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Ci vorrebbe un Sarkozy. Non ai Beni culturali, ma accanto e sopra: a difenderli. "In tempi duri per l'economia il governo italiano reagisce tagliando alla cultura. Il governo francese fa il contrario: già lo scorso settembre il presidente Sarkozy disse che in tempi di crisi bisogna continuare a investire in cultura". Parla Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, Accademico dei Lincei e presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, l'organo consultivo del ministero. La gestione museale e del patrimonio artistico, in Italia, è tema controverso per definizione. Ma in questi mesi, tra tagli di bilancio, casi di malagestione, commissariamenti, nomine bizzarre e velleitarismi del ministro Sandro Bondi, che la politica ha catapultato in un ruolo per cui forse non nacque, la frustrazione cresce. Si respira un clima di 'Kulturherbst', autunno culturale, per usare l'amara espressione di Nietzsche.

Al professor Settis 'L'espresso' ha chiesto una lettura critica.

Professore, pochi mesi fa il sottosegretario Francesco Giro chiedeva le sue dimissioni per un suo aspro intervento sul 'Sole 24 Ore', in cui parlava di un ministero "allo stato larvale". Il ministro Bondi poi prese le distanze da Giro. I rapporti sono migliorati?

"Non vorrei ritornare su quella polemica assurda: nel denunciare oltre un miliardo di euro di tagli nel triennio 2009-2011 citavo dati della 'Gazzetta Ufficiale'".

Almeno un motivo di attrito è rimasto: la discussa nomina alla valorizzazione dei Beni di Mario Resca, manager proveniente dalla Mc Donald's.

"Chiariamo bene. Non si tratta di ostilità personale, né metto in dubbio le capacità del manager. Io ho espresso il mio dissenso, presente il ministro Bondi, in una riunione del Consiglio superiore. E il ministro, mi pare, ha recepito una metà importante del discorso: non si può creare una nuova direzione generale confondendo valorizzazione e tutela. Si è così accettato di riscrivere il provvedimento, mirato alla valorizzazione del patrimonio museale. La nomina del dottor Resca non c'è ancora, perché non c'è la carica. Prima di fare il vescovo si faccia la diocesi. Confermo, e con me l'intero Consiglio, compresi membri autorevoli come Antonio Paolucci e Andrea Emiliani, che una nuova direzione siffatta va affidata a una personalità con competenze specifiche nel management culturale".

In attesa che si dissipi il giallo su 'McMario', nel 2007, ultimo dato pubblico, i visitatori nei musei italiani sono calati.

"Il dato negativo sull'affluenza è una tendenza internazionale. Sarkozy, che non è certo un comunista, ha reagito con prontezza: ampliando l'orario dei musei e le fasce di età che entrano gratis. Non è un tabù: è il modello della National Gallery e del British Museum. Lo Stato spende di più ma ne vale la pena: è un grande atto di educazione civile e di cittadinanza".

Il ministro Tremonti le dirà: impossibile, con questa crisi economica.

"Io gli chiederei se alla crisi reagirebbe chiudendo le scuole elementari. Quello che si perde è peggio di quel che si risparmia, è la mia convinzione".

I fondamentali dei Beni italiani sono imbarazzanti: età media 56 anni, numero insufficiente, troppe soprintendenze gestite da reggenti.

"I 56 anni sono primato europeo. Da cinque anni martello su questi dati, con scarsi risultati. Con Rutelli sono ripartiti concorsi per far entrare circa 400 persone; ma a fronte di oltre 7 mila pensionamenti. Le anticipo un dato inedito: con i pensionamenti previsti entro il 2009, dal prossimo 1 gennaio su 24 posti di soprintendente per i Beni archeologici solo sette persone avranno il grado per ricoprire il ruolo. È grave".

Nei nostri musei il personale addetto ai visitatori è dequalificato: assenteismo, ignoranza, sciatteria, zero inglese. E questo in una superpotenza del turismo e della bellezza, come Berlusconi racconta nei G8.

"Non mi faccia dire. Basta una gita a Chiasso, come direbbe Arbasino, per registrare paragoni deprimenti. Ma non dimentichiamo che vi sono anche professionalità alte, mortificate dalla situazione; e molti giovani bravi e motivati che restano fuori per il blocco delle assunzioni".

Dove vede le emergenze gestionali maggiori?

"Più che fare una classifica negativa, preferisco sottolineare le indicazioni date dal ministro Bondi: i tre luoghi dove intervenire subito sono Pompei, l'area archeologica di Roma e Brera a Milano. È un bene che il ministro individui delle priorità. Mi lascia interdetto, però, la strategia. Per esempio la nomina di Guido Bertolaso a commissario straordinario dell'area archeologica romana, Ostia inclusa".

Bertolaso, oltra a dirigere la Protezione civile, è commissario del G8 alla Maddalena. Un uomo già occupatissimo. Che sia un Superuomo nietzschiano?

"Non discuto il valore della persona. Ma il ricorso al commissario desta più d'una perplessità. Riflette una cultura politica emergenziale, è un segnale di sfiducia alla fascia dirigente dei Beni culturali, non dà poteri straordinari a un vero competente di archeologia".

Né le notizie migliorano sulle dismissioni dei beni minori dello Stato. Come giudica la vicenda della Patrimonio Spa?

"Operazione fondamentalmente fallita".

Perché?

"Detto che il patrimonio immobiliare dello Stato è sterminato, e ingestibile così com'è, la legge Tremonti non distingueva tra beni di alto, medio e nessun valore culturale. La reazione dell'opinione pubblica e dei media è stata vivace, anche nella maggioranza di centro-destra, e ha arginato gli effetti più negativi".

Come possono interagire cultura pubblica e apporto dei privati?

"Introdurrei criteri di valutazione sull'operato dei soprintendenti, accrescendone lo spazio di autonomia gestionale. Incentiverei l'intervento dei privati, per esempio su lasciti, prestiti e donazioni, attraverso vantaggi fiscali".

Suona anglosassone. Lei ha diretto il Getty Center a Los Angeles. Cosa possiamo imparare dagli americani?

"Diciamo così. Negli Stati Uniti ci sono tanti musei privati e ricchi. Il ruolo delle Foundations è cruciale. E il privato che dona ha vantaggi fiscali immediati e visibili: va in detrazione del reddito in un sistema contributivo molto favorevole".

A Milano si è esposta la 'Conversione di Saulo' di Caravaggio, ma solo grazie ai soldi dell'Eni, e a Palazzo Marino. A Pompei neanche riescono ad allontanare i gestori abusivi. L'Italia è lunga, ma il rapporto con i privati è complicato e non sempre chiaro.

"Qui si spalanca un mare di argomenti. Mi limito a questo: collaborare con sponsor privati è auspicabile, purché si salvaguardi il profilo, l'indipendenza culturale del museo. Sponsorizzazioni che servano davvero, e non una resa senza condizioni".

Jean Clair, il critico e curatore francese, a proposito dell'operazione Louvre negli Emirati, deplora che la Francia degradi una collezione pubblica a "mercanzia". Di più: il museo contemporaneo sta diventando "un grande magazzino", "un porto di mare", "un bordello". Esagera?

"Jean Clair parte da una concezione alta del patrimonio culturale come fondamento della cittadinanza, concezione che è nata fra Italia e Francia, fra Rivoluzione e Restaurazione. Chi ha in mente questo ha il diritto, il dovere d'indignarsi".

Oggi i musei, è ancora Clair, preferiscono l'amore di gruppo e i trasporti di massa.

"Clair non è un elitista, è autore di mostre popolarissime, come quella sulla 'Malinconia' di pochi anni fa. Non è contrario alla cultura di massa, ma alla banalizzazione della cultura, anticamera del suo annientamento".

L'articolo 9 della Costituzione dà competenza esclusiva allo Stato nella tutela dei Beni culturali e del paesaggio. In tempi di timido federalismo, è ancora valido?

"La Costituzione non è un monolite sacro. Ma nella prima parte, quella dei principi fondamentali (incluso l'art. 9), è ancora inapplicata. Applichiamola prima di pensare a cambiarla: è ancor oggi attuale e lungimirante, il miglior baluardo contro gli avventurismi. La presenza delle Regioni sul patrimonio culturale e ambientale è riconosciuta nelle modifiche al titolo V, articoli 116-118, realizzate durante l'ultimo governo Amato. Aggiungo che una serie di sentenze della Corte costituzionale, anche nel 2007-2008, danno spazio alle Regioni mantenendo allo Stato la priorità nella tutela. È chiaro che io auspico una cooperazione armonica tra istituzioni, non lotte assurde in nome di un federalismo sgangherato".

Per dar spazio allo spirito costruttivo: ci segnala un esempio positivo di museo pubblico in una grande città?

"Potrei dire il Museo Nazionale Romano, nelle sue diverse sedi, a cominciare da Palazzo Massimo. Collezioni di rilievo, attività interessanti, una nuova vivacità".

E un gioiello in una città piccola? L'Italia spesso è migliore dov'è minore.

"Vorrei citare il Museo Etrusco di Cortona. È un museo comunale, rinnovato pochi mesi fa. È esemplare per ordinamento didattico e qualità dell'allestimento, e attira un pubblico internazionale aggiungendo valore a un territorio fascinoso tra Toscana e Umbria".

"Trasformate le vecchie ferrovie abbandonate in piste ciclabili e itinerari turistici". La proposta - che verrà rilanciata domani in un convegno di Italia Nostra, Società geografica italiana e Associazione Greenways - ha l’obiettivo di recuperare una rete lunga oltre cinquemila chilometri e di valorizzarla dal punto di vista paesaggistico. "Quei binari - dicono gli organizzatori - sono un bene culturale del nostro Paese. Non è un’operazione nostalgia ma un modo per costruire nuovi percorsi "verdi" alternativi alla rete autostradale dominio delle automobili".

Sono migliaia di chilometri, attraversano ordinatamente campagne e vallate, s´inerpicano con discrezione sulle montagne, si affacciano appena visibili sulle coste. Sono vecchie ferrovie, formano una rete di binari dismessi, sono il paesaggio ferroviario abbandonato, rimasto in balìa della natura che lentamente se ne riappropria.

Un convegno nella sede della "Società geografica italiana", "Ferrovie e paesaggio", ricorda domani l’Italia dei treni, quando non esisteva l’Alta velocità e viaggiare era un rito forse lento, un po’ scomodo, ma che aveva le sue emozioni e la sua mitologia. Soprattutto permetteva, prima dei display di cellulari e computer, prima delle gallerie infinite e dei finestrini sbarrati, di godere di paesaggi suggestivi, di vagare distrattamente con lo sguardo così che lo spostamento non fosse solo un vuoto tra una destinazione e l’altra, un tempo morto. Il convegno, organizzato da Italia Nostra, Società Geografica italiana, Associazione Greenways, è il primo appuntamento della "Giornata delle ferrovie dimenticate" che verrà celebrata il primo marzo.

"Riteniamo che il patrimonio ferroviario storico, il suo capitale fisso e mobile, che è stato parte della nostra vicenda moderna di nazione, che è stato frutto di ingegneria innovativa, che ancora segna molte parti del nostro territorio, non debba essere abbandonato", spiega Albano Marcarini, presidente di Co. Mo. Do., Confederazione per la mobilità dolce. "Forse non avrà il credito e l’altezza culturale di un grande dipinto, di una celebre chiesa, ma è certamente qualcosa che è entrato fortemente nella vita di tutti noi. Pensiamo che il ‘paesaggio ferroviario italiano’ debba essere recuperato e valorizzato in qualità di bene culturale".

Quello delle ferrovie dismesse è un patrimonio che attraversa l’Italia, collega città, paesi, borghi, è fatto anche di ponti, viadotti, gallerie, stazioni e caselli, architetture del secolo appena passato collocate in posizioni strategiche, che lentamente si sgretolano. Con il progetto di legge 1140, Co.Mo.Do, grazie alla senatrice verde Anna Donati, aveva presentato nella scorsa legislatura, una proposta per il "riuso delle linee ferroviarie definitivamente abbandonate sotto forma di piste ciclo-pedonali, la loro concessione agli Enti pubblici, l’idea di uno schema di rete di mobilità dolce, fondata proprio sull’impiego di questo patrimonio che, ricordiamo, si aggira oggi intorno ai 5600 km in tutta Italia", dice Marcarini. Un progetto che non è un’"operazione nostalgia" ma un modo per costruire una rete di percorsi "verdi" alternativi alla rete stradale diventata dominio delle automobili. "Ora occorre ripresentare il ddl nella sede parlamentare".

Al centro del convegno di domani anche una riflessione sui "paesaggi sensibili". "Forse abbiamo ancora tutti presente certe scene che sono entrate nell’immaginario collettivo della ferrovia: i saluti dal finestrino, il carico delle valigie, gli scappellotti di "Amici miei", Don Camillo che dal finestrino riassapora gli odori della pianura del Po", dice Marcarini. "Ma pochi oggi sembrano realmente interessati al paesaggio che scorre accanto. A volte chi fissa il finestrino, fissa il vuoto. Occorrerebbe lanciare una campagna per una nuova educazione al paesaggio. Un ruolo che la nostra rete ferroviaria minore potrebbe svolgere. Anche una linea abbandonata potrebbe diventare un museo del paesaggio all’aria aperta".

Un militare per ogni bella donna, aveva detto qualche settimana fa Silvio Berlusconi mettendo in barzelletta la violenza sessuale con lo stesso spirito lieve con cui è solito trattare di Auschwitz o dei desaparecidos. Detto fatto, un decreto legge e avremo non un militare ma una pattuglia di ex militari, ex guardie, ex qualcosa in pensione, arruolati dai prefetti in funzione di angeli custodi delle (belle) donne. City Angels, nell'inglese dei serial polizieschi. In italiano, ronde. Nipotini delle camicie nere, nel lessico sbrigativo che circola nelWeb.

Gli angeli custodi non saranno armati e non saranno volontari, anzi dovranno a loro volta passare qualche test ed essere schedati, tanto per prendere con una sola fava due piccioni sulla strada della società della sorveglianza. Che cosa faranno sul piano pratico ci verrà svelato da un altro decreto, di Maroni, a breve. Che cosa faranno sul piano simbolico invece è già chiarissimo. Primo, servono a dare un ennesimo colpo allo stato di diritto, cooptando un pezzo di società civile nelle funzioni statali di sorveglianza e repressione e dividendo la cittadinanza in controllori e controllati. Secondo, servono a nutrire l'immaginario collettivo, maschile e femminile, con una bella iniezione di rassicurazione. Non temete, donne, i vostri uomini vi proteggeranno. Non temete, uomini, siamo ancora in grado di proteggere le nostre donne.

Da chi? Dallo stupro migrante, s'intende. Se ci fossero dubbi, la costruzione del decreto legge di ieri parla da sé. Si chiama decreto antistupro, e mette in fila misure emergenziali contro la violenza sessuale, misure emergenziali contro gli immigrati, misure emergenziali a favore delle ronde. Una sequenza che è una filosofia: gli altri stuprano le nostre donne, noi le proteggiamo con i nostri uomini. In inglese non sapremmo. In italiano, paternalismo autoritario.

Lo stesso, né più né meno, che Berlusconi ha tirato fuori sul corpo inerme di Eluana Englaro, sostituendosi a spintoni al padre impotente per presentarsi come padre onnipotente, «io salverò questa vita per decreto». Non era vero, ovviamente, come non è vero che gli angeli custodi ci salveranno dagli stupri. Ed era improprio allora l'uso della decretazione d'urgenza contro un atto legittimato da alcune sentenze, com'è impropria oggi la decretazione d'emergenza contro un reato, lo stupro, che è - purtroppo - tra i meno emergenziali e i più banalmente normali.

Si dice spesso - è stato detto e ridetto, da destra, per legittimare le guerre «contro il patriarcato islamico» - che il livello di una civiltà si misura col termometro dei rapporti fra i sessi. Se questo è vero, la civiltà del nostro paese è scesa a un livello alquanto basso. Con l'assenso, va da sé, della ministra alle pari opportunità e di quante come lei penseranno che sì, finalmente un governo «che decide» sulla violenza sessuale. Finalmente un uomo forte che ci manda gli angeli custodi.

Ci servono armi nuove per contrastare un delitto antico che si presenta in forme nuove. Ci serve sapere che cosa autorizzi e legittimi, nella mente maschile «straniera» e «nazionale», una pulsione di asservimento, distruzione e revanche che si scarica nella violenza sessuale. Quale cultura nazional- popolare trasmessa ogni sera in tv, e quali attriti culturali transnazionali acuiti da fili spinati, centri di permanenza e barriere simboliche. Quale mito dell'uomo forte, nel ruolo dello stupratore e in quello dell'angelo, in combutta con quale mito della donna a corrente alternata, velina oggi vittima domani. Il resto è propaganda. Per decreto.

La protesta continua. E contro il ventilato commissariamento — per ora solo annunciato dal governo — dell'area archeologica centrale di Roma (Colosseo, Domus Aurea, Palatino...) e del complesso di Ostia Antica, si è svolta ieri un'infuocata assemblea-conferenza stampa alla quale hanno partecipato un centinaio di addetti: funzionari delle soprintendenze coinvolte, sindacati, professionisti, associazionismo legato alla tutela (Italia Nostra e Comitato per la Bellezza, tra gli altri).

La preoccupazione, per tutti, è che dietro l'annunciato provvedimento (che dovrà essere trasformato in atto del governo e di cui per ora si ignorano i contenuti, salvo quelli di un comunicato stampa del ministero per i Beni culturali) possa celarsi il tentativo di una "privatizzazione di fatto". E nell'attesa di conoscere il provvedimento nei dettagli, gli archeologi tentano di tenere desta l'attenzione su un problema che giudicano di primaria importanza (e continua il tamtam su possibili occupazioni simboliche dei monumenti, mentre per la prossima settimana è allo studio l'ipotesi di un'assemblea all'interno del Colosseo con chiusure lampo del sito).

A sposare i dubbi degli archeologi contro l'ipotesi commissario speciale (Guido Bertolaso, con l'assessore comunale Marco Corsini vicecommissario attuatore) voluta dal ministro Sandro Bondi e dal sottosegretario Francesco Giro in accordo con Alemanno, anche settori della sinistra. Presenti ieri il deputato Walter Tocci e l'assessore regionale (Cultura) Giulia Rodano, che ha annunciato possibili ricorsi alla Corte costituzionale "se non avremo risposte chiare in merito alla presunta emergenza. Come Regione siamo contrari a un provvedimento immotivato.

Qual è l'emergenza che spinge lo Stato a commissariare se stesso? Non credo le infiltrazioni al Palatino o le cicche nei Fori".

"Prima si tagliano risorse e personale — hanno spiegato alcuni relatori — riducendo al collasso il sistema, poi si decide di commissariare tutto. Non risulta che il patrimonio archeologico si trovi in situazione di rischio conservativo tale da richiedere un intervento straordinario di Protezione civile fuori dall'ordinaria amministrazione. Basterebbe che il governo riservasse un'attenzione al settore, senza tagli a mezzi e fondi".

In serata, replica del sottosegretario Giro: "L'emergenza c'è, esiste, è visibile. È stata più volte denunciata dai cittadini, ai quali una risposta deve esser data in tempi brevi. Non ammetterlo sarebbe atto irresponsabile e immorale sotto il profilo amministrativo e politico. Sono ottimista che si possa presto concludere la procedura per l'avvio di una fase commissariale che affronti il grave stato di degrado e dissesto".

Macché stare ad impolverarsi nei nostri musei: quadri e statue devono viaggiare e ancora viaggiare o magari traslocare per un po’ di anni. Questo è il nuovo credo dei beni culturali dettato da Silvio Berlusconi. Lui vuole a Palazzo Chigi almeno quattro statue romane ora al Museo delle Terme a Roma (riallestito pochi anni or sono), due per il suo studio – che gli sembra, onestamente, spoglio – e altre due per il palazzo dove riceve. L’ha rivelato ieri dalle pagine romane il "Corriere della Sera" e, sin qui, non ci sono state smentite. A mezza bocca si lascia trapelare che quelle quattro statue sono ora chiuse nei magazzini. Per la verità, dobbiamo dire che esse sono in una sala del bel Museo delle Terme, chiusa per mancanza di fondi, come capiterà sempre più coi tagli feroci inferti alle risorse delle Soprintendenze. Quando Palazzo Chigi chiama, come si fa a dirgli di no? Sono metodi da papa-re, questi del Cavaliere. Ma papi e cardinali investivano denari di famiglia, denari loro.

Il presidente del Consiglio ha un suo motto: "ciascuno è padrone a casa sua" e, fino a prova contraria, le sedi del governo sono casa sua. Quindi anche quella della Maddalena dove si svolgerà il G8. Lì vuole i due "totem" più noti della scultura antica: i Bronzi di Riace. E c’è subito qualche illustre archeologo pronto a dire che, sì, insomma, si può fare. Nonostante la conclamata fragilità di quei due guerrieri? Nonostante. Ma non basta: per il G8 della Maddalena Berlusconi pensa in grande, vuole stupire i potenti del pianeta e quindi i suoi uffici hanno chiesto ventiquattro pezzi forti alle Soprintendenze romane ottenendo una ricca lista di possibili opzioni per quella sorta di finta parata di capolavori.

Il predecessore di Bondi al Collegio Romano, Francesco Rutelli, aveva creato per questo una commissione di esperti che, dopo alcuni mesi di lavoro, gli ha consegnato una sorta di prontuario delle cose trasportabili e di quelle che non si possono muovere. Che fine ha fatto? In questi giorni sarebbe molto utile rispolverarlo e farsene magari scudo. Non andrà così. Quando Berlusconi vuole, l’obbedienza scatta subito. Politica di potenza che, secondo l’etruscologo Mario Torelli, porta ad "una vera e propria bulimia di militarizzazioni e di commissariamenti". In testa quella delle Soprintendenze archeologiche di Roma e di Ostia. Commissario capo l’onnipresente Guido Bertolaso, che balza dai rifiuti campani alle frane calabresi, all’archeologia romana. Sostiene che lui non vuol fare l’archeologo e che già basta "l’archeologo Marchetti". Per la verità, Luciano Marchetti, direttore generale regionale del Lazio, è ingegnere e non archeologo, quindi bastava davvero lui a verificare se nei Fori romani ci sono guasti tali da esigere interventi da protezione civile. Bastavano lui e il personale delle Soprintendenze debitamente finanziati per risolvere con piena soddisfazione – come negli anni passati – i problemi sul campo. Senza consulenti esterni (che costeranno), senza "il codazzo di accademici" denunciato da Mario Torelli. Stamattina se ne parla alla Stampa Estera dalle 11 a cura di Assotecnici. I commissariamenti sono il grimaldello per esautorare le Soprintendenze la sui autonomia tecnico-scientifica dà un gran fastidio a chi vuole comandare e avere a disposizione i capolavori che gli pare. Quando, dove e come gli pare.

Il ministro Sandro Bondi ama i commissari. Ne ha mandati negli scavi di Pompei e poi a Napoli e a Roma, per agevolare la costruzione delle metropolitane, intralciate, si sente dire, dagli archeologi. Ora lo stesso ministro sostiene che l’area archeologica romana sia preda di un degrado tale da convocare al suo capezzale Guido Bertolaso, responsabile della Protezione civile. Ma loro, gli archeologi delle Soprintendenze di Roma e di Ostia, che custodiscono il più illustre patrimonio del pianeta, si ribellano. Per oggi le principali associazioni di tutela (Italia Nostra, Legambiente, Comitato per la Bellezza, Assotecnici) hanno convocato un’assemblea alla Sala stampa estera. Gli archeologi potranno andarci, ma usando l’accortezza di prendere un giorno di ferie, perché se partecipassero in rappresentanza dell’ufficio, è stato loro fatto intendere, potrebbero nascerne conseguenze. Nel frattempo, mentre altre manifestazioni si annunciano, anche clamorose, prosegue sul sito www. patrimoniosos. it la raccolta di firme contro il commissariamento, ora arrivate a quattromila, fra le quali quelle di quasi tutti i soprintendenti archeologi d’Italia, compreso Piero Guzzo di Napoli e Pompei, di illustri accademici (Fausto Zevi, Giovanni Colonna, Mario Torelli) più studiosi dalla Grecia, dall’India, dalla Lituania, dagli Stati Uniti, dalla Norvegia e dall’Argentina.

Tutti si oppongono a un provvedimento, largamente annunciato, ma che ancora non c’è, e che anzi, di fronte a un muro compatto di proteste, si dice stia vacillando. Se fosse varato come si teme, si aprirebbe un nuovo fronte nel dissestato mondo dei Beni culturali, soggetto a tagli di finanziamenti e al progressivo svuotamento delle strutture di tutela, le Soprintendenze, che annoverano ormai un personale invecchiato, mai rinnovato perché i concorsi stentano, e in balìa di norme contraddittorie, affogate in incombenze burocratiche che ne fiaccano le energie e con i capi che si alternano da un ufficio all’altro, sempre con l’incubo - i più energici - di essere trasferiti.

L’arrivo di Bertolaso quale commissario dell’archeologia romana e di un vice, Marco Corsini, assessore all’urbanistica del Campidoglio, viene vissuto come un altro fulmine dopo la designazione di Mario Resca, ex amministratore delegato di McDonald’s, a direttore generale per la valorizzazione. Un altro passo, si sente dire, verso lo svuotamento delle Soprintendenze. Il ministero, soprattutto il sottosegretario Francesco Giro, sostiene che il responsabile della Protezione civile sia la persona giusta per arginare i guai di un sito affetto da patologie drammatiche. E cita il caso del Palatino, dove frequenti sarebbero gli smottamenti a causa dell’intensificarsi delle piogge. Poco si farebbe, inoltre, per valorizzare l’area, mentre resta l’incongruenza di due Soprintendenze, una statale e una comunale, che si dividono il sito - una divisione raffigurata fisicamente in un muro che il sindaco Gianni Alemanno ha in programma di demolire il 21 aprile, giorno del Natale di Roma.

Ma, ribattono gli archeologi della Soprintendenza, non c’è bisogno di scomodare chi fronteggia inondazioni e terremoti per compiere operazioni di manutenzione e restauro. E, inoltre, se il Palatino rischia di crollare - come la stessa Soprintendenza sostiene di documentare da anni - perché commissariare anche Ostia e i Fori romani? E, si aggiunge, le migliaia di pratiche di condono ancora giacenti non sono un’emergenza? Non sono un’emergenza gli abusi edilizi nell’Appia antica? E, ancora, il commissariamento non è per caso collegato alle nuove norme introdotte con il federalismo fiscale che attribuiscono al Comune di Roma maggiori competenze sui beni culturali?

Gli archeologi romani sostengono poi che l’istituzione - anche questa solo annunciata - di un comitato scientifico che supporti il commissario «svilisca e delegittimi le professionalità presenti all’interno degli uffici». Alla guida del comitato sarebbe stato designato Andrea Carandini, archeologo di fama, che ha lavorato molto proprio sul Palatino. Ma c’è un altro elemento che allarma gli archeologi: l’idea che si intravede in molte dichiarazioni di separare siti "ad alto reddito" - il Colosseo, per esempio, l’unico bene culturale che si mantenga da sé, grazie ai milioni di biglietti staccati e alle mostre - e tutto il resto, che invece è soprattutto cure, restauri e soldi spesi senza immediati ritorni.

Del braccio di ferro fra Soprintendenze e ministero è molto preoccupato Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, che finora non è stato consultato. «Non ho visto l’ordinanza», dice il direttore della Scuola Normale, «e vorrei capire meglio: se ci si limita a sanare alcune emergenze, come il Palatino, può anche essere auspicabile un coinvolgimento della Protezione civile. Ma se il commissariamento esautorasse le due Soprintendenze, la questione sarebbe invece gravissima».

Se gli archeologi protestano, il soprintendente di Roma, Angelo Bottini, preferisce non commentare. Secondo i fautori del commissariamento, lui sarebbe favorevole all’iniziativa del ministero. Ma, alla richiesta di un commento, preferisce sottrarsi. Aggiungendo, però: «L’ordinanza ancora non c’è: se fossi contrario alle decisioni del ministero non protesterei, ma mi dimetterei».

Sull'argomento vedi anche, in eddyburg, l'articolo di Maria Pia Guermandie quelli raccolti in questa cartella

NAPOLI — Un Vajont di percolato: così Sergio Asprone, uno degli indagati nell'inchiesta «Rompiballe», descriveva nel 2007 la discarica di Villaricca, dove in alcuni punti la melma velenosa rischiava di colare giù da un momento all'altro. Giovanni Parascandola Ladonea, appuntato dei carabinieri particolarmente inviso a Marta Di Gennaro e Guido Bertolaso, aveva fotografato la massa liquida prossima a venire giù e inviava al commissariato di governo continue relazioni di servizio in cui segnalava il pericolo; per questo motivo lo staff di Bertolaso lo considerava un impiccione da punire.

Eccole, le fotografie scattate da Parascandola: potrebbero essere presto allegate allo stralcio dell'inchiesta al quale sta lavorando il pm Maurizio De Marco, che, assieme al procuratore, dovrà decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio per Bertolaso, Pansa, Catenacci e altre quattro persone. Le fotografie sono state scattate nel giugno del 2007; l'appuntato, lo ricordiamo, faceva le ispezioni a Villaricca quando era libero dal servizio e con mezzi propri. In una delle immagini si vede con chiarezza come la poltiglia marrone (otto o novemila metri cubi di percolato) sia arrivata ormai a 30 centimetri dal bordo della discarica. In un'altra appare un imponente spruzzo di percolato, quasi un malefico geyser: quando il biogas presente nella discarica preme, il percolato schizza in alto. In altre ancora si notano rifiuti che affiorano nel magma.

Quelle foto, così come le relazioni di servizio dell'appuntato, infastidivano moltissimo Bertolaso, la sua vice e il loro factotum, il maresciallo Rocco De Frenza; gli ultimi due sono stati rinviati a giudizio il 29 gennaio scorso assieme agli altri 23 coimputati. «Guido ha smesso di autor izzare le missioni dei carabinieri— diceva la Di Gennaro in una telefonata —. Hanno continuato ad arrivare questi appunti su sopralluoghi fatti, alcuni dei quali esordivano dicendo "Questo sopralluogo viene fatto in periodo di ferie dal sottoscritto con mezzi propri". Io non ho voluto più avere a che fare con i carabinieri da quando Guido mi ha detto: "Ferma, questi devono cambiare"... La richiesta di questo Masi (un capitano del Noe delegato dai pm Noviello e Sirleo ad acquisire le relazioni di servizio di Parascandola, ndr): che cosa vuole, vuole quei pezzacci di carta che ti vedi lì. Che dobbiamo fare? Forse li dobbiamo dare, ma così li suffraghiamo... Questi hanno continuato a fare quello che facevano... quella era la ragione per cui ce li volevamo togliere di mezzo!».

Il maresciallo De Frenza, parlando al telefono con Michele Greco, dopo averlo invitato a strappare le relazioni di servizio di Parascandola, diceva: «Adesso te lo cerco e te lo blocco in qualche modo, sennò gli faccio una pratica disciplinare». Giovanni Parascandola, che negli anni Novanta era stato investigatore in Sicilia e aveva fatto parte della squadra del «capitano Ultimo», arrivò al commissariato proprio per decisione di Sergio Di Caprio, oggi colonnello e vicecomandante del Noe. Dopo l'esperienza al commissariato di governo fa ora il piantone nella sede della Regione Carabinieri Campania, in via Salvatore Tommasi. Il suo diretto superiore al commissariato, il tenente Luigi Paolo De Ciutiis, ex maresciallo e anche lui ex collaboratore di «Ultimo», è stato invece trasferito da alcuni mesi dal Noe di Torino all'ufficio Motorizzazione della Regione Carabinieri Piemonte. Nessuno dei due, dunque, ha al momento un incarico operativo. Ieri, intanto, nuovo rinvio per il processo Bassolino, che si sta svolgendo nell'aula bunker di Poggioreale.

L'avvocato Alfonso Maria Stile, che assiste il gruppo Impregilo, doveva recarsi in Cassazione: la Corte avrebbe dovuto pronunziarsi sul ricorso dei pm Noviello e Sirleo contro il dissequestro dei 750 milioni di euro a Impregilo disposto dal Riesame. Ma anche in questo caso c'è stato un rinvio: si va al 16 aprile per un difetto di notifica. Si allungano ulteriormente, dunque, i tempi della decisione: il ricorso dei pubblici ministeri è stato depositato in agosto. Per i giudici del Riesame, i pm non avrebbero distinto le attività lecite da quelle illecite di Impregilo, rendendo impossibile individuare i proventi della presunta truffa. Durissima la replica della Procura, che nel ricorso in Cassazione ha criticato la motivazione racchiusa in tre sole righe a fronte di 57 faldoni processuali: il collegio, ritengono i pm, non ha neppure letto gli atti.

Larga parte del paese rischia di non essere rappresentata, non solo per lo sbarramento del 4%, ma per mancanza di forze che svolgano tale funzione. L'idea di costruire quella rappresentanza politica ha cominciato a prendere contorni operativi (Pianta e Marcon sul manifesto del 13 febbraio). Tre uomini e tre donne, non candidati e senza cariche di partito, dovrebbero fungere da comitato dei saggi che, insieme a dei garanti, dovrebbero organizzare le primarie per la scelta di programma e candidati per le europee. Questi ultimi - anch'essi privi di cariche di partito - dovrebbero stringere un patto tra loro e con gli elettori. Per essere coerente, il progetto dovrebbe avere la collaborazione pratica di tutti i partiti.

Al momento si può prevedere che almeno due (Pdci e Prc) lo escluderebbero, per la loro scelta di essere segno esclusivo di un'identità comunista. Sembra necessario rispettare la verità che una tale scelta esprime. Quel nome e quel simbolo sono parte essenziale del processo di formazione di quella parte del paese che si tratta di unire e rappresentare e che corrisponde al grande spazio politico lasciato vuoto dal Pci. Nulla di minoritario, insomma.

Ben strano marxismo sarebbe però ignorare che quel nome e quel simbolo rappresentano ora un fattore di divisione tra le persone prima che tra gli addetti ai lavori. Si possono criticare i processi culturali che si riflettono in ciò, ma questa critica ha tempi più lunghi rispetto al problema da affrontare. Del resto, già il Pci cominciò a essere un grande partito di massa quando offrì il proprio programma politico, e non una dottrina, come criterio di adesione. Certo, il programma politico era allora impensabile senza il radicamento in un patrimonio d'idee di esperienze maturate attraverso l'intera storia del movimento operaio in tutte le sue fasi e in tutte le sue articolazioni. Ma la grandezza di Togliatti e dei suoi successori, fino a Berlinguer, fu nella capacità di coinvolgere innumerevoli coscienze in un percorso volto più a riconoscere le radici dai frutti che a concentrarsi sulle radici.

Niente perciò sarebbe perduto, e tutto sarebbe raggiungibile, se il patto che viene sollecitato e proposto fosse definito e sancito come tale da stringere e impegnare, unire e rappresentare, tutte le persone che sentono e cercano il lavoro come un bisogno, come un diritto e come un dovere, comuni a tutte e a tutti. Persone ai cui occhi molte risorse devono essere riconosciute e trattate come comuni e inestimabili (lo spazio da abitare e il sapere, con tutto ciò che ne discende). Per le quali il denaro in tutte le sue forme, e specie il credito e la finanza, devono essere al servizio del lavoro dell'uomo, sicché ogni loro diversa destinazione deve essere scoraggiata. Che affermano il diritto di sviluppare la propria identità di genere, culturale, nazionale, religiosa, e insieme sanno che ciò comporta il riconoscimento e lo sviluppo dell'altrui distinta identità.

In queste o simili poche e semplici certezze milioni di cittadini e di lavoratori si possono riconoscere e sentirsi uniti al di là di ogni ulteriore differenza, che non giustifica alcuna divisione o frammentazione. Queste certezze rispecchiano un sentire comune che è frutto di una grande storia. Il patto dovrebbe definire e apprestare qualcosa che sia intanto già la casa di molti: dei comunisti, di tutti coloro che affermano la dignità dell'uomo a partire da diverse forme storiche di fede religiosa o di non credenza, in generale dei democratici più coerenti a partire dal meglio delle più grandi tradizioni di pensiero dell'umanità. Dovrebbe esprimere una comunità democratica del lavoro. Il suo nome - poiché dovrà intanto averne uno - potrebbe infine non suonare troppo lontano da queste parole.

Finora era impossibile costruirci sopra: nove milioni di metri quadrati all’interno dei confini della città, che secondo il Piano regolatore del 1980 sarebbero dovute rimanere pubbliche ed essere destinate a verde o servizi. Ma le amministrazioni hanno fame di case. E la Regione ha deciso di togliere quel divieto permettendo ai Comuni che hanno un «fabbisogno acuto» di realizzare alloggi popolari o di edilizia convenzionata anche su questi pezzi di territorio vincolati. Una norma che ha già ricevuto il primo sì della maggioranza prima di arrivare in consiglio regionale. Così come quella della cosiddetta "norma antikebab", che in realtà darà la possibilità alle amministrazioni di vietare tutte le attività che potrebbero «creare situazioni di disagio a causa di frequentazioni costanti o prolungate». Contraria l’opposizione, con i Verdi che attaccano: «Sempre più cemento da parte del centrodestra in Lombardia».

Sono modifiche importanti quelle alla legge sull’urbanistica. Hanno ottenuto il primo via libera dalla commissione Territorio e dovranno passare ancora da un’altra commissione prima di essere votate definitivamente dal Consiglio, ma la strada è tracciata. Uno dei punti principali è la proroga di un anno, fino al 31 marzo del 2010, dei vecchi Piani regolatori. I Comuni, infatti, avrebbero già dovuto passare a uno strumento diverso, il Piano di governo del territorio, ma sono in ritardo: su oltre 1.500 amministrazioni lombarde soltanto una settantina li ha approvati.

Contestato dall’opposizione, però, è soprattutto un emendamento presentato dall’assessore alla Casa Mario Scotti, che dà la possibilità di realizzare edilizia sociale sulle cosiddette "aree a standard": pezzi di città che dovevano essere usati per verde pubblico o per servizi, come i parcheggi o gli asili, e che adesso saranno invece edificabili. «È una richiesta dei Comuni che hanno un’emergenza abitativa - spiega Scotti - . In ogni caso è una normativa provvisoria in attesa che vengano approvati i Piani di governo del territorio, e si potranno costruire solo case di edilizia pubblica e convenzionata in affitto. Rispettiamo comunque gli standard di verde nazionali che sono di 18 metri quadrati per abitante. La Lombardia arrivava a 26».

Fra le norme previste c’è anche la possibilità di utilizzare i programmi integrati di intervento, che sono procedure accelerate per costruire, anche nelle aree agricole. Un emendamento dell’assessore al Territorio Davide Boni lo prevede ma solo nel caso di infrastrutture pubbliche o «di interesse pubblico di carattere strategico ed essenziali per la riqualificazione e la riorganizzazione dell’ambito territoriale».

Un altro capitolo riguarda la possibilità per i Comuni di individuare nei piani regolatori «ambiti territoriali» in cui sarà vietato autorizzare «attività che creano disagio». Una «porcata» per il consigliere del Prc Luciano Muhlbauer, che aveva già definito la norma «antikebab». Ma per Boni «questa è una norma per disciplinare tutte quelle attività che creano disturbo e che non sono adatte soprattutto nei centri storici: i kebab ma anche i fast food o sexy shop. Saranno i Comuni a decidere se e come applicarla per risolvere i problemi».

Carlo Monguzzi, capogruppo dei Verdi in Regione, perché siete contrari all’utilizzo delle aree standard per costruire case di edilizia sociale?

«Perché con questa norma la politica ha abdicato al suo ruolo. Le case popolari vanno costruite, ma si devono realizzare utilizzando aree dismesse e non il verde, che va salvaguardato. Se queste sono le misure antismog della Regione...».

Parla di verde da salvaguardare, ma l’obiezione di Palazzo Marino è che le aree standard sono spesso zone abbandonate che non sono mai state sfruttate nel corso degli anni.

«Sono abbandonate ma dovevano essere trasformate in zone verdi o servizi. Se non lo sono è perché negli anni sono mancati o i soldi o la volontà politica. Se accantoni un tesoretto e alla prima occasione lo butti via, non sei un buon amministratore».

Quindi è soltanto altro cemento?

«Purtroppo sì: cemento che doveva essere messo da un’altra parte. Anche noi vogliamo a tutti i costi che vengano realizzate case popolari. Ce n’è un estremo bisogno: soltanto in provincia di Milano servirebbero 90mila alloggi. Ma, ripeto: ci sono molte aree dismesse che andrebbero rivalutate. Il problema è ancora più grande, però».

Perché?

«Purtroppo questa modifica si unisce allo svuotamento effettivo delle competenze degli enti gestori dei parchi. Con il progetto di legge regionale in discussione in commissione Ambiente, in caso di contenzioso tra il Comune che vorrà edificare e l´ente del parco che difenderà il suo territorio, vincerà il Comune. Con queste norme le amministrazioni potranno costruire sia all´interno dei parchi sia fuori sfruttando le aree standard. Sono due leggi diverse con un unico obiettivo: cementificare quel poco di verde che è rimasto».

Siete contrari anche alla possibilità di realizzare opere di interesse pubblico sulle aree agricole?

«La prima versione della legge era un passo in avanti perché vietava la costruzione. Con questo emendamento presentato oggi (ieri, ndr) abbiamo compiuto un nuovo passo indietro con una parziale limitazione all´interesse pubblico e alla riqualificazione. I costruttori hanno di nuovo messo i bastoni tra le ruote».

«Il deposito di una poderosa attività edilizia, che si sovrappone senza remore al paesaggio ereditato, spesso ne cancella ogni traccia, senza riuscire a "fare nuovo paesaggio", a creare "nuovi mondi" ... in cui vecchie nuovi individui e attività si relazionino e coesistano, seppure con regole diverse dal passato».

Così scrive Arturo Lanzani, uno dei più acuti osservatori delle relazioni tra crescita urbana e paesaggio, in un rapporto che l’ultimo numero della rivista «Urbanistica» ha dedicato a questo tema («L’urbanistica per il paesaggio», a cura di Mariavaleria Mininni) e che si apre con un articolo di Paolo Avarello significativamente titolato «Un mare di case». Lanzani sottolinea, ed è importante, che a fronte della continuità di un impetuoso sviluppo edilizio dal secondo dopoguerra a oggi, sono radicalmente mutati i fattori causali. Ieri erano i movimenti migratori, i grandi inurbamenti, l’evoluzione degli stili di vita, l’emergere di nuove formazioni territoriali. Oggi si tratta dei consumi abitativi «che comportano maggiori volumi pro capite», ma soprattutto dell’intreccio tra rendita immobiliare e speculazione finanziaria, che investe e condiziona anche gli altri aspetti del fenomeno: l’esplodere di nuove forme e spazi di distribuzione commerciale e l’elevatissima crescita di seconde case. Abusi ambientali ormai macroscopici comportano oltre tutto disastri idrogeologici sempre più frequenti e devastanti, come hanno dimostrato le recenti «calamità», che si sono abbattute sulla Calabria e in tutto il Mezzogiorno. E proprio per denunciare la necessità, ormai urgentissima, di evitare che il Bel Paese con i suoi ecosistemi venga distrutto da parte di un’edificazione finora inarrestabile, a gennaio è partita la campagna nazionale «Stop al consumo di suolo», promossa da diverse organizzazioni, tra cui la Rete del Nuovo Municipio.

Che gli effetti nefasti della diffusione insediativa e delle infinite cementificazioni richiedano risposte immediate, è certo. Sono tuttavia più di vent’anni che la distruzione dell’ambiente da parte della crescente urbanizzazione è una emergenza riconosciuta non solo in ambito urbanistico.

Risale infatti al 1985 la legge Galasso e l’idea di pianificazione paesistica (oggi paesaggistica), che metteva al centro «i valori verticali», ambientali e naturali, dei luoghi, invece della dialettica «domanda sociale/offerta di trasformazione», strutturante per i piani urbanistici. E già allora norme e strumenti «nuovi» nascevano da una situazione di emergenza, che è oggi assai più grave. Una circostanza che non andrebbe dimenticata, o banalizzata, specie allorché si tenta - come avviene in diverse regioni - di affinare sulle condizioni attuali lo specifico strumento di formalizzazione delle politiche: appunto il piano paesaggistico. Ma non è soltanto una questione di consumo di suolo (anche se forse basterebbe) a riavvicinare i termini «paesaggio», «ambiente» e «territorio»: tre modi di guardare allo stesso corpo che, come sottolineava Vittorio Horsle, nella modernità, quando «l’ambiente naturale è fuoriuscito dall’ambiente sociale», sono via via cresciuti come discipline indipendenti. Processo invertito dalla crisi ambientale che ha costretto a riprendere, nelle prospettive come nei fatti, le relazioni «tra ecofunzionamento dello spazio fisico, percezione e suggestioni delle sue forme, organizzazione dei suo uso sociale». Una impostazione che ha ricevuto un riconoscimento forse decisivo dalla Convenzione Europea del paesaggio, approvata nel 2000, e soprattutto dalle sue ricadute politico-culturali e istituzionali.

Una urbanistica consapevole della propria metamorfosi - non più arte di costruire nuove città ma progetto di riqualificazione ecologica della megaurbanizzazione moderna - si accosta quindi al paesaggio con l’obiettivo di costruire una continuità di orientamenti, metodi e contenuti che vadano al di là della mera tutela, pure assai importante. Scrive ancora Lanzani: «Un’idea e una pratica di politiche del paesaggio, del territorio e dell’ambiente come politica di welfare positivo, capace di prendere le distanze sia dalle versioni assistenziali, monetarie e familistiche, sia dall’idea di sviluppo come crescita puramente quantitativa... pone al centro del proprio lavoro la riqualificazione del paesaggio ordinario di tutto il territorio».

Identità di luoghi e territori In questo scenario stretto tra «le due solide rive di paesaggi cartolina, tutelati e di nuova formazione, e di ammassi edilizi senza paesaggio», Lanzani (così come Alberto Clementi) propone i «progetti di paesaggio» sui quali sperimentare strategie di ricomposizione di ecologie e territori al di fuori dalle retoriche «eccessive e fuorvianti» e lontani da posizioni estreme che - se offrono spunti di analisi interessanti nella loro nitida «denuncia delle trasformazioni» - di rado offrono prospettive concretamente proponibili.

Così, a Piercarlo Palermo che lancia uno stimolante interrogativo, «II paesaggio si vive o si contempla?», sembra in qualche modo rispondere Paolo Baldeschi sul numero più recente di «Contesti», la rivista del Dipartimento di Urbanistica e Pianificazione del territorio della Facoltà di Architettura di Firenze: «Nel paese-paesaggio - afferma Baldeschi - la contemplazione non si rende autonoma, bensì costituisce il presupposto di un agire pratico che esplora nuove direzioni nella costruzione del territorio».

In ogni caso, qualsiasi prospettiva di ricomposizione e di riqualificazione dei caratteri paesaggistici del territorio non sembra poter prescindere da una rottura chiara con gli obiettivi e gli interessi che hanno portato all’attuale degrado. Non solo: va anche ridiscusso criticamente il modello di sviluppo, di cui tale degrado è il portato. A questo proposito, Alberto Magnaghi ha parlato delle identità di paesaggi, territori, luoghi, ancora prima che simili concetti venissero in qualche modo istituzionalizzati dalla Convenzione Europea del Paesaggio.

Sia la Cep sia il progetto territorialista di Magnaghi, però, fanno riferimento a identità non statiche, ma evolutive, che cambiano con lo stesso concetto di abitante, dal soggetto stanziale delle comunità rurali descritto da Agnes Heller agli attuali abitanti nomadi individuati da Guattari e Deleuze. E ancora: non esiste un solo paesaggio, ma vanno individuati i diversi tipi di contesti che formano un territorio regionale, di area vasta o locale, e su questi mirare strumenti e azioni. Su tale punto c’è una assoluta convergenza tra i diversi filoni disciplinari, il «progetto riformista di paesaggio» proposto dal programma della ricerca Siti (Società italiana degli urbanisti), coordinata da Clementi, e il progetto territorialista. Ambedue infatti usano gli atlanti per individuare i «diversi paesaggi» nei quali di volta in volta possono «dominare» alcuni orientamenti strategici: la tutela, la valorizzazione plurale dell’identità, le regole per la trasformazione.

Gli effetti di un’azione debole. Esistono tuttavia dei nodi problematici, che non vanno banalizzati o sottovalutati, quale che sia l’impostazione che sorregge il progetto e l`azione per il paesaggio. Le attuali condizioni di parossistico consumo di suolo sono anche l’esito del fallimento di numerosi progetti di «urbanistica concertata», dovuti principalmente alla deformazione della «governance di riferimento», ridotta spesso al ruolo di «piazzista locale» delle forme con cui, come ha scritto Zygmunt Bauman, «atterrano interessi globalizzati». Deriva da qui la produzione di junkspace o di bigness senza (o fuori) contesto, una questione posta non soltanto da antropologi (Franco La Cecla) o da territorialisti (Giorgio Ferraresi), ma anche da prestigiosi architetti della città come Vittorio Gregotti. Salvo un numero limitato di significative eccezioni, infatti, il quadro istituzionale costituisce oggi un referente assai problematico, ben lontano dall’essere quell’attore sociale forte, capace di visioni strategiche e di partecipazione attenta e orientativa di cui ci sarebbe bisogno. Viceversa, sia pure con le novità comportate dalle tendenze (ancora Bauman) a (ri)trovarsi «individualmente insieme» o dalle tracce di «comunità consapevoli» (come gli oltre duecento comitati toscani per la difesa di territorio e paesaggio e i movimenti di difesa da opere inutili o inquinanti) il quadro prevalente oggi è ancora quello di una «società liquida» con forti propensioni al consumo. La ricerca territorialista, però, mostra come non sia necessario prefigurare sempre e comunque una «partecipazione alta», spesso evanescente, e possa essere invece utile considerare gli effetti, anche ridotti, di un’azione sociale debole. In questa chiave si rivelano importanti le regole riscontrate rivisitando l’influenza dei valori «endogeni» nella progettazione dei luoghi, per esempio nei paesaggi rurali tuttora di buona qualità.

Non è dunque casuale che tanto il dossier di «Urbanistica» come quello di «Contesti» prestino al rapporto con l’agricoltura un’attenzione particolare, marcata dalla presenza su entrambe le riviste della firma di uno studioso dell’organizzazione delle campagne urbanizzate contemporanee, come Pierre Donadieu, con contributi che vanno dalla formazione degli urbanisti-paesaggisti alla riqualificazione progettuale degli spazi aperti. Lontano dagli interessi locali.

L’«emergenza paesaggio» si rivela insomma una ulteriore occasione per spostare il dibattito, e le scelte che ne conseguono, da una logica economicista a un orientamento più consono a ricostituire luoghi e stili di vita qualitativamente migliori. In questo senso è importante quanto di recente ha affermato la Corte Costituzionale, ricordando che la pianificazione paesaggistica e le politiche di tutela vedono quale titolare lo stesso Stato e, in cooperazione, le Regioni, mentre gli enti più decentrati possono «applicare, ma non creare» la regola paesaggistica (e difatti il piano costituisce l’esito di una copianificazione Stato-Regione, anche se quasi sempre, nella prassi, il vero attore è quest’ultima). Questo stare «lontani» degli interessi, che più che locali sono localmente subalterni, può facilitare scelte altrimenti scomode, ma oggi giustificate da un uso opportuno e non eccessivo della «retorica dell’emergenza». La scommessa, conclude Lanzani, «è forse allora questa: non perdere la dimensione politica del paesaggio, in quanto visione... ma sviluppare questa tensione fuori dalle grandi narrazioni del secolo scorso, nella dimensione quotidiana del vivere, in quel paesaggio ordinario che per tutti è ambiente di vita, apertura al mondo e contatto muto con le cose, quando non sono ancora dette».

Per il Tribunale di Milano l'avvocato David Mills, ex consulente della Fininvest di Berlusconi, è stato corrotto con 600 mila dollari provenienti dalla Fininvest di Berlusconi per testimoniare il falso in due processi a carico di Berlusconi. Notizia davvero sorprendente, visto che Mills aveva confessato tutto al suo commercialista («ho tenuto Mr B. fuori da un mare di guai nei quali l'avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo») e alla Procura di Milano. Mistero fitto sull'identità di Mr.B, cioè del corruttore. Il sito del Corriere, attanagliato da dubbi atroci, titola: «I giudici di Milano: Mills fu corrotto». Da chi, non è dato sapere. Voci di corridoio parlano di un nano bitumato, che poi era l'altro imputato nel processo, ma è riuscito a svignarsela appena in tempo con una legge incostituzionale, dunque firmata in meno di 24 ore dal Quirinale nell'indifferenza della cosiddetta opposizione. Ora Mills dichiara: «Mi è stato raccomandato di non fare commenti». Da chi, è un mistero. Purtroppo l'ignoto raccomandatore s'è scordato di tappare la bocca anche ai suoi portavoce, che han commentato la sentenza come il condannato fosse lui: «Condanna politica e a orologeria». Anche la Rai s'è regolata come se il corruttore fosse il padrone, cioè il premier: infatti non ha inviato nemmeno una videocamera amatoriale a riprendere la lettura della sentenza. Uomini di poca fede: non hanno capito che Berlusconi non c'entra, che Mills s'è corrotto da solo. Infatti, subito dopo la sentenza, non s'è dimesso il presidente del Consiglio. S'è dimesso il capo dell'opposizione

Il Partito democratico è senza un Capo, nel momento in cui Berlusconi si riconferma leader incontrastato della destra, anzi padrone del Paese, che tiene ormai in mano come una "cosa" di sua proprietà, tra gli applausi degli italiani. Il risultato della Sardegna era atteso come un test nazionale e ha funzionato proprio in questo senso, rivelando la presa sul Paese di questa destra, che vince anche mentre attacca il Capo dello Stato, rinnega la Costituzione, offre un patto al ribasso alla Chiesa e non riesce ad affrontare la crisi economica. L’Italia sta con Berlusconi. E come conseguenza, il Pd va in frantumi.

L’uscita di scena di Walter Veltroni mentre tutti i capipartito ieri gli chiedevano di restare è un gesto inusuale in un Paese di finti abbandoni, di dimissioni annunciate, di mandati "messi a disposizione": talmente inusuale che può persino essere seme di una nuova politica, dove finiscono le tutele, gli scambi, le garanzie reciproche di una "classe eterna" che si autoperpetua. Ma quelle dimissioni erano ormai obbligatorie. Il Pd trascinava se stesso nel deserto della sinistra giocando di rimessa in un’agenda politica imposta da Berlusconi, prigioniero di un senso comune altrui che non riusciva a spezzare. Il segretario - il primo segretario di un nuovo partito, dunque in qualche modo il fondatore - ha detto in questi mesi cose anche ragionevoli e giuste. Ma non è mai riuscito a spezzare l’onda alta del pensiero dominante, anche quando le idee della destra arrancavano davanti alla realtà, diventavano inadeguate, non riuscivano a mordere la crisi economica.

Il problema vero è che non c’è stato un altro pensiero in campo oltre a quello della destra, un pensiero lungo, riformista, moderno, occidentale, di una sinistra risolta che con spirito nazionale e costituzionale sappia parlare all’intero Paese, cambiandolo.

Di questa insufficienza, la responsabilità è certo di Veltroni, ma la colpa è dell’intero gruppo dirigente che oggi si trova nudo ed esposto dalle dimissioni del segretario, e palesemente non sa che pesci pigliare. Dev’essere ben chiaro, infatti, che se Veltroni paga, com’è giusto, nessuno tra i molti sedicenti leader del Pd può considerarsi assolto, per due ragioni ben evidenti a tutti gli elettori.

La prima, è nel gioco continuo di delegittimazione e di interdizione nei confronti di Veltroni, come se il Pd fosse riuscito nel miracolo di importare al suo interno tutti i veleni intestini e i cannibalismi con cui la destra di Dini e Mastella da un lato e la sinistra di Bertinotti e Pecoraro dall’altro avevano prima logorato e poi ucciso il governo Prodi. Con Berlusconi non solo leader ma egemone di una destra ridotta a pensiero unico, i Democratici hanno parlato sempre con mille voci che volevano via via affermare vecchie autorità declinanti e nuove identità incerte, e finivano soltanto per confondersi, imprigionando il leader e impaurendolo. La sintesi paralizzante di tutto questo è la guerra tra Veltroni e D’Alema, che nel disinteresse totale degli elettori litigano da quattro partiti (pci, pds, ds e pd), mentre nel frattempo il mondo ha fatto un giro, è nato Google, ci sono stati cinque presidenti americani e l’Inter è tornata a vincere lo scudetto.

La seconda ragione è nell’incapacità del gruppo dirigente nel suo insieme di produrre una chiara cultura politica di riferimento per gli elettori, la struttura di idee di una moderna forza di progresso, la definizione di che cosa deve essere il riformismo italiano oggi. Il deficit culturale è direttamente un deficit politico. Perché come dimostra il caso Englaro le idee oggi predeterminano le scelte politiche, soprattutto in partiti che sono nati appena ieri, e dunque non hanno un portato storico, una cultura di riferimento elaborata negli anni, una struttura di pensiero a cui potersi appoggiare. Ridotto a prassi, il Pd non poteva che appiccicare le sue figurine casuali nell’album di Berlusconi, dove la prassi sostituisce la politica, l’energia prende il posto della cultura, la figura stessa del leader è il messaggio e persino il suo contesto.

Ecco perché il deficit culturale diventa oggi deficit di leadership. Il progetto del Pd è rimasto un grande orizzonte annunciato: il superamento del Novecento, la fine della stagione grigia e troppo lunga del post-comunismo, l’approdo costituente e definitivo della cultura popolare irriducibile al berlusconismo, anche dopo la crisi evidente del cattolicesimo democratico, la speranza di crescita di una sinistra di governo, che coniughi finalmente davanti al Paese la rappresentanza e la responsabilità, la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto e il cambiamento di un Paese immobile, la rottura delle sue incrostazioni e delle troppe rendite di posizione.

Per fare questo serviva un partito forte ma disarmato, nuovo in quanto scalabile, aperto perché contendibile, e tuttavia presente sul territorio, nell’Italia dei comuni, in mezzo ai cittadini. Un partito forte della serenità delle sue scelte. Ci vuol tanto a spiegare che la sinistra è in ritardo nella percezione dell’insicurezza, e tuttavia è una mistificazione sostenere che questa è la prima emergenza del Paese, una mistificazione che mette in gioco la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri? È davvero così difficile sostenere che credenti e non credenti hanno a pari titolo la loro casa nel Pd, ma il partito ha tra le sue regole di fondo la separazione tra Stato e Chiesa, tra la legge del Creatore e la legge delle creature? Soprattutto, è un tabù pronunciare la parola sinistra nel Partito democratico, pur sapendo bene che socio fondatore è la Margherita, con la sua storia? Quando ciò che è al governo è "destra realizzata", anzi destra al cubo, con tre partiti tutti post-costituzionali e l’espulsione dell’anima cattolica dell’Udc, come può ciò che si oppone a tutto questo non definirsi sinistra, naturalmente del nuovo secolo, risolta, europea e riformista?

Molte volte il Pd non sa cosa dire perché non sa cos’è. È stato certo una speranza, per i milioni delle primarie, per quel 33,4 per cento che l’ha votato alle politiche, segnando nelle sconfitta con Berlusconi il risultato più alto nella storia del riformismo italiano. Oggi quella speranza è in buona parte delusa e prende la via di una secessione silenziosa, cittadini che si disconnettono dal discorso pubblico, attraversano una linea che li porta in qualche modo nella clandestinità politica, convinti di poter conservare individualmente una loro identità di sinistra fuori dal "campo", pensando così di punire un intero gruppo dirigente che giudicano colpevole di aver risuscitato qualche illusione, e poi di averla tradita. Ma come dimostra il risultato di Soru, il migliore tra i possibili candidati in Sardegna, senza l’acqua della politica non si galleggia.

Non è il momento della secessione individuale, della solitudine di sinistra. Berlusconi dopo il trionfo personale in Sardegna può permettersi di aggiornare la sua strategia, rinviando la scalata al Quirinale, che farà, ma più tardi. Oggi può provare a prendere ciò che gli manca dell’Italia. Napoli, la Campania. Poi portare la sfida direttamente nel cuore della sinistra del Novecento, a Bologna. Quindi pensare a Torino, magari a Firenze. Chiudere il cerchio. Per poi finalmente pensare ai giornali.

Il Pd in questi mesi si è certamente opposto al governo Berlusconi, e anche a suoi singoli provvedimenti. Ma a me ha dato l’impressione di non avere l’esatta percezione della posta in gioco, che non si contende, oggi, con il normale contrasto parlamentare e televisivo di una destra normale. Qui c’è in campo qualcosa di particolare, l’esperimento di un moderno populismo europeo che coltiva in pubblico la sua anomalia sottraendosi alle leggi, sfidando le istituzioni di controllo, proponendosi come sovraordinato rispetto agli altri poteri dello Stato in nome di un rapporto mistico e sacro con gli elettori. Un’anomalia vittoriosa, che ha saputo conquistarsi il consenso di quasi tutti i media, che ha indotto un riflesso di "sazietà democratica" anche a sinistra ("il conflitto di interessi esiste ma basta, non ne posso più") che ha reso la sinistra e il Pd incapace di pronunciare il suo nome mentre non sa pronunciare il nome del suo leader: e che quindi proprio oggi, per tutte queste ragioni, può chiedere apertamente di essere "costituzionalizzata", proponendo di fatto all’intero sistema politico, istituzionale e costituzionale italiano di farsi berlusconiano.

Se questa è la partita - e con ogni evidenza lo è - dovrebbero discendere comportamenti politici e scelte all’altezza della sfida. E persino del pericolo, per una sinistra di governo. Dunque il Pd, se vuole continuare ad esistere - cominciare davvero ad esistere: il partito non ha nemmeno ancora un tesseramento - deve capitalizzare le dimissioni di Veltroni, come la spia di un punto d’allarme a cui è giunto il partito, ma anche come un investimento di generosità. Deve restituire infine un nome alle cose, leggendo Berlusconi per ciò che è, un potere anomalo e vincente, che tuttavia può essere battuto, come ha fatto per due volte Prodi.

La situazione è eccezionale, non fosse altro per la crisi gravissima della sinistra davanti al trionfo della destra. Si adottino misure d’eccezione. Capisco che è più comodo prendere tempo, studiarsi, far decantare le cose, misurare i pericoli di scissione, cercare una soluzione di transizione. Ma io penso che serva subito una soluzione forte e vera, la scelta di un leader per oggi e per domani o attraverso un congresso anticipato o attraverso le primarie. È in gioco la stessa idea del Partito democratico. Ci si confronti su programmi alternativi, idee diverse di partito, schemi di alleanza chiari, qualcosa di riconoscibile, che si tocca con mano, in modo che il cittadino si veda restituita una capacità reale di scelta. Quei leader che oggi dovrebbero sentirsi tutti spodestati e dimissionari, per l’incapacità dimostrata di costruire una leadership collettiva, facciano un patto pubblico di responsabilità, pronti ad accettare l’autorità del segretario e l’interesse del partito - per una volta - , invece di minacciare scissioni striscianti, veti feudali. Solo così ritroveranno quel popolo disperso che conserva comunque una certa idea dell’Italia alternativa a quella berlusconiana: e chiede per l’ultima volta di essere rappresentato.

Può darsi che vi siano scetticismi e anche dichiarazioni di non gradimento per l'appello che molti di noi stanno lanciando (Umberto Eco, Stefano Rodotà, Gianrico Carofiglio, Margherita Hack, Paolo Flores, Francesco Pardi, Gad Lerner, Lorenza Carlassare, Barbara Spinelli, Andrea Camilleri e io): sabato prossimo a Piazza Farnese.

Non ci saranno vessilli partitici né interventi satirici. Sarà un forte grido di allarme per l'allargarsi della "cosa" berlusconiana nel disciplinato quasi silenzio di tutto ciò che dovrebbe essere opposizione.

Un confuso scambio di battute, feroci da destra, educate e, a volte, anche accomodanti dall'opposizione ci fa assistere al rimbalzare di proposte indecenti. Una sorta di ipnosi inspiegabile blocca, adesso e fra poco, il Partito Democratico sulla legge del testamento biologico. Ci dicono che possiamo liberamente decidere tutto ma poi dobbiamo depositare questo tutto nelle mani della Chiesa che appone i sigilli del presunto dogma e vanifica ogni espressione di autonoma volontà. Siamo tutti dichiarati credenti per obbligo.

Invano il Capo dello Stato, usando il più cauto ma anche un chiaro linguaggio, ha detto di desiderare "una legge equilibrata". "Equilibrata" non vuol dire una legge anfibia, un po' laica e un po' cattolica. "Equilibrata" è una parola mite che vuol dire "senza divieti autoritari" che automaticamente spingono via gli equilibri. Non a caso molti telegiornali e giornali radio hanno sostituito la parola "equilibrata" con la parola "condivisa". "Condividere" qui significa rinunciare. Perché la prescrizione cattolica vuole il diritto di svuotare ogni volontà di sottrarsi all'accanimento terapeutico attraverso l'obbligo (l'obbligo) della nutrizione col sondino, che non è nutrizione ma prescrizione medica di vita artificiale.

Mentre lo schieramento conservatore-lefevriano di maggioranza e di opposizione impone e stringe le regole ammonendo che chi si ribella spacca il proprio partito (nel caso, solo il Partito Democratico, perché quello detto Popolo delle Libertà, salvo poche onorevoli eccezioni, è il braccio secolare della volontà vaticana) e annuncia che Eluana Englaro sarà la prima e l'ultima persona italiana ad andarsene libera (sia pure dopo diciassette anni di obbligo alla vita artificiale forzata), vengono avanti nuove leggi, decreti, editti, annunci, dichiarazioni di intenzioni che negano o violano o cambiano materialmente la Costituzione.

I vigilantes, (ovvero le ronde) considerate onta e vergogna inaccettabile in ogni Paese democratico, entrano, escono e ritornano varie volte nello stesso giorno, nei progetti di decreti anti-violenza e anti-stupro, accolti da qualche cedimento di una opposizione sproporzionatamente mite e sottovoce. La discussione in corso sulla legge anti-intercettazioni, che non esiste nel mondo libero, si arricchisce ad ogni seduta della Commissione Giustizia, di nuovi emendamenti, come la condanna alla prigione dei giornalisti che divulgano notizie disponibili e legali. Il modello liberticida del dispotismo alla Putin si fa strada giorno dopo giorno, voto dopo voto, mentre la soglia di resistenza o rigetto dell'opposizione è troppo bassa o inesistente. L'idea stessa di ridisegnare l'intero modo di governare attraverso decreti legge immediatamente esecutivi, svuota il potere legislativo proprio mentre più intenso e più vicino al successo finale è il piano per eludere o far tacere la Magistratura.

L'introduzione del reato di clandestinità garantisce una persecuzione permanente contro chi riesce a sbarcare in Italia mentre tutte le vie legali sono precluse.

L'aggressione alla Costituzione è ormai continua e quotidiana. L'appello di Piazza Farnese vuol dire che gli italiani chiusi fuori dalla violenza di governo e dal disorientamento dell'opposizione politica, sanno con chiarezza e allarme di vivere in un Paese pericoloso per le libertà fondamentali, e ritengono che la Costituzione in tutte le sue parti vada difesa con la stessa determinazione con cui viene attaccata.

È ciò che diranno e faranno i cittadini in Piazza Farnese, a Roma, sabato 21 febbraio, alle ore 15. Intendono porre fine al lungo inverno della Costituzione.

Anche l’energia alternativa fa gola a Cosa nostra. Con una duttilità e una preveggenza degne delle imprese più all’avanguardia, la mafia siciliana si apprestava a mettere le mani sul nuovo business dei cosiddetti parchi eolici, che in Sicilia sembra essere diventato la nuova frontiera degli affari, specialmente dopo la stretta determinata dagli scandali sulla sanità.

Un gruppo di imprenditori, mafiosi, amministratori e dipendenti pubblici è stato bloccato da una indagine della Procura distrettuale antimafia, mentre si apprestava a gestire un giro d’affari milionario imperniato sullo sfruttamento dell’energia eolica. La squadra mobile e i carabinieri di Trapani hanno eseguito otto ordini di custodia cautelari emessi dal Gip di Palermo: si tratta di un’organizzazione, adesso accusata di associazione mafiosa e di altri reati minori, che prendeva linfa dalla sinergia politico-mafiosa intrecciata intorno alle figure di Vito Martino, ex assessore ed oggi consigliere comunale di Forza Italia a Mazara del Vallo, e dell’imprenditore Melchiorre Saladino, imprenditore di Salemi indicato come molto vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro.

I due, almeno da ciò che risulta dalle indagini, sarebbero la "mente" che ha consentito una penetrazione profonda dentro l’amministrazione del grosso centro marinaro del Trapanese, anche perchè bene inseriti nel gruppo mafioso che fa capo alla "famiglia" mafiosa degli Agate, di Cuttone (suocero di Martino) e di Giuseppe Sucameli, un architetto dipendente del Comune di Mazara attualmente detenuto perchè condannato per associazione mafiosa.

L’aspetto che più preoccupa magistrati e investigatori riguarda la presenza, in questa storia di mafia, di imprenditori del Nord per nulla impressionati dai metodi - certamente lontani dalle regole richieste dal libero mercato - degli "amici" incaricati di far ottenere "il necessario" per ottenere le regolari concessioni per impiantare i parchi eolici. Così, tra gli arrestati spicca il nome del trentino Luigi Franzinelli, ex dirigente sindacale Cgil (fino al 1993) poi divenuto attivo imprenditore nel settore dell’energia, con cariche pubbliche di una certa importanza, come la Municipalizzata dei servizi energetici di Riva del Garda.

Un ruolo ancora non definito, secondo i magistrati, è quello della "Fri-El Green Power", impresa entrata nella vicenda in fase conclusiva e sospettata di aver finanziato con un contributo di 30.000 euro - senza iscrizione nel bilancio societario - la campagna elettorale di Martino, candidato alla Regione nelle ultime elezioni. In serata l’azienda ha smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.

L’indagine risale al 2003, quando due ditte (la Enerpro e la Sud Wind srl) presentano al comune di Mazara del Vallo la richiesta per ottenere il via alla realizzazione di parchi eolici nel territorio. La tesi dell’accusa è che Saladino sia il mediatore incaricato da Cosa nostra e che la sua missione sia quella di favorire la Sud Wind, su "autorizzazione" degli Agate, di Messina Denaro. Una decisione presa addirittura in una riunione ufficiale tenutasi alla "Calcestruzzi Mazara Spa" del boss Mariano Agate. Aiutare la Sud Wind, dunque, significa danneggiare la concorrenza e allora Saladino si procura (attraverso impiegati comunali infedeli) il progetto della Enerpro in modo da adattare e migliorare il progetto dell’impresa protetta.

Di primo piano, il ruolo di Vito Martino, "Vituzzu", riconosciuto dai boss - anche da Paolo Rabito, capo di Salemi noto per il coinvolgimento nel processo Andreotti - come "quello che ci porta avanti le cose di qua, i parchi eolici". E infatti ai due, Martino e Saladino, viene promessa una tangente di 150.000 euro, pagamento metà alla stipula della convenzione comunale, il resto alla conclusione dell’affare.

Poi si decide che, invece di soldi, la tangente si paga in parte in natura: una Mercedes E 220 per Martino, ma intestata ad una società riconducibile all’imprenditore trentino Franzinelli. Ma le cose di mafia non vanno mai lisce e, per evitare contrasti, il gruppo mafioso pianifica una specie di "messa a posto" che favorisce la scomparsa delle due imprese e la nascita della "Eolica del Vallo", che sarà l’unica ad ereditare le autorizzazioni già ottenute dalla "Sud Wind". I due progetti vengono unificati. Il "copione" poi verrà ripetuto con altre imprese, sempre col sistema di trovare accordi sotterranei garantiti dai mafiosi.

Vito Martino tenterà la scalata alla Regione nelle elezioni del 2006, non ce la farà: secondo dei non eletti. Poi l’intervento della magistratura.

Nei giorni di Natale Roma era tappezzata da manifesti del Pdl che vantavano una drastica diminuzione dei reati. Qualche giorno fa un altro annunciava trionfante «tolleranza zero» verso gli immigrati. Parole vuote, a giudicare dall'ennesimo dolorosissimo caso di violenza sessuale contro un'adolescente. Eppure sono parole che incutono spavento, perché mancando una cultura alternativa, Alemanno e il governo nazionale daranno sfogo alla frustrazione dei loro fallimenti incrementando intolleranza e sentimenti razzisti. Siamo costretti a difendere i pochi spazi di ragionevolezza contro un imbarbarimento fatto di castrazioni chimiche, di "cattiveria" e di ronde. Basterebbe invece analizzare le motivazioni di potere che hanno alimentato il clima di paura.

Per ripristinare la "sicurezza", Alemanno ha messo in atto tre provvedimenti. Il primo è stato quello di vietare l'ingresso al centro storico di immigrati con i borsoni. Un provvedimento miope, teso a colpire non già l'illegalità del commercio di griffe contraffatte ma soltanto a scongiurare che quelle vendite avvenissero nel "salotto buono". Così i venditori si sono spostati in periferia. Il centro è diventato un modello di convivenza? Le cronache testimoniano un degrado crescente: vicoli e strade sono vuote di merci ma piene di bottiglie rotte delle interminabili notti di baldoria. In compenso la potentissima categoria dei commercianti del centro è stata accontentata.

Il secondo provvedimento è quello della rabbiosa opera di demolizione delle baracche e dei ricoveri di fortuna che sorgono in ogni luogo della città. La crescita urbanistica di Roma è la più anarchica del mondo occidentale e questi luoghi abbandonati sono infiniti. Lotti inedificati, aree verdi mai realizzate o in stato di abbandono. E così via. La cecità di questa politica sta nell'assenza di qualsiasi forma di assistenza alloggiativa. Si demolisce e basta. Così le baracche vengono ricostruite a qualche centinaio di metri di distanza o anche sugli stessi posti di prima. Il degrado si diffonde a macchia d'olio e non saranno le demolizioni a fermare la disperazione. Ma, anche qui, il dovere è compiuto: un regalo ai fedeli costruttori romani prevedendo una gigantesca espansione nell'agro romano. Invece di risanare l'esistente completando tutti i luoghi incompiuti, ci si espande, così da creare tanti altri luoghi adatti per le baraccopoli. La lobby del mattone è accontentata.

Il terzo provvedimento è simbolico e terribile al tempo stesso: restituire le armi ai vigili urbani dopo che ne erano stati privati oltre vent'anni fa dal clima culturale allora egemone. Un pensiero alto sulle città costruito da sindaci come Argan o Novelli a Torino, da grandi urbanisti come Salzano a Venezia, da intellettuali come Piero Della Seta e Maria Michetti. Quel pensiero complesso è stato buttato alle ortiche per abbracciare una visione economicistica delle città. Le persone sono scomparse: sono rimasti solo affarismo e cinismo. Non è per questo che Renato Soru è stato sconfitto in Sardegna?

E si stenta ancora, nonostante il crollo mondiale del neoliberismo, a fare i conti con la stagione della deriva culturale. In questi giorni a Roma è stato dato il via allo svolgimento di una gara del campionato mondiale di Formula 1. Non stupisce che il centro destra creda ancora nelle sorti del neoliberismo. Stupisce il silenzio della sinistra. Manca dunque una convincente cultura urbana fatta di tolleranza e inclusione. Un grave limite che non permette di riacquistare consenso e fiducia in un elettorato disorientato. E finché non saranno stati fatti i conti con l'acritica accettazione della concezione urbana liberista, dovremo rassegnarci al trionfo della paura, dell'intolleranza e del razzismo.

Le esposizioni universali (Expo nel gergo attuale che ne segnala il rientro nella quotidianità), dopo quelle nazionali tra la fine del XVIII secolo ed il 1849 si inaugurano sotto la spinta del commercio con l'Esposizione Universale di Londra del 1851. Di essa restano, nella storia dell'architettura, il Palazzo di Cristallo di Paxton, la discussione per la costituzione di un progetto di forme degli oggetti d'uso coerente con la produzione industriale, la discussione sui dazi delle merci e le prime collaborazioni di Marx al «New York Daily Tribune».

Nel 1855 anche Parigi apre una propria «grande esposizione universale», di cui conosciamo il commento di Charles Baudelaire. Del 1876 è l'esposizione di Philadelphia ed una seconda parigina (con la celebre Galerie des Machines) e la Tour Eiffel del 1889; tre anni prima quella di Vienna con la sistemazione del Prater. Poi nel 1893 quella di Chicago, fiera colombiana commemorativa del quattrocentenario della scoperta dell'America. Alla fine del secolo vi è una diffusione larga di esposizioni internazionali o universali. Anche in Italia nel 1902 a Torino e nel 1906 a Milano si celebrano esposizioni internazionali. Poi Parigi nel 1925, Stoccolma nel 1930, Chicago nel 1933, Bruxelles nel 1935, ancora Parigi nel 1937, New York nel 1939, ed infine quella fallita di Roma del 1942. Per ricordare le più importanti recenti si deve ancora citare la «South Bank Exhibition » a Londra nel 1951, poi Bruxelles, Torino, Losanna, New York e così via.

Dalla fine degli anni '60 la loro importanza comincia a declinare in funzione del loro infittirsi, sino a confondersi con le fiere e con le manifestazioni sportive internazionali, sino a diventare uno strumento premoderno con la diffusione degli strumenti di comunicazione immateriale in grado non solo di regolare meglio e più rapidamente scambi commerciali e finanziari ma anche di suscitare intorno ad uno specifico tema l'interesse civile: ed anche quello speculativo, così anche l'esposizione universale si è trasformata in «evento» che, come ogni cosa nel mondo contemporaneo, vive come evento temporaneo. Anziché di modificazioni strutturali, solo di processi strumentali. Io credo perciò che da un «evento come un Expo» non si possano più attendere trasformazioni culturali e civili durevoli, né capacità di attrazioni grandiose.

Le «Expo» dei nostri anni vivono soprattutto sulla concentrazione su di esse degli interessi del «marketing pubblico », in qualche caso di quello turistico e immobiliare, e soprattutto, nei casi migliori e di accordo politico tra amministrazione locale e nazionale, della possibilità di acquisire finanziamenti eccezionali, capaci, nei casi migliori, di risolvere problemi infrastrutturali e di servizi durevoli ben al di là dell'occasione specifica. Un lodevole interesse tattico coperto da qualche slogan strategico.

A un anno dalla introduzione del ticket d’accesso al centro storico milanese attraverso i valichi istituiti sulla circonvallazione “spagnola” i risultati sono deludenti. La leggera diminuzione degli ingressi verificata all’inizio non regge, gli automobilisti si sono abituati, il prezzo è troppo basso, le auto moderne a bassa emissione di inquinanti e quindi ammesse sono aumentate. Cosa propongono i nostri amministratori? Ci saremmo aspettati una stretta: l’estensione della tassa ai mezzi a benzina ora esenti e ai diesel recenti privi di filtro del particolato, l’aumento sensibile dell’importo, l’estensione delle barriere alla cerchia esterna. L’unico provvedimento preso è all’incontrario: infatti hanno prolungato di un anno la libertà di accesso proprio alle auto diesel euro 4 prive del filtro mentre si erano impegnati a cancellarla il primo gennaio. Intanto continua e si intensifica la politica comunale contraddittoria dei parcheggi sotterranei centrali anche a rotazione che richiamano migliaia di automobili. Politici, amministratori e capi-corporazione, attenti esclusivamente a interessi particolari, quando si occupano di inquinamento e di traffico discutono un problema per fingere di risolverlo senza toccarne un altro anzi favorendone l’aggravamento. Parlano esclusivamente di smog, peraltro accettandone il continuo superamento dei limiti di legge, ma non dicono una parola sul traffico privato come male in sé da cui consegue non solo l’inquinamento ma il complessivo mal funzionamento della città e la penosità del vivere dei cittadini e dei frequentatori. La presenza in città di mezzi fermi o in stentato movimento, automobili, camioncini, motociclette, motorini è impressionante. Le sole auto che varcano ogni mattina i confini comunali sono, secondo diverse fonti, fra 600 e 800.000.

I ciclisti (pochi rispetto ai molti che ci sarebbero in base a una politica per così dire al 10% di quella olandese) si arrabattano senza ciclopiste, ufficiosamente tollerati a percorrere i marciapiedi a loro volta invasi dalle motociclette. Il Bike sharing, tarda e misera copia milanese dell’iniziativa parigina, mancando le ciclopiste non servirà a niente. Sulla presenza delle moto debbo soffermarmi. Le motociclette di ogni genere e cilindrata sono diventate la nuova persecuzione urbana, per come si muovono a sciami, per come invadono tutti gli spazi, persino i portici e i sagrati delle chiese. Si dirà che più moto uguale meno auto. Non ne sono sicuro, potrebbe darsi meno moto uguale più viaggi sui mezzi pubblici o più biciclette. Lo sono invece circa la loro proterva invasività e violazione di ogni regola, sia nello spostarsi che nel parcheggiare. E i camioncini che caricano e scaricano le merci quasi senza limitazioni di orario? Il Consiglio comunale ha votato unanimemente da mesi un ordine del giorno che ammette le operazioni solo nelle ore serali e notturne, ma l’attuazione è impossibile. La potente corporazione dei commercianti si oppone, è essa che comanda, protetta dal suo sindaco-mentore Letizia Moratti.

E il pedone? È il corpo estraneo della città, non gli spettano spazi, se non l’unico asse San Babila – Duomo – Castello dove si raccoglie tutto l’andirivieni stranito dello shopping che non riguarda i cittadini residenti. Altrove il milanese appiedato non trova sgombre nemmeno le piazze storiche, deve aggirarsi a zig zag fra i mezzi posteggiati, abusivi o no.

Ancora sul ticket. Se tutte le automobili appartenessero, come sarà fra non molto tempo, alla tipologia europea più aggiornata nessuna verrebbe ostacolata e il caos urbano aumenterebbe. Con aria migliore, direbbero. Ma se la città continuerà a non funzionare, se i suoi spazi pubblici continueranno a degradare, se insomma il cittadino non potrà godere la sua città? Se è il traffico privato in quanto tale a negare la vita urbana, è questo che si deve abbattere. Bisogna diminuire drasticamente il numero di veicoli in circolazione. Contrariamente al vecchio principio di “far scorrere, facilitare”, caro ai vigili urbani milanesi, i mezzi privati devono essere ostacolati, gli si deve rendere la vita difficile, se così posso dire. “Sperimentando”, scriveva Guido Viale, diversi e coerenti provvedimenti.

Comunque nessuna ipotesi ha senso se non si basa su un immediato deciso aumento del trasporto pubblico cominciando dal ribaltamento delle scelte effettuate in quindici anni di amministrazione liberista.

Ma quale amministrazione potremmo mai avere nella morattiana e berlusconiana Milano, con l’ex sinistra che in tema di urbanistica e cose pubbliche si esprime a balbettamenti se non a sottomessi consensi?

Milano, 16 gennaio 2009

Lo stupro non ha nazione né conosce limiti di censo. Stuprano i ricchi e stuprano i poveri di ogni etnia e latitudine. Nella proporzione che in ogni dove le condizioni materiali assegnano a ciascuno.

Sempre però stuprano gli uomini. In Italia, dicono le statistiche, ogni due ore una donna subisce violenza: tredici al giorno. Domandarsi perché accade è un compito della politica. Oltre al conflitto economico che divide le nostre società c'è quello, profondo e nascosto, che attraversa la nostra cultura e il nostro modo di essere maschi e femmine. Di incontrarci e amarci in famiglia e al di fuori di essa. Ogni violenza ha radici sociali e radici culturali. Uno stupro ogni due ore svela soprattutto le seconde.

Nasconderle dietro a un malinteso bisogno di «sicurezza» ha portato ieri all'esercito in piazza, oggi alle ronde e domani, chissà, a una qualche forma di castrazione. Al peggio non c'è fine. Gli stupri non sono più reati contro la morale e nemmeno contro la persona. Sono stupri «etnici». Non secondo chi li compie (italiani, rumeni...) ma secondo chi li subisce: noi, i «bianchi», gli «indigeni», contro i «forestieri» che violentano le «nostre» donne. Ma globale e locale, come sempre, si fondono. Perché se uomini rumeni stuprano ragazze italiane, giovani italiani a loro volta stuprano, non c'è altro modo di dirlo, bambine tailandesi o brasiliane che si prostituiscono ai quattro angoli del globo.

Dunque la violenza non conosce confini se non quelli dei nostri corpi, di maschi e di femmine, privi ormai di una qualunque minima grammatica affettiva comune. Incapaci di parlare d'amore e dunque di farlo.

Ne è un sintomo il fatto che questo paese è ormai capace di mostrare affetto solo a cose fatte. Quando l'oggetto del desiderio non c'è più, come nei tanti funerali pubblici che uniscono e commuovono a reti unificate. Da Alberto Sordi fino a Eluana. Che da viva non interessava nessuno e solo alla fine, prossima alla morte naturale, ha svelato gli istinti inconfessabili di un presidente del consiglio che confonde le mestruazioni con la capacità di avere figli. È o non è, questa, una fantasia di stupro, di appropriazione violenta di un corpo di donna?

Finché questo è il tono, la domanda di «sicurezza» che ossessiona la destra è destinata a cadere nel vuoto. Castrare tutti non si può. E se bastasse un «decreto contro la violenza» il problema passerebbe rapidamente a carceri e tribunali senza risolvere nulla. La destra perde sul suo stesso terreno, incapace di riconoscere un mostro che ne oltrepassa i confini ma che essa ha allevato in culla. Legittimando la cultura di massa più maschilista d'Europa dai tempi di «Colpo grosso», «Drive in» e «Non è la Rai» - fino all'attuale «mignottocrazia» - Berlusconi ha fatto della sessualità l'appeal principale della sua offerta politica.

Ma è sulle donne e le adolescenti, sulla loro sessualità, che si concentra una violenza sottile e diffusa. Il modo in cui vengono guardate per strada o in casa, approcciate sull'autobus, apostrofate a scuola, raccontate sui mass media, «messaggiate» da fidanzati e spasimanti: è un'invasione di corpi normale e quotidiana.

Contro questa spaventosa distruzione dell'alfabeto sentimentale la sinistra non ha da tempo nessuna risposta. E se si preoccupa della benzina nelle volanti vuol dire che non lo indica nemmeno più come un problema.

Come il problema.

Non può essere un caso che la prima violenza sessuale di quest'anno terribile si sia consumata a Roma, tra due ragazzi che si incontrano a una festa in mezzo a trentamila persone. Una festa chiamata «Amore».

I due giorni che abbiamo appena trascorso sono stati i più bui nella breve storia del Partito democratico. Delle sue oligarchie, per l'esattezza: punite con severità assoluta da un elettorato stanco di lotte intestine e clandestine, dei giochi di potere sotterranei eppure così visibili, di mezze frasi dovute alla stampa e sorrisi di fratellanza esibiti ai fotografi da un residuo e sempre meno convinto obbligo di decenza. Dalla necessità di nascondere una lotta fratricida fatta di colpi bassi e bassissimi: una guerra che mai si cura del bene comune, dell'alleanza politica, dell'interesse pubblico, delle città e delle Regioni, delle persone che ci vivono, del Paese.

Una politica dimentica di essere al servizio del Paese e dei cittadini, convinta che i cittadini siano al suo servizio: serbatoio di voti da usare alla bisogna come merce inerte. Gli oligarchi hanno ancora una volta giocato la loro partita a scacchi, fieri di escogitare ogni giorno nuovi trucchi, inedite strategie di offensiva reciproca. Gli elettori li hanno puniti: esausti, esasperati, nauseati fino al punto di farsi del male, pratica che del resto nel centrosinistra è consueta.

La bella e netta vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine segna il punto più basso della storia del partito che da solo fino all'altro ieri ha governato la città, che l'ha retta per decenni con maggioranze assolute e spesso “bulgare”, si diceva una volta. Gli eredi dei Ds hanno giocato ad ostacolarsi a vicenda in una trama che coinvolge ora anche gli epigoni della tradizione democristiana e che dunque vede sconfitto il cattolico Pistelli (candidato della segreteria), duramente sconfitto Michele Ventura (messo in campo all'ultimo minuto contro di lui dall'ala rivale), dignitosamente sconfitta l'unica donna che pure ha scontato l'impopolarità di un partito che il sindaco uscente ha più d'una volta apertamente criticato, per tacere del massacro che è stata la vicenda Cioni. Onore dunque alla vittoria di Renzi, trentenne presidente della Provincia gradito anche da un elettorato moderato e moderatissimo. Vince un giovane che si presenta come estraneo agli apparati, sebbene non esista Alice in un paese che ha perso ogni meraviglia. Renzi è il metro esatto della saturazione dei cittadini: un segnale definitivo di voglia di cambiare, l'ultimo.

Il tracollo catastrofico del centrosinistra sardo dentro il quale Renato Soru ha avuto un successo personale molto alto (di 4 punti la sua distanza da Cappellacci, di 14 quella fra gli schieramenti nei dati provvisori della sera) racconta di un Pd che ha scelto di uccidersi piuttosto che provare a esistere. Soru è stato battuto dallo strapotere mediatico ed economico del premier, certo: un'offensiva senza precedenti che affonda nel burro di un'Italia indebolita allo stremo dalla lusinga perpetua della prepotenza del denaro e del disprezzo delle regole. Ma è rimasto vittima, Soru, anche della trappola del suo stesso partito.

Quello che aveva apertamente sfidato e che nelle province rosse è arrivato ad esercitare il voto disgiunto contro di lui. Una vendetta. Uno sfregio che chi poteva non ha voluto o saputo evitare. Basta, ha detto il voto. A una sola cosa serve toccare il fondo quando non uccide. A risalire leggeri, sulla terra leggeri.

Incombono le elezioni europee, «sbarrate» dalla soglia del 4%, sulle percentuali di consenso a Berlusconi, sulla frammentazione della sinistra, sulla collocazione internazionale del Pd. Ma non incombe affatto l'idea d'Europa nell'opinione pubblica, né in quegli stessi partiti che già lavorano alla formazione delle liste per il parlamento di Strasburgo. Lanciata sul piano economico e monetario, costruita a metà e a fatica sul piano istituzionale, stroncata dai referendum contro il Trattato costituzionale, l'Unione non decolla nell'esperienza e nella consapevolezza dei suoi cittadini, nemmeno oggi che la crisi economica e sociale imporrebbe una visione almeno macroregionale dei problemi e la svolta obamiana richiederebbe un interlocutore a dimensione continentale da questa parte dell'Atlantico.

La lentezza della costruzione comunitaria non è senza conseguenze: caduti i vecchi confini, all'interno del continente e con il resto del mondo, le nuove linee di contraddizione - migrazioni, diversità culturali, nuove stratificazioni di classe - rischiano di essere interpretate solo sulla base di antichi e nefasti criteri, identitari e razziali in primo luogo. La politica avrebbe potuto, e ancora potrebbe, fare qualcosa di più e di meglio per orientare questo processo di decostruzione e ricostruzione europea? E agendo su quali leve? In Eurollywood Luciana Castellina dimostra che sì, avrebbe potuto e potrebbe, investendo più convinzione e più risorse materiali su un terreno che invece è stato fra i meno coltivati dalla politica europea, quello della cultura.

Recita infatti «il difficile ingresso della cultura nella costruzione dell'Europa» il sottotitolo del libro, che peraltro di questo difficile ingresso, e del seguito, ricostruisce con dovizia di documentazione (e con l'esperienza di ex parlamentare Ue, rielaborata nei corsi tenuti all'università di Pisa) ogni passaggio, dal messaggio scritto da Denis de Rougemont con Bertrand Russell e Lukács al primo congresso europeo del 1948 alla convenzione sulla diversità culturale varata dall'Unesco nel 2005.

Ma prima dei singoli passaggi conta, proprio ai fini della comprensione del processo di costruzione europea, la messa a fuoco del tema. «Cultura» è infatti, notoriamente, un termine vago, che spazia da una concezione archivistico-specialistica a una antropologica, e da una santificazione idealistica a una mercificazione cinica.

E la storia della politica europea della cultura è storia di questo ondeggiamento, che si insinua nello scarto di partenza fra una retorica dell'Europa come culla delle civiltà del pianeta e una realtà fatta di scarsi investimenti, molti ritardi e qualche reazione difensiva all'egemonia che gli Stati uniti solidificano anche in campo culturale dagli anni Cinquanta in poi del secolo scorso. Come non bastasse, a questo scarto di partenza se ne aggiunge negli ultimi decenni un altro: fra l'evocazione della necessità di unire l'Europa e il processo galoppante di globalizzazione che unifica il mondo, per un verso omologandolo, per l'altro fratturandolo secondo linee che non corrispondono alla geografia dei continenti. Che cosa diventa, la «cultura europea», nella nuova spazialità e temporalità del mondo globale?

Il ritardo con cui il tema viene affrontato può diventare perfino regressivo: può solleticare la nostalgia di un'identità compatta mai esistita, arroccata ed escludente (si pensi al dibattito sulle «radici cristiane» dell'Europa), rovesciando nel suo contrario il senso del messaggio che viene sia dal passato remoto sia dal presente del vecchio continente. Tanto le origini - il mito di Europa, il dialogo conflittuale fra eredità ellenica, romana, cristiana - tanto il presente - i confini interni scossi dall''89, le migrazioni dagli ex paesi dell'est e dalle ex colonie - dicono infatti di un'identità non-una, plurima, composita, diasporata e conflittuale, che può abitare il mondo globale non se si reinventa come identità omogenea ma solo se, al contrario, si pone come modello cosmopolita e meticciato; come differenza aperta al differente; come testimone autocritico dei disastri, dal nazismo al colonialismo al nazionalismo, che una nozione forte e autocentrata dell'identità ha prodotto nella stessa storia europea e può di nuovo produrre nella storia del mondo.

Il fatto è però che questa necessaria apertura dell'Europa non coincide e non deve coincidere, per Castellina, con l'autodissoluzione nel mercato e nella forma di merce. Ovvero con la soluzione americana della modernizzazione e della globalizzazione. Che è invece, come il titolo del libro suggerisce, la deriva spontanea verso cui il complesso della produzione e della circolazione della cultura europea tende, in assenza di politiche adeguate a sostenerlo. In questa chiave Castellina ripercorre i conflitti più salienti della politica europea della cultura: da quello sul plurilinguismo a quello sull'«eccezione» europea, da quello sull'industria dell'audiovisivo e del cinema a quello sul copyright , da quello sulla società della conoscenza (Lisbona 2000) a quello sulla società dell'informazione.

In ciascuno di questi casi, non si tratta di «resistere» difensivamente all'americanizzazione - al contrario, l'autrice spinge sempre verso un di più di creatività e di apertura - ma di portare sul terreno della cultura quella «vocazione di critica alla modernità capitalistica» che - sia pure ambiguamente, «assumendo talvolta un carattere rivoluzionario, a volte reazionario», l'Europa ha saputo esprimere sul piano politico, inserendo nella storia vincente del capitalismo i cunei della lotta di classe, della socialdemocrazia, delle costituzioni. Se questo sia ancora possibile dopo l'impronta lasciata dal secolo americano sulla cultura planetaria, e se ci sia un soggetto politico capace di farsi carico di questa impresa in un'Europa in cui, come scrive Maurizio Iacono nell'introduzione al libro, «la sinistra finge di esistere ma è scivolata fra le macerie del muro di Berlino, in parte a causa della sua rigidità, in parte a causa della sua inconsistenza», non è detto e non è certo, ma varrebbe la pena di discuterne in profondità. Se non altro per dare sostanza a liste, simboli, agglomerati elettorali sempre più arbitrari e spettrali.

Lo stupro è un delitto vile e una violenza profonda. Forse il più primordiale dei crimini, che in ciascuno di noi evoca sentimenti altrettanto primordiali: la paura, l’ira, lo spirito di vendetta.

Che questi sentimenti debbano essere temperati dalla ragione, e dalla coscienza del diritto, è adesso ancora più evidente dopo il vergognoso raid razzista di ieri sera a Roma contro un bar gestito da romeni. A conferma di quanto pericoloso sia il clima, e quanto disposti alla violenza i peggiori cittadini.

Ma la ripetizione rituale degli appelli alla temperanza, e il mero invito ad affidarsi al magistero delle leggi e alla protezione dello Stato, in questa tempesta emotiva rischiano di suonare vuoti, e distratti, tal quali la massima parte delle parole politiche di questo difficilissimo scorcio d’epoca.

Peggio, rischiano di rappresentare, anche quando non lo siano, il pilatesco disimpegno della "casta" e in generale dei ceti socialmente più protetti, indifferenti di fronte al rischio e all’impotenza di chi vive a contatto con la strada, nei quartieri difficili, a diretto contatto con gli aspetti più ruvidi e aspri della violenza endemica e dell’immigrazione clandestina. Ripetere che la grande maggioranza delle violenze sessuali avvengono in famiglia, spesso coperte dall’ipocrisia, dall’arbitrio maschile e dalla rassegnazione femminile, è vero e giusto: ma non vale a rinfrancare e tranquillizzare quei cittadini che, a torto o a ragione, vivono la violenza di strada come il più intollerabile dei soprusi.

La tentazione popolare di auto-organizzare il controllo del territorio (e magari anche la punizione dei colpevoli veri o presunti) è vista con legittima diffidenza da chi ha cultura civile, e spirito legalitario. Essa racchiude, in una forbice di intenzioni così ampia da essere contraddittoria, l’orrendo istinto del linciaggio, del rastrellamento, della giustizia sommaria, del pogrom di quartiere come è accaduto ieri a Roma e in precedenza a Napoli contro i rom (si è poi saputo che il "casus belli", il presunto tentato rapimento di un neonato da parte di una giovane zingara, era stato inventato di sana pianta); ma al capo opposto racchiude anche una volontà di partecipazione attiva, e quasi di "protezione civile", che non è più consentito ridurre a puro malumore manesco e reazionario.

Il governo, a quanto si capisce, intende incentivare le cosiddette "ronde", muovendosi nell’alveo naturale di un populismo che è insieme istintivo e strumentale. Ma opporre a questo fenomeno il puro esorcismo legalitario non serve: semmai minaccia di peggiorare le cose, consegnando alle forze politiche più a loro agio sul mercato della paura (vedi la Lega e le sue ronde) una specie di monopolio della reazione popolare, che nella deriva del diritto può dare luogo a una raggelante gestione partitica della sicurezza (di "servizi d’ordine" che generavano altro disordine questo paese ne ha già avuti davvero troppi).

E dunque: ripetuto, e non si ripete mai abbastanza, che spetta alle forze dell’ordine garantire la sicurezza, alla magistratura di applicare la legge e al governo e al Parlamento di indirizzare le politiche di sicurezza, come affrontare l’onda tumultuante e inquietante della "giustizia popolare", dei pattugliamenti di quartiere più o meno spontanei, dell’insicurezza effettiva e di quella percepita? L’idea di ricondurla a una ragionevole e perfino utile opera di assistenza a polizia e carabinieri, nonché a un ruolo di dissuasione civica e disarmata, non è più insensata che limitarsi alla virtuosa giaculatoria sulle prerogative dello Stato. In questo clima di razzismo, di uso ansiogeno e bassamente speculativo del problema della sicurezza (chissà se il sindaco Alemanno si è pentito di avere addossato alle amministrazioni di centrosinistra ogni colpa…), forse non sarebbe inutile che la politica – Parlamento e sindaci in primo luogo – provasse a misurare la temperatura della strada non per volgerla a qualche suo effimero vantaggio, ma per aiutarla a rincivilire i suoi umori, e trasformare una scomposta paura popolare in forme attive, controllate e proficue di controllo del territorio. Disinnescando una temibile deriva razzista, manesca e di fazione, e riconsegnando ai bisogni della comunità ciò che oggi è un minaccioso magma emotivo, alla mercé di frange estremiste, capibastone rionali, mestatori di partito, ducetti di crocevia.

Si dice sempre, del resto, che alle radici della crisi della politica ci sia il drammatico distacco dai bisogni popolari. Un evidente bisogno popolare è darsi da fare perché l’attraversamento di un giardinetto in pieno pomeriggio, o l’attesa di amici sul portone sotto casa, non si trasformino in una violazione insopportabile per due ragazze inermi. Tra definire "eroe" chi sventa singolarmente uno stupro, e vedere in ogni reazione collettiva una minaccia per l’ordine democratico, ci deve pur essere una volonterosa e rassicurante via di mezzo. Specie per la sinistra, che della partecipazione popolare, ai tempi, si faceva meritato vanto, questo è un banco di prova da non eludere. Gli assenti hanno sempre torto.

Torna un’espressione che sembrava confinata nel passato: "legge truffa". Ed è giusto che si dica così, perché non altrimenti può essere definito il testo preparato dalla maggioranza per introdurre nel nostro sistema le "direttive anticipate di trattamento" (o testamento biologico) e che, in concreto, ha l’opposto obiettivo di cancellare ogni rilevanza della volontà delle persone.

Non solo per quanto riguarda il morire, ma incidendo più in generale sulla possibilità stessa di governare liberamente la propria vita. Poiché, tuttavia, si discute di fondamenti, appunto dello statuto della persona e del rapporto tra la vita e le regole giuridiche, bisogna almeno fare un tentativo di andar oltre la rozzezza delle argomentazioni che ci hanno afflitto in queste difficili settimane e che rischiano di trascinarsi anche nell’immediato futuro.

Due ammonimenti dovrebbero guidare chi si accinge a legiferare sulla dignità del morire. Il primo viene da un grande giudice americano, Oliver Wendell Holmes: "Hard cases make bad laws", i casi difficili producono leggi cattive. Questa affermazione lapidaria è stata variamente interpretata e discussa, ma se ne può cogliere il nocciolo nell’invito a separare la legge dall’occasione, la creazione di una norma destinata a durare dall’emozione di un momento. Rischia di accadere il contrario.

L’ossessione della turbolegge (ieri in tre giorni, oggi in tre settimane) possiede la maggioranza e frastorna il Pd. Non riflessione pacata, ma frettolosa imposizione di norme incuranti della loro coerenza interna e, soprattutto, della loro conformità alla Costituzione.

Il secondo ammonimento è nell’alta riflessione di Michel de Montaigne: "La vita è un movimento ineguale, irregolare, multiforme". Quest’intima sua natura fa sì che la vita appaia come irriducibile ad un carattere proprio del diritto: il dover essere eguale, regolare, uniforme.

Da qui, da quest’antico conflitto, nascono le difficoltà che oggi registriamo, più intense di quelle del passato perché l’innovazione scientifica e tecnologica fa progressivamente venir meno le barriere che le leggi naturali ponevano alla libertà di scelta sul modo di nascere, vivere, di morire. L’occhio del giurista, e del politico, deve registrare questa difficoltà, e cogliere le novità del quadro. Da una parte, l’impossibilità di continuare ad usare il diritto secondo gli schemi semplici del passato, pena la sua inefficacia, la sua riduzione a puro strumento autoritario, la perdita di legittimazione sociale. E, dall’altra, l’ampliarsi delle possibilità di scelta che appartengono alla libertà individuale, che riguardano solo la propria vita, e che per ciò non possono essere sacrificate da mosse autoritarie, da imposizioni ideologiche, senza violare l´eguale libertà di coscienza.

La legge, dunque, deve abbandonare la pretesa di impadronirsi d’un oggetto così mobile, sfaccettato, legato all’irriducibile unicità di ciascuno, la vita, appunto.

Quando ciò è avvenuto, libertà e umanità sono state sacrificate e gli ordinamenti giuridici hanno conosciuto una inquietante perversione. Non a caso "la rivoluzione del consenso informato" nasce come reazione alla pretesa della politica e della medicina di impadronirsi del corpo delle persone, che ha avuto nell’esperienza nazista la sua manifestazione più brutale. L’autoritarismo non si addice alla vita, né nelle sue forme aggressive, né in quelle "protettive". Riconoscere l’autonomia d’ogni persona, allora, non significa indulgere a derive individualistiche, ma disegnare un sistema di regole che mettano ciascuno nella condizione di poter decidere liberamente. Non a caso, riflettendo proprio sul consenso informato, si è detto che questo strumento, sottraendo il corpo della persona alle pretese dello Stato e al potere del medico, aveva fatto nascere "un nuovo soggetto morale".

Se il testo sul testamento biologico proposto dalla maggioranza dovesse diventare legge, sarebbe proprio questo soggetto a scomparire. Ma qui s’incontra un altro, e ineludibile, ammonimento, l’articolo 32 della Costituzione. Ricordiamone le ultime parole: "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana".

È, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre.

Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, alla necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato.

Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus, ad una autolimitazione del potere. Viene ribadita, con forza moltiplicata, l’antica promessa che il re, nella Magna Charta, fa ad ogni "uomo libero": "Non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese". Il corpo intoccabile diviene presidio di una persona umana alla quale "in nessun caso" si può mancare di rispetto. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, ha rinnovato la sua promessa di intoccabilità a tutti i cittadini.

La proposta della maggioranza si allontana proprio da questo cammino costituzionale. Nega la libertà di decisione della persona, riporta il suo corpo sotto il potere del medico, fa divenire lo Stato l’arbitro delle modalità del vivere e del morire.

Le "direttive anticipate di trattamento", di cui si parla nel titolo, non sono affatto direttive, ma indicazioni che il medico può tranquillamente ignorare, con un grottesco contrasto tra la minuziosità burocratica della procedura per la manifestazione della volontà dell’interessato e la mancanza di forza vincolante di questa dichiarazione, degradata a "orientamento".

La libertà della persona viene ulteriormente limitata dalle norme che indicano trattamenti ai quali non si può rinunciare e, più in generale, da norme che vietano al medico di eseguire la volontà del paziente, anche quando questi sia del tutto cosciente.

Tutto questo ha la sua origine in una premessa che altera gravemente il quadro costituzionale, poiché si afferma che "la Repubblica riconosce il diritto alla vita inviolabile e indisponibile". Ora, se è ovvio che nessuno può disporre della vita altrui, altrettanto ovvio dovrebbe essere il principio che vuole ogni persona libera di rifiutare la cura, qualsiasi cura, disponendo così della sua vita.

Proprio questo diritto viene illegittimamente negato quando si vieta al medico "la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute, da cui in scienza e coscienza si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente". Conosciamo, infatti, infiniti casi in cui persone hanno rifiutato interventi sicuramente benefici (dalla dialisi, alla trasfusione di sangue, all’amputazione di un arto) decidendo così di morire. Si introduce così un "obbligo di vivere", che contrasta proprio con i diritti fondamentali della persona.

È abusivo anche il divieto di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione, definite "forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze", con una inquietante deriva verso una "scienza di Stato". Quella affermazione, infatti, è quasi unanimemente contestata dalla scienza medica, sì che un legislatore rispettoso davvero dei diritti delle persone dovrebbe, se mai, limitarsi a prevedere modalità informative tali da mettere ciascuno in condizione di valutare e decidere liberamente, davvero in "scienza e coscienza": ma, appunto, scienza e coscienza della persona, non del medico o di un legislatore invasivo.

E si tratta pure di una affermazione puramente ideologica, che ha come unico fine quello di continuare a gettare un’ombra sulla conclusione della vicenda di Eluana Englaro. Inoltre, dietro il nominalismo della distinzione tra "trattamento" e "sostegno", si coglie la volontà di aggirare l’articolo 32, dove l’imposizione di trattamenti obbligatori è legata a situazioni particolari o eccezionali (vaccinazioni obbligatorie in caso di epidemia). Questa prepotenza legislativa si concreta anche in un trasferimento di enormi poteri ai medici, caricati di responsabilità che li indurranno ad assumere atteggiamenti fortemente restrittivi, così trasformando la proclamata "alleanza terapeutica" con il paziente in una situazione che prepara nuovi conflitti che, alla fine, saranno ancora i giudici a dover decidere.

Delle molte sgrammaticature giuridiche di quel testo si potrà parlare in un’altra occasione. Ma qui conviene concludere con una domanda francamente politica. Nonostante il terrorismo mediatico, con le sue accuse al "partito della morte", una salda maggioranza di cittadini continua a dichiarare che debba essere solo la persona a dover decidere della sua vita. Chi li rappresenterà in Parlamento, vista la debolezza dimostrata finora dal Partito democratico?

Seoul, distretto di Yongsan, poco dopo l'alba di un mese fa. Una quarantina di persone occupa il tetto di un edificio dismesso per opporsi a un piano di riqualificazione urbana che toglierebbe loro casa e attività commerciali senza adeguate compensazioni. Con sé i cittadini in protesta hanno molotov e materiale infiammabile. La polizia lo sa, ma interviene lo stesso calando sul tetto, tramite una gru, i suoi uomini in tenuta antisommossa dentro un container. Lo scontro è immediato, volano manganellate, gli squatter si difendono con bombolette di pittura spray, qualcuno appicca il fuoco, le fiamme divampano e scoppia l'inferno. Sei i morti, cinque squatter e un poliziotto. E' il bilancio più tragico che si ricordi negli ultimi anni a Seoul in uno scontro tra polizia e manifestanti. Nemmeno nell'ondata di manifestazioni di piazza del luglio scorso, quando i sudcoreani scesero per le strade in centinaia di migliaia contro il presidente Lee Myung-bak e la sua decisione di riprendere le importazioni di carne americana, c'era scappato il morto.

L'episodio ha riportato a galla le critiche alla polizia per i suoi metodi brutali e all'atteggiamento "da imperatore", come dicono i suoi detrattori, del presidente Lee nella gestione del potere. Un mese dopo "la tragedia di Yongsan", come ormai tutti chiamano il drammatico episodio del 20 gennaio scorso, le polemiche continuano. Le accuse contro le forze dell'ordine sono volate subito, sia da parte dei pariti dell'opposizione che da parte delle organizzazioni di cittadini, che fin dal giorno dopo gli scontri hanno cominciato a organizzare marce e fiaccolate per chiedere chiarezza e giustizia, a cominciare dalla testa del capo della polizia di Seoul.

Ad autorizzare l'azione di "sgombero" degli squatter che occupavano l'edificio è stato infatti Kim Seok-ki, capo della polizia della capitale sudcoreana ma anche fresco di nomina a capo della polizia nazionale.

Il presidente Lee, appena due giorni prima, aveva presentato con orgoglio il nuovo ufficiale, chiamato a sostituire quello precedente cacciato proprio perché sotto accusa per i metodi brutali usati dai suoi uomini contro i manifestanti nel luglio scorso. Una storia che si ripete, perfettamente in linea con la politica della "tolleranza zero" sbandierata da Lee.

Ci sono volute tre settimane prima che Kim, strenuamente difeso dal governo nonostante fosse ormai al centro di una vera e propria bufera, lasciasse il suo posto e rinunciasse anche al nuovo incarico. Alla fine il presidente Lee ha sacrificato il capro espiatorio, sperando così di sopire la rabbia dell'opinione pubblica.

"Me ne vado assumendomi la responsabilità morale di ciò che è accaduto", ha fatto sapere Kim annunciando le sue dimissioni. Un gesto "per evitare di alimentare ulteriormente le polemiche a danno del governo, alle prese con la crisi economica". Ma, ha aggiunto, non ha nulla da recriminare contro i suoi uomini, che hanno agito correttamente.

Era il massimo che potevano sperare i familiari delle vittime e le migliaia di persone che con loro scendono quasi ogni giorno in piazza in segno di protesta. Dovranno accontentarsi, dato che i risultati dell'indagine condotta nel frattempo dalla procura, pur giudicando "eccessivi" i metodi della polizia, hanno sollevato in toto le forze dell'ordine da qualsiasi responsabilità legale, e incriminato una decina di cittadini sopravvissuti al rogo come colpevoli per aver provocato l'incendio.

Un verdetto che ha lasciato scioccata e incredula l'opinione pubblica, non solo perché l'intervento della polizia aveva delle premesse dubbie - come il fatto, per esempio, che gli uomini in tenuta antisommossa sono entrati in azione appena 24 ore dopo l'inizio del sit-in, senza lasciare alcuno spazio al dialogo e ai tentativi di concertazione con gli squatter-, ma anche perché sembra che gli investigatori abbiano trascurato una serie di elementi importanti. A cominciare dalla presenza di guardie di sicurezza private, ingaggiate dalla polizia per supportare l'operazione, le quali, secondo alcuni testimoni, avrebbero appiccato il fuoco al terzo piano dell'edificio per riempire di fumo il tetto.

Le forze dell'ordine, che inizialmente avevano negato di aver armato contractors, smascherate dalle intercettazioni telefoniche hanno dovuto infine ammettere che sì, le guardie private c'erano ed erano state chiamate appositamente. Gli investigatori, invece, pur avendo condannato alcune di queste guardie private per attività illegali, hanno negato che vi fosse un legame tra loro e la polizia. La loro presenza nelle aree soggette a piani di riqualificazione come Yongsan, del resto, non è nuova.

E' noto che le compagnie di demolizione e quelle dei costruttori assoldano "scagnozzi" privati per minacciare gli abitanti e i negozianti che non vogliono andarsene.

Per la maggior parte di loro significa lasciare le proprie attività commerciali a fronte di risarcimenti poco più che simbolici, pari a tre mesi di guadagno, come vuole la regolamentazione nazionale in proposito. E' il caso, per esempio, dei quaranta asserragliati in cima all'edificio. Molti di loro sono negozianti della zona che, una volta costretti a chiudere bottega e a trasferirsi, rischiano di rimanere senza lavoro. Parecchie sono le denunce di intimidazioni, a volte anche violente, a carico dei contractors.

Ma i dubbi sulla validità delle indagini sono sorti ancor prima che queste iniziassero, quando Lee ha rilasciato dichiarazioni che già preventivamente assolvevano l'operato della polizia, quasi a suggerire agli investigatori una direzione da seguire. I partiti dell'opposizione - che per la prima volta dopo 22 anni hanno creato un fronte anti-governativo insieme alle associazioni di cittadini, era dall'87 che non accadeva - chiedono che sia aperta un'inchiesta indipendente.

Il governo sperava che il sacrificio di Kim sarebbe stato sufficiente a far considerare l'episodio archiviato, ma oggi si trova invece a fare i conti con la goffaggine dei suoi funzionari. Nei giorni scorsi un parlamentare del partito democratico ha reso pubblico un messaggio di posta elettronica spedito da un membro dell'ufficio delle relazioni pubbliche del governo all'Agenzia nazionale di polizia. Nel messaggio c'era un consiglio, o meglio, una direttiva precisa: utilizzare il caso di un presunto serial killer arrestato nella provincia di Gyeonggi per deviare l'attenzione dell'opinione pubblica e dei mezzi d'informazione dalla bufera che si è scatenata dopo i fatti di Yongsan.

Detto, fatto: la polizia, in barba ai diritti umani del presunto omicida, che avrebbe ucciso una donna e sua figlia, ne ha mostrato il volto ai fotografi, dando in pasto il mostro alla stampa. Naturalmente il governo ha subito rigettato le accuse "infamanti", salvo poi dover ammettere che la direttiva è effettivamente partita dall'ufficio governativo, ma "si è trattato di un'iniziativa privata di un funzionario".

Un tentativo disperato, quello del presidente Lee e della sua amministrazione, di risollevare la reputazione e il consenso, ormai in discesa inarrestabile mentre la crisi avanza e l'occupazione è in caduta libera, a colpi di diecimila posti di lavoro in meno al mese.

Un tunnel lungo quasi quindici chilometri che dall´area Expo porta all´aeroporto di Linate passando sotto il centro città. Un´opera mastodontica, il cui costo è stato stimato intorno a due miliardi di euro, che il Comune ora cerca di far rientrare fra le infrastrutture previste per la grande esposizione del 2015.

In realtà nel dossier di candidatura con cui il sindaco Moratti conquistò la fiducia del Bie non se ne parla. Ma prima di Natale la rivisitazione del vecchio progetto di tunnel Certosa-Garibaldi, licenziato nel 2006 dall´allora sindaco Gabriele Albertini, è entrato nell´elenco delle opere complementari all´Expo, che annovera una serie di lavori secondari che dovrebbero aggiungersi ai già precari interventi principali, quelli legati al sito vero e proprio e tutte le infrastrutture in carico alla Regione come Brebemi, Pedemontana e nuovi collegamenti ferroviari.

In pieno caos Expo, con la società impantanata nel braccio di ferro tra sindaco e governo e nessuna certezza sui finanziamenti promessi, al lungo elenco dei lavori che la città dovrà sostenere da qui al 2015 se ne aggiunge un altro. I tecnici ci stanno lavorando da settimane, con simulazioni, studi di fattibilità e analisi economiche. La prossima settimana si riuniranno intorno a un tavolo gli uomini dell´assessore all´Urbanistica Carlo Masseroli e quelli del collega ai Lavori Pubblici Bruno Simini - entrambi sostenitori del progetto - per iniziare a mettere a punto una proposta definitiva. Ma già un´idea di massima c´è, come si legge in una valutazione fatta da Infrastrutture Lombarde (società della Regione) a cui è stata passata la pratica dopo un parere non del tutto favorevole dell´Ama (società del Comune).

Il tracciato del tunnel, si legge nel rapporto, dovrebbe collegare l´area Expo con la tangenziale Est all´altezza dello svincolo di viale Forlanini, per un totale di 14,5 chilometri. Rispetto al primo progetto, quello che Albertini in un´ordinanza aveva definito «di interesse pubblico», si sono aggiunti cinque chilometri e nove uscite: Console Marcello, Nuova Strada interquartiere, l´autostrada A4, la Fiera, Cascina Merlata, Bovisa, Monteceneri, Zara, piazza della Repubblica, Garibaldi, piazzale Susa e viale Juvara. Non solo. Il tunnel che collegava l´autostrada dei Laghi a Garibaldi doveva essere tutto in project financing, ripagato con il pedaggio in 60 anni (concessione già di per sé più lunga del previsto). Ora sempre lo stesso gruppo di imprenditori - capeggiati dalla Torno - propone un´opera che la stessa Infrastrutture Lombarde sostiene necessitare «di un contributo pubblico in conto investimenti, a fondo perduto, di circa 750-800 milioni di euro». Una cifra enorme, in un periodo di magra come questo, per un intervento su cui oggi, alla luce del futuro poco roseo che si prospetta per l´aeroporto di Linate, potrebbero essere sollevata più di una perplessità. La prima: dove trovare i soldi? Il Comune non nasconde la speranza che nella partita rientri anche la Regione. «È un´opera che ha una portata molto più che cittadina - spiega l´assessore Bruno Simini - , di importanza strategica per Milano. Fosse per me sarebbe una priorità assoluta al di là dell´Expo. Permetterebbe finalmente di alleggerire le tangenziali, oggi completamente intasate, e di far scomparire sotto terra milioni di auto l´anno. Questo gioverebbe non solo dal punto di vista della mobilità, ma diminuirebbe anche l´inquinamento».

Il progetto, che con Albertini si era arenato perché gli imprenditori non avevano trovato un garante finanziario come previsto dagli accordi, è tornato alla ribalta con la nuova giunta Moratti. Il Comune ha chiesto delle modifiche, come l´allungamento del percorso, e nuove simulazioni. L´idea originale aveva sollevato qualche perplessità soprattutto dal punto di vista finanziario. Così i privati, tornati alla carica e appoggiati dai due assessori di Forza Italia Simini e Masseroli, hanno presentato un nuovo progetto che ora si prepara a essere varato. Sempre che il Comune trovi i soldi per realizzarlo. Ma pare che una delle intenzioni di Palazzo Marino sia iniziare comunque con una prima tranche (Certosa-Garibaldi) che costerebbe 700mila euro. «Realizzare quest´opera significa creare un indebitamento di fronte al quale quello dei derivati è niente - commenta critico il consigliere dei Verdi Enrico Fedrighini - . Invece di procedere con una politica di potenziamento del trasporto pubblico per liberare la città dalle auto, col tunnel si va nel senso opposto. In periodo di crisi bisognerebbe dare assoluta priorità alle metropolitane». E ancora: «Ho presentato un´interrogazione per sapere se l´ordinanza di Albertini è ancora valida, visto che chiedeva la nomina di un garante finanziario entro 90 giorni e i privati non sono mai stati in grado di trovarlo».

postilla

Niente da dire: non sorprende il coerente approccio, a metà fra l’ingegneristico anni ’60 e il puro folklorismo, con cui si propone questa opera di “interesse pubblico”, ovvero da realizzare con soldi pubblici, ma per scopi che con la pubblica utilità non hanno nulla da spartire. Siamo, guardando solo con un briciolo di attenzione in più, dalle parti delle operazioni di urban renewal novecentesche, già di per sé abbastanza brutali, e a cui quasi tutti i processi di riqualificazione aperti nel mondo cercano ora di rimediare: quartieri devastati dagli svincoli, nuova congestione indotta, inquinamento, degrado ecc. ecc.

Ma, come sempre accade, chi decide a Milano sembra non guardare in faccia a nessuno, salvo naturalmente ai soliti interessi amici, vale a dire i grandi progetti di trasformazione urbana innestati sul braccio Linate-Expo (Lisbona-Kiev? e l'aeroporto di Linate magari trasformato in un nuovo quartiere di lusso dopo la dismissione?) della famosa “T Rovesciata” . Quella per intenderci descritta nel Documento di Inquadramento delle Politiche Urbanistiche Comunali, ovvero il contenitore elastico di tutto quanto proposto dagli interessi via via prevalenti.

Pare di intuire, insomma, che la città ideale graniticamente perseguita da questi signori sia davvero fatta da due milioni di cafoni strombazzanti sul SUV, che scorazzano avanti e indietro da un parcheggio in seconda fila all’altro, all’ombra dei cartelloni pubblicitari del nuovo quartiere “a misura d’uomo”. Stomachevole.

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