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FIRENZE — A sorpresa, nel giorno del suo onomastico, il sindaco di Firenze annuncia che entro un mese chiuderà al traffico la piazza del Duomo. Decisione coraggiosa, quella di Matteo Renzi, non solo perché nessun amministratore si era spinto così in avanti per bloccare uno degli snodi del traffico più atipici e terribili della città e del mondo, ma perché con il provvedimento si cancella il contestatissimo tragitto della linea 2 della tramvia che avrebbe dovuto sfiorare duomo e battistero e oscurare il campanile di Giotto.

Un progetto, quello del tram, che per anni ha diviso la città, provocato polemiche, accuse, fazioni trasversali, referendum e petizioni e ha scosso la passata maggioranza. Contro al progetto si erano espressi l’ex ministro Antonio Paolucci e il regista Franco Zeffirelli, il critico d’arte Vittorio Sgarbi e la sovrintendente al polo museale Cristina Acidini. E gran parte della campagna elettorale era stata incentrata sul sì o il no alla tramvia.

«È un gesto di riconciliazione civica — dice in consiglio comunale Renzi — un modo per mettere fine ai partiti del no e del sì. Ed è un provvedimento che va nella direzione della bellezza per recuperare una piazza, valorizzare le sue opere d’arte».

Dove passerà il tram? Palazzo Vecchio e società costruttrice hanno già un piano alternativo con due possibilità: una deviazione verso piazza San Marco a est della cattedrale, e un’altra a ovest in direzione di Piazza della Repubblica.

Si va avanti, insomma. «Perché il progetto del tram non è stato cancellato — spiega Renzi —. Si farà con un tragitto alternativo che presenteremo in consiglio». Poi il sindaco promette: «Non ci saranno mai più disastri nei lavori come quelli accaduti alla linea 1 con ritardi a oggi di un anno e mezzo. Le linee 2 e 3 saranno completate presto e bene e il comune avrà il controllo totale sull’opera. Allo stesso tempo piazza del Duomo da spartitraffico più elegante del mondo, come l’ha definita ironicamente Alberto Arbasino, diventerà la piazza più elegante del mondo ». Alla fine, anche dall’opposizione i pareri sono favorevoli. Esulta persino il fiorentino Paolo Bonaiuti, portavoce di Berlusconi, che parla di grande vittoria di Firenze. E sottolinea: «Quando anni fa iniziai a parlarne io tutta la sinistra era scandalizzata». Mentre il consigliere del Pdl, Giovanni Donzelli, rileva che «il sindaco dice tante belle cose, ma si dimentica di raccontarci come mettere in pratica i progetti». I problemi saranno non solo di carattere urbanistico. Renzi dovrà affrontare le lobby di tassisti, albergatori, ristoratori e risolvere qualche problema logistico della curia, che nella piazza ha sede.

E soprattutto il nuovo sindaco di Firenze dovrà affrontare la fronda del partito ancora fedele all’ex sindaco Leonardo Domenici che quel progetto sostenne fortissimamente. Matteo Renzi, intanto, incassa un primo sì dalla sovrintendente, l’autorevole e ascoltatissima Cristina Acidini. «Da storica dell’arte non posso che applaudire all’iniziativa che viene incontro a nostre segnalazioni. Come cittadina e grande utilizzatrice di mezzi pubblici, prima di esprimere un giudizio, valuterò il progetto alternativo ».

Che cosa è la libertà di stampa? Per stare al presente e al concreto è qualcosa che l’attuale capo del governo non ha mai apprezzato né coltivato. Guglielmo Zucconi e il sottoscritto, chiamati nel 1983 come esperti d’informazione a preparare il telegiornale di Canale 5, la sua televisione, ci trovammo di fronte a questa sorpresa (nostra non sua): che a lui l’informazione importava solo in quanto pubblicità e potere.

E che, avendo già l’una e l’altra con la struttura di Publitalia e con l’alleanza con Craxi, del telegiornale avrebbe fatto volentieri a meno. Infatti lo ritardò per anni. La libertà di stampa per Silvio è un lusso, una stranezza, uno snobismo che viene dopo la pubblicità e «il fare», inteso come buon affare.

Che cosa è la libertà di stampa? Per stare al presente e al concreto è un bene di cui l’uomo moderno non può fare a meno e che rimpiange se ne è privato. Generazioni di uomini sono vissute senza democrazia e senza libertà d’informazione nei secoli passati. Oggi, dopo la Riforma, le rivoluzioni borghesi, l’Enciclopedia, la libertà d’informazione è diventata necessaria e fortemente desiderata come l’aria che si respira. Oggi la conoscenza dei rapporti tra gli individui e lo stato, fra gli individui e le Chiese non può più essere nascosta sotto la cappa delle sacralità, oggi è diventato un diritto naturale. Tutto ciò è ostico e forse incomprensibile al nostro capo del governo. Egli è solito dire che il nostro è uno strano paese, dove la RAI e i giornali che appartengono allo stato si permettono di essere critici verso un governo democraticamente eletto. E lo ripete di continuo, credendo di aver trovato l’argomento inoppugnabile, che invece è la dimostrazione della sua estraneità alla democrazia, dove lo Stato non è la stessa cosa del Governo, e dove la libertà d’informazione non è la stessa cosa, anzi molto diversa, dalla pubblicità, semmai un suo necessario correttivo.

Che cosa è oggi in Italia la libertà di stampa? Direi che è il contrario del berlusconismo attivista e ingordo. La trasmissione televisiva a reti riunite in occasione della consegna delle prime case ai terremotati abruzzesi è stata una riedizione delle «opere del regime» mussoliniano, cioè propaganda. La libertà di stampa è la presa di cognizione e di coscienza del suo insostituibile valore in una società civile e moderna. E allora come può un uomo, che si crede «fatale» come Berlusconi, volere, anzi pretendere, uno spettacolo così arcaico di un autocrate che non ammette critiche, interruzioni, domande, e che in pubblico rivendica meriti ridicoli, come di aver salvato il mondo dalla crisi economica, e l’Italia dai malvagi catastrofisti che preferiscono al bene del paese la sua rovina.

La libertà di stampa è anche questo: di essere l’unico freno, l’unica difesa che restino quando si scatenano le maree autoritarie, assurde ma reali. La libertà di stampa non è un lusso e non è un capriccio, è una conquista dell’homo sapiens, che i vari autoritarismi credono di poter sostituire con le tentazioni del denaro e del comando. La rinuncia alla libertà di stampa equivale a un suicidio per la società moderna, la pesantissima crisi economica per cui stiamo passando è in notevole parte dovuta proprio ai limiti che le avidità imperanti hanno imposto all’informazione e alla conoscenza. La libertà di stampa è la voglia di verità, la voglia di conoscenza, innate in ogni essere che ambisca a essere homo sapiens.

Il buon informatore deve sapere che questa libertà non è illimitata e irresponsabile, che come tutte le libertà deve rispettare le libertà degli altri, ma nella mia lunga esperienza di giornalista mi pare di aver capito che la libera informazione è oggi, forse, l´unica difesa a nostra disposizione contro le irresponsabilità della scienza e del progresso senza limiti e ragione. E anche l’unico freno alle ricorrenti follie degli uomini che non dormono mai, che non invecchiano mai, che, come il nostro, rivendicano il diritto al potere assoluto, all’obbedienza totale del popolo, che poi amano chiamare sovrano. La libera informazione è il nostro specchio: serve a vedere come siamo e a quali tentazioni esposti.

Per polemizzare con Salvatore Settis, Maria Rita Lorenzetti e Riccardo Conti arrivano a scrivere che “le regioni hanno contrastato da sole” l’iniziativa del governo per il piano casa. Tutte le regioni? Anche la Campania? Anche il Veneto? E la benemerita azione regionale è avvenuta “in un assordante silenzio anche della stampa più progressista, dell’opposizione politica e di intellettuali”. Basta sfogliare la cartella di eddyburg relativa al piano casa (La barbara edilizia di Berlusconi) per rendersi conto che, al contrario, oltre a noi di eddyburg, Italia Nostra, una parte non residuale della stampa fra cui la stessa Unità, il giornale sul quale scrivono i due autorevoli esponenti dell’Umbria e della Toscana, da subito, implacabili, hanno scritto e suscitato iniziative contro il piano casa di Berlusconi, tali da produrre anche “ravvedimenti” in extremis (v. il caso Campania).

Non tutte le leggi regionali prodotte da questa sciagurata iniziativa sono uguali nei contenuti, tutte però condividono un’arretratezza culturale di fondo. Quella che fa scrivere a Lorenzetti e Conti che la tutela significa chiudere “i beni culturali e ambientali in un’ illusoria teca di vetro”, e che ricicla un’uguale ipocrisia demagogica nell’affermare che “sinistra significa attenzione per gli edili che perdono il posto di lavoro” riproponendo il vecchio ricatto dell’alternativa inconciliabile fra sviluppo/occupazione e tutela del territorio.

La lezione di alcuni dei più avanzati stati europei (Germania e paesi nordici innanzi tutto) che da anni creano migliaia di nuovi posti di lavoro investendo sulle energie rinnovabili e su riqualificazioni urbane e territoriali, la lezione di Obama che sta spingendo il più potente stato del mondo verso una grandiosa riconversione industriale (e culturale) in senso ecologico, sapevamo da tempo che sarebbe rimasta inascoltata da un governo culturalmente così rozzo a livello economico, sociale, imprenditoriale come quello attuale.

Duole constatare che simili argomenti che auspicavamo archiviati da vent’anni, siano riproposti da due amministratori di primo piano del centrosinistra.

Toscana e Umbria hanno territori meravigliosi: solo con una tutela integrale dei quali possono continuare ad alimentare un’economia duratura e solida perché fondata innanzi tutto sull’elementare principio della salvaguardia del bene che si vuole utilizzare.

Oltre che culturalmente suicida, una crescita edilizia quale quella prefigurata dal piano casa, è economicamente avventurosa, miope e arcaica.

Ma probabilmente elettoralmente redditizia.

La tutela degli interessi paesaggistici resta affidata, per ora, alla magistratura amministrativa che continua ad emanare sentenze che confermano la validità giuridica e tecnica delle disposizioni del piano paesaggistico approvato dal precedente governo di centrosinistra sardo, rigettando uno dopo l'altro i ricorsi presentati da più parti. Circa 150 ricorsi al giudice amministrativo, almeno cento quelli straordinari al Presidente della Repubblica. Approvato nel 2006, il piano paesaggistico - che salvaguarda le coste sarde e ne disciplina rigorosamente le trasformazioni compatibili con la tutela ambientale al fine di lasciare alle generazioni future interi territori incontaminati tentando di spostare gli interessi turistici verso l'interno per valorizzare i numerosi centri storici e le aree agricole sarde - è di fronte a due paradossi.

Il primo,che nonostante la dichiarata avversità, la nuova amministrazione regionale è costretta a difendere attraverso i suoi legali le scelte del piano Soru, che vorrebbe - se potesse - cancellare con un colpo di spugna. Il secondo, che nel gioco degli interessi «antagonisti» alla tutela dell'ambiente una buona percentuale di ricorsi sono stati presentati dai comuni che dovrebbero avere più di altri a cuore la tutela del territorio e non solo dai privati lesi nei loro interessi proprietari. Il TAR Sardegna (sentenza n.979/2009) ha rigettato il ricorso del Comune di Arzachena e il Consiglio di Stato (sentenza n. 5459/2009) ha definitivamente rigettato il ricorso dal Comune di Villasimius. A questi ricorsi potrebbero aggiungersi anche quelli soccombenti del comune di Cagliari e di molti altri comuni della costa sarda. Il difficilissimo lavoro di integrazione tra conoscenza dei luoghi, elementi cartografici e norme giuridiche di disciplina dei beni paesaggistici da tutelare ha resistito ancora una volta all'attacco degli enti locali che - in nome di una equivoca sussidiarietà - rivendicano l'autonomia delle scelte sul proprio territorio, dimenticando che non esistono salo gli interessi locali ma anche e soprattutto quelli regionali e nazionali da salvaguardare in nome della protezione del paesaggio sardo, che resta ancora - tra i pochi - espressione dell'identità ambientale insulare da tramandare alle generazioni future.

Che poi gli interessi «locali» siano, in realtà, rappresentati da interessi economici provenienti dal «continente» ovvero dalle numerose imprese edilizie nazionali che vedono nelle terre costiere sarde occasione di speculazione cui le amministrazioni locali prestano ascolto, barattando il futuro dei sardi con il consumo quotidiano del territorio, è cosa fin troppo nota per essere ancora una volta denunciata. La miopia di alcune amministrazioni locali, attraversate ormai dai «flussi» degli interessi che nulla hanno a che fare con la Sardegna, mostra ancora una volta come la tutela del paesaggio non possa che essere materia statale cui la Regione dà attuazione attraverso le regole del Codice del paesaggio del 2004.

La tutela dell'ambiente è in contrasto - si sa - con la cultura del consenso ed è per questo che non può essere invocata la sussidiarietà poiché essa cela l'egoismo territoriale e non la solidarietà nazionale. Non potendo modificare le norme paesaggistiche ipso facto, poiché oggi la tutela paesaggistica va esercitata d'intesa con l'amministrazione dei Beni culturali, e questo richiede tempi lunghi ed incerti risultati, la Regione di centro destra sta provando ora con il piano casa, ovvero con quel provvedimento legislativo contrattato da tutte le regioni nei suoi contenuti con il Governo nell'intesa del maggio 2009 che, «per rilanciare l'economia», prevede alcune premialità edilizie (del 20% per gli aumenti di volumetria e del 35% per la demolizione e ricostruzione). E dove pensa il governo Cappellacci di localizzare questi incrementi di volumetria? Essenzialmente sulle coste sarde oggetto di vincoli paesaggistici, riavviando anche alcuni progetti di lottizzazioni che il piano paesaggistico aveva provvidenzialmente dichiarato decaduti. Legge che se approvata con questi contenuti è sospetta di palese incostituzionalità.

Sorprendono le parole di Riccardo Conti e Maria Rita Lorenzetti in polemica con Settis. Il quale di sicuro interpreta soggettivamente le cose ( e ci mancherebbe che non fosse così). E non è il solo a pensarla in questo modo. Quanto alla confusione nella lettura della vicenda si vorrà convenire che è la vicenda a essere molto confusa. Non la critica di Settis. Perchè tutto si confonde quando a partire dal piano casa di Berlusconi ( quello che gli chiedevano da tutta Europa) le Regioni gli vanno appresso. E si mettono in quel solco profondo di arretratezza scavato da Berlusconi, seppure differenziandosi mediante l'etica discutibile del male minore, come ha osservato Settis. Stanno più in alto, in quel solco, ma è chiaro che senza la sparata di Berlusconi nessuna Regione avrebbe preso una iniziativa per legiferare sul tema. E infatti nessuna Regione ne aveva fatto cenno prima. Parte Berlusconi e, oplà, tutti dietro.

Le Regioni da sole hanno contrastato Berlusconi – scrivono Conti e Lorenzetti. Ma quali? La Campania? O i presidenti di Veneto e Sardegna che hanno concordato fino all'ultima riga il primo scandaloso disegno e quello successivo. Sono presenti a Palazzo Grazioli tutti e due quando la proposta è messa a punto; e in Sardegna arriva Ghedini per un incontro a Villa Certosa (in una stanza riordinata per l'occasione) dove si decidono le regole per l'isola tanto amata dal presidente. Basta dare un'occhiata al piano di Cappellacci e si capirà lo spirito che lo anima. Generalizzare sulle Regioni è quindi un po' azzardato.

Nessuno toglie il grande merito alle comunità che nel centro Italia – nelle Regioni “perle” - hanno in modo programmatico difeso il paesaggio e aggiunto bellezza al patrimonio. Ma si vorrà riconoscere che da un po' di tempo c'è qualche fondata e diffusa preoccupazione sulla tenuta di quel programma ? O sono una invenzione – per stare alla Toscana – i brutti propositi urbanistici nella Piana di Castello ( nella città grande Firenze) e attorno a Castelfalfi (piccolissimo delicato borgo agricolo nei pressi di Montaione)? I “dolci profili della Toscana” sono in pericolo pure con le norme vigenti, immaginiamoci con il “fai da te” che rosicchierà il paesaggio dappertutto e non risparmierà luoghi di pregio.

Si convincano Conti e Lorenzetti che l'idea dell'edilizia volano della ripresa economica è di destra. E che la loro affermazione va in quella direzione, seppure nella versione di sinistra che reclama “attenzione per gli edili che perdono il posto di lavoro”.

Osservo da molti anni la crescita delle case in Sardegna ( il 25% del totale sono vuote). Nel dibattito che accompagna il processo decisionale – alto il grido:“più case sulle coste” - la litania dei lavoratori dell'edilizia da tutelare si ripete costantemente. Insieme a quell'altra che il territorio non è un museo. “Una società moderna, dinamica, che chiude i beni culturali e ambientali in una illusoria teca di vetro”. Pena il loro deperimento – è la conclusione di Conti e Lorenzetti.

Una vecchia concezione, molto ambigua, estranea alla tradizione della sinistra che attraverso prestigiosi intellettuali l'ha contestata con decisione. Quella sinistra che ogni tanto compare puntualmente intralciata ( ha provato a fare cose buone Renato Soru in Sardegna, e sappiamo dove stavano i suoi avversari).

Per questo la preoccupazione sui programmi recenti delle Regioni di sinistra non solo non si dissolve, ma con l'articolo in risposta a Settis si precisa e si aggrava.

Temo che sia vero. Il brutto messaggio degli anni Ottanta è penetrato, a disorientare quelli orgogliosi della diversità di sinistra, nonostante Berlinguer, la cui intransigenza ( il richiamo all’austerità fu associato all’urbanistica nei titoli di qualche libro) è apparsa estremista pure a sinistra. Poi le cose sono andate come sappiamo e oggi temiamo soprattutto le linee accomodanti, bipartisan, molto ma molto pericolose. Io, lo dico sbrigativamente, vorrei non avere dubbi sulla diversità della sinistra.

Nota: qui l'articolo di Conti e Lorenzetti citato da Sandro Roggio, e qui un primo commento di eddyburg.it affidato al vicedirettore Maria Pia Guermandi (f.b.)

«Vuole farmi saltare il Piano di governo del territorio». Dopo il siluro targato Ligresti, l’assessore all’Urbanistica Carlo Masseroli è sceso in un granitico silenzio stampa. Ma ai politici che incrociano le sue confidenze ripete che sì, è il Pgt il vero obiettivo dell’offensiva dell’immobiliarista.

È lì che il quadro disegnato a Palazzo Marino, con le nuove regole destinate a dettare il futuro dell’urbanistica da qui al 2030, rischia di saltare per l’atto di guerra di un imprenditore che, si sa, ha un filo diretto con Silvio Berlusconi. Ed è lì, sul Piano di governo del territorio (Pgt), che passerà necessariamente l’opera di mediazione che i vertici del Pdl, a partire dal presidente della Provincia Guido Podestà, dovranno trovare tra Letizia Moratti e il re del mattone.

Il caso esemplare potrebbe essere proprio uno dei tre progetti per cui è partita la richiesta di commissariamento ad acta del Comune. Il più contestato dai cittadini e anche quello su cui il gruppo Ligresti ha ricevuto lo stop più forte dall’amministrazione. Il fronte è stato aperto tra via Natta e via Trenno, vicino al borgo storico di Lampugnano, dove sarebbero dovuti sorgere tre edifici alti fino a 50 metri. Un intervento che Masseroli avrebbero voluto rendere meno invasivo spalmando parte delle volumetrie sui terreni vicini. Lo stesso principio che, in futuro e in modo più strutturato, potrebbe essere applicato a tutta la città con il Pgt con quello che in termini tecnici si chiama "perequazione": è la novità più rilevante, una sorta di Borsa in cui non si scambiano azioni, ma diritti a costruire metri cubi a seconda delle direttive decise dalla regia pubblica. In alcune aree - soprattutto quelle lungo le linee della metropolitana - si potrà costruire di più. In altre si dovranno creare parchi e servizi e, se un imprenditore possiede uno di questi spazi, potrà cederlo al Comune spostando i propri diritti volumetrici altrove.

Perché è questa la vera posta in gioco: i diritti volumetrici. Da una parte c’è il gruppo di Salvatore Ligresti che a Milano di terreni e progetti da realizzare ne ha maturati un bel po’ e adesso teme che possano venire ridimensionati. Dall’altra ci sono Letizia Moratti e Carlo Masseroli che, dicono i più stretti collaboratori, rimangono decisi ad approvare le nuove regole. È tra queste due posizioni apparentemente inconciliabili che si tenta un accordo che possa far uscire tutti dalla vicenda salvando la faccia. Senza creare scontri istituzionali tra due enti - Comune e Provincia - dello stesso colore politico. Una mediazione da cercare all’interno del Piano, partendo magari da una rassicurazione sui diritti acquisiti da Ligresti. Fino a trovare quell’equilibrio tra interessi pubblici e privati che, da sempre, è la base dichiarata del nuovo documento.

Le preoccupazioni di don Salvatore continuano a rimanere concentrate in particolare sul Parco Sud, che il Comune vorrebbe tutelare. In questa zona il gruppo possiede enormi superfici dove non potranno sorgere nuovi edifici: in cambio i proprietari potranno costruire in altre zone, trasferendovi un indice dello 0,2. Poco o tanto? La quantità è più bassa dello 0,65 che oggi viene applicato in città e che dovrebbe essere mantenuto come media anche in futuro. Fatta salva, naturalmente, la possibilità di salire ulteriormente dove sarà consentito. Tutto "virtuale", però, come in un gigantesco Monopoli, senza la garanzia di costruire dove si desidera. Una rivoluzione per Ligresti che, come altri bei nomi della finanza, è stato costretto nei mesi scorsi a rinegoziare la propria esposizione con le banche: Sinergia, la cassaforte dell’imprenditore, non è riuscita a onorare alla scadenza del 20 aprile un prestito da 31 milioni rimborsando una prima tranche di 12 milioni e rinviando «il rifinanziamento o il rimborso del resto» a un secondo momento. Una strada non facile, però, visto che il 9 novembre la società dovrà trovare altri 108,5 milioni per chiudere un altro prestito.

CAGLIARI.La legge salvacoste elaborata a novembre del 2004 dall’amministrazione Soru è «di particolare rigore, ma trova piena giustificazione nell’esigenza di salvaguardare un paesaggio di incomparabile bellezza, che ha già subìto attentati a causa della propensione italica ad un’e dificazione indiscriminata». Lo scrivono i giudici del Consiglio di Stato che il 7 luglio scorso hanno bocciato definitivamente il progetto della società ‘Cala Giunco srl’. E’ un duro colpo quello inferto al costruttore-editore Sergio Zuncheddu.

A sottoscriverlo è stata la sesta sezione di palazzo Spada, presidente Giovanni Ruoppolo, relatore Rosanna De Nictolis. Sergio Zuncheddu, è da anni impegnato in una battaglia legale con le associazioni ecologiste e poi anche con Regione e Comune di Villasimius per realizzare un villaggio turistico sulle sponde dello stagno di Notteri. Nel respingere totalmente il ricorso in secondo grado presentato dagli avvocati Massimo Massa, Marcello Molè e Marcello Vignolo contro la sentenza emessa dal Tar Sardegna il 12 novembre 2008 i giudici romani entrano come non mai nel merito della questione ambientale, con valutazioni destinate a complicare l’elaborazione della legge sul piano casa, cui lavorano in questi giorni consiglieri regionali e tecnici del centrodestra. Scrivono fra l’altro i magistrati: «Nella valutazione comparativa di contrapposti interessi, quello generale alla salvaguardia del paesaggio anche a tutela delle generazioni future, e quello individuale e impreditoriale allo sviluppo degli insediamenti turistici, trova piena legittimità costituzionale la previsione regionale, estesa anche alle lottizzazioni in corso». In quest’a ffondo di portata storica, che manifesta una sensibilità inedita per i beni ambientali e paesaggistici, i giudici amministrativi non fanno altro che ispirarsi al Codice del Paesaggio, una legge dello Stato che il Piano paesaggistico regionale sardo ha ripreso per la prima volta in Italia provocando pesantissime reazioni da parte dei costruttori e delle amministrazioni comunali votate al cemento. C’è fra l’altro un passaggio della sentenza che sembra calare una pietra tombale sui dubbi più volte espressi dai legali delle imprese, convinti che nei mesi trascorsi fra l’adozione del Ppr e la sua approvazione le misure di salvaguardia delle coste stabilite con la legge 3 novembre del 1952 non fossero più efficaci. Il Consiglio di Stato dà invece ragione all’amministrazione Soru: le misure erano valide anche in Sardegna e nell’attesa che i piani urbanistici comunali venissero allineati alle norme del Ppr esisteva comunque una legge di rango superiore, il Codice Urbani, che fermava i progetti edificatori. E’ qui che la sentenza del Consiglio di Stato sembra voler mettere una zeppa nel cammino del piano casa: i giudici confermano la pronuncia della Corte Costituzionale del 10 febbraio 2006 con la quale è stata affermata la competenza della Sardegna, in base allo statuto speciale, a legiferare in materia di paesaggio. Con il limite dell’articolo 3, dove si fa riferimento alle norme statali di «riforma economico-sociale». Ma su quelle - affermano - prevale la potestà legislativa dello Stato e il piano casa è inquadrabile fra i provvedimenti di riforma economico-sociale. In pillole: il piano casa della Sardegna dovrà attenersi scrupolosamente alle disposizioni del Codice del Paesaggio e di conseguenza a quelle del Ppr varato da Soru, che ne sono una rigorosa conseguenza.

Se qualcuno sperava in un imminente far west edilizio e in un rapido ritorno a su connottu urbanistico dovrà dunque rassegnarsi: non è un caso che nella sentenza per Cala Giunco il Consiglio di Stato faccia riferimento al paesaggio e non al semplice impatto edificatorio sull’area di Villasimius. E’ il Codice Urbani che ha introdotto nella legge italiana il concetto di paesaggio come valore generale da difendere e ora sono i magistrati amministrativi, solitamente avvinghiati ai formalismi, a dire chiaro che la tutela del paesaggio prevale sugli interessi privati. Un principio rimasto inapplicato nel caso di Tuvixeddu ma oggi destinato a entrare in conflitto con le politiche di rilancio dell’e dilizia enunciate dal governo Berlusconi, senza che poi l’orientamento si sia tradotto in una legge-quadro.

Certo la sentenza farà discutere, mentre sul progetto Cala Giunco cala il sipario della giustizia amministrativa. Confermata la sentenza del Tar che aveva respinto i 2 ricorsi presentati dalla società di Zuncheddu, sullo stagno di Notteri non si potrà mettere in piedi neppure un mattone. Ed è una vittoria per il Gruppo di Intervento giuridico e gli Amici della Terra, protagonisti di una battaglia legale in difesa dell’ambiente di Villasimius che va avanti da più di dodici anni. Il progetto della società Cala Giunco prevedeva la realizzazione di edifici residenziali per 140 mila metri cubi in zona F, frontemare e vicinissimo alla zona umida popolata dai fenicotteri rosa. Ma fin dai primi passi amministrativi l’iniziativa del costruttore di Burcei si è scontrata coi ricorsi a raffica di Stefano Deliperi e dei legali che collaborano con l’associazione ecologista. Il 27/6/06 la sovrintendenza ai beni paesaggistici aveva negato l’autorizzazione a realizzare gli immobili malgrado il piano fosse stato ridimensionato nel corso degli anni. Con l’entrata in vigore della legge regionale ‘salvacoste’ le possibilità di edificare si erano ulteriormente ristrette. Da qui la sequenza di ricorsi, compreso uno contro il comune di Villasimius che aveva la colpa di essersi attenuto alle nuove norme regionali e alle successive direttive.

Nei vari passaggi della vicenda sembrava che la società di Zuncheddu qualcosa potesse costruire: il comune di Villasimius aveva infatti autorizzato una volumetria ridotta del 33,36%, partendo dal presupposto che alcune opere di urbanizzazione fossero state avviate. Il ‘niet’ finale - confermato dal Consiglio di Stato - era arrivato dalla direzione generale della pianificazione urbanistica territoriale, che con una nota del 28 dicembre 2006 aveva segnalato al comune di Villasimius un errore commesso nella stima della capacità insediativa residua nelle zone F costiere: dal calcolo dell’area andavano scorporati isole e scogli. Con la rettifica del calcolo alla società Cala Giunco non è rimasto nulla da costruire: la nota numero 1885 del 2-2-2007 firmata dall’a mministrazione comunale stabilisce infatti che «non potrà essere comunque rilasciata alcuna concessione edilizia nè effettuato alcun intervento». E ora il Consiglio di Stato aggiunge che le norme di tutela possono essere applicate anche se le opere di urbanizzazione sono state avviate - come in effetti era, in base ai documenti prodotti in giudizio d’appello - ma non si è verificata una «modifica irreversibile dei luoghi». Di questi presupposti - scrivono i giudici - ne basta uno per giustificare la chiusura definitiva del cantiere. Anche in secondo grado i giudici hanno respinto tutti i motivi di ricorso avanzati dai legali di Zuncheddu, cui si sono opposti per la Regione l’avvocato Giampiero Contu, per Villasimius Roberto Candio e per il ministero l’avvocato dello stato Fabio Tortora.

(15 settembre 2009)

Mezzo secolo fa gli alloggi non occupati risultavano a Roma pochissimi: uno ogni 30 alloggi esistenti. Oggi so­no invece tantissimi: 245.000, uno ogni 7 esistenti. La capitale viene da un «boom» edilizio durato sette anni, tutto dedicato al mercato. Tuttavia si chiede a gran voce di poter costruire nuove case, e si protesta contro il vincolo che la So­printendenza ai Beni Architettonici in­tende porre sulla porzione di Agro Roma­no (5.400 ha), molto bella, fra Laurenti­na e Ardeatina. Vincolo che doveva figu­rare fra le 130 osservazioni («inascolta­te » a detta di ministro e Ministero) al re­cente PRG.

A Roma, come e più che in altre città, abbiamo dunque tante case vuote, fra centro e semi-centro, e, contemporanea­mente, una vera «fame» di case. Anche se i residenti sono in stallo o diminuisco­no. Negli anni passati i governi italiani, un po' tutti, hanno lasciato deperire ad un miserabile 0,7 per cento la quota de­stinata all'edilizia pubblica che in Euro­pa sta, in media, sul 30 per cento. Inclusi i paesi più sviluppati dove poi l'offerta di affitto viaggia fra il 40-50 per cento (gran­de calmiere, di per sé) contro il 24 per cento di Roma a canoni di fuoco. In tal modo i pendolari, malamente serviti dal­le ferrovie, sono molto aumentati e spen­dono 3-4 ore della giornata nel percorso casa-Roma-casa.

Prima di aggiungere altre colate di ce­mento a quelle ancora da smaltire, con­verrebbe riflettere su cosa e come costru­ire. Il Piano Casa riguarda per lo più chi la casa (villa, villetta,ecc.) ce l'ha già e po­trebbe ampliarla. Bisogna puntare sul re­cupero del vasto patrimonio edilizio vuo­to o sotto-utilizzato, a cominciare da quello pubblico. È la sola in grado di sod­disfare la domanda, sin qui trascurata, di giovani coppie, immigrati, studenti, an­ziani soli (sfrattati dalle cartolarizzazio­ni, o smarriti in alloggi troppo grandi).

L'esigenza di risparmiare suoli - agri­coli, verdi, comunque liberi - s'impone pure a Roma. Dove l'Agro superstite rap­presenta una straordinaria riserva di bio­diversità (1/5 di tutte le piante italiane, moltissime autoctone; nidi per metà de­gli uccelli del Lazio, ecc.), di agricoltura qualificata, di beni culturali: quasi 700 casali, 84 torri, 16 borghi e castelli, 31 chiese, gli imponenti acquedotti roma­ni, ecc. Fino a quando, se tanti, troppi suoi terreni sono degradati a pratacci in attesa dell'inesorabile cemento/asfalto?

La nuova amministrazione fiorentina sta segnando alcune importanti discontinuità, nonostante il medesimo colore politico della precedente, in special modo per le strategie di politica urbanistica e ambientale. Si rivedranno, infatti, il Piano strutturale - bocciato alla vigilia delle elezioni - e molte scelte che hanno configurato un vero e proprio "scandalo urbanistico" per la giunta Dominici, il cui ufficio è terminato male, tra inchieste e dimissioni.

Tra le operazioni più discusse l'attraversamento Tav della città, per cui era stato approvato e messo in esecuzione un progetto di megatunnel da 7,5 km che sarebbe passato sotto il patrimonio storico-artistico e residenziale della città e anche sotto alcuni dei principali corpi idrici di alimentazione dell'Arno. La prospettiva di cantieri che avrebbero tagliato in due per un decennio il centro della città erano già state paventate da diversi osservatori, tra cui il gruppo di lavoro dell'Università locale che ha studiato l'impatto di galleria e nuova stazione. Gli analisti avevano ripetutamente sottolineato come si fosse proceduto all'appalto, assegnato nel 2008 a un consorzio di imprese guidate da cooperative (per poco meno di 800 milioni di euro, a fronte di una stima reale del costo totale dell'opera pari a circa 2,2 miliardi), senza una credibile valutazione di impatto.

Le analisi e le indagini effettuate dal gruppo di lavoro hanno evidenziato l'inesistenza delle necessarie garanzie ambientali e «la possibilità - anzi la forte probabilità - che nel sottosuolo del centro fiorentino si riproducano, amplificati, fenomeni di crolli, dissesti, degrado idrogeologico generalizzato, già registratisi per la Tav nel Mugello», come sottolineava Teresa Crespellani, docente di geotecnica ad Ingegneria; con l'aggravante di un contesto decisamente urbano, densamente abitato e contrassegnato da un patrimonio storico-artistico di valenza mondiale. Tali preoccupazioni sono oggi sostanzialmente condivise dall'Osservatorio Ambientale sul progetto - organismo tecnico-istituzionale il cui parere è decisivo - fin qui forse troppo attento alle intenzionalità della governance toscana e fiorentina e troppo poco alle conseguenze e agli impatti del progetto. L'Osservatorio sembra finalmente aver mutato atteggiamento, sia per una più evidente presenza di rischi, leggibili dal progetto esecutivo, sia per le richieste di un maggior rigore valutativo avanzate dalla nuova amministrazione comunale. Infatti il sindaco ha incontrato direttamente la presidenza delle Ferrovie e ha chiesto e ottenuto un sostanziale blocco e una revisione del progetto, con precise garanzie ambientali, in assenza delle quali lo stesso andrebbe decisamente riformulato.

L'ultima novità è costituita dalla condivisione della posizione appena citata da parte del gruppo di decisori che fin qui avevano giocato il ruolo di "ultras" del sottoattraversamento: la giunta regionale e, soprattutto, l'Assessore al territorio e trasporti, Conti. In poche settimane si dovrebbero prospettare soluzioni alternative. Per questo si terrà conto che l'alta velocità - qualsiasi sia il tipo di attraversamento della città - per diversi anni userà la linea esistente, con la stazione di Campo di Marte quale fermata provvisoria. Alcuni tecnici, vicini al nuovo sindaco, assumerebbero - pure con alcune correzioni - tale tracciato, rendendo definitiva la scelta di Campo di Marte quale stazione Tav con una galleria di attraversamento di alcuni chilometri più breve rispetto al progetto attuale e quindi meno impattante.

Diversa è la soluzione proposta, invece, dal gruppo di lavoro "Università-Esperti", che ha verificato l'impatto ambientale del sottoattraversamento e, insieme a cittadini, associazioni e comitati, sta aiutando i decisori a rivedere drasticamente il progetto. Tiene conto che campo di Marte non è soluzione urbanisticamente ottimale: a parte il periodo provvisorio di cantiere, va quindi scelta un'altra stazione quale fermata definitiva. È inutile impegnare il sottosuolo con tunnel più brevi, che riproporrebbero - sia pure in misura ridotta - molti dei problemi presenti nel sottoattraversamento. Conviene stare completamente in superficie, realizzando i due binari aggiuntivi nello spazio disponibile di pertinenza ferroviaria, comprese le limitatissime opere di compatibilizzazione della linea con il patrimonio insediativo. Questa soluzione costa poco, circa 1/8 del tunnel: con una variante di progetto e quindi di contratto si possono realizzare la linea e le opere di inserimento, ristrutturare la nuova stazione principale e quella di emergenza e, in aggiunta, riqualificare e ampliare un tratto di rete ferroviaria metropolitana. Tutto senza incrementi né perdite rispetto all'ammontare del contratto di appalto già stipulato.

Ieri sera, officiato dal gran ciambellano Bruno Vespa, è stato celebrato il trionfo di Berlusconi, l’uomo che mantiene tutte le promesse, descritto qui minuto per minuto. L’occasione era l’inaugurazione ad Onna, delle “Case assolutamente definitive”, così le ha definite Guido Bertolaso, per i primi terremotati. Il capo della protezione civile ha aggiunto che “entro la fine del mese saranno smontate tutte le tendopoli in Abruzzo e tutti gli sfollati saranno sistemati nelle abitazioni”. Silvio Berlusconi ha così potuto affermare “Era una promessa ardita ma l’abbiamo mantenuta. Speriamo che servano solo per poco tempo, ma queste case sono case dotate di ogni ben di Dio. C’è anche il sapone, la carne e le coperte. C’è proprio tutto”.

Per provare a fare un po’ di chiarezza tra la cortina fumogena mediatica che ha visto Totò-Berlusconi e Peppino-Vespa protagonisti di Porta a Porta, diciamo che ieri sono state inaugurate le prime casette di legno provvisorie: 94 appartamenti prefabbricati di varia metratura costruiti dalla Provincia Autonoma di Trento e montate dalla protezione civile trentina, grazie ai 5,2 milioni di euro della Croce Rossa Italiana, che ospiteranno oltre 200 persone, una più una meno. Dove sia il “merito” di Berlusconi, la “grande promessa mantenuta” e il grande evento che giustificava una diretta tv in prima serata con la modifica del palinsesto di 3 reti (Rai1, Rai3 e Cabale 5) è un mistero purtroppo facilmente spiegabile.

A fronte di 200 e più persone che da stasera hanno una casetta (provvisoria) di legno la popolazione assistita, dati al 13 settembre della Protezione civile, è di 36.456 persone, di cui 11 mila ancora in tenda, 15,5 mila in albergo e oltre 9 mila ospiti in case private. L’enfasi di questa inaugurazione ha una ragione, secondo Bertolaso, Berlusconi e Vespa: mai in nessun paese al mondo dopo 162 giorni dal sisma c’erano i primi rientri a casa. A parte il fatto che non è una casa ma un Map di legno, c’è un paese al mondo dove si riuscì a fare ancora più in fretta. Questo paese si chiama Italia: nel terremoto del 1980 in Irpinia, infatti, dopo 122 giorni dal terribile sisma che fece migliaia di morti, furono consegnate a Laviano, vicino Salerno, 150 casette in legno tipo chalet con 450 persone sistemate. Il sindaco di allora, Rocco Falivena, dice che “A maggio dell’81 tutti gli sfollati, nessuno escluso, riuscirono ad avere il salottino, la camera da letto riscaldata, il piccolo patio con giardino. In tutta franchezza quella di Onna mi sembra una zingarata”.

Ma una zingarata la possiamo perdonare, dato che – dice Berlusconi mentre Vespa si frega le mani – tra pochi giorni consegneremo le Case costruite dal Governo ai senza tetto. 4.000-4.500 C.A.S.E., Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili. A fine settembre, se tutto va bene, saranno consegnati i primi 4 lotti, circa 20 edifici. Per gli altri, la previsione slitta di giorno in giorno, e ora si parla di “fine anno”. Prendiamo per buona questa promessa. Queste abitazioni riusciranno a soddisfare circa 14 mila persone. Facendo una stima a naso, visto che dai sopralluoghi al 3 settembre viene fuori che su 70 mila edifici privati 36.501 agibili e 34 mila non agibili, di cui oltre 22 mila praticamente distrutti o inabitabili per un lunghissimo periodo, le C.A.S.E. non basteranno per tutti. Finalmente lo ammette anche la protezione civile.

Infatti ieri, proprio mentre inaugurava le 94 casette provvisorie di legno, Berlusconi firmava l’ordinanza 3806, stabilendo che il sindaco dell’Aquila dovrà individuare, con proprio decreto, i nuclei familiari che ne avranno diritto, stilando una classifica dei terremotati, in cui i “privilegiati” saranno quelli che hanno avuto dei familiari morti, o un disabile in famiglia, ecc. E per gli altri? Dal cappello a cilindro del premier, su pressione del preoccupatissimo Sindaco de L’Aquila, ecco spuntare i Map, i moduli abitativi provvisori. Le vecchie, care casette di legno. Del tutto uguali a quelle trentine inaugurate ad Onna ieri. Saranno circa 2.300, di cui – dice la protezione civile – circa 1.300 consegnate entro settembre. Le altre, si vedrà.

Tra Map (casette di legno) e C.A.S.E., 18 mila o al massimo 20 mila abruzzesi troveranno un tetto (provvisorio) entro la fine dell’anno, se tutto va lisco come l’olio. All’appello mancano quindi 16-18 mila persone. Alcuni forse torneranno nelle loro case, nel frattempo tornate agibili. Ma per molti l’inverno passerà in albergo, nelle caserme della Guardia di Finanza o chissà dove. Quindi un’emergenza costosissima (circa 900 milioni di euro: questo sì, un vero record!) che voleva evitare i container passando dalle tendopoli alle “case”, avrà successo solo utilizzando alberghi (pagati dal contribuente), caserme o chissà che altro. Ma la vera domanda a cui il premier sfugge è. quando inizia la ricostruzione? Quel momento in cui tutti hanno un tetto provvisorio (si chiamino C.A.S.E, Map, Container, sistemazione autonoma o altro) e si ricostruiscono le case. Quelle vere.

A quello che si vede andando in giro per L’Aquila e dintorni e per quello che se ne sa, oggi, a 162 giorni dal sisma, non si è fatto quasi nulla. L’Aquila, Onna e tutti gli altri paesi sono cumuli di ruderi, transennati e inaccessibili. Un monumentale ammasso di rovine, in attesa che qualcuno se ne occupi. Per la ricostruzione “leggera” sugli edifici parzialmente o temporaneamente inagibili, l’ordinanza n.3779 del 6 giugno era imprecisa ed incompleta, e si sono accumulati un po’ di ritardi. Ma è sulla ricostruzione “pesante”, quella dei 22 mila edifici distrutti, che al momento c’è il vuoto. Dice Bernanrdo de Bernardinis, il vice di Bertolaso, che “noi ci occupiamo dell’emergenza, al Sindaco e al presidente della regione spetta il coordinamento dell’attività di ricostruzione. Sarà vero, ma con quali soldi? Perché, dopo aver previsto, nel Decreto Abracadabra, una dotazione tra i 2 e 4 miliardi per la ricostruzione “pesante” a carico del Fondo strategico per il Paese a sostegno dell’economia reale gestito dalla presidenza del Consiglio, il governo si è dimenticato di questi soldi nella legge di assestamento del bilancio di luglio 2009.

Mentre Vespa e Berlusconi brindano sulla “promessa mantenuta”, molti sostengono che con gli 883 milioni di euro spesi finora per alberghi, tendopoli e piano C.a.s.e., si potevano acquistare container extra-lusso e case in legno che avrebbero permesso a tutti i 36 mila un appartamento più che dignitoso, davvero provvisorio e removibile, entro settembre 2009. E il patrimonio di moduli abitativi sarebbe tornato utile per future emergenze. L’urbanista Giovanni Nimis, protagonista della ricostruzione post-sismica del Friuli, che ha scritto un libro sulle “terre mobili”, critica il modello Bertolaso dicendo che “Siamo ritornati al tradizionale centralismo, quello del disastro del Belice, con il trasferimento coatto delle popolazioni, le costruzioni ex-novo e lo stato che decide tutto. Fu un fallimento che aveva alle spalle un’idea di stato ottocentesco e si nutriva delle illusioni di demiurghi che decidevano dall’alto della loro sapienza quale fosse il bene delle popolazioni sinistrate. Poi, con il Friuli, il modello è stato capovolto: lo stato finanziava, ma erano regioni e comuni a gestire il come ricostruire. E le popolazioni potevano intervenire su soggetti politici a loro più vicini e condizionarne le scelte. Ora in Abruzzo si torna indietro di quarant’anni.”

Speriamo che ci sia un po’ di esagerazione. Speriamo che tra qualche tempo, fossero pure anni, di queste riflessioni si possa sorridere, parlando di pessimismo disfattista. Ce lo auguriamo di cuore, soprattutto per gli amici dell’Abruzzo. Che per allora saranno tornati nella loro vera casa, speriamo, da un pezzo. Grazie a Silvio Berlusconi e con la collaborazione di Bruno Vespa. Con sapone, carne e coperte. Tutto.

Siamo proprio sicuri che Salvatore Settis abbia ragione quando parla di «fai da te» delle regioni rosse sul piano casa? Le sue recenti osservazioni, prodighe di imprecisioni, sono il frutto di un'interpretazione estremamente soggettiva e confusa della vicenda. Francamente ci lascia stupefatti che un esperto della materia possa prender per buona la propaganda del governo più che la realtà.

Il così detto "Piano casa 2" era una vera emergenza per il territorio, che le regioni hanno contrastato da sole in un assordante silenzio anche della stampa più progressista, dell'opposizione politica e di intellettuali. La sinistra deve rappresentare un universo di valori e interessi che unisce esigenze strategiche e culturali (paesaggio, territorio, sviluppo di qualità delle città), soprattutto in regioni come le nostre, considerate «perle» quanto a valori paesistici, storici, artistici. E qualcuno ne porterà pure il merito se queste regioni, che si sono sviluppate in un periodo in cui, per citare come Settis Romano Prodi, «la devastazione del territorio continua e sarà ricordata anche fra molti secoli come il documento più buio dell'Italia del dopoguerra» hanno mantenuto questo prestigio e bellezza.

Se le soprintendenze hanno agito in tutta Italia, la differenza fra regioni con elevata qualità del paesaggio e regioni meno virtuose l'avrà fatta qualcun altro. Che sia la sensibilità di governi locali, che fin dagli anni 50 hanno trovato, con professionisti e intellettualità, una chiave di sviluppo pianificato dei sistemi territoriali?!

Crediamo che la vera tutela sia lavorare per una società moderna, dinamica, che non chiude i beni culturali e ambientali in una illusoria teca di vetro, prossimi al deperimento. Ma, ecco l'odierno paradosso: Toscana ed Umbria, che si avviano ad approvare il Codice del paesaggio, sono anche le prime regioni che hanno adottato le misure urgenti per l'edilizia. Ciò non solo per un senso delle istituzioni che ci ostiniamo a considerare come un valore fondamentale mentre dal governo, come rileva giustamente anche Settis, non arrivano segnali sul tema. Ma anche perché "sinistra" significa attenzione per gli edili che perdono il posto di lavoro, per i problemi congiunturali, argomenti che sono, invece, utilizzati soltanto come bandiere dal centrodestra.

La nostra scommessa è stata tenere insieme regole urbanistiche e manovre anticongiunturali, ricondurre nelle regole gli interventi d'urgenza. Noi non abbiamo mitigato il male minore, ma cambiato la natura degli interventi proposti, atti a far saltare, magari dal basso, quello che resta dell'assetto urbanistico italiano a favore di un saccheggio edilizio. Sfidiamo Settis a trovare un solo punto all'interno delle leggi regionali toscane ed umbre, pur a termine di 18 mesi, in cui si permetta di agire in deroga al codice del paesaggio che si tratti degli ulivi umbri, dei dolci profili toscani o altro.

I due autori sono rispettivamente Presidente della Regione Umbria e Assessore della Regione Toscana

si veda anche il commento di Maria Pia Guermandi

A Roma la scuola «8 marzo» - da tempo abbandonata - era occupata dai senza casa. Ho avuto la fortuna di conoscerne qualcuno. Ho ancora impresso il ricordo di due bellissime bambine che la madre teneva ordinate e sorridenti pur in quelle condizioni difficili. Dopo lo sfratto subito ad Ostia quella soluzione promiscua e difficile sembrava loro un sogno. Quasi come le case vere che abitano i pitbull della carta stampata che dalle colonne dei due quotidiani Il Messaggero e Il Tempo si accaniscono da giorni contro «l'illegalità delle occupazioni nella città».

Sono questi due giornali che hanno creato ad arte il clima per gli sgomberi. In loro soccorso è puntualmente arrivato il sindaco Alemanno. Basta con le occupazioni e con l'illegalità è la parola d'ordine. Quindici giorni fa sono stati sgomberati cinquecento senza tetto che abitavano l'ex ospedale oncologico della capitale. Un luogo fino a ieri di dolore dava un tetto a gente civile. Avrebbero dovuto essere premiati, sono stati invece sgomberati con la forza. Anche l'edificio pubblico di via Salaria, altra pacifica occupazione a nord della città, è stato chiuso con la forza.

Ma visti i due proprietari dei due giornali, viene voglia di alimentare la campagna contro l'illegalità anche da queste colonne. Francesco Gaetano Caltagirone e Domenico Bonifaci sono infatti tra i principali protagonisti delle vicende dell'urbanistica romana che più di qualche ombra ha proiettato in questi anni.

Solo case private

Le forze dell'ordine potrebbero, con identica solerzia dimostrata in questi giorni, sequestrare all'alba le carte presso il comune di Roma e la regione Lazio per vedere per quale motivo pur essendo vigente una legge che obbliga a destinare almeno il 40% delle abitazioni da costruire ad edilizia pubblica, in questi anni siano state costruite solo case private. È obbligo costituzionale rimuovere le cause delle disuguaglianze sociali. Il diritto alla casa per primo. Perché, dunque, questa civile esigenza non è stata adempiuta?

Il problema vero, a Roma come in tutta Italia, è che mancano case per famiglie a basso reddito. E questa gigantesca sfida non si risolve con le forze dell'ordine. Si risolve finanziando l'edilizia pubblica, come si fa in tutti i paesi dell'Europa occidentale. Si risolve utilizzando al meglio l'immenso patrimonio pubblico che in questi anni è stato svenduto (svenduto) a pochi immobiliaristi privati che hanno fatto immense fortune.

La Regione cambia le regole

In questi stessi giorni la regione Lazio e il comune di Roma hanno deciso di rendere edificabili 150 (centocinquanta) ettari di agro romano per realizzarvi il nuovo stadio della Roma. Il piano regolatore di Roma è in vigore da soli due mesi essendo stato sottoposto al vaglio del Consiglio di Stato. La Regione è l'istituzione che deve vigilare sul rispetto di quel piano che ha valore di legge. Invece di farlo si mette a cambiare le regole. Non è questa una palese fattispecie di illegalità?

Per uno strano strabismo, sia Il Messaggero che Il Tempo non hanno chiesto ai carabinieri di andare negli uffici di via del Giorgione e sequestrare le carte per verificare quali siano gli interessi pubblici che hanno portato a questa decisione e se non ci fossero altre zone nel Prg su cui realizzare il nuovo stadio. Al contrario hanno entusiasticamente accolto la notizia. E si capisce: verranno costruiti oltre 300.000 metri cubi di edifici: un'area che valeva al massimo 30 milioni di euro ne vale oggi oltre 150! È illegale soltanto occupare edifici pubblici abbandonati o c'è anche qualche altro capitolo da aprire?

Ma oltre ad una vergognosa insensibilità sociale, i veri motivi di tanto accanimento sono anche altri. Nella scuola della Magliana l'occupazione ha fin qui impedito che si realizzasse un'assurda speculazione. Attraverso la società Sviluppo Italia (altro «gioiello» di rigore), infatti, si voleva mettere le mani sull'edificio, crearvi un grande parcheggio e una funivia per portare le persone all'Eur, manco fossimo a Cortina. 12 milioni di euro buttati al vento senza risolvere alcun problema del difficile quartiere.

Perché fanno paura

Il secondo motivo è che la Regione Lazio ha approvato una legge sul «piano casa» che, pur con molti gravi errori, sceglie almeno la strada pubblicistica e tenta di finanziare l'edilizia sociale. Il terzo motivo è che in queste settimane si stanno raccogliendo le firme su una proposta di legge «sul diritto all'abitare», promossa da comitati di cittadini, sindacati di categoria e movimenti di lotta per la casa.

La rabbia dei due giornali nasconde la preoccupazione che si sia incrinato nell'opinione pubblica e nella città l'acritica accettazione della favola che i problemi urbani li risolvono gli speculatori.

Ci sono ormai troppe persone che affermano che le città sono beni comuni e devono essere guidate dalla mano pubblica. È questo che fa paura.

Comune di Milano nel mirino Ligresti chiede il commissario

di Alessia Gallione

MILANO - È una dichiarazione di guerra quella lanciata da Salvatore Ligresti a Milano. E la partita, ancora una volta, è l´urbanistica. Tre società (due controllate, Imco spa e Altair spa; una terza riconducibile, Zero società di gestione del risparmio) legate al gruppo del costruttore hanno presentato alla Provincia una richiesta di commissariamento ad acta del Comune per sbloccare altrettanti progetti edilizi, che risalgono agli anni Ottanta. Tre piani che prevedono soprattutto nuove case, ma che rappresentano soltanto una parte del risiko del mattone pronto a essere giocato nei prossimi anni. Perché la battaglia sembra più grande di quelle aree. E perché quello che, ufficialmente, può essere letto come un atto amministrativo, ha il sapore di uno scontro di poteri. Presentato ora: alla vigilia dell´approvazione da parte della giunta di Letizia Moratti del Piano di governo del territorio, il nuovo libro-mastro della città che manderà in pensione il vecchio piano regolatore e che rivoluzionerà non solo 31 grandi aree di Milano che coprono più di 12 milioni di metri quadrati, ma anche il sistema di regole dell´urbanistica. Regole che, ha sempre sostenuto l´assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli, dovranno partire dall´interesse pubblico.

Il progetto più contestato dai comitati cittadini è quello di via Natta, una zona vicina al polmone verde dell´ippodromo e dello stadio di San Siro, al centro di una direttrice che conduce ai padiglioni di Expo. Qui dovrebbero nascere due palazzi troppo alti per il contesto. E qui, il Comune ha chiesto che le volumetrie non venissero concentrate in un solo luogo, ma distribuite anche nelle vicinanze. Diritti edificatori vengono reclamati anche a Bruzzano, a Nord del capoluogo, e in via Macconago, a due passi dal parco agricolo Sud e da un altro intervento strategico come il Cerba, il Centro europeo per la ricerca biomedica avanzata di Umberto Veronesi. Tre disegni su cui Palazzo Marino avrebbe continuato a trattare. Eppure qualcosa deve essere cambiato per spingere il gruppo Ligresti a pretendere adesso che un commissario sblocchi la situazione.

Ufficialmente il gruppo Ligresti non commenta, preferendo attendere che la procedura faccia il proprio corso. Tecnicamente nel documento spedito alla Provincia si fa riferimento all´articolo 14 della legge 12, approvata dalla Regione nel 2005 sul governo del territorio. Con questa norma ogni costruttore, di fronte all´inerzia del Comune su un piano attuativo o su una variante, sentendosi in qualche modo danneggiato può chiedere a un altro ente (Regione o Provincia) la nomina di un commissario ad acta per risolvere la pratica. Ma la risposta che arriverà (entro 30 giorni) non sarà solo tecnica. Sarà politica e racconterà molto della Milano del 2030.

Così il "partito del mattone" mette all´angolo la Moratti

di Rodolfo Sala

MILANO - Sono mesi che l´ingegner Ligresti bussa al portone di Arcore. Aveva provato prima con il sindaco Letizia Moratti, il direttore generale di Palazzo Marino, l´assessore al Territorio. La richiesta è sempre quella: sbloccare progetti urbanistici ai quali sono interessate tre società del suo gruppo, progetti fermi dagli anni Ottanta. La Moratti è stata irremovibile: non si può, non si deve, per costruire su quelle aree di proprietà di Ligresti bisogna prima fare un «progetto strutturale», perché le ragioni del vecchio blocco ai diritti edificatori rimangono tutte. «È una questione di principio», si è intestardito il sindaco, a conferma ulteriore delle voci sempre frequenti che danno in caduta libera i suoi rapporti con Ligresti, tessera numero uno del partito del mattone a Milano.

Si è messa di traverso lei, non tanto l´assessore al Territorio Carlo Masseroli, esponente della lobby ciellina che nel mattone vede soprattutto la possibilità di espandersi, e non solo a Milano, nel business dell´housing sociale: case in affitto per giovani coppie e studenti, da tirar su - è il caso della torre di legno che sorgerà nel 2011 alla Bicocca, da 280 a 450 euro la locazione mensile - in una città dove si pensa solo a costruire per poi vendere. E grazie, particolare non trascurabile, ai buoni uffici del Comune, che a quel progetto denominato «Social main street» ha contribuito cedendo gratis le aree alle cooperative edilizia della Cdo, ma anche a quelle della centrale rossa.

È un business che a Ligresti non interessa, nella richiesta avanzata dal suo gruppo alla Provincia (commissariare l´urbanistica milanese in nome del diritto negato a costruire) l´obiettivo vero, prima ancora dei concorrenti effettivi e anche solo potenziali, è Letizia Moratti. È lei l´ostacolo da rimuovere, è per questo che l´ingegnere si è rivolto direttamente a Berlusconi, forte dei vecchi legami politico-imprenditoriali consolidatisi tra i due nel corso degli ultimi vent´anni. Tra l´altro, il recente ridimensionamento dell´Expo (si costruisce molto meno rispetto al progetto originario) ha messo in allarme il partito milanese del mattone. È un ridimensionamento che il sindaco ha salutato con grande favore, e che Ligresti - uno dei dominus delle aree su cui sorgerà l´Esposizione del 2015 - non deve certo aver accolto bene.

Il Cavaliere - come fa sempre - ha ascoltato, preso nota, promesso di interessarsi alla vicenda: nella capitale del berlusconismo don Salvatore non è uno qualunque. Il passo successivo è stato un contatto diretto con la Moratti, da lui investita nel ruolo di sindaco quando lei faceva il ministro dell´Istruzione nel suo penultimo governo. Ma neppure il pressing del premier ha dato uno straccio di risultato. Un problema in più per l´uomo di Arcore, già parecchio insoddisfatto di come il suo ex ministro sta gestendo il Comune di Milano: dall´Ecopass (la tassa d´ingresso sugli automobilisti) alla pulizia della città, tanto per stare a due argomenti sui quali Berlusconi non ha mancato d´intervenire, più di una volta e in modo molto critico. Ci sono anche problemi grossi tra il sindaco e il suo ex collega Tremonti, culminati in liti furibonde sulla vicenda Alitalia e sui finanziamenti per l´Expo. E poi ci sono certi sondaggi che il Cavaliere negli ultimi mesi si è messo a compulsare in modo frenetico: Letizia cala in modo vistoso nel gradimento dei milanesi, e alla corte di re Silvio si moltiplicano i rumors che non danno più così certa la sua ricandidatura nel 2011, quando scadrà il primo mandato.

La guerra dichiarata da Ligresti alla Moratti, la pratica di commissariamento dell´urbanistica milanese già consegnata al nuovo presidente della Provincia Guido Podestà (lui sì in ottimi rapporti con l´ingegnere) e soprattutto il grande fastidio del premier ridanno fiato a quelle voci, e contribuiscono a indebolire ulteriormente l´immagine del sindaco. Tra i due vasi di ferro impersonati da Berlusconi e Ligresti, lei appare sempre più come un vaso di coccio. A forte rischio di sgretolamento. Di questa debolezza il costruttore vuole approfittare: non foss´altro, come insinua il consigliere di opposizione Basilio Rizzo, che per ottenere il via libera alle ruspe non già nelle tre aree bloccate, ma altrove e per il futuro. «Come quegli allenatori - dice Rizzo - che parlano male degli arbitri a prescindere, sperando di essere aiutati nella partita successiva».

Le politiche di respingimento contro i migranti, attuate dal governo Berlusconi nelle acque del canale di Sicilia, incassano il cartellino rosso anche dalle Nazioni unite. La dura condanna arriva direttamente dall'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, Navi Pillay, che denuncia il trattamento riservato ai migranti «abbandonati e respinti senza verificare in modo adeguato se stanno fuggendo da persecuzioni, in violazione del diritto internazionale». È quando emerge dal discorso, anticipato ieri a Ginevra, che Pillay pronuncerà oggi all'inaugurazione della dodicesima sessione del Consiglio Onu dei diritti umani.

Riferendosi al caso del gommone degli eritrei rimasto in mare senza soccorsi, lo scorso mese di agosto per 20 giorni fra la Libia, Malta e l'Italia, l'Alto commissario spiega che «in molti casi, le autorità respingono questi migranti e li lasciano affrontare stenti e pericoli, se non la morte, come se stessero respingendo barche cariche di rifiuti pericolosi».

Oggi inoltre «partendo dal presupposto che le imbarcazioni in difficoltà trasportano migranti, le navi le oltrepassano ignorando le suppliche di aiuto, in violazione del diritto internazionale». Gli stessi pescatori siciliani, che negli anni hanno sempre aiutato i natanti in avaria, intervistati dal Manifesto qualche settimana fa, hanno detto che dopo l'introduzione del reato di immigrazione clandestina, e quindi del favoreggiamento per coloro i quali li aiutano ad entrare nel paese, evitano di avvicinare e addirittura di segnalare alle autorità le barche con i migranti a bordo anche se richiedenti soccorso.

Con queste premesse, prosegue l'Alto commissario allargando il campo dell'analisi ad altre aree critiche del pianeta, il «loro destino è così segnato mentre cercano di attraversare il Mediterraneo, il Golfo di Aden (fra la Somalia e lo Yemen, n.d.r.), i Caraibi, l'Oceano indiano o altre zone di mare». A cadere sotto le critiche delle Nazioni unite è anche «la pratica della detenzione dei migranti irregolari, della loro criminalizzazione e dei maltrattamenti nel contesto dei controlli delle frontiere» che deve «cessare». Il fenomeno dell'immigrazione è diventato uno «dei più seri problemi» legati ai diritti umani nel «mondo contemporaneo», poichè «milioni di persone, che rischiano la vita in cerca di una vita migliore», spesso cadono «preda dei trafficanti di esseri umani che prosperano soprattutto dove il controllo dei governi è più debole». Richiami a molti paesi dell'Unione europea, fra cui l'Italia, giungono anche sulla questione delle «discriminazioni e dei trattamenti degradanti» riservati alla popolazione Rom. Secondo la Pillay, «nonostante gli sforzi intrapresi dagli stati membri, dalle organizzazioni internazionali e regionali, il sentimento anti-Rom in Europa resta forte».

Le critiche rivolte dalle Nazioni unite contro le politiche di respingimento hanno acceso le polveri della discussione fra maggioranza e opposizione. «Le gravissime affermazioni dell'Alto commissario Onu - ha detto Margherita Boniver, deputata del Pdl e presidente della Commissione Schengen - dovranno essere supportate da testimonianze e riscontri concreti. È inaudito che simili infamanti accuse siano mirate contro il nostro paese che ha sempre rispettato il diritto internazionale». Nella levata di scudi del centrodestra il capogruppo Pdl al senato, Maurizio Gasparri, ha spiegato che l'Italia rispetta «pienamente tutti i principi e le norme del diritto internazionale», mentre il ministero degli Esteri precisa che «il richiamo alle violazioni del diritto internazionale non è rivolto all'Italia». L'opposizione, a testa bassa, ha attaccato la maggioranza. Secondo il candidato alla segreteria del Pd, Pierluigi Bersani, con queste politiche il paese rischia «figuracce internazionali». La sua collega di partito, Rosy Bindi, rincara la dose spiegando che «l'immagine e il prestigio dell'Italia sono irrimediabilmente sfigurati». «O qualcuno - chiude la Bindi - pensa di tappare la bocca all'Onu con ricatti morali, come si è fatto con la chiesa e si vorrebbe fare con il presidente della Camera?» Dal 7 maggio, data di inizio degli accordi italo-libici, ad oggi 800 migranti sono stati respinti nel paese nordafricano.

C’è qualcosa che gli italiani non sanno, ma soprattutto non debbono sapere, dietro la violenza dell’assalto finale di Silvio Berlusconi al valore di cui s’è sempre orwellianamente riempito la bocca, la libertà.

La libertà d’informazione e di critica del giornalismo, perfino la semplice libertà di scelta degli spettatori televisivi. C’è, deve esserci una disperata ragione se il premier, già osservato speciale delle opinioni pubbliche di mezzo mondo, invece di rientrare (lui sì) nei ranghi del gioco democratico, continua a sparare bordate contro le riserve indiane che ancora sfuggono al suo controllo.

L’ultimo episodio, l’oscuramento di Ballarò su Raitre, e ora anche di Matrix su Canale 5, per concentrare tutta l’audience di oggi sulla puntata celebrativa di Porta a Porta per la consegna alle vittime del terremoto abruzzese delle prime case, aggiunge un ulteriore tocco "coreano" al disegno dell´egemone. Volenti o nolenti, milioni di spettatori sono chiamati stasera all’appello, da bravi soldatini, per plaudire al «miglior presidente del Consiglio in 150 anni», che si esibisce nell’ennesimo spettacolare sfruttamento del dolore, fra le lodi dei ciambellani. Si ha un bel dire che ci vuole prudenza nell´adoperare certe parole, ma queste cose si vedono soltanto nei regimi. Più spesso, alla fine dei regimi, quando l´egemone è parecchio in là con gli anni e con l´incontinenza egolatrica.

La vicenda è grave in sé, come ha subito commentato Sergio Zavoli, presidente della Commissione parlamentare di vigilanza e memoria storica della Rai. E lascia perplessi che invece il presidente di garanzia della Rai la riduca a scompenso organizzativo. Si tratta quantomeno di un eufemismo. Ma l’affare Ballarò diventa ancora più inquietante perché s’inserisce in una strategia del ragno governativa per intimidire o tappare direttamente la bocca all’informazione critica. Le denunce e le minacce contro Repubblica e Unità e perfino la stampa estera, il pestaggio mediatico di questo o quel giornalista, gli avvertimenti mafiosi a questo o quel conduttore perché si pieghino alle censure o dicano addio ai loro programmi, questi sono i metodi. Non si può neppure dire che si tratti di una trama occulta. Gli obiettivi sono palesi, dichiarati, in qualche caso rivendicati. Berlusconi sta usando tutto il suo potere di premier, primo editore e uomo più ricco d’Italia, per strangolare economicamente la stampa d’opposizione, epurare i pochi programmi d´informazione degna di un servizio pubblico, a cominciare da Annozero di Santoro, Report di Gabanelli e Che tempo che fa di Fazio, infine destituire l’unico direttore di rete televisiva, Paolo Ruffini di RaiTre, che non obbedisce agli ordini.

Non sappiamo se tutto questo si possa definire «l’agonia di una democrazia», come ha scritto Le Monde. Ma certo gli assomiglia moltissimo. Del quotidiano francese si può condividere anche il conciso titolo del commento: «Basta!». Nella speranza che siano in molti ormai in Italia a voler dire «basta!», non tanto, non più per convinzione politica, ma per buon senso, decenza e amor di patria. Lo si vedrà anche alla manifestazione di piazza del Popolo il prossimo sabato.

Al giornalismo libero rimane il compito di chiarire il mistero dietro l’offensiva finale di Berlusconi contro la libertà d´informazione. Oltre a quanto già gli italiani sanno, o almeno la minoranza che non si limita a bersi i telegiornali. E cioè il terrore governativo per il calo (reale) di consensi, l’incombere degli effetti autunnali della crisi sempre negata, il dilatarsi dei noti scandali di escort e minorenni, l’avvicinarsi di una sentenza della Consulta che potrebbe restituire Berlusconi alle proprie responsabilità davanti alla legge. E poi forse ci sarà dell´altro da nascondere, che all´informazione indipendente spetta d’indagare. Salvo che il potere impedisca ai giornalisti di fare il proprio lavoro. Come sta accadendo in Italia, con questa guerra preventiva, sotto gli occhi di tutto il mondo.

«Richiesta recupero macerie e riapertura percorsi nel centro storico. Richiesta autorizzazione per posizionamento temporaneo chiesa in legno in località San Giustino. Richiesta case in legno per Pescomaggiore, Paganica e altre località della Circoscrizione». Il presidente De Paulis è scuro in volto. «Ma come si fa a discutere di "recupero macerie" il 14 settembre, cinque mesi e mezzo dopo il terremoto? Perché dobbiamo chiedere oggi che ci portino casette di legno in cui ripararci e una chiesa fatta con assi di pino per pregare? Paganica è stata sigillata il 6 aprile, come un pacco postale, e ancora non è stata riaperta. Si doveva discutere il 7 o 8 aprile, questo ordine del giorno. Solo così avremmo potuto ricominciare».

Oggi il premier Silvio Berlusconi arriverà a due chilometri da qui. Consegnerà 94 alloggi in casette di legno - costruite dalla Provincia di Trento con un finanziamento della Croce rossa - ai 200 sopravvissuti di Onna. Lenzuola firmate, una torta con spumante e un biglietto di auguri: «Serena vita nella nuova casa». «E così - dice Ugo De Paulis - chi guarda la tv penserà che qui tutto è stato risolto. E invece Paganica sta morendo e come noi stanno morendo i centri storici dell’Aquila e delle sue 64 frazioni. C’è anche chi sta peggio di noi: nel centro di Tempera, ad esempio, non è rimasta pietra su pietra. E pure noi rischiamo di perdere tutto: un centro senza abitanti diventa un cimitero. Le case che sono rimaste in piedi rischiano di essere abbattute dalle altre abitazioni pericolanti».

Manca solo la cenere, nella nuova Pompei di Paganica. Le strade sono però invase da pietrisco e polvere portate giù dalla parte alta del paese dagli ultimi temporali. Come in una macchina del tempo, sembra di tornare al 6 aprile. Il silenzio è assoluto. In via Roma 2 c’è una casa di tre piani i cui muri si stanno piegando verso un’abitazione più bassa, intatta, al civico 3. Una scossa, o il vento di una burrasca, faranno crollare i muri e distruggere anche la casa agibile. Nel vicolo Sdrucciolo dei Perigli ci sono metri di macerie. Anche vico del Golfo è bloccato dalle pietre. In vicolo del Pizzicagnolo le macerie coprono una Fiat bianca. In via degli Angeli il palazzo al civico 44 sta crollando sulle case del 38 e del 40. «Ormai l’inverno è alle porte e ci chiediamo: cosa troveremo a primavera? Qui bisogna portare via le macerie, abbattere le case pericolanti, riaprire almeno alcune strade. Si sono persi troppi mesi e noi stiamo perdendo anche la speranza di rientrare nelle nostre case. Nel disastro, eravamo stati fortunati. Abbiamo avuto cinque morti, a Paganica, ma solo perché quella sera c’era la Via Crucis nel centro storico e alle 23, quando si stava tornando a casa, è arrivata una forte scossa. Tanti allora si sono messi a dormire in macchina o nelle aie». Ci sono ancora le locandine sui muri. Annunciano i «Festeggiamenti in onore di S. Giustino patrono e Santa Maria d’Appari». «Fino al 1927 eravamo un Comune - dice Ugo De Paulis - ora siamo una frazione e non contiamo nulla. L’Aquila pensa solo a se stessa. Le ordinanze che autorizzano i lavori sono arrivate soltanto a luglio, i soldi per la ricostruzione sono stati stanziati solo per le case fuori dalle "zone rosse". Questo, per Paganica e tutti gli altri centri, è un certificato di morte».

Ottomila abitanti, nella circoscrizione. Tremila nelle tende, 2.000 al mare, 3.000 nelle case o «lì attorno, dentro a casette o container». Milleottocento persone andranno nella Case con le piattaforme antismiche, gli altri passeranno l’inverno in hotel o in quelle case che, come per miracolo, sono tornate agibili. In tutto l’aquilano fino a tre giorni fa non si poteva entrare nelle abitazioni classificate B e C, poi un’ordinanza ha stabilito che si può rientrare mentre sono ancora in corso i lavori di riparazione. Fatti i conti, ci si è accorti che i 15.000 posti letto nelle Case (che dovrebbero essere pronti entro Natale) non sarebbero bastati per le 36.354 persone ancora assistite dalla Protezione civile in tendopoli, hotel o case private. «Siamo allo sbando - dicono i Comitati dell’Aquila, 3,32, Rete Aq, Collettivo 99 e Colta, in una lettera inviata al Presidente della Repubblica - perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E così le comunità sono smembrate e il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale».

Anche le «zone rosse» di San Gregorio, Fossa, San Demetrio e di decine di altri Comuni e frazioni sono ferme, come in un tragico flashback, all’alba del 6 aprile. «Noi della Protezione civile - dice Bernardo De Bernardinis, vice capo del dipartimento - abbiamo dovuto affrontare l’emergenza, e l’abbiamo fatto. Entro la fine dell’anno 25 - 30.000 persone avranno un tetto, non un container. Nel centro storico aquilano abbiamo lavorato per la messa in sicurezza di chiese ed edifici pubblici. Anche in altri centri stiamo lavorando perché si possano raggiungere, in sicurezza, le case ancora agibili. Ma per la ricostruzione del centro storico aquilano il sindaco è il soggetto attuatore. E per tutta la ricostruzione, quella detta pesante, la delega è affidata al presidente della Regione, sempre in concerto con il sindaco». Ma c’è chi non vuole più aspettare. «In queste ore - dice Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di Belle arti e fra i fondatori dell’associazione Centro storico da salvare - si sta discutendo ancora dove mettere le macerie della città, come se la scossa fosse arrivata ieri. Il sindaco aspetta Renzo Piano e gli architetti giapponesi. Noi diciamo che qui non deve arrivare nessuno: dobbiamo darci da fare, e subito. Facciamo consorzi, fra pubblico e privato, cominciamo a togliere le macerie, ad abbattere le parti pericolanti, a ricostruire. L’inverno è alle porte. La neve negli anni scorsi è stata tenuta lontano dal centro storico perché 20.000 camini buttavano calore. Quest’anno i camini sono spenti e rotti, e faranno entrare la pioggia. Il freddo - qui si va anche a meno 10 - farà gelare l’acqua e spaccherà le pietre. Alcuni privati hanno cercato di coprire i tetti rotti con dei teloni di plastica, ma il primo vento forte li spazzerà via. E si buttano via i soldi. Si spendono anche 300.000 euro per mettere in sicurezza un palazzo, poi se ne dovranno spendere 150.000 per smontare i ponteggi e solo allora si farà l’abbattimento. Perché non farlo subito, questo abbattimento?». La speranza è ormai merce rara, fra le antiche pietre dell’Aquila. «Le banche hanno fatto un accordo con la Cassa depositi e prestiti per finanziare con 2 miliardi la ricostruzione. Ma noi del centro storico siamo tagliati fuori. Quando saremo autorizzati a chiedere un finanziamento, ci diranno: siamo spiacenti, i denari sono finiti».

Domani Berlusconi consegnerà le prime nuove case ai terremotati dell’Aquila. A cinque mesi dal sisma si tratta di un indubbio successo dell’intervento nell’emergenza. Per contro questa inaugurazione, giustamente festosa per quanti sono restati finora nelle tendopoli, rischia di suonare come una pietra tombale sulle speranze di veder un giorno risorgere il centro storico e la rete dei borghi medievali che con esso si integravano. Via via che si accenderanno le luci nelle abitazioni installate nella cinta periferica e nelle altre zone limitrofe, ancor più angoscioso apparirà quel buco nero, dove sorgeva un tempo la città vera e propria, con i suoi edifici storici, le sue cento chiese, i palazzi, l’università, il Comune, la Provincia, le botteghe, i portici animati giorno e notte. Ancor più assurda apparirà la solitudine di quell’unico anziano abitante che ha rifiutato di lasciare la sua casa, rimasta miracolosamente in piedi, lo storico Raffaele Colapietra, tramutatosi suo malgrado in una icona della testardaggine abruzzese.

Questa infausta divaricazione tra emergenza e futuro urbano è il frutto di una scelta voluta dal governo e subita passivamente dall’opposizione, tranne alcuni rappresentanti degli enti locali, tra cui spicca la brava e coraggiosa presidente della Provincia, Stefania Pezzopane.

Il perché è presto detto. Il governo ha voluto affrontare la catastrofe senza ricorrere ad alcuna misura di finanza straordinaria, come invece avevano fatto quasi tutti i governi italiani, confrontatisi con i vari terremoti, da quello di Messina in poi. Questa volta le risorse sono state reperite nel bilancio ordinario, soprattutto depauperando i fondi destinati al Mezzogiorno.

Era evidente che i mezzi sarebbero sì e no bastati per affrontare l’emergenza, peraltro con un notevole grado di efficacia assicurato dalla Protezione civile. Una decisione dettata dall’imperativo ideologico di una destra ostile per principio ad ogni maggiorazione fiscale, anche quando le ragioni siano sacrosante (una addizionale Irpef spalmata su dieci anni, una cifra infima pro-capite).

Così, mentre va avanti il piano per l’emergenza e alle case antisismiche si aggiungeranno 3000 casette di legno (che dovrebbero un giorno passare agli studenti fuori sede), e mentre i terremotati ancora senza fissa dimora saranno ospitati nelle famose strutture della Guardia di Finanza e in qualche altra caserma (ma sembra restino 8000 persone ancora non collocate), ebbene L’Aquila vera e propria rimane come un gigantesco relitto, abbandonato dopo il naufragio.

La strategia avrebbe potuto essere ben diversa: affrontare l’emergenza immediata, come si è fatto, e, ad un tempo, preparare almeno i progetti urbanistici di ricostruzione e restauro per un prossimo futuro, fissato in calendario, cominciando dagli edifici pubblici, oggi tutti abbandonati, apprestare una legislazione rapida per facilitare l’iniziativa privata di recupero, reperire i fondi indispensabili senza rigettare la leva fiscale straordinaria. Soprattutto puntellare da subito gli edifici pericolanti ed operare quegli interventi rapidi per tamponare il degrado ulteriore che, con l’avvento prossimo della stagione fredda, è nell’ordine delle cose.

Non lo si è fatto ma l’operazione mass-mediatica è egualmente vincente. Berlusconi con il supporto di Bertolaso e del G8 è riuscito a dare il meglio. La sinistra si trova in altre faccende affaccendata. Frattanto gli aquilani possono anticipare de visu lo scenario di una futura Pompei tra la Majella e il Gran Sasso e visitare la «zona rossa», il vecchio centro della città, dalla Villa Comunale a piazza Duomo, addentrarsi per via San Bernardino e via Castello, dove è stato aperto un passaggio, sgombrando le rovine qualche metro in là. Come in un museo il transito, naturalmente pedonale, è permesso ai visitatori per qualche ora al giorno, sotto la sorveglianza dei pompieri. Dalle case abbandonate, dai negozi chiusi, dalle chiese in rovina non può venire alcun segno di vita.

Mancheranno le case, non le statue. Quando Silvio Berlusconi, a fine settembre (magari il 29, compiendo gli anni), inaugurerà le palazzine condominiali dette "C.a.s.e." nelle frazioni aquilane di Bazzano e Cese di Preturo, i cinquemila nuovi e fortunati inquilini che si saranno piazzati in testa alla classifica delle assegnazioni, avranno davanti agli occhi un esempio (non il peggiore) di maniacalità berlusconiana. Una trentina di statue in marmo "ordinate" due mesi fa dal presidente del consiglio in persona a uno stupefatto sindaco di Carrara, con un semplice telefonata: «Caro sindaco, chi meglio di voi può regalare un po' di statue per i terremotati dell'Aquila?».

Domanda retorica e risposta inevitabilmente favorevole. Unico margine di discrezionalità lasciata al primo cittadino del capoluogo apuano era il soggetto: «A piacere». Le principali aziende carraresi sono ora al lavoro, per rispettare i tempi del regalo richiesto dal premier. Cui preme rispettare la promessa fatta: «A settembre i terremotati potranno avere delle abitazioni confortevoli e belle», assegnandosi un nuovo record mondiale per scolpirlo nel marmo. Poco importa ciò che sta dietro le statue.

In questi giorni le tendopoli dell'Aquila stanno chiudendo, a iniziare dalla più grande, piazza d'Armi. Tutto come annunciato, tutto fatto molto in fretta: mercoledì 2 settembre l'avviso agli sfollati, giovedì l'inizio dell'esodo dei volontari della regione, venerdì la festa di saluto (con karaoke), da sabato i trasferimenti. Non tutti gradevoli e graditi, soprattutto per chi si è visto assegnare una località troppo lontana. Qualcuno ha protestato, qualcun altro non si è mosso. I più sono partiti: per la caserma di Coppito, Avezzano, Tagliacozzo, Ovindoli, Ofena. Ieri a piazza d'Armi c'erano ancora una trentina di persone, quasi tutti anziani e "stranieri", ma se ne andranno presto, anche perché le cucine da campo hanno chiuso i battenti, i bagni sono stati quasi tutti rimossi e quelli rimasti non vengono più puliti, i volontari della Protezione civile dell'Emilia Romagna se ne sono andati tutti, come quasi tutti i loro colleghi delle altre regioni (da aprile e per tutta l'estate ne sono passati 121.000 in tutto l'Abruzzo, dal 10 settembre ce ne sono 800).

Mentre tutto è rimasto nelle mani dell'apparato centrale diretto da Bertolaso, in compagnia dell'esercito. Sono loro che gestiscono lo smantellamento dei campi. Anche facendo il muso duro.

E' Bertolaso, naturalmente, che coordina il tutto. Con un duplice obiettivo: rispettare - almeno formalmente - gli annunci del Presidente del consiglio, evitare che l'emergenza alloggi esploda. Il capo della Protezione civile sa benissimo che il "piano C.a.s.e." non basta. Anche se si calcola che oltre 10.000 aquilani (il 15% della popolazione residente prima del 6 aprile, studenti fuorisede esclusi) abbia trovato una sistemazione per conto proprio nei paesini della cintura e pur considerando che qualche altro migliaio sia rientrato nelle proprie abitazioni (superando un po' di paure), resta il fatto che al 10 settembre le persone assistite erano ancora 37.000: 15.200 in alberghi, 9.600 in alloggi privati, 12.300 nelle tendopoli.

L'obiettivo del "piano C.a.s.e" è fissato a quota 15.000 e comunque non sarà raggiunto prima di febbraio-marzo, perché se Cese e Bazzano sono quasi pronti, gli altri cantieri hanno una tempistica più lunga (e in inverno, visto il clima, non si potrà costruire anche di notte, come si è fatto quest'estate in barba a regolamenti e contratti). Per questo, pur mantenendo il "punto" dell'inaugurazione settembrina da esibire al mondo intero (insieme alle statue), la Protezione civile sta in realtà cambiando i piani e tornando un po' indietro rispetto a quella che sembrava essere un'ideologia indiscutibile: niente container o case provvisorie.

Del resto la realtà è sempre stata un po' diversa da quella enunciata dal duo Bertolaso-Berlusconi. Basta andare a Onna che, essendo divenuta uno dei simboli del terremoto abruzzese, ha potuto derogare dal "piano Case" e batterlo sul tempo, affidandosi alla provincia di Trento e ai suoi costruttori che il 15 settembre inaugureranno un villaggio di 92 casette sorte accanto al borgo da ricostruire, sufficienti per tutti gli abitanti del paese colpito. Ma la stessa cosa è successa - con meno clamore - in molti altri comuni colpiti, costringendo solo il capoluogo alla legge dei nuovi condomini considerati risolutivi della Protezione civile. Che ora - dopo aver a lungo respinto le richieste dei comitati, delle autorità locali - ha aperto alla costruzione di abitazioni provvisorie. Dal primo settembre sono ammessi (anzi, sollecitati) i Map (Moduli abitativi provvisori), in sostanza casette in legno: si stanno già individuando i siti per mille di queste abitazioni.

Non basterà ancora per accogliere tutti durante l'inverno. Così gli alberghi aquilani "offriranno" (si fa per dire) il 75% dei loro posti letto agli sfollati per i prossimi quattro mesi, mentre verranno requisite in via provvisoria (e affittate a prezzo di mercato) le case sfitte. Poi qualcun altro andrà in caserma a Coppito (ce ne sono già 500, ma si arriverà a quota 1.500). Insomma, smembrando comunità vecchie e nuove (persino le tendopoli lo erano diventate) e con un po' più di elasticità rispetto all'inizio, tutti - più o meno - avranno un tetto durante l'inverno.

E, così, il "capolavoro" di Bertolaso è completo: Berlusconi può esibirsi al mondo, l'emergenza continua ma è sotto controllo, le tensioni - quando ci sono - si scaricano nelle "invidie" tra sfollati su presunti privilegi. E lui è sempre più popolare: firma autografi, veste delle sue magliette il maestro Muti, dà il calcio d'inizio a partite di football... quasi una star. Che può permettersi di non rendere pubblico fino alla vigilia dell'apertura scolastica il decreto con i criteri per l'assegnazione delle abitazioni di Bazzano e Cese di Preturo. Criteri che ha già deciso, ma che tiene sul suo tavolo per non dare al mugugno il tempo di diventare protesta (figurarsi, proposta).

E tenere tutto in sospeso, governando con le concessioni e i dinieghi di un signore feudale. Il problema - ulteriore - è che a fine anno Bertolaso e i suoi dovrebbero lasciare il campo alle amministrazioni "normali", ponendo fine all'emergenza e iniziando il tempo della ricostruzione. Difficile crederlo, impossibile immaginarlo guardando ciò che resta del centro storico attraverso il percorso di visita aperto qualche giorno fa: cinquecento metri per sfollati e turisti del terremoto, dove l'Aquila ricorda Pompei.



Tanto tuonò che piovve: dopo le ripetute scampanellate di Giorgio Napolitano e le incursioni polemiche di Ernesto Galli della Loggia e di altri storici, sembra proprio che la mongolfiera delle celebrazioni per il l5oesimo anniversario dell'Unità d'Italia (2011) stia finalmente per mollare gli ormeggi e sollevarsi da terra. Mercoledì prossimo, i6 settembre, si riunisce il Comitato dei garanti presieduto da Carlo Azeglio Ciampi per discutere le proposte di Sandro Bondi, cui il presidente del consiglio ha affidato il timone. Il testo del documento è pronto e già circola tra gli addetti ai lavori. Il ministro dei Beni culturali parte da una domanda di fondo: «Che cosa è l'Italia per noi?». «Credo che ilnostro governo si risponde Bondi ha sempre pensato alle molte Italie, perché la caratteristica principale del nostro paese è di avere storie diverse.

E sono queste storie che hanno prodotto il patrimonio culturale di cui l'Italia è oggi orgogliosa» Le proposte del ministro hanno dunque di mira un obiettivo essenziale: «Valorizzare l'Italia delle città, dare valore alle differenze in chiave federale, e questo nel rigoroso rispetto dell'unità e dell'autorità dello Stato nazionale, che solo può dare al nostro Paese un ruolo in Europa e nel mondo e garantire l'eguale tutela dei cittadini e la valorizzazione della cittadinanza». Commemorare l'unità esaltando la diversità: l'ossimoro tradisce la preoccupazione di non riacutizzare i mali di pancia antistatalisti della Lega, ma anche lo sforzo di rassicurare il Capo dello Stato, che ha più volte auspicato «progetti di carattere prevalentemente culturale, pedagogico e comunicativo, diretti a rappresentare e rafforzare la nostra identità nazionale», con la conseguente bocciatura della «celebrazione edilizia» messa in cantiere dal precedente governo di centro-sinistra. Tutto bene, dunque? Vediamo.

Tra le iniziative di carattere culturale proposte dal ministero, al primo posto troviamo i convegni dedicati alla «valorizzazione delle molte anime del Risorgimento... che non furono soltanto quella monarchica quella democratico-liberale... ma anche quella federalista (Cattaneo, Gioberti)». Gioberti? Qui non si sa se per fretta, superficialità o eccesso di zelo filo-Carroccio l'estensore del documento ha mescolato il diavolo con l'acqua santa, perché non si può mettere in uno stesso calderone il federalismo del laico Cattaneo, che guardava alla Svizzera e all'Europa futura, col neoguelfismo del pur benemerito Gioberti, che teneva l'occhio fisso ai domini pontifici e all'Italia degli staterelli preunitari. Si prevedono poi letture sui padri della patria, una grande mostra delle regioni, un approfondimento sul Mezzogiorno, un recupero dei luoghi della memoria tra cui la casa di Garibaldi a Caprera, un'antologia degli statuti comunali, concorsi nelle scuole su episodi, figure e luoghi rappresentativi dell'unificazione nazionale, cori scolastici con musiche operistiche («Va' pensiero»?) legate all'epopea del Risorgimento.

Ma le proposte più singolari riguardano la nascita di un centro per lo studio delle catastrofi naturali all'Aquila (definita ombelico d'Italia), del quale francamente è difficile cogliere il nesso con il centocinquantenario dell'unità, una «banca dati delle lapidi commemorative» e annessa «caccia alla lapide» da parte delle scolaresche e soprattutto un «censimento dei dizionari dialettali», che negli intenti dei funzionari ministeriali «fotograferebbe la variegata realtà linguistica del dopo Unità e risponderebbe anche ad una esigenza avvertita». Avvertita da chi? Provate a indovinare... A parte il fatto che per censire i dizionari dialettali basta consultare online la biblioteca nazionale di Firenze, non sarebbe più urgente e importante ricostruire gli sforzi fatti e i risultati ottenuti in questo secolo e mezzo per alfabetizzare gli italiani e unificare il paese sul piano linguistico?

E come si può ignorare, nel quadro delle celebrazioni, un fenomeno come le migrazioni interne, che hanno portato al Nord soltanto negli ultimi dieci anni ben sette-centomila meridionali (per lo più diplomati e laureati)? È legittimo il timore che, per compiacere un partito della coalizione a forte vocazione regionalistica, si mettano in risalto più le cose che ci dividono che non quelle che ci uniscono. Dopotutto, se l'Italia ha conquistato un suo posto di rilievo tra le nazioni più progredite del mondo lo deve agli uomini e alle donne (settentrionali e meridionali) che hanno fatto il Risorgimento, costruito lo Stato unitario, che hanno combattuto e sono morti nelle guerre di indipendenza, nelle due guerre mondiali, nella resistenza, e poi a tutti quelli che, dal 1945 in poi, sono stati artefici della rinascita democratica e della ricostruzione economica. Vogliamo ricordare degnamente tutti questi eroi grandi e piccoli, o ci accontentiamo di dare la caccia alle lapidi? Nel suo promemoria, il ministro Bondi precisa saggiamente che «tutte le iniziative saranno sottoposte al Comitato dei garanti affinché possa esprimere la propria valutazione». Valutate, signori garanti, valutate bene.

Domani a Roma ci sarà la notte bianca. Notizia di per sé trascurabile, se non fosse che l'avvenimento provochi nel sindaco Alemanno un moto di acuta irritazione. Non foss'altro perché, abolire quella che nel passato era stata la fastosa vetrina di chi l'aveva preceduto, era stato il primo provvedimento del suo mandato. E dunque il fatto che, nonostante i suoi proclami, in alcuni Municipi si perseveri in questa per lui malsana attività, incrina sensibilmente la sua alquanto traballante autorevolezza.

Che il sindaco non sia contento, dipende poi anche dalla sottolineatura politica che le iniziative di sabato notte contengono.

Tutte rivolte a contrastare l'atmosfera incattivita che si è diffusa in città, con le aggressioni agli stranieri, alle donne, agli omosessuali e più in generale con l'affiorare di squadracce di farabutti che si sentono autorizzati a spargere lacrime e sangue in ogni angolo di città. «Più cultura meno paura» è il titolo della notte bianca del X Municipio, quello di Cinecittà, che poi è la più estesa e articolata negli eventi e negli spettacoli. Tra i quali, non casualmente, è previsto nel suggestivo spazio delle Officine Marconi un white party di Muccassassina, organizzato dal Circolo di cultura omosessuale «Mario Mieli».

Il senso originario

Offrire un'occasione per vivere le piazze tutti insieme, tra un sorriso e un applauso, in fondo, è il senso originario di questa manifestazione, che nel passato, con il suo gigantismo tutto concentrato nella città storica, era stato progressivamente disperso. Non più costringere le periferie a raggiungere gli eventi in centro, ma organizzare gli eventi nelle periferie stesse, permettendo così una partecipazione più autentica e coinvolgente: una riappropriazione sociale di spazi e luoghi consueti, per una volta accesi e splendenti, un antidoto alle diffidenze e ai rancori che animano (e turbano) i sentimenti popolari. E a Roma proprio di tutto ciò c'è bisogno. Di una nuova politica culturale che dia un impulso coraggioso, uno slancio generoso nei quartieri di bordo, proprio laddove è necessario ricreare coesione sociale, senso di appartenenza, il conforto insomma di sentirsi comunità: che poi non è altro che riattivare la relazione sociale.

E una delle (tante) cose che la sinistra non capisce più è che la politica è proprio (soprattutto) relazione sociale: quel misurarsi concretamente con le pulsioni che agitano le persone. Soprattutto quando tali sentimenti appaiono difformi, se non opposti, al proprio sentire. Ci si ritrae, un po' infastiditi e spesso anche avviliti, se il confronto con il senso comune prevalente rimanda ostilità e rifiuto verso il proprio modo di essere e di pensare. Se ne capiscono anche le ragioni, politiche e culturali. Ma, ugualmente, di fronte a chi dice che la sinistra fa schifo, che il sindacato è inutile e che insomma è meglio vivere di ronde e veline piuttosto che pagare le tasse e mischiarsi con romeni e senegalesi, il riflesso è quello di offesa estraneità e la conseguenza è quella di uscire di scena. Consolandosi con qualche improperio contro Berlusconi e Bossi che hanno narcotizzato le coscienze e monopolizzato il consenso.

A che serve questa tiepida lezioncina? A confermare uno dei tanti vizi che a sinistra sembrano ineliminabili, e cioè che basta raccontarsela in una qualche forma analitica per spegnere le proprie dolorose inquietudini? Ma no, non è così, non è soltanto così. È anche per provare a superare questa crescente catatonia politica, che ci ha un po' contagiato tutti. Del resto, ritrovarsi a sinistra isolati e minoritari, nel passato ha avuto perfino risvolti tragici: è insomma successo tante volte e tante volte succederà ancora.

E quindi chiedersi cosa fare, come fare e soprattutto perché fare, continua ad avere un senso e molte ragioni.

Tra i vari luoghi comuni che ci diciamo, più per malinconia che per disappunto, è che la destra ha vinto prima sul terreno culturale e poi sul versante politico. Aggiungendo subito dopo che l'uso spregiudicato della televisione commerciale è stato lo strumento principale attraverso cui si è consumata la storica sconfitta dell'egemonia culturale della sinistra e determinata una progressiva passivizzazione sociale. Vero. Ma ciò che non si coglie (non si vuol cogliere) è che il successo di tale formula ha a che fare più con l'irruzione dei nuovi linguaggi culturali, con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione, che non con un destino avverso e malvagio. E la formuletta struttura/sovrastruttura (che oggi potremmo sintetizzare economia/cultura) non è più così scientificamente certa, e aiuta solo in parte a spiegare cosa sia successo lungo il transito da un secolo all'altro; un passaggio gestito da un capitale sempre meno manifatturiero e sempre più rarefatto, e forse proprio per questo attrezzato, oltreché abile, a comporre intorno a sé modelli sociali e contenuti simbolici.

È passato quasi un secolo da Benjamin (e mezzo secolo da Wharol) e stiamo ancora qui a stupirci se l'immaginario diffuso oggi si nutre in prevalenza di sottoprodotti culturali, se non di peggio. È stato inevitabile che la produzione artistica e culturale venisse riprodotta sempre più impoverita e sterilizzata, e poi veicolata da mezzi di comunicazione più immediati e più accessibili, che nel frattempo qualcuno s'era incaricato di accumulare. Fino a comporre un indistinto e promiscuo tessuto mediatico, dove tutto diventava uguale a tutto e tutto si teneva intorno a una regressiva ordinarietà. Disperdendo la qualità, indebolendo l'impatto: e pertanto formando un modello culturale modesto e soprattutto neutrale, che nel tempo è precipitato nella rinuncia a tutto ciò che alzava i toni, impegnava l'intelligenza, graffiava le coscienze, contrastava la stabilità emotiva, svelava l'inganno dell'auto-consolazione.

Al cuore della coscienza sociale

Ora, si può continuare ad agire la politica culturale rivendicando il proprio angoletto nel sottoportico della Rai, difendendo le postazioni ai vertici delle istituzioni culturali, rifugiandoci dietro la nobile produzione repertoriale e antologica, osando sempre meno sperimentazioni e innovazioni, chiedendo più finanziamenti per cinema, teatro, danza, ecc. E d'accordo, facciamolo pure. Ma l'impressione è che se non si torna a discutere, a ragionare, ad accapigliarsi perfino, nel cuore vivo della coscienza sociale, tra le persone in carne e ossa, non solo miglioreremmo solo di poco lo stato delle cose esistenti, ma non riusciremmo più ad afferrare quegli esili fili che ancora ci tengono legati ai cambiamenti sociali.

La sinistra non produce più immaginario. Appare stanca e anche un po' sgradevole. Ma certo se rinuncia a esprimersi dove farlo è più difficile, nelle piazze e per le vie, se non ha più la voglia e la forza di mettere su un palco e parlare con il linguaggio dell'espressività artistica, magari valorizzando quelle tante esperienze e soggettività che si agitano purtroppo invano nei territori e nelle metropoli, diventa francamente difficile sperare in una sua rinnovata capacità di attrazione politica e seduzione culturale.

Nel loro piccolo, le notti bianche dei Municipi romani non sono solo forme resistenziali o, peggio, retaggi nostalgici, ma contengono soprattutto un desiderio politico. Che speriamo venga raccolto. Arrivederci a domani.

Anticipiamo l’inizio del saggio di , "Politica della vergogna" (a cura di Edoardo Acotto), che esce oggi per nottetempo

Il 16 settembre 2007, il ministro degli Affari Esteri francese Bernard Kouchner avvertì che il mondo si sarebbe dovuto preparare a una guerra causata dal programma nucleare iraniano: "Dobbiamo prepararci al peggio, e il peggio è la guerra". Quest’affermazione, com’era prevedibile, fu causa di notevole scompiglio e di critiche rivolte a ciò che Sir John Holmes, a capo dell’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, definì "il contagio iracheno": dopo lo scandalo delle armi di distruzione di massa, agitate come pretesto per l’invasione, evocare analoghe minacce aveva perso per sempre ogni credibilità - perché dovremmo ancora credere agli Stati Uniti e ai loro alleati, se già siamo stati brutalmente ingannati?

C’è tuttavia un altro aspetto, molto più preoccupante, che riguarda il monito di Kouchner. Quando il presidente Sarkozy, appena eletto, nominò Bernard Kouchner, noto per i suoi orientamenti umanitari e politicamente vicino ai socialisti, a capo del Quai d’Orsay, persino alcuni oppositori di Sarkozy salutarono questa scelta come una piacevole sorpresa. Adesso il significato di questa nomina è chiaro: il ritorno in forza dell’ideologia dell’"umanismo militaristico" o anche "pacifismo militaristico". Il problema insito in quest’etichetta non è tanto che si tratta di un ossimoro che richiama alla mente lo slogan "la pace è guerra" di Orwell in 1984: la semplicistica posizione pacifista "più bombe e uccisioni non porteranno mai la pace" è illusoria; spesso è necessario combattere per la pace.

Il vero problema non è nemmeno che, come nel caso dell’Iraq, l’obiettivo è nuovamente scelto non certo sulla base di pure considerazioni morali, ma per interessi strategici, geopolitici ed economici non dichiarati. Il problema insito in un "umanismo militaristico" non risiede nel "militaristico" ma nell’"umanismo": poiché l’intervento militare è presentato come aiuto umanitario, giustificato direttamente da diritti umani depoliticizzati e universali, chiunque vi si opponga non solo prende le parti del nemico in un conflitto armato, ma compie una scelta criminale che lo esclude dalla comunità internazionale delle nazioni civilizzate.

Ecco perché, nel nuovo ordine mondiale, non abbiamo più guerre nel vecchio senso della parola, cioè conflitti regolari tra Stati sovrani in cui si applicano determinate convenzioni (il trattamento dei prigionieri, la proibizione di certe armi, ecc.). Ciò che resta sono "conflitti etnico-religiosi" che violano le regole dei diritti umani universali. Essi non contano come vere guerre e richiamano l’intervento "pacifista e umanitario" delle potenze occidentali: a maggior ragione nel caso di attacchi diretti agli Stati Uniti o ad altri rappresentanti del nuovo ordine mondiale, quando, di nuovo, non si ha a che fare con vere guerre, ma solo con "combattenti illegali" che resistono colpevolmente alle forze dell’ordine universale.

In questo caso, non è neanche possibile immaginare che un’organizzazione umanitaria neutrale, come la Croce Rossa, medi tra le parti in conflitto, organizzi lo scambio di prigionieri ecc.; una delle parti in conflitto (l’esercito mondiale guidato dagli Stati Uniti) già assume il ruolo della Croce Rossa: non percepisce se stesso come una delle parti in guerra, ma come un mediatore, un agente di pace e di ordine globale che annienta le agitazioni locali e particolaristiche elargendo, simultaneamente, aiuto umanitario alle "popolazioni locali".

Dunque, la domanda fondamentale è la seguente: CHI è questo "noi" in nome del quale parla Kouchner, chi vi è incluso e chi, invece, ne è escluso? Questo "noi" è veramente il "mondo", l’apolitica comunità "mondiale" dei popoli civilizzati che agiscono in nome dei diritti umani? Abbiamo avuto una risposta a questa domanda quattro giorni dopo, il 20 settembre, quando sette pescatori tunisini furono arrestati in Sicilia per aver commesso il crimine di salvare quarantaquattro migranti africani da morte certa per annegamento. Se saranno condannati per "favoreggiamento dell´immigrazione clandestina", dovranno trascorrere da uno a quindici anni in carcere. Il 7 agosto avevano gettato l’ancora su un banco di sabbia a trenta miglia a sud dell’isola di Lampedusa, vicino alla Sicilia, ed erano andati a dormire. Svegliati dalle grida, videro un gommone stipato di persone, tra cui donne e bambini in uno stato di estrema prostrazione fisica, scosso da forti marosi e sul punto di affondare. Il capitano prese la decisione di imbarcarli fino al più vicino porto dell´isola di Lampedusa, dove l’intero equipaggio fu arrestato.

Coloro che esprimono comprensione per questa misura si comportano allo stesso modo dei negazionisti dell’Olocausto quando devono giustificare le loro problematiche affermazioni: sostengono che gli accusatori sottraggono i provvedimenti presi al loro contesto; proprio in quanto problematici, dovrebbero essere inquadrati nelle condizioni specifiche e più ampie che li circondano. Ora, in che cosa consiste tale contesto? Evidentemente, nella paura della fortezza europea di essere invasa da milioni di rifugiati affamati: il vero obiettivo di quest´assurdo processo è dissuadere altri equipaggi dal fare lo stesso. Significativamente, non sono state intraprese azioni legali contro altri pescatori che, trovandosi in una situazione simile, hanno com´è noto allontanato i migranti a colpi di bastone lasciandoli affogare.

Ciò che è dimostrato da quest’incidente è che la nozione, dovuta a Giorgio Agamben, di homo sacer, cioè dell’escluso dall’ordine civile che può essere ucciso impunemente, opera a pieno regime nel mezzo di un’Europa che pretende di essere l’assoluto bastione dei diritti umani e dell’aiuto umanitario.

Come può accadere che, nel cuore di QUESTA Europa, quei pescatori tunisini che compiono semplicemente l´elementare dovere morale di salvare vite innocenti da morte certa siano chiamati in giudizio? Il capitano del peschereccio, Abdelkarim Bayoudh, ha dichiarato: "Sono contento di ciò che ho fatto". Noi, cittadini dell’Unione Europea, decisamente non dovremmo essere contenti di fare parte di un "noi" che include il tribunale di Lampedusa.

L’impasse in cui si trova la costituzione europea è un segnale del fatto che il progetto europeo è in questo momento in cerca della sua identità. Il dibattito viene generalmente dipinto come uno scontro tra i multiculturalisti liberali, che desiderano allargare i confini dell´Unione Europea alla Turchia e oltre, e i cristiani eurocentrici della linea dura, che esprimono dubbi sulla democraticità e il rispetto dei diritti umani all’interno dello stato turco. E se questo dibattito fosse quello sbagliato? Se facessimo meglio a restringere i confini e a ridefinire l’Europa in modo da escludere non la Turchia, ma il tribunale di Lampedusa? Forse è tempo di applicare all’Italia (o alla Polonia, o ad altri paesi...) gli stessi criteri con cui valutiamo la Turchia.

Se un cittadino dalla pelle non perfettamente candida aspirasse a incarichi politici in Italia, sarà meglio che ci ripensi. «Non vorrei tra cinque anni e un mese trovarmi un presidente abbronzato», ha dichiarato Roberto Calderoli l´altra sera a Treviso.

Il ministro leghista si era già distinto per un´analoga sortita nei confronti della sua concittadina italiana Rula Jebreal. Imitato dal presidente del Consiglio che rivolse la stessa «carineria» a Barack Obama. Tali affermazioni desterebbero scandalo se pronunciate da uomini di governo in qualsiasi altro paese occidentale. E delineano, all´interno della maggioranza di centrodestra, una spaccatura su principi della massima rilevanza per il futuro della nostra democrazia. Chi ha diritto a essere considerato italiano, e quali devono essere le procedure di ottenimento della cittadinanza?

La proposta di legge che divide la destra è stata presentata in Commissione Affari Costituzionali da Fabio Granata (Pdl) e da Andrea Sarubbi (Pd). Le modifiche mirano ad abbreviare da dieci a cinque anni il periodo di residenza continuativa necessario per ottenere il passaporto italiano a un immigrato che dimostri inoltre stabilità di reddito e una sufficiente conoscenza della lingua. Granata e Sarubbi propongono ancora che venga naturalizzato il minore nato in Italia da stranieri, se uno dei genitori vi soggiorna da cinque anni; così come il minore che abbia completato un percorso scolastico nel nostro paese.

Quando poi il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha ribadito la sua idea di attribuire il diritto di voto amministrativo agli stranieri residenti da almeno cinque anni sul territorio nazionale, Umberto Bossi ha reagito dandogli del «matto». Ma più pesante ancora giunge il no di Silvio Berlusconi a concedere la cittadinanza e il diritto di voto amministrativo agli stranieri: «Io difendo la sicurezza di tutti, evitando che la sinistra apra le frontiere, per poi concedere loro la cittadinanza e il diritto al voto, un subdolo stratagemma per garantirsi una futura preminenza elettorale».

È interessante notare che Berlusconi e Bossi non si limitano a definire prematura o frettolosa la revisione delle norme sulla cittadinanza. In più occasioni pubbliche questi leader della destra si sono dichiarati contrari all´idea stessa di una «società multietnica»; come testimonia anche la greve battuta di Calderoli sul pericolo di ritrovarci fra cinque anni e un mese con un «presidente abbronzato». Probabilmente non se ne rendono conto, ma con le loro parole stanno propugnando un ritorno all´indietro dai principi di cittadinanza così come li definì oltre due secoli fa la Rivoluzione Francese. Berlusconi e Bossi rigettano la teoria democratica secondo cui lo Stato-nazione è luogo di attuazione di diritti universali civili e politici. Da secoli a una nazione democratica non si appartiene più per mera discendenza, bensì per cittadinanza. Un passo avanti storico rispetto all´ideologia reazionaria Blut und Boden, «sangue e terra», perché la nazione non può venire ridotta al «pezzetto di terra dove si è nati e cresciuti» teorizzato da Justus Moser.

A furia di inseguire consensi promettendo «meno stranieri», Berlusconi e Bossi rifiutano l´idea che possano esserci «più italiani» e «nuovi italiani». La loro idea di italianità è ferma agli anni Trenta del secolo scorso: l´appartenenza razziale. Lungi dal farsi interpreti di un nuovo patriottismo, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dello Stato unitario, essi paventano come minacciosa l´eventualità che uno straniero possa diventare italiano se non per concessione arbitraria. La divergenza emersa all´interno della destra, quindi, non riguarda solo la volontà o meno di integrare gli stranieri residenti attraverso una politica lineare dei diritti e dei doveri. La prossima discussione parlamentare renderà manifeste due opposte nozioni di cittadinanza. Ma non facciamo finta che siano entrambe compatibili con una democrazia in cui vivono già quattro milioni di immigrati.



Questa volta è stata la stessa proprietaria e demolire il proprio salone (di circa 40 metri quadri) costruito senza licenza edilizia nella sua bella villa sull’Appia antica. A darne l’annuncio è stato lo stesso direttore dell’ufficio anti-abusivismo della Regione Massimo Miglio insieme al presidente dell'XI municipio Andrea Catarci. Aveva già ricevuto un primo avviso, ma dopo la demolizione a luglio della sopraelevazione della villa di Gaucci e neppure una settimana fa del parcheggio per 130 posti macchina a ridosso dell’ex villa di Silvana Mangano e Dino De Laurentiis, la proprietaria non ha aspettato le ruspe istituzionali.

E così ieri c’è stata la prima auto-demolizione. «Si registrano gli effetti della campagna di tutela del patrimonio ambientale, paesaggistico e storico della 'Regina Viarum'- afferma Andrea Catarci - che è stata lanciata dal Municipio XI in collaborazione con la Regione Lazio, la Sovrintendenza Statale e l’Ente Parco, con la prima auto-demolizione di costruzioni abusive». «Grazie all’importante opera di prevenzione e repressione del fenomeno dell’abusivismo edilizio portata avanti dal Municipio XI, anche senza disporre delle risorse economiche necessarie, sembra arrivare forte e chiaro - sottolinea Andrea Catarci con Massimo Miglio - il messaggio che non è e non sarà più possibile continuare impunemente a violare e ferire le aree di pregio come l’Appia Antica. Infatti, quest’oggi, un proprietario irregolare ha spontaneamente provveduto ad effettuare la demolizione dell'ampliamento abusivo».

Un’auto-demolizione che ha un duplice effetto: evita l’anticipo di risorse da parte del municipio e «innesca una presa di coscienza del problema da parte di chi si è macchiato dell’abuso». Il salone extra della villa faceva parte del gruppo di 15 situazioni già inserite nel cronoprogramma degli interventi da attuare da parte di Massimo Miglio, su un totale di 50 abusi che ufficio e municipio stanno studiando prima di intervenire.

E ieri, per essere sicuri che la proprietaria della villa eseguisse a dovere la demolizione, sul luogo sono andati sia Miglio che i vigili dell’XI gruppo, il personale della Guardia parco: «Invitiamo i proprietari irregolari a imitare l’esempio odierno - ha detto l’assessore all’Urbanistica dell’XI municipio Alberto Attanasio prima dell'intervento delle ruspe municipali».

Stiamo affrontando un tempo difficile in piena regressione culturale, radice e fondamento d’ogni cattiva politica. Pur sapendo quanto lunga sia la schiera dei detrattori dell’Illuminismo, ad esempio, mai mi sarei aspettato che, nel 2009, fosse definito "bieco", con un ritorno nello spirito e nel linguaggio all’invettiva contro Pio IX che Giuseppe Gioachino Belli mette in bocca al suo popolano romano, nostalgico del "papa morto", Gregorio XVI, "nun fuss’antro pe avé mess’in castello,/Senza pietà, cquela gginia futtuta", per aver imprigionato i biechi "giacubbini". Di quella ingombrante eredità – che continua a parlarci di libertà, eguaglianza e fraternità - bisogna liberarsi nel momento in cui i diritti fondamentali delle persone diventano l’offerta sacrificale per riguadagnare il favore della Chiesa, la libertà d’opinione appare intollerabile e, soprattutto, si insiste sull’investitura elettorale e sul favore dei sondaggi per riproporre un uso del potere della maggioranza che non tollera né limiti, né pudore.

In agosto, il Presidente della Cei aveva messo in evidenza i limiti del principio di maggioranza, al quale non dovrebbero essere sottomessi i valori. L’annuncio di questi giorni del presidente del Consiglio e dei suoi, invece, va nella direzione opposta, per il modo in cui si torna a parlare di testamento biologico, pillola Ru 486, insegnamento della religione, procreazione assistita, unioni di fatto. Sono questi i temi che la maggioranza annuncia di voler sottomettere a quella forza dei "numeri" dalla quale il cardinal Bagnasco, per un momento, sembrava aver allontanato la discussione sui valori. Una maggioranza prepotente proprio sui valori vuole di dire l’ultima parola, dando concretezza alla pretesa di trasformare le istituzioni nel veicolo di un’etica di Stato, nel braccio secolare di convinzioni religiose.

Al presidente del Consiglio vale la pena di ricordare un brano del discorso pronunciato da Aldo Moro nel 1974, all’indomani della sconfitta della Democrazia cristiana nel referendum sul divorzio, mettendo in guardia contro le forzature «con lo strumento della legge, con l’autorità del potere, al modo comune di intendere e disciplinare, in alcuni punti sensibili, i rapporti umani»; e si consigliava «di realizzare la difesa di principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale». Una posizione, questa, nella quale si rifletteva anche la consapevolezza dei limiti costituzionali all’ingerenza del legislatore nella vita delle persone.

Ma la questione della maggioranza e dei suoi poteri si pone anche in campi diversi, in primo luogo per la riforma dei regolamenti parlamentari che si annuncia come uno dei temi centrali della prossima stagione politica. Il Governo, fin dal primo giorno di questa legislatura, ha sistematicamente mortificato il Parlamento, usando la propria maggioranza per forzature continue, abusando del voto di fiducia, del decreto legge, dei maxiemendamenti. Ora si avanzano proposte di riforme regolamentari che dovrebbero almeno limitare questi abusi. Ma, considerandone i contenuti, si ha la sgradevole sensazione che, nella gran parte dei casi, si trasformino in procedure formali quelle che oggi sono forzature, spianando la strada al Governo anche con strumenti attinti alla parte più autoritaria (e oggi contestata) della costituzione gollista, come il voto "bloccato" che cancella gli emendamenti agli articoli delle leggi in discussione. In cambio, all’opposizione verrebbe concesso un ingannevole "statuto", che dovrebbe rafforzarne il ruolo. Ma si tratta di concessioni che la maggioranza può sempre vanificare appunto con la forza dei numeri. Ricordo, come ammonimento, quel che accadde diversi anni fa, quando una riduzione dei poteri dell’opposizione venne "compensata" con la concessione del parere di costituzionalità in sede di commissione parlamentare. Bene, maggioranze più o meno blindate hanno sempre dato via libera, a occhi chiusi, anche a provvedimenti di cui la incostituzionalità era evidente, e sarebbe stata poi dichiarata dalla Corte.

Mi auguro che l’opposizione se ne renda conto, e non si lasci intrappolare da questo diversivo, che avrebbe come unico effetto quello di rendere rispettabile ciò che oggi ha il carattere di una forzatura. Un diversivo doppiamente pericoloso, perché distoglie l’attenzione da quelli che oggi sono i veri punti critici di una riforma del Parlamento, non riducibile al solo superamento dell’attuale bicameralismo (che tuttavia, in tempi di prepotenze e di ignoranze, ha almeno reso più difficile qualche forzatura, come sta accadendo ad esempio per la legge sulle intercettazioni telefoniche). Da tempo scrivo che, con l’avvento della democrazia "continua", segnata da una presenza sempre più variegata e costante dei cittadini, dev’essere ripensato il rapporto tra il Parlamento e la società, dando così nuovi fondamenti sia al principio maggioritario che al rapporto tra maggioranza e opposizione. Molte sono le vie percorribili.

Rivitalizzare l’iniziativa legislativa popolare, prevedendo presenze dei promotori nell’esame parlamentare in commissioni e vincoli temporali per la discussione delle proposte. Cogliere l’indicazione del Trattato di Lisbona, che accompagna la democrazia rappresentativa appunto con il diritto di proposta da parte di un milione di cittadini europei. Sviluppare questa indicazione nel senso reso visibile dalla strategia di Barack Obama, che non ha ridotto il ricorso alle tecnologie della comunicazione alla logica del marketing politico, ma sta integrando la sfera della democrazia rappresentativa con quella delle reti sociali. Solo così è possibile una riforma che non sia un gioco sterile all’interno delle attuali istituzioni parlamentari.

Ma, per imboccare questa strada, è indispensabile uscire da una forma di schizofrenia che percorre la discussione politica. La forza delle cose ci mette di fronte alla concentrazione personale del potere, all’affossamento della separazione dei poteri, alla distruzione dei controlli, all’infeudamento del sistema della comunicazione, alla disunione del paese, in sintesi a quello che è stato chiamato lo sfascio dell’Italia. E, tuttavia, mai ci si pone una domanda, che pure dovrebbe essere ineludibile: come è potuto accadere, quali sono state le condizioni istituzionali che hanno contribuito a rendere possibile tutto questo? La domanda viene elusa perché esigerebbe una riflessione sul modo in cui è stato realizzato il passaggio dal sistema proporzionale a quello maggioritario. Una politica debole, incapace di immaginare il proprio futuro, si è consegnata ad una modellistica costituzionale che, a destra come a sinistra, esaltava il solo momento della decisione e per ciò scioglieva la maggioranza da ogni vincolo che non fosse il giudizio pronunciato dagli elettori alla fine della legislatura, aprendo la strada alla democrazia d’investitura e al potere personale.

Senza ammortizzatori costituzionali e senza le forme di mediazione fino a quel momento assicurate dai partiti di massa, la politica è fatalmente degenerata in conflitto personale, in scontri oligarchici, in una ricerca del consenso senza esclusione di colpi .

Non per nostalgie del passato, ma per fronteggiare il presente e costruire il futuro, abbiamo bisogno di questa consapevolezza. È venuto il momento di abbandonare l’ingegneria costituzionale e di tornare ad una politica costituzionale capace di riportare la maggioranza alla sua giusta funzione, in un quadro di principi che essa stessa non può violare.

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