Silvio Berlusconi ha scelto il momento più favorevole alla sua politica spregiudicata per attaccare la stampa italiana: tutti i giornali italiani, nessuno escluso, stanno facendo la fila a Palazzo Chigi per ottenere aiuti di stato e il premier, nella sua infinita scaltrezza, farà pesare non poco il suo potere di selezione dei buoni e dei cattivi. Gli unici che non protestano per i continui attacchi del premier, a differenza dei magistrati, sono i giornalisti, ormai assuefatti all'arroganza del primo ministro. Si è sentita una debole protesta della Fnsi ma ancora nessun editorialista o direttore ha speso una parola per protestare contro la pretesa del capo del governo di ottenere un'impunità permanente.
D'altronde i quotidiani vivono in questo momento una situazione di fortissima debolezza e non si possono permettere di alzare più di tanto la voce. Se infatti si da uno sguardo ai grandi quotidiani la situazione è davvero drammatica, soprattutto per il fatto che la fonte di introiti pubblicitari, quella che ha da sempre consentito di evitare gli aiuti di stato, è tragicamente ridotta. Basta guardare qualche cifra sul fatturato pubblicitario pubblicata da primaonline, l'edizione internet di Prima Comunicazione, riferita al mese di marzo 2009. Il fatturato pubblicitario del mezzo stampa in generale ha registrato nel mese di marzo 2009 un andamento in flessione rispetto allo stesso mese del 2008 (-26%). Questo dato è la conseguenza di andamenti diversi all’interno dei mezzi stampa rilevati. I quotidiani in generale hanno registrato una diminuzione di fatturato del -23% ed una diminuzione degli spazi del -10%. La tipologia commerciale nazionale ha registrato un -29% a fatturato ed un -5% a spazio. La tipologia di Servizio ha visto un -24% a fatturato e un -10% a spazio. La tipologia rubricata ha segnato un calo del -11% a fatturato e del -13% a spazio. La pubblicità commerciale locale ha ottenuto un -17% a fatturato ed un -11% a spazio. I quotidiani a pagamento hanno registrato un andamento simile a quello dei quotidiani in generale. I quotidiani Free Press hanno segnato andamenti in calo per fatturato (-30%) e spazio (-15%). Diminuisce del 34% il fatturato della commerciale nazionale e del 19% quello della locale, mentre gli spazi registrano un arretramento rispettivamente del 20 e del 12%. I periodici in generale hanno registrato un fatturato in diminuzione rispetto allo stesso mese del 2008 (-31%) ed un calo degli spazi (-26%). I settimanali hanno ottenuto delle variazioni negative sia per fatturato (-35%) sia per spazio (-29%. Per i mensili si registra una diminuzione di fatturato del -28% e un calo degli spazi del 23%. Se questo è il quadro del mercato pubblicitario dal fronte delle vendite non arrivano notizie rassicuranti. I grandi quotidiani perdono in media 100.000 copie. E' di pochi giorni fa il dato pubblicato dal Sole 24 ore: il quotidiano confindustriale è sceso a 290.000 copie contro le 340 mila copie di qualche mese fa. Ancora più drammatiche le notizie che arrivano da Repubblica e il Corriere della Sera, dove i cdr lavorano ormai a tempo pieno per gestire gli stati di crisi strisciante che toccano soprattutto i precari e i collaboratori. Il taglio delle pagine è ormai un fenomeno generalizzato ma nonostante il risparmio sui costi e la richiesta di Cig non si intravede ancora un'inversione di tendenza.
Con il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza il Parlamento è stato espropriato della libertà di coscienza su un tema molto delicato che riguarda la vita di uomini, donne e bambini.
Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dalla Camera con il voto di fiducia (evidentemente nella maggioranza c’è qualche "mal di pancia"), si intreccia con i respingimenti dei clandestini verso la Libia, ignorando i più elementari diritti d’asilo di chi fugge da guerra, tortura e, spesso, da una condanna a morte. Che ne sarà di questa gente una volta fatta sbarcare sul suolo libico, in un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati?
Perché l’Italia, da sempre considerata la culla del diritto e della civiltà giuridica, Paese di profonde radici cristiane, antepone qualsiasi esigenza di sicurezza (vera o fittizia) ai diritti inalienabili dell’uomo? Sarebbe stata molto più efficace una seria politica di programmazione dei flussi e di sanatorie per regolarizzare quegli stranieri già inseriti nella società, come le badanti, che svolgono un ruolo prezioso e, molto spesso, insostituibile.
L’auspicio è che i senatori, nell’esaminare il testo che ora approda a Palazzo Madama, siano più lungimiranti dei loro colleghi di Montecitorio, e tengano presenti le osservazioni dell’Onu, togliendo il sigillo xenofobo che una minoranza politica ha imposto al Paese. Il disegno di legge ha già suscitato le reazioni negative della comunità ecclesiale, dell’associazionismo cattolico, dalle Acli alla Caritas a Sant’Egidio. Padre Gianromano Gnesotto, direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati della Cei, ha detto che con l’introduzione del reato di clandestinità il disegno di legge non favorisce l’integrazione e l’inserimento degli stranieri. Anche monsignor Marchetto, presidente del Pontificio consiglio dei migranti, ha sottolineato il "peccato originale" del reato di clandestinità. La criminalizzazione dello straniero darà vita alla creazione di cittadini di serie B, compromettendo gravemente i loro diritti alla salute, all’istruzione e a molti altri diritti fondamentali, lasciandoli preda di una possibile denuncia da parte di chi riveste un ruolo di pubblico ufficiale: infermieri, medici, insegnanti... Coniugare accoglienza e rispetto della legalità è la raccomandazione che, da mesi, fa l’episcopato italiano, per bocca dei suoi massimi esponenti.
Grandi preoccupazioni sorgono per le difficoltà al riconoscimento dei figli nati in Italia da madri clandestine senza passaporto, i cosiddetti "bambini invisibili", liquidate frettolosamente come "panzane" o "stupidaggini" da esponenti del Governo. In realtà è un problema reale che rischia di farci scivolare nella barbarie.
Problema sollevato anche dall’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza e dalla Caritas. Monsignor Domenico Sigalini, segretario della Commissione per le migrazioni della Cei, ha ribadito che «l’accoglienza non è né di destra né di sinistra, è di tutti» e che «la famiglia va sempre salvaguardata così come il diritto alla salute».
Lo "stigma" del reato di clandestinità crea le condizioni perché i migranti vengano messi fuori dal consorzio umano. Si continua ad attizzare il fuoco della paura, tutto per una manciata di voti in più. Abbiamo trasformato il migrante in "diverso", in nemico. La deriva xenofoba che sta prendendo piede in Italia dovrebbe preoccupare tutti, i cattolici in particolare.
Come ha sottolineato don Giancarlo Quadri, responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Milano, l’indifferenza e il gelo della chiusura soffiano anche nelle parrocchie. Possibile che i cattolici facciano prevalere la paura e un "pacchetto propaganda" sui princìpi evangelici?
È giusto ricordare che, se Silvio Berlusconi non si fosse fabbricato l’immunità con la "legge Alfano", sarebbe stato condannato come corruttore di un testimone che ha protetto dinanzi ai giudici le illegalità del patron della Fininvest. Condizione non nuova per Berlusconi, salvato in altre occasioni da norme che egli stesso si è fatto approvare da un parlamento gregario.
Le leggi ad personam, è vero, sono un lacerto dell’anomalia italiana che trova il suo perno nel conflitto di interessi, ma la legislazione immunitaria del premier è soltanto un segmento della questione che oggi l’Italia e l’Europa hanno davanti agli occhi. Le ragioni della condanna di David Mills (il testimone corrotto dal capo del governo) chiamano in causa anche altro, come ha sempre avuto chiaro anche il presidente del consiglio. Nel corso del tempo, il premier ha affrontato il caso "All Iberian/Mills" con parole definitive, con impegni che, se fosse coerente, oggi appaiono temerari: «Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conoscevo neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario» (Ansa, 23 novembre 1999, ore 15,17).
Nove anni dopo, Berlusconi è a Bruxelles, al vertice europeo dei capi di Stato e di governo. Ripete: «Non conoscevo Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia» (Il sole24ore.com; Ansa, 20 giugno 2008, ore 15,47). È stato lo stesso Berlusconi a intrecciare consapevolmente in un unico destino il suo futuro di leader politico, «responsabile di fronte agli elettori», e il suo passato di imprenditore di successo. Quindi, ancora una volta, creando un confine indefinibile tra pubblico e privato. Se ne comprende il motivo perché, nell’ideologia del premier, il suo successo personale è insieme la promessa di sviluppo del Paese. I suoi soldi sono la garanzia della sua politica; sono il canone ineliminabile della «società dell’incanto» che lo beatifica; quasi la condizione necessaria della continua performance spettacolare che sovrappone ricchezza e infallibilità.
Otto anni fa questo giornale, dando conto di un documento di una società internazionale di revisione contabile (Kpmg) che svelava l’esistenza di un «comparto estero riservato della Fininvest», chiedeva al premier di rispondere a qualche domanda «non giudiziaria, tanto meno penale, neppure contabile: soltanto di buon senso. Perché questi segreti, e questi misteri? Perché questo traffico riservato e nascosto? Perché questo muoversi nell’ombra? Il vero nucleo politico, ma prima ancora culturale, della questione sta qui perché l’imprenditorialità, l’efficienza, l’homo faber, la costruzione dell’impero ? in una parola, i soldi ? sono il corpo mistico dell’ideologia berlusconiana» (Repubblica, 11 aprile 2001). Berlusconi se la cavò come sempre dandosi alla fuga. Andò a farsi intervistare senza contraddittorio a Porta a porta per dire: «All Iberian? Galassia off-shore della Fininvest? Assolute falsità».
La scena oggi è mutata in modo radicale. Se il processo "All Iberian" (condanna e poi prescrizione) aveva concluso in Cassazione che «non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato», le motivazioni della sentenza che ha condannato David Mills ci raccontano il coinvolgimento «diretto e personale» di Silvio Berlusconi nella creazione e nella gestione di «64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest». Le creò David Mills per conto e nell’interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mentì in aula per tener lontano Berlusconi dai guai, da quella galassia di cui l’avvocato inglese si attribuì la paternità ricevendone in cambio «enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali», come si legge nella sentenza.
È la conclusione che ha reso necessaria l’immunità. Berlusconi temeva questo esito perché, una volta dimostrato il suo governo personale sulle 64 società off-shore, si può oggi dare risposta alle domande di otto anni fa, luce a quasi tutti i misteri della sua avventura imprenditoriale. Si può comprendere come è nato l’impero del Biscione e con quali pratiche. Lungo i sentieri del «group B very discreet della Fininvest» sono transitati quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come «i politici costano molto? ed è in discussione la legge Mammì»). E ancora, il finanziamento estero su estero a favore di Giulio Malgara, presidente dell’Upa (l’associazione che raccoglie gli inserzionisti pubblicitari) e dell’Auditel (la società che rileva gli ascolti televisivi); la proprietà abusiva di Tele+ (violava le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; la risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. Sono le connessioni e la memoria che sbriciolano il «corpo mistico» dell’ideologia berlusconiana: al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c’è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.
Questo è il quadro che dovrebbe convincere Berlusconi ad affrontare con coraggio, in pubblico e in parlamento, la sua crisi di credibilità, la decadenza anche internazionale della sua reputazione. Magari con un colpo d’ala rinunciando all’impunità e accettando un processo rapido. Non accadrà. Il premier non sembra comprendere una necessità che interpella il suo privato e il suo ufficio pubblico, l’immagine stessa del Paese dinanzi al mondo. Prigioniero di un ostinato narcisismo e convinto della sua invincibilità, pensa che un bluff o qualche favola o una nuova nebbia mediatica possano salvarlo ancora una volta. Dice che non si farà processare da questi giudici e sa che non saranno «questi giudici» a processarlo. Sa che non ci sarà, per lui, alcun processo perché l’immunità lo protegge. Come sa che, se la Corte Costituzionale dovesse cancellare per incostituzionalità lo scudo immunitario, le norme sulla prescrizione che si è approvato uccideranno nella culla il processo. Promette che in parlamento «dirà finalmente quel che pensa di certa magistratura», come se non conoscessimo la litania da quindici anni. Finge di non sapere che ci si attende da lui non uno "spettacolo", ma una risposta per le sue manovre corruttive, i metodi delle sue imprese, i sistemi del suo governo autoreferenziale e privatistico. S’aggrappa al solito refrain, «gli italiani sono con me», come se il consenso lo liberasse da ogni vincolo, da ogni dovere, da ogni onere. Soltanto un potere che si ritiene "irresponsabile" può continuare a tacere. Quel che si scorge in Italia oggi? e non soltanto in Italia ? E’ un leader in fuga dalla sua storia, dal suo presente, dalle sue responsabilità. Un leader che non vuole rispondere perché, semplicemente, non può farlo.
Settis, Asor Rosa, il direttore del “Tirreno”, Frontera e Vanni, Moschini: tutti a ragionare di “politica e cemento”. Sorprende il silenzio di chi governa, come se niente fosse di loro competenza.
Colpisce la conseguenza logica tra l’affermazione del direttore «la strada del cemento è stata la scorciatoia per una politica che non solo ha smesso di pensare, ma non vuole nemmeno che lo facciano altri» e quanto scritto da Frontera e Vanni che ricordano solitudine, avversione, quindi fallimento di un responsabile tentativo di dare al territorio della provincia di Livorno uno strumento di governo pensato per fare di conto tra trasformazioni urbanistico-edilizie e risorse disponibili, applicando parametri certi, misurati e non svolgendo valutazioni letterarie.
In considerazione di ciò e dei tempi elettorali, sussiste il dovere della chiarezza, dobbiamo attestare che spesso si è cercata la scorciatoia del cemento pensando che questa potesse essere sviluppo, anche se tante volte è stato ripetuto che l’edilizia è attività di servizio alla produzione, alle attività primarie, allo sviluppo vero e duraturo. Ebbi modo di dire queste cose già in una conferenza programmatica della Cgil livornese nel gennaio-febbraio del 2005, ma tant’è.
Altrettanto è evidente che si è smesso di pensare ad un progetto di città e comunità, di territorio, che è facile inseguire centri commerciali, le grandi operazioni, spacciare come un successo la realizzazione, a scomputo degli oneri, delle opere di urbanizzazione, dimenticandosi che poi chilometri di strade, fogne, condotte idriche, impianti di illuminazione, vanno gestiti; peggio ancora dimenticando che la competitività di un territorio è garantita in prima istanza dalla qualità ambientale e paesaggistica, quindi dall’accessibilità, dalla vivibilità, dai servizi alle persone e alle imprese. E non possiamo dimenticare che una sussidiarietà forse male interpretata come acquisizione tout-court di potere, ha consegnato ai Comuni molti compiti e oneri, finito per travolgere ogni sistema di controllo, ovvero ha consentito una sorta di “co-pianificazione” che la Regione ha reintrodotto in forme non sempre chiare, soprattutto per quanto riguarda la specifica responsabilità di scelta. Cioè non ci si è assunti l’onere di assegnare a ciascun livello compiti e ruoli, senza sovrapposizione di competenze e si è creato un sistema di valori e beni - suolo, paesaggio, risorse idriche - comunque contendibili: in questo contesto, tutto appare possibile e ovviamente spesso lo è per chi, economicamente, è più forte.
È dunque evidente:
1. che molti problemi non si possono più governare negli angusti confini comunali;
2. che frammentazione istituzionale e competizione tra territori hanno prodotto la moltiplicazione degli interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia a scapito della qualità ambientale e paesaggistica;
3. che la mancata riforma della fiscalità e della contabilità locale ha fatto degli oneri di urbanizzazione un’entrata irrinunciabile;
4. che la crescita urbana equivale a futuri maggiori costi di gestione urbana (e cioè a meno risorse per scuole, servizi sociali, verde pubblico);
5. che non si vede all’orizzonte chi si faccia carico di un confronto senza tesi precostituite e ricostruisca un proficuo rapporto tra politica, amministratori, competenze e cittadini: prevale ovunque il “frazionismo” che si riassume nella sindrome di “nimby”, “non nel mio cortile”;
6. che se si crede davvero ai principi europei la valutazione ambientale non può essere ridotta a espressione letteraria, ma deve essere saldamente ancorata alle risorse, cioè a specifici limiti: se le risorse ci sono le cose si fanno, altrimenti non si fanno. Non si può pensare che comunque si debba fare e poi si vedrà;
7. che il futuro del paesaggio non può essere rimesso ad una valutazione separata, di volta in volta, di progetti edilizi, ma ferreamente connesso a specifici vincoli di tutela;
8. che territorio e paesaggio sono capitale fisso sociale, non bene soggetto alla fluttuazione e speculazione dei mercati;
9. che non abbiamo bisogno di “piani casa” e leggi ad hoc - perché norme per gli ampliamenti invece che per nuove costruzioni erano e sono possibili con un qualsiasi piano regolatore che stabilisca cosa fare e come - ma di norme sul diritto dei suoli, la determinazione delle indennità di esproprio che non possono essere definite come prezzo di mercato perché, se uno Stato è comunità, una forma di solidarietà ci deve essere.
Ma siamo maturi per tutto questo, ci sono volontà politiche di discutere e voglia di riprendere un cammino?
I regimi liberi non danno la certezza di buone decisioni, ma solo quella di poterle cambiare senza distruggere tutto. E, nonostante resista il diritto di voto, senza il controllo dei giornali, essi sono gravemente in pericolo Nella strategia di autodifesa è fondamentale la protezione di quel potere informale e insensibile che è il giudizio pubblico
La democrazia non ha un altrove nel senso che i suoi fondamenti non stanno fuori o al di sopra di essa e nel senso che in nessun altro sistema come in questo è cruciale che mezzi e fini non siano in disaccordo. È questo il senso della massima che Alexis de Tocqueville ricavò dal suo viaggio in America: la democrazia non ci dà la certezza di ottime o anche buone decisioni (spesso anzi le sue decisioni sono pessime); ciò che ci dà è la certezza di poter emendare e cambiare quelle decisioni senza il rischio o il bisogno di revocare l´ordine politico. In questo senso quello democratico è un sistema che ha dentro di sé il suo punto archimedeo, che non ha un altrove. Tuttavia, solo la democrazia rappresentativa è riuscita a realizzare la massima di Tocqueville e a vanificare i suoi nemici. Il demos ateniese non è mai riuscito a incorporare gli oligarchi e l´anti-democrazia ha condizionato la sua identità ideologica e istituzionale. (...)
La democrazia dichiarava la propria autorità oltre l´imperium; dichiarava che fuori di essa non c´era ordine legittimo e che la sua legittimità era etica non solo istituzionale. Questo scopo, le democrazie moderne lo hanno raggiunto scrivendo costituzioni, costruendo le loro istituzioni su premesse che tutti nella condizione ipotetica dell´atto fondativo possono comprendere e accettare: come scrisse Hannah Arendt in On Revolution, i Padri fondatori americani pensarono al loro ordine in termini di eternità non di una temporalità definita. Seguendo questo stesso criterio, John Rawls ha congetturato la posizione originaria sub specie aeternitatis. (...)
La collocazione dei pochi è il problema. Lo aveva ben compreso Niccoló Machiavelli, quando nei Discorsi ricordava ai nemici del governo della multitudine che non sono i molti ad avere il desiderio di esercitare il potere e prendere parte attiva alla politica, ma i pochi. Ai molti è bastante sapere di essere sicuri nella libertà personale, nei possessi e nella tranquillità domestica e del lavoro. Essere non dominati è per i molti sufficiente. Ma non lo è per i pochi o i grandi. Questi devono poter soddisfare la loro passione per il potere; e i buoni ordini, ammoniva Machiavelli, sono quelli che sanno contenere l´hybris dei pochi attraverso un sistema di controllo e di partecipazione che coinvolga i molti; o, per ripetere James Madison, attraverso i checks and balances e la rappresentanza.
Se, come ha con chiarezza analitica dimostrato Robert Dahl, i pochi, non i molti sono il problema, allora sembra legittimo pensare che i moderni siano riusciti a vincere la loro battaglia contro i nemici politici della democrazia meglio degli antichi. La loro strategia vincente è stata, più ancora che la costituzione scritta (che, come ben sappiamo, può essere ignorata e violata), la rappresentanza. Perché, come ben compresero i federalisti americani, essa soddisfa l´interesse dei molti a controllare e quello dei pochi a non vedersi fatalmente in minoranza.
Il potere deterrente delle elezioni sta nel fatto che esse hanno la capacità di stimolare attivismo decisionale in coloro che possono essere resi responsabili (accountable): nei rappresentanti cioè, non nei cittadini. I politici eletti sono sufficientemente controllati, dice la teoria elettoralistica della democrazia, dalla preoccupazione dei sondaggi e dal desiderio di essere rieletti. Ecco perché, come ha osservato Giovanni Sartori, «una volta che ammettiamo il bisogno di elezioni, minimizziamo la democrazia per la semplice ragione che riconosciamo che il demos non riesce da se stesso a far funzionare il sistema politico». Il meccanismo elettorale rende la partecipazione diretta inessenziale per il funzionamento e la sicurezza delle istituzioni. Tuttavia, la politica democratica non è solo partecipazione diretta.
Dunque, con la rappresentanza, i pochi hanno trovato la loro collocazione e ciò ha contribuito a stabilizzare la democrazia. La differenza tra antichi e moderni è qui notevole. Perché le nostre costituzioni sono riuscite a preodinare, regolandole, tutte le forme di dissenso e a rendere la lotta per il potere una strategia stabilizzante. (...) Sembra dunque di poter dire che la democrazia moderna non ha più nemici perché è riuscita a renderli parte del giuoco politico. Vista da questa angolatura, la rappresentanza non è una violazione della democrazia, ma invece il mezzo che l´ha rafforzata liberandola da quell´antitesi radicale che per secoli l´ha tenuta sotto scacco ? moderando non solo o tanto il potere dei molti ma in modo particolare quello dei pochi. (...)
Alcune costituzioni sono più attrezzate di altre. L´articolo 5 della Costituzione della Repubblica federale tedesca dichiara che «ognuno ha diritto di esprimere e diffondere liberamente le sue opinioni con parole, scritti e immagini, e di informarsi senza impedimento attraverso fonti accessibili a tutti». La nostra Costituzione non è altrettanto esplicita nel proclamare la libertà dei cittadini di essere informati, benché l´evoluzione della nostra giurisprudenza (anche grazie allo stimolo di quella comunitaria) è andata nella direzione dell´affermazione della libertà di informazione, sia come libertà di esprimere opinioni che come diritto a essere informati (una libertà che leggi improvvide hanno vanificato permettendo la formazione di fatto di un sistema di monopolio privato dell´informazione e non liberando il servizio radiotelevisivo pubblico dal dominio del parlamento e quindi della maggioranza).
L´informazione mette in atto due forme di libertà: quella civile o dell´individuo e quella politica o del cittadino. Essa sta insieme al processo di formazione dell´opinione: come cittadini democratici abbiamo bisogno di sapere per poterci formare un´opinione e decidere; e abbiamo bisogno di sapere per controllare chi decide. Diceva Thomas Jefferson che è preferibile una società senza governo ma con molti giornali a una con un governo ma senza giornali.
L´informazione è un bene pubblico come la libertà e il diritto (e come libertà e diritto non è a discrezione della maggioranza); un bene del cittadino, non soltanto dell´individuo. È soprattutto un bene che ci consente di avere altri beni: di monitorare il potere costituito, di svelare ciò che esso tende a voler tener segreto. L´informazione fa parte perciò dell´onorata tradizione dei poteri negativi o di controllo, anche se il suo è un potere indiretto e informale.
Senza questo controllo le democrazie moderne sono a rischio, anche qualora il diritto di voto non sia violato; anche qualora non ci sia più, nemmeno nell´immaginario, l´idea di un altrove rispetto alla democrazia; anche qualora la democrazia non abbia più nemici politici.
il manifesto
Spettri al castello
di Marco Bascetta
Sono in molti, dagli esponenti del Pdl e della Lega a sindacalisti di polizia, a gettare benzina sul focherello di Torino, dopo che le forze dell'ordine hanno risposto con cariche e fermi a una contestazione studentesca a base di gavettoni e uova. E sono pochi, a sinistra, a opporsi a questo clima di intimidazione e istigazione alla repressione contro i manifestanti. C'è da augurarsi che il Pd trovi almeno il coraggio di respingere quella sorta di richiamo all'unità nazionale contro gli studenti dell'Onda che proviene dalla destra. Un insignificante esponente del Pdl, dopo aver agitato a vanvera lo spettro delle banlieues, mette in guardia istituzioni, partiti e sindacati dai «professionisti del conflitto». È l'espressione illuminante di una distanza siderale tra mondi diversi, tra logiche incompatibili. I professionisti di una politica che ha bandito il conflitto e ridotto all'osso i contenuti stessi della dialettica democratica (le cui vuote finzioni continuano invece a prosperare sul piccolo schermo) si specchiano in questi colleghi antagonisti immaginari.
Ciò che nella realtà si va producendo è di segno diametralmente opposto. Il confronto con queste accademie simboliche dei poteri globali, come il G8 sull'università (nei fatti più inconcludenti della più caotica assemblea studentesca) è agito in prima persona da soggettività politiche in movimento, in questo caso gli studenti dell'Onda, scavalcando la mediazione di partiti, sindacati, associazioni, nonché del notabilato altermondialista. Si tratta qui di mettere le retoriche dello sviluppo sostenibile (soprattutto in Europa, che negli Usa qualche elemento di concretezza si lascia vedere) a confronto con lo smantellamento sistematico dell'istruzione pubblica, con la chiusura di interi comparti della ricerca, con lo sfruttamento selvaggio del lavoro precario, con la grettezza di un mondo delle imprese che sul futuro non scommette una lira. Per non parlare di un ceto politico alla ricerca del consenso più immediato e irriflesso, costi quel che costi. A imporlo, questo confronto, sono i soggetti che ne vengono quotidianamente travolti e che hanno sperimentato quanto aspro sia il «conflitto d'interessi» che si svolge nel mondo della formazione e del sapere, che rompono il gioco dell'interesse privato camuffato da bene comune.
Nelle dichiarazioni degli esponenti del governo, nell'infastidita indifferenza del centrosinistra e nel conseguente comportamento delle forze di polizia c'è tutto l'odio delle rappresentanze politiche per quelle forze sociali, politicamente avvertite, che non intendono lasciarsi rappresentare, ma neanche farsi mettere da parte. Contro costoro si agitano irresponsabilmente spettri (anni '70, terrorismo, banlieues in rivolta), si fomentano divisioni, si diffondono paure, si sfoderano i manganelli, come è avvenuto ieri a Torino. Nonostante questo migliaia di studenti arriveranno oggi nel capolugo piemontese, ben più concreti e indipendenti dei tecnocrati accademici asserragliati nel castello del Valentino, chiamati a recitare i mantra della razionalità globale di cui i poteri politici ed economici, una volta esaurita la rappresentazione, allegramente si infischieranno.
la Repubblica
Il deserto delle speranze
di Adriano Prosperi
Si chiama G8 dell'Università . Si svolge in una Torino dove è ancora fresca la memoria della contestazione operaia al Lingotto. Ci saranno anche qui episodi di quel genere? Qualcuno tenterà di gettare giù dalla cattedra un Magnifico Rettore? Un fatto è certo: operai e studenti non sono più uniti come nel '68. Ma li unisce tuttavia un disagio profondo, una difficoltà di vedere la luce oltre il buio della crisi. E la crisi degli studenti ha in comune con quella degli operai questa sensazione di vivere un presente senza futuro.
Verrà qualche risposta da Torino? I segni che vengono da questa città sono importanti per tutta l'Italia. Qui il Primo Maggio 2009 è caduto tra il processo per i sette operai morti nel rogo della Thyssen-Krupp e le notizie dell'avanzata nel mondo della Fiat di Marchionne: una tragedia e una speranza. All'università non ci sono tragedie. O meglio, ce n'è una così grande che non riusciamo quasi a vederla: in questo mondo di giovani non ci sono speranze. C'è la sensazione diffusa di una delusione storica: un gran vento di delusione che frena le nuove leve, fa calare gli iscritti, inaridisce la generosità dei giovani e la loro naturale voglia di cambiare il mondo in un cinismo precocemente senile.
"Se rinasco non mi laureo": parole come queste si leggono spesso nelle confessioni dei giovani sul web: tanti i pentimenti e le frustrazioni per una laurea che non è servita a dare un lavoro soddisfacente. La crisi che morde sul vivo del tessuto sociale fa saltare le illusioni di una promozione sociale legata al titolo di studio. Qui si vive alla giornata sotto la grandine di statistiche tutte deprimenti: calo degli iscritti, calo dei finanziamenti, riduzione dei corsi. A disagio è lo stesso ministro Gelmini che ha dovuto ammettere che i dati Eurostat sulla situazione dell'università italiana e sul numero di giovani laureati nel nostro paese 'non sono particolarmente brillanti e destano forte preoccupazione'. L'Italia, maglia nera nelle statistiche degli investimenti per la scuola e per la ricerca, lo è anche in quelle della percentuale dei laureati.
Naturalmente tutto può essere consentito ad un ministro fuorché la meraviglia davanti agli esiti prevedibili di scelte deliberate. Quello che la finanziaria lampo del ministro Tremonti ha voluto si sta realizzando passo dopo passo. E l'impoverimento delle nostre istituzioni di ricerca e di studio ne è la concreta risultanza. Ma la delusione sociale che circonda la scuola e l'università è un fenomeno che va al di là del contributo di questo governo. È un sintomo importante di un momento critico di passaggio tra l'Italia contadina e analfabeta di ieri e il paese che sconta le sue deficienze profonde nella gara internazionale in atto proprio sul terreno della crescita culturale collettiva. Non c'è giorno in cui il livello di povertà estrema di idee e di valori portati dalle forze dominanti nel paese non si renda evidente al mondo intero. La retorica xenofoba scatenatasi tra i contendenti interni al governo di destra per la conquista dei voti e per l'ormai aperta guerra di successione all'attuale leadership berlusconiana sta creando ogni giorno situazioni grottesche per l'immagine dell'Italia e degli italiani nel mondo intero. Il legame tra forze eterogenee unite oggi dall'obbedienza all'unico leader ma in lotta per la ormai imminente successione è fatto di poche e poverissime parole d'ordine. Spetta oggi a chi si oppone al paese incolto, depresso e corrotto che questo governo rappresenta e alimenta, cominciare a ipotecare il futuro. C'è un'immagine che ha colpito i commentatori americani del rinnovamento della Fiat sotto la direzione di Marchionne: è stato detto che sotto di lui sono stati allontanati tutti quei settori dirigenziali che erano cresciuti a dismisura come un colesterolo a ingombrare le vene dove circola il sangue del lavoro operaio. Qualcosa del genere sarebbe necessario all'università: qui il colesterolo che incrosta la circolazione del sapere e rallenta la crescita intellettuale delle giovani generazioni è costituito dalla crescita di una serie di concrezioni burocratiche alla cui ombra si sono formati centri di potere e di corruzione.
Nella piccola borghesia italiana non si è ancora cancellata l'idea del titolo di studio come carta di accesso al club del privilegio. Mantenere i privilegi in una società formalmente democratica è possibile ad un solo patto: lo svuotamento e la falsificazione delle regole fondamentali del gioco. E se questo accade nella politica e nell'economia del paese, non si vede perché dovrebbe restare indenne la divisione sociale del sapere. Così per garantire al figlio del potente barone della medicina gli stessi privilegi del padre è necessario svuotare di serietà i concorsi, trasformarli nel falso attestato di una gara intellettuale che non c'è stata. La denunzia di questo stato di cose ha riempito le cronache, ma non ha portato a nessun serio cambiamento. Si è parlato molto di riforma delle regole ma questa riforma non è venuta. I segni che se ne conoscono si muovono lungo l'antico tracciato della dominante burocratica che ha soffocato sempre la dinamica creativa degli studi e della ricerca. La riforma che si prepara registra solo qualche aggiustamento destinato a mascherare l'assetto creatosi negli anni in Italia senza modificarlo. E l'assetto è tale da allontanare decisamente l'Italia dal quadro della competizione intellettuale per attirare i migliori e emarginare i pesi morti.
Una volta Giorgio Pasquali si augurò che l'università abbandonasse " l'ipocrisia, che è insieme gioco di bussolotti, dei concorsi". Quel gioco oggi è più pesante e squalificato che mai, almeno da noi. Ma è l'intero mondo universitario italiano a soffrire di un discredito sociale diffuso che lo accomuna nella mentalità corrente agli altri luoghi di potere e di ricchezza - luoghi dove la corruzione è ammessa come un dato incancellabile, una condizione essenziale dello stesso funzionamento normale delle cose. C'è chi dice che la corruzione in Italia è un fenomeno incancellabile, che fa parte del costume o addirittura del Dna degli italiani, che si lega a una storia diversa. A queste valutazioni, frutto del clima depresso e confuso in cui viviamo, bisogna reagire. A chi guarda al futuro della società italiana deve stare sommamente a cuore la funzione viva e vitale dell'università come luogo fino a oggi unico in Italia di trasmissione del sapere e di avvio alla ricerca. E' qui che si gioca una partita decisiva per il paese.
Dalla sessione del G8 dell'università ci aspettiamo uno sguardo severo sulla realtà attuale per tanti aspetti poco rosea della condizione degli studi ma anche la capacità di guardare alle cose con la prospettiva lunga del tempo dei giovani. Anche in Italia l'università è oggi finalmente una realtà di massa. Questo vuol dire che a tutti i livelli sociali e in tutte le regioni del paese l'università è entrata nell'orizzonte del futuro di ogni giovane come una possibilità, come una speranza. Non è più il passaggio obbligato di una minoranza che si trasmette col diploma di laurea un appannaggio di famiglia: o almeno non è più solo questo. Nella scala dei valori sociali quel modo di pensare appartiene al passato.
«Terra-cielo» nel gergo immobiliare significa villetta unifamiliare, ma è molto più di un sinonimo. È un desiderio di status, è la sintesi kantiana dell´individualismo proprietario: la solida casa attorno a me, il cielo stellato sopra di me. Lo spazio tra mansardina e tavernetta ha plasmato l´immaginario collettivo di una generazione, almeno in una certa fetta del nord peri-metropolitano, almeno in una certa fascia sociale, quella dei ceti affluenti, della classe media in ascesa. Ma in fondo al vialetto di palladiana, dietro il videocitofono, dove t´aspetteresti la serenità del consumismo realizzato, scopri le angosce insensate, il dolore vuoto.
I mali palesi delle periferie degradate sono ogni giorno sulle cronache. Il male oscuro dell´hinterland del benessere, serve l´occhio di un urbanista dell´interiorità per raccontarlo. Ce l´ha fatta Giorgio Falco, scrittore vigevanese quarantenne al suo secondo libro: L´ubicazione del bene (Einaudi, euro 16). Già il titolo, rubato al frasario catastale, è un piccolo capolavoro. Il bene è quello immobiliare ma anche quello morale, entrambi hanno un luogo raggiungibile, acquistabile, una superficie abitabile, tripliservizi, verandina, venti metriquadri di giardino, doppio box; il bene nella vita è dunque ubicato da qualche parte, basta un rogito e la felicità sarà raggiunta, i figli cresceranno «in un contesto migliore», in un «centro abitato a misura d´uomo» a «soli quindici minuti dal centro».
Ma a Cortesforza, paradiso di villette dove s´intrecciano le disperate storie che racconta Falco, il «bene» non c´è. Non c´è neanche il suo contrario, se immaginiamo il male solo come ferocia, dramma, cattiveria. Ci sono invece la dissoluzione lenta e inspiegabile dei legami familiari, lo svanimento degli affetti, la frana senza spiegazione delle speranze, l´insoddisfazione a bassa intensità, l´«infelicità senza desideri» che evocò Peter Handke. Coppie che non hanno il coraggio di lasciarsi, azzardi imprenditoriali finiti male, lampi di follia, weekend annoiati, cinismo quotidiano. Giovanna, borderline, metterà il cane nel forno, Graziella fa cremare il suo, «lui» e «lei» senza nome litigano sulle pulci del loro. Il signor Moriero da 46 anni prende a pugni in testa la moglie. Perché? Non c´è un perché.
Non c´è neanche Cortesforza, ovviamente, è un paese letterario, però è «ubicato» sulla statale 494 tra Abbiategrasso e Vermezzo, e non poteva essere molto lontano da lì. La suburbitudine diagnosticata con fredda pietà da Falco non poteva manifestarsi a Centocelle, a Secondigliano o allo Zen, dove i mali hanno un nome e in fondo anche uno scopo ben concreto. È invece una malattia del nord, è la sua depressione clinica, è la fase terminale di una storia che aveva nomi entusiasti quando esplose (yuppismo, "Milano da bere") e che ora che è nei guai chiamiamo "questione settentrionale". Ma qui la recessione mondiale c´entra poco, la crisi di Malpensa e i pasticci dell´Expo sono solo la schiuma. È sotto, molto sotto la tavernetta, che i pilastri di cemento della società nordista sembrano corrosi da una ruggine morale di svogliatezza e perdita di senso.
Non è storia inedita. Dell´emarginazione benestante s´erano già accorti scrittori come Carver, registi come Altman, fotografi come Owens. Negli Usa la civiltà della villetta conta un secolo di vita, è tutt´uno con l´american way, con la cultura dell´automobile, col mito ultrafamilista della middle-class; affonda le sue radici nel profondo e paradossale anti-urbanesimo di quel paese, e conosce solo due alternative, entrambe radicali: i loft dei ricchissimi, gli slum dei poverissimi. In Italia, paese di civiltà urbana secolare, la scelta periurbana è recente, timida, stimolata dalla speculazione edilizia. L´auto-deportazione dei ceti emergenti negli anni Ottanta è stata un fenomeno indotto, largamente artificiale, avviato prima che una cultura della socialità da hinterland si potesse consolidare. Al suo posto, la precaria compensazione degli oggetti: le auto monovolume e station wagon, la finta rusticità degli arredi da giardino e dei prati in rotolo, la superficiale confidenza da cancello scolastico tra le mamme, gli animali da compagnia (quanti animali, vittime o crudele specchio dei loro padroni, negli interstizi delle storie di questo libro).
Ma più che darci una versione all´italiana delle atmosfere americane, Falco, forse inconsapevolmente, ha aggiornato una letteratura a volte dimenticata e tutta nostra. Quella che un secolo fa, per la penna di autori maggiori e minori, da Tozzi a Svevo, raccontò la nascita e la precoce crisi morale di un altro ceto medio: i travet, le mezzemaniche, gli impiegati. Anche il loro «bene» era «ubicato» sulla mappa della città: nei quartieri di mezzo, nelle palazzine che si sforzavano disperatamente di distinguersi con qualche "dignitoso" orpello di stucco dai casermoni di ringhiera del proletariato industriale. Anche a loro mancò un piano regolatore dell´anima.
Saranno state poche decine ad assalire il palco su cui parlava il segretario della Fiom Gianni Rinaldini. Forse non erano nemmeno particolarmente rappresentativi, perché non erano Cobas, confederazione diffusa, ma Slai Cobas. Una formazione nata anni fa da una delle infinite scissioni che affliggono la sinistra sindacale non meno di quella politica. Ed è anche vero che i media hanno ingigantito l´episodio, perché alla fine nessuno si è fatto male, Rinaldini ha potuto riprendere il suo intervento, né vi sono stati altri scontri.
Resta nondimeno la circostanza che chi ha ideato e attuato la contestazione ha commesso alcuni tragici errori. Il primo, e il più intollerabile: è gravissimo che, in una piazza di lavoratori, si impedisca di parlare ad un dirigente della Cgil, il sindacato confederale più grande e più importante del Paese. E´ accaduto solo negli anni più bui della storia italiana, ed è un fatto che non si può e non si deve ripetere oggi. Non solo. Chi ha messo in pratica quella violenza ha fatto sì che i media, a cominciare da quelli di destra, la sera e il giorno dopo parlassero soprattutto del brutto episodio, anziché della importante manifestazione dei lavoratori Fiat preoccupati per il futuro. Ha risvegliato in un´ampia fascia di opinione pubblica, già condizionata dall´attacco che la destra al governo porta al sindacato ormai da un quindicennio, lo spettro degli anni in cui etichettare come traditore un sindacalista poteva essere il preludio di azioni ben più violente. E proprio mentre voleva porla ancor più in primo piano ha balordamente distolto l´attenzione generale dalla serissima questione Fiat.
D´altra parte i nostri governanti e i loro portavoce che puntano il dito contro il comportamento dissennato di alcune decine di persone hanno sempre più l´aria dei personaggi di quella poesia di Brecht in cui, dopo aver compatito i compagni piombati nell´abisso per avere segato il ramo sul quale stavano seduti, gli astanti hanno proseguito compunti a segare il ramo su cui erano seduti. Come i dati appena il giorno dopo ci hanno ricordato ? sono maligni, i dati ? i salari netti dei lavoratori italiani si collocano ai gradini più bassi dei trenta paesi dell´Ocse: poco più di 21.000 dollari l´anno per un singolo, tenendo conto del potere di acquisto, 25.500 per una coppia con due figli. In fondo si sapeva, ma la conferma è raggelante. Perché in termini reali, depurati dall´inflazione, i salari italiani sono quasi fermi da una decina d´anni. Mentre quelli di molti altri paesi hanno compiuto notevoli passi avanti. Il risultato è che la coppia italiana con due figli guadagna oggi quasi 14.000 dollari meno di una coppia tedesca, 5.000 meno di una svedese, quasi 4.000 meno di una francese, 1.500 meno di una spagnola.
Presi insieme, la vicenda Fiat e i dati Ocse dicono che i bassi salari di milioni di lavoratori configurano ormai un´emergenza nazionale. La quale si potrebbe aggravare per ampiezza e profondità se la questione Fiat non volgesse al meglio, o se altri gruppi di imprese piccole, medie e grandi dovessero ancor più provare nei prossimi mesi il morso della crisi; della quale i dati, ad esempio quelli di aprile del Fmi, dicono che abbiamo appena visto l´inizio. Di fronte a simile emergenza, che potrebbe richiedere interventi epici, aventi dimensioni da New Deal roosesveltiano, il governo, al di là delle dichiarazioncine in Tv, non si sa bene dove sia. Ma nemmeno la Confindustria può cavarsela puntando il dito contro il governo. Perché anch´essa ha continuato a segare il ramo su cui stava seduta, mediante le delocalizzazioni, la moltiplicazione di forme infinite di lavoro sottopagato e di contratti con data di scadenza che danneggiano in ultimo le imprese non meno dei lavoratori, la sostanziale riduzione delle attività di ricerca e sviluppo. Un´altra classifica che da lungo tempo vede l´Italia in posizioni di coda. Smettere di fare quel che si sta facendo, e magari inventarsi qualcosa di realmente nuovo in tema di politiche economiche, è difficile; ma se l´alternativa è cadere nell´abisso, varrebbe la pena di provarci.
Ugo Cappellacci inaugura stamani alle 10, al teatro civico di Alghero, il processo di "revisione" del piano paesaggistico regionale. Prima di tutto le ragioni del metodo: il presidente della Regione ha messo in moto un sistema ecumenico nel quale affida ai Comuni le proposte cambiamento dello strumento di pianificazione territoriale. Per usare le sue parole: "Vogliamo un processo partecipativo con il territorio, per intraprendere una riflessione condivisa". La cornice filosofica di questo processo Cappellacci l’ha già anticipata in campagna elettorale. Il corollario è condensato in un’affermazione estremamente esplicita, che il presidente ha ribadito nei giorni scorsi nella conferenza stampa preparatoria alle conferenze territoriali che comunciano oggi: "Bisogna riaccendere la fiammella dell’edilizia per riavviare lo sviluppo economico nella nostra regione". Dunque, si riparte dalle ragioni del cemento.
Il Piano paesaggistico non più quindi come strumento di tutela ambientale, ma come contenitore di un’edificazione possibile nella fascia costiera. Un messaggio che era passato in campagna elettorale e che ha sicuramente attecchito, vista la risposta inequivocabile delle urne: il centrodestra ha infatti vinto in 67 dei 72 comuni costieri della Sardegna. L’interpretazione di questo dato non è poi tanto difficile: è la restaurazione di un concetto abbastanza discutibile, anche sul piano economico, secondo il quale la proliferazione del mattone è la molla dell’economia. Non importa se economisti di indubbia autorevolezza hanno bocciato questo teorema, parlando di crescita nel breve periodo, ma investimento nefasto nel ciclo economico di medio e lungo periodo. Si "consuma" la risorsa primaria, cioè l’ambiente, arrivando così a un fatale deprezzamento del capitale immobiliare. Il ciclo virtuoso del turismo, in uno scenario di forte concorrenza internazionale, va verso un pericoloso rallentamento. In estrema sintesi, si dà ossigeno al comparto edilizio attivo sulle seconde case.
Il concetto di edilizia specializzata nel recupero dei centri abitati nella fascia costiera evidentemente non risponde all’aspettativa di utili da parte di molte imprese. Un concetto che si è esteso anche a chi vive di servizi e di attività di supporto a un turismo, chiuso nella prigione della stagionalità. Le pressioni esercitate sui comuni dagli interessi del mattone sono enormi. Perciò è verosimile che, su questo terreno, Cappellacci otterrà significativi consensi nella sua politica di alleggerimento dei vincoli. Il presidente sa molto bene che, comunque, non potrà spingersi molto avanti perché troverà sulla sua strada i limiti imposti dal cosiddetto codice Urbani. Ma per il presidente e per la sua giunta il vero problema sarà quello di trovare un equilibrio tra le spinte che arrivano da grossi gruppi immobiliari (già molto attivi nell’isola) e le esigenze di piccoli proprietari che cercano di investire sulle coste. La partita si giocherà molto probabilmente su questo tavolo, ma comunque vada, si rischia di avere conseguenze permanenti nel campo della qualità ambientale. Al di là degli interessi in gioco, è poi tutta da verificare la forza di una vastissima area culturale (politicamente trasversale) che in alcuni casi ha criticato i metodi forse troppo decisionisti dell’ex presidente Renato Soru, ma che, nella sostanza, ha condiviso la filosofia che ha ispirato un’iniziativa forte come "legge salvacoste" del novembre 2004. E la conferma è arrivata dall’esito clamoroso del referendum promosso dal centrodestra proprio contro la legge salvacoste: solo il 20,4 per cento dei sardi è infatti andato a votare.
Da oggi, comunque, le conferenze territoriali cominceranno a fornire importanti indicazioni politiche. Intanto, nei giorni scorsi il Wwf ha lanciato un appello al presidente Cappellacci perché "vengano garantiti in senso e l’efficacia del piano paesaggisitico regionale". "Il Ppr - scrivono gli ambientalisti - rappresenta l’unico strumento normativo in grado di mettere al sicuro la bellezza del paesaggio e l’integrità dei valori naturalistici della Sardegna. Comprometterne l’efficacia significherebbe esporre al rischio di degrado quel grande patrimonio ambientale sul quale l’isola fonda il proprio sviluppo". Secondo il Wwf, il processo di "coinvolgimento e concertazione con gli enti locali rappresenta un passaggio importante e fondamentale per capire i bisogni e le aspettative delle comunità. Tuttavia occorre grande senso di responsabilità per non esporre il patrimonio ambientale e interessi speculativi e al rischio di una cementificazione selvaggia".
Se oggi autorevoli personaggi della cultura denunciano una crisi del paesaggio toscano e un cattivo governo del territorio una ragione ci sarà. E se negli ultimi anni centinaia di cittadini in parecchi luoghi (compresi Piombino, San Vincenzo e Campiglia) si sono organizzati dal basso per contrastare villette, cave, porti e altri episodi di cemento, non sarà certo per caso o per capriccio. Eppure il ceto politico reagisce stizzito o tace di fronte a un problema reale. Così la crisi del paesaggio ne evidenzia un’ altra altrettanto grave: quella della politica, o meglio, della politica democratica.
Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa, Vezio De Lucia, Vittorio Emiliani, Furio Colombo e Bruno Manfellotto - solo per citare i più noti intellettuali che dai settori dei beni culturali, dell’urbanistica, e del giornalismo - non hanno esitato a parlare di un’emergenza paesaggio in Toscana. E non può consolare il fatto che altre regioni abbiano fatto peggio. Questa è semmai un’ aggravante per quanto riguarda la crescita anche qui di una politica del cemento.
Settis ha scritto sul Tirreno che “il partito del cemento ha esteso anche in Toscana i propri tentacoli, insinuandosi in Comuni d’ogni colore politico”, portando ad una situazione paradossale: mentre si parla di crisi edilizia, si moltiplicano le costruzioni (S. Vincenzo e Venturina docet). La stessa Regione ha dovuto riconoscere - come ha ricordato Massimo Morisi - che in Toscana si è costruito troppo e male, ma poi si è affrettata ad approvare il berlusconiano piano-casa.
Sono tutti “piccoli, rancorosi e smemorati”, come ha scritto il segretario del Pd di Piombino-Val di Cornia Tortolini, sempre preoccupato di bollare così coloro che si permettono di criticare? Tutela del paesaggio e libertà di pensiero dovrebbero andare a braccetto.
La Val di Cornia, che fin dagli anni ’70 aveva conosciuto pratiche di buona pianificazione urbanistica, è ora tristemente sul banco degli imputati. Essa è passata dai piani regolatori elaborati nei primi anni ’90 ai piani strutturali degli ultimi cinque anni. Ci sono errori passati che vanno corretti, ma si è assistito anche ad uno scadimento della cultura della pianificazione, con il ricorso sempre più frequente alla politica delle varianti e delle aggiunte, una riduzione del ruolo dei consigli comunali e della partecipazione dei cittadini, un arretramento sostanziale del coordinamento urbanistico tra i Comuni, a dispetto del fin troppo celebrato piano strutturale d’area e dell’annunciato regolamento urbanistico unico, che le amministrazioni uscenti non sono state in grado, in cinque lunghi anni, di portare a conclusione.
Si predica bene e si razzola male: sembra essere stato questo il motto seguito, camuffato da un neoriformismo che ha poco a che vedere con la vera tradizione riformista. “Un’armonia di contrasti da raggiungere” l’ha definita lo stesso Tortolini... Troppa grazia, cosa vuol dire? Intanto il piano strutturale registra una crescente occupazione di territorio e un consumo medio di suolo di 623 mq per abitante, con intuibili danni all’agricoltura e all’ambiente.
Le ferite al paesaggio rispecchiano anche, qui come altrove, il degrado della politica e della democrazia. Che fare? Settis, Colombo e gli altri non possono restare cavalieri solitari. Il paesaggio è un bene comune e il territorio è la principale risorsa della nostra regione. Tocca ai cittadini, alla politica diffusa fuori dai partiti, ai municipi ancora virtuosi, alle mille pieghe della società civile rivendicare un nuovo protagonismo e una vera stagione di partecipazione. Solo così, insieme ai mali conclamati che affliggono il paesaggio, potremmo cominciare a curare anche quelli incombenti della democrazia.
In questo la Toscana, per le sue tradizioni paesaggistiche e civiche, dovrebbe avvertire una “responsabilità nazionale”, come ha recentemente scritto l’urbanista De Lucia.
L’autore è docente di storia all’Università del Molise e direttore dell’Istituto di ricerca su territorio e ambiente Leonardo di Pisa
I precedenti, contrapposti, interventi sul Tirreno:
Alberto Asor Rosa, 8 maggio 2009
Bruno Manfellotto, 10 maggio
Salvatore Settis, 12 maggio
Erasmo De Angelis, 13 maggio
Giuseppe De Luca, 14 maggio
Furio Colombo, 14 maggio
Nel dichiarare guerra agli immigrati clandestini e alla tratta di esseri umani, il governo è sicuro di una cosa: dalla sua parte ha un gran numero di italiani, almeno due su tre. Ne è sicura la Lega, assai presente nel territorio. Ne è sicuro Berlusconi, che scruta in quotidiani sondaggi l’umore degli elettori. Non ci sono solo i sondaggi, d’altronde: indagini e libri (per esempio quello di Marzio Barbagli, Immigrazione e sicurezza in Italia, Mulino 2008) confermano che la paura - in particolare la paura della crescente criminalità tra gli immigrati - è oggi un sentimento diffuso, che il politico non può ignorare. A questo sentimento possente tuttavia i governanti non solo si adeguano: lo dilatano, l’infiammano con informazioni monche, infine lo usano. È quello che Ilvo Diamanti chiama la metamorfosi della realtà in iperrealtà.
Negli ultimi vent'anni l’iperrealismo ha caratterizzato tre guerre, fondate tutte sulla paura: la guerra al terrorismo mondiale, alla droga e alla tratta di esseri umani. Le ultime due son condotte contro mafie internazionali e italiane (la tratta di migranti procura ormai più guadagni del commercio d’armi) i cui rapporti col terrorismo non sono da escludere. Sono lotte necessarie, ma non sempre il modo è adeguato: contro il terrorismo e i cartelli della droga, la guerra non ha avuto i risultati promessi.
George Lakoff, professore di linguistica, disse nel 2004 che la parola guerra - contro il terrore - era «usata non per ridurre la paura ma per crearla». La guerra alla tratta di uomini rischia insuccessi simili. Le tre guerre in corso sono spesso usate dal potere politico, che nutrendosene le rinfocola.
Roberto Saviano lo spiega da anni, con inchieste circostanziate: ci sono forme di lotta alla clandestinità votate alla sconfitta, perché trascurano la malavita italiana che di tale traffico vive. Ed è il silenzio di politici e dei giornali sulle nostre mafie a trasformare l’immigrato in falso bersaglio, oltre che in capro espiatorio. Lo scrittore lo ha ripetuto in occasione dei respingimenti in mare di fuggitivi. Le paure hanno motivo d’esistere, ma per combatterle occorrerebbe andare alle radici del male, denunciare i rapporti tra mafie straniere e italiane: le prime non esisterebbero senza le seconde, e comunque la malavita viaggia poco sui barconi. Saviano dice un’altra verità: se ci mettessimo a osservare le condotte dei migranti, la paura si complicherebbe, verrebbe controbilanciata da analisi e sentimenti diversi. Una paura che si complica è già meno infiammabile, strumentalizzabile.
Saviano elenca precise azioni di immigrati nel Sud Italia. Negli ultimi anni, alcune insurrezioni contro camorra e ’ndrangheta sono venute non dagli italiani, ormai rassegnati, ma da loro. È successo a Castelvolturno il 19 settembre 2008, dopo la strage di sei immigrati africani da parte della camorra. È successo a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, dopo l’uccisione di lavoratori ivoriani uccisi perché ribelli alla ’ndrangheta, il 12 dicembre 2008. Ma esistono altri casi, memorabili. Il 28 agosto 2006, all’Argentario, una ragazza dell’Honduras, Iris Palacios Cruz, annega nel salvare una bambina italiana che custodiva. L’11 agosto 2007 un muratore bosniaco, Dragan Cigan, annega nel mare di Cortellazzo dopo aver salvato due bambini (i genitori dei bambini lasciano la spiaggia senza aspettare che il suo corpo sia ritrovato). Il 10 marzo 2008 una clandestina moldava, Victoria Gojan, salva la vita a un’anziana cui badava. Lunedì scorso, due anziani coniugi sono massacrati a martellate alla stazione di Palermo, nessun passante reagisce tranne due nigeriani, Kennedy Anetor e John Paul, che acciuffano il colpevole: erano giunti poche settimane fa con un barcone a Lampedusa. Può accadere che l’immigrato inoculi nella nostra cultura un’umanità e un senso di rivolta che negli italiani sono al momento attutiti (Saviano, la Repubblica 13 maggio 2009).
Questo significa che in ogni immigrato ci sono più anime: la peggiore e la migliore. Proprio come negli italiani: siamo ospitali e xenofobi, aperti al diverso e al tempo stesso ancestralmente chiusi. Sono anni che gli italiani ammirano simultaneamente persone diverse come Berlusconi e Ciampi. Oggi ammirano Napolitano; anche quando critica il «diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia». Son rari i popoli che hanno di se stessi un’opinione così beffarda come gli italiani, ma son rari anche i popoli che raccontano, su di sé, favole così imbellite e ignare della propria storia. L’uso che viene fatto della loro paura consolida queste favole. Nel nostro Dna c’è la cultura dell’inclusione, dicono i giornali; non c’è xenofobia né razzismo. Gli italiani non si credono capaci dei vizi che possiedono: il nemico è sempre fuori. Non vivono propriamente nella menzogna ma in una specie di bolla: in un’illusione che consola, tranquillizza, e non per forza nasce da mala fede. Nasce per celare insicurezze, debolezze. Nasce soprattutto perché il cittadino è molto male informato, e la mala informazione è una delle principali sciagure italiane. È vero, la criminalità tra gli immigrati cresce, ma cresce in un clima di legalità debole, di mafie dominanti, di degrado urbano. Un clima che esisteva prima che l’immigrazione s’estendesse, spiega Barbagli. Se la malavita italiana svanisse, quella dei clandestini diminuirebbe.
La menzogna viene piuttosto dai governanti, e in genere dalla classe dirigente: che non è fatta solo di politici ma di chiunque influenzi la popolazione, giornalisti in prima linea. Tutti hanno contribuito alla bolla d’illusioni, al sentire della gente di cui parla Bossi. Tutti son responsabili di una realtà davanti alla quale ora ci si inchina: che vien considerata irrefutabile, immutabile, come se essa non fosse fatta delle idee soggettive che vi abbiamo messo dentro, oltre che di oggettività. I fatti sono reali, ma se vengono sistematicamente manipolati (omessi, nascosti, distorti) la realtà ne risente, ed è così che se ne crea una parallela. La realtà dei fatti è che ogni mafia, le nostre e le straniere, si ciba di morte, di illegalità, di clandestinità. La realtà è un’Italia multietnica da anni. Il pericolo non è solo l’iperrealtà: è la manipolazione e la mala informazione.
Per questo è un po’ incongruo accusare di snobismo o elitismo chi denuncia le attuali politiche anti-immigrazione. Quando si vive in una realtà manipolata, chi si oppone non dice semplicemente no: si esercita ed esercita a vedere i fatti da più lati, non solo da uno. Rifiuta di considerare, hegelianamente, che «ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale». Che ciò che è popolare è giusto, e ciò che è impopolare ingiusto o cervellotico. Bucare la bolla vuol dire fare emergere il reale, cercare le verità cui gli italiani aspirano anche quando s’impaurano rintanandosi. Accettare le loro illusioni aiuta poco: esalta la loro parte rinunciataria, lusinga le loro risposte provvisorie, non li spinge a interrogarsi e interrogare.
Lo sguardo straniero sull’Italia è prezioso, in tempi di bolle: ogni articolo che viene da fuori erode la mala informazione. Non che gli altri europei siano migliori: nelle periferie francesi e inglesi l’esclusione è semmai più feroce. Ma ci sono parole che lo straniero dice con meno rassegnazione, meno cinismo. Ci sono domande e moniti che tengono svegli. Per esempio quando Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, ci chiede come mai accettiamo tante cose, dette da Berlusconi, manifestamente false. O quando Perry Anderson chiede come mai l’auto-ironia italiana non abbia prodotto una discussione sul passato vasta come in Germania (London Review of Books, 12-3-09). O quando l’Onu ci rammenta le leggi internazionali che stiamo violando.
L’Unità
Fiat, crisi e G8 prima che sia troppo tardi
di Rinaldo Gianola
Marchionne presenta libri ma non parla con i sindacati
il governo sottovaluta la crisi e pensa che al G8 filerà tutto
liscio. Quello che è successo ieri a Torino è un vero allarme
Sergio Marchionne, lo diciamo col massimo rispetto, sta diventando un po’ berlusconiano. Invita all’ottimismo sull’imminente superamento della crisi, salta come un grillo dall’America all’Europa assicurando che la Grande Fiat sarà un successo, fa una comparsata alla Fiera del libro per presentare il volume di un suo direttore.
In tutto questo attivismo, però, non ha ancora trovato un momento per parlare con i sindacati italiani. Non ha offerto finora alcuna credibile garanzia che gli stabilimenti nazionali resteranno aperti e manterranno gli attuali livelli occupazionali. Tutto è liquidato con poche battute, con l’evidente senso di superiorità di chi si sente investito della responsabilità di una missione storica. «Lasciatemi lavorare e poi vi farò sapere». Una posizione che potrebbe essere comprensibile e andar bene in un’altra congiuntura economica e sociale. Ma oggi no. E la prova è arrivata ieri. L’aggressione patita da Gianni Rinaldini al termine della pacifica manifestazione dei lavoratori Fiat è il segno di una tensione crescente nel mondo del lavoro. C’è un gioco pericoloso che i silenzi di Marchionne rischiano di alimentare, certo inconsapevolmente. Se si lasciano correre, senza smentirle, le voci di un ridimensionamento o della chiusura di alcuni impianti, i soliti Termini Imerese e Pomigliano, se si pongono in concorrenza certe fabbriche modello (Melfi) con altre meno efficienti, allora le tensioni e i pericoli sono destinati ad aumentare. È una vecchia strategia quella di cercare di dividere i lavoratori mettendo in competizione gli stabilimenti, una linea già seguita in passato da altri manager del Lingotto assai meno moderni di Marchionne.
Oggi la crisi economica pervade i luoghi di lavoro, a partire proprio dalla Fiat, e non si può pensare di limitare i rapporti con i sindacati alla comunicazione mensile della cassa integrazione. Un chiarimento delle strategie Fiat in Italia è indispensabile: lo chiedono i lavoratori e le istituzioni. Perchè, al netto dell’entusiasmo e della propaganda per il possibile successo epocale di un’azienda italiana, quello che si è capito della Grande Fiat è che i miliardi per ora li mette Obama, i lavoratori di ogni latitudine devono comunque fare sacrifici, gli Agnelli sono destinati a separarsi dall’auto.
Certo sarebbe di grande utilità se il governo facesse un po’ di pressing su Marchionne e se prendesse più seriamente le tensioni e gli allarmi che stanno salendo dal mondo del lavoro. Finora la forza e credibilità dei sindacati italiani hanno tenuto sotto controllo le spinte più pericolose, ma il caso di ieri a Torino è un campanello di allarme per i prossimi mesi, quando la crisi, dentro e fuori le fabbriche, morderà ancora di più nonostante i rassicuranti sorrisi di Berlusconi.
È bene stare attenti, per non ripetere brutti episodi del passato. La contestazione a Rinaldini era possibile individuarla su alcuni siti Internet. Tra poche settimane il nostro Paese ospiterà il G8, evento che richiama sempre contestazioni di varia natura. E probabilmente non basterà la scelta dell’Aquila per garantire un vertice senza proteste. Dalla Fiat al G8, sembra strano ma tutto si tiene. Meglio muoversi, prima che sia troppo tardi.
il manifesto
Resistenza operaia al Lingotto
di Loris Campetti
«Gli applausi a Marchionne, il miracoloso, dovrebbero essere girati a questi 15 mila lavoratori. Sono loro che hanno salvato la Fiat, resistendo alle intemperie quando nessuno credeva che si potesse salvare». 15 mila operai e operaie che non hanno abbassato la testa, «La gente come noi non molla mai», cantano senza pausa quelli di Pomigliano, sbarcati alla stazione di Lingotto alle 7 del mattino da un treno davvero speciale. C'erano i pullman ad attenderli, ma loro nisba, la strada fino a Mirafiori se la sono voluta fare in corteo perché sono gente che non molla mai. Come quelli arrivati da Termini Imerese in Sicilia, da Atessa in Abruzzo, da Melfi e da Avellino, da Milano e da Brescia, da Bari e da Lecce, da tutta la cintura e la provincia di Torino e dal Piemonte. Tanti ma anche soli, la politica - quella che dovrebbe contare ma non conta, quella extraparlamentare era rappresentata invece al massimo livello in tutte le sue fratture e sfaccettature - è impegnata a festeggiare le favolose performances globali di San Sergio Marchionne che conquista l'America e preme alle porte di Berlino per abbattere muri e resistenze. CONTINUA | PAGINA 4
Se con i muri bisognerà abbattere qualche stabilimento e cancellare migliaia di posti di lavoro, pazienza. Pazienza? Questi 15mila di pazienza non ne hanno più. Qualcuno in realtà c'è con gli operai: sono i loro amministratori che devono gestire nei territori devastati dalla crisi l'emergenza sociale. Il sindaco della ex capitale dell'auto, Chiamparino, accanto al primo cittadino di Pomigliano e ai loro colleghi di mezza Campania, compreso il presidente della regione Bassolino e della Puglia Vendola.
Lo striscione più bello viene verniciato davanti alla porta 5 di Mirafiori da un giovane barbuto rossovestito. C'è scritto un concetto semplice semplice: «No alla guerra tra poveri». Perché la crisi è un'arma nelle mani dei padroni e dei governi amici (dei padroni) per dividere chi lavora, chi sta sotto e paga il conto per tutti. Se c'è chi, quasi tutti, grida come trenta o quaranta anni fa «Da Torino al meridione un solo grido, occupazione», in 85, contati e targati Slai Cobas decidono, alla fine di una manifestazione straordinaria, di aiutare la crisi e i padroni, assaltano il camioncino montato di fronte al Lingotto dal quale intervengono i dirigenti sindacali, buttano giù dal palco il segretario della Fiom Gianni Rinaldini, si impossessando del microfono per gridare il loro odio non contro quel che hanno alle spalle - il simbolo del potere Fiat - ma contro il più vicino a sinistra, segnando così la loro estraneità dalla sinistra, da quel poco di sinistra che resta. Di questo episodio non parleremo più, salvo esprimere a parte il nostro punto di vista, per evitare di cadere nella trappola di cancellare uno straordinario fatto sociale per ridurre la giornata di ieri a un problema di ordine pubblico. Che è quello che gli 85 eroi cercavano, insieme a un quarto d'ora di visibilità mediatica.
La mappa della crisi
Il corteo dell'universo italiano dell'auto è una carta geografica della crisi industriale. Segnala un finto paradosso: la Fiat aumenta le sue quote in Italia e in Europa, conquista l'America e combatte alle porte di Russelshaim ma i suoi lavoratori ballano in mezzo al mare della crisi. Hanno ormai finito la cassa integrazione che il sistema di ammortizzatori sociali mette a disposizione e ora temono i licenziamenti e la chiusura degli stabilimenti. Temono le «sinergie» prodotte da un eventuale accordo con Opel, sanno che in Europa si producono più macchine di quelle che si vendono e che si venderanno anche quando il peggio della crisi sarà passato. Sanno che gli altri governi difendono le loro fabbriche e annessi lavoratori mentre il nostro «se ne fotte». Per questo s'incazzano, viaggiano per 12-15 ore in treno e in pullman per venire a gridare la loro rabbia sotto i palazzi di chi decide da solo e non accetta interferenze. Al secondo corteo della mattinata, uno degli inossidabili operai di Pomigliano sbotta: «'A ro' sta sto cazz'e Lingotto?».
Davanti alla mitica porta 5 di Mirafiori, a due metri dal giovanotto rossovestito c'è un un compassato piccolo uomo, piccolo ma grande per la storia che racconta e di cui è protagonista. Di nome fa Liberato - nomen omen - e di cognome Norcia. Scuola Fim, meglio dire Flm, politica Lotta continua quando c'era. Mi ricorda che quarant'anni fa esatti, era il 2 maggio del '69, lì dentro partivano i primi scioperi per un aumento di 50 lire della paga oraria. E fu subito autunno caldo. Lui è quello che nell'ottobre '80 aveva chiesto a Enrico Berlinguer: «Che fa il Pci se questi operai decidono di occupare la fabbrica?». La risposta (giusta) di Berlinguer fu lungamente rimproverata al segretario del Pci.
La lunga storia
Il corteo parte, si evita corso Traiano (non si da mai che si torni indietro di quarant'anni), si imbocca corso Unione sovietica (si chiama ancora così) e all'altezza della V lega Fiom (che c'è ancora) si gira su via passo Buole. Nel portone d'angolo c'era la gloriosa sezione del Pci di Mirafiori (non ci sono più né l'una né l'altro, ora l'insegna dice «Mercatino dell'oro usato»). Su questa strada, dove ora ci sono birrerie e garage, c'erano le sedi di Lotta continua e Avanguardia operaia. Solo loro ci sono sempre, gli operai, quelli indigeni e quelli arrivati da tutt'Italia per riprendersi in mano un futuro troppo rapidamente consegnato a un capitano coraggioso. C'è ancora la Torino proletaria ai balconi, quella che quarant'anni fa nascondeva chi scappava dalle cariche delle celere in corso Traiano oggi applaude e fotografa quelli di Pomigliano che non mollano, aprono il giubbetto Fiat e mostrano più che il petto la scritta, perché si sappia chi sono. Sono quelli che bucano il video, prendono le botte dalla polizia e non mollano. In fondo al corteo c'è la solidarietà del movimento Glbt, con un furgone colorato e lo striscione «resistenza lesbica». Poco più avanti un operaio rosso nella felpa e nella bandiera Fiom agita la bandierina rosa del gay-pride.
Gli operai delle Meccaniche che hanno rifiutato di fare gli straordinari al sabato per rispetto verso chi è in cassa e verso se stessi sfilano in corteo vicino ai loro compagni delle carrozzerie che lo sciopero contro gli straordinari cominceranno a farlo sabato prossimo. Sembra una cosetta da niente: provate a pensare a chi vive con un salario ridotto a 650 euro al mese, a cui viene chiesto di riprendere il lavoro, e va bene, ma anche di lavorare di più per guadagnare di più. Provate a pensare che solidarietà esprime chi dice di no, e che forza mette in campo quando pretende di leggere, prima di trattare sugli straordinari, il piano industriale della Fiat per conoscere il futuro che lo aspetta. La Fiom svolge la parte del leone, ma finalmente ci sono quasi tutti in corteo. Fim, Uil, c'è anche il Fismic (ex Sida, già sindacato giallo) e nessuno si strappa i capelli per l'assenza della Ugl. L'unità è la difesa migliore, con l'unità si può costruire un futuro migliore. Ma l'unità non la fanno le sigle. Alla Fiat, la fa solo la lotta operaia.
Così è capitato tante volte nella storia, una storia che a Mirafiori è lunga settant'anni e non può finire. Come quella di Melfi e Cassino, di Pomigliano e Termini Imerese, di tutto l'indotto dell'auto, della Iveco, della Cnh. Un milione di lavoratori, un milione di famiglie italiane.
Disegnare il futuro di Roma in sei mesi. Questo era il compito che il sindaco Gianni Alemanno aveva dato alla «Commissione per il futuro di Roma capitale». In 180 giorni non solo è stata rifondata Roma, ma si è rivoluzionata la storia dell'umanità. A pagina 12 del rapporto conclusivo si elencano le antiche capitali del mondo protagoniste della civiltà. Insieme ad Alessandria, Atene e Roma non compare Menfi, ma Memphis. Secoli di studi sulla civiltà egizia sono stato demoliti. Quello che abbiamo conosciuto nei primi anni della scuola dell'obbligo era falso. L'unificazione dei due regni egiziani non avvenne a pochi chilometri a sud dal Cairo, a Menfi appunto, ma nel lontano stato del Tennessee. Degli oltre cinquanta esponenti della commissione, tre volontari guidati dal presidente Antonio Marzano inizieranno tra breve una coraggiosa risalita del corso del Nilo alla ricerca degli antenati di Elvis Presley.
Antonio Marzano è attualmente presidente del Cnel, istituzione che in tempi di crisi economica potrebbe pure portare qualche contributo alla ripresa del sistema Italia. Con queste premesse dubitiamo fortemente che da lì verranno segnali. Ed anzi, visto che ci siamo, suggeriamo all'inflessibile ministro Brunetta di metterci il naso e di ampliare gli orizzonti della sua inflessibilità. Dal divieto della spesa per gli impiegati normali al divieto di dire corbellerie ai gruppi dirigenti sarebbe un buon salto di qualità.
Con queste premesse verrebbe da concludere che Alemanno aveva posto il futuro di Roma nelle mani di apprendisti stregoni e che dunque la commissione non ha cavato un ragno dal buco. Ma, purtroppo, non è vero. La più solida industria romana, la speculazione immobiliare, era ben rappresentata all'interno della commissione ed ha raggiunto tutti i suoi scopi. Del resto, era stato quello il motore del «sacco di Roma» veltroniano ed oggi prosegue indisturbata il suo ferreo dominio sulla città. Ecco alcuni esempi. Uno degli obiettivi principali è quello «di ampliare l'offerta abitativa, anche tramite l'implementazione del piano regolatore». Evidentemente l'eredità dei 70 milioni di metri cubi di cemento previsti dal prg da poco approvato non soddisfano ancora gli appetiti della speculazione.
Nel merito, dopo aver imposto la creazione del sistema direzionale occidentale invece del previsto sistema direzionale orientale (i due enormi edifici per uffici in via di ultimazione ai margini dell'autostrada Roma-Fiumicino), si intende completare l'opera. In primo luogo costruendo altri uffici e ministeri (decisione 3), poi inaugurando il sistema Roma-Civitavecchia basato su un «district park» di 80 ettari, di un aeroporto cargo e il potenziamento del sistema porto-interporto (decisione 20) e di pontili turistici (68). È del tutto evidente che se passassero queste previsioni sarebbe inevitabile mettere mano al passante autostradale tirrenico dentro la città. Anche perché nella parte sud di Roma, a Castel Romano, sta per partire la realizzazione di un polo dello spettacolo che occuperà altri 50 ettari di campagna romana.
Ma è sul fronte ambientale che vengono i maggiori rischi. Dopo aver denunciato ciò che tutti vedono, e cioè l'erosione del litorale romano, viene trovata una soluzione peggiore del male. Si afferma che «una corona di isole artificiali può fissare definitivamente una nuova linea costiera e la delimitazione di tutta l'area potrebbe essere recuperata per funzioni naturalistiche, didattiche e turistiche di qualità» (decisione 7). Tutti gli esperti del settore dicono che è stata la disinvolta costruzione del porto turistico di Ostia nel 2000 (in deroga del prg) ad aver aggravato i fenomeni erosivi. Ma per gli insensati cantori dello sviluppo senza limiti la soluzione è aumentare la dose del male: costruire addirittura isole artificiali.
Ma forse l'idea delle isole artificiali risolverebbe almeno qualche questione aperta. Proponiamo pertanto che ne siano realizzate cinque. La prima ospiterà il mausoleo di Elvis che verrà trafugato da Memphis: milioni di turisti in più. La seconda un gigantesco albergo con pista artificiale per lo sci di fondo, altri turisti. La terza la nuova sede del Cnel, compresa una lussuosa suite per il presidente Marzano. La quarta un meraviglioso luogo per le feste di compleanno delle adolescenti così da permettere al papi di tutti noi di non dovere andare a Casoria, risparmiando così tempo da dedicare al paese. La quinta infine la nuova sede del Bagaglino.
Sullo stesso argomento vedi anche l'articolo di Antonello Sotgia
Tra i fisici più rinomati dell’India, attivista politica e ambientalista, Vandana Shiva è sicuramente una "resistente", una donna, cioè, che ha scelto, come missione della sua vita, di resistere allo strapotere delle multinazionali, agli errori e ai crimini della politica globale, alla devastazione dell’ambiente (che significa rischio per la nostra stessa esistenza). Alla Fiera del Libro di Torino è venuta a lanciare un appello per il "salvataggio del mondo". "Siamo ancora in tempo", ammonisce, "ma solo se ci muoviamo subito". Occorre, in altre parole, che le politiche di contenimento del danno ambientale diventino presto, anzi "subito" (come ripete più volte nel corso della nostra conversazione), qualcosa di reale, di concreto, e non soltanto un pio desiderio. L’occasione è il lancio del suo ultimo libro, Ritorno alla Terra. La fine dell’ecoimperialismo (Fazi Editore), che segue gli altri importanti titoli della sua ricca bibliografia (ricordiamo Monocolture della mente, Bollati Boringhieri 1995; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi 2001; Il bene comune della Terra, Feltrinelli 2006). Nel 1993 Vandana Shiva ha vinto il Right Livelihood Award, premio Nobel alternativo per la pace. Insieme con Ralph Nader e Jeremy Rifkin, presiede l’International Forum on Globalization.
Signora Shiva, uno dei temi che affronta nel suo nuovo libro è quello della crisi economica mondiale. Secondo lei, essa è in via di soluzione, come affermano i più ottimisti, oppure dobbiamo aspettarci che i suoi effetti negativi perdureranno anche nel prossimo futuro?
"Temo che questa crisi non passerà tanto facilmente, perché affonda le sue radici nella struttura economica mondiale, di cui è, in qualche modo, parte integrante. È un po’ come l’influenza suina: una volta che il contagio ha inizio, si può cercare di contenerlo, ma è difficile fermarlo. Abbiamo dimenticato alcune regole fondamentali, nel campo dell’agricoltura, dell’allevamento, come in quello dell’economia. In tutti questi settori negli ultimi decenni si è imposta la cultura della ‘deregulation’; si è fatto del liberalismo, del libero mercato, della libera iniziativa una sorta di feticcio. Ora, però, si vedono le dannose conseguenze della mancanza di controllo da parte degli stati, dei governi, ma forse, soprattutto, dell’assenza di autodisciplina da parte degli operatori interessati".
Si discute molto di energia nucleare. Qualche mese fa si è creato un asse Berlusconi-Sarkozy per l’implementazione di questo settore. Cosa ne pensa?
"Negli ultimi anni l’energia nucleare ha cominciato a essere presentata come ‘energia pulita’, per l’assenza di emissioni inquinanti, a fronte, ad esempio, dell’energia termoelettrica, come quella che deriva dalla combustione di carbone o petrolio, che invece inquina l’atmosfera. Rimane però il problema delle scorie, che sono inquinanti e, soprattutto, nel lungo periodo. Nel 2006 il governo indiano ha raggiunto un accordo bilaterale con il presidente degli Usa, Bush, per la cooperazione nella produzione di energia nucleare. Ebbene, in questo modo l’India produrrà, con il nucleare, il 6% della sua energia, una percentuale decisamente bassa, per la quale avrebbe potuto puntare sull’energia solare, eolica o sull’energia da biomasse".
Perché allora i governi insistono tanto sul nucleare?
"Lei ha detto bene: i governi. Perché non c’è un Paese al mondo in cui si sia arrivati alla scelta del nucleare in maniera autenticamente democratica. Quasi sempre le popolazioni e gli stessi Parlamenti sono contrari. In India su quell’accordo con Bush si è rischiata una crisi di governo, perché il Parlamento si era decisamente opposto. Ma la sua domanda è come altre domande che la gente si pone: perché noi vogliamo migliori trasporti pubblici e i governi continuano a incentivare le industrie che producono auto? In quest’ultimo caso, come in quello del nucleare, a spingere in una certa direzione è il potere delle grandi lobby, alle cui richieste purtroppo molto spesso la politica tende a piegarsi".
Si dice che, dopo il petrolio, la risorsa del futuro, che tutti cercheranno di accaparrarsi, sarà l’acqua. Lei crede che, per il controllo dell’acqua si combatteranno guerre, come è avvenuto (e come avviene) per il possesso dell’‘oro nero’, oppure che essa sarà comunque sempre disponibile in quantità sufficiente per tutti?
"Guerre per l’acqua già si stanno combattendo oggi. Potrei farle un elenco di fiumi asiatici per il cui controllo, da parte degli stati e delle regioni, abbiamo già avuto decine se non centinaia di morti. Tanto che potremmo dire che oggi nei fiumi scorre meno acqua, ma scorre più sangue".
Lei ora ha toccato il tema della siccità, legata ai cambiamenti climatici. Siamo ancora in tempo per fare qualcosa?
"Siamo ancora in tempo per evitare le catastrofi climatiche future, ma solo se ci muoviamo subito. E forse siamo ancora in tempo per arrestare i cambiamenti in atto, ma certo non per tornare indietro. Ma dobbiamo ridurre, da subito, le emissioni di gas inquinanti almeno del 40%".
Ma i politici che continuano a non prendere i necessari provvedimenti non sono consapevoli della gravità della situazione o fingono di non sapere?
"Credo che non ne siano del tutto consapevoli. Non girano i villaggi dove la siccità ha devastato le colture o dove, al contrario, la pioggia ha compromesso l’ecosistema dei deserti. Loro vivono nelle capitali, nelle loro ovattate stanze, da dove effettivamente non hanno una conoscenza della realtà. Anche la campagna elettorale ormai si fa via televisione, senza un contatto diretto con i problemi della gente. Poi ci sono politici che, in malafede, si rifiutano di assumere le decisioni richieste dai rapporti scientifici sulla situazione del Pianeta".
Che cosa possono fare i cittadini per ottenere dai loro politici decisioni efficaci?
"Io dico sempre che ciascuno di noi deve partire dal luogo dove si trova, sollecitando gli amministratori del suo quartiere, della sua città, della sua regione. E poi dobbiamo tutti, in prima persona, compiere scelte etiche ed ecologiche nei nostri comportamenti quotidiani".
Ad esempio?
"Ad esempio favorire un’agricoltura in armonia con la natura, contro l’agricoltura industriale che la devasta. Comprare cibo prodotto localmente, in maniera biologica, ed evitare i cibi industriali".
Qualcuno però potrebbe accusarla di una certa nostalgia passatista, dicendo che non si può tornare indietro e che, così facendo, si metterebbe a repentaglio un intero sistema industriale, con conseguenze negative anche per l’occupazione.
"In realtà, su quest’ultimo punto le cose stanno esattamente al contrario. È l’agricoltura industriale che ha prodotto disoccupazione, sostituendo al lavoro dell’uomo le macchine e i fertilizzanti chimici. E ha prodotto un miliardo di persone che non hanno cibo a sufficienza".
Ma la Terra è in grado di sfamare tutti i suoi abitanti?
"Sì, certo, se solo ci si decidesse a tornare ai ritmi della Terra e della natura. Bisogna ricostruire un’autentica democrazia della Terra, come alternativa all’ecoimperialismo. Si tratta di riconoscere che la natura e la popolazione, insieme e in armonia tra loro, sono la forza più grande del pianeta. Dobbiamo cambiare mentalità. Possiamo farlo tutti, senza aspettare che i politici lo facciano per noi".
128 milioni di spostamenti al giorno: nonostante la crisi l'Italia l'anno scorso si è mossa. Ed è cresciuto un po' l'uso dei mezzi pubblici. Merito del caro-benzina, forse. Invece di guardare solo al risiko dei big delle autovetture, perché non studiare il modo di fare di necessità virtù?
L'anno appena trascorso ha visto un aumento dell’uso dei mezzi pubblici e la riduzione se pur ancora lieve dell’auto privata. Nei mesi del caro-benzina e della crisi economico-finanziaria abbiamo raggiunto in Italia i 128 milioni di spostamenti al giorno. L'economia è ferma, le persone no: ma come si muovono, con quali mezzi e in quali direzioni? Molti indizi vengono fuori dal VI Rapporto sulla Mobilità Urbana elaborato da Isfort, AssTra ed Hermes, presentato alla Conferenza Annuale di AssTra, le aziende di trasporto pubblico locale. Il direttore dell'Isfort Carlo Carminucci ha precisato di quale tipo sono quei 128 milioni di spostamenti: cresce di più la mobilità urbana delle medie e lunghe percorrenze, e dentro le città aumentano di più i percorsi tra 10-50 km, che sono evidentemente il risultato delle politiche insediative ormai diffuse sul territorio che aumentano i fenomeni di pendolarismo.
Il trasporto pubblico nel 2008 è cresciuto in modo significativo sia in termini di offerta, di uso da parte dei cittadini ed anche di soddisfazione del servizio. Nell’ultimo biennio 2006-2008 l’uso del mezzo pubblico sul totale degli spostamenti motorizzati è cresciuto dal 10 al 12,6%, erodendo una piccola quota al monopolio dell’auto che scende al 79,5%. L’avanzata del trasporto pubblico interessa soprattutto le grandi città usato da ben il 29,7% dei cittadini nel 2008 mentre nel 2006 questa percentuale era del 27,7%. Preoccupanti invece i primi dati del trimestre 2009 dove i numeri tornano negativi: evidentemente il perdurare della crisi ed il prezzo del petrolio tornato ai minimi storici nonchè gli incentivi all’automobile, hanno già prodotto la loro influenza.
Cambiano anche le motivazioni degli spostamenti: calano in percentuale i motivi legati al lavoro che si attestano al 24% nel 2008 mentre nel 2002 erano al 32%, allo stesso modo calano gli spostamenti per lo studio mentre crescono quelli legati alla gestione famigliare (37% nel 2009 rispetto al 30,8% del 2002) e del tempo libero ( al 34,8% nel 2008 rispetto al 31,3 del 2002).
La riflessione su questi dati avviata dal Presidente di AssTra Marcello Panettoni ha cercato di mettere a fuoco la risposta alla domanda fondamentale: la crescita è stata congiunturale e legata alla crisi ed all’aumento del prezzo della benzina, o siamo in presenza di una vera e propria inversione di tendenza, di una rivoluzioni culturale positiva ed irreversibile da parte dei cittadini?
Nei molti dibattiti e confronti è stato sottolineato che almeno dieci anni di impegno per il rilancio del trasporto pubblico, con gli investimenti per l’ammodernamento delle reti e del parco mezzi (adesso l’età media degli autobus è di 8 anni mentre nel 2002 era di 11 anni), l’applicazione ( assai incompleta) della legge 422/97 ed una gestione più efficiente delle aziende, ha prodotto i suoi risultati. Aumentano i km di trasporto pubblico offerto con un più 4% del 2008 rispetto al 2002, ed aumentano i passeggeri trasportati nello stesso periodo del 4,8%.
Preoccupante invece la dinamica dei costi aziendali cresciuti in questi anni in particolare per il costo del gasolio e del GPL, mentre le compensazioni regionali nello stesso periodo sono cresciute del 7,5% senza riuscire a compensare i costi crescenti. In difficoltà le aziende nell’ aumentare l’efficienza di gestione ed aumentare i ricavi, che si attestano intorno al 30% dei costi, mentre giova ricordare che la legge 422/97 indicava nel 35% l’obiettivo minimo da raggiungere nel rapporto ricavi/costi.
Resta dunque ancora molto da fare, siamo sempre sul filo del rasoio tra rilancio del servizio e crisi del sistema, anche a causa dei costi del servizio che continuano a crescere ed i contributi pubblici che non riescono a pareggiare i conti.
Ma anche dentro la media nazionale dei dati positivi vi sono comunque forti disparità che meritano di essere sottolineati anche per trarne qualche lezione: mentre il trasporto pubblico locale cresce nelle grandi città continua a perdere nei centri minori dove è praticamente dimezzato dal 2000. Allo stesso modo in Italia al Nord il mezzo pubblico è maggiormente utilizzato, al Centro ha ancora delle buone opportunità, mentre cala ulteriormente al Sud, che comunque vede città come Napoli raggiungere con ben il 42% di utilizzo del mezzo collettivo, ottime prestazioni di livello europeo.
Ma anche al Nord la realtà non è omogenea: al Nordovest il mezzo pubblico nel 2008 ha trasportato il 22,9% dei cittadini mentre il 71% usa l’automobile, mentre al Nordest solo il 10,7% usa il trasporto collettivo e ben l’84% usa l’automobile per i propri spostamenti.
Dalla stessa indagine emerge chiaramente l’interesse dei cittadini, assai favorevoli a soluzioni di mobilità collettiva, purchè frequenti e confortevoli. Migliora leggermente secondo le indagini la soddisfazione dei cittadini che danni i voti al mezzi pubblico: piace la metropolitana ( voto 7,3) mentre autobus, tram e treno locale superano di poco la sufficienza.
Interessante anche il peso della mobilità non motorizzata nel 2008 dove crescono un poco sia gli spostamenti a piedi (raggiungono il 27,6%) e l’uso della bicicletta (5,2%).
L’indagine approfondisce anche l’opinione dei cittadini sulle politiche di regolazione del traffico motorizzato privato dove il pagamento della sosta, l’estensione delle corsie riservate ed il road pricing calano nel gradimento rispetto al 2006: una preoccupazione in più per le amministrazioni locali che devo applicare misure impopolari ma necessarie per far funzionare e rendere efficienti i trasporti collettivi.
Quello che manca e che si è avvertito anche nella tre giorni di Asstra è l’assenza del decisore politico, siano amministrazioni locali che non controllano in modo deciso il traffico motorizzato, o il governo da cui mancano certezze sui finanziamenti per il servizio e sugli investimenti nelle reti e per nuovi veicoli di trasporto. Anche se il trasporto pubblico locale trasporta 15 milioni di passeggeri ogni giorno, ha oltre 116.000 addetti ed un giro d’affari di oltre 8 miliardi l’anno, non pare avere molta influenza sulle decisioni politiche.
Rispetto a dieci anni fa abbiamo fatto passi in avanti e questo dimostra che quando si agisce i risultati si vedono, ma solo se aumenterà l’impegno finanziario e sistematico per la mobilità sostenibile nelle città, potrà arrivare la svolta per i cittadini e per l’ambiente.
ROMA - «Non abbiamo discusso del piano casa perché avevamo assunto l´impegno di trovare l´accordo con le Regioni». Berlusconi chiarisce al Consiglio dei ministri perché il provvedimento è stato cancellato dall´ordine del giorno. Sull´ennesimo rinvio del varo del decreto legge sulla semplificazione edilizia e le nuove norme anti-sisma precisa: «Non è stato trovato l´accordo su un punto, ma le Regioni stanno procedendo con le leggi regionali per cui non ci saranno ritardi».
A loro spetta il compito di scrivere le leggi che permettano l´aumento di cubatura delle abitazioni private, le demolizioni e le ricostruzioni. La discussione sul dl del governo invece, che deve essere concordato con le autonomie locali, si allunga oltre le previsioni. Così se Toscana e Veneto sono avanti sul "piano casa bis", gli altri stanno temporeggiando. E l´entrata in vigore delle leggi potrebbe slittare in avanti. Berlusconi vuole stringere e detta i tempi: «Entro luglio sono convinto si darà attuazione al provvedimento così il piano sarà operativo dal primo agosto».
Il governo fa pressing per raggiungere un´intesa sul testo, il presidente della Conferenza delle Regioni Errani chiede garanzie e aspetta risposte. Dopo l´ennesimo stop, il leader del Pd, Franceschini, lancia l´affondo al piano casa del governo «che cambia continuamente» e puntualizza: «So che tutte le Regioni, al di là del colore, stanno difendendo bene le loro competenze e vogliono proposte concrete e non soltanto effetti immagine da lanciare prima delle elezioni». È polemica la deputata radicale del Pd e componente della Commissione ambiente, Zamparutti: «Lo slittamento all´estate del piano casa non sia l´alibi per l´ennesima proroga delle norme antisismiche che attendono di entrare in vigore dal 2005 e si provveda a renderle operative subito nel decreto sul terremoto in Abruzzo».
Oltre ai costruttori, anche gli architetti mettono fretta: «Questa ulteriore dilazione dei tempi del decreto governativo e, di conseguenza, delle leggi regionali che da questo dipendono, incrementa, invece che risolvere, il forte disagio del settore edilizio», si legge in una nota del consiglio nazionale.
Le richieste delle Regioni finora accolte sono l´eliminazione dell´autocertificazione per il mutamento di destinazione d´uso e la semplificazione sulla Vas (valutazione ambientale strategica). I nodi riguardano gli sgravi Irpef del 55% per gli interventi sulla messa in sicurezza, ampliamenti compresi, degli edifici privati in zone «a media e alta sismicità» e la possibilità di fare le verifiche necessarie con personale da assumere ad hoc con un piano a lungo termine sugli edifici pubblici.
Il confronto riparte la prossima settimana: il "piano casa bis" potrebbe tornare nell´agenda della Conferenza dei presidenti e all´Unificata di giovedì. Ma già martedì ci potrebbe essere un incontro tecnico per avvicinare le posizioni. Il ministro dei Rapporti con le Regioni, Fitto, è ottimista sulla possibilità di trovare un´intesa sul testo: «Stiamo lavorando per definire degli elementi nuovi» sui quali «dopo il terremoto in Abruzzo, le Regioni hanno posto l´attenzione del governo» e tiene bassi i toni della discussione («non mi sembra che ci siano punti di divergenza notevoli»). Dalla settimana scorsa «alcune questioni sono state superate», precisa, «resto fiducioso»
Un campo di San Siro in meno ogni ora, un parcheggio per una dozzina di auto che ogni dieci minuti svanisce e a scomparire è Piazza Duomo quando le ore diventano tre. Sono solo degli esempi per rendere quanto suolo la Lombardia ceda ogni giorno all´avanzata di asfalto e cemento. «Cento metri quadrati al minuto», denunciano Legambiente e Verdi nell´appello "Metti un freni al cemento". E insieme puntano il dito contro la mancanza di leggi regionali che tutelino il suolo pubblico e lo considerino «come un bene comune». La denuncia è rivolta in particolare alla proroga di un anno concessa a metà marzo dal Pirellone a tutti i comuni per l´approvazione del piano di governo del territorio, il Pgt, che oggi, su 1547 comuni lombardi, soltanto il 18 per cento ha approvato o adottato. Cemento che avanza per colpa di strumenti urbanistici come il piano integrato d´intervento (Pii), secondo i Verdi, a cui i comuni ricorrono per "fare cassa". «E finché i costruttori potranno proporre di approvare insediamenti con procedure semplificate, in deroga ai piani urbanistici - accusa Carlo Monguzzi, consigliere regionale dei Verdi - i Comuni continueranno a dire di sì, scarsi come sono di risorse economiche, e non avranno stimoli ad approvare i Pgt». In più i paletti alla "cementificazione" legge sarebbero facilmente aggirabili. «È sufficiente che un Pii preveda 100 metri di nuova strada perché possa essere approvato» accusa Monguzzi. Proprio a tutela del suolo, Legambiente sta raccogliendo firme per un progetto di legge: «Per introdurre la compensazione ecologica preventiva - commenta Damiano Di Simine, presidente lombardo degli ambientalisti - per ogni edificazione su suolo libero il privato deve concedere al comune il doppio della superficie occupata e farla "verde"». Non condivide l´"allarme cemento" Davide Boni, assessore al Territorio del Pirellone: «Molte aree su cui si sta costruendo sono dismesse e siamo stati noi a porre dei limiti sulle aree agricole. Abbiamo la legge migliore d´Italia sulla salvaguardia del suolo che attribuisce ai sindaci la completa responsabilità per gli interventi». Con una precisazione: «Il mercato edilizio è in grande crisi tra qualche tempo dovrò fare la legge di rilancio edilizio».
L’allarme del presidente della Repubblica è di quelli che non ammette interpretazioni. Anche in Italia come in altri Paesi «si va diffondendo una retorica pubblica che non esita ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia» ha detto il Capo dello Stato nel “cuore” del suo intervento alla Conferenza annuale delle Fondazioni europee. È un argomento ricorrente nei discorsi di Napolitano l’allarme per una deriva disumana che emargina i più deboli. Anche nei giorni scorsi, nel messaggio per l’anniversario della fondazione della Polizia di Stato, aveva parlato del rischio di «ingenerare una diffusa percezione di insicurezza e preoccupanti fenomeni di intolleranza»
Una società migliore
I presenti hanno applaudito in modo convinto e partecipe le parole di Giorgio Napolitano che ha lanciato il suo monito proprio mentre in altri Palazzi si prendevano decisioni di altro tenore. Ma non è la prima volta che dal Colle arriva l’indicazione a lavorare per una società migliore, che garantisca tutti, e non faccia sentire nessuno espulso. Sia esso nato in Italia, sia arrivato nel nostro Paese alla ricerca di una vita migliore contribuendo «a differenze in termini di origini etniche, religiose e culturali» ormai «aumentate» e che debbono essere considerate una ricchezza e non tradursi «in un fattore di esclusione».
Gli applausi
E gli applausi non sono mancati anche quando il Presidente ha parlato della necessità di «dare un nuovo impulso al contrasto delle vecchie e delle nuove povertà all’interno dei nostri Paesi che, non possiamo permetterci di dimenticarlo, sono la parte ricca di questo pianeta». Per fare fronte «alle sfide che provengono dalla povertà vecchia e nuova, dalle diseguaglianze inaccettabili fra e all’interno delle nazioni non possiamo certo rispondere con la mera conservazione e la difesa degli interessi nazionali» ha detto il presidente che ha fatto, dunque, un discorso in difesa di coloro che rischiano di essere esclusi e per ricordare i propri doveri a chi deve far sì che nessuno lo sia.
Gli aiuti
A coloro che governano i fenomeni globali, sia economici che politici, a coloro che approvano le leggi, ma anche alle Fondazioni quanto mai utili per elaborare strategie innovative, Napolitano ha voluto ricordare la necessità «di un flusso costante di aiuti, ma ancor più di idee nuove e nuovi stili di intervento, nuovi strumenti di governo a livello globale, una reale volontà di cooperare su un piano di parità». La necessità di innescare «un nuovo ciclo di sviluppo che non intacchi i livelli di equità e di coesione sociale raggiunti ma, anzi, li migliori»
La crisi economica che attanaglia il mondo intero è un ulteriore handicap per chi ha meno possibilità e meno potere. «Nella attuale situazione non solo non potremmo riuscire a recuperare coloro che si trovano al di sotto della soglia di povertà ma rischiamo di vedere tanti altri cadere oltre tale soglia». E allora è necessario riportare in primo piano «la povertà e l’impoverimento» che poco spazio hanno avuto nell’agenda politica degli ultimi dieci anni.
Nei paesi dove «le differenze di origini etniche, religiose e culturali sono aumentate» c’è il rischio «del diffondersi di una retorica pubblica xenofoba». Giorgio Napolitano scende in campo in difesa degli «esclusi».
Ci sono tre buone ragioni per concordare con Luigi Spaventa quando registra e analizza, con comprensibile prudenza, i segnali di ottimismo che appaiono all´orizzonte dell´economia. Il primo è il più frivolo, ma secondo me essenziale. Iniettare un pizzico di buonumore è un buon contributo alla distensione, se non si esagera strumentalmente a fini politici. Gli allarmisti che si esaltano ad ogni picchiata della borsa scorgendovi l´annuncio della fine del capitalismo si espongono, oltre che alla smentita, alla pubblica antipatia. Il secondo è che l´ottimismo, prendo a prestito il titolo di un libro "liberista", è di sinistra. Le più amare esperienze insegnano che le catastrofi economiche si risolvono assai spesso in catastrofi autoritarie. Il terzo è decisivo. E´ che i sintomi che Spaventa registra sono veri. La verità, e non l´aspirazione politica, è il criterio fondamentale dell´analisi economica.
Ciò detto Spaventa, che ha scritto un saggio importante sulla genesi della crisi, sa bene che non si può restringere il discorso alla domanda pressante : quando finirà. Per le sue dimensioni e per la sua profondità essa ha fatto emergere problemi che non possono essere trascurati. Anche se, come è auspicabile, ci sarà una schiarita, ma i problemi di fondo che la crisi ha evidenziato non saranno affrontati, si sarà persa un´occasione sgradita ma provvidenziale per raddrizzare il legno storto.
A me pare che questi "grandi problemi" che la crisi ha fatto emergere siano, tanto per ipersemplificare. essenzialmente tre:1) la funzione della finanza nell´economia; 2) la questione delle diseguaglianze nella distribuzione e degli squilibri nell´allocazione del reddito;3) la questione del rapporto tra crescita economica ed equilibrio ambientale.
Al primo di questi problemi dedica un libro Luciano Gallino: "Con i soldi degli altri" (Einaudi). Egli spiega con rigore scientifico e semplicità comunicativa - due virtù difficili da coniugare - l´emergere di quel capitalismo per procura che, in estrema sintesi, trae origine da due fenomeni cruciali. Il primo è la deregolazione dei movimenti di capitale, che ha trasferito il governo supremo dell´economia dalla politica macroeconomica ai mercati finanziari. Il secondo è l´enorme dimensione che questi hanno assunto. Alla fine del 2007 il Pil mondiale risultava pari a 54 trilioni di dollari, e la capitalizzazione delle borse mondiali a 61 trilioni. Questa enorme massa di risparmio sta nelle mani di un gruppo ristretto di grandi banche e di intermediari finanziari che lo gestiscono in condizioni di grande complessità e di scarsa visibilità. Il criterio supremo che regola la sua destinazione è il massimo rendimento nel minimo tempo, il che esclude gli investimenti "lungimiranti" dai quali dipende tanta parte della produttività economica e del benessere sociale; mentre incoraggia le scommesse speculative, dalle quali è dipesa tanta parte dell´attuale marasma.
Il secondo problema riguarda il trionfo della diseguaglianza all´interno dei vari paesi, quelli capitalistici avanzati e quelli emergenti la cui crescita, rappresentata da un Pil bugiardo che somma beni e mali, ha beneficiato quasi soltanto le classi di reddito più elevato, e ha determinato un drammatico squilibrio tra beni sociali e beni privati.
Il terzo è il problema di una crescita indifferenziata, invocata oggi quale che sia il costo ambientale, ignorando le condizioni della sua sostenibilità.
Il discorso politico corrente sta ancora molto al di sotto di queste tematiche. Ci si limita ad affermare, come diceva Keynes, che dopo la pioggia verrà il bel tempo. Il che è di buon augurio, ma non ci offre un ombrello.
Non ci sono risposte alle osservazioni delle Regioni e delle autonomie locali per il decreto legge di semplificazione che dovrebbe accompagnare l’accordo per il rilancio dell’edilizia e quindi “fumata nera” dopo oltre due ore di vertice al ministero per i Rapporti con le Regioni, per sciogliere i nodi posti. La prevista conferenza unificata che avrebbe dovuto dare il via libera al provvedimento, necessario per portarlo al Consiglio dei Ministri di domani, è saltata: “"il testo - ha spiegato il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto - sarebbe andato in Consiglio dei Ministri solo a condizione del raggiungimento dell'intesa con le Regioni e le altre autonomie locali. Lo porteremo - dice - quando ci sara' l'accordo". Per il presidente della Conferenza Regioni, Vasco Errani,” le regioni, unitariamente, attendono precise risposte a richieste fondamentali che il Governo ancora non ci ha dato".
Eppure l‘intesa sul “piano per il rilancio dell’edilizia” sembrava possibile, pur restando nel pomeriggio ancora nodi da sciogliere quando cioè si è dovuto registrare prima lo slittamento alle 18.30 poi il definitivo rinvio della Conferenza Unificata straordinaria sul piano per il rilancio dell’edilizia (inizialmente convocata per le 16.00 nella sede del Dipartimento per gli affari regionali.) La riunione avrebbe potuto riaprirsi se l’incontro politico tra il ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto, per la semplificazione Roberto Calderoli, il sottosegretario agli interni Michelino Davico e per le regioni il Presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre ad alcuni tecnici in rappresentanza di comuni e province avesse avuto un esito positivo. Così non è stato. La sospensione si era resa, del resto, necessaria per cercare di giungere ad un accordo sui punti ancora non chiariti; tra questi la semplificazione della procedura per la Valutazione ambientale strategica (Vas). Quindi l'accordo che molti davano quasi per raggiunto in vista del consiglio dei ministri di domani, sembra nuovamente allontanarsi. I tempi restano strettissimi, ma il provvedimento calendarizzato per il Consiglio dei ministri del 15 maggio subisce l’ennesimo slittamento Tra le misure che servirebbero per completare il quadro del provvedimento, dopo le osservazioni delle Regioni, l'inserimento degli sgravi irpef del 55 per cento per tutti i lavori di ristrutturazione degli immobili privati e una deroga agli enti locali per l'assunzione del personale tecnico per la gestione dell'attuazione delle norme antisismiche.
“Noi – ha spiegato (al termine della Conferenza delle Regioni svoltasi in mattinata) il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani - siamo pronti e vogliamo fare sul serio. Ora occorre verificare se ci sono i presupposti per raggiungere l'intesa perché - prosegue – si tratterebbe anche di innescare un'importante misura anticiclica capace, da una parte di rilanciare il settore dell'edilizia, e dall'altra, di fare arrivare nuove entrate per lo Stato". Tra gli altri punti su cui le regioni insistono, rispetto al piano casa, c'e' ''una conseguenza delle giuste scelte sulle norme antisismiche - ha aggiunto Errani - e cioè la necessità di una deroga per quanto riguarda le assunzioni di personale per poter garantire controlli''. In sostanza, sintetizza Errani, servono ''gli strumenti per far funzionare le norme antisismiche'' ed è necessaria una ''azione coerente con gli obiettivi che abbiamo proposto''. Solo così secondo Errani, si potrà garantire un'''iniziativa anti ciclica'' capace di ''portare nuove entrate allo Stato e di avviare una azione coerente per la messa in sicurezza delle abitazioni''.
Anche l’Anci, spiega Sergio Chiamparino,”attende di verificare, in Conferenza Unificata, come siano stati chiariti i due punti critici ancora irrisolti: quello della auspicabile deroga agli enti locali per la assunzione di personale tecnico per la gestione della attuazione delle norme antisismiche e quello della altrettanto auspicabile semplificazione della procedura per la valutazione ambientale strategica (Vas), prevedendo nella sostanza che essa sia necessaria solamente per gli strumenti generali di pianificazione che abbiano effetti significativi sull'ambiente''. Sergio Chiamparino, Presidente dell’Anci, ha ricordato che '''in sede tecnica sono state accolte le proposte Anci relative alla reintroduzione del rispetto '''degli strumenti urbanistici comunali'' in materia di attività edilizia libera (art.1), al rafforzamento delle '''misure urgenti in materia antisismica e di sicurezza delle costruzioni'' (art. 2), all'equa distribuzione dei benefici e degli oneri derivanti dagli interventi di trasformazione sempre nel rispetto del piano urbanistico ed al '''fondo per l'accesso al credito per l'acquisto della prima casa'' (art. 7)”.
''Siamo ancora in attesa che il governo ci dia delle risposte sulle richieste di modifica al testo del decreto legge sulle misure urgenti in materia di edilizia, urbanistica ed opere pubbliche'', ha detto il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, al termine del confronto politico al Dipartimento degli affari regionali sul decreto legge che dovrebbe fra da corollario al piano per il rilancio dell’edilizia. Un incontro conclusosi senza che sia stato raggiunto un accordo. Errani ha ribadito le richieste delle regioni necessarie per approvare il decreto. In particolare -ha ricordato- chiediamo che l'articolo 11, relativo al non utilizzo di immobili pubblici a rischio sismico (per i quali entro 6 mesi dalle verifiche della protezione civile e dei comuni, non siano stati avviati lavori di messa in sicurezza), preveda un piano di interventi quarantennale con l'individuazione delle relative coperture necessarie per reperire i fondi e per le assunzioni del personale tecnico da impiegare nelle verifiche. Le regioni chiedono poi un'altra modifica allo stesso articolo relativa agli sgravi Irpef del 55% che dovrebbe essere recepita, secondo i Presidenti, con un emendamento ad hoc al decreto legge sull'Abruzzo. ''Questa sarebbe - ha detto Errani - una scelta fondamentale in grado di dare risorse all'erario e risposte ai cittadini''. “Cosi' stanno le cose - ha concluso Errani, rispondendo sempre alle dichiarazioni di Berlusconi agli Stati generali delle costruzioni - non ci sono regioni di centrodestra e regioni di centrosinistra, la nostra posizione e' unitaria, le regioni sono un'istituzione che in questa sede cercano una reale collaborazione con il governo''.
Il parlamento italiano sta votando per trasformare i migranti irregolari in criminali. Il successo della maggioranza governativa agli ordini del suo seducente, ricchissimo sultano è scontato. Il ministro degli interni Roberto Maroni, che dell'idea è il grande ispiratore, spicca per il suo egocentrismo xenofobo e per il suo cinismo intellettualmente misero oltre che moralmente deplorevole. E trionfa ancora una volta l'ottusità giuridica e la ferocia sociale dell'idea di sicurezza e di identità etnica che è propria del presidente del consiglio. Berlusconi, si sa, ama il prossimo suo come se stesso, soprattutto se si tratta di giovani donne. Nulla ormai ci può sorprendere nel contesto della deriva razzista e dell'indigenza intellettuale che sta travolgendo l'Italia.
Il tema da approfondire è però un altro: che senso ha proclamare a tutti i venti - come hanno fatto, fra i molti altri, il presidente della camera Fini e il pontefice romano - che l'Italia ha il dovere di rispettare il diritto di asilo politico dei migranti invece di respingerli tout court e di consegnarli alla Libia? Che senso ha chiedere all'Italia di attenersi alle Convenzioni di Ginevra se è vero che da tempo nessuno le rispetta, a cominciare dalle grandi potenze occidentali e dallo Stato di Israele? E che senso ha richiamarsi all'art. 10 della Costituzione italiana sul diritto di asilo se è una normativa, anche questa, che il governo può ignorare senza problemi, esattamente come ignora l'articolo 11 che imporrebbe all'Italia di non essere complice degli Stati uniti nella guerra di aggressione contro l'Afghanistan?
Anche l'autorevole giurista internazionalista, Antonio Cassese, in un suo intervento su Repubblica (12 maggio), non ha saputo fare altro che ripetere il refrain del diritto di asilo politico, per di più dopo aver sostenuto, erroneamente, che l'immigrazione clandestina sta aumentando a ritmi vertiginosi e che i flussi migratori incidono seriamente sul nostro mercato del lavoro. Come è noto, la spinta migratoria verso i paesi euromediterranei è in decrescita. Ed è altrettanto noto che circa il 10% della ricchezza prodotta nel nostro paese è frutto dell'attività di imprenditori e di lavoratori provenienti da paesi extracomunitari, con in testa nazioni come il Marocco, l'Albania, il Senegal, la Tunisia.
La questione cruciale è dunque molto diversa, se è vero che il diritto alla vita è il diritto fondamentale proclamato dalla Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948. È una verità difficile da negare, dopo i fiumi di retorica che ci hanno investito per la ricorrenza dei sessant'anni della Dichiarazione. Ma allora perché il diritto alla vita è ignorato dalle norme nazionali e internazionali che attribuiscono agli stranieri il diritto all'asilo politico? Ci sono aree del pianeta da dove centinaia di migliaia di persone partono abbandonando le loro famiglie, i loro affetti, le loro tradizioni, i loro universi simbolici, le loro credenze religiose, i loro canti. Non lo fanno, salvo rare eccezioni, perché sono alla ricerca delle «libertà democratiche» garantite dall'asilo politico dei paesi occidentali. Lo fanno perché muoiono di fame. Si calcola, ad esempio, che sono ormai quasi due milioni i migranti che da sud a nord attraversano i deserti africani, entrano in Libia superando i confini del Sudan e del Niger e convergono verso le coste del Mediterraneo. I deserti africani, inclusi quelli libici, sono ormai cosparsi di cadaveri, come lo è il fondo del Mediterraneo.
L'ampiezza del fenomeno migratorio non è semplicemente la conseguenza del carattere dispotico di molti regimi politici non occidentali, di sanguinose guerre civili o di condizioni generali di arretratezza civile, come si vuol far credere con la retorica dell'asilo politico. Le migrazioni sono strettamente legate alla crescente discriminazione «globale» fra i paesi ricchi e potenti, da una parte, e i paesi deboli e poverissimi dall'altra.
Al 20% più ricco della popolazione mondiale è destinata una quota di ricchezza almeno 160 volte superiore a quella del 20% più povero. E la differenza aumenta sempre più grazie alle decisioni arbitrarie e incontrollabili di soggetti internazionali dotati di grande potere economico-finanziario, politico e militare. Le cause della discriminazione globale sono, oltre alla povertà, le malattie epidemiche, l'assenza di acqua potabile, la devastazione dell'ambiente, le turbolenze ecologiche, il debito estero. Il fenomeno è particolarmente grave nei paesi «in via di sviluppo», come ha segnalato Luciano Gallino: in India, dal 1996 al 2007, si sono suicidati 250 mila contadini, perché oppressi dalla fame e dai debiti. Per loro nessun «diritto di asilo» ha operato e nessun pattugliamento del Mediterraneo è stato necessario.
Che cosa è possibile fare? Quali strategie, in particolare la sinistra europea, può adottare per far convivere i valori della cittadinanza democratica con l'apertura verso le altre culture e civiltà? Come fare del Mediterraneo uno spazio di cooperazione economica fra l'Europa e i paesi arabo-islamici? Come accogliere e ospitare i migranti senza sfruttarli, discriminarli e perseguitarli? Come controllare i flussi migratori in presenza di un'abissale, crescente differenza fra il mondo dei ricchi e il mondo dei poveri? Questi sono i problemi da affrontare se il diritto alla vita non è una ignobile impostura globale.
Mentre prosegue il susseguirsi di annunci e di rinvii sul decreto legge circa la semplificazione e lo snellimento delle procedure per l’attuazione delle attività edilizie che, insieme all’aumento delle volumetrie delle ville e villette, dovrebbe, nelle intenzioni del governo, dare uno slancio all’economia, il Cipe, nella seduta dello scorso 8 maggio, ha approvato quello che viene considerato il piano casa del governo per antonomasia (di piani casa governativi se ne contano almeno quattro), cioè quello disegnato dalle norme contenute nell’articolo 11 della legge 133/2008.
È stato deliberato di assegnare a questo piano 350 milioni di euro, una cifra non proprio entusiasmante per un piano che qualcuno ha addirittura paragonato al piano Fanfani dell’immediato secondo dopoguerra del secolo scorso.
L’accostamento tra il piano casa Berlusconi ed il piano casa dell’allora ministro del lavoro Fanfani è fuori luogo e può essere solo frutto di una forzatura. A distanziare i due piani non è il tempo, ma la loro diversa finalità. Quello di Fanfani fu un piano che permise la realizzazione di un numero rilevante di abitazioni destinate a risolvere il problema della casa della popolazione più povera, dando al tempo stesso un contributo a combattere l’endemica disoccupazione post bellica. Anche ora il governo argomenta le sue scelte in materia edilizia con l’esigenza di rilanciare l’economia. Ma il piano casa che propone di realizzare “è rivolto all’incremento del patrimonio ad uso abitativo attraverso l’offerta di abitazioni di edilizia residenziale”( comma 2, articolo 11 legge 133/2008). L’intenzione è, quindi, quella di promuovere la realizzazione di un piano che incrementi l’offerta di appartamenti a prezzi di mercato, mentre in tutto l’articolato legislativo del piano vi è solo un accenno alla possibilità che si promuovano programmi di “edilizia residenziale anche sociale” (lettera e, comma 3, articolo 11, legge 133/2008).
Una parziale restituzione di una eredità inattesa
Il piano casa di questo governo manca dell’impronta sociale sia del piano Fanfani sia del successivo piano decennale promosso con la legge 457/1978. Ma esso ha addirittura cancellato un rilevante programma di edilizia residenziale pubblica, promosso dal precedente governo, il cui integrale ripristino ridarebbe al piano del governo un connotazione di socialità.
Dei 350 milioni di euro deliberati dal Cipe, 150 milioni costituiscono la dotazione di un fondo immobiliare partecipato dalla Cassa depositi e prestiti, una sorta di “fondo padre”, che promuove e partecipa a tanti altri fondi immobiliari locali. Gli altri 200 milioni di euro vengono restituiti alle regioni per realizzare una parte degli interventi compresi nel programma straordinario di edilizia residenziale pubblica finanziato con 544,5 milioni di euro dall’articolo 21 della legge 222/2007, che fu approvata per realizzare interventi urgenti nel campo dello sviluppo economico-finanziario e dell’equità sociale.
Appena poche settimane dopo essersi insediato, con il decreto legge 25 giugno 2008, n. 118 (poi convertito con la legge 133/2008), il governo sottrasse quei fondi alla loro originaria destinazione per dirottarli al nuovo piano. In questo modo interruppe la realizzazione di interventi già individuati con un decreto del 18 dicembre del 2007 dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti del precedente governo; decreto che aveva anche assegnato le risorse agli enti incaricati della gestione operativa delle iniziative.
Ad onor del vero, va detto che se i cantieri per accrescer l’offerta di alloggi di edilizia sociale finanziata con quel programma allora non furono aperti immediatamente, una qualche responsabilità ricade anche sull’allora ministro delle infrastrutture Di Pietro il quale propose, quando ormai tutto era pronto per dare inizio ai lavori, una nuova procedura di verifica degli interventi da finanziare. Non fu, quel comportamento, un esempio di buona pratica politico-amministrativa: se in alcuni casi si può giustificare che un nuovo governo cancelli i programmi del precedente è, invece, difficilmente comprensibile che un procedura amministrativa proposta da un ministro sia smentita dallo stesso poche settimane dopo. Il blocco del programma che ne seguì fu una manna per il nuovo governo, il quale considerò quei quasi 550 milioni come un’eredità senza eredi e senza vincoli, da spendere per il nuovo piano casa pensato con l’articolo 11 della legge 133/2008.
Oltre la metà della meta
Sull’utilizzo di quei fondi si è assistito ad un braccio di ferro tra il governo e le regioni: finora sembra aver portato ad un pareggio. Dando seguito ad un accordo, sottoscritto agli inizi dello scorso aprile tra il governo e le regioni, a queste ultime la delibera Cipe restituisce subito 200 milioni di euro, la cui ripartizione tra di esse avverrà a seguito di una nuova istruttoria dei progetti presentati; quell’accordo promette loro che in futuro torneranno in possesso anche dei restanti 344,5 milioni di euro. Questa cifra resta, per ora, a disposizione del governo per il suo piano casa fatto di fondi immobiliari e di interventi di edilizia residenziale a scarsa propensione sociale.
Prima che il piano del governo decolli, trascorrerà altro tempo inutilmente, con risorse finanziarie pubbliche immobilizzate e un peggioramento della condizione di disagio abitativo di un numero rilevante di famiglie.
Se riuscirà a trovare le altre risorse necessarie, con il suo piano casa il governo vuole incrementare, riporta la stampa, di 20.000 unità il numero di alloggi destinati alle famiglie a più basso reddito. Non è un obiettivo particolarmente ambizioso. Ma soprattutto, se l’obiettivo è effettivamente quello, nel giro di pochi mesi si potrebbe percorrere la metà del cammino che porta a quel traguardo, se solo si trasferissero subito alle regioni tutti i 545 milioni per realizzare gli interventi già finanziati.
Un sostegno alle piccole imprese edili
Gli interventi che le regioni sono pronte a realizzare, da ormai quasi un anno e mezzo, consentono di accrescere di 11.922 unità l’offerta di alloggi da assegnare in affitto a canoni contenuti[1]. Un numero non trascurabile, ma verosimilmente inferiore alla sua consistenza reale, poiché molte regioni hanno attinto ai loro bilanci per ampliare i programmi finanziati dallo stato. In ogni caso anche considerando i soli fondi statali, non sarebbero certo trascurabili gli effetti positivi di un loro rapido trasferimento alle regioni o agli enti incaricati di realizzare gli interventi.
Le regioni hanno previsto di realizzare interventi o di promuovere iniziative di immediata fattibilità, con la conseguenza che le risorse sarebbero subito spese per sostenere la domanda di beni e servizi impiegati in edilizia. A livello macro economico questo sostegno, anche se non trascurabile, potrebbe anche non essere considerato determinante. Ma a livello territoriale può rivelarsi incisivo, soprattutto a sostegno delle piccole imprese e delle attività artigianali.
Dei circa 545 milioni di euro complessivi, poco meno di 265 finanzierebbero le spese di recupero e di ristrutturazione di 7.366 case popolari ora vuote per mancanza delle risorse necessarie per riattarle, metterle a norma e assegnarle in locazione. Nella gran parte dei casi si tratta di interventi diffusi sul territorio e sparsi in tutto il patrimonio di alloggi pubblici, con un investimento medio di 36 mila euro per alloggio. La realizzazione dei lavori può, quindi, essere affidata, con procedure di evidenza pubblica molto semplificate, a tante piccole imprese o lavoratori autonomi, per i quali anche cifre relativamente modeste possono salvare il fatturato. Si trasformano in possibilità di lavoro per le imprese anche i 160 milioni programmati dalle regioni per costruire circa 1.500 nuovi alloggi; in alcune aree l’impatto sulla domanda di attività edilizia può essere rilevante.
Viene fatto, da parte delle regioni, anche un tentativo di fronteggiare il fabbisogno di case a basso prezzo ricorrendo al mercato, affittando, attraverso agenzie ed altri strumenti di intervento degli enti locali, circa 2.200 appartamenti da proprietari privati per assegnarli a famiglie sfrattate o in attesa di una casa popolare. È un tentativo di sfuggire ad una prassi assistenziale che di fatto assegna a vita le case pubbliche, ma può contribuire anche a stimolare il mercato dell’affitto.
Un aiuto al mercato può darlo anche il proposito di utilizzare quasi 100 milioni per acquistare circa 850 appartamenti già costruiti, e che la crisi immobiliare lascia invenduti. Ma è anche un aiuto ad incrementare l’offerta di alloggi di edilizia residenziale sociale. Essi accresceranno il patrimonio di “case popolari” dei comuni e degli Iacp, da affittare a canone sociale o comunque più basso di quello di mercato. Anche i prezzi ai quali gli alloggi sarebbero acquistati sono inferiori a quelli di mercato. In media ci si colloca al di sotto dei 120 mila euro per appartamento. È la fase di stanca del mercato immobiliare, con il rilevante stock di alloggi invenduti e l’allungamento dei tempi di vendita, che consiglia o costringe le imprese che ne sono proprietarie ad accettare prezzi da edilizia convenzionata, notevolmente più bassi di quelli di libero mercato.
[1] I dati che seguono sono il risultato delle elaborazioni condotte sulla lista degli interventi proposti dalla regioni e contenuta nell’allegato 2 al decreto del ministero delle infrastrutture del 28 dicembre 2007, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 17 gennaio 2008, n. 14.
Probabile la riapertura del confronto sul Piano Casa. È stata convocata per domani alle 16 la Conferenza Unificata per l’esame dello schema di decreto leggerecante misure urgenti in materia di edilizia, urbanistica e opere pubbliche. Gli Enti Locali, che dopo la presentazione dei possibili emendamenti attendono le nuove proposte del Governo, continuano il percorso parallelo della legislazione regionale.
Nel Lazio si fa avanti un percorso condiviso grazie alla collaborazione di costruttori e istituzioni. Al convegno dell’Acer, Associazione costruttori edili di Roma, è emersa la volontà di costruire alloggi a canone sociale e convenzionato. Non si tratterà di case popolari, ma di un’edilizia residenziale con canoni di locazione inferiori a quelli del libero mercato. Le stime sulla richiesta abitativa mostrano una carenza di 50 mila alloggi.
L’housing sociale si coniugherà anche con la densificazione delle aree già edificate, come gli aumenti volumetrici del piano governativo. Oltre agli ampliamenti del 20% sarà incentivata la demolizione e successiva ricostruzione degli edifici anni ’70. A causa delle crescenti difficoltà di edificazione si prevedono bandi di gara, cambi di destinazione d’uso e la riqualificazione di 13 mila casali agricoli.
Non recepirà totalmente il DL del Governo la Sardegna. Lo ha annunciato l’Assessore all’Urbanistica Gabriele Asunis, impegnato insieme al Governatore e agli altri vertici regionali nella rivisitazione del Piano Paesaggistico. Il 18 maggio inizierà un percorso per la tutela di centri storici, sistema costiero e fasce marine. Alla base il principio della valorizzazione dell’intero patrimonio edilizio, che andrà di pari passo con il rilancio delle costruzioni.
Tutti gli interventi dovranno rispettare il divieto di costruire a una distanza inferiore di 300 metri dal mare. La norma regionale conterrà inoltre incentivi e premi volumetrici per i proprietari che abbatteranno la propria abitazione per ricostruirla a una distanza maggiore dalla costa. Il percorso di scelte condivise sarà anche utile a risolvere le criticità presenti nella pianificazione comunale, a causa delle quali l’edilizia ha subito un blocco.
Non sono solo le Regioni ad attendere la ripresa del Confronto sul Piano Casa. Dopo le dichiarazioni rilasciate da Finco, anche Giuseppe Moretti, Segretario generale di Feneal-Uil esprime disapprovazione sui continui ritardi del Governo, dovuti anche all’emergenza Abruzzo. Gli effetti del terremoto hanno portato all’inserimento nel DL di misure antisismiche cui tutti gli interventi dovranno conformarsi. Gli adeguamenti potranno essere effettuati da soggetti abilitati.
I costi, indicati orientativamente nell’Ordinanza 3362/2004, possono essere stimati in 3 euro per metro cubo per la valutazione di vulnerabilità negli immobili di piccole dimensioni e in 0,50 euro a metro cubo per quelli più grandi. L’adeguamento si può invece aggirare sui 150 euro a metro cubo, ma il valore preciso dipende dalla vicinanza alla zona sismica di riferimento e dalla sua tipologia.
Il rischio è che l’housing sociale diventi un ulteriore alibi per rendere edificabili e private aree che non lo sono. Immaginate il seguente colloquio tra il comune e l’immobiliarista di turno:
Comune : Mi servono appartamenti a canoni inferiori a quelli di mercato, da assegnare a determinate categorie di utenti.
Immobiliarista : Benissimo, ghe pensi mi. Dammi le aree.
Com : E dove le trovo?
Imm : Intanto me ne dai un po’ di quelle vincolate (che brutta parola!) a standard.
Com : E se non bastano?
Imm : Ti aiuto io. Ne ho quanto ne vuoi. Basta che togli il vincolo (ancora questa parola!) a verde agricolo, e io invece dei fagiolini ci costruisco le case che ti servono e le affitto a chi vuoi a prezzi concordati.
Com : Benissimo. Per quando tempo?
Imm : Ma quanto vuoi, anche 10 o 15 anni!
Com : Perfetto!
Morale della favola: se va così, l’immobiliarista ha “valorizzato” (così come piace a lui) il suo terreno, prima inedificabile o addirittura soggetto a esproprio, il comune ha aggravato un po’ il consumo di suolo, il livello della rendita fondiaria e il carico sui servizi pubblici. Uno contento, e l’altro (cioè noi) cojonato.
Riusciranno regioni e comuni, che discutono con Berlusconi la mitigazione del suo “piano casa”, a evitare quest’ultimo trasferimento dal pubblico al privato, dalla ricchezza comune a quella privata? Vedremo alla prossima puntata.
Intanto, in Sardegna minacciano di distruggere il piano paesistico e di riaprire il saccheggio delle coste.
Sul tema dell’Expo 2015 la Fondazione Corrente di Milano ha dato vita a una mostra e a tre incontri sul tema expossible? Un'altra Expo è possibile? in cui sono intervenuti Fulvio Papi, Antonello Negri, Jacopo Muzio (curatore del ciclo) Steve Piccolo, Toni Nicolini, Gianni Beltrame, Empio Malara, Francesco Memo, Giancarlo Consonni e Claudio Onorato.
L'Expo non può essere considerata un’occasione per dare ossigeno a un modello di sviluppo che, nella crisi, mette drammaticamente in luce la sua insostenibilità. Il tema dell'Expo – Nutrire il pianeta. Energia per la vita – è veramente fecondo e di interesse mondiale. Il comitato scientifico ha lavorato bene sul terreno dei contenuti e, a questo punto, insistere sulla diatriba Expo-sì/Expo-no risulta sterile. Semmai bisogna adoperarsi perché l’Esposizione sia realizzata in modo che i contenuti non vengano traditi da scelte irresponsabili che comportino ulteriori devastazioni di un territorio e di un paesaggio già fortemente degradati. Per questo occorre chiedere con forza 1) che si costituisca quanto prima un'assise in cui si raccolgano e confrontino varie proposte progettuali, 2) che, in ogni caso, il progetto che si intende realizzare venga sottoposto a una valutazione pubblica avendo come interlocutore diretto anche il Bie (Bureau International des Expositions).
Occorre coinvolgere nell’Expo istituzioni, organismi, luoghi e paesaggi così da fare della manifestazione non un intervento/evento separato dal contesto ma un’occasione per valorizzare elementi qualificanti della città e della regione ospitanti e per mostrare effetti di politiche virtuose e buone pratiche in coerenza con il tema dell’esposizione.
Va in questo senso anche l'appello di Emilio Battisti e Paolo Deganello:
Perseguire la coerenza fra contenuti e modi di realizzazione dell’Esposizione significa dare risposta alla seguente domanda: come si presentano Milano, la Lombardia e l'Italia all’appuntamento del 2015? Sapranno essere all’altezza mostrando i risultati di politiche in linea con i problemi al centro della manifestazione, oppure il tema è solo uno specchietto per le allodole mentre il vero cuore dell'operazione è rappresentato dalle speculazioni immobiliari? Non ci sono scappatoie: le amministrazioni locali (Milano, Provincia e Regione) e il Paese ospitante devono dimostrare di saper organizzare una manifestazione in modo coerente con il tema proposto su un doppio versante: il suo assetto e il suo lascito.
La decisione di occupare un'area agricola per ospitare l'Expo 2015 rappresenta già una forte incrinatura nella coerenza.
Si obbietterà che in questo caso l’amministrazione del capoluogo lombardo cerca di fare i conti con il lascito permanente dell’intervento temporaneo. Ma lo fa a suo modo, imbastendo un’operazione in due tempi:
1) lo spostamento dell'Ortomercato a Rho/Pero sul sito occupato dall'Esposizione Universale, una volta conclusa la manifestazione;
2) la nascita della cosiddetta “Città del Gusto” sulle aree liberate dall'Ortomercato e date in contropartita all’immobiliarista Cabassi che, bontà sua, mette a disposizione l’area agricola scelta per l’Expo.
Lo scambio è senza alcuna contropartita sostanziale per l’interesse collettivo. L’amministrazione comunale di Milano si accontenta di innescare un processo su una linea seguita da tempo: espulsione nella periferia metropolitana di funzioni “vili” (con occupazione di suolo agricolo) e accentramento di attività ritenute qualificanti. Tra gli effetti che non vengono messi in conto c’è il dilatarsi degli spostamenti obbligati dei clienti dell’Ortomercato: un onere aggiuntivo permanente in termini di tempo e di costi di trasporto che avrà contraccolpi negativi soprattutto per la piccola distribuzione (negozi e banchi dei mercati rionali). Tutto il contrario dell’obbiettivo da più parti sbandierato di accorciamento delle filiere nell’approvvigionamento alimentare (un tema questo che, c’è da scommettere, sarà fra le parole d’ordine dell’Expo).
La “Città del Gusto” è perfettamente in linea con un insieme di diverse altre operazioni di trasformazione urbana all’insegna della speculazione immobiliare. Va in questo senso la proposta di spostare l’Ippodromo su aree del Parco Sud-Milano (così da realizzare nell’attuale sede un nuovo quartiere di lusso), per non dire del recupero degli Scali ferroviari. Operazioni considerevoli che si aggiungono a quelle da tempo approvate e che si apprestano a essere realizzate sull’area dell’Ex-Fiera e sull’area Garibaldi-Repubblica. Questa massa gigantesca di volumi edificabili autorizzano l’assessore all’Urbanistica Masseroli a parlare di una crescita programmata di 700.000 mila abitanti per la città di Milano. Una scelta rivoluzionaria, se fosse credibile; ovvero se le nuove abitazioni del capoluogo fossero immesse sul mercato a un prezzo in grado di competere con la produzione edilizia dell’hinterland strettamente intrecciata con la fuga di popolazione da Milano (oltre mezzo milione di abitanti).
In realtà si perseguono contemporaneamente la disseminazione degli insediamenti e la iperdensificazione delle aree pregiate. Per chi attualmente ha responsabilità di governo del territorio il controllo della tendenza insediativa è l’ultima delle preoccupazioni. L’unico obiettivo è sostenere la speculazione edilizia ovunque e comunque. Siamo a un liberismo privo di un qualsiasi obiettivo sociale e che punta sulla crescita ad ogni costo con l’idea conclamata, e tutta da dimostrare, che ne deriverebbero benefici per tutti.
Nel contempo sia a Milano che nell’hinterland metropolitano cresce a vista d’occhio l’invenduto e lo sfitto, ma questo non sembra indurre a ripensamenti. Il Pgt del capoluogo mette in campo la realizzazione di quantità spropositate di residenza e uffici dando per scontato che gli operatori immobiliari si rivolgano a una fascia sociale alta (o molto alta). I prezzi di mercato arrivano ormai fino a oltre 4 volte il costo di costruzione. Si assisterà dunque inevitabilmente a un ulteriore allargamento della forbice fra offerta e domanda. Per ora il ‘castello’ si regge, per una fetta, sul sostegno delle banche (il cui portafoglio è pericolosamente appesantito dall’esposizione verso il settore immobiliare) e, per un’altra, sull’apporto di capitali di provenienza illecita capaci di reggere immobilizzi infruttiferi di quote spropositate di capitali per periodi molto lunghi.
Si fa sentire la sostanziale mancanza di lavoro critico da parte delle istituzioni di ricerca (le autocelebrate università milanesi) così come si è del tutto dissolta l’opera di sorveglianza dei maggiori quotidiani. La stampa si fa anzi cogliere con le dita nella marmellata: forme di pubblicità occulta, come quella contenuta per esempio in un recente servizio che dava notizia di 800 prenotazioni per l’acquisto di appartamenti di lusso (ancora sulla carta) nei mostruosi grattacieli in programma per l’area dell’ex-Fiera. Come a dire: «Correte ad accaparrarvi gli attici più prestigiosi dagli ottomila-dodicimila euro al metroquadro».
Tutto questo mentre assai poco si fa per rispondere alla domanda di edilizia sociale unanimemente riconosciuta come un’emergenza. Molti pubblici amministratori preferiscono continuare a giocare con la bolla immobiliare sull’orlo di un baratro.
Del tutto sottovalutato è il problema dell’accessibilità al luogo scelto per l’Expo. Si preferisce stupire come in uno spettacolo di magia. Un primo coniglio estratto dal cappello è la nuova “Via d'acqua” pensata per collegare la Darsena milanese con il sito della esposizione. I proponenti non si sono nemmeno posti il problema da dove attingere l’acqua (visto che non può certo scorrere in salita) né di come superare il dislivello fra Milano e Rho/Pero, per non dire dei guasti prodotti sui luoghi attraversati. Con lo slogan «Potrete raggiungere Rho, la Fiera e l'Expo in battello!» si punta su scenari alla Disneyland per un popolo non di cittadini, ma di bambinoni di ogni età.
Ma il culmine della devastazione prossima ventura può venire dal secondo coniglio estratto dal cappello: il tunnel sotterraneo di collegamento tra Rho-Pero e l'aeroporto di Linate. Di quest’opera faraonica si celebrano il basso impatto sull’ambiente e il paesaggio. Come se le emissioni delle auto non venissero comunque sparate nell’aria e come se le 8 uscite previste con tutti gli svincoli connessi non producano ferite rilevanti. Si tratta in realtà di un vero e proprio Passante automobilistico. L’intento non dichiarato è infatti collegare la Brebemi (di prossima realizzazione) con le autostrade a Ovest e a Nord-Ovest di Milano.
Nessun investimento significativo è invece destinato al miglioramento effettivo della mobilità metropolitana, quando il potenziamento del sistema delle ferrovie regionali (non solo radiali sul capoluogo) sarebbe, questo sì, un bel lascito dell’Expo in un contesto al collasso.
Ma vale la pena tornare sulla scelta dell’area. Un città e una metropoli che avessero un piano di riassetto territoriale farebbero dell’Expo una risorsa per la sua realizzazione. Nell’operazione Expo entrerebbero progetti di riqualificazione urbana e metropolitana, di valorizzazione dei beni culturali e di rilancio dell’agricoltura conservativa. Oltre alla parte espositiva concentrata in uno specifico insediamento, andrebbero predisposti degli itinerari complementari in cui far entrare il sistema delle abbazie, delle cascine, delle ville e dei centri storici dell’hinterland milanese.
Per quanto si è potuto vedere l’Expo del 2015 è concepito solo in termini anti-urbani. Lo dicono la scelta localizzativa messa in campo e quanto si è visto nelle restituzioni virtuali del gruppo 5+1.
In netta alternativa a questa impostazione si dovrebbe puntare sulla saldatura fra la dimensione metropolitana e quella urbana. Per raggiungere questo obiettivo il progetto Expo andrebbe pensato in chiave ‘archeologica’. E mi spiego. La struttura dell’esposizione andrebbe concepita in un’ottica di disegno urbano, avendo cura di assicurare il pronto adattamento e riuso di quanto prodotto per la manifestazione temporanea, almeno quanto all’impianto. Per questo la sfida è pensare contemporaneamente un complesso atto a ospitare l'esposizione e facilmente trasformabile in un pezzo di città integrato ad altre parti urbane e dotato di un’elevata accessibilità. Solo dando vita a una parte di città non si sarà sprecato denaro pubblico e si eviterà che il giorno successivo le strutture che hanno ospitato l’Expo, alla chiusura della manifestazione, si trasformino in un cimitero.
In questa prospettiva, invece di dislocare l’Expo in un’area agricola, andrebbero vagliate attentamente le opportunità offerte dalle maggiori aree industriali dismesse. Si pensi a un’area come quella delle ex-Falck di Sesto San Giovanni le cui dimensioni si avvicinano a quelle richieste per l’Expo. Se fossero attrezzate per ospitare la manifestazione, l’aree ex-Falck potrebbero ricevere un impulso per il recupero che difficilmente potrà arrivare da un progetto come quello redatto da Renzo Piano (un progetto di impronta vetero-corbusiana, ovvero concepito in una logica post-urbana).
In conclusione, le scelte relative all’Expo vanno valutate sulla base di questa alternativa: attivano processi di riqualificazione urbana e rurale, rilanciando lo spazio del convivere e la difesa dei paesaggi o puntano a creare concentrazione disurbane (con consumo di suolo agricolo e investimenti infrastrutturali che non migliorano il quadro della mobilità)?.