futuro non ce ne riservi di analoghi e di più gravi?
Anche in campo economico non emerge con chiarezza un riconoscimento degli errori: sembra anzi che si preferisca rincarare la dose di anfetamine invece di trarre lezione dall’abuso di mercato senza regole. Invitare al consumo anche se non se ne hanno i mezzi né tanto meno la necessità, spingere verso un tenore di vita costantemente superiore alle proprie possibilità, oltre a condurre verso un precipizio ancor più profondo, cancella ogni senso del limite, eccita e inebria con il mito della crescita inarrestabile infinita, come fosse un diritto acquisito. Non è solo questione di ritrovare una certa sobrietà nel vivere e una maggiore solidarietà nel condividere bensì, a un livello ancor più radicale, di aderire alla realtà, di prendere coscienza che noi stessi, la nostra terra, abbiamo dei limiti: il tenerne conto non significa tarparci le ali ma, al contrario, irrobustirci per affrontare le sfide che il futuro ci riserva.
Ecco allora un ingrediente fondamentale per il pane quotidiano di domani: ridestare nella società, a cominciare dai giovani, la cultura dei valori. Anche qui dobbiamo interrogarci su cosa siamo stati e siamo capaci di trasmettere, quali modelli culturali veicoliamo con i nostri comportamenti e le nostre scelte, quali miti dominanti, quali aspirazioni sollecitiamo nelle nuove generazioni. A cosa aneliamo, in cosa crediamo, c’è qualcosa per cui vale la pena spendere ed eventualmente dare la vita? Se non siamo capaci di narrarlo con le nostre vite, se lasciamo che sia percepito come «reale» quanto di più artificiale si può creare nei «laboratori» di ogni tipo, non possiamo poi stupirci se la «connessione» sociale si rivela fragile quanto un segnale digitale. Ripartire da alcuni principi fondamentali che le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo trasmetterci - anche grazie alla loro capacità di ripensare agli orrori di due guerre mondiali - è condizione indispensabile per ridare futuro al nostro presente. La Carta universale dei Diritti dell’uomo, i principi fondamentali della nostra Costituzione, le regole basilari della convivenza civile devono diventare elementi «vitali» delle nostre società: elementi cioè capaci di ridare vita perché vissuti nel quotidiano.
Sì, occorre una grande consapevolezza degli errori commessi, ma anche delle enormi potenzialità nascoste nel cuore e nell’agire di ciascuno. Occorre per domani il lievito della fiducia nell’umanità: credere nell’uomo, nella sua grandezza, credere che possiamo umanizzare e rendere migliore la nostra convivenza, se solo accettiamo di guardare oltre il nostro interesse immediato, di tendere lo sguardo verso un orizzonte comune, verso una speranza che è tale solo se giunge a essere condivisa. Il pane di domani sarà allora ancor più gustoso perché intriso del sapore di ieri.
Ora è più chiaro, anche se c’erano pochi dubbi. Le brutte storie che tempestano i governi locali c’entrano molto con il governo del territorio, giacimento d’interessi grandi. Dietro ogni brutta storia si nasconde un guasto ai luoghi, una catena di alterazioni ai paesaggi, botte ai beni culturali. Se si tratta di reati si vedrà. Intanto i casi controversi si ampliano costantemente, come si è visto in questo scorcio del 2008, ma in modo occasionale e convulso si propongono all’opinione pubblica. Sono trattati dagli organi d’informazione a traino di una indagine giudiziaria, sull’onda curiosa di confuse intercettazioni, ma senza curarsi di spiegare il quadro, salvo lamentare genericamente la bruttezza delle città costruite in questi decenni. C’è grande attenzione alle decisioni che riguardano economia, sanità, giustizia, dalle quali certamente dipendiamo. Eppure sono scelte reversibili (lasciando strascichi serissimi, si capisce, e numerose vittime). Ma le scelte sbagliate che si riflettono nella forma del territorio, occorre riconoscerlo, sono più resistenti e direi irrimediabili.
La domanda che occorre riproporre, nello sfondo di fatti recenti, come quelli di Napoli, Firenze, ecc., è se nelle scelte i governi locali, anche quelli di sinistra, siano stati attenti a non cedere, oltre la soglia raccomandabile, agli interessi di pochi nel nome della modernizzazione. La risposta è agevole. Anche perché l’impressione è che nel frattempo le cose siano peggiorate proprio in linea con l’idea di mediare al ribasso su tutto. Che a qualche buon principio nei programma corrisponda la spregiudicatezza dell’ azione locale faidate è ormai evidente. Altrimenti non ti spieghi il discredito dei partiti. E rieccoci a discutere della superiorità morale della sinistra. Sempre meno sicuri, questa è una novità, che da destra non ci possa essere prima o poi un’attenzione inedita su questi temi. Non mi sorprenderei se accadesse.
Stare a sinistra ha significato per molti di noi la scelta di sostenere un progetto a vantaggio dei gruppi sociali più sfortunati a vivere meglio. E non per garantire l’interesse di pochi. Nell’epoca del craxismo si chiese che i vincoli morali fossero recisi di netto per andare spediti verso la liberta e la ricchezza, con spregiudicatezza e cinismo a volta riconoscibili negli atti amministrativi (quelli urbanistici si prestano assai). Ora si capisce quanto quel messaggio sia penetrato, fino ad incrinare la diversità di sinistra, nonostante Berlinguer e il suo richiamo all’austerità (non caso tempestivamente associato all’urbanistica nel titolo di un libro). Che quel messaggio sia sembrato troppo di sinistra soprattutto a sinistra?
Anche l'immagine è tratta dal giornale online il manifesto sardo, di cui consigliamo la lettura
Dalle intercettazioni telefoniche dell'inchiesta emerge anche il ruolo positivo dei «resistenti», consiglieri e dirigenti comunali, considerati dall'immobiliarista arrestato un ostacolo al raggiungimento dei propri obiettivi. Tra questi figura il consigliere del Pd Vincenzo Russo definito dall'ex assessore Di Mezza «un pazzo, inavvicinabile». Si è difeso per cinque ore dalle accuse l'imprenditore Alfredo Romeo, arrestato mercoledì scorso nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti di Comune e Provincia di Napoli: «Non esiste alcun sistema Romeo, con gli assessori avevo solo rapporti istituzionali ».
Roberto Giannì, Enzo Russo e Sandro Fucito. Li definivano «matti, inaffidabili, rompiscatole» - Ad opporsi al presunto disegno criminale di Romeo ci furono alcuni consiglieri e tecnici del Comune di Napoli
NAPOLI — «Secondo me stiamo facendo tutto con prudenza. Poi se il segretario generale rompe il cazzo là, lo devi bloccare tu». A parlare è Alfredo Romeo, l'immobiliarista arrestato nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per il Comune e la Provincia di Napoli. Il suo interlocutore telefonico è l'(ormai ex) assessore al Patrimonio e manutenzione immobili Ferdinando Di Mezza, finito agli arresti domiciliari. Destinatario dell'invettiva, invece, probabilmente l'ex segretario generale del Comune Angelo Parla, ora in pensione, o forse il suo vice Vincenzo Mossetti, che ha sempre avuto un ruolo di primo piano all'interno della Segreteria generale. Comunque, una persona che dava fastidio.
Nella Napoli dove ci si ci vende per un piatto di lenticchie, dove per far chiudere un occhio o magari tutti e due a chi avrebbe il dovere di tenerli aperti può bastare una trasferta gratis ad una manifestazione all'estero, è bello apprendere che c'è anche chi dice no.
Dileggiati
Soprattutto, che c'è già stato chi non si è mostrato disponibile, compiacente, premuroso, addirittura prono di fronte alla sfacciata insistenza di Romeo. Anche i nomi dei "resistenti", di chi magari ha semplicemente compiuto il proprio dovere, di chi ha agito secondo coscienza sono rigorosamente annotati nelle seicento pagine dell'ordinanza che ha comminato le misure cautelari e che, al di là delle conseguenze giuridiche, offre uno spaccato non certo lusinghiero dei rapporti tra il palazzo (politici e tecnici) e il potentissimo imprenditore. Questi esempi positivi, per scelta etica ma spesso anche per caso, sono citati dallo stesso Romeo e dai suoi interlocutori telefonici, definiti con epiteti dispregiativi, considerati «pazzi» o «rompiscatole », proprio perché sollevavano obiezioni, ponevano questioni, pensavano, in altre parole perché erano fuori dal controllo della presunta associazione a delinquere. Un altro esempio è rappresentato dal consigliere comunale Vincenzo Russo del Pd, che viene tirato in ballo durante un'altra telefonata del 19 marzo 2007 tra l'immobiliarista e Di Mezza. Era la vigilia di una seduta della commissione che avrebbe dovuto esprimersi sul Global service. Di Mezza relaziona a Romeo sui componenti dell'organismo. «I nostri (della Margherita, ndr) — dice — è un guaio, perché ci sta Vincenzo Russo (...), eh ma Russo è proprio pazzo, è inavvicinabile».
Durante l'iter per la definizione dell'appalto per la concentrazione della gestione della manutenzione e refezione scolastica, sponsorizzato dall'allora assessore comunale Giuseppe Gambale, il gip evidenzia il tentativo «di sostenere una prevalenza funzionale dei servizi (manutenzione scolastica) rispetto alle forniture (distribuzione del cibo nelle scuole cittadine) benché nella specie l'importo da destinare alla manutenzione degli edifici scolastici fosse pari a 6 milioni di euro mentre quello da destinare ai pasti ammontasse invece a ben 20 milioni di euro».
Il rifondarolo
Ebbene questo disegno aveva degli oppositori. Tra questi «Alessandro Fucito, assessore comunale di Napoli (di Rifondazione comunista, ndr) che non mancava di denunciare anche pubblicamente, con inequivoche interviste rilasciate ad organi di stampa locali, il progetto dell'assessore Gambale».
Tanti dubbi
Ma è lo stesso Fucito a raccontare il perché della sua contrarietà all'accentramento in un unico soggetto della manutenzione scolastica e della fornitura di cibo alle scuole. «Quel progetto — chiarisce il consigliere in una dichiarazione resa ai pm — destava le mie perplessità anche per un'altra ragione: si assumeva la prevalenza dei servizi rispetto alle forniture, nonostante che l'importo da destinare alla manutenzione fosse di gran lunga inferiore rispetto alla fornitura dei pasti. Ed inoltre trovavo anomalo che a decidere non fossero i consigli municipa-li, a mio parere gli unici organi competenti. Infatti, non erano sufficienti, ritengo, i pareri favorevoli dei presidenti delle municipalità espressi con la sottoscrizione di quel protocollo. Infine ritenevo che la ditta aggiundicataria non sarebbe stata in condizione di fornire pasti di qualità adeguata, in considerazione dell'elevata qualità da fornire».
Dirigente onesto
Un altro osso duro si è rivelato il dirigente del dipartimento di pianificazione urbanistica del Comune di Napoli Roberto Giannì, il cui nome ricorre spesso nelle intercettazioni e nelle parole del gip. In particolare, Romeo manifesta senza mezzi termini, e in più riprese, il suo fastidio per l'atteggiamento del dirigente a Roberto Mostacci, consulente dell'Anci al quale «sarebbe stato affidato l'incarico da parte del Comune di redigere un documento per la gestione e il recupero degli edifici pubblici a scopo residenziale, di proprietà comunale». Un primo riferimento risale al 19 aprile. «Secondo me — si sfoga Romeo — abbiamo fatto una cazzata, per accontentare quel coglione di Giannì abbiamo inserito questa cosa senza dare evidenza, ma praticamente è caduto il movente principale dell'intera operazione». Cinque giorni dopo un'altra sparata, sempre con Mostacci. «Ma io,— tuona l'immobiliarista — mi sono rotto il cazzo , provvedere di pensare, è che tutto sia subordinato a Giannì. Ma facesse quello che cazzo vuole lui, io non ci sto, se non ci devo stare non ci devo stare, non ci sto».
Zona grigia
Ma in alcuni casi l'attività di resistenza si rivela solo strumentale. Lo si deduce da altre intercettazioni che spingono il giudice a conclusioni sconfortanti. «Di qui — si legge — l'ennesima amara conferma sulle modalità di gestione della cosa pubblica: l'opposizione politica ad un progetto lungi dall'essere sussumibile nella fisiologica dialettica delle parti, ad altro non mira che al perseguimento di utilità o profitti per la parte rappresentata e viene tacitata attraverso la promessa di soddisfare quella determinata esigenza». Siamo, in questo caso, in una zona grigia, in una sorta di terra di mezzo, dove l'etica lascia puntualmente il posto alla convenienza, dove la prospettiva di poter vantare un credito diventa l'argomento più convincente in grado di neutralizzare anche l'ultimo sussulto della coscienza.
In bicicletta Roberto Giannì, direttore del dipartimento di Pianificazione urbanistica del Comune di Napoli
Uno dei siti più frequentati tra quelli classificati come «culturali» è www.eddyburg.it, tra i primi cinque nella graduatoria redatta dal servizio Internet ShinyStat. Sorprendente il numero di contatti (anche mille al giorno), visto che il sito è decisamente specialistico. E' rivolto infatti a chi si occupa di politiche del territorio. I più assidui frequentatori sono certamente «urbanisti democratici», delusi però da come i partiti della sinistra hanno trattato in questi anni la questione ambientale. Il sito è curato da un piccolo staff coordinato da Eduardo Salzano che lo ha fondato alcuni anni fa per dare conto delle sue riflessioni e che via via si è arricchito del contributo di visitatori «regolari» e lettori «saltuari».
Salzano è un intellettuale molto noto specie tra gli urbanisti: docente allo Iuav, autore di esemplari strumenti di pianificazione, saggista, presidente dell'Istituto nazionale di urbanistica (da cui è preso le distanze in polemica sulla linea dell'Istituto ).
Eddyburg è uno strumento agile, quotidianamente e puntigliosamente aggiornato, senza mai cadere nelle trappole della supponenza e della noia. L'idea è che Eddyburg conosca (e assecondi) l'inclinazione dei suoi lettori a trovare, oltre le strettoie delle discipline della progettazione urbanistica e territoriale, spiegazioni e risposte al degrado dei luoghi a cui ha in buona parte contribuito una malintesa idea di sviluppo urbanistico e economico. L'obiettivo dichiarato del sito è dunque di offrire analisi e informazioni utili per la tutela dei beni comuni.
Ma la «redazione» del sito non nasconde di ampliare l'orizzonte del suo intervento, affrontando anche il nodo di come è organizzato lo spazio metropolitano, un argomento centrale nelle discussioni passate degli urbanisti e poi, pian piano, rimosso dalla discussione pubblica.
Il lavoro di Salzano ha contribuito a segnalare e a rafforzare alcune battaglie sui temi ambientali di primo piano (ponte sullo stretto di Messina , Mose a Venezia, coste sarde, autostrade padane ecc.), sempre in evidenza con informazioni tecniche che non eccedono nella pedanteria. Il proposito di potenziare il giornale, deciso anche sulla scorta del successo di pubblico, è una buona notizia: servirà non poco nei prossimi tempi per contraddire e contenere le pratiche di governo del territorio delle destre.
Eccolo il candidato presidente della Sardegna: si chiama Ugo Cappellacci. Quarantotto anni, è nato sotto il segno del Biscione.
«Sagittario, precisiamo».
Ugo è figlio di Giuseppe Cappellacci, commercialista molto noto a Cagliari, curatore dei tributi e delle sette ville berlusconiane sull´isola. Ugo ha ricevuto in dote dal papà lo studio commerciale e l´amicizia di Silvio.
«Mi ero appena diplomato al liceo e già varcavo il cancello di Arcore. Ho una frequentazione antica col presidente al quale sono legato da affetto autentico».
Il presidente l´ha incoronata: dunque sfiderà Soru.
«Cinque mesi fa era una prospettiva fuori dalla mia portata».
Cappellacci, un bel cognome sardo.
«Sardi da almeno tre generazioni, glielo assicuro».
Trasparente e volitivo.
«Lo dicono in tanti».
L´ha detto Berlusconi.
«Ah! Ehm, ritengo di essere soprattutto affidabile».
Senza i grilli di Floris per la testa (sindaco di Cagliari e mancato candidato ndr).
«Con Floris abbiamo appena tenuto una bellissima conferenza stampa. Grande comunione d´intenti, e se ci sono stati attriti già sono alle nostre spalle».
Dottor Cappellacci: si rende conto di essere un fior di raccomandato?
«Mi sta dicendo che sono figlio di papà?»
Esattamente.
«Ho goduto delle relazioni di mio padre, non sarei sincero se lo negassi. Penso comunque di aver dato prova delle mie capacità, della voglia di innovare, di costruire qualcosa per la mia Isola, dell´onestà».
Assessore per cinque mesi in Regione, poi trasferito di peso al comune di Cagliari. Quindi nominato coordinatore di Forza Italia.
«L´impegno, la dedizione, la profonda fede nella cultura dell´innovazione».
Parla già da sperimentato uomo politico.
«Alcune paroline tendono a scapparmi di bocca».
Vorrebbe aprire un tavolo, per esempio.
«Aprire il tavolo: adesso che mi ci fa pensare, credo di averlo detto anch´io».
È impossibile aprire un tavolo, vero?
«La politica consegna un vocabolario diverso. Io provengo dalla società civile e là vorrei ritornare».
Ma ha fatto di tutto per lasciarla.
«In cinque anni mi è cambiata la vita».
Quanta carriera!
«Non lo nego. E tante altre cose vorrei ancora fare».
Ha meno di due mesi di tempo per farsi conoscere dai sardi.
«Sarà un´impresa dura».
Berlusconi dovrà accompagnarla mano nella mano.
«Stasera vado da lui e parliamo di queste cose».
Speriamo che trovi il tempo.
«Sarebbe un guaio altrimenti».
Vedrà, sarà bellissimo: ad ogni angolo di strada le adagerà lo spadone della libertà sulla spalla.
«Tutto il movimento ha investito tanto su questa candidatura».
Anche soldi.
«Penso di sì».
Servirà pure un suo assegnino, un gesto personale gradito.
«Non mi tirerò indietro».
Ci mancherebbe.
«Ci mancherebbe».
In effetti ha promesso di dare fondo a tutte le sue risorse.
«Fisiche. Ho famiglia anch´io!».
Un appunto, se mi è permesso.
«Prego».
Va in giro troppo spesso senza cravatta. Lei sa che a Berlusconi?
«?ma la cravatta è la compagna della mia vita. Blu, camicia bianca (o anche celestina) e un bel completo blu a dare forma e tono. Solo che a volte stufa».
È pure pelato.
«Avevo un bel caschetto biondo. Purtroppo è andato via».
Peccato.
«Peccato, sì».
Lui, comunque, fa miracoli.
«Sto per andare proprio da lui».
«TUTTO ciò che è improvviso è male, il bene arriva piano piano». Così pensava nella sua saggezza Mendel Singer, l’impareggiabile "Giobbe" di Joseph Roth. Magari ne serbassero memoria gli israeliani, esasperati da un assedio senza fine ma tuttora accecati dal mito della guerra-lampo risolutiva che nel 1967 parve durare sei giorni appena e invece li trascina, dopo oltre 41 anni, a illudersi nuovamente: bang, un colpo improvviso bene assestato, e pazienza se il mondo disapprova, l’importante è che il nemico torni a piegare le ginocchia.
Solo che al posto dei fanti straccioni del panarabista Nasser ora c’è l’islamismo di Hamas e Hezbollah. Al posto del generale Dayan e del capo di stato maggiore Rabin, c’è il ministro Barak, pluridecorato ma già politicamente logoro. E alla guida provvisoria del governo c’è un dimezzato Olmert che non crede fino in fondo in quel che fa, dopo aver condiviso negli ultimi anni l’autocritica strategica di Sharon.
Il bene arriva piano piano. Tutto ciò che è improvviso è male. Non sono massime buone solo per deboli ebrei diasporici come quel Giobbe di un’Europa che non c’è più. È la sapienza antica d’Israele che ci ammonisce ? da Davide e Golia in poi ? come la superiorità militare non basti a dare sicurezza. Perché la forza non è tutto, anzi, può trascinare alla sconfitta le buone ragioni.
Tre minuti di bombardamento micidiale preparati da mesi di lavoro d’intelligence possono schiacciare l’apparato visibile di Hamas ma non disinnescano il suo potenziale offensivo clandestino. Così i minuti si prolungano in giorni, mesi, anni. Seminando un odio tale da rendere sempre meno probabile che tra i palestinesi recuperi legittimità la componente moderata dell’Anp, destinata a soccombere dopo Gaza anche in Cisgiordania.
Il risultato sarà un Israele che riesce a mettersi dalla parte del torto e del disonore pur avendo ragione nel denunciare la sofferenza delle sue contrade meridionali bombardate e, di più, la ferocia del regime imposto dagli sceicchi fondamentalisti alla popolazione di Gaza che tengono in ostaggio con la scusa di proteggerla. La competizione elettorale israeliana del prossimo 10 febbraio non offrirà più l’alternativa del 2005: di qua la coalizione che prospettava la pace in cambio di sacrifici territoriali, di là l’oltranzismo di chi considera gli arabi capaci d’intendere solo le bastonate. Ora tutti i contendenti gareggiano nel mostrarsi inflessibili, a costo di sacrificare le trattative con l’Anp e la Siria. L’opinione pubblica si rassegna all’inevitabilità della guerra, ma non per questo ritrova fiducia e combattività. All’indomani dell’attacco riaffiorano le divisioni. Gli stessi celebri scrittori, rappresentativi di un’intellighenzia minoritaria, dapprima hanno confidato che la rappresaglia di Tsahal rimanesse limitata, ma ora già chiedono un cessate il fuoco. Sono i primi ad avvertire, nel loro profetico distacco dalla politica, come il disonore possa trascendere nella perdizione d’Israele. Esprimono il malessere di una comunità frantumata cui riesce sempre più difficile riconoscersi in una cultura nazionale unitaria.
L’affievolirsi della solidarietà esterna costringe Israele a guardarsi dentro, sottoponendo a autoanalisi pure le sofferenze indicibili, come il trauma della generazione ebraica sterminata. Si misurano i danni dell’ultimo lascito velenoso di Hitler, cioè il transfert nelle generazioni successive dei "sopravvissuti per procura". È il richiamo terribile con cui scuote Israele l’ex presidente del suo parlamento, Avraham Burg: non hai un futuro di nazione come "portavoce dei morti della Shoah"; noi dobbiamo diventare altro che un’insana, dubbia rappresentanza delle vittime. Il nostro futuro pensabile è di compenetrazione con l’Oriente nel quale di nuovo gli ebrei provenienti da regioni lontane si sono fra loro mescolati; è di relazione con le altre vittime di questa terra.
Perfino l’unico obiettivo politico realistico - due popoli, due Stati - come notava ieri Bernardo Valli, viene rimesso in discussione da un orizzonte storico in cui si registra il declino parallelo dei due nazionalismi (sionismo e panarabismo) in lotta da un secolo. Quanto al rimpianto per le innumerevoli occasioni perdute, la guerra lo confina in un ambito letterario e cinematografico. Si legga il bel romanzo dell’ebreo irakeno Eli Amir, immigrato in Israele nel 1951, Jasmine (Einaudi). Racconta l’incapacità di trarre frutto dalla consuetudine con gli arabi degli ebrei orientali, che pure sarebbe stata preziosa quando si cercava una soluzione per i territori occupati nella guerra-lampo. Invano zio Khezkel, reduce da una lunga detenzione per sionismo nelle prigioni di Bagdad, liberato dopo la vittoria del 1967, cerca di convincere una platea laburista di Gerusalemme: "Noi dobbiamo prestare ascolto al loro dolore, non ignorare la Nabka, la loro tragedia, ricordare che anche loro hanno una dignità. Dobbiamo ricordare che il debole odia il forte e chi oggi è sull’altare domani potrebbe ritrovarsi nella polvere". La leadership ashkenazita non poteva intendere l’appello di zio Khezkel, i giovani gli danno del codardo.
Mi ha fatto impressione domenica sera vedere al telegiornale il migliaio di musulmani convenuti di fronte al Duomo di Milano per pregare Allah dopo il bombardamento di Gaza. Ho ricordato la notte del 1982 in cui, per protestare contro la strage di Sabra e Chatila, ci ritrovammo in quella piazza arabi ed ebrei insieme, laicamente, non certo a genufletterci verso la Mecca. Oggi pare impossibile, costretti ad appartenenze irriducibili da un fondamentalismo che inferocisce la guerra nei suoi connotati religiosi. Hamas all’epoca non esisteva. Nasceva in Israele il movimento "Pace adesso" che avrebbe spinto al dialogo con i palestinesi. La rivoluzione iraniana degli ayatollah, nei suoi primi tre anni di vita, non era ancora riuscita a contagiare d’odio (suicida) l’islam globale.
Oggi viviamo il pericolo di un conflitto che si estende e si assolutizza dall’una all’altra sponda del Mediterraneo, bersagliando Israele come tumore da estirpare. Distruggere Hamas, cioè l’islam fondamentalista penetrato fino a immedesimarsi nella causa nazionale palestinese, appare obiettivo difficilissimo da conseguire. Dubito che il governo di Gerusalemme, dichiarandolo, creda davvero che sia questa, chissà perché, la volta buona. Il rischio, al contrario, è che si consegni all’obbligo di combattere una guerra senza fine.
Solo qualche settimana fa Ehud Olmert , un leader che non ha più niente da perdere e quindi s’è preso la libertà di dire le verità scomode, raccomandava ben altro futuro agli israeliani. Dobbiamo ripensare ciò in cui abbiamo creduto per una vita, anche se è doloroso. Rinunce territoriali, un lembo di Gerusalemme capitale palestinese. Olmert ha usato perfino una parola terribile, "pogrom", per sanzionare le violenze messe in atto dai coloni contro i palestinesi di Hebron. Era prossimo a raggiungere un accordo con la Siria quando Hamas, rompendo la tregua e scatenando l’offensiva missilistica, ha trascinato l’establishment israeliano nella coazione a ripetere di questa guerra dei cent’anni.
Spero di sbagliarmi, ma temo che i più entusiasti sostenitori dell’operazione "Piombo Fuso" saranno i primi a squagliarsi, quando si avvicineranno le ore fatali d’Israele.
Caro Giorgetti,
come sai ho avuto modo, conoscendoti, di considerarti persona valida, dotata di grande intelligenza.
Non nascondo quindi il mio stupore nel leggere ancora oggi, 28 dicembre, su “La Prealpina”, la tua determinazione nel difendere l’aeroporto di Malpensa che vorresti sempre più grande e sempre in crescita.
Ben saprai che, nel 1982, sul secondo numero di “Lombardia autonomista”, foglio della Lega Autonomista Lombarda (L.A.L., così si chiamava allora l’attuale Lega Nord), apparve un articolo in cui il capo leghista (Umberto Bossi) si scagliava contro l’ampliamento dell’aeroporto di Malpensa “ deciso dalla Regione Lombardia”:
“E’ un affare colossale che rischia di far precipitare la vivibilità della zona. A chi non interessa la qualità della vita del cittadino? La salvaguardia dell’ambiente? Il bene sociale? Non interessano a quei partiti che sanno che con Malpensa gonfieranno le loro casse intrallazzando con la speculazione. Nell’interesse del popolo lombardo la L.A.L. si impegna ad intervenire perchè i mega aeroporti imposti da questa vergognosa classe politica non possano più oltre degradare l’uomo.”
Gli anni passano. Il 27 dicembre 2007 la Padania titola: “Malpensa sarà la madre di tutte le battaglie”. E il 17 febbraio la Lega scende in piazza per difendere l’aeroporto. Lo slogan è: “Votate Lega e salverete Malpensa”. L’evidenza di questi 10 anni dall’inaugurazione del 25 ottobre 1998, cioè l’alternarsi di alti e bassi clamorosi, ci dice che a Malpensa qualcosa non gira per il verso giusto. Sono sicuro che tu ben conosci tutta la storia di questo aeroporto, a partire dal P.R.G.A. non rispettato che stabiliva limiti di traffico superati del 250%, alla mancata effettuazione della V.I.A. (Valutazione di Impatto Ambientale), all’attuale Piano industriale di S.E.A. (Gestore dell’aeroporto) che prevede la realizzazione della terza pista con l’obiettivo di quadruplicare il traffico stabilito come limite dal suddetto P.R.G.A. Sai bene che 87 Sindaci delle Province di Varese, Novara e Milano firmarono, il 19 novembre 2000, la dichiarazione di illegalità di Malpensa per mancato rispetto del Piano regolatore e delle norme in materia di Valutazione di Impatto ambientale. Sai anche che l’aeroporto è un’infrastruttura che ha il compito di assicurare un servizio e lo deve fare ponendosi al servizio del territorio e invece, con il “sistema malpensocentrico” cioè il mega aeroporto, si pone il territorio al servizio dell’aeroporto portando “l’utenza al servizio” anzichè “il servizio” all’utenza. Meglio sarebbe, non lo ignori certo, la giusta integrazione di Malpensa, entro i limiti del suo P.R.G.A., nel “sistema aeroportuale del Nord”, dove vi sono 13 aeroporti, con 15 piste, più comodi perchè vicini all’utenza. E le 15 piste esistenti hanno una capacità ben oltre 100 milioni di passeggeri/anno rispetto agli attuali 50 milioni o poco più e non serve certo fare un’altra pista a Malpensa, nel cuore del Parco del Ticino, riserva della Biosfera dell’UNESCO, vera ricchezza padana da tutelare. Ma l’occupazione... Malpensa, è ora in grande evidenza, non crea posti di lavoro ma disoccupati. Non è così? E’ così, perchè l’elevata, l’esagerata concentrazione di voli, di passeggeri e di lavoratori (per oltre il 65% precari) ha creato una bolla destinata a scoppiare, ed infatti è scoppiata, facendo pagare alle categorie più deboli gli errori (ma sarebbe più giusto dire orrori) di politici ed amministratori.
Questa, caro Giorgetti, è l’evidenza di Malpensa, grande e scomodo aeroporto di Milano, questa è, in sintesi, la conseguenza dell’intrallazzo speculativo che la preveggenza del tuo capo Bossi denunciava nell’82 ma poi... errare humanum est, perseverare diabolicum!
28 dicembre 2008
Beppe Balzarini
Presidente di UNI.CO.MAL. Lombardia (Unione Comitati del Comprensorio di Malpensa per la tutela dell’Ambiente e della Salute)
In Sardegna si torna a votare. “Mi dimetto” dice il presidente dimissionario della Regione Renato Soru, poco prima di rientrare in Consiglio regionale dov’è in corso il dibattito-fiume sulle sue dimissioni. “E’ inutile proseguire, serve un Consiglio forte e non uno che galleggi” taglia corto il fondatore di Tiscali che aveva annunciato le dimissioni dopo che il Consiglio aveva bocciato a scrutinio palese (con 55 voti contrari e 21 a favore) un emendamento voluto dallo stesso Soru alla nuova legge Urbanistica. In realtà la crisi con la sua maggioranza era nell’aria da tempo, alimentata da forti tensioni nel Pd, spaccato a metà come il gruppo al Consiglio Regionale.
Dopo le dimissioni l’ex governatore aveva rifiutato ogni tipo di ricongiungimento “formale” con la sua maggioranza, mettendo sul piatto una serie di condizioni per tornare sui suoi passi: adozione dei vincoli paesaggistici nelle zone interne dell’isola, approvazione delle linee elaborate dalla Giunta per la manovra finanziaria 2009, completamento della riforma su istruzione e formazione professionale, riduzione a 80 del numero dei consiglieri, moralizzazione della politica con riduzione di sprechi e indennità aggiuntive dei consiglieri regionali.
Nel pomeriggio, poi, dall’opposizione di centrodestra, arriva un secco no all’appello bipartisan del governatore per evitare il voto. Si iscrivono a parlare in 60. Poi arrivano le parole di Soru che chiudono la questione: “E’ inutile perdere altro tempo. Ridiamo la parola ai sardi”. E consegnano l’isola al voto anticipato a febbraio.
“Le dimissioni le avevo presentate perchè ritenevo che stessimo contraddicendo quanto di importante e di buonissimo avevamo fatto nel governo del territorio. Ma oggi, al di là di richiami all’unità o di parole generiche - dice Soru in aula -, volevo sentire dell’importanza del Piano paesaggistico o della sua applicazione nelle zone interne. Così non è stato. Senza alcun dramma rivendico con orgoglio il grande lavoro fatto dal centrosinistra, mettendo al centro l’interesse della Sardegna senza tirare a campare o, a spese di tutti i sardi, cercare facile consenso”.
Dunque è ufficiale: l’ormai ex presidente della Regione Sardegna si è dimesso. La sua colpa, il suo peccato originale, è stato quello di porre un limite alla cementificazione selvaggia delle coste sarde e all’assalto alla diligenza del turismo di lusso, che ha devastato incontrastato per anni una delle zone più belle d’Italia.
Aveva pensato che il compito della politica potesse essere anche e forse soprattutto quello di creare e/o preservare quelle condizioni di vivibilità di un territorio che garantiscano una vita degna e felice alle comunità locali che le abitano e animano. La politica bipartisan della crescita infinita non poteva accettare che una cosa del genere passasse ad un livello così alto, e il voto in consiglio regionale lo testimonia in modo esemplare.
Soru si è dimesso, il suo partito ha perso l’ennesima occasione per tornare in contatto con la realtà…
Marco Boschini è il coordinatore dell'associazione dei Comuni Virtuosi
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Milano "conosciuta sulle gambe", battuta palmo a palmo, notte per notte. Milano "dove la vita c’era sempre", nelle trattorie e nei crocicchi di strada, nei circoli e nelle case accese dalla politica, nei suoi teatri febbrili. Nel minuscolo Gerolamo (ora defunto) cantò la Piaf, alla Magolfa mangiavano Fortini e Vittorini, al Giamaica andava a bere e giocare a carte chiunque rifiutasse di finire la notte dormendo nel suo letto.
"Sono anche io un luogo di Milano", dice di sé Ivan Della Mea, cantautore, scrittore, intellettuale, etnomusicologo, agitatore politico, sessantottino non senza essere stato anche cinquattottino e forse quarantottino, ex presidente della più grande e bella bocciofila per anziani dell’universo (l’Arci-Corvetto), campione di scopa, perdigiorno e perdinotte. Come quasi tutti i milanesi significativi - Jannacci, Celentano, Gaber, Fo, Walter Chiari - immigrato nel dopoguerra, prima da Lucca poi da Bergamo. Circola quasi come un samizdat, nella semiclandestinità in cui il mercato ha relegato tanti scampoli d’arte, di memoria, di ostinata differenza, una sua notevole antologia-biografia (Antologia, Ala Bianca, euro 14,90): un cidì con molte delle sue canzoni più importanti, in dialetto e in lingua, e un magnifico divudì, realizzato da Isabella Ciarchi, che quasi strappa il cuore per quanto riesce fortemente a rivivificare la Milano dal dopoguerra fino ai Settanta, quella dove Della Mea crebbe e "cantò la classe".
La classe era il popolo, allora non solo integro mito della sinistra, ma carne della città, e lingua viva. Ivan, nel solco di ricercatori come Gianni Bosio e Roberto Leydi e degli artisti del Nuovo Canzoniere, è artista militante in senso fisiologico prima che ideologico. Raccoglie la voce del popolo, la frequenta, la vive, non ha bisogno di tradurla perché la esprime naturalmente come esperienza propria. Gli capita di dormire sulle panchine come sui divani della borghesia rossa, e mentre Eco e Leydi discutono della sua maniera di cantare (con una "attiva indifferenza all’intonazione", dice il musicologo Luigi Pestalozza) lui riposa le ossa, finalmente al caldo, nella supersignorile via Cappuccio.
Nelle sue ballate, specie se riascoltate adesso, impressiona la spontanea con-fusione tra il dibattito politico della sinistra di almeno un paio di epoche (dalla rivoluzione cubana agli anni di piombo) e l’epica di strada, libertà e violenza, emarginazione e sogno, una easy rider urbana e navilica, gatti e affamati, matti e operai, scioperanti e orfani di qualche amore. Quasi scioccante, con il senno di poi, è questa convivenza tra scrittura e popolo, tra intellettuali e classe. Più ancora della nostalgia per quella città insonne a austera, ben più creativa allora piuttosto che quando divennero di moda i "creativi", ascoltando Della Mea, le sue canzoni, il suo racconto ragionato, viene da pensare che la vera perdita - secca, irrimediabile, davvero epocale - è proprio il rapporto tra sinistra e popolo. Una luce zavattiniana illumina il tragitto "di classe" di Della Mea, un saldo e caldo vincolo tra chi pensa e chi lavora, tra lo sbocco politico e la gente di fabbrica e di strada che lo alimenta. Utopia, sì, e populismo forse: ma che abbia perduto, la sinistra nostra coeva, quel profondo tramite di carne, quell’anima di strada, di popolo, di rabbia attiva (non la mugugnante e depressa rabbia di adesso), è un fatto. Eccome.
La distanza abissale, ormai neanche più dolorosa per quanto lungo è il tempo passato, tra quella Milano e quella sinistra, e questa Milano e questa sinistra, descrive perfettamente ciò che chiamiamo il "declino della politica". La sua perdita di giovinezza, il suo ritrarsi impaurita dal territorio, come qualcuno che non esce più di casa per paura di non reggere l’impatto con il sociale, con i paesaggi mutati, con gli umori imperscrutabili del popolo domato dalla televisione, e fatto a fette dai sondaggi.
Per vie traverse, e certamente intellettuali (Elio Vittorini) il giovane Della Mea ebbe in regalo un cappotto appartenuto a Hemingway. Prima di regalarlo a sua volta, lo trascinò per osterie e partite a carte, perché "alto" e "basso" non avevano neanche il tempo di definirsi, tanto intensa e promiscua era la vita "di classe" di quegli anni. Oggi gli intellettuali milanesi si vedono solo tra loro, il censo e più ancora la stanchezza levano la voglia di misurarsi in campo aperto con la città, se non nelle accademie e nei salotti dove la città è poco più di un grafico sul quale discettare. E certamente non esiste più neanche "il popolo", men che meno la classe, e niente è peggio, per un eventuale neo-populista, che frequentare i localini glamour, zeppi di fichetti e fichette, che hanno preso il posto delle trattorie, delle taverne, delle bocciofile. Ma qualunque cosa esista, là fuori, ci vorrebbe un giovane Della Mea che provasse a raccontarcela, e prima di raccontarla, come è buona prassi, a viverci in mezzo fino al collo.
"Non si passa. E non c’è nessun responsabile con cui parlare. Qui lavorano tante ditte diverse, ognuna ha i suoi responsabili e non saprei neanche chi chiamare". La guardia giurata che difende l’enorme cantiere dell’ex arsenale de La Maddalena è una statua di
cera. Non sa nulla e non vuole sapere nulla. "E’ il mio lavoro", spiega mentre impedisce
di scattare foto al cancello chiuso. Pochi metri più in là, i locali diroccati dell’ex
area militare sono diventati alloggi per le centinaia di operai che lavorano alla costruzione delle immense opere per il prossimo G8 di luglio. Sono costretti a vivere in 4 in stanzette di due metri per cinque. Altolà. Altra guardia del corpo. Con un accento vagamente latinoamericano l’uomo in divisa si giustifica. "Non posso dirvi nulla sennò mi licenziano". Qualche centinaio di metri più in là si lavora all’ex ospedale militare.
Entro il prossimo luglio dovrebbe diventare un albergo di lusso che accoglierà i capi
di stato dei paesi più potenti del mondo. Adriano è rumeno e fa il muratore. Ma anche
lui ha l’ordine del silenzio. "Sono tutti in riunione, nessuno può parlare". Da una
radiolina all’altra si chiedono informazioni sugli intrusi che vogliono "spiare" i lavori.
I cantieri non sono chiusi solo ai giornalisti. Anche i sindacati non possono entrarci.
Venerdì scorso i carabinieri hanno perquisito l’alloggio di un dipendente della Fillea
Cgil che è stato indagato per infrazione del segreto di Stato. Il sindacalista non aveva
accesso ai cantieri, si limitava ad aspettare i lavoratori fuori dai cancelli all’uscita
del turno e a scattare qualche foto dall’esterno. Quanto basta per far scattare l’indagine
della procura della Repubblica e il sequestro di documenti. "Cgil-Cisl-Uil con
una nota ufficiale hanno chiesto al commissario speciale Bertolaso di poter accedere
– spiega Lorenzo Manca, segretario della Fillea Cgil diOlbia – tutto quello che sappiamo
ce lo raccontano i lavoratori, oppure lo filmano con i telefonini. Ci dicono anche
che gli è stato consigliato di tenersi alla larga dai sindacalisti". E’ stato proprio un
filmato "rubato" a mostrare su "YouTube" che, durante i lavori di bonifica del vecchio
Arsenale, i lavoratori hanno dovuto maneggiare amianto, non protetti.
Il 29 agosto scorso, Palazzo Chigi ha firmato il decreto che designa definitivamente
La Maddalena come sede finale della prossima riunione degli 8 grandi. Berlusconi
ha dovuto rinunciare all’idea di portare il vertice a Napoli per celebrare la sua "vittoria" sui rifiuti. Napoli è indisponibile per "problemi di sicurezza". Anche se il cavaliere
non vuole abbandonare il sogno di spostare tutti a Napoli, almeno l’ultimo giorno,
Quando il governo Prodi decise di svolgere il prossimo G8 a La Maddalena, il governatore Soru esultò: "E’ una dimostrazione di attenzione e sensibilità verso la Maddalena e la Sardegna". Lo "scoglio" infatti è appena rimasto orfano della base di sommergibili nucleari Usa di Santo Stefano. Gli americani dopo aver fatto i comodi loro finalmente se ne sono andati. Gli assetti militari mondiali sono cambiati e non avevano
più interesse a rimanere nell’arcipelago sardo. Preferiscono pretendere dall’Italia l’allargamento della base Dal Molin di Vicenza. Hanno abbandonato tutto, alloggi, case,
uffici militari. Attività che per i maddalenini volevano dire soldi e lavoro. A La Maddalena su una popolazione di 12 mila abitanti, ci sono ben 1800 disoccupati.
E allora, ben venga il G8. Perché porta finanziamenti straordinari insperati e nuovo
lavoro. Il governo Berlusconi ha stanziato 740 milioni di euro per tutti i lavori a
Maddalena e in Sardegna, che si aggiungono ai 150 milioni già stanziati dal precedente
governo. Di questi, 500 milioni dovrebbero venire spesi per i lavori nell’arcipelago.
E’ prevista la costruzione dell’autostrada Sassari-Olbia e l’allargamento dell’aeroporto
di Olbia. Mentre a La Maddalena le aree dismesse della Marina militare diventeranno
alberghi di lusso, l’ex arsenale sarà trasformato in un polo nautico con zona di
rimessaggio leggera per navi da turismo e ospiterà aree per attività fieristiche e alberghiere, oltre alla grande sala riunioni per i capi di stato: un grande parallelepipedo di cristallo e acciaio affacciato sul mare firmato dagli architetti Stefano Boeri eMario Cucinella.
I lavori sono avanti e molti carpentieri sono già stati mandati a casa.
Pare addirittura che Berlusconi, dopo aver visitato i lavori, abbia chiamato Armani
per arredare una delle suite. Il commissario Bertolaso ha assicurato che "non un
euro di quello che stiamo spendendo è destinato al solo G8 bensì al rilancio di una
delle zone più belle del Mediterraneo, dal punto di vista turistico e nel pieno rispetto
dell’ambiente". A La Maddalena, lo scorso agosto, è arrivato anche il presidente Napolitano, che, tra un bagno e un giretto sulle navi militari, ha visitato i cantieri e ha benedetto il vertice assicurando che i lavori saranno terminati in tempo.
Il 22 marzo 2008 il governo Prodi ha conferito ai lavori la "qualificazione di riservatezza e segretezza", in pratica ha imposto il segreto di stato. Significa che la sicurezza e le ragioni di stato prevalgono sugli interessi dei cittadini e dell’ambiente. Infatti il provvedimento permette deroghe a leggi statali e regionali su vincoli ambientali (l’arcipelago è un parco naturale), e procedure accelerate per le norme sulle gare d’appalto. Tanto che sono stati presentati ricorsi alla Ue che non consentirebbero di dribblare i vincoli ambientali e le norme sulla concorrenza sugli appalti, e infatti il 10 dicembre Bruxelles ha accolto il ricorso presentato degli ambientalisti.
Bisogna fare in fretta, rispondono a Roma, dunque le leggi ordinarie sono sospese.
Tutti i poteri sono nelle mani del commissario speciale Bertolaso, in contatto
con il presidente della regione Soru, che però si è dimesso. I maddalenini possono solo
stare a guardare.
Ancora una volta il loro territorio è appaltato alla ragion di stato e
agli interessi geopolitici dei grandi della terra. Una scelta molto gradita agli americani
che quest’isola la conoscono bene. In molti sono disposti a correre il rischio pur di cogliere al balzo l’occasione di fondi straordinari e di lavoro. Le imprese sarde,
però, lamentano di non essere sufficientemente coinvolte. Soru aveva promesso 75
milioni per le aziende sarde ma la Confindustria di Sassari è arrivata addirittura a minacciare lo sciopero della fame di alcuni imprenditori per il mancato "rispetto degli
accordi economici per l’attribuzione degli appalti". Per i singoli lavoratori, poi, le cose
vanno ancora peggio. Il grosso degli appalti è stato assegnato a gruppi edili romani,
su tutti CoGeCo, Anemone e laGiaFi del cavalier Carducci, già coinvolto nelle indagini
di Luigi De Magistris. La bonifica del vecchio arsenale (130 mila metri quadri di cui
18 mila coperti) completamente terminata. Si lavora 24 ore su 24 su tre turni per un
totale di 500 operai che dovrebbero salire fino a 700. L’area è illuminata a giorno da
enormi fari. Sulla banchine continua ad attraccare una nave della Ustica lines da cui
scendono merci e uomini. Molti lavoratori sono stranieri. I sardi, a quanto pare sono pochi, i maddalenini ancora meno. In cantiere Bertolaso ha promesso di istituire un presidio medico permanente e i sindacati hanno chiesto l’istituzione di una "cabina di regia" per potersi confrontare sui temi della sicurezza dei lavoratori.
Nei bar di Maddalena per molto tempo si sono visti gli operai in cerca di cibo,
perché, raccontano, quello della mensa era indecente. La Cgil, ovviamente, non
può che essere contenta dell’opportunità di lavoro offerta dal G8 nella speranza che
le opere realizzate portino anche lavoro per il futuro, ma denuncia l’estremo ricorso
al sub-appalto con relativa perdita di controllo sulle regole per la sicurezza e sul
lavoro. Si parla anche di straordinari pagati in nero. La speranza è che una volta finito
il vertice le strutture garantiscano lavoro nel turismo e nella cantieristica.
Ma le ragioni della sicurezza dei grandi otto (che Berlusconi vuole allargare a venti
paesi) sembrano venire prima di tutto. Durante il vertice due grandi navi ospiteranno
le forze dell’ordine: 16 mila uomini. Il capo della polizia Manganelli ha avvisato:
"Le strutture a terra marciano nel rispetto dei tempi previsti, così come l’allestimento
delle misure di sicurezza. La polizia italiana è impegnata perché il vertice si possa
svolgere nella massima serenità e perché il G8 di Genova possa diventare un ricordo
sempre più lontano". Con i grandi della terra blindati su un scoglio in mezzo al mare.
Procura della repubblica di Tempio Pausania. Decreto di perquisizione e sequestro
n.3885/08 - 525/08. Informazione di garanzia: "Il pubblico ministero visti gli atti nei
confronti di... persona sottoposta ad indagini in ordine al reato di cui all’articolo 256
commesso in La Maddalena il 24-10-2008 dispone perquisizione locale...perquisizione
personale...nomina il difensore d’ufficio". Firma: dott. Mario D’Onofrio. Data: 16 dicembre 2008. Il mandato è stato eseguito una settimana fa. L’indagato è un impiegato
della Cgil di Tempio che si occupava dei lavori per il G8 a La Maddalena. Il reato contestato è nientemeno che violazione del segreto di stato. Come se fosse uno 007 o un terrorista pronto a colpire. In realtà il signor Tonino si limitava ad aspettare i lavoratori fuori dai cancelli e a scattare fotografie dall’esterno ai cantieri. La Fillea Cgil Gallura lo difende: "Non ci faremo intimidire. Abbiamo ricevuto numerose segnalazioni e denunce perché in quei cantieri vi sono state ripetute violazioni di norme elementari sul salario, sull’orario e sull’igiene e sicurezza del lavoro. Si tratta di cose che avvengono sotto la distrazione, per non dire la tolleranza, del committente pubblico. Forse qualche imprenditore sentendosi disturbato dal nostro lavoro ha pensato di rivolgere qualche assurda segnalazione all’autorità di pubblica sicurezza". E l’autorità ha preferito indagare il sindacalista piuttosto che sull’enorme affare del G8.