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Sesta lettera rutula allo «Stylus». Nel gossip locale tengono banco le feste in casa B., alias Leviathan, svelate da alcune ospiti. I lettori sanno quanto somigli al tiranno che fra´ Girolamo Savonarola descriveva cinque secoli fa, e stavolta l´iroso domenicano era davvero profeta: «vale più un minimo suo polizzino» o la parola d´uno staffiere «che ogni iustizia»; usa «ruffiani e ruffiane»; non esiste «cosa stabile», pendono tutte dalla sua volontà. Ne riparlano i conversanti della quinta lettera. Dove la politica sia cosa seria, svaghi notturni nel gusto del gangster in ghette, padrone d´un night club (quest´ultima immagine viene da «Times»), e conseguenti guaiate menzogne screditano lo statista. In Rutulia sono roba futile. L´assurdo è che sia lì, talmente padrone da riscrivere i codici pro domo sua, fino a proclamarsi immune dalla giustizia penale. Scendeva in campo per difendere un colossale patrimonio accumulato mediante frode, plagio, corruzione: da allora l´ha moltiplicato; tiene i piedi nel piatto pubblico arricchendosi ancora, mentre i sudditi vanno in bolletta. Male che vada, pesca un elettore su due: se li era allevati con trent´anni d´ipnosi televisiva, formidabile inquinatore d´anime; il capolavoro sta nell´avere disinnescato i meccanismi del pensiero; in mano sua il bianco diventa nero.

L´équipe stregonesca stabilisce cosa vada detto, e dei figuranti salmodiano giaculatorie o invettive. È anche vendicativo, perciò l´inviato da «Stylus» indica i quattro interlocutori con aggettivi ordinali. Primus, Secundus, Tertius ritengono ormai assorbito l´affare. Tutto sommato, gli giova: la platea lo vede tombeur de femmes come Maupassant, sotto maschera faceta. Quartus, bibliofilo, aveva letto il ritratto del tiranno da un raro incunabolo. Stavolta porta degl´infolio in pergamena, due tomi: Liber notarum; lo strasburghese Iohannes Burckardus è cerimoniere alla corte papale dal 26 gennaio 1484. Sentiamo cosa racconta sub 31 ottobre 1501, domenica, vigilia d´Ognissanti. Sua Santità Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, non viene al vespro: i cardinali l´aspettavano nella camera del pappagallo; vadano, comunica l´Eminentissimo Ludovico Podocataro. Sta poco bene: il nome clinico del disturbo è "catarro", ma l´aspetta una lunga veglia con «balli et riso»; l´ha combinata suo figlio, duca Valentino, ex cardinale, invitando delle «cantoniere. Burcardo, occhio e udito impassibili, annota i particolari da fonte sicura: le ospiti sono cinquanta prostitute «honestae», ossia munite della patente; dopo il convito ballano «cum servitoribus et aliis», vestite, indi nude; strisciando carponi sul pavimento tra i doppieri, raccolgono le castagne che buttano i commensali (tra cui Lucrezia). Segue una gara orgiastica: sono in palio mantelli fini, calzature, berretti «et alia»; i maschi concorrenti le «[tractant] publice carnaliter», più volte, «arbitrio praesentium»; chiude i giochi la consegna dei premi.

Primus rileva le differenze tra Alessandro VI e Leviathan. Quel papa possiede cospicue doti intellettuali, oltre all´abilità nel condurre l´affare ecclesiastico. È anche good natured: ha dei sentimenti; «Iulia ingrata et perfida», esclama nell´incipit d´una lettera all´amante en titre Giulia Farnese, il cui fratello Alessandro ha nominato cardinale; ama troppo la famiglia; un vorace parentado catalano invade l´Urbe; e incombe la fosca figura del duca Valentino. Leviathan ha poco d´umano: Tertius lo definisce «crocodilus ridens»; sorriso, barzellette, istrionismi d´avanspettacolo mettono freddo nelle midolla; in tanti anni non impara niente; ripete i gesti, animalescamente perfetti, con cui ha imbrogliato mezzo mondo, raccogliendo tanti soldi da scoppiare; nella soperchieria fraudolenta è atout determinante non avere vita morale. Gliene manca l´organo, idem in estetica e logica. Alessandro VI (interloquisce Secundus) riceve delle «cantoniere» ma non le nomina badesse.

Quartus riapre l´infolio. È lunedì 1 novembre 1501, festa «omnium sanctorum»: i cardinali aspettavano nella camera del pappagallo; Nostro Signore manda a dire che scendano nella Basilica, dove Santa Prassede (Antoniotto Pallavicini) canta messa solenne. Burcardo sta sulla graticola: l´occasione richiede un´indulgenza ma «non potui habere accessum ad papam»; come provvedere? Se ne occupa l´Eminentissimo Giovanni Antonio San Giorgio: compili la solita cedola; lui gliela firma. Il motu proprio «in praesentia papae», clausola falsa, concede sette anni e altrettante quaresime. Il predicatore li bandisce dal pulpito. L´affare è allettante: nell´ora o due d´una messa in San Pietro il fedele ne risparmia 68 mila e quaranta nel purgatorio, il cui fuoco non scherza; è lo stesso dell´inferno, avverte san Tommaso. Riappare un vecchio quesito, se tale lunga consuetudine abbia influito sul carattere rutulo. I conversanti formulano rilievi understated: lo stile ecclesiastico non affina lo spirito d´analisi, né sviluppa l´autonomia del giudizio; Mater Ecclesia perdona facilmente o chiude gli occhi lasciando correre; e l´ateo-bigotto Leviathan, allegro edonista, è la controparte ideale nei negoziati intesi al massimo profitto.

Dai palazzi condominiali alle villette, dalle seconde case ai residence. Ed ancora: i villaggi turistici, i lidi e i camping, i palazzotti costruiti su aree demaniali. La Calabria non è solo terra di ecomostri. La Calabria «è tutta un ecomostro». Lo dice uno studio della Regione sulla cementificazione dei suoi 700 chilometri di spiagge.

Documento che restituisce una fotografia impietosa dello scempio, con un abuso censito per ogni 100-150 metri di costa. I casi individuati dagli esperti dell’assessorato all’Urbanistica sono 5 mila 210.

Nella sola provincia di Cosenza sono stati rilevati 1156 abusi (il 22,19%), a Catanzaro 548 (il 10,52%), a Crotone 915 (il 17,56%), a Reggio 2093 (il 40,17%) e a Vibo 498 (il 9,56%). È anche stato possibile stabilire che, tra i casi individuati, 412 si trovano in aree per le quali il Piano d’Assetto Idrogeologico definisce «gravi condizioni di rischio idraulico». Per quanto riguarda i vincoli ambientali, «si riscontra che 54 casi individuati ricadono all’interno di Aree Marine Protette, 421 in Siti d’interesse comunitario e 130 nelle Zone a protezione speciale».

«Offese al territorio», vengono definite dal gruppo di lavoro che mette insieme docenti universitari, tecnici e giovani professionisti. E sono di tipo legale (ovvero legittimato dalla originaria inclusione nei Prg); di tipo legalizzato (cioè compreso in varianti e parzialmente sanato); e infine completamente illegale (in area demaniale, protetta e instabile). In certi casi si tratta, addirittura, di opere di proprietà pubblica come interi pezzi di lungomare. Ai fini dell’indagine sono state effettuate decine di migliaia di sopralluoghi, verifiche negli enti locali, agli uffici del catasto e del genio civile. Sono state realizzate schede dettagliate su "Costa Viola", "Costa dei Gelsomini", "Riviera dei Cedri" o "Area Grecanica". Nomi che evocano paradisi ambientali, ma che nei fatti sono segnate dalle ferite di decenni di incuria, di complicità, di connivenze. Documenti che rappresentano la sintesi delle speculazioni di imprenditori senza scrupoli, delle mafie del mattone e della cultura, diffusa, dell’illegalità «domestica».

Gli oltraggi sono presenti su spiagge e scogliere, non soltanto in contesti fortemente urbanizzati come Reggio Calabria, ma anche in zone di pregio e turisticamente note come l’area di Tropea, la costa di Scilla, la Locride, l’area di Soverato e, in particolare, l’area di Isola Capo Rizzuto e del Crotonese. Che, in larga parte, paradossalmente è vincolata come Riserva Marina Protetta ed area archeologica. In quest’ultima zona si addensa ben il 52% degli abusi illegali compresi in aree marine protette.

La Regione, attingendo ad un Accordo di Programma Quadro (Apq), finanziato con 5 milioni di euro dallo Stato, ha già deliberato l’abbattimento di 9 ecomostri. Ma non è sempre semplice. I proprietari fanno ricorsi, si appellano ai mille cavilli della legge, hanno frotte di legali pronti a brandire il codice.

L’assessore regionale Michelangelo Tripodi si dice, comunque, determinato: «Ora abbiamo una fotografia precisa dello scempio. Butteremo giù tutto quello che è possibile, dimostrando come l’abuso non paghi e che in Calabria sta crescendo il senso della legalità e dell’ambiente». Poi: «Non consentiremo più che certe cose avvengano tanto che elaboreremo una specifica Carta dei vincoli». Infine, «cercheremo di risanare i guasti». Tripodi afferma che un ruolo importante lo giocheranno i Comuni: «La Regione ci mette i fondi, ma gli enti locali dovranno attivarsi con i propri piani di risanamento». Per il presidente regionale di Legambiente, Antonino Morabito, «ora bisogna essere conseguenti». Servono, insomma, «tempi rapidi nelle demolizioni e, altrettanto, per le fasi di risanamento. Servono le regole e chi le faccia rispettare».

Per un soffio Maurizio Valenzi ha mancato l’appuntamento con il centesimo compleanno: sarebbe stato il 16 novembre se la sua tempra indomita avesse ancora retto. Chissà ora quanto Napoli ricorderà e piangerà il suo primo sindaco comunista, quello con la coppola che sorrideva da un manifesto affisso nei primi anni Ottanta, lo stesso a cui molti, da opposte sponde politiche, tributarono il top della popolarità in anni durissimi per la città. Ma se rimpianto sarà, non potrà nascere da commozione convenzionale. Perché ricordare l’esistenza piena di Maurizio Valenzi - così ricca di passioni, avventure, incontri, scelte, amici, compagni, affetti - sarà un esercizio di stile offerto da una vita in cui la parola «politica» teneva unite tutte queste cose insieme. L’ultima lezione di una vita leonina, a fronte di tante esistenze contemporanee da conigli della politica. Maurizio Valenzi ha vissuto vicende difficili come l’arresto, la tortura con l’elettricità, la condanna all’ergastolo e ai lavori forzati da parte del regime fascista di Vichy, l’internamento per un anno a Lambése, Algeria.

È stato - esperienza non meno dura - sindaco di Napoli per otto anni di lacrime e sangue, dal 1975 al 1983 superando il dopo-colera e un sisma non solo tellurico. Ma tutto sempre con piglio deciso, e tenendo a dire che il suo era un bilancio più che attivo: tanto da apporre alla storia della propria vita, pubblicata da Pironti, il titolo Confesso che mi sono divertito, parafrasi dell’autobiografia dell’amico Neruda Confesso che ho vissuto. Soprattutto dopo la morte della moglie Litza, amava sfogliare con amici più giovani il libro di ricordi che si portava in mente, quando lo si andava a trovare nel mitico «palazzo con le colonne» spalancato sul mare in cima a via Manzoni. Ancora raccontava, diceva di sè, confrontava le sue esperienze con quelle in corso. Si allenava, esercitava la sua mente come per scaldarsi, come se fosse sempre sul punto di tornare in campo. Tutto sembrava riguardarlo, per ogni cosa aveva un’opinione, un punto di vista. Era l’inevitabile conseguenza di una vita vissuta sempre prendendo partito, esponendosi, non restando mai alla finestra. E forse in quest’impulso verso la realtà giocava un ruolo anche l’origine ebraica, mischiata con i primi trent’anni di vita vissuti ai margini della geopolitica mondiale, in una Tunisia che nei suoi ricordi era però una fucina di incontri ed esperienze formative.

Maurizio Valenzi era nato a Tunisi il 16 novembre 1909 da una famiglia del gruppo dei «grana», ebrei livornesi. Suo padre Amedeo Valensi faceva il rappresentante, e un errore di trascrizione burocratica ne avrebbe mutato il cognome in «Valenzi». A sentire Maurizio, l’amore per Napoli era un destino scritto nel libro bianco della sua esistenza ancor prima che cominciasse. Solo dopo dieci anni di matrimonio, dopo una terapia prescritta a Napoli da Antonio Cardarelli, Pia rimase incinta di Maurizio, venuto alla luce settimino e dunque già impaziente, con la vita che gli urgeva. Di lì a poco, da rue d’Alger, la famiglia si trasferì in rue de Naples: ancora il destino. Il ragazzo venne su in un ambiente lieto, stimolante, ricostruito di recente dalla figlia Lucia nel libro Italiani e antifascisti in Tunisia alla fine degli anni Trenta (Liguori), con amici di nome Cohen, Barresi Bensasson, e con Loris Gallico, con cui avrebbe poi redatto «L’italiano di Tunisi». Il padre Amedeo lo avrebbe volentieri coinvolto nel suo lavoro, lui invece volle andarsene a Roma, per seguire uno dei suoi grandi amori, la pittura, cui il soggiorno parigino del 1937 avrebbe dato nuova linfa.

Sedotto da Modigliani, Matisse e Picasso, sodale di Moses Levy, Carlo Levi, Mario Mafai, trasferì all’inchiostro di china, al pennello e all’acquerello la sua attitudine a scrutare la realtà. Fondendo politica e pittura nei tanti ritratti di amici come Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Mario Palermo, Renato Caccioppoli. E in verità ben prima, a Tunisi, c’era stata la scoperta dell’altro grande amore, la politica, che nel 1935 lo aveva portato a iscriversi al Partito Comunista Tunisino con un gruppo di amici. Due anni dopo ritroviamo Maurizio Valenzi a Parigi, con l’incarico di collegare il gruppo dei comunisti tunisini al centro estero del Pci, nella redazione de «La Voce degli italiani» diretta da Giuseppe Di Vittorio. Nel 1939 Valenzi è di nuovo a Tunisi, dove incontra Giorgio Amendola e Velio Spano, e alla fine dell’anno sposa Litza Cittanova, con cui condivide passioni di cuore e mente, l’amore per i due figli Marco e Lucia e alla fine anche il carcere, dove la stessa Litza viene reclusa dal luglio al novembre 1942.

Ma il primo incontro pieno e vero di Valenzi con Napoli avviene per decisione del Pci, che lo manda qui a preparare il ritorno di Togliatti dall’Urss. Pagine tra le più belle dei suoi ricordi, raccolti e splendidamente restituiti da Pietro Gargano in C’è Togliatti! (Sellerio). Valenzi vive da protagonista la «svolta di Salerno» e si radica a Napoli, disponibile negli anni a tutta la trafila destinatagli dal partito: è funzionario, consigliere provinciale, poi senatore e infine parlamentare europeo. «Io sono stato tra quelli chiamati a volte riformisti, a volte miglioristi», disse in un’intervista per i novantacinque anni. «E non a caso in un momento in cui eravamo lontani da quelli che siamo ora, io fui eletto sindaco di Napoli». Correva l’anno 1975, sembrò una buccia di banana graziosamente deposta ai piedi della sinistra a due anni dal colera, con la città ancora a pezzi. Anche perché l’elezione avvenne con una maggioranza relativa e le giunte Valenzi, susseguitesi per otto anni, dovettero far conto sull’appoggio esterno della Dc in occasione del voto per il bilancio.

Da qui l’unico vero rimpianto di Valenzi: «Non aver potuto governare la città con una maggioranza stabile». Fu forse il ricordo di quella disparità di condizioni che, sulle prime, indusse Valenzi a guardare con qualche diffidenza all’esperienza di Bassolino all’inizio del primo mandato a sindaco. Allora il vecchio leone non mancò d’indirizzare i suoi strali al secondo sindaco di Napoli venuto dal comunismo: «Al posto suo non mi sarei scapicollato in ascensore con il cardinale per portare i fuori alla statua della Madonna sulla guglia di piazza del Gesù. E nei giorni del G7 non avrei fatto tante moine a Berlusconi», mi disse. Una delle ultime apparizioni in pubblico di Maurizio Valenzi è stata in occasione dei suoi 97 anni, quando a Santa Maria La Nova l’associazione intitolata a un altro sodale, Gaetano Macchiaroli, organizzò una mostra di suoi disegni e dipinti, corredata da un catalogo introdotto da Giorgio Napolitano. Allora lui si fermò a lungo a guardare un suo disegno datato 1979, con una didascalia scritta di suo pugno che diceva così: «Estate a Napoli. Una folla di giovani ascolta al maschio Angioino un concerto di Beethoven interpretato dall’orchestra del San Carlo. Forse vale più di un comizio riuscito».

Per i giudici del Lavoro di Catania Salvatore La Ferlita è un caso che fa scuola: da quattro anni entra ed esce dal Tribunale etneo collezionando sentenze di reintegro al posto di lavoro, ma ogni volta che ritorna in azienda viene licenziato. La sua colpa sta nell’essersi infortunato gravemente al braccio sinistro nel 2004, quando aveva 38 anni e lavorava alla Francesco Ferrara Accardi e Figli, impresa di bitumi e asfalto. Puliva le macchine utilizzate dai suoi colleghi quando un flacone di sostanze chimiche gli si è riversato sul braccio, che non era coperto integralmente dai guanti speciali che si usano per queste mansioni. Risultato: compromessi tendini e tessuti dell’avambraccio; la corsa in ospedale e i ripetuti interventi chirurgici gli costano due mesi in corsia e un danno permanente che gli toglie forza al braccio sinistro.

Il calvario Quanto vale questo infortunio lo stabilisce l’Inail, che valuta l’invalidità lavorativa dell’operaio al 10 per cento. Troppo poco per avere diritto ad un indennizzo, troppo per svolgere gli stessi compiti in azienda. La Ferlita fa ricorso e il giudice stabilisce che l’handicap è del 40 per cento: ha diritto a ricevere dei soldi. Trascorsi sette mesi dall’incidente, l’operaio torna al lavoro e viene accolto con una lettera di licenziamento. Per l’azienda non è idoneo a svolgere l’attività per la quale era stato assunto. Segue fulminea battaglia sindacale corredata dall’intervento della Prefettura e La Ferlita viene riassunto nel giro di una settimana. Stavolta dovrà occuparsi della pulizia dei nastri trasportatori. Incubo finito? Macché, due anni dopo si riparte dal via: l’azienda gli chiede di guidare un mezzo meccanico, ma viste le sue riconosciute difficoltà non può farlo: licenziato. Di nuovo proteste, Prefettura, Tribunale.

Il procedimento d’urgenza, richiesto perché l’operaio mantiene con un solo stipendio moglie e figlio, gli permette di tornare al lavoro dopo otto mesi. L’azienda fa ricorso e lui vince anche l’appello, viene reintegrato ma visto che la sentenza non è coercitiva, viene parcheggiato nella nullafacenza, anche se ha diritto allo stipendio. Diventa così operaio generico. Trascorsi otto mesi l’azienda lo licenzia di nuovo, perché non è adatto neanche a quel lavoro, stavolta a dirlo è anche il medico legale. E allora di nuovo: ricorso, appello e reintegro. Il quarto licenziamento arriva invece con “la soppressione del posto di lavoro”. A nulla sono servite le proteste dei suoi colleghi, due dei quali si sono pure incatenati, e l’appello al gesto di coscienza fatto dalla Prefettura ai datori di lavoro. Oggi le pratiche di Salvatore La Ferlita sono ancora in Tribunale, fanno coppia con i decreti ingiuntivi presentati per ottenere i soldi persi durante i periodi di inattività forzata.

Inail e paradossi Questo è uno dei tanti calvari che ogni anno i lavoratori infortunati affrontano per far valere i loro diritti, lesi dopo un incidente dai datori di lavoro o dalla burocrazia delle Istituzioni. Oggi l’Inail presenta i dati sugli infortuni in Italia, per i quali troppo spesso si perdono il posto o i diritti di riconoscimento e indennizzo dei danni subiti. Anni ad inseguire pratiche e visite mediche, che sovente si traducono in udienze davanti al giudice, con un danno economico anche per l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni. Chiamato, nel caso vinca il lavoratore, a pagare oltre alle indennità le spese legali. Fatto sta che nel 2007 un lavoratore su cinque ha dovuto aprire un contenzioso legale con l’ente per vedere riconosciuti i propri diritti. Lo dice la Cgil, mentre i dati del bilancio sociale dello stesso Inail dicono che nel 2006 su 500mila incidenti più di 100mila sono stati definiti e trattati oltre il termine previsto di trenta giorni. Tempi lunghi anche per le rendite ai superstiti, cioè gli assegni mensili (in attesa degli indennizzi) che spettano ai familiari dei lavoratori morti a seguito di un incidente. Nel 2006 il 29% dei casi (1.186)è stato trattato oltre i tempi previsti (nel 2005 era il 35%).

Ma i paradossi si spiegano meglio con i protagonisti che con i numeri. Prendete Leopoldo Buzzo, napoletano di 42 anni che lavorava all’Italcementi (oggi l’azienda fa parte di un’altra società). A più di dieci anni dall’incidente che lo costringe a fare le pulizie là dove prima era responsabile alle macchine, è in causa con l’Inail. Racconta che l’ultimo giorno disponibile prima di chiudere la sua pratica (cioè dieci anni dopo l’incidente) l’Istituto lo ha chiamato per una visita con la quale gli ha tolto 10 punti di invalidità. Retrocedendo dal 60 al 50% il suo handicap e tagliando da 1.200 euro a 700 il suo indennizzo mensile. Lui però ha le stesse difficoltà di sempre. Certo ha superato le difficoltà psicologiche ma per il resto è uguale. «Perché l’Inail deve risparmiare sulla mia pelle?», domanda.

Aurelio Ciaus, 52 anni romeno, nel 2002 stava lavorando al Mazda Palace (oggi Palasharp) a Milano. Un collega gli ha riversato per errore il materiale ferroso che trasportava col muletto. Gamba rotta e dito amputato, due mesi in ospedale e tre in una comunità. Lavoro perso e indennizzo, dice il lavoratore, “arrivato solo due anni dopo. Settemila euro”.

Mancanza di cultura Volendo fare il punto, Walter Schiavella - segretario degli Edili della Cgil (Fillea), categoria tra le più colpite dagli incidenti anche mortali - individua tre elementi a danno degli infortunati: «I tempi lunghi per gli indennizzi, il riconoscimento delle nuove tipologie di malattie professionali e l’onerosità delle azioni legali, alle quali sono chiamati i lavoratori che non vedono riconosciuti i propri diritti. Cioè quando al danno fisico si aggiunge spesso la beffa». Un problema culturale per il sindacalista, che punta il dito contro la direzione assunta dal governo nei confronti della sicurezza sul lavoro: «Vedi quello che stanno facendo al Testo Unico» e contro le aziende, che «in linea di principio sono d’accordo a rendere i luoghi di lavoro più sicuri, poi però le intenzioni non si traducono in fatti, accordi e misure reali».

Ad di là dei numeri che ci fornirà l’Inail, aggiunge il sindacalista, «è l’assenza di un approccio coerente che rende il fenomeno infortuni ancora più complesso. Penso alla scarsa attenzione che viene data a quegli aspetti che sembrano lontani dal problema, ma di cui in realtà fanno parte. Dall’organizzazione del ciclo produttivo e quindi del lavoro, alle gare d’appalto al massimo ribasso, giocate sui diritti dei lavoratori. Fino ai controlli. Perché è vero che smantellando il sistema di leggi sulla sicurezza smantelliamo diritti. Ma è altrettanto vero che la prevenzione, la formazione, la regolamentazione del mercato e il Testo Unico, sono nulli se non ci sono adeguati controlli ed equilibrate sanzioni”.

Sul tema oggi, contemporaneamente al Rapporto annuale dell’Inail sull’andamento infortunistico, la Fillea-Cgil insieme all’Ires, l’Istituto di ricerca di Corso d’Italia, presenta uno studio sul dopo infortunio. L’obiettivo «è analizzare le conseguenze pratiche e l’impatto psico-fisico sulla vita dei lavoratori infortunati e verificare quale sia il percorso che deve essere affrontato per affermare i diritti e perseguire un efficiente percorso di cura e reinserimento al lavoro».

Il “Piano casa” della Regione Lombardia, come delle altre Regioni, ha origine dall’intesa del 31 Marzo 2009 raggiunta nella Conferenza Stato-Regioni ed Enti Locali promossa dal Governo, che avrebbe dovuto tradurne il contenuto in un decreto-legge entro dieci giorni dalla sottoscrizione dell’accordo: impegno poi non mantenuto anche per dubbi di costituzionalità sull’iniziativa. E’ opportuno peraltro richiamare le finalità e i contenuti dell’accordo per verificare se il progetto di legge regionale li riprenda in modo più o meno coerente.Si tratta, come è noto, di un intervento che si propone il “rilancio dell’economia” allo scopo di “rispondere anche ai bisogni abitativi delle famiglie” introducendo “incisive misure di semplificazioni procedurali dell’attività edilizia”.

In vista di queste finalità, l’intesa Stato-Regione-Enti Locali si è attestata sui contenuti seguenti:

a) interventi di ampliamento della volumetria esistente, entro limiti definiti, ai fini di migliorare “ la qualità architettonica e/o energetica degli edifici”;

b) consentire interventi straordinari di “ demolizione e ricostruzione di edifici residenziali con ampliamento sino al 35%”: anche qui con finalità “di miglioramento della qualità architettonica, dell’efficienza energetica e dell’uso di fonti energetiche rinnovabili“;

c) introdurre forme semplificate di procedure.

Gli interventi sono esclusi nel caso di edifici abusivi, nei centri storicio in aree di inedificabilità assoluta. Spetta inoltre alle Regioni escludere o limitare gli interventi nel caso di beni culturali o nelle aree di pregio ambientale e paesaggistico. Questa disciplina straordinaria avrà durata non superiore a 18 mesidall’entrata in vigore delle leggi regionali.

Il principio sotteso (anche se non esplicitamente dichiarato) è quello che l’attuazione del “piano-casa” avrebbe una capacità di trascinamento sull’economia complessiva, secondo quanto dice anche un vecchio detto popolare.

Senonchè la saggezza popolare andrebbe aggiornata e verificata, confrontandola con i caratteri recenti degli interventi immobiliari nel nostro paese, basati su una crescente aggressività speculativa, senza alcun rispetto non diremo per le esigenze sociali, ma nemmeno per la salvaguardia di quelle preesistenze territoriali che costituiscono un patrimonio di tutti.

Inoltre non si può dimenticare che la crisi finanziaria globale ha avuto, almeno negli Stati Uniti, origini strettamente legate proprio allo sviluppo immobiliare. Infine, come ripetono da tempo gli economisti. l’attività immobiliare è quella che restituisce di meno alla collettività in termini di sviluppo economico, trattenendo invece la più alta percentuale (sino al 50%) alla pura rendita dell’operatore. Basterebbero queste considerazioni per avanzare sospetti sulla efficacia odierna dell’edilizia come motore per un rilancio socio-economico di carattere generale.

Va aggiunto che – per quanto concerne i Comuni – una buona parte di essi attribuisce all’edilizia un ruolo “virtuoso” di aiuto alle proprie finanze mediante i contributi di urbanizzazione. Non si tiene però conto che si tratta di un sollievo momentaneo, giacchè a medio e a lungo termine ogni aumento di densità edilizia in quartieri già costruiti è destinata a portare conseguenze negative sulla qualità della vita dei residenti: aggravando fenomeni già congestivi nelle città medie e grandi che si tradurranno in aumenti, non quantificabili ma ingenti, per le spese comunali da impiegare nei settori dei servizi, della sorveglianza e del traffico, ecc..

In sintesi, favorire oggi l’edilizia al di là di quanto consentono piani regolatori già ora altamente permissivi equivale a rovesciare debiti sulle generazioni future.

3.- Per quanto concerne poi in particolare la Regione Lombardia, già interessata da un’area metropolitana estesa a gran parte delle aree di pianura, con Comuni in cui il consumo di suolo copre già attualmente per percentuali altissime l’intero territorio comunale, significa eliminare in anticipo ogni possibile contenuto pianificatorio alla L.R. 12/05 che soltanto ora comincia ad essere attuata. Significa fra l’altro negare ogni attività istruttoria alla VAS, al piano delle regole e dei servizi dei nuovi PGT, che saranno inutili o partiranno già superati dai fatti. Allo stesso modo diventano inutili gli attuali PRG, se possono essere superati gli indici di densità fondiaria e i rapporti di copertura, addirittura sino al 50%, senza che sia preventivamente verificato il necessario aumento di aree per verde e servizi, che potrebbero essere anche impossibili da reperire. Viene infine ignorata l’autonomia comunale, dato che ai Comuni non è consentito sottrarsi al piano casa, ma solo intervenire con limitati poteri integrativi o modificativi. L’unico potere concreto dei Comuni sarebbe quello di individuare limitate parti del loro territorio dove il piano-casa non si applica; tuttavia, come prevede il 6° comma dell’art. 5, la relativa motivatadelibera del Consiglio Comunale deve essere esercitata entro il termine (dichiarato perentorio) del 15 Settembre 2009 (sic!).

***

Passando ora alle osservazioni di maggior dettaglio sul testo del progetto di legge, si rileva quanto segue, osservando comunque ancora che la “valorizzazione” e “qualificazione” del patrimonio edilizio esistente hanno perso per via anche quelle finalità di miglioramento complessivo che – per quanto generiche e inadeguate – secondo l’accordo Stato-Regione-Enti Locali giustificavano gli interventi di deroga a qualsiasi regola urbanistica. Tali giustificazioni erano – lo ripetiamo – il miglioramento della “qualità architettonica” e di quella energetica, la riqualificazione di aree urbane degradate, oltre alla promessa di risorse straordinarie per l’edilizia residenziale pubblica al fine di “soddisfare il fabbisogno delle famiglie o particolari categorie, che si trovano nella condizione di più alto disagio sociale e che hanno difficoltà ad accedere al libero mercato della abitazione”.

Nel piano casa lombardo, le finalità di ordine sociale sono confinate all’art. 4 del progetto di legge, e previste come “riqualificazione dei quartieri di edilizia residenziale pubblica”, nei quali tuttavia l’intervento diretto degli enti proprietari rimane comunque condizionato alla allocazione di risorse pubbliche straordinarie di cui non è traccia nel testo della Regione, mentre anche l’accordo Stato-Regioni dichiara che il sostegno potrà essere individuato “compatibilmente con le condizioni di finanza pubblica” , che notoriamente non nuotano nell’oro. Risulta però ammesso nei quartieri ERP anche l’intervento dei privati, mediante il convenzionamento di cui agli artt. 17 e 18 del DPT 6 Giugno 2002, N. 380, che ha notoriamente un limitato effetto calmieratore dei prezzi di vendita e delle locazioni, ma certamente non risponde al fabbisogno delle famiglie “che si trovano nella condizione di più alto disagio sociale”. E’ anzi singolare che non si parli mai di edilizia convenzionata per gli interventi di cui agli artt. 2 e 3 del progetto di legge.

Aver confinato le finalità sociali ad una eventuale futura individuazione di risorse per l’edilizia residenziale pubblica ha comunque il pregio di non confondere le idee: confermando che gli interventi di cui all’art. 2 e 3 risponderanno esclusivamente alle regole del mercato, basate di norma su caratteri speculativi, con prezzi elevati e liberi di vendita e locazione. Non risulta nemmeno che gli interventi dell’art. 3 siano limitati, o preferiti, nel caso in cui vengano disposti su “aree urbane degradate” da riqualificare. Di conseguenza le giustificazioni residuali del “piano casa” lombardo rimarrebbero unicamente il miglioramento della “qualità architettonica e/o energetica

Su questi due argomenti, tuttavia, si può obiettare che esiste già ora, per tutte le nuove costruzioni, una rigida normativa per il contenimento di energia, a cui corrisponde un “limitato” premio volumetrico (L.R. 33/07). Cosa accade con il piano-casa? Si sommano i due incentivi? Inoltre è certo che ogni intervento di sopralzo (in questo caso assai più radicale dei sottotetti) è destinato ad alterare negativamente l’architettura originaria (ove esista); certo, non a migliorarla.

ART. 2 – Quali sono le “parti inutilizzate” di un edificio che non abbia destinazione agricola o produttiva? Spazi non affittati, e quindi inutilizzati solo in via temporanea? Alberghi chiusi ? Edifici terziari senza mercato? Non si riesce a capire. L’utilizzo dei seminterrati potrebbe essere opportuno, a patto che gli spazi posseggano le condizioni regolamentari di abitabilità. Nelle aree destinate all’agricoltura, il recupero di parti inutilizzate (ossia di tutte quelle già adibite ad usi connessi al lavoro agricolo) per destinazioni residenziali o ricettive (ma non alberghiere?) avrà come conseguenza la perdita di un immenso patrimonio storico lombardo, ossia quello costituito dalle grandi cascine.

ART. 3. e 5. – L’intervento su abitazioni mono-bifamiliari, del tutto svincolato da esigenze del nucleo familiare che vi risiede, cambierà totalmente l’aspetto e l’impatto urbanistico di interi quartieri, trasformando ville e villette in condomini.

Soprattutto fa paura l’effetto devastante che può conseguire agli interventi previsti dai commi 2, 3, 4 e 5, che ci auguriamo vengano drasticamente rivisti.

Anzitutto sorprende che gli interventi siano ammessi (senza limiti) anche entro i piani territoriali di coordinamento dei parchi regionali, ed egualmente nelle zone con vincolo paesaggistico o comunque di grande pregio ambientale: quali le sponde dei laghi lombardi già oggi a rischio per l’alta permissività di molte amministrazioni comunali.Per quanto attiene ai parchi regionali, la disposizione del 1° comma dell’art. 5 è particolarmente inaccettabile. Si dice espressamente che la deroga alle previsioni del piano del parco deve garantire “il rispetto del codice civile e delle leggi per la tutela dei diritti dei terzi“: come se queste normative si potessero invece disattendere in tutti gli altri casi! Inoltre deve essere rispettato “il paesaggio“; ma come può esserne assicurato il rispetto consentendo contemporaneamente la deroga al piano del parco, che ha la finalità di proteggerlo

Nell’art. 3 (anche qui, in deroga ai principi dell’accordo Stato-Regioni) gli interventi sono ammessi anche nei centri storici per gli edifici residenziali “non coerenti” con le caratteristiche della zona. Cosa significa? Si ricorda infatti, che nei centri storici, gli unici edifici “non coerenti” sono quelli di edilizia recente, che normalmente devono la loro incoerenza alla circostanza di essere più alti, più densi o comunque sproporzionati rispetto al contesto e alla cortina di edifici antichi. Vogliamo dunque premiarli perchè vengono sostituiti con edifici più alti e più densi, al di fuori di qualsiasi rapporto con l’area circostante?

Al 5° comma, l’aumento ulteriore di volumetria per gli interventi che assicurino un “congruo equipaggiamento arboreo” o “giunte arboree perimetrali” non necessita ulteriori commenti; così come al 6° comma, la previsione che gli interventi potranno superare sino al 50% l’indice di densità fondiaria e l’indice di copertura previsti dallo strumento urbanistico è destinato, come già si è fatto cenno, a rendere obsoleto ogni piano regolatore.

Comma 9 – Viene affermato il rispetto della sola normativa antisismica: ciò significa che tutte le altre normative tecniche che non vengono nominate (da quelle impiantistiche a quelle strutturali o a quelle stesse di contenimento energetico) possono essere disattese?

Da ultimo, si ribadisce che il progetto di legge viene imposto ai Comuni, ai quali sono delegati compiti secondari e di efficacia marginale. Non esisterà alcuna possibilità a livello comunale, dopo il 15 Settembre prossimo (ossia praticamente subito, considerato il periodo estivo) di escludere gli interventi su parti del territorio comunale – ad esempio per le aree di grande impatto paesaggistico – o comunque di limitarne la portata.

E’ possibile soltanto che il Comune, sulle istanze o DIA, entro trenta giorni, sottoponga l’intervento singolo a “specifiche condizioni e modalità tecniche”; infine l’art. 2 demanda ai Comuni di “verificare l’eventuale ulteriore fabbisogno di aree pubbliche e servizi”; e inoltre (sempre entro il 15 Settembre 2009) di dare prescrizioni per il “reperimento di spazi per parcheggi pertinenziali e verde“.

Come si deve leggere questa disposizione? Nel senso che, se mancano le prescrizioni entro il termine brevissimo concesso, tutti gli interventi di ampliamento o di sostituzione di edifici sono esonerati dal prevedere, ad esempio, i posti auto di pertinenza obbligatori per legge? E poi, perchè il fabbisogno di aree pubbliche e servizi urbani indotto dalla legge è definito come meramente “eventuale“?.

Se si possono superare sino al 50% gli indici di densità edilizia , ciò significa che – necessariamente - il Comune dovrà aumentare gli standard per la

In Italia, che è il paese con il più cospicuo patrimonio artistico dell’Occidente, «il restauro è un lavoro che possono fare tutti, e che persino tutti possono dirigere, fatto salvo il principio di pagarlo il meno possibile: il che, ovviamente, lo priva di qualsiasi vero contenuto scientifico»: la drastica sentenza è di Bruno Zanardi, che insegna Tecnologie per la conservazione e il restauro all´Università di Urbino.

Il restauro è un settore fra i più delicati nel delicatissimo mondo dei beni culturali. Ma il blocco delle principali scuole di formazione (di cui ha parlato ieri su Repubblica Cinzia Dal Maso) rischia di far disperdere un patrimonio di saperi e di competenze pratiche di cui l’Italia può - oppure poteva, secondo alcuni - vantare meriti indiscussi. Lo stallo delle scuole dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr) e dell’Opificio delle pietre dure aggrava il disordine, nonostante ieri il ministero, in una nota, abbia ascritto a sé e a questo governo il merito di aver avviato una nuova disciplina per il settore: in Italia si diventa restauratori nei modi più diversi, con poca pratica di laboratorio, con poche norme di riferimento e si affidano incarichi, anche molto importanti, a ditte che hanno più competenze edili che artistiche.

Il pericolo, segnala Antonio Forcellino, fra i migliori restauratori italiani (dal Mosè di Michelangelo alla facciata del Duomo di Siena e all’altare Piccolomini nello stesso Duomo), è che sparisca la "bottega", il luogo in cui «si condividono e si imparano quella serie di gesti veloci fatti con il batuffolo bagnato che tolgono lo sporco e che a un certo punto bisogna interrompere perché si è arrivati al colore». Questa tradizione, insiste Forcellino, è messa in pericolo «da una trasmissione fredda del sapere, prevalentemente teorica, accademica, impostata più dagli storici dell’arte che non dai restauratori veri e propri».

L’intero settore è in crisi. La stessa in cui si dibatte tutta la tutela in Italia. Le ultime assunzioni all´Iscr risalgono al 2000 e ormai il più giovane restauratore dell´Istituto ha oltre quarant´anni. Diminuiscono gli stanziamenti e molta parte dell´attività eccellente che vi si svolge è concentrata all´estero. Anche il prestigioso Opificio delle pietre dure versa in cattive acque. «Fino a qualche anno fa i restauratori dell´Opificio erano 160, ora superano di poco i 100», racconta Giorgio Bonsanti, direttore dal 1988 al 2000.

Secondo Forcellino, la crisi del restauro e della formazione dei restauratori in Italia inizia negli anni Ottanta, quando si moltiplicano i luoghi che realizzano corsi. «Chiunque vuole apre una sua scuola: è la deregulation assoluta», insiste Bonsanti. Negli anni Novanta si impara a diventare restauratori anche all’Università, dove però è prevalente la parte teorica. Inoltre, dice ancora Bonsanti, che ora insegna Storia del restauro, «i professori ordinari o comunque strutturati sono pochi, la gran parte sono docenti a contratto».

Il punto più critico è il modo in cui vengono assegnati gli incarichi: i restauri, se superano l’importo di 45 mila euro, devono essere affidati con una gara, per vincere la quale conta di più offrire il massimo ribasso che non la massima competenza. Spiega Carlo Giantomassi, che ha restaurato gli affreschi della Basilica di Assisi e della Cappella degli Scrovegni a Padova: «Ormai tutto è in mano alle imprese edili. Per carità, ce ne sono anche di ottime. Ma non è richiesto che a dirigere il lavoro sia un restauratore. Molte di loro fanno indifferentemente un tratto di autostrada e il restauro di una pieve romanica. Per ottenere la certificazione necessaria a una gara, la cosiddetta S.o.a., è più importante il numero delle betoniere, anziché un curriculum da restauratore». Come Giantomassi, anche Forcellino non partecipa più a gare pubbliche: nessuno di loro sarebbe in grado di vincerle. Giantomassi è in procinto di smettere, Forcellino ha dovuto mandare a casa due preziosi collaboratori.

Le soprintendenze hanno sempre meno soldi per i restauri. Dominano il campo i restauri sponsorizzati da aziende private, molti dei quali benemeriti. Ma le aziende vogliono un ritorno d’immagine, cercano i capolavori. Così può capitare che una singola opera venga restaurata anche più volte e anche quando non ce n’è necessità effettiva. Ma per Zanardi - che ha lavorato alla Colonna Traiana e alle sculture di Benedetto Antelami a Parma - il problema sta proprio nello statuto del restauro. «I restauratori italiani sono stati i migliori del mondo grazie a Cesare Brandi, che osò l’inosabile, cioè far entrare dentro una griglia teorica una materia fino a quel momento di natura pratica. Restaurare significa non intervenire sull’aspetto creativo, ma adottare tecniche che, in seguito, possano essere rimosse senza danneggiare l’opera. L’obiettivo è solo la conservazione dell’oggetto». Da Brandi in poi si è iniziato a viaggiare in discesa, aggiunge Zanardi. E si è cominciati a precipitare, insiste il professore, quando si accantonò il progetto che Giovanni Urbani, direttore per molti anni dell’Iscr, mise a punto nei primi anni Sessanta e che prevedeva «la conservazione programmata del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente», un grande piano preventivo di salvaguardia dei beni culturali. Che, per esempio, avrebbe potuto funzionare nelle zone sismiche, consolidando e facendo quella manutenzione in grado di impedire i disastri dell’Irpinia o dell'Abruzzo.

Meraviglia sarda sotto minaccia: è il Times di Londra che titola così un servizio di Richard Owen sul caso Tuvixeddu, dopo l’iniziativa di denuncia lanciata dal presidente della Provincia Graziano Milia il 17 giugno a Bruxelles, davanti ai giornalisti di tutta Europa. Ripercorsa rapidamente la storia antica e recente del sito archeologico, il Times riferisce della presa di posizione annunciata dal vicepresidente dell’organo consultivo del parlamento europeo Michel Dellebarre, pronto a portare la vicenda di Cagliari all’attenzione della massima assise continentale. L’autorevole quotidiano londinese - che un anno fa aveva parlato di «immondezza» sulla necropoli punico-romana - fa poi riferimento alle numerose denunce di Italia Nostra, che per bocca di Maria Paola Morittu prevede «modifiche consistenti a un paesaggio antico che ha già sofferto molto». Mentre Dellebarre - come riporta il cronista inglese - taglia corto affermando: «Non capisco come qualcuno possa pensare di danneggiare un patrimonio di questo valore». Se il presidente Ugo Cappellacci avverte che sarebbe «un atto criminale distruggre Tuvixeddu» resta aperta, come spiega il Times, la partita fra chi sostiene, come Nuova Iniziative Coimpresa, che sul colle è stato scoperto tutto fin dal 2000 e chi, come l’Avvocatura dello Stato, parla di oltre mille tombe venute alla luce negli anni successivi all’accordo di programma che ha dato il via all’edificazione.

Il referendum non è morto. Gustavo Zagrebelsky non aggiunge la sua voce al coro funebre che accompagna lo strumento di democrazia diretta. Piuttosto, per il giurista ex presidente della Corte costituzionale, sono gli orientamenti politici e le loro ambiguità a influire sul comportamento degli elettori. C’è stato, è vero, un uso strumentale dell’astensione per far fallire i referendum. Ma, in questo caso, se strumentalizzazioni ci sono state, i referendari hanno dato una mano.

Professore, gli elettori non sono andati a votare. La percentuale di voto alle 19 di ieri era intorno all’11 %.

«Non è certo un risultato che possa fare ben sperare i referendari».

Ed è un disastro per l’istituto del referendum.

«Nella campagna i referendari hanno sostenuto due tesi contraddittorie. Forse anche questo ha confuso i cittadini. Se non vanno a votare, forse si sono accorti dell’ambiguità che esiste nella posizione ch’essi hanno sostenuto».

Quale ambiguità?

«Hanno sostenuto due tesi contraddittorie. La loro prima tesi è che dalla eventuale vittoria dei “sì” ai referendum uscirebbe una legge molto migliore dell’attuale: una legge contro gli arbusti o i cespugli, che dir si voglia. Con l’assegnazione del premio di maggioranza alla lista più forte, e non alla coalizione, ci avvieremmo al bipartitismo. In questo caso, dunque, secondo i promotori del referendum – sottolineo: secondo loro; idee diverse sono lecite - l’effetto prodotto sarebbe buono in sé, senza nessun bisogno di riforme elettorali future».

E la seconda tesi dei fautori del sì?

«È che il sistema elettorale attuale è pessimo, e che il sistema elettorale che ne deriverebbe sarebbe, se possibile, ancora peggiore. Quindi – questa la loro tesi – bisogna votare e votare sì per creare, attraverso una legge insostenibile, le condizioni che rendono necessaria una riforma legislativa. Il Parlamento, in altri termini, sarebbe a quel punto costretto a riprendere in mano la situazione, in vista di una nuova legge elettorale. È evidente la contraddizione. Non si può chiedere un voto dicendo contemporaneamente che esso determinerà una legge buona, che non avrebbe nessuna ragione per essere poi modificata, e, insieme, che determinerà una legge pessima, che dovrà poi essere cambiata».

Una legge del tutto diversa non si potrebbe fare, dovrebbe essere comunque nella direzione indicata dal voto referendario.

«Non si può ingannare l’elettore».

C’è stata anche convenienza politica a non fare campagna referendaria e questo ha prodotto scarsa informazione. Il risultato, però, è uno svuotamento del referendum.

«Secondo me, l’istituto referendario non è né riempito né svuotato. Sono sicuro che su questioni vitali e con alternative non ambigue gli elettori avrebbero buoni motivi per impegnarsi. Un problema che le ultime consultazioni referendarie hanno proposto è invece quello dell’astensionismo, in relazione al quorum di validità al 50%. Bisognerebbe trovare il modo di impedirne l’uso strumentale per far fallire i referendum».

In questo caso, le pare che ci sia stato questo uso strumentale?

«Se c’è stato, bisogna aggiungere che i referendari con la posizione ambigua che hanno sostenuto, l’hanno giustificato».

Che l’uomo politico non debba essere vizioso è stato a lungo affermato dalla tradizione, tanto da quella pagana quanto da quella cristiana, attraverso una ricca trattatistica.

Si imponeva al principe, proprio perché fosse un buon politico, l’esercizio delle più comuni forme di moralità: la rettitudine, l’onestà, la mansuetudine, la magnanimità. Virtù umana e virtù civile del principe non dovevano divergere: la loro sconnessione era indizio di decadenza pubblica, non solo di privata malvagità.

È in età moderna che si fa strada l’idea che i comportamenti privati dei politici possano essere irrilevanti politicamente, perché l’esistenza collettiva ha un’intrinseca e autonoma moralità, diversa da quella che riguarda i singoli individui. Così, nella tradizione aperta da Machiavelli e proseguita nella Ragion di Stato, i valori politici sono la sicurezza, la potenza e la gloria dello Stato; si tratta di fini e di ideali che consentono al governante, per realizzarli, comportamenti difformi dalla morale tradizionale; e poiché si chiede all’uomo politico solo il successo, con ogni mezzo, della sua azione politica, la sua vita privata non è più importante.

La distinzione fra morale e politica che così si istituisce è controversa, e viene a volte accettata e a volte respinta tanto dalle culture religiose quanto dal pensiero politico laico. La Chiesa cattolica ha di fatto concesso qualcosa alla distinzione, dato che - pur continuando ad affermare che la politica si fonda in ultima istanza sulla morale - ha rifiutato di far dipendere la legittimità di un uomo politico dalla moralità dei suoi comportamenti privati (fino a quando non fanno scandalo pubblico); mentre al contrario nel mondo protestante - meno nel luteranesimo e più nel calvinismo - si è lottato contro la corruzione e la peccaminosità dei principi, e si è preteso da loro, come da tutti i fedeli (ossia da tutti i cittadini), una linearità di comportamento morale che non distinguesse fra pubblico e privato. Certamente, ne sono nati fanatismi e ipocrisie, cacce alle streghe e conformismi; ma ne è nata anche l’attitudine delle pubbliche opinioni a chiedere conto ai potenti della loro integrità personale oltre che della loro capacità politica. Secondo uno stile che si è affermato pienamente negli Usa, un popolo di uomini liberi ha l‘orgoglio di non farsi governare da politici corrotti.

Pare a molte delle culture politiche europee liberali che questo sia moralismo politico, per quanto di orientamento democratico. E quindi la tradizione liberaldemocratica tiene ferma la distinzione fra morale e politica, poiché crede nella separazione fra privato e pubblico; e auspica tanto dall’uomo politico quanto dal semplice cittadino il rispetto della morale (di una delle molte possibili morali) nei comportamenti privati, mentre esige che la conformità alla legge (che incorpora inevitabilmente diffuse credenze morali, ma che con la morale non coincide per nulla) sia la regola dell’agire pubblico di chiunque. Mentre le violazioni della morale sono faccende private (di privacy), rispetto alla legge sono concesse agli uomini politici (non ai semplici cittadini) deroghe e eccezioni, segreti e opacità, ma in misura molto limitata e esclusivamente per il superiore interesse della cosa pubblica.

Tutto chiaro, dunque? La liberaldemocrazia europea ha risolto la millenaria questione del rapporto fra morale e politica privatizzando la morale e giuridificando la politica? Per nulla. Infatti, come è assurdo immaginare una democrazia viva e vitale in una società di persone rispettose della legge ma tutte e sempre moralmente abiette, così è impensabile che un grande governante sia anche radicalmente e sistematicamente immorale nella vita privata. In realtà è evidente che la liberaldemocrazia per essere vitale deve negare tanto la piena sovrapposizione fra politica e morale quanto la loro totale separatezza, tanto il moralismo quanto il cinismo, e deve esigere che fra politica e morale si istituisca una qualche relazione. Questa - non formalizzabile in norme di legge eppure, per una sorta di istinto, chiara alle pubbliche opinioni informate - consiste in una sorta di analogia, ovvero in una vicinanza o almeno in una non radicale contrapposizione, fra il modo in cui un uomo di potere tratta coloro che gli sono vicini (la sua morale) e il modo in cui governa i cittadini, e risponde a loro (la sua politica). La legittimazione dei leader, insomma, non sta solo nell’aver vinto le elezioni, ma nel saper rispettare in ogni circostanza e in ogni momento il fine ultimo - politico e insieme morale - della democrazia, l’ethos democratico: la libertà degli individui, la dignità dei cittadini, l’umanità delle persone. Decadenza c’è quando di questa analogia - civile, e non fanatica - né i politici né i cittadini sentono la necessità.

La notte del 4 novembre scorso, mentre più o meno tutto il mondo faceva la spola fra la tv, internet e Twitter scrutando proiezioni e risultati fino al discorso della vittoria del primo afroamericano eletto presidente degli Stati uniti, Silvio Berlusconi riceveva Patrizia D'Addario a palazzo Grazioli. Nel "letto grande" per la precisione, dopo una bella doccia e avvolto in un accappatoio. Snobismo e menefreghismo, o senso di sconfitta e bisogno di consolazione? Come tutto nella vita di Berlusconi, anche questa coincidenza sta sul confine fra il ridicolo e il tragico. Più tragica che ridicola, se si somma al fatto che quella notte il premier rapito da Eros mancò senza spiegazioni la serata ufficiale organizzata a Roma dalla Fondazione Italia-Usa. Più ridicola che tragica, se tanta strafottenza di allora si paragona alla postura non propriamente eretta in cui le telecamere della Casa bianca lo hanno immortalato pochi giorni fa - senza i trucchi delle tv di regime italiane - nello Studio ovale della Casa bianca, in cerca di un cenno di benedizione del Messia nero che lo tirasse fuori per un giorno dalla melma che lo sommerge.

Imprevedibili rovesciamenti della storia, ai quali uno come Berlusconi, che ancora trova la faccia di raccontare barzellette in cui Dio deve accontentarsi di fare il suo vice, non riesce a rassegnarsi. Un altro imprevedibile rovesciamento vuole, ohibò, che le donne parlino: mogli o escort, madonne o puttane, ragazze madri o ragazze squillo, prima o poi danno fiato alla voce e lo tradiscono, per motivi nobili, come denunciare il sistema di intrattenimento del sultano, o meno nobili, come vendicarsi per non aver ricevuto dal sultano l'aiuto sperato per una speculazione edilizia. Mogli o escort, le donne sono pur sempre, diceva il filosofo, "l'eterna ironia della comunità". Quando meno te l'aspetti strappano il velo. Il re è nudo, questa volta alla lettera.

Berlusconi non è l'unico a fare l'incredulo di fronte al tifone che lo sta travolgendo, al quale replica di puntata in puntata con il suo alquanto ebete "che male c'è?". Sono increduli i suoi, che seguitano a demolire le testimoni dando loro ora della velina ingrata ora della puttana, ripetendo pateticamente l'argomento ormai risibile della privacy violata, farneticando di complotti internazionali e di servizi deviati pur di non ammettere che il castello di carte dell'incantesimo berlusconiano sta crollando su se stesso. Ma sono increduli anche nell'opposizione, che a sua volta immagina trame e disegni imperscrutabili pur di non dare al tifone in corso la dignità di un caso politico di prima grandezza.

Agli uni e agli altri, bisognerebbe ricordare i fiumi di parole impiegati solo pochi anni fa per legittimare la guerra in Afghanistan con l'argomento che "lo stato di salute di una civiltà si misura dal rapporto fra i sessi": quella misura non vale da noi? Vale in guerra e non in pace? Vale a Oriente e non a Occidente? Che cosa dice dello stato della nostra civiltà questo mercimonio sessuale organizzato dal potere, dai servi del potere come i Tarantini e dalle mediatrici del potere come le Ronzulli? Che cosa dice dell'emancipazione e della libertà femminile, ma ancor prima dello stato del mercato del lavoro e dell'economia, la fredda professionalità con cui Barbara Montereale svolge le sue prestazioni e contratta i suoi compensi di "ragazza immagine" e la glaciale prudenza con cui Patrizia D'Addario registra le sue performance da escort? Che cosa ci dice dello stato culturale della nazione l' oscillazione dei giornali di destra fra la monumentalizzazione dell'"organo incostituzionale" (sic, su Libero) del premier e l'alibi del suo intervento alla prostata? O l'imbarazzato silenzio dell'opposizione che per non correre rischi non parla e non giudica, confidando che la giustizia faccia il suo corso senza scomodare la politica?

"Induzione alla prostituzione" è una faccenda seria, tanto seria che i più seri opinion maker vicini a Berlusconi lanciano l'allarme. Checché ne dica l'avvocato Ghedini, il problema non è se il premier sia perseguibile penalmente come "ultimo utilizzatore", ma se sia perseguibile politicamente come primo mandante di un sistema che è parte costitutiva della sua macchina di potere e di consenso. La questione forse è giudiziaria, certamente è politica. La maggioranza può fingere di ignorarlo e continuare a predicare, come un gregge di replicanti, che Berlusconi ha dalla sua il voto popolare e solo questo conta in democrazia. L'opposizione invece non può glissare e aspettare che sia la procura di Bari o un'altra a risolvere il problema. Silvio Berlusconi non cederà il passo a nessuna soluzione d'emergenza istituzionale al ciclone che forse non lo farà arrivare neanche al G8: come nel Caimano, ricorrerà a ogni mezzo lecito e illecito e si appellerà al popolo prima di dichiararsi sconfitto. Se è questa la stretta che si profila, sarà bene prepararsi a combattere, quantomeno con un discorso di verità più forte del suo reality corrotto.

I giorni che stiamo vivendo dentro la sfortunata Repubblica Italiana, oscurata da quasi tutte le televisioni e disinformata da quasi tutti i giornali (anche se si intravedono le prime crepe nella diga che fino ad ora ha trattenuto e nascosto il liquame del regime) sono talmente vergognosi da renderci prigionieri di un dilemma: o parli solo del "casino Italia" come ha opportunamente intitolato Libero, o parli d’altro. Per esempio della folla esasperata di cittadini dell’Aquila e dell’Abruzzo che hanno sfidato la militarizzazione imposta alla città dai pasdaran della Protezione civile e sono venuti a Roma, davanti al Parlamento a dire la verità. Ovvero la loro vergogna e il loro imbarazzo per essere stati visitati e intrattenuti, a fari accesi e sotto le telecamere, da un finto capo del governo che in realtà era un abile imitatore e anzi, presumibilmente, un nemico giurato del buon governo. Quando si sono accorti del falso, dopo mesi di vita impossibile nelle tende gelate di notte, invivibili nella pioggia e roventi di sole, una specie di Guantanamo venduto per salvezza, sono venuti a Roma in cerca di verità. Non l’hanno trovata. Anche nei palazzi del potere, anche quando non ci sono feste indecorose a pagamento, non c’è il vero capo del governo, uno che accorre quando deve, promette quel che può, e mantiene subito e con rigore le promesse. C’è solo, lontano, incapace, furibondo e distratto "come uno che non sta bene" (fonte: Veronica Lario) l’attore che promette tutto e non sa mantenere niente.

Questo giornale ha dato ai lettori la cronaca di ciò che è accaduto davanti a Montecitorio, di quella folla costretta a rendersi conto della beffa subita dal governo, e dunque dallo Stato italiano, nel peggior momento della loro vita, uomini e donne, giovani e non giovani, che prima, nella loro vita, si erano dedicati alla famiglia, al lavoro, alle professioni, costretti adesso a sfilare con cartelli e striscioni come se esigessero un di più mentre denunciavano il niente. In quelle stesse ore, dentro Montecitorio, si celebrava l’altra parte della vergogna: una maggioranza parlamentare muta e succube di un governo che si occupa di trasporti per feste ma non di terremotati, e che tranquillamente promette la luna, tanto è un argomento di canzoni, non di politica. La vergogna era questa: la legge in discussione era per "Gli interventi urgenti in Abruzzo" e mancava di tutto. Mancava di soldi, di progetti, di idee, aveva saltato interi settori di attività essenziale (le scuole) e interi blocchi di cittadini, i cosiddetti proprietari di "seconde case" che non saranno ricostruite benché siano al secondo e al quarto piano dell’edificio la cui ricostruzione è teoricamente prevista. Non fissava date e non garantiva scadenze.

Tutta l’opposizione (Pd, Italia dei valori, Udc) si è impegnata, emendamento dopo emendamento, a riempire le inaccettabili omissioni, le inspiegabili incompetenze, a correggere l’ovvia e offensiva inutilità della legge. Lo spettacolo triste, durato per tre giorni, è stato il silenzio disciplinato della maggioranza di governo, uomini e donne solitamente vivi e aggressivi ridotti a una assemblea ottusa che non ascolta, non vede, non decide. Ha già deciso il governo. E così, come se questo fosse l’ultimo Parlamento, come se nessuno di questi parlamentari avesse un dopo in cui rendere conto e un elettorato che vorrà sapere, ogni emendamento dell’opposizione, per quanto utile e necessario è stato respinto, anche se diceva che non c’è più università, che è urgente ricostruire la Casa dello studente, che l’ospedale va rimesso in grado di funzionare, che dopo un simile terremoto è assurdo e impossibile distinguere fra prime e seconde case, che i soldi non bastano per cominciare, che occorrono date certe della ricostruzione, fasi realistiche, dati veri, sia per buona organizzazione sia per dare speranza.

Lo spettacolo di ciò che è accaduto dentro Montecitorio, mentre fuori una folla di cittadini normali e per bene, è costretta a gridare la sua indignazione, era anche più desolante. Una parte sorda, cieca e muta del Parlamento taceva, evitava ogni confronto, si auto-proibiva qualunque discussione, respingeva in silenzio anche le proposte ispirate a esperienza, mitezza, buon senso. Il governo dello spettacolo aveva già fatto la sua tournée all’Aquila. Sta preparando, a carico dei disperati cittadini dell’Aquila il nuovo mega-spettacolo del G8. I parlamentari del partito di governo sono stati declassati a loggione. Tacciano, ignorino, lascino lavorare chi sa fare spettacolo. L’ultimo Parlamento ha abbassato la testa in segno di umile assenso.

Per fortuna non tanti nell’opposizione pensano ancora che sia estremista dire "no". In tanti si rendono conto, finalmente, che "no" è l’unica risposta possibile.

«Berlusconi ha dato l'input presentando il suo pacchetto sull'edilizia, non potevamo rimanere passivi. Così abbiamo legiferato dal basso». Paolo Di Vetta, portavoce dei Blocchi Precari Metropolitani, è uno dei promotori, insieme agli altri movimenti per la casa capitolini (Coordinamento di lotta, Action, Comitato e Asia Rdb), della proposta di legge «sul diritto all'abitare» presentata ieri all'ex teatro Volturno di Roma. Sotto gli occhi degli assessori regionali Luigi Nieri e Mario Di Carlo.

Come è nato il percorso?

Prima erano coinvolti solo i movimenti e comitati di quartiere poi si sono aggiunti urbanisti e architetti. La nostra non è solo una proposta sull'emergenza abitativa ma parla di una nuova idea di città, intesa come bene comune.

Cosa avete proposto alla Regione?

Il ritorno del pubblico. Chiediamo che la giunta costruisca 100mila alloggi di edilizia sovvenzionata e che destini una somma non inferiore a 1,3 miliardi di euro per programmi mirati al diritto all'abitare. Poi, tra le proposte, ci sono il recupero del patrimonio dismesso e il vincolo per la realizzazione di nuove cubature edilizie solo alle aree nelle quali esistono già opere di urbanizzazione.

L'incontro com'è andato?

Il giudizio è positivo. Sia Di Carlo che Nieri hanno valutato seriamente la proposta di legge d'iniziativa popolare prendendo sul serio soprattutto l'impianto. Qualche attrito con Di Carlo è nato sulle vendite delle case popolari, scelta che lui vuole perseguire. Ma a fronte di una situazione in cui non vengono costruiti alloggi, mettere in vendita il poco patrimonio pubblico esistente è criminale.

Cartolarizzazioni, housing-sociale, svendita del demanio pubblico... l'emergenza casa in questi anni è stata sempre delegata ai privati.

La rendita fondiara è un potere forte che sta ingabbiando la politica e ha modificato la governance. Il loro interesse a speculare prevale su tutto. Con il gioco delle new-town che si ripete: il pubblico mette l'area, il privato porta i soldi e i palazzinari costruiscono con grandi profitti. Il prodotto finale guarda solo ad inquilini solvibili che si possono permettere di pagare 500-600 euro al mese. Prima di nuovo cemento, di cui una parte rimane inutilizzato, esigiamo il recupero degli immobili esistenti. Sia pubblici che privati. La casa è un pezzo importante del reddito di una persona, lo pretendiamo a scapito della rendita.

Non credi che Veltroni abbia aperto la strada ad Alemanno lasciando Roma con un piano regolatore che di fatto regalava la capitale agli speculatori?

Non proprio. Veltroni ha di certo sottovalutato il problema casa e sopravvalutato i "furbetti del quartierino" facendo prevalere i loro interessi. Alemanno invece porta avanti, in maniera ambigua, un ragionamento sociale. A parole si dimostra sensibile e promette alloggi popolari. Nei fatti, a differenza del minimo tentativo di Veltroni, non ha un piano. Come se non capisse l'emergenza. C'è una fascia di persone che non riesce ad accedere né al mercato dell'affitto né a quello delle vendite. E gli ultimi dati sugli sfratti parlano di proprietari che, non fidandosi più del pagamento, decidono preventivamente di rescindere il contratto.

E il governo nicchia sugli sfratti.

Stiamo arrivando alla fine della proroga per le categorie protette. Dopo la situazione sarà esplosiva, a Roma e non solo. Per questo i movimenti lanciano una campagna radicale per il blocco degli sfratti. Ci vediamo nella città.

Nota: sul medesimo tema si veda qui anche l'articolo di Eddyburg per Carta (f.b.)

E’ comprensibile che i promotori di un referendum, tra i quali anche Angelo Panebianco, difendano la propria creatura. Premetto che userò le dizioni Porcellum 1 e Porcellum 2 perché i due testi sono molto simili. Il primo è quello di Calderoli e quindi la legge in vigore, il secondo è il testo Guzzetta- Segni. Chi voterà Sì al referendum approva il Porcellum 2; chi voterà No preferisce restare con il Porcellum 1. Ciò premesso vengo all’articolo di Panebianco del 13 Giugno.

Il suo primo rilievo è che il Porcellum 1 non contiene nessun anticorpo contro un futuro eventuale ritorno della frammentazione partitica; ma in verità contiene lo stesso sbarramento del 4% che ritroviamo nel Porcellum 2. E sta di fatto che oggi i partiti che hanno superato questo sbarramento sono soltanto cinque. Se dovessero tornare a salire non sarà perché glielo impedisce il Porcellum 2. E sul punto a Panebianco sfugge che il premio di maggioranza assegnato da entrambi i Porcelli alla più forte minoranza fa sì che per i partiti senza premio il costo in voti di un seggio diventa più alto. Nel 1983 il costo di un seggio ai Comuni è stato per i Laburisti di 40.000 mentre per i liberali è stato di 400.000 voti. Questo è un caso limite, ma illustra il problema. Se, per esempio, Berlusconi conquistasse il premio con il 35% dei voti a lui spetterebbe il 55% dei seggi, mentre il 65% dei non premiati si dovrebbe dividere il 45% dei seggi restanti.

Panebianco riprende poi l’argomento che anche i sistemi uninominali trasformano una minoranza di voti in una maggioranza di seggi. A parte importanti differenze, mi sfugge perché i difetti del sistema inglese dovrebbero giustificare i difetti (aggravati) dei Porcelli. Infine conclude che «è sbagliato giudicare i sistemi elettorali alla luce dì preoccupazioni politiche contingenti». Con questa logica si potrebbe giustificare anche la legge Acerbo del 1923. E il fatto è che da entrambi i Porcelli non risulterà nessun sistema bipartitico, ma invece un sistema a partito predominante nel quale lo stesso partito governa da solo e senza alternanza per decenni (in altri casi anche dai trenta ai cinquant’anni).

Restano due quesiti. Primo, qual è la differenza tra Porcellum 1 e Porcellum 2. Oramai è minima. Nel primo il premio di maggioranza è previsto per una coalizione di liste, mentre nel secondo viene riservato a una sola lista. Quando i referendari proposero questa variazione la differenza era importante. Oggi è pressoché irrilevante. Perché anche se restasse in vigore il Porcellum 1, nulla impedisce a Berlusconi di presentarsi da solo. Secondo quesito: perché mai Franceschini si batte a oltranza per il Sì? Secondo Sergio Romano, siccome la legge Calderoli è pessima «il Sì avrebbe il vantaggio di costringere il parlamento ad approvare una nuove legge elettorale». Ma perché mai? Per Berlusconi il Porcellum 2 va strabene, è già operativo, e lui controllerà la maggioranza assoluta. Nessuno lo potrà costringere a nulla.

Io non ho mai raccomandato di non votare. Ma questa volta siamo chiamati a scegliere tra la padella e la brace. E se il referendum passerà avremo in ogni caso una pessima legge elettorale che ottiene il rinforzo di legittimità della volontà popolare. Se invece fallirà si potrà sostenere che gli italiani hanno dimostrato di non volere né il Porcellum 1 né il Porcellum 2. Il che lascia aperto un barlume di speranza.

Mi accade di frequente di incontrare conoscenti e amici che si mostrano stupiti per il fatto che i dirigenti del Partito democratico nonostante le considerazioni critiche, le perplessità e le obiezioni emerse nel loro stesso partito, continuano a pronunciarsi a favore dell'imminente referendum elettorale del 21 giugno, che in caso di approvazione assegnerà, in future elezioni politiche, il 55 per cento dei seggi in Parlamento alla lista di partito (e non più alla coalizione) che ottenga il primo posto anche con una sia pur limitata maggioranza relativa, inferiore al 50 per cento dei voti.

Lo stupore è comprensibile perché nella situazione attuale è chiaro, alla luce dei risultati sia delle europee come delle amministrative, che a garantirsi quel premio di maggioranza sarebbe il partito di Berlusconi, che anche soltanto ripetendo il 35 per cento delle europee si assicurerebbe la maggioranza assoluta al Senato e alla Camera. Ma c'è un chiaro fondamento dietro questa posizione dei dirigenti democratici: è la scelta della logica del sistema politico bipartitico. Del resto questa scelta fu già compiuta in occasione delle ultime elezioni politiche: quando Walter Veltroni impegnava il Pd a «correre da solo», senza dubbio ottiene di assorbire, sulla base del «voto utile», una parte rilevante dei voti delle minori formazioni di sinistra, ma al prezzo di annullare totalmente la rappresentanza parlamentare della sinistra più radicale e di spalancare la strada a una massiccia vittoria della destra berlusconiana.

Questa scelta di Veltroni viene ribadita oggi dai suoi successori: con la consapevolezza - c'è da ritenere - che la prima volta a cogliere il premio di maggioranza sarà Berlusconi; ma col calcolo (ipotetico) che intanto il Pd potrà rafforzarsi a spese delle altre forze di sinistra e di centro sinistra e che prima o poi, in base alle probabilità dell'alternanza, potrà giungere finalmente ad affermarsi come il primo partito.

Ciò che in ogni caso la logica dell'adozione di un sistema bipartitico non può nascondere è che, intanto, la conseguenza immediata di una vittoria del referendum sarà un netto peggioramento della già brutta legge elettorale oggi vigente (il «porcellum») dando vita ad una legge che sarebbe peggiore anche della tanto criticata legge truffa del 1953 (che richiedeva, per l'assegnazione del premio, il superamento del 50 per cento dei voti): e che sarebbe invece assai simile alla legge Acerbo con la quale il fascismo, dopo la marcia su Roma, si assicura il controllo assoluto anche del Parlamento e quindi i pieni poteri.

È comprensibile che il riferimento a questi precedenti e il richiamo ai propositi di stravolgimento della Costituzione già più volte enunciato dall'attuale premier suscitino non poco imbarazzo anche nel Pd: un imbarazzo che i dirigenti cercano (o si illudono) di dissipare sostenendo che in ogni caso l'approvazione del quesito referendario non significherà l'adozione di una soluzione predeterminata, ma solo l'abrogazione della legge attuale e che poi si potrà discuterne, in Parlamento, una nuova, magari una legge proporzionale con sbarramento sul modello tedesco, o con voto a doppio turno, sull'esempio francese. Questa tesi è del tutto infondata, anzi è di fatto una menzogna. Infatti, come già si dimostrò chiaramente quando agli inizi degli anni novanta si discusse il referendum Segni se la Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il nuovo quesito referendario è perché esso, abrogando alcune norme della legge vigente, indica però con chiarezza le linee essenziali della normativa da adottare: non crea, cioè, un vuoto legislativo che sarebbe, tanto più in una materia estremamente delicata come quella elettorale, del tutto inammissibile. Se invece si pretendesse di dare alle indicazioni del referendum un valore non vincolante circa la soluzione legislativa da adottare, si ripeterebbe in modo farsesco la discussione che già si svolse quando nel 1992 il Pds, di cui era segretario Achille Occhetto decise di sostenere il referendum Segni per l'introduzione del sistema maggioritario, pretendendo però che il Parlamento potesse poi varare una legge diversa da quella che risultava dal quesito referendario approvato.

A quel tempo l'autore di questa nota era membro di diritto, a doppio titolo, degli organi dirigenti (direzione e segreteria) del Pds: sia perché presidente del Consiglio nazionale di garanzia istituito dal congresso, sia perché eletto, successivamente, anche presidente del gruppo parlamentare del Senato. Ritengo perciò doveroso dare testimonianza della discussione che in quell'occasione si svolse, sostanzialmente analoga a quella di oggi nel Pd. Anche allora infatti di fronte alle critiche alle insidie per la democrazia presenti nel sistema maggioritario quale sarebbe emerso dal referendum Segni, i maggiori dirigenti del partito, a cominciare da Occhetto, sostenenero che con l'approvazione del quesito referendario si apriva solo la strada dell'approvazione di una nuova legge elettorale, ma che le linee e i contenuti di questa legge sarebbero stati decisi nel dibattito parlamentare.

Ricordo che, insieme al comitato per il «no al referendum», mi affannai per cercare di chiarire nelle riunioni della segreteria e della direzione, che quella libertà di scelta non ci sarebbe affatto stata, perché il quesito referendario disegnava un ben preciso sistema maggioritario, quello che derivava dall'abrogazione di alcune norme della legge allora vigente per il Senato: e questa indicazione sarebbe stata vincolante, come diceva la giurisprudenza della Corte Costituzionale, anche per la definizione da parte del Parlamento delle norme elettorali sostitutive di quelle in vigore abrogate dal referendum. Tutte le nostre argomentazioni furono però respinte benché sostenute da tanti costituzionalisti. Il referendum Segni fu così approvato col voto determinante degli elettori del Pds: ma quando si giunse alla discussione in Parlamento per varare una nuova legge elettorale secondo le indicazioni del referendum, tutti i tentativi di proporre una nuova legge ispirata al modello francese o a quello tedesco furono vani, perché giudicati in contrasto con le indicazioni del quesito referendario. Si giunse così al «mattarellum», che è all'origine anche della legge ora vigente e che in questi anni ha avuto tanto peso nel favorire quel degrado politico e istituzionale in senso populistico-plebiscitario che ha portato all'affermazione del berlusconismo.

Ho voluto richiamare questi precedenti per evitare che si ripeta un analogo errore; e perché soprattutto ne tengano conto quegli elettori (compresi certamente molti simpatizzanti del Pd) che non vogliono una legge elettorale che costituirebbe una porta spalancata per un pieno successo di Berlusconi e che favorirebbe una ulteriore degenerazione di fatto del nostro sistema costituzionale nel senso di una crescente preminenza del potere esecutivo sulle assemblee rappresentative, preminenza eventualmente rafforzata anche con modifiche costituzionali in senso presidenzialista, o con l'istituzione del cosiddetto «premierato forte», che fra l'altro darebbe al presidente del Consiglio il potere effettivo di provocare lo scioglimento delle Camere.

C'è una sola strada per evitare che, col referendum, si aggravi una situazione che, in Italia, è già carica di incognite e di pericoli: è appunto la strada, prevista dalla Costituzione, della bocciatura del referendum (possibile anche qualora ci si rechi a votare per un ballottaggio, dichiarando al seggio di non voler partecipare alla consultazione referendaria e non ritirando perciò le relative schede) attraverso la non partecipazione al voto, in modo che non si raggiunga il 50 per cento dei votanti.

Una vita disordinata spinge sempre di più e sempre più in basso la leadership di Silvio Berlusconi. In un tunnel da cui il premier non riesce a venir fuori con decoro. Nel caleidoscopio delle verità rovesciate le ugole obbedienti accennano al consueto e oggi inefficace gioco mimetico. Creano "in vitro" un nuovo "caso" nella speranza che possa oscurare la realtà. S’inventano così artificialmente un "affare D’Alema" per alzare il polverone che confonda la vista. Complice il telegiornale più visto della Rai che, con la nuova direzione di un dipendente di Berlusconi, ha sostituito alle pulsioni gregarie di sempre una funzione più schiettamente servile. Dicono i corifei e il Tg1: è stato lui, D’Alema, a parlare di possibili «scosse» in arrivo per il governo, come sapeva dell’inchiesta di Bari? Il ragionamento di D’Alema era con tutta evidenza soltanto politico. Chiunque peraltro avrebbe potuto cogliere lo stato di incertezza e vulnerabilità in cui è precipitata la leadership di Berlusconi che vede diminuire la fiducia che lo circonda a petto del maggiore consenso che raccoglie non lui personalmente – come ci ha abituato da quindici anni a questa parte – ma l’offerta politica della destra. Legittimo attendersi che quel nuovo equilibrio – inatteso fino a sette settimane fa, fino alla sua visita a Casoria – avrebbe prodotto ai vertici di quel campo un disordine, quindi un riassestamento. In una formula, sussulti, tensioni, una nuova stabilità che avrebbe ridimensionato il gusto del plebiscito, un cesarismo amorfo che, come è stato scritto qui, ha creduto di sostituire «lo Stato con un uomo, il governo con il comando, la politica con il potere assoluto e carismatico». Era questa idea di politica, questa fenomenologia del potere che, suggeriva D’Alema, riceverà presto delle «scosse» e gli esiti potrebbero essere drammatici.

Vediamo come questa storia trasmuta nella propaganda che manipola e distrae, ora che salta fuori come a Palazzo Grazioli, dove garrisce al vento il tricolore degli edifici di Stato, siano invitate per le cene e le feste di Berlusconi donne a pagamento, prostitute. Le maschere salmodiano la solita litania: l’opposizione, e il suo leader, più le immarcescibili toghe rosse di Magistratura democratica aggrediscono ancora il presidente del Consiglio. Ma è così? I fatti fluttuano soltanto se la memoria deperisce. Se si ha a mente che è stato il ministro Raffaele Fitto, per primo, a suggerire che Berlusconi poteva essere coinvolto a Bari in un’inchiesta giudiziaria, si può concludere che non D’Alema, ma il governo sapeva del pericolo che incombeva sul premier e oggi lo rovescia in arma contro l’opposizione e, quel che conta di più, in nebbia per abbuiare quel che tutti hanno dinanzi agli occhi: Berlusconi è pericolosamente – per il Paese, per il governo, per le istituzioni, per i nostri alleati – vulnerabile. Le sue abitudini di vita e ossessioni personali (qual è il suo stato di salute?) lo espongono a pressioni e tensioni. A ricatti che il capo del governo è ormai palesemente incapace di prevedere e controllare, come ha fatto sempre in passato immaginando per se stesso un’eterna impunità.

È soltanto malinconico il tentativo del presidente del Consiglio e degli obbedienti corifei di liquidare questo affare come «spazzatura», come violazione della privacy presidenziale. Se il presidente riceve prostitute nelle sue residenze private diventate sedi del governo (è così per Villa Certosa e Palazzo Grazioli), la faccenda è pubblica, il "caso" è politico. Non lo si può più nascondere sotto il tappeto come fosse trascurabile polvere fino a quando ci sarà un giornalismo in grado di informare con decenza il Paese. Di raccontare che la vulnerabilità di Berlusconi è ormai una questione che interpella la credibilità delle istituzioni e minaccia la sicurezza nazionale. Quante sono le ragazze che possono umiliare pubblicamente il capo del governo? Dove finiscono o dove possono finire le informazioni – e magari le registrazioni e le immagini – in loro possesso? Da sette settimane (e a tre dal G8) non accade altro che un lento e progressivo disvelamento della vita disordinata del premier e della sua fragilità privata che si fa debolezza e indegnità della sfera pubblica.

La festa di Casoria; le rivelazioni degli incontri con Noemi allora minorenne che lo costringono a mentire in tv; i book fotografici che gli vengono consegnati per scegliere i "volti angelici"; la cerchia di prosseneti che gli riempie palazzi e ville di donne a pagamento; migliaia di foto che lo ritraggono, solo, circondato da decine di ragazze di volta in volta diverse; i ricordi imbarazzati e imbarazzanti di capi di Stato che gli hanno fatto visita. E ora, svelata dal Corriere della Sera, anche la confessione di una donna che è stata pagata per una cena e per una notte con in più la promessa di una candidatura alle Europee e poi in consiglio comunale.

La storia può essere liquidata, come fa l’avvocato Ghedini, dicendo Berlusconi comunque non colpevole e in ogni caso soltanto «utilizzatore finale» come se una donna fosse sempre e soltanto un corpo e mai una persona? Che cosa deve ancora accadere perché la politica, a cominciare da chi ha sempre sostenuto la leadership di Berlusconi, prenda atto che il capo del governo è vittima soltanto di se stesso? Che il suo silenzio non potrà durare in eterno? Che presto il capo del governo, trasformatosi in una sola notte da cigno in anatra zoppa, non è più la soluzione della crisi italiana, ma un problema in più per il Paese. Forse, il dilemma più grave e più drammatico se non si riuscirà a evitare che la crisi personale di una leadership divenga la tragedia di una nazione.

Trascorrono gli anni, in Italia sono cambiate tante cose, ma un problema resta sempre lo stesso nella sua drammaticità: il rischio per molte famiglie di subire lo sfratto dall’abitazione. Anzi, gli ultimi dati statistici fotografano un espandersi dell’emergenza, se è vero che nel 2008 le richieste di esecuzione sono aumentate di oltre il 25%, salendo a quasi 140.000. E le cifre, denunciano i sindacati, sono solo provvisorie e destinate ad aumentare viste le difficoltà attraversate dai lavoratori in tempi di crisi mentre l’ormai pluriennale tendenza al rincaro degli affitti non accenna a fermarsi nonostante la recessione economica.

In base ai dati preliminari diffusi dal ministero dell'Interno l’anno passato su un totale di 51.390 nuove sentenze di sfratto (+17,14% sul 2007), la maggioranza assoluta, oltre 40.600, sono state per morosità. Le richieste di sfratto presentate dagli ufficiali giudiziari alla forza pubblica per eseguire gli sfratti sono state 138.040, con un aumento rispetto al 2007 del 26,13%. Gli sfratti eseguiti sono stati invece 24.996, l'11,25% in più rispetto al 2007.

IL CASO DI ROMA

Da qui, si è detto, l'allarme dei sindacati. Il Sicet, l’organizzazione che rappresenta gli inquilini della Cisl, cita alcuni esempi eclatanti: a Venezia gli sfratti emessi sono saliti del 261%. In Emilia, Modena ha visto un'impennata del 50% delle richieste di esecuzione. Mentre a Roma si è arrivati a 53 mila (+171%). Numeri che hanno portato il Lazio al top della classifica regionale con oltre 54 mila richieste e un'impennata del 160%. Dati «preoccupanti» anche a Napoli con 1.800 esecuzioni. Palermo e Catania sono invece ai primi posti in Sicilia con rispettivamente 1.700 e 2.400 sfratti.

In controtendenza, invece, sembra muoversi la Lombardia: le richieste sono state lo scorso anno circa 28.000, il 28% in meno rispetto al 2007. Ma in questo caso i sindacati sostengono che i dati devono essere valutati come assolutamente provvisori e destinati a crescere. Quanto a quel che sta accadendo nell’anno in corso, le previsioni sono tutt’altro che ottimistiche.

I TIMORI PER IL 2009

«Il 2009 sarà peggiore: - sottolinea il segretario generale del Sicet, Guido Piran - prevediamo una ulteriore crescita per i provvedimenti di sfratto stimabile tra il 15 e il 20% e tutta nel capitolo della morosità. Per questo, la prossima scadenza della proroga degli sfratti del 30 giugno deve essere colta come opportunità «per comprendere anche la morosità. Il problema non deve essere solo rinviato di qualche mese. Serve un fondo di contributi per l'affitto finanziato con più risorse e una maggiore offerta di case di edilizia pubblica assieme ad una nuova legge sulle locazioni private che riduca il costo degli affitti».

L'Unione inquilini parla di «frana sociale» e di «Italia sotto sfratto e sempre più povera». Per il segretario nazionale Walter De Cesaris «da questi dati si evince il fallimento delle politiche di liberalizzazione dei canoni e di privatizzazione dei patrimoni pubblici. È giunto il momento di una profonda inversione di rotta».

Da qui le proposte dell’Unione inquilini:«Il sindacato presenta quattro richieste essenziali per affrontare l’emergenza: blocco generalizzato degli sfratti, compresi quelli per morosità; riduzione del 50% degli affitti; stanziamento subito di un miliardo di euro per il sostegno all'affitto; realizzazione di almeno un milione di case popolari a canone sociale».

Oggi il presidente del consiglio sarà nuovamente in visita a l'Aquila «per verificare lo stato d'avanzamento dei lavori del post-terremoto». Avanzamento è una parola forte, più che altro Berlusconi potrà verificare come si disgrega una comunità. E farsi molto riprendere dalle sue televisioni.

Ieri centinaia di abruzzesi hanno fatto per la prima volta visita a Roma «per chiedere la ricostruzione di città e paesi». Anche ricostruzione è una parola forte, soprattutto di fronte a un Decreto avaro e autoritario. Avaro, perché le risorse sono molto al di sotto del necessario. Autoritario, perché impone tutto dall'alto, esalta la pratica dell'emergenza e riduce a sudditi i cittadini. Avarizia e autoritarismo si tengono stretti per mano.

Secondo il governo i terremotati d'Abruzzo dovrebbero affidarsi a qualche «gratta e vinci» in più per veder risollevare le loro case; confidare nelle disposizioni del presidente del consiglio per essere risarciti dei danni subiti; aspettare le ordinanze di Bertolaso per sapere se e dove ci saranno scuole in cui studiare, uffici e fabbriche in cui lavorare. Quanto ai loro amministratori locali, il ruolo previsto è di farsi da parte, o fare i passacarte.

Non che il governo sia impazzito. Anzi, persegue una logica precisa. Quella di sempre. Riduce la spesa pubblica ad azzardo privato: così niente «tassa di scopo» per la ricostruzione ma via libera a lotti e lotterie. Declassa una città da bene comune a insieme di proprietà individuali: così nessun piano di riedificazione urbana ma tanti risarcimenti ad personam, sperando che l'urgente bisogno di un tetto spinga all'esodo e lasci il campo libero per nuovi affari immobiliari. Trasforma l'amministrazione del territorio in gestione dell'ordine pubblico: così cancella il ruolo degli enti locali mentre accentra tutte le decisioni a palazzo Chigi, usando la Protezione civile come longa manus di un potere incontrollabile.

Chi ieri ha manifestato a Roma tutto questo lo sa bene. Cerca di spiegarlo al paese, anche senza la copertura mediatica su cui può invece contare Berlusconi. Sanno - le donne e gli uomini delle tendopoli - che in queste settimane si decide il loro futuro e quello della loro terra. Sanno anche che - nello stato in cui sono ridotte le istituzioni e la rappresentanza - dalla politica non potrà venir loro un grande aiuto. Ma hanno dalla loro le conoscenze per contestare i bluff berlusconiani e una possibilità. Un G8 che il presidente del consiglio vorrebbe vetrina di propaganda, ma che potrebbe invece essere palcoscenico di un fallimento sotto gli occhi del mondo. Comunicarlo nel modo giusto sarà decisivo. «Yes, we camp», c'era scritto su uno degli striscioni di ieri: chi ha detto che solo Berlusconi sa usare le televisioni?

«Casette a settembre? Ma chi sei, Megggaiver!!!». Bruno ha 23 anni, è un aquilano doc da due mesi senza casa e oggi, in piedi davanti a Montecitorio, racconta con questo cartello la sua rabbia. MacGyver, il ragazzo dalle mille risorse, era il suo eroe dei fumetti, quello che realizzava sogni e risolveva guai. Secondo Bruno solo MacGyver, al massimo della forma, potrebbe consegnare le “famose” casette ai terremotati d’Abruzzo. Figurarsi Berlusconi, o Bertolaso, che al suo eroe non assomigliano neanche un po’.

Si smonta, finisce in pezzi un’altra, forse la più importante delle promesse-certezze del premier. «Il 15 settembre consegneremo le prime case, a novembre nessuno sarà più in tenda» ha ripetuto Berlusconi nella sue tredici visite all’Aquila. Falso. Non vero. Anzi, mai stato vero. La verità è che sarà un Natale in tenda. O in albergo, viste le temperature nell’altopiano dell’Aquila, Non lo dicono i soliti calcoli a spanna dei soliti disfattisti criticoni. Lo dice, da sempre, anzi lo documenta da maggio, il «CRONOPROGRAMMA GENERALE», la tabella di marcia, giorno per giorno, capitolo per capitolo, del rivoluzionario progetto C.A.S.E che sta per Complessi antisismici Sostenibili Ecocompatibili, le famose casette che dovranno diventare un tetto per circa quindicimila sfollati. E’ anche l’unico capitolo finanziato nel decreto con 530 milioni di euro.

Il Cronoprogramma consegnato dalla Protezione Civile e vistato dal governo a maggio dice chiaramente che le case saranno consegnate a fine dicembre comprese arredi e collaudi. Come se dopo otto mesi di campeggio forzato uno potesse ancora andare a vivere in modo precario. Tutto questo sempre che due voci cardine del Cronoprogramma, «realizzazione degli alloggi» e «opere di urbanizzazione» (fogne, allacci gas e luce, strade di accesso), prendano il via tra la prima e la seconda settimana di luglio. In pieno G8. Difficile immaginare ruspe e camion in giro per l’Aquila, che ha due strade, mentre nella caserma di Coppito si riuniscono i grandi della terra.

«Il problema - racconta un funzionario della Protezione Civile - è che tutto il Cronoprogramma è già saltato perchè le opere di cantierizzazione dovevano cominciare il 10 di maggio. Siamo al 16 giugno e mi risultano avviate, da circa dieci giorni, solo a Bazzano e Ocre. Un ritardo normale di fronte a un intervento di questo genere». Il fatto è che da questo ritardo (la cantierizzazione), ne derivano altri. E’ l’effetto domino. «Le operazioni di scavo, fondazioni e messa in posa delle piastre dovevano cominciare, secondo Cronoprogramma, il 25 maggio ma non sono ancora cominciate».

Certo, magari sarà anche possibile consegnare un pugno di case a settembre, facendo lavorare gli operai giorno e notte. Ma sarà una goccia rispetto alle venti aree, attualmente zone di campagna, che devono diventare villaggi autonomi con scuole e farmacie e negozi. Anche sindaco e presidente della Provincia non ci credono più. «Purtroppo - dicono Cialente e Pezzopane ricevuti ieri alla Camera dal presidente Fini mentre in aula veniva discusso il decreto e fuori duemila aquilani urlavano «basta bugie» - le casette non saranno pronte per settembre. Si parla di ottobre, forse, più facile dicembre».

«Berluscò, non te fare revedè a l’Aquila» si leggeva ieri su uno dei tanti cartelli. Ci torna oggi. Dopo l’approvazione definitiva del decreto. Che garantisce solo 5 mila casette, un po’ di gratta e vinci, rinvia negli anni la ricostruzione del centro storico e non prevede risarcimenti a chi non è residente, una ricostruzione groviera visto che il 40 per cento delle abitazioni sono di aquilani che vivono altrove. Soprattutto non dice nulla a piccoli commercianti e medie imprese che erano il tessuto della città e ora non sanno più cosa sono.

“Demonizzazioni”. Come sta distruggendo la libertà di stampa

Due articoli di Massimo Giannini su la Repubblica e Marco Bucciantini su l’Unità, 15 settembre 2009

la Repubblica

Il premier e i consigli per gli acquisti

diMassimo Giannini

«Non date pubblicità ai media che cantano ogni giorno la canzone del pessimismo». Questa, dunque, è la «dottrina Berlusconi» sul libero mercato. Questi sono i «consigli per gli acquisti» che l’Imprenditore d’Italia impartisce ai suoi «colleghi».

L’uomo che sognava di essere la Thatcher, che si celebrava come «l’unico alfiere dell’economia liberale» nel ‘94 e come «il vero missionario della tv commerciale in Europa» nel ‘96, oggi concepisce così i rapporti tra produttori, clienti ed utenti. Non un contratto. Neanche un baratto. Piuttosto un ricatto.

Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio dal palco confindustriale di Santa Margherita Ligure sono un ulteriore, drammatico esempio dei tanti «virus letali» che si stanno inoculando nelle vene di questo Paese. è un problema gigantesco, che chiama in causa sia chi produce quei virus (il presidente del Consiglio) sia chi li subisce (l’establishment politico-economico).

L’infezione promana direttamente dal capo del governo, dalla sua visione del potere, dalla concezione tecnicamente «totalitaria» delle sue funzioni. Proprio lui, che dovrebbe essere il primo a conoscere e difendere le ragioni del mercato, le umilia e le distrugge in nome di un interesse politico superiore: il suo. Il ragionamento fatto ai giovani industriali è agghiacciante: «Bisognerebbe non avere ogni giorno una sinistra e dei media che cantano la canzone del pessimismo. Anche voi dovreste fare di più: non dovreste dare pubblicità a chi adotta questi comportamenti». Nell’ottica distorta del Cavaliere, la pubblicità non è più uno strumento da impiegare liberamente nella competizione economica: non si distribuisce più in base all’utilità del mezzo, all’efficacia del messaggio e alla profittabilità dell’investimento. Diventa invece un’arma da usare selettivamente nella battaglia politica: si distribuisce, a prescindere dall’efficacia del messaggio e dalla profittabilità dell’investimento, solo in base alla «fedeltà» del mezzo. Il presidente del Consiglio chiede agli imprenditori una sostanziale alterazione delle regole del mercato, con l’unico scopo di punire chi non è d’accordo con la politica del suo governo.

Il paradosso è che a sostenere questa tesi sia il capo del governo, che è al tempo stesso proprietario di Mediaset (e dunque di una delle maggiori concessionarie italiane) e azionista (attraverso il Tesoro) delle principali aziende pubbliche o semi-pubbliche del Paese. Come si regoleranno i dirigenti di Publitalia, nel distribuire le campagne pubblicitarie sulle radio e le televisioni? E come si regoleranno i manager di Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, nel distribuire le loro campagne pubblicitarie sui quotidiani e i settimanali? Sarà interessante verificarlo, di qui ai prossimi mesi.

L’infezione inquina progressivamente il corpo della società italiana, delle classi dirigenti, delle istituzioni di garanzia. Una parola sugli imprenditori, innanzi tutto. Ancora una volta, bisogna constatare con rammarico che quando il Cavaliere ha lanciato il suo ennesimo anatema, dai giovani e dagli «anziani» di Confindustria non solo non si sono levate proteste, ma viceversa sono arrivati addirittura gli applausi. Eppure, per chi fa impresa e combatte ogni giorno sui fronti più esposti della concorrenza, le aberrazioni berlusconiane non dovrebbero trovare diritto di cittadinanza, in un convegno della più importante associazione della cosiddetta «borghesia produttiva». Se esistesse davvero, una classe dirigente responsabile e consapevole del suo ruolo dovrebbe reagire, cacciando il mercante dal tempio. Invece tace, o addirittura condivide. E non solo nei saloni di Santa Margherita Ligure. Poche ore più tardi, nella notte di Portofino, il Cavaliere ha cenato con due alti esponenti del gotha confindustriale. Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli ed ex azionista di riferimento di Telecom) e Roberto Poli (presidente dell’Eni) erano al suo fianco, mentre il premier smentiva la smentita dei suoi uffici di Palazzo Chigi, e confermava che con quell’intemerata sulla pubblicità ce l’aveva proprio con i giornali «nemici», e in particolare con «Repubblica». Ebbene, anche in quella occasione nessun distinguo, nessuna presa di distanza da parte di chi dovrebbe preferire le leggi mercatiste di Schumpeter a quelle caudilliste di Berlusconi.

Ma una parola va spesa anche sulle cosiddette Autorità amministrative indipendenti, chiamate a tutelare la concorrenza, e sulla cosiddetta libera stampa, chiamata a difendere il diritto all’informazione. Solo in un Paese in cui si stanno pericolosamente snaturando i meccanismi di «check and balance» può accadere che di fronte a certe nefandezze ideologiche non ci siano organi di vigilanza capaci di fare semplicemente il proprio dovere. L’Antitrust non ha nulla da dire, sulla pretesa berlusconiana di riscrivere le regole del mercato pubblicitario con criteri di pura convenienza politica? E il giornale edito dalla Confindustria non ha nulla da dire, sul tentativo berlusconiano di condizionare le scelte commerciali dei suoi azionisti?

Domina il silenzio-assenso, nell’Italia berlusconizzata. Tutto si accetta, tutto si tollera. Anche un mercato schiaffeggiato dalla mano pesante del Cavaliere, invece che regolato dalla mano invisibile di Adam Smith.

l’Unità

Lo ha già fatto: i quotidiani nemici sono senza pubblicità

di Marco Bucciantini

In questo paese si è più realisti del Re. Berlusconi chiede agli imprenditori di evitare gli spot sui quotidiani per lui scomodi, ma è cosa già fatta. L’Italia è il paese occidentale con la percentuale più bassa di investimenti pubblicitari sulla carta stampata. Crisi generale, d’accordo. E servilismo al padrone, come Berlusconi sa, perché in questo restringimento di introiti la sua Mediaset, tramite la concessionaria Publitalia, non sente crisi. Il suo gruppo è riuscito perfino ad aumentare la raccolta, che nel 2008 è stata sui 3 miliardi di euro. Mediaset ingrassa, mentre gli altri media boccheggiano. Una posizione di forza e di privilegio coltivata negli anni, blindata dalla legge Gasparri che ha alimentato il duopolio e adesso monetizzata. Per due ragioni: la sudditanza psicologica, l’intervento diretto.

Servilismo

Ai potenti i favori si fanno, non devono nemmeno chiedere. È la sudditanza psicologica: così, negli ultimi dodici mesi - dati Nielsen Media - i maggiori 15 inserzionisti del nostro mercato hanno aumentato i loro investimenti su Mediaset per 30 milioni. La Rai è rimasta pressoché ferma. In questo scorcio di 2009 i quotidiani stanno assorbendo un calo drammatico del 15% sull’anno precedente, che è stato il peggiore di sempre. Va ricordato che il mercato pubblicitario in Italia è perverso: se in Germania le tv assorbono un quarto delle risorse, in Francia il 30%, in Spagna poco più, qui il rapporto è contrario. Le televisioni si mangiano il 65% della torta. Il resto è per la stampa, che già fronteggia il calo dei lettori (91 copie ogni mille abitanti - quando in Giappone sono 624, nel Regno Unito 300, nei paesi scandinavi fra i 450 e i 600). L’annus orribilis, lo hanno definito gli editori, sul quale soffia il presidente del consiglio, sordo all’articolo 21 della Costituzione, che promuove e tutela il pluralismo nell’informazione.

E spinte

I dati Nielsen illustrano una situazione curiosa: davanti alla contrazione degli investimenti in pubblicità commerciale (da 8 miliardi e 172 milioni a 7 miliardi e 978 milioni), il gruppo di Berlusconi divora il 38% del gruzzolo. Mediaset ha il vento in poppa, gli altri annaspano controvento. La carta stampata - tutta insieme - è al 33,4%. Quello che Berlusconi auspica lo ha già praticato, strangolando i quotidiani. Giovando anche della mano che aiuta: le grandi aziende legate al Tesoro, quindi alla politica - Enel, Eni, Poste Spa - hanno foraggiato Mediaset. Eni ha versato 17,8 milioni a Publitalia, 5 milioni in più rispetto al 2007, in un quadro di risparmi aziendali. L’Enel è passata da 10 milioni a 13.

Le Poste Spa negli ultimi due anni hanno moltiplicato per sei la quota per il Biscione. Clamorosa la paghetta degli investitori istituzionali: quando i ministeri e la presidenza del consiglio informano i cittadini con le campagne sui temi sociali (ma anche sull’anniversario della nascita di Garibaldi) la Rai non riscuote (per legge), Mediaset sì: è passata da 4,5 milioni a quasi 9. Con il risvolto grottesco dei 35 spot per i 60 anni della Costituzione con cui s’infarcì la programmazione di Rete4, canale sentenziato come incostituzionale.

Bulimia

Ma la crisi è dura, checché ne dica Berlusconi (che intanto - si è visto - mette al riparo le sue aziende). Così l’ordine è di spremere ancora, e il ministro Bondi non si sottrae, quando c’è da dimostrare zelo. La sua proposta di rinsecchire la Rai, togliendo gli spot a una rete pubblica, sarebbe costata alla concessionaria Sipra circa 400 milioni di euro. Dove sarebbe finito il bottino è inutile ricordarlo. L’idea inorridì l’ex direttore generale della Rai, Claudio Cappon. Ma adesso su quella poltrona c’è Mauro Masi, grand commis dello Stato, ganglo per anni di Palazzo Chigi, gradito a Berlusconi. Che vede complotti, e davanti agli attacchi del Times paventò l’acredine di Murdoch, senza però mai - mai - nominarlo pubblicamente, restando allusivo (cosa che invece non si risparmia con Repubblica e l’Unità). Forse perché Sky non è così nemica: negli ultimi due anni ha offerto i suoi bouquet su Mediaset per 34,5 milioni. Réclame che sulla Rai sono “passate” assai meno frequentemente, per un conto di 4 milioni scarsi. Pecunia non olet, si diceva un tempo.

Berlusconi chiede agli imprenditori di evitare di fare pubblicità sui quotidiani disfattisti, ma la realtà è già questa. Grazie al suo potere, Mediaset si divora i soldi degli inserzionisti, uccidendo il pluralismo.

Anche le destre - forse soprattutto le destre - guardano d’un tratto a Karl Marx in altro modo: l’odierna crisi economica somiglia non poco al «continuo stravolgimento dei rapporti consolidati», alla «continua evaporazione di quel che è solido», descritti dal filosofo nel 1848. Il padre del comunismo fantasticò il riscatto di una sola classe, e fu funesto, ma la descrizione era realista, tutt’altro che fantasiosa. È vero che la borghesia tende a rispondere alle crisi «provocando crisi sempre più generalizzate, più distruttive, e riducendo i mezzi necessari a prevenirle». È vero che «la moderna società borghese è come l’apprendista stregone, incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate». È vero che essa «ha spietatamente strappato tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia piccolo-borghese. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli». È vero infine che il capitalismo sormonta spesso i mali coi veleni che li scatenano: tra essi, «l’epidemia della sovrapproduzione». Il Capitale è di moda da qualche tempo.

A prima vista può apparire stupefacente quel che è accaduto alle elezioni europee. Marx e Keynes tornano in auge, ma per le sinistre socialiste o radicali è catastrofe: sono crollate in 16 paesi su 27, con punte massime in Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna. Al momento sono come istupidite, e non sapendo spiegare a se stesse il disastro si rifugiano nella denegazione. Il capo dei socialdemocratici tedeschi Müntefering fa finta di nulla e giudica assurdo l’esito, «visto che abbiamo spiegato così bene l’Europa sociale». I compagni francesi balbettano. Franceschini, in Italia, emette il verdetto, consolatorio e falso: «Abbiamo perso perché il vento della destra soffia così forte in Europa».

In realtà non ha vinto un vento di destra ma un vento ben contraddittorio: il vento di una destra pragmatica, spregiudicata, non più ideologica, che pur di mantenere il potere agguanta ogni utensile a disposizione. Soprattutto gli utensili della socialdemocrazia: lo Stato che protegge i deboli, e se necessario governa estesamente l’economia. Quel che la destra ha fatto in pochi mesi è impressionante: è stata lei a chiudere l’era Thatcher, sorpassando una sinistra paralizzata dai complessi di colpa, allergica a una conflittualità di cui si vergogna, ammaliata per 13 anni dal Nuovo Labour di Blair e dal suo mimetismo thatcheriano. Senza patemi la destra europea ha smesso l’antistatalismo, la lotta alla spesa pubblica, il dogma delle privatizzazioni. Con sotterfugi linguistici esalta perfino il Welfare: dice «stabilizzatori automatici» per non dire Stato Provvidenza. Uomini come Tremonti scoprono l’anticapitalismo, chiamandolo anti-mercatismo. Qualche tempo fa, in una manifestazione della sinistra estrema a Parigi, ho incontrato un militante che mi ha detto: «Beati voi che avete Tremonti!».

Niente vento di destra dunque, ma un’usurpazione più o meno cinica di idee socialdemocratiche e anche marxiste che devasta le sinistre classiche. Se in Europa si riapre la questione sociale saranno Sarkozy, Tremonti, Angela Merkel a gestirla, nazionalizzando o stampando moneta. Essenziale è traversare il torrente con ogni mezzo, e sperare che si torni allo status quo ante senza mutare il modo di sviluppo produttivistico. Marx e Keynes sono usati non per cambiare modello, ma per perpetuarlo con l’ambulanza del Welfare. È un modello che socialisti e sindacati condividono, quando accusano la destra di ultraliberismo o si limitano a chiedere aumenti salariali e tutela dei posti fissi. Per questo sono oggi ombre di se stessi.

Le elezioni europee non dicono tuttavia solo questo. Le sinistre defraudate sono aggrappate allo status quo ma nuove forze emergono, che pensano la crisi con sguardo più profondo e lungo. Che seguono con estrema attenzione Obama e presentono, in quel che annuncia, la possibilità di una trasformazione, di un ricominciamento. È il caso dei Verdi in Francia, Germania, Inghilterra, Svezia, Belgio, Grecia, Finlandia. È il caso dei liberali-legalitari di Di Pietro, e perfino di forze inedite come i Pirati in Svezia. Quattro consapevolezze accomunano questi gruppi. Primo, la crisi presente è tettonica, e non si esaurisce nella questione sociale. Secondo: il capitalismo di Stato che ovunque risorge accresce i poteri dello Stato censore sulle libertà cittadine. Terzo: la corruzione che ha accompagnato la crisi può perdurare, perché le urgenze governative sono altre. Quarto: il ricominciamento dovrà accadere in Europa, non negli Stati-nazione.

Daniel Cohn-Bendit è precursore in questo campo, e il suo successo è significativo. La questione sociale non è negata, ma egli la vede in connessione stretta con il clima: dunque con una crescita alternativa, e come ha detto Obama al vertice dei G-20, con un «mercato dei consumi meno vorace». A suo avviso sia la destra che la sinistra difendono lo status quo: la crescita dei consumi e di vecchie produzioni, la lotta sul clima rinviata al dopo-crisi, come nei desideri di governanti e imprenditori italiani. «È come se le sinistre avessero nel computer un software inadatto», dice: un «software produttivistico» sorpassato e nocivo. Il carisma del leader verde non è senza legami con quello di Di Pietro, De Magistris, Arlacchi. Anche i francesi di Europa-Ecologia hanno schierato giudici: Eva Joly, numero due nella lista, ha indagato sulla corruzione dei potenti (incriminando il faccendiere Tapie o - nell’affare Elf - l’ex ministro degli Esteri Roland Dumas) ed è esperta in delinquenza finanziaria internazionale. Anche lei è cittadina d’Europa: come Cohn-Bendit è franco-tedesco, lei è franco-norvegese.

Infine c’è il Partito dei Pirati: una formazione che ha raccolto il 7 per cento ed è il terzo partito svedese per numero di iscritti. La sua battaglia per il libero e completo accesso a internet è emblematico segno dei tempi: con il dissesto dei giornali e l’estendersi del capitalismo di Stato, si è visto negli ultimi giorni quanto sia prezioso lo spazio internet e dei blog. È prezioso in Francia, dove la Corte costituzionale ha appena invalidato una legge che vieta lo scaricamento di programmi, affermando che solo il giudice può emettere sanzioni e non l’autorità amministrativa. È prezioso in Italia, dove la libertà internet è minacciata dalla nuova legge sulle intercettazioni: lo spiega molto bene Giuseppe Giulietti sul quotidiano online per la libertà d’espressione (Articolo21.info).

L’impotenza dello Stato-nazione accelera le cose. Sono cresciuti i partiti concentrati sull’Europa, per respingerla o approvarla. I Verdi sono i soli, nel voto di giugno, ad aver appreso la dimensione sovranazionale delle politiche europee. Cohn-Bendit è l’unico ad aver parlato in nome d’un partito non nazionale: il che vuol dire che non siamo giunti, con la crisi delle sinistre tradizionali e del modello produttivistico, alla fine del progetto europeo pensato dai fondatori. Sono sfibrate le forze dimentiche dell’Europa, non quelle che investono su essa e reinventano. L’analisi di Cohn-Bendit è giusta: «Una forza politica moderna deve avere oggi dimensioni europee. E la crisi della socialdemocrazia la si risolverà solo formulando, contro le alternative nazionali, alternative europee. È qui che il socialismo ha fallito: aveva davanti a sé un boulevard in Europa, e ha dato risposte solo sul piano nazionale».

Dice Berlusconi a Santa Margherita Ligure: «Su quattro calunnie messe in fila – veline, minorenni, Mills e voli di Stato – è stata fatta una campagna che è stata molto negativa per l´immagine all´estero dell´Italia». Il significato di calunnia è «diceria o imputazione, coscientemente falsa e diretta ad offendere l´integrità o la reputazione altrui» (Devoto e Oli). Per comprendere meglio quali siano, per il premier, le «dicerie o imputazioni coscientemente false» raccolte contro la sua reputazione bisogna leggere il Corriere della sera di ieri. Nel colloquio il Cavaliere spiega quali sono le quattro menzogne, strumenti del fantasioso «progetto eversivo». Qui si vuole verificare, con qualche fatto utile e ostinato, se la lamentazione del Cavaliere ha fondamento e chi alla fine mente, se Berlusconi o chi oppone dei rilievi alla "verità" del capo del governo.

1 «Hanno iniziato scrivendo che c´erano "veline" nelle liste del Pdl alle Europee. Non erano "veline" e sono state tutte elette». (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9)

I ricordi del Cavaliere truccano quel che è accaduto e banalizzano una questione che, fin dall´inizio, è stata esclusivamente politica, per di più sollevata nel suo campo. Sono i quotidiani della destra, e quindi da lui controllati direttamente o indirettamente influenzati, a dar conto dell´affollamento delle "veline" nelle liste europee del Popolo della Libertà. Comincia il Giornale della famiglia Berlusconi, il 31 marzo. Ma è il 22 aprile, con il titolo «Gesto da Cavaliere. Le veline azzurre candidate in pectore» - sommario, «Silvio porta a Strasburgo una truppa di showgirl» - che Libero rivela i nomi del cast in partenza per Strasburgo: Angela Sozio, Elisa Alloro, Emanuela Romano, Rachele Restivo, Eleonora Gaggioli, Camilla Ferranti, Barbara Matera, Ginevra Crescenzi, Antonia Ruggiero, Lara Comi, Adriana Verdirosi, Cristina Ravot, Giovanna Del Giudice, Chiara Sgarbossa, Silvia Travaini, Assunta Petron, Letizia Cioffi, Albertina Carraro. Eleonora e Imma De Vivo e «una misteriosa signorina» lituana, Giada Martirosianaite.

Contro queste candidature muove la fondazione Farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini. Il pensatoio, diretto dal professor Alessandro Campi, denuncia l´«impoverimento della qualità democratica del paese» e, con un´analisi della politologa Silvia Ventura, avverte che «l´uso strumentale del corpo femminile (…) denota uno scarso rispetto (…) per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima» ( www. ffwebmagazine. it).

Queste scelte sono censurate, infine, anche da Veronica Lario che le definisce «ciarpame senza pudore del potere» ( Ansa, 29 aprile). Il "fuoco amico" consiglierà Berlusconi a gettare la spugna, nella notte del 29 aprile. In una telefonata da Varsavia alle 22,30 in viva voce con i tre coordinatori del Pdl, La Russa, Bondi e Verdini, il premier dice: «E va bene, bloccate tutto. Togliete quei nomi. Sostituitele». Molte "veline", in interviste pubbliche, diranno della loro amarezza per l´esclusione.

2 «Poi hanno tirato in ballo Noemi Letizia, come se fossi una persona che va con le minorenni. In realtà sono solo andato a una festa di compleanno, e per me - che vivo tra la gente - è una cosa normale». (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9).

Non c´è un grano di "normalità" nei rapporti tra il Cavaliere e i Letizia. Dopo 31 giorni, è ancora oscuro (e senza risposta) come sia nato il legame tra Berlusconi e la famiglia di Noemi. L´ultima versione ascoltata è contraddittoria come le precedenti. Elio Letizia sostiene di aver presentato la figlia al capo del governo in un luogo privato, nel suo studio a Palazzo Grazioli, alla vigilia del Natale del 2001. Berlusconi, nello stesso giorno, ha ricordato di averla conosciuta in un luogo pubblico, «a una sfilata». Ma la "diceria" che il capo del governo denuncia è di «andare con minorenni». E´ stata Veronica Lario per prima a svelare che il marito «frequenta minorenni» ( Repubblica, 3 maggio). La circostanza è stata confermata dall´ex-fidanzato di Noemi (Gino Flaminio) che colloca il primo contatto telefonico tra il capo del governo e la ragazza nell´autunno del 2008. Le parole di Gino costringono Berlusconi - contrariamente a quanto fino a quel momento aveva detto («Ho visto sempre Noemi alla presenza dei genitori») - ad ammettere di aver avuto Noemi ospite a Villa Certosa per dieci giorni a cavallo del Capodanno 2009, accompagnata da un´amica (Roberta O.) e senza i genitori. Nel gennaio del 2009, Noemi come Roberta, era minorenne. Dunque, è corretto sostenere che Berlusconi frequenti minorenni.

3 «Nel frattempo si sono scatenati sul "caso Mills", un avvocato che non conosco di persona» (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9)

Negli atti del processo contro David Mills (teste corrotto, condannato a 4 anni e 6 mesi di carcere) e Silvio Berlusconi (corruttore, ma immune per legge ad personam), sono dimostrati con documenti autografi, per ammissione dell´imputato, con le parole di testimoni indipendenti, gli incontri del Cavaliere con l´avvocato inglese che gli ha progettato e amministrato l´arcipelago delle società off-shore All Iberian, il «gruppo B di Fininvest very secret». Un documento scovato a Londra dà conto di un incontro al Garrick Club di Garrick Street (discutono delle società estere e Berlusconi autorizza Mills a trattenere 2 milioni e mezzo di sterline parcheggiati sul conto dell´Horizon Limited). Un altro documento sequestrato a Mills fa riferimento a una «telefonata dell´altra notte con Berlusconi». Mills, interrogato, ammette di aver parlato con il Cavaliere la notte del 23 novembre 1995. Ancora Mills, il 13 aprile 2007, conferma di aver incontrato Berlusconi ad Arcore. L´avvocato «descrive anche la villa» (dalla sentenza del tribunale di Milano).

Due soci di Mills nello studio Withers, ascoltati da una corte inglese, così rispondono alla domanda: «C´è stata mai una riunione tra Mills e Berlusconi?». Jeremy LeM. Scott dice: «So che c´è stato un incontro per mettersi d´accordo sul dividendo». A Virginia Rylatt «torna in mente che lui [Mills] era ritornato dal signor Berlusconi». E´ una menzogna, forse la più spudorata, che il capo del governo non abbia mai conosciuto David Mills.

4 «Infine hanno montato un caso sui voli di Stato che uso solo per esigenze di servizio» (Berlusconi al Corriere, 13 giugno, pagina 9).

In una fotografia scattata dal fotografo Antonello Zappadu si vede lo stornellatore del Cavaliere, Mariano Apicella, scendere da un aereo di Stato. Dietro di lui, una ballerina di flamenco. Il fotoreporter sostiene che l´immagine è stata scattata il 24 maggio 2008. In quel giorno era ancora in vigore un decreto del governo Prodi che limitava l´uso degli aerei di Stato «esclusivamente alle personalità e ai componenti della delegazione della missione istituzionale». Si può sostenere che Apicella e la ballerina facevano parte di una «missione istituzionale»? E´ quanto dovrà accertare il Tribunale dei ministri sollecitato dalla Procura di Roma a verificare, per il capo del governo, l´ipotesi di abuso d´ufficio. Infatti soltanto due mesi dopo, il 25 luglio 2008, il presidente del consiglio ha cambiato le regole per i "voli di Stato" prevedendo «l´imbarco di personale estraneo alla delegazione», ma «accreditato su indicazione dell´Autorità in relazione alla natura del viaggio, al rango rivestito dalle personalità trasportate, alle esigenze protocollari e alla consuetudini anche di carattere internazionale». Il caso sui "voli di Stato", che è poi un´inchiesta giudiziaria dovrà accertare se musici, ballerine, giovani ospiti del presidente viaggiano in sua compagnia (con quale rango?) o addirittura in autonomia, nel qual caso l´abuso d´ufficio può essere evidente.

Quindi, quattro «calunnie» o quattro menzogne presidenziali? Si può concludere che Berlusconi, a Santa Margherita Ligure, ancora una volta ha precipitato coscientemente la vita pubblica nella menzogna nella presunzione di abolire l´idea stessa di verità.

Questa volta è il Censis, il Centro studi investimenti sociali presieduto da Giuseppe De Rita, a dirlo con la forza delle cifre: durante l´ultima campagna per le europee e le amministrative, il 69,3 per cento degli elettori s´è formato la propria opinione attraverso i notiziari dei telegiornali. E il dato, già impressionante di per sé, sale ulteriormente fra i meno istruiti (76%), i pensionati (78,7) e le casalinghe (74,1). Al secondo posto, troviamo i programmi di approfondimento giornalistico della stessa televisione (30,6). Segue la carta stampata che è stata determinante per il 25,4 per cento degli elettori e quindi Internet con appena il 2,3.

Altro che "calunnie", "congiura dei giornali di sinistra", "complotto internazionale" e via discorrendo, come proclamano il presidente del Consiglio e i suoi seguaci. Qui, ancora una volta, è la tv che condiziona pesantemente il voto degli italiani. Come accade ormai da quindici anni a questa parte: dalla fatidica discesa in campo del Cavaliere sulle onde dell´etere, un bene pubblico che appartiene allo Stato e quindi a tutti noi, anche a quelli che non votano per il centrodestra.

È l´effetto di un´occupazione selvaggia – non ci stancheremo mai di ripeterlo – iniziata a metà degli anni Ottanta e proseguita fino ai giorni nostri, con l´acquiescenza o la complicità di un´opposizione remissiva, buonista o addirittura compromissoria. A cui poi s´è aggiunto, dal ‘94, un conflitto d´interessi senza uguali al mondo, con lo strapotere mediatico di un capo di governo che controlla direttamente tre reti private e indirettamente tre reti pubbliche.

E pensare che c´è ancora chi si ostina a dissimulare l´anomalia televisiva italiana, come fanno l´ex senatore del centrosinistra Franco Debenedetti e l´ex componente dell´Autorità sulle comunicazioni Antonio Pilati, trasferito poi all´Antitrust per meriti acquisiti sul campo, in un libro pubblicato dalla stessa casa editrice che appartiene al gruppo Berlusconi e che recentemente ha rifiutato un saggio del premio Nobel, José Saramago, perché conteneva accuse e giudizi critici sul Cavaliere. È vero che il marchio storico dell´Einaudi è lo struzzo. Ma i due co-autori fanno peggio che nascondere la testa sotto la sabbia, quando confondono la concentrazione televisiva e pubblicitaria con il conflitto d´interessi, trascurando lo status di concessionario pubblico del nostro premier-tycoon; oppure estrapolano la tv dal contesto del sistema dell´informazione, ignorando gli effetti su tutti gli altri media e in particolare sulla carta stampata; o ancora, invocano la privatizzazione della Rai come l´unica soluzione per affrancarla dalla sudditanza alla partitocrazia, quasi che in Gran Bretagna non esistesse la Bbc o un servizio pubblico più che decente in altri Paesi europei.

Ai cultori della materia, si può consigliare piuttosto il saggio rigoroso e ben documentato di Manlio Cammarata, citato all´inizio di questa rubrica. Dal caso di Rete 4 a quello di Europa 7, l´autore ricostruisce puntualmente "il monopolio del potere da Mussolini al digitale terrestre", sulla base degli atti parlamentari e delle sentenze, italiane ed europee. La provocatoria conclusione propone di modificare così l´articolo 1 della Costituzione: "L´Italia è una Repubblica democratica fondata sulla televisione. La sovranità appartiene a chi possiede la televisione, e la esercita come gli pare". Ma forse quell´aggettivo "democratica" ormai è di troppo.

Aspettiamo adesso le prossime nomine alla guida dei telegiornali Rai, dopo quella di Augusto Minzolini al Tg Uno. E vedremo fino a che punto si avvererà la "profezia di palazzo Grazioli", per verificare l´autonomia e l´indipendenza del nuovo Cda di viale Mazzini. Ma la verità è che al fondo resta da risolvere un problema di "governance", cioè di assetto e struttura dell´azienda, per sottrarre finalmente la tv di Stato al dominio dell´esecutivo, quale che sia.

Se settanta o più cittadini su cento vanno alle urne sotto l´effetto ipnotico della televisione, secondo l´indagine del Censis, non c´è poi da meravigliarsi più di tanto che il voto venga "dopo il tiggì" - come cantava ai suoi tempi Renzo Arbore - né tantomeno che il governo si preoccupi di insediare direttori di sua completa fiducia. Il potere si fonda sul controllo della tv. E quando uno prova ad avvertire nello studio di Porta a porta che il centrodestra governa con il "consenso esplicito" di appena il 35 per cento degli elettori, segnalando una questione fondamentale di rappresentanza e di democrazia che non mette in discussione la legittimità dell´esecutivo in carica, il ringhioso sottosegretario Castelli insorge e brandisce come una clava il suo 10,2 per cento per imporre le ragioni della Lega Nord a quelle del Sud e di tutto il resto del Paese.

Certo, anche in America il presidente Obama è stato eletto con un 34 per cento di astensioni. Ma, a parte le diverse tradizioni al di qua e al di là dell´Atlantico, il fatto è che nelle nostre ultime politiche, ai 10 milioni 892 mila di astenuti più 1 milione 629 mila di schede bianche o nulle, si sono aggiunti 3 milioni 692 mila voti validi ma "inutili", cioè dispersi, per effetto di quella "porcata" della legge elettorale che porta il nome del leghista Calderoli: un totale di non rappresentati pari a 16 milioni 215 mila persone. E ha ragione il segretario del Pd, Dario Franceschini, a consolarsi oggi per il fatto che il centrodestra esce in minoranza dalle europee, con il 45,3 per cento dei voti contro il 49,5 delle opposizioni più gli "altri" minori, sebbene questo fosse vero già da prima.

Sono sicuri, allora, i signori del governo di poter governare davvero un Paese così complesso, in un momento tanto delicato e difficile, con un "consenso esplicito" che equivale a un terzo della popolazione? E il dissenso implicito, quello di tutti coloro che non votano per il centrodestra, dove lo mettiamo e che cosa ne facciamo? Ma, soprattutto, i leader del centrodestra sono proprio sicuri di avere un tale consenso anche senza l´appoggio determinante della televisione e dei telegiornali? Basterebbe magari risolvere il conflitto d´interessi in capo a Berlusconi e togliere le mani dalla Rai, per avere infine una controprova.

Millecinquecento alloggi pronti e disponibili a L'Aquila e provincia. Offerti a prezzo "politico" per accogliere i terremotati. Erano i giorni immediatamente successivi la grande scossa del 6 aprile e l'associazione dei costruttori edili abruzzese metteva sul piatto dell'emergenza la sua disponibilità: quelle case appena terminate potevano servire a ridurre il danno, offrendo un tetto, almeno provvisorio, ai 60 mila sfollati. Forse l'Ance s'era fatto prendere la mano dall'afflato solidale che attraversava l'Italia - con donazioni, concerti, offerte e quant'altro. O, forse, aveva fatto male i conti. Fatto sta che quei 1.500 alloggi, che teoricamente avrebbero potuto ospitare dalle 3.000 alle 5.000 persone, sono progressivamente diminuiti di numero giorno dopo giorno, fino a sparire nel nulla. Contemporanemente, mentre si andava definendo la mappa dei danni e delle inagibilità (circa il 40% delle abitazioni private), lievitava il prezzo per gli affitti delle case rimaste intatte.

Scemata l'attenzione, digerita l'emergenza, diradatesi le visite del Presidente del Consiglio a L'Aquila, il campo è stato occupato interamente dalle tendopoli della protezione civile, dall'esodo verso gli alberghi della costa adriatica o - nel migliore dei casi - dal rifugiarsi presso qualche parente con una stanza in più. E il terremoto è rientrato nella normalità di un paese in cui l'edilizia è uno dei più grandi business. Anche se a volte costruito su fragili fondamenta, come l'Abruzzo dimostra e l'Ance ben sa, in attesa che la magistratura scopra i responsabili di ciò che è successo alla Casa degli studenti e "dintorni".

Ma è una ben strana normalità. Lo si nota nel deserto e immobile centro storico dell'Aquila, nella vita difficile delle tende e degli alberghi, nella frantumazione del tessuto economico e nel procedere a singhiozzo della pubblica amministrazione. Ma lo si legge anche nei passaggi istituzionali, a partire dal "Decreto Abruzzo" che - dopo il varo del Senato - la prossima settimana passa alla Camera per il via libera definitivo. Anomali e inediti sono i criteri di gestione, gli obiettivi, le procedure, declinando in chiave emergenziale le tre questioni di fondo: il quando (i tempi della ricostruzione), il quanto (i fondi messi a disposizione), il come (la filosofia e le modalità del lungo viaggio verso la normalità). Sapendo che un terremoto - come un crack economico - ridefinisce tutto e mai si torna allo stato quo ante: può andare come è successo in Umbria (un "sogno" per molti abruzzesi) o finire come l'Irpinia o il Belice (un "incubo" per tutti).

Due fasi, da qui al 2033

Il provvedimento del governo - molto criticato a sinistra, dagli amministratori aquilani e dai comitati che martedì protesteranno sotto il Parlamento - è sostanzialmente diviso in due parti: l'emergenza (dall'accoglienza sfollati all'edificazione delle "casette temporanee") che si dovrebbe concludere a fine 2009 e la ricostruzione vera e propria i cui tempi si allungano fino al 2033.

Cominciamo con l'emergenza. Piantate le tende, sistemati gli sfollati sulla costa, innestata la retromarcia sulle new town, il governo si è posto l'obiettivo di realizzare abitazioni per 12.000 persone: costruite su 20 siti sparsi attorno all'Aquila, si chiamano "Case", alludente acronimo che sta per "Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili". In sostanza un serie di belle casette, costo previsto 530 milioni di euro. La consegna ha anche una sua road map: 900 abitazioni ogni quindici giorni a partire dal 15 settembre.

I lavori sono appena all'inizio e già in molti dubitano che questa tempistica possa essere rispettata. In più c'è un dato che lascia allibiti: se gli sfollati sono circa 60.000 e anche ipotizzando che la maggioranza di essi potrà rientrare nelle vecchie abitazioni (ammesso e non concesso che la soglia delle case inagibili non superi il 40% del totale), appare evidente che le nuove strutture saranno sufficienti ad accogliere più o meno la metà di chi avrebbe urgente bisogno di un tetto. Facile pensare che si riuscirà solamente a svuotare le tendopoli - ma con un ritmo troppo lento rispetto ai rigori invernali che qui si fanno sentire presto -, mentre rimarrà inalterata la situazione degli sfollati sulla costa. E poi? Una volta finita la costruzione delle "Case" che succederà? Il decreto, su questo non dice nulla. Semmai demanda tutto alla fase 2, quella della ricostruzione (su cui torneremo prossimamente), come dice ben poco su scuole, ospedali e assistenza.

Anche sul terreno dei finanziamenti per quest'opera "provvisoria" ci sono delle incongruenze. Il decreto che sta per essere varato stanzia 1.152 milioni di euro per il 2009, coperto in parte con il bonus famiglia (300 milioni), con varie riduzioni di spesa su altre voci del bilancio pubblico (altri 300 milioni) e soprattutto con le maggiori entrate di giochi e lotto (472,5 milioni). Quest'ultima voce è quella cui è demandata tutta la fase 2, cioè la ricostruzione: allo scopo già si stanno spremendo le meningi illustri studiosi per varare nuove formule "d'azzardo di stato" e mercoledì scorso si è tenuto a Roma un vertice di esperti in poker cash, bet exchange e videolottery. Il futuro dipenderà da loro ed è fin troppo facile dire che sarà una lotteria. Ma tornando ai finanziamenti per il 2009, mentre la parte del leone è riservata al fondo della protezione civile per l'assistenza alle popolazioni (580 milioni), la parte riservata alla costruzione dei moduli abitativi è di 400 milioni, 130 sotto il costo complessivo, rimandando all'anno successivo lo stanziamento di altri 300 milioni. Facile intuire che ciò ricadrà sui tempi di realizzazione del "Case", anche perché la road map di Bertolaso è già in ritardo rispetto all'avvio dei lavori.

Il progetto "Case", in realtà, lascia molta gente "per strada" e fa rientrare dalla finestra l'idea delle "new town". Il futuro di questi 20 micro-villaggi con i loro 4.500 alloggi incrocia quello del centro storico dell'Aquila e dell'Università (la principale "impresa" cittadina). Una volta svuotate dagli abitanti - quando, tra un po' d'anni, potranno ritornare in possesso di una casa vera e propria - le "casette" sono destinate ai circa 10.000 studenti fuori sede che fanno dell'Ateneo aquilano uno dei più ricercati della Penisola. Ammesso che, nel frattempo, quegli studenti non siano migrati altrove, visto che in gran parte alloggiavano nel centro storico. Dove sicuramente non torneranno più e non solo per i tempi del tutto incerti della ricostruzione, ma anche perché al "centro" è riservato un destino del tutto diverso che stimola gli appetiti delle finanziarie pronte a "valorizzare" a modo loro ciò che ci sarà dopo le macerie.

La rabbia degli amministratori

Una nuova idea di città, il dopo-terremoto come occasione per ridefinire il "diritto di proprietà". Che è, poi, la filosofia di tutto il "Decreto Abruzzo". Quella che fa più arrabbiare gli amministratori locali, come la presidente della provincia Stefania Pezzopane: "L'impostazione emergenziale, segnata da un forte accentramento dei poteri nelle mani del commissario (leggi Protezione civile e Presidenza del Consiglio, ndr), è servita al governo per millantare la propria efficienza, ma non offre risposte vere alla popolazione". Perché? "Perché - risponde la presidente - le risorse sono poche e solo per il progetto 'Case', sulla ricostruzione è tutto aleatorio e perdipiù gli enti locali sono completamente esautorati. Non contano nulla e hanno le casse vuote".

Per cambiare qualcosa c'è ancora un po' di tempo, fino all'approvazione parlamentare del decreto. Ma Pezzopane è pessimista: "Nell'ultima sua visita a L'Aquila Berlusconi aveva assicurato che il governo avrebbe trovato il modo di finanziare le casse degli enti locali svuotate dall'emergenza terremoto. Passate le elezioni, la promessa sembra svanita. All'ultima audizione parlamentare abbiamo chiesto una serie di modifiche per coinvolgere nella gestione della ricostruzione le autorità locali e la popolazione. Meno di un'ora dopo, in commissione, la maggioranza ha bocciato tutti gli emendamenti che avevamo proposto". Del resto Berlusconi lo aveva promesso: "A L'Aquila ci penserò io". In tutti i sensi. (1-continua)

Il terremoto è senza dubbio, per la severità e la globalità del suo impatto, l’evento di origine naturale più disastroso. Alcuni numeri e qualche considerazione consentono di delineare le dimensioni del problema che tale evento rappresenta per il paese: 30mila terremoti nell’ultimo millennio, oltre 200 dei quali assolutamente distruttivi, un’impressionante sequenza di eventi causa, solo nel’900, di 120.000 vittime. Anche in termini economici è un fenomeno devastante: 75 miliardi di Euro è stato valutato l’ammontare, probabilmente sottostimato, delle risorse impegnate nell’ultimo quarto di secolo per la ricostruzione.

I terremoti di minore intensità che hanno colpito il Paese in questi ultimi decenni hanno impegnato quantità di risorse relativamente più contenute, ma hanno segnato un incremento percentualmente molto consistente rispetto agli standard precedentemente seguiti nel valutare e risarcire il danneggiamento. Insomma, il post terremoto-costa sempre di più (e non sempre a causa di una migliore qualità degli interventi); questo vuol dire che se ci trovassimo di fronte ad un altro terremoto dell’Irpinia, che da solo assorbì oltre 30 miliardi di Euro, sarebbe davvero un problema complesso risolverlo con le stesse logiche risarcitorie dell’ultimo più piccolo evento (per esempio San Giuliano di Puglia). Sempre più, quindi, l’ammontare delle ingenti risorse per la ricostruzione diviene comparabile con quanto necessario per l’avvio di una diffusa ed incisiva azione di prevenzione che consentirebbe di limitare i danni ma, soprattutto, determinerebbe le condizioni per subire un minor numero di perdite di vite umane.

Per il terremoto dell’Aquila si apre ora il problema della ricostruzione; prime valutazioni del danno economico cominciano a circolare e a preoccupare. La prima individuazione dei comuni terremotati, nel numero di 49, è stato preannunciato che potrà essere integrata e, come sempre è successo, le isosiste (linee che racchiudono aree di pari intensità dell’evento) del terremoto corrono il rischio di diventare qualcosa di elastico, in grado di essere tirate da una parte e dall’altra, e con esse i maggiori costi della ricostruzione.

In questi tragici giorni si è ripetuto fino allo sfinimento che questo è un paese a elevato rischio sismico. Si è detto molto anche riguardo alla altissima vulnerabilità del nostro patrimonio edilizio, soprattutto quello più vecchio, per caratteristiche tipologiche e costruttive degli edifici che costituiscono i circa 22mila centri storici, ben oltre la metà dei quali situati nei comuni ad alto rischio.

La vulnerabilità riguarda, oltre le abitazioni, anche un insieme di altri oggetti presenti sul territorio: il sistema infrastrutturale, quello industriale e produttivo, le reti dei servizi; persino quegli edifici che sono stati individuati come strategici ai fini di protezione civile non sono in gran parte costruiti “a prova di terremoto”. E poi ci sono l’edilizia illegale, cioè abusiva, e le costruzioni fatte ignorando la legalità, disattendendo le norme edilizie o, più semplicemente, rubando. L’Italia ha anche una forte esposizione, determinata dall’alta densità di popolazione, soprattutto quella associata alle criticità del sistema urbano di molte grandi città. Infine, la diffusa presenza di un enorme patrimonio storico, artistico e culturale che non è nemmeno solo un patrimonio “nostro” ma piuttosto dell’umanità, che non riusciamo a proteggere. L’evento del ’97 in Umbria e Marche, di intensità comunque limitata, ha fortemente danneggiato circa 600 chiese e, emblematicamente, la basilica di S. Francesco d’Assisi, mettendo in evidenza proprio il problema della conservazione e tutela del patrimonio culturale, per nulla protetto dall’impatto del terremoto. Il 6 aprile a L’Aquila le cose son andate nello stesso modo.

A fronte di questa sintetica ma sufficientemente sconfortante rappresentazione delle dimensioni e delle specificità del problema sismico in Italia, l’unico momento in cui tutti vogliono parlare di terremoto, quello dopo l’ultima catastrofe, non pare offrire spunti confortanti circa la determinazione espressa sul piano politico-istituzionale. Tale determinazione dovrebbe esprimersi nel lungo periodo, indispensabile per impegnare su un concreto programma di azione chi possiede le necessarie competenze, e dovrebbe essere gestita con quella logica oggi desueta che si chiama continuità dell’azione amministrativa, che vorrebbe significare un certo grado di indipendenza nei confronti dell’avvicendarsi dei livelli di governo di questo paese. Cosa, questa, poco vista in passato e mai in questa seconda Repubblica.

E’ d’altronde illusorio che la questione, possa essere affrontata mettendo in campo un solo strumento. Dalle pagine dei giornali e dai teleschermi, come dopo ogni terremoto, arrivano tranquillizzanti annunci circa l’immediata entrata in vigore della nuova normativa sismica e dei nuovi criteri di classificazione del territorio, senza tuttavia spiegare che si tratta di norme e criteri che sostanzialmente andranno ad incidere solo sulle nuove costruzioni, quelle che debbono ancora essere costruite. Poiché queste saranno poche, essendo stato costruito in questo paese il costruibile, il risultato sarà, nell’arco dei prossimi decenni, assai modesto in termini di riduzione del rischio. D’altronde, come si diceva, è arcinoto che lo zoccolo duro del problema sismico in Italia è l’edificato più antico. E su questo poco si dice, poco ci si impegna in tempo di quiete, per una certa insensibilità al tema e per l’incapacità, a cui sopra si accennava, di varare e perseguire un lungimirante programma di prevenzione.

Eppure le conoscenze ci sono, sono state prodotte in questi ultimi trent’anni attraverso l’impegno di alcuni soggetti (progetti finalizzati, gruppi di ricerca, istituti, servizi, etc.) che si sono proposti e avvicendati sulla scena della riduzione del rischio sismico; soggetti quasi tutti oggi scomparsi, non sempre sostituiti o sostituiti bene, che hanno utilizzato risorse pubbliche, in qualche caso ingenti. Questo patrimonio di know how consentirebbe di portare a soluzione, sotto il profilo tecnico-scientifico e operativo, il problema sismico del paese, ma in gran parte resta inutilizzato proprio perché un deficit di competenza e di determinazione politica non ha consentito di realizzare la necessaria funzione di trasferimento della conoscenza in azioni concrete.

Allora, se davvero si vuol avviare un percorso, necessariamente lungo e costoso, di riduzione del problema sismico nel paese si deve recuperare quanto prodotto in termini di conoscenza e di strategie, sempre messo da parte tra un terremoto e l’altro, e sempre rispolverato, magari per stralci scarsamente funzionali, nel dibattito post evento. Si ripropone allora un sintetico elenco di cose da fare, alcune delle quali particolarmente complesse, ma certamente indispensabili.

  1. conferimento di idonei livelli di protezione per le nuove costruzioni attraverso l’aggiornamento della classificazione sismica del territorio e della normativa tecnica; riconsiderazione dei criteri di controllo progettale e realizzativi nell’edilizia in zona sismica;
  2. riduzione del livello di vulnerabilità dell’edilizia più antica e dei centri storici; del patrimonio artistico e culturale; delle strutture strategiche di P.C. e di quelle destinate ad uso pubblico;
  3. contrasto del fenomeno dell’ edilizia illegale ed abbandono della pratica dei condoni edilizi; adozione di strumenti di pianificazione a carattere ordinario per conseguire, nel tempo, un riassetto del territorio che tenga conto delle problematiche poste dal rischio sismico;
  4. intervento costante sui livelli di comunicazione, informazione e sensibilizzazione della popolazione, indispensabile all’avvio di una più incisiva azione prevenzione ed alla ottimizzazione dei comportamenti in emergenza;
  5. intervento normativo per la definizione dei livelli di danneggiamento e, conseguentemente, dei criteri di indennizzo per la ricostruzione propedeutico al coinvolgimento del mercato assicurativo quale supporto all’enorme impegno dello Stato nel risarcimento, nell’ambito di un quadro generale di riduzione della vulnerabilità del patrimonio edilizio;
  6. verifica ed ottimizzazione degli standard di intervento in emergenza attraverso l’adozione degli strumenti di pianificazione.

Su ciascuno di questi punti ci sarebbe moltissimo da dire (solo qualcosa ha avuto un minimo di approfondimento in quanto ho già scritto -e magari su quello che scriverò ancora- per www.eddyburg.it, la cui redazione ringrazio per l’ospitalità) ma per tutti si può ribadire che ognuno è certamente indispensabile; alcuni poi, come si diceva, sono anche molto, molto complessi da realizzare.

Ma, d’altronde, complessa e obiettivamente difficile è la scelta di fondo, tutta politica, che si deve fare sulla sicurezza dei cittadini.

A fronte delle tante condizioni di insicurezza in cui oggi, non importa se più o meno di ieri, si vive, vi è un monte di risorse limitato, molto limitato per fare prevenzione, sia che si tratti di catastrofi “naturali”, sia di salute, di morti bianche, di stragi del sabato sera o altro ancora. Dopo l’esplosione di un’emergenza si scoprono sempre cose che si sarebbero dovute fare e non sono state invece fatte; poiché l’ultima emergenza è sempre la più importante, all’opinione pubblica indignata si promette ogni volta che quella cosa non succederà più, che finalmente la prevenzione avvierà a soluzione il problema, senza purtroppo tener conto del quadro d’insieme.

Su questi temi occorrono scelte precise incalzate da quanto sta in queste ore accadendo circa le richieste di molti comuni dell’Abruzzo per avere comunque una quota di risorse in questo dopo terremoto, per mettere in sicurezza il loro patrimonio edilizio anche se non danneggiato. Si manifestano cioè situazioni che tipicamente esplodono quando un problema grosso resta troppo a lungo non governato; situazioni determinate delle enorme difficoltà nel conciliare la sensibilità della gente con il rigore della logica che punterebbe invece ad investire risorse in prevenzione nell’ambito di un quadro generale di priorità d’intervento, esclusivamente in base alle valutazioni di rischio da tempo disponibili.

Emerge così, dalle vicende dell’Aquila, soprattutto un’esigenza di chiarezza rispetto a quanto si potrà fare subito per quelle popolazioni in così grande difficoltà, e di quanto si potrà anche fare, in prospettiva, per determinare una condizione di maggiore sicurezza per quella tanta parte del paese che con il rischio, in modo più o meno consapevole, oggi convive.

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