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Lo stato del paesaggio italiano, e in particolare di quello ligure, nel recentissimo rapporto della Società Geografica Italiana. Da Il Secolo XIX, 31 luglio 2009 (m.p.g.)



Ogni anno la Società Geografica italiana pubblica un Rapporto in cui si raccolgono i risultati di una ricerca. Nel 2009 il tema scelto è stato "Paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazione", per curare il Rapporto è stato scelto Massimo Quaini, uno dei più importanti geografi italiani, docente all'università di Genova. Il ritratto che emerge dalle cento pagine del prezioso volume è complessivamente desolante. In Italia prosegue inarrestabile l'avanzata del cemento senza che nessuno sia in grado di controllarla. Ogni anno nel nostro Paese le superfici agricole si riducono di 190 chilometri quadrati e le zone rurali che non vengono invase dal dilagare delle aree urbane restano abbandonate al degrado.

Anche la Liguria - che nel Rapporto viene analizzata come caso emblematico, insieme alla Sardegna - non sfugge a questa logica, anche se il Rapporto chiarisce che presunti record di cementificazione, che negli anni scorsi erano stati attribuiti alla Liguria, si basavano su dati del tutto sbagliati. Doveroso scrupolo scientifico, ma magra consolazione per chi vede la regione stretta in una morsa fatta di "rapallizzazione" della costa e di inselvatichimento dell'entroterra. Un amaro bilancio in cui la nozione di tutela del paesaggio rischia di diventare una formula vuota e da cui sorge il dubbio che il paesaggio da tutelare stia scomparendo. "In effetti sono quasi cent'anni che nel nostro paese si parla di tutela del paesaggio e a giudicare dalle discussioni e dall'insoddisfazione in sede culturale e politica non sembra che si siano fatti molti progressi" spiega Quaini "ma forse per trovare le risposte giuste più che domandarsi se esiste ancora un paesaggio da tutelare ci si dovrebbe chiedere perché si deve tutelare il paesaggio. Che senso ha farlo oggi dopo un secolo di profonde trasformazioni negli usi del suolo? Trasformazioni in gran parte inevitabili e che non si possono certo fermare, ma solo guidare meglio. Salvaguardare i paesaggi non significa infatti imbalsamarli e neppure tenerli in piedi artificialmente.

Il fatto è che la nostra concezione del paesaggio è profondamente cambiata rispetto a quella dei ministri che da Benedetto Croce a Galasso, da Urbani a Rutelli (si noti la progressiva decadenza!) hanno introdotto nuove leggi e codici. In breve, siamo passati da una concezione piuttosto aristocratica, che vincolava le "bellezze naturali" e i panorami, a una assai più democratica che avvicina il paesaggio alla percezione e al senso comune dell'abitante, del cittadino, nella convinzione, sancita soprattutto dalla Convenzione europea (ma implicita anche nell'art. 9 della nostra Costituzione), che tutti abbiamo bisogno di riconoscerci in un paesaggio, in un orizzonte geografico al quale ci lega la nascita, la memoria familiare e storica e anche la nostra vita quotidiana e lavorativa. Quindi, se un logoramento c'è stato questo non ha riguardato le ragioni del paesaggio, che anzi sono cresciute e oggi ci sembrano irrinunciabili, ma piuttosto i vari livelli di gestione e cura istituzionale del paesaggio e del patrimonio culturale che ancora lasciano molto a desiderare".

Il Rapporto mostra con molti esempi come, soprattutto a scala locale, non si sia ancora trovato l'equilibrio fra le esigenze della valorizzazione economica e quelle della tutela dei paesaggi. In Italia sembra sia stata ormai abbandonata ogni forma di pianificazione. Gli urbanisti hanno ceduto il passo alle archistar che pensano in termini di edifici e non di territorio. i piani regolatori si fondano sulle deroghe e il cemento non trova più ostacoli.

"La vicenda della pianificazione paesaggistica in Italia ha risentito di una situazione ancora molto confusa sul piano istituzionale e normativo e perciò scarsamente efficace nella tutela" prosegue Quaini "è chiaro a tutti come nei varchi lasciati aperti, talvolta spalancati. nel controllo e nella gestione del territorio la speculazione edilizia, che in Liguria ha avuto una ricca fenomenologia descritta da scrittori e giornalisti famosi, continua a infiltrarsi e prosperare. Oggi dovremmo tutti essere convinti che la speculazione edilizia non è una "valorizzazione" del paesaggio, per la semplice ragione che si basa sul consumo irreversibile di quelle risorse di immagine e anche economiche sulle quali soltanto possiamo ricostruire il nostro futuro. E tuttavia come il giornalismo di inchiesta continua a denunciare non mancano le operazioni meramente speculative.

Da che cosa deriva questa debolezza della pianificazione? Le archistar, ovvero la rincorsa agli edifici-simbolo di alcune grandi firme è certamente una delle cause. Lo è soprattutto perché svaluta il lavoro paziente e sistematico della pianificazione contestuale, i piani che trovano la loro efficacia nella capacità di conoscere e valorizzare l'intero contesto di vita di una comunità e di controllarne quotidianamente i piccoli e i grandi interventi su un bene comune. Solo attraverso questo tipo di pianificazione coinvolgente e "partecipata" si può pensare di tutelare il paesaggio. Il vero controllo e alla fine anche la gestione del territorio e del paesaggio devono farli i cittadini, andando se necessario anche contro i loro rappresentanti. Anche se questi ultimi non sembrano essersene molto accorti questo modo democratico e dal basso di gestire il territorio e i paesaggi è diventato un'esigenza sempre più sentita. Forse, un giorno, quando gli abitanti prenderanno nelle loro mani il destino e l'amministrazione di questi loro beni comuni si potrà pensare di abolire la pianificazione dall'alto, quella che è competenza solo dei tecnici e dei loro incomprensibili linguaggi".

Il Rapporto si occupa principalmente del paesaggio rurale dove la Liguria è considerata un caso esemplare di territorio fortemente urbanizzato sulla costa e con un entroterra che rischia abbandono e degrado. "L'utopia che ho appena descritto sembra lontana anni luce da questo nostro presente e invece se volgiamo le spalle al mondo della costa, come ci hanno insegnato a fare Calvino e Biamonti, e guardiamo all'entroterra, al mondo della collina e della montagna ci rendiamo conto che qui, in questi territori, alcuni brani di questa utopia si stanno realizzando" conclude Quaini "Questi territori non sono forse stati abbandonati dalle istituzioni e non sono abituati a fare da sé, a difendere da soli le loro risorse? Non stanno forse riscoprendo le ricchezze del loro passato anche istituzionale - per esempio le comunaglie: beni da amministrare e godere in comune - e soprattutto le potenzialità di risorse agro-silvo-pastorali e di saperi ambientali legati a mestieri di cui fino a ieri ci si vergognava? Non si muovono in un'altra logica rispetto a quella della costa? Sempre più mi convinco che il futuro della nostra regione si gioca soprattutto in questi territori che il Terzo valico, che peraltro i genovesi vedranno fra trent'anni, vorrebbe bypassare. E non solo perché costituiscono la più grande riserva di paesaggi, ma anche perché la costa è stata così densamente urbanizzata da essere diventata qualcosa di diverso dal paesaggio".

Il Tempo

Arte che rende. Bel Paese fabbrica di ricchezza

Chi se lo ricorda un capo del governo al Collegio Romano, austera sede del ministero più povero d'Italia?

Berlusconi ha spezzato l'incantesimo e ieri ha riempito come mai il Salone del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali per tenere a battesimo la rivoluzione firmata dal mite e deciso ministro Bondi e dal lesto supermanager Mario Resca, re Mida di McDonald chiamato otto mesi fa a raddrizzare le sorti grame del dicastero che potrebbe essere la gallina dalle uova d'oro del Bel Paese.

Per lui al Collegio Romano è stata creata la Direzione Generale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Da dopodomani pienamente in vigore. Dunque, il premier al Collegio Romano.

Entra con mezz'ora di ritardo, mentre in platea lo aspettano archeologi e volti tv, direttori di musei e di archivi (da Marzullo a Strinati, da Alessandro Nicosia allo storico Aldo G. Ricci).

«Ho tardato perché Bondi mi ha portato a vedere la biblioteca del ministero. Lo invidio, al confronto io lavoro in un retrobottega», attacca frizzante Berlusconi.

È l'avvio di un incontro fitto di annunci, un'antologia di interventi su spettacolo e archeologia, su istituti di restauro e scuole, su televisione e cinema. Tutto sotto il comun denominatore «cultura». E sotto la filosofia: le risorse vanno impiegate razionalmente, su progetti qualificanti, non disperse con contributi a pioggia.

Con preciso obiettivo, uscire dall'assistenzialismo, perché la «cultura, che non è né di destra né di sinistra, come è successo da Bottai a Gramsci, ma solo cultura, meno dipende dallo Stato e più è libera», dice Bondi, seduto alla destra del premier, mentre alla sinistra c'è Resca.

Allora come finisce la storia del Fus, il Fondo Unico per lo spettacolo del quale da mesi si aspetta il reintegro?

«Lo incrementeremo con il prossimo decreto legge - promette Berlusconi - La Scala e gli altri teatri non possono chiudere. Se Tremonti dice no non lo fa perché è un mostro, glielo impone la realtà dei conti».

E però «andremo a un reintegro verso i 60 milioni di euro. L'anno prossimo cercheremo di spostare qui qualche risparmio sulla spesa».

Bondi allarga il ragionamento: «Non è solo necessario aumentare gli stanziamenti, ma lasciare il campo all'iniziativa privata. La defiscalizzazione può essere uno strumento».

Ma è tutto il sistema Bel Paese che ha bisogno di emulsionarsi.

«Serve un drizzone dalla politica, l'Italia deve promuovere di più il patrimonio artistico, non può continuare a spendere in questo settore un ventesimo di quanto spende la Spagna. Quando confronto il numero dei visitatori dei musei in Francia o in Inghilterra con quelli italiani mi cadono le braccia», si sfoga il Cavaliere.

Che fare? «Pubblicità in tv e manifestazioni, come l'Expo del 2015», la sua ricetta.

«Quando ho visitato il Colosseo con il presidente cinese Hu Jintao, mi ha confermato che la nostra civiltà non ha pari al mondo».

E qui il premier rilancia i progetti del Ponte sullo Stretto e della Tav, «così i turisti potranno velocemente sostarsi da Firenze a Roma, da Roma a Napoli e più a Sud».

Basta poi con «gli introiti dei musei all'erario, vadano ai direttori, avranno una spinta a promuovere la loro struttura». Resca, tempestato di polemiche appena nominato, dice di essere ancora più motivato dopo la ricognizione nei musei stranieri e italiani. E sciorina cifre e strategie.

«La domanda turistica legata ai beni culturali è passata in 10 anni dal 18 al 35 per cento ed è qui che bisogna mirare, perché un euro investito in cultura si moltiplica per sei nell'indotto. Bisogna capire e comunicare le esigenze del visitatore-cliente. E serve un'alleanza tra pubblico e privato».

Insomma, la tattica dell'efficienza e del sorriso. Ma intanto il rilancio dei musei conterà su 40 milioni di euro e dieci milioni andranno agli istituti di restauro: «eccellenze italiane», dice il ministro.

Soldi in arrivo da Arcus, la spa in condominio col ministero delle Infrastrutture che gestisce per la cultura il 3 per cento delle spese per Grandi Opere. Berlusconi sollecita anche l'apertura serale dei musei. Ribattono il sindacato: «Le facevamo dal 2001. Ma Urbani le bloccò. Seguito da Buttiglione, Rutelli e Bondi».

APCOM

Berlusconi: Per musei faremo una vera rivoluzione.

"Quando vedo il numero dei visitatori dei musei di Londra e Parigi e li confronto con quelli di Roma e Milano mi cadono le braccia". Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa al fianco del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, ribadisce il suo sconforto per la mancata valorizzazione del patrimonio artistico italiano e dice: "Così non si può più andare avanti, serve una vera e propria rivoluzione, un 'drizzone'". Per Berlusconi dunque "è ora di cambiare" ed introdurre "una nuova mentalità" nella gestione del patrimonio artistico e in particolare dei musei: "Devono stare aperti fino a sera e anche il sabato e la domenica, devono essere accoglienti e offrire tutte le facilities", e poi affaccia la possibilità di un cambio radicale anche nell'incasso dei biglietti: "Oggi gli incassi vanno tutti all'erario e quindi i direttori dei musei non hanno una spinta a promuovere la loro struttura". Un compito che il premier è sicuro possa essere svolto con successo da Mario Resca: "Ha girato il mondo, ha visto tutti i musei più importanti, senza pretendere una retribuzione dallo Stato, ed è tornato con la convinzione che serva un'inversione di rotta a 180 gradi".

Anche per intercettare l'aumento del flusso turistico mondiale atteso nei prossimi anni: "Noi attiriamo una quota risibile" rispetto alle potenzialità, lamenta Berlusconi. E questo anche perchè "spendiamo un ventesimo di quello che la Spagna spende in promozione".

Nel mondo, osserva il premier, "c'è grande curiosità per l'Italia", ma poi serve che scatti lo stesso meccanismo che "fa allungare la mano di una massaia sullo scaffale di un supermercato per prendere un certo prodotto invece di un altro".

E dunque "la curiosità va supportata con la pubblicità: sulle televisioni ma anche con le manifestazioni", per esempio sfruttando "l'Expo di Milano del 2015". Infine Berlusconi ha avuto parole di elogio per Bondi, "ho grande stima per lui e la sua onestà intellettuale", ma anche di invidia bonaria: "Gli ho espresso il mio compiacimento, la mia ammirazione e invidia per la biblioteca del Collegio Romano che mi ha fatto visitare: al confronto io lavoro in un retrobottega. E lo pagano pure... è una situazione di ingiustizia totale".

Postilla

Simile caleidoscopio di sciocchezze e banalità alla rinfusa, non meriterebbe che un no comment sdegnato. Ma il fatto che tali affermazioni provengano dalle più alte autorità governative e siano state pronunciate nella sede ufficiale del Ministero, le connota, purtroppo, di un peso politico quasi drammatico.

Le parole di Berlusconi e Bondi sanciscono in via definitiva il passaggio del nostro patrimonio allo status di merce, “la gallina dalle uova d’oro” bisognosa di null’altro che di “pubblicità” affinchè il “visitatore-cliente” allunghi la mano, come la massaia, per afferrarla sullo scaffale dell’offerta turistica.

In questo contesto “filosofico”, di desolante povertà, anche dal punto di vista dell’innovazione manageriale, appare la sequenza delle ricette sfoderate per fare la “rivoluzione”: Berlusconi, ringalluzzito dalle rassicurazioni di Hu Jintao che gli ha “confermato” (lui, il premier cinese a quello italiano) la primazia del nostro patrimonio, ingiunge l’apertura serale dei musei (sperimentata dal 2001 e annullata per mancanza di fondi), mentre Bondi, da parte sua, per stornare da sé ogni sospetto di richiesta nei confronti di Tremonti, fa appello all’iniziativa privata e rispolvera la defiscalizzazione, che in tempi di evasione fiscale arrembante appare concetto quasi metafisico.

Solo un passaggio merita adesione, laddove il ministro afferma che “la cultura non è né di destra, né di sinistra, ma o è cultura o non lo è”.

Appunto, questa di sicuro non lo è. (m.p.g.)

Punto primo: il suolo è un bene comune. Punto secondo: si edifica solo su aree dismesse. Punto terzo: ogni nuova costruzione su suolo libero dovrà essere compensata con una superficie doppia destinata a parco. Questa, in sintesi, è la proposta di legge presentata in consiglio regionale da Legambiente Lombardia.

Negli ultimi sei mesi l’associazione ambientalista ha raccolto le firme di oltre 12.000 cittadini lombardi intenzionati a mettere il freno alla colata di cemento che si abbatte ogni giorno nella nostra campagna. L’avanzata di strade, case, centri commerciali, capannoni, spesso desolatamente sfitti, non lascia indifferenti i lombardi consapevoli che sui suoli regionali si giocherà il futuro dei propri figli e nipoti, perché una aggressione così massiccia al territorio è già una seria ipoteca per le future generazioni. Il ritmo con cui spariscono i terreni, inghiottiti da asfalto e cemento, è infatti serrato e preoccupante: 103.000 metri quadri in meno ogni giorno, come dire che ogni tre ore sparisce una superficie di Lombardia pari a quella occupata dal Duomo di Milano. Per di più si costruisce senza produrre alcuna ricchezza e senza rispondere a vere esigenze sociali, ma solo per aggiungere volumi dove il suolo costa meno: in campagna.

Non potrà mai esistere un’edilizia virtuosa fino a quando risulterà conveniente occupare nuovi suoli agricoli piuttosto che recuperare spazi sottoutilizzati. Dobbiamo ripensare il modo in cui si costruisce nella nostra regione: non ha senso costruire quartieri a zero emissioni in posti dove si è costretti a percorrere ogni giorno 100 km in auto per andare al lavoro.

Deve essere fermata l’emorragia dei suoli agrari che è, oggi, il male più grave di cui soffra la nostra regione e l’intero paese. La terra è un bene comune limitato e non rigenerabile, senza il quale non è possibile nutrire il pianeta.

Per questo l’obiettivo principale dell’associazione del cigno, dichiarato ai consiglieri regionali, è ottenere un riconoscimento giuridico per il suolo, che ancora manca nella legislazione del nostro paese. Non abbiamo molto tempo per invertire la rotta, deve passare il principio che il suolo è un bene di tutti, ogni consumo o danneggiamento di questa risorsa rappresenta un vero e proprio danno nei confronti della comunità. Legambiente e i cittadini che hanno sottoscritto la proposta di legge chiedono a gran voce al legislatore regionale di intervenire prima che il danno all’agricoltura e al paesaggio lombardo sia irreversibile.

Sulla proposta di Legambiente vedi anche, su eddyburg, la critica di Gianni Beltrame, la risposta di Damiano Di Simine e la replica di Beltrame

Nello scontro istituzionale con il Governo, bloccando la proposta del “piano casa” avanzata dal Presidente Berlusconi, sembra che le Regioni si siano accorte di avere un potere che non esercitavano. Ecco così che tutte le Regioni hanno normato, o stanno normando, propri piani casa (o sedicenti tali) che consentono aumenti di cubature. Il WWF lancia un allarme poiché la sommatoria di tutti questi piani rischia di essere peggiore di quella (improponibile) inizialmente ipotizzata dal Governo: infatti molte Regioni non si sono limitata alle case, ma hanno consentito interventi anche sulle strutture edilizie artigianali ed industriali. E’ il caso del Piemonte e della Lombardia, dove il premio di cubatura viene consentito anche ai capannoni. In Lombardia poi viene autorizzato il recupero e riutilizzo a scopo residenziale delle volumetrie abbandonate anche se con diversa destinazione di uso. Ma a preoccupare il WWF oggi sono i territori di Sardegna e Campania a rischio cemento.

“L’effetto domino che si sta verificando sta portando le regioni ben oltre il concetto di “piano casa” e a breve assisteremo ad un significativo aumento non solo delle costruzioni, ma anche della densità abitativa di alcune zone delle nostre città senza che in via preventiva ci si sia preoccupati di adeguare standard urbanistici quali verde pubblico e servizi e senza che si sia provveduto ad un potenziamento mirato dei servizi di trasporto pubblico” – ha dichiarato Gaetano Benedetto, co-direttore del WWF Italia - Tra le Regioni che si apprestano ad approvare nuove norme in questo settore, quelle che ci preoccupano maggiormente sono due. La Campania, dove è forte il rischio di speculazioni e deregulation nella pianificazione edilizia in conseguenza del piano casa in discussione in questi giorni in Consiglio regionale, si presta così a versare nuovo cemento sul proprio territorio già martoriato .

Anche la Sardegna apre una nuova stagione edilizia e viene da chiedersi se gli incendi di questi giorni, nell’ignoranza della norma che vieta per 10 anni ogni costruzione sui terreni percorsi dal fuoco, non abbiano a che fare con questa aria che si respira. Il tutto sta avvenendo senza coordinamento alcuno da parte dello Stato che sembra, aver rinunciato ancora una volta al proprio ruolo di coordinamento e di indirizzo. Vale la pena ricordare che il ‘governo del territorio’ e con esso l’urbanistica non è materia esclusiva delle Regioni, ma “concorrente”. La competenza dunque non esclude lo Stato che, se c’è, farebbe bene a battere un colpo”.

CASO SARDEGNA:

ARRIVA L’ABUSO ‘FAI DA TE’

In Sardegnail cosiddetto piano casa si inserisce in una proposta complessiva di revisione del Piano Paesaggistico Regionaleche impediva di edificare entro i 2.000 metri dal mare. La legge è molto articolata, anche per diverse categorie (residenze, strutture turistico alberghiere, strutture agricole ecc), ma con poche eccezioni (centri storici e case sparse entro i 300 mt dal mare) consente un aumento del 20% dell’esistente che, nel caso si strutture uni o bi familiari può essere realizzato non solo sopraelevando, ma anche costruendo corpi separati.

Gli edifici entro i 300 metri dal mare possono avere un aumento solo del 10%. Si può arrivare al 30% di aumento se si garantisce un risparmio energetico del 15% rispetto alle prescrizioni regionali, oppure se se gli edifici vengono abbattuti e ricostruiti.

Se si abbattono edifici entro i 300 metri dal mare e se si ricostruiscono all’interno è previsto un premio di cubatura del 40% che arriva al 45% se si garantisce un risparmio energetico del 20%. Ma quello che preoccupa è la semplificazione delle procedure. La maggior parte degli interventi potrà essere fatta con autocertificazione con una semplice Dichiarazione Inizio Attività , ma molte sono le opere che necessitano solo di una comunicazione senza rilascio di alcun permesso: movimenti di terra per attività agricole e zootecniche, serre stagionali senza muratura, opere temporanee sino a 90gg, pavimentazione degli spazi esterni anche per aree sosta, impianti funzionali all’efficienza energetica.

CASO CAMPANIA:

PIANIFICAZIONE URBANISTICA ADDIO

Peggiori, se possibile, le previste norme in Campania che vorrebbero introdurre nella normativa regionale una totale deregolamentazione alle leggi vigenti in materia di urbanistica: giovedì ci sarà il voto in aula regionale.

Il valore delle aree industriali dismesse è triplicato in pochi giorni, a riprova che gli speculatori si stanno già muovendo. Il disegno di legge infatti, superando di slancio i già discutibili contenuti dell’accordo Stato-Regioni, introduce una vera e propria liberalizzazione a tempo indeterminato delle destinazioni d’uso, consentendo tout court la trasformazione in abitazioni delle strutture produttive anche se funzionanti. Questo costituisce pertanto un allettante invito alla cessazione anticipata delle poche manifatture ancora attive, alla faccia del “rilancio economico”.

Tutto questo in deroga alla pianificazione comunale, dando per intero l’iniziativa ai privati, lasciando i Sindaci, cui pure la Costituzione e le leggi conferiscono il potere di disciplinare l’uso del suolo, spettatori impotenti. Il piano inoltre premierebbe chi ha compiuto abusi. Gli abusivi che hanno condonato quanto costruito, ampliano considerando anche le superfici abusive; e quelli che non hanno condonato ancora finiscono per avere una doppia premialità : corsia preferenziale per il condono e superficie condonata considerata ai fini dell’ampliamento.

E come aggravante tutto questo anche nella zona rossa del Vesuvio e nelle aree tutelate dai piani paesaggistici.

La prima vittima illustre della deregulation sarebbe il piano regolatore di Napoli che ha il merito di aver affidato saldamente alla mano pubblica la regia del recupero delle aree industriali dismesse, risparmiando per ora alla città un nuovo sacco edilizio.

Unica nota positiva prevista è che sia per gli interventi di ampliamento che per gli interventi di sostituzione edilizia il disegno di legge prevede che essi potranno essere effettuati a condizione che si usino tecniche costruttive che garantiscano prestazioni energetico- ambientali

Resta da capire per i nuovi carichi insediativi in un territorio già sofferente e congestionato, chi provvederà agli standard, al verde, agli spazi e attrezzature pubbliche. Su tutti questi aspetti il discusso provvedimento campano tace, lasciando questi oneri in capo alle generazioni che verranno.

Questo autunno si presenta assai difficile, forse fatale, per Berlusconi.I segni non mancano. La storia delle escort è stata ripresa e rilanciata con forza dalla stampa internazionale, cioè da chi ha potere sulla stampa internazionale. Il Cavaliere (forse con la sola eccezione di Putin) è diventato persona con la quale è meglio non andare a prendere l'aperitivo insieme. Ma anche all'interno del suo regno le cose non vanno meglio: i feudatari minacciano. Bossi quando chiede il ritiro dall'Afghanistan, non pensa tanto all'Afghanistan, ma al mercato interno, e a cosa può ottenere di più per la Lega. E su questa rivendicazione (magari con la collaborazione di Tremonti) costringerà il Cavaliere a scendere più volte da cavallo.

Fatte queste brevi premesse la minaccia più grave gli viene dal Mezzogiorno: la storica «questione meridionale» è una valanga che potrà travolgerlo. E non è un caso che la stampa italiana di questi giorni, a cominciare dal Sole 24 Ore dia grande spazio all'argomento. E vale segnalare anche il ritorno in campo di Geronimo, al secolo Cirino Pomicino.Con la crisi, e il venir meno di denaro usato come tranquillante, la questione meridionale è riemersa con tutta la sua forza. La pubblicazione del Rapporto Svimez e l'intervento del suo presidente Nino Novacco, le iniziative per un partito del Sud e soprattutto i non voto da parte dei parlamentari siciliani del Mpa, cioè di Lombardo presidente dell'Ars, annunciano «scosse» molto più gravi di quelle con le quali si diletta D'Alema.

Non bisogna dimenticare che nella storia della nostra repubblica una scossa in Sicilia di solito ha provocato un terremoto in Italia. I precedenti storici non mancano, e non si tratta solo di Milazzo. La Sicilia, a modo suo, è una nazione, a suo tempo aveva addirittura rivendicato l'indipendenza dall'Italia. Sempre a proposito del peso della minaccia siciliana vale notare che mai il presidente del Consiglio era stato così tempestivo nel promettere un piano di intervento. Alla quale promessa non si è risposto con un conveniente «grazie», ma con l'affermazione di essere stanchi di promesse.

Insomma tra Nord e Sud il Cavaliere questo autunno avrà i suoi guai. Le due parti che contestano la condotta politica di Berlusconi con tutti i loro limiti e difetti rappresentano entrambi forze reali, nel bene e nel male, ma pesanti. La Lega è l'unico vero partito che esista oggi in Italia, con il suo insediamento territoriale, con la sua base popolare (il consenso elettorale è in crescita) anche con la sua ideologia razzista.

Il Sud con tutti i terribili difetti della maggioranza dei suoi politici, con tutte le mafie, camorre e 'ndranghete che arricchiscono le cronache criminali, ma che sono un prodotto di quelli che nella storia sono stati i vari conquistatori, compresa l'ultima «conquista regia», è una forza. Il Sud è una forza e un problema nazionale. La un po' dimenticata «Questione meridionale» di quel tal Gramsci non era uno studio antropologico regionale. Oggi la questione riesplode in una fase di crisi economica nuova e globale e non sarà facile addomesticarla con qualche riedizione della Cassa del Mezzogiorno.

E, torno a Berlusconi, con un partito come il Pdl che è tenuto unito solo dal prestigio e dalla forza del capo. Se il capo perde colpi ognuno diventa capo di se stesso: dal partito delle libertà a tutti in libertà.

Una simpatica testimonianza del meridionalismo dei berluscones del Sud è raccontata nell'articolo di Gervasi e nel commento di Palermo sul Campo di golf più a sud d'Italia

È curioso che nessuno dei meridionali che stanno al governo, da La Russa alla Prestigiacomo, reagisca agli insulti leghisti. In tanto straparlare di Partito del sud, fra tanti caldi strafalcioni «a favore dello sviluppo autogeno del Meridione», non c’è infatti ministro o parlamentare della maggioranza che osi rispondere alla tracotanza di questi loro colleghi padani.

i quali, dal canto loro, non perdono occasione per mostrare il dito medio ai professori del Sud. Eppure erano meridionali gli insegnanti che hanno formato la Prestigiacomo in un liceo di Siracusa e Fitto in un liceo di Bari, e La Russa a Paternò. Ed erano meridionali anche i (cattivi) professori che hanno formato i leghisti di Milano, di Torino, di Vicenza…. Si sa che, in base all’anagrafe, tutta la scuola italiana è meridionale. Ebbene, si può continuare a sopportare questo repertorio infinito contro il Sud, contro la scuola, contro la decenza? Il leghismo, lo abbiamo detto mille volte, è la tracimazione rancorosa di tutti i più vieti luoghi comuni del suburbio. Perciò davvero importa poco che la proposta della Lega di imporre ai professori italiani un esame di dialetto non abbia alcuna possibilità di essere accolta. Non è insomma significativo che si tratti di un altro - l’ennesimo - starnuto alla Totò: un tentativo di starnuto, una smorfia implosa, un altro botto razzista che «tanto, non ci sarà», «è solo folclore», «è linguaggio pittoresco» …La volgarità gratuita dei leghisti sta sapientemente avvelenando l’Italia.

Sappiamo infatti per esperienza che a nulla serve rispondere che le intelligenze non sono come gli agrumi e il granturco, e non hanno radici territoriali. Ed è inutile immaginare cosa diventerebbe l’Italia se un professore milanese non potesse insegnare a Venezia e soprattutto se davvero i professori meridionali dovessero lasciare le cattedre del Nord perché non conoscono il meneghino, il vicentino, il torinese.

Ai leghisti non interessa la discussione sulle loro corbellerie. Ci provano e basta. E ci riprovano ogni volta che possono, con l’idea fissa che il professore terrone va cacciato dal Nord, una volta perché è - disse la Gelmini - «dequalificato», un’altra perché «non conosce la matematica» e ora perché «non parla il dialetto della regione dove insegna». Come si sa, la difesa del dialetto veneto e lombardo è all’origine della Lega. Bossi rivelò che «l’idea di mandare a casa i terroni fu il fondamento del nostro movimento». Poi lo chiamarono «smantellamento dei privilegi verso i meridionali nei concorsi pubblici». Ora sono arrivati al test di dialetto per gli insegnanti. La Lega, che col tempo è diventata sempre meno strampalata e sempre più concretamente razzista (contro gli immigrati), ha comunque conservato l’antimeridionalismo come idea di fondo. Perciò è miserabile, ridicolo e penoso che non si ribellino i ministri sudisti. Perché mai - facciamo un esempio - non difende il Sud l’aggraziata ministra Prestigiacomo, imprenditrice meridionale che mai ha trafficato con gli appalti? Ecco, vorremmo dire a questi «ostaggi incaprettati» nel centrodestra brianzolo che rischiano di fornire alimento alla Lega quando immaginano una riedizione del partito della spesa, della Cassa del Mezzogiorno, un partito del Sud. Ed è invece uno squallore, del quale prima o poi dovranno rispondere ai loro elettori, questo silenzio assenso, divertito e neppure imbarazzato, ogni volta che gli uomini di Bossi cercano di mettere l’anello al naso ai meridionali.

Forza dunque La Russa, forza Fitto…: non vi invitiamo a ricordare ai vostri colleghi padani l’inguaribile cretinismo pellagroso che il medico milanese Andrea Verga (c’è il suo busto in bronzo in via Festa del Perdono) denunziò nei mangiatori di mais. Non vi invitiamo insomma al facile conflitto nord sud. Ma solo a un barlume di dignità. In nome di quegli insegnanti che forse inutilmente vi spiegarono che il Sud non è il turgore della commedia di Micciché e di Lombardo. Ecco il dramma italiano: mentre il governo della Lega avvelena l’Italia, i governanti del Sud rischiano, con ignominia, di legittimare la Lega.

È il governo meno amico del paesaggio, dell’ambiente, dei beni culturali che vi sia mai stato, e quindi amicissimo della rimozione di vincoli e controlli. Berlusconi, vecchio immobiliarista, ha messo ai Beni Culturali e al paesaggio un suo adoratore, Sandro Bondi, quale “commissario liquidatore”: del Ministero e ancor più delle Soprintendenze. Queste, pretendendo il rispetto dei vincoli paesaggistici (poi vi sono quelli idrogeologici, ambientali e sismici) infastidiscono fortemente quanti - si veda a Roma Franco Caltagirone per i vincoli sull’Agro - riuniscono in sé proprietà fondiaria, attività di costruzione e vendita di immobili. Il Codice per il paesaggio Rutelli/Settis restituiva ai soprintendenti un parere vincolante “a monte” dei progetti edilizi ed imponeva la co-pianificazione paesaggistica Stato-Regioni? Messo in frigo e rinviato, mentre Tremonti massacrava i fondi alle Soprintendenze e i costruttori il paesaggio. Dopo la dura intervista di Giulia Maria Crespi (FAI) e una critica presa di posizione di Vasco Errani (Commissione Stato-Regioni), Bondi ha assicurato: «Agli inizi del 2010». Chi può credergli? Intanto nell’ultimo mezzo secolo – secondo la Società Geografica Italiana – il cemento ha totalmente occupato una superficie agraria, o libera, pari a Lazio e Umbria messe insieme. A cui aggiungere però le mille e mille devastanti occupazioni parziali. Inoltre il Piano casa berlusconiano spinge Regioni come la Lombardia a proporre l’edificazione pure nei parchi regionali (Milano Sud) e magari nei centri storici. In barba a vincoli e controlli tecnico-scientifici. E a Milano (così Stefano Boeri) ci sono già uffici vuoti per 900.000 mc, pari a 30 grattacieli.

Poi c’è l’ambiente. Per il nucleare il parere del Ministero dell’Ambiente poteva risultare di qualche impaccio. Pertanto il governo ha deciso di cancellarlo nel decreto anti-crisi di cui tanto si parla. Il ministro Prestigiacomo ha protestato. Per ora, invano. Del resto, assieme al premier, si era prodigato per ritardare e ridurre la severità degli impegni sui gas serra, rassegnandosi soltanto davanti alla risolutezza di Obama. Con le modifiche al decreto annunciate al Senato, l’Ambiente verrà riabilitato? Peraltro la Prestigiacomo sta obbedendo al comando di “velocizzare” al massimo le valutazioni d’impatto ambientale sulle infrastrutture avendo cambiato tutti i commissari della VIA.

Il che significa: controlli generici e quindi poco penetranti. Mentre nel Piano casa nazionale – altro decreto – non vengono seriamente considerati i vincoli antisismici. Fino alla prossima tragedia di un Paese, di uno Stato dissolto.

C’è una notizia, che in questi lenti e caldi giorni di metà estate sgomita per trovare il suo spazio e che è riuscita a sconfinare dall’indifferenza e dall’abitudine delle scarne cronache locali fino alla prestigiosa vetrina offertale dal Corriere della Sera. Il quotidiano di via Solferino, infatti, il 17 luglio scorso ha informato i suoi lettori dell’apertura del “campo da golf più a sud d’Italia”. Nella Sicilia bedda, naturalmente, e precisamente a Sciacca, in provincia di Agrigento.

L’articolista, nella mezza pagina a disposizione, ha esaurientemente illustrato una “struttura da favola” che è l’”oggetto del desiderio del magnate inglese sir Rocco Forte”, anche se: “Di fronte ai continui intoppi e persino un’inchiesta della magistratura Rocco Forte ha più volte minacciato di rinunciare a questa struttura da favola che si estende su 230 ettari e in cui sono stati investiti 125 milioni, con finanziamenti anche pubblici. Ma ora sembra tutto dimenticato”.

Già. Dimenticato. Noi partiamo proprio da qui, da dove gli altri hanno dimenticato.

Perché noi non abbiamo dimenticato che la notizia, la vera notizia che spazio non trova (…) è che il 4 dicembre del 2007 al tribunale di Sciacca si è aperto il processo – tutt’oggi in corso – che vede imputati per reati ambientali l’a.d. della Sir Rocco Forte Hotel, Moreno Occhiolini, e il progettista Domenico Baudille.

La notizia, è che il condannato per mafia Salvatore Cuffaro da Raffadali, che per uno degli strani casi della vita è stato anche il presidente della Regione Siciliana e che adesso fa il senatore della Repubblica, due anni fa ha varato con la sua Giunta un decreto in tutta fretta, al fine di consentire la costruzione di un maxialbergo con 40 suites e 500 posti letto, tre campi da golf, un centro benessere e un centro congressi più, sparse, villette varie: sì, proprio il lussuoso Resort Verdura di Sciacca di proprietà di Sir Rocco Forte.

La notizia, è che il progetto caro a Cuffaro, al forzista Dore Misuraca, all’ex presidente del Parlamento dell’Isola nonché attuale Sottosegretario Gianfranco Miccichè e ad altri berluscones più o meno occulti, è stato fermo un anno a causa delle denunce del vicepresidente siciliano di Legambiente Angelo Dimarca, spalleggiato dal responsabile del Cai Gianni Mento, che hanno fatto saltar fuori che il meraviglioso golf Resort di Sciacca che stava realizzando la holding Sir Rocco Forte è fuorilegge (!): niente permessi, niente Via (Valutazione impatto ambientale) e nemmeno Valutazione d’incidenza, obbligatoria per i siti d’interesse comunitario, e, manco a dirlo, il territorio in questione è un Sic (Sito d’interesse comunitario).

Per questo nell’estate del 2006 si era bloccato tutto. Soldi, cantieri, lavori. Con la Procura della Repubblica che cominciava a mettere il naso nella faccenda e i sigilli al cantiere.

E per questo la Regione Siciliana l’estate successiva si è inventata una leggina che rendeva legali le buche a pochi metri dal mare palesemente illegali: un ignobile colpo di spugna su centinaia di ettari di terra stravolti e con la vegetazione alla foce del fiume Verdura distrutta. Una volontà politica di andare avanti, a qualunque costo.

La notizia, è che questa intricata vicenda era iniziata cinque anni addietro, quando il plenipotenziario di Berlusconi in terra di Sicilia, l’allora viceministro del dicastero dell’Economia Gianfranco Micciché, presentò, assieme all’amministratore delegato di Sviluppo Italia (società a totale partecipazione del ministero dell’Economia…) il programma per lo sviluppo turistico nel Mezzogiorno. Una torta da 770 milioni di euro da dividere fra Puglia, Calabria e Sicilia. Alla Sicilia toccò una fetta da 236 milioni per due investimenti previsti: uno, guarda caso, è proprio quello del Resort di Sciacca in appalto al gruppo Sir Rocco Forte, che alla fine sarebbe risultato il più grande investimento disposto da Sviluppo Italia nel Mezzogiorno.

La notizia, è che i terreni del business, quando il business è stato deciso, sono stati venduti (buoni quattrini, 4 milioni e 400mila euro) al gruppo Sir Rocco Forte dalla famiglia Merra: Roberto, già componente del consiglio di amministrazione della vini Corvo, il fratello Giuseppe, la figlia Alessandra e l’altra figlia, Elena, moglie di Gianfranco Miccichè…

Insomma una roba di famiglia per l’allora vice Ministro del dicastero da cui dipende Sviluppo Italia e da cui sono venuti fuori milioni di euro di finanziamento – oltre quelli scuciti dalla Regione Siciliana – per il progetto in questione. La notizia, che purtroppo rischia di non far più notizia – nemmeno per il Corriere della Sera – è che la legalità in questo Paese continua a essere un optional.

Il commento di Giuseppe Palermo

Credo che per trovare in Sicilia qualcosa di simile allo scandalo dei campi da golf bisogni tornare indietro di qualche decina d’anni, ai tempi dell’Ente Minerario Siciliano o delle raffinerie piazzate a colpi di tangenti. Ed è interessante notare come i primi a cogliere le potenzialità del nuovo affare siano stati i mafiosi. Risale al gennaio 2001 una memorabile intercettazione ambientale del boss di Brancaccio Guttadauro (lo stesso che ha inguaiato Cuffaro), dalla quale apprendiamo di un suo progetto di campo da impiantare fra l’aeroporto Falcone-Borsellino e il mare, per darlo in gestione a suoi parenti americani (“così nessuno potrà dire nulla”, cfr. E. Bellavia-S. Palazzolo, Voglia di mafia, Roma 2004, p. 159). Dopo di che, secondo il costume invalso, non sono stati i progetti ad adeguarsi alle leggi, ma queste ad adeguarsi, come un guanto, ai progetti. Prima della legge ultima ricordata da Gervasi (29.10.08, n° 11: “Interventi in favore dello svolgimento dell’attività sportiva connessa all’esercizio del golf”), che, modificando la l. reg. 12.6.76, n° 78, autorizza i campi entro i 150 metri dal mare, vanno ricordati svariati decreti attuativi della l. 488/92 per il settore turistico, i quali a partire dal bando 2003 hanno riservato agli “alberghi a 4 e 5 stelle con annesso campo da golf” un trattamento di favore. Questo incentivo finanziario a sua volta si somma, se ho ben interpretato, all’altro derivante dall’indicatore costituito, nelle stesse tabelle regionali, dall’estensione dell’impianto: in altri termini, più l’impianto è esteso, maggiore è il contributo pubblico. E siccome i campi da golf estesi lo sono per definizione, è chiaro che è stata tutta una pacchia, non solo per i grossi industriali del turismo, i proprietari delle aree ed i costruttori ma, a scendere, per i mediatori e gli addetti al movimento terra (questi ultimi com’è noto spessissimo legati alla mafia). L’ultimo sfegatato sostenitore del golf è stato, qualche mese fa, l’allora assessore al Turismo Bufardeci. “Vogliamo che la Sicilia diventi la sede naturale per il golf", ha detto, annunciando investimenti per "svariati milioni di euro dai fondi europei" (“I love Sicilia”, mag. 2009).

In questo scenario, così, i green hanno fatto e fanno incetta del grosso dei contributi pubblici, mentre gli imprenditori del turismo sostenibile, o semplicemente “normale”, restano a bocca asciutta. Inutile dire che la gran parte di questi insediamenti ricade non su aree coltivate, ma su terreni incolti, spesso lungo le rive del mare o di laghi, e che ciò si è risolto o sta per risolversi in un’atroce distruzione di alcuni degli ultimi lembi di territorio siciliano ancora in condizioni di naturalità. E tutto ciò in una regione povera d’acqua, e che lo sarà sempre di più.

Meriterebbe fare un elenco delle decine di progetti sorti come funghi in tutta l’Isola, spesso fallimentari e manifestamente speculativi, o, addirittura, già falliti: come quello sul fiume San Leonardo, comune di Carlentini, del quale resta in piedi l’orrendo scheletro di calcestruzzo del residence (già, perché va da sé che nessun campo è concepibile senza le annesse strutture ricettive, cioè senza cemento).

Non meno interessante infine sarebbe incolonnare i nomi degli sponsor, dei mediatori e degli investitori (nomi spesso ricorrenti e intrecciati fra loro). Circa il progetto di cui parla Gervasi, p. es., può essere utile sapere che mediatore per l’acquisto del terreno con il magnate alberghiero Rocco Forte sarebbe stato l’italo-canadese Joseph Zappia: lo stesso Zappia poi arrestato a Roma perché ritenuto referente della famiglia che aveva tentato d’infiltrarsi nella gara per l’appalto del ponte sullo Stretto e del quale poche settimane fa sono stati confiscati i beni. Lo Zappia si sarebbe recato più volte in provincia di Agrigento, oltre che per l’affare del golf, per seguire da vicino la vendita di centinaia di ettari di vigneto all’industriale Zonin (F. Castaldo, Centonove, 23 apr. 2005, p. 17; Id.-E. Deaglio, Diario, 11 mar. 2005, pp. 17-18, poi in Antimafia 2000, 44, 2005, p. 22).

A due anni dalla commemorazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, le polemiche sono già incominciate. A denunciare il silenzio del governo su questa ricorrenza sono stati alcuni membri del Comitato per le celebrazioni, e il suo presidente, Carlo Azeglio Ciampi, ha minacciato addirittura di dimettersi. Sul Corriere del 20 luglio, Ernesto Galli della Loggia ha fustigato una classe politica che ha dell’Italia «un’immagine a brandelli, di fatto inesistente», suscitando reazioni molteplici. In verità, si tratta di controversie gravide di significati, a dimostrare – se ancora ve ne fosse bisogno – che come ha detto Giuseppe Galasso, l’Italia è una nazione difficile. Non può dunque sorprendere che le celebrazioni per la ricorrenza della sua formazione appaiano alquanto problematiche.

Nel 1911 gli organizzatori del cinquantenario dell’Unità vollero dimostrare agli italiani, ma anche all’Europa e al resto del mondo, che l’Italia era davvero unita, e si presentava oramai come un grande Paese in pieno sviluppo, con dichiarate ambizioni internazionali. L’anno 1911 segnò una tappa nell’affermazione dell’Unità nazionale intorno alla monarchia, ma registrò al tempo stesso l’affermazione crescente del nazionalismo italiano.

Il centesimo anniversario della Repubblica fu celebrato fin dal 1959, con manifestazioni ripartite su tre anni, per commemorare la seconda guerra d’indipendenza del 1859, la spedizione dei Mille del 1860 e la proclamazione del Regno d’Italia del 1861. Le iniziative di maggior rilievo ebbero luogo in quest’ultimo anno, in particolare con l’Esposizione internazionale «Italia ‘61», concepita per onorare i padri della Patria e celebrare i successi di un Paese in pieno miracolo economico, il cui tenore di vita progrediva rapidamente, suscitando un indubitabile ottimismo. Ma le iniziative ufficiali venivano recepite solo limitatamente, tranne nei casi in cui si associavano a comme- morazioni della prima guerra mondiale e della Resistenza. Pur non ignorando la nazione, la Repubblica nata nel segno dell’antifascismo stenta a rivendicarla e a darne una definizione precisa, dopo l’uso che ne avevano fatto Mussolini e il suo partito. Inoltre, la costruzione europea è considerata come una priorità. Perciò il 1961 non dà luogo ad eccessi, né in un senso né nell’altro. Poiché si rivela sinonimo di miglioramento delle condizioni di vita, la Nazione è ben vista dagli italiani, ma non riveste un significato politico di grande rilievo. Così, una volta passata la data dell’anniversario, si torna a una forma di indifferenza nei riguardi della nazione, sempre più confinata alla sua dimensione di patrimonio culturale.

Qual è ora il contesto in cui si prepara il 150° anniversario dell’unità d’Italia? Da quasi due decenni questo Paese è scosso da un duplice processo, complementare e antagonistico. Da un lato si ripropongono gli interrogativi sul significato da dare a ciò che l’Italia rappresenta come nazione, mentre dall’altro si sta facendo strada una domanda proteiforme di nazione. Gli interrogativi nascono peraltro da fenomeni che interessano molti Paesi europei. Innanzitutto, la crescente europeizzazione, e la conseguente rinuncia a interi settori della sovranità nazionale. In secondo luogo, la globalizzazione dell’economia, dei rapporti sociali, della cultura e della vita quotidiana, che restringe gli spazi possibili della nazione. Infine, la reazione a questi due elementi porta ad accentuare la ricerca identitaria nell’ambito della prossimità: un fenomeno che spiega le crescenti rivendicazioni locali e regionali quasi ovunque in Europa. In Italia, la questione della nazione è inoltre acutizzata da due fattori specifici: l’ascesa della Lega Nord, che almeno in un primo tempo proclamava una volontà secessionista, provocando reazioni diametralmente opposte di difesa dell’integrità della Penisola; e lo shock migratorio, dovuto all’arrivo massiccio e pressoché improvviso di popolazioni straniere, con tutto il coacervo di problemi che ne derivano. Tutto ciò ha rilanciato un gran numero di interrogativi, in buona parte anche tradizionali. Su cosa si fonda la nazione? Su un passato comune, su valori comuni? E in questo caso quali: della Costituzione, della Chiesa, o altri ancora da ripensare? Un modo di essere? Un insieme di prassi identificabili? Si sono organizzati numerosi colloqui e trasmissioni radiofoniche o televisive, e sono usciti vari libri – ad esempio «Se cessiamo di essere una nazione» di Gian Enrico Rusconi (1993), o «La morte della Patria» di Galli della Loggia (1996) – che hanno suscitato a volte vivaci dibattiti.

D’altra parte, in Italia sta progressivamente emergendo una domanda di nazione, tanto maggiore quanto più aumenta la distanza dall’esperienza storica del fascismo. La modernizzazione accelerata del dopoguerra ha accentuato l’unificazione già intrapresa – in senso sia geografico che materiale, linguistico e culturale – della penisola. Dagli Anni ‘90 in poi, l’Italia non esiste più solo in occasione delle partite di calcio giocate dagli Azzurri. L’identità nazionale si traduce in una sensibilità a fior di pelle nei riguardi degli altri, delle emozioni collettive condivise, e nella coscienza di un «noi» italiano. A quanto emerge dai sondaggi, è in aumento anche la fierezza dell’italianità, identificata innanzitutto con l’«arte di arrangiarsi». E c’è un fatto nuovo, che non si registrava dal 1945: la politica tenta di rispondere a quest’aspirazione. È con chiara intenzione simbolica che Silvio Berlusconi crea Forza Italia, e Gianfranco Fini lancia Alleanza Nazionale. Su un registro diverso, il Presidente Ciampi riafferma con le parole e con gli atti le virtù politiche e civiche della nazione italiana. Ma tutto questo sembra scontrarsi con certi limiti. Come ha dimostrato Ilvo Diamanti (su Repubblica del 26 luglio) si sta nuovamente rafforzando la diffidenza tra italiani del Nord e del Sud.

La commemorazione del 2011 fa dunque sorgere un interrogativo: l’Italia è in grado di proporre una narrativa comune, la rivendicazione di un passato a un tempo unitario e plurale, contrassegnato da invarianti, ma anche da lacerazioni? Un vivere insieme nel presente, non ripiegato su se stesso ma aperto e capace di integrare, in vista del progetto di un futuro comune? Se non saprà cogliere questa ricorrenza del 2011, l’Italia perderà un’occasione per costruire una nazione non illusoriamente nostalgica, ma adeguata al nostro tempo, capace di arricchire l’Europa e il mondo della sua storia e della sua cultura, certo, ma anche dei suoi valori.

Cominciamo a non chiamarli più "piromani". La piromania è una mania incendiaria, un impulso irrefrenabile di dare fuoco alle cose. E come il cleptomane non è un ladro, così il piromane non è automaticamente un delinquente. Meglio, allora, chiamarli incendiari, terroristi, criminali delle fiamme.

Dalla Sardegna fino alla Puglia, alla Calabria e alla Sicilia, l’offensiva del fuoco che assedia ancora una volta il Belpaese - con il favore del caldo torrido e del vento forte - non è né una calamità naturale né tantomeno un evento imprevedibile. Qui si tratta precisamente di dolo, di incendi dolosi, innescati puntualmente da una volontà efferata di distruzione e di speculazione, spesso nelle stesse regioni o addirittura nelle stesse località. Quello che abbiamo di fronte è un esercito clandestino di malviventi; una "mafia occulta" che va combattuta con le armi della legge, della prevenzione e della repressione.

La prevenzione, innanzitutto. Cioè il controllo del territorio, la sorveglianza da parte delle forze dell’ordine, del Corpo forestale dello Stato, della Protezione civile. Magari con l’ausilio di tutti gli strumenti – elettronici e telematici – che la moderna tecnologia mette a disposizione. E purtroppo, su questo primo punto, si deve lamentare un’evidente carenza dell’apparato pubblico, una mancanza di efficacia e di tempestività: sia nell’attività preventiva di vigilanza e di controllo sia in quella d’intervento per circoscrivere e spegnere i roghi.

Poi, la repressione. Non solo, ovviamente, quella di carattere giudiziario che spetta alla magistratura penale e agli organi di polizia, per perseguire il reato di incendio boschivo introdotto nel 2000, sotto il governo Amato, da un decreto-legge dell’allora ministro dell’Agricoltura, Alfonso Pecoraro Scanio. Ma anche quella di ordine amministrativo che deve sanzionare i responsabili sul piano più economico e materiale. Vale a dire risarcimento dei danni, sequestro dei conti correnti, confisca dei beni.

E infine, bisogna rendere più rigoroso ed effettivo il blocco delle aree colpite, in modo da impedire qualsiasi iniziativa edilizia per i successivi dieci, quindici o vent’anni, sulla base del catasto degli incendi che molti Comuni non hanno mai realizzato. Così si può sperare di stroncare la speculazione che prima distrugge i boschi, gli alberi, le piante; poi semina il cemento delle lottizzazioni e delle villette sui terreni arsi dal fuoco.

Soltanto in Sardegna, secondo i primi calcoli degli amministratori locali, al momento i danni ammontano a ottanta milioni di euro. Ma quanto valgono in realtà quindicimila ettari di macchia mediterranea, per la collettività locale e nazionale? Quali sono le conseguenze sull’ecosistema, cioè sull’ambiente, sull’atmosfera, sull’aria che respiriamo? E quanto tempo occorrerà per rimboscare, per ripristinare l’habitat naturale, per tentare di ricostituire un patrimonio di per sé irriproducibile?

C’è, evidentemente, un modello inaccettabile di consumo del territorio all’origine di tutti questi incendi estivi. Una programmazione perversa che, in forza della speculazione e del profitto, tende a privatizzare un bene pubblico inalienabile – come l’ambiente e il paesaggio – che invece appartiene a tutti i cittadini. Il fuoco, appiccato dalla manovalanza criminale, è lo strumento di un’operazione finanziaria che fa capo – come denuncia l’ex governatore sardo, Renato Soru – alla "lobby dei cementificatori".

È l’intero Paese a rimetterci, non solo le regioni più direttamente colpite: anche in termini di sicurezza, di immagine, di attrattiva turistica. E in particolare, il nostro povero Sud, già penalizzato da una politica governativa che tende ad aggravare il deficit strutturale, ad aumentare le distanze, a deprimere ulteriormente l’economia meridionale. Ecco perché questa ennesima emergenza estiva diventa, con tutte le sue implicazioni e connivenze, la metafora di un’Italia spaccata in due, dal caldo e dalle fiamme, dall’incuria e dalla criminalità.

Comunicazione di servizio per Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali: il più bel bagno dei musei italiani è quello del Mart di Rovereto. Marmo nero e crema di sapone fucsia. Neanche quello del Louvre è tanto elegante. Così, forse potrà passare l'informazione a Mario Resca, il suo super consulente, l'uomo che diventerà centrale nel nuovo ministero riformato. Uno che a ogni riunione non fa che protestare per lo stato delle toilette di quei musei che visita e rivisita con l'obiettivo di rilanciarne l'immagine. In un anno di lavoro, molti viaggi, da New York a Berlino. Ma, a parte l'hit parade dei wc (a Napoli ha raccontato ad allibiti studiosi di aver preferito il cesso di un bar a quello dell'Archeologico) e la disdicevole mancanza di uniformi per i custodi, zero idee. E nemmeno si è vista la promessa capacità di attrarre il mondo imprenditoriale verso le disastrate finanze della cultura pubblica. Eppure, Resca è stato promosso: lo aspetta la poltrona di capo della neo direzione generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale.

L'ennesima operazione mancata del dicastero firmato Bondi. Alla vigilia della rivoluzione. Quella della mega riforma prevista per i primi di agosto che sembrava essere l'asso nella manica del soffice ministro. Un progetto partito malissimo fin dalla presentazione alla commissione Cultura della Camera: maggioranza spaccata, dimissioni di Fabio Granata, relatore del Popolo della libertà (ex An), in disaccordo con lo smantellamento di una struttura che, in fondo, ha retto fin dagli anni Trenta. Peccato. Per Bondi doveva rappresentare il segno del suo passaggio nella storia della cultura italiana. L'imprinting sulla polverosa macchina del palazzo del Collegio romano.

E il sigillo di un anno vissuto alla guida di un ministero infernale, cenerentola fra i ministeri per l'Italia del fare, un tempio per l'intellighenzia gauche non solo caviar. Un pachiderma che governa sui nuraghe e sul cinema d'autore, sulla Biennale di Venezia e sulla dinastia Orfei, sugli artisti di strada e sugli affreschi del Quattrocento. Ovvero 3500 musei di Stato,100 mila tra monumenti e chiese, 2000 siti archeologici, più tutto il mondo dello spettacolo: 250 mila lavoratori e 6000 imprese, a occhio e croce. In questo impero, Bondi è entrato con le fanfare annunciandosi come il profeta del "recupero della bellezza" e perfino come il primo fra i ministri capace di essere un ponte tra la cultura della sinistra e l'efficenza imprenditoriale della destra. Da un certo punto di vista, ce l'ha fatta. In una coreografia mai vista prima, sono scesi in piazza contro di lui attori, registi, autori, cantanti, intellettuali e saltimbanchi. Di destra come di sinistra, da Luca Barbareschi a Citto Maselli, tutti uniti nel chiedere la sua testa. Un miracolo politico, per carità. Un vero disastro gestionale.

Incudine (di gomma, però) tra due martelli (d'acciaio) il povero Bondi ne ha di dolori. Da una parte, Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, lo insegue per abbattere i costi del personale. Dall'altra, Giulio Tremonti, ministro dell'Economia, gli falcidia i fondi. Bondi che fa? Deplora e rassicura. Promette e si dispiace. Sventola ipotesi di dimissioni che non dà mai. Intanto, tra crisi economica, stanziamenti per il terremoto d'Abruzzo, i soldi sono diventati davvero pochi. Il Fus, fondo unico per lo spettacolo, istituito negli anni Ottanta, da allora si è ridotto a un terzo e per il 2009 al solo 0,1 del Pil: in tutto 398 milioni contro i 471 del 2008. Il finanziamento ordinario per la manutenzione del patrimonio, già insufficiente si è ridotto del 30-40 per cento. Al punto che se il tetto di una chiesa fa acqua, nessuno potrà sostituire le tegole. Per non parlare del blocco delle assunzioni e dello stop ai concorsi voluto da Brunetta in un organico già carente di restauratori e di ispettori ministeriali.

Qualcuno dirà: che c'entra Bondi? Giusto. Infatti lui cerca di entrarci il meno possibile. "È troppo devoto a Silvio per alzare la voce e creare dei problemi alla Lega che se ne sbatte della cultura, vista come roba romana e di sinistra" sussurra un Bondi boy. La verità è che il ministro non sa o non vuole prendere posizione. E tanto meno presentare un piano alternativo. "La legge per il cinema è del 1965. Quella per la musica del 1967. Una normativa vecchia di quarant'anni. Invece di riformare, l'unica risposta è tagliare. A questo sistema spettacolo servono 700 milioni di euro " sostiene Alberto Francesconi, presidente dell'Agis. " Invece ce ne sono meno di 400. Forse sarebbe il caso di sapere quale sistema spettacolo immagina il governo. Quattro sole fondazioni liriche? Un pugno di film l'anno? La fine della danza e dei circhi? Che qualcuno abbia il coraggio di scegliere su cosa puntare. Oppure cercare altri finanziamenti come ha fatto Jack Lang in Francia. Si è inventato la tassa sulle tv per sostenere la cultura raccogliendo 560 milioni di euro l'anno".

Ma per il found raising non c'era il mago Resca, lo sdoganatore del Mac Donald d'Italia, il manager che il Cavaliere doveva pur sistemare da qualche parte, e che ora è uno degli uomini forti del ministero? Uno di quegli uomini che rassicurano e blindano l'ondivago Bondi, come anche Gaetano Blandini, direttore del Cinema e Salvo Nastasi, l'enfant prodige della direzione Spettacolo dal vivo, commissario del Teatro San Carlo di Napoli. Uomini forti, dicevamo. Sicuramente poco loquaci. Visto che nessuno di questi gli ha suggerito che non è bene per un ministro promettere quello che non può mantenere. Bondi non sarebbe dovuto andare alla presentazione dei David di Donatello al Quirinale garantendo un reintegro al Fus prendendosi anche i complimenti di Giorgio Napolitano. Né avrebbe dovuto mandare il suo sottosegretario Francesco Giro a spargere cose analoghe alle Giornate del teatro. Tantomeno tagliare il nastro della Biennale arte con lo sguardo nostalgico di chi già pregusta il ritorno al coordinamento del partito. "Mesi fa, in una riunione con gli enti lirici il ministro arrivò a dire che se le risorse non fossero state sufficienti sicuramente avrebbe restituito il mandato" racconta Walter Vergnano, sovrintendente del teatro Regio di Torino."Allo stato attuale non abbiamo nemmeno i quattrini per pagare gli stipendi, e non mi sembra che tiri aria di dimissioni".

L'insostenibile leggerezza del ministro, più ancora della scure di Hannibal Tremonti, irrita a tal punto gli animi da scatenare una guerra tra poveri. Gli enti lirici piangono ma i cineasti rispondono che sono proprio loro a mangiare quasi metà del Fus.

Chiuso nella sua stanza, Bondi si guarda bene dal convocare tutti e trovare una soluzione decorosa. Sogna, invece, via dell'Umiltà, sede romana del Pdl di cui è uno dei tre coordinatori con Denis Verdini e Ignazio La Russa (anche se la sua nomina era stata solo formale). "Sandro, si sente la tua mancanza", a un certo punto lo aveva galvanizzato Berlusconi. Così per dire, come fa spesso il Cavaliere. Ma il ministro ci aveva creduto, tanto da essere lì lì per lasciare il dicastero, prima di capire che era stata una boutade e che Verdini avrebbe alzato le barricate. Invece ad alzare le barricate è ora il mondo della cultura che pretende cose impossibili per lui: non poesie ma riforme, non il "recupero della bellezza" ma quello dei soldi, non l'abilità comunicativa di un Resca ma un dicastero all'altezza del patrimonio più grande del mondo. Quello che un tempo vantava fior fiore di sovrintendenti come Andrea Emiliani, ora in pensione, Antonio Paolucci, scritturato al volo dal Vaticano o Nicola Spinosa, artefice del rilancio internazionale di Capodimonte, pre-pensionato di prestigio a causa della riforma, e ancora in attesa di conoscere il nome del suo successore, il quale commenta: "Se di fronte ai tagli non si ha la forza di difendersi e rafforzare la macchina del ministero, la battaglia è perduta".

A dir la verità, almeno una volta Bondi i muscoli li ha mostrati. Alleandosi con la sovrintendente Federica Galloni che ha posto dei vincoli su un pezzo di agro romano laddove il Piano regolatore di Veltroni prevedeva un milione di metri cubi da edificare. Un siluro per il Pd. Ma anche una bella grana per il sindaco Gianni Alemanno che, travolto dai forti malumori dei potenti costruttori, ha scongiurato Bondi di tornare sui suoi passi. Ma il ministro, per una volta, sembra di ferro. Per forza: la tattica è pura politica. In vista delle elezioni regionali 2010, l'obiettivo è portare l'attenzione, la premura, e gli interessi dei poteri forti della capitale nell'orbita berlusconiana. Certo così di far cosa gradita al Cavaliere. In fondo, Silvio è quel che gli interessa di più. Molto più del Fus, del patrimonio, degli Stati Generali della cultura, dei cineasti che urlano, degli enti lirici che boccheggiano, delle orchestrali a spasso, e persino del "recupero della bellezza".

il Corriere del Veneto

Sul Ptrc si abbattono 18 mila osservazioni

«Non lo fermeranno»

È probabile che l’obiettivo, magari non dichiarato ma percettibile, fosse quello di tenere inchiodato il Piano per chissà quanto tempo. E non un piano qualunque, bensì il leggendario Ptrc (Piano territoriale regionale di coordinamento), che, nelle intenzioni dell’amministrazione Galan, dovrebbe dare la rotta allo sviluppo del Terzo Veneto. Quasi 18 mila osservazioni, una massa impressionante, si è abbattuta da tutto il Veneto sul Ptrc, esposto al pubblico giudizio dopo l’adozione avvenuta nel febbraio scorso. La gran parte di queste (quasi 15 mila) sono frutto di un lavoro organizzato e fanno capo alla Rete dei Comitati, che mette insieme 118 tra associazioni e raggruppamenti spontanei di cittadini. Nel mirino dei critici ci sono, soprattutto, gli agglomerati nevralgici individuati dal Piano per il Veneto di domani: da «Veneto City», futura capitale commercial-direzionale che dovrebbe sorgere nell’entroterra veneziano all’intersezione tra l’autostrada A4 e il Passante di Mestre, alla cittadella aeroportuale del «Marco Polo».

Ebbene, nonostante la mole di lavoro sia innegabilmente enorme, la giunta regionale terrà fede al suo proposito: «Nella seduta del 4 agosto, l’ultima prima delle ferie - ha ribadito da palazzo Balbi l’assessore all’Urbanistica, Renzo Marangon - noi licenzieremo la bozza del Ptrc e la invieremo al consiglio regionale per l’approvazione definitiva». Questo consiglio o il prossimo, visto che la scadenza della legislatura non è lontanissima.

E le osservazioni? «Avranno risposta ­assicura l’architetto Romeo Toffano, dirigente regionale della panificazione territoriale - anche se non una per una. Le abbiamo ordinate per gruppi secondo le diverse tipologie (un centinaio, ndr) e per gruppi forniremo un responso. Tra l’altro, posso dire che più di qualche rilievo, per quanto riguarda la struttura tecnica, può essere accolto». Ma non quei rilievi, sia chiaro, che intaccherebbero le scelte fondamentali del Piano.

Marangon ribadisce: «Tutte le osservazioni meritano rispetto e considerazione. Ma non devono essere un ostacolo sul cammino del Ptrc: la politica deve decidere e noi decideremo nei tempi previsti».

il Gazzettino

Piano di coordinamento,

superlavoro per rispondere a 15mila osservazioni

Si faranno gli straordinari, a Palazzo Balbi, e si lavorerà pure il sabato per rispondere alle 15mila osservazioni al Ptcr, il Piano territoriale regionale di coordinamento adottato dal consiglio lo scorso inverno. Una valanga di richieste di modifica - delle 15mila presente ben 14.500 provengono da associazioni e comitati - che rischiava di bloccare lo strumento di pianificazione, ma che l’assessore Renzo Marangon ha deciso di far valutare in tempi stretti. Nella giunta del 4 agosto, l’ultima prima della pausa estiva, Marangon è deciso a portare tutto il blocco di osservazioni con relative controdeduzioni, così da spedire il Piano all’esame del consiglio regionale per l’approvazione finale. “Si tratta per lo più – precisa l’assessore – di osservazioni riconducibili a un centinaio di tematiche, alcune di tipo generale, altre riferite a situazioni locali. Sono comunque osservazioni puntuali, frutto di un lavoro di lettura ed analisi del Ptrc, che meritano quindi rispetto e attenzione, molte delle quali potranno essere accolte dalla giunta». Delle circa 15 mila osservazioni pervenute entro il 10 luglio, 300 sono state avanzate da enti locali e associazioni di categoria, le altre da cittadini. «Se qualcuno pensa che questo gran numero possa rappresentare un ostacolo alla corretta istruttoria del procedimento, si sbaglia – sottolinea Marangon - Il Piano è una risorsa per tutti. E devo ribadire che la giunta regionale ha avuto il grande merito di coniugare in un unico piano la tutela del territorio con lo sviluppo della società». Presentata anche la pubblicazione–cofanetto dove sono riportati tutti gli atti e i documenti, anche su base multimediale, relativi alla storia del Ptrc, dalla Carta di Asiago sino alla sua adozione in consiglio regionale.

“Verba volant, scripta manent”...è vero. Ma ci sono parole che pesano come macigni e che un minimo senso del pudore dovrebbe relegare nell’ambito del pensiero non espresso.

E’ stata un’esperienza istruttiva, nonché traumatica, assistere alla presentazione del PTRC in una riunione del PDL a Mirano. L’incontro era aperto, ma il pubblico presente (quasi) tutto evidentemente schierato, tanto che, dopo un inizio diplomatico, confortati dagli applausi sperticati di (quasi) tutti gli astanti, i relatori si sono lasciati andare a briglia sciolta in dichiarazioni a dir poco sguaiate. Increduli, abbiamo annotato alcune frasi che riportiamo fedelmente, nell’intento di far comprendere fino in fondo – se ce ne fosse la necessità – da quali galantuomini siamo governati.

L’Arch. Sandro Baldan presenta - si fa per dire - il Piano, facendo scorrere slide a raffica. Inserisce la parola “sostenibile” ogni tre/quattro frasi, attenendosi alla media registrata durante gli incontri pubblici che presentino “qualsiasi cosa”. Nel descrivere la Rete Ecologica regionale ci tiene comunque a precisare, rivolgendosi agli amministratori locali presenti, che:

“…nel caso in cui i Sindaci rilevino che i corridoi ecologici rientranti nel territori dei rispettivi comuni intralcino qualche intervento già programmato, possono segnalarlo con apposite osservazioni, e sicuramente ci saranno margini per opportune variazioni.”

Dalla Tor ci tiene subito a precisare che il PTRC non lo ha letto (…ma allora cosa ci sta a fare?).

Ma una cosa è certa:

“Il Miranese e la Rivera del Brenta sono il perno dell’Europa, area sulla quale disegnare lo sviluppo del futuro.” In questo contesto “…il passante diventa l’opportunità per interconnettersi su tutta la realtà infrastrutturale circostante.”

Certo si era ben compreso che lo scenario era questo, ma sentirselo dire in modo così diretto fa un certo effetto…Anche il consigliere Moreno Teso non intende entrare nel merito del Piano, perché a lui interessano solo due obiettivi:

“Questo PTRC serve principalmente a fare in modo che il PTCP, con tutti i suoi vincoli al territorio, non venga licenziato, in quanto non coerente ad un Piano sovra-ordinato.” Inoltre “…l’attuale PTRC annulla tutti i vincoli del precedente Piano votato dalla sinistra, e ci adopereremo per modificare anche altri vincoli imposti dalle leggi dello Stato.

"Le aree SIC e ZPS sono una porcata, opera di qualche funzionario deficiente volato a Bruxelles a tirare quattro righe su una carta.”

Conclude il potentissimo assessore Chisso, delegato alle infrastrutture e agli interventi strategici, al quale va la Palma d’oro dell’eleganza e della competenza.

“ Solo a sentire la parola Piano mi viene il prurito! Come rimpiango il grande Veneto di una volta, costruito dai nostri bravi vecchi Sindaci del “butta sù”, quando bastava andare dal primo cittadino e dire “Sior Sindaco, gavaria bisogno de un altro cappanon, de una stansa in più par la nonna…”

“Butta sù, caro, butta sù!”.

Per questo la filosofia di fondo del PTRC è: tutto è permesso fuorchè quello che è vietato. E speriamo che le osservazioni che perverranno ci aiutino a ridurre ulteriormente il numero degli articoli presenti nelle norme tecniche.”

Certo permane qualche piccolo ostacolo dettato dall’Europa…

“A causa di quelle maledette aree SIC ci ritroviamo con ¾ del Veneto vincolato… per far copulare quattro Fraticelli minori ci tocca spostare le opere pubbliche…roba da matti. Ma se non riusciremo a ridurre la quantità di territorio vincolato dalle SIC faremo comunque in modo di concentrarle verso la montagna!”

Infine una piccola lezione di economia:

“Ormai chi si fida più a mettere i soldi in banca. L’unica possibilità di uscire dalla crisi è puntare sull’immobiliare, ed è per questo che è necessario agire sul territorio per attrarre il più possibile gli investitori di questo settore”.

Lo shock al quale eravamo sottoposti ci ha permesso di registrare solo in parte il repertorio di orrori al quale abbiamo assistito. Ma ce n’è abbastanza per aprire una rubrica da intitolare “Sentiti con le nostre orecchie”, che varrebbe la pena di tenere aggiornata.

Del resto c’erano tutte le premesse, fin da quando nella primavera scorsa, nei primi incontri di presentazione del PTRC, l’Architetto Romeo Toffano, parlando del “nuovo paesaggio” disegnato dal Piano, ci erudiva sul fatto che le strade servono anche per ammirare il bel paesaggio veneto, e coniò quella perla di aforisma, degna di un novello Oscar Wilde:

“Le strade sono la mediazione tra natura e cultura”

Laboratorio Mirano Condivisa

I NUMERI. A Fiesso, il minore tra i Comuni veneziani, un progetto del valore di 200 milioni di euro Interventi edilizi per 230 mila metri cubi su una superficie in riva al Naviglio del Brenta

FIESSO D’ARTICO. La Città della moda si prepara a salire in passerella: saprà sfilare in modo elegante, o inciamperà dopo i primi passi? C’è chi è pronto a immortalare l’ingloriosa caduta, e chi non vede l’ora di spellarsi le mani per un progetto che, nell’intento di chi lo sostiene, servirà a rilanciare nel mondo l’immagine della Riviera del Brenta e del distretto della calzatura. Un progetto i cui numeri svelano, prima di tutto, i contorni di una grande operazione immobiliare, dal valore complessivo stimato in oltre 200 milioni di euro, con interventi per circa 230 mila metri cubi su un’area di quasi 52 mila metri quadrati, con edifici che potranno raggiungere un’altezza di 18 metri, a ridosso del Naviglio del Brenta. In attesa che la ditta costruttrice, la Cervet di Mirano, presenti il progetto definitivo, atteso per la fine di gennaio, è possibile ricostruire la storia di un intervento che cambierà la faccia della Riviera del Brenta. Un progetto urgente, necessario? «Oddio, queste sono parole grosse», dice il presidente dell’Acrib, Giuseppe Baiardo, «però il progetto lo abbiamo visto, e ci piace».

La genesi. Di Città della moda si fa un gran parlare verso la fine degli anni Novanta, periodo che segna un punto di svolta nella produzione della calzatura. Sul mercato si affaccia la Cina, che abbatte il costo della manodopera. I calzaturifici si trovano di fronte ad un bivio: o delocalizzare, come fa (in Romania) il vicino distretto della scarpa di Bussolengo, nel Veronese; o imboccare la strada dell’alta qualità, come fa il distretto della Riviera. Per questo l’Acrib comincia a immaginare un polo ad alta tecnologia a servizio degli operatori. La Città della moda nasce quindi da un’idea dell’Acrib, nel 1996, e nel 2000 è perfino citata negli accordi sindacali. Per capirne lo spirito: «Sarà necessario un concorso di idee internazionale che coinvolga i maggiori urbanisti per pianificare l’intero progetto». L’Acrib lancia l’idea e poi, anche per alcune acredini interne, resta a guardare, a vedere che succede. Sono anni di grande mutazione e nessuno potrà dire come andrà a finire: oggi sono resistite poche grandi firme (Caovilla, Ballin, Shy e alcune altre) mentre la gran parte delle aziende produce conto terzi, per le più prestigiose firme del Fashion Sistem: un settore che (dati 2006) vale oltre 1750 milioni di euro di fatturato, il 15% dell’intero sistema calzaturiero italiano. In una stagione di incertezza, dopo le sollecitazioni dell’Acrib, il progetto comincia a decollare solo quando si muovono i Comuni, che mettono le mani nei Piani regolatori. In un primo momento l’area destinata alla Città della moda è pensata in due parti vicine: A Stra (progetto mai decollato) una nuova zona artigianale per raggruppare tutte le fabbrichette della zona, e a Fiesso la parte direzionale e di ricerca.

Forza Ds. A Fiesso l’idea diventa realtà con il sindaco Vladimiro Agostini (Pci-Pds-Ds-Pd, oggi presidente dell’azienda di servizi Veritas, ex Acm) l’uomo politico più importante del paese, sindaco per tre mandati. E’ lui a individuare una zona di circa 118 mila metri quadrati a Nord del Naviglio del Brenta, lungo via Piove. Chi è il proprietario? Il suo principale avversario politico, l’ex candidato sindaco del centrodestra e all’epoca capogruppo d’opposizione di Forza Italia, Paolo Semenzato, con i suoi fratelli. L’area, con decisione (all’unanimità il 15 novembre 2001) del consiglio comunale si trasforma da agricola ad edificabile, aumentando in maniera esponenziale il suo valore di mercato. Non è dato sapere i termini del contratto preliminare siglato, in ultima battuta il 16 ottobre 2006, dai fratelli Semenzato e la Cervec (la società che ha guidato fin qui l’operazione immobiliare, di cui è socio di maggioranza Francesco Fracasso, amministratore anche della società costruttrice Cervet) davanti al notaio Lucia Tiraolosi di Mestre, anche perché il contratto preliminare non è ancora stato perfezionato. Diverse sono le variabili che possono entrare in una simile comprevendita, ma basti dire che il valore di un metro quadro di terreno agricolo, da queste parti vale, al massimo, 25-30 euro al metro quadrato, anche se per qualche tecnico interpellato è già un valore sovrastimato, soprattutto in casi di grandi appezzamenti. Un terreno edificabile, invece, può essere valutato fino a 200 euro a metro cubo urbanistico edificabile. E’ un calcolo complesso, che abbiamo affidato ad alcuni tecnici esterni. Restando cauti possiamo comunque dire che il valore del terreno è stato quanto meno decuplicato (da 3 milioni a 30 milioni di euro). In tempi di “caste”, a voler pensar male, gli argomenti non mancano: a Roma lo chiamerebbero inciucio. E’ pur vero che Fiesso, con 6,3 chilometri quadrati di estensione, è il più piccolo comune del veneziano, ma era quella, lungo il Naviglio, la sola area a disposizione? «Sì», dice l’attuale sindaco di Fiesso Daniela Contin, che all’epoca era consigliere comunale: «Era la migliore. Che l’area fosse di Semenzato è solo un caso». L’esponente di Fi, prof universitario che si occupa di ecologia, dopo quel mandato ha lasciato la politica. Nel novembre 2003 la variante è stata approvata dalla Regione.

Lo strano caso del Piruea. Vuol dire: Piano integrato di riqualificazione urbanistica edilizia e ambientale. E’ un accordo tra Comune e privati che solitamente prevede che, a fronte di un aumento di cubatura, il Comune ottenga un riconosciuto vantaggio pubblico. I tecnici di alcuni comuni ai quali abbiamo mostrato la documentazione, a vedere il Piruea di Fiesso sono sbiancati in volto, perché a Fiesso, la grammatica urbanistica, dicono, è stata usata in modo creativo. Il Piruea è uno strumento che solitamente viene usato nei centri delle città, o in zone degradate. Solo che in via Piove non c’è nulla da riqualificare: solo zolle di terra. Lo ammette anche il sindaco Contin, che serviva fare presto, e che l’utilizzo del Piruea, presentato il 23 febbraio del 2005 dalla Cervet di Mirano e votato all’unanimità dal consiglio comunale solo cinque giorni dopo, era un escamotage per accelerare i tempi di realizzazione. «Dovevamo e dobbiamo fare presto - dice la Contin - perché la Riviera ha bisogno di questo progetto, io ci credo». Il concorso di idee finisce in soffitta e la Cervet procede in proprio alla progettazione. Immagina la Città della moda stesa su 109.683 metri quadrati, con gli edifici che lambiscono il Naviglio. Il vantaggio per il Comune qual è? La costruzione di un grande museo della moda, su una superficie di 2.000 metri quadrati, per un valore di 3 milioni e 100 mila euro. Un museo il cui futuro è ancora tutto da scrivere.

Fiumi e Monti. E’ il Sovrintendente ai Beni architettonici del Veneto, Guglielo Monti, a conficcare nel terreno alcuni paletti. «Trovo completamente aberrante - spiega al sindaco in una riunionedel 23 giugno del 2005 - l’idea di costruire un centro nuovo sulla riva di un fiume importante come il Naviglio trasformando una vasta area rivierasca in un parcheggio con gli edifici». E’ c’è una riflessione che fa Monti, che in molti a Fiesso hanno fatto: «Se la Riviera deve il suo prestigio alle ville, alla sua storia, non si capisce perché non si possa utilizzare le ville e la storia. Soprattutto per operazioni di immagine». Stupefatto per il clima di bonomia che circonda il progetto, Monti sbotta: «La Riviera vuole continuare a fare un intervento dietro l’altro per rovinare la propria immagine». Per non dire, sempre sul piano ambientale, della battaglia aperta con la Provincia sulla necessità o meno di procedere con la valutazione di impatto ambientale che, a conti fatti, limando i testi dei documenti, non è stata realizzata. In ogni caso Monti impone un limite di 150 metri dalla riva del Naviglio e questa imposizione obbliga la Cervet a ricalibrare il progetto su un’area più piccola.

Consonante sbagliata. Del vincolo di Monti ha dovuto tenere conto anche il Comune, (con un passaggio in consiglio comunale il 14 marzo del 2006). Nella stessa delibera il Comune decide, dando risposta anche alle sollecitazioni del costruttore, di introdurre all’interno della Città della moda la possibilità di realizzare negozi su un’area di 10 mila metri quadrati. Venticinque negozi di moda che saranno anche la prima parte del progetto ad essere costruita. «Tale modifica si è resa necessaria - spiega il documento del parlamentino votato all’unanimità - per offrire agli operatori interessati una dotazione di minima di attività commerciali destinate alla vendita di prodotti». E’ così l’area oggetto dell’intervento viene riclassificata da «F» a «D». E’ questo il documento che, sostanzialmente, chiude l’iter sulla carta della Città della moda. Il 20 giugno 2006 la Regione approva il Piruea, e a metà ottobre dello stesso anno il Comune di Fiesso rilascia il permesso di costruire. Poche settimane fa è stata recintata l’area oggetto dell’intervento. In questo anno la Cervet ha lavorato ad un progetto, che chi ha già visto definisce ad alta tecnologia, di cui svelerà i dettagli solo tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Ma quali sono gli attori di questa partita immobiliare, e cosa diventerà davvero la Città della moda?

(1-continua)

Postilla

Qualche immagine della Riviera del Brenta, raccolta a casaccio su google e inserita qui sotto. Non abbiamo altri commenti se non questa frase di Wogang Goethe, citata da Antonio Cederna nel suo articolo I gangster dell'Appia (Il Mondo, 1953):“Questi uomini lavoravano per l'eternità; tutto essi hanno preveduto tranne la demenza dei devastatori, cui tutto ha dovuto cedere”

MILANO — «Assatanati di cemento. E non solo», dice, lapidario, Andrea Zanzotto. Qui non si tratta di poesia, l'arte della sua lunga vita, ma di speculazione senza limiti e della nobile battaglia per fermarla, prima che il paesaggio del suo Veneto venga completamente divorato dall'edilizia. E perfino dalla viticultura selvaggia. «Hanno spostato anche le colline — spiega — per avere la terra esposta al sole. In nome del prosecco». «Ricordo le vecchie serre di vetro dove crescevano fiori e ortaggi — continua Zanzotto —. Ebbene, il sindaco di Paese, nei pressi di Treviso, mi ha telefonato per dirmi che ha visto spuntare alcune serre simili a castelli di cemento...».

Il poeta ottantaseienne continua a raccontare la casistica dolorosa della modernità senza controllo. «Finché avrò fiato la combatterò», afferma. Ma Zanzotto non è solo. In Veneto, come sta succedendo in Toscana (si pensi alla diatriba sulla cementificazione di Monticchiello val d'Orcia), sono sorti alcuni comitati in difesa dell'ambiente, che raccolgono via via numerose adesioni. Sicché, il poeta trevigiano leader carismatico di questa crociata, è il promotore di un incontro tosco-veneto, che si terrà il prossimo 14 dicembre nelle sale del castello di Collalto a Susegana (Treviso). L'obiettivo è duplice: riunire i comitati locali in un Coordinamento chiamato «Paesaggi veneti sos»; e confrontarsi con l'esperienza dei toscani, guidati da Alberto Asor Rosa, che, con una serie di proteste, sono riusciti ad ottenere risultati significativi. La loro battaglia, certo, non è ancora vinta, ma autorevoli interventi delle istituzioni dimostrano che vale la pena di lottare.

A Susegana, dunque, con Andrea Zanzotto ci saranno Asor Rosa e Nino Criscenti, altro uomo di punta della Rete toscana. Dal Veneto, invece, sono attesi, i docenti universitari Francesco Vallerani e Giorgio Conti, il verde Gianfranco Bettin, alcuni esponenti del Fai e Pier Alvise Serego Alighieri, in rappresentanza di «SalValpolicella», associazione impegnata difendere un'area paesaggistica e agricola dal rischio di trasformarsi in una sorta di periferia-dormitorio di Verona. Non potranno essere presenti al meeting Mario Rigoni Stern ed Ermanno Olmi, ma si sono schierati con il poeta. Zanzotto non si perde d'animo. Lui, che esordì nel 1951 con il suo primo libro di versi

Dietro il paesaggio, è un ambientalista di lungo corso. «Nel dopoguerra — ricorda — quando bisognava ricostruire si scatenò un fervore edilizio tanto forte quanto casuale. Fu allora che il cancro della speculazione si annidò. Poi, si espanse. E ora? Bisogna fermarsi, altrimenti non resterà più nulla». Al suo paese, Zanzotto si è esposto pubblicamente contro la costruzione del palazzetto dello sport. «Con questo edificio si distrugge l'ultimo prato di Pieve di Soligo », disse sfidando i politici locali. Volevano erodere il Brolo del monastero di San Giacomo di Veglia, a Vittorio Veneto, e il poeta è andato a parlare con la madre superiora. «Il progetto ora è bloccato — dice — ma fino a quando? L'amministrazione comunale è dalla parte dei costruttori».

«Con zerte teste che ghe n’è in giro…». A dispetto dell’amara sottolineatura con cui accoglie l’ospite, a 85 anni di inossidabile età, Andrea Zanzotto, uno dei massimi poeti viventi, non è affatto disponibile ad arruolare pure la sua nello stuolo di teste che, in giro per il Bel Paese, sacrificano il paesaggio allo sviluppo. Perciò si è messo di traverso, deciso a salvare l’ultimo angolo verde della sua Pieve di Soligo, dove è nato e dove ha sempre voluto vivere.

Facendone un luogo-simbolo del Veneto stravolto da un’edilizia onnivora, così come sta combattendo in Toscana Alberto Asor Rosa a difesa di Monticchiello. «Mi spiacerebbe vedere il poeta trasformarsi o trasformato in un personaggio di Cervantes», tenta di ironizzare Glauco Zuan, segretario della sezione comunale della Lega; e viene da pensare quanto poco «zerte teste» capiscano di don Chisciotte, e meno ancora dei poeti.

Non sanno, «zerte teste», che il legame di Zanzotto con la terra è profondo e da sempre («se penso che il mio primo libro di versi, nel 1951, l’ho intitolato Dietro il paesaggio…»). E che dunque, oggi come mezzo secolo fa, non riesce ad accettare l’idea di voler costruire un palazzetto dello sport sull’ultimo fazzoletto di verde riuscito fin qui a resistere al cemento: «Io non ho niente contro lo sport, anche se non mi emoziona più come una volta, adesso che ha perso la sua innocenza; guardi cosa si fa in nome del "dio balòn"… Quello che contesto è che sia stato scelto l’ultimo pezzetto di verde ben visibile, lungo una strada che si chiama via Mira proprio per lo spettacolo che si vede dall’alto». E invita a salire, per rendersi conto, sulla collina di San Gallo che domina il quartiere del Piave: «Da lì si vede netta la macchia lebbrosa che si sta dilatando nella pianura».

Non è un’infezione locale: quella lebbra sta corrodendo nell’intera regione i paesaggi immortalati nelle quinte pittoriche di Giorgione, di Tintoretto, di Tiziano. «La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi», denuncia Zanzotto. E descrive lo spessore di questo legame che ha retto per secoli prima di venire eroso dalla logica illogica dello sviluppo a tutti i costi: «In noi c’era una riconoscenza diretta per la terra salvatrice, che non serviva solo a darci sostentamento ma aveva in sé anche i connotati di un rifugio; la sentivamo davvero come "mater tellus", verso di lei avevamo un attaccamento furibondo». Un rapporto quasi inscritto nel Dna della persona: «Ho sempre avuto una forte sensibilità per la natura; fin da bambino, se scappavo di casa dopo aver combinato qualche marachella, andavo a rifugiarmi in un boschetto». A non molta distanza da qui nello spazio, molto più distante nel tempo, monsignor Giovanni Della Casa aveva scelto proprio un bosco per scrivere il suo Galateo.

Era un sentimento condiviso: «Quel paesaggio della mia infanzia era ben coltivato, i contadini ci lavoravano lasciando intatto il fiorire della terra. Poi, un po’ alla volta, si è cominciato a sfruttarla il più possibile, e dagli anni Ottanta stiamo assistendo a un autentico degrado di fronte al quale non possiamo non indignarci: bisogna fermare lo scempio che vede ogni area verde rimasta come area da edificare. Una volta esistevano i campi di sterminio, oggi siamo allo sterminio dei campi».

Nessuna crociata di retroguardia per nostalgia di un piccolo mondo antico, assicura Zanzotto: «Il cambiamento è un moto necessario, ma bisogna vedere con che velocità, come e quando si muove». E invita a imparare dalla natura quale sia l’autentico modello di sviluppo: «Guardate le piante, ciascuna di esse ha il suo criterio per crescere, e a un certo punto si ferma. Oggi invece prevale una formula che sottintende che tutto ciò che accade dovrebbe comunque accadere. Ma così si va contro anche a quel senso estetico del costruire che era connaturato al Veneto di una volta, e che aveva creato le condizioni ideali per i grandi capolavori artistici di questa terra».

Il suo è un appello forte: «Salviamo un prato in ogni paese». E ha cominciato lui per primo, a difesa del verde residuo di Pieve di Soligo («il Palasport lo facciano, ma da un’altra parte»): con una passione così forte che lo stesso governatore del Veneto Giancarlo Galan si è schierato dalla sua parte. Basterà per far cambiare scelta al Comune? «Pararìa», risponde Zanzotto nella dolcezza del dialetto. Sembrerebbe… Il condizionale è di rigore, stando a quanto sostiene il sindaco Giustino Moro, a capo di una civica di centrodestra: «Quell’area è destinata a opere di interesse pubblico per il gioco e lo sport fin dal 1988. Certo, noi non pretendiamo di avere la verità in tasca: mi sono già impegnato pubblicamente perché il Palasport sia di maggior qualità nell’espressione architettonica e nel rapporto con il contesto ambientale». Ma è il posto a essere sbagliato, ribadisce Zanzotto; e a questo punto il pallino torna alla Regione: se vuole tradurre in pratica le parole del suo presidente, deve chiedere la revoca della variante urbanistica che ha sdoganato il progetto.

«Io continuo la mia battaglia per salvare quel piccolo pezzo di terreno, oltretutto di golena antica», assicura Zanzotto; e parla del fiume che ha dato il nome al suo paese, il Soligo, «che qui gira, serpeggia, più in giù scava veri e propri canyon». Lo fa con la stessa intatta passione, con l’identica fresca melodia che animava i suoi versi di un tempo: «Io ti distinguo, cuna delle mie genti», scriveva nel 1960 dei Colli Euganei, «i colli in cui si tacquero / le torbide età prime». «Cuna», la culla. «Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita», conclude.

Sulla via del ritorno, scendendo verso la Manhattan di capannoni del quartiere del Piave, capita di passare per una sorta di Scilla e Cariddi della modernità. Sulla sinistra un cartello avverte «vendesi terreno edificabile a uso industriale». Sulla destra, un altro segnala «Grande Guerra-l’ultima battaglia», suggerendo una visita all’antica linea del fronte tra il Piave e il Grappa. E viene da chiedersi chi abbia fatto più guasti al paesaggio, se i cannoni di ieri o i capannoni di oggi.

Per fortuna, lì vicino, una voce indomita si ostina a non cedere alla rassegnazione. E a chiedere di aiutarla a far sì che la poesia non abbia cantato invano.

Temo che pochi avvertano la gravità di quel che sta avvenendo nel Parco dei Colli Euganei.

Mentre sembra che in tutto il territorio veneto si voglia finalmente, dopo i tanti disastri compiuti, porsi il problema di una maggior protezione ambientale e per questo si invocano nuovi strumenti di pianificazione (come ad esempio i PATI e il Piano Paesistico), nella parte più pregiata della nostra provincia, l’area dei Colli Euganei, è in atto un inesorabile smantellamento di quello strumento di pianificazione che già esiste da anni, il Piano Ambientale, e che è senza dubbio uno strumento serio e adeguato (al di là di ovvi eventuali aggiustamenti).

Purtroppo la debole difesa che di questo Piano hanno fatto (quando lo hanno fatto!) le forze della sinistra e, bisogna pur dirlo, le stesse forze ambientaliste, ha lasciato ampio spazio alla sua subdola, insistente demonizzazione da parte di chi, per cultura ma anche per interessi, è insofferente a ogni regola di pianificazione (quelle regole solitamente bollate in termini dispregiativi come “vincoli”). Così da subito, cioè da poco dopo la sua adozione nel ’94, lo si è lasciato mortificare e svilire per quanto riguarda le tante indicazioni finalizzate ad avviare qualificanti progetti urbanistico-ambientali (“progetti”, non “vincoli”), ma lo si è anche lasciato aggirare e boicottare su fondamentali normative di protezione (come quelle per i “paesaggi agrari”). Addirittura lo stesso Parco ha “tradito” spirito e lettera delle norme che proteggono i contesti delle emergenze architettoniche, cioè le aree simbolo di un paesaggio storico come quello dei Colli. E non è che a questo vero e proprio misfatto si stiano ribellando in tanti.

Ora siamo a una svolta cruciale: con una discutibilissima modifica alla legge istitutiva la gestione del Parco è stata affidata ai soli Sindaci. La modifica è di 15 mesi fa, ma solo in questi giorni il nuovo Consiglio ha iniziato l’attività.

Almeno un fatto, tra i tanti che meriterebbero un approfondimento, deve essere chiaro (al di là delle nomine di Presidente e assessori al solito rigorosamente lottizzate): che per la maggioranza degli attuali sindaci (di questi 12 su 15 sono di centrodestra) il Piano Ambientale è un ostacolo da rimuovere: “un capestro che mortifica la vitalità e le possibilità di sviluppo dell’area”. I Comuni devono essere liberi di gestire il loro destino urbanistico. Con l’esperienza del passato e con l’occhio attento a quel che sta succedendo - sviluppi residenziali sovradimensionati, apertura alle seconde case, pioggia di annessi rustici - c’è poco da star tranquilli.

Non dovrebbe esserci su questi temi, prima che sia troppo tardi, una maggiore mobilitazione del mondo politico e degli ambienti culturali “progressisti” padovani?

Personalmente questa esigenza, dall’interno del debole fronte delle associazioni ambientaliste e ora anche da componente del nuovo Consiglio dell’Ente, la avverto fortissima. E spero che finalmente coinvolga molti altri.

L'immagine è tratta dal sito www.berann.com

MESTRE. «Entro il 2007 si concluderanno i lavori del Passante». Un eccesso di entusiasmo fa anticipare a Berlusconi i tempi di chiusura dei cantieri, previsti - correggerà il tiro Galan - per il 2 maggio 2008, tra 758 giorni. L’annuncio arriva al termine del Cipe che ha detto sì a un complicato sistema di aumenti dei pedaggi che consente all’Anas di contrarre mutui per 636 milioni di euro.

Alle 12.36 da Roma rimbalza attraverso le agenzie l’annuncio di Silvio Berlusconi. «Entro il 2007 il Passante sarà finito». Il presidente del Consiglio si lascia andare all’entusiasmo al termine del Comitato interministeriale di programmazione economica che ieri ha detto sì all’introduzione di isopedaggio e isoricavo nelle convenzioni tra Anas e società autostradali, per la gestione del Passante.

Garantiti i fondi.L’atto garantisce da oggi la copertura finanziaria ai mutui per 636 milioni che Anas deve contrarre con le banche (la gara è in corso) per finanziare la bretella, spiega il commissario Vernizzi. E non appena ci sarà la firma sul decreto interministeriale dei ministri Lunardi e Tremonti, scatterà il complesso meccanismo di aumenti che porterà in tre anni a equiparare il costo del pedaggio del Passante con quello di autostrada Venezia-Padova, tangenziale e A4 per Trieste, con incrementi alle barriere di Villabona, Mogliano e Quarto d’Altino.

La delibera. La delibera del Cipe autorizza l’inserimento negli atti aggiuntivi alle convenzioni con le concessionarie di autostradel «interferenti» col Passante di Mestre delle clausole legate ai pedaggi, «al fine di mantenere inalterata l’invarianza dei ricavi, rispetto alle stime di traffico (...) - si legge - nonchè garantire nel tempo il flusso di risorse necessarie per la realizzazione del Passante».

Galan contro De Piccoli. Tocca al governatore Giancarlo Galan rivedere le stime del premier. Negli uffici di Veneto Strade, rompe un gigantesco uovo di Pasqua che contiene il tracciato del Passante e l’ultimo dato del countdown, ovvero meno 758 giorni. La grande opera sarà pronta per il 2 maggio 2008. Un anno dopo il pronostico di Berlusconi. «Ero talmente sicuro dell’approvazione al Cipe che ho ordinato da tempo questo uovo, così grande non si fa mica in mezz’ora», dice Galan, dedicandolo a Cesare De Piccoli, il segretario veneto dei Ds che aveva lanciato l’allarme sulla mancata copertura dei fondi del Passante. «Ringrazio per l’attivismo De Piccoli, colui che sconfigge tutti, compresi i 5 saggi, per difendere Venezia. Ha scoperto una finta polemica. Perché per il Passante i soldi ci sono, non c’era alcun dubbio. Oggi il Passante ha ricevuto il condono tombale, non c’è più alcun se o ma. Capisco che si è sotto elezioni, ma questo continuo creare angoscia e porre dubbi è un metodo miserando; per ottenere due righe sul giornale non si può dire che il Passante si ferma».

Un sì al cardiopalma. Galan non nasconde la tensione della mattinata. La seduta del Cipe convocata alle 11 rischiava di saltare per assenza del numero legale. «C’è voluta una lunga insistenza da parte mia assieme a Miracco (il suo portavoce, ndr), Ghedini e Vernizzi - racconta - mentre Chisso è volato a Roma. Avevo da Berlusconi e Letta l’assicurazione che ci sarebbe stata la riunione. Alle 11.15 è arrivato Berlusconi, che è il miglior ministro che il Veneto abbia mai avuto: ha aspettato con Letta che ci fosse il numero legale». Per il via agli aumenti dei pedaggi, manca ora solo la firma di Tremonti al decreto interministeriale già sottoscritto da Lunardi. A una diversa interpretazione delle norme tra i due ministeri, la Regione inputa l’incertezza delle ultime settimane: il dicastero delle Infrastrutture riteneva che le modifiche alle tariffe non avessero bisogno dell’avallo del Cipe. Il ministero di Tremonti invece ha insistito per l’ok del comitato. «Problemi comunque non ce ne sono mai stati - afferma il commissario del Passante, Silvano Vernizzi - perché il 30 aprile 2004 è stato sottoscritto il contratto col contraente generale per oltre 500 milioni di euro. Andava solo introdotto il principio dell’isopedaggio nelle convenzioni tra Anas e tre società autostradali. Situazione unica in Italia, per questo si è modificata la delibera Cipe del 1996». Galan aggiunge: «Qualcuno ha speculato, in Italia le opere di project financing si fanno solo con la copertura finanziaria». Da Roma, l’assessore ai Trasporti Chisso replica a De Piccoli: «Il Cipe non ha introdotto deroghe in materia di tariffe. Tutto qui, il resto è solo propaganda». Il deputato ds Andrea Martella chiede però lumi sui ritardi: «Finalmente si è capito che era necessario passare per il Cipe, peccato che si sia perso del tempo visto che l’accordo tra le concessionarie e l’Anas era già stato siglato un anno fa. Ora Vernizzi deve chiudere in fretta con i Comuni di Mirano e Martellago». Il progetto definitivo della variante sarà pronto tra una settimana, assicura il commissario.

Nota: per capire meglio il contesto immediato - non solo e non tanto trasportistico - in cui si colloca il Passante, si veda su Eddyburg l'articolo a proposito della "Colata di cemento ai lati della bretella" in cui uno studio evidenzia come siano pronti a partire nei vari comuni dell'area progetti edilizi per commercio, servizi, attività produttive, il tutto "trainato" dalle nuove infrastrutture, il tutto in assenza di un quadro di coordinamento sovracomunale (f.b.)

«L´Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà». Questa profezia mazziniana rischia di avverarsi nel senso peggiore. L´ultimo rapporto Svimez dà l´allarme: non solo non si è ridotto il divario tra Nord e Sud, ma è apparso quello tra l´Italia nel suo insieme e gli altri grandi paesi europei.

Il peggio è che, mentre non è diminuito il divario, si è ridotta, fin quasi a scomparire, l´attenzione politica verso la questione meridionale. Essa era stata individuata, non come un problema territoriale, ma come la questione critica dell´unità nazionale. Oggi è praticamene uscita dall´agenda politica e sostituita da una questione settentrionale che punta piuttosto alle divergenze che all´unità.

Il dualismo italiano era stato denunciato dai grandi meridionalisti come il più grave fallimento dell´impresa risorgimentale. L´annessione del Mezzogiorno al resto del paese si era verificata non come liberazione ma come occupazione. Non come rivoluzione nazionale e sociale, ma come conquista regia. E ciò era apparso in tutta la sua tragica evidenza durante quella che fu definita guerra del brigantaggio e che fu in effetti una guerra di repressione vinta dalla monarchia contro il Mezzogiorno e soprattutto contro il suo mondo contadino.

Alla fine dell´ultima guerra la Repubblica aveva finalmente adottato una grande politica meridionalistica, impostata tutta su un intervento economico straordinario e mirante alla riduzione del divario attraverso la costruzione nel Sud delle infrastrutture necessarie allo sviluppo e alla promozione di investimenti industriali, privati e pubblici. La prima parte del programma fu un grande successo: la Cassa del Mezzogiorno realizzò imponenti programmi di bonifica, di irrigazione, di articolazione di una vasta rete di trasporti e di comunicazioni. La seconda è stata sostanzialmente un fallimento.

La ragione essenziale - lo dico in modo consapevolmente provocatorio - sta nell´affidamento della gestione delle ingenti risorse destinate a questo scopo a una classe politica regionale complessivamente incapace: clientelare, incompetente e peggio. Dico complessivamente perché, come afferma Luciano Cafagna, accanto a grands commis moderni e moralmente adamantini, si contano «baroni ladri, banditi di passo e pirati della Malesia». Di qui «le oscure commistioni fra politica, clientelismo, affarismo, criminalità mafiosa cui, involontariamente ma spaziosamente, si apriva un eccezionale varco tecnico, allargatosi con gli anni via via che la democrazia si faceva partitocrazia e l´amministrazione diventava un giro d´affari». Di qui i due grandi problemi attuali del Mezzogiorno: la rivolta del Nord contro i trasferimenti al Sud e la deriva criminale mafiosa del Sud. Quanto alla prima, cito ancora Cafagna: «Non si può accettare che il foraggio destinato all´allevamento di cavalli di razza venga versato direttamente, invece, a ratti, zoccole e pantegane che si mangeranno poi anche i cavalli». Quanto alla seconda, la degradazione dell´amministrazione pubblica consegna vaste parti del territorio all´amministrazione privata criminale delle mafie. Questo è il tremendo rischio che il Mezzogiorno sta correndo.

Dunque, il problema del divario non dipende dall´insufficienza delle risorse trasferite al Mezzogiorno, ma dall´inefficienza (9 miliardi di euro destinati al Sud sono stati trasferiti dai fondi europei ad altre destinazioni per incapacità di utilizzazione) e dalla corruttela (vedi il crescente numero delle amministrazioni locali "sospese").

La "regionalizzazione" del Mezzogiorno non ha democratizzato la gestione delle risorse affidate alla classe politica. Diversamente dal Nord, le regioni meridionali non possono contare su salde tradizioni storiche di autonomia che costituiscano la base della loro educazione politica; mentre ha fatto perdere il senso unitario del problema.

La proposta che oggi si affaccia, di un partito del Sud, avrebbe, se emendata da disegni opportunistici, un suo comprensibile fondamento politico nella necessità di riproporre la questione meridionale come grande problema nazionale, elevandone il livello: di formare una vera e nuova classe dirigente meridionale affrancata dai condizionamenti clientelari locali e capace di esprimere la domanda politica del Mezzogiorno.

Non si tratta però soltanto di un "partito" del Sud. Si tratta di riprendere l´antica battaglia dei meridionalisti federalisti, come Guido Dorso e Gaetano Salvemini, per un governo autonomo del Mezzogiorno nell´ambito di un regime nazionale autenticamente federalista: che intenda cioè il federalismo come grande patto nazionale unitario e non come redistribuzione del carico fiscale.

Compito fondamentale di quel Governo dovrebbe essere di concentrare i mille rivoli nei quali si disperdono i trasferimenti al Sud in un solo grande piano di risanamento urbano: il solo strumento capace di riconquistare alla vita civile e democratica i territori caduti sotto il controllo delle mafie

Sono molti, anzi moltissimi gli italiani che di fronte allo scandalo Berlusconi (non saprei chiamarlo altrimenti) rispondono: «A noi non importano i suoi vizi, privati o pubblici che siano; a noi importa che governi bene nell´interesse del paese e dei cittadini».

Si può non essere d´accordo su questo modo di ragionare che reputa la coerenza morale come un "optional" al quale un personaggio pubblico può sottrarsi.

Ma adattiamoci a questa diffusa indifferenza morale e seguiamo pure quel modo di ragionare: sta governando bene? Poniamoci solo questa domanda e cerchiamo di rispondervi con fatti e cifre.

Il governo ha varato un nuovo decreto legge per contenere la crisi e ha presentato il bilancio di un anno e mezzo di attività. Possediamo dunque tutti i dati per rispondere e non sono dati controversi perché è lo stesso governo a fornirceli.

Il deficit è arrivato al 5,2 ed è molto probabile che salga ancora. In parte questo pessimo risultato è dovuto a cause internazionali ma in altra parte è dovuto a cause esclusivamente interne e cioè all´andamento della spesa pubblica e delle entrate.

La spesa è aumentata in un anno del 4,9 per cento. In cifre assolute si tratta di 35 miliardi di euro. Stiamo parlando di spesa corrente della Pubblica amministrazione. Come è stato possibile uno sfondamento di queste dimensioni che equivale ad una pesantissima manovra finanziaria?Voglio citare il commento che di questo sfondamento sorprendente ha fatto Romano Prodi in un articolo pubblicato sul "Messaggero" di mercoledì scorso: «Questo dato mette in evidenza una non prevista espansione della spesa ordinaria della pubblica amministrazione di fronte ad una preoccupante caduta degli investimenti. Tutto questo in presenza di una diminuzione del peso degli interessi sul debito pubblico per effetto della caduta dei tassi sui mercati internazionali. Davvero viene da pensare che qualche "fannullone" si sia dimenticato di esercitare il proprio compito di contenere la spesa corrente e indirizzarla invece verso gli investimenti necessari per sostenere lo sviluppo futuro del paese».

Io capisco che il nostro premier non voglia rispondere sulle veline, sulle "escort" e sul processo Mills. Ma qui stiamo ponendo a lui e al suo ministro dell´Economia una domanda di tutt´altra natura: che ne avete fatto di quei 35 miliardi di maggiori spese in un anno di vacche magrissime?

In teoria ci potreste rispondere che quei miliardi li avete usati per "stimolare" l´economia. Invece no, neppure quello avete fatto. I denari freschi per stimolare o sostenere l´economia ammontano in tutto e per tutto in 3 miliardi, pari allo 0,2 per cento del prodotto nazionale lordo in confronto con il 3 per cento che è la media dei paesi Ocse. Dieci [sic – ndr] volte meno di tutti gli altri.

Allora ripeto: che cosa ne avete fatto di quei 35 miliardi?

Altre domande non meno stringenti potrebbero esser fatte. Per esempio sul piano-casa che prevede centomila alloggi per famiglie con basso reddito. I progetti saranno certificati da un professionista di fiducia del committente. Sono veramente necessarie queste case, con le quali il territorio sarà definitivamente devastato mentre esiste una quantità di case sfitte per le quali non c´è domanda di mercato?

Un altro esempio riguarda la messa sotto schiaffo (nel decreto approvato venerdì dalla Camera) della Corte dei conti che il governo sta riducendo a un simulacro manomettendo i suoi poteri di controllo sulla pubblica amministrazione.

Chi è il "fannullone operoso" che stravolge dall´interno il sistema delle garanzie dilapidando risorse al punto che bisognerebbe segnalarlo al ministro Brunetta per le opportune sanzioni?

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Può darsi che i molti che se ne infischiano delle veline, delle "escort" e del processo Mills se ne freghino anche della dilapidazione delle pubbliche risorse se non sono loro ad esserne toccati e anzi se per caso ne sono addirittura beneficiati. La comunità nazionale affonda ma i molti che appartengono alla vasta cerchia clientelare ne godono. Il rampante Tarantini è solo uno dei tanti e fa il nababbo tra la sua fattoria pugliese e la villa di Porto Cervo in prossimità di Villa Certosa. Non saranno certo lui e i tanti come lui a preoccuparsi del "fannullone" che sperpera a Roma.

Però non c´è solo questo, il catalogo è lungo. Adesso faremo parlare Mario Draghi, governatore "pro tempore" della Banca d´Italia fino a quando i "fannulloni" non lo sbatteranno fuori perché sta diventando troppo ingombrante.

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Parlando mercoledì scorso davanti alle competenti commissioni parlamentari il governatore ha sollevato un tema del quale finora sono in pochi ad essersi accorti nell´ambito delle istituzioni e quei pochi si sono ben guardati di renderlo oggetto di pubblico dibattito: l´usura nelle sue più varie forme, la penetrazione della mafia, della camorra e della ‘ndrangheta nel tessuto imprenditoriale, specialmente nel settore delle aziende medio-piccole e piccole che hanno poca capacità di resistere alla crisi.

Draghi ha lanciato un allarme rosso su questo fenomeno che sta penetrando massicciamente nel tessuto produttivo non solo sotto forma di racket o di prestiti usurari, ma anche di acquisto di aziende che non sono più in grado di sostenersi e che vengono utilizzate dalla criminalità come preziose stazioni di riciclaggio per capitali accumulati con il commercio della droga, gli appalti di favore e l´usura vera e propria.

Interrogato sull´efficacia dei controlli per impedire l´estendersi del fenomeno, il governatore ha detto a chiare lettere che i controlli esistenti sono assai poco efficaci e andrebbero rapidamente revisionati.

Interrogato anche sullo scudo fiscale (che verrà istituito con il decreto in corso di approvazione parlamentare) e sui suoi probabili effetti negativi sul riciclaggio di capitali, il governatore, molto prudente nel pronunciarsi su una legge in corso di approvazione, ha tuttavia manifestato un aperto scetticismo sui controlli che lo scudo prevede per impedire il riciclaggio di capitali mafiosi. Ha osservato che in altri paesi che hanno fatto ricorso in questi mesi a provvedimenti analoghi non è stato concesso l´anonimato a chi decide di far rientrare capitali, non sono state abbonate le tasse evase ed è stata prevista una rigorosa certificazione sull´origine dei predetti capitali. Nulla di simile è contenuto nella normativa predisposta nel decreto, sicché il rischio che capitali di origine criminale rientrino in Italia beneficiando per di più della robusta sanatoria che il decreto prevede, è ampiamente incombente.

All´allarme di Draghi si sono associate le parti sociali e in particolare la Confindustria, i commercianti, gli artigiani e l´associazione bancaria Abi. Ma le questioni sollevate dal governatore non si limitavano all´usura e al riciclaggio. Riguardavano anche le norme previste nel decreto sulle banche. Si è infatti scoperto che alcuni articoli della legge imponevano alle banche misure molto pesanti che rischiavano di incepparne seriamente il funzionamento. Il governo (i soliti "fannulloni") non se ne erano evidentemente resi conto, ma sotto le energiche proteste dell´Abi e della stessa Confindustria, ha deciso di annullare quelle disposizioni rinviando di 48 ore il voto di fiducia.

Intanto si è saputo che le "sofferenze" bancarie, cioè i crediti che i debitori non sono più in grado di restituire, sono aumentate in questi mesi del 125 per cento rispetto al periodo precedente e tutto fa prevedere che continueranno ad aumentare con ritmi ancor più intensi. La conseguenza inevitabile è una valutazione ancor più rigorosa del merito del credito, specie nel settore delle imprese medio-piccole, le più bisognose di sostegno.

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Parole che direi definitive sono state dette in proposito dall´amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, nell´intervista pubblicata venerdì sul nostro giornale. La fonte è insospettabile per oggettività politica e prudenza di giudizi: Passera è il banchiere che ha voluto e finanziato la nuova Alitalia, così come aveva voluto e finanziato la nuova Telecom senza più il controllo di Tronchetti Provera. Ed è quello stesso banchiere che ha già stipulato con Confindustria il finanziamento delle Pmi con una linea di credito complessiva di 500 miliardi di euro. Ed ecco il suo giudizio sulla situazione e su ciò che ci aspetta a partire dal prossimo settembre.

«Oggi produzione, fatturato interno, export e investimenti sono tutti in drammatico calo. Ciò che è stato fatto finora è nella direzione corretta, ma affinché queste misure abbiano effetto ci vuole molto di più di fronte ad una recessione di tale gravità. L´Italia ha ritardi infrastrutturali gravissimi. L´efficienza del sistema-paese è il nostro vincolo più grave e poi lo scarso dinamismo della società che viene da fattori che ci vedono in fondo a tutte le classifiche mondiali: mobilità, meritocrazia, capacità decisionale. Qui c´è il nostro problema maggiore che logora non solo l´economia ma anche la democrazia».

Più prudente ma più chiaro e più sincero di così...!

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La Lega punta sul federalismo ed ha la capacità politica di imporlo a Berlusconi. La Lega è in grado di ricattare politicamente Berlusconi così come una qualunque "escort" è e sarà in grado di fare su tutt´altro piano. Tra i due tipi di ricatto, così diversi tra loro, c´è tuttavia un nesso evidente che dimostra appunto la ricattabilità del premier.

Le conseguenze sul piano della governabilità sono sotto gli occhi di tutti. I dati e i giudizi sopra riportati sono anch´essi sotto gli occhi di tutti e c´è anche sotto gli occhi di tutti la necessità di quello che Corrado Passera ha chiamato uno «shock positivo», cioè un´immediata politica di rilancio che contenga la gravissima recessione che non sta affatto alle nostre spalle ma davanti a noi.

Se lo shock positivo non ci sarà - e non c´è alcun segno che possa arrivare in tempo utile - avremo uno shock negativo che un paese economicamente prostrato e politicamente imbambolito non è in grado di fronteggiare.

Il premier e i suoi sodali del partito guidato dall´avvocato Ghedini non sembrano rendersene conto e daranno priorità ad una dissennata riforma della giustizia che provocherà una traumatica torsione istituzionale. La Lega dal canto suo vorrà portare a casa quanto più potrà di federalismo e di barriere anti-immigrazione e soprattutto anti-integrazione.

Sono due mine vaganti ad altissimo contenuto esplosivo e questo spiega le preoccupazioni del presidente della Repubblica e nell´ambito del centrodestra del presidente della Camera, Gianfranco Fini.

Occorrerebbe arrestare qui ed ora questa deriva. Non è un complotto politico né un catastrofismo perverso e infondato, ma una lucida visione dei fatti. L´esito è nelle mani degli italiani se sapranno essere all´altezza del compito.

È possibile che dietro gli incendi che in questi giorni hanno bruciato mezza Sardegna ci sia un piano criminale preordinato? E se questo piano c'è, quali sono gli obiettivi che si prefigge? E possibile, cioè, che le fiamme siano state appiccate non solo da piromani, ma anche da incendiari mossi da fini differenti dalla patologica mania per la distruzione portata dal fuoco? Domande giustificate dalla denuncia del comandante del corpo forestale sardo, secondo cui la maggior parte dei roghi che hanno devastato la Sardegna sono dolosi, e dalla conseguente apertura di un'inchiesta da parte della procura della Repubblica di Sassari.

Per rispondere senza cadere in generalizzazioni che non servono a capire che cosa sta accadendo bisogna praticare l'arte paziente della distinzione.Almeno l'ottanta per cento dei roghi si sono accesi nei territori di comuni come Pozzomaggiore, Berchideddu, Magomadas, Ittireddu, Nughedu, Nulvi, Banari, Cargeghe. Li ha mai uditi qualcuno, fuori dalla Sardegna, questi nomi? No. Perché sono il paese d'ombre che nessuno vede, di cui nessuno sa. Sono il territorio vastissimo dei pastori transumanti, protagonisti di un'economia che è quasi di sussistenza, sulla quale, però, continuano a reggersi le zone interne dell'isola, quelle lontane da Porto Cervo, da Villasimius, da Alghero, da Pula, da Stintino, lontane dalle coste delle vacanze più o meno dorate che turisti dal portafogli più o meno capiente prendono d'assalto in queste settimane. Qui pensare che dietro gli incendi ci siano speculatori edilizi e cementificatori francamente fa un po' ridere. Sono da sempre flagellate dalle fiamme queste zone di pascoli a perdita d'occhio. Ma per altri motivi. Per l'antica usanza pastorale di bonificare i terreni con il fuoco, che a volte sfugge di mano; e perché in un'economia poverissima il controllo di un palmo in più di terra, di un ettaro in più di pastura per le pecore può essere vitale. Si spara, in questo paese d'ombre, per i pascoli, si uccide. Anche con gli incendi. Non è una fatalità. E' l'effetto di un ordine economico e sociale. Si può intervenire sull'effetto con un controllo del territorio efficiente, che spetta al corpo forestale controllato dalla giunta regionale e che in queste settimane non c'è stato. Ma su quell'effetto si potrebbe intervenire toccando anche le cause. Problema che nessuno, oggi, si mette più.

Poi c'è il venti per cento di incendi scoppiati vicino alle coste: Arzachena, Loiri, Budoni. In questo caso il sospetto che dietro le fiamme ci siano i cementificatori è giustificato. Il fuoco per chiedere agli amministratori comunali e regionali mani libere per costruire non solo sulle coste ma nelle immediate vicinanze. Il sospetto però si scontra contro una contraddizione logica. Gli amministratori di Arzachena, infatti, dove il centro destra supera il 60 per cento dei consensi elettorali, non hanno alcun bisogno di essere «convinti» con il fuoco. Per loro che si debba costruire il più possibile è un impegno programmatico. Ugo Cappellacci, poi, su quell'impegno ci ha pure vinto le ultime regionali. Appena eletto il leader Pdl ha detto che tra i primi obiettivi della sua giunta ci sarebbe stato lo smantellamento del sistema di tutela del paesaggio messo in piedi da Renato Soru. Cosa che sinora non ha potuto fare preso dall'emergenza economica sarda che è devastante. Ma che si appresta a fare proprio per contrastare, dirà nei prossimi mesi, la crisi attraverso la ripresa dell'edilizia e il rilancio del turismo. E allora? Forse è meglio lasciare l'ultima parola al procuratore della Repubblica di Sassari.

La Repubblica

QUELLE PAGELLE DA RIVEDERE

di Nadia Urbinati

Nel World university rankings 2008, il nostro sistema universitario piazzava soltanto 7 atenei e per giunta nei posti bassi della classifica: il primo ateneo italiano menzionato era quello di Bologna e si trovava al 192° posto.

Altre sei università (Roma-La Sapienza, il Politecnico di Milano, gli atenei di Padova, Pisa e Firenze e l’università Federico II di Napoli) erano tra le prime 400. Si tratta senza dubbio di una inequivocabile bocciatura, resa nota per giunta proprio mentre la Gelmini (era il mese di febbraio) si apprestava a mettere a punto la strategia dei tagli agli "sprechi". Il ministero ha compilato pagelle e dato voti. In palio ci sono i soldi: più a chi ha passato l’esame dei requisiti decisi dal ministero, meno agli altri. Tra i requisiti ovvero gli incentivi ci sono vari fattori, tra i quali la capacità degli atenei di usufruire delle risorse europee e nazionali per la ricerca o di aver sfornato più laureati. Ma due criteri di giudizio su tutti spiccano: la qualità della ricerca e la qualità della didattica. Nel primo caso pare si sia tenuto conto delle valutazioni della conferenza dei rettori sulla qualità della ricerca in base a parametri internazionali, del numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente e della capacità delle università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca. Nel secondo caso, la qualità della didattica è stata valutata in base "alla percentuale dei laureati che trovano lavoro a tre anni dal conseguimento della laurea, alla capacità degli atenei di limitare il ricorso a contratti e docenti esterni evitando il proliferare di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo".

Per dare una valutazione complessiva di questa distribuzione proporzionale delle risorse pubbliche agli atenei pubblici occorrerà tempo. Un altro tema che occorrerebbe poter valutare è chi seleziona i "giudici" che stilano pagelle e come i criteri vengono applicati. Ho avuto modo di partecipare a una commissione di valutazione di un ateneo americano e posso dire che si tratta di un lavoro complesso che ha portato via un intero anno accademico. La ministra ha messo in piedi la sua pagella in pochissimo tempo benché con molta propaganda. È sperabile che i suoi tagli e le sue pagelle abbiano considerato il fatto che nell’Unione Europea, l’Italia si colloca alle ultime posizioni per numero di giovani laureati; che molte delle nostre biblioteche universitarie versano in condizioni pietose; che molti atenei sono costretti ad accorpare dipartimenti con l’esito prevedibile che mentre il ministero risparmia, gli studenti e la ricerca ci perdono. La logica da "economia domestica" che ha caratterizzato fin dall’inizio questo ministero rende obbligata la diffidenza nei confronti di strategie punitive che sembra tendano a fare dell’accademia italiana quello che è stato fatto con le Ferrovie dello Stato: l’Alta Velocità come specchio per le allodole per far dimenticare o non far vedere in quali condizioni disastrate e disastrose versa la maggioranza dei treni, con grandissimi disagi per la stragrande maggioranza degli italiani.

il manifesto

UNIVERSITÀ AFFONDATA

di Alba Sasso

Le misure sull'Università adottate dal consiglio dei Ministri cercano di presentarsi come un momento di innovazione e di svolta, ma sono schiave della logica della legge 133, il famigerato decreto Tremonti contro il quale si sviluppò il movimento dell'Onda. A fare da sfondo il pesante ridimensionamento del fondo di funzionamento ordinario. Un miliardo e mezzo di euro in meno in tre anni che creano nei bilanci delle Università un buco da paura.

E questo mentre in altri paesi europei investire nell'istruzione e nella ricerca sta diventando in questo momento una scelta per arginare la crisi.

L'Italia, così, rimane l'ultima dei 18 paesi Ocse sia per quote di Pil destinate all'Università, sia per quote di Pil destinate alla ricerca. Ed è recentissima la scelta di Obama di destinare ben 40 miliardi di dollari a scuola e Università.

Gelmini annuncia con grande enfasi la nascita dell'Agenzia nazionale di valutazione (Anvur), creatura del ministro Mussi, non solo dopo averla ritardata di un anno, ma anche dopo averla resa un po' meno indipendente. E con la stessa enfasi racconta di merito e di qualità. Ma è mai possibile che un fondo di premialità, per di più in periodo di pesanti tagli, affossi alcune Università per premiarne altre, come in una sorta di Robin tax alla rovescia?

Oltre tutto i criteri di valutazione adottati, peraltro decisi autocraticamente dal ministro, sembrano discutibili e in alcuni casi cervellotici. Per fare un esempio, le Università meridionali soffrono del blocco da parte del governo dei fondi Fas, destinati agli investimenti in strutture e in edilizia, elementi che però sono rilevanti nella valutazione della qualità. Come dire: ti blocco i fondi, poi giudico inadeguate le tue strutture e per questo ti tolgo altre risorse. E ancora, perché tra i criteri di valutazione sul terreno della ricerca non è stata tenuta in considerazione anche la partecipazione di molte università meridionali al Fondo sociale europeo per progetti di ricerca legati allo sviluppo del sistema produttivo, che tanti risultati hanno avuto in termini di creazione di brevetti, di spin-off, di distretti tecnologici? O, se un criterio è quello della possibilità dell' occupazione degli studenti nell'arco di tre anni dalla laurea, come si fa a imputare la disoccupazione dei laureati alle Università e non alle realtà territoriali che queste hanno alle spalle? Qualche settimana fa il rapporto Svimez ci ha raccontato della rilevanza della nuova emigrazione intellettuale dal Sud. Anche questo colpa delle università spendaccione?

Insomma un gioco delle tre carte. Si tagliano risorse e si vuol far credere che si sta facendo un'innovazione. Anziché aggredire gli squilibri nel sistema universitario potenziandone la qualità complessiva e sostenendo chi cerca di migliorare, si condanna al degrado una parte grande della nostra realtà universitaria. Cresce così, anche per questa via, un dualismo che incrementa disparità e diseguaglianze nel nostro Paese.

Le scelte che vengono fatte senza la cultura della centralità dell’agricoltura, sono quelle di sottrarre terra fertile e boschi alla produzione di cibo, di aria e di paesaggi e sostenere le speculazioni, come quella che mette in atto la decisione di centomila nuove case o la costruzione di centrali nucleari o la perforazione selvaggia dell’Abruzzo e del Molise per la ricerca di petrolio.

Una nave che naviga senza bussola nell’oceano in tempesta.

Quando diciamo che è la carenza culturale che porta a sbagliare tattiche e strategie e ad accusare una crisi economica, che dovrebbe far capire che siamo giunti alla fine di un percorso e che necessita trovare nuove tattiche e nuove strategie per programmare un nuovo sviluppo, questa nostra verità viene confermata dai fatti.

Infatti, la notizia dell’approvazione, da parte dell’attuale Governo, di un piano che prevede finanziamenti per 100 mila case, con Presidente del Consiglio e Ministri che si vantano di questa loro scelta e con l’opposizione che non coglie il nocciolo della questione, dimostra che la cementificazione programmata o abusiva del territorio, comunque selvaggia, non è un problema per la politica, né per la classe dirigente di questo Paese.

Come non è un problema la sottrazione di una fetta grande di terreno agricolo che questa cementificazione comporta, con la conseguenza che il futuro di questo Paese prevede meno cibo, che saremo costretti ad importare; meno vigneti, meno grano, meno ortaggi, meno frutta e meno oliveti, con una perdita secca dell’ esportazione e di immagine del nostro agroalimentare; meno strutture di trasformazione, meno indotto e meno occupati, ma, anche, meno paesaggio e meno ambiente, ciò che vuol dire anche meno turismo. Meno di tante cose vitali ed essenziali per l’immagine e l’economia del nostro Paese che non preoccupa nessuno, visto che all’applauso di chi ha fatto questa scelta ha risposto il silenzio di chi la subisce o non ha avuto modo di parteciparvi.

Una nuova colata di cemento che toglie ad ognuno di noi il respiro e il gusto della nostra identità.

Quella identità espressa dai campi di grano per la rinomata pasta e la famosa pizza; oliveti per il ricco patrimonio di biodiversità e di oli, che nessun altro paese al mondo può vantare; vigne per i nostri straordinari vini, molti dei quali impeccabili testimoni di territori noti in tutto il mondo; prati e pascoli per i nostri allevamenti di animali che danno formaggi e latticini impareggiabili, salumi unici, carni saporite; orti, familiari o a pieno campo, per le nostre verdure e i nostri pomodori che caratterizzano e rendono varia e speciale tanti piatti della nostra cucina; risaie per i nostri risotti, che continuano a caratterizzare i profumi ed i sapori di luoghi e di Regioni, e orgoglio dei veneti e dei milanesi; il tempo che passa lento da una botticella ad un'altra per rendere l’aceto unto di sapori, balsamico, ricco di sospiri, al pari di un vin santo o di un passito e così i frutteti, i nostri boschi e sottoboschi. Noi, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra fantasia e la nostra creatività.

La carenza culturale che ha portato ad escludere l’agricoltura dalle strategie di sviluppo, avviate dopo gli anni ’50, e a rendere questo settore destinatario di risorse che, invece di arricchirlo l’andavano ad impoverirlo, fino ad arrivare alla crisi strutturale in atto, che rischia di spopolare le nostre campagne in modo da renderle, così, libere per le grandi speculazioni e per i nuovi insediamenti che parlano di centrali nucleari, estrazioni di petrolio, depositi di scorie e di ecoballe, grandi digestori

Un paese di rifiuti e di fumi al posto dei profumi delle nostre campagne e dei nostri boschi, che danno ragione a chi ha bisogno di terra per speculare..

C’è chi, invece di entrare nel merito delle questioni oggetto di queste nostre riflessioni, pensa di risolvere la crisi azzerando i chilometri; illudendo i consumatori con l’origine, senza dare ad esso le garanzie della qualità e delle peculiarità organolettiche per appagare la salute e il gusto; mettendosi in contrapposizione con altre categorie, invece di dare ad esse il diritto di svolgere la propria attività e di rafforzare la filiera con il confronto ed il dialogo.

Iniziative che non portano da nessuna parte, ma solo a illudere i produttori ed a far perdere tempo ai coltivatori ed al Paese che, oggi più che mai, hanno bisogno che venga affermata la centralità della nostra agricoltura se si vuole ribaltare una cultura e un modello di sviluppo, che è fallito perché divora le uniche risorse vere che ha, il territorio con la sua storia e la sua cultura, i suoi paesaggi e le sue tradizioni e, soprattutto, con la sua agricoltura e la ruralità. Le prospettive sono quelle di portare a nuovi fallimenti in un arco di tempo più breve del passato.

Avere la consapevolezza di queste risorse e dei valori che esse esprimono, ponendo al centro l’agricoltura, è il solo modo per riprendere il filo del discorso che interessi speculativi e di mercato hanno spezzato.

In questo senso, la necessità di case da dare ai giovani e a quanti la casa non ce l’hanno, avrebbe dovuto portare ad un altro ragionamento: destinare tutte le risorse, oggi messe a disposizione per la costruzione di centomila case, tutte per recuperare le case abbandonate dei piccoli centri in modo da rianimarli e renderli soggetti di quella qualità della vita che i futuri casermoni annullano provocando e diffondendo disagio e criminalità.

Bloccando, così, un processo che porta ad allargare e soffocare le grandi città ed a fare morire la storia e la cultura che i nostri piccoli centri esprimono.

Riportare l’agricoltura al centro del ragionamento e della programmazione economica, politica e sociale, è una necessità, quindi, che non si può più rinviare.

Grandi opere, Venezia è snobbata

di Alberto Vitucci

Niente soldi per il treno dell’aeroporto. E nemmeno per gli altri interventi infrastrutturali veneziani, che aspettano le risorse dei privati. Nell’ultimo Dpef, il Documento di programmazione economica 2009-2011 approvato dal governo, le sorprese non mancano.

L’unica voce che mantiene la promessa di spesa è quella del grande progetto Mose. Un’opera definita strategica dal governo, finanziata dall’ultimo Cipe (il Comitato per la programmazione economica) con 800 milioni di euro. Anche qui però l’erogazione dei soldi non sarà immediata. Sono soltanto ottanta i milioni di euro resi disponibili nel 2009. Altri 320 dovrebbero arrivare con la Finanziaria 2010, 240 con il 2011. I residui 160, si legge nelle tabelle del ministero, «saranno erogati dopo il 2011». In totale così il Mose potrebbe disporre di 3 miliardi e 132 milioni di euro su una previsione iniziale di 4270 milioni, adesso «adeguata» dal Magistrato alle Acque a 4 miliardi e 700 milioni, con un aumento del prezzo chiuso di mezzo miliardo. Da dove arriveranno i soldi mancanti? Nella colonna «Fabbisogno da reperire» il Dpef calcola un miliardo e 27 milioni, che diventerà un miliardo e mezzo quando l’Avvocatura darà il via libero definitivo all’aumento proposto dal Magistrato alle Acque. Soldi che in questo caso dovrebbero essere anticipati dalla Bei, la Banca europea degli investimenti. Che attende a sua volta il via libera del nuovo parlamento europeo sulle modalità di restituzione del maxiprestito. Intanto i lavori del Mose continuano, anche se per avviare la gara internazionale per la produzione delle paratoie e delle parti elettromeccaniche si dovranno attendere i nuovi finanziamenti.

Mose a parte, non sono molti i fondi stanziati nel documento di programmazione pluriennale in favore di opere e infrastrutture veneziane. Praticamente fermo il collegamento ferroviario con l’aeroporto Marco Polo. Il suo avvio è previsto per il 2013. E nel frattempo sui 223 milioni e 92 mila euro necessari per costruire la nuova rete ferroviaria metropolitana ne è stato stanziato soltanto uno, sotto la voce «Altre fonti statali». Mancano dunque all’appello 222 milioni e 92 mila euro. Caselle bianche anche per le opere complementari del Passante di Mestre, che erano state inserite negli interventi del «Corridoio V». Non ci sono soldi nemmeno per il contestato progetto di sublagunare. La prima idea risale agli anni Novanta, il progetto approvato dalla gunta Costa e dal Cipe nel marzo del 2005. Un rinvio che in questo caso può non dispiacere alle molte voci critiche, che sollecitano prima dei finanziamenti, un serio dibattito sull’utilità e le controindicazioni della grande opera.

Mentre vengono finanziate decine di opere in Lombardia e la prima tranche del Ponte sullo Stretto (circa 2 miliardi di euro, contro i 408 milioni previsti per la ricostruzione in Abruzzo), mancano all’appello anche i fondi dello Stato su Pedemontana e Nuova Romea. La stragrande maggioranza dei costi è a carico in questo caso dei privati. Con il sistema del Project Financing, già utilizzato ad esempio per costruire il nuovo Ospedale di Mestre. Garantiti infine i i fondi per il nuovo palazzo del Cinema (20 milioni a carico dello Stato, gli altri 59 degli enti locali).

Firmato l’accordo con Milano

e l’Expo «torna» in laguna

di Alberto Vitucci

L’Expo torna a Venezia. Dopo la bocciatura della candidatura di vent’anni fa, ieri il sindaco Cacciari ha firmato a Milano un protocollo d’intesa con Letizia Moratti, sindaco di Milano e commissario straordinario per l’Expo di Milano 2015. Nell’era degli spostamenti globali si prevede che tra sei anni saranno decine di milioni i visitatori previsti all’Esposizione universale lombarda. E buona parte di questi non rinunceranno di certo a visitare Venezia. Ecco allora l’accordo di collaborazione. Venezia mette a disposizione di Milano il suo sistema di «prenotazione e controllo dei flussi», il Venice connected ideato dal vicesindaco Michele Vianello. Altra collaborazione riguarda la cultura e le mostre, con un’intesa che dovrà essere perfezionata fra la Triennale presieduta da Davide Rampello e la Biennale di Paolo Baratta. «Venezia sarà un polo territoriale strategico alla buona riuscita dell’evento», si legge nel documento. «le nostre due realtà possono fare squadra», dice il sindaco Massimo Cacciari. Si tratta anche di programmare per tempo l’enorme flusso di visitatori che rischia di mandare in tilt soprattutto la città d’acqua, già assediata da venti milioni di visitatori l’anno. «E nel 2015 il flusso aumenterà moltissimo soprattutto per le persone provenienti dall’Est e dal lontano Oriente», dice Cacciari. In una Esposizione dedicata al Pianeta e all’energia per la vita si tratta anche di rinforzare le infrastrutture e i trasporti senza sfasciare il territorio già compromesso in alcune parti di Veneto e Lombardia. Il no all’Expo in laguna di vent’anni fa era stato motivato allora proprio dalla preoccupazione di un forte impatto dei visitatori sulla fragile realtà veneziana. (a.v.)

Immobili, il Comune non è in grado di salvaguardarli

«Venduti anche per salvarli»

di Enrico Tantucci

«Abbiamo deciso di vendere questi immobili, non solo per ottenere risorse per investimenti, ma anche perché - per molti di loro - non siano più in grado di garantirne la conservazione e evitarne il degrado, nelle attuali condizioni economiche. E’ il caso, ad esempio, dell’ex Osteria Nardi di Sant’Erasmo o della Villa di Mazzorbetto. Meglio allora, che finiscano nelle mani di privati che perlomeno ne assicureranno il mantenimento, come è avvenuto, ad esempio, per Ca’ Sagredo, trasformato in hotel». Così l’assessore al Patrimonio Mara Rumiz ha spiegato ieri in Commissione consiliare la decisione del Comune di costituire il fondo immobiliare che metterà in vendita diciotto “pezzi” del suo patrimonio, di cui undici con cambio di destinazione d’uso per favorirne la valorizzazione. L’introito previsto, dopo le varianti, sarebbe di poco più di 98 milioni di euro, ma - è stato spiegato ieri - ci si attende, rivolgendosi al mercato e con la vendita delle quote del fondo, un ulteriore”utile” di circa 10 milioni di euro. Ieri l’esame - presente anche l’assessore al Bilancio Michele Mognato - ha riguardato gli immobili che saranno posti in vendita in centro storico e nelle isole: Palazzo San Cassiano e Palazzo Diedo, l’area di Piazzale Roma che si trova presso la Manifattura Tabacchi, la Casa del Boia, ex ridotto di Mazzorbo a Mazzorbetto, un’area verde al lido alle Terre Persem, l’ex Osteria Nardi a Sant’Erasmo e Palazzo Gradenigo. Proprio sui palazzi San Cassiano e Diedo, che occupano ancora uffici giudiziari che dovranno poi essere trasferite nella nuova Cittadella della Giustizia all’ex Manifattura Tabacchi, l’assessore Rumiz ha fatto ieri una precisazione importante. «Abbiamo approvato in Giunta un emendamento - ha spiegato - che prevede che i palazzi restino a disposizione degli uffici giudiziari fino al completamento della Cittadella della Giustizia fissato per il 30 giugno 2012. Previsto anche che il ricavato della vendita di Palazzo Diedo vada a finanziare proprio una parte del secondo stralcio dei lavori della Cittadella della Giustizia, per il quale non ci sono ancora i finanziamenti». Forti perplessità espresse da alcuni consiglieri - il Verde Beppe Caccia e Sebastiano Bonzio di Rifondazione - sulla volontà del Comune di vendere la Casa del Boia, che ora ospita la Casa della Laguna, chiedendo lo stralcio per la vendita di questo immobile. Rumiz ha replicato dicendo che la Casa della Laguna troverà una sede adeguata all’interno degli uffici comunali che si trovano in Campo Manin. Sulle polemiche legato alle destinazioni alberghiere di diversi immobili, l’assessore ha fatto notare come ormai sia lo stesso mercato a orientarsi piuttosto verso la richiesta di residenza di fascia elevata e che comunque la gamma di destinazioni d’uso per ogni immobile, dovrebbe consentire per ciascuno di essi la scelta più redditizia. Tra pochi il fondo, legato al bilancio 2009, approderà in Consiglio comunale. (e.t.)

Postilla

Bene. Il governo senza saperlo fa qualcosa di positivo per Venezia. Non finanzia la metropolitana sublagunare, ottimo strumento per accrescere rendite private e incentivare il turismo distruttivo. Non finanzia qualche infrastruttura autostradale nella Terraferma, che aggraverebbe lo scempio di delicati territori. Finanzia ma rinvia il MoSE, progetto “strategico” per entrambi ni versanti dello schieramento neoliberista, lo promosse ieri Prodi lo sbandiera oggi Berlusconi (ma intanto la bestiale opera è ferma, perché ancora non sanno come fare le cerniere che dovrebbero lasciar aprire e chiudere i giganteschi portelloni d’acciaio).

Il Comune, allora, corre ai ripari. Volgendo in positivo le ragioni che condussero comune, parlamento nazionale e parlamento europeo a rinunciare all’Expo2000, si allea con Milano per portare a Venezia con nuove infrastrutture le torme dei visitatori “mordi e fuggi”. E rivela che i beni pubblici immobiliari sono venduti perché non ci sono risorse per mantenerli. Conferma candidamente le tesi di chi dice che l’urbanistica non serve per migliorare le condizioni di vita nella città, ma per vendere meglio: i palazzi saranno messi sull mercato “con cambio di destinazione d’uso per favorirne la valorizzazione. Lo diceva Lefebvre oltre 40 anni fa, quando parlava dell’urbanistica degli imprenditori: “Essi realizzano per il mercato, in vista di un guadagno. La novità è che essi non vendono più alloggi o immobili, ma urbanistica. Con o senza ideologia, l’urbanistica diventa valore di scambio”.

Una domanda: chi pagherà, o sta pagando, i 15 milioni di euro per l’inutile ponte di Calatrava? Non sarà mica con i soldi della legge speciale per Venezia, che erano finalizzati al restauro della città e non alle piccole Grandi Opere del regime?

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