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Perché Berlusconi insiste ogni giorno sul suo camaleontico, pasticciato piano casa? Perché ha una testa da immobiliarista e non vede altro che il mercato privato, tante Milano 2. Perché è fermo all’800, al “bâtiment qui va”. Perché non sa come rianimare una economia in crisi profonda che lui chiama “influenza da virus americano”. E teme che si allunghi. Perché, coi due condoni precedenti, ha perfettamente capito che la maggioranza degli italiani se ne frega delle norme urbanistiche, del paesaggio, dei centri storici e vuole soltanto aggiungere stanze, coprire terrazze e balconi, alzare nuovi piani abusivi. Un popolo di “padroncini” aspiranti-padroni, a spese degli altri e dell’interesse generale. Per questo insiste sul decreto legge ed attacca il Parlamento, “irridendo il lavoro dei parlamentari” (parole di Gianfranco Fini).

Berlusconi non sa o finge di non sapere che mancano alloggi a basso prezzo o a basso canone per giovani coppie, immigrati, anziani soli (un quarto di tutti i romani), che questa è la sola domanda edilizia realmente esistente. Per essa Pd e Cgil, associazioni ambientaliste sollecitano un grande piano di recupero, restauro e riutilizzo, sotto regìa pubblica, di interi quartieri degradati, di comparti semivuoti o abbandonati, di edifici pubblici e privati. Senza consumare un metro quadrato di terreni liberi, verdi o agricoli.

Se le Camere sono inciampo, figuriamoci le Regioni. Ma qui anche il premier deve fermarsi, pur scalpitando. La competenza in materia è, da anni, regionale e le Regioni possono sbarrargli il passo ricorrendo alla Corte costituzionale. Non gradiscono per niente (come Napolitano) il decreto legge, né piace loro la legge-quadro. Sono per un semplice atto di indirizzo da tradurre poi in leggi regionali, con l’obiettivo di rendere più veloci e più semplici le pratiche. Attenzione però a non accedere all’idea berlusconiana di edificare in zone di pregio paesaggistico chiedendo alle Soprintendenze (stremate dai tagli in atto e impoverite nel personale tecnico) di dare un parere entro 30 o 60 giorni, il che equivarrebbe ad un disastroso silenzio/assenso. Attenzione a non sposare il progetto berlusconiano di abolire il permesso di costruire sostituendolo con “autocertificazioni” o con la sola dichiarazione di inizio attività (dirompente incoraggiamento ad ogni sorta di abusi).

C’è pure chi ritiene che il cosiddetto piano casa di Berlusconi sia un non senso economico. L’Italia viene da sette anni di “boom” ininterrotto e sul mercato vi sono non poche case tuttora invendute. Immettervi altre stanze o alloggi – ottenuti allargando, coprendo, gonfiando, ecc. – deprimerebbe ulteriormente prezzi e valori di mercato. L’economista Paolo Manasse, su lavoce.info ha calcolato – quando Berlusconi straparlava di incrementi di cubature, cedibili ai vicini, del 20 % - che lì per lì vi sarebbe un impatto sui 22 miliardi. Tuttavia, incrementando del 20 % circa l’offerta di case, si ridurrebbero le quotazioni del mercato. Inoltre, il nuovo drenaggio di risparmio verso il cemento rattrappirebbe i consumi delle famiglie fra i 15 e i 34 miliardi. Effetto economico, vicino allo zero. “In cambio di case brutte”, concludeva Manasse. Che tragedia per il Belpaese

C’è Frank Lloyd Wright, avvolto in un mantello scuro, che scruta pensoso un orizzonte molto più ravvicinato di quello del suo deserto dell’Arizona: un basso tavolo al centro del quale campeggia inconfondibile la bottiglia dell’acqua San Pellegrino. La foto compare su un vecchio numero del mensile Urbanistica, negli articoli dedicati alla visita in Italia del padre dell’architettura “organica”: chissà cosa ne penserebbe, il progettista di Fallingwater, della montagna artificiale con cui un architetto dei nostri giorni, il francese Dominique Perrault ha imbottigliato le acque termali di San Pellegrino direttamente nella loro roccia, “ creando grandi blocchi in pietra, disordinati come i detriti di un ghiacciaio caduti a valle[1].

Immagine quanto mai significativa, quella dei grandi blocchi di pietra disordinati, soprattutto quando si guardano i disegni del progetto, letteralmente “caduto a valle” dall’iperuranio degli investimenti internazionali, su un centro termale della Valle del Brembo già famoso nel primo ‘900. Forse virtualmente ancor più famoso poi per l’acqua frizzante imbottigliata che circolava in tutto il mondo, fino a diventare negli opulenti anni ’80 oggetto di una indimenticabile discussione tra gli elegantoni newyorkesi devianti di Brett Easton Ellis in American Psycho. Insomma l’acqua strappata al territorio, non solo per metterla in bottiglia con un po’ di gas e rivenderla a caro prezzo sui tavolini della creative class globale, ma anche e sempre più per sublimarla in un ancora più lucroso e immateriale brand di rilevanza tanto ampia quanto più si allargano le onde della comunicazione. Spinte da una classica strategia di impresa: si cercano e si trovano “radici” nei territori locali, radici genuine, che poi impacchettate e transustanziate si rivendono, localmente ma non solo, cavandoci lauti profitti. Il che non sarebbe nulla di male se non avvenisse quasi sempre a spese esclusive (ambientali, sociali, e con consumo di risorse non rinnovabili, come il territorio stesso) delle popolazioni e degli ambienti inseriti nel “pacchetto”.

Guardando con un po’ di attenzione in più, insomma, il progetto dell’ archistar internazionale calato sulla valle del fiume Brembo, a fare da ciclopico sfondo alle tradizionali terme di San Pellegrino, giusto di fronte all’imponente mole del Grand Hotel sull’altra sponda, racconta benissimo a modo suo l’idea di sviluppo locale a partire dall’acqua.

Siamo in una delle tante articolazioni territoriali del sistema padano, e precisamente in una delle valli immediatamente affacciate verso la megalopoli delle pianure. Il fiume Brembo inizia a raccogliere le sue acque dai versanti più alti, su in direzione del passo San Marco (passaggio a nord-ovest mitico simbolico della Lega Nord), e poi si fa strada attraverso le seconde case delle stazioni turistiche, fino a sfociare in quella specie di escrescenza milanese che è l’area metropolitana di Bergamo. La megalopoli spinge, e risale il fiume insinuando da lustri fra le montagne la sua materia costitutiva: asfalto, cemento, e tempi rapidi di messa in opera. Poco più su dell’imbocco bergamasco della valle, il ridente borgo di San Pellegrino, col suo appeal turistico un po’ appannato e in cerca di rilancio attraverso la promozione pubblico-privata del territorio, come usa oggi.

I fatti, riassunti in poche battute [2], sono: un accordo di programma fra vari soggetti per la riqualificazione delle strutture termali, che comporta corposi investimenti in infrastrutture e trasformazioni territoriali varie. Nella migliore tradizione di questo tipo di interventi cosiddetti “integrati”, alla parziale deroga dalle procedure correnti corrispondono altri investimenti più o meno diffusi tesi al miglioramento della città, a interventi sociali, di formazione ecc. La cosa particolare nel caso specifico, però, è che la materia prima costituita dall’acqua sembra aleggiare ovunque come collante di identità, accordi, ambienti, ma allo stesso tempo essere ridotta a inafferrabilissimo brand. Tutto comincia a tenersi, se si prende in considerazione la qualità particolare dell’operatore privato coinvolto.

Si tratta infatti di Premium Retail, che come recita il sito web “è impegnata nella realizzazione di luoghi di alto profilo per produttori, distributori e consumatori”, luoghi che vanno intesi nella logica del complesso commerciale-turistico, se non esattamente dello shopping mall tradizionale mediato dalle forme più moderne del villaggio della moda, o di altre variegate innovazioni cosiddette mixed-use. E basta leggere un po’ meglio gli obiettivi di impresa per confermare la centralità di un tipo di sviluppo in cui quei luoghi prendono soprattutto la forma di metri cubi edificati, che siano i “grandi blocchi di pietra disordinati” dell’ archistar internazionale o altre più prosaiche aggiunte al panorama di valli e pianure, fino alle banalissime solite villette delle seconde case. Un modus operandi che del resto è piuttosto caratteristico (quasi da manuale, verrebbe da dire) di questa idea di sviluppo di iniziativa privata, applicata via via a territori relativamente deboli per un motivo o l’altro, che si tratti di aree urbane industriali che necessitano di rigenerazione, o di bacini turistici in cui sfruttare commercialmente le varie risorse naturali, acqua, suolo, paesaggio ecc.

Nel caso specifico, l’acqua assume valenze multiple e per molti versi inedite.

C’è quello base, dell’acqua come risorsa naturale, che conforma il fiume, la valle, e che ha dato origine alla prima attività turistica locale, ovvero le terme. Proprio a partire da questo nucleo originario iniziano però presto ad articolarsi gli altri due, che caratterizzeranno gli sviluppi “postmoderni”: il turismo alberghiero e delle seconde case che ruota attorno alle acque termali; la visibilità anche internazionale del marchio San Pellegrino veicolata dall’acqua in bottiglia e dai flussi della comunicazione pubblicitaria correlata.

Esiste infine un altro aspetto, per nulla secondario dal punto di vista dei territori direttamente coinvolti, rappresentato … ehm, dagli stati della materia. Ci insegnano sin dalle elementari infatti che l’acqua nel suo ciclo naturale assume via via varie forme: il vapore delle nubi, le onde del mare, il bianco della neve sulle cime delle montagne. Nella valle dentro la quale si colloca San Pellegrino, queste montagne servono anche, da parecchi decenni, da grande resort sciistico, degradato più di recente verso le forme di esurbio della megalopoli padana, con gli ex pascoli e pinete invasi da quartieri “periferici” di seconde case, a volte prima casa e mezza se si pensa che da Milano ci vogliono un paio d’ore scarse di macchina.

Il progetto di rilancio del brand abbraccia così davvero, è il caso di dirlo, tutti gli stati della materia acqua. Quello più corrente, delle fonti termali da cui in origine scaturisce il primo sviluppo turistico/immobiliare. Quello dell’immagine immateriale, “svaporata”, che la pubblicità dell’acqua e della neve irradiano in tutto il mondo. Infine quello concreto risultante dell’impatto locale, non a caso il più sottolineato dai critici: l’acqua impastata al cemento, che bene o male sembra rappresentare sempre lo sbocco di qualunque idea di “sviluppo integrato”. E che, come piuttosto noto, non fa benissimo a tutto il resto. Forse pensava a questo, Frank Lloyd Wright, scrutando quella bottiglia di acqua San Pellegrino.

Ma ad operatori che lavorano a colpi di “messa a punto di format adeguati al territorio” oppure di “gestione delle attività di pre e post opening in vista dello start up” [3] ovviamente frega assai poco.

Soprattutto pensando che alla cordata di soggetti si è “aggiunta” (si fa per dire) nientepopodimeno che la San Pellegrino/Nestlè in persona, piuttosto nota per le sue politiche locali.

Nota: per alcuni (solo alcuni) aspetti di quanto accennato nell'articolo, si veda il caso della vicina Piazzatorre (f.b.)

[1] L’intervento dell’architetto è tratto dall’opuscolo Premium Retail, Nuovo Complesso San Pellegrino Terme [2008] scaricabile in pdf dal sito www.premiumretail.it .

[2] Desumo le informazioni generali sull’accordo di programma per lo sviluppo locale da un articolo pubblicato dal quotidiano locale L’Eco di Bergamo, “S. Pellegrino, via all’accordo per Grand Hotel e Terme”, il 22 novembre 2006, in occasione dell’assenso della Regione Lombardia; e dal numero unico di un gruppo di opposizione in consiglio comunale, Il Ponte News, febbraio 2008 scaricabile dal sito www.nicolabaroni.it .

[3] Entrambe le citazioni da: a.b., “Gruppo Percassi: con Premium Retail verso nuovi investimenti immobiliari”, http://www.fashionmagazine.it 12 Giugno 2008

Accantonato il piano per l’edilizia le Regioni: non ci sarà il decreto

Paola Coppola, Luca Iezzi

Alla fine l’hanno spuntata le Regioni. Si allungano i tempi per il piano-casa e, di fatto, si riparte da zero. Bocciata nel metodo e nel merito la bozza di decreto legge del governo sulle misure urgenti per stimolare il settore edilizio. Dopo lo stop dei governatori si punta ora a una piattaforma fatta di principi e scelte condivise. Il piano sarà riscritto e, quanto allo strumento legislativo per adottarlo, si vedrà. Ma per il momento sfuma l’ipotesi di procedere per decreto legge.

I contenuti passano in mano a un tavolo tecnico-politico che da stamattina si mette al lavoro per trovare un’intesa con le Regioni, entro martedì. Discuterà il problema delle competenze su una materia concorrente e le azioni necessarie a rilanciare il settore. Poi ci sarà una nuova Conferenza unificata.

Berlusconi è il primo ad aprire al confronto. «L’urgenza resta ma non è detto che il dl sia lo strumento più opportuno», dice ai governatori a Palazzo Chigi e ripete che il governo vuole lavorare «in sintonia e in accordo con le autonomie locali». Rilancia anche il progetto per le "new town", e accelera sul piano destinato alla realizzazione di abitazioni low-cost di edilizia pubblica destinate a giovani coppie e famiglie in difficoltà, un tema su cui si aprirà un altro tavolo di confronto con le Regioni.

Invece sul piano-casa si potrebbe procedere o con un ddl o con una legge quadro, alla quale faranno seguito leggi regionali. senza escludere che rispunti il decreto. «Fatte le verifiche, il Consiglio dei ministri potrà poi valutare le modalità con cui procedere», dice il ministro per gli Affari regionali, Fitto.

La maggior parte dei governatori non vuole il decreto: vorrebbe una legge quadro di principi generali che lasci alle leggi regionali le misure per stimolare il settore. Resta una priorità non consumare altro territorio ma migliorare la qualità dell’edilizia, ribadiscono i governatori di centrosinistra, e tenere conto che diverse realtà hanno già premi sulle cubature. Alla fine dell’incontro sono soddisfatti i governatori: «Ora si apre il lavoro che deve definire le competenze, il rilancio e la semplificazione normativa dell’edilizia», commenta il presidente della Conferenza delle Regioni, Errani. Il presidente Anci, Domenici: «Sono convinto che il confronto sia stato messo su binari migliori». E Bossi: «Le Regioni sono le benvenute a trattare con il nostro governo». Plaude l’opposizione il cambio di registro e Franceschini dice: «Pronti a discutere senza pregiudizi, a condizione che siano norme che non facciano correre il rischio di una devastazione del paesaggio». Ieri infine si è consumato lo strappo tra governo e Lega che in commissione Finanza della Camera si è schierata con il Pd contro la proposta dal sottosegretario all’Economia Vegas sull’allentamento dei vincoli di spesa per i comuni. Contestati il limite di 150 milioni l’anno, meno di 20 mila euro a comune. «Così prendiamo in giro i Comuni» sostengono i deputati del Carroccio, ma per Vegas «il discorso enti locali è chiuso per il 2009. L’alternativa è lasciare tutto com’è». Lo scontro ha portato al blocco delle votazioni del decreto incentivi.

Berlusconi: "Sulla casa decidiamo noi I disoccupati? Trovino qualcosa da fare"

Gianluca Luzi

«Se uno perde il lavoro non stia lì a piangere, ma si dia da fare per cercare un nuovo lavoro». Silvio Berlusconi è a Napoli per accendere - stamattina - il termovalorizzatore di Acerra. Ieri sera, prima della cena con gli imprenditori campani e con i vertici di Impregilo, l’azienda che ha realizzato il termovalorizzatore, nella hall dell’hotel Vesuvio annuncia che domani sul piano casa «ci sarà qualcosa di positivo in consiglio dei ministri» per avviare l’iter più appropriato «per non irritare le Regioni gelose delle proprie prerogative. Non c’è nessuna frenata, stiamo discutendo lo strumento ma alla fine decidiamo noi. Le Regioni non si possono sottrarre perché sul piano casa in giro c’è una aspettativa fantastica». Ma dopo un incontro con i sindacati della Fiat di Pomigliano - che gli hanno regalato un modellino di Alfa 159 rossa: «perché si ricordi di noi» - il tema è il lavoro e la crisi. Anche la Cgil ha «apprezzato gli impegni del premier sulla cassa integrazione» con l’eventualità di aumentare il termine da uno a due anni, e anche l’impegno ad aprire un tavolo con la Fiat e i sindacati. Ma solo il giorno prima il presidente del consiglio aveva sollecitato gli italiani a «lavorare di più», un invito che in tempi di crisi, licenziamenti e cassa integrazione massiccia, era sembrato un po’ fuori luogo. «Ma io mi riferivo a quelli che il lavoro ce l’hanno e lo mantengono», ha spiegato Berlusconi. E per quelli che invece il lavoro lo perdono, un consiglio: «Auspico che chi è stato licenziato trovi qualcosa da fare. Io di certo non starei con le mani in mano. Spero comunque che si faccia di tutto affinché non si lasci nessuno a casa. Anche gli imprenditori - si raccomanda Berlusconi - si devono inventare qualcosa». Ma la settima super - corta alla tedesca non convince il premier. E le banche, che la Confidustria ha bacchettato? Berlusconi nega che ci siano furbizie da parte degli istituti di credito: «Mettetevi però - ragiona il presidente del consiglio - nei panni di un direttore di banca che ha una propria moralità e cerca di dare i soldi solo a chi ha più possibilità di restituirli».

Burlando: "Un vano in più va bene ma il silenzio-assenso sarebbe la fine"

Massimo Minella

«Prima di lanciare nuove campagne, basterebbe restituire alle Regioni quello che è stato tolto». Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, si sente "rinfrancato" dalla decisione del governo di ritirare il decreto sul piano casa. Ma ora chiede che quanto fissato per l’edilizia pubblica nell’ultima finanziaria di Prodi, 550 milioni 18 dei quali per la Liguria, ora torni nelle disponibilità delle Regioni. «Sono soddisfatto, perché su un provvedimento tanto delicato ora si torna a discutere». «Da noi, e non solo, il silenzio-assenso avrebbe creato danni incalcolabili, sarebbero arrivate migliaia e migliaia di domande da esaminare in poche ore». Ma il governatore non chiude la porta a qualsiasi intervento. «Ci sono zone non ad alta intensità abitativa in cui ci sono degli spazi. Una legge ad hoc si può fare, ma bisogna intendersi. Se si tratta di rendere un sottotetto abitabile, non succede niente. Se si vuole alzare la casa di mezzo metro per ricavare un vano, abbattendo i consumi energetici, idem. Le sfide importanti sono sui progetti che possono favorire chi non ha le condizioni per avere la casa a prezzi di mercato».

Errani: "Ora disponibili a ragionare ma subito affitto sociale per i poveri"

«Siamo pronti a ragionare su misure anti-cicliche e sulla semplificazione delle regole con l’Esecutivo. Ma abbiamo ribadito che la bozza di decreto legge, quella che ci è stata sottoposta, presentava dei profili incostituzionali. E comunque non crediamo sia lo strumento più adatto per affrontare un tema come l’edilizia, che resta nelle competenze regionali. Ora mi aspetto ci sia la volontà di tutti e del governo di trovare un’intesa che consenta di salvaguardare le competenze e la qualità del governo del territorio». È il commento di Vasco Errani, governatore dell’Emilia-Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni, che chiarisce di aver posto al premier anche un altro problema: «L’emergenza di un piano casa». Spiega: «Esistono famiglie che non hanno un reddito sufficiente a comprare una casa o pagare un affitto a prezzi di mercato. Serve un piano per il rilancio dell’edilizia residenziale pubblica e per introdurre un "affitto sociale" per famiglie del genere. Anche questa è una grande azione anticiclica che risponde alle esigenze di centinaia di persone. Abbiamo avuto assicurazioni che il tema sarà al centro di un altro tavolo tecnico». (p.co.)

Cappellacci scommette sull’intesa "E proteggerò le coste dell´isola"

Giuseppe Porcu

«Il tavolo tecnico-politico aperto a Palazzo Chigi produrrà soluzioni condivise anche da Regioni e Comuni», dice Ugo Cappellaci del Pdl, nuovo governatore della Sardegna. «Sono soddisfatto - aggiunge - per la decisione del governo di non utilizzare lo strumento del decreto sul quale le Regioni nutrivano molte perplessità».

«Io sono a favore di questo intervento - spiega Cappellacci - perché è una grande occasione per l’ammodernamento del patrimonio edilizio e aiuta il risparmio energetico, l’energia alternativa, la semplificazione amministrativa. Il cambio di destinazione d’uso è un passaggio non determinante in un provvedimento di questa portata. L’aumento delle cubature è invece importante perché stimola l’edilizia, e comunque va rapportato a un patrimonio edilizio che è in media di 120 metri quadri per casa. A proposito delle procedure in deroga, siamo di fronte a un piano straordinario e quindi bisogna accettare che si proceda anche in deroga ai piani regolatori. In Sardegna non permetteremo interventi entro i 300 metri dal mare e adotteremo la massima prudenza per fascia costiera e centri storici dove procederemo con precise limitazioni».

Chiodi: "Un boomerang tornare indietro premierò chi usa materiali ecologici"

«Bisogna capire che il provvedimento, a prescindere dalla sua forma legislativa, deve essere promulgato al più presto. Altrimenti si rischiano le conseguenze negative dell’effetto annuncio, come ricadute indesiderate sul mercato immobiliare», avverte il governatore dell’Abruzzo, Gianni Chiodi, che auspica un’intesa rapida tra governo e Regioni.

Il presidente della Regione Abruzzo aggiunge: «Guardiamo positivamente a queste misure perché possono stimolare l’economia. L’Abruzzo ha bisogno di contrastare gli effetti della disoccupazione e il piano è un classico provvedimento anti-ciclico. Servirà a dare nuovi posti di lavoro e per noi questa è una priorità».

Chiodi chiarisce che la Regione è pronta a fare una legge che premi - in termini di maggiori cubature - chi utilizza materiali ecologici o innovativi nelle costruzioni: «In questo modo, non si rischia alcuna cementificazione, ma si potranno creare - ripeto - nuovi posti di lavoro». E sul tavolo tecnico-politico che si apre oggi, commenta: «Sarà molto utile e sono certo che potremo proporre al governo un documento efficace». (p.co.)

Un vero piano casa, un piano, solido e ben elaborato, quale domanda edilizia dovrebbe soddisfare in primo luogo? Quella di chi non ha un alloggio, non può, o non vuole, comprarselo e vorrebbe pagare un affitto ragionevole. Se questa diagnosi è giusta, il piano Berlusconi non va nella direzione della domanda insoddisfatta. Esso riguarda infatti chi la casa ce l’ha già e desidera ampliarla. Almeno fino all’altro ieri sera. Ieri il premier è tornato sui propri passi per dire che il suo programma edilizio riguarderà più della metà del patrimonio edilizio nazionale. Dato incomprensibile. A questo punto non resta che attendere.

Diciamo che al premier non interessa tanto andare incontro alla “fame” di alloggi a basso canone o costo, bensì rianimare attraverso la leva edilizia una economia che lui non si rassegna a considerare in crisi, che ai suoi occhi è soltanto contagiata dal “virus americano”.

Un economista del gruppo del sito lavoce.info, Paolo Manasse, aveva provato, pochi giorni fa, a fare un po’ di conti sulla base di quell’aumento del 20 per cento delle cubature dell’originario programma berlusconiano. Se fatto proprio dagli investitori edilizi, esso avrebbe prodotto un aumento del Pil dell’1,4 per cento, cioè per circa 22 miliardi. Ma avrebbe successivamente provocato un incremento dell’offerta abitativa pari al 20 per cento, quindi una riduzione dei prezzi e dei valori edilizi. Di più, esso avrebbe comportato una diminuzione secca dei risparmi e quindi dei consumi delle famiglie fra i 15 e i 34 miliardi. Lì per lì il piano Berlusconi avrebbe dunque impresso una scossa all’economia, con effetti però di assai breve durata. «In cambio di città più brutte», concludeva Manasse. Di città e di paesaggi fortemente imbruttiti da nuovo cemento e asfalto, sia legale che abusivo, incentivato da quei formidabili “premi”. Con ripercussioni negative pure sul turismo di qualità, il più redditizio fra tutti e che l’Italia sta perdendo in modo pesante. Quindi, duplice boomerang, anche dal solo punto di vista economico.

Berlusconi si è molto addolcito con le Regioni dopo che in maggioranza gli hanno detto che non accettavano, per giunta per decreto legge, di far invadere dal governo centrale competenze loro proprie da decenni con la sospensione - che il testo disconosciuto dal premier contemplava - delle leggi regionali vigenti in materia territoriale (ma i ministri leghisti dov’erano?).

Il solo punto di possibile concordanza sarebbe dunque lo sveltimento burocratico delle pratiche edilizie. Purché non si vada verso il silenzio/assenso delle Soprintendenze nei 30 o 60 giorni per le zone di pregio. Sarebbe davvero la fine per il già manomesso paesaggio. Veniamo da sette anni di ininterrotto boom dei cantieri, non abbiamo scalfito con quell’edilizia “di mercato” l’emergenza-casa e certi paesaggi, a cominciare da quelli veneti e lombardi, sono irriconoscibili.

Silvio Berlusconi pensa di incarnare l’Italia intera e gli italiani che lo votano pensano di essere dei piccoli berlusconini. È questo, probabilmente, il corto circuito che spiega le esternazioni contraddittorie del presidente del consiglio accusato dal manifesto di essere “un casinaro”. Prima dice che tutti possono rifarsi la casa come vogliono, le regole sono oppressive e non ci permettono di rilanciare l’economia anche attraverso qualche abuso, che volete che sia. Poi, trascinato dall’entusiasmo popolare, promette che farà un decreto legge sulla casa: tutti possono costruire, demolire, rifarsi il balcone, allargando l’immobile fino al 35 per cento. Poi, visto che il presidente Napolitano è intervenuto per mantenere un minimo di decenza istituzionale, il premier ha fatto una parziale marcia indietro: sono stato frainteso – ha detto - non era quello il testo sui cui ci eravamo accordati e via sproloquiando. Berlusconi ha capito che se è vero che ha alle sue spalle il popolo della libertà (e dell’abuso), è anche vero che deve alla fine fare i conti con i governatori delle Regioni, anche con quelli della sua squadra, come Formigoni. Vedremo come se ne uscirà. Lo sapremo in queste ore.

È interessante però nel frattempo ragionare sul succo di questa faccenda, ovvero sulla identificazione di milioni di persone con il pensiero (e i comportamenti) di un uomo che si vanta di essere il nemico delle regole, il più fiero avversario della magistratura. Perché gli italiani sono tanto sensibili a questo richiamo della foresta? Perché il ministro Brunetta può permettersi di dire (durante un forum con i colleghi dell’Unità) che “troppe regole producono schifezze?”. Perché il ministro del lavoro Sacconi può permettersi di dire che il problema della sicurezza sul lavoro sono le regole, l’eccesso di regole?

Conosco una famiglia di romani che ha ereditato una piccolo casolare di campagna. Accanto al rustico (una sessantina di metri quadrati) sorgeva una vecchia porcilaia che è stata demolita perché pericolante e quindi pericolosa. Nel progetto di ristrutturazione era inserita anche la porcilaia che deve però essere ricostruita laddove sorgeva all’origine, non può essere cioè accorpata al rustico come vorrebbe la famiglia per avere a disposizione una stanza in più. Risultato: la porcilaia non si ricostruisce perché, così lontana dalla casa non serve a nulla, sarebbe una dependance di una trentina di metri, dove non si può costruire un bagno, non si possono mettere gli altri servizi per renderla vivibile. Insomma la porcilaia deve rimanere una porcilaia. La famiglia di romani, che usa il rustico per le vacanze e prendere un po’ d’aria buona, non possiede maiali, quindi di una porcilaia non sa che farsene.

I nostri amici sono dei sinceri democratici, credono perfino nella giustizia sociale, e non vogliono infrangere la regola. Si guardano però intorno nella loro bella campagna e scoprono ville e villini (per un refuso avevo scritto villani) che si possono fotografare nella loro magnificenza fuori dalle regole: portici giganteschi che sono diventati stanze chiuse, tetti sopraelevati, porcilaie che sono diventate splendidi salotti con tanto di vetrate sul prato e sui boschi, giardini d’inverno. La nostra famiglia di amici si ricorda anche di quanto l’Unione europea, quella che ci insegna le leggi più civili del nord, è intervenuta per dare ragione ai costruttori che avevano edificato l’eco mostro che è stato demolito perché abusivo. Ma la demolizione dell’ecomostro – disse la civile Europa in quell’occasione – è stato un errore, anzi una violazione di un diritto fondamentale: quello della proprietà.

Non ci sarà mica la storia di questa piccola porcilaia e dell’ecomostro dietro questa ennesima baraonda berlusconiana che ci ricorda terribilmente il Corrado Guzzanti della casa degli italiani, quella in cui ognuno fa quel c..che gli pare?

Ieri mattina Vezio De Lucia ha anticipato l'alba. Lunedì sera gli avevano fatto vedere la bozza del Piano Casa del governo Berlusconi e lui non ci ha dormito la notte. Si è messo alla tastiera e ha vergato un editoriale di fuoco per il sito eddyburg. it, il cui titolo è tutto un programma: “È molto peggio di quanto si prevedeva. È il delirio di uno speculatore trasformato in legge”. A sera, la pensa ancora così. nonostante le precisazioni di Berlusconi.

Perchè, professore?

Perché non credo alle rettifiche, il testo che ho potuto visionare io era su carta intestata del Consiglio dei Ministri. Se hanno fatto circolare un testo falso, denuncino la cosa alle autorità competenti. E la smettano di arrampicarsi sugli specchi.

É proprio arrabbiato…Ma no, cerco di ragionare su quello che ho visto. Altrimenti, se volessimo star dietro ai tentativi di rettifica, potremmo anche chiuderla qua, l'intervista. Il guaio è che quello che ho visto mi piace molto poco. Anzi, non mi piace per niente. Di più: mi sembra tutto così mostruoso che mi viene la tentazione di non crederci.

Il premier sostiene chegli intrventti autorizzati non avranno alccun impatto sugli ambienti urbani saranno limitati allavillettamono e bifamiliari e alle case da rifare

Da cosa Berlusconi ricavi la certezza che gli interventi non deturperanno deturperanno i paesaggi urbani non lo so. Forse nelle città non ci sono villette mono e bifamiliari? Ho motivo di ritenere, anzi, che questa sia una tipologia abitativa molto diffusa. Piuttosto, noto che il premier non ha detto una parola sull'altra grande aberrazione contenuta nel decreto. Cioèla possibilità illimitata, come mai era accaduto in passato, di procedere ai cambiamenti di destinazione d'uso degli immobili. Sa cosa significa questo?

Il tecnico è lei, ce lo spieghi

Lo farò con un esempio. Ha presente quei capannoni dismessi, industriali o commerciali, che sorgono in zone scarsamente abitate? Potranno diventare mostruosi condomini. Non sfuggirà a lei e ai lettori la differenza che passa tra un capannone e un condominio, o una serie di condomini condomini, in aperta campagna. Sa come si chiama questa cosa?

Ce lo dica lei

Abusivismo anticipato. Questo decreto è peggio, molto peggio dei tre condoni della nostra storia recente. Stavolta non si è nemmeno obbligati a pagare l'oblazione. Anzi, c'è l'istigazione all'abuso edilizio. E il favoreggiamento sancito per legge.

Davvero non salva niente?

E cosa dovrei salvare? Prenda la norma sui centri storici. La totalità delle nostre città antiche è patrimonio mondiale dell'umanità. Se passasse questa norma, si rivolterebbe l'Europa intera. Penso che qualsiasi persona dotata di un minimo di sensibilità culturale debba sentirsi offesa, umiliata. Senza contare la mortificazione che si fa delle Soprintendenze. Si autorizza un aumento delle volumetrie per trecento metri cubi. Forse gli esperti interpellati dal governo non sanno che i nostri centri storici hanno una volumetria media che non supera i mille metri cubi.

Ammetterà però che questo Piano dal punto di vista culturale non è del tutto campato in aria: da anni ci sono urbanisti che teorizzano la deregulation.

Si, per passare dal piano al progetto, però, che è un diverso modo di affrontare la questione della programmazione urbanistica. Il decreto che io ho letto, al di là dell'urbanistica, mette in discussione alcuni fondamentali principi democratici. È una sorta di “tana libera per tutti”. L'anarchia totale.

Quali saranno, a suo avviso, le ricadute sul piano economico?

Si arricchiranno gli studi legali, perché nasceranno contenziosi a raffica. Ma l'esito principale sarà la paralisi. Non credo, poi, all'attivazione di un circuito virtuoso per l'edilizia sana. Trattandosi di interventi minuti, immobile per immobile, ad avvantaggiarsi saranno non le grandi imprese, ma quelle che operano nel sommerso.

Berlusconi dice che questo Piano piacerà alla gente.

E probabilmente non si sbaglia: vellica un istinto molto italiano. Quello della "roba".

Il Presidente del Consiglio ha firmato il 12 marzo un'ordinanza di Protezione Civile per fronteggiare la «grave situazione di pericolo» nell'area archeologica di Roma e provincia. L'avevamo detto ed è successo. Dopo aver presentato un'interrogazione, ancora in attesa di risposta, sul commissariamento dell'area archeologica di Pompei per una emergenza «catastrofica» come l'incuria e il degrado, avevamo previsto che non sarebbe finita lì perché ormai l'uso dell'ordinanza di Protezione civile è diventato uno dei piatti più succulenti del tavolo sempre imbandito del governo della Destra di questo Paese. Tutto è cominciato il giorno dopo l'avvento del precedente governo Berlusconi, quando uno dei primi interventi del nuovo Esecutivo fu la chiusura della neonata Agenzia di protezione civile.

In realtà si tornava, con volontà di restaurazione, al Dipartimento della Protezione Civile alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio dei Ministri. Così Berlusconi si riservava l'utilizzo del potere di ordinanza, attraverso il quale derogare all'universo delle regole. E l'ordinanza, si sa, è sprecata se la si utilizza solo per i terremoti e le alluvioni, che si sperano rari. Allora, contestualmente alla riesumazione del Dipartimento e alla scelta di Guido Bertolaso alla sua guida, il colpo di genio fu quello di istituzionalizzare i «grandi eventi» che potevano così usufruire, attraverso il solito potere d'ordinanza, di prerogative analoghe a quelle invocabili per le catastrofi. Quello che poi successe è ben noto: con i grandi eventi si è fatto di tutto, manifestazioni religiose e popolari, regate veliche, esequie, raduni giovanili, olimpiadi della neve e altro ancora. In questi primi mesi del terzo governo Berlusconi si sono fatti ulteriori «passi avanti» nel rafforzamento del privilegio di gestire la cosa pubblica senza quegli inutili lacci e laccioli che si chiamano regole.

A Napoli, la questione rifiuti è stata «risolta» non solo con un’ordinanza in deroga a 43 norme di tutti i tipi, ma anche sottoponendo le aree di discarica e di trattamento ad una inusitata dichiarazione di «interesse strategico nazionale». Di fatto porzioni di territorio risultano così militarizzate, blindate di fatto all'accesso di chiunque, con una palese caduta dei livelli di controllo democratico nel Paese. Quindi il mondo della cultura ha avuto un sussulto per l'ordinanza su Pompei, già ricordata. Il ministro Bondi, sponsor dell'iniziativa, prima ha applaudito all'attribuzione di un fondo di 40 milioni di Euro al budget commissariale ed ora festeggia la sottrazione di 37 milioni di euro dal bilancio del suo ministero, di cui circa un milione saranno spesi per finanziare la struttura commissariale creata con l'ordinanza relativa ai siti archeologici romani e di Ostia antica. L'«emergenza» questa volta, consiste nella gestione d un po' tutto il patrimonio archeologico di Roma e dintorni, in barba ai poteri di tre Soprintendenze.

L’autore è Senatore PD

Succede nella necropoli cartaginese di Tuvixeddu, un colle dentro Cagliari Caduta la giunta regionale di centrosinistra, via libera all’edificazione

Ci sono le gru, noiose come zanzare: molestano un sonno profondo, quello dei cartaginesi, sepolti da 25 secoli in questi pozzi scavati nella roccia calcarea. Eccola, la terra dei berluscones. Palazzi sulle necropoli. Anzi, sulla più estesa e antica necropoli fenicio-punica esistente nel bacino del Mediterraneo. È il cimitero di Tuvixeddu, un colle dentro Cagliari. Significa: piccoli fori, piccole cave. Ogni cava, un morto.

Il Tar ha dato ragione alla Coimpresa, ieri per l’ultima volta, rigettando le perplessità degli ambientalisti, «ma sarà almeno la decima occasione in cui il Tribunale e il Consiglio di Stato ci legittimano a costruire», dicono dalla ditta, che adesso spianerà ed edificherà. A frapporsi - oltre ai movimenti verdi - era rimasta la volontà politica della Regione, ma il vento è cambiato con l’avvicendamento fra Soru e Cappellacci. La giunta dell’ex governatore sfruculiava regolamenti per imbastire ricorsi e scongiurare il cemento là dove c’è un po’ di storia da mostrare. Entro poco ci saranno anche 400 appartamenti nuovi di zecca: anche questo è un piano casa.

I lavori sono ripresi, il cantiere carbura piano, «ma finalmente si procede - spiega l’ingegnere Gualtiero Cualbu, titolare della società omonima, che controlla Coimpresa - e abbiamo già ceduto al Comune l’82% delle aree che ci spettavano e comunque faremo il parco». Cualbo ha le sue ragioni di imprenditore, il parco al centro del colle è la merce di scambio, per gli oppositori sarà un giardino in mezzo a 300 mila metri cubi di cemento, e la cessione al comune non dev’essere stata dolorosa. Il gruppo è quello, il sindaco Floris, l’ex assessore al bilancio Ugo Cappellacci, adesso governatore, gli imprenditori del cemento: a Cualbo è toccato un posto nel cda della Fondazione del Lirico. E fu il commercialista Cappellacci che curò il vantaggioso passaggio delle quote di Ca.sa. Costruzioni (in liquidazione) all’imprenditore. La filiera è perfetta.

Di qua dalla barricata restano gli ambientalisti, i “soriani”, e quel gruppo di studenti che ha protestato davanti al cantiere di via Is Maglias e forse la soprintendenza, che difende i vincoli nell’area dove sono emerse le tombe puniche - lì verrà il parco archeologico - ma non ficca il naso nei dintorni, proprio per affrettare la costruzione del parco stesso. «Il danno è evidente: si altera un colle che ha un valore paesaggistico enorme, per decenni sottovalutato», ricorda l’ex assessore della Regione Maria Antonietta Mongiu. Tuvixeddu nel secolo scorso divenne addirittura una cava dell’Italcementi, che ha estratto fino agli anni Ottanta. Così molte tombe andarono distrutte, non tutte, ma quello che è in gioco è più ampio: la vicenda di Tuvixeddu è emblematica dell’incertezza che regna attorno alla conservazione e valorizzazione del patrimonio ambientale. Leggi confuse, altre invece chiare eppure disattese (come quella voluta dal ministro Giuliano Urbani, che vieta edificazioni intorno ai siti vincolati). Al di là della legge: l’idea di sviluppo della regione. Il vento soffia alle spalle dei cementificatori. «Toglieremo i vincoli alla Sardegna», è lo slogan dei berluscones. Quindi, via i vincoli, sotto con le gru. E in fretta: la giunta Cappellacci ha già presentato una bozza della Finanziaria «urgente», quindi blindata da ogni discussione, appetitosa per gli affaristi. Toglie la celebre tassa sugli aerei privati in atterraggio negli scali sardi e le unità da diporto sopra i 14 metri. Quella che la stampa appellò come tassa sul lusso, «distorcendone il significato - secondo Soru - perché era un contributo chiesto a chi sfrutta maggiormente le risorse ambientali». Sempre in Finanziaria torna anche un fantasma: il ricorso ai mutui per finanziare gli investimenti. Si comincia con 500 milioni: era il metodo della giunta Pili, che chiuse i battenti con 3 miliardi di debiti, ma trovò spazi e modi per ingrassare molti costruttori. E intanto sopra il silenzio dei morti, le gru stanno a guardare.

Le città incivili di Berlusconi e soci. Avrebbe dovuto chiamarsi così il decreto legge che è stato invece intitolato al rilancio dell’attività edilizia. Le città sono infatti un prodotto complesso della società e della cultura e sono sempre state, nella loro millenaria storia, luoghi di regole. Regole di convivenza civile tradotte in numeri e rapporti di vicinato. Regole ormai consolidate che vengono infrante lasciandole all’arbitrio di volgari speculatori immobiliari: il decreto afferma infatti nel suo secondo articolo che le norme derogano sulle “disposizioni legislative, strumenti urbanistici, regolamenti edilizi”. Vengono cancellate le regole e il futuro delle città viene affidato a quegli stessi speculatori che in questi due decenni di liberismo senza regole hanno potuto costruire in ogni angolo dell’Italia. La ricetta per far ripartire l’economia è di affidare i destini delle città ai principali responsabili dello sfascio e di annullare gli strumenti pubblici del controllo. Questo non succede in nessun paese europeo, dove anzi si lavora per restituire al pubblico il ruolo messo in dubbio alla radice dalle teorie liberiste, forti del fatto che è stata proprio quell’ubriacatura a causare la più grave crisi economica mondiale. Da noi avviene l’esatto contrario.

E avviene attraverso un grande imbroglio mediatico Dicono in coro i media imbeccati da palazzo Chigi che con il provvedimento molti ci guadagneranno allargando le loro case, mentre nessuno ci rimetterà. Perché protestare allora? Perché non è vero. E’ noto a tutti che i piani urbanistici impongono una distanza minima tra fabbricati di 10 metri: con il decreto si scende a 6. Ci sarà chi si vedrà costruire una finestra a sei metri di distanza e dicono che non ci rimette nessuno! Ancora. In un quartiere a villini tipico delle periferie urbane realizzate a cavallo del novecento, uno speculatore qualsiasi potrà abbattere le vecchie case e con il regalo del 35% in volume, potrà realizzare una palazzina. Un piano o due in più. I giardini storici spariranno. Per un incivile berlusconiano ci rimettono decine di normali cittadini.

In un quartiere a palazzine di tre piani qualsiasi furbetto del quartierino potrà demolire e realizzare case con un piano o due in più. Ancora una volta per un furbo che ci guadagna sono decine coloro che vedranno deprezzata la propria abitazione. E la città diventerà più brutta.

Con il decreto non vengono risparmiati neppure i centri storici. Afferma l’articolo 3 che per tutti gli edifici “non vincolati” (che sono oltre il 99% dell’intero patrimonio storico), le Soprintendenze in trenta giorni potranno imporre soltanto “ulteriori modalità costruttive”, cioè nulla. Invece di meravigliose tipologie seriali medievali vedremo sorgere volgari edifici ben più alti di quanto la storia li aveva resi uniformemente belli. Uno o due piani in più toglieranno per sempre il panorama di chi abitava, spesso da una vita, quei luoghi. Le città, beni comuni per eccellenza, ne verranno irrimediabilmente sfigurate. Le città incivili, appunto.

Ma c’è di peggio. Il provvedimento non sconvolge soltanto le zone della città che citavo. Anzi, esse sono soltanto una cortina fumogena per nascondere sciagurati affari milionari. Il cuore del provvedimento si rivolge ai protagonisti dell’economia di rapina di questi anni. E’ stato il gretto egoismo proprietario a far nascere capannoni in ogni angolo della pianura veneta e lombarda. Oggi che sono vuoti il proprietario potrà mutarne la destinazione facendone case. E’ stata l’arroganza dei grandi gruppi della distribuzione commerciale a disseminare a proprio piacimento l’Italia di immensi centri commerciali. Oggi che sono in crisi è meglio riconvertirli in alloggi. Questo prevede il decreto: e stiamo parlando di aumenti di superficie anche di 15 mila metri quadrati, un’intera palazzina.. Ma una città vivibile non nasce da queste logiche. Così si crea la città della paura: disseminare il territorio di abitazioni sulla base della volontà dei proprietari significherà condannare famiglie all’isolamento e all’emarginazione.

Ma è purtroppo questo il richiamo della foresta dell’attuale classe dirigente. Giovedì scorso durante un dibattito nella televisione del quotidiano LaRepubblica, Claudio De Albertis, per molti anni presidente nazionale dei costruttori edili e oggi presidente dei costruttori milanesi, ha affermato che l’assurdo della questione casa è che si continuano a costruire alloggi popolari che durano troppi anni. Per risparmiare, ha detto, bisogna costruirne di nuove che durino un tempo limitato. Venti anni, poi si demoliscono e si rifanno. Il problema dunque non è che lo Stato e i comuni sono in ginocchio, uccisi da un economia di rapina. La questione è che si costruisce con criteri troppo generosi. Le persone in carne e ossa vanno dunque trattate come merci senza nessun diritto. La gravità dell’affermazione è inaudita. Del resto, è lo stesso metodo che viene applicato ai precari: se c’è la crisi, tutti a casa senza diritti. Sarebbe ora che qualcuno dicesse a costoro di costruire per loro stessi case rapide. Per le loro signore e per la loro prole, se tanto ci tengono. Ricordasse ancora che è il dettato costituzionale ad affermare che la “Repubblicarimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale”. Case rapide o ubicate al posto dei vecchi capannoni della speculazione quegli ostacoli le accentuano. Le rendono eterne.

Due altre vergogne. La cubatura in aumento viene calcolata sulla base di quella “realizzabile e delle pertinenze esistenti” (articolo 2). Sarà lo scempio del paesaggio agricolo italiano perché si calcoleranno stalle, granai e altri giganteschi volumi di questo tipo. Ai comuni (articolo 6) viene imposto di prendere nota dei maggiori volumi realizzati e di provvedere ad “assicurare gli standard urbanistici”. Il privato guadagna e il pubblico paga.

Infine la prova del delitto. Si dice (articolo 2 comma 3) che si potrà mutare destinazione d’uso “anche senza opere edilizie”. Ma il decreto non serviva a rilanciare l’edilizia? E’ evidente che senza fare opere non si spenderà nulla, ma i soliti noti si metteranno in tasca milioni di euro. Ecco il vero motivo del provvedimento: un paese in mano alla rendita speculativa.

Basterebbero queste critiche per far scattare un generalizzato rigetto di massa del provvedimento. Ma la condizione è che qualche forza politica aprisse una battaglia frontale per far affermare culture differenti: troverebbe un terreno fertilissimo di consenso. E in questo campo ci sono già ottimi esempi. La regione Puglia di Vendola e del bravo assessore Angela Barbanente di recente ha approvato una legge sulla rigenerazione urbana che permette davvero le “rottamazioni edilizie”, ma non in un quadro di selvaggia deregulation. Sono i comuni che decidono luoghi e modalità degli interventi. Dobbiamo contrapporre questa cultura -la sola in grado di far ripartire il sistema paese- alla barbarie berlusconiana.

Legalizzato il sacco d'Italia Un vero e proprio condono.

di Maria Campese - Veronica Albertini

Un vero e proprio condono. E' quanto il Consiglio dei ministri si appronta a varare venerdì prossimo col "piano casa". Si preannuncia una deregulation selvaggia che ha già fatto venire l'acquolina in bocca al partito dei costruttori. C'è già chi plaude alla libertà di sovvertire l'assetto del territorio disegnato da piani regolatori esistenti, dopo aver ricevuto la garanzia di demolire e ricostruire indiscriminatamente.

Senza lacci e lacciuoli, si potranno infatti allegramente aumentare del 20% le cubature degli edifici residenziali e commerciali in deroga ai piani regolatori. Basterà semplicemente la certificazione di un tecnico incaricato e pagato dagli stessi costruttori. Alla faccia del conflitto di interessi. Il provvedimento consentirà l'abbattimento e la ricostruzione in dimensioni più ampie del 30-35% degli immobili fatiscenti o abusivi edificati fino all'89.

Continua così imperterrita la via della speculazione edilizia e del sacco delle città che riporta il Paese agli anni '60 quando mani rapaci contribuirono al fiorire selvaggio di edifici e periferie squallide, alla creazione di mostruosi non luoghi regno dell'invivibilità. Si ripiomba nel Medioevo dell'urbanistica, vengono meno gli strumenti regolatori dello Stato e si toglie la possibilità ai cittadini di partecipare alle scelte attraverso le procedure di pianificazione del territorio. Questa deregulation non servirà di certo a risolvere il disastroso problema del disagio abitativo. Dal 2000 ad oggi si è registrato un notevole aumento di costruzione di nuove abitazioni. In particolare dal 2003 al 2007 il patrimonio residenziale è passato da 28,8 milioni di abitazioni a 31,4, con un incremento di 2 milioni 600 abitazioni. Nonostante ciò restano, anzi si sono aggravati, i problemi legati al disagio abitativo. Questo perché non si è investito quasi per niente nell'edilizia popolare e perché moltissime abitazioni continuano a rimanere sfitte. Il rilancio dell'edilizia non è certo servito a dare una casa a chi non ce l'ha, è servito soprattutto ad aumentare la speculazione edilizia.

Con questo provvedimento si dà continuità allo smantellamento degli strumenti di pianificazione urbanistica che ha visto una tappa nell'uso sistematico degli accordi di programma (trattativa tra proprietari privati ed enti locali). Prosegue il disegno della destra di demolizione dell'urbanistica, già tentato con la proposta di legge Lupi il cui obiettivo era la legittimazione dell'accordo di programma come strumento ordinario di governo del territorio. Un modo, insomma, per continuare con le colate di asfalto e cemento sui nostri territori. Grazie agli accordi di programma, l'urbanistica contrattata di impronta neoliberista, la città è stata vista come esclusivo fattore economico. E il perno di questo processo è la rendita speculativa.

Questa ulteriore spinta, questa liberalizzazione dell'abusivismo edilizio, avrà effetti devastanti per i territori. Brutture, cementificazione selvaggia, abitazioni invivibili. Gli aumenti delle cubature renderanno peggiori le nostre città. Le autocertificazioni del progettista non offriranno inoltre nessuna garanzia sulla sicurezza delle abitazioni. In Italia sono già numerose le tragedie delle abitazioni crollate e queste misure non faranno altro che aumentare il livello di insicurezza dei nostri edifici sia ad uso abitativo che commerciale. E come se non bastasse, comporteranno un maggiore aggravio della situazione nei centri urbani edificati prima dell'entrata in vigore della legge ponte che ha introdotto gli standard urbanistici nei piani regolatori, quindi già privi di servizi, verde, urbanizzazioni primarie e secondarie, con reti fognanti già gravemente insufficienti. Tra le conseguenze la riduzione di spazi pubblici e del verde, un maggiore traffico, un maggiore carico delle reti dell'acqua. Insomma una riduzione della vivibilità in centri urbani già gravemente compromessi da situazioni insostenibili. Gli speculatori non si faranno rimorsi e si getteranno a capofitto, grazie a Berlusconi, per depredare ora anche "legalmente" il nostro territorio. Dobbiamo impedirlo con tutte le nostre forze.

Intervista a Vezio De Lucia

di Vittorio Bonanni

Vezio De Lucia non è certo un nome nuovo per chi si occupa di urbanistica, sviluppo delle città, attenzione al patrimonio ambientale e lotta alla speculazione edilizia. Architetto, già assessore all'urbanistica al Comune di Napoli, intellettuale scomodo anche per le forze di sinistra, troppo spesso compiacenti con le logiche della speculazione, De Lucia è ovviamente preoccupato per il cosiddetto "piano casa" del governo,che prefigura un nuovo e forse peggiore scempio urbanistico ed ambientale.

Architetto, questa trovata dell'esecutivo fa venire in mente il personaggio creato da Antonio Albanese Cetto Laqualunque, che paventa in continuazione un'Italia priva di regole dove regna solo la logica della devastazione e dell'arricchimento facile. Che cosa ne pensa?

Cominciamo affrontando il problema della casa. Non c'è dubbio che nonostante in Italia si siano costruite fin troppe case, ci sia un fabbisogno di alloggi per ceti sfavoriti. Ai quali però si può e si deve rispondere soltanto con un intervento tutto pubblico. Cioé qui servirebbe di nuovo quella che si chiamava un tempo l'edilizia sovvenzionata, a totale carico dello Stato. E di questo invece non si parla mentre questa sarebbe l'unica categoria di edilizia che andrebbe considerata in questo frangente.

Siamo invece di fronte ad una liberalizzazione selvaggia...

Che è quella che propone appunto Berlusconi e che sarebbe solo una catastrofe per il nostro paesaggio. E qui si possono fare alcune riflessioni. La prima è questa: che probabilmente questo provvedimento non va visto disgiuntamente da quello che ha portato all'affievolimento degli interventi di tutela sul paesaggio. Cioé la fortissima penalizzazione recentemente intervenuta del ministero dei Beni Culturali e dei sovraintendenti. Si è insomma indebolito il controllo sul paesaggio e questa è una considerazione che pesa sinistramente su questo rilancio selvaggio della speculazione che viene proposto dai provvedimenti annunciati dal governo. Una seconda riflessione generale che vorrei fare riguarda la siderale differenza che c'è tra la linea politica del governo italiano e quella del governo degli Stati Uniti d'America. In Italia non si trova di meglio che rilanciare in modo indiscriminato la speculazione edilizia; mentre da parte di Obama si cerca di sfruttare, diciamo così, la circostanza della crisi economica per proporre, come si diceva una volta, un "nuovo modello di sviluppo" che punti sull'incremento delle spese sociali, sull'ambiente, su una riconversione dell'economia in senso ambientalista, in assoluta controtendenza a quello che propone invece il governo italiano.

Il quale rischia di far tornare il nostro paese negli anni delle peggiore speculazione edilizia degli anni '50 e '60, non trova?

Dico di più. L'Italia tutta sembra ripiombata negli anni dell'immediato dopoguerra quando a Napoli era sindaco Achille Lauro e circolava la battuta "il piano regolatore serve a chi non si sa regolare".

Va aggiunto a tutto questo ragionamento che anche le amministrazioni di centro-sinistra, targate Pd, hanno fatto molte concessioni al partito del mattone, a cominciare da quella romana di Veltroni...

L'aspetto preoccupante è che questo intervento pesca nei sentimenti più profondi e purtroppo diffusi del popolo italiano. Cioé lo stesso consenso che hanno avuto i condoni del governo Craxi e dei due governi Berlusconi ci sarà intorno a questo provvedimento, il quale è un'esasperazione della linea berlusconiana "padroni in casa propria", che però trova riscontro nella cultura diffusa e sommersa dell'italiano. Soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia. E qui non si può non fare e non pretendere un'autocritica da parte della cultura di centro-sinistra ma anche di sinistra. Non dimentichiamo che il Partito comunista italiano, a metà degli anni '80, sosteneva gli abusivi siciliani. Quindi c'è appunto una corresponsabilità anche della cultura di sinistra che non ha mai fatto bene i conti con questi problemi. E adesso sarebbe il momento di farli senza illudersi che una promessa sostenuta appunto dagli ambientalisti o da alcuni settori più illuminati, o anche dalla convenienza dell'opposizione, possa neutralizzare questa linea. Bisognerà agire su un piano culturale ancora prima che politico. Tra l'altro anche per avvicinarsi al resto d'Europa dove, per fortuna, in paesi più evoluti del nostro atteggiamenti del genere non esistono o sono enormemente minoritari.

Anche se in Spagna è successo qualcosa di simile...

Sì, ma lì si sviluppato con una bolla finanziaria piuttosto che con l'abusivismo. C'è stata l'illusione del credito facile. Il problema è stato un pochino diverso ed anche in Italia tuttavia è possibile riscontrarlo. E cioè il ridare ossigeno proprio a quei settori dell'economia che sono all'origine della crisi planetaria in questo momento. C'è insomma anche un discorso di questo genere anche se io non sono un economista e non manovro con sicurezza un tema del genere.

Con l'assenza totale di pianificazione insita nella proposta sciagurata partorita da Palazzo Chigi, rischia di essere vanificata definitivamente anche quell'idea di città sinonimo di rapporti sociali e culturali che sta all'origine della nascita dei grandi aggregati urbani. Che ne pensa?

E infatti anche in questo senso deve esserci quell'autocritica da parte della sinistra della quale parlavo prima. Sì è lasciato correre dando spazio all'egoismo delle persone. Basta d'altra parte riflettere sul fatto che la prima regione che ha aderito con entusiasmo all'idea del governo è stata la Sardegna dove è stato sconfitto Renato Soru che aveva provato a mettere in discussione questo "modello di sviluppo". Un concetto che dovremmo ritirare fuori senza vergognarci di farlo. Noi dobbiamo ridiscuterlo questo "modello di sviluppo" per quanto riguarda la città, l'urbanistica, il modo di organizzare lo spazio comune, contrastando con decisione una deregolamentazione pericolosissima.

Governatori contro il piano casa. Errani: «Il governo discuta con noi»

Non è stato ancora presentato ufficialmente, ma il piano casa del governo - anticipato da giorni sulla stampa - fa discutere. Venerdì prossimo verrà approvato dal consiglio dei ministri, i governatori delle regioni di centrosinistra sono già sul piede di guerra. Vasco Errani, presidente della Conferenza Stato Regioni che dovrebbe esaminare il piano solo dopo il varo a Palazzo Chigi, si dice «preoccupato dalla politica degli annunci e ancor più preoccupato se si facesse la scelta grave delle deregolazioni invece di seri percorsi di semplificazione, che sono necessari».

Per Errani, è «sbagliato il metodo». La richiesta: «Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo "piano segreto", come è stato definito e si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materia».

Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo parla di «condono surrettizio», la presidente dell'Umbria, Maria Rita Lorenzetti, dice che la proposta del governo per rilanciare l'edilizia «favorisce l'abuso e distrugge il territorio».

Per il governatore della Toscana, Claudio Martini, così si favorisce «solo chi è proprietario ed ha la possibilità di fare ampliamenti al di fuori di ogni regola».

No anche dal governatore della Puglia Nichi Vendola. Ma se la stragrande maggioranza dei governatori di centrosinistra si mantiene compatta su posizioni contrarie al piano e allineata dunque alla linea espressa dai loro leader nazionali, non mancano reazioni più possibiliste, che pur non corrispondendo a vere aperture di credito al governo Berlusconi, indicano almeno la necessità di rimandare il giudizio a quando il testo sarà presentato nel dettaglio.

E' di quest'avviso, per esempio, il governatore delle Marche Gian Mario Spacca («Giudico solo dopo aver conosciuto il testo»).

Il capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro spezza una lancia a favore della «semplificazione delle regole» in edilizia, pur lanciando l'allarme sul «pericolo di un generalizzato aumento delle volumetrie». E poi ricorda - e non è l'unico dell'opposizione a farlo - che anche il governo Prodi si occupò di un piano casa con lo «stanziamento di 550 milioni di euro».

Inviti alla cautela, in verità, arrivano anche da forze politiche vicine al centrodestra. Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo (Mpa), esprime le sue riserve. «La Sicilia - osserva - ha sofferto a lungo della piaga dell'abusivismo, stiamo attenti con le nuove cubature». L'impatto ambientale «deve essere compensato da norme di risparmio energetico come quelle che incoraggiano l'uso dei pannelli solari», aggiunge. E poi «in Sicilia con i consumi depressi - conclude Lombardo - non so quante famiglie possano spendere 150mila euro per allargare la propria abitazione». Riserve giungono anche dalla Lega, ma - c'è da aspettarselo - hanno un segno tutto diverso.

«Non vorrei che facessimo le case per darle agli extracomunitari», ribadisce Umberto Bossi. Dura replica di Paolo Ferrero. «Le sparate del ministro Bossi servono a poco se non a rassicurarci sul razzismo palese del leader leghista», dice il segretario del Prc, secondo cui un piano casa dovrebbe «servire a predisporre un grande piano per le case popolari ed a rilanciare l'edilizia popolare pubblica, come dice il segretario dell'Ugl Polverini».

In effetti, la materia è tale che intervengono anche i sindacati. ll segretario della Cgil Guglielmo Epifani: «Bisogna stare attenti quando si usano processi di regolamentazione in una materia come questa, abbiamo già visto con le banche che fine si fa quando non ci sono regole. Si sa dove si inizia, non si sa però dove si finisce». Per Epifani, sarebbe «necessario un provvedimento che rafforzi la riconversione sostenibile delle abitazioni, per il risparmio energetico».

Contrari anche gli ambientalisti. «Sembra di tornare alle Mani sulla città di Francesco Rosi - dice Edoardo Zanchini, responsabile dell'urbanistica di Legambiente - al ricordo di come in barba a qualsiasi norma, piano o regolamento edilizio negli anni '60 in Italia, speculatori senza scrupoli hanno potuto ampliare, demolire, ricostruire edifici brutti e insicuri».

Dalla parte del governo, il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan: «Non ci sarà alcuno scempio ambientale». Insieme al neoeletto governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, Galan ha già siglato l'intesa con Palazzo Chigi sul piano casa. Resta da aspettare la presentazione ufficiale del progetto per capire qual è la vera posizione dell'opposizione parlamentare su interventi che - in tempi di crisi - potrebbero far gola a molti amministrazioni locali che ne guadagnerebbero in termini di oneri di urbanizzazione.

Il villaggio immorale

Giovanni Maria Bellu

Se è vero che il successo politico di Berlusconi è stato in buona parte determinato dall'aver dato dignità di valore ad alcuni dei peggiori difetti del nostro carattere nazionale, l'annuncio del «piano casa» segna un'accelerazione formidabile del loro sdoganamento. Sembrano passati secoli, invece è meno di un anno, dai giorni della campagna elettorale quando il centrodestra era ancora obbligato ad assicurare di aver messo da parte la politica dei condoni. Qua siamo ben oltre: la sanatoria è preventiva. Autorizza a fare legalmente quanto, illegalmente, è stato fatto in occasione delle sanatorie «normali». Basti ricordare che nella fase preparatoria del primo dei condoni edilizi berlusconiani (1994) furono costruiti 83.000 edifici abusivi, 25.000 in più di quanti ne erano stati costruiti l'anno prima.

La «cementificazione dell’Italia» denunciata da Dario Franceschini è più di un rischio. Se il progetto andrà avanti nei termini in cui è stato annunciato, è una certezza. La novità allarmante è che Berlusconi questo rischio e questa certezza ritiene di poterseli prendere: considera il paese «pronto». Agisce, con la consueta spregiudicatezza, sulle parti più molli e fragili della nostra debole considerazione della cosa pubblica. L'esempio che ha fatto nell'illustrare il piano (la famiglia che cresce, la necessità di recuperare una stanza in più) segna l'assunzione del familismo immorale a valore programmatico. La vecchia definizione di Edward Banfield diventa una sorprendente e spietata istantanea del presente: «L'incapacità degli abitanti del villaggio di agire insieme per il bene comune o di fatto per qualsiasi bene che trascenda l'interesse immediato e materiale del nucleo familiare». Con la differenza che il «villaggio» in questione è un paese stremato economicamente nel quale l'87% degli abitanti ha una casa di proprietà. Ed ecco dunque la «soluzione» facile e allettante: allargare la casa dove ci si è già chiusi. In questo modo si avrà più spazio, si «valorizzerà» l'immobile, e si darà lavoro alle imprese edili. Quanto al rispetto dei piani urbanistici, dell'ambiente e del buon gusto, a garantirli sarà una sorta di autocertificazione.

Una balla. Ma suggestiva e allettante. Popolare. Per questo va presa sul serio. Come dice a Federica Fantozzi la presidente dell'Umbria Maria Rita Lorenzetti, va cercato un punto di equilibrio tra la deregulation selvaggia e il nulla. Per esempio semplificando le procedure amministrative che consentono, a determinate e tassative condizioni, di intervenire sugli immobili. E, intanto, affermando con forza il ruolo degli enti locali nella gestione del territorio. Abbiamo, per fortuna, parecchi «villaggi» formati da famiglie che hanno a cuore il bene comune e dove resistono dei valori condivisi.

Non è affatto scontato. È amaro scoprire - lo racconta Massimo Solani a pagina 16 - che Marco Beyene, lo studente italo-etiope aggredito l’altro giorno a Napoli per il colore della pelle, ha ricevuto tante telefonate di solidarietà dalla gente comune, ma nessuna da esponenti istituzionali della maggioranza di governo, né dal sindaco della sua città. Evidentemente certe vergogne sono ormai considerate episodi dell’ordinaria quotidianità. Il razzismo è diventato routine.

Ville gonfiate fai-da-te. Perplesso anche Bossi

Federica Fantozzi

Venerdì arriverà in consiglio dei ministri, diretto verso una rapida approvazione. È il piano straordinario per l’edilizia annunciato ex abrupto dal premier e accolto con critiche da molte Regioni e dalle associazioni ambientaliste.

Il documento si basa sui progetti di Veneto e Sardegna, due regioni guidate dal centrodestra, che consentono un ampliamento della cubatura degli edifici e la ricostruzione per quelli con più di trent’anni di vita. Il Veneto del forzista Galan farà da testa d’ariete: domani la giunta regionale discuterà il piano. Poi toccherà alle altre Regioni valutarlo.

Il ministro per i Rapporti con le Regioni Fitto ha annunciato che presto arriverà una legge quadro che consentirà agli enti locali di regolamentare sulla materia. Chiara la filosofia alla base del provvedimento: «Se riaprono i cantieri riparte tutta l’Italia». Dubbi della Lega e scarso entusiasmo del suo leader Bossi: «Alcuni ci credono molto, io meno. Ma è giusto riparlarne».

Preoccupati per la cementificazione del territorio e lo stimolo all’abusivismo, molti governatori. «Ferma contrarietà» da parte del presidente della Basilicata De Filippo che accusa il governo di «improvvisazione. Cauti il governatore delle Marche Spacca («Faremo la nostra parte ma niente deregulation, va tutelato il principio di sostenibilità») e quello della Lombardia Formigoni («Bene la sburocratizzazione ma non a svantaggio del territorio»). Duro sul metodo il governatore dell’Emilia Romagna Errani, anche presidente della conferenza Stato-Regioni: «Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo “piano segreto”, si rimetta il treno sui giusti binari, si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materia».

Berlusconi però ci tiene molto, convinto come è che si tratti di un volano per l’economia, cui potrebbe aggiungersi la scelta di mettere sul mercato le case popolari «a un prezzo ragionevole» per trasformare gli inquilini in proprietari. Il premier si mostra sicuro che non ci saranno abusi «perchè tutto quello che si farà è in continuazione di case esistenti, nelle zone previste dal piano regolatore e con una vidimazione sotto la responsabilità dei progettisti». Insomma, si tratterà solo di «dare a chi ha una casa, e nel frattempo ha ampliato la famiglia, la possibilità di aggiungere una, due stanze, dei bagni alla villa esistente».

Il piano prevede 550 milioni per l'edilizia popolare. Soldi che, protestano dall’opposizione, erano già stati stanziati dal governo Prodi e poi bloccati da Tremonti con molti progetti edilizi già avviati. Le abitazioni saranno date in affitto con diritto di riscatto. I primi interventi prevederebbero la costruzione di 5-6mila alloggi.

Ma il punto dirimente riguarda la possibilità di aumentare il volume di case, appartamenti e villette, e addirittura di ricostruire alberghi e villaggi turistici. E' previsto infatti un aumento delle cubature, pari al 20%, delle costruzioni esistenti. Nonché la possibilità di abbattere edifici vecchi (realizzati prima del 1989), non sottoposti a tutela, per costruirne nuovi con il 30% di cubatura in più. Qualora si utilizzino tecniche costruttive di bioedilizia o che prevedano il ricorso ad energie rinnovabili l'aumento della cubatura è fino al 35%.

Interventi che dovranno rispettare le norme sulla tutela dei beni culturali e paesaggistici e non potranno riguardare edifici abusivi. Che quest’ultimo divieto possa funzionare, non ci credono in molti: il permesso di costruire verrà, in parecchi casi, sostituito da una sorta di autocertificazione da parte del progettista. Obiettivo: eliminare lacci, pastoie ed eccessi di burocrazia nel settore.

In fondo, per Berlusconi il nuovo piano casa è l’estensione di un altro provvedimento fortemente voluto: la legge «padroni a casa propria» del 2004 che permetteva di ristrutturare a piacere l’interno degli edifici, rispettando volumi e facciate, dietro semplice presentazione della dichiarazione di inizio attività.

La scelta è tra egoismi e legalità

Vezio De Lucia

È il condono universale. Universale e senza oblazione. Anzi, con la gratitudine del governo.

È scattato subito il no delle regioni di centro sinistra e immediata è stata la protesta degli ambientalisti. Ma si apre uno scontro difficilissimo, irto di insidie, perché il provvedimento berlusconiano solletica gli egoismi più profondi e popolari, radicati in tanta parte del nostro Paese, in particolare nel Mezzogiorno. Quegli stessi egoismi che nei decenni trascorsi indussero ad affossare ogni tentativo di riforma urbanistica e che nel mese scorso hanno determinato la sconfitta di Renato Soru. E torna in vita quel vasto consenso popolare che ha favorito tre leggi di condono in diciotto anni (governo Craxi nel 1985, governi Berlusconi nel 1994 e nel 2003).

Non è certo un caso se la Sardegna è stata la prima regione a plaudire. Insieme al Veneto, alla Lombardia, alla Sicilia, all’Abruzzo, e all’associazione dei costruttori, che non perde occasione per schierarsi dalla parte della speculazione edilizia.

Le conseguenze, se la proposta fosse approvata così come annunciata, sarebbero inaudite, potrebbero ammontare a decine di milioni le nuove stanze consentite dalla legge, annientando quanto resta del paesaggio italiano, sempre meno tutelato, grazie anche alle recenti misure di smantellamento del ministero dei Beni culturali. Per non dire del favore alla malavita che nell’edilizia spontanea e illegale ha sempre sguazzato.

Mi auguro che nei prossimi giorni si riesca a organizzare una contestazione efficace e produttiva, ma soprattutto mi auguro che questa sia l’occasione per mettere mano a una severa riflessione autocritica da parte della politica e della cultura di centro sinistra che non sono mai state davvero capaci di contrastare con determinazione politiche di deregolamentazione selvaggia come quest’ultima sull’edilizia.

In controtendenza rispetto al meglio dell’Europa.

«Così si favorisce l’abuso e si distrugge il territorio. Il governo si fermi»

Federica Fantozzi intervista Maria Rita Lorenzetti

Maria Rita Lorenzetti, presidente dell’Umbria, boccia il piano casa del governo ma è pronta a sedersi al tavolo «per trovare le soluzioni migliori per i cittadini».

Il ministro Fitto annuncia di aver chiuso l’accordo con le Regioni, che presto arriverà una legge quadro e che con il piano casa ripartirà il Paese. È così?

«Intanto chiariamo che né il ministro nè il governo ci hanno consultati: ora la cosa migliore è fermare tutto e discutere con le Regioni. Poi ricordiamoci che i 550 milioni per l’edilizia pubblica annunciati dal governo li aveva già assegnati Prodi. A luglio scorso Tremonti li ha tolti, sebbene alcune regioni, come l’Umbria, avessero avviato i progetti. Se li avessero lasciati sarebbe stata una bella infornata di risorse per l’edilizia, i cittadini e le piccole imprese».

Insomma l’esecutivo ha solo restituito ciò che aveva tolto?

«Esatto. Procurando un ritardo allo sviluppo dell’economia. Lo stesso vale per i Fas: ieri il Cipe ne ha approvati 8. Se fosse successo prima, erano fondi per case, riqualificazione urbana, infrastrutture ambientali, aree industriali...».

Lei del piano che permette di ampliare il volume degli edifici e ricostruire quelli con più di 30 anni non sapeva nulla?

«Assolutamente no. Eppure ho trattato il recupero dei fondi per l’edilizia pubblica. 200 milioni subito per progetti già cantierabili, gli altri 350 più avanti.

E in tante riunioni e telefonate non è mai uscita un’idea simile».

Molti dicono: che male può fare ricoprire una terrazza?

«Molto abusivismo nasce da interventi di tamponatura di balconi e porticati. Così si rischia di stimolare gli abusivi e distruggere il territorio».

Una o due stanze in più. Rischia di essere uno slogan molto popolare in tempi di crisi.

«Ma certo, l’effetto mediatico può essere molto forte. Di gente che ha bisogno e non può permettersi grandi spese ce n’è. Ma ogni Regione e Comune sa come regolarsi per rispondere a queste giuste esigenze. Si possono trovare norme purché non confuse, inefficaci e approssimate come queste».

Qual è l’approccio giusto?

«L’esecutivo non ha minimamente discusso con chi ha competenze ed esperienza, vale a dire gli enti locali. Non mi è mai capitato, finora, un caso insolubile. Non ci si può nascondere dietro situazioni di disagio per fare scempio del territorio. È immorale».

È vero che c’è un eccesso di burocrazia nei regolamenti edilizi?

«Certo che una semplificazione è augurabile. Ma non una deregulation selvaggia. Io sono stata azzannata dagli ambientalisti per aver varato una legge che permette investimenti nei centri storici. Con norme certe, precise, trasparenti però. Se si lascia ognuno libero di fare quello che vuole, non sono d’accordo».

Se il piano diventerà realtà, l’Umbria lo applicherà o no? C’è qualche parte che giudica salvabile?

«Il governo e soprattutto Fitto sanno bene che noi siamo interlocutori che al di là dai colori politici si misurano sul merito. Ci siederemo al tavolo e valuteremo il meglio per i cittadini. Ma disturba molto che l’esecutivo strombazzi un suo progetto fatto con i soldi nostri e non abbia fatto lo sforzo di consultarci prima».

Errani: si fermi quel piano si discuta con noi Governatori

Fermare il piano per l'edilizia annunciato da Berlusconi, e ripartire dalla discussione con le regioni. Tornano all'attacco i governatori di centrosinistra, guidati da presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani: si riparta da un più corretto rapporto istituzionale con le autonomie locali. Peraltro il provvedimento legislativo dovrebbe essere discusso in conferenza Stato-Regioni solo dopo l'approvazione in consiglio dei ministri, venerdì. «Sul merito del provvedimento sulla casa annunciato dal governo ai giornali - ha ribadito Errani - mi preoccupa la politica degli annunci e mi preoccuperebbe ancor più se si facesse la scelta grave delle deregolazioni invece di seri percorsi di semplificazione, che sono necessari. Trovo gravemente sbagliato il metodo. Se si vuole una vera politica della casa, anche per rispondere alla crisi economica, si azzeri questo “piano segreto”, si rimetta il treno sui giusti binari, si riparta da un corretto rapporto istituzionale con regioni ed enti locali, titolari della materia».

Franceschini: «No al piano di cementificazione dell’Italia»

Maria Zegarelli

Bocciato, senza appello. Dario Franceschini, «look maglioncino», come lo definisce Lucia Annunziata «In mezz’ora», è lapidario con il piano per la casa annunciato dal premier. «Il rischio cementificazione dell’Italia è pericolosissimo» perché le ricchezze di questo Paese sono il suo territorio e il suo paesaggio. «È come se un paese arabo bruciasse il petrolio».

La squadra

Un’idea «campata sulla Luna» questa liberalizzazione. malgrado Berlusconi la racconti come la possibilità per chi ha una villa «di aggiungere una o due stanze», come se la stragrande maggioranza degli italiani non vivesse in condomini. Il segretario del Pd , dopo una vita da mediano riveste con disinvoltura il ruolo da capocannoniere e prende atto dell’ «l’effetto choc» determinato dalle dimissioni di Veltroni: finita l’epoca della litigiosità interna, «siamo una squadra, c’è solidarietà». Mette in fila dei sì e dei no, spazzando via le zone d’ombra.

No al piano casa, no all’allungamento dell’età pensionabile per le donne, perché dall’Ue «non si può prendere soltanto questo pezzo, pensare di iniziare la riforma del sistema previdenziale con l’equiparazione dell’età delle donne con quella degli uomini senza accompagnarla con un meccanismo di servizi sociali, di assistenza alle famiglie, alla maternità , agli anziani». No all’accordo con la Francia per le quattro centrali nucleari, «nessuno le fa più. Dobbiamo entrare subito nella ricerca sul nucleare di nuova generazione e investire nella cosiddetta green economy su cui ci sarà uno sviluppo straordinario». Ed ecco il quarto «no»: «Non sono l’uomo dei no, ho detto di essere disponibile ad un confronto sulle misure da adottare per fronteggiare la crisi. Sono loro ad aver detto “no” alle nostre proposte», come quella sull’election day. «Abbiamo chiesto di accorpare il referendum alle elezioni europee e amministrative per non buttare 460 milioni di euro, ma si sono rifiutati». Come quella sulla moratoria sui licenziamenti.

Il quinto «no» arriva a proposito del testamento biologico: su questo argomento non c’è «disciplina di partito», ma c’è un’opinione prevalente ed è quella che esclude l’imposizione di alimentazione e idratazione a prescindere dalla volontà soggettiva. Un altro no, a volerli metterli in fila tutti, arriva anche all’ipotesi di appoggiare il governo Berlusconi, «un’idea che non sta né in cielo né in terra».

Se il governo lo accusa di dire «no di sinistra», il segretario risponde: «siamo un’opposizione che fa proteste e proposte». Il «democristiano classico» . come lo definisce Annunziata, per il modo di approcciare alla crisi con l’assegno di disoccupazione. rimanda la palla: «Proporre un assegno di disoccupazione è di sinistra? Provi Berlusconi a dirlo a un disoccupato di destra che ha perso il lavoro, e veda cosa gli risponde». Vero, non è colpa del premier se c’è la crisi, «a nessuno di noi, nemmeno nella foga di un comizio è mai venuto in mente di dire che è colpa del governo Berlusconi, ma il modo inefficace e inadeguato in cui si affronta» la crisi, certamente sì.

La Rai

Opposizione dura e poi dialogo con Gianni Letta per la presidenza Rai, commenta la giornalista. «Lo impone la legge, ma dal momento in cui avremo contribuito a scegliere il presidente, il Pd farà un passo indietro». E quanto al possibile matrimonio Rai-Mediaset, «se ci fosse un tentativo di questo tipo ci opporremmo con ogni determinazione». Sul futuro de l’Unità il segretario augura una soluzione che garantisca il futuro del giornale, ma «non è un compito del segretario perché né l’Unità, né Europa hanno rapporti giuridici o economici con il Pd».

IL DOCUMENTO DELL'INU

L’Istituto Nazionale di Urbanistica esprime la più grande preoccupazione per le ipotesi riportate dalla stampa relative alle norme che il Governo intende varare in materia di edilizia privata e in particolare quelle relative all’incremento, indiscriminato e senza condizioni, del 20% degli edifici residenziali esistenti con un ulteriore regalo alla rendita fondiaria e non a tutti i cittadini. Mentre l’estensione della Dichiarazione d’Inizio Attività (DIA) per ogni intervento, porterebbe sicuramente ad un aggravio del già elevatissimo contenzioso sull’edilizia, oltre ad eliminare ogni forma di controllo ed anche di pubblicizzazione degli interventi. Se tali ipotesi venissero confermate dal provvedimento legislativo che il Governo intende varare nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri, si prospetterebbe anche un reale pericolo di peggiorare la già precaria qualità morfologica ed urbanistica delle città italiane, con ampliamenti e sopralzi casuali, legati alle occasioni e alle possibilità d’intervento, in deroga a qualsiasi regola che ogni città e ogni centro urbano hanno cercato faticosamente di darsi con i propri piani e i propri regolamenti, ponendo l’interesse pubblico come primo, fondamentale obiettivo da salvaguardare. Il provvedimento annunciato non sembra, inoltre, tenere minimamente conto dell’impatto urbanistico di tali ampliamenti, che, se generalizzati, potrebbero aumentare congestione e invivibilità delle nostre città, aggiungendo nuovi carichi urbanistici insostenibili e non programmati. Senza dimenticare l’impatto sociale che si determinerebbe, provocando situazioni differenti e disuguaglianze per i cittadini, causa l’eterogeneità delle situazioni di partenza.

L’INU dichiara di appoggiare qualsiasi provvedimento che si muova nella direzione della semplificazione e nella trasparenza delle procedure edilizie nell’interesse di tutti i cittadini, senza tuttavia introdurre forme generalizzate di deregulation che favoriscono, di fatto, nuove forme di rendita senza controlli e senza nessuna ridistribuzione sociale della stessa; scelte che hanno determinato esiti negativi ovunque, in Italia o in Europa, siano state applicate. L’INU ricorda anche come modalità, auspicabili, di semplificazione e di incentivazione siano già presenti nella normativa italiana e in particolare in quelle di alcune Regioni, dalle quali bisognerebbe partire per proporre provvedimenti che non cerchino di incassare solo un generico consenso dell’opinione pubblica senza garantire un reale incremento dell’attività edilizia socialmente sostenibile, ma che consolidino regole e possibilità d’intervento qualitativamente migliori per tutti. L’INU sottolinea, inoltre, come un miglioramento delle procedure e del rapporto tra cittadini, imprese e pubblica amministrazione, passi necessariamente attraverso un aumento della capacità di gestione di quest’ultima e quindi da un maggiore qualità delle sue prestazioni professionali e culturali, condizioni che non si raggiungono sottraendo risorse agli enti locali attraverso misure fiscali improvvisate.

Nei confronti dei provvedimenti annunciati dal Presidente del Consiglio dei Ministri, l’INU avverte, inoltre, come la materia trattata non sia di esclusiva competenza dello Stato, bensì concorrente e dunque coinvolga direttamente la responsabilità delle Regioni, alle quali spetta costituzionalmente il compito di legiferare in materia di governo del territorio e quindi anche di edilizia: tali provvedimenti dovranno quindi essere contenuti, in una legge quadro di indirizzi per le Regioni, come da alcune notizie di stampa sembra potersi desumere, che dovrà trovare il consenso di tutte le Regioni, senza quindi alcuna forzatura politica o costituzionale. A questo proposito, l’INU ricorda come sia da tempo ferma in Parlamento la legge quadro sui “principi

fondamentale del governo del territorio”, nella quale potrebbero anche essere inseriti alcuni dei provvedimenti annunciati, in un contesto più meditato e costituzionalmente maggiormente attendibile; in questo caso non mancherebbe il sostegno dello stesso INU, a condizione che incentivi e incrementi si indirizzino verso la realizzazione di edifici bio-sostenibili e energeticamente virtuosi, mentre eventuali demolizioni e ricostruzioni, del tutto auspicabili come principio, non vadano a detrimento della normale programmazione, anche in termini quantitativi, che ciascuna comunità si è data. Peraltro, l’ipotesi, tutta da discutere, di ampliamento generalizzato dell’edilizia esistente sembra potersi applicare realisticamente solo agli insediamenti a bassa densità e con tipologie uni o bifamiliare.

L’INU ribadisce, infine, l’importanza del rilancio del programma di edilizia sociale, da troppo tempo assente dalle nostre politiche nazionali, annunciato insieme ai provvedimenti prima trattati. Su questo tema si sottolinea la necessità che l’edilizia sociale, pubblica o privata, sia prevalente in affitto, perché tale è la domanda sociale emergente e che sia rivolta alle categoria più deboli della nostra società quali i giovani, gli anziani e gli immigrati. Un’edilizia che, come già previsto da altri provvedimenti, deve essere considerata una dotazione territoriale, cioè un servizio sociale e sia realizzabile sulle aree acquisite gratuitamente dai Comuni attraverso i meccanismi compensativi e perequativi, ormai diffusi a livello nazionale. Con questi indirizzi e a queste condizioni il programma di edilizia sociale troverà l’aperto sostegno dell’INU.

Roma, 8 marzo 2009

A Vado Ligure oggi rimane una sola spiaggia. È l’unica superstite della cementificazione massiccia del territorio circostante, in pieno stile ligure: oggi in tutta la zona, secondo alcune stime, solo 19 chilometri di spiaggia su 135 sono ancora liberi.

Fra poco anche questa spiaggia potrebbe soccombere.

La piccola Vado è una cittadina di ottomila abitanti alle porte di Savona, con una storia fatta soprattutto di attività industriali.

In questa rada ben presto inizieranno i lavori per la costruzione della cosiddetta “piattaforma Maersk”: la realizzerà la Apm Terminals, divisione indipendente del colosso danese A.P. Moller-Maersk (vedi pagina accanto). Maersk è un nome (e un simbolo) noto a tutti anche in Italia, soprattutto per quei container con la stella bianca in campo azzurro che si vedono impilati nei porti uno sopra all’altro, in attesa di essere recapitati a destinazione.

Il progetto della piattaforma - nel corso degli anni: se ne parla da almeno otto - è cambiato, è evoluto, è cresciuto, rimanendo nel bene e nel male sempre fedele a se stesso: costruire nel golfo di Vado Ligure una “piattaforma multifunzionale” per la movimentazione dei container, per dirla con le parole dell’Autorità portuale di Savona, con una superficie a mare di 210.700 metri quadri, pari più o meno al centro abitato di Vado, o se volete a 30 campi da calcio.

Un’opera talmente grande che secondo la Valutazione di impatto ambientale nazionale (V.i.a.) diventerà senza ombra di dubbio “l’elemento dominante del paesaggio da qualsiasi punto di vista del territorio circostante”, riempiendo per circa due terzi la rada di Vado. Irreversibilità, sovradimensionamento, impatto sul paesaggio e inquinamento (atmosferico, acustico e marino) sono le principali critiche mosse al progetto dalle associazioni ambientaliste locali e nazionali (Italia Nostra, Wwf, Greenpeace e Legambiente):

“Si vuole costruire qui un’opera paragonabile alla piattaforma di Marsiglia, senza ricordarsi che a Vado abitano appena 8mila anime. Fatti due calcoli si tratta di circa cento metri quadri di piattaforma a famiglia”, commenta Sergio Uras, presidente del circolo di Legambiente di Finale Ligure.

Una previsione davvero grigia per un’area già massacrata dal cemento che tuttavia rimane all’interno del Santuario dei mammiferi marini ed è a soli tre chilometri dall’Area marina protetta Isola di Bergeggi (istituita dal ministero dell’Ambiente nel 2007). Il progetto include anche la cosiddetta riqualificazione del fronte mare, per la “mitigazione” e la “compensazione” della piattaforma. Due concetti che già attestano la presenza di un danno. In altre parole si tratta di altro cemento che andrà ad “attutire” il brutto spettacolo creato dalla piattaforma container: un porticciolo turistico, un centro polivalente, una piscina e una piazza spettacoli. Un progetto da 40 milioni di euro, vinto da un team guidato dall’architetto Paolo Cevini. Docente presso la Facoltà di Architettura di Genova, Cevini nello stesso periodo si è aggiudicato anche il concorso per la “riqualificazione” del waterfront di Rapallo.

I soci, i soldi. Facciamo un passo indietro e diamo un occhio a chi partecipa all’affare. Alla gara per la realizzazione e gestione dell’opera, promossa dall’Autorità portuale di Savona e bandita nel 2006 col sistema del “project financing”, partecipa un solo concorrente: Maersk. Lo fa in qualità di capocordata di un’associazione temporanea di imprese (Ati) che comprende anche Grandi Lavori Fincosit e Technital. Sono nomi tutt’altro che sconosciuti. Gl Fincosit, con sede a Genova e a Roma, è oggi è tra le prime imprese di costruzione in Italia. Fa parte del Consorzio Venezia Nuova, che opera per la cosiddetta “salvaguardia di Venezia” (progetto noto al grande pubblico per il “Mose”).

In curriculum ci sono anche sei delle maggiori centrali termoelettriche italiane e la partecipazione alla costruzione della centrale nucleare di Caorso, nel 1973. In passato Fincosit ha partecipato anche alla realizzazione delle “autostrade gravitanti intorno a Genova”, come si legge sul sito web, e degli “impalcati dell’autostrada Messina-Catania”. Oggi Gl Fincosit partecipa ai lavori dell’Alta velocità Milano-Bologna “nella zona di Piacenza”. Anche Technital vanta in curriculum i lavori nell’ambito del “progetto per la salvaguardia di Venezia”. Inoltre altri grandi opere, tra cui il progetto preliminare per i lavori di idraulica a Pont Ventoux, in Val Susa, e i lavori nell’ambito della progettazione della rete autostradale in Sicilia.

Insomma, anche se una successiva fase della gara vede una seconda proposta proveniente dal gruppo Itinera (gruppo Gavio), Coopsette e Codelfa, respinta dall’Autorità portuale perché “ inaccoglibile”,

il bando viene vinto dall’Ati Maersk/Technital/Gl Fincosit.

Ottenuta la gara, si tratta di trovare i soldi per la costruzione della piattaforma. A guardare il piano economico, lo squilibrio tra finanziamenti pubblici e privati è più che evidente. Il costo totale dell’opera è infatti di 450 milioni di euro, ma solo 150 milioni sono a carico di Maersk: i restanti 300 sono a carico del soggetto pubblico e dovrebbero provenire da un mutuo che si poggia su una serie di garanzie. Eccole: da una parte si parla di “125 milioni di finanziamento statale, in tranche annuali di 15 milioni per 15 anni” (sulla base del comma 991, art.1, Finanziaria 2007); dall’altra “il 25% del valore di incremento di Iva e accise derivante dall’attivazione della nuova infrastruttura per un periodo non superiore ad anni 15 nel limite del costo complessivo dell’intervento” (sulla base del comma 990). In altre parole una scommessa sulle previsioni di un traffico massiccio che sarà generato dalla piattaforma. Garanzie solide? Forse, ma a oggi (metà novembre) i nomi delle banche che dovrebbero concedere il mutuo sono ancora sconosciuti, anche se l’inizio dei lavori per la costruzione della piattaforma è previsto per la primavera 2009.

Lo scorso agosto otto associazioni, tra cui Vivere Vado e Wwf Liguria, hanno presentato un esposto alla Commissione europea, chiedendo di verificare se il finanziamento pubblico previsto possa configurarsi come un aiuto di Stato a imprese private.

In particolare è stato chiesto di “verificare se il lungo periodo di concessione della piattaforma al raggruppamento di imprese, pari ad anni 50, e il relativo canone corrisposto all’Autorità portuale (circa 750.000 euro l’anno), siano congrui con il capitale pubblico (300 milioni di euro) impiegato per la costruzione dell’opera”. “L’Ue ha richiesto alcuni documenti all’Autorità portuale: stiamo aspettando delle risposte”, dice Franca Guelfi, portavoce della lista civica Vivere Vado (vedi sotto). Ma all’Autorità Portuale tutto tace.

Per un pugno di bar. I 300 milioni di finanziamento pubblico dovrebbero essere impiegati “per sostenere un differente modello di sviluppo, che tenga conto di tutte le variabili ambientali, sociali ed economiche presenti sul territorio e che non sia a vantaggio di un unico soggetto commerciale, che ha già una posizione dominante sul mercato mondiale del trasporto container”, dicono le associazioni firmatarie del reclamo all’Ue. Quali sono invece i vantaggi concreti per gli abitanti di Vado Ligure? “Nell’ambito dell’accordo di programma fatto con la Regione e con il Comune abbiamo stabilito che una quota dell’investimento, almeno del 20-25%, vada a imprese locali”, spiega Rino Canavese, presidente dell’Autorità portuale di Savona-Vado, già deputato durante il primo governo Berlusconi. “Già in fase di realizzazione le ricadute saranno abbastanza, basti pensare alle forniture. E poi il fatto di avere un’opera di quelle dimensioni costruita lì è importante in termini di ricadute per i bar, per i ristoranti, per gli alberghi, per chi ha le cave e per chi produce le materie prime”. In termini occupazionali le previsioni ufficiali parlano di 300 posti di lavoro nel 2012, che dovrebbero arrivare a 400 nel 2020. A questi si andrebbero ad aggiungere i 250 posti generati dall’occupazione indotta direttamente sulla piattaforma dalla Compagnia portuale.

Se tutto andrà secondo le previsioni, si badi bene. Infatti, “le scelte di una multinazionale sono sempre poco prevedibili”. Lo sanno bene quelli dell’Rsu di Maerks Italia, la divisione container di A.P. Moller Maersk, che in Italia ha sede a Genova: “Nel capoluogo ligure, lo scorso gennaio, Maersk ha tagliato 129 posti di lavoro. Tagli che si inseriscono in strategie di pianificazione globale, non locale. Su scala mondiale, infatti, gli esuberi sono stati circa 3mila”.

Per quel che riguarda il traffico container generato dalla nuova struttura invece, Maersk nel suo piano di impresa parla di circa 450.000 Teu/anno (Teu è la misura standard pari a un containerlungo 6,1 metri) all’avvio del terminal, che salirebbe a 720.000 Teu/anno a regime. Rino Canavese, che in passato ha fatto parte della Commissione trasporti e Commissione lavori pubblici e ambiente, è più ottimista: “Io penso che supereremo il milione”.

Quel che è certo è che la piattaforma di Vado Ligure si andrà a inserire in un tratto di costa compreso tra Livorno e Savona, lungo appena 250 chilometri, in cui oggi si concentrano ben quattro fra i maggiori porti nazionali (Genova, Savona, Livorno e La Spezia). “Di fatto più che a fare sistema questi porti tendono a competere tra loro”, spiega Francesco Parola, ricercatore presso la Facoltà di Economia dell’Università Parthenope di Napoli. “In un certo senso Vado è la prova dello scarso coordinamento presente. Per anni Maersk ha chiesto un terminala Genova, che non gli è mai stato dato in concessione”. A Genova, il terminal container di Voltri nel 2007 ha movimentato un milione di Teu, tanti quanti si pensa potrebbe movimentarne la piattaforma Maersk con una superficie circa cinque volte più piccola. Qualcosa non torna.

“Il coordinamento sulla realizzazione di progetti portuali e sull’assegnazione di concessioni non è consentito dall’attuale contesto normativo, in quanto ciò darebbe luogo a comportamenti di tipo collusivo lesivi della libera concorrenza”, riprende Francesco Parola. “Oggi si costruisce un terminala Vado, ma non in un ottica di sistema dei porti liguri. Sarebbe meglio sfruttare o potenziare le strutture esistenti, in cui gli spazi, spesso, non vengono utilizzati al massimo delle loro potenzialità. Tanto più che per una nave proveniente dall’Asia scaricare a Vado o scaricare a Voltri o a La Spezia è piuttosto indifferente”.

L’impero danese dei terminal

La società Apm Terminals, che realizzerà la piattaforma di Vado Ligure, dal 2001 è una divisione indipendente del gruppo A.P. Moller-Maersk. Possiede 50 terminal container in 31 Paesi in cinque continenti e altri 14 sono in arrivo. La società ha chiuso i primi sei mesi del 2008 con un fatturato di 1,5 miliardi di dollari, in crescita del 27% rispetto allo stesso periodo del 2007. Gli utili salgono a 185 milioni di dollari rispetto ai 49 dei primi sei mesi dell’anno scorso. Apm Terminals non opera esclusivamente con Maersk Line, la divisione container di Ap Moller-Maersk: la quota-fatturato generata da altri clienti nei primi sei mesi del 2008 corrisponde al 38% del totale (era il 34% nell’intero 2007 e il 33% nei primi sei mesi 2007). www.apmterminals.com

Il ruolo dell’Autorità

L’Autorità portuale di Savona amministra un arco di costa che si estende da Albisola a Bergeggi e comprende i bacini portuali di Savona e Vado Ligure. Fino al 1968, il controllo del porto e delle sue attività, era gestito dall’Ente portuale di Savona Piemonte, in sinergia con altre aziende del settore.

Quell’anno venne istituito e riconosciuto l’Ente autonomo del Porto di Savona, trasformato nel 1994 nell’attuale Autorità portuale, istituita dalle legge 84/94. Con questa legge le Autorità portuali sono state dotate di personalità giuridica pubblica e sottoposte alla vigilanza del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Tra le entrate dell’Autorità portuale ci sono i canoni di concessione delle aree demaniali e delle banchine comprese nell’ambito portuale e dai proventi di autorizzazioni per operazioni portuali; gli eventuali proventi derivanti da cessioni di impianti; il gettito delle tasse sulle merci sbarcate e imbarcate; i contributi delle Regioni, enti locali e altri enti e organismi pubblici. La sede dell’Autorità portuale di Savona nel 2012 sarà trasferita all’interno delle aree demaniali del porto di sua proprietà. Un investimento pari a 5 milioni di euro, di cui 3,5 già finanziati dal governo, per realizzare una struttura alta 30 metri che occuperà un’area di 3mila metri quadri. A Vado l’Autorità portuale ha concluso l’acquisto di 32mila metri quadri di aree comunali, costate invece sei milioni e mezzo di euro, un investimento fondamentale per “per ottimizzare i varchi doganali di accesso e la viabilità”.

In Italia, l’Autorità portuale è presente nei porti di Ancona, Bari, Brindisi, Cagliari, Catania, Civitavecchia, Genova, La Spezia, Livorno, Marina di Carrara, Messina, Napoli, Palermo, Ravenna, Savona, Taranto, Trieste e Venezia.

Al servizio delle industrie

La piccola Vado nel corso della storia ha subito un’industrializzazione pesantissima. Oggi la Exxon Mobil produce qui lubrificanti finiti per oltre 100.000 tonnellate l’anno, utilizzando le materie prime del vicino impianto della Infineum Srl (ex Esso Chimica). A farle compagnia ci sono Petrolig (porto petroli), Zinox (ossido di zinco), Vetrotex (filati di vetro), Nuova Isotermica srl (mattoni refrattari) e Sanac (materiale refrattario). E ancora: due cave di calcare attive (la cava Trevo e la cava Mei-Colombino) e due discariche (una per rifiuti solidi urbani e una per rifiuti speciali). La centrale termoelettrica a carbone Tirreno Power (ex-Enel) svetta nel mezzo al paese. Bombardier Trasportation Italy lavora qui per la progettazione e la costruzione di treni “davvero speciali”: in particolare il “V300 Zefiro”, “la punta più avanzata in materia di Alta velocità”, secondo il presidente di Bombardier Italia Luca Navarri. “Una vera e propria servitù industriale”, sottolinea Stefano Sarti, presidente di Legambiente Liguria, l’associazione che lo scorso giugno ha assegnato la sua bandiera nera al Comune di Vado Ligure (Savona), alla A. P. Moller-Maersk (Copenhagen) e alla Maersk Italia Spa (Genova). “Il futuro si costruisce su basi durature e distruggendo il territorio non ci sono prospettive”, aveva dichiarato in quell’occasione Rina Guadagnini, portavoce di Goletta Verde. “Non si possono barattare posti di lavoro incerti con un sicuro scempio ambientale, rifiutato dai cittadini”.

Resistenza vadese

“Sono otto anni che siamo sul piede di guerra”, dice Franca Guelfi, portavoce della lista civica Vivere Vado e consigliere comunale. “Abbiamo sempre sostenuto che un’opera del genere sarebbe a dir poco devastante per il paese”. Una resistenza attiva, cominciata nel 2000, l’anno in cui si inizia a parlare per la prima volta di una possibile “piattaforma Maersk” a Vado. “Abbiamo organizzato allora una prima raccolta firme”, spiega Franca, “e poco tempo dopo abbiamo chiesto un referendum”. Nel corso degli anni la contestazione si allarga e, nel 2007, sono oltre 2mila le firme di cittadini contrari al progetto presentate al sindaco di Vado Carlo Giacobbe, perché la progettazione delle opere portuali fosse “radicalmente rivista”. In quel periodo il fronte del no si allarga con l’uscita dalla maggioranza di tre assessori e due consiglieri. Pochi mesi dopo, una consultazione popolare è indetta dalla stessa amministrazione comunale. Il 20 gennaio 2008 3mila vadesi (49,8%) si recano ai seggi, in un tentativo estremo di opporsi al progetto. La vittoria dei no è schiacciante, ma le istituzioni non battono ciglio: “A Vado il referendum interviene quando esiste già un piano regolatore approvato che prevede il progetto ed è stata già eseguita una gara pubblica, con un iter progettuale già in corso e con atti e impegni stabiliti”, dichiara il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando. A dargli man forte c’è Rino Canavese: “Se la piattaforma non si farà, i tir della Liguria anziché passare da Vado arriveranno da Marsiglia. I francesi non vedono l’ora di accogliere Maersk”. E per finire il Presidente della Provincia di Savona Marco Bertolotto: “È stato un errore fare la consultazione. Non rientra nel mio concetto di democrazia”. A fine luglio, centinaia di manifestanti assediano un Consiglio comunale “blindato”, con tanto di forze dell’ordine che scortano i membri della Giunta. Quel giorno l’Accordo di programma che dà il via alla piattaforma viene approvato.

I cittadini hanno presentato ricorso al Tar.

Cronistoria di una colata

2002 Il Consiglio comunale adotta un Piano regolatore portuale (Prp) che contiene un nuovo progetto di piattaforma.

2004 Elezioni comunali di Vado: la lista civica “Vivere Vado” ottiene un consigliere in Consiglio comunale

2005 Il Prp supera la V.i.a. nazionale, con alcune prescrizioni. Anche il Consiglio regionale approva il Prp con altre prescrizioni tra cui la stipula di un Accordo di programma e il parere della V.i.a. regionale (ancora mancante).

2006 Il Consiglio comunale delibera gli indirizzi per la stesura dell’Accordo di programma. Maersk partecipa al bando dell’Autorità portuale per la realizzazione e la gestione dell’opera e lo vince.

2007 Vengono resi noti i vincitori del bando del masterplan. Il Comitato portuale approva il progetto preliminare di Maersk. 2mila firme di cittadini contrari vengono presentate al sindaco. Viene approvata la delibera sulla bozza dell’Accordo di programma in Consiglio comunale.

2008 Alla consultazione popolare indetta dal Comune partecipa il 49,8% dei cittadini. Luglio: il nuovo Accordo di programma viene approvato in Consiglio comunale. Settembre: un’ordinanza del comune di Vado vieta l’affissione di manifesti, volantini e scritti “su qualsiasi struttura immobile o mobile che non sia ad essa legittimamente destinata”. Agosto: otto associazioni presentano esposto all’Ue. Ottobre: cinque banche partecipano alla fase preliminare per la concessione del mutuo. Novembre: le associazioni presentano ricorso al Tar. Apm Terminals inaugura i nuovi uffici di Vado Ligure.

Tutti a far festa per il Ponte. Innanzitutto Silvio Berlusconi e lo stato maggiore della coalizione di centro-destra. Poi gli “autonomisti” siciliani di Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia e azionista di minoranza della società concessionaria per la realizzazione del Ponte, la Stretto di Messina S.p.A. (a capitale interamente pubblico). Sono ovviamente felici azionisti ed amministratori d’Impregilo, la capofila del consorzio che si è aggiudicata progettazione e lavori della megainfrastruttura. Di certo avranno brindato pure piccole e grandi cosche in Calabria e in Sicilia e forse anche aldilà dell’Oceano. È tanto il clamore sollevato sullo sblocco dei lavori e un primo finanziamento del CIPE che sembrano passati anni luce da quando organi di stampa, ambientalisti e qualche parlamentare denunciavano le tante zone d’ombra della lunga gara d’appalto.

Le cosiddette “anomalie”? Innanzitutto la partecipazione alla fase di pre-qualifica per la progettazione e realizzazione del Ponte di una società su cui sarebbe stato rilevante il controllo di una delle più potenti organizzazioni mafiose nordamericane. Poi, tutte da comprendere ancora oggi, le ragioni delle improvvise defezioni dei grandi gruppi esteri proprio alla vigilia dell’apertura delle buste. E ci sono gli innumerevoli conflitti d'interesse sorti nelle relazioni tra la società concessionaria, le aziende in corsa per il general contractor (1) e i gruppi azionari di riferimento. Per non dimenticare l’inserimento di clausole contrattuali più che benevoli con i vincitori e che prevedono una penale stratosferica (il 10% dell’importo totale più le spese già affrontate) in caso di recesso da parte dello Stato dopo la definitiva approvazione dell’opera. In ultimo l’ingiustificato ribasso del 12,33% praticato dalla cordata guidata da Impregilo (pari a 500 milioni di euro su una base d'asta di circa 4 miliardi e 425 milioni), oggetto di ricorso presso il TAR Lazio da parte del raggruppamento avversario con mandataria Astaldi.

Ponti, coppole e lupare

Ottobre 2004. La Società Stretto di Messina S.p.A. comunica i risultati della fase di pre-qualifica per la scelta del contraente generale. Alla tappa successiva, quella delle gara d’appalto vera e propria, sono ammessi tre dei cinque raggruppamenti internazionali che avevano presentato una proposta preliminare. Il primo di essi è guidato dall’austriaca Strabag AG ed è composto dalla francese Bouygues Travaux Publics SA, dalla spagnola Dragados SA, e dagli italiani Consorzio Risalto e Baldassini-Tognozzi Costruzioni Generali; segue il raggruppamento formato da Astaldi, Pizzarotti & C., CCC - Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, Grandi Lavori Fincosit, Vianini Lavori, Ghella, Maire Engineering, la giapponese Nippon Steel Corporation e le spagnole Necso Entrecanales Cubiertas e Ferrovial Agroman; infine l’associazione con capogruppo Impregilo e mandanti la francese Vinci Construction Grands Projets, la spagnola Sacyr S.A.U., la giapponese Ishikawajima-Harima Heavy Industries CO Ltd. e le italiane Società Italiana Condotte d’Acqua, CMC - Cooperativa Muratori & Cementisti e Consorzio Stabile A.C.I. S.c.ar.l.. Le tre cordate vengono invitate alla presentazione delle offerte entro il termine del 20 aprile 2005, successivamente prorogato al 25 maggio.

Nella relazione presentata dalla società concessionaria viene omessa la composizione delle due associazioni d’imprese escluse dalla Commissione e i motivi di tale esclusione. Questione tutt’altro che marginale, non fosse altro perché una di esse era finita nel mirino della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul tentativo di turbativa d’asta ed infiltrazione mafiosa nella realizzazione del Ponte da parte del gruppo criminale italo-canadese diretto dal boss Vito Rizzuto (la cosiddetta “Operazione Brooklin”).

Secondo gli inquirenti romani, Rizzuto & soci volevano assumere il ruolo di registi dell’operazione, investendovi 5 miliardi di euro provenienti in buona parte dal traffico internazionale di eroina e cocaina. «L’attenzione dell’associazione si era focalizzata nella realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare della Sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari del Tribunale Penale di Roma. «L’interesse prioritario dell’organizzazione sarebbe stato quello di finanziare l’opera indipendentemente da un coinvolgimento diretto nella sua realizzazione dato che così, comunque, avrebbe potuto partecipare ai ricavi connessi alla sua concreta gestione… Per concretizzare l’affaire Ponte, Rizzuto si sarebbe valso dell’ingegnere Giuseppe Zappia, imprenditore apparentemente “pulito”, privo di precedenti penali e con una pregressa esperienza nel campo delle opere pubbliche». (2)

In vista della gara del Ponte, l’ingegnere Zappia aveva fondato una modestissima società a responsabilità limitata (30 mila euro di capitale), la Zappia International, la cui sede legale veniva fissata a Milano negli uffici dello studio Pillitteri-Sarni, titolare Stefano Pillitteri, consigliere di Forza Italia e figlio dell’ex sindaco socialista del capoluogo lombardo, Paolo. Collega di studio del Pillitteri è Cinzia Sarni, moglie del giudice Ersilio Sechi che ha assolto Marcello Dell'Utri e Filippo Rapisarda per il crack Bresciano. (3) Era a lei che Giuseppe Zappia confidava i suoi propositi. «Lei è al corrente che io voglio fare il ponte di Messina?», rivelava l’ingegnere in un colloquio telefonico del 13 giugno 2003. «Io se faccio il ponte lo faccio perché ho organizzato 5 miliardi di euro… e questi 5 miliardi furono organizzati da tempo, mi comprende? Da tempo!» (4)

L’ingegnere italo-canadese aveva allestito un team di professionisti internazionali per la gestione degli aspetti economici e finanziari dell’operazione. Consulente legale del gruppo fu nominato l’avvocato romano Carlo Della Vedova, mentre i contatti con i potenziali finanziatori esteri furono affidati al mediatore cingalese Sivalingam Sivabavanandan. Per stringere relazioni e alleanze con ministri, sottosegretari e imprenditoria capitolina, Zappia si avvalse di un ex attore televisivo di origini agrigentine, Libertino Parisi, noto al grande pubblico per aver fatto l’edicolante nella trasmissione Rai "I fatti vostri". Con Parisi vennero programmati appuntamenti e riunioni ai massimi vertici istituzionali, finanche con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e con il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi.

«Ho parlato con quelle persone che erano molto interessate del fatto che un’impresa con capitali arabo-canadesi intende costruire il ponte finanziando l’opera per intero», rivelava l’ingegnere a Libertino Parisi, in una telefonata del 5 marzo 2004. «Ho ricevuto indicazioni di mandare un fax con la proposta alla segreteria del Presidente della società Stretto di Messina». Il fax partirà quattro giorni più tardi, oggetto la richiesta di un appuntamento per discutere in «maniera riservata della costruzione del ponte con la propria impresa mediante il finanziamento di una cordata di capitali internazionali». Il 24 marzo, giorno in cui il consiglio d’amministrazione della Stretto S.p.A. approvava il bando di gara proposto dall’amministratore delegato Pietro Ciucci per la pre-selezione del general contractor (5), l’ingegnere era intercettato mentre dava le ultime istruzioni a Parisi in vista di una riunione con i vertici della società concessionaria. «Quello che io ho bisogno – affermava Zappia – è di uscire dalla riunione di questo pomeriggio con la facoltà di sedersi con il Governo e di fare l’accordo a cui posso io arrivare con i miei finanzieri. Perché, i miei finanzieri, non li svelerò a loro… Io, ho due finanzieri, uno separato dall’altro, tutti e due sono pronti a mettere non 4.500, insomma quant’è? Questo, 4 miliardi e mezzo? So’ pronti a mettere cinque miliardi di euro! È una cosa che loro non hanno, e che spero che la guarderanno un po’ fuori limite».

Il 22 aprile 2004 Zappia informava l’avvocato Dalla Vedova dell’esito di una lunga riunione con gli ingegneri e gli avvocati della Stretto di Messina e di un’altra riunione con Salvatore Glorioso, segretario particolare dell’allora ministro Enrico La Loggia ed assessore provinciale di Forza Italia a Palermo. L’ingegnere aggiungeva: «Per la legge italiana devono fare una presentazione d’offerta, ma è solo una formalità perché loro già sanno chi farà il ponte ed è un loro amico che si chiama Joe Zappia!». «Sono già stato alla sede romana della Stretto di Messina con Sivabavanandan», aggiungeva l’anziano ingegnere. «Non ti posso riferire adesso quello che ci siamo detti in quelle ore, ma hanno deciso che l’uomo che farà il ponte sarò io perché posso gestire i problemi in quell’area del Paese. Sono calabrese!».

Il sapersi muovere in un ambiente notoriamente “difficile”, la disponibilità di imponenti capitali da offrire per i lavori del Ponte, facevano di Giuseppe Zappia un uomo fermamente convinto di poter imporre le proprie regole, senza condizionamenti di sorta. Del resto società concessionaria e potenziali concorrenti manifestavano già qualche difficoltà a reperire i fondi necessari per avviare il progetto. «Il bando di concorso: chi vuole partecipare deve pagare sei milioni di euro. Una cosa ti posso dire, che loro hanno duecento... due miliardi e mezzo. E quelli lì non bastano per fare il ponte», spiegava Zappia a Libertino Parisi. «Loro non hanno diritto di chiedere sei miliardi, sono in una posizione debole, che non si sa quando si fa il ponte. Loro devono dire, prima di poter dare, che vogliono sei miliardi. Devono avere il finanziamento organizzato! La posizione mia è che io posso finanziare il ponte!».

Zappia era certo di poter andare da solo, ma provava pure a tessere possibili alleanze con i colossi mondiali delle costruzioni. Nel corso di una lunga conversazione del 19 maggio 2004 con il mediatore cingalese Sivabavanandan, Zappia mostrava un certo interessamento al gruppo franco-canadese Vinci, in gara per il Ponte. «Ho appena finito di parlare con qualcuno per il finanziamento del ponte, e mi ha segnalato lo studio Vinci», dichiarava Zappia. «Hanno costruito un ponte di 14 miglia, e l’hanno costruito, finanziato e tutto il resto, al costo di 1,5 miliardi. E lo stanno ridando al Governo per un dollaro dopo 50 anni. Sto prendendo i loro prospetti e le persone. Sono miei amici stretti, sono in assoluto i costruttori numero uno in Canada e sono italiani. Sono da molto al mio fianco, da quando ho costruito il villaggio Olimpico a Montreal. Va bene, penso che Vinci sta pensando di prendere questo ponte». Lo interrompeva il cingalese: «Vogliono farlo in maniera indipendente o vogliono andare con qualcun altro?». Rispondeva Zappia: «No, lo faranno, non con qualcun altro, lo faranno con noi. Ma dovremo organizzare questo in maniera tale che otterremo alla fine lo stesso. Noi, in altre parole, dobbiamo finanziare l’intera cosa. La finanzieranno loro, in una situazione di spalleggiamento. Ma quello di cui loro sono preoccupati è ottenere il contratto».

Una breve pausa di riflessione e Zappia aggiungeva: «Penso che dovremo usare il principe qui, con l’uomo numero uno. Questo è come lo vedo io: se loro sono stati in grado di fare quel ponte, per 1,5 miliardi, dovrebbero essere capaci di fare questo qui per 2,5 miliardi. Loro daranno una piena, completa garanzia d’esecuzione con costi e tempi. Sono a Milano e in Francia, Vinci».(6) «Penso che dovremmo cominciare a parlare con loro», suggeriva Sivabavanandan. «Lo sto facendo ma non io, il mio uomo», rispondeva l’ingegnere. «Ti dico chi è il mio uomo, è quello che lavora alla situazione del Congo, dove io ho firmato il contratto per Inga, che dovrebbe essere in tribunale adesso». Il faccendiere cingalese si dichiarava d’accordo: «Sono contento che Vinci sta entrando, se puoi prendere Vinci a bordo possiamo mettere la J&P (società di costruzioni a livello internazionale N.d.A.) e la Vinci. Tutti possono trarre beneficio da una struttura piramidale, e il lavoro andrà veloce. Se abbiamo J&P e Vinci da una sola parte nessuno può dissestare. Questo è quello che ti ho detto ieri e l’altro ieri».

Il segreto d’onore

La società franco-canadese oscillava però da un partner all’altro e l’ipotesi della grande alleanza Vinci-Zappia sembrava dover naufragare. Il 26 giugno 2004, Giuseppe Zappia e Libertino Parisi si soffermavano su un articolo apparso sul quotidiano “Il Messaggero” nel quale erano indicate alcune società in gara per la realizzazione del Ponte di Messina. L’articolo riportava, tra l’altro, che la società Vinci, dopo aver dato la propria disponibilità a partecipare al consorzio guidato dall’azienda romana Astaldi S.p.A., aveva preferito alla fine la partnership con la concorrente Impregilo di Sesto San Giovanni. «Questi Vinci, sono pronti a venire con me, ma credo che non li prenderò», commentava astiosamente Zappia. «Perché loro vogliono venire a mettere moneta e della loro moneta non ne abbiamo bisogno. Vinci, lo può fare da solo. Questo te lo posso dire io soltanto: Vinci non ha il segreto mio».

Un segreto dunque. L’asso nella manica che concerne forse l’aspetto finanziario, i soci ancora “occulti” dell’imprenditore e della sua organizzazione. Il gruppo Zappia decise così di presentarsi da solo alla pre-selezione per il general contractor. Il 14 settembre l’ingegnere informava Sivabavanandan di essersi recato dall’avvocato Dalla Vedova. «Abbiamo finito la presentazione della situazione del ponte e la consegnerà lui stesso domani mattina presto perché apriranno l’intera cosa a mezzogiorno. Per questo dovrà essere lì per le 9, le 10…». Zappia esprimeva tuttavia la sua preoccupazione: «Una cosa che sento è che se loro aprono quelle richieste i giornalisti saranno lì e non c’è dubbio che il giorno dopo tutto sarà sui giornali». Il motivo del timore di Zappia emergeva chiaramente nella risposta di Sivabavanandan: «Sì, ma è buono perché la tua partnership, la tua associazione è segreta. Così non possono scoprire il tuo partner…».

Era Libertino Parisi a redigere la lettera con cui la Zappia International avanzava la sua proposta di partecipazione alla prequalifica. Tre cartellette dattiloscritte che pare abbiano lasciato un po’ perplessi gli esaminatori della società Stretto di Messina. Non solo per la loro lunghezza. Il piano tecnico-finanziario di Zappia & Soci prevedeva infatti un costo per la realizzazione dell'opera variabile tra i tre e i quattro miliardi di dollari e la consegna del Ponte nell'arco di tre anni grazie all’impiego di turni di lavoro notturno. La società “a capitale italo-arabo-canadese” si impegnava ad eseguire i lavori con costi e tempi tecnici di realizzazione inferiori del 50%, assemblando pezzi prefabbricati all’estero e senza ricorrere a subappalti.(7) Da qui l’esclusione del gruppo Zappia.

L’odore dei soldi

Quella che doveva rappresentare l’uscita di scena dell’ingegnere italo-canadese, si rivelava invece una tappa importante, più propriamente una svolta, nel tentativo di partecipare direttamente alla realizzazione del Ponte. Sono le telefonate effettuate subito dopo l’ufficializzazione dell’esclusione a indicare che Zappia aveva partecipato alla gara pur sapendo di non possedere i requisiti richiesti. Era però riuscito a mettersi in contatto con le imprese concorrenti di ben più solida competenza tecnico-organizzativa, proponendosi come indispensabile finanziatore dell’opera. I nomi delle società con cui l’ingegnere italo-canadese aveva preso contatti “diretti” o “indiretti” sono elencati nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dai magistrati romani: ancora una volta Vinci (in associazione con Impregilo), la francese Bouygues (partner di Strabag), «nonché la società Fincosit in A.T.I. con Astaldi, che sarebbe stata indicata come società mafiosa da vari pentiti».(8)

Erano stati questi “contatti” a convincere Zappia del fatto che le società concorrenti non avrebbero potuto far fronte alla clausola del bando di gara che imponeva al general contractor una quota del finanziamento con risorse proprie pari ad almeno il 10% del valore dell’opera. L’ingegnere – o i suoi misteriosi soci arabi e nordamericani – potevano mettere invece sul tavolo l’intero importo previsto per la realizzazione del Ponte e delle infrastrutture di collegamento. «Questa è una situazione che mi aspettavo», rispondeva Zappia all’avvocato Carlo Dalla Vedova che gli comunicava l’esito negativo nella gara di prequalifica. «Ciò che ci serve è parlare con sua altezza reale. E tenere questa situazione con l’uomo numero uno. Così possiamo andare avanti. Quello che sta facendo la Astaldi, è che non ha soldi e non ci sta mettendo soldi. I suoi uomini ci metteranno dieci anni per fare il lavoro. L’intera questione è illegale perché non hanno i soldi per fare la cosa. Se e quando parleremo con sua altezza e l’uomo numero uno e diremo “abbiamo i soldi”, questi tizi saranno tirati fuori dall’affare». Nel prosieguo della conversazione Giuseppe Zappia spiegava meglio quali sarebbero stati i successivi “passi” da attuare: «Credo che quello che dovremo fare sia chiamare Ciucci... Chiamalo e poi fra l’altro il nostro amico Sivabavanandan arriverà domani sera. Perché lui ha parlato con sua altezza che è una persona lenta e non è uno che va di fretta».

Giuseppe Zappia ribadiva anche all’amico Parisi di non essere preoccupato per l’avvenuta esclusione. «Quello che c’ha il contratto generale può dare tutto a tutti quanti; tutto dipende da quanta moneta c’è», spiegava l’ingegnere. «Ma la moneta non ce l’hanno ancora. Questi sono tutti quelli che sono pronti a spartirsi la torta e inoltre, guarda, come dice lui, in quell’affare il contraente generale non è lui che sceglie. È insomma Ciucci che sceglie tutta questa gente. Il contrattore generale non fa niente e se non vuole e se può trovare un altro che gli fa la medesima cosa per metà prezzo, che fa insomma tutto il comando Ciucci». Come sottolineano i magistrati romani, Zappia conosceva appieno il ruolo e l’autonomia decisionale dell’amministratore delegato della società Stretto di Messina che, quale concessionaria, in base alla normativa del settore, ha ampi poteri di scelta per reperire parte dei capitali necessari.

Non c’era il tempo però di firmare un qualsivoglia accordo con una delle società rimaste in gara, né di accreditarsi come inesauribile banca del Ponte di fronte al Governo e ai dirigenti della Stretto S.p.A.. Il 12 febbraio 2005, il capo della Dda di Roma Italo Ormanni ed il pubblico ministero Adriano Iassillo ottenevano dal Gip cinque provvedimenti di custodia cautelare contro l’ingegnere Giuseppe Zappia, il cingalese Savilingam Sivabavanandan, il broker Filippo Ranieri, il faccendiere franco-algerino Hakim Hammoudi ed il boss siculo-canadese Vito Rizzuto. «In concorso tra di loro e con l’apporto determinante di Giuseppe Zappia – scrivono i magistrati – con mezzi fraudolenti e collusioni, turbavano la gara a licitazione privata alla scelta del general contractor; eliminando così la libera e regolare concorrenza tra varie ditte, con evidente lesione, quindi, degli interessi della pubblica Amministrazione». (9)

L’istruttoria era rapida e il processo Brooklyn, la mafia del Ponte iniziava il 16 marzo 2006 davanti alla sesta sezione penale del tribunale di Roma. Nel corso dell’udienza preliminare Sivalingam Sivabavanandan sceglieva di patteggiare una pena a due anni di reclusione. Zappia e coimputati devono spiegare l’origine dei miliardi di euro messi a disposizione delle aziende in gara. Del loro operato rispondono solo alla pubblica accusa. La società presieduta da Pietro Ciucci (che oggi è pure presidente dell’ANAS), i suoi azionisti di Stato, la pubblica Amministrazione i cui interessi sono stati lesi dalla presunta associazione mafiosa, hanno rinunciato a costituirsi parte civile.

Una proroga sospetta

Torniamo alla gara per la definizione del general contractor. il 18 aprile 2005, quarantotto ore prima della scadenza dei termini fissati dal bando, i vertici della Stretto di Messina S.p.A. decisero di concedere ai consorzi in gara un mese di tempo in più per la presentazione delle offerte. Le ragioni della benevola proroga restarono ignote, ma numerosi osservatori finanziari la giudicarono perlomeno discutibile, anche perché i tre mesi precedenti erano stati caratterizzati da altalenanti e contraddittori contatti tra i due colossi italiani capofila delle cordate in gara, l’Impregilo di Sesto San Giovanni e l’Astaldi di Roma.

Impregilo era al centro di una grave crisi finanziaria ed i vertici aziendali erano stati azzerati da un’inchiesta della procura di Monza per falso in bilancio, false comunicazioni sociali ed aggiotaggio (il procedimento è ancora in corso presso il Tribunale lombardo e vede imputati l’ex presidente d’Impregilo, Paolo Savona, e l’ex amministratore delegato Piergiorgio Romiti). Per evitare il tracollo finanziario i principali azionisti della società avevano invocato l’intervento del governo e delle banche creditrici, auspicando l’ingresso di nuovi e più solidi soci. Nel febbraio 2005 i manager Astaldi dichiararono la propria disponibilità a fornire 250 milioni di euro per ricapitalizzare la società di Sesto San Giovanni, ma la loro offerta veniva respinta. In Impregilo fece invece ingresso un consorzio, IGLI, costituito appositamente dai gruppi Argofin (10), Techint-Sirti (11), Efibanca (12) ed Autostrade S.p.A. (gruppo Benetton). (13) Efibanca, Techint e Sirti cederanno un anno più tardi la loro quota di IGLI a Salvatore Ligresti, il costruttore originario di Paternò a capo del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai e della finanziaria Immobiliare Lombarda.

Sfumata l’ipotesi di una compartecipazione in Impregilo, Astaldi tornava al contrattacco proponendo alla “concorrente” un’alleanza strategica per la formulazione di un’unica offerta per la realizzazione del Ponte sullo Stretto. «L’unificazione delle cordate per la gara del Ponte è un’ipotesi di buon senso», dichiarava Vittorio Di Paola, amministratore delegato di Astaldi, all’indomani dello slittamento del termine per la presentazione delle offerte. «Dopo la fuga di partner stranieri di entrambe le cordate e la scarsa convinzione degli altri – aggiungeva Di Paola – il buon senso vorrebbe che i due gruppi in qualche modo mettessero insieme le forze».

Ancora l’amministratore di Astaldi: «Quello che rimane delle due cordate non è sufficiente a realizzare un’opera come questa. Non è solo un fatto tecnico, c’è anche la necessità di prefinanziare il 20% dell’opera. La presentazione di un’offerta unica diluirebbe i rischi e servirebbe a recuperare la fiducia dei partner. Noi eravamo pronti a presentare l’offerta ma una proroga può far riflettere e favorire un processo di ricomposizione».(14)

La dichiarazione di Vittorio Di Paola non deve stupire più di tanto. Essa giungeva infatti qualche giorno dopo la decisione delle due società spagnole partner di Astaldi, la Necso Entrecanales Cubiertas SA e Ferrovial Agroman SA, di ritirarsi dalla gara per il Ponte. Inaspettatamente, anche il raggruppamento internazionale guidato dall’austriaca Strabag aveva comunicato di essersi ritirato dalla competizione. «Per noi era troppo alto il rischio che avremmo dovuto affrontare dal punto di vista legale, geologico e tecnico-finanziario», dichiarava Roland Jurecka, membro del consiglio d’amministrazione della Strabag.

Meglio soli che la turbativa

Il 2 maggio 2005, il nuovo consiglio d’amministrazione di Impregilo respingeva l’offerta di alleanza con Astaldi. Perché Impregilo ha rifiutato una proposta che avrebbe sicuramente comportato minori rischi e maggiori vantaggi di ordine finanziario e tecnico? Di certo c’è che nei giorni immediatamente precedenti alla riunione del Cda della società di Sesto San Giovanni, era stata depositata un’interrogazione parlamentare al Ministro delle Infrastrutture, a firma dei senatori Brutti e Montalbano (Ds). In essa si affermava che la presentazione di un'unica offerta da parte di Astaldi e Impregilo per il Ponte sullo Stretto «configurava un’effettiva turbativa d’asta e quindi l'irregolarità della gara».

Nell’interrogazione i due parlamentari raccontavano che dopo il ritiro della Strabag, i due raggruppamenti «iniziavano una trattativa con i buoni uffici di un noto avvocato, consulente legale dell’ANAS per la sorveglianza sui lavori dell’Impregilo, notoriamente legato da vincoli professionali ventennali con l’impresa Astaldi, per giungere, attraverso un rimescolamento delle carte, a presentare un’unica offerta in comune tra Astaldi e Impregilo, riducendo in tal modo ad uno il numero dei partecipanti effettivi alla fase conclusiva della gara stessa». Brutti e Montalbano aggiungevano che il rinvio dei termini della gara in questione «era stato fortemente sollecitato alla società Stretto di Messina da una delle due società concorrenti, indebolita nella sua composizione interna dall’uscita di un fondamentale partner francese». Sempre secondo gli interroganti, a tal fine il consiglio d’amministrazione della società concessionaria aveva inserito nel bando una clausola che consentiva di aggiudicare la gara anche in presenza di una sola offerta.

«Appare quanto meno sospetto un rinvio dei termini idoneo a far maturare un accordo tra i due concorrenti e la contemporanea decisione di modificare il bando al fine di rendere aggiudicabile la gara anche in presenza di una sola offerta, che sembra proprio spingere nella direzione dell’accordo tra i concorrenti», commentavano i senatori diessini. Infine si chiedeva al ministro Lunardi se non ritenesse che «il comportamento della società Ponte sullo Stretto sia stato gravemente lesivo degli interessi pubblici, avendo la società consentito, con il rinvio, proprio il perfezionamento dell’intesa tra i concorrenti, con un'evidente lesione della concorrenza e con danno al bilancio pubblico». (15)

Che fosse stato proprio il governo a sollecitare l’accordo tra le aziende italiane, lo avrebbe confermato qualche anno più tardi lo stesso premier Silvio Berlusconi. Nel corso di un comizio tenuto nel novembre 2008 durante la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della regione Abruzzo, Belusconi ha dichiarato: «Sapete com’è andata col Ponte sullo Stretto? Avevamo impiegato cinque anni a metter d’accordo le imprese italiane perché non si presentassero separate alla gara d’appalto ma in consorzio... Eravamo andati dai nostri colleghi chiedendo che le imprese non si presentassero in modo molto aggressivo, proprio perché volevamo una realizzazione di mano italiana, e poi avremmo saputo ricompensarli con altre opere pubbliche». L’episodio è stato raccontato dal giornalista Marco Travaglio su “L’Espresso” del 30 dicembre 2008. Come sottolinea lo stesso Travaglio, «se le parole hanno un senso, il premier spiega di avere – non si sa a che titolo – aggiustato una gara internazionale per far vincere Impregilo sui concorrenti stranieri, invitando quelli italiani a farsi da parte in cambio di altri appalti (pilotati anche quelli?)».

Quando alla scadenza del termine, giunsero le offerte delle uniche due cordate rimaste in gara, certe “anomalie” furono sotto gli occhi di tutti.(16) In meno di un anno si erano verificati cambiamenti rilevanti nelle composizioni dei raggruppamenti. Nell’associazione temporanea a guida Impregilo, ad esempio, non comparivano più la francese Vinci, numero uno mondiale del settore, che aveva il 20% delle quote al momento della sua costituzione nel giugno 2004, e la statunitense Parsons, definita dai manager Impregilo come «l’operatore con le maggiori competenze a livello mondiale nella progettazione e realizzazione di ponti sospesi». Nella cordata a guida Astaldi spiccava invece la scomparsa di una delle due società spagnole originarie (Ferrovial Agroman SA era poi rientrata nell’ATI), della giapponese Nippon Steal Corporation e delle italiane Pizzarotti e C.C.C. – Consorzio Cooperative Costruzioni. Vere e proprie fughe provvidenziali, verrebbe da dire, dato che hanno permesso la conclusione della gara per il Ponte diradando alcuni dei i dubbi di legittimità e regolarità.

Sul comportamento di Vinci, “avvicinata” dai faccendieri internazionali legati all’organizzazione criminale di Vito Rizzuto, erano piovute dure critiche da parte dei dirigenti di Astaldi, i quali, in più riprese, avevano rivendicato di aver sottoscritto un accordo in esclusiva con la società francese proprio in vista della realizzazione del Ponte. Il forfait di Parsons evitava invece che la transnazionale finisse nella ragnatela dei conflitti d’interesse che hanno segnato la stagione delle selezioni dei soggetti chiamati alla realizzazione del collegamento stabile. La controllata Parsons Transportation Group, a fine 1999, era stata nominata “advisor” dal Ministero dei lavori pubblici per l’approfondimento degli aspetti tecnici del progetto di massima del Ponte di Messina. La stessa Parsons Transportation Group ha poi partecipato al bando per il Project Management Consultant per la vigilanza delle attività di progettazione ed esecuzione del general contractor del Ponte. Se Parsons Transportation Group avesse vinto questa gara (cosa poi puntualmente verificatasi) e la società madre fosse rimasta associata ad Impregilo, la Stretto di Messina si sarebbe trovata nella spiacevole situazione di affidare i due bandi multimilionari ad una medesima entità, in cui avrebbero coinciso controllore e controllato.

Scelta quasi obbligata quella invece di Pizzarotti. Nel 2004, la società di Parma aveva stipulato con Todini Costruzioni Generali S.p.A. un contratto di acquisizione del ramo d’azienda comprendente la partecipazione nel Consorzio CEPAV Due, incaricato della realizzazione della nuova linea ferroviaria Milano-Verona. Si da il caso che contestualmente Todini Costruzioni aveva costituito insieme a Rizzani de Eccher e Salini Costruzioni, il Consorzio Risalto, uno dei soci dell’austriaca Strabag nella fase di pre-qualifica del Ponte sullo Stretto.

Perlomeno miracolosa l’uscita di scena del Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna. Originariamente la Lega delle Cooperative si vedeva rappresentata in entrambe le cordate in gara per i lavori del Ponte: con la CCC in ATI con Astaldi e con la CMC - Cooperatriva Muratori Cementisti di Ravenna in ATI con la “concorrente” Impregilo. Con l’aggravante che proprio la CMC risultava essere una delle 240 associate, la più importante, della cooperativa “madre” CCC di Bologna. Ciò avrebbe comportato la violazione delle normative europee e italiane in materia di appalti pubblici, le quali escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che «si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo», ovverossia di società tra esse «collegate o controllate». In particolare nel Decreto Legislativo del 10 gennaio 2005 n. 9, che integra e modifica le norme previste dalle leggi per l’istituzione del sistema di qualificazione dei contraenti generali delle «opere strategiche e di preminente interesse nazionale» si stabilisce che «non possono concorrere alla medesima gara imprese collegate ai sensi dell’articolo 3 della direttiva 93/37/CEE del Consiglio, del 14 giugno 1993». Lo stesso decreto afferma il «divieto ai partecipanti di concorrere alla gara in più di un’associazione temporanea o Consorzio, ovvero di concorrere alla gara anche in forma individuale qualora abbiano partecipato alla gara medesima in associazione o Consorzio, anche stabile».

L’ipotesi di violazione di queste norme da parte delle due coop è stato sollevato, tra gli altri, dalla parlamentare Anna Donati e ripreso dai maggiori organi di stampa nazionali. Il WWF, in particolare, è ricorso davanti all’Autorità per i Lavori Pubblici e alla Commissione Europea per chiedere l’annullamento della gara. (17)

Mentre la Società Stretto di Messina sceglieva di non intervenire, alla vigilia dell’apertura delle buste per il general contractor, il Consorzio Cooperative Costruzioni scompariva provvidenzialmente dalla lista delle società della cordata Astaldi. Così la coop "madre" lasciava il campo alla coop "figlia" che si aggiudicava con Impregilo il bando di gara.

Ha vinto Impregilo!

«La gara per il Ponte sullo Stretto la vincerà Impregilo». Alla vigilia dell’apertura delle offerte delle due cordate in gara, nel corso di una telefonata con Paolo Savona (l’allora presidente della società di Sesto San Giovanni), l’economista Carlo Pelanda si dichiarava sicuro che sarebbe stata proprio l’associazione d’imprese guidata da Impregilo ad essere prescelta dalla Stretto di Messina per la costruzione del Ponte. Nel corso della stessa telefonata Pelanda sosteneva di avere avuto assicurazioni del probabile esito della gara dal senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già presidente di Publitalia ed amministratore delegato di Mediaset.

Sfortunatamente, il colloquio tra Paolo Savona e l’amico Carlo Pelanda è stato intercettato dagli inquirenti della procura di Monza nell’ambito dell’inchiesta per falso in bilancio e false comunicazioni sociali nella società di Sesto San Giovanni. Incuriositi dalla singolare vocazione profetica dell’interlocutore, i magistrati lombardi interrogarono l’ex presidente d’Impregilo, Paolo Savona, sul senso di quella telefonata. «Era una legittima previsione», risponderà Paolo Savona. «Il professor Pelanda mi stava spiegando che noi eravamo obiettivamente il concorrente più forte». (18)

Carlo Pelanda, editorialista del “Foglio” e del “Giornale” – quotidiani del gruppo Berlusconi – ricopriva al tempo l’incarico di consulente del ministro della difesa Antonio Martino, origini messinesi e uomo di vertice di Forza Italia. Pelanda era pure un intimo amico di Marcello Dell’Utri, al punto di aver ricoperto l’incarico di presidente dell’associazione “Il Buongoverno”, fondata proprio dal senatore su cui pesa una condanna in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. (19)

In verità, le premesse per una vittoria d’Impregilo c’erano tutte. Basti pensare ai conflitti d’interesse che avevano turbato l’intero iter di gara. Come ad esempio quelli relativi alla composizione della Commissione nominata dalla Stretto di Messina S.p.A. per valutare le offerte e disporre l’aggiudicazione della gara. La necessaria “indipendenza” della Commissione fu messa in dubbio ancora dalla parlamentare Anna Donati, che in un’interrogazione presentata subito dopo l’ufficializzazione dei vincitori, rilevò come l’ingegnere danese Niels J. Gimsing, uno dei membri dell’organismo aggiudicatore, aveva fatto parte (dal 1986 al 1993) della commissione internazionale di esperti per la valutazione del progetto di massima del Ponte sullo Stretto; Gimsing aveva inoltre lavorato ininterrottamente dal 1983 al 1998, come consulente per la progettazione di gara e la supervisione lavori per la costruzione dello Storbelt East Bridge. (20)

Coincidenza vuole che il ponte di Storbelt sia stato progettato dalla società di consulenza Cowi di Copenaghen a cui il raggruppamento temporaneo d’imprese guidato da Impregilo aveva affidato “in esclusiva” l’elaborazione progettuale del Ponte di Messina. Membro del Cowi Group è pure lo studio d’ingegneria Buckland & Taylor Ltd., con sede a Vancouver, altro progettista del Ponte sullo Stretto e di tutte le infrastrutture di collegamento similari disseminate in Canada, paese di Giuseppe Zappia. L’ingegnere Niels Gimsing avrebbe dovuto astenersi dal partecipare alla Commissione di gara per il general contractor, anche perché l’allora amministratore delegato della società Impregilo, Alberto Lina, era stato dal 1995 al 1998 presidente di Coinfra, la società dell'IRI che aveva partecipato come “fornitore” alla realizzazione in Danimarca dello Storebelt Bridge, insieme a Cowi, collaborando direttamente con il professionista danese.

L’ingegnere Niels J. Gimsing ha pure ricoperto il ruolo di membro della Commissione tecnica di aggiudicazione della gara per il ponte Stonecutters, Hong Kong. Si tratta di una struttura lunga 1.018 metri ed alta 300 che collegherà il porto commerciale di Kwai Chung con il nuovo aeroporto di Hong Kong. Ebbene, il progetto “Stonecutters” vede pure la firma dello studio Flint & Neill Partnership (Gran Bretagna) di cui è titolare l’ingegnere Ian Firth, altro componente della Commissione aggiudicatrice della gara per il general contractor del Ponte sullo Stretto. Firth aveva pure fatto da consulente per la Società Stretto di Messina per la redazione dei documenti tecnici di gara. Nel progetto di Hong Kong, il nome dell’ingegnere britannico compare come concept designer accanto a Cowi Consulting Engineers and Planners AS, controllata dall’omonimo gruppo danese, e allo studio canadese Buckland & Taylor. Ulteriore consulenza progettuale per il ponte di Hong Kong è stata pure fornita dalla società statunitense Maunsell AECOM, il cui project engineer è John Cadei, tra i membri della commissione nominata per l’aggiudicazione della gara per il Project Management Consultant del Ponte.

Un consulente autostradale

Altrettanto inopportuna è apparsa la nomina nella Commissione di gara per il general contractor dell’urbanista Francesco Karrer. Il professore Karrer è stato infatti consulente della Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco, gestore dell’omologo tunnel, in mano per il 51% alla finanziaria della famiglia Benetton, saldamente presente in Autostrade S.p.A. e nel consorzio IGLI-Impregilo. Karrer è poi consulente di R.A.V. – Raccordo Autostradale Valle d’Aosta, realizzatore e gestore del raccordo autostradale fra la città di Aosta e il traforo del Monte Bianco. Dell’autostrada Aosta-Monte Bianco il professore di Roma ha pure svolto lo studio di valutazione d’impatto ambientale. Il pacchetto di maggioranza di R.A.V. è in mano alla stessa Società Italiana per il Traforo del Monte Bianco della famiglia Benetton, mentre tra gli azionisti di minoranza compare il costruttore Marcellino Gavio, altro importante azionista di IGLI-Impregilo e della A.C.I. S.c.p.a. (Argo Costruzioni Infrastrutture Soc. consortile), in A.T.I. con la società di Sesto San Giovanni per i lavori del Ponte.

Le consulenze professionali di Francesco Karrer sono inoltre tra le più richieste dal gioiello di casa Benetton, Autostrade S.p.A., a capo di buona parte del sistema autostradale italiano. Il professionista è stato incaricato della costruzione del primo “bilancio ambientale” della società; sempre di Autostrade S.p.A., Karrer è stato consulente per il riavvio del progetto della Variante di Valico; “incaricato“ del coordinamento scientifico dello studio d’impatto ambientale del progetto di riqualificazione dell’Autostrada A14 e della Tangenziale di Bologna; “responsabile scientifico del S.I.A.” del progetto di adeguamento dell’Autostrada A1 nei tratti Aglio-Incisa e Firenze Sud-Incisa Valdarno. L’urbanista è stato anche membro della Commissione della Regione Veneto per la valutazione della proposta di realizzazione del cosiddetto “Passante autostradale di Mestre”, i cui lavori sono stati poi assegnati ad un consorzio guidato dalla solita Impregilo.

Ma nel curriculum vitae del professore Karrer spicca soprattutto la lunga opera professionale svolta a favore del Ponte: per conto della concessionaria Stretto di Messina, Karrer ha prestato la sua consulenza per la gestione degli studi ambientali connessi alla realizzazione dell’opera, mentre su incarico dell’Istituto Superiore dei Trasporti (ISTRA) ha coordinato lo studio dell’“opzione zero” (o “senza opera”) nell’ambito del SIA del progetto di attraversamento stabile. Nel 2002 ha pure ricoperto il ruolo di componente della commissione per l’aggiudicazione dei servizi relativi allo studio d’impatto ambientale (gara affidata ad un raggruppamento temporaneo d’imprese in cui compariva Bonifica S.p.A., società di cui Karrer è stato progettista e consulente).21 Un anno prima l’urbanista aveva pure collaborato allo studio finalizzato a valutare «gli effetti di valorizzazione e riorganizzazione territoriale a seguito della realizzazione del Ponte sullo Stretto», commissionato al CERTeT – Centro di Economia Regionale dei Trasporti e del Turismo dell’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano. Karrer è stato infine «vincitore, in associazione con l’Università Bocconi, PriceWaterhouse e Net Engineering, della gara internazionale indetta dal Ministero dei Lavori Pubblici per l’advisor sul progetto di attraversamento stabile dello Stretto di Messina (aspetti ambientali, territoriali-urbanistici, trasportistici e di fattibilità economica)».

L’Impregilo sul Ponte

Se poi si passa ad alcuni dei professionisti che sono stati membri del consiglio di amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., sembra esserci più di un feeling con il colosso delle costruzioni di Sesto San Giovanni.

Nell’aprile del 2005, ad esempio, venne nominato quale membro del Cda della concessionaria del Ponte, il dottor Francesco Paolo Mattioli, ex manager Fiat e Cogefar-Impresit (oggi Impregilo), consulente della holding di Torino e responsabile del progetto per le linee ad alta velocità ferroviaria Firenze-Bologna e Torino-Milano di cui Impregilo ricopre il ruolo di general contractor. Dodici anni prima dell’incarico nella Stretto S.p.A., Francesco Paolo Mattioli era stato arrestato su ordine della Procura di Torino interessata a svelare i segreti dei conti esteri della Fiat, dove risultavano parcheggiati 38 miliardi di vecchie lire destinati a tangenti. Nel maggio ‘99 arrivò per Mattioli la condanna a un mese di reclusione, pena confermata in appello e infine annullata in Cassazione per «sopravvenuta prescrizione del reato».

Nel consiglio di amministrazione della società concessionaria sedeva al momento dell’espletamento delle gare il Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università "La Sapienza" di Roma, prof. Carlo Angelici. Angelici era contestualmente consigliere di Pirelli & C. e di Telecom Italia Mobile (TIM), società di cui erano (e sono) azionisti i Benetton. Edizioni Holding, altro gioiello del gruppo di Treviso - attraverso Schemaventotto - controlla la Società per il Traforo del Monte Bianco, di cui è stato consulente l’ingegnere Karrer e membro del consiglio d’amministrazione un altro “storico” del Cda della Stretto di Messina, il direttore generale ANAS Francesco Sabato. Va poi rilevato che sindaco effettivo di Autostrade-Benetton è la riconfermata sindaco effettivo della Stretto di Messina, dottoressa Gaetana Celico.

Presenze “pesanti” anche all’interno di Società Italiana per Condotte d’Acqua, altro partecipante alla cordata general contractor del Ponte. Condotte d’Acqua è quasi internamente controllata dalla finanziaria Ferfina S.p.A. della famiglia Bruno. Ebbene, nei consigli d’amministrazione di Ferfina e di Condotte Immobiliare (la immobiliare di Condotte d'Acqua) compariva nel giugno 2005 il professore Emmanuele Emanuele, contestualmente membro del Cda della concessionaria statale per il Ponte.

Dal 2002, presidente della Stretto di Messina S.p.A. è l’on. Giuseppe Zamberletti, più volte parlamentare Dc e sottosegretario all’interno e agli esteri ed ex ministro per la protezione civile e dei lavori pubblici. Invidiabile pure la sua lunga esperienza in materia di grandi infrastrutture: Giuseppe Zamberletti è stato presidente del Forum europeo delle Grandi Imprese, uno degli interlocutori privilegiati della Commissione europea, mentre da più di un ventennio ricopre la massima carica dell’Istituto Grandi Infrastrutture (IGI), il “centro-studi” d’imprese di costruzione, concessionarie autostradali, enti aeroportuali, istituti bancari, per approfondire l’evoluzione del mercato dei lavori pubblici, monitorare le grandi opere e premere sugli organi istituzionali per ottenere modifiche e aggiustamenti legislativi in materia di appalti e concessioni a vantaggio degli investimenti privati. In questa potente lobby dei signori del cemento, compaiono quasi tutti i concorrenti alle gare per la realizzazione del Ponte.

Vicepresidente vicario di IGI al tempo delle gare del Ponte, il cavaliere Franco Nobili, trent’anni a capo della società di costruzione Cogefar del gruppo Gemina-Fiat (poi entrata a far parte di Impregilo), passato poi nel Cda della Pizzarotti di Parma, che ha integrato in un primo tempo la cordata guidata da Astaldi per il general contractor del Ponte. Dal 1989 al 1993 Franco Nobili ha pure ricoperto la carica di presidente dell’IRI, l’istituto - poi liquidato - a capo dell’industria statale nazionale e di cui è stato direttore generale e membro del Collegio dei liquidatori l’odierno amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci.

Tra gli odierni vicepresidenti del consiglio direttivo dell’Istituto Grandi Infrastrutture ci sono i manager delle società entrate nel business del Ponte: Alberto Rubegni amministratore delegato d’Impregilo (recentemente condannato a 5 anni di reclusione nell’ambito del processo TAV Firenze); Pietro Gian Maria Gros, presidente di Autostrade-Benetton;, Vittorio Morigi, Ad del Consorzio Muratori Cementisti; Paolo Pizzarotti, a capo dell’omonima azienda di Parma; finanche il professor Carlo Bucci (in rappresentanza dell’ANAS, azionista di maggioranza della Stretto di Messina S.p.A.), consigliere d’amministrazione della concessionaria per il Ponte nel triennio 2005-2007.

Ci sono poi le aziende presenti nel consiglio direttivo dell’Istituto. Anche qui abbondano le società che hanno concorso su fronti opposti ai differenti bandi di gara per il Ponte sullo Stretto. Tra esse, ad esempio, Società Italiana per Condotte d’Acque (nell’ATI general contractor), più SATAP S.p.A.., società autostradale controllata dalla finanziaria Argos di Marcellino Gavio (azionista IGLI-Impregilo). All’interno di IGI anche Astaldi, capogruppo dell’ATI “contrappostasi” a Impregilo, con le associate Grandi Lavori Fincosit e Vianini Lavori dell’imprenditore-editore Caltagirone.

Uno dei prossimi maggiori impegni della Stretto S.p.A. sarà quello di ritoccare l’ammontare del contratto sottoscritto da Impregilo & socie; ferro e acciaio sono cresciuti vertiginosamente nel mercato internazionale, mentre altre voci di spesa potrebbero essere state sottostimate in fase di pre-progettazione. Date affinità e cointeressenze, chissà se alla fine, per comodità, non ci si veda tutti in Piazza Cola di Rienzo 68, sede dell’IGI e dei signori del Ponte.

Note

(1) Il general contractor o “contraente generale” è la figura nata con la cosiddetta “Legge obiettivo” (n. 190/2002) che regola tutte le Grandi Opere strategiche. Questa figura gode della “piena libertà di organizzazione del processo realizzativo, ivi compresa la facoltà di affidare a terzi anche la totalità dei lavori stessi”, una libertà, che si traduce anche nel fatto che “i rapporti del contraente generale sono rapporti di diritto privato”. Fortemente contestata da ambientalisti ed operatori economici, nel giugno 2006 il general contractor è stato duramente censurato dalla Commissione europea che lo ha giudicato «non conforme» al diritto comunitario in materia di appalti pubblici e «segnatamente alla direttiva 93/37/CEE e alla nuova direttiva 2004/18/CE, della disciplina del sistema di riqualificazione dei contraenti generali delle opere strategiche e di preminente interesse nazionale».

(2) Tribunale Penale di Roma, Sezione dei Giudici per le Indagini Preliminari Ufficio 23°, Ordinanza di custodia cautelare in carcere e di arresti domiciliari nei confronti di Vito Rizzuto + 4, Roma, 22 dicembre 2004.

(3) M. Lillo e A. Nicaso, I grandi affari del Padrino del Ponte, “L’Espresso”, 22 febbraio 2005.

(4) I testi delle intercettazioni telefoniche ed ambientali riportate da qui in poi tra virgolette sono tratti da: Tribunale Penale di Roma, Ordinanza di custodia cautelare in carcere e di arresti domiciliari nei confronti di Vito Rizzuto + 4, cit.

(5) Il bando di gara per la pre-selezione del general contractor sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il successivo 15 aprile 2004. Veniva fissato come termine per la presentazione delle domande di partecipazione la data del 13 luglio 2004, poi prorogato al 15 settembre.

(6) Secondo quanto raccontato da Giuseppe Zappia ai magistrati romani, il “principe” sarebbe stato Bin Nawaf Bin Abdulaziz Al Saud, uno dei nipoti di re Fahd d’Arabia, personaggio legato da antica amicizia a Silvio Berlusconi. Per gli inquirenti, il “numero uno” sarebbe invece stato il boss mafioso Vito Rizzuto.

(7) A. Perrongelli, Le mani del clan Rizzuto sul Ponte di Messina, “Corriere Canadese”, 24 maggio 2005.

(8) Nell’ordinanza non vengono specificati i termini secondo cui i “pentiti” avrebbero fatto riferimento alla presunta mafiosità della società, né tantomeno risultano indagini relative a possibili collusioni con la criminalità organizzata.

(9) Tribunale Penale di Roma, Ordinanza di custodia cautelare in carcere e di arresti domiciliari nei confronti di Vito Rizzuto + 4, cit., p.4.

(10) Argofin è una società finanziaria controllata dal costruttore Marcellino Gavio, che opera principalmente nel settore della gestione di reti autostradali e delle costruzioni. Ad Argofin risale il controllo di due delle maggiori imprese di costruzioni italiane, Itinera e Grassetto.

(11) Techint è la holding della famiglia italo-argentina dei Rocca e controlla le società siderurgiche dello storico gruppo Dalmine e importanti acciaierie in America latina, Stati Uniti, Tailandia, Giappone e Cina. Sirti S.p.A. è il gruppo leader in Italia nel settore dell’impiantistica e telefonia fissa e cellulare, attivo anche nel settore dell’Alta velocità ferroviaria e dei sistemi militari avanzati (impianti di telecomunicazione e radio, ecc.).

(12) Efibanca è la merchant bank di BPI - Banca Popolare Italiana (ex Banca di Lodi), al centro delle cronache finanziarie (e giudiziarie) per l’assalto alla Banca Antonveneta.

(13) Nei mesi successivi alla presentazione dell’offerta per la gare del Ponte, Impregilo è stata oggetto di ulteriori scambi azionari. Nell’autunno 2005, è stato il colosso statunitense Hbk Investments ad entrare nel capitale della società con una quota del 2,29%. La Consob ha poi rilevato la scalata da parte della Banca Popolare di Milano, che ha prima portato la sua partecipazione nella società al 4,72%, per poi scendere nel marzo 2006 al di sotto del 2%. Nel febbraio 2006 ha invece fatto ingresso il gruppo finanziario italo-britannico Theorema Asset Management, rilevando il 2,13% del pacchetto azionario. Gli analisti finanziari hanno pure indicato un controllo su Impregilo da parte di uno dei maggiori gruppi finanziari internazionali, Morgan Stanley, che sarebbe giunto a controllare nel settembre 2005 l’8% del capitale azionario della società (5,25% in mano a Morgan Stanley International e 2,87% a Morgan Stanley & Co.). Un’acquisizione tutt’altro che limpida e lineare: chiamata in causa dal quotidiano Il Giornale di Milano in due articoli del 19 e 20 ottobre 2005 (Stanley Morgan veniva accusato di fare da «scudo a un possibile cavaliere mascherato»), il gruppo rispondeva con un ambiguo comunicato in cui dichiarava che «nessuna società del gruppo deteneva posizioni in Impregilo per le quali fosse necessario effettuare le comunicazioni previste dalla normativa di riferimento. La partecipazione complessivamente calcolata era infatti composta da posizioni detenute per conto di terzi a vario titolo, per le quali non esiste da parte di Morgan Stanley nessun obbligo di comunicazione».

(14) ”Astaldi: unificare le cordate”, Gazzetta del Sud, 20 aprile 2005.

(15) P. Brutti, Montalbano, Interrogazione parlamentare ai Ministri delle Infrastrutture e dei Trasporti e dell'Economia e delle Finanze, Legislatura 14º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 791 del 03/05/2005.

(16) A conclusione della gara furono presentate le offerte dell’A.T.I. con capogruppo Astaldi S.p.A. e i mandanti Ferrovial Agroman SA, Maire Engineering S.p.A., Ghella S.p.A., Vianini Lavori S.p.A., Grandi Lavori Fincosit S.p.A.;; e dell’A.T.I. formata dalla mandataria Impregilo S.p.A. e dai mandanti Sacyr SA, Società Italiana per Condotte D’Acqua S.p.A., Cooperativa Muratori Cementisti-C.M.C. di Ravenna, Ishikawajima-Harima Heavy Industries CO Ltd., A.C.I. S.c.p.a. (Argo Costruzioni Infrastrutture Soc. consortile per azioni)-Consorzio stabile.

(17) WWF Italia, Richiesta di annullamento della fase di prequalifica e conseguente sospensione delle procedure di valutazione delle offerte per la scelta del General Contractor del Ponte sullo Stretto per violazione dell’art. 3 della Direttiva 93/37/CEE, Roma, 28 giugno 2005.

(18) L. Fazzo, F. Sansa, «Il Ponte? Lo vince Impregilo», parola di Marcello Dell’Utri, “La Repubblica”, 3 novembre 2005.

(19) Già consigliere di Francesco Cossiga nel settennato alla Presidenza della Repubblica, il 28 gennaio 1996 Carlo Pelanda ha partecipato assieme a Marcello Dell’Utri ad una conferenza dell’associazione “Il Buongoverno” a Mondello (Palermo). De “Il Buongoverno” è pure socio l’ex ministro Antonio Martino.

(20) “Il Sole 24 ore”, 11 giugno 2005.

(21) In particolare il professore Francesco Karrer ha curato per conto dell’A.T.I. Bonifica-Roksoil-Hydrodata il progetto di variante della strada per Gressoney (sul fiume Lys), in Valle d’Aosta. Rocksoil è la società di ingegneria dell’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi

Wulf Daseking, uno dei city-manager più importanti d’Europa, e che da 25 anni si è occupato stabilmente della trasformazione di Friburgo in senso sostenibile, nei giorni scorsi ha tenuto una lezione presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sassari, invitato dal Centro Studi Urbani dell’Ateneo. Il quesito centrale in cui si inquadrava la sua lezione è stato “Perché in Italia è difficile applicare modelli di sostenibilità urbana?”.

La lezione di Daseking, supportata da 100 fotografie, si è concentrata attorno ai seguenti principi che egli definì “elementari”: 1. conservare confini netti tra campagna e città; 2. costruire le infrastrutture necessarie, a partire dalla linea tranviaria, prima di avviare un qualunque piano di sviluppo edilizio; 3. consumare e produrre energia pulita negli edifici di nuova costruzione, che non devono superare i 4-5 piani, ciò al fine di garantire un maggior controllo sociale del territorio circostante anche dal punto di vista visuale (si pensi ai bambini che giocano ‘sotto casa’ e che possono essere controllati a vista dagli appartamenti); 4. porsi l’obiettivo di trasformare il patrimonio edilizio esistente in senso sostenibile, a partire dai pannelli fotovoltaici; 5. praticare mobilità urbana con mezzi pubblici e sostenibili, quali il tram, con piste ciclabili e aree pedonali, mentre le auto non devono sostare lungo le strade della città, utilizzate dai suoi abitanti, a partire dai bambini; 6. prevedere mescolanza sociale nei nuovi quartieri, ciò al fine di evitare forme di segregazione, considerate fattore di insicurezza sociale; 7. considerare la partecipazione dei cittadini essenziale per il controllo sociale di ogni tipo di intervento.

Friburgo oggi funziona attorno a questi principi ed è perciò che altre città, anche più complesse, come Los Angeles, vedono in questo city-manager una fonte preziosa per capire come governare gli effetti negativi della diffusione di urbana. Ma questi principi sono così ‘elementari’? Per il buon senso sembrerebbe di sì, ma se provassimo ad applicarli in Italia ci apparirebbero utopici. E ciò per varie ragioni.

Innanzitutto perché è evidente che, per poterli applicare, sono necessarie politiche pubbliche autorevoli e riconosciute socialmente, ma che qui appaiono irraggiungibili non ultimo perché non esiste una legge sul regime dei suoli che separi nettamente l’essere proprietari di suolo (e perciò essere portatori di interessi particolari contingenti) dalle scelte pubbliche che dovrebbero rispondere a interessi generali e a un’idea futura di sviluppo urbano. E ciò in Italia è andato a scapito di un’idea di città da intendere come bene comune.

In secondo luogo perché l’indebolimento dell’azione pubblica nei processi di trasformazione urbana si è tradotto sostanzialmente in rinuncia alla pianificazione “ordinaria” in senso proprio. Ciò ha favorito e talvolta sollecitato forme private di intervento nel territorio, in nome di una non ben precisata, almeno in senso regolativo, “urbanistica contrattata”, qual è il caso di Castello a Firenze, un esempio di significativa commistione tra politica e rendita immobiliare nell’uso del territorio, giacché, mettersi d’accordo sui metri cubi da costruire e decidere dopo le altre utilizzazioni, comprese le infrastrutture necessarie, in Italia è una pratica diffusa ed è l’opposto della pianificazione.

In terzo luogo perché non avere regole chiare è diventato un “fatto sociale” normale e rientra in un insieme di comportamenti condivisi, perché si è affermata l’idea che essere proprietari di suolo equivalga automaticamente alla costruzione di volumetrie, ovvero alla concreta possibilità per i singoli di trarre profitti in tempi brevi, senza peraltro correre tutti quei rischi insiti nei settori economici produttivi. Infatti, il processo di consumo di suolo che va di pari passo con l’estensione del fenomeno dello sprawl, non solo non è oggetto di intervento regolativo e di attenzione sociale, ma rischia di accelerare il suo corso tanto per le più recenti politiche urbane che hanno coinvolto importanti città come Milano e Roma, quanto per le politiche governative relative alla grave crisi economica in cui versano il Paese e il resto del mondo, e per le quali “la ripresa edilizia” sembra essere la risposta più facile per recuperare posti di lavoro e rilanciare l’economia. Ancora oggi in Italia non si riflette sufficientemente a livello sociale sugli scempi ai paesaggi urbani e naturali di questi ultimi decenni - sui quali comunque c’è una vasta letteratura e di cui ha dato conto anche la migliore cinematografia italiana -, scempi che non sono mai serviti a risolvere i problemi di chi non ha una casa, mentre sono stati utili alle pratiche speculative di ogni tipo e alle cosiddette bolle immobiliari che possiamo trovare un po’ ovunque. Come ad esempio il complesso di Santa Giulia a Corvetto-Rogoredo, pubblicizzato come “città ideale”, ideata da Norman Foster, e che Stefano Righi in un articolo sul Corriere della Sera (24 Novembre 2008) aveva definito “città bunker” perché «chi finisce il turno di lavoro tardi viene accompagnato al parcheggio dai vigilantes armati, che sono numerosissimi…».

In quarto luogo perché la debolezza delle politiche pubbliche va di pari passo con il fatto che la figura del sindaco ha assunto l’ambiguo ruolo di amministratore pubblico e di manager, e in pratica è diventato il diretto interlocutore delle forze produttive e finanziarie che generalmente hanno più voce. Di contro, i problemi di coesione sociale, di integrazione multietnica, di formazione e di lavoro, insomma, tutti quei problemi vissuti comunemente dalle diverse popolazioni presenti nelle nostre città, continuano a essere governati come problema di sicurezza e di ordine pubblico: dalle impronte digitali dei rom alle ronde e ai cosiddetti guardiani del territorio.

In Italia vi è sempre stata una sottovalutazione delle questioni attinenti al consumo di suolo e al degrado delle nostre città e dei nostri paesaggi. Con ciò non voglio sostenere che il consumo del suolo sia generalizzato, anzi si registrano buone pratiche sia in alcune regioni del nord-Italia che nelle aree centrali e insulari. Ad esempio, la Regione sarda sotto la guida di Renato Soru aveva adottato nel 2006, attraverso lo strumento del Piano Paesaggistico Regionale, una politica di vincoli al fine di ridurre il consumo del suolo costiero, anche se appare superfluo ricordare che questa è stata una delle ragioni principali (anche se non l’unica) della sconfitta elettorale di Soru.

Per concludere, se in Italia siamo “disattenti” rispetto a questi problemi, lo sguardo straniero ne avverte tutta la gravità: è come dire che “Prima che Mosca stessa, è Berlino che si impara a conoscere attraverso Mosca”, come ha scritto nel 1929 Walter Beniamin in Immagini di città.Si pensi, per ultimo, alle dichiarazioni rilasciate da Rafael Moneo al Corriere della Sera (6 marzo 2009), secondo il quale in Italia si costruisce “fin troppo, al di là del bisogno della gente, ancora una volta solo per speculazione”. Ma la “disattenzione” ha a che fare direttamente con la pratica della democrazia e con tutto ciò che attiene all’individuazione di interessi comuni di lungo periodo e che necessitano del superamento della primaria preoccupazione individuale di difendere i singoli interessi, ossia tutto ciò che attiene all’esito finale di un processo di formazione di cittadinanza in senso democratico. Non è un caso, infatti, che il contesto di politicità debole ben si concili con la pratica del metodo Decidi, annuncia, difendi perché considerato il più efficace per accelerare il processo decisionale. Metodo ampiamente praticato dal nostro Governo, a partire dall’annuncio reiterato della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina fino alla sciagurata ipotesi di liberalizzare l’edilizia.

Finalmente, l'attesa è finita. L'ex presidente della Regione batte un colpo e annuncia la nascita di Sardegna democratica. Un'associazione, «attraverso la quale organizzare i nostri incontri, la discussione, il lavoro di approfondimento delle nostre proposte, la vigilanza attiva e il controllo democratico dell'attività di governo della destra». Un'associazione, come si legge nel blog personale, «con cui costruire la rete territoriale per l'incontro di un'area più vasta, comprensiva dell'intero centrosinistra e del sardismo diffuso». Il nome sembra un compromesso tra l'ormai defunto Progetto Sardegna e il mai nato Partito democratico. Una casualità, visto che lo stesso nome circolava da settimane come gruppo sul popolare network Facebook.

Del resto il piddì, dai numerosi commenti diffusi in rete non sembra coincidere esattamente con il nome e la persona di Renato Soru. Che, tuttavia, non ha trascurato di sottolineare: «Da parte mia continuerò l'impegno nella costruzione di un vero Partito Democratico sardo insieme a chi in questo si riconosce: un partito che dovrà essere capace di rappresentare in modo autorevole le istanze della Sardegna, prima fra tutte la difesa del suo irripetibile ambiente, da noi tutelato perché unica ricchezza di cui disponiamo per costruire opportunità di lavoro e di benessere».

Ma intanto, il popolo di Renato Soru ha ritrovato la bussola: è bastato un messaggio sul suo blog per scatenare quell'entusiasmo disorientato ma mai sopito che nell'ultimo mese ha covato rumorosamente in altre piattaforme virtuali. Perché il rispetto verso una singolare forma di ritiro, dove l'orgoglio ferito, la delusione hanno coinciso con un salutare periodo di riflessione, non è mai mancato. La paura di perdere una guida politica invece, quella sì, c'è stata. Anche perché l'incarnazione di un progetto non era necessariamente sintomo di un degenerante culto della personalità.

Mancano pochi minuti alle undici e, sorpresa, Soru parla ai suoi sostenitori. Con il suo stile, quello che gli è proprio: «Cari amici - esordisce - scusate se per alcune settimane ho sentito la necessità di prendere una pausa, di riordinare le idee, di riflettere su come ripartire». Una necessità che nell'angoscia non è mai stata messa in discussione dal suo popolo. «Come forse molti di voi sanno, rientro nel cda di Tiscali per dare il mio contributo al rilancio e alla messa in sicurezza della società. È una responsabilità che ritengo di avere verso questa impresa - che ho fondato e che cinque anni fa ho lasciato per dedicarmi esclusivamente alla politica - verso la sua possibilità di crescita, i suoi finanziatori e verso le persone che ci lavorano».

Rassicurazioni, se ce ne fosse bisogno, anche sul fronte politico: «Tuttavia, come avrete visto e letto - scrive Soru -continuo il mio impegno in politica attraverso la presenza in Consiglio regionale, ma più che mai consapevole che è necessario radicare nella società sarda e in tutti i territori della Sardegna il progetto di cambiamento avviato in questi ultimi cinque anni, per un rinnovamento della politica nelle diverse forme di partecipazione, discussione, formazione e selezione della futura classe dirigente».

Un impegno che è rimasto scolpito nell'anima di chi aveva assistito impotente alla disfatta del 16 febbraio in una piazza Carmine gremita di speranza e delusione. Un impegno, a caldo, quella sera. Un impegno rinnovato a mente fredda. «In questa recente campagna elettorale è emersa però, in maniera persino sorprendente, la volontà di partecipare di tanti giovani, di tante persone finora distanti dalla politica perché non motivati dagli attuali modelli e assetti dei partiti - spiega Renato Soru - ma assolutamente disponibili ad impegnarsi nel dibattito, nella necessità di difendere l'idea di una Sardegna dei diritti e delle responsabilità, totalmente alternativa a quella di Berlusconi e della sua maggioranza nella nostra regione».

E allora: «È il momento di organizzare queste energie e questa appassionata volontà di partecipazione. Con diversi amici abbiamo deciso di proporvi la costituzione di un'associazione che chiameremo Sardegna Democratica, attraverso la quale organizzare i nostri incontri, la discussione, il lavoro di approfondimento delle nostre proposte, la vigilanza attiva e il controllo democratico dell'attività di governo della destra».

Sembra scontato, ma Soru sembra volerlo sottolineare: «La sconfitta politica non è la sconfitta di un progetto: Il recente esito elettorale non ha intaccato la volontà di affrancamento e di emancipazione del popolo sardo, non ha scalfito la nostra storica aspirazione di autodeterminazione, non ha messo in secondo piano la necessità sempre viva di uscire dal ritardo di sviluppo assumendoci la nostra diretta responsabilità e non affidandoci a qualcuno che lo faccia per noi».

Il blog avrà una funzione strategica per veicolare dibattito e informazione: «Per tenerci sempre aggiornati, per ritrovarci, incontrarci, confrontare proposte e opinioni, raccogliendo documentazione e approfondendo gli argomenti». E allora si riparte. Si riparte da Sanluri: sabato pomeriggio alle 15.30 all'Hotel Rosy di Sanluri (SS 131 km 41), per proseguire quello che Soru chiama «il nostro percorso insieme».

Dopo poche ore il sito era già invaso di commenti. Tra un “Finalmente” e un “Bentornato Presidente”, è emerso chiaramente lo smarrimento di fronte ad una sconfitta. Davanti a quella battaglia temuta e persa, ma coraggiosamente combattuta da migliaia di supporters. Molti dei quali estranei agli ambienti salottieri che spesso i partiti allestiscono intorno a candidati preconfezionati. Si chiamano ancora “soriani”o di sinistra e sono in centinaia a ringraziare il “Presidente Renato Soru” per il suo ritorno.

Si riparte, insomma. Non senza polemiche, purtroppo. Tra i fondatori del movimento Progetto Sardegna Democratica, l'antesignano nato su Facebook, c'è stato qualche momento di sbandamento. Manco a farlo apposta aveva già fissato un incontro per domenica prossima a Milis. Ordine del giorno: 1) Forma e organizzazione del movimento; 2) Nome e logo del movimento; 3) Principali punti programmatici e linea d'azione.

L'obiettivo dichiarato era quello di costituire un “Movimento autonomo”, «che promuova gli ideali e i progetti che Renato Soru ha reso concreti durante il suo mandato e che vogliamo continuare a sostenere. Per non disperdere le energie e l'impegno che molti di noi, che crediamo nel cambiamento e in un nuovo modo di fare politica - veramente al servizio dei cittadini e contro la partitocrazia e il clientelismo - vogliamo continuare a portare avanti».

L'obiettivo comune, comunque, dovrebbe riportare tutti al contrordine e all'unità. Almeno per dare un segnale di discontinuità verso il tanto criticato Pd, che della guerriglia interna ha fatto la sua ragione di vita. E forse di morte.

ROMA - Tutta in salita la strada per approvare con un decreto legge il piano casa. Dalla conferenza straordinaria delle regioni, che ha visto riuniti i governatori prima dell'incontro con il governo a Palazzo Chigi, è infatti emerso il 'no' a procedere attraverso un dl. Le regioni, subito prima dell'inizio della conferenza unificata, si sono dette comunque disponibili a lavorare ad un accordo più ampio che porti alla semplificazione della normativa e degli investimenti edilizi. Il premier, però, sembra insistere: "L'urgenza resta", dice Berlusconi, aggiungendo però: "Non è detto che il decreto legge sia lo strumento più opportuno", mentre Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, ha chiesto lo slittamento del piano casa rispetto al prossimo Consiglio dei Ministri.

"Stiamo discutendo, perché le Regioni hanno prospettato una loro posizione di contrarietà" al decreto, "noi ci siamo tenuti la possibilità di decidere nell'uno e nell'altra direzione" (dl o ddl) e per questo il governo ha proposto di "dar vita a un tavolo tecnico nella sede della conferenza delle Regioni". La scadenza di venerdì non sembra però in discussione e il Governo ha chiesto alle Regioni di arrivare entro quella data ad una soluzione condivisa. Le prossime 70 ore, "che ci separano dal Consiglio dei Ministri di venerdì", saranno usate per "approfondire i contenuti e trovare un'armonia con le Regioni", ha spiegato Berlusconi.

Parlando del piano, il premier ha sottolineato che la misura non riguarda solo le ville, ma "quasi il 50 per cento delle abitazioni mono o bifamiliari". Berlusconi ha osservato come, dai dati in possesso del governo, risulta che "dovrebbero essere il 25%-28% le case monofamiliari e il 13-15% quelle bifamiliari". Insomma, "è una notizia che riguarda il 50% delle famiglie, non è affatto una disposizione che riguarda le ville, non c'è nessuna marcia indietro del governo". E se solo il 10% delle famiglie proprietarie di mono o bifamiliari facesse lavori di ampliamento, ha aggiunto, si attiverebbero dai 50-60 miliardi di giro di affari. Per quanto riguarda invece nuove abitazioni e giovani in difficoltà, ci sarà un altro piano ad hoc, ha annunciato Berlusconi: un progetto "sul quale verranno mobilitate le Regioni, i comuni, il sistema bancario italiano e tutte le industrie delle costruzioni".

Il nodo più grosso rimane comunque quello della forma da dare al provvedimento e sull'ipotesi decreto continua il braccio di ferro. "Le Regioni sono pronte a discutere di tutto, purché non si utilizzi il decreto che potrebbe creare vuoti normativi e legislativi in attesa che i governatori assumano altri provvedimenti", ha detto il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, uscendo dalla Conferenza dei presidenti delle Regioni, terminata poco prima dell'incontro con il premier.

Sulla stessa linea Vito De Filippo, presidente della Basilicata: "Siamo contro lo strumento del decreto legge. Diciamo sì, invece, a procedure di sburocratizzazione e velocizzazione degli investimenti edilizi", afferma, mentre il governatore della Calabria, Agazio Loiero, sottolinea come in assenza di un testo "la discussione non può che essere sterile". Dopo le dichiarazioni di ieri di Berlusconi che non ha riconosciuto come suo il piano casa in circolazione, infatti, ai governatori non è giunto nessun nuovo documento. L'ipotesi è che il premier lo consegni direttamente nel corso della riunione a Palazzo Chigi.

Intanto, da Umberto Bossi è arrivato un nuovo invito a trattare. "Ieri sera l'ho detto a Berlusconi che molte Regioni, ad esempio la Lombardia, hanno già il loro piano casa. Meglio trattare con loro e trovare l'accordo, così si evitano scontri", ha detto il leader della Lega parlando con i giornalisti alla Camera.

A chi gli domandava se il piano casa andrà al prossimo Consiglio dei Ministri e se sarà un decreto, Bossi ha risposto: "Prima si trovi l'accordo con le Regioni".

Il lavoro italiano ai lavoratori italiani. E' difficile contestare ai nostri operai il diritto a difendersi dalla crisi, dentro una globalizzazione che scarica su di loro le conseguenze della caduta mondiale della domanda. Tanto più che spesso è lo stesso prodotto marchiato «made in Italy» a vedere la luce in paesi più convenienti, dove lavoro e diritti sono low cost. Anche se è innegabile che una vittoria degli operai italiani si trasformerebbe automaticamente nella sconfitta di altri lavoratori, cinesi d'Italia o di Cina, o magari polacchi di Polonia. Anche i francesi che rilocalizzano in patria il lavoro che per convenienza era stato trasferito all'estero hanno le loro ragioni, peccato che contrastino con quelle dei lavoratori sloveni a cui vengono sottratti modelli di automobili e dunque lavoro. E che dire dei polacchi, pronti a offrire copiosi incentivi alle nostre aziende purché trasferiscano in Slesia la produzione italiana? Il primo leader europeo a lanciare la campagna di protezione degli operai «indigeni» contro lo «straniero» è stato Gordon Brown, con una parola d'ordine subito assunta dai lavoratori di un porto del Lincolnshire che protestavano contro la concorrenza di colleghi italiani e portoghesi: «Lavoro inglese ai lavoratori inglesi». Poi il premier inglese s'è pentito, ma ormai la frittata era fatta.

Gli esempi di come la concretissima crisi economica in atto possa essere utilizzata per trasformare i tradizionali conflitti verticali tra lavoro e capitale in conflitti orizzontali tra i lavoratori sono già moltissimi. In assenza di una risposta politica di sinistra e di una battaglia sindacale almeno europea, il valore della solidarietà rischia di lasciare il posto alla competitività, in una guerra di tutti contro tutti, o meglio in una guerra tra poveri. I lavoratori tessili di Prato non individuano nel padrone il loro nemico, anzi si schierano con il padrone contro il nemico comune, un altro blocco sociale anomalo che mette insieme imprenditori e dipendenti cinesi. Gli operai francesi della Renault si ritrovano insieme al presidente Sarkozy che lega i sostegni all'impresa alla difesa delle fabbriche e dell'occupazione in Francia, al punto che l'azienda semipubblica annuncia l'intenzione di riportare nell'Esagono la Clio costruita nello stabilimento di Novo Mesto (Slovenia). Anche i lavoratori Fiat di Ternini Imerese, che quando terminerà la produzione della Lancia Ypsilon potrebbero restare senza nuovi modelli, vorrebbero che il Lingotto facesse costruire a loro la futura Topolino, assegnata invece agli operai serbi di Kragujevac, nella fabbrica della Zastava rasa al suolo dalle bombe intelligenti e umanitarie.

Ma il caso più clamoroso di tutti è forse quello denunciato dai licenziandi della Indesit di None. La storia è esemplare per i conflitti che incorpora, per l'inesistenza dell'Unione europea, di un sindacato europeo e di una sinistra italiana. Dunque, Merloni prende i soldi pubblici per acquisire la Indesit, poi ne prende altri come sostegno pubblico all'industria degli elettrodomestici. Ma vuole chiudere la fabbrica in Piemonte licenziando 6-700 dipendenti per trasferire la produzione di lavastoviglie a Radomsko. Non solo perché in Polonia gli stipendi sono poco più di un terzo che a None: un accordo di Merloni con il governo polacco prevede aiuti pubblici in cambio di assunzioni. Trattasi di guerra tra due paesi aderenti all'Unione europea, con la Polonia che paga un'azienda italiana perché licenzi i suoi lavoratori italiani e assuma i polacchi. Il massimo di internazionalismo sindacale è un articolo di un sindacalista di Solidarnosc che esprime solidarietà agli operai piemontesi. Ciliegina sulla torta, Maria Paola Merloni, amministratrice dell'azienda paterna, è una pregiata parlamentare del Pd, lo stesso partito dell'ex ministro Cesare Damiano che alza le bandiere degli operai di None.

Se la sinistra non fa politica non resta che il modello della destra, capace di guardare con lungimiranza al dopo-crisi, anzi di costruirlo ridisegnando rapporti di forza e relazioni sociali. Creando cioè un contesto favorevole all'egemonia culturale della destra. Se non esiste un vero sindacato europeo, ogni sindacato nazionale si batterà - se va bene - per la difesa dei suoi lavoratori, con il rischio di perdere paese per paese e di rinunciare a definire e imporre con il conflitto un pacchetto di diritti universali. Se non esiste un'Europa politica, tanti piccoli Tremonti lavoreranno al servizio delle proprie imprese. Se la domanda continuerà a cadere, infine, si potrebbe sempre riconvertire la produzione di automobili e frigoriferi in produzione di cannoni. Non è già successo ottant'anni fa, al tempo di un'altra crisi?

Un mondo vastissimo, compresi molti cattolici, è rimasto sbalordito di fronte ad alcune affermazioni del Papa, governo e istituzioni internazionali hanno protestato e i vescovi italiani, invece di interrogarsi seriamente e criticamente su una vicenda così grave, la trasformano in un pretesto per lanciare un proclama intimidatorio, un vero e proprio diktat al quale Parlamento e politica italiana dovrebbero inchinarsi. Non è nuova l’arroganza di una politica vaticana che, debole nel mondo, cerca occasioni di rivincita nel giardino di casa, in questa povera Italia che, presentata come il luogo dal quale doveva partire la riconquista cattolica del mondo, appare sempre di più come un fortilizio dove una gerarchia disorientata cerca di rassicurare se stessa alzando la voce. Con parole forti si vuole imporre l’approvazione di una legge sul testamento biologico sgangherata e incostituzionale, lesiva dei diritti delle persone.

Si urla contro una deriva verso l’eutanasia mentre il Senato sta discutendo un disegno di legge lontanissimo dall’apertura che, su questo tema, hanno mostrato le conferenze episcopali di Germania e Spagna.

Siamo di fronte ad una prova di forza, alla volontà vaticana di sottomettere il Parlamento. Sono in gioco proprio la sovranità parlamentare e, con essa, l’autonomia dello Stato. Una inerzia colpevole, una pavidità delle istituzioni lascerebbero oggi un segno profondo sulla stessa democrazia. E un intervento così diretto può addirittura far venire il sospetto che si voglia incidere sulle dinamiche interne del nascente Pdl, chiudendo ogni spiraglio di laicità e autonomia

I governi di Francia e Germania, l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale avevano criticato le parole del Papa sull’uso del preservativo, con una presa di distanza che metteva in discussione il ruolo internazionale della Chiesa. Il governo tedesco è guidato da una donna cattolica, Benedetto XVI aveva compiuto un viaggio in Francia accompagnato da parole impegnative del presidente Sarkozy sulla necessità di passare ad una laicità "positiva", parole che lo stesso presidente aveva già pronunciato in occasione della sua visita ufficiale a Roma. Assume grande significato, allora, la decisione di governi "amici" di non riconoscersi nelle posizioni della Chiesa. A ciò dev’essere aggiunta la decisione di Obama di firmare la dichiarazione sui diritti degli omosessuali, proposta all’Onu proprio dalla Francia e che aveva suscitato una durissima reazione del Vaticano. Viene così respinta la pretesa vaticana di dettare al mondo la linea etica su grandi temi della vita, ed emerge un isolamento che non è solo diplomatico, ma rivela una perdita di egemonia culturale.

Ora il tema del conflitto è costituito dalla legge sul testamento biologico. Tardivamente ci si è accorti di quanto fosse saggia la richiesta di moratoria, di un tempo di riflessione che allontanasse emozioni e strumentalizzazioni nell’affrontare un tema che riguarda la libertà stessa delle persone. Forse anche i cento "ribelli" del Pdl che hanno firmato contro i medici-spia dovrebbero rendersi conto che quella legge è anch’essa profondamente negatrice di diritti e che è necessaria una riflessione più profonda sui rischi di un uso sbrigativo e autoritario dello strumento giuridico. Riflessione, peraltro, che dovrebbe essere estesa ad altre materie, anch’esse affrontate finora in modo sbrigativo. Non ci si è accorti dei rischi dello stillicidio di norme che riducono la tutela della privacy, della pericolosità di proposte che vogliono introdurre controlli e censure per Internet, della disinvoltura con la quale sono state approvate in prima lettura le norme sulla banca del Dna. Se la nuova sensibilità per la dimensione dei diritti non è solo una fiammata, di tutto questo è bene che si cominci a discutere seriamente e fino in fondo.

Moratoria o non moratoria, è indispensabile ribadire in ogni momento che il testo della maggioranza sul testamento biologico è un ammasso di incostituzionalità, di regressioni normative, di piccoli deliri burocratici e linguistici, di procedure che produrranno nuove contraddizioni e nuove angosce. Non vi sono astuzie parlamentari che possano redimere quel testo dai suoi peccati. Ricordiamo che appena ieri, a fine dicembre dunque già nel fuoco della polemica sul caso Englaro, la sentenza 438 della Corte costituzionale ha riconosciuto che l’autodeterminazione costituisce un "diritto fondamentale" della persona. Come si concilia con questo diritto la pratica cancellazione del consenso informato, la sua degradazione da manifestazione di volontà a semplice "orientamento", come fa il testo di maggioranza? Come non vedere che, dietro una versione assai fumosa della formula dell’"alleanza terapeutica" tra medico e paziente, il potere sul morire viene consegnato ai medici, facendo enormemente e impropriamente crescere la loro responsabilità? Come non vedere che il rifiuto da parte del medico di dare attuazione alle direttive anticipate creerà nuovi drammi, nuove rappresentazioni pubbliche del dolore e ricorsi che trasferiranno al giudice la decisione finale sul morire, cioè esattamente quello su cui si è tanto polemizzato?

Sono interrogativi provocati da pervicacia politica e incultura, dal fatto che la dimensione costituzionale non appartiene a questo governo e questa maggioranza, che vogliono cogliere ogni occasione per cercar di liberarsene. Proprio per questo si cerca di costruire una Costituzione abusiva, dove la possibilità di imporre per legge trattamenti obbligatori è svincolata dall’unica sua premessa costituzionalmente corretta, il rischio per la salute pubblica, come hanno sempre messo in evidenza gli studiosi (venerata ombra di Costantino Mortati, grande costituente cattolico, manifestati!); dove si propongono indecorosi pasticci tra rifiuto delle cure e vendita di organi; dove il rispetto della dignità è convertito in strumento per imporre una misura della dignità in conflitto con la libertà di scelta della persona.

Una vigile attenzione per i diritti dovrebbe segnare la discussione politica, il primo passo dovrebbe essere appunto il ritorno pieno nella dimensione costituzionale. E, insieme ad esso, i legislatori dovrebbero interrogarsi sui limiti della legge, su quanto si addica alla vita "l’ipotesi del non diritto", che attribuisce alla norma giuridica non un illimitato potere di ingerenza, ma la funzione di costruire le condizioni necessarie perché ciascuno possa decidere liberamente.

(regioni.it) Mentre il Ministro per le riforme istituzionali, Umberto Bossi, invita tutti ad ascoltare ciò che diranno le Regioni sul Piano casa nella Conferenza Unificata in programma il 25 marzo alle 12.30 a Palazzo Chigi, e il Ministro dell’economia, Giulio Tremonti, sottolinea che "si tratta di una manovra a costo zero e avrà un grande risultato per il bilancio delle famiglie e per la nostra economia",

Il Presidente della regione Liguria, Claudio Burlando, puntualizza, ed invita a decidere “insieme alle Regioni”, facendo un ragionamento – in un’intervista pubblicata da “Il Giornale - a 360 gradi: ''mi pare indubbiamente indicato e giusto'' partire da un settore come quello dell'edilizia per affrontare la crisi economica. Quindi bene il piano casa messo a punto dal governo di Silvio Berlusconi, a patto però che si decida insieme alle Regioni, ai Comuni e alle Sovrintendenze, affinché ''un'idea giusta non si trasformi in una colata di cemento''. Per questo ''dico no a interventi sconsiderati che possono creare anche rischi idrogeologici - spiega Burlando - ma fatti salvi questi casi estremi penso che le norme proposte dal governo possano andare benissimo nell'entroterra, che si sta ripopolando''. In particolare, per la Liguria, Burlando si riferisce a nuovi interventi ''sulle ex aree della Piaggio a Finale Ligure, a quelli negli ex cantieri di Pietra Ligure e anche a Rapallo se permettono di aprire nuovi alberghi''.

Conferma i primi giudizi il Presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani (che è anche il Presidente della Conferenza delle Regioni) :”Il decreto promosso dal Governo – scrive in un editoriale pubblicato sula edizione locale di Bologna de “La Repubblica” – per me è uno strumento improprio,che rischia di essere inefficace per i conflitti e per le sovrapposizioni che inevitabilmente produrrà”. Ma il “punto – continua Errani - non è la semplice rivendicazione di un ruolo.Ma dire che il decreto sarà in vigore finché non subentreranno leggi regionali più restrittive significa aprire alcuni mesi di incertezza giuridica,con un aumento della conflittualità fra cittadini e cittadini e con la pubblica amministrazione. Ha bisogno di questa litigiosità il nostro Paese? Sicuramente no. Occorrerebbe invece un confronto vero Governo, Regioni, Enti locali per semplificare rispettando le regole ed innescare un effetto anticiclico. […] per fare una seria politica anticrisi e della casa, in Emilia-Romagna come nel paese, occorre pensare ad incentivare gli alloggi a prezzi calmierati, aumentare il fondo nazionale a sostegno dell'affitto, sostenere l'acquisto con mutui agevolati: tutte politiche rimaste al palo finora, anche per responsabilità del Governo. Ricordo che solo nei giorni scorsi Regioni e Governo hanno finalmente firmato il vero “Piano-casa” che consente primi investimenti per 200 milioni di euro (e successivi per350) per alloggi pubblici. Erano soldi fermi da almeno un anno, sbloccati solo per l'insistenza delle Regioni e dei Comuni".

Toni fermi, ma distesi anche dal presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo: "Non sono mai un 'signor no' per pregiudizio o appartenenza politica, ma penso che il piano casa del governo toglie dei vincoli che potrebbero mettere in discussione un altro diritto del cittadino, che e' l'ambiente. Allora io dico: sosteniamo le imprese, ma attraverso strade che ci danno la possibilita' di mantenere l'idea del futuro come un luogo di cui poi non ci pentiamo". E' quanto ha affermato il presidente della Regione Lazio, nel corso della trasmissione 'Uno mattina' su Raiuno, in merito al piano casa del governo Berlusconi. “L'85 per cento dei cittadini vive in condominio e noi dobbiamo guardare verso quella prospettiva- ha spiegato Marrazzo- per dare una mano a chi non riesce a pagare l'affitto, a chi non riesce a pagare il mutuo per la prima casa, mettendo allo stesso tempo in moto il mercato attraverso le ristrutturazioni".

Oltre alle mediazioni e alle aperture al confronto Stato-Regioni proposte dal Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, anche il Presidente della regione Sardegna, Ugo Cappellacci, insiste sulla necessità di passare da un ''no, a prescindere'' e una serie di ''si' ragionati'', con precise garanzie sul rispetto dell'ambiente e del paesaggio. Sara’ questa la ''filosofia'' della legge sulla quale punterà la Regione Sardegna”.Cappellacci intende infatti presentare in Consiglio regionale e far approvare entro l'estate una legge che, oltre a fare chiarezza e fissare regole certe sugli interventi possibili, sara' un mix tra le legittime aspettative dei proprietari di case e dei costruttori e la doverosa tutela dell'ambiente e del paesaggio''.

La Regione Umbria e' pronta a presentare ricorso alla Corte costituzionale contro un eventuale decreto legge sul 'Piano Casa' del governo, definito dalla Presidente della Regione Umbria, Maria Rita Lorenzetti "palesemente incostituzionale” secondo la quale il decreto, cosi' come proposto dal governo, interviene in materie come l'urbanistica e l'edilizia che, secondo la Costituzione, sono concorrenti tra Stato e Regioni. “Ci spiace molto - ha aggiunto il presidente Lorenzetti - ma oltre a non essere il decreto legge lo strumento giusto per affrontare una questione cosi' importante che attiene a prerogative anche regionali, ci pare che sia anche incostituzionale". Lorenzetti ricorda come il precedente Governo Berlusconi "aveva fatto la stessa cosa con il condono edilizio, approvato con legge. Noi ricorremmo alla Corte costituzionale che ci diede ragione - ha proseguito - perche', appunto, non rispettava le competenze delle Regioni essendo la materia urbanistica una competenza concorrente". Dal sistema delle Regioni, e' stata "sempre data prova di serieta' e rigore, quando di mezzo ci sono gli interessi generali del Paese, come e' avvenuto sia per la vicenda degli ammortizzatori sociali, che del piano per l’edilizia residenziale pubblica. Vorremmo che altrettanto rigore e serietà siano riservati a noi da parte del Governo - ha proseguito -, visto che si sta mettendo mano a competenze regionali e anche comunali". Resta comunque ferma la disponibilità a discutere "per giungere ad ogni tipo di semplificazione procedurale e premialita' nel settore dell'edilizia, perche' anche noi siamo certi che questo comparto puo' essere il volano della ripresa economica. Cio' che non condividiamo - ha concluso - e non possiamo accettare e' la politica degli annunci mediatici piuttosto che la vera volontà del Governo di una leale collaborazione con chi, come le Regioni, ha competenze attribuite dalla Costituzione”.

Anche secondo il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola "dinanzi all'urgenza di varare un piano anti-crisi che riattivi il settore edilizio, anche per rispondere al crescente bisogno sociale di abitazioni, l'auspicio e' che il Governo ritiri il proprio decreto e accetti di confrontarsi con serietà con le Regioni"."Quel decreto, invadendo palesemente competenze regionali, presenta aspetti evidenti di incostituzionalità. Ma soprattutto profila risposte elusive e inefficaci dal versante di chi soffre l'emergenza abitativa, e viceversa sembra predisporsi ad aprire nuove e inquietanti prospettive a quanti hanno già abituato il nostro Paese agli sconci della cementificazione selvaggia e dell'aggressione al paesaggio"."La disponibilità delle Regioni a contribuire in prima persona al cimento delle politiche anti-recessive non e' in discussione- ha detto ancora Vendola - ed e' disponibilità a verificare tutto quanto può portare semplificazione e velocizzazione nei procedimenti amministrativi, nonché ad approfondire il tema dei benefici e delle premialità in caso di integrale demolizione e ricostruzione di edifici vetusti".

Netto il giudizio del Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini: “piu' che un piano casa, ci troviamo di fronte ad un decreto edilizio", dice Martini. "Un piano casa e' qualcosa che deve dare la casa a chi non ce l'ha, che deve fronteggiare gli sfratti, che deve trovare una risposta alle giovani coppie, agli anziani, agli immigrati. Si vuole dare impulso all'economia- prosegue Martini- ma per fare questo si smantella tutta la legislazione urbanistica, si azzerano tutte le leggi regionali. E' come se per accelerare il traffico nelle nostre città si dicesse che tutti possono passare con il rosso. E' assurdo”.

Il Piano Casa annunciato dal governo è un gravissimo attacco alla qualità del territorio, all’identità, alla storia e alla cultura del nostro paese ed una risposta sbagliata alla crisi economica.

Ridimensionato il piano delle grandi opere per i tempi lungi e per l’insufficienza dei fondi, ridimensionato anche il "piano casa delle nuove cento città" di cui all’art.11 della legge n.133 del 6 agosto 2008 sempre per i tempi lungi e per l’opposizione delle regioni, si è arrivati al "Piano casa fai da te".

Nell’attuale situazione di gravissima crisi economica e di fermo del mercato immobiliare, è infatti molto probabile che gli ampliamenti che il governo vorrebbe consentire saranno fatti più dai singoli proprietari ricorrendo alla numerosa e sommersa manodopera straniera, piuttosto che dalle imprese del settore, e riguarderanno più le villette e le case rurali che i condomini.

Una devastazione edilizia improntata ad un mero aumento di cubatura del tutto indifferente alla qualità del prodotto, agli effetti sull’ambiente urbano, alla sua utilità pubblica e al disegno organico e razionale degli insediamenti. Indifferenti sono le destinazioni d’uso rimesse alla mera convenienza economica come è valutata dal mercato, senza neppure avvertire che sulle funzioni urbane sono misurati standard e servizi. La liberalizzazione è massima. Indiscriminati aumenti di volumi e sostituzioni edilizie che rischiano di cancellare anche quanto resta della nostra architettura rurale di tradizione e l’identità dunque dei paesaggi agrari.

La devastazione non si ferma davanti ai centri storici (dove è regola consolidata il divieto di sopraelevazione) e neppure davanti agli edifici monumentali, se la soprintendenza non avrà dimostrato "concretamente e motivatamente" le ragioni di incompatibilità dell’intervento. Ed elevato è il rischio che le soprintendenze non siano capaci, per obiettive carenze di mezzi, di rispettare il brevissimo termine dato per la prevista verifica dell’interesse culturale e allora il silenzio varrà assenso. Disposizione questa palesemente incostituzionale perché l’interesse della "tutela" (che ha la più alta copertura nell’art. 9 Cost.) ne risulta subordinato – e cedente – di fronte alla prevalente esigenza di sollecita attuazione dell’intervento cui è affidato il compito impellente del rilancio dell’economia.

Già abbiamo segnalato, e qui confermiamo, una pregiudiziale ragione di illegittimità costituzionale perché l’attività edilizia attiene al "governo del territorio", dalla Costituzione affidato alla legislazione concorrente di stato e regioni e la potestà dello stato è limitata alla determinazione dei principi fondamentali della "materia". E principi fondamentali non possono essere dettati, funzionalmente, per decreto legge, mentre non sono certo di principio le minute disposizioni del "piano".

La devastazione del nostro paesaggio e lo stravolgimento dei nostri centri storici, vera ed irripetibile ricchezza del nostro paese e del nostro turismo di qualità, non sono la via di uscita dalla crisi economica ma il definitivo ed irrimediabile affossamento del Paese. Il reale rilancio dell’economia non può avvenire con l’ulteriore cementificazione del nostro già martoriato territorio.

Rilanciamo, quindi, l’invito che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto nel messaggio di fine anno: "Facciamo della crisi un’occasione perché l’Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano".

Oggi stesso Italia Nostra ha comunicato alla Conferenza unificata Stato – Regioni, convocata per la giornata di domani, il motivato fermo dissenso sulla bozza di decreto, sottolineandone ancora i profili di illegittimità costituzionale.

Abusivismo legalizzato nel decreto legge per cementificare ancora un po'. Anche nei parchi. Per il Pd è incostituzionale: «Ci opporremo con ogni mezzo»

Colata di cemento delle libertà

di Carlo Lania

Con il piano casa il paese si prepara a diventare un cantiere. Non si salvano neanche i parchi e i centri storici. Le regioni minacciano il ricorso alla Consulta. Domani l'incontro con il governo

C'è chi ha già preparato il ricorso alla Corte costituzionale e chi, anche senza mettere mano alla carta bollata, ha già resa pubblica la sua opposizione al Piano casa del governo. E così domani, quando si terrà l'incontro con il ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto per discutere i contenuti del decreto che rischia di trasformare l'Italia in un gigantesco cantiere, non sono pochi i governatori decisi a dare battaglia. Di sicuro tutti quelli di centrosinistra, dalla Toscana all'Umbria passando per Lazio, Trentino, Marche, Piemonte, Emilia, Puglia, Campania, Valle d'Aosta e Liguria, arrabbiati perché si vedono espropriati di una materia, come quella relativa alla tutela del territorio, che la Costituzione affida alle Regioni, ma anche per la scelta di procedere attraverso un decreto. «Se il governo non farà un passo indietro, di sicuro ci sarà una rottura istituzionale», hanno fatto sapere ieri i governatori.

Una posizione che però l'esecutivo, almeno per ora, non sembra intenzionato ad ascoltare, nonostante ieri lo stesso Fitto abbia espresso la speranza di arrivare a «un testo condiviso». Diplomazie che non sembrano interessare Giulio Tremonti. Forte del consenso incassato anche da Confindustria, il titolare del Tesoro ieri sera si è infatti lasciato andare a una difesa senza dubbi né riserve del Piano casa: «Funzionerà molto bene per famiglie, piccole e medie imprese... falegnami e piastrellisti», ha detto ai microfoni amichevoli del Tg4. «Sarà certamente una manovra a costo zero per il bilancio pubblico e un grande risultato per il bilancio di famiglie e per la nostra economia».

Sarà davvero così? Aldilà di quanto dice Tremonti, è difficile che tutte le famiglie italiane potranno davvero avvalersi dei «benefici» previsti dal decreto. Senza parlare delle ricadute che il provvedimento provocherà su un territorio già messo a dura prova. «Il governo dà a ognuno il via libera per fare quello che vuole, a partire dai costruttori», dice ad esempio il Verde Angelo Bonelli. «Un via libera destinato a cambiare completamente il volto delle nostre città».

Sono sufficienti sette articoli per avviare una vera e propria deregulation del settore. All'articolo 1 il compito di mettere da parte le Regioni. Il secondo comma stabilisce infatti che le disposizioni del decreto si applicano a tutto il territorio nazionale «sino all'emanazione di leggi regionali» in materia di governo del territorio. Il che significa che la Regione che deciderà di non far suo il decreto dovrà affrettarsi a legiferare. Ma per quanto in fretta possa fare, ci sarà sempre una finestra temporale all'interno delle quale chi vorrà ampliare la propria abitazione potrà farlo liberamente. Il provvedimento del governo stabilisce infatti la possibilità di ingrandire del 20% il volume della propria casa, percentuale che sale fino al 35% nel caso si demolisca completamente l'abitazione per ricostruirla con tecniche di bioedilizia o utilizzando fonti di energia rinnovabile.

Ma il vero grimaldello utile a forzare qualunque piano regolatore è scritto all'articolo 4, dove si spiega che ogni intervento edilizio di ampliamento potrà essere avviato presentato una semplice Dichiarazione di inizio attività al Comune di appartenenza. Senza più bisogno di una licenza edilizia e senza alcuna possibilità per il Comune di opporsi ai lavori. «Ma un altro articolo pericoloso è il 5», spiega Bonelli. Articolo che vieta di costruire nelle zona A dei parchi naturali. «Messa così sembrerebbe una norma a tutela dell'ambiente. In realtà è l'opposto visto che il divieto vale solo per le aree a tutela integrale (chiamate zone A) e non per le zone B che, pur essendo all'interno di un parco, sono però a tutela orientata». Via libera, dunque alle ristrutturazioni selvagge nelle aree protette. E anche nelle città. Sempre l'articolo 5, infatti, dispone che per gli edifici non sottoposti a vincoli situati nei centri storici la Dia vada presentata anche alle competenti Soprintendenze, che avranno 30 giorni di tempo per opporsi. Trascorsi i quali prevarrà il principio del silenzio-assenso. Un puro e semplice proforma. «In Italia - spiega infatti Bonelli - i Soprintendenti abilitati al controllo sono pochissimi, in tutto circa 500. Come potranno svolgere la loro attività di controllo quando saranno sommersi da centinaia di migliaia di domande?»

DIRITTI

«Bloccate gli sfratti». In 150 mila rischiano di perdere l'abitazione

di Giacomo Russo Spena

Per affrontare l'emergenza caro affitti s'invoca il «blocco generalizzato di tutti gli sfratti». Misura adottata dal governo Prodi e repentinamente tolta lo scorso anno da questo esecutivo che non sembra intenzionato ad affrontare il problema.

Perderanno l'abitazione 150 mila persone nei prossimi due anni sia per morosità che per fine locazione, denuncia il Sunia evidenziando come da anni sia assente una politica di calmierazione dei prezzi, con più di 600 mila famiglie, ad oggi, escluse dal mercato immobiliare che attendono in graduatorie l'assegnazione di un alloggio popolare. «Nell'ultimo decennio c'è stata un'attesa di rendimento fuori da ogni logica - spiega il segretario del sindacato Luigi Pallotta - così oggi una parte della popolazione è stata estromessa per motivi economici». Non a caso l'80 degli sgomberi (12mila gli eseguiti e 65 mila quelli richiesti nel primo semestre 2008) avviene per morosità. E tra le famiglie messe in mezzo alla strada quasi la metà ha subito in precedenza «traumi lavorativi su almeno un reddito»: licenziamento o cassaintegrazione.

Eppure il premier Silvio Berlusconi ha sottratto nell'ultima Finanziaria ben 40 milioni d'euro al Fondo di sostegno all'affitto, non investendo un euro sulla costruzione di nuova edilizia pubblica, ormai in ginocchio (nel Paese si costruiscono in media solo 1500 case popolari l'anno). Persino quei 550 milioni stanziati dal piano Ferrero, ai tempi del governo Prodi, per il recupero di 20 mila case popolari abbandonate e «murate» in modo da non farle occupare (2500 solo a Milano) hanno preso un'altra direzione per il volere del Cavaliere. Solo dopo forte pressioni delle Regioni, si è convinto a farne "ritornare" 200. Per il resto solo soldi ai costruttori e ai palazzinari a cui viene delegata, col progetto del social-housing, l'emergenza abitativa.

Per chi ha un mutuo, soprattutto col tasso variabile, le cose non vanno meglio: sono 40-50 mila le famiglie in stato d'insofferenza, ovvero che pagano la rata in ritardo e facendo mille peripezie. «Bisogna creare un fondo comunale per il reperimento di alloggi di edilizia pubblica in cui far confluire da subito le entrate dell'aumento dell'Ici», sostiene il movimento capitolino Action che insieme ad altre sigle di lotta per la casa (il Coordinamento e i Blocchi precari metropolitani) sarà presto in Prefettura per chiedere il blocco immediato degli sfratti. Per due anni.

A Roma infatti si respira una delle situazioni più buie: nel 2007 le esecuzioni di sgombero sono state 3.341 per morosità, circa il 70 % del totale. L'Unione Inquilini trova inutile però la strada dell'incontro col prefetto. «Non è uno strumento efficace - spiega Massimo Pasquini, responsabile romano dell'organizzazione - Il governo non ascolterà mai nessuna richiesta». E allora che fare? «Bisogna lavorare sulla Regione». La sentenza 166 del 2008 infatti riconosce «solo» ai governatori il potere di «graduare gli sfratti» depotenziando quelli del governo. Una linea perseguibile coi presidenti «rossi» del Paese.

Intanto Action e gli altri movimenti lanciano una campagna dal basso, «fatta di picchetti», per fermare gli sfratti in giro per Roma. Domani i primi due. Anche perché «il sindaco Alemanno, dopo avere promesso in campagna elettorale, la realizzazione di 30 mila case popolari, dopo un anno di amministrazione, non ha fatto nulla».

CONFINDUSTRIA

Marcegaglia: sì al piano, rilancia gli investimenti privati

Luce verde anche da Confindustria al piano del governo sulla casa che verrà varato venerdì prossimo dal consiglio dei ministri (dopo la conferenza Stato-Regioni). «Va bene perché potrebbe dare una spinta all'edilizia, ma bisogna ovviamente evitare abusi e rispettare l'ambiente», ha detto ieri Emma Marcegaglia a margine degli stati generali dell'associazione degli industriali. «Dobbiamo ancora leggere il piano nel dettaglio, ma mi sembra che in un momento come questo possa dare una spinta agli investimenti privati, in un quadro di regole chiare che devono essere rispettate da tutti», ha detto ancora la presidente di Confindustria. Dunque, tutti insieme appassionatamente, centrodestra, industriali e una fetta del centrosinistra. Nel nome dell'edilizia libera e con meno regole.

COMMENTO

L'immobilismo dell'immobile

di Pippo Ciorra

La prima reazione è l'incredulità. Considerando la natura del nostro territorio è fisicamente impossibile mettere «tutti» gli italiani (o una quota rilevante) in condizioni di aumentare del 20% la cubatura delle loro abitazioni. Ci sono piani e regolamenti, distanze da rispettare e limiti sismici, altezze massime già sature, infiniti interessi da comporre. Insomma ne viene fuori un ginepraio tale che c'è davvero da chiedersi come sia venuto in mente, al premier, di infilarsi in un guaio del genere. Poi «piano piano» abbiamo assistito al solito indecifrabile miracolo: da una lato la boutade di Berlusconi che prendeva la forma di provvedimento reale, rozzo e diabolicamente demagogico.

Dall'altro abbiamo visto montargli intorno la solita marea di inarrestabile «consenso popolare», e il centro-sinistra finire come spesso gli accade nell'angolo, costretto allo strepito di testimonianza di chi sa già che non riuscirà a contrapporsi con la forza necessaria. Poi, come sempre succede in questi casi, è arrivato l'appello dei «padri (o zii) della patria» Aulenti, Gregotti, Fuksas. Appello che io, confesso, non sono riuscito a firmare. Non perché condivida l'impostazione del provvedimento del governo, ovviamente, ma perché mi pareva una buona occasione per sollevare una discussione intorno a una serie di questioni reali dalle quali la bozza del «piano casa» trae cinico vantaggio. Oltre alle mille nefandezze e incongruenze che tutti sottolineano e che tutti abbiamo capito, vale allora la pena ricordare alcune delle questioni compatibili con un approccio più «virtuoso».

Prima fra tutte la questione del «riciclaggio» del nostro orrendo patrimonio edilizio dal dopoguerra a oggi. Necessitavano incentivi e strategie, era giusto far ricorso nei casi appropriati ai «premi di cubatura» - che amministrazioni di destra e di sinistra utilizzano da decenni, c'era bisogno di sgravi e sostegni non nominali per chi demolisce e ricostruisce in modo più sostenibile. Poi la questione dell'inefficienza degli uffici e del moloch di normative e competenze sovrapposte e intrecciate, tali da paralizzare qualsiasi programma di trasformazione. Lanciandosi all'assalto contro la «burocrazia» Berlusconi si costruisce un retroterra di consenso solidissimo, che noi non abbiamo saputo smontare. Infine l'arretratezza delle nostre leggi e della nostra cultura urbanistica (lavoriamo ancora con la legge del '42), ferma a un'impalcatura normativa pensata per centri storici, periferie di palazzoni e zone industriali quando invece il 60% degli italiani abita in casette sparse in aree indecise tra il rurale e l'urbano. Quelli appunto che aspettano con ansia il decreto Berlusconi.

Su questi e altri temi noi non abbiamo fatto abbastanza, paralizzati dalle solite diatribe e dal peso dell'ideologia, e come sempre è finito che ci ha pensato il Silvio nazionale. Che però lo fa a modo suo, alludendo subliminalmente alla memoria anticrisi (e antidisoccupazione!) del glorioso «Piano Fanfani», facendo leva sull'inarrestabile individualismo abusivista che già segna il nostro tempo e il nostro territorio, mettendo ulteriormente a rischio quell'unica ricchezza, il paesaggio e la nostra cultura urbana, che potrà forse garantirci un ruolo negli equilibri economici del futuro.

Probabilmente il «piano casa» fallirà, frenato dalle difficoltà oggettive o esploderà in una specie di allegra anarchia in stile Bombay, ma in ogni caso questo non giustifica le nostre mancanze e la nostra mortale propensione all'immobilità.

Tutto è partito con una bella lettera al Sole24ore. Il ministro Brunetta ha lanciato la sua idea meravigliosa: il piano di vendita delle case popolari. Le 768 mila famiglie inquiline di case dell’ex Iacp potranno diventarne proprietari. Il governo si impegna a proporre loro un mutuo sostenibile, così spiega Brunetta, magicamente l’alloggio «aumenta di valore per il solo fatto di essere stato privatizzato» e il tutto migliora la situazione economica delle famiglie e dunque del Paese, mettendo in circolo ben 20 miliardi. Tutto meraviglioso, tutto positivo. Peccato però che lo stesso Brunetta avesse presentato un piano identico nel 2005 quando era un “semplice” consulente economico dello stesso presidente del Consiglio. Lo aveva fatto scrivere nelle Finanziaria 2006, ma appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale furono le Regioni a sollevare dubbi di costituzionalità. Dubbi diventati realtà per mezzo di una sentenza della Corte Costituzionale che ha bloccato la norma, di fatto cancellandola. Quattro anni dopo lo stesso Brunetta la ripropone da ministro dell’Innovazione e della Pubblica amministrazione, dimenticando che nel frattempo nulla è cambiato: gli ex Iacp sono diventate enti regionali, in quanto tali facenti capo alle regioni stesse.

«PIANO CASA INCOSTITUZIONALE»

Ci sono sempre le Regioni di mezzo. Anche per quanto il piano casa tanto caro a Silvio Berlusconi. Ieri l’ultima bozza del decreto definito “Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili”. All’articolo 1 comma 2 c’è scritto: «Le norme del presente decreto trovano applicazione su tutto il territorio nazionale, sino all’emanazione di leggi regionali in materia di governo del territorio». La traduzione in termini più comprensibili la fa il segretario del Pd Dario Franceschini: «È peggio di quanto annunciato da Berlusconi. È un piano palesemente incostituzionale perché la materia è di competenza regionale ed invece con il decreto i comuni (proprietari di altri 400 mila abitazioni, Ndr) e le regioni sarebbero scavalcati». L’articolo 2 va pure oltre e prevede: «l’ampliamento dell’unità immobiliare mediante la realizzazione di nuovi volumi e superfici in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi». Ancora la traduzione di Franceschini: «Non ci sono più né norme urbanistiche nè piani regolatori, azzerati dal decreto legge». Il piano casa «è una operazione priva di senso e una devastazione del territorio italiano» e perciò, afferma Franceschini, «non potrà più trovare una posizione di confronto da parte del Pd». In poche parole, un condono permanente. «Spero si fermino e ci ripensino», conclude il segretario democratico.

La casa è quindi diventata improvvisamente una priorità del governo. Ma solo quella di proprietà o che diventerà di proprietà. Nei piani del governo non si trova uno straccio di norma per le 150 mila famiglie che, come hanno denunciato Sunia e Cgil, rischiano lo sfratto perché non in più grado di pagare l’affitto.

PD E CGIL: PARTIRE DAGLI AFFITTI

Proprio da qui propone invece di partire il Pd. Il suo piano casa è una proposta in 4 punti per sostenere chi una casa non ce l’ha: possibilità di detrarre anche parzialmente il canone per chi vive in affitto, incentivo all’affitto facendo calare al 20 per cento l’aliquota Irpef pagata dagli affittuari e assieme a questo altre forme d’incentivazione per evitare che molti appartamenti rimangano sfitti e infine un piano reale di edilizia popolare per la costruzione di almeno 5 mila nuovi alloggi.

Pd e Cgil all’inizio erano stati possibilisti sul piano casa del governo, «per non rischiare di essere ideologici», come aveva dichiarato Epifani. Ma entrambi hanno dovuto constatare che «quello del governo non è un piano casa, ma un decreto sull’edilizia» e così come risposta si propone di puntare sull’efficienza energetica e sulla diffusione delle fonti rinnovabili. In questo quadro e con regole e controlli certi allora sì che si potrebbe dar vita ad un piano casa che promuova interventi per rendere più moderno ed efficiente il patrimonio edilizio. Provvedimenti efficaci, cantierabili da subito, sarebbero un volano per rilanciare l’economia, ma nel segno della qualità.

Postilla

Questa paura di essere “ideologici” (vedi anche il commento di Pippo Ciorra sul manifesto)… Perché, i berluscones non hanno un’ideologia? Anzi, il guaio è che ce l’hanno solo loro. Sarebbe bello se quanti si oppongono a Berlusconi esprimessero anche loro “l’insieme di credenze del [loro] gruppo e dei [loro] membri, che [ne] guidano l’interpretazione degli eventi e condizionano le pratiche sociali” (Teun A. van Dijk, Ideologie, Carocci, 2004).

Più che un "piano casa", a favore dell’economia, sarebbe un’offensiva mirata contro le Regioni e contro i Parchi. E di conseguenza, una devastazione autorizzata di ciò che resta del territorio in tutto il Belpaese.

In preparazione del Consiglio dei ministri convocato venerdì prossimo per emanare il decreto legge sull’edilizia, e alla vigilia della Conferenza Stato-Regioni chiamata domani a esprimere il suo parere, la bozza del decreto ha prodotto l’effetto di una bomba nel mondo ambientalista. Protestano all’unisono il Wwf, Fai, Italia Nostra, Legambiente e tutte le altre associazioni ecologiste. Con loro si schierano anche studiosi, architetti, archeologi e uomini di cultura, decisi a difendere a spada tratta quell’articolo 9 della Costituzione che antepone «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione» rispetto a qualsiasi altro interesse.

Il primo motivo di allarme riguarda proprio il rapporto con le Regioni. Finora, s’era ritenuto che il "piano casa" fosse tenuto comunque a rispettare le loro competenze esclusive in materia: il presidente del Lazio Piero Marrazzo, o quello della Puglia Nichi Vendola, per esempio, come gli altri governatori di centrosinistra, avrebbero potuto rifiutare un provvedimento del genere e quindi non applicarlo.

Ma l’articolo 1 del decreto, comma 2, stabilisce invece che queste norme trovano applicazione immediata su tutto il territorio nazionale, «sino all’emanazione di leggi regionali in materia di governo del territorio». E poiché le Regioni non possono a loro volta emanare decreti, ciò significa in pratica scavalcare le loro competenze e metterle fuori gioco, in attesa che riescano prima o poi ad approvare nuove leggi sull’assetto del territorio.

Il secondo punto particolarmente contestato dagli ambientalisti attiene alla salvaguardia dei Parchi. All’articolo 5, comma 1, la bozza del decreto legge esclude esplicitamente che gli ampliamenti possano essere realizzati nelle "zone A" dei parchi nazionali, regionali o interregionali, dove vige una tutela integrale, oltre che nelle aree naturali e archeologiche. Ma questo significa ammetterli implicitamente nelle "zone B", quelle definite a "tutela orientata", dove qualsiasi intervento dev’essere comunque compatibile con la destinazione del parco medesimo. Da qui, appunto, la preoccupazione che la cementificazione possa dilagare anche nelle aree verdi protette d’interesse storico e paesaggistico.

Contro la deregulation selvaggia prevista dal "piano casa", la protesta degli ambientalisti denuncia infine il nuovo regime edilizio: non più la concessione preventiva, bensì una semplice Dia (dichiarazione inizio attività) con tutte le procedure di controllo ridotte a un’autocertificazione.

Quanto alla bioedilizia o all’adozione di fonti rinnovabili, la bozza governativa non stabilisce alcun indice di efficienza energetica e anzi autorizza gli aumenti di volume anche solo per i "risparmi delle fonti idriche e potabili". Un alibi o un escamotage, insomma, per contrabbandare questi interventi

Palazzo Chigi ha diffuso, inviandola ufficialmente a Regioni ed enti locali, un’irresponsabile bozza di decreto legge su sedicenti "Misure urgenti per il rilancio dell’economia attraverso la ripresa delle attività imprenditoriali edili".

Nulla ha dunque insegnato al nostro governo la "bolla edilizia" (housing bubble) che ha duramente colpito l’economia americana l’anno scorso. Secondo l’analisi di George Soros nel suo ultimo libro (The New Paradigm for Financial Markets: The Credit Crisis of 2008 and What It Means), le aspettative artificialmente create da un mercato immobiliare gonfiato ad arte hanno prodotto, fra 2001 e 2005, una crescita incontrollata degli investimenti immobiliari, e dunque dei relativi meccanismi di finanziamento (a cominciare dai mutui), sul presupposto che il valore degli immobili possa crescere indefinitamente, appoggiandosi a finanziamenti e prestiti sempre più alti, per immobili sempre più cari. Il solo fatto di concedere sempre più mutui, a condizioni facilitate, fece crescere la domanda immobiliare, anzi per alcuni anni parve convalidare le previsioni più ottimistiche, innescando un perverso inseguimento fra eccesso di domanda (e di debito) ed eccesso di offerta. Bastarono pochi anni, e l’eccesso degli investimenti immobiliari e del relativo indebitamento, oltre che distrarre il risparmio da investimenti più produttivi, finì con l’esser tanto alto da trascinare l’intero sistema nella rovina: la terribile housing bubble con conseguente bancarotta, appunto, di cui abbiamo letto su ogni giornale, evidentemente invano.

L’Italia, si sa, è il Paese europeo col più basso tasso di natalità. Ma è al tempo stesso il Paese col più alto consumo di territorio: per dare solo un esempio particolarmente raccapricciante, la Liguria ha consumato negli ultimi vent’anni il 45% della propria superficie libera da costruzioni, inondando il paesaggio di cemento (la media italiana è un già pessimo 17%). Basta mettere insieme questi due dati (bassa natalità, altissimo consumo del suolo), che contrastano drasticamente con l’esperienza Usa (un Paese in continua espansione demografica e con ampie aree a bassa densità abitativa), per comprendere come la "bolla immobiliare" nostrana, se gli investimenti non vengono dirottati altrove, sia destinata a esplodere con ben maggior violenza. La bozza ora emanata da Palazzo Chigi parte al contrario dall’ipotesi, quando meno azzardata, che per rilanciare l’economia nulla di meglio vi sia che scatenare la cementificazione del Paese. Allo scopo, s’intende, «di sostenere la domanda generale interna di beni e servizi, nell’attuale fase di congiuntura globale» (art. 1 della bozza). L’arcaica superstizione secondo cui l’unico investimento sicuro è quello del "mattone", comprensibile come retaggio di una società preindustriale, viene dunque adottata dal governo come linea vincente per salvare l’economia del Paese.

L’intento di fornire al "partito del cemento" una piena licenza di uccidere non potrebbe esser più chiaro. Si possono ampliare del 20% tutti gli edifici ultimati entro il 2008: la percentuale si calcola sul volume per le unità residenziali, sulla superficie coperta per ogni altra (art. 2, c. 2). Se poi il 20% non basta, niente paura: si può arrivare comodamente al 35% (del volume o della superficie), purché si abbatta integralmente un edificio, ricostruendolo più in grande. Queste ed altre espansioni edilizie saranno fatte, assicura la bozza, «in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi» (art. 2 c. 1); persino l’altezza della nuova fabbrica può essere modificata, portandola fino a «quattro metri oltre l’altezza massima prevista dagli strumenti urbanistici vigenti». Per tutti questi interventi basta una d.i.a. (dichiarazione inizio attività), senza tanti permessi: il risanamento dell’economia non può aspettare. E se per caso si trattasse di edifici storici? Facile: basta far domanda alla competente Soprintendenza, e se per caso non risponde entro 30 giorni vale il principio del silenzio-assenso (art. 5, c. 3 e 5). Il Codice dei Beni Culturali viene in tal modo non ignorato, ma consapevolmente calpestato. La certezza del diritto cede il passo a una feroce delegificazione.

Impallidiscono, al confronto, i condoni edilizi ex post, piombati a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004). La foglia di fico della crisi economica non nasconde l’essenziale: questa bozza di legge è un condono ex ante, anzi non solo legittima e depenalizza, ma incoraggia ciò che fino ad oggi è reato, consegnando città e paesaggio dell’intero Paese al partito del cemento, al saccheggio di speculatori senza scrupoli, devastando senza rimedio borghi e campagne, persino lo skyline delle nostre città. Se, come è da sperare, questa bozza null’altro è che un ballon d’essai, sarà molto interessante vedere quali saranno le reazioni delle istituzioni. Che cosa farà il Ministero dei Beni Culturali, che in passato seppe far cadere le proposte di silenzio-assenso presentate dai ministri Baccini (2005) e Nicolais (2006), di fronte a questa norma assai più distruttiva? Che cosa diranno Regioni ed enti locali di fronte a tanta selvaggia deregulation? Qualcuno si ricorderà dell’art. 9 della Costituzione, che impone alla Repubblica, in via prioritaria rispetto ad ogni altro interesse anche economico, «la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione»?

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