Un regime di monopolio che dura da oltre vent’anni, in contrasto con le norme comunitarie. Costi lievitati e ritardi accumulati. Incarichi e collaudi affidati con «scarsa trasparenza», controlli non sufficienti esercitati dalla Pubblica amministrazione. Un duro atto di accusa quello pubblicato ieri dalla sezione centrale di controllo della Corte dei Conti. Che se non fermerà il Mose mette nero su bianco dubbi e critiche fino ad oggi sempre respinti dal Magistrato alle Acque e dal suo concessionario Consorzio Venezia Nuova. E potrebbe influire sul proseguimento dei lavori e sulla gestione dell’opera. Perché risulta ormai indifferibile, scrivono i giudici, «aprire il mercato alla concorrenza».
La sentenza. Un’ordinanza di cinquanta pagine, corredata da centinaia di note a margine, firmato dal magistrato istruttore Antonio Mezzera e dal presidente nazionale Tullio Lazzaro. Ci sono voluti quattro mesi per dare il via libera a un prvvedimento istruttorio concluso con l’udienza del 23 ottobre scorso. Qualche modifica al testo è stata effettuata in Camera di Consiglio, e - caso inusuale - l’indagine «avocata» a sè dal presidente in persona. «E’ un caso molto delicato», aveva detto Lazzaro. Adesso il provvedimento è pubblico. Gli atti sono stati inviati a Magistrato alle Acque, Regione e Comuni interessati. Che hanno trenta giorni di tempo per motivare alla Corte l’eventuale «non ottemperenza» ai rilievi contestati. Entro sei mesi gli enti dovranno poi comunicare alla Corte e al Parlamento le misure adottate. E la sentenza sarà inviata alla Procura regionale per eventuali provvedimenti sul possibile danno erariale.
Monopolio. «L’affidamento a trattativa privata senza gara pubblica e l’assenza di un confronto tecnico ed economico tra diverse soluzioni progettuali», si legge nell’o rdinanza, «ha reso impossibile mettere a confronto soluzioni alternative, con la maggior parte degli studi e delle ricerche affidati al concessionario. L’obbligo derivante dalle direttive comunitarie del rispetto dei principi di parità di trattamento e trasparenza che si realizza con gare pubbliche non risulta ancora osservato».
I costi. In 25 anni i costi dell’opera sono passati da da 1540 a 4271 milioni di euro. «Si sono incrementati», recita il provvedimento, «per per una serie di cause come le continue rimodulazioni, l’introduzione di nuove opere, indeterminatezza progettuale. Un rischio di spesa ancora presente, aggravato dal sistema dei mutui». Anche i costi di manutenzione e gestione, scrivono i magistrati, «potrebbero risultare superiori alle stime».
La concessione. La Corte dei Conti aveva ritenuto nel 1983 «illegittima» la convenzione firmata dallo Stato con il Consorzio Venezia Nuova perché in contrasto con le norme europee. Ma un anno dopo era arrivata la legge 798, e l’incarico era stato affidato. «Gli oneri di concessione», recita l’ordinanza, «appaiono ingenti (il 12% contro il 10 fissato come tetto massimo dalla legge del 1989). Risorse che si sarebbero potute utilizzare per il rafforzamento dell’apparato amministrativo del concedente». Negli anni il concessionario è venuto meno alle sue funzioni di controllo.
I collaudi. Altro punto nero dell’attività di salvaguardia di questi anni, secondo i giudici contabili, riguarda i collaudi, milioni di euro dispensati a consulenti esterni. «Per questi e per le direzioni dei lavori si chiede maggiore trasparenza, e si impone una rigorosa attività di controllo al fine di di riequilibrare un rapporto sbilanciato a favore del concessionario».
Impatto ambientale. «Un’opera di tale rilevanza e impatto», recita l’ordinanza, «ubicata in un contesto di enorme delicatezza e di eccezionale complessità risulta priva di una Valutazione di impatto ambientale positiva». Un punto in favore degli ambientalisti e dei ricorsi presentati negli anni da Comune e ministero per l’Ambiente.
Progetto a stralci. Critica finale: manca un progetto esecutivo generale. Causa di «polemiche e aumenti dei costi».
L'inchiesta sul Mose scotta, meglio affidarla al presidente. Ma la sentenza della Corte dei Conti con i rilievi contabili sulla grande opera idraulica è nel cassetto da ottobre. "Molto singolare", dice il responsabile dell'Ufficio legale del Wwf Italia Stefano Lenzi, "su questa vicenda bisogna fare chiarezza". Succede che il presidente della Corte dei Conti Tullio Lazzaro, con procedura piuttosto inusuale, ha avocato a sé la firma del procedimento intentato dalla Corte dei conti sulle procedure contabili del progetto Mose. Istruttoria avviata due anni fa dal magistrato Antonio Mezzera, che aveva inviato al Consorzio Venezia Nuova e al Magistrato alle Acque 57 contestazioni formali. Sui costi, lievitati dai 1.540 milioni di euro del progetto di massima ai 4.271 milioni di oggi. Sull'indennità spettante al concessionario, il 12 per cento (invece del 10 fissato come tetto dalla legge 183 del 1989). Sui controlli e il mancato esame delle alternative proposte dal Comune di Venezia. Indagine complicata, ci vuole tempo, ma è questione di giorni, dice Lazzaro, che intanto ha firmato con il governo protocolli di intesa sul controllo delle opere pubbliche. Il senatore del Pd Felice Casson ha presentato una interrogazione al premier Berlusconi. "Troppi poteri al presidente", dice, "così i controlli sulla spesa pubblica non si faranno più".
Il Ministro Bondi ha frainteso il ruolo del Presidente del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Lo considera come il consigliere del principe, a lui legato da un rapporto di solidarietà e fiducia, tenuto dunque alla disciplina e a mantener riservato l’eventuale dissenso, perché risponde al ministro che lo ha prescelto tra le "otto eminenti personalità del mondo della cultura" da lui nominati. Non ha tollerato che Salvatore Settis, da uomo di scuola e studi, cittadino civilmente impegnato, esprimesse liberamente quel che pensa degli indirizzi generali del ministero (imputabili dunque alla responsabilità politica del ministro) e della amministrazione attiva delle istituzioni dei beni culturali e lo ha accusato appunto di infedeltà, invitandolo ad andarsene con uno scoperto scatto retorico ("non potevi trovare un espediente migliore per rassegnare le dimissioni", ha in sostanza dichiarato in un’intervista). E Settis, che non era certo tenuto a dimettersi per aver perduto la fiducia del ministro, ha creduto che la pretestuosa accusa di lavorare contro le istituzioni e di muoversi secondo logiche di schieramento avesse alterato irrimediabilmente il corretto rapporto funzionale tra ministro e presidente della più alta istanza consultiva del ministero. Determinazione dettata da viva sensibilità istituzionale e a Settis va la solidarietà di Italia Nostra che ne condivide i preoccupati giudizi sugli indirizzi generali del ministero. Ma il ministero si priva di una voce di alta competenza e di disinteressato impegno. Che tuttavia, sappiamo, Settis manterrà viva nella partecipazione, che ritiene doverosa, di cittadino e uomo di cultura alla tutela di patrimonio e paesaggio.
Settis è stato sostituito con sorprendente prontezza (nelle stesse ore in cui comunicava al Consiglio le sue dimissioni) da chi aveva saputo meritare la fiducia del Ministro, assicurando pubblicamente di condividere in tutto proprio le scelte che Settis aveva contestato (come l’affidamento della direzione generale per la valorizzazione a un manager aziendale, il commissariamento di Pompei e dell’archeologia romana, la convocazione dei Bronzi di Riace al G8 della Maddalena) e di giustificare i drastici tagli al bilancio del ministero. Un presidente dunque certamente "eminente personalità del mondo della cultura", ma che offre in più al Ministro la garanzia di un sicuro allineamento.
Ha fatto bene Salvatore Settis a ricordare nella lettera di dimissioni di aver criticato allo stesso modo, quale presidente di un organismo squisitamente tecnico-scientifico, il ministro Bondi al pari dei suoi predecessori, di uguale o diverso colore. Come fece, nella stessa carica, Giuseppe Chiarante, coi ministri Veltroni e Melandri e col forzista Urbani che però lo «epurò». La storia si ripete. Per anni Norberto Bobbio ci ha ricordato che l’autonomia critica degli intellettuali dalle parole d’ordine della politica è il dato fondante della cultura democratica. Quando si pretende che essi si allineino a governi e a partiti oppure tacciano e se ne vadano, la democrazia è in pericolo.
Pochi minuti dopo aver ricevuto da Settis le dimissioni, come se dovesse cambiarsi di camicia o di cravatta, Bondi ha nominato al suo posto un archeologo non meno noto, Andrea Carandini, che negli ultimi tempi ha detto di sì, in nome della lotta contro «i Talebani della conservazione» (abbiamo capito), alla politica dei commissariamenti per le aree archeologiche di Roma e Ostia e al prestito e al trasporto di opere delicatissime come i Bronzi di Riace trattati da Made in Italy commerciale. Un subentrante già omologato. Per ora accolto da una raffica di dimissioni che noi speriamo si moltiplichino, al pari delle qualificate proteste di intellettuali. A smentire quei pochi già saltati, invece, in modo fulmineo sul carro del vincitore.
Il nodo è politico. Si confrontano apertamente due concezioni profondamente diverse della cultura e dei suoi beni: quella di chi li considera un valore «in sé» e quindi ritiene che ogni valorizzazione sia contenuta nella tutela stessa da finanziare e potenziare, e quella di chi intende fermamente «mettere a reddito» il nostro passato spremendone profitti, anche a costo di lasciar decadere la tutela. Si confrontano conservazione intelligente e attiva e commercializzazione spinta e privatistica. Quest’ultima è la strategia del centrodestra. E quella del centrosinistra?
Caro Salzano, leggo ora la lettera del ragazzo sardo, studente di architettura e la sua risposta, e innanzitutto voglio ringraziarla, e vorrei ringraziare anche quel ragazzo che ha anticipato una serie di riflessioni che volevo sottoporle. Ora la sua risposta è molto stimolante, spero che lo stesso Soru la legga e ne faccia tesoro. Ma volevo scriverle anche per chiederle in qualche modo un aiuto.
Io penso che la difesa del Ppr della Sardegna può in qualche modo avere successo solo se diventa un problema nazionale e non solo sardo; allo stesso modo come è accaduto per la difesa di Tuvixeddu, che anche attraverso il suo contributo, tutta l'italia ha potuto conoscerne l'importanza e la peculiarità storica e ambientale. Purtroppo ci troviamo in un momento di emergenza in cui bisognerebbe trovare delle forme di opposizione e lotta immediate. In Sardegna il nuovo presidente Cappellacci sta già mettendo le basi per smantellare il ppr e portare avanti i progetti speculativi sulle coste della Sardegna.
Quando parlo di questi problemi ai "continentali", ricevo risposte di grande sensibilità e amore nei confronti della Sardegna, mentre purtroppo non riscontro altrettanto dagli stessi sardi ancora residenti nell'isola. Ho capito comunque che il turismo stesso-questa specie di fetticcio così ricercato, questo mito che dovrebbe salvare l'economia e trovare le soluzioni ai problemi dell'isola- il turismo stesso dicevo, oggi va in tutt'altra direzione da quella concepita dalla destra che ora per 5 anni dovrà governare la terra in cui sono nato.
Una destra che sostanzialmente coniuga lo sviluppo turistico con quello edilizio, che considera la cultura e l'identità di un popolo come una merce da vendere al miglior offerente. Immagino per esempio che potrebbe essere importante che il ppr della Sardegna diventi materia di studio, in un seminario di una università italiana.
Bisognerebbe inoltre fare in modo che i quotidiani nazionali più disponibili su questi argomenti, dedichino ancora più spazio al problema Sardegna. Inoltre sarebbe utile aprire un dibattito nazionale su questo tema, magari partendo dal suo sito per farlo espandere nella rete. Un dibattito di denuncia che come lei stesso dice dovrebbe allargarsi a tutta l'italia e l'europa. Dibattito che infine potrebbe uscire dalla rete per organizzarsi in un comitato composto da intellettuali e politici che si renda attivo nel controllo e nella denuncia dell'operato del nuovo consiglio regionale nei confronti del patrimonio ambientale della Sardegna.
La Sardegna è un patrimonio culturale e ambientale che riguarda tutti e di cui tutti gli italiani ed europei dovrebbero preoccuparsi.
Grazie ancora.
L'immagine che mi ha inviato è la giusta icona dell'attuale situazione della Sardegna: l'imorenditore (chiamiamolo così) che vuole costruire i suoi palazzoni su Tuvixeddu-Tuvumannu, e fare della necropoli il giardino condominiale, riempie il calice al nuovo presidente della Sardegna. Grato, si suppone.
Per il resto, sono completamente d’accordo con lei. Eddyburg promuoverà un’iniziativa in questo senso. Un appello e una raccolta di adesioni non sono certo sufficienti, ma possono essere un primo passo nella direzione di ciò che bisogna fare per resistere e per prepararsi al contrattacco. Lo promuoveremo appena avremo trovato chi ci aiuta nella gestione delle adesioni.
Illustre Signor Ministro, sul Giornale del 23 febbraio, Lei mi attribuisce, citando dall’intervista di Enrico Arosio sull’Espresso, affermazioni che non ho fatto, quali la denuncia della "malagestione dei musei" e del "clima di generale frustrazione che si respira nel Collegio Romano". Non sono parole mie, semmai dell’intervistatore: basta badare alle virgolette. Rispondo invece delle cose che ho detto, e che Lei ugualmente mi rimprovera: in particolare, di aver richiamato l’attenzione del governo e dell’opinione pubblica (in un articolo sul Sole-24 Ore del 4 luglio 2008) sui pesanti tagli al Suo Ministero, con cifre incontestabili perché tratte dalla Gazzetta Ufficiale.
Mi rimprovera il "dissenso di fondo", in particolare rispetto alla futura nomina del dott. Resca come direttore generale alla valorizzazione dei beni culturali. Inoltre, mi rimprovera «sensazionalismo mediatico» e «richiamo irresponsabile della ribalta», mi etichetta «polemista di riferimento del gruppo La Repubblica-Espresso» che «inforca la polemica sulla stampa di opposizione» e «lavora contro le istituzioni», e infine mi invita a dare le dimissioni («Se avesse voluto cercare un espediente per rassegnare le dimissioni, il professor Settis non avrebbe potuto trovarne uno migliore»).
Quando, in seguito all’articolo sul Sole , il sottosegretario Giro ed altri validi esponenti della maggioranza, come l’on. Gabriella Carlucci, mi invitarono alle dimissioni, fu Lei a chiedermi di mantenere il ruolo di presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Non mi colpisce il fatto che Lei abbia in merito cambiato idea. Mi colpisce la Sua convinzione (a) che le preoccupazioni che esprimo nascano non da riflessioni di natura istituzionale, ma da uno schieramento politico, e (b) che ogni pubblico dissenso dal Ministro debba esser vietato a chi ricopra la funzione di presidente del Consiglio Superiore. Nessuna di queste due affermazioni risponde al vero. Quanto alla prima, per non citare più remoti esempi, durante il governo Prodi criticai duramente (sulla Repubblica, 11 settembre 2006) la proposta di legge Nicolais sul silenzio-assenso, in termini identici a come lo avevo fatto un anno prima sullo stesso giornale (8 marzo 2005) rispetto a un’identica proposta Baccini (in ambo i casi, la proposta fu ritirata).
Quanto alla seconda affermazione, ricordo che il Consiglio Superiore è per legge un organo tecnico-scientifico e non politico. Ciò comporta, per il suo presidente come per gli altri membri, massima discrezione sui documenti riservati sottoposti dal Ministro; non comporta invece l’obbligo del silenzio sugli atti ufficiali del governo né il divieto di citare dati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, né tanto meno la proibizione di esprimere opinioni documentate. Non è vero che, come nel Suo articolo si trova scritto, io faccia parte dei "vertici del Ministero", né che io sia un "dirigente dei Beni culturali". E´ vero anzi il contrario: il Consiglio Superiore, in quanto organo tecnico-consultivo e non di amministrazione attiva, ha una funzione extra-burocratica, non è in gerarchia con l’Amministrazione ma rispetto ad essa ha funzione di riflessione e stimolo esterno.
Secondo la legge, il presidente è scelto tra le "otto eminenti personalità della cultura" che compongono, con altri membri, il Consiglio Superiore. Tale connotazione non solo implica ma esige piena libertà di coscienza, di parola e d’intervento sui temi generali della politica culturale del Ministero: la definizione tipologica di "eminenti personalità della cultura" non si lascia fuori dalla porta nel momento in cui si entra nel Consiglio Superiore, e anzi impone piena libertà di espressione, al servizio dei cittadini e delle istituzioni. Di fronte a una situazione sempre più grave, che per pesantezza dei tagli e assenza di turn over del personale mette in pericolo lo stesso esercizio della tutela in Italia, il mio auspicio era ed è che il Ministro (chiunque sia) e il Consiglio Superiore (chiunque possa esserne il presidente) esprimano una concorde, grave preoccupazione nelle sedi appropriate (governo e Parlamento), con massima trasparenza rispetto all’opinione pubblica.
Sui dati di fatto citati nell’intervista dell’Espresso, signor Ministro, Lei non risponde. Non nega (perché non può farlo) il taglio di oltre un miliardo di euro nel triennio ai fondi del Suo Ministero; non nega (non può farlo) che al 1 gennaio 2010 vi saranno 23 posti di dirigente archeologo in organico in tutta Italia, ma solo 7 funzionari col grado per ricoprirli. A questi ed altri segnali di degrado, Lei sembra reagire con passiva rassegnazione. Quanto alla "malagestione dei musei" (leggi: carenza di fondi e blocco delle assunzioni) e al "clima di generale frustrazione che si respira nel Collegio Romano", due affermazioni non mie ma Sue, solo il laconico tu dixisti di Matteo 26. 64 può commentarle degnamente.
Il Suo articolo, Signor Ministro, mi pone di fronte alla scelta fra la piena libertà di opinione e di parola e il silenzio che Lei, innovando rispetto alla legge, ritiene obbligatorio per il presidente del Consiglio Superiore: duro monito a chiunque ricoprirà in futuro questo ruolo. Eppure non ho lavorato "contro le istituzioni", ma, tutt’al contrario, per le istituzioni quando ne ho difeso le competenze, i campi di azione e l’oggetto stesso dagli incessanti tentativi di erosione e di vanificazione, da ultimo con l’inquietante vicenda del cosiddetto archeocondono e quella incoerente del commissariamento, in mani dotate di altra competenza, dell’area archeologica di Roma.
Di fronte alla prospettiva di rinunciare a difendere il Ministero e il patrimonio culturale, che Ella mi addita, la mia è una scelta facile. Senza la minima esitazione, continuo a ritenere incomprimibile la mia libertà di coscienza e di espressione e soprattutto a ritenerla non solo compatibile, ma pienamente convergente con l’ufficio che ricopro. La libertà di parola è la prima delle libertà. Nel recente passato ho potuto esercitarla senza ostacoli esprimendo pubbliche critiche ai governi in carica mentre collaboravo da vicino con i Suoi predecessori Giuliano Urbani, Rocco Buttiglione e Francesco Rutelli e, mi permetto di sottolineare, contribuendo più di una volta a salvaguardare le attribuzioni e le cure del Ministero e del patrimonio culturale. Continuerò a farlo come è mio dovere di cittadino, ma irrevocabilmente rassegno le dimissioni dalla presidenza del Consiglio Superiore.
Con i migliori auguri di buon lavoro.
L’Italia, scriveva Giuseppe D’Avanzo su «Repubblica» di alcuni giorni fa, è sull’orlo di una nuova civiltà, quella dell’odio. Possiamo aggiungere che sta avviandosi a diventare una società sempre più autoritaria, per non dire peggio. Molte forze cooperano a questa trasformazione, alcune di esse scientemente, tutte in maniera scellerata: una parte preponderante dei partiti che formano la maggioranza; parrocchie, parroci e gerarchie cattoliche; movimenti sociali e politici rappresentativi soprattutto di alcune aree del paese; bande violente e razziste un po’ dovunque. Assistiamo al fiorire di proposte schizofreniche, che parlano la lingua della carità cristiana quando è in questione la sospensione dell’accanimento terapeutico e la lingua della violenza persecutoria quando è in questione la cura di persone non italiane. Le stesse forze che urlano per la vita urlano per la sua violazione; le stesse che invocano la perenne cura propongono di servirsi del bisogno di cura dei clandestini come mezzo di schedatura persecutoria.
Diverse nel contenuto, queste posizioni sono schizofreniche in apparenza, ma identiche nel tenore e nel significato: la volontà di una parte (anche se larga) di decidere con imperio su tutto e contro tutti: contro i giudici quando mettono in atto la legge; contro la nostra costituzione che con la divisione dei poteri sancisce la sovranità della legge, non della volontà del più forte; contro la libera scelta dei singoli che la costituzione difende; contro la morale umanitaria e universale che guida convezioni e trattati firmati anche dall’Italia e che impegnano l’Italia al rispetto della vita, della dignità e dei diritti fondamentali di ogni essere umano che giunge o vive sul territorio nazionale, che parli o no la lingua della maggioranza (come se gli italiani parlassero un’identica lingua dalle Alpi alla Sicilia!).
Ma un paradosso c’è: con un governo che gode di una così ampia maggioranza ideologica e numerica, la società civile invece di essere in pace è in guerra permanente, ogni giorno scossa da nuovi e radicali conflitti. Si tratta però di paradosso fittizio. E’ ragionevole pensare, gli eventi paradossali di questi giorni istigano a pensare, che sia proprio questa debordante maggioranza a trovar conveniente generare un senso di instabilità sociale e di disordine. Fomentare la rabbiosa reazione contro il diverso può essere politicamente conveniente per rendere il bisogno di sicurezza inappagato e continuo. Fomentare l’odio verso i giudici che hanno “firmato la condanna a morte di Eluana” può essere conveniente per alimentare il discredito dei giudici e sostenere la politica del governo sulla giustizia. La logica è studiata: avendo costruito la propria legittimità ideologica sul bisogno di sicurezza, questo governo è necessariamente interessato ad alimentare la percezione dell’insicurezza. Esso ha bisogno di cittadini impauriti per essere legittimato nel proprio ruolo e, nello stesso tempo, per riuscire a giustificare la propria impotenza quando è necessario.
Creare il bisogno di sicurezza alimentando la paura e l’insicurezza con la moltiplicazione esponenziale delle polizie: rendendo se possibile tutti gli italiani dei poliziotti, dai medici che dovrebbero diventare aguzzini dei pazienti non italiani ai pattugliatori padani in camicia verde.
La cenerentola è la politica, la quale giuoca un ruolo infimo e irrisorio in questo clima permanente e totale di stato d’emergenza, dove ad essere messe in circolo sono le opinioni morali, quelle religiose, quelle razziste, quelle personali di questo o quel ministro - opinioni cioè non politiche perché non mediabili e non traducibili in linguaggio normativo. Dove sia la sfera pubblica in questa giungla di vocabolari nessuno più lo sa. Con gravissimo rischio per tutti.
Che vi sia l’esigenza di rivedere le norme vigenti per scongiurare gli scioperi selvaggi, soprattutto nel settore dei trasporti, è un dato di fatto che nessuno può ragionevolmente contestare. Anche di recente le repentine agitazioni a singhiozzo, che hanno punteggiato l’interminabile vertenza di Alitalia, hanno confermato l’urgenza di una riforma.
La mobilità dei cittadini (e delle merci) non è soltanto un diritto primario ma anche una necessità economica oggi fondamentale per il benessere collettivo. Ma i modi con i quali il governo sembra intenzionato ad intervenire – a giudicare dalle anticipazioni sulla bozza di legge-delega in via di presentazione al Parlamento – lasciano trasparire qualcosa di ben lontano da una razionalizzazione della materia. L’animo di chi ha scritto le nuove norme, infatti, appare piuttosto ispirato da una tale volontà di rivalsa contro certi eccessi del sindacalismo da sconfinare nel desiderio di rendere così complicato il processo di dichiarazione di uno sciopero da azzerare in concreto la stessa possibilità di ogni astensione dal lavoro.
La novità più rilevante al riguardo è quella di rendere obbligatorio, prima della proclamazione dello sciopero, un referendum consultivo fra i lavoratori a meno che l’iniziativa non parta da sindacati che abbiano oltre il 50 per cento di rappresentatività nel settore. A prima vista, il provvedimento sembra mosso dal nobile fine di introdurre elementi certi di democrazia nel mondo sindacale: si sciopera se la maggioranza lo vuole. In pratica, però, la brillante trovata fa finta di non vedere o comunque ignora le contraddizioni democratiche insite in una tale procedura.
Punto primo: per evitare la procedura del referendum, come si fa a stabilire se l’organizzazione che intende proclamare lo sciopero supera oppure non supera la fatidica soglia del 50 per cento di rappresentatività? E´ da decenni che dall´interno stesso del mondo sindacale, segnatamente da parte della Cgil, si chiede una normativa per definire una volta per tutte forme e criteri oggettivi e riconosciuti di valutazione della forza rappresentata dalle singole organizzazioni.
Ma un po’ per la contrarietà delle confederazioni minori e molto per l’ignavia del potere politico nessun passo è stato mai fatto in proposito. E ora che il tema viene usato non per consolidare ma per ridurre il potere dei lavoratori si dovrebbe credere alla buona fede delle intenzioni governative? Ma se così fosse perché non si è fatta precedere questa legge da un’altra che sciogliesse, una volta per tutte, il nodo delle rappresentanze sindacali effettive? Punto secondo e complementare al primo. Suona davvero molto democratica l’idea di obbligare a un referendum per gli scioperi, ma perché – proprio poche settimane fa – tanto il governo quanto Cisl, Uil e Ugl hanno lanciato anatemi contro l’ipotesi avanzata dalla Cgil di fare un referendum sul contratto del pubblico impiego che la confederazione di Epifani non aveva sottoscritto?
Questa idea che le consultazioni dei lavoratori si debbano fare per gli scioperi e non per i contratti offre una concezione di democrazia sindacale a corrente alternata che non riesce a nascondere sia il proprio spirito repressivo di fondo sia un chiaro fine di discriminazione politica.
Come conferma una terza osservazione. E´ difficile che nel mondo dei trasporti vi sia un’organizzazione in grado di essere rappresentativa di oltre la metà degli addetti del settore. Ciò significa che il referendum dovrebbe diventare pratica senz’altro prevalente. A meno che più organizzazioni sindacali non si associno fra loro nella proclamazione dello sciopero. Ipotesi che tradotta in concreto comporta che o la Cgil opera d’intesa con Cisl e Uil oppure si scorda di andare da sola. Si erano già avuti segnali che l’attuale ministro del Lavoro, di antica fede craxiana, sia ossessionato da una volontà punitiva nei confronti della Cgil. Ora se ne ha l’ennesima prova.
Resta, infine ma non per ultimo, da segnalare un altro aspetto preoccupante di questa iniziativa perché la bozza di legge resa pubblica lascia al governo margini di delega assai indeterminati su una quantità di passaggi essenziali, a cominciare da quello relativo alla singolare novità dello sciopero cosiddetto virtuale.
Per cui alla fine dell’operazione ci si potrebbe trovare di fronte a scelte anche ben peggiori in termini di libertà di sciopero di quanto oggi si può già intravedere. Par di capire che siamo all’inizio di una brutta partita politica nella quale il governo – invece di cercare soluzioni mediate e condivise – punta a provvedimenti tali da giustificare reazioni così dure fra i lavoratori da poter poi rispondere in termini ancora più repressivi col favore di un’opinione pubblica fatta maliziosamente esasperare. C’è in tutto questo un alito da Anni Venti del Novecento che dà parecchio da pensare.
Dopo uno stallo durato mesi, riparte il progetto per la costruzione del Cerba, il Centro europeo di ricerca biomedica avanzata del professor Umberto Veronesi, che dovrebbe sorgere in un'area del Parco Sud. Ieri, nel corso di una riunione, i tecnici di Regione, Provincia, Comune, Parco Sud e Fondazione Cerba hanno finalmente approvato il testo finale dell´accordo di programma. La novità principale è un aumento di dieci milioni di euro degli investimenti per le opere di compensazione. Che passano così da 25 a 35 milioni di euro. In particolare, sono previsti l'ampliamento dell´area di parco attrezzato, l'allargamento di alcune strade e il prolungamento della metrotranvia. Una decisione attesa dal maggio scorso e la cui mancanza aveva convinto alcuni soci privati, in particolare Mediobanca e Telecom, a bloccare i finanziamenti, vista anche la crisi economica. Ora, dopo il superamento dello scoglio burocratico, cresce la speranza che ci ripensino. E che i lavori possano finalmente iniziare alla fine di quest´anno, o al più tardi all´inizio del 2010.
Dopo la riunione di ieri, tra i tecnici sembra tornata la fiducia. Anche perché il consenso "politico" di Regione, Provincia e Comune era già stato raggiunto. L'accordo di programma tra le istituzioni e la Fondazione Cerba, infatti, era un passaggio necessario per iniziare i lavori. Ora l´accordo raggiunto ieri dovrà essere nuovamente approvato dalle giunte del Pirellone, di Palazzo Isimbardi e di Palazzo Marino e infine dal consiglio comunale. Gran parte della discussione in questi ultimi mesi ha riguardato gli oneri di urbanizzazione: un progetto come questo, non a scopo di lucro, deve essere esente dal loro pagamento o no? Alla fine ha prevalso la tesi delle opere di compensazione.
I cantieri della nuova cittadella della scienza, in realtà, sarebbero dovuti partire all'inizio dell'anno per concludersi nel 2012. La speranza è che i soci privati, che nonostante le perplessità emerse sono rimasti dentro la Fondazione, a questo punto sblocchino i loro investimenti. Rappresentano il gotha della finanza e dell'economia: da Mediobanca alle Generali, da Banca Intesa a Capitalia, da Unicredit a Pirelli. Finora hanno investito 10 milioni di euro. Ma alla fine del 2008 hanno staccato l´ultimo assegno di 150mila euro.
L'accordo raggiunto si sarebbe dovuto siglare in realtà già a maggio, dopo la decisione della Provincia di stralciare il progetto da uno dei piani di cintura del Parco Sud e il parere positivo della Regione sulla valutazione di impatto ambientale. Ora potrebbe ripartire il conto alla rovescia: la prima pietra al più tardi all'inizio del prossimo anno nel cantiere di via Ripamonti e la conclusione dei lavoro tre anni dopo. Il nuovo centro sorgerà su un'area di oltre 610mila metri quadrati accanto allo Ieo, l'istituto europeo di oncologia diretto da Veronesi. Ospiterà laboratori per l'attività di ricerca, formazione e cura dei pazienti. Oltre a una unità interdisciplinare per l'oncologia, la cardiologia e le nanotecnologie applicate alla medicina e alle neuroscienze.
Nota: ad “aggravante” del progetto Cerba, non va dimenticato il suo uso strumentale come testa d’ariete per scardinare nel metodo e nel merito la tutela della greenbelt metropolitana milanese, e in generale quella degli spazi aperti, agricoli e naturali, come ha dimostrato il dibattito sul cosiddetto emendamento ammazzaparchi (f.b.)
L’economia sommersa come ammortizzatore sociale. È questa la strategia consapevolmente seguita dal governo nell´affrontare la recessione. Ha scelto di ridurre i controlli sui posti di lavoro.
Li ha ridotti nonostante potesse contare su più ispettori del lavoro di quelli a disposizione dei governi precedenti. Ne sono stati assunti 300 (quasi il 10 per cento in più) nel solo 2008 e 1100 nei due anni precedenti. Ma i controlli sono diminuiti. Nel 2008 sono calati del 6 per cento. E nel 2009 si ridurranno di un quarto. Ce lo dice tra le righe il Documento di Programmazione dell´Attività di Vigilanza nel 2009 predisposto dal ministero del Lavoro e reso pubblico in questi giorni. Se si prendono per buoni i dati forniti dal ministero sui controlli effettuati nel 2008, la riduzione delle ispezioni sarà del 24 per cento, con punte del 50 per cento nelle regioni del Sud (a partire dalla Calabria). Perché questa scelta? Il documento del ministero è molto esplicito a riguardo: «La criticità del momento contingente rafforza la scelta di investire su di un´azione di vigilanza selettiva e qualitativa, diretta a limitare ostacoli al sistema produttivo». Insomma, si preferisce chiudere un occhio, se non due, in questo frangente. Più chiaro di così!
È una scelta di politica economica molto pericolosa e fatta senza dire nulla ai cittadini, senza interpellare il Parlamento. Può portare a un ulteriore e forte peggioramento dei nostri conti pubblici nel 2009, ben al di là di quanto previsto nei documenti ufficiali del Governo. Forse per questo il ministro Tremonti è stato così prudente in questi mesi. Secondo l´Aggiornamento del Programma di Stabilità dell´Italia presentato dal governo a Bruxelles, l´indebitamento dovrebbe salire nel 2009 al 4,1 per cento nel caso, sempre più probabile, di una diminuzione del prodotto interno lordo del 2,5 per cento. Ma le previsioni del governo contemplano un anacronistico incremento delle entrate contributive nell´anno in corso e confidano su di un consistente recupero di evasione nella copertura del decreto anticrisi. Con la riduzione della tax compliance, il disavanzo potrebbe perciò avvicinarsi pericolosamente alla soglia del 5 per cento. Il tutto senza che vengano varati provvedimenti significativi a sostegno dell´economia e delle famiglie colpite dalla crisi. La vera manovra, a quanto pare, consiste nel dare spazio all´economia sommersa.
I controlli sui posti di lavoro sono molto efficaci nel recuperare base imponibile. Mediamente una ispezione su due porta al riscontro di frodi fiscali o contributive. Sempre in media, ciascun controllo compiuto dagli Ispettorati del Lavoro, dall´Inps, dall´Inail e dall´Enpals porta alle casse dello Stato fra tasse, contributi e sanzioni circa 55.000 euro, ben di più del costo unitario delle ispezioni. Questo significa che le ispezioni sono uno strumento molto efficiente nel recuperare base imponibile e che quella del governo è una scelta politica, probabilmente volta ad accontentare alcune fasce del suo elettorato di riferimento. È la stessa scelta, peraltro, resa esplicita nei nuovi orientamenti del Governo riguardo alle politiche di accertamento, che «non devono essere invasive nei confronti delle piccole e medie imprese», come recitano i comunicati dell´Agenzia delle Entrate (vedi Cecilia Guerra e Silvia Giannini su lavoce. info).
È una scelta pericolosa anche perché penalizza le imprese che possono portarci fuori dalla recessione permettendo invece la sopravvivenza di quelle più inefficienti. La distruzione creativa che avviene in ogni recessione avrà così luogo all´inverso: sopravvivenza garantita alle imprese con produttività più bassa, mentre si tartassano le imprese, in regola, quelle che hanno il maggiore potenziale di sviluppo, così come le nuove iniziative imprenditoriali che volessero nascere in chiaro, alla luce del sole.
È una scelta pericolosa perché lascerà a tutti noi un´eredità molto pesante di illegalità diffusa, di stato debole e invadente al tempo stesso. Debole perché non garantisce il rispetto della legalità. Invadente perché sarà la Direzione generale per l´attività ispettiva a programmare dal centro le ispezioni sulla base delle direttive del ministro, come affermato nella direttiva emanata il 18 settembre 2008 dal ministro Sacconi. È un accentramento di poteri senza precedenti.
L´economia sommersa, l´insieme di attività svolte senza pagare tasse e contributi sociali, conta tra un sesto e un quarto del nostro prodotto interno lordo, a seconda della stime. Vi sono delle regioni, come la Calabria, dove secondo l´Agenzia delle Entrate fino al ´94 per cento dell´imponibile Irap veniva nel 2006 sottratto al fisco. È una piaga nazionale, un fardello che pesa sulla parte più avanzata del nostro tessuto produttivo, localizzata soprattutto nel Nord del paese, costringendola a pagare anche le tasse degli altri (potrebbero essere di un quinto più basse se tutti le pagassero). Allontana la soluzione dei problemi dello stesso Mezzogiorno. Perché l´illegalità alimenta altra illegalità ben più grave: è proprio sullo smercio delle produzioni del sommerso economico che spesso vive e vegeta la criminalità organizzata, a partire dal "sistema" camorristico narrato con rara efficacia da Roberto Saviano. Ed è sempre molto forte l´intreccio fra, da una parte, evasione fiscale e contributiva e, dall´altra, quel mancato rispetto degli standard di sicurezza da cui scaturiscono molte morti bianche. Le recessioni offrono un´occasione per contrastare in modo significativo la violazione delle norme sulla sicurezza perché per le imprese è meno costoso mettersi in regola quando le attività sono più contenute e, quindi, la regolarizzazione non comporta costose interruzioni del ciclo produttivo. Ma perché le imprese siano indotte a mettersi in regola ci vogliono più ispezioni, non certo di meno.
Si dirà che reprimendo il sommerso si rischia di creare più disoccupazione in un momento già molto difficile per il nostro mercato del lavoro. Ma la disoccupazione viene creata proprio scaricando il peso della tassazione sulle imprese che operano alla luce del sole. Se il governo ritiene che la pressione fiscale sul lavoro sia insostenibile nell´attuale congiuntura, perché non riduce la tassazione sul lavoro, a beneficio di tutte le imprese in regola e di tutti i loro lavoratori? Perché non intensifica, al contempo, i controlli anziché ridurli, permettendo così di finanziare in parte i costi della riduzione delle imposte? In ogni caso, siamo in democrazia e gli italiani hanno il diritto di essere informati su questa scelta esplicita di politica economica del nostro esecutivo.
Il buon Franceschini ha dichiarato che Berlusconi è contro la costituzione. Forse l'ha fatto per dare un po' di colore al suo pallidissimo partito e togliere un po' di terreno sotto i piedi a Di Pietro. In ogni caso, evviva. Tuttavia, è solo la metà della storia. Berlusconi è l'attore supremo e il simbolo della trasformazione autoritaria in Italia. Ma c'è una parte entusiasta del paese che lo segue ed è questo che inquieta davvero.
Diamo un'occhiata alla mappa delle ronde pubblicata ieri da Repubblica. Pressoché assenti nel sud, tranne che a Napoli, dove peraltro i City Angels pattugliano saggiamente la zona bene di Chiaia, le ronde si infittiscono verso nord, fino a punteggiare la Padania da Cuneo a Trieste.
Si tratta di iniziative composite e molteplici. Ci sono quelle della Lega, i City Angels, i Blue Berets, gli ex poliziotti o carabinieri, le pattuglie antiabusivi (Venezia), con cane e pettorina (Torino), i nonni-vigili (Genova) e così via. Si va da una certa truculenza della Lega e della destra all'amabilità dei volontari nei parchi, sino, crediamo di capire, a istanze come «riappropriamoci del territorio». Chi sono gli obiettivi di questa montante volontà di controllare? Pedofili, potenziali stupratori, ladruncoli e scippatori, fastidiosi marginali, ambulanti, lavavetri, clandestini, nomadi, barboni. Dunque, per lo più, quei margini o scarti sociali a cui si attribuisce, nonostante la diminuzione costante dei reati, l'allarme generalizzato sulla sicurezza.
E chi sono i rondisti? I cittadini risoluti, i difensori del territorio, le vedette lombarde. Secondo me, qui c'è proprio il punto chiave dell'intera faccenda. Al di là del fatto che magari possono anche non essere esplicitamente di destra, i rondisti dimostrano che il messaggio della Lega ha fatto breccia nell'immaginario locale. Il territorio con al centro la casa. La via come prosecuzione della quiete domestica (una quiete del tutto fantastica, visto che la stragrande maggioranza delle violenze sulla persona e degli abusi sessuali ha luogo in casa). La strada come estensione della fabbrichetta. Dunque, la privatizzazione dello spazio pubblico. Come è noto, in uno spazio privatizzato non si danno conflitti. Per il momento, se qualcuno si oppone pubblicamente alle ronde, interviene la polizia. Ma giorno verrà in cui saranno i difensori del territorio a stabilire chi ha diritto di manifestare in pubblico.
Apparentemente, la cautela del governo verso le ronde, che per il momento non sono armate e vanno autorizzate, è all'insegna della protezione della legalità e contro gli abusi. A me sembra soprattutto la costituzione di cinghia di trasmissione tra poteri e soggetti. La costituzione di un autogoverno senza contenuti.
I cittadini, non più divisi dal conflitto sociale e tacitati sugli interessi, si coalizzano contro il buio. Una grande famiglia felice, che sbarra porte e finestre al tramonto. La la crisi economica risveglierà il conflitto, si potrebbe obiettare. E se invece il razzismo democratico, la bagarre perpetua contro i clandestini, la xenofobia di stato, la mobilitazione locale delle ronde non fossero esattamente la strategia per governare il conflitto che incombe, e cioè il fondamento di un regime autoritario e consensuale?
L’annuncio del governatore regionale Giancarlo Galan, che la scorsa settimana ha aperto la porta al progetto di Veneto City, il complesso direzionale e commerciale da due milioni di metri cubi che dovrebbe sorgere fra i Comuni di Dolo, Pianiga e Mirano, non è passato inosservato. E in attesa che l’iter urbanistico e politico dell’operazione faccia il suo corso, si mobilita il fronte che si oppone al progetto. Così il 15 marzo prossimo i "Cantieri sociali" annunciano nella sala convegni della Provincia una giornata di studio dal titolo eloquente: "Stop al consumo del suolo". Fra i relatori figurano l’urbanista Edoardo Salzano e la docente Maria Rosa Vittadini, i sindacalisti Salvatore Lihard e Oscar Mancini e lo studioso Alberto Asor Rosa che tirerà le somme della giornata.
Nel mirino dei promotori del convegno non ci sono però i promotori di Veneto City - ovvero il progettista Luigi Endrizzi e la famiglia Stefanel - ma la stessa amministrazione provinciale di Venezia. Questa, si apprende a Ca’ Corner, si sarebbe limitata a recepire alcune destinazioni urbanistiche a uso economico-produttivo già presenti nell’area dove dovrebbe sorgere il grande complesso direzionale e commerciale. Diversa la versione dei promotori dell’iniziativa: "La Provincia di Venezia - si legge nel documento che annuncia il convegno - ha adottato un piano territoriale di coordinamento (Ptcp) che raccoglie in modo indiscriminato tutte le grandi proposte di cementificazione e super infrastrutturazione del territorio che gruppi d’interesse, prevalentemente privati, hanno proposto negli ultimi anni. La cosa è particolarmente grave perché per la prima volta si dà copertura istituzionale a progetti come Veneto City e Marco Polo City a Tessera: mega interventi di urbanizzazione che hanno, quale unico scopo, la valorizzazione immobiliare, e si saldano strettamente a progetti di ampliamento della rete autostradale. Il carattere devastante del piano provinciale ha provocato la reazione di tutti i comitati e le associazioni che si battono per la difesa del territorio".
Sedici di essi, insieme a un nutrito gruppo di urbanisti, ha costituito un "tavolo di lavoro" il quale, dopo aver esaminato tutti gli spetti del Piano, ha presentato un’osservazione complessiva, alla quale la Provincia dovrà controdedurre. Così come dovrà controdedurre alle altre migliaia di osservazioni (tremila nella sola zona della Riviera del Brenta) che i comitati e le associazioni hanno presentato autonomamente, riprendendo e approfondendo quella del “tavolo”. "Si è trattato di un primo intervento comune - prosegue il documento - di tutte le forze che, sul territorio veneziano, si battono per la sua difesa. Vogliamo consolidare questo risultato".
L’atomo di Pantalone
Guglielmo Ragozzino – il manifesto
L'affare dell'energia è formidabile; un po' complicato, magari. Ieri Italia e Francia si sono accordate per un programma nucleare che in ipotesi potrebbe portare alla costruzione di quattro centrali in Italia nel giro di una decina di anni.
Le centrali non serviranno a risolvere i problemi energetici o ambientali italiani che sono diversi e maggiori. Grandi spazi di apprendimento scientifico non ce ne saranno: un altro obiettivo mancato. I francesi infatti sono titolari da molti anni di una loro tecnologia che riprodurranno tal quale da noi. Noi, in cambio, toglieremo dai guai la società francese del nucleare, Areva, che ha difficoltà a piazzare i suoi reattori. Nessuno al mondo li compra. Ma queste sono considerazioni meschine, come lo sarebbe contrapporre al nucleare il risparmio energetico o le rinnovabili. Da una parte vi sono grandiosi investimenti per imprese potenti che muovono capitali enormi; dall'altra piccole attività di persone comuni che vorrebbero scegliere, decidere della propria vita.
I francesi dell'Edf, Electricité de France, controllano in Italia la vecchia Edison, destinata, nel modello liberista, a svolgere il ruolo di concorrente di Enel. In nome dell'Europa, Edf ha avuto libertà di movimento. Ma in nome del grande capitale ha fatto un accordo con Enel, sottoscritto, ieri dai presidenti, Nicolas e Silvio. Edf ed Enel non saranno più veri concorrenti, ma soci, a braccetto. Nei dieci o quindici anni necessari a produrre il primo chilowatt, Edf, proprietaria delle centrali nucleari francesi, venderà a tutti i distributori italiani l'energia elettrica in eccesso che le è tecnicamente impossibile immagazzinare. I vantaggi per l'industria elettrica italiana saranno nell'importare energia al prezzo di liquidazione dei francesi e metterla in vendita nella rete italiana al prezzo maggiorato del sistema italiano. Inoltre i costruttori nazionali - Marcegaglia a capo della fila - potrebbero ricavarne qualche commessa.
L'impegno preso dal governo italiano, il primo tifoso di Enel, è quello di garantire l'ordine pubblico nei dintorni delle erigende centrali. Il sistema italiano dei reattori atomici è stato fermato dalla volontà della popolazione, venti e più anni fa. Più tardi, in questo secolo, un'intera regione, la Basilicata, ha impedito di scaricare a Scanzano Ionico le scorie di tutte le centrali dismesse. Così i francesi avranno chiesto - e ottenuto - garanzie e assicurazioni economiche: simili eccessi non si ripeteranno, avranno promesso in coro l'Enel e il governo italiano.
La gestione delle scorie è il motivo addotto da Obama per chiudere di nuovo ogni finanziamento governativo ai programmi di nuove centrali nucleari in Usa. Qui in Italia rimane un mistero.
Come altri misteri sono i siti per le centrali, i modelli stessi del nucleare all'italiana, tenuto conto che quello auspicato ancora non esiste, e soprattutto il nome di quel generoso mecenate che pagherà per gli studi e le prime esperienze del futuro atomo. Ma - volete scommettere? - il suo nome è Pantalone.
Radiografia del business atomico
Maurizio Ricci – la Repubblica
È chiarissimo perché la Francia voglia costruire quattro centrali nucleari in Italia. Nonostante il gran parlare di rinascita del nucleare, i reattori effettivamente in costruzione in Europa sono, in tutto, tre: due in Francia, uno in Finlandia.
La commessa italiana più che raddoppia il libro degli ordini, un traguardo assai appetibile per Areva, protabandiera dell’industria atomica francese, nel momento in cui deve difendersi dalla concorrenza degli altri reattori di terza generazione (i Toshiba-Westinghouse e i General Electric), deve cavarsi fuori dalla maretta creata dal divorzio con il partner tedesco di sempre, la Siemens e deve difendersi dalle polemiche sui ritardi nei progetti già in corso. Una salutare boccata di ossigeno. Non è altrettanto chiaro perché li voglia far costruire l’Italia.
Le motivazioni che vengono offerte sono, sostanzialmente, tre. Cominciamo dalla quarta, che nessuno dice ad alta voce, perché è poco elegante, ma che è fra le più efficaci. Il nucleare è, anzitutto, un grande business, di quelli che piacciono alle grandi aziende, perché muovono una montagna di soldi, vasti giri d’affari, appalti, commesse: è l’aria che i grandi gruppi, come quelli dell’energia, respirano più volentieri. Torniamo ora alla prima motivazione ufficiale, questa, invece, proclamata ai quattro venti: si tratta di assicurare la certezza dell’approvigionamento nazionale di energia, viste le incertezze sul gas, protagonista assoluto, oggi, dell’elettricità italiana. È una motivazione solida. L’obiezione che Gazprom si prepara a dimezzare il prezzo del suo gas (visto il crollo del petrolio) ha il fiato corto: il problema del prezzo del metano e della sua disponibilità si riproporranno presto, non appena la congiuntura mondiale sarà tornata al bello. Una seconda motivazione esplicita - assai più fragile - è che si tratta di partecipare ad un importante sviluppo tecnologico.
Enel ed Edison, i più importanti gruppi italiani, fanno già nucleare, sia pure fuori dai confini nazionali. I dirigenti dell’Enel si sono più volte vantati di poter utilizzare, nelle loro centrali, tutte le tecnologie nucleari oggi disponibili. Può essere ipocrita, visto che in Italia, poi, il nucleare non l’abbiamo voluto. Ma non si può dire che i tecnici italiani non vedano un reattore. Inoltre la tecnologia di terza generazione dei reattori in programma è, per unanime ammissione, transitoria. Se tutto andrà bene, nel 2030 dovrebbero arrivare i reattori di quarta generazione, quelli, per dirla in breve, che non producono scorie. È opportuno partire, come da scaletta, fra il 2020 e il 2025 con reattori destinati a durare 50 anni, ma che, dopo 5 anni, sarebbero già obsoleti?
Infine, l’energia atomica non produce anidride carbonica e, dunque, effetto serra. Che è vero, ma è anche vero che non è la sola.
Considerando il costo effettivo degli impianti nucleari che si stanno costruendo in Europa, le quattro centrali italiane costeranno all’incirca 20 miliardi di euro. Ovvero, un punto e mezzo del Pil nazionale. È legittimo chiedersi se - nel governo e nelle aziende - qualcuno abbia provato a valutare quali effetti avrebbe avuto un programma altrettanto ambizioso di sviluppo delle fonti rinnovabili: quali risultati avrebbe dato, come avrebbe posizionato l’industria italiana nella tecnologia futura dell’energia, quale sarebbe stato l’impatto sull’occupazione. È noto che, esaurita la fase del cantiere, nelle centrali atomiche lavorano in pochi, soprattutto se la tecnologia la compri all’estero.
Ci sono altri interrogativi da sciogliere. L’Italia si riaffaccia al nucleare senza aver preventivamente risolto né il problema delle scorie, né quello della localizzazione delle centrali. Per ora, al mondo, solo la Finlandia ha individuato un luogo, geologicamente sicuro, in cui immagazzinare i residui che resteranno radioattivi per migliaia di anni. In Italia, siti simili - al riparo, per dire, dai terremoti - non esistono. Quanto ai luoghi dove costruire le centrali, si è parlato molto di "brown sites", cioè dei posti in cui le centrali già c’erano. Sarebbe, però, sorprendente tornare, ad esempio, a Trino, in mezzo alle risaie del Vercellese, con le falde acquifere a diretto contatto del Po.
C’è ancora un elemento che serpeggerà, più o meno sottotraccia, nel dibattito dei prossimi giorni. Ed è la tesi che il kilowattora atomico costi poco. Questa è, come minimo, una scommessa. Il costo del kilowattora nucleare è determinato dal costo di costruzione dell’impianto, perché, fino a che la spesa non sarà ammortizzata, gli incassi servono a compensare il capitale investito nella centrale. È un costo rigido: la centrale atomica non si può spegnere o abbassare. Il reattore deve funzionare al 90-95 per cento della capacità, producendo, dunque, tot kilowattora, quale sia il prezzo finale. Quindi, l’investimento effettuato dalle aziende è il parametro cruciale. Avranno l’aiuto di sussidi, a carico dello Stato e del contribuente? Finora, questo è stato assolutamente escluso. Tuttavia, è bene sapere che, in Francia, il kwh nucleare costa poco, sia perché gli impianti sono già stati ammortizzati, sia perché lo Stato francese si fa carico dei costi delle infrastrutture, come di quelli del futuro smantellamento delle centrali obsolete, non piccoli, se si pensa quanto sta costando alla Sogin sbaraccare le vecchie centrali italiane.
In Italia, ad oggi, questo non sarebbe possibile. Tutti i costi dell’energia sono in bolletta: il sistema energetico italiano, oggi, si sostenta da solo. Quindi avremo un kwh nucleare che costerà tanto o poco, a seconda di quanto costeranno i kwh da altre fonti. Questa è la scommessa ed è tutta a carico del consumatore. Perché, poi, nell’attuale sistema italiano, il prezzo del kwh in bolletta è quello del produttore marginale, cioè più costoso. Potrebbe essere la centrale nucleare, costretta a produrre in ogni caso.
Se voi che leggete non siete dentro una soprintendenza o dentro il ministero dei beni culturali probabilmente non potete averne piena percezione. Però per le sorti del nostro patrimonio artistico, dei nostri musei, dei nostri scavi archeologici, archivi e biblioteche - che già soffrono come dannati, hanno una gestione centrale sbrindellata - oggi può essere una giornata gravida di dalle conseguenze pesanti. Che implicano anche il concetto di libertà di pensiero nella pubblica amministrazione, cioè nel Paese.
IL TERREMOTO
Esagerato? Vediamo un po’. Oggi pomeriggio si riunisce il consiglio superiore dei beni culturali: è organismo consultivo di esperti nominati dal ministro, comitati di settore e rappresentanti eletti dai dipendenti del ministero stesso, dalle università. Il suo ruolo è dare pareri su questioni importanti. Oggi ha, tra l’altro, in discussione i piani di spesa delle soprintendenze, e saranno dolori. Lo presiede, forse per l’ultima volta, Salvatore Settis, archeologo, preside della Normale di Pisa. Salvo sorprese si dimetterà. E con lui altri membri del consiglio.
Di sicuro ha formalizzato le sue dimissioni via fax alla segreteria ministeriale il professor Andrea Emiliani, esperto che aveva indicato Rutelli e Bondi confermato. Potrebbe lasciare Andreina Ricci. Potrebbe dimettersi Mariella Guercio, altra esperta. «Faccio quel che farà Settis. Abbiamo tenuto una linea condivisa e quindi la mantengo» . E questo lo afferma a l’Unità un nome autorevole, culturalmente «pesante», come Antonio Paolucci, già soprintendente, già ministro lui stesso nel 95-96, ora direttore dei Musei Vaticani. Come altri esperti, Settis lo aveva nominato Rutelli, Bondi l’aveva confermato. Ma Settis, per il ministro, si macchia di un peccato imperdonabile: osa criticare pubblicamente le scelte del ministero.
Critica la scelta di affibbiare un commissario alle soprintendenze archeologiche di Roma e Ostia, per di più della protezione civile, Bertolaso. Critica, Settis, la nascita di una direzione per la valorizzazione, slegata dalla tutela per di più affidata a un manager inesperto in materia d’arte o archeologia quale Mario Resca. Settis peraltro ha sempre coltivato il «vizio», se qualcuno lo ritiene un vizio, di criticare anche in pubblico le scelte di un ministro anche se lui ci lavorava a fianco. È successo a Urbani, è successo a Rutelli.
Succede con Bondi e Bondi non lo tollera. Il ministro sul Giornale attacca Settis e già, che c’è, il soprintendente di Pompei Guzzo, bravissimo archeologo, ma reo - a suo parere - di non risolvere i guai del sito.
VIA LIBERA AI «BARBARI»?
Ci sono dunque le dimissioni di Settis in ballo. Perché non è soltanto una faccenda di poltrone e travalica i confini dei beni culturali ma di libertà di pensiero? Lo riassume bene Mario Torelli, archeologo di lungo corso, curatore della bella mostra sugli etruschi aperta a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino all’8 marzo: «Questo ministro si leva di torno i tecnici perché danno fastidio, è un atteggiamento da ministro del ventennio fascista, per "non disturbate il manovratore"». Secondo l’archeologo, il ministro potrebbe avere in mente il sostituto di Settis e indica il collega Carandini. Ma Torelli dà voce a un fatto: nel ministero e nelle soprintendenze si dice poco in pubblico quel che si pensa per paura di ritorsioni. Cesare De Seta, un altro esperto di nomina direttamente ministeriale, dice al nostro giornale di voler discuterne oggi prima con Settis e poi valutare.
Il segretario della Uil Gianfranco Cerasoli mette il dito sul dubbio che arrovella parecchi: Settis non lasci, «le sue dimissioni sarebbero un regalo ai nuovi barbari», cioè «al trio Bondi-Brunetta-Tremonti» che, svitando bullone su bullone le soprintendenze e le loro risorse, affidandole a commissari
della protezione civile e quant’altro, stanno smantellando l`impalcatura statale che ha tenuto su dall’unità d’Italia a oggi. E questo dubbio - lasciando non si rischia di non porre più argini a manovre devastanti? - arrovella Marisa Dalai, studiosa designata dal Consiglio universitario nazionale.
Un dubbio che investe sempre più persone, nel nostro paese. E non solo per l’arte. Una via d’uscita in mente ce l’ha Vincenzo Vita, parlamentare Pd: invece di Settis «si dimetta Bondi.
Non cessano di stupirci le pulsioni dei nostri governanti nei confronti del mondo antico. Abbiamo sentito dell’incredibile progetto di far rivivere gli spettacoli circensi, al vero le corse alla Ben Hur, nel virtuale gli spettacoli gladiatori. Abbiamo visto l’inarrestabile corsa al commissario, a parole per far fronte ad insormontabili problemi di coordinamento amministrativo, di fatto per gestire l’ordinario in maniera autocratica. Ora si parla di singolari idee per la valorizzazione del patrimonio archeologico della Capitale, come quella del sottosegretario Giro, che vorrebbe approntare una seconda versione del grande plastico di Roma antica, realizzato settant’anni fa da Italo Gismondi per la Mostra Augustea della Romanità, poi traslato negli anni Cinquanta del secolo scorso con tutto il materiale di quella mostra nel Museo della Civiltà Romana all’Eur (di questa straordinaria istituzione avremo modo di occuparci in futuro) ed ora quasi unico frammento superstite di quel Museo, che tuttora suscita l’ammirazione dei turisti, di quei pochi che sanno dove trovarlo, di quei moltissimi che ne comprano le mille riproduzioni fotografiche vendute da tutte le bancarelle di souvenir.
Non so se l’on. le Giro ha idea di cosa comporti e soprattutto di quanto venga a costare una realizzazione del genere: si tratta di cifre con moltissimi zeri per un lavoro superfluo da fare in tempi di vacche magre. Evidentemente idee sensate per valorizzare l’enorme patrimonio archeologico di Roma di fatto non ci sono: si oscilla tra l’adorazione delle ricostruzioni al vero, in scala o in virtuale di una Roma di cartapesta e le risposte draconiane ai problemi, senza parlare di alcune iniziali uscite del sindaco Alemanno, come la dissennate proposte di urbanizzare la Campagna Romana o di mettere mano al piccone per distruggere la teca dell’Ara Pacis.
In questi giorni poi l’ago della bilancia pende verso l’antico inteso come arredo.
Una vecchia storia questa, che risale già alla precedente esperienza di governo di destra del 2001-2006. Chi ha dimenticato il festoso vertice di Pratica di Mare organizzato dal nostro premier e il suo fondale fabbricato con autentiche statue romane prelevate da grandi Musei Nazionali e artisticamente posate su prati artificiali? Come non ricordare la celebrazione del semestre italiano alla testa dell’Unione Europea contrassegnato da forti presenze classiche, nel caso specifico da un busto dell´imperatore Adriano, ancora una volta fatto pervenire nella sede della Presidenza nella capitale belga dalle collezioni di stato italiane?
Sempre sulla stessa linea di gusto di allora si vuole adesso graziosamente ornare le stanze del Cavaliere a Palazzo Chigi con statue romane, naturalmente prelevate dagli inesauribili magazzini dei nostri musei archeologici. Ma non finisce qui.
Costantemente ansioso di fare apprezzare i tesori del Belpaese, Berlusconi progetta un remake del vertice di Pratica di Mare in occasione del vertice del G 8, ma proporzionato ormai alla sua gloria imperiale: niente prati finti o il piattume della pianura Pontina, questa volta il fondale è quello dello stupendo paesaggio marittimo della Maddalena e l’arredo addirittura i Bronzi di Riace, ossia due delle pochissime statue originali pervenuteci dall’antichità, oggetto di un memorabile restauro di pochi anni fa, diretto da una grande archeologa prematuramente scomparsa, Alessandra Vaccaro Melucco, che con procedimenti d’avanguardia ha ricostruito persino la tecnica fusoria seguita per la realizzazione di quei capolavori.
La richiesta di prestito è stata sottoposta alle autorità di tutela e qualche illustre archeologo ha già detto che va appoggiata. Insomma è come se il Cavaliere chiedesse la Madonna della Seggiola come quadro da appendere a capo al letto, e la leonardesca Ultima Cena, opportunamente distaccata dalla sua sede milanese, per decorare la propria sala da pranzo.
La cosa ha uno suo interesse nell’ambito della storia del gusto: ricordo di aver usato già il caso di Pratica di Mare per illustrare ai miei allievi la mentalità dei ricchi parvenus romani, che rapinavano i tesori della Grecia per ornare le proprie villa al mare, affidandosi ad agenti per la scelta delle opere. Si sa che a scegliere il ritratto di Adriano mandato a anni fa a Bruxelles sarebbe stato lo stesso ministro dei Beni e delle Attività Culturali Giuliano Urbani, perché, riportavano i giornali, Adriano avrebbe il pregio di incarnare in maniera perfetta il simbolo del Buongoverno (la parola d’ordine di quegli anni...) e perché Berlusconi sarebbe un ammirato lettore delle «Memorie di Adriano», il capolavoro di Marguerite Yourcenar.
Il confronto con il gusto di rapina dei Romani è calzante: i musei grondano ritratti di poeti, filosofi e scrittori greci, cui i romani pensavano come modelli insuperati di una perfezione letteraria vagheggiata. Vorremmo proprio sapere chi ha fatto la scelta stavolta e soprattutto quale rinvio letterario si annida dietro questa scelta. Ma, a prescindere dalle continue prove di cattivo gusto offerte dalla nostra classe dirigente con queste geniali idee, la cosa di maggior rilievo è che la richiesta mette a rischio due capolavori assoluti, conservati - come è giusto e doveroso che sia - in ambienti climatizzati e continuamente monitorati nel Museo di Reggio Calabria, opere che in un paese civile nessuno penserebbe seriamente di spostare. Non fa meraviglia che le discutibili brame di un tycoon vogliano mettere a repentaglio quei delicatissimi bronzi per farne un personale trofeo: fa meraviglia che ci siano archeologi professionisti pronti a dichiarare che è ora di finirla con questa ossessione della tutela.
L’attacco a Settis e a Guzzo, i commissariamenti delle Soprintendenze da parte del ministro Bondi, lo svilimento generale dell’Amministrazione dei Beni Culturali fanno parte di una scelta politica che delegittima la tutela pubblica, devitalizza e, di fatto, liquida il Ministero preparando la privatizzazione commerciale dei beni culturali “ricchi”. Una politica che va respinta con forza e indignazione.
Mentre le Soprintendenze stentano sempre più, per mancanza di fondi, a svolgere i loro ordinari compiti di tutela e rischiano di agonizzare con l’arrivo di sempre nuovi tagli di risorse accettati supinamente dal ministro Bondi, questi attacca frontalmente la sua stessa amministrazione. La delegittima sul piano tecnico-scientifico “dando spazio a figure nuove, con specifiche competenze manageriali, in grado per esempio di leggere un bilancio” (dall’intervento del 23 febbraio sul “Giornale”), come se l’attuale personale di Soprintendenza, tecnici e amministrativi, e quanti li hanno preceduti avessero portato allo sfascio, per ignoranza delle leggi economiche, le strutture della tutela e della valorizzazione. La svuota di poteri e di competenze specifiche moltiplicando i commissariamenti calati dall’alto (Pompei, aree archeologiche di Roma e di Ostia, ecc.) e reclutando supermanager e superesperti che, oltre a mortificare la dirigenza dei Beni Culturali, peseranno su di un bilancio già stremato che il piano Tremonti, da qui al 2011, riduce a cifre di pura sopravvivenza. Bondi e altri ministri di questo governo trattano poi la rete dei musei, dei monumenti, dei siti – evidentemente non conoscendola – come una sorta di antiquata e polverosa zavorra. Essi rimuovono il fatto che nel periodo 1996-2007 i visitatori dei musei, dei circuiti museali e delle aree archeologiche sono saliti da 25 a 34,5 milioni con un incremento del 38 per cento e che i relativi introiti sono più che raddoppiati balzando da 52,7 a 106 milioni di euro con un incremento del 101 per cento. Con una flessione o una stasi nel 2008 anno di crisi per tutte le correnti turistiche, a cominciare dalle più qualificate. Risultati formidabili conseguiti da questa Amministrazione pur sottopagata e con mezzi tecnici e finanziari sempre insufficienti. Si può fare certamente di più e di meglio su questo e su altri piani, a cominciare da una più incisiva e diffusa tutela del nostro paesaggio minacciato da mille insidie speculative. Ma lo si può incoraggiando, motivando, dotando di mezzi una Amministrazione onesta (non un solo implicato di alto livello in Tangentopoli), competente e leale verso lo Stato.
Il ministro Bondi ha invece scelto la strada opposta, quella della delegittimazione, dell’esautoramento, del richiamo intimidatorio al silenzio e all’ordine. Che ora rivolge pubblicamente ad un personaggio di alta competenza internazionale e di qualificato impegno culturale e civile come Salvatore Settis, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali ingiungendogli dalle colonne di un giornale appartenente alla famiglia del presidente del Consiglio di allinearsi e tacere, di cessare cioè dalla funzione critica che, in ogni democrazia compiuta, viene riconosciuto agli intellettuali. E analogo trattamento viene riservato ad uno dei più valorosi studiosi e soprintendenti, a Pier Giovanni Guzzo che tanto ha fatto, per la sua parte, a Pompei, in Puglia, in Emilia-Romagna. Un ordine rivolto al professor Settis affinché tutti i componenti critici del Consiglio Superiore intendano e chinino il capo in silenzio, pronti ad accettare qualunque cosa, anche l’umiliazione di vedere spregiata una rete di tutela e di musei ammirata, in linea generale, dai direttori dei maggiori musei del mondo, dagli esperti di ogni Paese. Noi siamo con loro in queste ore davvero drammatiche per l’autonomia della cultura.
Lo stesso commissariamento straordinario promesso un mese fa alle aree archeologiche di Roma e Ostia rappresenta un autentico suicidio anche sul piano dell’immagine turistica di una Capitale che coi fondi della legge Biasini e del Giubileo – spesi e spesi bene nella collaborazione piena, allora, fra Stato, Regione, Provincia e Comune – ha restaurato e riaperto siti e monumenti romani, ha inaugurato nuovi splendidi Musei (ex Collegio Massimo, Palazzo Altemps, ex Centrale Montemartini, Crypta Balbi, ecc.), altri ne ha riallestiti e ammodernati (Galleria Borghese e Musei Capitolini in testa) riacquistando così prestigio e attirando nuovi visitatori da tutto il mondo. In poche battute un patrimonio formidabile – di sostanza e di immagine – viene buttato in discarica dal Ministero e dal Comune di Roma con l’incoraggiamento di esperti esterni pronti a nuove e ricche consulenze. Un’operazione inaccettabile, sotto ogni punto di vista (compreso quello dell’immagine internazionale), contro la quale protestiamo indignati chiedendo al presidente della Repubblica, custode attivo della Costituzione, la operante difesa e attuazione del dettato dell’articolo 9 della suprema carta (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”), chiedendo alla pubblica opinione, agli organi di informazione di non far passare sotto silenzio la rovina che viene rovesciata sui nostri beni culturali e paesaggistici con l’intento di smantellare – qui come nella scuola, nella sanità, nella ricerca – tutto ciò che è pubblico operando di fatto per la privatizzazione di quei beni in grado di produrre incassi e profitti. Cosa che non accade in nessun’altro Paese civile e avanzato dove la cultura viene in genere potenziata nei momenti di crisi anziché indebolita, intimidita, ammutolita. Non a caso al pari della Storia dell’Arte che già si insegna pochissimo e che questo Ministero dell’Istruzione vuole insegnare ancor di meno.
Assotecnici, Associazione “R.Bianchi Bandinelli”, Comitato per la Bellezza, Eddyburg, Italia Nostra, Legambiente, PatrimonioSos, WWF.
Il braccio di ferro fra Sandro Bondi e Salvatore Settis ha raggiunto il suo apice. Domani si riunisce il Consiglio superiore dei Beni culturali e ai diciotto suoi membri Settis, che del Consiglio è il presidente, leggerà una lettera di dimissioni. Molto motivata e molto dura, si sente dire. Ma non sarà solo il direttore della Normale di Pisa, storico dell’arte antica e dell’archeologia, ad andarsene. Dalle indiscrezioni che filtrano saranno almeno in quattro, forse in sei a lasciare l’incarico. E a quel punto non si sa quale sarà la sorte del principale organo di consulenza del ministero.
Nel frattempo tornano insistenti le voci che vorrebbero lo stesso Bondi in partenza dal ministero. Lo attende l’incarico di coordinatore del Pdl.
Al suo posto si insedierebbe Gaetano Quagliariello, attualmente vicepresidente dei senatori del centrodestra, il quale rinnoverebbe anche molto del personale che affianca Bondi.
Ma fintanto che è al Collegio Romano, Bondi sfodera la sciabola. Il ministro ha reagito con durezza alle ultime dichiarazioni di Settis (una lunga intervista a L’espresso di venerdì, alla quale il titolare del dicastero ha replicato con un articolo sul Giornale). Lo scontro ha però radici antiche, il dissenso sulle linee di conduzione del ministero si è fatto più marcato con il passare del tempo. Qualche volta si è composto, ma ora sembra che non sia più possibile. «Se avesse voluto cercare un espediente per rassegnare le dimissioni», ha scritto il ministro, «il professor Settis non ne avrebbe potuto trovare uno migliore». E quale sarebbe l’espediente? Il sensazionalismo mediatico, l’aver espresso ai giornali le sue critiche. Peggio ancora, secondo il ministro, se si tratta di «stampa di opposizione».
È proprio questo uno dei motivi della rottura. Settis non accetta di mettere il bavaglio. E così come è stato nel luglio scorso, quando denunciò il taglio di oltre un miliardo di euro nei bilanci già dissestati del ministero (il sottosegretario Francesco Giro di fatto lo licenziò, ma poi fu recuperata un’intesa con il ministro), anche stavolta il direttore della Normale non rinuncia a contestare le iniziative più discusse del ministero. Forte del fatto di essere presidente di un organo di consulenza e non un dirigente del ministero, soggetto a vincoli burocratici.
Un duro contrasto si è manifestato con la nomina a direttore generale di Mario Resca, ex amministratore delegato della McDonald’s, al quale Bondi aveva in un primo tempo affidato poteri straordinari sulla gestione dei musei, sulle mostre, sconfinando persino nel campo della tutela. La reazione di tutte le associazioni di salvaguardia, la raccolta di migliaia di firme e una bocciatura netta da parte di tutto il Consiglio superiore, presieduto da Settis, indussero Bondi a una mezza marcia indietro, giudicata insoddisfacente da molti: Resca, che non aveva nessuna competenza in fatto di management culturale, si sarebbe occupato solo della valorizzazione (ma la nomina ancora non è formalizzata).
Settis e il Consiglio non avevano taciuto il loro dissenso nei confronti della scelta, per esempio, di prestare a un museo del Nevada alcuni disegni di Leonardo, un’iniziativa fortemente sostenuta da Alain Elkann, consulente di Bondi, ma osteggiata dalla direttrice della Biblioteca reale di Torino che quei disegni custodiva. Anche la decisione di commissariare l’area archeologica romana ha incontrato le perplessità di Settis, oltre che l’opposizione dura di tutti i funzionari delle soprintendenze di Roma e di Ostia e di quattromila fra professori universitari e studiosi italiani e stranieri.
Tutte queste e altre iniziative del ministero andavano nella direzione, agli occhi di Settis, di un progressivo svuotamento delle soprintendenze, per altro verso lasciate a languire, indebolite e delegittimate. Nel giro di pochi anni da quegli uffici andranno via molti funzionari che non verranno sostituiti. Già nei prossimi mesi resteranno scoperti alcuni fra i principali posti di soprintendente. È difficilissimo apporre dei vincoli di tutela e alcuni soprintendenti temono di non essere appoggiati dai vertici del ministero, anzi si sentono sempre in bilico, minacciati di trasferimento.
In questa situazione ai limiti del collasso, sono stati istituiti commissari, i cui compiti sono ancora incerti. A Pompei il commissario Renato Profili non ha fondi propri, ma attinge a quelli ordinari della Soprintendenza. A Roma, dai Fori al Palatino, dai Mercati Traianei a Ostia, non è chiaro di che cosa si occuperà Guido Bertolaso, responsabile della Protezione civile.
Ma che sia quest’ultima struttura quella che, agli occhi di chi dirige il ministero, fornisce maggiori garanzie lo prova il bando lanciato dal commissario a Pompei per assumere, anche con compiti di custode, volontari della Protezione civile.
«I difetti più evidenti della società economica nella quale viviamo sono l’incapacità a provvedere la piena occupazione e la distribuzione arbitraria ed iniqua della ricchezza e dei redditi»
J.M. Keynes 1936
Perchè il lavoro vale così poco? La domanda dovrebbe essere centrale per tutti i governi, le istituzioni internazionali, i partiti di ogni schieramento di fronte alla divulgazione quotidiana di licenziamenti, esuberi, tagli, ristrutturazioni, scioperi e proteste. Da quando è scoppiata nel 2007 questa crisi economica mondiale, la prima dell’età globale, indotta da una finanza corrotta e malata, i lavoratori di ogni livello, reddito e professione, sono stati le prime vittime. Si contano a milioni le donne e gli uomini che ad ogni latitudine sono buttati fuori dal ciclo produttivo, hanno perso il posto in ufficio, in fabbrica, a scuola.
Chi paga sono i lavoratori, questo è certo. Magari i repubblicani Usa perdono le elezioni perchè non hanno saputo fronteggiare la recessione, forse il simpatico gangster della finanza Bernard Madoff finirà in galera, ma l’evidenza più drammatica della crisi è la disoccupazione di massa, l’impoverimento dei cittadini, le tensioni sociali che salgono a livello d’allarme in tutto le economie industrializzate.
La centralità smarrita Il lavoro, non solo come fonte di reddito, ma come valore sociale, culturale ha perso importanza, non è più prioritario nemmeno per quelle formazioni politiche che ispirano, o ispiravano, la loro azione alla difesa, all’emancipazione dei lavoratori. Per la prima volta, forse, una gravissima crisi economica vede i partiti della sinistra sulla difensiva, a volte non ci sono nemmeno, o non riescono più a rappresentare gli interessi, le paure, le speranze di milioni di persone.
Davanti alla recessione la sinistra è in difficoltà in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Spagna. In Italia la sinistra più radicale non è nemmeno rappresentata in parlamento, e quella più moderata e per questo si vorrebbe assai “moderna”, che dovrebbe ritrovarsi nel partito democratico, fa fatica a parlare, a farsi vedere, a cogliere la drammaticità del momento. È un paradosso: c’è la crisi mondiale e non c’è più una sinistra, arcaica o innovativa che sia. Si potrebbe oggi immaginare e combattere per un nuovo modello economico, delineare una strada diversa di sviluppo, invece niente. La «centralità del lavoro» di un tempo passato, che significava soprattutto in Italia far pesare anche politicamente l’identità sociale dei più deboli, è stata soppiantata da altri principi e mode di valore assai dubbio.
Eppure la realtà dovrebbe risvegliare sensibilità e anche passioni (se non fosse una parola un po’ troppo forte in questa stagione di anemia politica) per ridare al lavoro l’importanza che merita. Quest’anno nel mondo si perderanno cinquanta milioni di posti di lavoro, secondo l’Ilo, l’agenzia dell’Onu. L’America ha denunciato un taglio di 3,6 milioni di occupati. La Spagna e l’Irlanda sono individuati dagli economisti come i punti più deboli dell’Europa. Zapatero vive la stagione del disincanto dopo gli anni del trionfo e fa i conti con un tasso di disoccupazione superiore al 14%. L’Irlanda, paragonata per anni alle tigri asiatiche per i suoi tassi di sviluppo record, oggi ricorda all’improvviso le immagini della depressione di un secolo fa.
E sono i lavoratori a vivere la contraddizione di un’economia globalizzata che un giorno ti porta soldi e benessere e il giorno dopo licenziamenti e povertà. Un esempio emblematico di questa crisi viene proprio Limerick, distretto industriale iralandese. Quindici anni fa arrivò la multinazionale americana Dell che installò una bella fabbrica per l’assemblaggio di personal computer. Oggi Dell ha deciso di spostarsi in Polonia dove il costo del lavoro è molto inferiore. I sindacati di Limerick hanno scritto una lettera ai colleghi di Solidarnosc: «Tra qualche anno Dell se ne andrà in Ucraina o altrove perchè dirà che il lavoro costa troppo..» hanno denunciato gli irlandesi.
C’è sempre qualcuno che costa meno in questo mondo, dove il lavoro perde valore.
Le dimissioni di Veltroni e le convulse giornate del Pd, o di quel che ne resta, culminate nell’elezione di Franceschini a nuovo segretario, hanno oscurato una vicenda che forse meriterebbe qualche riflessione e spiegazione: quella del nuovo Cda Rai. Non si vede perché il Pd abbia partecipato all’ennesima abbuffata di poltrone in base alla legge Gasparri, anziché restarne fuori e battersi per cambiare la legge e departitizzare la Rai. Ma c’è dell’altro. Il vecchio Cda, nominato nel 2005, era composto da 5 esponenti del centrodestra (Petroni e Urbani di FI, Malgieri di An, Bianchi Clerici della Lega, Staderini dell’ Udc) e 4 del centrosinistra (Petruccioli e Rognoni dei Ds, Rizzo Nervo della Margherita, Curzi del Prc). Quello nuovo ne avrà 5 del centrodestra (Verro e Gorla di FI, anzi di Mediaset, Bianchi Clerici della Lega, Rositani di An, cui presto si aggiungerà il solito Petroni, pure lui di FI, nominato dal Tesoro), 3 del Pd (Rizzo Nervo e Van Straten, scrittore e amico di Veltroni, cui dovrebbe aggiungersi il nuovo presidente: o Petruccioli o Pietro Calabrese) e 1 dell’Udc (De Laurentiis). In apparenza nulla cambia: l’Udc ora sta all’opposizione, o almeno così dice,e il Pd ha deciso di regalarle la quarta poltrona riservata alle minoranze, tagliando fuori l’Idv e la galassia della sinistra (che hanno almeno il doppio dei consensi dell’Udc). Scelta davvero curiosa: i rovesci elettorali del centrosinistra in Abruzzo e in Sardegna che han portato alle dimissioni di Veltroni hanno visto l’Idv e la sinistra alleate col Pd, mentre l’Udc marciava ora sola ora addirittura con la destra. Se, puta caso, l’Udc rientrasse all’Ovile delle Libertà, come chiede l’azionista di maggioranza Totò Cuffaro, il centrodestra si ritroverebbe con 6 consiglieri su 9. Del resto già ora c’è da dubitare che il consigliere Udc Rodolfo De Laurentiis, da anni membro della Vigilanza Rai, si batterà contro l’occupazione berlusconiana della tv pubblica. Finora anzi s’è sempre associato agli anatemi del berlusconismo più oltranzista contro i pochi programmi liberi sopravvissuti. Il 9 marzo 2007, per esempio, De Laurentiis attaccava alzo zero Michele Santoro: “Annozero dimostra che ormai non è rimasto altro mezzo che l'aggressione e l'intolleranza. Calpesta la sensibilità altrui in nome di un'ideologia che vuole accampare diritti a tutti i costi. Il programma a senso unico di Santoro non risparmia nemmeno il credo religioso dei cattolici con continue picconate”. Il 21 maggio 2007 tornava alla carica in una nota congiunta coi pasdaràn berlusconiani Butti e Lainati: “Santoro è in pieno delirio di onnipotenza. Fa finta di non capire e si lancia in invettive giustizialiste contro i vertici dell'azienda”. Se questo è un consigliere d’opposizione, figurarsi quelli di governo.
Il paesaggio, che faticosamente pareva essere entrato nel novero dei beni comuni e con orientamenti bipartisan, ogni tanto viene rimesso in mezzo come un anfratto ideologico visto in maniera predatoria, in particolare da una precisa parte politica. E, soprattutto, la tutela del paesaggio rappresenta, ad occhi non scevri da interessi di piccolo cabotaggio, un esproprio anti-liberale che contrasta con le proprie, comode, concezioni di sviluppo.
Non è un caso che la prima dichiarazione del neo-presidente della Regione Sardegna Cappellacci è stata quella, incontenibile, sulla necessità di modificare l’odiato piano paesaggistico e l’armatura delle tutele messe in piedi dalla giunta Soru.
Dalla Campania viene un messaggio a volte contraddittorio e, soprattutto, subdolo perché nascosto dietro il fragile paravento del tradizionale ambientalismo di sinistra. Negli ultimi anni, infatti, si è forgiata una strisciante serie di leggi e norme regionali che in molti casi hanno, di fatto, deregolato buona parte della materia paesaggistica, affidandone la tutela non tanto alla norma tout-court, chiara, sufficientemente vincolante e inserita in un quadro pianificatorio nitido e di medio-lungo periodo, ma ad un farisaico sistema di verifiche ex-ante (di tipo auto-certificativo) e controlli ex-post, che nessuno tra Comuni, Province e Regione si prende la briga di fare concretamente e che si espone a cavillosità di tipo giuridico che molto spesso favorisce lo speculatore. Il caso della Penisola Sorrentina erosa dai parcheggi interrati è un esempio di incredibile attualità e affogato, tra l’altro, in un silenzio delle istituzioni colpevole e complice.
Tuttavia, almeno a parole, pochi a sinistra mettono in discussione acquisizioni fondamentali come piani paesistici, vincoli ambientali, tutela del verde residuo, ricostruzioni di ecologie urbane e di ecosistemi rurali, e così via. Ma secondo quali paradigmi, in questo campo, il centrodestra campano si candida a governare? Ad oggi non è noto un programma compiuto sui percorsi di sviluppo e di tutela del territorio che il centro-destra ritiene prioritari e intende applicare nell’eventualità di una vittoria. Un vuoto di idee e proposte che, in attesa che qualcuno si decida a colmarlo, non fa ben sperare, soprattutto se si fa riferimento ad alcune esperienze di governo locale.
A Roma, ad esempio, l’avvento della giunta Alemanno ha intensificato quanto già veniva in parte contestato a quella precedente: la saturazione edilizia dell’Agro romano, con venticinquemila nuovi appartamenti e 9 milioni di metri cubi, da costruire ancora su altri 750 ettari di quel che resta dell’Agro. Nella Milano della Moratti (opere per l’Expo a parte) siamo in piena epopea dei parcheggi interrati: si scava ovunque, in suoli pubblici e privati, nel centro città, con modifiche e varianti al programma parcheggi, in un processo continuo di privatizzazione del bene pubblico e con la nascita di comitati di cittadini spaventati da questa invasione nella loro quotidianità. L’assessore milanese allo sviluppo del territorio, Carlo Masseroli, ipotizza con un po’ di fantasia, 700.000 abitanti in più nella città e paventa la necessità di un aumento dell´indice di fabbricazione da 0,65 a 1 mq/mq (fonti: Eddyburg.it).
Le dichiarazioni del neopresidente della Regione Sardegna sono chiare, ma anche nell’altra isola a gestione centrodestra, la Sicilia, le idee sullo "sviluppo" sono associate a gestioni private di beni pubblici, alla "valorizzazione" di aree tutelate (valorizzazione che in genere implica la "necessaria" costruzione di strade, locali di accoglienza, strutture "provvisorie", aree di ristoro, eccetera.), come si è ipotizzato, tanto per fare un esempio, per la Valle dei Templi di Agrigento. A livello governativo, poi, le leggi sul condono edilizio sono una specialità berlusconiana che non trova riscontro in altri Paesi d’Europa. Su questo breve sfondo dovrebbero innestarsi le candidature locali del centrodestra e i loro programmi, ancora taciuti, per il territorio e per il paesaggio. A cominciare dalla Provincia di Napoli. Sarebbe utile saperne qualcosa in più.
Il punto di partenza non possono che essere le immagini e il testo di Aldo Sestini nella collana Conosci l’Italia del Touring del 1963. I tipi di paesaggio individuati nell’Italia centrale sono una ventina, dalle colline dell’Umbria ai massicci dell’Appennino abruzzese, dai monti calcarei del Lazio a isole, spiagge e promontori tirrenici. La descrizione si sofferma in particolare sui caratteri naturali e sulle coltivazioni che allora occupavano la maggior parte del territorio, mentre l’insediamento umano è trattato molto succintamente. Il paesaggio delle colline toscane sembra ancora quello attraversato da Guidoriccio da Fogliano. Sestini non sembra preoccupato da quella che definisce “la questione dell’armonia dell’impronta umana nel paesaggio” e dalle “lagnanze che spesso si muovono a riguardo della deturpazione di paesaggi di particolare bellezza o specialmente caratteristici”. Solo in Versilia l’urbanizzazione è già allora dominante: “un susseguirsi quasi continuo di abitazioni, di ville e villette d’ogni tipo, di alberghi, di grandi edifici per colonie, di giardini privati e pubblici, di viali, d’impianti balneari”.
Che è successo nel meno di mezzo secolo trascorso dalla pubblicazione del volume del Touring? È successo che il paesaggio descritto da Sestini non esiste più. Fatte salve, in parte, le montagne, il restante territorio è irriconoscibile. È diverso il paesaggio agrario, non ci sono più la mezzadria, i coltivi promiscui, le minute reti infrastrutturali. Ma, soprattutto, l’urbanizzazione è dilagata in ogni direzione. Un paesaggio rimasto sostanzialmente stabile per secoli, nel giro di pochi decenni è stato annientato. Il dato che più di ogni altro descrive la rovina è la dissipazione del suolo agricolo o in condizioni naturali. Mentre in Italia la popolazione è cresciuta, più o meno, del venti per cento, in alcuni luoghi la superficie urbanizzata è aumentata anche di più del mille per cento (a differenza di altri paesi europei, da noi non esistono dati ufficiali e si moltiplicano le stime dilettantesche o di comodo).
In Toscana, nella maggior parte del territorio collinare e montano, gli insediamenti sono tuttora radi, ma nei fondovalle, lungo la costa settentrionale e nelle pianure principali l’occupazione del suolo ha superato il livello di guardia. Firenze e la sua sterminata periferia sono ormai connesse a tutti i capoluoghi provinciali, con la sola eccezione di Grosseto, in un unico, continuo sistema insediativo regionale (e anche interregionale, verso La Spezia).
Ma il peggio succede nell’Agro romano, il paesaggio forse più celebre dell’Italia centrale. “I pini a ombrello solitari o i ciuffi di eucalipti […] ne costituiscono un ornamento di maggior risalto, insieme alle suggestive arcate degli antichi acquedotti, alle rovine di ville e di monumenti sepolcrali romani”: così lo descrive Sestini, non diverso da quello che videro i viaggiatori del Gran Tour. Negli ultimi quarant’anni quel paesaggio è stato massacrato, e il nuovo piano regolatore della capitale ha sferrato il colpo di grazia prevedendo ancora espansioni per almeno 15 mila ettari, in tutte le direzioni, fino alla saldatura con i comuni limitrofi. Un’espansione a bassa densità, che in alcuni nuovi quartieri si ferma a tredici abitanti per ettaro. Un dato delittuoso, una periferia che non sarà mai città, dominata da ben trentuno giganteschi nuovi centri commerciali, tutti costruiti negli ultimi dieci anni.
Così è finita la più importante risorsa archeologica del mondo, lo spazio che da millenni isolava Roma dal resto del Lazio. Dapprima fu solo Italia Nostra, con Paolo Berdini e pochi altri benemeriti, a denunciare il sacco della capitale (con Legambiente che ci accusava di essere quelli che sanno dire solo no). Poi, seppure in ritardo, soprattutto dopo un ottimo servizio di Report, anche la stampa benpensante ha cominciato a raccontare la verità.
Dobbiamo insistere, estendere e rafforzare la contestazione al modo con il quale si distrugge il nostro paesaggio, la nostra storia, il nostro futuro. Non solo a Roma. Dalla nostra parte ci sono tutte le ragioni e le condizioni per pretendere che si ponga fine alla catastrofe. A Londra un incremento della popolazione di un milione di persone in dieci anni è stato fronteggiato senza consumare neanche un metro quadrato di green field, solo recupero di aree dismesse. Severissime politiche di consumo del suolo sono perseguite in Germania e in altri paesi europei.
L’Italia procede invece nella direzione opposta. Alla Camera dei Deputati è ripreso il dibattito sul famigerato disegno di legge Lupi, che incentiva il consumo del suolo, obbliga i pubblici poteri a negoziare con la proprietà fondiaria, elimina gli standard urbanistici. Estende insomma a tutt’Italia il modello milanese. Quella proposta era già stata approvata dalla Camera nel giugno 2005, con il voto favorevole anche di alcuni parlamentari del centro sinistra. Per fortuna, smentendo tutte le aspettative, non fu approvata dal Senato. Adesso torna nelle aule parlamentari, e per Italia Nostra diventa indispensabile promuovere la stessa mobilitazione che, all’inizio del 2006, scongiurò la tragedia.
"Trasformate le vecchie ferrovie abbandonate in piste ciclabili e itinerari turistici". La proposta - che verrà rilanciata domani in un convegno di Italia Nostra, Società geografica italiana e Associazione Greenways - ha l’obiettivo di recuperare una rete lunga oltre cinquemila chilometri e di valorizzarla dal punto di vista paesaggistico. "Quei binari - dicono gli organizzatori - sono un bene culturale del nostro Paese. Non è un’operazione nostalgia ma un modo per costruire nuovi percorsi "verdi" alternativi alla rete autostradale dominio delle automobili".
Sono migliaia di chilometri, attraversano ordinatamente campagne e vallate, s´inerpicano con discrezione sulle montagne, si affacciano appena visibili sulle coste. Sono vecchie ferrovie, formano una rete di binari dismessi, sono il paesaggio ferroviario abbandonato, rimasto in balìa della natura che lentamente se ne riappropria.
Un convegno nella sede della "Società geografica italiana", "Ferrovie e paesaggio", ricorda domani l’Italia dei treni, quando non esisteva l’Alta velocità e viaggiare era un rito forse lento, un po’ scomodo, ma che aveva le sue emozioni e la sua mitologia. Soprattutto permetteva, prima dei display di cellulari e computer, prima delle gallerie infinite e dei finestrini sbarrati, di godere di paesaggi suggestivi, di vagare distrattamente con lo sguardo così che lo spostamento non fosse solo un vuoto tra una destinazione e l’altra, un tempo morto. Il convegno, organizzato da Italia Nostra, Società Geografica italiana, Associazione Greenways, è il primo appuntamento della "Giornata delle ferrovie dimenticate" che verrà celebrata il primo marzo.
"Riteniamo che il patrimonio ferroviario storico, il suo capitale fisso e mobile, che è stato parte della nostra vicenda moderna di nazione, che è stato frutto di ingegneria innovativa, che ancora segna molte parti del nostro territorio, non debba essere abbandonato", spiega Albano Marcarini, presidente di Co. Mo. Do., Confederazione per la mobilità dolce. "Forse non avrà il credito e l’altezza culturale di un grande dipinto, di una celebre chiesa, ma è certamente qualcosa che è entrato fortemente nella vita di tutti noi. Pensiamo che il ‘paesaggio ferroviario italiano’ debba essere recuperato e valorizzato in qualità di bene culturale".
Quello delle ferrovie dismesse è un patrimonio che attraversa l’Italia, collega città, paesi, borghi, è fatto anche di ponti, viadotti, gallerie, stazioni e caselli, architetture del secolo appena passato collocate in posizioni strategiche, che lentamente si sgretolano. Con il progetto di legge 1140, Co.Mo.Do, grazie alla senatrice verde Anna Donati, aveva presentato nella scorsa legislatura, una proposta per il "riuso delle linee ferroviarie definitivamente abbandonate sotto forma di piste ciclo-pedonali, la loro concessione agli Enti pubblici, l’idea di uno schema di rete di mobilità dolce, fondata proprio sull’impiego di questo patrimonio che, ricordiamo, si aggira oggi intorno ai 5600 km in tutta Italia", dice Marcarini. Un progetto che non è un’"operazione nostalgia" ma un modo per costruire una rete di percorsi "verdi" alternativi alla rete stradale diventata dominio delle automobili. "Ora occorre ripresentare il ddl nella sede parlamentare".
Al centro del convegno di domani anche una riflessione sui "paesaggi sensibili". "Forse abbiamo ancora tutti presente certe scene che sono entrate nell’immaginario collettivo della ferrovia: i saluti dal finestrino, il carico delle valigie, gli scappellotti di "Amici miei", Don Camillo che dal finestrino riassapora gli odori della pianura del Po", dice Marcarini. "Ma pochi oggi sembrano realmente interessati al paesaggio che scorre accanto. A volte chi fissa il finestrino, fissa il vuoto. Occorrerebbe lanciare una campagna per una nuova educazione al paesaggio. Un ruolo che la nostra rete ferroviaria minore potrebbe svolgere. Anche una linea abbandonata potrebbe diventare un museo del paesaggio all’aria aperta".
Con il passare dei giorni si fa più netta la natura del conflitto intorno al tema del testamento biologico, che nella prossima settimana verrà discusso al Senato. Nel fuoco delle polemiche che hanno accompagnato le ultime giornate della vita di Eluana Englaro sembrava che una legge dovesse avere una finalità precisa, quella di risolvere le due questioni che avevano appassionato e diviso l’opinione pubblica: le modalità del testamento biologico, per eliminare ogni dubbio sull’effettiva volontà della persona; e l’ammissibilità della rinuncia all’idratazione e alla alimentazione forzata. Ma il disegno di legge della maggioranza ha reso manifesta un’intenzione diversa, più generale, e tanto più inquietante perché incide profondamente sui diritti fondamentali della persona, e così altera lo stesso quadro costituzionale.
Ciò di cui si discute è il rapporto della persona con il suo corpo, dunque l’area più intima e segreta dell’esistenza, alla quale la politica e la legge dovrebbero accostarsi con rispetto e prudenza, consapevoli che vi sono aspetti della vita che la Costituzione ha messo al riparo da ogni intervento esterno, che ha voluto intoccabili. Negli ultimi anni, invece, in Italia si è venuto consolidando un orientamento diverso, che descriverei ricorrendo al titolo di un libro di Barbara Duden: Il corpo della donna come luogo pubblico. Sull’abuso del concetto di vita. Del corpo della donna il legislatore si è pesantemente impadronito con l’autoritaria e proibizionista legge sulla procreazione assistita, negando la libertà femminile e creando davvero quel far west legislativo che si diceva di voler combattere. Oggi, infatti, migliaia di donne emigrano ogni anno in altri paesi per sfuggire agli assurdi divieti di quella legge, obbligate a pesanti costi finanziari e umani, mettendo pure a rischio la salute loro e dei figli che nasceranno.
Ora si vuole far diventare "pubblico" il corpo di tutti noi. Il rifiuto di cure, diritto ovunque riconosciuto e caposaldo della stessa soggettività morale, viene sostanzialmente negato dalla proposta della maggioranza. La sorte del corpo nel tempo del morire è sottratta alla libera decisione dell’interessato, viene affidata ad un medico investito del ruolo di funzionario di uno Stato etico che, appunto, ha proceduto alla "pubblicizzazione" del corpo.
Il testamento biologico diviene un simulacro vuoto, una formula che contiene il suo opposto. Si obbligano le persone ad un infinito iter burocratico, con obblighi continui di recarsi dal notaio, di chiedere firme del medico, di effettuare rinnovi periodici. Tutto questo per approdare al nulla. Il delirio formalistico non produce una volontà da rispettare, ma un "orientamento" che il medico può ignorare del tutto. E non solo viene esclusa la possibilità di rinunciare a trattamenti come l’alimentazione e l’idratazione forzata. Si finisce con il sottrarre alla libera scelta delle persone materie nelle quali il rifiuto è stato finora riconosciuto, dalla trasfusione di sangue alla dialisi, all’amputazione di un arto, al ricorso a tecniche meccaniche e farmacologiche.
Non è di una vicenda specifica, sia pur rilevantissima, di cui dobbiamo preoccuparci. Siamo di fronte ad una ideologia riduzionista del senso e della portata dei diritti fondamentali, che vuole impadronirsi dell’intera vita delle persone. Del nascere si è già impadronita, ora vuole farlo per il morire, e pone pesanti ipoteche sul vivere, come accade quando si rifiuta ogni riconoscimento alle unioni di fatto.
Mettendo così le mani sulla vita delle persone, si mettono pure le mani sulla prima parte della Costituzione che, a parole, si continua a proclamare intoccabile. Si manipolano principi fondativi del nostro sistema, che la Corte costituzionale ha dichiarato immodificabili. E tutto questo avviene mentre tutte le rilevazioni ci dicono che la maggioranza dei cittadini interpellati ritiene che proprio le decisioni sulla vita debbano rimanere patrimonio dell’interessato e della sua famiglia. Si apre così non solo una questione di rispetto della Costituzione, ma di rappresentanza politica. Molti, sempre di più e più spesso, si riuniscono, scendono in piazza. In quali luoghi della politica ufficiale arriverà questa voce?
Vale la pena osservare il naufragio dell’opposizione italiana con l’aiuto d’un terzo occhio, più ingenuo forse ma più vero: l’occhio che ci guarda da fuori. Perché il nostro sguardo s’è come consumato col tempo, se ne sta appeso alla noia, è al tempo stesso astioso e non severo, collerico e passivo. Non credendo possibile cambiare la cultura italiana dell’illegalità, siamo da essa cambiati. Se qualcuno riscrivesse le Lettere Persiane di Montesquieu, racconterebbe il nostro presente come i due principi Usbek e Rica videro, nel 1700, la Francia di Luigi XIV: con stupore, senso del ridicolo, e realismo. È quello che i giornali stranieri hanno fatto negli ultimi giorni: dal New York Times alla Süddeutsche Zeitung, da Le Monde al Guardian o El País. Tutti si son domandati, candidamente, come mai tanto clamore sul caos nel Pd e quasi nulla sull’evento per loro sostanziale: la condanna di Mills. Come mai Veltroni addirittura si scusava, mentre il capo del governo protetto da una legge che lo immunizza avallava il più singolare dei paradossi (il corrotto c’è, ma non il corruttore).
Chi fuori Italia si interroga ha poco a vedere con la sinistra salottiera o giustizialista criticata da Veltroni. Naturalmente c’è caos, nel partito nato dalle primarie del 2007. Ma soprattutto c’è incapacità di fare opposizione, di dire quel che si pensa su laicità, testamento biologico, sicurezza, immigrazione, giustizia, per non urtare gli apparati che compongono il nuovo-non nuovo ancor ieri esaltato all’assemblea che ha eletto Franceschini segretario provvisorio. Il partito democratico non è nato mai, e oggi è chiaro che alle primarie 3 milioni di italiani hanno eletto il leader di un partito senza statuto, senza iscritti, in nome del quale si è distrutto il governo Prodi per poi lasciare l’elettore solo. Arturo Parisi lo spiega bene a Fabio Martini: "Quando un partito si costituisce come somma di apparati, assumendo come premessa la continuità di una storia e di un gruppo dirigente, ogni scelta rischia di essere o apparire come l’imposizione di una componente sull’altra e quindi di mettere a rischio la sopravvivenza del partito". Solo un "partito nuovo, fatto di persone che decidono ex novo, democraticamente" può riuscire (La Stampa, 18-2). Solo un’analisi spietata di errori passati: i siluramenti di Prodi, la fretta di presentarsi da soli, le intese con Berlusconi quando questi parve finito nell’autunno 2007.
Veltroni ha giustamente difeso, mercoledì, il "tempo lungo, quello in cui si misura il progetto (...) che deve convincere milioni di esseri umani". Ma lui per primo ha tolto tempo al tempo, ha avuto fretta d’arrivare, di esserci. Non è un errore di anziani ma di cacicchi, che della politica hanno una visione patrimoniale. L’Ulivo cancella i cacicchi: è stato quindi seppellito. I cacicchi vogliono il potere, senza dire per quale politica: lo vogliono dunque nichilisticamente, al pari delle destre. Come scrive Gustavo Zagrebelsky: lo vogliono "come fine, puro potere per il potere" (la Repubblica 9-2). Per questo il Pd non ha un leader, che rappresenti l’opposizione nella società e sia sovrano sulle tribù. Anche qui Parisi ha ragione: non di facce nuove e giovani c’è bisogno (ci sono giovani vecchissimi), perché "in politica le generazioni che contano sono le generazioni politiche". Si capisce bene lo scoramento di Veltroni: le correnti del Pd e Di Pietro lo hanno logorato. Ma non l’avrebbero logorato se il suo sguardo si fosse interamente fissato sul fine, che non era il potere partitico ma la risposta a Berlusconi. Se Di Pietro non fosse stato bollato, ogni volta che parlava, di giustizialismo.
Naufragi analoghi si son già visti in Europa, conviene ricordarli. Il socialismo francese, prima di Mitterrand, era assai simile. La Sfio (Sezione francese dell’internazionale operaia) fu per decenni un’accozzaglia di partitelli incapaci d’opporsi a De Gaulle. Oscillavano fra il centro e il marxismo, un giorno erano colonialisti l’altro no, volevano e non volevano ampie coalizioni. Erano perpetuamente in attesa, assorti nel rinvio della scelta: proprio come ieri all’assemblea Pd, che ha rinviato primarie e nomina d’un vero leader ("Perché Bersani non si candida segretario oggi, e invece rinvia?", ha chiesto Gad Lerner). Sempre c’era un segretario a termine, guatato da falsi amici. La parabola fu tragica: nel ’45 avevano il 24 per cento dei voti, nel ’69 quando Defferre sindaco di Marsiglia si candidò alle presidenziali precipitarono al 5.
È a quel punto che apparve Mitterrand: non mettendosi alla testa d’un partito ormai cadavere, ma creando una vasta Federazione a partire dalla quale s’impossessò della Sfio e di tutti i frammenti e club. Anche la Sfio era un accumulo di clan in lotta. Mitterrand guardò alto e oltre: l’avversario non era questo o quel clan, ma De Gaulle e poi Pompidou. In una decina d’anni costruì un Partito socialista, lo rese più forte del Pc, portò l’insieme della sinistra al potere.
Prodi ha fatto una cosa simile, battendo Berlusconi due volte. Anch’egli edificò inizialmente una federazione (Ulivo, Unione): è stata l’unica strategia di sinistra che ha vinto. Mentre non è risultata vincente né coraggiosa l’iniziativa veltroniana di correre da solo, liberandosi dell’Unione. A volte accade che si frantumi un’unione per riprodurne una ancor più frantumata. Veltroni osserva correttamente che "Berlusconi ha vinto una battaglia di "egemonia" nella società. L’ha vinta perché ha avuto gli strumenti e la possibilità di cambiare dal mio punto di vista di stravolgere il sistema dei valori e persino le tradizioni migliori" in Italia. Ma che vuol dire "avere strumenti"? Berlusconi ha le tv ma Soru ha ragione quando dice che su Internet la sinistra "ha già vinto, anzi stravinto". Quel che occorre è "lavorare in profondità sulla cultura degli ignoranti, sulle coscienze dei qualunquisti e battere l’incultura del nichilismo aprendo dappertutto sezioni di partito e perfino case del popolo". Berlusconi da tempo inventa realtà televisive, ma è anche sul territorio che lavora.
Per questo è così importante il terzo sguardo. Perché da fuori si vedono cose su cui il nostro occhio ormai scivola: l’illegalità, il fastidio di Berlusconi per ogni potere che freni il suo potere, il diritto offeso degli immigrati, la fine del monopolio statale sulla sicurezza con l’introduzione delle ronde. Perché fuori casa fanno impressione più che da noi certi tristi scherzetti: sui campi di concentramento, su Obama, sulle belle ragazze stuprate, sulla gravidanza di Eluana, su Englaro che "per comodità" si disfa della figlia, sui voli della morte in Argentina: voli concepiti dall’ammiraglio argentino Massera, membro con Berlusconi della P2 di Gelli.
Veltroni ha lasciato senza rappresentanza molti italiani d’opposizione, e il suo monito non è generoso ("Non venga mai in nessun momento la tentazione di pensare che esista uno ieri migliore dell’oggi"). Per chi si sente abbandonato c’è stato uno ieri migliore, e la sensazione è che da lì urga ripartire: dalle cadute di Prodi, inspiegate.
Come nell’Angelo Sterminatore di Buñuel, è l’errore inaugurale che va rammemorato. In un aristocratico salotto messicano, a Via della Provvidenza, un gruppo di smagati signori non è più capace, d’un tratto, d’uscire dal palazzo. È paralizzato dal sortilegio della non volontà, o meglio della non-volizione. Sfugge alla prigione volontaria quando ripensa al modo in cui, giorni prima, si dispose nel salotto. È vero, appena scampato s’accorge che liberazione non è libertà: anche il vasto mondo è una gabbia, tutti come pecore affluiscono in una Cattedrale oscura. Ma almeno i naufraghi hanno sentito una brezza, e in quella Cattedrale potrebbero anche non entrare, e fuori dal Palazzo il mondo è un poco più vasto.