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Sosteneva Eugenio Turri che la bellezza dei centri storici della nostra regione è derivata dalla loro funzione di vetrine nelle quali la nobiltà spendeva i redditi ricavati dalle campagne, esibendoli nei nobili palazzi che fiancheggiano le principali vie cittadine, a partire da Canal Grande a Venezia sino a corso Palladio a Vicenza, corso Cavour a Verona, via XX Settembre a Conegliano e così via. “Ma alla bellezza delle città – scrive sempre Eugenio Turri – corrispondeva allo stesso modo quella delle campagne, perché lo spirito che muoveva la cultura dei signori, anche se non tutti impegnati nello stesso modo, era quella di far produrre i campi attraverso un uso sapiente delle conoscenze agrarie alla cui crescita attendevano esperti prestigiosi e molti degli stessi nobili, appassionati e attenti gestori delle loro possessioni” (E. Turri, La megalopoli padana, 2004).

A testimonianza di quanto fosse ben disegnato il paesaggio agrario veneto dei secoli passati, Turri cita una annotazione dello scrittore settecentesco Charles De Brosse, che affermava non esistere scena più bella o meglio ornata di quella offerta dalla campagna che si estende tra Vicenza e Padova, una terra che “vale forse da sola tutto il viaggio in Italia”.

Di questo paesaggio, patrimonio storico culturale di inestimabile valore ed imprescindibile elemento costitutivo dell’identità veneta, rimangono oggi solo frammenti sparsi, isole circondate e progressivamente sommerse da una inarrestabile alluvione di cemento. “La chiesa romanica – osserva ancora Eugenio Turri – accanto al capannone, il paesaggio dolcissimo dei colli con le ville venete straordinarie testimonianze del passato, offeso dai residences banali, da architetture che nulla hanno attinto dalle meravigliose scuole degli architetti ed artisti veneti”.

In un graffiante articolo pubblicato dal Corriere della Sera del 18 settembre 2004, Gian Antonio Stella, riportando i dati presentati ad un convegno organizzato a Montecchio dall’Accademia Olimpica, denunciava con molta efficacia l’inverosimile consumo di territorio agricolo e la sistematica distruzione di paesaggio e risorse agrarie causati – in particolare nell’area vicentina – dall’allora tanto celebrato modello di sviluppo economico veneto. Nella provincia di Vicenza tra il 1991 ed il 2001 si era registrato un incremento di 52.mila abitanti (dei quali 37.140 stranieri immigrati), a cui era corrisposta una crescita di edilizia residenziale di 56 milioni di metri cubi: per ogni nuovo abitante si erano costruiti oltre 1.070 mc di nuovi fabbricati ed un numero di abitazioni quattro volte superiore a quelle necessarie rispetto all’incremento del numero delle famiglie. Una volumetria complessiva che si può tradurre nell’immagine di un capannone largo 10 metri, alto 10 e lungo 560 chilometri.

In quel decennio la provincia di Vicenza registrava la perdita di oltre 18.mila ettari di terreno agricolo. Una distruzione di risorse dovuta all’entità delle nuove volumetrie residenziali e non, ma anche alla caotica dispersione dei nuovi insediamenti nel territorio periurbano e rurale: in 50 anni, dal 1950 al 2000, a fronte di un incremento del 32 % della popolazione provinciale (da 608.mila a 807.mila abitanti), la superficie urbanizzata era aumentata del 342 %, ovvero di dieci volte tanto (da 8.674 ettari a 28.137 ettari). L’occupazione e impermeabilizzazione dei suoli, un’edilizia incurante dei problemi energetici, il boom dell’auto e del trasporto privato, l’inquinamento indotto, un’economia fondata sulla crescita illimitata dei consumi e sulle logiche dell'usa e getta, facevano sì che l’impronta ecologica di ogni vicentino risultasse pari a 3,9 ettari, ovvero undici volte superiore alla quantità di terreno biologicamente attivo effettivamente disponibile nella provincia di Vicenza (pari a circa 0,33 ettari/abitante).

La situazione di Vicenza non era certo un’eccezione nel panorama della nostra regione ed in particolare nella sua area centrale: un’area che, occupando il 25,7 % del territorio, accoglie il 50,7 % della popolazione ed il 47,2 % della abitazioni (930.mila al censimento del 2001, delle quali ben 80.mila non occupate). Una vera e propria nebulosa insediativa, una metropoli sorta spontaneamente senza alcun disegno ordinatore e senza i servizi e le infrastrutture di una metropoli, caratterizzata dalla ingombrante presenza di capannoni, centri commerciali, lottizzazioni residenziali disseminati senza alcuna logica apparente se non quella del profitto immediato dei proprietari delle aree e con l’avvallo di amministrazioni locali compiacenti, sempre pronte ad approvare varianti e variatine di piano regolatore illudendosi di poter rimpinguare i propri bilanci con le entrate dell’ICI.

Un consumo di territorio talmente abnorme da far sì che lo stesso presidente della Regione, Giancarlo Galan, si sentì in dovere di proclamare alla stampa nella primavera del 2003 : “Basta capannoni!”. Un proclama che, purtroppo, venne smentito dallo stesso Galan un anno e mezzo dopo in un convegno di Forza Italia tenutosi a Cortina.

Nell’aprile 2004 il Consiglio Regionale approva la nuova legge urbanistica, che riprende molte delle novità e degli indirizzi legislativi già in vigore in altre regioni del centro e nord Italia. E’ significativo rileggere le ragioni ed i criteri che – secondo la Relazione al Consiglio presentata dall’allora Presidente della 2.a Commissione, Raffaele Buzzoni – ispiravano i contenuti della nuova legge. Tra questi la necessità di promuovere uno sviluppo sostenibile e durevole, la volontà di tutelare il paesaggio e la qualità degli insediamenti e la presa d’atto che, pur in presenza di un “territorio completamente pianificato”, si era verificata una “sostanziale incapacità di governare e controllare in modo adeguato la pianificazione territoriale” e che si erano “assecondati processi di spontaneismo insediativi, sia residenziale che produttivo” che hanno prodotto “un sistema disordinato che rischia di pregiudicare ogni ulteriore crescita economica”, un processo di disordinata urbanizzazione del territorio riproposto dai vigenti PRG, che “evidenziano una crescita esponenziale di nuove zone residenziali e produttive non accompagnata da una seria e adeguata valutazione del reale fabbisogno e da una attenta verifica dello stato di attuazione delle aree già esistenti”, il tutto connesso all’intenzione dei Comuni di ricavar “maggiori introiti dall’ICI e dagli oneri di urbanizzazione”.

Pur non essendo la migliore delle leggi possibili, la nuova legge urbanistica del Veneto indica alcune importanti finalità prioritarie, in una logica di governance in grado di combinare progetti e programmi con l’effettiva gestione nel tempo delle trasformazioni territoriali, ed introduce nuovi strumenti di piano quali l’articolazione del vecchio PRG in PAT (piano strutturale) e Piani d’intervento, i PATI (piani intercomunali di assetto territoriale), la perequazione, la compensazione urbanistica ed i crediti edilizi, l’obbligatorietà della VAS – Valutazione ambientale strategica. C’era dunque da sperare che la nuova legge urbanistica favorisse l’affermarsi di una svolta radicale nella pianificazione territoriale, condizionando e modificando in positivo lo stesso modello di sviluppo economico e sociale veneto. Purtroppo così non è stato.

L’annuncio della nuova legge e poi le molte proroghe e deroghe concesse prima della sua effettiva entrata in vigore hanno determinato una corsa generalizzata alla presentazione da parte dei Comuni di nuove varianti di PRG, di nuove lottizzazioni e urbanizzazioni. Il nuovo PTRC – Piano Territoriale Regionale di Coordinamento, i cui studi vennero avviati con la “Carta di Asiago” del febbraio 2004 e che dovrebbe recepire le indicazioni della Convenzione Europea del Paesaggio, pur preannunciato nei contenuti da molti documenti preliminari, deve ancora vedere la luce mentre i piani territoriali provinciali ed i PATI, quand’anche orientati ad una maggiore tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, quasi mai si traducono in una normativa prescrittiva e vincolante e/o in strumenti in grado di conferire effettiva operatività alle previsioni di piano, lasciando troppo ampi margini di discrezionalità ai Comuni, legittimati a continuare – soprattutto sul versante dell’edilizia residenziale – il gioco perverso del sovradimensionamento volumetrico dei propri PAT in funzione di fabbisogni abitativi tanto generici quanto spesso del tutto fantasiosi (anche perché attualmente l’unico vero fabbisogno è quello di case in affitto a canone sociale per le classi economicamente più deboli e per gli immigrati, una domanda abitativa che non trova certo risposta nelle iniziative edilizie della grande speculazione immobiliare).

Nel 2004, l’anno della nuova legge urbanistica, i Comuni del Veneto autorizzano 38 milioni di mc di nuovi capannoni commerciali e 18 milioni di mc di volumetrie residenziali (Benedetta Castiglioni e Viviana Ferrario, ARS n. 114, 2007), superando la media di 40 milioni di mc di nuovi fabbricati realizzati annualmente nel Veneto dal 2001 ad oggi. Un boom edilizio, sorretto soprattutto dalla bolla speculativa che ha caratterizzato la finanza nazionale ed internazionale di questi ultimi anni. Un boom che non ha eguali nel passato e che fa sì che la nostra regione si collochi al primo posto in Italia per l’entità dei volumi di edilizia residenziale e non residenziale annualmente autorizzati con concessione edilizia dai Comuni. Un quadro d’insieme decisamente preoccupante, ben descritto da Tiziano Tempesta dell’Università di Padova, che osserva come le nuove abitazioni costruite dal 2000 al 2004 sono potenzialmente in grado di dare alloggio a circa 600.mila nuovi abitanti: se anche rimanessero costanti gli elevati tassi d’incremento demografico registrati negli ultimi anni per effetto dei nuovi fenomeni migratori, ci vorranno circa 15 anni per utilizzare tutte le case messe in cantiere (Tiziano Tempesta, Agripolis – Legnaro, 2007).

Tutti sembrano convenire sulla necessità di porre un freno alle disastrose conseguenze sociali ed ambientali dei meccanismi della rendita fondiaria e della speculazione immobiliare, meccanismi che non sembrano avere più alcuna diretta relazione con l’effettivo fabbisogno espresso dalla domanda abitativa e dalla produzione industriale. Eppure non c’è amministrazione comunale che non rivendichi la possibilità di consumare quota parte dei residui terreni agricoli ed ambiti naturalistici del proprio territorio per realizzare nuove infrastrutture e consentire nuove urbanizzazioni e lottizzazioni. Una rivendicazione motivata anche dal fatto che – data la sempre maggiore scarsità di risorse finanziarie – non vi sarebbe oggi altro modo di realizzare gli standard urbanistici previsti dai piani regolatori (verde, scuole, nuove strade, centri civici, servizi in generale,…) se non concedendo nuove cubature edificabili ai proprietari dei terreni. E’ la via della cosiddetta “perequazione urbanistica”, ultimo provvidenziale rimedio per i Comuni che – anche negli anni di vacche grasse – si sono limitati a disegnare il verde pubblico sulle carte di piano senza procedere all’acquisizione delle aree e che oggi – dopo le sentenze della Corte Costituzionale che impongono la corresponsione di una indennità per i vincoli finalizzati all’esproprio e che hanno elevato il valore dell’esproprio al valore di mercato – non ritengono che la creazione di nuovi parchi e spazi verdi debba essere una priorità di bilancio.

Certo la “perequazione urbanistica” (consistente di fatto nella concessione di nuove volumetrie edificabili ai proprietari privati in cambio della cessione al Comune di quota parte dei terreni di proprietà) può risultare, a determinate condizioni, uno strumento utile per l’attuazione delle previsioni di piano. Nella visione e nella pratica urbanistica di molti amministratori sembra però prevalere una interpretazione dei meccanismi perequativi quale soluzione taumaturgica di tutti i problemi della pianificazione urbanistica. Non solo. Subordinando l’attuazione degli indirizzi di piano all’iniziativa dei privati, questa interpretazione della perequazione costituisce di fatto un implicito riconoscimento di uno “jus aedificandi” connaturato alla proprietà dei suoli, un diritto che l’ente pubblico potrebbe solo regolamentare ma non negare (anche se in realtà nessuna legge dello stato italiano lo ha mai esplicitamente riconosciuto). E’ quanto ad esempio avvenuto a Padova dove – anticipando la stessa legislazione regionale – con una Variante di PRG (approvata con i voti sia dal centrodestra che dal centrosinistra) si sono trasformati oltre 4,7 milioni di mq di aree destinate a verde pubblico in aree di perequazione, sia pure con indici differenziati, delegando ai privati il progetto delle nuove lottizzazioni ed ottenendone in cambio uno spezzatino di aree di verde pubblico in mezzo o ai margini dei nuovi caseggiati. In realtà la perequazione è un’arma a doppio taglio, destinata a generare il fallimento di ogni politica urbana se il Comune non si pone come soggetto attivo, come protagonista diretto della progettazione e della gestione delle trasformazioni urbane, non limitando la propria funzione a quella di certificatore delle iniziative dei privati. La perequazione non può essere considerata il fine della pianificazione urbanistica, bensì solo come uno tra i possibili strumenti operativi del piano, da applicarsi a specifici comparti urbani e non indiscriminatamente a tutto il territorio, per l’attuazione di un chiaro e condiviso progetto di città pubblica e di infrastrutture ecologiche, così come ad esempio è avvenuto per la formazione di una cintura verde periurbana a Ravenna o per realizzazione di un organico sistema del verde urbano a Jesi e Vercelli. Prioritario deve sempre essere un disegno urbano che ponga l’accento sugli spazi aperti ed i servizi destinati alla vita comunitaria, sulla costruzione di una rete ecologica urbana connessa alle risorse naturalistiche del territorio, ed è in funzione di questo disegno che – situazione per situazione – può essere giudicato utile un accordo perequativo con i privati. Un accordo che, in generale, preveda la salvaguardia integrale degli spazi a più elevata valenza ambientale ed il trasferimento dei “diritti edificatori” concessi in altro ambito urbano (“perequazione ad arcipelago” o compensazione urbanistica), preferibilmente in aree dimesse e/o degradate ove effettuare interventi di recupero e riqualificazione urbanistica ed ambientale.

Purtroppo nella maggior parte delle amministrazioni locali sembra ancora prevalere una logica del giorno per giorno ed una prassi di pura e semplice “ragioneria urbanistica”. Una prassi sganciata da ogni visione strategica a cui continua a corrispondere una sostanziale incapacità di pianificazione e di governo a più ampia scala da parte degli enti sovraordinati. Una prassi che – con processi di tipo molecolare, ma non per questo meno dirompenti – prosegue imperturbabile nell’opera di sistematica distruzione del paesaggio.

“Un paesaggio, per usare ancora una volta le parole di Eugenio Turri, che più che brutto è noioso, irritante nella sua ripetitività, senza sorprese, con il suo traffico intasato sulle sue strade principali, la macchina come elemento onnipresente, onnivoro, insopportabile”. Le uniche iniziative di più ampio respiro a scala territoriale che sembrano destinate al successo – in sintonia spesso con le nuove complanari, tangenziali, raccordi anulari e camionabili finanziate dalle società autostradali per veder rinnovate le loro concessioni – risultano essere quelle della grande speculazione immobiliare, finalizzate alla realizzazione – in luoghi sensibili del territorio regionale – di mega centri commerciali e per il tempo libero. I casi più clamorosi – di seguito riportati – sono quelli del faraonico progetto di “Euroworld” nel delta del Po, della “Città dei motori” , tra Verona e Mantova, di “Veneto City”, tra Venezia e Padova nelle vicinanze della Riviera del Brenta. Progetti che spesso trovano convinti sostenitori tra gli amministratori regionali e che già oggi determinano tutta una serie di attese ed operazioni speculative sulle aree interessate o limitrofe e la progettazione di nuove infrastrutture di supporto, quali la camionabile prevista sul tracciato (o a lato) della mai completata idrovia Padova-Mare.

Che fare? Senza dubbio uno dei compiti fondamentali delle associazioni ambientaliste continua ad essere quello della battaglia in difesa dei beni storici e paesaggistici del nostro territorio, di quanto ancora si conserva del passato, della denuncia di una prassi urbanistica miope e dello smascheramento di operazioni immobiliari che – in nome di un preteso quanto spesso fantomatico sviluppo economico – rispondono solo agli interessi di alcune società private distruggendo beni comuni e luoghi identitari della nostra collettività.

Ma l'azione di denuncia non è sufficiente. Distruzione e degrado del paesaggio e del territorio possono essere efficacemente contrastati solo avendo la capacità di proporre strategie e progetti alternativi, fondati su una lettura del territorio quale ecosistema complesso che può essere riqualificato e rigenerato con un insieme integrato di interventi finalizzati alla formazione di una rete continua di siti e corridoi ecologici in grado di assicurare la biodiversità, di contribuire al disinquinamento dell'aria e dei suoli e di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, al potenziamento del sistema della mobilità e dei trasporti collettivi (in particolare su ferro) pianificando in relazione a detto sistema una più equilibrata distribuzione dell'edificato e dei servizi a scala metropolitana, all'affermazione della cultura e dell'innovazione tecnologica connessa all'ecologia quali motori del rinnovamento urbano. Strategie di lungo periodo e progetti concreti per la tutela dei paesaggi storici e dei beni naturalistici, ma anche per la costruzione di nuovi, più sostenibili e gradevoli paesaggi urbani e periurbani, riconoscendo – come fa la Convenzione Europea del Paesaggio – che il paesaggio, se pianificato e gestito in modo adeguato, può divenire un elemento importante della qualità della vita delle popolazioni, svolgendo fondamentali funzioni di interesse generale, sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale e costituendo una risorsa favorevole allo stesso sviluppo economico.

E' essenziale sottolineare come, ai fini della formazione di paesaggi di più elevata qualità estetica ed ecologica anche in ambito periurbano oltre che in aperta campagna, un ruolo decisivo deve essere attribuito alle tecniche ed all'organizzazione delle attività agricole. Ricordavamo all'inizio come il paesaggio veneto – in particolare quello agrario – sia stato, con quello toscano, uno dei più prestigiosi a livello nazionale ed europeo. Va però anche ricordato che il paesaggio agrario è il frutto di un processo di antropizzazione della natura e dell'evolversi delle culture e delle tecniche di coltivazione; è, come scriveva Emilio Sereni, “... quella forma che l'uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale” (E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano). Si può, in altri termini, affermare che il paesaggio – quello agrario in particolare – deriva da un progetto di civilizzazione, è l'espressione di una civiltà e di una cultura. La bellezza, il valore estetico di un paesaggio derivano soprattutto dalla sua capacità di rendere leggibile il senso, l'ordine, le relazioni intercorrenti, il significato culturale delle sue componenti. Non è sufficiente salvaguardare una villa veneta od una casa rurale tipologicamente ed architettonicamente significativa, se nel contempo se ne distrugge il contesto, il rapporto un tempo esistente con l'organizzazione del territorio. Nella percezione di un paesaggio, oltre alla dimensione ecologica (espressa dal rispetto delle leggi che regolano la biodiversità e l'evoluzione naturale, la riproducibilità dei componenti), sono fondamentali la dimensione culturale e simbolica. “Il paesaggio – afferma il sociologo Georg Simmel – non è ancora dato quando cose di ogni specie si estendono, l'una accanto all'altra, su un pezzo di terra e vengono viste immediatamente insieme... così come una quantità di libri accatastati non è una biblioteca, ma lo diventa quando un concetto unificante li ordina secondo il proprio criterio formale”.

Fondamentale è dunque salvaguardare le colture ed i terreni agricoli anche nell'area centrale della nebulosa metropolitana veneta ovvero nei luoghi oggi soggetti ad una più intensa attività di infrastrutturazione ed urbanizzazione. Senza tutela del mondo rurale – ha scritto di recente Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food – sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza, non può esserci tutela dell'ambiente e del paesaggio (La Repubblica, 5 ottobre 2008). Negli ultimi quindici anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un'area più grande del Lazio e dell'Abruzzo messi insieme. Di questi 3 milioni poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. “E' uno dei più grandi mutamenti, afferma sempre Carlo Petrini, che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su. Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti o pesticidi, sparisce... E' uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono”.

Con l'entrata in vigore della nuova legge urbanistica regionale, Regione, Province e Comuni hanno avviato un processo di revisione e ridisegno dei propri strumenti urbanistici. E' dunque questo il momento di intervenire, evitando che in attesa dei nuovi piani continui l'aggressione al territorio e richiedendo che a tutti i livelli della pianificazione – in stretta connessione con la programmazione economica e sociale e con l'allocazione delle risorse di bilancio – divenga centrale non solo il tema della formazione di una rete ecologica in grado di compenetrare gli stessi ambiti urbani, ma anche specificamente quello della riconversione biologica delle attività agricole. Significativo è, da questo punto di vista, l'esempio della Germania dove governo federale e Länder promuovono e finanziano per l'attuazione dei piani paesaggistici specifici progetti di ricomposizione fondiaria e riordino territoriale, coinvolgendo direttamente nell'elaborazione dei piani agricoltori, allevatori, proprietari dei boschi, cittadini e associazioni ambientaliste. Progetti che prevedono specifici contributi o sgravi fiscali per chi rinuncia all'uso di fertilizzanti chimici e provvede alla manutenzione di vigneti, frutteti storici e strade alberate, al ripristino di muri a secco e terrazzamenti, siepi di confine e recinzioni tradizionali ed al restauro degli edifici rurali.

Vige in Germania, nell'ambito delle procedure pianificatorie, il “principio di cooperazione”, in quanto si ritiene che la salvaguardia del patrimonio naturale ed il controllo della pressione antropica sull'ambiente siano difficilmente realizzabili senza la collaborazione attiva dei cittadini. L'obbligatorietà del coinvolgimento e della partecipazione dei cittadini – sia pure ancora con molti limiti ed ambiguità – viene affermata anche dalla nuova legislazione urbanistica delle nostre Regioni e dalle procedure indicate dalla Comunità Europea per la formulazione della VAS – Valutazione Ambientale Strategica prevista per la pianificazione urbanistica e territoriale. E' un principio di cui, come associazioni ambientaliste, dobbiamo rivendicare la più ampia applicazione, proponendo regole chiare e procedure obbligatorie, che non possono certo esaurirsi nel meccanismo tradizionale delle “Osservazioni” a giochi conclusi e delle “Controdeduzioni” (che nel 99 per cento dei casi respingono la Osservazioni presentate da cittadini e associazioni, in quanto ritenute “non congruenti” con l'impostazione del piano adottato dall'amministrazione).

L'elaborazione dei piani territoriali ed urbanistici, a partire dall'impostazione degli studi preliminari sino alla fase delle fondamentali scelte strategiche e della definizione delle priorità d'intervento, deve divenire un'importante occasione per attivare un processo di”apprendimento collettivo”, un processo di crescita del “capitale sociale” che – come sostiene l'urbanista Roberto Camagni – deve avvenire attraverso la promozione della comunicazione, della partecipazione, della fiducia e della cooperazione, ovvero attraverso la mobilitazione di tutta la società civile”. Un processo partecipativo e cooperativo che deve operare ai diversi livelli istituzionali, ma anche attraverso il dialogo costante con i cittadini e l'associazionismo economico, sociale, culturale ed ambientalista, finalizzato alla costruzione di una visione condivisa del futuro delle comunità locali, condizione essenziale per assicurare efficacia agli stessi strumenti di piano.

Novembre 2008

Il testo in formato .pdf è scaricabile qui.

Appena lanciato un appello che denuncia il massacro di Gaza- quello promosso a caldo da Acli,Arci, Lega Ambiente - le adesioni sono arrivate subito e a migliaia. Così già avviene per il documento più elaborato proposto ora dalla Tavola della Pace (che aggrega un arco di associazioni anche più esteso, con la convocazione di una appuntamento ad Assisi il prossimo 17) e che invita all'azione e ad una riflessione strategica. Vuol dire che la gente ha voglia di schierarsi, di esprimere il proprio sdegno, di fare qualche cosa almeno per far cessare il fuoco e ottenere il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia. E infatti una serie di iniziative locali stanno partendo un po'ovunque.

E tuttavia non possiamo non rilevare che fino ad oggi la risposta dell'Italia democratica è stata del tutto inadeguata rispetto all'enormità dell'attacco. Tanto più stridente in Italia, il paese dove la protesta è stata finora più limitata, e dove invece tradizionalmente la questione palestinese era stata sempre molto sentita da un'opinione pubblica assai vasta. Questa volta sono stati invece soprattutto i direttamente colpiti - i palestinesi e gli arabi immigrati - ad animare le manifestazioni, in una dolorosa solitudine, accompagnati da qualche insensato incendio di bandiere.

Non possiamo non chiederci seriamente perché. Ancora fino a pochi anni fa, quando l'Iraq fu aggredito, la reazione fu vasta e forte, coordinata a livello mondiale. Non è così oggi.

E' troppo facile rispondere che dipende dal fatto che i movimenti non ci sono più, che le forze messe in moto dai Forum sociali sono ormai cosa del passato, inghiottite dal berlusconismo. Certo, un indebolimento indubbio c'è stato, anche una vera involuzione politico-culturale. Ma se oggi nessuno scende in piazza come prima è soprattutto perché da molto tempo il movimento non solo non vince, ma non ottiene alcun riscontro politico. Non dal governo, e - che è ancora più grave - nemmeno dalle forze che dovrebbero essere di opposizione. Il senso di inutilità della lotta produce inesorabilmente paralisi, disimpegno. Rassegnazione e casomai solo la rabbia dell'impotenza, o sfogo nell'agorà virtuale del web che certo ha un suo peso, ma non è, non può essere, sostitutiva della mobilitazione fisica.

Che fare, allora? Il segnale che viene da queste giornate di relativo silenzio è preoccupante ben al di là della vicenda di Gaza. Indica ancora una volta quanto profonda sia oramai la crisi politica, la sfiducia nella politica. Quanto forte sia ormai l'antipolitica.

Pensare di risolvere il dramma mediorientale ormai incancrenito con qualche corteo in effetti appare a tal punto irreale che si capisce come non si abbia voglia nemmeno più di provarci. L'atonia delle forze politiche crea un vuoto che fa passare a tutti la voglia di scuoterle.

E tuttavia bisogna reagire. Vi sembrerà patetico questo richiamo al volontarismo e forse lo è. E però ci sono alcune fondamentali ragioni per cui occorre farlo: perché se lasciamo i palestinesi soli, e con loro chi condivide quel disgraziato territorio mediorientale, non faremo che accendere ancor più la tentazione di atti disperati, una tendenza del resto già sempre più diffusa; perché lo dobbiamo anche a quel drappello di coraggiosi israeliani che si stanno ribellando alla politica del loro governo e che sarebbe tragico se lasciassimo senza eco.

E perché anche se non saranno le nostre manifestazioni a sciogliere il nodo israelo-palestinese, dichiararsi a priori impotenti equivale a far passare la tendenza più pericolosa: quella che consiste nel sostenere che non c'è ormai più soluzione.

So che le parole appaiono ormai tutte vane. Ma per difficile che sia occorre continuare a dire almeno una cosa: che con questa politica Israele si condanna a una prospettiva senza pace, perché ogni vittoria strappata con il sopruso della forza militare verrà pagata duramente con l'insicurezza permanente, perchè la diffusione del terrorismo sarà incontenibile e così l'odio di coloro che abitano la stessa regione nella quale il popolo israeliano ha deciso di vivere. Serve a spingere gli stessi palestinesi, di cui pure è comprensibile una politica spesso dettata dalla disperazione, a ricercare strade più efficaci per la propria liberazione. Serve a noi - la sinistra- per ricostruire la nostra soggettività, ridare senso ai nostri valori, per non sentirci vermi che strisciano a terra schiacciati dai potenti. Vorrei aggiungere: a non doverci vergognare.

Nel frattempo al Tg1 Gaza è già passata terza notizia, preceduta dal dramma dei milanesi con la neve e degli europei minacciati di dover ridurre il riscaldamento. È naturale: il dramma dei palestinesi è ormai minore, camion delle Nazioni unite possono infatti transitare per tre ore per andare a soccorrere i sopravvissuti (pochi) dell'ultimo bombardamento che dell'Onu ha distrutto una scuola. Allo scadere del termine, non un minuto di più, le bombe ricominceranno a cadere, ma domani - state tranquilli - potrà passare nuovamente chi va a raccogliere i feriti e i cadaveri che nel frattempo quelle bombe hanno mietuto.

La striscia insanguinata di Gaza è l'ultima testimonianza di una tragedia senza ritorno, ormai avviata verso la soluzione finale. In questi giorni migliaia di feriti e centinaia di morti, vittime dei bombardamenti e dell'attacco terreste della grande potenza nucleare israeliana, si sono aggiunti alle decine di migliaia di persone in condizioni disperate a causa della miseria, delle malattie, della fame. I ricatti finanziari e l'embargo imposto da Israele alla popolazione di Gaza non intendevano colpire soltanto il movimento di Hamas.

Né si può minimamente pensare, nonostante i fiumi di retorica versati dagli opinionisti occidentali, che l'operazione «Piombo fuso» fosse stata progettata per replicare ai razzi Qassam. In dieci anni questi rudimentali strumenti bellici non avevano provocato più di una decina di vittime israeliane.

Gaza deve scomparire, soffocata nel sangue: questo è l'obiettivo strategico delle autorità israeliane dopo il fallimento del «ritiro» voluto da Sharon nel 2005. Gaza verrà falciata come entità civile e come struttura politica autonoma: non a caso i missili e i carri armati israeliani stanno distruggendo accanitamente le sue strutture civili, politiche e amministrative. Gaza verrà ridotta a un cumulo di macerie e scomparirà come sta scomparendo la Cisgiordania, che ormai sopravvive come un relitto storico, come una sorta di discarica umana differenziata, dopo quarant'anni di illegale occupazione militare.

Quello che rimarrà del popolo palestinese sarà sottoposto per sempre al potere degli invasori in nome del mito politico-religioso del «Grande Israele». Rispetto a questo mito il valore delle vite umane è uguale a zero, nonostante il «diritto alla vita» di cui ha fabulato la Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948. Il 1948 è proprio l'anno dell'auto proclamazione dello stato d'Israele e della feroce «pulizia etnica» imposta dai leader sionisti al popolo palestinese, oggi rigorosamente documentata da storici israeliani come, fra gli altri, Ilan Pappe, Avi Shlaim e Jeff Halper.

In questi anni l'idea di uno stato palestinese è stata l'ultima impostura sionista, sostenuta dal potere imperiale degli Stati uniti, con la complicità dell'Unione europea. L'inganno è servito non solo a coprire un processo di occupazione sempre più invasiva dell'esigua porzione di territorio - il 22 per cento della Palestina mandataria - rimasta al popolo palestinese dopo la guerra di aggressione del 1967. L'inganno è servito soprattutto per avviare una progressiva e irreversibile colonizzazione dell'intera Palestina. Oggi non meno di 400 mila coloni sono insediati in Cisgiordania e le colonie si espandono senza sosta.

A Gaza e in Cisgiordania i leader politici palestinesi sono stati costretti all'esilio, incarcerati o eliminati con la tecnica feroce degli «omicidi mirati». Decine di migliaia di case sono state demolite e centinaia di villaggi devastati. Centinaia di pozzi sono stati distrutti e le riserve idriche sotterranee sequestrate e sfruttate per irrigare le coltivazioni delle colonie e dei territori israeliani. Migliaia di olivi e di alberi da frutta sono stati sradicati. Un fitto intreccio di strade che collegano le colonie tra di loro e con Israele - le famigerate by-pass routes - sono state interdette ai palestinesi e rendono ancora più difficoltose le comunicazioni territoriali, già ostacolate da centinaia di check point. A tutto questo si è aggiunta l'erezione della «barriera di sicurezza» voluta da Sharon, il muro destinato a stringere in una morsa la popolazione palestinese, relegandola in aree territoriali sempre più frammentate e dislocate. Nel frattempo Gerusalemme è stata trasformata in un'immensa colonia ebraica che si espande sempre più verso oriente, cancellando ogni traccia della presenza arabo-islamica e dei suoi millenari monumenti.

L'etnocidio del popolo palestinese si consuma nell'indifferenza del mondo, con la complicità delle cancellerie occidentali, l'omertà dei grandi mezzi di comunicazione di massa, il servilismo degli esperti e dei giuristi «al di sopra delle parti», il fervido sostegno del più ottuso e sanguinario presidente che gli Stati uniti d'America possono vantare. Per quanto riguarda il popolo palestinese, il diritto internazionale è un pezzo di carta insanguinata, mentre le Nazioni unite, dominate dal potere di veto degli Stati uniti, macinano acqua nel mortaio e lasciano impuniti gli infiniti crimini internazionali commessi da Israele. La triste vicenda di Richard Falk ne ha offerto in questi giorni l'ennesima prova. Ciò che sicuramente riprenderà vigore in un futuro molto prossimo - e sarà per tutti la tragedia più grave - sarà il terrorismo suicida dei giovani palestinesi, la sola replica «economica» al terrorismo di stato. E altissimo sarà il rischio di un allargamento del conflitto nell'intera area della mezzaluna fertile.

Che senso storico e umano ha tutto questo? Qual è il destino del Medio Oriente? Che funzione svolge la strage di uomini, donne e bambini palestinesi? Come si giustifica la spietatezza del governo Olmert e la complicità delle autorità religiose israeliane?

Una cosa sembra certa e è la funzione sacrificale di un lembo di terra tra i più densamente abitati poveri e disperati del pianeta. Chi persegue un obiettivo assoluto e si crede portatore della giustizia e della verità, si attribuisce un'innocenza assoluta e è sempre pronto, come ci ha insegnato Albert Camus, a imputare agli avversari una colpa assoluta e a spegnere la loro vita negando loro ogni speranza. Gaza è ormai un immenso patibolo dove si celebra di fronte al mondo una condanna a morte collettiva. L'umanità assiste allo «splendore del supplizio», per usare una celebre espressione di Michael Foucault. La pubblica esecuzione della condanna a morte dei propri avversari è uno strumento essenziale di glorificazione di un potere che si sente più che umano.

Ci sono anche sindaci felici. «Il Grand Hotel Marmolada wellness sarà costruito qui, dove c’è il grande parcheggio per la funivia. Gli chalet saranno poco lontano, sulla strada verso la centrale idroelettrica. Ma saranno fatti bene, sembreranno i fienili di una volta». Il sindaco contento è Maurizio De Cassan, 53 anni, albergatore a Malga Ciapela e primo cittadino di Rocca Pietore. «Gli hotel, e anche le seconde case, continuano a pagare l’Ici. Così avremo i soldi per il bilancio comunale».

«È uno scempio ambientale, e non solo» dice Fausto De Stefani, presidente dell´associazione ecologista Mountain Wilderness. «La vita sulle Alpi si difende costruendo un equilibrio fra le comunità. Qui invece arriva una massa di cemento, imposta da interessi imprenditoriali, che rompe ogni equilibrio. L’identità e la storia di Rocca Pietore vengono cancellate. Gli artigiani e i piccoli imprenditori di questa conca avranno purtroppo un solo futuro: andare a fare i camerieri al Grand Hotel».

L’insulto alla Regina delle Dolomiti dura ormai da troppi anni. Strade scavate nel ghiacciaio per costruire i nuovi impianti della funivia, crepacci usati come discariche, silenzio spezzato dagli elicotteri che portano in vetta gli appassionati di eliski. Non si scompone, il sindaco albergatore Maurizio De Cassan. Resiste anche alle critiche dei suoi colleghi della Federalberghi, che hanno definito il progetto «una svendita del territorio, un’eresia, perché non può esistere turismo senza bellezza». «Quelli lì - dice - parlano senza conoscere bene le cose. Qui alberghi a 4 o 5 stelle non ne abbiamo e certi clienti non vengono nei nostri tre stelle. E poi piscine e centro benessere saranno aperti anche ai clienti degli altri hotel che faranno le convenzioni».

Tutto iniziò nel 2005, quando in consiglio comunale venne approvata la cosiddetta «variante Vascellari», pochi giorni prima che la Regione Veneto bloccasse le modifiche ai Prg. Mario Vascellari è presidente della società Tofana Marmolada proprietaria della funivia che porta in cima alla regina delle Dolomiti (ristrutturata nel 2005 con 15,5 milioni di euro, 6 dei quali dati dalla Regione Veneto a fondo perduto). Valentino Vascellari, fratello di Mario, è il presidente dell´Associazione industriali di Belluno (e socio nella società della funivia) che l´altro giorno ha presentato il progetto di Malga Ciapela assieme ad un altro hotel da 180 camere a Sappada. «I fratelli Vascellari - dice il sindaco Maurizio De Cassan - sono anche i soci principali della società che vuole costruire il Grand Hotel resort. Del resto, la variante del 2005, quella che abbiamo approvato in consiglio, l’avevano preparata, e pagata, proprio loro. Così ho risparmiato i soldi della comunità».

Contro il «mostro della Marmolada» si alzarono subito polemiche. «Nonostante le proteste il progetto è rimasto quello iniziale. Il corpo centrale sarà alto 12 metri e mezzo, più qualche torre». Già oggi gli appartamenti non mancano, a Rocca Pietore e frazioni. Secondo il censimento del 2001 per 1.451 abitanti (e 650 famiglie) ci sono 1.887 abitazioni. «Penso che in 5 anni - dice il sindaco - il resort sarà realizzato. Credo che costerà 50 milioni».

Walter De Cassan, presidente della Federalberghi di Belluno, è infuriato con il quasi omonimo sindaco di Rocca Pietore e con chi, come lui, «butta via il territorio». «Il Grand Hotel di Malga Ciapela è una follia. Nel bellunese i letti degli alberghi sono occupati solo per il 40%. Il problema è fare conoscere le nostre Dolomiti, altro che costruire nuovi hotel portando tonnellate di cemento sulla Marmolada».

Per capire la differenza fra un hotel a gestione familiare e l’albergo gestito da una catena nazionale o internazionale, basta entrare all’hotel Principe Marmolada, a Malga Ciapela, che fa parte della Emmegi hotel srl con sede a Milano. Con sette gradi sottozero nel menù del pranzo si offrono riso all’inglese e prosciutto e melone. Nessuna traccia di zuppe o polenta. Acquisti e menù sono decisi a livello nazionale, e la tavola del ristorante davanti alla Marmolada è uguale a quella di un self service milanese. «Il grande complesso alberghiero - dice Luigi Casanova, vice presidente di Cipra, la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi - è invadente, cancella l´identità della popolazione locale, frantuma le filiere corte dell’economia che ancora oggi resistono. Cancella l’artigianato, i piccoli albergatori, gli affittacamere».

La battaglia di Mountain Wilderness per difendere «l’ultimo vero ghiacciaio delle Dolomiti» è iniziata nel 1988. «In quell’estate - ricorda Fausto De Stefani - raccogliemmo centinaia di sacchi di immondizie sotto la parete sud. Ci calammo nei crepacci per raccogliere funi, plastiche, prodotti chimici, rifiuti di ogni tipo scaricati dalla società della funivia assieme a oli esausti e carburanti».

Per questo inquinamento la società funivie Tofana Marmolada è stata multata di 100.000 euro, da pagare alla Provincia di Belluno come risarcimento per danni ambientali. Il 4 febbraio 2008, a Cavalese, tre rappresentanti della stessa società sono stati condannati a 8 mesi di reclusione (indultati) per avere costruito senza autorizzazioni una strada di accesso al cantiere della funivia, nel cuore del ghiacciaio. Fra i condannati anche il presidente della società, Mario Vascellari, che assieme al fratello Valentino (il presidente degli industriali bellunesi) ora ha il permesso di costruire il mega resort di Malga Ciapela. Valentino Vascellari non ha certo risparmiato elogi al progetto. «Il turismo bellunese - ha detto - uscirà dall’età della pietra».

Ed entrerà nell’età del cemento ad alta quota. Colato fra i cristalli di ghiaccio della Marmolada.

Se fossimo quel Paese civile che in molti sogniamo, se il buon senso delle persone ragionevoli guidasse l’analisi dei problemi per trovarne le soluzioni adatte non saremmo, da dieci anni ormai, tra alti e bassi incredibili, nel pantano di Malpensa.

Tranne i pochi con memoria storica, tranne qualche “addetto ai lavori” che però glissa, i più, condizionati dal battage pubblicitario del “Partito del Nord”, ignorano che Malpensa doveva essere semplicemente l’aeroporto point to point affiancato a Linate per assorbirne il traffico aereo in eccesso rispetto alla sua capacità operativa, crescendo fino al limite stabilito nel P.R.G.A. (Delibera del Consiglio Regionale Lombardo N. IV/274 del 03/06/86) di 100.000 voli/anno ossia, all’incirca, 12 milioni di passeggeri. Per un insieme di motivi che è più semplice definire “malgoverno” (del territorio, del sistema aereo, ecc.) i fatti si sono svolti diversamente e, già in data 19 novembre 2000, ben 87 sindaci delle province di Varese, Novara e Milano firmarono “Ticinia”, un manifesto “Contro illegalità e soprusi di Malpensa”. Ma siamo ormai a questi giorni di ira leghista e nordista per le scelte di C.A.I. in materia di aeroporti e slot. Vorremmo proporre una riflessione su Malpensa, ovvero sulle ragioni in base alle quali ne viene rivendicato, dal “Partito del Nord”, un particolare ruolo.

“Malpensa è il motore dello sviluppo del nord”, “E’ l’hub degli affari”, “E’ la madre di tutte le battaglie”: questi ed altri slogan sono e sono stati parole d’ordine che hanno affascinato gli elettori e prodotto effetti evidenti nei risultati elettorali dello scorso anno. La difesa di Malpensa premia!!!

Il primo tema che proponiamo è dunque: chi o che cosa stabilisce il ruolo, la capacità operativa, di un aeroporto? Quali destinazione collegare, quale numero di frequenze quotidiane e settimanali? Prescindendo dalle leggi in materia di Valutazioni di Impatto Ambientale e dal P.R.G.A. (cosa che è puntualmente avvenuta nel caso di Malpensa) la risposta è: il mercato. Dunque Malpensa, che nei suoi dieci anni ha vissuto alti e bassi sorprendenti, si è di volta in volta adeguata al mercato? Per quanto riguarda la crescita del traffico, avendo seguito con attenzione le vicende del decennio, troviamo una risposta negativa.

La crescita del traffico a Malpensa è derivata da trasferimenti forzati di voli da Linate, da Fiumicino e da altri aeroporti del centro nord nell’obiettivo di un sistema “malpensocentrico” asservito al business che la grande concentrazione di voli e passeggeri veniva a creare: operazioni contrarie al mercato. Dietro alle riduzioni di traffico a Malpensa troviamo invece sempre la scure impietosa del mercato: così è stato già nel 2000. In quell’anno il Ministro dei Trasporti Bersani, dopo aver autorizzato con un suo primo decreto il trasferimento di ulteriori 160 voli da Linate a Malpensa, forse capendo che qualcosa non andava per il verso giusto, rialzò con un successivo decreto il limite operativo di Linate, precedentemente abbassato da 30 a 10 movimenti/ora, e lo portò a 18. I 18 movimenti/ora furono immediatamente occupati da voli che... invertirono la rotta, lasciando Malpensa. E contro il mercato il “partito di Malpensa” riuscì persino a far scrivere, in una mozione approvata dal Consiglio regionale lombardo il 28/10/2006, la richiesta di tasse aeroportuali più alte a Linate e più basse a Malpensa, (testualmente: “la riarticolazione dei diritti di scalo tra Linate e Malpensa”), giusto per far capire cosa pensasse del mercato. Veniamo al Piano industriale di Alitalia firmato da Maurizio Prato nel 2007. Dopo il primo tentativo di vendita di Alitalia, andato a vuoto per i troppi “paletti”, tra cui il mantenimento di due hub, l’Azionista Padoa Schioppa capì che per raggiungere l’obiettivo serviva un Piano industriale secondo il mercato, cioè il ridimensionamento di Malpensa a favore di Fiumicino, ponendo fine alla catastrofe economica dei due hub, fonte solo di doppi costi. Il de-hubbing di Malpensa stava per produrre il risultato voluto ma poi, per i motivi che sappiamo, Air France lasciò la partita e così, invece di 2000 esuberi con i francesi, l’italianità di C.A.I. lascia a terra 10.600 disoccupati. Abbiamo poi visto cosa ha prodotto il mercato a Malpensa quando sono state tolte “protezioni” da paese d’oltrecortina. A proposito dell’occupazione abbiamo scritto da tempo: “ L’abnorme concentrazione di voli e di lavoratori (per il mancato rispetto dei limiti del PRGA) costituiva a Malpensa una bolla destinata scoppiare. E’ infatti scoppiata facendo pagare ai più deboli (i precari) o, nella migliore ipotesi, ai contribuenti (per chi va in CIG) gli errori, anzi gli orrori, di Politici, Amministratori e Sindacati” e tutti questi insistono nell’errore...

Tralasciando il fatto che noi, da anni, proponiamo che Malpensa venga inquadrato nel “sistema aeroportuale del Centro-Nord”, 18 aeroporti più comodi perchè più vicini all’utenza e con altre peculiarità come tante volte abbiamo già scritto, quale proposta di traffico formulare per Malpensa? Proprio per questo auspichiamo il buon senso delle persone ragionevoli di cui dicevamo. Con una semplice analisi origine/destinazione dei passeggeri si potrebbe calcolare quali e quanti voli servano a Malpensa. Ci chiediamo da anni, visto che l’hub italiano era ed è Fiumicino, perchè Milano ne dovesse avere anche uno suo, un tentativo di hub bocciato dal mercato.

Milano e la Lombardia avevano già raggiunto da anni un livello economico importante quando fu inaugurata Malpensa. Quindi Milano era Milano anche prima di Malpensa. Ora però il ruolo di Malpensa, sicuramente importante, sembra essere irrinunciabile. Servono dunque uno o più voli da Malpensa verso una o più destinazioni continentali o intercontinentali? Se l’indagine origine/destinazione dice che i passeggeri ci sono, si istituiscano i voli. Se i passeggeri esistono ma in un bacino molto ampio, vadano all’hub di Fiumicino. I voli che Alitalia riportò col de-hubbing a Fiumicino, oltre a costituire numerosi doppioni, cioè voli in doppio su Linate e Malpensa e su Malpensa e Fiumicino, cioè raddoppio dei costi, avevano spesso bassi coefficienti di riempimento: nei giorni del de-hubbing lo scrisse persino il Corriere della Sera (“Le rotte in perdita di Malpensa”, A. Baccaro). Sottolineo la sentenza del mercato: con due hub Alitalia non interessò a nessuno, con solo Fiumicino ad Air France interessò.

Un ricco, in quanto tale, non si limita ad una sola auto, una sola casa... ecc. Milano è così ricca da dover avere un aeroporto con tali e tanti collegamenti verso tutto il mondo (l’accessibilità aerea: ma cosa significa?) senza che ci sia reale giustificazione di traffico, cioè un vero motivo trasportistico? In questi tempi le Compagnie aeree operano in sinergia in alleanze che permettono di abbattere i costi, tagliano o riducono le frequenze dei voli sulle destinazioni meno remunerative ed hanno tutti gli occhi sui bilanci. Alitalia, per la dabbenaggine di pochi (o forse di molti?), ha continuato a rinviare la soluzione del proprio problema, continua a costare cifre enormi al contribuente ed è ancora in balia del dualismo Air France- Lufthansa, di chi parla di “multi-hub” (che è una cosa che non esiste) e di chi la vuole a Milano piuttosto che a Roma oppure sia a Milano che a Roma.

A Malpensa, ultimo ma non il meno importante, c’è il problema ambientale. Non ci stanchiamo di ricordare che l’aeroporto è interamente nel Parco lombardo della Valle del fiume Ticino, che si progetta di ampliarlo con una terza pista e con altri terminal per i passeggeri e che viene sistematicamente e colpevolmente coperto da silenzio che l’inquinamento, sia acustico che atmosferico, è oltre i limiti tollerabili. La recente sentenza Quintavalle, emessa dal Tribunale di Milano (che obbliga S.E.A. ed il Ministero dei Trasporti a versare un indennizzo di 5 milioni di Euro alla “Tenuta 3 Pini” che si trova a Somma Lombardo sotto una rotta di decollo) ha finalmente rotto il muro di omertà e silenzio e speriamo che altri procedimenti confermino questa tendenza. Sotto alle 5 rotte di decollo ci sono, nel raggio di 10 km, 38 Comuni, non certo sorti dopo Malpensa e, nel raggio di 15 km, i Comuni sono 88, gli abitanti 500.000. Contano solo gli affari e non la salute di mezzo milioni di persone? Possibile che ci sia un fronte bipartizan, tutti in sintonia con il “Partito (degli affari) di Malpensa? Possibile che anche il centrosinistra dica le stesse cose che dice Formigoni? Se il centrosinistra vuole proporsi come forza politica alternativa a Formigoni dovrà anche proporre un programma politico alternativo a quello di Formigoni: se dice le stesse cose perchè mai l’elettore dovrebbe cambiare?

L’attuale crociata in difesa di Malpensa ci conferma che c’è chi è determinato a sacrificare l’Ambiente allo sviluppo incontrollato ed immotivato di Malpensa: dilapidare un patrimonio come il Parco del Ticino, dichiarato dall’UNESCO “Riserva della Biosfera”, è un lusso che ci possiamo permettere? Gallarate, 7 gennaio 2009

UNI.CO.MAL. Lombardia

Il Presidente

Beppe Balzarini

Nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha proposto di fare della crisi un’occasione "per impegnarci a ridurre sempre più le acute disparità che si manifestano nei redditi e nelle condizioni di vita". Supponiamo per un momento che il governo o l’opposizione prendano sul serio le sue parole. Caso mai lo facessero, dovrebbero elaborare una politica rivolta a ridurre in modo stabile le disparità, ovvero le disuguaglianze socio-economiche osservabili nel nostro paese. Il percorso da seguire a tale scopo comprenderebbe diverse tappe. Vediamo quali sarebbero le principali.

Anzitutto, parlando dell’Italia, è poi vero che da noi le disuguaglianze sono maggiori che in altri paesi? Ammesso che lo siano, perché mai il potere politico dovrebbe preoccuparsene? Una risposta alla prima domanda l’ha fornita l’Ocse con un rapporto pubblicato un paio di mesi fa. Sui trenta paesi aderenti all’Ocse, soltanto 5 presentano indici di disuguaglianza superiori all’Italia, mentre ben 24 presentano indici inferiori. D’altra parte i ricercatori della Banca d’Italia forniscono da anni dati analoghi. In Italia il 20 per cento della popolazione più povera percepisce meno del 7 per cento del reddito totale; il 20 per cento più ricco riceve più del 41 per cento. Se si guarda al patrimonio, le disuguaglianze sono anche più grandi: il 10 per cento formato dalle famiglie più ricche detiene la metà della ricchezza reale e finanziaria, mentre la metà formata da quelle più povere possiede appena il 10 per cento della ricchezza totale. Soltanto gli Usa, il Brasile e pochissimi altri paesi mostrano disuguaglianze altrettanto piramidali.

La politica, sostiene la destra, non dovrebbe occuparsi delle disuguaglianze socio-economiche. Perché in fondo, essa dice, sono giuste. Coloro che stanno in alto lo debbono nell’insieme a un impegno nello studio e sul lavoro superiore a quello di coloro che stanno in basso. Se lo Stato interviene in tale processo, sminuisce il riconoscimento dovuto ai primi e compensa i secondi che non se lo meritano. Sostenendo questo la destra commette due errori. Il primo fattuale, perché la spiegazione vale per casi individuali, ma per un fenomeno collettivo come le disuguaglianze socio-economiche non c’è evidenza disponibile che la confermi. Il secondo errore è politico.

Chi si trova nella parte bassa della distribuzione del reddito e della ricchezza ha in media una vita più corta di qualche anno; svolge un lavoro più faticoso; si nutre come può; tende ad ammalarsi più spesso; stenta a mandare i figli all’asilo da piccoli come alle superiori o all’università da grandi; spreca in media un paio d’ore al giorno a fare il pendolare; a suo tempo, avrà una pensione da fame. Soprattutto, chi si trova nelle predette condizioni non conta niente nelle decisioni che vengono assunte dal potere politico giusto in tema di organizzazione del lavoro, salari, sanità, prezzi, costo e disponibilità di asili, scuola, trasporti pubblici, pensioni. Ora, finché si tratta d’una parte modesta della popolazione, un problema politico non si pone per chi sta in cima alla piramide: quelli che stanno alla base sono semplicemente invisibili. Quando invece capita che la base diventi maggioranza, o si affronta la questione delle disuguaglianze sul piano politico, oppure esse corrompono in profondità le strutture della società che le ha tollerate fino a quel punto. Che è il limite al quale l’Italia pare si stia approssimando.

Superata la tappa dell’accertamento dei dati, una politica volta a ridurre le disuguaglianze dovrebbe interrogarsi sulle loro numerose cause. Basta scegliere quelle su cui concentrarsi. La produttività delle imprese italiane, che dovrebbe essere fatta anzitutto di ricerca e sviluppo, prodotti innovativi, organizzazione del lavoro ad elevato contenuto professionale, nonché mezzi di produzione idonei a migliorare la qualità di prodotti e servizi e non soltanto a risparmiare lavoro, ristagna da circa un decennio. Le imprese piccole pagano salari molto più bassi in media che non quelle grandi, e l’Italia ha un numero spropositato di esse. Alle politiche attive e passive del lavoro, intese a facilitare un rapido ritorno al lavoro di chi lo ha perso, l’Italia destina poco più dello 0,5 per cento del Pil; Germania, Francia e Spagna, quasi cinque volte tanto. Infine la finanziarizzazione delle imprese ha dirottato masse di capitali che potevano andare agli investimenti verso impieghi improduttivi, come il riacquisto di azioni proprie e i compensi astronomici ai manager sotto forma di stock option, bonus, paracadute e pensioni d’oro in aggiunta allo stipendio.

In compenso è cresciuto il numero dei miliardari in dollari facenti parte del decimo al top delle persone più ricche del mondo. Quelli italiani formano ora il 7 per cento di tale decimo, appena un punto meno della Germania che ha una popolazione molto più grande, e tra 1 e 3 punti in più rispetto a Regno Unito, Francia e Spagna.

Allo scopo di elaborare una politica diretta a ridurre stabilmente le disparità di reddito, come richiesto dal Capo dello Stato, occorre coraggio e consenso sociale. Il primo, è noto, se uno non ce l’ha non se lo può dare. Quanto al consenso, il governo in carica pensa evidentemente di averlo trovato distribuendo qualche euro una tantum ai poverissimi e ad una frazione minima dei precari. L’opposizione farebbe invece bene a pensare di accrescere il proprio prendendo sul serio l’invito di Napolitano. Tenendo conto che in assenza d’una simile politica l’emergenza salariale di cui scrive l’Oil, con le sue componenti finanziarie, potrebbe notevolmente peggiorare nel corso del 2009.

Due sì alla moratoria per le linee 2 e 3 della tramvia

Italia Nostra, Associazione piazza della Vittoria, Associazione Linea 3, Coordinamento dei comitati dei cittadini dell’area fiorentina

A Firenze dal 2004 è stata avviata la costruzione di una linea tranviaria, la Linea 1, che collegherà la Stazione di S.M. Novella con Scandicci. La linea 2 – per l’Aeroporto - e la Linea 3 – per Careggi - sono in via di progettazione definitiva e se ne sono già avviati i lavori preliminari.

Con il Referendum consultivo indetto per il 17 febbraio dovremo dire sì o no alla sospensione delle linee 2 e 3. Lo scopo è quello di avviare un ripensamento complessivo sia del sistema tranviario che del trasporto pubblico a Firenze.

Questa Amministrazione comunale non ha mai attuato un vero confronto con i cittadini sull’opportunità o meno di costruire una tramvia, non ne ha mai discusso i tracciati e non ha mai cercato di affrontare e risolvere i disagi e i problemi prodotti da un’opera del genere.

L’assenza del confronto con la città genera mostri: infatti è possibile verificare che le sistemazioni preliminari già realizzate sono di una desolante modestia progettuale e di un devastante impatto territoriale e ambientale. A monte di qualsiasi progetto esistono invece dei vincoli inevitabili di natura ambientale, storico-artistica, urbanistica che qui non sono stati preventivamente individuati o “considerati”. Una volta che i problemi, i gravi danni al centro storico e al verde consolidato emergeranno non ci sarà più alcuna possibilità di recupero con soluzioni alternative valide.

Questo modo di procedere ha acutizzato il conflitto con una parte rilevante della cittadinanza. I nostri amministratori hanno trasformato il confronto sui fatti, da noi più volte sollecitato, in rissa ideologica che favorisce la logica degli schieramenti (destra o sinistra?) e impedisce qualsiasi sereno e serio confronto.

Gli amministratori ingenuamente attribuiscono alla sola presenza del tram il potere miracoloso di ridurre il traffico privato su gomma, senza effettuare alcuna verifica del progetto e senza affrontare il problema della mobilità nel suo complesso.

Ribadiamo: la forte politicizzazione che ha assunto il dibattito rischia di impedire la conoscenza ed una seria discussione dei progetti.

Per tutto ciò, pur non avendo promosso noi il Referendum, partecipiamo alla campagna referendaria a favore del sì considerandola comunque un’importante occasione data ai cittadini per esprimersi.

Noi siamo per il completamento della Linea 1 e per una moratoria delle Linee 2 e 3 in modo da ripensare tutto il sistema del trasporto pubblico.

A Firenze la congestione cronica da traffico è aggravata da un’alta domanda di mobilità, ben al di là della dimensione della città, sia per la presenza di un turismo globale invasivo e poco governato, sia per un’espansione edilizia incontrollata che ha disseminato abitanti e attività a grande distanza tra loro.

Noi sosteniamo il potenziamento del trasporto pubblico, ma siamo anche per la riduzione del bisogno di mobilità indotto dalla speculazione immobiliare che sta svuotando la città e condannando i suoi ex cittadini ad una vita da pendolari.

Per creare vere alternative al mezzo privato però bisogna rinunciare all’idea che esista un rimedio unico ed evitare infatuazioni o demonizzazioni per questa o quella soluzione. Non c’è esempio europeo che valga se non si parte da un’approfondita conoscenza delle esigenze della propria città.

La nostra opposizione non è alla tramvia in sé ma a questo progetto che riteniamo sbagliato, oneroso e imposto alla citta’.

Ecco 10 ragioni per rimettere in discussione le linee 2 e 3

- il sistema tranviario che si vuole realizzare è costituito da tracciati concepiti 15 anni fa per una metropolitana. è un trasporto di superficie pesante, rigido, inadeguato per la città di firenze.

- il progetto è limitato allo spazio adiacente ai binari senza riqualificare lo spazio pubblico circostante. mancano interventi contestuali sul sistema della circolazione, sul sistema della sosta e sulla rete di autolinee.

- ad opera finita avremo tre linee radiali imperniate sul nodo S.M. Novella – Fortezza che aumenteranno la congestione dell’area centrale, senza soddisfare i collegamenti con importanti funzioni metropolitane e i collegamenti intercomunali diretti (attraversamento di Firenze).

- stiamo verificando che ovunque passi questa tramvia gli alberi, anche adulti, vengono abbattuti. Il patrimonio arboreo esistente deve essere un’invariante di progetto, non la prima cosa da eliminare. Il prolungamento fino al Meyer produrrà l’ ulteriore taglio di un centinaio di alberi.

- l’abbattimento degli alberi, anche di quelli difesi da vincolo di legge, e i numerosi sottopassi, compromettono l’impianto storico del Poggi e i suoi prolungamenti moderni.

- il paesaggio urbano di Firenze ne uscirà stravolto, come già avvenuto nella zona di Porta al prato e delle Cascine.

- il tram “Sirio” di 32 m. è fuori scala per la città storica. L’impatto sarà dato sia dalla linea aerea (4 km. di fili e centinaia di pali) sia dall’ingombro e dalla frequenza dei convogli. La posa dei binari, costosa e con spesse fondazioni, è da considerarsi irreversibile per il centro storico di Firenze, patrimonio dell’Unesco.

- il tratto della Linea 2 che transita dal Duomo è dannoso anche perché finisce in modo irragionevole in piazza della Libertà dove metterà in crisi un nodo delicatissimo della viabilità cittadina, compromettendo una delle piazze più significative del Poggi.

- la diminuzione dell’inquinamento e del traffico automobilistico, che comunque alla fine non supererà l’8-10%, avverrà solo se e quando tutto il sistema della mobilità funzionerà.

- è da considerare che gli abitanti della zona Cure, dei quartieri a sud e a est non saranno serviti dalla tramvia.

la costruzione della Linea 1 con i costi raddoppiati e con ben 63 varianti dimostra che i progetti vengono elaborati in modo sommario. Questa “navigazione a vista” elevata a sistema è inaccettabile, è priva di qualsiasi studio di impatto ambientale e tale da vanificare ogni criterio di trasparenza

- l’aver affidato ad un “project financing” la delicata progettazione delle linee 2 e 3 significa addossarne il debito alla collettività, che dovrà compensare il mancato incasso alla società di gestione.

ed ecco alcune proposte alternative

- elaborare un Piano organico della mobilità di tutta l’area, anche mettendo in discussione scelte urbanistiche centralizzatrici ed invasive recentemente riconfermate dagli strumenti di pianificazione adottati

- mettere in atto una migliore utilizzazione dell’infrastruttura stradale e una razionalizzazione dei sistemi e dei servizi esistenti a scala metropolitana, da definirsi prima e non dopo la costruzione della tramvia.

- liberare il centro storico dal traffico fin da subito, limitando al massimo il suo attraversamento da parte delle linee di autobus e rinnovando profondamente il sistema di Trasporto Pubblico Locale.

- Pretendiamo il rispetto della ztl.

- prevedere il potenziamento di servizi di bus ecologici per il centro con penetrazione a staffa.

- attuare contemporaneamente tutte le misure utili al rafforzamento della mobilità elementare, in particolare di quella ciclabile, individuando una rete di aree e di corridoi ciclopedonali protetti

- verificare la necessità delle linee 2 e 3 valutando ipotesi diverse di collegamento metropolitano, basandosi sull’esteso sistema ferroviario in parte inutilizzato (si pensi solo al tratto Cascine - Leopolda), eventualmente completato da rami tranviari o utilizzando altri mezzi o infrastrutture adatte alle caratteristiche della città.

- aprire il confronto con la cittadinanza su progetti di tramvia, anche alternativi tra loro, fatti conoscere in modo semplice e comprensibile.

Anche la tramvia, da mezzo di trasporto pubblico, può trasformarsi in strumento di declino ulteriore.

La parola d’ordine di chi sostiene questo progetto, “cambiare o declinare”, la facciamo nostra: cominciamo a cambiare il progetto di tramvia, le sue modalità di costruzione e di finanziamento.

Nel XXI secolo modernità vuol dire rispetto dell’ambiente e qualità della vita

votiamo sì per fermare le linee 2 e 3!

votiamo sì per garantirsi le scelte, per garantirsi il futuro, per una vera partecipazione!

Primi sottoscrittori.Prof. Leonardo Rombai, Prof. Giorgio Pizziolo, Prof. Mariella Zoppi, Maria Rita Signorini, Arch. Luciano Ghinoi, Maria Rita Monaco, Arch. Paolo Celebre, Prof. Mario Bencivenni,Dott. Domenico de Martino, Tiziano Cardosi, Prof. Luigi Zangheri, Prof. Mauro Cozzi, Arch. Gabriella Carapelli, Arch. Rinaldo HoffmannRomano Romoli(Casa dei Tessuti, via dei Pecori), Prof. Marco Dezzi Bardeschi, Dott. Lara Vinca Masini, Prof. Rosetta Raggianti Prof. Carlo Carbone, Prof. Francesco Pardi

Postilla

L’intenzione dell’appello non è quella di rinunciare al tram, ma di ottenere un progetto decente, quindi ben diverso da quello approvato dal Comune. Forse sarebbe stato più efficace chiedere sostanziali miglioramenti del progetto anziché chiedere la moratoria, cioè la sospensione sine die dei lavori. Ma ciò avrebbe richiesto un dialogo con l’amministrazione, che non sembra esserci stato. Finché l’atteggiamento di chi governa è “prendere o lasciare”, ci sono poche speranze per una migliore democrazia e una migliore città

Palazzo Vecchio dichiara guerra alla rendita immobiliare. Lo fa con «l’avviso pubblico», il nuovo strumento urbanistico col quale progetta di sovvertire le regole edilizie fino ad oggi in uso. Durante il convegno organizzato ieri dalla commissione territorio guidata da Antongiulio Barbaro, l’assessore all’urbanistica Gianni Biagi ha annunciato che il Piano strutturale pronto a primavera conterrà proprio l’«avviso pubblico», lo strumento col quale il Comune si rivolgerà ai privati aprendo una sorta di concorso sulle opere che intende realizzare: una gara dove peserà più la qualità dei progetti che la semplice proprietà dei terreni. Una rivoluzione concettuale dell’edilizia privata che proprio a Firenze, dice l’assessore, troverà la prima sperimentazione significativa.

«L’avviso pubblico è un’idea della Regione che siamo lieti di sperimentare nella nostra città. E non a caso: finora in Italia era stato applicato solo in piccoli Comuni ma la Toscana e Firenze si confermano all’avanguardia nel dibattito urbanistico», sostiene l’assessore comunale. Mettendo fine (almeno in parte), oltretutto, alle divergenze e anche alle polemiche saltate fuori qualche settimana fa proprio sui contenuti del Piano strutturale tra il Comune e Riccardo Conti, l’assessore regionale all’urbanistica primo paladino del ricorso all’«avviso pubblico» tanto da introdurlo nel Pit, il Piano d’indirizzo territoriale che la Regione approverà in via definitiva prima dell’estate.

Come funzionerà «l’avviso»? Oggi il proprietario di un terreno che vuole costruire 100 appartamenti presenta un progetto e preme il Comune per ottenere poi la concessione. Domani tutto cambia: nel Piano strutturale il Comune dice quali opere considera prioritarie ma non dove devono essere fatte (il Piano strutturale non è più un Piano regolatore). E lancia quindi l’«avviso»: ci sono imprenditori interessati a realizzare l’idea del Comune? Il proprietario dei terreni e il costruttore devono mettersi insieme per confezionare un progetto convincente. E il Comune sceglie, tra quelli pervenuti, il progetto che più comporta vantaggi per il pubblico.

Solo a questo punto, non prima, interviene il regolamento urbanistico a dire dove deve essere realizzata l’opera. E solo a questo punto sarà chiaro quali saranno i terreni edificabili. Prima del regolamento urbanistico la rendita immobiliare non può dunque salire e dopo il Comune avrà già scelto. Da notare che il regolamento avrà una durata di soli 5 anni (nel senso che dopo decade tutto).

Quali operazioni potranno essere fatte con l’«avviso»? Secondo Conti e Biagi, «praticamente tutte»: il recupero dell’ex panificio militare di via Mariti o anche l’albergo nella ex Fiat di viale Belfiore, che ha sollevato tante polemiche dopo l’abbandono dell’architetto Jean Nouvel. Prima di tutto però il Comune dovrà decidere il pacchetto delle opere da farsi con urgenza.

«Lo faremo cominciando dal Piano strutturale - dice Biagi - il sistema dell’"avviso" consente al Comune di massimizzare i profitti e consente anche la massima trasparenza nelle procedure». Ma consente anche, aggiunge Conti, di favorire la concorrenza tra privati: «Una concorrenza sui progetti, sulla qualità, più che sulla proprietà». Senza contare che, interviene anche il capogruppo dei Ds Alberto Formigli, definire il pacchetto delle priorità pubbliche è come «assegnare quote di edificabilità». Mille miglia lontano dalla logica dei vecchi piani regolatori che stabilivano sulla carta quali erano i terreni edificabili aumentandone d’un botto il valore.

Postilla

Già a Milano si era proposta, e praticata, la soluzione di lasciar decidere alla proprietà immobiliare che cosa costruire e dove, sulla base delle “strategie”, molto generali e generiche, dell’amministrazione. La proposta era stata ripresa e perfezionata e generalizzata dalla "legge Lupi" (per fortuna sconfitta).

Adesso anche a Firenze si vuole fare così: la “strategia” la fa il piano strutturale, e il regolamento urbanistico (cioè il vero PRG, quello che dice dove si costruisce e che cosa e quanto) viene redatto dopo e sulla base delle proposte degli “imprenditori”, cioè il tandem costruttori-proprietari. Insomma, chi decide è la rendita.

Poi dicono (e il giornalista ci crede) che così combattono la rendita e la vincono. Dicono di aver vinto, e non sanno che si sono arresi.

Sono state molte le iniziative per ricordare la disastrosa alluvione di quarant’anni fa. Iniziative importanti che culmineranno, penso, nell’incontro in difesa dell’ambiente e degli ecosistemi urbani (domani in Palazzo Vecchio) nel corso del quale sarà solennemente firmato l’appello delle città di Firenze, New Orleans, Dresda, Budapest e Venezia, per la salvaguardia del pianeta e dei patrimoni culturali.

Forse, però, è mancato un ricordo importante: l’inascoltata proposta, che Giovanni Michelucci lanciò all’indomani della catastrofe, di ripartire dalla ricostruzione del quartiere di Santa Croce, uno dei più devastati, per risanare una parte importante del centro storico e riproporre così un’idea di città «aperta», non più costruita per parti separate e ghettizzanti. L’idea - già proposta all’indomani della distruzione di Borgo San Jacopo ad opera dei nazisti in fuga - era quella di un uso popolare degli spazi, le cui parti potevano essere collegate da «percorsi».

Un’idea semplice, che riproponiamo con le parole del Grande Vecchio dell’Architettura, tratte dalla conversazione raccolta nel libro Abitare la natura, edito da Ponte alle Grazie nel 1991. «Proponevo qualcosa di più di un semplice pensiero architettonico - spiegava Michelucci - Era una nuova Firenze, quella a cui pensavo. Non più separata in due parti da un fiume ostile, ma unita da un percorso che, per orti e giardini, da Boboli per San Frediano, attraverso l’Arno arrivasse all’orto di Santa Croce, nel cuore del quartiere, riscoprendo quel verde che, come ho sempre sostenuto, non si può “mettere” nella città: ne fa già parte. Pensavo di affrontare la rinascita di quel quartiere da sempre segnato dall’emarginazione, cercando oltre la sopravvivenza, anche gli elementi dinamici della storia. L’alluvione, per esempio, aveva messo in evidenza come i viali del Poggi non fossero solo un anello utilissimo di scorrimento fra la vecchia e la nuova città, ma anche un elemento di sviluppo il quale, organizzando lo spazio fra le Murate e San Salvi, avrebbe fatto assumere a Santa Croce la funzione di collegamento e di avamposto della memoria storica al di là dei viali. Altro che sopravvivenza! Era nuova una vita per il quartiere e l’intero centro storico. Era la fine della separatezza fra l'antico quartiere e la parte ottocentesca della città. Ma così non fu - concludeva amaramente Giovanni Michelucci - C’è stata un’ostilità nei miei confronti che non ho mai capito. Forse perché andavo capovolgendo la città e con essa alcuni interessi costituiti».

Probabilmente come quelli che ancora oggi sembrano dominare Firenze, ormai senza un’idea di città.

Per questo, forse, è imbarazzante ricordare il Grande Vecchio dell’Architettuta scomparso alla vigilia del suo centesimo compleanno.

La vicenda di via Arnoldi nella quale un gruppo di abitanti, proprietari dell’unica via di accesso ad uno dei cantieri di cui si sta riempiendo la città, sono costretti a difendersi da provvedimenti di imposizione dell’Amministrazione Comunale, è solo l’ultimo atto di un'aggressione al territorio portato avanti da alcuni costruttori di Firenze, con l’assenso dell’Assessorato all’Urbanistica e la compiacente distrazione della Provincia e della Regione.

Ricordiamo di che cosa si tratta:

Nel 2002 il Comune pubblica un bando per la costruzione di appartamenti secondo il programma nazionale denominato “20.000 case in affitto” ? Decreto Ministeriale 2522 del 27 Dicembre 2001? per la costruzione in aree degradate di alloggi da cedere a canone concordato.

Nel corso del 2005, l’Amministrazione Comunale, invece di partecipare al bando in prima persona, e senza avviare alcuna seria iniziativa per il recupero di aree all’interno delle previsioni del PRG, accoglie in tempi brevissimi progetti per ben 688 alloggi. Delle 9 aree interessate una era a destinazione industriale, mentre tutte le altre, erano riservate a servizi, a funzione agricola o, come nel caso di via Arnoldi, appartenevano al Parco storico della collina e dell’Arno, in cui vige il divieto assoluto di edificare.

Da quel momento tutti i servizi previsti in quelle aree (verde pubblico, servizi sociali, parcheggi, ecc) sono automaticamente cancellati.

Si sottraggono beni e risorse pubbliche per ottenere case con affitti di poco inferiori a quelli correnti sul mercato, permettendo ai privati di ricavarvi ingenti profitti. In pratica i proprietari hanno la possibilità di scegliere, al di fuori di qualsiasi previsione di piano, i terreni su cui investire, ridisegnando l’intera città con la costruzione alla fine di 668 appartamenti.

Le innumerevoli agevolazioni per la proprietà privata in quest’operazione:

- finanziamento statale tramite la Regione del 45% dei costi di costruzione degli alloggi da affittare a canone convenzionato (se la locazione è permanente) e del 25% (se invece è a termine per almeno 10 anni)

- rimborso del 40% dell’ICI per 10 anni

- abbattimento del 40% degli oneri di urbanizzazione

- dilazione del pagamento della restante somma per un periodo di 5 anni

- aumento dei massimali di affitto concordato dal 65 al 75%, poi ulteriormente ritoccati in modo da annullare quasi la riduzione.

- eliminazione degli oneri concessori relativi al costo di costruzione

E soprattutto

un incremento notevole della rendita urbana realizzato attraverso il cambio di destinazione del terreno, reso edificabile, con possibilità di realizzarvi oltre ai 368 alloggi in affitto, anche 300 appartamenti in vendita a prezzo di mercato.

Altro che aree degradate!

Si calcola che con questa speculazione immobiliare i proprietari, a fronte di un costo contenuto per costruire gli alloggi in affitto convenzionato, possano realizzare, solo sugli immobili oggetto di vendita, un profitto del 500%, circa 100.000.000,00 di Euro!

Berlusconi e il senatore Lupi avrebbero saputo fare di meglio?

Nel caso di via Arnoldi i soggetti promotori, giungendo in tempi record a concludere i diversi iter burocratici, ottengono:

- una variante al Piano Territoriale di Coordinamento provinciale

- una variante al PRG del Comune di Firenze

- il parere positivo della Commissione comunale per il paesaggio

- il parere positivo della Soprintendenza ai BB.AA.

- l’approvazione del Piano Urbanistico Convenzionato

Di fronte alle legittime proteste dei proprietari prospicienti l’area, che nel frattempo ricorrono al TAR e presentano anche un esposto alla Procura della Repubblica, l’impresa Le Quinte s.p.a. tenta di forzare i tempi di apertura del cantiere con il pieno accordo del Comune che invia in suo soccorso la Polizia Municipale.

Se l’Amministrazione comunale non esita a diffidare questi cittadini, quella provinciale irride le loro legittime rimostranze, dipingendole come difesa del privilegio di pochi a fronte dell’urgente necessità di alloggio in città.

La Provincia per giustificare, una variante al Piano Territoriale di Coordinamento che va contro ogni sua precedente previsione, arriva ad affermare che quel Piano (PTCP) è “uno strumento totalmente inventato e creato dalla Provincia di Firenze”, che “non ha valenza di uno strumento di tutela paesistica”. Quasi, cioè, una pura e semplice “boutade”.

Si giunge insomma al paradosso per il quale il privato si trova a difendere, contro l’Amministrazione, lo strumento di programmazione da questa creato!

A fronte di amministratori pubblici ostili o latitanti, che per di più non difendono risorse essenziali per la città, è il cittadino a dover garantire interessi giuridicamente protetti di natura urbanistica e a ricoprire il ruolo di difensore di un bene culturale comune!

Questo è ciò che avviene a Firenze!

Le forzature della Società privata e dell’Amministrazione non sono però riuscite ad intimidire gli abitanti i quali, con un presidio stradale, hanno impedito per ora l’inizio dei lavori in attesa degli esiti della sentenza del TAR.

Il progetto prevede la costruzione di tre edifici subito al di là dei giardini privati che separano la zona edificata di via di Soffiano da quella aperta e classificata in precedenza nel Parco.

Si tratta di tre nuovi blocchi la cui altezza giunge fino a tre piani fuori terra, con un volume di 10.400 mc. Essi comprendono 20 appartamenti in locazione, tre in locazione temporanea e 23 in vendita sul libero mercato.

L’edificio, progettato dall’arch. Bartoloni, risulta poco compatibile con il contesto per tipologia, materiali e colore, ma soprattutto, se osservato dai varchi esistenti nell’edificato di via di Soffiano, copre ciò che ancora si può vedere della celebrata collina di Bellosguardo, che oggi si profila a poco più di 500 metri senza alcun ostacolo.

La vicenda di via Arnoldi, oltre che significativa per il tipo di resistenza civile che ha innescato, è esemplare anche perché rivela in quale scarsa considerazione sia tenuto da questa Amministrazione lo straordinario patrimonio territoriale e culturale delle colline circostanti la città, e dell’asta dell’Arno che le generazioni precedenti e innumerevoli battaglie politiche dello scorso secolo, ci hanno consegnato.

Già si parla di un altro terreno da edificare nella stessa zona.

In tutto il territorio comunale i casi di riperimetrazione, di arretramento dei confini, di eccezioni al Parco, sia in collina che sulle rive dell’Arno si stanno moltiplicando. La pressione degli interessi immobiliari è enorme dati gli altissimi valori in gioco ed ogni cedimento dei poteri pubblici, anche limitato, può diventare un segnale per l’attacco generalizzato al regime di vincolo da parte della speculazione edilizia.

La vicenda di Soffiano del resto si lega a quella del Ponte alla Badia, sotto la collina di Fiesole, dove il Consiglio comunale, con apparente leggerezza, ha approvato una variante al PRG, rendendo edificabile un’area fragilissima.

Se a Soffiano e altrove l’alibi è quello delle case in affitto, sotto la Badia Fiesolana la copertura è data dall’Istituto Universitario Europeo, che vuole costruirsi lì il proprio campus, e alle cui richieste l’Amministrazione si accoda zitta e buona, senza neanche uno straccio di convenzione che impedisca in futuro un utilizzo speculativo di quei 60 appartamenti.

Ormai in molti l’hanno capito: questa Amministrazione non si oppone, non propone, non svolge alcun ruolo di difesa degli interessi collettivi!

L’ Assessorato all’Urbanistica non è certo il solo, ma sicuramente è il principale responsabile di questa situazione ormai insostenibile.

Come molti cittadini hanno potuto verificare da lungo tempo questo Ufficio, nelle figure dei suoi principali responsabili, si distingue per arroganza dirigistica, risultati discutibili sotto il profilo della competenza, poca trasparenza, sollecitudine ai poteri forti e chiusura nei confronti di qualsiasi rimostranza, anche ragionevole e perfettamente motivata, che provenga dai comuni cittadini.

Fatto salvo l’impegno quotidiano di numerosi volenterosi consiglieri comunali, tecnici e funzionari dell’Amministrazione, e senza pensare di risolvere facilmente i problemi strutturali degli Enti locali, noi crediamo che l’allontanamento dal loro incarico di quei dirigenti e responsabili politici che in queste ultime vicende si sono distinti per scarsa competenza e arroganza, sarebbe un primo significativo segno, da parte dell’Amministrazione comunale, di voler veramente procedere a quel confronto con la cittadinanza che continuamente proclama.

Per questi motivi e alla luce delle recenti vicende i Comitati dei Cittadini di Firenze chiedono:

- Le dimissioni dell’Assessore all’Urbanistica Gianni Biagi

- Lo spostamento dell’attuale Direttore della Direzione Urbanistica Maurizio Talocchini

- La riorganizzazione degli Uffici che si occupano della pianificazione e della gestione del territorio comunale attraverso la valorizzazione del patrimonio di competenze e professionalità ancora esistente al suo interno

- Il riavvio di un confronto aperto su tutte le scelte di politica urbanistica della città

Anche un articolo dell'Unità del 30 giugno e la Opinione di Lodo Meneghetti

Che cosa persegue realmente Israele con i bombardamenti e l'invasione di Gaza? Certo non quello che dichiarano Tzipi Livni e Ehud Barak. Sono troppo intelligenti per farsi trasportare dall'antica paura che i modestissimi missili di Hamas distruggano il loro paese. Quando hanno iniziato la rappresaglia i Qassam tirati da Gaza avevano ucciso tempo fa una persona, ferito alcune, fatto danni minori su Sderot, incomparabili con i cinquecento morti, migliaia di feriti e le distruzioni inflitti da Tsahal alla Striscia in tre giorni, e che continuano a piovere. Né che siano mirati a distruggere le infrastrutture di Hamas, sapendo bene l'intrico che esse hanno con gli insediamenti civili, tanto da impedire alla stampa estera di accedere a Gaza. Né sono così disinformati da creder che si possa distruggere con le armi Hamas, votata da tutto un popolo, come se ne fosse una superfetazione districabile. Sono al contrario coscienti che l'aggressione aumenterà il peso e l'influenza sulla gente di Gaza oggi e in Cisgiordania domani, contro l'indebolito Mahmoud Abbas. Né gli sarebbe possibile ammazzarli tutti, ci sono limiti che neanche il paese più potente può varcare, ammesso che abbia il cinismo di farlo, e tanto meno all'interno del mondo musulmano che circonda Israele e nel quale, dunque con il quale, intende vivere.

Gli obiettivi sono dunque altri.

Primo, battere nelle imminenti elezioni Netanyahu, che si presenta come il vero difensore a oltranza di Israele. Già le possibilità appaiono ridotte; l'assalto a Gaza sembra sotto questo aspetto una mossa disperata. Che sia anche crudelissima è un altro conto, siamo qui per ragionare.

Secondo, usare le ultime settimane di Bush alla Casa Bianca per mettere la nuova presidenza americana davanti al fatto compiuto. Il silenzio assordante di Obama è già un risultato, quali che siano le circostanze formali che gli rendono difficile parlare su questo, mentre si esprime su altri problemi di ordine interno. Non è ancora insediato che si trova nelle mani una patata bollente, causa prima e annosa di quella caduta dell'immagine americana nel mondo che ha più volte detto di voler restaurare. Queste sono le carte che Olmert, Livni e Barak deliberatamente giocano in una prospettiva a breve.

Neanche Hamas si è mossa sulla semplice onda di un giustificato risentimento. I suoi dirigenti hanno visto benissimo in quale situazione il governo israeliano si trovava quando hanno deciso di rompere l'approssimativa tregua, sapendo anche che per modesti che siano i guasti prodotti dai Qassam nessun governo può presentarsi alle elezioni con una sua zona di confine presa di mira tutti i giorni. Anch'essi puntano a far cadere Olmert, già fuori gioco, la Livni e Barak, secondo la logica propria delle minoranze accerchiate di produrre il massimo danno perché la situazione si rovesci. Gaza è stata messa, e non da ieri, agli estremi, periscano Sansone e tutti i filistei.

Si può capire, ma è una logica reciproca a quella di Israele. Non ritenevano certo che quei modesti spari di missili l'avrebbero distrutta e convertita alla pace. E anch'essi puntano a mettere la nuova amministrazione americana davanti a un incendio che non tollera rinvii. Lo sa la Lega Araba, lo sa l'Iran. Obama ha fatto molte promesse di cambiamento, e lo sfidano a mantenerle o a discreditarsi subito.

Tanto più colpevole di questo sanguinoso sviluppo, che la gente di Gaza paga atrocemente, è l'inerzia dell'Europa. Essa, che sulla questione ebraica ha responsabilità maggiori di chiunque al mondo, nulla ha fatto per impedire che si arrivasse a questa catastrofe. Ne aveva la possibilità? Certo. Poteva mettere, a condizione ineludibile dell'alleanza atlantica e della Nato, e soprattutto quando con la caduta dell'Urss ne venivano meno le conclamate ragioni, la soluzione del nodo Israele-Palestina, sul quale gli Usa erano determinanti, per adempiere alle disposizioni dell'Onu.

Più recentemente, doveva riparare a costo di svenarsi all'assedio di Gaza, dove non ignorava che la mancanza di mezzi elementari di sussistenza, cibo, acqua, elettricità, medicinali, faceva altrettanti morti di quanti stanno facendo adesso gli aerei e i blindati di Tsahal. Ma neanche questi hanno fatto muovere altro che il presidente francese, a condizione che le sue vacanze fossero finite.

Siamo un continente che fa vergogna.

Tre palazzine di cemento di quattro piani, che ospiteranno in tutto 46 appartamenti, ai piedi di una delle colline più belle di Firenze, Bellosguardo, situata nel cuore di una zona protetta considerata da 50 anni area rurale storica di interesse culturale. Una zona in cui, fino a un paio di anni fa, non si potevano costruire nemmeno delle serre o piantare alberi ad alto fusto, figurarsi costruire dei condomini. Da Palazzo Vecchio però non si sono persi d’animo, e pur di concedere la licenza edilizia un paio d’anni fa è stato modificato il piano regolatore. Ma non è stato possibile fare nulla per fermare le proteste dei residenti della zona che quando due settimane fa sono iniziati i lavori di costruzione delle palazzine, hanno organizzato un picchetto in via Arnoldi, l’unica strada che porta al cantiere. Così da dieci giorni ruspe, camion e scavatrici ogni mattina alle sette arrivano a pochi passi dal cantiere ma sono costretti a fermarsi davanti al singolare picchetto dei cittadini, messo in piedi senza striscioni o bandiere, ma munito di ombrellone e sedie per ripararsi dal sole. Ieri mattina a fermare la protesta ci hanno provato anche una ventina di agenti, metà vigili e metà Carabinieri, ma non c’è stato niente da fare, «il picchetto - hanno proclamato i cittadini - va avanti».Di usare le maniere forti non se ne parla nemmeno: infatti i residenti della zona hanno tutto il diritto di bloccare via Arnoldi perché è una strada privata, di proprietà proprio dei cittadini in rivolta. Sembra addirittura che la protesta stia dando i suoi frutti: gli operai del cantiere ieri hanno annunciato che l’azienda costruttrice è intenzionata a fermare i lavori fino alla decisione del Tar, a cui i cittadini del picchetto si sono rivolti da tempo. Le tre palazzine in questione rientrano nel programma approvato da Palazzo Vecchio 20mila alloggi in affitto, che prevede la creazione di appartamenti a prezzi calmierati. In realtà però solo la metà degli alloggi avrà questa destinazione, mentre i restanti 23 saranno venduti a normali prezzi di mercato. A rendere la situazione ancor più ingarbugliata c’è il piano territoriale della Provincia, che continua a considerare la zona non edificabile. Ieri la questione è entrata anche in discussione a Palazzo Vecchio, con le consigliere del Prc De Zordo e Nocentini che in un intervento hanno preso posizione a favore della protesta dei cittadini. In serata però è arrivato un fermo altolà alle speranze dei cittadini del picchetto. L’assessore all’Urbanistica Gianni Biagi ha infatti affermato perentoriamente che «i lavori non si fermeranno perché non ce n’è motivazione. Il Comune - ha proseguito l’assessore - ha già sentito i pareri necessari, compreso quello della soprintendenza, ed erano tutti positivi». Il destino della collina sembra quanto mai incerto. Se il Comune non riuscirà a far cambiare idea ai cittadini si prospetta una lunga battaglia da combattere su fronti diversi: tanto nelle aule di tribunale quanto sotto l’ombrellone del picchetto, ormai considerato il simbolo della protesta di via Arnoldi.

Spero che i vasti e spinosi problemi dell'Occidente non vi distraggano dai veri drammi della civiltà evoluta e del capitalismo maturo come, per esempio, quello dei mendicanti orizzontali. La città di Firenze, salotto sopraffino, se ne è accorta e passa al contrattacco, ha funzionato per i lavavetri, funzionerà anche per i mendicanti, e la civiltà sarà salva, insieme alle sorti luminose e progressive del «si può fare».

Il problema, naturalmente non è il pietoso gesto di chiedere la carità, ma il fatto di farlo da seduti, sdraiati, orizzontali, e insomma, nello sconveniente modo di diventare un problema alla circolazione. In poche parole un mendicante di Firenze, se decide di non stare in piedi, diventa un intralcio al traffico. Non c'è solo l'insolazione a dare alla testa, ma anche le elezioni. Comunque sia, dice l'assessore Cioni, è urgente «contrastare chi chiede l'elemosina intralciando i pedoni».

Una signora non vedente è inciampata in un mendicante, e lo spiacevole incidente prelude dunque alla cacciata dei mendicanti da Firenze, una cosa che somiglia molto al colpirne cento per educarne uno (quando si dice: più realisti del re). Ma sia: se c'è una cosa che non scarseggia sono i capri espiatori, esauriti i lavavetri (venti temibili eversori armati di spugne che tenevano in pugno la città di Dante), si passa ai mendicanti.

La stagione elettorale aiuta: chissà di quali mirabolanti sondaggi sono in possesso l'assessore Graziano Cioni e il sindaco Leonardo Domenici. Forse c'è qualche studio avanzato, qualche grafico di flussi elettorali che dice che cacciare i poveri rende popolare la sinistra, o quel che ne rimane. Del resto che Cioni e Dominici siano sinistra dura e pura lo sanno tutti. Il primo, ai tempi dei lavavetri attaccò il presidente della camera che criticava il pogrom dicendo: «Questi palazzi allontanano gli eletti dal popolo, dalla gente». E parlava di Bertinotti, mentre lui, il prode Cioni, allontanava quattro straccioni. E quanto al sindaco Domenici, pur di cacciare una ventina di povericristi citava nientemeno che Lenin: «In fondo si tratta di un'ordinanza leninista. Lenin diceva: il problema è l'analisi concreta di una situazione concreta». Testuali parole. Era estate, faceva caldo, sentire un esponente dei Ds, oggi Pd, citare Lenin dava il brivido di una granita alla menta. Usare Lenin come un corpo contundente contro il lumpenproletariat semaforico, nomade e accatone sembrava assurdo, e invece era solo una astuta preparazione dell'oggi.

Come diceva il fortunato slogan di un vecchio congresso pidiessino (1997), «Il futuro entra in noi molto prima che accada». Ecco è accaduto, il futuro sta entrando, dolorosamente simile all'ombrello di Altan. Ora è primavera. Il sindaco è sempre quello, l'assessore è sempre quello, in mancanza di lavavetri, sotto coi mendicanti. Ancora una volta Firenze è all'avanguardia, traccia il solco e poi lo difende, ma soprattutto ci dice chiaro e tondo dove stiamo andando. E che, purtroppo, si può fare.

”Vedendo come viene soddisfatto il bisogno di un tetto, possiamo avere la misura del modo con cui vengono soddisfatti tutti gli altri bisogni” (F. Engels)

Nell’area fiorentina vivono un totale di 600.000 persone: 378.000 nel Comune di Firenze e 224.000 nei comuni circostanti. Ci sono 6.000 famiglie con sfratti esecutivi a Firenze e 8.900 nell’area fiorentina; all’ultimo bando per le case popolari sono state presentate circa 4.200 domande. Mille persone vivono in case occupate “abusivamente”, e sarebbero senza casa se non fosse per il Movimento di lotta per la casa di Frenze.

A Firenze i valori immobiliari sono fra i più elevati e speculativi d’Italia. Dati Nomisma per il 2004 indicano prezzi di 8.700 euro a mq. per il residenziale nelle zone di massimo pregio e 430 euro a mq. all’anno di affitto (rendimento 4,9%), ed un prezzo medio di 2.819 euro a mq., con affitto medio di 155 euro a mq. all’anno (rendimento 5,5%). Il censimento del 2001 indica la presenza nel Comune di Firenze di 170.000 abitazioni occupate. Sono invece ben 15.000 le case sfitte di cui 6.000 nel centro storico. Una quantità ben superiore alle utenze non attive pari a 4.000 abitazioni.

Di fronte all’emergenza abitativa gli interventi vanno calibrati con attenzione.

Il Bando “20.000 case in affitto” riguarda l’attuazione a livello comunale del Programma di edilizia sperimentale denominato "20.000 abitazioni in affitto", approvato dal Governo con Decreto Ministeriale del 27 dicembre 2001. Nel Comune di Firenze le aree coinvolte sono nove, di cui una destinata alla sola vendita. L’ipotesi è di risolvere la domanda di chi non può accedere ai bandi per le case popolari né al mercato “libero”.

Il programma prevede finanziamenti e facilitazioni di Stato, Regione, Comune ai consorzi di imprese che realizzano casa da affittare a prezzi inferiori a quelli concordati.

Su un totale di 54.066 mq. di edilizia abitativa realizzata con il programma a Firenze: 28.213 mq. sono di case in vendita a prezzi di mercato (!) e 25.663 mq. sono di case in affitto;

- Aree a servizi pubblici (standard), agricole, a parco e un’area industriale occupata dal centro sociale autogestito Ex Emerson sono state trasformate in aree per abitazioni, utilizzando 9 varianti al PRG;

- 45% del costo complessivo delle costruzioni è finanziato da stato e regione (il finanziamento è calcolato sulla S.C. cioè superficie complessiva che è costituita dalla superficie utile abitabile aumentata del 60% della somma della superficie non residenziale e della superficie parcheggi (Sc= Su + 60% (Snr+ Sp)); i massimali per l’edilizia agevolata prevedono un costo di costruzione di 1433 euro a mq. di superficie complessiva, mentre il Progetto operativo Regionale prevedeva un massimale di 1044 euro a mq.;

- Tutti e 9 i progetti godono oneri di urbanizzazione primaria e secondaria ridotti del 40%; il residuo 60% se non impegnato per la realizzazione delle opere di urbanizzazione da parte dell’operatore stesso verrà dilazionato in 5 anni secondo modalità e tempi concordati con il Comune; il contributo sul costo di costruzione non è dovuto; l’imposta ICI sarà rimborsata all’operatore nella misura del 40% per un periodo di 10 anni;

- Fra le 9 aree una è solo per case in vendita (via de Pinedo).

- Nelle 9 convenzioni fra amministrazione e imprese (approvate dalla Giunta) manca l’obbligo a praticare affitti ridotti del 25% rispetto a quello concordato. Al contrario nella bozza di convenzione approvata in Consiglio Comunale l’articolo c’era. Appare grave che manchi il vincolo dell’affitto ridotto del 25% che dovrebbe essere la ragione per cui è stato messo in opera tutto questo marchingegno. E poi il vincolo all’affitto è a tempo indeterminato, ma per quanto durerà?

- Gli affitti saranno del 25% inferiori a quelli concordati fra associazioni dei proprietari e sindacati degli inquilini (che a Firenze variano fra un minimo di 2 a un massimo di 11,36 euro, quindi nulla a che fare con i prezzi dell’edilizia popolare che è giustamente una percentuale del reddito) ma i promotori immobiliari hanno ottenuto che la fascia contrattata sia quella massima prevista. Inoltre l’accordo vigente del 2004 deve essere rivisto ogni 3 anni e il rischio è che gli affitti lievitino tanto da annullare la riduzione del 25%;

- Per accedere al bando gli inquilini devono avere un reddito compreso fra i 13.000 (pari a 18.000 euro lordi) e i 38.734. Questo vincolo è finalizzato ad assicurare ai proprietari il pagamento degli affitti, ma chi ha il reddito minimo richiesto farà fatica a pagarlo.

La rendita urbana e il diritto di costruire

“…la città è una proprietà comune dei suoi abitanti. E’, in senso economico, un bene pubblico… il valore astronomico assegnato al centro della città emerge solamente dal fatto che è al centro delle attività di milioni di persone. Loro, non i proprietari, hanno creato questi valori, che evidentemente appartengono ai cittadini” (Colin Ward)

La prima cosa che l’amministrazione dà, quella che fa guadagnare da sempre di più è il cambio di destinazione: perché un’area a servizi pubblici o un’area agricola, tanto più se vincolata per il valore ambientale, costa molto meno di una edificabile. E se non ci fossero state questi 25.663 mq. di case in affitto, neppure poi così basso, questo cambio di destinazione sarebbe stato più difficile. Questo è il regalo più grosso: la rendita urbana (assoluta), cioè il valore che il terreno assume solo per essere stato definito edificabile dall’amministrazione.

Quasi tutte le aree di Firenze su cui verranno realizzati i progetti delle 20.000 case in affitto, prima delle varianti al Piano Regolatore Generale vigente, erano vincolate alla realizzazione dei servizi pubblici in base allo standard di legge: attrezzature della pubblica amministrazione (un caso), verde pubblico e sportivo (tre casi), aree di particolare interesse culturale interne al parco storico della collina e parco dell’Arno (due casi), scuola superiore dell’obbligo (un caso), attrezzatura ricreativa, cinema, teatro (2 casi). Ci sono poi un’area agricola con particolare interesse culturale e una agricola produttiva. Le 9 varianti al PRG hanno sottratto aree destinate a servizi e aree agricole e aree a parco. E la variante che investe l’area del centro sociale autogestito dell’ex Emerson coinvolge un servizio pubblico esistente.

Gli “standard” del Decreto Ministeriale del 1968 sono quel minimo di servizi pubblici che i comuni sarebbero obbligati a garantire e non a caso sono quelli che la legge sul governo del territorio nazionale chiamata legge Lupi, approvata dalla Camera dei deputati il 28 giugno 2005, ma non dal Senato, avrebbe voluto eliminare definitivamente. Bene: il Comune di Firenze, ha deciso che visto che gli standard nel PRG erano di progetto, solo sulla carta, erano inutili e quindi il vincolo sulle aree in cui realizzarli si poteva eliminare. Nel Piano Strutturale di Firenze si afferma che i servizi pubblici previsti dagli standard del 1968, sono schematici, ma invece di prevedere servizi e spazi pubblici più appropriati questo discorso serve per sostituirli con un vago “sistema integrato” di attrezzature e servizi offerti da pubblico e privato. E questo delle case in affitto non è l’unico esempio di soppressione di aree per servizi. Anzi il Comune ha trovato gli “intellettuali” che hanno anche fornito la giustificazione teorica: le quantità non bastano, bisogna parlare di qualità, di prestazioni, ogni località ha bisogno di standard diversi. Può esserci del vero ma il risultato finale è che si afferma che la prestazione la può offrire anche il privato e quindi via alla privatizzazione dei servizi; l’amministrazione non ha soldi per espropriare e quindi è inutile che vincoli delle aree che non esproprierà mai, l’unica cosa che può fare è lo scambio: chi costruisce deve concedere al comune le aree per servizi. Peccato che in questo modo si leghi la realizzazione di servizi sociali alla costruzione di edifici non sempre così necessari e opportuni, che, come si sa, non vengono realizzati per rispondere ai bisogni abitativi ma come risposta alla domanda di investimento che guarda a chi paga e non a chi ha bisogno. Peccato che troppo spesso lo scambio sia impari ed iniquo: come se le pubbliche amministrazioni non sapessero contrattare o come se i rapporti di forza fossero così smisuratamente a favore della proprietà fondiaria e delle imprese immobiliari che il risultato non è mai seriamente a vantaggio della collettività.

La domanda da porsi è: quanto è costato l’intervento in termini di risorse pubbliche, sottrazione di beni pubblici e cosa si è ottenuto in cambio? Invece di investire tutti questi milioni di euro, a cui vanno sommati gli sconti su opere di urbanizzazione e gli sconti sull’ICI e non ultimo gli aumenti di valore dei suoli, le rendite urbane, (regalate attraverso i cambi di destinazione e le quantità edificatorie) per ottenere 368 case da affittare con una riduzione del 25% rispetto a un prezzo che se ci fosse un po’ di decenza sarebbe normale e soddisfacente per i proprietari, sarebbe stato possibile usare queste stesse risorse per costruire case in affitto di proprietà pubblica da affittare a prezzi accessibili ai bassi redditi e quindi svincolate dai prezzi di mercato? Non sembra che queste case in affitto alle condizioni su esposte siano costate un po’ troppo care?

Il “libero” mercato.

Progetti di questo tipo non riducono i prezzi degli affitti, non fanno da “calmiere” perché non modificano i diritti e i doveri delle parti coinvolte, imprese che affittano e inquilini.

Il pianificatore ed economista inglese Michael Edwards, afferma che mentre ci sono relazioni di mercato brutalmente chiare, “esse sono talvolta ingannevoli, essenzialmente perché un accordo fra due persone, per vendere e comprare, ha l’apparenza superficiale di uno scambio volontario e libero. Adam Smith ha sostenuto che la mano nascosta del mercato opera attraverso individui che perseguono il loro proprio interesse e fanno affari che lasciano entrambe le parti più ricche. Tuttavia questa visione del mercato ignora l’equilibrio di potere fra compratore e venditore (che può rendere lo scambio tutto tolto che equo) e ignora tutto quello che determina il prezzo di mercato dominante: l’equilibrio generale di potere fra compratore e venditore. Il lavoratore ha poca scelta nell’accettare un lavoro pagato male se le paghe basse sono le sole disponibili. Il contadino deve accettare il prezzo di mercato per i suoi animali se è quanto offrono tutte le catene di supermercati…”

Le due parti, proprietario e inquilino, si presentano sul “libero mercato”, ma chi definisce il prezzo? Quello della casa è un mercato monopolistico e per l’inquilino non c’è che prendere o lasciare. La truffa della proprietà della casa significa solo che con il mutuo (uno dei maggiori introiti per le banche) il limite del prezzo si eleva, perché si può allungare, quasi a dismisura, il periodo di tempo per pagarlo. Quanti dell’80% di proprietari di casa in Italia in realtà sta ancora pagando il mutuo e lo pagherà ancora per molto? E che effetti ha l’impossibilità di trovare casa a prezzi commisurati ai (magri) redditi, sull’inizio (in tarda età) della vita autonoma dei giovani in Italia?

Ma i rapporti di forza possono essere modificati e un’amministrazione locale e regionale potrebbe fare molto in questo senso. Anzi ridurre le rendite dovrebbe essere la parola d’ordine di qualsiasi governo sia pur debolmente favorevole a ribaltare la situazione delle classi subalterne.

L’idea di ancorare l’affitto al reddito è un modo per svincolare il rapporto domanda ed offerta dallo strapotere (pozzo senza fondo) dell’offerta, che non ha nessun rapporto con la domanda d’uso, se mai con quella di investimento.

Che fare? E cosa non fare.

Soluzioni strutturali e non contingenti alla questione della casa e dello spazio pubblico e sociale richiedono la drastica riduzione dei prezzi delle aree e degli immobili. Liberare lo spazio dalla rendita urbana e dal profitto immobiliare richiede di modificare i rapporti di forza fra capitale, lavoro, proprietà fondiaria, fra profitto, salario e rendita e di cambiare le regole del gioco.

Come farlo? Quali strumenti e azioni sono necessarie? La storia della pianificazione urbana e territoriale è anche storia del rapporto fra domanda sociale e rendita.

Quale politica abitativa si può proporre per l’Europa, che non ne ha una? Una proposta che non cerchi una (ghettizzante) soluzione per ogni segmento della domanda sociale ma ne trovi una capace di liberare spazio per i (differenti) valori d’uso per i (diversi) abitanti.

L’aumento dei prezzi delle aree e degli immobili, è un indice certo del fallimento del governo del territorio. L’abbassamento dei prezzi può essere ottenuto assumendo razionalità sociali invece che di mercato. Come per i servizi sociali, per le abitazioni si deve ammettere che il mercato capitalistico non è adatto a mediare la risposta ai bisogni e che si deve agire fuori dalle sue regole.

Le note e la bibliografia sono nel testo integrale, qui sotto scaricabile

In via del Podestà 71 A, in un’area collinare che degrada verso le Due Strade, delimitata a monte da via de’ Martellini, in uno scenario che ancora oggi ricorda l’antico contado fiorentino, fra ville storiche circondate da struggenti giardini all’italiana stanno sorgendo due costruzioni lunghe e strette. Gli abitanti della zona le chiamano treni. Ognuna di esse accoglierà una sequenza di casette terratetto, ciascuna con mansarda e un minuscolo giardinetto a fronte. L’insediamento, progettato dagli architetti Riccardo Bartoloni e Miranda Ferrara della Quadra Progetti, sarà costituito da 18 appartamenti di diverse dimensioni, con relative cantine e parcheggi sotterranei. Le nuove costruzioni stanno sorgendo a fianco di alcune casette che vengono ristrutturate e al posto di alcuni edifici, in parte abusivi e condonati, che sono stati demoliti e che erano indicati come ex fabbrica di piastrelle, ma più esattamente utilizzati come depositi di materiali e di scarti edili. Si trattava sostanzialmente di tettoie. Gli abitanti del vicinato giurano che le nuove costruzioni, che dovrebbero avere la stessa superficie complessiva di quelle demolite, sono in realtà molto più estese e più alte. Raggiungeranno infatti l’altezza di 7 metri e 74 centimetri. Il che significherà per alcuni dei vicini la perdita del panorama delle colline e della vista della Certosa del Galluzzo.

L’iter di autorizzazione del nuovo insediamento è stato lungo e complesso, ma ogni difficoltà è stata superata. Il progetto firmato Quadra - la società di progettazione guidata da Riccardo Bartoloni (presidente dell’ordine degli architetti) e dal geometra Alberto Vinattieri, dipendente part time del Comune, e di cui è stato fondatore e socio fino al 23 marzo 2004 l’ex capogruppo del Pd in Palazzo Vecchio Alberto Formigli (tutti e tre indagati per corruzione nell’inchiesta sul complesso Dalmazia) - ha ottenuto l’assenso della commissione edilizia, della commissione per il paesaggio, della soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, del consiglio di quartiere. Uniche raccomandazioni: «utilizzare, per la copertura, embrici soprammessi in luogo delle marsigliesi» e piantare 44 alberi negli spazi verdi privati. Il piano di recupero con contestuale variante del piano regolatore ha superato indenne il vaglio del consiglio comunale. Il 19 settembre 2005 ventuno consiglieri di centrosinistra hanno votato senza battere ciglio il piano di recupero e la variante. Fra di loro c’era anche Formigli, all’epoca ancora presidente della commissione urbanistica. Gran parte dei consiglieri di opposizione erano assenti dall’aula. Gli unici tre voti contrari furono di Ornella De Zordo, Enrico Bosi e Leonardo Pieri.

Una parte dei terreni interessati al progetto presentato dalla società Praedium e dalla Quadra era inserita in zona A (Centro storico minore), dove di regola si può costruire e modificare molto poco. Nei dintorni molti hanno chiesto invano di aprire una finestra. Un’altra parte dei terreni inclusi nel piano di recupero erano classificati come zone agricole E, sottozona E1, all’interno del parco storico delle colline. Nelle sottozone E1 (aree agricole di particolare interesse culturale) all’interno del parco storico delle colline non si può costruire niente. Proprio niente. Una limitazione non da poco, a cui il consiglio comunale ha posto rimedio il 19 settembre 2005 approvando una variante al piano regolatore che ha tolto le particelle catastali inedificabili dalla sottozona E1 e le ha incluse in zona A (Centro storico minore). Contestualmente il consiglio ha approvato il piano di recupero destinato ad eliminare «le condizioni di degrado» dell’area, ha consentito che i lavori partissero con una Dia (dichiarazione di inizio di attività) e ha autorizzato la monetizzazione degli standard. Ciò significa che, non essendo reperibili all’interno dell’area interessata dal piano di recupero i terreni che per legge devono essere destinati a spazi pedonali e a parcheggi e giardini pubblici, si è scelto di monetizzare «le aree non cedute». Il prezzo, fissato nella convenzione firmata il 19 giugno 2006 fra Comune e Praedium, risulta pari a 300 euro al metro quadro.

Né Provincia di Firenze né Regione Toscana hanno sollevato obiezioni. Fra lo stupore degli abitanti di via del Podestà e di via de’ Martellini la Quadra e il consiglio comunale hanno dimostrato che il parco storico delle colline non è intoccabile e che può accogliere fra le storiche dimore anche un bel po’ di casette a schiera.

Cosa prevede il progetto di Castello

di Sandro Bennucci

La Nazione, Firenze 25 gennaio 2006

A nord ovest, nella piana di Castello, nascerà una nuova capitale di colletti bianchi: dirigenti, funzionari, impiegati. Regione e Provincia, con il protocollo firmato lunedì con Palazzo Vecchio, costruiranno sedici ettari di uffici. I calcoli sono facili: la Provincia ha annunciato realizzazioni per 68mila metri quadrati, compresa la cittadella per gli studenti delle superiori. E ieri anche la Regione ha precisato le sue previsioni: costruirà su una superficie di 90mila metri quadrati. Di cui 58mila da dedicare al centro direzionale della giunta e gli altri 32mila alle agenzie regionali: Arpat (ambiente), Apet (promozione), Arsia (agricoltura).

Il costo? Fra i 220 e i 280 milioni di euro. L'obiettivo? Ospitare un esercito di tremila dipendenti. Molti dei quali potranno avere anche casa lì, nella piana. Uscio e bottega, come si diceva una volta. I tempi di

costruzione? Cinque anni per la Provincia, 7-8 per la Regione.

Federico Gelli, vicepresidente della giunta toscana, e artefice tecnico-politico dell'operazione spiega: «La necessità era quella di accorpare gli uffici. Impossibile continuare a pagare milioni e milioni di euro d'affitto, anno dopo anno. La stessa Corte dei conti ha invitato le amministrazione a comprare gli immobili. A noi servono spazi grandissimi.

Fino a poco tempo fa credevamo che la scelta migliore fosse quella di prendere la Manifattura Tabacchi e di mantenere i palazzoni, già acquistati, a Novoli. Poi la situazione è cambiata. Con Palazzo Vecchio e con la Provincia abbiamo fatto un ragionamento nuovo, che ha consigliato la scelta di Castello».

I palazzoni di Novoli, costati 45 milioni di euro, potrebbero essere dati in permuta a Salvatore Ligresti, patron di Fondiaria, come parziale pagamento dell'operazione. Una delle più imponenti mai fatte a Firenze. Ligresti, oltre a dare i terreni, potrebbe costruire materialmente la nuova città degli uffici di Castello. Riguardo alla permuta con i palazzoni di Novoli, dovrebbe essere il Comune a facilitare l'operazione. Come? Cambiando destinazione d'uso: i palazzoni potrebbero diventare poli commerciali,

> alberghieri o espositivi Palazzo Vecchio, ieri, ha approvato la delibera sul protocollo d'intesa con Regione e Provincia.

Molto soddisfatto il sindaco, Leonardo Domenici: «Questa scelta ci permette di progettare lo sviluppo della città in una dimensione metropolitana mai avuta in passato e di trovare un equilibrio fra la Firenze moderna e la Firenze storica». Poi Domenici tocca l'immancabile riferimento allo stop del 1989 di Occhetto che delegittimò l'allora dirigenza fiorentina del Pci: «Non si ripropone la logica della vecchia variante Fiat-Fondiaria. Si salva quanto di buono c'era nella strategia di sviluppo a nord-ovest nei primi anni Ottanta e la si rende praticabile privilegiando le funzioni pubbliche, elemento qualificante dell'intervento».

Intanto la Pirelli ha stimato in 38 milioni di euro il prezzo di Palazzo Bastogi e del Teatro della Compagnia, in via Cavour, attualmente in affitto alla presidenza della giunta. Che comprerà i due immobili per destinarli, ormai sembra certo, al Consiglio Regionale. La sala, che apparteneva a Cecchi Gori e che ha ospitato cinema e perfino commedie teatrali, diventerà aula consiliare. E vedrà altre scene.

sinistra critica: «E' una lottizzazione inutile»

La Nazione, Firenze 25 gennaio 2006

Nocentini e De Zordo contestano il progetto del mega insediamento

L'operazione Castello è fortemente avversata dalla sinistra critica. La capogruppo di Rifondazione Anna Nocentini e la candidata sindaco Ornella De Zordo temono che il protocollo d'intesa tra Comune, Provincia e Regione sia «un atto che sancisce un grande affare per la Fondiaria-Sai di Salvatore Ligresti ma non per la città di Firenze».

La variante di Castello, una delle più grandi operazioni immobiliari d'Italia, non si sarebbe potuta attuare senza l'apporto fondamentale dei soggetti pubblici: «Il loro intervento per decine e decine di milioni di euro risulta decisivo per l'operazione di speculazione sull'ultima area verde di Firenze.

Senza i soldi pubblici l'operazione Ligresti sarebbe rimasta al palo - commentano Nocentini e De Zordo -. Questa operazione ha completamente ribaltato il meccanismo di maturazione delle scelte urbanistiche, ovvero adottare lo strumento urbanistico adeguato solo dopo aver appurato un bisogno diffuso. In questo caso si è fatta prima la scelta (la macrolottizzazione) e poi ci si è adoperati a trovare la domanda in maniera da legittimarla a posteriori. Spiace che ad avallare una scelta del genere siano state amministrazioni di centrosinistra». Per le esponenti della sinistra critica si tratta di «una cementificazione pesantissima che non risponde a nessuno dei bisogni e delle esigenze reali della città».

Contrarietà anche da parte di Forza Italia: «A Castello ci sarà una enorme colata di cemento - commenta la consigliera Bianca Maria Giocoli -. Inoltre questa gravosa edificazione non risolverà neanche il problema della casa: la quota riservata all'edilizia residenziale è infatti limitata a un centinaio di alloggi. Senza contare poi che saranno realizzati diversi birilloni di undici piani».

L'azzurro Marco Stella è preoccupato per il futuro dell'aeroporto: «Siamo sicuri che lo sviluppo di quest'area non blocchi lo scalo? Siamo sicuri che le infrastrutture che verranno create non siano ostative allo sviluppo dell'aeroporto? Siamo certi che i nuovi insediamenti non precludano qualsiasi sviluppo di Peretola?

Provincia di Firenze - Per costruire a Castello in vendita i gioielli di famiglia

L’Unità, 26 Gennaio 2006

La Provincia di Firenze potrebbe mettere sul mercato il palazzo di via Zara,dove attualmente si trova la Questura di Firenze, la Caserma dei Vigili del Fuoco di via La Farina e l'istituto di Agraria per finanziare, con il ricavato, la costruzione del nuovo centro direzionale a Castello e il mega campus scolastico da quattro mila studenti. L'ipotesi viene confermata dall'assessore provinciale al Patrimonio Massimo Masi: «Sicuramente una parte del finanziamento verrà trovata con alcune alienazioni» spiega. Concretamente però la giunta di Palazzo Medici Riccardi non è entrata nel merito su come riuscire a reperire i 110 milioni di euro da investire nell'area di Fondiaria-Sai. «Queste strutture - aggiunge Masi - fanno parte di un patrimonio che abbiamo in affitto. Ma che siamo disponibili a valutare eventuali vendite». Dopo mesi di trattative con il Viminale è stato da poco firmato il nuovo contratto di affitto del palazzo della Questura «che scadrà fra sei anni» precisa l'assessore. Anche per la Caserma dei Vigili del Fuoco di via La Farina «la situazione è stata da poco regolarizzata» aggiunge Masi. Per quanto riguarda l'Istituto Agrario è l'università di Firenze che tempo fa ha manifestato il suo interesse per trasferire eventualmente alcuni dipartimenti della vicina facoltà di Agraria. Ma l'elenco degli stabili che la Provincia potrebbe mettere sul mercato riguarda anche Villa Mondeggi «valuteremo il da farsi insieme agli enti locali, con Bagno a Ripoli in primo luogo» precisa infine Masi. Firmando il protocollo in Regione era stato il presidente Matteo Renzi ad annunciare che accanto alla sede operativa della Provincia dovrà sorgere anche «un campus studentesco per circa 4000 studenti».

Qui una sintesi della vicenda dell’intervento Fiat-Fondiaria, negli anni 1984-1990

mercoledì 19 novembre

Castello, accuse di corruzione

agli assessori Cioni e Biagi

Salvatore Ligresti non ha ancora posato un mattone, ma sull´area di Castello destinata ad accogliere un nuovo vasto quartiere di Firenze già aleggia l´ombra della corruzione. Il costruttore di origine siciliana, presidente onorario di Fondiaria Sai, proprietaria dei terreni di Castello, è indagato insieme con il suo braccio destro Fausto Rapisarda, con gli assessori comunali Graziano Cioni (sicurezza sociale) e Gianni Biagi (urbanistica), con due architetti progettisti e con il dirigente di Europrogetti (società del gruppo Fondiaria Sai). Per tutti l´ipotesi di reato formulata dai pubblici ministeri Giuseppina Mione, Giulio Monferini e Gianni Tei è il concorso in corruzione. I carabinieri del Ros hanno perquisito le abitazioni e gli uffici degli indagati e le sedi di Fondiaria Sai, del Consorzio Castello (la società del gruppo che si occupa della operazione immobiliare sulla piana) e di Europrogetti.

La tesi della procura è che il gruppo Fondiaria Sai guidato dal 2001 da Salvatore Ligresti abbia instaurato un «rapporto corruttivo» con i due assessori fiorentini. Un rapporto «connotato di promesse e dazioni» da parte dell´impresa e da «atti contrari ai doveri d´ufficio» da parte dei pubblici amministratori. L´obiettivo, per il gruppo Ligresti, sarebbe quello di ottenere l´avallo e l´esito positivo delle proprie iniziative economiche e imprenditoriali finalizzate, fra l´altro, alla massima valorizzazione dell´investimento immobiliare nell´area di Castello.

Nel caso dell´assessore all´urbanistica Gianni Biagi, gli inquirenti ipotizzano che egli abbia adottato «iniziative e provvedimenti in contrasto con gli interessi pubblici» del Comune di Firenze, in cambio della «promessa... di utilità economiche e non economiche, per sé e per altri, ovvero da conseguirsi da lui direttamente o indirettamente». Fondiaria Sai, fra l´altro, gli avrebbe chiesto indicazioni sui nomi di professionisti cui affidare incarichi di progettazione nell´area di Castello.

Quanto all´assessore Graziano Cioni, i magistrati gli contestano di aver instaurato con Fausto Rapisarda, indicato come «alter ego» di Salvatore Ligresti, «un rapporto corruttivo a carattere continuativo» e di aver garantito al gruppo imprenditoriale il suo costante appoggio politico e amministrativo, quanto meno negli ultimi cinque anni. I magistrati ritengono che l´assessore avrebbe dovuto astenersi dall´approvare la convenzione urbanistica stipulata il 18 aprile 2005 fra il Comune di Firenze e il Consorzio Castello (Gruppo Ligresti), che aveva ad oggetto lo sfruttamento edilizio dell´area di Castello. Avrebbe dovuto astenersi - secondo la procura - perché suo figlio è dipendente di Fondiaria dal 2002. Al contrario, secondo gli inquirenti, l´assessore non solo ha approvato la convenzione ma ha anche ricevuto concreti vantaggi dal gruppo Ligresti. Tramite Fausto Rapisarda ha ottenuto - sostiene l´accusa - la possibilità per una sua conoscente di prendere in affitto un appartamento in viale Matteotti di proprietà di Fondiaria. Gli contestano inoltre una gratifica in favore del figlio dipendente della compagnia di assicurazioni e un contributo di 30.000 euro corrisposto da Fondiaria Sai per finanziare la consegna a domicilio a tutti i fiorentini del regolamento di polizia municipale introdotto da una lettera di presentazione dello stesso assessore.

Oltre che per corruzione, Graziano Cioni è sotto inchiesta anche per violenza privata aggravata in una vicenda che si intreccia, secondo gli inquirenti, con la sua partecipazione alle primarie del Pd per la scelta del candidato sindaco di Firenze. Si tratta in questo caso di fatti recentissimi, risalenti al mese scorso, peraltro smentiti da tutti i protagonisti. Secondo le ipotesi di accusa, l´assessore avrebbe costretto a suon di minacce l´imprenditore Marco Bassilichi a rimuovere la sua dipendente Sonia Innocenti dall´incarico di rappresentante dell´impresa Bassilichi con le pubbliche amministrazioni. Ciò perché - affermano gli inquirenti - Sonia Innocenti intendeva appoggiare nelle primarie un altro candidato. La signora risulta infatti fra i firmatari che hanno sostenuto la candidatura dell´europarlamentare Lapo Pistelli. Secondo le accuse, dopo aver saputo che Sonia non l´avrebbe appoggiato e dopo avere ricevuto la conferma dalla stessa interessata nel corso di una burrascosa telefonata, Cioni si arrabbiò di brutto e fece una sfuriata con Bassilichi, dicendogli che non avrebbe mai più fatto entrare la signora Innocenti nel suo ufficio e che avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per farle chiudere in faccia ogni altra porta. La procura ritiene che in tal modo l´assessore abbia messo Bassilichi con le spalle al muro, prospettandogli guai per la sua attività imprenditoriale se non avesse sostituito l´impiegata. Tanto più che - secondo le accuse - la minaccia sarebbe stata ribadita a Bassilichi tramite il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi, altro candidato alle primarie in concorrenza con Cioni, con Pistelli e con l´assessore Daniela Lastri. Una brutta faccenda all´ombra della corsa alle elezioni del nuovo sindaco. Urla, sfuriate, accordi trasversali, minacce. Che tutti, però, smentiscono.

mercoledì 19 novembre

Domenici ai magistrati

"Fate presto l´inchiesta"

All´origine dell´inchiesta c´è la convenzione stipulata il 18 aprile 2005 tra il Consorzio Castello e il Comune di Firenze per l´utilizzo dell´area di proprietà dei Ligresti estesa 168 ettari. Con la convenzione la proprietà cedette gratuitamente al Comune 101 ettari (di cui 80 per un parco pubblico) avviando la fase realizzativa dell´intervento del quale a Firenze si parla dal 1983, quando il progetto insisteva su un´area ancora più grande, quella di ´Fiat-Fondiaria´. Nel 1989 fu una famosa telefonata di Achille Occhetto, allora segretario del Pci, a bloccare il via libera che la giunta guidata da Massimo Bogianckino (Psi) si apprestava a dare al progetto presentato in pompa magna pochi giorni prima in Palazzo Vecchio. Il progetto prevede la realizzazione di uffici pubblici e privati (fra i quali le sedi della Regione, della Provincia e un nuovo polo scolastico). Sono poi previste abitazioni, negozi, la scuola carabinieri, due alberghi, strade, piazze, scuole, impianti sportivi. Il completamento era previsto nel 2014. Due mesi fa Diego e Andrea Della Valle hanno presentato un progetto per il nuovo stadio di Firenze e il Comune ha già votato un emendamento al Piano strutturale che prevede la possibilità di realizzare un nuovo impianto in quella zona.

«Mi auguro, nel ribadire piena fiducia nell´autonomo operare della magistratura, che l´inchiesta possa essere chiusa presto anche tenendo conto del delicato momento politico-istituzionale che la città si sta accingendo a vivere, in vista delle prossime elezioni amministrative» ha detto intanto il sindaco Leonardo Domenici. «La situazione non fa venire meno la mia fiducia nei confronti di Gianni Biagi e Graziano Cioni, di cui conosco e apprezzo, oltre alla capacità amministrativa, anche le qualità umane e il cui apporto alla lunga azione di governo di questi anni è stato particolarmente importante».

giovedì 20 novembre

Ecco perché la procura crede

che Ligresti sia stato favorito

Domanda: «Qual è stata la fiammella che ha dato il via all´inchiesta?». Risposta di uno degli inquirenti: «La fiammella è un incendio». Dal che si dovrebbe dedurre che l´inchiesta per corruzione sul progetto di urbanizzazione dell´area di Castello di proprietà Fondiaria Sai è fondata su elementi più vasti e più gravi di quelli abbozzati nelle informazioni di garanzia che hanno colpito il costruttore Salvatore Ligresti, presidente onorario di Fondiaria Sai, il suo braccio destro Fausto Rapisarda, il suo collaboratore Gualtiero Giombini di Europrogetti, gli assessori fiorentini Gianni Biagi (urbanistica) e Graziano Cioni (sicurezza sociale), nonché l´architetto Marco Casamonti (Archea) e il professor Vittorio Savi, docente di storia dell´architettura, consulenti di Fondiaria Sai per il piano di Castello su indicazione (sostiene l´accusa) dell´assessore Biagi. I difensori si apprestano a ricorrere al tribunale del riesame anche per poter conoscere qualcosa di più delle carte in mano ai magistrati.

Ieri Palazzo Vecchio ha ribadito che non sono sotto accusa gli atti amministrativi sui terreni di Castello. E l´assessore Graziano Cioni, indagato per aver instaurato «un rapporto corruttivo di carattere continuativo» con Fausto Rapisarda del Gruppo Ligresti, ha ricordato che era assente il 14 dicembre 2004, quando la giunta approvò la convenzione attuativa del piano urbanistico esecutivo di Castello, poi approvata in consiglio comunale il 17 gennaio 2005 e stipulata il 18 aprile successivo.

Da quella convenzione, in ogni caso, occorre partire per comprendere l´ipotesi della procura secondo cui il Gruppo Ligresti sarebbe stato favorito. L´area ha una superficie di 168 ettari a ridosso dell´aeroporto di Peretola. L´accordo prevedeva che Fondiaria cedesse a titolo gratuito al Comune 130 ettari, di cui 80 destinati a parco urbano, il resto alla Scuola Marescialli dei Carabinieri, a strade, giardini, scuole, piazze. Sui restanti 38 ettari Fondiaria poteva realizzare circa 1500 appartamenti, oltre ad alberghi e a insediamenti commerciali e alla nuova sede della Regione. Allegati alla convenzione uno studio di impatto ambientale in forma semplificata, una valutazione previsionale di clima acustico e uno studio di accessibilità, infrastrutture e traffico.

Dopo la stipula dell´accordo accade però che la parte pubblica accresce i suoi progetti su Castello. Oltre alla Regione si pensa alla nuova sede della Provincia e a un complesso scolastico. Nascono seri problemi perché la convenzione prevede la facoltà per il Gruppo Ligresti di realizzare con le proprie imprese le edificazioni di interesse pubblico, mentre per legge Regione e Provincia non possono non bandire un appalto. La trattativa si conclude con la decisione che la parte pubblica acquisterà i terreni «a prezzo di mercato» (invece di riceverli a titolo gratuito).

A quel punto l´iter di trasformazione dell´area sembra acquistare una doppia velocità. In agosto il Consorzio Castello del Gruppo Ligresti ottiene le concessioni edilizie per costruire i fabbricati per «funzioni private», mentre è ancora in discussione la ulteriore variante sugli insediamenti pubblici, per la quale manca la valutazione di impatto ambientale. Quanto al parco urbano, la convenzione lo definisce «elemento essenziale per assicurare qualità urbana all´intero complesso» e stabilisce che le aree destinate ad accoglierlo siano cedute a titolo gratuito al Comune «sotto la condizione risolutiva che non ne venga modificata la destinazione urbanistica a parco urbano». In base alla convenzione, il parco deve essere realizzato da Fondiaria a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Il progetto è di Christophe Girot, ritenuto «il miglior paesaggista del mondo». Ma nessuna concessione è stata finora rilasciata per la sua realizzazione. E la sua sorte è in bilico dopo che Diego Della Valle ha lanciato l´idea (corredata dal progetto firmato Massimiliano Fuksas) di un nuovo stadio e della cittadella dello sport, e il Comune ha inserito, nella bozza di piano strutturale, la previsione del nuovo stadio a Castello. Si presume a spese del parco, che verrebbe drasticamente ridimensionato, con l´ulteriore problema che i terreni non verrebbero più ceduti a titolo gratuito. Ma il sindaco Leonardo Domenici non sembra contrario, visto che ha espresso i suoi dubbi su quegli 80 ettari di verde che, secondo lui, potrebbero divenire «un ricettacolo dell´area metropolitana».

Postilla

Lo scandalo di quella che era la splendida Piana di Sesto, tra Firenze e Prato, era cominciato molto prima. A chi vuole conoscere la storia antica di quel lembo di territorio suggeriamo il bel libro di Daniela Poli (La piana fiorentina. Una biografia territoriale narrata dalle colline di Castello, Alinea editrice, 1999, prefazione di Alberto Magnaghi). La radice dello scandalo e il tentativo compiuto dal segretario nazionale del PCI Achille Occhetto per troncarla la trovate in un capitolo del libro di P. Della Seta ed E. Salzano (L’Italia a sacco. Come nei terribili anni 80 è nata e si è diffusa Tangentopoli , Editori riuniti, 1993). Una ricca storia degli eventi che si sono sviluppati fino a oggi la trovate nell'articolo di Paolo Baldeschi.

Se poi volete vedere che pattumiera è fiventata la Piana, date un’occhiata all'area su Google map o Google earth; e non è finita!

L'immagine si riferisce alla Piana di Sesto, qualche anno fa, ed è tratta da una pubblicazione del Comune di Sesto fiorentino

Il clamore mediatico che ha suscitato l'ordinanza del Comune di Firenze contro i lavavetri ha varie cause. Una è certamente culturale: la «città sul monte», che nel secolo scorso ha animato e nutrito, nell'intero paese e a livello internazionale, la cultura della solidarietà, dell'accoglienza, della pace nella giustizia, grida la propria sconfitta di fronte al montare dell'insicurezza e della paura e si piega fino a diventare apripista e capofila di una politica repressiva e intollerante che suscita ammirazione e bisogno di emulazione nelle stesse amministrazioni più chiuse.

Non potendo aggredire le vere cause dell'insicurezza ci si affida al collaudato meccanismo del capro espiatorio: risorsa potente dell'impotenza politica.

Con questo non voglio dire che l'immigrazione oltre che una risorsa non sia anche un problema. I lavavetri infastidiscono, è vero. Ma nessuna persona razionale e sufficientemente informata può ritenere che davvero la strategia repressiva risolva qualcuno dei problemi sollevati dall'immigrazione. Erigere muraglie nel tempo della globalizzazione totale è come recitar giaculatorie per fermare la pioggia.

In conseguenza dell'appesantimento del controllo repressivo avremo solo una intensificazione del dominio della illegalità e della delinquenza sull'immigrazione. Non è questo che vogliono le strategie repressive, ma questo è lo sbocco inevitabile. Ed è proprio ciò a cui puntano le forze politiche ed economiche irresponsabili che da un lato cavalcano il disagio, la paura e le angosce della gente, mentre dall'altro fanno affari d'oro con gli immigrati irregolari, facendoli lavorare a nero con salari irrisori, senza diritti né sicurezze, oppure utilizzandoli per manovalanza in traffici loschi.

Il problema vero, primario, non è l'immigrazione, ma la globalizzazione liberista. L'economia basata sul valore assoluto e quindi totalitario del denaro e del profitto sfrutta il divario Nord-Sud per annullare gradualmente la società dei diritti, per distruggere lo stato sociale, per portare a fondo la sconfitta della classe operaia e della sua cultura solidale. Al dominio della finanza che regola il libero mercato fa comodo un Terzo Mondo disperato. E gli immigrati servono in quanto assolutamente ricattabili, bisogna quindi che almeno in certa misura siano irregolari, braccati, disperati, impauriti, affamati, pronti a subire tutto per sopravvivere.

Siamo a uno snodo cruciale. Perché la scienza e la tecnologia stanno dando un'accellerazione incredibile e incontrollabile alla globalizzazione mondiale. Ma la cultura resta quella del neolitico. E forse a dir questo manchiamo di rispetto verso l'homo sapiens, che si costruiva armi di selce per la pura sopravvivenza e non per la rapina. La nostra è tutt'ora una cultura di egocentrismo, di contrapposizione, di rapina e in fondo di profonda violenza.

È emblematico che si ergano grandi muraglie contro la mobilità dei dannati della Terra, nel momento della massima esplosione della mobilità globale. E che tanti fiorentini plaudano all'ordinanza contro i lavavetri mentre gnomi senz'anima e senza volto continuano a occupare i crocevia col commercio illegale e mafioso e si comprano Firenze riciclando danaro sporco e spesso anche insanguinato. Ecco lo snodo cruciale. L'unificazione mondiale non può esser affidata alla cultura della superiorità dell'Occidente la cui etica è un'etica di sopraffazione, di contrapposizione e di violenza. È senza sbocchi e senza speranza.

L'associazionismo solidale che tenta giorno per giorno, faticosamente, di risolvere i problemi dell'immigrazione con esperienze concrete e positive di integrazione, che dà forma, visibilità e concretezza a un'anima della città tollerante, accogliente, critica verso le mura che il potere eleva fra «noi» e gli «altri», anche in questa occasione deve assolvere il suo compito ed esprimere la propria contrarietà verso uno strumento puramente repressivo e inefficace che rischia di bruciare un lavoro positivo di anni. La «città sul monte» non merita questo offuscamento della sua immagine internazionale e lo pagherà caro.

Qualcuno li ha contati. Sono quarantasette i comitati cittadini sorti a Firenze negli ultimi anni. Quarantasette, quasi uno ogni isolato. Si battono contro un parcheggio che dovrebbe sostituire un giardino, contro un centro commerciale - l´ennesimo che prende a svettare nella piana - , contro quello che chiamano il Tubone, un tunnel che passerebbe sotto le colline di Fiesole, contro quei complessi edilizi (un po´ residenza, un po´ commercio, un po´ uffici) che sorgono dove un tempo c´era uno stabilimento industriale (per esempio, l´ex panificio militare), ma anche contro il taglio di un boschetto di lecci o contro un ponte sull´Arno che avrebbe dovuto sostituire una passerella pedonale e collegare il parco delle Cascine con il quartiere dell´Isolotto. I comitati sono oggetto di studi e a loro ha dedicato attenzione la politologa dell´Istituto universitario europeo Donatella Della Porta in Movimenti senza protesta scritto per il Mulino insieme a Mario Diani (pagg. 230, euro 20) e in Comitati di cittadini e democrazia urbana, che uscirà da Rubettino.

Dall´inverno scorso si sono dati un coordinamento. Si sono presentati alle elezioni di giugno, sostenendo con Rifondazione comunista e il "Forum per Firenze" la candidatura di Ornella De Zordo, il cui successo (12 per cento) ha costretto il sindaco diessino Leonardo Domenici al ballottaggio con il candidato di centrodestra (che poi ha sonoramente battuto). Il coordinamento è nato per due motivi. Intanto per fronteggiare il nuovo piano regolatore, che in Toscana si chiama piano strutturale e che è stato approvato prima delle elezioni. Per il Comune è un avvenimento storico, che interrompe decenni di immobilità e avvia interventi indispensabili. Secondo i comitati, invece, è una somma di progetti sconnessi che stanno a cuore soprattutto ai privati e non risolvono nessuno dei problemi di Firenze. L´altro motivo del coordinamento è di evitare quello che gli studiosi chiamano "effetto Nimby": fate qualunque cosa - un inceneritore, uno svincolo autostradale - ma non vicino a casa mia (Nimby è l´acronimo di Not in my back-yard, non nel mio giardino).

Ogni comitato è legato a una zona della città: piazza Beccaria, piazza Alberti, San Lorenzo, Santo Spirito, Campo di Marte, Santa Croce. Ma perché tutto questo accada a Firenze non è semplice a dirsi. Il capoluogo toscano è un cantiere di grandi trasformazioni. Arrivano prestigiosi architetti: Norman Foster lavora alla stazione dell´Alta Velocità, Jean Nouvel a un albergo al posto di una concessionaria Fiat, Santiago Calatrava all´ampliamento del Museo della Fabbrica del Duomo. Per non parlare di Arata Isozaki, vincitore del concorso per sistemare l´uscita degli Uffizi, che ancora non sa se la sua pensilina sarà costruita o no.

Ma Firenze, a detta di molti, è anche affetta da un malessere ambientale. Il centro storico, per esempio, si sta svuotando di residenti. Secondo uno studio di Manlio Marchetta, professore di urbanistica all´Università, se nel 1987 era residenza il 30 per cento delle superfici edificate, ora quella quota va dal 10 al 15 per cento. E anche queste case rischiano di diventare alberghi, affittacamere o uffici. Un centro storico che perde residenti, recitano i fondamentali dell´urbanistica, deperisce. Invecchiano i suoi abitanti. Diventa una zona di transito per le macchine, solcata da frotte di turisti e da persone che vanno in ufficio o che, di sera, affollano i ristoranti. Insieme agli abitanti fuggono le botteghe alimentari, le scuole e le farmacie. E arrivano pizzerie, bar, negozi di souvenir e magazzini di abbigliamento. Abbandonano persino le grandi banche, che lasciano liberi palazzi monumentali. Chiudono i cinema (Astra, Supercinema, Edison, Capitol) e le librerie sono minacciate dalle catene di jeans.

Alcune rilevazioni smentiscono tanto pessimismo. Per esempio la classifica annuale del Sole 24 ore, che nel 2003 assegnava a Firenze la palma del "vivere bene". E, inoltre, la malattia non affligge solo Firenze. Ma poche città al mondo vantano quel che vanta Firenze. «Per il centro storico», spiega Marchetta, «non esiste un piano specifico, nonostante lo prescriva una legge regionale. Non sono fissati criteri per la destinazione degli immobili e le regole le detta il mercato, che privilegia interessi speculativi. E tutto peggiorerà quando si libereranno edifici universitari, giudiziari e bancari».

La replica è di Gianni Biagi, assessore all´Urbanistica: «Non è vero che il cambio di destinazione degli edifici sia libero, ma purtroppo l´attività di affittacamere è senza controllo. Il centro ha perso il 12 per cento dei residenti nell´arco di un decennio, ma soprattutto nei primi anni Novanta, poi l´emorragia è rallentata. Il nostro piano strutturale si propone di riportare abitanti nel centro, come è accaduto nell´ex complesso delle Murate, e di spostare fuori dei viali ottocenteschi molte attività che si sono accumulate senza programmazione».

Le macchine intasano il centro. Basta una rassegna di moda alla Fortezza da Basso e la città si paralizza. L´edificio, costruito nel 1534 da Antonio da Sangallo, vedrà raddoppiato lo spazio per le fiere da 30 a 60 mila metri quadrati. «Attrarrà altro traffico», denunciano i comitati, «smentendo le intenzioni del Comune di voler alleggerire il centro». Tutta l´area dei giardini intorno ai bastioni, una prodezza rinascimentale, con le torrette e il rivestimento in bugnato del mastio, è stata ridisegnata. E questo intervento ha scatenato violente polemiche. Oggetto della contesa un parcheggio di due piani con un centro commerciale addossato alle mura. Il parcheggio doveva essere interrato, ma di fatto lo è solo in gran parte, perché lungo una delle cortine la costruzione fuoriesce da terra, compromettendo la percezione dei bastioni. E litigi furiosi ha suscitato anche la sistemazione delle strade intorno alla Fortezza a causa di un sottopasso realizzato con una curva troppo stretta, e che si è dovuto ricostruire daccapo.

«Dove ora c´è il parcheggio, un tempo si fermavano gli autobus turistici, che pure impedivano la vista dei bastioni», replica Biagi. «E sopra il parcheggio ci sarà un giardino», insiste l´assessore, il quale però ammette che forse il progetto poteva essere migliore. Tutto l´intervento è realizzato con il meccanismo del project financing, che da alcuni anni si è diffuso moltissimo e che a Firenze è in gran voga. Consiste più o meno in questo: l´amministrazione pubblica dà in concessione a un privato un bene - un palazzo, un´area - , il privato lo ristruttura o costruisce ex novo creandovi diverse attività e traendo profitto dalla loro gestione.

Il project financing è previsto anche per un intervento a San Salvi, che pure vede fronteggiarsi il Comune e il comitato "San Salvi chi può". Qui in un parco di 32 ettari sorgono i padiglioni di un ospedale psichiatrico costruito nel 1891. Dalla fine degli anni Settanta al posto dell´ospedale ci sono una Usl e alcune cooperative sociali e teatrali. Un progetto prevede numerosi appartamenti e nuovi edifici per uffici, un parcheggio e una serie di zone verdi. La residenza è necessaria, «rende l´area viva 24 ore al giorno ed è il "volano economico" dell´intera operazione di recupero», sostengono gli autori del progetto. Il parco viene smembrato, replicano al comitato, e si avvantaggeranno soprattutto coloro che potranno permettersi una lussuosa casa in mezzo al verde.

Altri due interventi - uno a Novoli, nei 32 ettari dove la Fiat aveva il suo stabilimento, l´altro nei 168 ettari di Castello, a ridosso dell´aeroporto e di proprietà della Fondiaria - vengono considerati di grande rilievo dall´Amministrazione, che sostiene di averli avviati per decongestionare il centro storico. Gli oppositori li descrivono invece come operazioni di lottizzazione privata e di valorizzazione immobiliare che smentiscono l´intenzione del piano strutturale di non consumare altro suolo. A Novoli le costruzioni sono state avviate sulla base di un piano (poi modificato) di Leon Krier, l´architetto amico di Carlo d´Inghilterra. Sono già in funzione una sede dell´università, progettata da Adolfo Natalini, e un centro commerciale, mentre è in fase di completamento il Palazzo di Giustizia, con torri da 32 e 64 metri su disegno di Leonardo Ricci. Verranno poi costruiti appartamenti, studi e sedi di banche, secondo un piano di Aimaro Isola e Francesco Dal Co. Novecentomila metri cubi in totale, al centro dei quali sarà sistemato un parco di 12 ettari che, a detta dei progettisti, avrà effetti sulla qualità dell´aria di tutto il quartiere. Diversa la posizione dei comitati: «Quella zona di Firenze è già stremata e non sopporta altri pesanti carichi urbanistici».

La vasta pianura fra l´aeroporto, Peretola e Castello «è l´ultima consistente porzione non edificata di Firenze, se si escludono le colline», ricorda Marchetta. È un´area depressa e paludosa, a suo tempo sottoposta a una bonifica che ha messo a regime le acque con due reti di canali, in parte pensili. «Questo territorio era destinato a parco territoriale. Se si installassero, come previsto, un milione 400 mila metri cubi, Firenze si salderà con altri paesi della piana, creando un´immensa conurbazione», aggiunge Marchetta. «A Castello ci sono molte cose da definire», replica Biagi, «ma non è lottizzazione privata: lì andranno la Regione, i carabinieri e poi uffici, abitazioni e un parco di 80 ettari».

Su Novoli e Castello si riaccendono le polemiche che divisero la sinistra fiorentina una ventina di anni fa. Il Comune mise in cantiere due insediamenti molto più pesanti di quelli avviati ora. Ma pressato da Italia Nostra e da altre associazioni, intervenne il segretario di Botteghe Oscure, Achille Occhetto. Che costrinse i compagni fiorentini a fare marcia indietro. Da allora, però, molta acqua è passata sotto i ponti dell´Arno.

Rfi (Rete ferroviaria italiana)ha annunciato l’apertura ufficiale dell’alta velocità Milano-Roma per il 2010 e specifica che i treni transiteranno sul nuovo tracciato, tranne che nel nodo di Firenze, per il quale, «almeno fino al 2016», si continuerà ad usare la linea esistente. Dunque la Tav Milano-Napoli, per sei anni, attraverserà Firenze in superficie. E’ questa la migliore dimostrazione dell’inutilità del sottoattraversamento ferroviario, previsto quale soluzione definitiva per il nodo fiorentino.

In effetti all’inizio della vicenda, l’assetto della rete nell’area aveva indirizzato le scelte verso l’attraversamento di superficie, che si sarebbe realizzato presto e facilmente, a costi bassissimi, con una serie limitata di aggiustamenti della linea e l’aggiunta di due binari. Tale programmafu abbandonato, addirittura prima di essere formalizzato in schema di massima, per avviare la progettazione di un supertunnel di una decina di chilometri (poi ridotto a circa 7,5).Questo comprende, tra l’altro, una galleria che dovrebbe passare sotto parti importanti del patrimonio storico-artistico e residenziale della città, oltre che sotto le falde e alcuni corpi idrici di alimentazione del bacino dell’Arno, nei pressi del corso d’acqua principale.

Il progetto, sottoposto a valutazione d’impatto ambientale solo in fase preliminare, con un procedimento che anticipava la Legge Obiettivo, è stato approvato con molte prescrizioni nel 2003. Nel 2007 è stata espletata la gara, vinta da un raggruppamento di imprese legate a cooperative nazionali e locali oltre che a grandi imprenditori del settore, «con un ribasso incredibile», per circa 800 milioni. I costi reali dell’opera, compresa nuova stazione, sono stimati almeno in 2,5 volte tanto, per cui si prevedono, more solito, forti aumenti in corso d’opera. Il megatunnel con nuova stazione, «un transatlantico nel cuore sotterraneo di Firenze», il più grande scavo a memoria della storia della città, non è solo inutile e costoso,ma anche foriero di gravi danni al patrimonio ed all’assetto urbanistico, e soprattutto, all’idrogeologia: il notoriamente fragile bacino dell’Arno che sarebbe – esso sì – da mettere in sicurezza, con una spesa totale simile a quella del sottoattraversamento Tav.

Il centro di Firenze, che già soffre pesanti problemi di inquinamento e congestione, sarebbe ulteriormente gravato dagli impatti di una serie di megacantieri che la taglierebbero in due per circa un decennio, con forti emissioni di polveri e gas, moltissimo rumore, enormi disagi per la popolazione, anche per l’ingente movimentazione e stoccaggio di materiali. L’impatto urbanistico negativo resterebbe anche dopo, per l’incremento di attività e di flussi dovuti alla nuova stazione, a un chilometro dall’esistente stazione di S. Maria Novella: a dispetto della principale motivazione per cui, a suo tempo, ci si indirizzò verso il tunnel in nome dell’esigenza di «salvaguardare la centralità di Santa Maria Novella», poi clamorosamente abbandonata in sede di progettazione definitiva.

Le vibrazioni dei cantieri e, poi, dei treni metterebbero a rischio il patrimonio artistico e le stesse residenze. Ma i maggiori problemi arrivano dagli effetti di alterazione dell’assetto idrogeologico. L’assenza delle necessarie garanzie deriva da valutazioni effettuate, ormai da molti anni, soltanto nel progetto di massima, tra l’altro assumendo dati sul sistema idrico superficiale e sotterraneo ancora più datati e, quindi, superati.

«Bisogna dimostrare la fattibilità e la funzionalità efficace degli strumenti proposti per assicurare la tenuta del sistema idrogeologico. Nel Sia esiste solo un’illustrazione piuttosto generica di alcuni apparati tecnologici utili ad affrontare il problema: non sono specificate le condizioni del loro impiego e quindi la nuova operatività e preservazione del sistema. (...).Allo stato appaiono possibili, se non probabili, gli eventi dannosi di dissesto o addirittura di disastro idrogeologico. (...) L’area interessata dal progetto è tra quelle classificate ad alto rischio ambientale per l’Italia centrale dall’analisi dei rischi sul territorio dell’Unione (...) allegato al 3° rapporto Ipcc/Unep sui cambiamenti climatici (per la Piana fiorentina esistono due rischi opposti: quello strutturale o di lungo periodo è legato alla diminuzione d’acqua e all’aumento di temperatura nell’ambito metropolitano (...).

Come effetti contingenti, legati all’incremento di turbolenze metereologiche, sono paventabili eventi alluvionali). Il progetto è tale da esasperare le negatività tendenziali legate a tali trend» (T. Crespellani, 2007).

C’è la forte preoccupazione che possa ripetersi la situazione del Mugello, dove la realizzazione dell’alta velocità ha provocato frane, dissesti, sparizione di falde e corsi d’acqua, nonché processi di desertificazione, con un danno ambientale valutato dalla magistratura in oltre un miliardo di euro. Nella città di Firenze i problemi sarebbero amplificati, come sostiene il gruppo di studiosi ed esperti dell’Università locale, che ha valutato il progetto di sottoattraversamento ed ha proposto in alternativa un aggiornamento del passaggio di superficie.

Quest’ultimo prevede l’aggiunta di due binari al fascio di quelli esistenti e l’allargamento delle pertinenze ferroviarie, in alcuni punti, con un’unica e modesta operazione di ampliamento di galleria. Sono previste, inoltre, parziali ristrutturazioni delle stazioni interessate. Con pochi accorgimenti, il progetto di superficie – che prospetta un più rapido attraversamento di Firenze – aumenta realmente la capacità del sistema e diventa un segmento importante della nuova rete metropolitana su ferro. Laddove il disegno del tunnel, con due binari riservati esclusivamente alla Tav, irrigidisce il modello, riducendone le potenzialità (il contrario di quanto reiteratamente sostenuto dai favorevoli).

In generale il megatunnel e la grande stazione richiamano l’idea di grandi opere, avulse dal contesto cittadino, ma forse coerenti con il modello di sviluppo «turisti e cemento» propugnato dall’attuale governance. Il passaggio di superficie, invece, con il modello integrato di trasporto che promuove, oltre a costare circa un decimo rispetto al sottoattraversamento – ma forse è proprio questo il problema -, è compatibile con un futuro della città ancora determinato dalla sua identità culturale, artistica, scientifica, architettonica e paesaggistica; notoriamente tanto cara a tutti. Forse non a coloro che considerano tale patrimonio ostacolo per i propri affari.

I carabinieri del Ros hanno eseguito ieri il sequestro preventivo dell’area di Castello di proprietà Fondiaria Sai (Gruppo Ligresti), dove dovrebbe sorgere un nuovo grande quartiere di Firenze. Il decreto di sequestro contiene gli elementi che - a giudizio della procura e del gip Rosario Lupo - accusano gli assessori all’urbanistica Gianni Biagi e alla sicurezza sociale Graziano Cioni di aver operato per favorire il Gruppo Ligresti nella operazione immobiliare di Castello in cambio di vantaggi per sé o per altri. «L’anomalia più macroscopica di questa vicenda che pure di anomalie ne presenta parecchie» consiste nel fatto, secondo il gip, «che l’interesse pubblico, "questo sconosciuto", sia lasciato in un angolino, asservito ora a logiche di guadagno ora a logiche di competizione politica». Il sequestro dell’immensa area di Castello - oltre 130 ettari - deve impedire che si dia compimento a una complessa operazione edilizio-urbanistica inquinata, secondo le accuse, da «vizi e alterazioni indebite».

Il sequestro dei terreni di Castello segue di poco più di una settimana il primo atto «scoperto», cioè visibile, dell’inchiesta per corruzione partita circa due anni fa: martedì 18 novembre è stata eseguita una serie di perquisizioni che hanno riguardato, oltre gli assessori Graziano Cioni e Gianni Biagi, il presidente onorario di Fondiaria Sai Salvatore Ligresti, il suo braccio destro Fausto Rapisarda, un dirigente della società Europrogetti (Gruppo Ligresti) Gualtiero Giombini, e gli architetti Vittorio Savi e Marco Casamonti, ingaggiati da Fondiaria Sai su indicazione dell’assessore Gianni Biagi per disegnare il futuro dell’area.

Diciannove anni dopo il celebre no di Occhetto, sull’area Fondiaria si abbatte una nuova bufera. E questa volta i dubbi sulla commistione fra interessi pubblici e privati sono documentati - sostengono gli inquirenti - dalle intercettazioni telefoniche disposte dai pm Giuseppina Mione, Giulio Monferini e Gianni Tei ed eseguite dai carabinieri del Ros. L’elemento centrale dell’inchiesta è lo stesso che infiamma in questi giorni il dibattito politico: il parco urbano di 80 ettari che, in base alla convenzione stipulata il 18 aprile 2005 con il Comune, il Gruppo Ligresti deve realizzare su 80 ettari è «la parte essenziale» e qualificante del nuovo insediamento e doveva essere la prima delle opere ad essere messa in cantiere. In realtà le concessioni sinora rilasciate riguardano edificazioni private di Ligresti, mentre le sorti del parco sembrano sfumare nel poco o nel nulla, specie dopo l’ipotesi di realizzare a Castello il nuovo stadio di calcio. L’indagine si concentra poi sulla tormentatissima questione del trasferimento a Castello dei nuovi centri direzionali di Regione e Provincia: trasferimento ritenuto cruciale dal Comune per dare sostanza al nuovo insediamento, ma non molto gradito da Provincia e Regione, che da anni si dibattono in mille dubbi.

Gran parte del decreto di sequestro analizza quello che il gip definisce «il ruolo anomalo» dell’assessore Biagi, al quale la procura contesta anche di aver esercitato «indebite pressioni» per far sì che la Provincia si impegnasse a realizzare a Castello la propria nuova sede. Secondo le accuse, quando il presidente della provincia Matteo Renzi, all’inizio del 2008, ha bandito una gara per trovare una sede nel centro di Firenze, l’assessore all’urbanistica avrebbe adottato iniziative per «dissuadere gli imprenditori fiorentini potenzialmente interessati a parteciparvi», in modo da rendere la scelta di Castello «l’unica percorribile» per la Provincia.

L’inchiesta sull’area Fondiaria è nata «per caso» da intercettazioni disposte in un’altra indagine sui telefoni dell’architetto Gaetano Di Benedetto, già direttore dell’urbanistica, che manifesta non poche perplessità sull’assessore e i suoi rapporti con Ligresti. Il gip osserva che, se è vero che l’assessore si è adoperato per dare attuazione alla convenzione, «il suo intervento non pare sia stato istituzionalmente impeccabile» in quanto caratterizzato «da illecite condotte di asservimento agli interessi del privato».

Mentre l’inchiesta era in corso, sulle trattative Comune-Fondiaria è piombata l’ipotesi di collocare nell’area di Castello il nuovo stadio di calcio. Per gli inquirenti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso dei dubbi sulla correttezza dello stesso iter amministrativo relativo a Castello. E’ un uomo di Fondiaria, Andrea Bottinelli (Consorzio Castello), a manifestare i dubbi più clamorosi. Il 10 giugno 2008, quando si profila l’ipotesi di costruire a Castello il nuovo stadio, Bottinelli si sfoga con l’architetto Vittorio Savi, definendo l’area «una discarica»: «Mi sembran matti tutti... non possiamo stare fermi solo perché improvvisamente qualche amministratore si mette a dibattere... ci scrivano dicendo che non si fa più niente... dopo di che non so come fa ad andare lì la Provincia, la Regione, l’aeroporto, lo stadio, 1.500 famiglie e le scuole... boh?... io penso che ci metteranno sul giornale perché... mai vista una discarica più intasata di quella che state facendo lì... dai! ma poi solo i flussi del traffico... i trasporti...». «Quindi per vincere le elezioni - incalza - si parla dello stadio a Castello... ma ti pare?... ti pare... vicino alla Provincia, magari... vicino alle scuole... perché non siamo in Inghilterra o in Svizzera dove le persone vanno allo stadio come a teatro, tu lo sai, hai visto cosa c’è attorno allo stadio la domenica... e chi abita lì ha il rumore dell’aeroporto, il rumore del traffico, il rumore dello stadio... cazzo e mandiamo lì 1.500 appartamenti... boh, non lo so io, io non faccio l’urbanista... mi sembra che quelle robe siano destinate a bloccare tutto... a trovare un miliardo di oppositori e prima di mettere la prima pietra passano dieci anni».

( Hanno collaborato Michele Bocci, Laura Montanari, Simona Poli)

Cioni: "Trentamila? Vai, è aggiudicato"

Graziano Cioni: «Duecentomila nuclei familiari devono ricevere a casa il regolamento di polizia municipale... quello contro il degrado... contro... insomma una cosa seria... una cosa per la tutela e il decoro di Firenze... che poi sono i cavalli di battaglia che ho scelto io... si può contare su di voi per un po’?». Fausto Rapisarda: «Sì, per un po’, sì poi mi dici?».

Rapisarda: «Graziano... ma quant’è il costo totale?». Cioni: «... eh, il costo totale è una cifra esagerata... lascialo fare... il costo totale è una cifra esagerata perché mi ci vuole... solamente di posta... centomila euro... quindi il costo totale lascialo fare... poi c’ho la stampa... eh... i grafici». Rapisarda: «...certo, certo... dimmi tu... Graziano». Cioni: «... no no no... dimmelo te... io non ti voglio mettere in difficoltà... perché questo non ti deve mettere in difficoltà...». Rapisarda: «... no pensa... così su due piedi (ride)... capisci non... eh... questo nella... ti dico sicuramente sì, questo sì». Cioni. «... sì ma te hai una tua autonomia piccola... no...». Rapisarda: «... sì». Cioni: «Questa autonomia piccola quant’è...». Rapisarda: «... 20... 30...». Cioni: «...30! ... aggiudicato vai!! ... gli altri li trovo io...». La telefonata è del 21 agosto e decide la partecipazione di Fondiaria alla realizzazione dell’opuscolo con il regolamento di polizia municipale. Si chiude con Cioni che afferma: «io sono a lavorare... come sempre... per voi».

In realtà tutto non fila subito liscio dentro Fondiaria. Rapisarda promette i soldi per l’iniziativa, valutata dalla procura come motivata da interesse politico nella prospettiva della candidatura di Cioni a sindaco, ma poi si scontra con perplessità interne. Il responsabile della comunicazione di Fondiaria, Pierluigi Berdondini, teme che la sponsorizzazione possa recare un danno, più che un vantaggio di immagine. «La mia paura è di guastare un rapporto che ho costruito in 5 anni... capisce...», dice Rapisarda a Berdondini il 28 agosto. «Un rapporto che ha dato i suoi frutti... su questo non c’è dubbio...», dice ancora l’avvocato. Alla fine i 30 mila euro vengono dati.

Secondo le accuse Cioni, tra l’altro, avrebbe mediato tra lo stesso dirigente di Fondiaria e il presidente della Provincia, Matteo Renzi, affinché l’ente individui l’area di Castello come sede dei propri uffici. Ma per gli inquirenti utilizza il rapporto con Fondiaria anche per questioni meno significative dal punto di vista pubblico, come la carriera del figlio. E Rapisarda, sempre secondo le accuse, fa di tutto per accontentarlo. Il giorno in cui l’assessore presenta il famoso opuscolo, il primo aprile, c’è una telefonata tra i due che si chiude così. Cioni: «... ti dico, siamo ad aprile... ricordati del ragazzo». Entra dunque nell’indagine la figura di Emiliano Cioni. Rapisarda si informa in azienda sulla sua situazione. Il 29 telefona a Domenico Castelli di Fondiaria per informarsi prima di un incontro con l’assessore. Rapisarda: «il figlio di quel mio amico... poi lei... ha insomma.. gli ha dato il premio... cos’è che mi diceva lei...». Castelli: «... no glielo diamo appena partiamo con gli altri perché non becca niente nessuno». Il 10 luglio un’altra conversazione. Castelli: «Volevo dire... allora per Cioni». Rapisarda: «ah...». Castelli: «Siccome già prende una sbaraccata di soldi... avevo pensato ad una unatantum». Infine la vicenda dell’appartamento di viale Matteotti, preso in affitto da Cioni per un’amica. Fatto penalmente irrilevante (anche se per 6 vani e mezzo il canone è di soli 600 euro al mese) ma secondo la procura si inserisce nel contesto dei rapporti con Fondiaria. Cioni non esita a chiamare Rapisarda per fatti di minima rilevanza, come l’installazione di una parabola. E l’alto dirigente di Fondiaria si fa in quattro per accontentarlo. Cioni: «ascolta... per salire sul tetto a chi si deve rivolgere per mettere Sky...». Rapisarda: «...ci penso io.... adesso chiamo subito i miei». Segue telefonata al ragioniere di Fondiaria, che pone alcuni problemi formali. Rapisarda: «... va bè ragioniere non facciamo i fiscali... Sia gentile... se non era importante non gli rompevo l’anima... ma lei sa quant’è importante...».

L’architetto Casamonti, per l’accusa l’intermediario tra Biagi e Ligresti

"A me quello che interessa è riuscire a darle i permessi..."

I due architetti Savi e Casamonti sono persone di fiducia dell’assessore Gianni Biagi e, si legge nel decreto di sequestro preventivo, fra loro ci «sono accordi» per raggiungere reciproci fini: «per gli architetti di guadagnare con incarichi alquanto remunerativi» e «per Biagi la possibilità di muoversi su più fronti, quello pubblico e quello privato acquisendo sempre più potere anche se vi sono elementi per ritenere che la sua utilità possa essere anche di tipo strettamente economico». Casamonti è, secondo l’accusa, l’intermediario fra Biagi e il gruppo di Ligresti, in una conversazione con lo stesso Ligresti ribadisce che il suo obiettivo è di far rilasciare i permessi e costruire.

Colloquio telefonico tra Marco Casamonti e Salvatore Ligresti del 18 giugno.

Ligresti: «comunque mi sembra ci sia armonia»

Casamonti: «sì assolutamente in armonia... e il sindaco in persona ha detto di andare avanti a spron battuto quindi è questione di giorni...anzi le voglio dire che le concessioni...ho controllato io in ufficio sono pronte...è soltanto che loro per rilasciarle...nella convenzione c’è scritto che noi dobbiamo iniziare le opere di urbanizzazione».

Ligresti : «esatto, in settimana vengono iniziate...»

Casamonti: «Se in settimana le iniziano e noi mandiamo una lettera al Comune... e questo è certo...la settimana dopo...perché le concessioni sono pronte...ho controllato io».

Ligresti: «Si allora però vogliono st’impegno che noi poi dobbiamo girare i fabbricati... dobbiamo rivedere».

Casamonti: «Va bene...lo faremo, sono piccole cose...l’importante è che ci diano le concessioni».

Ligresti: «si e poi dicono prospettiva lei...qui hanno messo una bozza...Traina...di accordo».

Casamonti: «vuole mandarmela? vuole che la veda anche io?»

Ligresti: «No è la bozza che ha fatto lei, Casamonti».

Casamonti: «Perfetto, perfetto».

Ligresti: «No ma poi qui dice che devono prendere, cose, architetti per le facciate perché ogni fabbricato deve essere diviso, le cose...ma poi questo vede lei e questa roba».

Casamonti: «Sì ingegnere le coordiniamo assieme, li facciamo venire a Milano, gli parliamo, gli architetti sono parlati da lei...fanno quello che lei dice».

Ligresti: «no devono fare le cose che deve venire una bella cosa oh». (...)

Casamonti: «No, nel senso sono pagati da una committenza...risponderanno alla committenza, poi metteranno il loro ingegno, faranno le cose il meglio possibile»

Ligresti: «Va bene, ma qui lei si gioca la sua carriera».

Intanto succede che il progetto Della Valle con la proposta di uno stadio a Castello «spariglia le carte». 20 settembre, conversazione fra l’assessore Gianni Biagi e il sindaco Leonardo Domenici.

Biagi: «Scusami, fra noi e Ligresti...il parco è destinato a parco, se noi si decidesse di farne un’altra cosa ci sarebbe un problema convenzionale...tanto è vero».

Domenici: «Sì si va be’...ma questo va bene..però tatticamente in questo momento meno cioè ci entra dentro il discorso Ligresti e meglio è...capito?»

Biagi: «sì sì ho capito»

Domenici: «Cioè bisogna diciamo cominciare a ragionare come se si potesse fare senza Ligresti. E poi vedere se effettivamente...».

Biagi: «...sì...anche se però sai che questo non è possibile...questo...ecco perché anche come ti avevo detto l’altra volta, se noi decidessimo di utilizzare il parco per farci altre cose bisogna cambiare la convenzione già stipulata e per cambiare la convenzione bisogna essere d’accordo noi e lui, non è che si può fare da soli...»

Biagi: "Gli si lascia inalterata la loro quota di edilizia privata"

Formigli: "Voglio 10 ettari"

GIANNI Biagi: «...allora ... loro (Fondiaria cioè, ndr) vendono le aree a Regione e Provincia... e in cambio noi... gli si considerano le quote dell’edilizia nuova di Provincia e scuole nel computo complessivo... o meglio gli si aumenta l’edificabilità pubblica di 65000 mq.. cioè praticamente gli si lascia inalterata la loro quota di edilizia privata... vabbene?». Così dice l’assessore il 29 gennaio 2008 ad Alberto Formigli.

Alberto Formigli: «scusa tutta questa roba dove la mettono?»

Biagi: «Non ci sono problemi Alberto, ci sta... lì ce ne entra anche di più non è quello... abbiamo già fatto tutte le verifiche, ci sta tranquillamente».

Formigli: «Ricordati che io voglio 10 ettari...no, dieci... ho detto bene dieci ettari... sì».

Biagi: «Quello si vede dopo raga... sennò. Il problema è che lì c’è una questione collegata... perché con gli oneri di urbanizzazione che si è aumentato loro ci fanno anche il parco... tutto... se poi noi gli si dice da una parte il parco non ce lo fate, datecelo ci si fa case, si discuterà dopo... io questa cosa non la vorrei mettere nella discussione perché sennò si riblocca tutto un’altra volta».

Formigli: «Ma perché scusa...»

Biagi: «Perché se tu vuoi invece del parco farci le case bisogna cambiare la convenzione... Perché loro te lo cedono come parco, mica per farci case...».

Questa conversazione secondo i magistrati oltre « a confermare l’uso distorto (a proprio uso e consumo) che della convenzione mostra di fare l’assessore è importante per far comprendere come in effetti della convenzione vi è un solo punto intoccabile, il piano di edilizia privata cui tende il gruppo Ligresti». Il comportamento di Biagi sembra strano persino a Gaetano Di Benedetto, ex direttore dell’Urbanistica del Comune, che il 22 dicembre 2007 parla di lui a Andrea Bottinelli, presidente del cda del Consorzio Castello.

Di Benedetto: «...allora Gianni aveva preso la decisione di andare a trovare Ligresti... ieri...».

Bottinelli: «me lo ha detto, però non è potuto andare».

Di Benedetto: «Mi ha fatto lavorare in questi giorni che sono quello che sono... Mezza giornata per preparare un promemoria»

Bottinelli: «Gli devi preparare il copione...».

Di Benedetto: «No, il tempo è galantuomo».

Bottinelli: «Altroché...».

Di Benedetto: «Gianni è ritornato a rivolgersi».

Bottinelli: «Eh, ovviamente...».

Di Benedetto: «...a chi gli sa dire qualcosa...».

Bottinelli: «Da chi gli può risolvere un problema, è evidente».

Di Benedetto: «Ma non su questo, in generale».

Bottinelli: «Non è che questi lo fanno per un atto di generosità».

Di Benedetto: «No, no, assolutamente».

Bottinelli: «...perché serve».

Di Benedetto: «... comunque la situazione ovviamente è ridicola».

Bottinelli: «Secondo me lui non la recupera più eh».

Di Benedetto: «.. no lui... non può essere lui a recuperarla».

Bottinelli: «Bravo esattamente, infatti per certi versi lo stimo ma

Di Benedetto: «è una conclusione ovvia».

Bottinelli: «Lui non può più

Di Benedetto: «Lui si è giocato per niente, veramente per .... un’elemosina delle posizioni molto forti che poteva avere».

Bottinelli: «sicuramente».

Di Benedetto: «Dio buono, non può suggerire lui a Ligresti...»

Bottinelli: «la funzione»

Di Benedetto: «l’architetto a cui... dai! L’architetto a cui far progettare una cosa senza sapere se una cosa si può fare».

Bottinelli: «Bravo... ed ormai non puoi più rimontare».

Di Benedetto: «Ma qui ormai ci vuole il nuovo assessore per recuperare qualcosa».

Bottinelli: «Credo anche io perché anche al sindaco non gliene frega niente».

Il 19 febbraio 2008 Fabrizio Bartaloni del Consorzio Etruria chiama Biagi per il bando di Castello.

Bartaloni: ciao Gianni, io ho ancora quel problema della Provincia di Firenze».

Biagi: «Ricordamelo perché non me lo ricordo».

Bartaloni: «la questione della sede della Provincia, il bando già fatto».

Biagi: «Ah senti..»

Bartaloni: «perché è ovvio che Fintecna non è disponibile e insomma noi.-..»

Biagi: «ma guarda hai visto la Repubblica di domenica dove c’era un accenno al fatto che Ligresti è disponibile a vendere».

Bartaloni: «sì sì».

Biagi: «e che noi ora stiamo cercando di convincere... la Regione ci ha già scritto che è disponibile a comprare».

Bartaloni: mmh».

Biagi: «ora dobbiamo parlare con...».

Bartaloni: «cioè comprano l’area e poi fanno le gare..».

Biagi: «esattamente».

Bartaloni: «ah e va bene...».

Biagi: «siccome il prezzo di esproprio è stato ormai equiparato al prezzo di vendita»

Baratloni: «sì è il 75%».

Biagi: «no no, la finanziaria di quest’anno dice esplicitamente che ormai il prezzo di esproprio è uguale al prezzo di vendita punto... e quindi a questo punto non c’è più differenza tra espropriare e comprare... a questo punto abbiamo proposto a Ligresti di vendere le are per fare le a Regione»

Baratloni: «Certo».

Biagi: «...e la Provincia. E lui è disponibile a venderle... la Regione si è già dichiarata disponibile a comprarle perché tanto spenderebbe uguale».

Bartaloni: «Ma... e... questi della Provincia riesci a bloccarli te?»

Biagi: «Sì, io penso proprio di sì».

Così, dicono i magistrati, si spiega anche l’imbarazzo dimostrato da Biagi quando il 16 febbraio un giornalista della Repubblica gli chiede se è vero che Ligresti è disposto ad accettare che la realizzazione degli uffici di Regione e Provincia sia affidata a mezzo asta pubblica.

Il giornalista: «Allora accettata la gara Ligresti»

Biagi: «Non è che accetta.,.. si è dichiarato disponibile a trattare l’operazione,, perché chi ti ha dato questa notizia. via raccontami cosa sai? cosa vuoi scrivere? te l’ha detta il buon Renzi?»

Giornalista: «No no, che Renzi...»

Biagi: «Questa cosa deve uscire bene perchè è importante... quindi non può essere sputtanata per il volere di qualche testa di cazzo che ti passa mezza notizia... oggi si parla di tram... è inutile mettere in mezzo altre cose,.. bisogna chiarirsi un attimo perché c’è una reale possibilità di chidere la vicenda in ,do tranquillo per tutti»

Giornalista : «Non è vero, lui ha detto di essere disponibile, ti dà i terreni gratis?»

Biagi: «Non è proprio così ... è più semplice ma anche più... diretta. quindi nhoisogna fare un ragionamento perché... è vero che c’è stato un passo avanti, c’è una disponibilità nuova di Fondiaria e sta nel realizzare... cioè nel consentire,.. nel mettere a disposizione nelle forme di legge ... i terreni a coloro che vogliono intervenire e quindi lui si tira fuori dalla costruzione dei due edifici della regione e della Provincia».

Giornalista: «Ma Renzi ha in corso l’avviso per la nuova sede di Provincia, ha già avviato una gara per reprire sul mercato la nuova sede»

Biagi: «Il Renzi fa quello che vuole, io penso che lui ha firmato un documento... che ora faccia un avviso è un po’ particolare...».

Il 20 febbraio Biagi parla con Rapidsarsa:

«La mia paura... è e io ho detto ai miei che nessuno deve fiatare... è che non voglio bruciare ...sta cosa... perché questa, questa è l’ultima spiaggia... tra me e te capisci...» Biagi informa Rapisarda che fornirà solo la notizia che la Regione si è data disponibile ad acquistare le aree. Renzi però fa resistenza: «mi sembra che lui sia fermo sulle sue... non mi ha dato aperture per niente, per niente. mi ha detto parliamone... perché non so adesso, guarda, io non gli ho assolutamente detto e non gliela dico la storia... che c’è già quell’altra lettera». Biagi assicura di aver parlato della decisione della Regione con l’assessore Giorgetti della Provincia.

“Si tratta di un progetto importante, impegnativo, che sarà realizzabile solo se vi sarà l' aiuto da parte di tutta la città». L' area di Castello sembra l' unica disponibile, ne ha parlato con Ligresti? «Ci vediamo spesso, certo che ne abbiamo parlato. So però che su quell' area ci sono previsioni urbanistiche precise e io non so se lui abbia voglia o interesse a smontare tutto». E se i politici fiorentini le dicessero di no? «Se il mondo politico boccia quest' idea ne prenderemo atto, noi ed i tifosi fiorentini, e non faremo niente. Significherebbe che al mondo politico questa proposta non interessa. Aspetto comunque una risposta. Subito o quasi subito» (da intervista a Diego Della Valle pubblicata su Repubblica del 20 settembre 2008).

L’ultima notizia (probabilmente penultima o terzultima quando questo scritto sarà pubblicato) è che il sindaco di Firenze ha proposto di ridurre lo spazio destinato alla scuola sottufficiali nell’area di Castello, di proprietà di Fondiaria-SAI e AGIP, per fare posto al progetto presentato dal patron della Fiorentina Diego della Valle, su disegni di Massimiliano Fuksas; si tratta di un plesso che occuperebbe 80 ettari, battezzato ‘cittadella dello sport’, in cui è previsto uno stadio da 50.000 posti, un centro commerciale, una via di negozi, un museo, un parco ricreativo del pallone, oltre ad attività ricettive e residenza. La penultima (per ora) è che Regione e Comune di Firenze hanno dato un via libera informale al progetto. Via libera però solo per lo stadio: un po’ da ‘demivierges’, ma dire di no sarebbe stato troppo impopolare. D’altra parte la proposta Della Valle implica un ripensamento dell’intero piano esecutivo dell’area, a sua volta soggetto a numerosi cambiamenti negli ultimi anni, l’ultimo nell’aprile del 2008, presentato come variante al vecchio piano regolatore in contemporanea all’adozione del nuovo Piano Strutturale che, per l’appunto, non prevede la cittadella dello sport.

Il racconto delle vicende urbanistiche dell’area di Castello - 186 ettari, l’ultima grande area inedificata del comune di Firenze - occuperebbero un libro ponderoso; qualche cenno è tuttavia necessario per comprendere la rotta o la deriva dell’urbanistica fiorentina, già a partire degli anni ’80, ma con una accelerazione vistosa nell’ultimo decennio.

Il progetto di urbanizzazione dell’area nasce negli anni ‘82-83, su sollecitazione del Comune di Firenze, ma di fatto del gruppo dirigente del PCI locale che aveva spinto la società Fondiaria all’acquisto dell’intera area. Si tratta di un peccato originale, anche se giustificato dall’idea sacrosanta di proporre un’alternativa all’economia fiorentina basata sul turismo; un peccato che ha pesato e pesa tuttora sulle decisioni degli amministratori pubblici (nel frattempo transitati dal PCI al PDS ai DS e al PD).

Il primissimo progetto, perorato da Thomas Maldonado, proponeva l’insediamento di un grande centro di ricerca integrato con l’Università di Sesto, una specie di campus scientifico, oltre ovviamente la residenza, per un volume di 3 milioni di mc. La proposta viene rapidamente abbandonata e da questo momento si susseguono le più diverse destinazioni. Elenchiamo rapidamente: un grande centro commerciale e un polo espositivo, progetto nobilitato dal piano particolareggiato di Gian Franco Di Pietro e abbandonato nel 1989, dopo la famosa telefonata di Achille Occhetto. La scelta del polo espositivo non ha evidentemente alcuna plausibilità economica, né è coordinata ad un pianificazione metropolitana, ma segue la prassi consolidata di anteporre gli investimenti immobiliari a seri progetti di fattibilità. Nel 1987, l’amministratore delegato di Fondiaria dichiara che nell’area sorgerà una città satellite (sic) con tredicimila residenti e diciottomila persone occupate: quattromila abitazioni di vario taglio oltre quasi 40 ettari per varie attività, alberghi, un centro commerciale, esercizi pubblici di ristoro, attività paracommerciali, ecc. Non una parola sull’area fieristica.

Il progetto non va avanti, anche perché il Comune di Firenze si aggroviglia fra varianti, piani particolareggiati e incertezze. Ma anche la società Fondiaria (che negli ultimi anni passerà sotto il controllo di Salvatore Ligresti) non è più così sicura. Firenze perde rapidamente abitanti che si spostano non solo verso i tradizionali comuni della piana, ma si distribuiscono in tutta l’area metropolitana; la nuova domanda si orienta su abitazioni unifamiliari in aree di pregio ambientale, meglio se in collina. La città satellite o ‘village’, come vezzosamente viene chiamata, stretta fra viale XI agosto (luogo notturno di prostituzione) e l’aeroporto di Peretola perde progressivamente di appetibilità; ci vuole un intervento pubblico per salvare l’investimento iniziale. Pesa il ‘peccato originale’, e le istituzioni sono chiamate a rispettare gli impegni politici.

Nel 1995 Richard Rogers, su incarico del Comune di Firenze presenta un progetto di sistemazione dell’area che tiene conto di due nuove destinazioni pubbliche, la scuola sottufficiali dei carabinieri e la sede direzionale della Regione Toscana. Viene previsto, inoltre, un parco di 80 ettari parallelo alla pista dell’aeroporto con funzioni di compensazione ambientale.

Nel 1997 il Comune di Firenze classifica l’area di Castello come zona di trasformazione urbanistica e di nuovo impianto, soggetta a Piano Urbanistico Esecutivo (PUE) di iniziativa pubblica, destinata ad essere sede di importanti insediamenti direzionali pubblici, oltre alla scuola sottufficiali dei carabinieri. La localizzazione della scuola, due enormi edifici per 200.000 mc complessivi e attrezzature varie, è evidentemente assurda; gli stessi tecnici regionali manifestano perplessità e il Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Firenze, cui il Comune chiede ufficialmente un parere, esprime una valutazione negativa in proposito, suggerendo siti più adatti nell’area metropolitana. Il Comune ‘tiene conto’ di questi pareri, decidendo in senso opposto e sacrificando con l’immane ‘tappo’ di un’istituzione chiusa la permeabilità nord-sud dell’area. e le relazioni fra Peretola e le colline di Castello. A seguito di ciò nel 1998 viene approvato un piano particolareggiato che modifica il piano guida di Rogers.

Nel 1999 l’arch. Gianni Biagi da tecnico della Regione Toscana diventa il nuovo assessore all’urbanistica del Comune di Firenze. L’anno seguente l’arch. Gaetano Di Benedetto, finora consulente e lobbista per Fondiaria diventa Direttore della Direzione Urbanistica del Comune.

Nel 2004 viene approvata una nuova variante che localizza diversamente i volumi edificati (che dopo essere scesi a 1.100.000 mc, sono risaliti a 1.400.000 mc). L’appalto per la scuola sottufficiali del valore di 190 milioni di euro viene vinto dalla società Baldassini, Tognozzi, Pontello (BTP), i veri arbitri dell’urbanistica fiorentina. Il progetto del Ministero delle Infrastrutture è tuttavia sbagliato, non rispettando la normativa antisismica e nel 2005 BTP chiede la revisione del progetto e del prezzo di appalto, sollecitando un arbitrato. Il Ministero oppone un rifiuto e bandisce una nuova gara vinta nel 2005 dalla società Astaldi per 261 milioni di euro (90 milioni in aggiunta alla cifra iniziale). Ma nel 2007, con i lavori in corso, il lodo arbitrale dà ragione a BTP. Mentre gli immensi contenitori della scuola sono in costruzione, giganti fra sterpaglie ingiallite, nel 2008 tutto è ancora avvolto nell’incertezza. A questo punto piomba dall’alto il progetto della cittadella dello sport e il presidente della Regione Toscana dichiara che si può rivedere l’idea di trasferire a Castello gli uffici di Regione e Provincia, mentre il sindaco di Firenze ammette che tutto sommato al parco in quella posizione non ci ha mai veramente creduto. Ma solo due anni prima, nel 2006, era stato firmato un protocollo di intesa in cui viene ‘giudicata positivamente’ (una rassicurazione per Ligresti?) l’opzione del trasferimento dei loro centri direzionali a Castello.

Dove andrà a collocarsi, se mai verrà realizzato il progetto Della Valle-Fuksas. No di certo nell’area della caserma, già acquistata e con gli edifici in corso di costruzione; quindi o nel parco o nella zona destinata a Regione, Provincia e polo scolastico provinciale. Il parco, tuttavia, ha funzioni prevalentemente di mitigazione del rumore e dell’inquinamento provocato dall’ aeroporto di Peretola che nel frattempo qualcuno propone di ruotare parallelamente all’autostrada (ipotesi già più volte avanzata e scartata) o di trasferire altrove, come voleva il vecchio piano Detti e come sarebbe stato saggio fare, opzione questa però ferocemente avversata dalle ‘forze economiche’ fiorentine. Nel frattempo qualcuno si è accorto che il progetto approvato della tramvia non serviva l’area di Castello e il polo universitario di Sesto e quindi doveva essere cambiato. Siamo quindi in una situazione di stallo provocata da un groviglio di incertezze, errori e ripensamenti.

Due considerazioni finali. La prima è che le vicende dell’area di Castello sono rappresentative di tutta l’urbanistica fiorentina. Il vizio di partenza consiste nell’assenza di qualsiasi scelta politica impegnativa a favore della città, intesa, come saggiamente dice Salzano, prima di tutto come la ‘casa della società’ e quindi a favore degli abitanti; consiste, nell’assenza di ogni idea sul ruolo di Firenze nel mondo e di scelte che contrastino realmente la monocoltura turistica. Consiste, di conseguenza, nell’assenza di progetti validi e innovativi per la città. Il caso Fondiaria è l’ennesima dimostrazione che a Firenze prima si stabilisce l’edificabilità di un’area in termini di metri cubi patteggiati con i privati e poi si cercano utilizzazioni che assicurino ritorni economici a breve termine. Da qui il balletto delle destinazioni dove predominano incoerenza e improvvisazione e un ingente spreco di denaro pubblico per progetti non realizzati. Con il corollario che l’ultima variante approvata - quella del 2008 – prefigura un cambiamento di destinazione delle attuali sedi di Regione e Provincia per fare cassa e finanziare la realizzazione delle nuove strutture.

La seconda considerazione è che il nodo Castello può essere sciolto solo attraverso una profonda revisione delle modalità con cui viene pianificata (si fa per dire) e gestita l’urbanistica fiorentina, a partire da un piano strutturale che è una scatola vuota destinata a regolare gli scambi fra politica e rendita. La nuova amministrazione fiorentina, e con questa Regione e Provincia, dovrebbe seriamente chiedersi se sia realmente vantaggioso per i cittadini toscani la concentrazione di tante attività direzionali in una località periferica rispetto alla città, e di un polo scolastico destinato a più di 4.000 studenti che non potranno utilizzare i loro motorini per giungere a destinazione. Da qui a dieci anni tutte le transazioni fra cittadini e amministrazioni si svolgeranno in via telematica e la tramvia (a prescindere dalle critiche alle modalità con cui è progettata e realizzata) alleggerirà la pressione delle automobili verso il centro. Forse sarebbe più opportuno prendere in considerazione una distribuzione ‘a rete’ dei diversi uffici disposti secondo un’organizzazione spaziale progettata e non casuale come quella attuale. Ma per fare questo occorrerebbe un vero piano urbanistico ed è proprio quello che manca da troppo tempo a Firenze.

Stadio, la Fiorentina forza la mano

di Tommaso Galgani

La Fiorentina alza il tiro delle richieste e si complica la strada verso l’approvazione della nuova convenzione col Comune per gestire lo stadio Franchi. A questo punto, visto che l’attuale accordo scade tra nove giorni, si fa strada l’ipotesi di una proroga, che potrebbe scattare in automatico e durare per altri dodici mesi. Nel frattempo l’assessore allo sport di Palazzo Vecchio, Eugenio Giani, conferma l’intenzione di portare la convenzione all’approvazione della giunta del primo luglio, e di lì poi presentarla al consiglio comunale prima di fine luglio. Anche se ormai non si sa sotto quali forme il documento potrebbe giungere al vaglio dell’aula.

Ieri infatti sono stati rimessi in discussione diversi aspetti nel corso dell’atteso incontro tra la commissione cultura e sport, l’assessore Giani e i rappresentanti della società viola, l’ad Sandro Mencucci e il vicepresidente Mario Cognigni. I due hanno mostrato i muscoli. Intanto, sulla convenzione non vogliono sentir parlare di durata inferiore a 12 anni: «Investiamo 5 milioni per ammodernare il Franchi, abbiamo il diritto di ammortare l’investimento. E niente aumenti dell’affitto (750mila euro l’anno, ndr) se facessimo fruttare la nostra imprenditorialità nella gestione dell’impianto», hanno detto. Circa la gestione degli eventi extrasportivi, Mencucci e Cognigni rimettono invece in discussione la possibilità del Comune di organizzare due serate l’anno: «Per quelli sociali non c’è problema, siamo disponibili gratis, ma non comprendiamo il motivo per cui potremmo perdere la possibilità di gestire i concerti, visto che al massimo al Franchi se ne fanno 1-2 l’anno», hanno spiegato.

Ovviamente si è parlato anche del nuovo stadio, che costituisce un altro fronte complicato tra Comune e Fiorentina. Cognigni ha ribadito che la società presenterà un progetto a luglio. «Sarà uno stadio con strutture di fruizione per tutta la città e non soltanto per la Fiorentina», ha detto il vicepresidente. Che ha però ribadito anche di non voler inserire nella convenzione nessun riferimento a impegni della Fiorentina circa la costruzione di un nuovo impianto. E che sta al Comune individuare il luogo dove potrebbe essere realizzato. Ma la commissione ha ribaltato il discorso dela Fiorentina: «Prima ci presenti uno studio di fattibilità, poi sarà dato avvio alle procedure amministrative per l’individuazione dell’area».

«Castello potrebbe essere adatto, l’Osmannoro pare di dimensioni ridotte», ha dichiarato Mencucci. Sull’ipotesi Castello, che comporterebbe una riduzione del parco da 80 ettari programmato nell’area, nella maggioranza il Pd si ritrova isolato ad aprire all’ipotesi («ma andrebbero modificati gli attuali piani urbanistici sull’area», ha precisato il capogruppo Alberto Formigli): Sd, Pdci e Verdi pensano invece che «il parco non si tocca», mentre il Ps glissa dicendo che «in quell’area sono già in progetto numerosi interventi». Non solo. Perché ieri, sulla questione nuovo stadio, si sono palesate anche le prime perplessità bipartisan: «Siamo sicuri che rappresenti una priorità per la città?» si chiedono i consiglieri Paolo Amato di Forza Italia e Anna Soldani di Sd.

Nuovo stadio a parte, ad ogni modo, le divergenze tra amministrazione e Fiorentina riguardano anche altro. Resta infatti in ballo anche la questione dei Campini, per ristrutturare i quali la società viola ha pronti due milioni di euro. Giani le ha promesso l’autorizzazione a iniziare i lavori per il 30 giugno: le emergenti difficoltà nell’approvazione della convenzione sarebbero risolte dall’assesore tramite una delibera di giunta, per non deludere la parola data a Cesare Prandelli.

Infine, resta pendente il contenzioso tra Palazzo Vecchio e Fiorentina su circa 150mila di arretrati per lo sfruttamento della pubblicità, che secondo il Comune la società dovrebbe pagare. Ma anche qui Mencucci ha parlato chiaro: «Mi vengono le bolle a pensarci. La realtà è diversa, come dimostreranno i nostri legali ai giudici».

Giorgio Pizziolo: «Ma Castello è già sovraccarica»

di Osvaldo Sabato

«Il nuovo stadio a Castello? L’area è già talmente sovraccarica, che metterci ancora un’altra funzione a scapito di quel verde che è rimasto, mi sembra veramente problematico».

È il parere di Giorgio Pizziolo, docente di urbanistica all’università di Firenze. Palazzo Vecchio apre all’ipotesi di costruire il nuovo impianto in questa parte della città e ovviamente si scatena un dibattito tra gli esperti. I dubbi del professore Pizziolo prendono spunto dal progetto che hanno in mente i patron della Fiorentina: un contenitore polifunzionale, nel quale: oltre al campo di calcio e tribune, si prevede un contorno di negozi, ristoranti, spazi fitness, come nel resto d’Europa. Ma la domanda è sempre la solita: siamo così sicuri che Castello è il posto più adatto per realizzare tutto ciò? L’urbanista dell’ateneo fiorentina è convinto di no. «Probabilmente il nuovo stadio si tira dietro tante altre cose - spiega Pizziolo - e quindi alla fine mezza città si riverserà su Castello, perché non si parla solo di uno stadio, ma di un complesso urbanistico estremamente impegnativo». Il timore è che alla fine a pagare dazio sia sempre l’ambiente, in questa area già sottoposto ad una pressione costante «il rischio è di compromettere tutto definitivamente».

Quindi per l’urbanista lì lo stadio non va bene. A meno che, aggiunge Pizziolo, l’amministrazione non decida di eliminare parte delle volumetrie già previste per fare largo all stadio. «Forse potrebbe essere una sostituzione e non un’aggiunta» osserva Pizziolo «ma sarebbe estremamente problematico lo stesso». Ma la vera questione è un’altra: perché non si inizia a pensare sul serio in termini di area metropolitana? «Tenere tutto nei confini amministrativi di Firenze è ormai impossibile» dice Pizziolo. In quest’ottica si può anche pensare ad un nuovo stadio. E allora perché non allargare davvero l’orizzonte a tutto l’hinterland fiorentino? Per quello di Firenze si prendono come esempi gli stadi delle grandi città europee, ma viene tralasciato (volutamente?) il tema della loro collocazione, quasi sempre distanti decine di chilometri dalla città, con strade a più corsie per raggiungerli e un sistema di trasporti pubblici. Non si può dire la stessa cosa per Castello e Osmannoro 2000. «Iniziamo a pensare tutta l’area intorno a Firenze, fino a Prato» insiste Pizziolo. Una provocazione? «Tra le altra cose pensiamola anche in termini di riqualificazione ambientale, altrimenti la città non resiste». In questo senso l’area di Castello, per Pizziolo ha una «funzione ecologica di ricongiungimento delle colline all’Arno». Insomma in un dibattito più impegnativo il nuovo stadio dovrebbe essere letto come un tassello di un puzzle urbanistico più ampio.

«A me sembra che qui tirino a sorte per scegliere dove fare lo stadio - insiste Pizziolo - c’è la disponibilità del parco di Castello? Ecco lo vogliono fare lì, senza nessuna riflessione generale su tutta l’area metropolitana». «Basta riempire ogni casella di qualche cosa». Parola di Giorgio Pizziolo.

Firenze Se il giorno dopo le elezioni hanno vinto tutti, figuriamoci dopo un «referendum consultivo» fatto otto anni dopo le ripetute decisioni del consiglio comunale in materia. Se poi il popolo decide a larga maggioranza di non andare a votare, diventa ancora più complicata la traduzione politica della consultazione tutta fiorentina sulle linee 2 e 3 della futura tramvia. I numeri raccontano che solo il 39,4 dei residenti si è recato alle urne. Al primo turno delle elezioni comunali del 2004 - unico raffronto possibile - erano stati il 77%. Quasi il doppio. Una sorpresa la scarsa affluenza al referendum, nonostante sia diventato un tormentone nella piccola città? Piuttosto la dimostrazione che la consapevolezza dei singoli da queste parti non è ancora diventata merce rara. Invece la sorpresa arriva al momento di scrutinare le schede. Seppur di misura (51,9 contro 48,1% sulla linea 3, 53,8% contro 46,2% sulla linea 2 che sfiora piazza del Duomo) prevalgono i contrari al sistema tramviario. Un risultato che muove all'esultanza i referendari di centrodestra (in grande maggioranza), e anche quelli di sinistra all'interno dei Comitati dei cittadini. Un risultato che soprattutto, forse per la prima volta, segnala una battuta d'arresto della pur radicatissima macchina elettorale del centrosinistra fiorentino. Che complice il referendum si era di fatto ricompattato, almeno nei suoi stati maggiori. Una quasi obbligata necessità, su cui aveva puntato tutte le sue fiches il sindaco Leonardo Domenici. Scivolato invece su una buccia di banana quando era a un passo dal traguardo. Le pentole e i coperchi.

Va da sé che, come detto esplicitamente anche prima di domenica scorsa, nulla cambia sul fronte strategico della grande opera. Votata all'epoca (era il 1999) da una rappresentanza istituzionale di due terzi del consiglio comunale. Statuto alla mano, Domenici sul punto è esplicito: «Nel referendum non è stato raggiunto il quorum del 50% più uno degli aventi diritto. Inoltre a favore della revoca delle delibere si è espresso circa il 20% dei cittadini. E nessuna amministrazione può pensare di revocare gli atti perché il 20% dei cittadini si è espresso contro». Potrebbe cambiare parecchio invece sul versante della effettiva realizzazione delle linee 2 e 3 della tramvia. Un esempio: dalla Camera del lavoro il segretario Mauro Fuso oggi fa sapere: «La stragrande maggioranza dei cittadini non è contraria alla tramvia, ma in tanti sono contrariati da tempi e modalità dei lavori: ritardi, intoppi, disagi, cambi di progetto in corsia. Per questo fin da ora rilanciamo al Comune la proposta di inserire negli appalti per le prossime linee (appunto la 2 e la 3, ndr) la possibilità di contrattare le attività su più turni. Anche notturni dove possibile». In altre parole una piccola ma non trascurabile rivoluzione dei costumi cittadini. A patto che si sia la volontà politica, s'intende.

Sempre a norma di Statuto, la mancanza del quorum eviterebbe il consiglio comunale tematico sulla tramvia. Ma nel salone de'Dugento se ne discute ugualmente. Domenici interviene, assicura l'apertura di un «tavolo sulla mobilità per arrivare a un piano integrato metropolitano», e a seguire una «concertazione tecnica sulle modalità di realizzazione dell'opera con i soggetti interessati, operatori economici e residenti». Poi il sindaco se ne va. E non ascolta Ornella De Zordo di Unaltracittà, astensionista dichiarata che replica secca: «Da otto anni in città manca un piano urbano della mobilità (il precedente fu affossato da Domenici come primo atto del suo lungo mandato amministrativo, ndr), oggi si sente parlare di un piano integrato della mobilità. Complimenti».

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