Mancano pochi giorni all’anniversario della caduta del muro di Berlino. Ma, vent’anni dopo, l’entusiasmo non è più lo stesso. Anche se il 1989 ha segnato il nostro tempo. Perché quel muro marcava una divisione al tempo stesso geopolitica, economica, ideologica. Fra sistemi democratici e regimi comunisti, liberismo e dirigismo. Fra mercato e statalismo. La sua caduta ha prodotto effetti violenti. Anche da noi. In Italia. Il regime più socialista dell’Occidente. Visto l’intreccio fra economia, politica e stato. Il muro, in Italia, è crollato qualche anno dopo. Nel 1992. Ha seppellito la prima Repubblica. Il partito comunista più importante dell’Occidente costretto a cambiar nome, pelle e identità. I partiti di governo, spazzati via da Tangentopoli, ma anche dalla fine della rendita di posizione garantita dall’anticomunismo.
Vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, quindici anni dopo il crollo della prima Repubblica, l’emozione si è un po’ raffreddata. Non solo per effetto del tempo, della routine. È l’impressione che altri muri siano sorti al loro posto. Alcuni, negli stessi luoghi del passato. Anzitutto, il comunismo. In Italia non se n’è mai sentito parlare così tanto come da quando non c’è più. Comunisti. Tutti coloro che stanno a sinistra. Di Berlusconi. Anzi: tutti quelli che sono contro di lui. D’altronde, il suo successo politico si deve anche – e in buona misura – a questo. Aver tenuto vivo l’anticomunismo senza – e dopo – il comunismo. Al posto del muro di Berlino: il muro di Arcore. Per costringere l’elettorato di centrosinistra dentro gli stessi confini del Fronte Popolare nel 1948. Anche se da allora è cambiato tutto, nella politica e nella società. Proprio per questo, però, le passioni si scatenano – talora – più violente di prima. Perché non sono in gioco diverse idee della storia e del futuro. Ma stili di vita, opinioni, valori che riguardano la vita quotidiana. E al posto dei partiti ci sono le persone. I leader. Pubblico e privato: senza soluzione di continuità. Sotto gli occhi di tutti. Comunicati sui media. Per cui le differenze vengono ribadite, gridate. Scavano solchi profondi. Mentre ieri erano (auto) evidenti e riconosciute.
Il muro di Berlino. È crollato insieme allo statalismo e al trionfo del mercato e del privato. Ma oggi, dopo il disastro della finanza globale, in Occidente si assiste al ritorno dello Stato. Invocato dovunque e soprattutto in Italia. Per proteggere i settori sociali colpiti dalla crisi. Sempre più ampi. Ma reclamato anche dagli attori del mercato stesso. Gli imprenditori. Perfino le banche. Cosa farebbero senza il soccorso dello Stato?
E poi gli Stati nazionali. La fine del muro di Berlino ne annunciava la crisi. Insieme ai confini. Parallelamente al rafforzarsi di altre – e nuove – entità sovranazionali. Sono sempre lì. Evocati e invocati. Attenti a rivendicare la loro autorità. All’interno dei loro confini. Per quanto cambiati profondamente, rispetto a vent’anni fa. Si veda la "grande" Germania ri-unita. Così pronta a tutelare il proprio interesse nazionale.
Certo, il crollo del muro ha allargato ad Est le frontiere d’Europa. Ci ha avvicinati all’Oriente. E ha favorito il flusso di milioni di cittadini. Attraverso confini sempre più aperti. E noi, impauriti dal numero crescente degli immigrati: ci fingiamo "padroni a casa nostra". Invochiamo altri muri. Nuovi muri. Per terra e per mare. Ma, soprattutto, erigiamo nuovi confini davanti e intorno a noi. Preferiamo non vedere. Non confonderci. Con gli stranieri: che restino tali.
La caduta del muro di Berlino, vent’anni fa. Ha allungato la nostra storia recente. Ci ha ributtato indietro, ben oltre gli anni Ottanta. Fin dentro agli anni Settanta. Con cui non abbiamo mai saputo fare i conti. Così, quarant’anni dopo, abbiamo abbattuto anche il muro del Sessantotto. Liquidato senza rimpianto da molti critici. Talora, gli stessi protagonisti di quella stagione. Non ce n’era bisogno, in realtà. Il Sessantotto era già finito da tempo. Ma al suo posto è emerso l’antisessantottismo. Di chi invoca il ritorno dell’autorità perduta. Dei padri e dei professori. Delle istituzioni e dei valori della tradizione.
Nuovi muri. Che, paradossalmente, ridimensionano trasformazioni sociali e conquiste civili importanti, che parevano irreversibili. Basta pensare alla divisione di genere. Tante lotte e tante contestazioni. Nel privato e nel pubblico. Il femminismo. Le pari opportunità. Contro la segregazione femminile nelle carriere. Nel lavoro, nelle professioni. Contro l’immagine della donna-oggetto. Per ritrovarci, oggi, in un paese di veline. Dove le misure che contano, per le donne, non riguardano certo il quoziente intellettivo. Dove la sessualità è esibita come segno di potere. Usata come merce sui media. Dove si ironizza su Rosy Bindi, «più bella che intelligente». Neanche cinquant’anni fa…
Fra tanti nuovi muri che sorgono intorno a noi, solo uno pare definitivamente crollato. Quello fra le generazioni. Padri e figli. Professori e studenti. Anziani e giovani. Duro da scalare, per i ragazzi. Marcava il cambiamento. L’innovazione sociale. Oggi non c’è più. Perché i ventenni, nati nel 1989 (come il mio figlio maggiore), sono impegnati ad affrontare il loro eterno presente. Precari per definizione. In bilico. Senza passato e senza futuro. E senza territorio, vista la loro confidenza con le tecnologie della comunicazione ("Info-nauti", li hanno definiti nei giorni scorsi Luigi Ceccarini e Martina Di Pierdomenico su Repubblica.it). Mentre gli adulti latitano e i vecchi sono scomparsi. Vista l’ostinazione con cui insistiamo a dirci tutti – eternamente – giovani.
Così, vent’anni dopo, è difficile non cogliere un po’ di nostalgia. Del Muro. Quand’era uno solo. Visibile. A modo suo, rassicurante. Capace di separare il giusto dall’ingiusto e il bene dal male. Mentre oggi che è crollato – e il mondo è più largo e più aperto – incontriamo muri ovunque. Piccoli e invisibili. Siamo noi stessi a costruirli. Per bisogno di riconoscerci. Per paura di perderci. Per paura.
L’ex ministro Lunardi l’aveva depennata perché «inutile e pericolosa». L’ex presidente del Magistrato alle Acque si era rifiutata di firmare il progetto. Ma la diga foranea del Lido adesso rispunta. E il Comitato tecnico di magistratura l’ha «resuscitata» approvandola 7 anni dopo la bocciatura.
C’è un piccolo giallo dietro la nuova opera che il Consorzio Venezia Nuova si appresta a realizzare in mare, fuori della bocca di porto di Lido. Il progetto originario del Mose non prevedeva queste «opere complementari», dighe foranee in massi e calcestruzzo orientate a scirocco. Aggiunte nel 2002 su richiesta del Consiglio comunale, che intendeva così percorrere una sorta di strada alternativa al Mose, chiedendo la riduzione delle maree con il rialzo dei fondali e le cosiddette opere di «dissipazione». Le dighe dovevano servire infatti per ridurre l’entità della marea entrante e dunque le acque alte di almeno 4 centimetri. In realtà, dicono a Ca’ Farsetti, sono state realizzate come protezione delle conche di navigazione costruite a Malamocco e riducono le acque alte solo di 1 centimetro e 3 millimetri. Alla fine nel Comitatone del 2002, il ministro Lunardi aveva dichiarato che la diga al Lido non si sarebbe fatta. Perché non utile ai fini della salvaguardia e dannosa per l’ambiente come rilevato dagli studi dell’epoca. E si sarebbe invece attuato il terminal dei petroli in mare, primo passo per ridurre l’inquinamento e anche le profondità dei fondali in laguna.
La riga sul progetto della scogliera al Lido era stata sostituita da un tratteggio. Troppe le controindicazioni, soprattutto per la modifica delle correnti e l’erosione, che si temeva avrebbe potuto danneggiare i litorali. Ma i dubbi evidentemente sono stati superati, e il progetto è stato ora portato al Comitato dal presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta e approvato, pur con l’indicazione di verificare i dubbi espressi dal Comune sull’efficacia dello sbarramento.
Quasi ultimata la scogliera a Malamocco, in corso i lavori per quella di Chioggia, adesso rispunta anche la diga del Lido. 43 milioni di euro la spesa prevista, per realizzare circa un chilometro di barriera verso sud est. Una cifra consistente, soprattutto in periodi in cui non arrivano soldi per la manutenzione della città e Insula, la società del Comune che si occupa del restauro di rive, ponti e fondamenta, rischia la chiusura. Tagli anche ai fondi ordinari del Magistrato alle Acque e ai contributi per i restauri ai privati, fermi da anni. Che il Comune ha annunciato di reintrodurre se da Roma arriveranno i 29 milioni di euro promessi da un anno, necessari a proseguire le opere di manutenzione dell’intera città. I lavori del Mose intanto proseguono, finanziati nel 2009 con 1200 milioni di euro, in totale circa 3500 in sette anni sui 4700 previsti.
Uno dei quesiti messi in evidenza dalla sentenza della Corte costituzionale sul lodo Alfano è se il capo del governo sia, in Italia, un primus inter pares oppure un primus super pares . In nome della «costituzione formale» (il testo della costituzione vigente) la Corte ha ribadito che è un «primo tra pari». Ma in Italia viene invece diffusa l’idea che la costituzione formale sia oramai superata da una «costituzione materiale » per la quale Berlusconi incarna la volontà della maggioranza degli italiani; il che gli attribuisce il diritto, in nome del popolo, di scavalcare, occorrendo, la volontà degli organi che non sono eletti dal popolo (tra i quali la Corte costituzionale e il capo dello Stato). Ora, la distinzione tra costituzione formale e costituzione materiale, e cioè la prassi costituzionale, è una distinzione largamente accolta dalla dottrina. Ma si applica al caso in esame?
Precisiamo bene la tesi. Intemperanze verbali a parte, la tesi di fondo di Berlusconi è che lui ha il diritto di prevalere su tutti gli altri poteri dello Stato (questione di diritto), perché lui e soltanto lui è «eletto direttamente dal popolo» (questione di fatto). Va da sé che se l’asserzione di fatto è falsa, anche la tesi giuridica che ne deriva risulta infondata. Allora, Berlusconi è davvero un premier insediato «direttamente » dalla volontà popolare?
Per Ilvo Diamanti questa asserzione è «quantomeno dubbia» perché è smentita da tutti i dati dei quali disponiamo. Purtroppo è vero che sulla scheda elettorale viene indicato il nome del premier designato dai partiti (un colpo di mano che fu a suo tempo lasciato incautamente passare dal presidente Ciampi); ma il fatto resta che il voto viene dato ai partiti. Pertanto il voto per Berlusconi è in realtà soltanto il voto conseguito dal Pdl. Che ha ottenuto nel 2008 (cito Diamanti) «il 37,4% dei voti validi, ma il 35,9% dei votanti e il 28,9% degli aventi diritto. Insomma, intorno a un terzo del 'popolo'». Aggiungi che in questa maggiore minoranza (o maggioranza relativa) sono inclusi i voti di An, in buona parte ancora fedeli a Fini; e che se guardiamo agli anni precedenti FI non ha mai superato il 30%. Deve anche essere chiaro che il voto per FI, e ora per il Pdl, non equivale automaticamente ad un voto per Berlusconi. Una parte degli elettori di destra vota contro la sinistra, non necessariamente per Berlusconi. Fa una bella differenza.
Dunque la tesi del popolo che si identifica, quantomeno nella sua maggioranza assoluta di almeno il 51%, con un leader che vorrebbe onnipotente (o quasi), è di fatto falsa. Chi la sostiene è un imbroglione oppure un imbrogliato. E questa conclusione è dettata dai numeri.
Ciò fermato, torniamo alla costituzione materiale. In sede di Consulta gli avvocati di Berlusconi hanno sostenuto che per la costituzione vivente (come dicono gli inglesi) il principio che vale per Berlusconi è che sta «sopra », che è un primus super pares . E siccome è possibile che questa formula l’abbia inventata io in un libro del 1994, mi preme che non venga storpiata. Io l’ho usata per precisare la differenza tra parlamentarismo classico e la sua variante inglese e anche tedesca del premierato. Ma in Italia il fatto è che questa variante non è mai stata messa in pratica. E dunque in Italia non c’è differenza, a questo proposito, tra costituzione formale e costituzione materiale. Come dicevo, la tesi del premierato di Berlusconi voluto dal popolo è seppellita dai numeri. Sul punto, il punto è soltanto questo.
Bilancio coi buchi e finanza tossica
Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.
Milano, inverno 2010/2011: vaste aree della città, da Porta Garibaldi fino alla Fiera e alle aree periferiche, sono cantieri lasciati a metà e abbandonati al completo degrado. Il Comune, dopo la seconda ondata dello scoppio della bolla finanziaria e immobiliare, è rimasto praticamente senza fondi, ma in compenso ha debiti per centinaia di milioni di euro in seguito alla ennesima virata in negativo dei derivati di Albertini. Le banche della città, dopo decine di scambi “azioni a fronte del debito” per svariati miliardi con immobiliari fallimentari sono sprofondate in una voragine di passivi e sono quasi tutte chiuse. Dopo i nuovi tagli apportati dalla Gelmini-bis gli studenti vanno a scuola in classi di 100 alunni ciascuna per due ore al giorno nei soli mesi estivi (non ci sono fondi né per gli insegnanti né per il riscaldamento invernale). Nell’hinterland milanese non c’è ormai più una fabbrica aperta, ma politici e giornali riassicurano: anche questa volta il peggio della crisi è ormai passato. Per la città intanto si aggirano centinaia di camice verdi volontarie: la Lega le ha messe a disposizione dei propri colleghi di governo per proteggere i punti nevralgici del potere politico ed economico dalla rabbia dei cittadini diventati tutti, in base a un decreto padano, dei clandestini. Il sindaco da parte sua ribadisce che l’Expo 2015 si farà e stanzia gli ultimi 100.000 euro in contanti disponibili nelle casse comunali per un maxiconvegno intitolato: “Expo 2015: quali nuove scuse inventarci per produrre la prossima bolla?”… Fantascienza? Sì, ma non poi così irreale come potrebbe sembrare a prima vista. Gli ultimi sviluppi milanesi, e non solo quelli, vanno in una direzione che potrebbe avere esiti non poi così differenti da quelli dipinti sopra.
Cominciamo dal bilancio del comune e dalla bolla finanziaria che in alcuni punti è sull’orlo dello scoppio, in altri viene nuovamente gonfiata. Bilancio: da mesi alcune delle maggiori voci di entrata di Palazzo Marino, e più segnatamente gli oneri di urbanizzazione e gli introiti sulla pubblicità, stanno registrando forti cali, ai quali vanno ad aggiungersi gli effetti sulle casse del Comune della cancellazione della voce di entrata dell’Ici sulla prima casa, voluta dal governo Berlusconi. A luglio è stata messa a punto una prima manovra per tagliare circa 30 milioni dal bilancio comunale 2010. Ma in questi giorni sono arrivate notizie pesanti come macigni per il bilancio da approvare prima della fine di quest’anno. L’Ue ha comminato all’Italia una pesante multa, diventata definitiva, per le agevolazioni fiscali concesse alle ex aziende municipalizzate nei primi tre anni successivi alla loro privatizzazione. Ora le ex municipalizzate dovranno restituire le somme così accumulate in violazione delle normative europee. In particolare la A2A, società controllata dai Comuni di Milano e Brescia, dovrà restituire ben 200 milioni di euro e di conseguenza non sarà in grado di versare alle due municipalità i dividendi previsti. Il Comune di Milano dovrà pertanto tagliare dal bilancio gli 80 milioni di dividendi A2A previsti, una cifra enorme. E a ciò va aggiunto che quasi sicuramente il Comune non otterrà dividendi, a differenza degli anni passati, nemmeno dalla Sea, società di gestione aeroportuale gravemente colpita nei suoi conti dalla crisi di Malpensa. A queste cifre già da capogiro vanno poi ad aggiungersi i 18 milioni di buco della società comunale Zincar, gestita allegramente in assenza di controlli adeguati da parte di Palazzo Marino. Ma non è tutto, alcuni giorni fa è arrivata un’altra notizia pesantissima. Il governo centrale chiede al Comune di Milano di effettuare 380 milioni di tagli al bilancio nel triennio 2009-2011 per rispettare il patto di stabilità nazionale, una cifra enorme, tanto più se sommata agli altri buchi di bilancio. Il tutto si tradurrà inevitabilmente in drastici tagli ai servizi e agli investimenti: dopo anni di privatizzazioni e finanza allegra volute da loro e dai loro amici capitalisti, è un po’ come se gli amministratori ci stessero cantando in coro uno slogan popolare, ma di significato opposto, degli anni ‘70, “pagherete caro, pagherete tutto”. E stiamo già pagando cara anche l’Expo, nonostante finora non sia stato fatto nulla di nulla, a parte le operazioni di immagine, per l’evento previsto per il 2015. L’amministratore delegato di Expo 2015 S.p.A., Lucio Stanca (circa 450.000 euro/anno tra stipendio e bonus), a fine 2009 ha annunciato che la società avrà già un passivo di 11,6 milioni di euro e ha chiesto a Comune e Podestà di rimpinguarne subito le casse con 7,2 milioni di euro. Il secondo nicchia, il primo si dimostra subito disponibile. Dall’opposizione qualcuno fa osservare che magari Stanca potrebbe anche spiegare come sono stati spesi quei milioni. Ma è una domanda retorica: è noto a tutti che le lotte intestine per accaparrarsi poltrone costano sempre care ai cittadini. Che anche questa volta pagheranno caro, pagheranno tutto.
Al quadro generale vanno poi aggiunti i derivati del Comune e della Regione (si vedano in merito i nostri articoli Derivati e bilancio: le mani della finanza creativa su Milano e L’allegra Milano della bolla), riguardo ai quali non vi sono da registrare recenti novità, anche se le indagini della magistratura proseguono, ma che continuano a pendere su Milano e la regione come una pesantissima spada di Damocle fatta di centinaia di milioni di finanza tossica. A proposito di derivati va osservato che a livello internazionale si sta sempre più chiaramente profilando la formazione di una nuova bolla finanziaria, che va ad accavallarsi con quella precedente, ancora per la massima parte non smaltita. Milano, in quanto principale centro finanziario italiano, ne è pienamente coinvolta. All’argomento hanno dedicato una serie di articoli i quotidiani La Stampa e il Corriere della Sera. Nell’articolo pubblicato il 5 ottobre dalla Stampa, gli autori Luca Fornovo e Gianluca Paolucci rilevano che nel solo scorso mese di luglio le cartolarizzazioni a livello globale sono state di 49 miliardi di euro, contro i 54 miliardi del luglio 2008 (poco prima del crac Lehman) e i 51 miliardi del 2007 (alla vigilia della crisi dei subprime). Stanno riprendendo anche le emissioni dei tossicissimi Abs (asset backed securities, titoli garantiti da prestiti), come testimoniato dalle recenti emissioni miliardarie di Volkswagen, Tesco e Lloyds. Rincara la dose Federico Fubini sul Corriere della Sera: “già quadruplicato fra il 2003 e il 2008, il valore nominale dei derivati esistenti ha continuato a crescere dalla seconda metà del 2008 alla prima metà del 2009. I più diffusi, quelli sui tassi d’interesse, sono passati da un valore nominale di 403 mila miliardi nella seconda metà del 2008 a 414 mila miliardi alla fine di giugno del 2009. I “cds” [credit default swap] sono la sola classe di derivati in calo sul 2009, ma a un valore nominale di 31.223 miliardi di dollari (circa la metà del prodotto lordo della Terra). A metà 2009 l’ammontare totale dichiarato del nominale su derivati esistenti era a 445.312 mila miliardi di dollari, più o meno nove volte più del Pil del mondo (dopo essere sceso appena solo nella seconda metà del 2008). A copertura dai rischi sul petrolio, sui tassi o sulle valute, i derivati Otc vengono usati dal 94% delle imprese dell’indice Fortune 500, le più grandi del mondo in tutti i settori”. Gli Otc (over the counter) sono titoli “creati e venduti bilateralmente fra privati senza passare per una Borsa e i suoi strumenti di regolamento e compensazione delle transazioni”. Per questo nessuno in realtà sa quanti siano i derivati Otc in circolazione. E in fatto di cartolarizzazioni le banche italiane non rimangono indietro: nell’ultimo anno e fino a oggi hanno cartolarizzato poco meno di 100 miliardi di euro di mutui e altri crediti, con Unicredit (oltre 27 miliardi) e Intesa Sanpaolo (oltre 24 miliardi) in prima fila. Gli autori dell’articolo della Stampa così spiegano le caratteristiche che hanno oggi queste operazioni: “Prima i titoli emessi venivano venduti ad investitori istituzionali, che a loro volta li rimpacchettavano e li rivendevano in altre forme, all’infinito, con i risultati che abbiamo visto. Adesso è la banca stessa che li riacquista, per darli in garanzia alla Bce a fronte di nuova liquidità. [...] Nel momento in cui la Bce interrompesse il meccanismo, o questi titoli vanno sul mercato, agli investitori istituzionali, oppure ci sarà una nuova crisi di liquidità”. Oltretutto, “nessun può impedire che gli investitori istituzionali ‘reimpacchettino’ all’infinito quei mutui fino a ricreare i meccanismi che hanno portato alla moltiplicazione di liquidità non sostenuta dai depositi che ha messo in ginocchio la finanza”. Qualcuno osserva che i titoli emessi ora hanno un “rating elevato”, ma va sottolineato che da una parte anche in passato era così e che nulla è stato cambiato nei meccanismi, dimostratisi inefficaci, del rating e che dall’altra, come nota Elio Lannutti, dell’associazione dei consumatori Adusbef, “con la crisi che c’è parlare di prestiti di buona qualità appare un paradosso”. Ma arrivano a dare cedole anche dell’8%: l’importante è incassare ora senza curarsi della bolla che scoppierà, la stessa filosofia che ha portato alla crisi attuale.
Che l’attuale apparente “ripresina” sia pericolosamente gonfiata lo testimonia anche quanto constata ancora il Corriere della Sera: “continuano a crescere le insolvenze sui prestiti immobiliari, su quelli alle imprese e ai consumatori Usa, ma Jp Morgan ha appena dichiarato un utile netto sul trimestre di 3,6 miliardi di dollari: sette volte e mezzo più di un anno fa”. L’euforia attuale per quella che erroneamente viene interpretata come un’inversione di tendenza, viene smentita, oltre che da quanto abbiamo riferito sopra, anche da altri dati inquietanti: “giovedì scorso nella trimestrale di Citi sono spuntati otto miliardi di perdite sul credito. Venerdì Bank of America ha aggiunto 11 miliardi di cuscinetto contro svalutazioni future”. E secondo il Fondo Monetario Internazionale “il processo di riconoscimento delle perdite sul credito e sui titoli cartolarizzati non è ancora neanche a metà: secondo il Fondo le svalutazioni già effettuate dagli istituti sono di 1.300 miliardi di dollari, ma quelle da portare alla luce arriverebbero a 1.500″ e in due anni di crisi gli Usa hanno coperto appena il 60% del percorso, mentre l’Europa è messa addirittura molto peggio, con solo il 40%. Anche a livello italiano ci sono segnali preoccupanti. Come segnala La Stampa il 17 ottobre: “mercoledì scorso [14 ottobre] due emissioni del gruppo bancario Unicredit sono state messe ’sotto osservazione’ da parte di Moody’s, mentre erano già state declassate in maggio da Standard & Poor’s”. Se finora le cartolarizzazioni italiane hanno tenuto, ci sono però oggi segnali di un preoccupante rapido deterioramento. Per esempio, per una emissione da 1,68 miliardi di euro dell’ex Banca di Roma su immobili principalmente di Milano e Roma il tasso di default (insolvenza) è passato dallo 0,62% del gennaio 2008 al 2,74% di fine anno, per salire al 3,20% nel primo trimestre di quest’anno e al 3,4% a luglio. A fronte di questo rapido crescere del tasso d’insolvenza c’è un’altrettanto preoccupante riduzione del fondo di garanzia, che serve a coprire i mancati pagamenti, calato a 12,2 milioni rispetto ai 37,2 del suo target. Per tornare alla bolla globale, invece, va registrato il caso della Cina, la cui ripresa artificialmente gonfiata è in larga parte alla base dei piccoli segni di miglioramento, o piuttosto di freno della caduta, registrati negli ultimissimi mesi dall’economia globale. Il Sole 24 Ore del 16 ottobre richiama l’attenzione sul fatto che nei primi nove mesi dell’anno le banche cinesi hanno messo in circolazione la cifra astronomica di 1.270 miliardi di dollari, “finiti in larga parte sui listini azionari e sul mercato immobiliare gonfiandone le quotazioni”. Il settore immobiliare assorbe ormai il 20% degli investimenti interni del paese e le vendite di case nei primi nove mesi hanno fatto registrare un balzo enorme del 73,4%, con un aumento dei prezzi dell’11% su base annua. Tutti sintomi identici a quelli che hanno portato al recente e non ancora esaurito scoppio della bolla globale.
C’è un altro aspetto particolarmente preoccupante, quello delle crisi di aziende insolvibili, che vengono risolte mediante complessi piani che hanno come esito quello di uno scambio dei debiti con una partecipazione azionaria da parte delle banche creditrici (lo abbiamo già visto nel caso Risanamento in L’allegra Milano della bolla) o l’emissione di maxiprestiti obbligazionari per coprire i debiti in scadenza (cioè apertura di nuovi debiti per coprire vecchi debiti in presenza di una situazione di insolvenza!). In entrambi i casi si ha un ulteriore e ingente invischiamento diretto delle grandi banche in situazioni sull’orlo del crack, con il conseguente aumento del rischio complessivo per il sistema finanziario. Vale la pena di citare a tale proposito il caso di Telco, la società “cassaforte” che controlla il 24,5% di Telecom Italia e che entro tre mesi dovrà restituire 2,6 miliardi di euro di debiti. Ad aprile Telco ha chiuso i conti con 1,66 miliardi di euro di perdita (anche in conseguenza della svalutazione della partecipazione in Telecom Italia) ed è stata costretta a coprirla abbattendo il capitale nonché azzerando le riserve patrimoniali, con la conseguenza che non dispone di risorse per rimborsare i 2,6 miliardi di euro di debiti. Per risolvere la situazione le strade (alternative al fallimento) sono due: o un costoso aumento di capitale, o l’emissione di un maxibond. Secondo il Corriere della Sera si starebbe optando per la seconda soluzione. Gli azionisti di Telco coinvolti nella più che complessa situazione sono due banche, Intesa e Mediobanca, un’assicuratrice, Generali, e due grandi aziende, Benetton e la spagnola Telefonica.
C’è poi un altro maxibond di cui è il caso di parlare, quello da 1 miliardo di dollari fatto sequestrare dalla magistratura milanese. Era stato emesso da una società inglese costituita appena il giorno prima dell’emissione stessa e dal capitale dichiarato di 50 miliardi di sterline, di cui però solo due versate (non due miliardi, ma due [2] sterline!). Una banca vera e “primaria” come il Credit Suisse lo aveva trasmesso a un’altra banca altrettanto vera, la Banca Mediolanum, e, come scrive il Corriere della Sera: “sarebbe potuto essere usato come robusta garanzia per ottenere dalle banche ingenti finanziamenti, o come sponda per negoziare altre operazioni”. Un altro sintomo di come la finanza tossica sia ancora viva e vegeta e trovi facili canali nel circuito bancario. E un episodio inquietante che va ad aggiungersi a quello misterioso del sequestro di obbligazioni per 131 miliardi di dollari (forse false, ma la vicenda non è ancora stata chiarita ed è oggetto di svariate teorie cospirazioniste) sequestrati a giugno a Chiasso a due giapponesi e a quello altrettanto misterioso del sequestro di bond americani per 180 miliardi di dollari sequestrato in agosto a Malpensa a due filippini, cifre in grado di provocare un terremoto nella finanza globale (si veda il relativo articolo del Corriere della Sera).
CityLife e la crisi del binomio finanza-mattone; Valutazioni sospette; I problemi finanziari di Pedemontana e quelli di Pirelli Re; I grattacieli portano sfiga
Un viaggio in più puntate nella bolla milanese che deve ancora scoppiare: dal bilancio del Comune, ai derivati e al contesto di nuova bolla finanziaria che incombe a livello internazionale, per passare poi ai grandi progetti edilizi in crisi, agli intrecci finanza-mattone e alle bolle prossime e venture del cemento e degli aeroporti.
DAL FLOP…
Doveva essere “il sogno nel cielo di Milano”, anche se a chi non è un cultore dell’architettura bollaiola faceva piuttosto pensare a un incubo avvolto dallo smog della città. Ma la Torre delle Arti, 24 piani di cemento per 96 metri di altezza, affiancati da due edifici più bassi, non si farà. Secondo i progetti originari doveva essere terminata entro il 2010 in via Principe Eugenio, una residenza di extralusso alla cui realizzazione avrebbero dovuto contribuire anche noti artisti, ma da dieci mesi il cantiere era fermo. E’ scoppiata la bolla e per il fondo immobiliare australiano Babcock & Brown, attualmente in amministrazione controllata (e “con rapporti molto stretti con il gruppo assicurativo Generali”, scrive Repubblica), i 70 milioni di euro di investimento sono evidentemente ormai senza prospettiva di rendita adeguata. Al posto dei 20.000 mq per 140 appartamenti di lusso che si intendeva vendere a 10.000 euro al mq per ora rimane solo un enorme buco. Si tratta del primo rilevante progetto immobiliare milanese che dà completamente forfait dopo lo scoppio della bolla ed è una pessima notizia per gli speculatori immobiliari, perché potrebbe essere un primo caso seguito da altri e ben peggiori naufragi. E i sintomi di uno stato di profonda malattia del settore sono davvero tanti e preoccupanti.
…AL CRACK?
Solo alcuni giorni dopo questo annuncio il Tribunale di Milano rimandava la decisione su un eventuale dichiarazione di fallimento per la Risanamento di Luigi Zunino (probabilmente verrà presa verso metà novembre). La fragilità dell’operazione di salvataggio prevista dalle banche (si veda per i dettagli L’allegra Milano della bolla) è testimoniata tra le altre cose da un nuovo sviluppo e più precisamente dal fatto che prima dell’ultima udienza queste ultime abbiano dovuto aggiungere al loro piano una nuova linea di credito di 76 milioni per i problemi dell’immobiliare milanese con l’Agenzia delle entrate. I pm hanno inoltre contestato che una quota non indifferente del valore dell’operazione di salvataggio delle banche andrebbe a finire in commissioni, parcelle, oneri vari, e non nelle casse della Risanamento. Da parte loro i legali delle banche vanno all’attacco con argomenti che paiono minacciosi: il fallimento della società costituirebbe il “dissesto più grave dopo Parmalat, con conseguenze gravissime in termini di costo sociale e sul comportamento delle istituzioni finanziarie chiamate a risolvere numerose le crisi di impresa”. Non hanno tutti i torti e lo testimonia indirettamente il fatto che nel giro di una sola settimana nuove nubi si sono addensate su Risanamento e Zunino. La Stampa il 24 ottobre rileva che il fisco ha contestato alla società una serie di irregolarità contabili per 12 milioni, e che se le banche italiane creditrici spingono per il piano, meno entusiaste sembrerebbero quelle estere (che vantano crediti per oltre 170 milioni di euro), mentre Pirelli Re ha fatto partire un decreto ingiuntivo nei confronti di Risanamento per 2 milioni di euro di credito mai onorato. Sulle pagine del Corriere Economia il giornalista Jacopo Tondelli formula alcune osservazioni su quello che è uno dei pilastri del piano di salvataggio delle banche, cioè la vendita delle aree Falck di Sesto San Giovanni, sulle quali era prevista la realizzazione di un progetto da 5 miliardi di euro: “per passare dalla carta al cantiere, bisogna poter contare su cinque miliardi in cinque anni. ‘Cifre,’, secondo protagonisti del mercato immobiliare milanese, ‘che oggi risultano fantascientifiche e che erano sostenibili sia in termini di investimenti che in termini di prezzi offerti al mercato solo quando il mattone era ai massimi’”.
Il rischio è che l’operazione si dilati di anni. Come se non bastasse, negli ultimi giorni sulla testa di Risanamento è caduto il mattone dell’arresto di Giuseppe Grossi (si veda in merito il nostro articolo Casei Gerola: la speculazione al posto della produzione) nell’ambito di un’inchiesta partita con le indagini sulle fatture gonfiate per la bonifica del quartiere di Santa Giulia. Risulta sotto inchiesta anche lo stesso Luigi Zunino per una (finora presunta) appropriazione indebita di 1 milione di euro della società. Indagine che preoccupa in modo particolare le banche creditrici perché potrebbe incidere sulla decisione dei giudici in merito all’eventuale fallimento. Per loro ora, scrive la Stampa, “la parola d’ordine è quella di allontanare il più possibile la figura di Zunino da Risanamento. Operazione non facilissima anche perché [...] il piano di ristrutturazione prevede che Zunino resti azionista con una quota anche superiore al 20%. Quota che solo in un secondo tempo potrebbe passare in altre mani grazie alla liquidazione delle tre holding dell’immobiliarista”. Ci si mette poi anche Il Sole 24 Ore, che pubblica prima un articolo (“Quell’asse tra Panama e il Lussemburgo”) sul sistema di società personali di Zunino e della moglie e con perno tra Panama e il Lussemburgo, “scomparse” quando la capogruppo dell’immobiliarista, la società off-shore Domus Fin, nel 2006 è diventata una società di diritto italiano con il nome di Zunino Investimenti Italia, e poi un impietoso, ma davvero ottimo, articolo di Marco Alfieri (“I sogni infranti della old new town”) sul progetto fallimentare di Santa Giulia, anch’esso un pilastro del piano di salvataggi delle banche, un articolo che vi consigliamo caldamente di leggere per avere un’immagine concreta delle cause e, soprattutto, delle conseguenze della bolla immobiliare milanese.
IL NODO CITYLIFE
Alle sempre più evidenti difficoltà di CityLife, uno dei maggiori progetti edilizi di Milano, avevamo già accennato di recente. Visti gli ultimi sviluppi nel settore immobiliare vale la pena di ripercorrere in poche righe la storia di questo progetto, con particolare riferimento alle origini delle attuali difficoltà. La gara per la realizzazione del progetto sull’area dell’ex Fiera di Milano è stata vinta nel 2004 da una cordata formata da Generali, Ras (ora Allianz), Immobiliare Lombarda (Ligresti) e Gruppo Lamaro. A fronte della vendita dell’area alla cordata che ha preso il nome di CityLife, la Fiera Milano SpA preventivava di ottenere 200-250 milioni di euro. Alla fine si è giunti a un prezzo che quasi tutti gli osservatori hanno giudicato gonfiatissimo, 530 milioni di euro. Rispetto al progetto originario è però stata successivamente approvata una variante che ha ampiamente aumentato il valore dell’operazione CityLife: l’indice di edificabilità di zona è stato portato dallo 0,65 mq/mq vigente in tutta la città a 1,15 mq/mq. Sulla superficie utile di 366.000 mq si riverseranno circa 900.000 metri cubi tra residenziale extralusso e commerciale, con tre grattacieli alti fino a 204 metri. La data prevista per il completamento è quella fatidica del 2014-2015 (per materiali sulla storia del progetto CityLife si vedano le ricche e aggiornate rassegne stampa dell’Associazione Vivi e progetta un’altra Milano e del Comitato Residentifiera). E’ da tempo che il progetto CityLife evidenzia criticità. Nel giugno del 2007 la Banca d’Italia aveva contattato i maggiori gruppi bancari italiani cercando di riportarli all’ordine: i finanziamenti immobiliari non avrebbero dovuto superare il 70% del valore del rispettivo progetto. CityLife ha sempre viaggiato sull’80%, Garibaldi-Repubblica sul 75%-85%. Ma l’avvertimento della Banca d’Italia era solo una moral suasion priva di vincoli obbligatori: i risultati li si vedono oggi. E non a caso il Sole 24 Ore nello stesso anno scriveva che “lo sviluppo immobiliare di Milano riproduce il bancocentrismo dell’industria italiana” e in un altro articolo notava che “le iniziative in corso rischiano di arrivare sul mercato in tempi ravvicinati e di creare eccesso di offerta”.
Nello stesso 2007 ci sono state le dimissioni di Ugo Debernardi da presidente di CityLife, in merito alle quali il Sole 24 Ore scriveva: “Il motivo? Diversità di vedute con Salvatore Ligresti: la sensazione è che CityLife abbia costi enormi dai quali bisognerà rientrare in fase di vendita”. Prosegue il giornale: “Ora, secondo indiscrezioni, il progetto originario si starebbe rilevando più costoso del previsto [...], lo stesso Salvatore Ligresti avrebbe rilevato che spese troppo elevate potrebbero essere un boomerang. In particolare, l’innalzamento del costo per metro quadrato potrebbe rendere difficile la successiva vendita sul mercato. [...] Il progetto iniziale non è modificabile. Infatti proprio in virtù del piano architettonico presentato, il raggruppamento CityLife aveva battuto Pirelli e Risanamento con un’offerta di 523 milioni di euro economicamente più elevata dell’8% rispetto ai contendenti”. Riassumendo: già più di due anni fa erano in molti a rilevare che si trattava di un’operazione con una leva finanziaria enorme, altamente rischiosa e vulnerabile di fronte all’andamento della finanza globale. I nodi ora stanno venendo al pettine. Ne scrive nei dettagli Vittorio Malagutti su L’Espresso del 22 ottobre, giungendo a dire che CityLife “rischia di essere ridimensionato se non addirittura di naufragare”. Come abbiamo già riferito, i costi del progetto sono lievitati dai 1,7 miliardi iniziali a 2,1 miliardi. L’unica che mostrerebbe qualche disponibilità a mettere mano al portafoglio per coprire la differenza è Generali. Non così Allianz, e tantomeno Ligresti e la Lamaro della famiglia Toti. Secondo L’Espresso questi ultimi due sarebbero addirittura pronti a vendere le quote, ma non riuscirebbero a trovare compratori.
Le banche finanziatrici sarebbero altrettanto renitenti, a cominciare dai tedeschi di EuroHypo, già pieni di problemi a casa loro, fino a Intesa Sanpaolo e Unicredit, già altamente esposte al potenziale crack di Zunino. L’Espresso cita a tale proposito un verbale del consiglio di amministrazione di Generali Properties: “Dal giugno 2008 le banche finanziatrici hanno sospeso l’erogazione del finanziamento (a CityLife, ndr) e non si sono rese disponibili a finanziare l’importo finanziato pur a fronte delle modifiche intervenute sul progetto” e ipotizza un compromesso, “le banche sarebbero pronte a sbloccare i finanziamenti rilevando anche la quota dei tedeschi in uscita. Il fabbisogno finanziario, però, dovrà essere rivisto al ribasso e quindi è facile prevedere che CityLife verrà ridimensionata”. Ma c’è ancora dell’altro. Nonostante i responsabili del progetto si mostrino ottimisti, a fine settembre di quest’anno erano stati stipulati compromessi solo per 45 sulle 300 residenze già messe in vendita, su un totale di oltre mille che verranno realizzate, senza contare che poi bisognerà vendere anche il commerciale e il terziario. E più si tarda, più bisogna pagare interessi sugli enormi prestiti contratti, senza coprirli con gli introiti delle vendite. Abbiamo quindi molti dei sintomi che hanno preceduto il precipitare della situazione di Risanamento: problemi di finanziamento, costosissimi ritardi, sempre maggiore esposizione delle banche creditrici alla bolla immobiliare.
I GRATTACAPI DI DON SALVATORE E I FONDI POCO TRASPARENTI
Come abbiamo già scritto in precedenza (Cemento sul piede di guerra), l’impero immobiliare e finanziario di Salvatore Ligresti dà preoccupanti segni di scricchiolio. Tra debiti non rimborsati alla scadenza, società come Sinergia (la “cassaforte” del gruppo) e Imco con perdite in aumento e debiti in rapida ascesa, i problemi sono davvero molti. Insomma, come scrive Milano Finanza, “una situazione reddituale che a partire dal 2008 si è andata appannando”. E così il peso massimo del gruppo Ligresti, cioè la FonSai, ha deciso la cessione di immobili situati a Milano, Torino e Firenze per un valore di perizia di 523 milioni di euro e un valore di libro di 340 milioni, mediante il loro conferimento a un fondo immobiliare che verrà costituito appositamente, il Fondo Rho. Tramite un complesso giro di finanziamenti bancari, accollamenti di debiti, conferimenti immobiliari e altro ancora, il gruppo Ligresti dovrebbe trarre risorse liquide per 339 milioni di euro, di cui 215 milioni di rivenienti dal debito bancario e 123 milioni dal collocamento delle quote. Nulla cambia nella sostanza, ma l’alchimia finanziaria produce “liquidità” e, lo notiamo ancora una volta, le banche rimangono esposte. Abbiamo citato a proposito degli immobili del gruppo Ligresti il termine “valore di perizia“. Si tratta di un termine alquanto imbarazzante in questo momento, soprattutto se riferito ai fondi immobiliari (cioè fondi aperti ai piccoli investitori o chiusi e riservati agli investitori istituzionali, che permettono di investire indirettamente in immobili gestiti da apposite società come se fossero normali prodotti finanziari). La Consob, l’organo che tutela tra le altre cose la trasparenza del mercato mobiliare italiano, ha adottato recentemente un position paper in cui richiama l’attenzione su numerosi aspetti preoccupanti dei rapporti tra fondi e periti che effettuano le valutazioni. Scrive il Sole 24 Ore del 17 ottobre: “a partire da giugno 2008 vi è stata una progressiva flessione dei principali indicatori [del valore degli immobili]. Flessione, spiegano in Consob, che invece non si ritrova nei rendiconti al 31 dicembre 2008 dei fondi immobiliari italiani, i cui valori sono rimasti in linea con il 2007. [...] Una rigidità nell’adeguarsi al mercato quanto meno strana. Eppure i gestori sanno bene ciò che sta avvenendo nel mondo del mattone (Risanamento insegna)”.
Inoltre la Consob ha constatato che addirittura l’81% delle perizie vengono effettuate da due sole società, la CB Richard Ellis e la Reag. Tali società, che oltre ad agire come periti forniscono anche consulenze per la compravendita, traggono i loro guadagni non tanto dalle attività di perizia, quanto essenzialmente dalle percentuali sui valori di compravendita suggeriti. La Consob rileva che vi è un potenziale conflitto di interessi nell’esercizio contemporaneo delle due attività. Milano Finanza del 13 ottobre scrive poi che la Consob “lamenta che le metodologie adottate [dalle società di valutazione] non consentono di ricostruire il processo speculativo: le scelte non sono argomentate, il tasso di attualizzazione non indica le componenti di rischio e i prezzi di riferimento non sono noti” e osserva che deve essere evitato, “come accaduto, di indicare per esempio immobili vuoti per pieni”! Per riassumere: vi è una pressoché totale mancanza di controlli effettivi sui valori di perizia degli immobili con la conseguente loro scarsa credibilità, un altro elemento che potrebbe ulteriormente alimentare la nuova bolla in corso. Non è un caso che, come riferisce Milano Finanza del 17 ottobre, nonostante l’attuale situazione di grave crisi i fondi immobiliari chiusi abbiano registrato a fine settembre forti rialzi che li hanno riportati agli “stessi livelli dell’estate 2008 prima che si verificasse il fallimento di Lehman Brothers”.
PROBLEMI FINANZIARI ANCHE PER LA PEDEMONTANA
Aria di problemi anche per la Pedemontana, la megautostrada lombarda i cui costi stimati sono già lievitati da 3 a oltre 4 miliardi di euro (l’opera rientra nell’elenco delle opere connesse a Expo 2015) e il cui progetto di realizzazione è gestito dalla società Pedemontana Lombarda, controllata al 68% dalla Provincia di Milano tramite la società Serravalle e per il 26% da Intesa Sanpaolo tramite la Biis. Dopo l’arrivo di Guido Podestà alla guida della Provincia di Milano i vertici di Pedemontana sono stati azzerati, l’ad delegato Fabio Terragni, uomo di Filippo Penati, è stato rimosso dal proprio incarico, e sono stati nominati nuovi vertici più vicini alla destra. Ma i problemi ai quali accennavamo non sono questi e sono in realtà molto più preoccupanti. E’ stata infatti effettuata recentemente, prima da Deloitte&Touche e poi da Kpmg, un’analisi del piano economico-finanziario per la realizzazione dell’autostrada che dovrebbe partire tra pochi mesi, nel marzo 2010, e sono emerse “alcune criticità”. Citiamo a proposito il Sole 24 Ore del 18 ottobre: “Il piano a oggi non sarebbe bancabile, ovvero le banche non lo finanzierebbero. Tra i punti critici principali: la valutazione dei rischi di costruzione, che non terrebbe conto del fatto che i costi di realizzazione potrebbero essere maggiori del previsto (si parla di un miliardo in più); i rischi legati al nuovo sistema di riscossione pedaggi introdotto (senza barriere, dunque con potenziali mancati incassi sul pedaggio che richiederebbero di prevedere nel piano tassi di non riscosso maggiori di quelli programmati); le garanzie sul valore di subentro, ovvero l’entità dell’indennizzo che il concessionario riceverebbe qualora, a scadenza della concessione, non avesse ammortizzato tutti i lavori. [...] E’ difficile che le complesse alchimie del piano possano essere risolte a breve per far approdare la convenzione di Pedemontana al Cipe”.
Nel frattempo ci dovrebbe essere un aumento dell’esposizione delle banche al progetto: Serravalle cederà il 30% del capitale di Pedemontana Lombarda e tra i candidati in lizza vi sarebbero Unicredit, Bpm, Bnp Paribas e Santander. Le criticità di Pedemontana, quindi, assomigliano in parte a quelli di CityLife: problemi di finanziamento, insufficiente messa in conto dei rischi, banche sempre più esposte a questi ultimi. Colpisce in particolare il fatto che Intesa Sanpaolo sia esposta in prima linea a quasi tutte le situazioni di rischio che abbiamo affrontato in questo viaggio nella nuova bolla, e cioè Risanamento, CityLife e Pedemontana.
QUALCHE ALTRA CILIEGINA SULLA TORTA
Va rilevata anche la posizione della Pirelli e in particolare del suo ramo immobiliare, rappresentato da Pirelli Re che, lo ricordiamo, si ritrovava a fine 2008 con 195 milioni di perdita in bilancio e le cui azioni hanno subito un tracollo dopo lo scoppio della bolla (o meglio, della prima fase dello scoppio della bolla), si veda a proposito “La parabola di Pirelli Re”, pubblicato da Repubblica il 20 aprile scorso. Il primo semestre 2009 non ha migliorato le cose: si è chiuso con una perdita di oltre 42 milioni, ricavi in calo, indebitamento netto di 430 milioni di euro. Per porre rimedio alla situazione è stato effettuato un aumento di capitale di 400 milioni ed è stato siglato un accordo con un pool di banche (tra cui Unicredit e Intesa Sanpaolo) per una ristrutturazione delle linee di credito da svariate centinaia di milioni che ha fornito ossigeno (la situazione era [è] davvero preoccupante, tanto che il 31 luglio scorso il Corriere della Sera scriveva: “È chiaro che il braccio immobiliare della Bicocca, oggi che il trading e la rotazione del portafoglio real estate sono pressoché bloccati, non ha la cassa per coprire tutte le scadenze [di rimborso dei prestiti]“). Inoltre Intesa Sanpaolo (sempre lei!) è già entrata come socio al 5% e aumenterà la sua quota al 10%. Intanto a Milano è stata siglata una delle maggiori operazioni immobiliari dell’anno. Il Maciachini Center (86.000 mq, ma è un progetto che va ancora portato a termine nel suo complesso) è stato acquistato da Generali Immobiliare per 300 milioni di euro, una delle maggiori operazioni del settore in Europa e la maggiore in Italia in questo 2009.
Generali, lo ricordiamo, è già esposta a CityLife. A livello nazionale c’è da rilevare la moratoria sui mutui annunciata dalle banche italiane. Una mossa strombazzata dai media come una testimonianza della responsabilità sociale degli istituti finanziari italiani. Per chi conosce bene le banche si tratta di una spiegazione poco credibile. I veri motivi li spiega con chiarezza Luca Fornovo sulla Stampa del 22 ottobre: la moratoria è uno strumento che può essere di grande aiuto alle banche perché evita loro di dovere mettere a bilancio prestiti non rimborsati e di creare maggiori accantonamenti per le relative sofferenze. Non a caso proprio in questi giorni l’Associazione bancaria italiana “ha annunciato che per effetto della recessione continua a peggiorare la qualità del credito. A fine agosto le sofferenze lorde delle banche italiane hanno raggiunto quasi 52 miliardi di euro, oltre 12 miliardi in più rispetto a novembre 2008, quando avevano raggiunto il valore più basso degli ultimi anni”. Secondo altri esperti citati da Fornovo, quest’anno i conti economici delle banche saranno inoltre gravati da 8 miliardi di utili in meno a causa dei maggiori accantonamenti. “Secondo stime prudenti degli esperti”, scrive Fornovo, “il beneficio della moratoria dei mutui potrebbe tradursi per le banche in minori accantonamenti per 150-200 milioni. C’è poi un terzo piccione da prendere [con la singola fava della moratoria]. La moratoria potrebbe servire anche a limitare i pignoramenti delle case ed evitare una caduta del mercato immobiliare in Italia come è avvenuto negli Stati Uniti, dove c’è stato un vero e proprio crollo, dopo il boom delle confische di immobili”. La moratoria non è quindi un gesto filantropico, quanto piuttosto una mossa studiata dalle banche per mettere una pezza alla loro difficile situazione, ed è anche un segno di quanto ancora si temano gli effetti dello scoppio della bolla.
E PER FINIRE…
Dopo avere parlato tanto di mattone e finanza, chiudiamo con una piccola nota di storia dell’architettura: i grattacieli, per dirla un po’ volgarmente, portano sfiga. Lo ha rilevato, seppure con uno stile elegantemente britannico, il Financial Times, constatando che durante gli ultimi cento anni nei periodi immediatamente precedenti alle crisi economiche vi è sempre e regolarmente stato un boom dei grattacieli. Mentre tra gli anni venti e gli anni trenta la torre della Chrysler e l’Empire State Building lottavano per diventare l’edificio più alto del mondo, intorno a loro l’economia crollava. Il World Trade Center è stato completato quando nel mondo iniziava il pesante periodo della stagflazione. In Malaysia, le due enormi Petronas Towers sono state terminate nel 1997, quando si è verificato il crollo dei mercati asiatici. Negli ultimi anni a Londra è stata pianificata la costruzione di decine di grandi torri e, puntuale, è spuntata la crisi. Non osiamo immaginarci, aggiungiamo noi, cosa si debba attendere Milano con i suoi folli progetti di grattacieli di ogni forma, dalla fallica nuova sede della Regione di Formigoni, fino al beffardo Bosco verticale di Garibaldi-Repubblica e all’inedita banana di CityLife. C’è comunque una consolazione, scrive il Financial Times. I periodi successivi alle crisi hanno sempre visto un abbandono degli eccessi della “oligarchitettura” e il ritorno a stili molto più sobri: la crisi degli anni trenta ha portato all’emergere del modernismo, mentre quella della fine degli anni ottanta ha posto fine agli eccessi del postmodernismo. Speriamo quindi che anche il bancointeso-ligrestismo milanese sia ormai prossimo al tramonto.
La “pace ligrestiana”, il Pgt e il Parco Sud; Il diktat di Formigoni, gli altri progetti faraonici; Aeroporti impazziti; Contro Milano; La bufala del social housing
LA “PACE LIGRESTIANA”, IL PGT E IL PARCO SUD
Nelle prime due puntate del nostro speciale sulla “bolla che deve ancora scoppiare” abbiamo passato in rassegna i casi più clamorosi della crisi finanziaria e immobiliare che incombe su Milano, e non solo. In quest’ultima puntata passiamo invece in rassegna una serie di sviluppi meno eclatanti, ma altrettanto indicatori della tesa frenesia che continua a contraddistinguere l’urbanistica milanese e lombarda. Lo facciamo cominciando dall’intreccio Ligresti-Piano di governo del territorio (Pgt)-Parco Sud. La notizia più recente è quella della raggiunta “pace” tra Salvatore Ligresti e Palazzo Marino, con il ritiro da parte del primo della richiesta alla Provincia di commissariare il Comune di Milano (si veda “Il cemento sul piede di guerra“). L’accordo è arrivato nella più totale mancanza di trasparenza dopo una serie di riunioni private, anche presso l’abitazione del sindaco, che hanno coinvolto tra gli altri, oltre alle società del gruppo Ligresti, la Moratti, l’assessore Masseroli e perfino Manfredi Catella del gruppo Hines (non si capisce cosa c’entri quest’ultimo nella storia della richiesta di commissariamento: sta sì realizzando insieme a Ligresti il megaprogetto Garibaldi-Repubblica, ma non è assolutamente coinvolto nella questione che avrebbe dovuto essere oggetto dei colloqui, evidentemente si è negoziato anche su altro). L’opinione più diffusa nei media è che si sia raggiunto qualche accordo riguardo alla vera posta in gioco, i diritti edificatori delle vaste aree del Parco Sud di proprietà di Ligresti e il ruolo della Provincia nell’urbanistica milanese.
Come scriveva il Corriere della Sera del 6 ottobre, Podestà “ha osservato che il Pgt non tiene conto dei Piani di Cintura, cioè dello strumento urbanistico che dipende interamente dalla Provincia e che riguarda i criteri e le regole sulla possibilità di edificazione nella zona del Parco Sud” e ha chiesto che i Piani di cintura vengano integrati nel Pgt, sollevando inoltre questioni riguardo alla filosofia generale del Piano e in particolare sulla perequazione (cioè la possibilità di utilizzare altrove i diritti edificatori di cui non si può godere sui terreni di propria proprietà, in base a specifici indici di edificabilità). L’assessore provinciale all’urbanistica, Fabio Altitonante, ha detto che il lavoro sui Piani di cintura comincerà subito, ma richiederà almeno 16 mesi, specificando che si tratta di un territorio che riguarda il 40-50% delle volumetrie del piano regolatore (circa 18 milioni di metri cubi). Il Pgt invece, secondo i piani del Comune, dovrebbe essere approvato al massimo a gennaio. I Piani di cintura urbani riguardano nello specifico aree al confine tra la metropoli e otto comuni dell’hinterland comprese nel Parco Sud o in altri polmoni verdi come il Bosco in Città, il Parco delle Abbazie, i Navigli, il Parco Est Idroscalo, Lambro-Monluè, per una superficie di 4.800 ettari, più del 10% del totale del Parco Sud. Secondo la Repubblica del 6 ottobre, a Podestà “non piacerebbe un’impostazione del Pgt che accentrerebbe a Milano le nuove costruzioni – e le relative volumetrie – trascurando le possibilità di espansione dell’hinterland”. A quanto abbiamo riferito sopra si aggiungono altri due recenti sviluppi. Il 6 ottobre il consiglio comunale di Milano ha approvato la variante urbanistica per la costruzione del megacentro di cura e ricerca Cerba all’interno del Parco Sud, su un’area di proprietà di Ligresti, mentre qualche giorno dopo ha deciso che non si costruirà nella zona dell’ippodromo di San Siro, dove era previsto un megaprogetto di edilizia di lusso. Roberto Losito, immobiliarista e finanziere consulente della Snai, che ha un diritto di opzione sull’acquisto delle aree, si dice non stupito dalla decisione e formula un velenoso commento: “Immagino che se fosse uscita sul mercato, l’offerta qualitativa di San Siro avrebbe creato grossi problemi alla concorrenza”, cioè, si intuisce, ad altri grandi progetti come CityLife o Garibaldi-Repubblica che vedono Ligresti in prima fila, per esempio.
CHE LA GUERRA COMINCI
Un quadro complessivo di grandi manovre e grandi tensioni, e addirittura grandi veleni, dovuti al fatto che si stanno adottando (con un’assoluta mancanza di trasparenza) decisioni che orienteranno l’urbanistica milanese, e quindi il business del mattone, per svariati anni. La posta in gioco del Piano di governo del territorio è molto alta, soprattutto in questo momento di crisi: 14 miliardi di euro. Lo scrive sul Sole 24 Ore del 16 ottobre Marco Alfieri. Il Pgt infatti definisce “15 grandi progetti di interesse pubblico e 31 ambiti di trasformazione” che vanno da Cascina Merlata, Stephenson ed Expo, a Bovisa/Farini, all’area Porta Genova/San Cristoforo e molto altro ancora, per “ben 42 milioni di metri quadrati interessati su un tessuto urbano consolidato attuale di 134. [...] La rivoluzione costerà la bellezza di 14,3 miliardi. E’ questa la vera incognita. Non basta infatti estendere il meccanismo della perequazione negoziale che, in teoria, consentirà a palazzo Marino di acquisire a costi nulli 2,6 milioni di metri quadrati di suoli strumentali alle dotazioni della città pubblica riconoscendo ai privati proprietari diritti edificatori sfruttabili altrove in città. Non basta il gettito derivante dai mega oneri di urbanizzazione che, sull’intero Pgt, dovrebbero aggirarsi sui 3 miliardi di euro [...]. Il disavanzo resta comunque superiore agli 8 miliardi” e quindi andranno trovate altre formule. Come “il project financing, i trasferimenti pubblici a fondo perduto, le cartolarizzazioni, il ricorso ai Boc, alla Cassa depositi e prestiti o alla Bei (Banca Europea per gli Investimenti). Altrimenti sarà difficile resistere alle pressioni dei grandi costruttori (e ai soldi delle banche). Anche perché le volumetrie più appetibili del Pgt riguardano soprattutto aree come gli scali ferroviari dismessi e le caserme. Terreni di demanio pubblico non ‘catturabili’ con la perequazione”. C’è in più l’incognita politica, “perché è evidente – abbozza una fonte – che se s’incentiva a costruire in città vietando al contempo di edificare nel Parco Sud, che peraltro è intercomunale, chi governa l’urbanistica dell’hinterland si vedrà giocoforza svuotato di competenze e cantieri…”. Insomma, è stata fatta la pace, ora può cominciare la guerra. E c’è subito chi tenta di avviare la guerra con idee apparentemente balzane, ma dalle finalità ben chiare. L’architetto Paolo Caputo (ha lavorato per la realizzazione del villaggio Expo a Cascina Merlata, del Pirellone bis e per Santa Giulia…) ha lanciato la proposta di cementificare il Parco Sud creando intorno alle cascine “nuclei per 500-600 abitanti”. Oltre al fatto che difficilmente si troverà chi vuole andare a vivere in posti isolati a fianco di maleodoranti allevamenti di vacche e maiali, è chiaro che un tale progetto richiederebbe in breve tempo la costruzione di strade, infrastrutture… cioè sarebbe una testa di ponte verso una totale cementificazione del Parco Sud.
IL DIKTAT DI FORMIGONI, GLI ALTRI PROGETTI FARAONICI
Su quella che sembrava a essere destinata a diventare la “madre di tutte le bolle”, e cioè l’Expo 2015, non si registra ancora alcuna novità concreta, a un anno e mezzo dell’assegnazione dell’evento a Milano e a sei mesi dalla nomina del berlusconiano di ferro Lucio Stanca che, secondo quanto promesso, avrebbe dovuto dare il via immediato all’organizzazione pratica dell’evento. Intanto però è stata messa in atto l’ennesima mossa per porre un’ipoteca politica sulla sua gestione. Con un colpo di mano il governatore lombardo Roberto Formigoni e la Lega Nord, nella persona dell’assessore regionale all’urbanistica Davide Boni, hanno assegnato alla giunta regionale il potere di decidere in totale autonomia la necessità o meno di effettuare una valutazione dell’impatto ambientale per le opere essenziali per l’Expo 2015. In pratica, come spiega il verde Carlo Monguzzi, “Formigoni potrà decidere in autonomia se un’autostrada, una centrale o un insediamento industriale saranno compatibili con l’ambiente e la salute dei cittadini”, aggirando le regole urbanistiche e per la salvaguardia dell’ambiente. E’ prevista addirittura l’autocertificazione da parte dei costruttori. E, lo si noti bene, questi poteri vengono assegnati alla giunta e non al consiglio regionale. Quindi le decisioni non saranno nemmeno oggetto di una discussione pubblica e verranno prese senza la minima trasparenza: è questo evidentemente il concetto di democrazia che hanno Comunione e Liberazione e i suoi alleati leghisti. La finalità, oltre alla concentrazione del potere decisionale nelle loro mani, è quella di consentire ai loro amici capitalisti e speculatori di agire rapidamente e senza regole.
Formigoni e la Lega Nord sono in prima fila nel promuovere altri due progetti faraonici che possono giovare unicamente agli speculatori e ai costruttori. Il primo è quello dell’Autostrada dell’acqua, di cui riferisce Repubblica del 6 ottobre. Si tratterebbe di rendere navigabile il Po fino all’Adriatico, un’idea che all’apparenza sembrerebbe allettante, perché suscita immagini di acque naturali, di verde e di trasporti “puliti”. La realtà è esattamente opposta. Innanzitutto il costo di realizzazione sarebbe astronomico, 2,4 miliardi di euro (che come è regola aumenterebbero di molto in corso d’opera) destinati a finire in mano ai cementificatori e ai baroni dell’energia. Eh sì, perché per dare vita all’Autostrada dell’acqua bisognerebbe creare lungo il corso del Po cinque dighe di altezza compresa tra i 2 e i 5 metri, e questo già non suona molto ecologico. Poi il costo dell’opera verrebbe ripagato in parte dalla creazione di quattro centrali idroelettriche lungo il corso del fiume (l’altro vero motivo del progetto). Infine i materiali da costruzione verrebbero prelevati da cave lungo il Po, con il conseguente abbassamento del livello del fiume. Citiamo ancora Carlo Monguzzi: “Il Po era già navigabile prima che rubassero l’acqua ai campi per le centrali elettriche. Questo piano è peggio del ponte sullo Stretto di Messina”. L’altro progetto faraonico, che non a caso ha un costo preventivato identico, di 2,4 miliardi di euro, è fortemente voluto dall’assessore ciellino all’urbanistica milanese Carlo Masseroli. Si tratta del maxitunnel sotterraneo che dovrebbe collegare Linate con l’autostrada dei laghi. Il Comune ha dato il via libera, entro tre mesi ci dovrebbe essere la gara d’appalto per la prima tratta e nel 2010 quella per la seconda e ultima tratta. I lavori verranno realizzati dalla società Torno (già in difficoltà finanziarie e responsabile in larga parte degli enormi ritardi nella realizzazione dell’ultima tratta della linea 3 della metropolitana) con il probabile finanziamento di Intesa Sanpaolo e Unicredit. Per percorrere l’intero tunnel bisognerà pagare oltre 10 euro, un costo che evidentemente non spingerà a utilizzarlo da un capo all’altro della città disintasando così le tangenziali, ma ne farà un tunnel per il business di fascia medio-alta destinato a riversare in centro altro traffico automobilistico.
C’è infine il capitolo dei parcheggi voluti a suo tempo dalla giunta di Gabriele Albertini, che da anni hanno ridotto Milano a un gruviera, ma in compenso hanno rimpinzato le tasche dei costruttori. Dopo 5 anni dal varo del progetto, e innumerevoli proteste e polemiche, il Comune ha fatto marcia indietro sul parcheggio della Darsena, uno dei capitoli più folli dell’impresa parcheggi. L’area, ridotta da lungo tempo a una discarica a cielo aperto a causa dei lavori per il parcheggio, sarà oggetto di interventi di ripristino. Il progetto non è stato definitivamente annullato (potrebbe essere ripreso dopo il 2015), ma intanto è stato cancellato il contratto con la ditta che aveva vinto la gara d’appalto e aveva realizzato parte dei lavori, la Darsena SpA. Ora probabilmente partirà una guerra dei ricorsi che potrebbe costare cara al Comune (la Darsena SpA afferma di avere già investito 14 milioni di euro, oltre a lamentare di essere costretta a licenziare 40 operai) e che in più potrebbe bloccare per lungo tempo i lavori di ripristino. Albertini, invece di pagare i danni arrecati alla città con questo e altri progetti, nonché per i fallimentari derivati, ha addirittura il coraggio di non escludere una sua ricandidatura a sindaco. Nel frattempo sono stati cancellati i progetti relativi ad altri due parcheggi, ma in compenso è stato confermato quello di piazza S. Ambrogio e ne sono stati approvati di nuovi, come quello che andrà a deturpare una delle zone più storiche e verdi del centro storico di Milano, in via Marina, e quello di via Canaletto a Città Studi. Ed è stato approvato il progetto della criticatissima “Gronda Nord” (ora si chiamerà Zara-Expo), una specie di autostrada urbana da 105 milioni di euro contro la quale si erano pronunciati praticamente tutti, dai comitati locali agli urbanisti, fatta eccezione per il Comune. L’unica novità è che si farà la valutazione di impatto ambientale.
AEROPORTI IMPAZZITI
Accanto alla bolla immobiliare sempre più incombente e ai vari megaprogetti miliardari c’è da registrare l’ulteriore peggioramento del caos nel sistema aeroportuale lombardo e italiano, che ha già causato danni enormi alla Lombardia (si veda in merito “Sulle ali del caos“). E’ tornato alla ribalta l’aeroporto bresciano di Montichiari (il D’Annunzio), che rischia di aggiungere una nuova tessera al caos generato dalla concorrenza reciproca tra Malpensa, Linate e Orio al Serio. Attualmente Montichiari è nelle mani della società che gestisce l’aeroporto Catullo di Verona (a sua volta controllata dalla Provincia di Trento…) e nella primavera scorsa a Brescia si è costituita una cordata costituita da Comune, Provincia, Camera di Commercio e Associazione Industriali locali per rilevarne il controllo, con un’operazione dal costo complessivo di circa 80 milioni di euro (lo scalo bresciano, va notato, è in passivo di 4-5 milioni di euro all’anno), il tutto all’insegna dello slogan “fare di Montichiari il volano dello sviluppo territoriale”. All’inizio di ottobre l’accordo, voluto tra l’altro fortemente da Umberto Bossi, sembrava ormai imminente. Poi sono arrivati i primi intoppi. A Verona si è cominciato a parlare del fatto che la cessione di quote ai bresciani sarebbe stata una svendita, nonché del rischio che si formasse un polo lombardo (Orio, Malpensa e Linate) a svantaggio della città veneta e via dicendo, sulle ali delle eterne lotte intestine tra le lobby di destra. Il 24 ottobre si arriva alla rottura delle trattative, in mezzo a penosi scambi di accuse non solo tra le due opposte fazioni, quella bresciana e quella veronese, ma addirittura al loro interno. Salta subito all’occhio che l’idea di “brescianizzare” Montichiari non è il frutto di una strategia di largo respiro per mettere ordine nel caotico sistema aeroportuale del Nord Italia, ma solo una misera guerra di campanile da combattersi subito, senza idee per il futuro.
Che la situazione del sistema dei trasporti aerei sia in Italia del tutto fuori controllo lo testimonia la nuova Alitalia, su cui pesano debiti per circa 450 milioni di euro, che ha registrato una calo delle attività pari al 30% e ha ridotto di oltre 7.000 unità i propri dipendenti. Negli ultimi anni in Italia, grazie anche alle situazioni di monopolio, sono stati investiti 2,5 euro a passeggero a fronte di una media europea di 12 euro, e il sistema sta collassando. La Adr dei Benetton che gestisce lo scalo romano di Fiumicino ha 1,6 miliardi di debiti, la Sea risente dei problemi enormi di Malpensa. Dei 47 aeroporti italiani, per fare solo un esempio della mancanza di programmazione, appena 5 sono raggiungibili con il treno. Tutto questo non impedisce di programmare altro caos. Nella sola Sicilia, Enna ha in previsione un mega-aeroporto internazionale, ambizioni analoghe hanno anche Agrigento, Messina e Comiso. In Campania è guerra aperta tra Caserta e Salerno per il ruolo di secondo aeroporto campano nel momento in cui lo scalo napoletano di Capodichino è saturo. Nel Lazio la lotta a tutto campo è tra Viterbo e Frosinone, che puntano entrambe a conquistarsi i voli della Ryanair che dovrà traslocare da Ciampino. In Toscana è in corso da anni un conflitto aperto tra gli aeroporti di Firenze e Pisa. In Lombardia, come se non bastasse la caotica situazione che coinvolge Malpensa, Orio, Linate, Montichiari e la contigua Verona, si aggiungono le ambizioni di Mantova, che vuole riattivare la pista di cui è dotata.
Intanto la romana Adr e la lombarda Sea aumenteranno le tariffe aeroportuali applicate ai passeggeri per rimpinguare le proprie casse sempre più vuote. A fronte dell’aumento dei prezzi hanno promesso al premier Silvio Berlusconi di effettuare investimenti di 5 miliardi entro il 2011 e di altri 10 entro il 2040 (cioè più di trenta anni!). Ma si tratta solo di promesse, come spiega il Corriere della Sera: “a giugno di due anni fa il Cipe aveva fatto discendere l’eventuale aumento tariffario dalla stipula di contratti tra i gestori e l’Enac (Ente aviazione civile): insomma, prima gli impegni scritti dei gestori, dopo i rincari”. Ma siccome la stipula dei contratti “sta procedendo a rilento”, si è passati a un altro principio: prima gli aumenti poi eventualmente si penserà ai contratti. Il decreto con cui sono stati approvati gli aumenti tariffari è tra l’altro in contraddizione con la direttiva europea che impone la mediazione di un’Agenzia imparziale per gli adeguamenti tariffari concertati tra i gestori e i vettori. Vale a dire che, esattamente come nel caso della milanese A2A citato nella prima puntata di questo nostro speciale, le società aeroportuali ora incassano, ma con il forte rischio che tra anni l’Italia sia costretta da Bruxelles a pagare multe enormi il cui peso ricadrà sui contribuenti. A Malpensa intanto si pianificano 2 miliardi di nuovi investimenti entro il 2020, in assenza di strategie valide coordinate a livello lombardo che evitino il caos attuale. Entro il 2010 dovrebbe essere realizzato un nuovo terminal uno, insieme agli alberghi di fronte all’aeroporto; entro il 2015 dovrebbe essere pronto un nuovo terminal low-cost, la cargo-city e la terza pista, mentre entro il 2010 dovrebbero essere realizzati un nuovo terminal e un nuovo polo logistico. Con ogni probabilità, visto quanto esposto sopra, si tratterà delle ennesime cattedrali nel deserto. E infine un’amenità targata Formigoni. Su decisione della Regione, gli aeroporti milanesi verranno dotati di detector speciali che riveleranno la temperatura dei passeggeri al fine di contrastare la diffusione del virus H1N1, per un costo totale di 100.000 euro. Briciole rispetto alle cifre citate sopra, ma “briciole” davvero buttate al vento. Installare tali apparecchi avrebbe forse avuto senso nella primavera scorsa, quando in Italia il virus non era ancora molto diffuso. Ora è diffuso tanto in Italia quanto nel resto del mondo e la misura (che tra l’altro non si sa con precisione quando verrà realizzata) non ha alcuna razionalità. Senza poi contare il fatto che non viene detto cosa ne sarà dei poveri passeggeri con la febbre. Una buffonata che la dice lunga sull’inettitudine di chi ci governa.
CONTRO MILANO
Il Comune di Milano ha varato il suo secondo fondo immobiliare, proprio come ha fatto Ligresti con alcune sue proprietà. Nel fondo confluiranno 67 immobili comunali per un valore stimato (ma per le stime degli immobili dei fondi immobiliari si veda la Puntata 2 di questo speciale sulla bolla) di 100 milioni e Palazzo Marino dice che potrebbe ricavarne 15-20 milioni di euro di plusvalenza con i quali conta di coprire in parte la mancata corresponsione dei dividendi da parte dell’A2A. Si tratta di (ipotetici) introiti che in realtà l’attuale normativa vieta ai comuni di utilizzare per investimenti ma, spiegano i funzionari, Tremonti starebbe rivedendo tali norme. Un’operazione fatta nel momento peggiore, quando le quotazioni degli immobili sono al ribasso, e che in più costituisce l’ennesimo travaso dal pubblico al privato. C’è però un altro particolare. Tra gli immobili che verranno inseriti nel fondo per essere “valorizzati” ci sono luoghi storici della Milano democratica come il Circolo Arci Bellezza nei pressi della Bocconi, il centro anarchico Ponte della Ghisolfa in viale Monza, il centro sociale Torchiera in piazzale Cimitero Maggiore e il centro sociale Cox di via Conchetta, dove tra l’altro è conservato il preziosissimo archivio di Primo Moroni, la sede della Cgil di via Giambellino e il palazzo di Via Bagutta 12 che ospita alcune associazioni. Un vero e proprio attacco alla tradizione alternativa e democratica di Milano (descritta tra l’altro con minuzia dallo stesso Moroni, si veda il nostro “Dalle bande di quartiere ai centri sociali“) all’insegna della politica bancarottiera del Comune di Milano e della speculazione immobiliare. Intanto stanno per partire le aste del primo fondo immobiliare del Comune, creato nel 2007 per un “valore stimato” di 255 milioni e sempre gestito da Bnp Paribas. Verranno venduti immobili ex popolari come quello di via Cesariano 11 e la Casa di via Morigi, occupata da decenni e che ospita numerose associazioni nonché attività culturali.
(per motivi tecnici di capacità dell'editor, purtroppo gli ultimi paragrafi di questo lungo articolo non possono essere resi disponibili in lettura a correre: si allega di seguito il pdf integrale scaricabile)
A ben vedere nella nostra Italia siamo a una crisi dello Stato, non dico dello stato democratico, ma dello stato in quanto tale. Provo a segnalarne i sintomi. Mai in Italia, a mia memoria, c'era stata una grande manifestazione di protesta della polizia. Cortei e slogan contro il governo e i suoi ministri. E ora si «sospende» il parlamento. Mai, almeno in queste forme, c'era stato un conflitto così esplicito e violento tra il governo e la magistratura, tra l'esecutivo e il potere giudiziario (il potere legislativo, allo stato attuale, è un non potere e questo aggrava la situazione).
Una crisi dello stato è - è stato sempre - un affare serio, dal quale di solito si esce o con una rivoluzione o, com'è probabile, dati i tempi, con una controrivoluzione, con una messa in frigorifero della democrazia. Preoccupa così non poco che sia stata decisa la sospensione del parlamento per dieci giorni perché il governo deve aggiustare la riforma finanziaria per la quale ha fatto solo promesse. Mai come in questi tempi è stato così evidente il rapporto tra crisi della politica, dei grandi obiettivi e ideali, e crisi della democrazia. Senza democrazia la politica si riduce ad affari privati di gruppi di potere, e questa caduta in basso della politica mortifica, porta sempre più in basso il valore della democrazia.
In questa situazione anche la caduta di Berlusconi (magari per la scarlattina) fa prevedere, temo, un ulteriore disordine con esiti deboli e autoritari e potenzialmente molto più autoritari nella debolezza crescente della politica e della democrazia. Un potere legislativo debole e burocratizzato, con la polizia che scende in piazza per protestare e la magistratura sotto attacco di un esecutivo personalizzato - in una persona malata - non annunciano niente di buono. A meno che queste proteste democratiche dentro lo stato non si saldino con le nuove emergenze e istante sociali.
Ps. I magistrati accusati da Berlusconi di essere comunisti hanno replicato affermando che le loro toghe sono rosse sì ma del sangue versato nell'adempimento del loro dovere. Verità sacrosanta. Ma, vorrei aggiungere: comunisti non è un insulto. È una lunga storia che non è finita e noi del manifesto che continuiamo a definirci «quotidiano comunista» non pensiamo affatto di autoinsultarci.
1. Roma nella crisi dell’urbanistica
La crisi dell’urbanistica italiana ha avuto dagli anni ’90 molte risposte. In assenza della legge quadro nazionale le regioni hanno tentato ciascuna per proprio conto di innovare la legislazione e i comuni hanno continuato a pianificare sulla base di quelle leggi. Le due maggiori città italiane, Roma e Milano, hanno invece avuto l’ambizione di sperimentare modelli che si ritenevano estendibili all’intero territorio nazionale. Milano lo ha fatto nel modo conosciuto, e cioè cancellando esplicitamente l’urbanistica e sostituendola con una serie di progetti urbani ritagliati sulle grandi proprietà immobiliari mediante processi basati sulla discrezionalità. Più complesso il caso romano, dove si è avuta l’ambizione di tracciare una strada equidistante dallo schema derogatorio milanese e della pianificazione pubblica tradizionale.
Per delineare il nuovo modello, Roma aveva la necessità di sottoporre a critica i contenuti delle due polarità opposte e definire conseguentemente il nuovo percorso dell’urbanistica. La critica risultava abbastanza agevole nel caso milanese, dove non era difficile evidenziare le opacità insite nella contrattazione continua, condotta senza regole valide universalmente. Più difficile risultava la stessa operazione nei confronti dell’urbanistica tradizionale dove insieme a tanti casi criticabili si potevano trovare casi di buone pratiche pianificatorie[1].
Nei casi di difficoltà, come noto, il ricorso all’ideologia è provvidenziale. E in tal senso la complessa vicenda della pianificazione comunale viene dipinta con considerazioni di comodo, appiattita sotto giudizi di “estremismo”, di “rigidità e staticità”, di “subordinazione alla proprietà fondiaria”. Ad esempio: “Volendo essere schematici ma concreti, credo che per l’urbanistica italiana ci siano soltanto tre strade da percorrere. La prima è la più vecchia e nota, quella che abbiamo finora percorso e che oggi, però, non sembra avere sbocchi. E’ la strada scelta dai custodi delle regole del passato, secondo i quali l’unico piano possibile è quello rigido….. Questa è la strada di un piano che non è un piano, ma un’astrazione ideologica. La seconda via è, in fondo, uguale e contraria alla precedente; è la soluzione del rifiuto ideologico delle regole….La terza via d’uscita per l’urbanistica italiana è, invece, caratterizzata dalla coraggiosa serietà del riformismo: ed è quella scelta per il piano di Roma”[2].
Il caso romano va dunque analizzato proprio per questa sua ambizione. La sua affermazione avrebbe infatti rappresentato un fatto nuovo nel panorama nazionale. E le condizioni per una sua affermazione c’erano tutte. In primo luogo per i protagonisti politici dell’operazione che sono stati in ordine di tempo il sindaco Francesco Rutelli, in carica tra il 1993 e il 2000 e Walter Veltroni, in carica fino al 2008, quando, a causa dell’anticipato scioglimento del Parlamento, decise di candidare nuovamente il suo predecessore alla carica di primo cittadino, consegnando così alla destra la guida della città. Alla carica di sindaco si sono succeduti per quindici anni due dei principali artefici del “rinnovamento” del fronte progressista, il primo leader della Margherita e il secondo primo segretario del Partito democratico costituitosi nel 2008. Era dunque inevitabile che anche sul terreno delle città e del territorio si giocasse una partita più complessa e i due protagonisti del centrosinistra abbiano utilizzato il governo della città per stabilire rapporti con il sistema di potere e di interessi che gravita intorno al mondo dell’edilizia.
La seconda condizione derivava dal clima di attesa che circondava l’azione del governo di centro sinistra (1996-2001) inizialmente presieduto da Romano Prodi per approvare una nuova legge per il governo del territorio[3].
La terza condizione era relativa al fatto che furono i vertici stessi dell’Istituto nazionale di urbanistica ad assumere la guida dell’urbanistica romana. Il nuovo corso urbanistico romano ha infatti avuto come indiscusso protagonista il suo presidente onorario, Giuseppe Campos Venuti, che fino alla fine ne ha difeso l’impostazione culturale ed anche l’attuale presidente nazionale, Federico Oliva, ne è stato uno dei protagonisti
L’ultima condizione per la riuscita del tentativo era quella di essere sostenuti da un convinto consenso mediatico. Operazione agevole a Roma, per il fatto che i principali quotidiani della capitale sono di proprietà di attori economici con grandi interessi nel mondo dell’edilizia e proprietari di vasti compendi immobiliari[4]. Intorno al piano di Roma era stato insomma costruito un ambizioso tentativo di inaugurare un nuovo corso dell’urbanistica italiana.
2. Il Piano delle certezze e la nascita dei diritti edificatori e della compensazione
Questo insieme di motivazioni, di per se sufficienti a fornire una quadro molto favorevole, erano ulteriormente sostenute dalle caratteristiche della città agli inizi degli anni ’90, quando cioè inizia il corso della nuova amministrazione guidata da Francesco Rutelli. Nel 1993 siamo nel pieno del ciclone tangentopoli che aveva azzerato il personale politico del centrosinistra e anche parte del mondo imprenditoriale dell’edilizia. Il mondo delle costruzioni era sostanzialmente fermo e ci sarebbe stato tutto il tempo per voltare pagina e inaugurare la stagione di una nuova urbanistica come del resto era stato delineato all’interno del suo programma elettorale.
Vennero invece avviati due distinti provvedimenti in aperta contraddizione con le posizioni premiate dal risultato elettorale. Il primo fu il sostanziale svuotamento di una delle principali conquiste del movimento riformatore romano, e cioè la Variante di salvaguardia che aveva tagliato circa quaranta milioni di metri cubi di previsioni edificatorie, attraverso la redazione del Piano delle certezze. Nelle premesse teoriche di questo provvedimento non si riesce a trovare alcun motivo convincente che avrebbe reso indispensabile la revisione del piano precedente. Non c’era allora -come non esiste a tutt’oggi- nessun provvedimento della magistratura che avesse censurato la facoltà pubblica di cancellare espansioni in ambiti giudicati preziosi dal punto di vista ambientale. La redazione della Variante delle certezze non era dunque un provvedimento imposto dall’adempimento a sentenze della magistratura.
Nella relazione di piano vengono esplicitate due questioni. La prima afferma che uno dei suoi limiti era quello di non aver ancora concluso –insieme alla coeva Variante per il verde e i servizi- il proprio iter legislativo. Argomentazione singolare, poichè il comune di Roma aveva tutte le possibilità di sollecitare la Regione Lazio ad approvare i due strumenti, ma decise di scegliere la strada della redazione di un nuovo strumento[5].
La seconda questione affrontata nella relazione del piano delle Certezze è invece relativa al fatto che esso “non aveva interamente chiarito i rapporti tra pubblico e privato”. Ed è questa la questione cruciale. Siamo nel pieno della grande offensiva ideologica neoliberista che teorizza il declino della funzione pubblica e il passaggio di prerogative e poteri al privato. La variante di salvaguardia era dunque fuori moda. Si voleva dunque superare il rigore pubblicistico contenuto in quel provvedimento e non a caso proprio all’interno del piano delle certezze nacque la compensazione urbanistica: una parte delle previsioni edificatorie cancellate dalla variante di salvaguardia vennero recuperate, lasciando all’operatore privato la scelta di individuare un nuovo ambito urbano su cui poter realizzare le previsioni edificatorie cancellate dallo strumento di salvaguardia[6]. Per la prima volta nel panorama nazionale si afferma che la tutela paesistica non ha la facoltà giuridica di cancellare preesistenti destinazioni urbanistiche, né che attraverso i processi urbanistici si possa estendere la salvaguardia su aree precedentemente destinate all’edificazione. Nasce il concetto di “diritto edificatorio” che avrebbe accompagnato tutto il percorso dell’urbanistica romana.
Contro questa gravissima posizione che per la prima volta stabiliva l’intangibilità della rendita fondiaria, ci furono prese di posizione di grande autorevolezza scientifica che demolivano alla radice i cosiddetti diritti edificatori[7]. Anche questi suggerimenti, ovviamente, non furono tenuti in considerazione. Interessava evidentemente di più dare segnali di discontinuità con una consolidata cultura urbana progressista.
3. Il pianificar facendo e il trionfo dell’accordo di programma
Parallelamente alla Variante delle certezze fu avviata una vasta sperimentazione dei cosiddetti programmi urbanistici complessi codificati appena pochi anni prima dal Ministero dei Lavori pubblici, e cioè proprio di quegli strumenti basati sulla discrezionalità urbanistica che provengono dal filone culturale dell’urbanistica milanese. Quando nacquero i programmi complessi, oltre allo scontato consenso di coloro che ne sottolinearono il salto culturale, e cioè la sostituzione della logica del piano con quella del progetto urbano, ci fu anche chi ne accolse favorevolmente la valenza sperimentale. Di fronte alla crisi dell’urbanistica, si disse, una risposta possibile era anche nel pragmatismo e nel recupero della cultura del progetto.
Il limite dell’urbanistica romana è stato quello di non aver compreso il pericolo del loro uso sistematico e di averne fatto addirittura il simbolo del nuovo. Con questo secondo segmento di azione pianificatoria si afferma infatti il “pianificar facendo”. “Appare evidente il senso del pianificar facendo. Lo slogan esplicita in metodo dialettico di costruzione del piano: dal generale al particolare e dal particolare al generale. Definiti uno schema generale di riferimento………è stato possibile avviare progetti urbanistici considerati strategici…….In questo contesto appare evidente il ruolo giocato dalle cosiddette procedure innovative: dai programmi di riqualificazione e di recupero alla individuazione del progetto urbano”[8].
Emerge in modo evidente la contraddizione: mentre si affermava di voler cercare un altro percorso rispetto a quello milanese, si usano gli stessi istituti derogatori. Roma rende anzi sistematico l’uso della contrattazione urbanistica. Quello che Milano sperimenta in un limitato numero di aree, Roma lo applica sulla scala dell’intera città. Roma applica insomma il modello restauratore disegnato dalla legge Lupi, e cioè la proposta di variazione della legge del 1942, pensata da uno dei protagonisti dell’urbanistica milanese e fondata proprio sul concetto di continua contrattazione tra amministrazioni pubbliche e proprietà fondiaria[9].
La capitale istituisce addirittura un assessorato ad hoc, unico comune italiano in cui oltre ad un assessorato alla pianificazione si crea un assessorato alla deroga[10]. La giunta municipale romana con l’acquiescenza della Regione Lazio ha approvato negli ultimi dieci anni oltre cento accordi di programma in variante agli strumenti urbanistici vigenti (Prg 1962-65 e successive varianti) ed anche dello stesso piano in costruzione. Il piano regolatore non esiste più, con l’accordo di programma si può edificare dappertutto, su aree destinate a verde, a servizi pubblici o all’agricoltura.
Ma oltre al tema del rapporto tra piano e progetto, l’uso dei nuovi strumenti di intervento ha avuto una ben più grave conseguenza. I programmi complessi vengono infatti approvati non più attraverso la procedura di evidenza pubblica prevista dalla legislazione urbanistica nazionale, ma attraverso l’uso dell’accordo di programma, previsto dall’articolo 49 del Decreto legislativo 267/2000 con cui viene cancellato il processo di trasparenza democratica. La decisione sulla validazione delle varianti urbanistiche appartiene, come noto, ai consigli comunali dove esiste almeno dal punto di vista formale il controllo istituzionale e la partecipazione. L’accordo di programma viene invece approvato dalla giunta comunale e soltanto “ratificato” –pena la decadenza- dai consigli comunali. Si salta insomma un passaggio democratico e partecipativo fondamentale per l’esercizio delle prerogative democratiche delle amministrazioni locali.
4. Il capovolgimento della gerarchia legislativa: l’urbanistica prevale sulla pianificazione paesistica
Era prevedibile che alcune proposte di deroga urbanistica si sarebbero venute a trovare in aperta contraddizione con quanto previsto dalla pianificazione paesistica o dagli altri strumenti della tutela del territorio. E quando il rischio del blocco dei programmi di recupero urbano si è fatta più concreta, sono arrivate nuove norme legislative.
Nelle leggi 2 e 18 del 2004, la Regione Lazio ha stabilito che “…gli accordi di programma aventi ad oggetto programmi di recupero urbano di cui all’articolo 11 del dl 5 ottobre 93, n. 398 ed altri interventi di edilizia residenziale pubblica finanziati dalla Regione possano comportare variazioni ai Piani territoriali paesistici vigenti.”. Il comma successivo precisa poi che “gli accordi di programma aventi ad oggetto piani o programmi di intervento finalizzati all’acquisizione pubblica di aree ricadenti in aree naturali protette o con rilevante valore paesaggistico possono comportare variazioni a Ptp vigenti”. Per favorire la nuova urbanistica romana, la Regione Lazio capovolge un principio legislativo fondamentale: la gerarchia delle fonti che vede la pianificazione urbana subordinata a quella paesistica, viene capovolta. E’ la tutela ambientale ad essere subordinata ai progetti urbanistici.
L’urbanistica romana del primo dopoguerra è stata nella storia della disciplina un punto di riferimento per l’intero paese. Sono numerosi i piani regolatori redatti sull’esempio metodologico del piano del 1965. Anche in questo caso Roma diviene il modello di riferimento per tutta la nazione: sono innumerevoli le città che hanno seguito l’esempio dell’utilizzazione dell’accordo di programma come strumento per governare il territorio. E proprio in questi giorni, le intercettazioni telefoniche condotte dalla magistratura relative alla vicenda del piano strutturale fiorentino hanno finalmente mostrato all’intera nazione quali siano i meccanismi insiti nell’urbanistica contrattata[11].
5. Il carattere flessibile delle norme tecniche di attuazione
La sostituzione della pianificazione urbanistica con la discrezionalità insita nell’uso dell’accordo di programma ha comportato inevitabilmente un elevato grado di flessibilità dell’impianto normativo del piano. Il numero gigantesco degli articoli delle norme tecniche e della loro faticosa stesura, richiederebbe ampio spazio per un’analisi sistematica e non mancheranno occasioni maggiormente adatte[12]. In questa sede è sufficiente riportare le tre più vistose lacune dell’impianto normativo nei confronti dei tre principali ambiti in cui il piano urbanistico ha suddiviso Roma: la città storica; la città della trasformazione; l’agro romano.
Per la città storica la principale censura riguarda la sostanziale assenza di una vera tutela del patrimonio insediativo classificato “storico”. Se infatti occorre dare atto al nuovo prg di aver ampliato notevolmente gli oggetti da sottoporre a tutela storica fino a ricomprendervi alcuni recenti quartieri di edilizia pubblica, è altrettanto vero che la normativa di riferimento contiene formulazioni che contraddicono le stesse ragioni della tutela.
Due recenti esempi hanno svelato esplicitamente la vicenda: il compendio dell’ex Ministero delle Finanze all’Eur e l’edificio utilizzato quale museo del cinema a pochi passi dalla storica Porta Portese. In entrambi i casi la destinazione del nuovo piano era univoca: siamo all’interna nella città storica, dove la norma afferma che “gli interventi edilizi e urbanistici, nonché le iniziative di promozione sociale ed economica sono finalizzate alla conservazione e valorizzazione delle qualità esistenti, nel rispetto delle peculiarità di ciascuna delle componenti insediative”. Per entrambi questi immobili è stata invece ammessa la demolizione e ricostruzione sulla base di una possibilità offerta da altri articoli delle stesse norme tecniche. Una serie di rinvii, eccezioni e possibilità di deroga hanno reso infatti possibile ciò che apparentemente veniva rigorosamente vietato[13].
Analogo è il caso degli interventi di trasformazione urbanistica ammessi nelle aree periferiche. Lo strumento fondamentale individuato per la riqualificazione di queste aree, infatti, è il Print, programma integrato di intervento e la normativa di riferimento fissa in prima istanza i parametri urbanistici da rispettare. Subito dopo, però, lascia ampio spazio alla contrattazione. Si prevede anche il raddoppio delle volumetrie inizialmente definite attraverso le procedure di concertazione tra pubblico e privato. E’ del tutto evidente che nessuno è in grado di misurare in modo certo e univoco il dimensionamento del piano regolatore. Il numero dei Print previsti dal prg supera infatti il numero di 150: il dimensionamento di 70 milioni di metri cubi contenuto negli elaborati di piano è dunque soltanto un’approssimazione di larga massima, poiché tiene conto delle possibilità incrementali consentite dalle norme di piano.
Infine le aree agricole, l’ambito urbano che nelle dichiarazioni ufficiali appare come il fiore all’occhiello del nuovo piano. A leggere la normativa di riferimento si resta invece colpiti dal numero e dalla portata delle possibilità derogatorie che vengono create per aggirare il vincolo di destinazione agricola. Alcuni esempi. Tra gli usi consentiti nelle zone agricole sono previsti (art. 69): “ricettività all’aria aperta; attività ricreativo-culturale e sportiva a cielo aperto; discariche inerti; reti tecnologiche private; impianti di produzione di energia elettrica; attività estrattive e altre attività connesse, complementari e compatibili con l’uso agricolo”.
In buona sostanza se da un lato si afferma che l’agro romano è tutelato come categoria, dall’altro si consente la realizzazione di cava o di produzione di energia. Ad esempio, è molto attuale la produzione locaòe di energia solare e molti comuni italiani stanno favorendo la realizzazione di aree di produzione. La loro estensione supera di spesso le decine di ettari: occupano dunque molto spazio che sottraggono all’uso e al paesaggio agricolo. Il piano regolatore di Roma permette invece che si possono fare in zona agricola[14].
E’ un processo sostanzialmente analogo a quello lucidamente descritto sulle pagine di Contesti da Paolo Baldeschi riguardo ai contenuti del piano strutturale fiorentino. Nel sottolineare la vacuità, o per meglio dire il carattere di vero e proprio diversivo rispetto allo specifico disciplinare, di alcune affermazioni contenute nella normativa tecnica di piano, afferma:”Il Ps porta questa filosofia alle estreme conseguenze, presentandosi come un atto meramente politico, senza averne né competenze né poteri rispetto agli obiettivi proposti….Rimandando tutti gli aspetti urbanistici di governo del territorio al Ru e rendendo pleonastico lo statuto del territorio, l’amministrazione si lascia le mani libere sulle decisioni che saranno assunte nello strumento operativo.“[15]. La normativa del piano di Roma cade nello stesso paradigma. La flessibilità lascia infatti ampi margini di operatività nella fase della gestione urbanistica.
6. L’idea di città e il modello spaziale del nuovo piano
Il piano regolatore del 1965, come noto, delineava una fisionomia della città imperniata sulla realizzazione della “nuovacittà pubblica” nella periferia est della città. La realizzazione del Sistema direzionale orientale era infatti la chiave del rinnovamento urbano da raggiungere in primo luogo con lo spostamento delle attività ministeriali dal centro storico della città. Con il nuovo piano regolatore lo Sdo è stato cancellato. Vengono confermati i due comprensori terminali (Pietralata a nord e Torre Spaccata a est), ma l’idea strutturante viene sostituita con 18 ambiti destinati alla funzione di “centralità”. Il nuovo piano affida dunque le speranze di definizione della struttura urbana del terzo millennio a quasi due decine di poli sparsi a raggiera nel territorio romano senza alcun legame tra di essi.
Il primo gruppo delle centralità appartiene a quelle già esistenti alla data di redazione del nuovo piano: si tratta del secondo polo universitario di Tor Vergata ad est di Roma e quello della terza università di Ostiense a sud, già realizzati e funzionanti da molti anni prima della stessa elaborazione. Ad esse si aggiungono i due citati comprensori terminali dello Sdo. Le tre principali centralità, Eur Castellaccio (sud) e Acilia Madonnetta (ovest) e Anagnina Romanina (est) sono invece vecchie destinazioni a servizi pubblici del precedente piano: si passa con disinvoltura dal regime pubblico a quello privato confermando le cubature precedentemente destinate alla realizzazione di attrezzature pubbliche. In questa stessa categoria si colloca anche la centralità di Saxa Rubra (nord) nata a ridosso del centro di produzione Rai.
Due altre centralità sono state individuate su aree pubbliche Ponte Mammolo (est) e Santa Maria della Pietà (nord), ma mentre la prima è caratterizzata da una serie di vincoli morfologici e infrastrutturali tali da caratterizzarla come nodo di scambio della mobilità, la seconda è caratterizzata da un quadro storico-ambientale straordinario che non consente alcuna trasformazione. La Storta e Cesano (nord) e Massimina (ovest) sono riconducibili ad esclusivi obiettivi di valorizzazione di aree precedentemente destinate ad uso agricolo.
Cinque ulteriori centralità individuate sono infine eredità del “pianificar facendo”, sono cioè aree la cui trasformazione è stata decisa attraverso l’uso dell’accordo di programma: Alitalia-Magliana e Fiera di Roma (ovest); Bufalotta a nord; Polo tecnologico e Ponte di Nona-Lunghezza a est. Tre di esse sono caratterizzate dalla realizzazione dei numerosi centri dell’iperconsumo nati a Roma in poco tempo. In poco più di dieci anni, infatti, grazie alla disinvoltura dell’urbanistica romana, indotta anche nei comuni limitrofi sono stati costruiti 28 giganteschi centri commerciali diffusi in ogni quadrante urbano che si vanno ad aggiungere ai 4 di più modeste dimensioni preesistenti[16]. Calcoli prudenti parlano della chiusura in breve tempo di oltre tremila attività commerciali di vicinato: con il pianificar facendo è stata decretata la desertificazione della periferia romana.
E’ soprattutto nel caso del comprensorio della Bufalotta che si misura il fallimento della visione liberista del nuovo piano regolatore. Il contenuto della centralità era assicurato dalla articolazione funzionale del nuovo insediamento. Erano previste residenza per poco più di un terzo dei previsti 3 milioni di metri cubi (circa 12.000 nuovi abitanti), un altro terzo era dedicato alla realizzazione di terziario (la centralità, appunto). La restante parte era destinata alla funzione commerciale ed è stata la prima ad essere realizzata. Esaurita anche la costruzione delle residenze, era finalmente arrivato il momento di delineare il volto della centralità.
Ma i proprietari del comprensorio fanno infatti sapere al comune di Roma che conseguentemente alla crisi del comparto terziario non è dunque in grado di realizzare la prevista quota di uffici, e cioè la centralità. La giunta comunale non oppone alcuna resistenza, non cerca cioè di mantenere fede al programma sottoscritto richiamando il consorzio al rispetto della convenzione stipulata. Nel novembre 2008 vota una deliberazione che accetta di mutare le restanti volumetrie da terziarie a residenziali. Con il fallimento del progetto urbano della Bufalotta cade la convinzione principale su cui si è basata l’urbanistica romana, e cioè di affidare il destino della città al “mercato”. Una convinzione su cui è stato costruito il piano regolatore e su cui si è investito moltissimo in termini di immagine. A partire dal 2002, infatti, il comune di Roma è stato entusiasta attore nella fiera della speculazione immobiliare internazionale che si svolge annualmente a Cannes, il Mipin, Marché international des professionels de l’immobilier. Nel 2007, pochi mesi prima che iniziasse il crollo dell’economia di carta creata anche dagli stessi geniali devolopers registi del Mipin, Roma insieme alla regione Lazio aveva organizzato un padiglione di 800 metri quadrati in cui mettere la città in vendita.
E se la Bufalotta è un fallimento, l’intervento pubblico dimostra invece la capacità di essere ancora il motore delle trasformazioni. Le uniche vere centralità realizzate nell’ultimo ventennio a Roma sono infatti proprio due grandi progetti pubblici: le due università di Tor Vergata e di Ostiense che, pur nella diversità, rappresentano esempi concreti di come le amministrazioni pubbliche possono influire sul destino urbano.
7. La “nuova” urbanistica e il sacco urbanistico di Roma
Il 13 e 14 aprile 2008 il centrodestra vince con ampio margine le elezioni politiche anticipate causate dalla caduta del secondo governo presieduto da Romano Prodi. Candidato premier dello schieramento di centrosinistra era Walter Veltroni. Il 4 maggio la trasmissione televisiva Report manda in onda un servizio sull’urbanistica romana, I re di Roma, firmato da Paolo Mondani che rende finalmente evidenti le contraddizioni dell’urbanistica romana[17].
Nel ballottaggio delle elezioni amministrative svoltosi l’11 giugno 2008 il candidato della destra, Giovanni Alemanno diventa sindaco di Roma con il 53,7% dei votanti. Lo sfidante dello schieramento contrapposto, Francesco Rutelli, si ferma al 46,3%. Dopo quindici anni di ininterrotto governo di centrosinistra, Roma volta pagina.
Nei lunghi anni di governo urbano, la sinistra ha costruito una sconfitta culturale senza appello. Le speranze che avevano accompagnato le ambizioni della nuova urbanistica romana si sono dissolte progressivamente. Nel merito, in primo luogo. Il pianificar facendo ha fallito la sua sfida. Centralità, cura del ferro e tutela dell’agro erano gli obiettivi che si prefiggeva di raggiungere. Del fallimento delle centralità abbiamo già parlato.
Sulla “cura del ferro”, e cioè il legame tra le trasformazioni urbane e il sistema di trasporto pubblico si è di recente soffermato Walter Tocci, vicesindaco della città nel periodo di Francesco Rutelli e ideatore del potenziamento della rete di trasporto pubblico. Il giudizio espresso è senza appello: la cura del ferro è stata abbandonata[18].
Ed anche la salvaguardia delle aree agricole si sta dimostrando una chimera. Oggi a Roma vivono circa 2 milioni e seicento mila abitanti, eppure già nel 2002, il comune di Roma aveva misurato l’estensione dell’urbanizzato in 46 mila ettari poco meno di quanto previsto nel precedente piano, pensato per un popolazione due volte più grande. Segno evidente che l’urbanizzazione è sfuggita da ogni controllo, con la conseguente cancellazione di preziose aree destinate all’agricoltura e all’equilibrio naturale. Ma, per paradossale che possa sembrare, è oggi che si corre il rischio concreto della cancellazione della campagna romana. Il paradosso sta nel fatto che nonostante siano circa due decenni che Roma si sta spopolando, il nuovo piano regolatore prevede l’urbanizzazione di ulteriori 15 mila ettari, così da arrivare a cancellare oltre il cinquanta per cento della campagna romana. Quindici anni di nuova urbanistica hanno lasciato 70 e oltre milioni di metri cubi di cemento: il nuovo sacco urbanistico[19].
Ma il fallimento del disegno egemonico dell’urbanistica romana è rintracciabile anche nel quadro nazionale. La possibilità di veder approvata in tempi brevi una moderna legge quadro per il governo del territorio si è dimostrata vana. Nei cinque anni della prima esperienza governativa nazionale e nei due anni del secondo governo Prodi, il centrosinistra non ha avuto la convinzione di arrivare a quell’importante risultato. Eppure il 70 % dei comuni era amministrato dal centrosinistra e anche l’Anci, associazione dei comuni italiani era diretta dal sindaco di Firenze. Se non si è arrivati all’approvazione del provvedimento è perché si è preferita l’urbanistica contrattata. Oggi in discussione alla Camera dei deputati c’è la legge Lupi e una parte della stessa opposizione si è dichiarata pubblicamente a favore della sua approvazione.
L’Istituto nazionale di urbanistica vive dal canto suo un momento di evidente involuzione. Se occorre dare atto che ultimamente ha corretto i positivi giudizi espressi sulla legge Lupi, è al tempo stesso evidente il suo progressivo spostamento su una visione mercatistica della città, dimostrata dall’impegno profuso negli annuali appuntamenti “Urbanpromo”, dedicati al “marketing urbano e territoriale”, pallide emulazioni della più robusta fiera della speculazione di Cannes[20].
Solo un segmento dei quattro iniziali che hanno consentito il delinearsi dell’urbanistica romana ha conseguito in questi anni un trionfo: la proprietà immobiliare. I due quotidiani romani, Il Messaggero e Il Tempo, hanno potenziato le testate, capitalizzando evidentemente le immense plusvalenze conseguite con il pianificar facendo. In particolare Il Messaggero ha giocato una partita aperta durante le elezioni amministrative, schierandosi contro l’urbanistica del centrosinistra. Un paradosso apparentemente, se si pensa che in questi anni la proprietà fondiaria non ha trovato ostacoli a concretizzare ogni suo progetto. Ma inevitabile conseguenza della visione economicista che si è affermata: se la città è ridotta a mero fattore economico, è comprensibile che anche i suoi protagonisti principale, la proprietà fondiaria, cerchi in ogni modo di incrementare i suoi affari a prescindere dagli schieramenti in campo.
La parabola della nuova urbanistica romana sta nella sproporzione tra le ambizioni iniziali e i suoi esiti. Aver cancellato le regole in nome di una flessibilità senza scopo si è dimostrato un errore gravissimo. Le radici della sconfitta romana sono dunque culturali. Ed è soltanto con una coraggiosa opera di revisione critica delle sue posizioni sulla città che lo schieramento progressista potrà superare la sconfitta del 2008.
[1] La più significativa delle esperienze recenti è senza dubbio quella di Napoli negli anni 1993-97. Oltre alle numerose pubblicazioni del comune di Napoli, va segnalato il bel volume di Gabriella Corona, I ragazzi del piano. Donzelli editori, 2007.
[2] Giuseppe Campos Venuti, Il piano per Roma e le prospettive dell’urbanistica italiana, in Urbanistica n. 116-2000. Alcune altre citazioni: “E dal comune di Roma, che dopo 40 anni ha elaborato un nuovo piano regolatore, viene la risposta forse più significativa alla deregulation e alla passività, all’antipiano e all’estremismo”, Giuseppe Campos Venuti, Adottare il piano per Roma, Comune di Roma, 2002; “Mi sembra che l’amministrazione e i suoi consulenti rifiutino il vecchio modello del piano rigido e statico”, Giuseppe Campos Venuti, Urbanistica in evoluzione, in Capitolium, dossier Verso il nuovo piano regolatore, 1999; “Introduzione di meccanismo compensativi e la perequazione urbanistica, che superino l’impasse quasi ventennale dei meccanismi di apposizione dei vincoli preordinati all’esproprio e la subordinazione della progettazione urbanistica alla struttura della proprietà fondiaria”, Domenico Cecchini, relazione al Piano delle Certezze, Roma, 1997.
[3] Durante il 1998 la competente commissione della Camera dei Deputati aveva iniziato la discussione su un testo organico redatto principalmente da Guido Alberghetti, ex parlamentare e responsabile dell’urbanistica del Pds. Inerzie e divisioni all’interno della stessa maggioranza non consentirono l’approvazione della legge, ma furono numerosi gli interventi del gruppo degli urbanisti incaricati in cui affermavano che i contenuti del nuovo piano romano erano un’anticipazione di quelli della legge nazionale.
[4]Il più diffuso quotidiano locale, Il Messaggero, è di proprietà di Francesco Gaetano Caltagirone, titolare, tra l’altro, di una grande società di produzione di cemento e proprietario di molte aree ed edifici. Il quotidiano locale di destra, Il Tempo, è anch’esso di proprietà di un soggetto con rilevanti interessi immobiliari, Domenico Bonifaci. Nel consiglio di amministrazione del gruppo Rcs-Corriere della Sera, infine, siede Pier Luigi Toti, importante e autorevole costruttore romano.
[5]La variante di Salvaguardia fu adottata con delibera n. 279 del Consiglio comunale di Roma il 23-24 luglio 1991. Le controdeduzioni furono approvate il 21 febbraio 1995. L’approvazione da parte della regione Lazio si ebbe con deliberazione di Giunta regionale n. 596 del 17.5.2002. La variante delle Certezze fu adottata dal Consiglio comunale in data 29 maggio 1997. Il 9 novembre 2000 fu approvata la deliberazione di precisazione delle compensazioni ivi contenute. L’approvazione regionale si ebbe con dgr n. 856 del 10. 9. 2004. Va anche sottolineato che nei quindici anni di gestione urbanistica non sono stati difesi neppure i vincoli sulle aree pubbliche, poiché alla metà degli anni 2000 in alcune aree sottoposte a piano attuativo essi vennero di nuovo a scadenza. Da allora iniziò nuovamente lo stillicidio di richieste di edificazione sulle aree a vincolo scaduto. Molte sono state compromesse con il rilascio di permessi di costruzione, ma a differenza di quanto avvenne negli anni ’90 nessuno ha pensato di lanciare il minimo allarme all’opinione pubblica.
[6] “Infine il piano delle certezze introduce con una prima applicazione l’istituto della compensazione edificatoria….Già oggi con il piano delle certezze esso trova applicazione rispetto alle aree edificabili che vengono cancellate sulla base di criteri urbanistici e non sulla base di vincoli cogenti di inedificabilità”. E’ invece noto che la lottizzazione di Tormarancia, la cui edificazione fu cancellata sulla base dell’apposizione di un vincolo paesaggistico, insieme ad altri casi, furono ugualmente inserite all’interno dei comprensori da compensare.
[7] Vincenzo Cerulli Irelli, Edoardo Salzano. Relazione introduttiva al convegno di Italia Nostra sui diritti edificatori. Roma, 10. 1. 2003. Sulla rilevanza giuridica delle nuove formulazioni vedi Luca De Lucia, La perequazione nel disegno di legge sui “Principi in materia di governo del territorio” in La controriforma urbanistica. Alinea editrice 2005.
[8]Verso il nuovo piano regolatore. Le città di Roma. Comune di Roma, Dipartimento politiche del territorio. Roma, novembre 1999.
[9] Sulla legge Lupi si veda: La controriforma urbanistica, a cura di M.C.Gibelli, Alinea editrice 2005. Dall’inizio di questo anno (2009) la legge Lupi ha iniziato di nuovo ad essere discussa all’interno della competente commissione della Camera dei Deputati e, data l’assenza di una convinta opposizione, il provvedimento rischia di essere approvato.
[10] Dal 1999 al 2008 a Roma è esistito l’assessorato ai “Grandi eventi” che diretto ininterrottamente dall’assessore Claudio Minelli è stato l’ispiratore di decine di deroghe approvate mentre si redigeva il piano urbanistico.
[11] Le intercettazioni ambientali fanno infatti comprendere appieno il nuovo meccanismo. La costruzione della variante che intendeva trasformare nello stadio di calcio della Fiorentina e nelle strutture commerciali correlate la destinazione a parco pubblico preesistente, viene infatti decisa da incontri ristretti svoltisi in vari ristoranti della città dal sindaco Leonardo Domenici, dal proprietario dell’area, Salvatore Ligresti, e dal proprietario della squadra di calcio, Diego Della Valle. La città era all’oscuro di tutto.
[12] In questa sede è forse utile limitarsi a riportare le date delle numerose stesure formalizzate della normativa. Prima adozione di Gm. nel settembre 2000. Versione provvisoria del 19 aprile 2002. Stesura approvata dalla Gm. il 18. 6. 2002. Versione variata approvata dalla Gm. il 3. 12. 2002. Stesura adottata dal consiglio comunale il 19-20. 3. 2003. Stesura approvata in sede di controdeduzioni approvata il 5 dicembre 2005. Ad ogni stesura si introducevano notevoli mutamenti.
[13] La citazione riportata nel testo è tratta dall’articolo 20, Città storica, Definizione, obiettivi e componenti., comma 2 delle NTA. Al comma 5 del successivo articolo 21 si afferma ad esempio: “Nelle aree libere non gravate di vincolo di pertinenza a favore di edifici circostanti sono ammesse la nuova edificazione su singoli lotti liberi o parzialmente edificati interposti tra lotti edificati dello stesso isolato, e risultanti da demolizioni totali o parziali di preesistenti edifici”.
[14] Vezio De Lucia, Il nuovo Prg di Roma e la dissipazione della campagna romana. In Meridiana 4-2005. I dati sul consumo di suolo a Roma sono contenuti in Paolo Berdini, La cancellazione della campagna romana. In No Sprawl, Alinea editrice, 2006.
[15] Paolo Baldeschi, Il piano strutturale di Firenze, estrema torsione della politica toscana di governo del territorio. In Contesti, supplemento n. 2-2007.
[16] Nel quadrante nord sono stati realizzati i centri di Torresina; Bufalotta-Porta di Roma nord; Fiano-Capena; Sant’Oreste. Questi ultimi due sono ubicati in area metropolitana. Nel quadrante est sono stati realizzati i centri di Casal Bertone; Collatina; Casilina; Palmiro Togliatti; Cinecittà (preesistente); Lunghezza-Porta di Roma est; La Rustica (preesistente); Polo tecnologico; Tor Vergata; Romanina; Anagnina; Osteria del curato; Valmontone; Ciampino-J-F. Kennedy. Nel quadrante sud sono stati realizzati i centri di Navigatori; Granai di Nerva (preesistente); Euroma2; Laurentino 38; Tor Pagnotta 1; Tor Pagnotta 2; Mezzocammino; Castel Romano. Navigatori, Laurentino 38 e Mezzocammino sono in corso di completamento. Nel quadrante ovest sono stati realizzati i centri di Selva Candida; Aurelia; Pescaccio (preesistente); Portuense; Ponte Galeria-Commercity; Fiumicino-Da Vinci; Fiumicino-Leonardo.
[17] Uno dei meriti della puntata di Report sta nel fatto di aver infranto il muro del silenzio durato nei quindici anni di amministrazioni di centrosinistra. Nonostante in quegli anni non fossero mancati conflitti o studi, il controllo del sistema mediatico non aveva lasciato spazio alla città reale. Alcuni esempi. Il 14 novembre 2002 si svolge un corteo organizzato da numerosi comitati di periferia fino al Campidoglio. Sempre nel 2002 esce Lezioni di piano, per un altro piano regolatore di Roma, volume curato dal consigliere comunale alla partecipazione, Nunzio D’Erme. Nel 2006 esce Modello romano, l’ambigua modernità, Odradek editore, in cui viene evidenziata l’inconsistenza del modello romano. Non si contano invece le vertenze aperte da moltissimi comitati di cittadini che dal centro storico alla periferia hanno chiesto invano una inversione di tendenza dell’urbanistica romana.
[18] Italo Insolera, Domitilla Morandi, Walter Tocci, Avanti c’è posto. Donzelli editore 2008.
[19] Paolo Berdini, La città in vendita, centri storici e mercato senza regole. Donzelli editore 2008.
[20]Urbanpromo nel 2008 era giunta alla sua quinta edizione. Sulle vicende dell’Inu va segnalato il recente volume di Franco Girardi, Storia dell’Inu. Settant’anni di urbanistica italiana. 1930-2000. Ediesse, 2008.
I giudici e i giornalisti lo fanno impazzire. Quelli che fanno il loro mestiere naturalmente, certo. Quelli che non può comprare. Li chiama comunisti, termine che usa come insulto dunque non è possibile rispondergli con ragionevolezza ferma che il comunismo non c’entra con l’esercizio di una funzione di controllo o meglio c’entra, ma sarebbe un discorso inaffrontabile con uno che considera «una vecchia storia» quella degli anni Novanta (le stragi di mafia, Mangano lo stalliere di Arcore, la trattativa, avete presente?). Le origini della storia politica contemporanea di questo paese non sono un tema di cui dibattere con Berlusconi. Non gli interessa. Gli interessa solo la sua personale vicenda e difatti è solo sui suoi processi che perde il controllo. La conferma della sentenza Mills, l’avvocato che ha mentito per salvare il premier ed è per questo stato ricompensato con 600 mila euro. Ricompensato, corrotto. Che se ne parli: non lo tollera. Chiama in diretta in tv per urlare che l’emergenza del paese sono i magistrati comunisti di Milano. Non, per restare solo ai temi trattati in quel programma, l’imprenditore che dice «sono un disoccupato che lavora». Non l’eventuale abolizione di una tassa che serve a finanziare il servizio sanitario, quel che ne resta. Non i suoi legami con Putin (tecnicamente, lui sì, un comunista) e con Gheddafi, un dittatore, gli unici due capi di stato mondiali con cui intrattenga rapporti: di affari, certo. No, nessuno di questi punti toccati a Ballarò è per il premier un problema degno di replica. Lo è la sentenza che lo riguarda. I giudici comunisti e chi ne parla. Dunque un attacco a Giovanni Floris di incredibile violenza con il consueto corollario - il refrain di tutti gli editti - sul servizio pubblico occupato - da chi? - dai comunisti. Preoccupa. Ogni volta che Berlusconi ha additato un giornalista come nemico costui è stato rimosso tempo sei mesi. Nei giornali e in tv. O è preveggente o c’entra qualcosa.
Era imbarazzante l’altra sera assistere allo spettacolo di due ministri maggiordomi: prego prego presidente le cediamo il nostro tempo e le nostre parole. Le nostre opinioni, il posto, il cappotto, quello che vuole. Era mortificante non poter ribattere alle risposte del premier. Non c’è replica, quando risponde: ha sempre l’ultima parola. Quel che è chiaro è che certi "comunisti" - noi dell’Unità, Floris, Rosy Bindi allieva di Vittorio Bachelet - devono sparire. Deve sparire la libertà di parola. La museruola è pronta, Susanna Turco e Claudia Fusani raccontano quello che ci aspetta. La vendetta contro ipm e i giornalisti comunisti si consumerà tra poche settimane: a fine novembre le nuove norme sulle intercettazioni potrebbero essere legge dello stato. Un testo che sarebbe un certificato di morte per centinaia di indagini comprese quelle su mafia e terrorismo. Leggete, riascoltate on line che cosa ha detto al nostro giornale Armando Spataro solo alcuni giorni fa. Chiunque abbia a cuore l’Italia deve reagire adesso. Prima che la struttura dello Stato venga giù come un palazzo durante un terremoto. Dopo si potrà solo piangere. I comunisti e tutti gli altri: il danno sarà uguale per tutti. Non aspettiamo le macerie, coraggio.
Via libera del consiglio dei ministri al ddl Gelmini sull'università: la figura del ricercatore diventa a tempo determinato, cambiano le modalità di elezione dei rettori. Studenti e docenti sul piede di guerra.
Ricercatori solo a tempo, nel limbo l’attuale precariato. Senato accademico svuotato di poteri effettivi e studenti “infilati” ovunque, ma solo come operazione di facciata. Test di accesso persino per le borse di studio per il merito, un fondo a cura dell’Economia e non dal Miur. Riscrittura degli Statuti, pena il commissariamento e ore dei prof certificate e verificate. Ecco la riforma della Gelmini. Meno democrazia e più potere al Cda con l’ingresso delle aziende private e ai rettori. E la protesta dell’Onda è già dietro l’angolo. Un disegno di legge di riforma in 15 articoli che dopo il via libera del Consiglio dei ministri comincerà il suo iter al Senato, affinché il ddl Aprea sull’istruzione in fondazione possa avere una corsia privilegiata.
NUOVI STATUTI O COMMISSARIAMENTO Entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge le università statali dovranno modificare i propri statuti, rispettando vincoli e criteri: ridurre le facoltà, massimo 12 negli Atenei più grandi e i dipartimenti. Le università vicine possono federarsi. E ancora: personale esterno nei nuclei di valutazione, snellire i componenti del Senato accademico e dei Cda. Se la governance non verrà rivista, 3 mesi di deroga, poi il commissariamento.
CDA CON DENTRO I PRIVATI Sarà aperto al territorio, enti locali e mondo produttivo il consiglio di amministrazione. Attribuzione al Consiglio di amministrazione delle funzioni di indirizzo strategico, competenze sull’attivazione o soppressione di corsi e sedi. Il Cda sarà composto di 11 componenti, incluso il rettore e una rappresentanza elettiva degli studenti. Il mandato sarà di 4 anni, quello degli studenti solo biennale. Scompare la figura del direttore amministrativo e subentra quella del direttore generale con compiti di gestione e organizzazione dei serviti, Un vero manager. Il Cda non sarà elettivo, ma fortemente responsabilizzato e competente, con il 40% di membri esterni. Il presidente del cda potrà essere esterno. Il direttore generale avrà compiti di grande responsabilità e dovrà rispondere delle sue scelte, come un vero e proprio manager dell’ateneo.
FONDO PER IL MERITO Istituito presso il ministero dell’Economia (e non dell’Istruzione) il fon-do per «sviluppare l’eccellenza e il merito dei migliori studenti». La gestione è affidata a Consap Spa. Erogherà borse e buoni ma non a pioggia: per accedere bisognerà partecipare a test nazionali.
RECLUTAMENTO PROF. Per i docenti arriva l’abilitazione nazionale di durata quadriennale assegnata sulla base delle pubblicazioni da una commissione sorteggiata tra esperti nazionali e internazionali. Solo chi ha l’abilitazionepuò partecipare ai concorsi di Ateneo che avverranno sulla base di titoli e del curriculum con i bandi pubblicati anche sul sito della Ue e del Miur.
RICERCATORI SOLO A TEMPO Niente più concorsi per i ricercatori a tempo indeterminato. Solo contratti a termine di 3 anni rinnovabili con selezioni pubbliche. Dopo il 3° anno lo studioso può essere chiamato dall’Ateneo per un posto docente.
BILANCI TRASPARENTI Verrà introdotta una contabilità economico- patrimoniale uniforme, secondo criteri nazionali concordati tra i ministeri dell’Istruzione e del Tesoro. Debiti e crediti saranno resi più chiari nel bilancio. È previsto il commissariamento per gli atenei in dissesto finanziario.
LARGO AI PRIVATI
DECIDERANNO SU TUTTO
Le perplessità dei tecnici, i dubbi sul ruolo delle Fondazioni Il rischio di avere anche 600 docenti per facoltà. E su tutto anche le parti condivise, l’incubo dei soldi, che non ci sono
Senza soldi non si canta la Messa, è il detto. E senza soldi la decantata riforma dell’Università varata ieri andrà da nessuna parte, secondo gli esperti. Una riforma che introduce pesantemente nella gestione il ministero dell’Economia, senza che sia chiaramente definito il margine di competenze, rispetto a quelle del ministero dell’Istruzione, Università e ricerca. Il rischio vero è che si riduca l’autonomia universitaria, dal momento che sono aperte le porte all’ingresso di privati nei consigli di amministrazione. E nella foga propagandistica di ridurre i corsi universitari, si limita a dodici il numero di facoltà sia negli atenei delle grandi città che in quelli più periferici con meno iscritti.
Secondo Rino Falcone, ricercatore dell’Istituto Scienze e tecnologie cognitive del Cnr, membro del coordinamento dell’Osservatorio della Ricerca, già collaboratore del ministro Fabio Mussi, ci sono parecchi punti di criticità nella riforma Gelmini (o meglio, Gelmini-Tremonti, con relativi complimenti paternalistici del secondo ai «giovani ministri crescono»). Falcone osserva che sono state raccolte alcune indicazioni dell’ex ministro Mussi: il codice etico che eviti i passaggi di cattedre per via parentale e l’incompatibilità per conflitto d’interessi; il mandato temporaneo per i rettori (non più di due per un massimo di otto anni); la riduzione dei settori scientifico-disciplinari. E, nonostante Mariastella Gelmini inizialmente aveva detto di non volerla adottare, è stata varata l’Agenzia di valutazione (introdotta da Mussi con un decreto poi convertito in legge) per la valutazione delle università e degli enti di ricerca, la cui attuazione richiede tempi molto lunghi, e finanziamenti.
I punti critici: «la messa sotto tutela del ministero dell’Univerità e ricerca rispetto al ministero dell’Economia », osserva Falcone, «che dovrà autorizzare molti interventi», quindi si prevede un’influenza forte del Tesoro sulla vita degli atenei, al di là delle competenze di spesa. E basti pensare ai tagli sui precari attuati nella scuola da Gelmini per conto di Tremonti.
Atenei privatizzati. Un punto «preoccupante», secondo Falcone è «la possibilità che si offre ai privati di contribuire significativamente alle decisioni strategiche delle università con l’ingresso nei Cda di almeno il 40 per cento di esterni con competenze gestionali-amministrative». Il che si tradurrà in un «travaso di poteri » dal Senato accademico ai Cda. Università come aziende, quindi, tanto più con l’ampliata possibilità per gli atenei di trasformarsi in Fondazioni private (prevista per legge l’anno scorso). La porta aperta ai privati dà il via ai tagli di fondi alle università, ed il rischio è «un deterioramento del tessuto di conoscenza del paese», intaccando unsistema che è ancora considerato forte sul piano internazionale, prova nei sia la fuga di cervelli. Sulle fondazioni, lo storico di destra Franco Cardini scrisse su Il Secolo nel luglio 2008 che tale trasformazione sarebbe stata «il passaggio da una concezione culturale comunitaria a una patrimoniale e privatistica del sapere», da una università di tutti con i suoi limiti a una «costosa università per ricchi », salvando forse alcuni atenei privatizzandoli, ma mandando «a farsi benedire il diritto allo studio: o meglio, lo studio come diritto».
Facoltàsuperaffollate: La riduzione indifferenziata a 12 facoltà per tutte,sembra scriteriata: avverrà che «La Sapienza» di Roma avrà le stesse 12 facoltà dell'università di Urbino, arrivando, nel caso di Roma,a dei mostri con 600 docenti per facoltà. Dei mega organismi nei quali sarà impossibile prendere qualsiasi decisione collegiale.
Ricercatori: se l’introduzione della «tenure track» (tre anni di contratto e un rinnovo di tre anni previo seconda valutazione, e poi l’eventuale assunzione come professore associato) allinea l’Italia agli altri paesi, secondo Falcone un altro punto critico può venire dalla «duplicazione delle modalità di reclutamento». Ovvero, se parallelamente resta in vigore l’attuale sistema, il concorso sulla base dell’abilitazione nazionale, ci sarà una pericolosa duplicazione di sistemi. E permane il rischio dell’ingresso pilotato previo raccomandazioni e favoritismi. Insomma, la riforma al momento è solo abbozzata, lo stesso testo completo non è reperibile, al di là della «copertina» illustrata nel Consiglio dei ministri, e bisogna vedere cosa succederà con i decreti attuativi. Ma, nell’insieme, ne risulta una «chiara riduzione dell’autonomia universitaria, e uno schema più dirigista» degli atenei stessi, conclude Falcone.
La vicenda parlamentare del testamento biologico ha conosciuto ieri una violenta accelerazione. Era imprevedibile? Non credo. Troppi segnali si erano accumulati negli ultimi tempi, troppe convenienze politiche si erano svelate perché si potesse prestar fede a qualche apertura, peraltro ambigua, venuta dalla maggioranza. La chiusura immotivata del confronto in Commissione, allora, assume un triplice significato. Smentisce la tesi secondo la quale la maggioranza è sempre disposta al dialogo, mentre l´opposizione è arroccata intorno a immotivate posizioni di rifiuto. Rivela una prepotenza che si dà una veste giuridica incostituzionale. Conferma la subordinazione della politica del governo a quella vaticana: non è un caso che la decisione del Pdl sia venuta all´indomani dell´incontro tra Gianni Letta e Benedetto XVI.
1. Giochi di potere. Da tempo in Vaticano vi era una fila lunga, e mortificante, di politici che portavano le loro offerte, racchiuse soprattutto in quel contenitore allettante che si chiama appunto testamento biologico e che sprigiona veleni tali da inquinare non solo l´ambiente istituzionale, ma l´intera società. Un´offerta sacrificale, dove le vittime sono le persone alle quali si vuole negare il diritto di decidere liberamente sulla fine della loro vita. Tutto questo è all´interno di un gioco politico che, da una parte, vuole rinsaldare i rapporti tra governo e Vaticano e, dall´altra, rende evidente una concorrenza tra i partiti di maggioranza, dove la Lega si offre alla Chiesa come l´interlocutore più affidabile, il vero partito cristiano.
Dopo che Bossi aveva esibito i suoi incontri ai più alti livelli, con la Segreteria di Stato e con il presidente della Cei, Berlusconi ha fatto la sua mossa. Debole com´è, bisognoso di una rinnovata legittimazione vaticana, ha cercato di tornare al centro del gioco, accettando la richiesta vaticana di tenere fermo l´impianto proibizionista e autoritario della legge sul testamento biologico. Inammissibile ingerenza della Chiesa o, invece, crescente debolezza della politica italiana? La risposta è nei fatti, nella sempre più marcata accettazione delle posizioni della Chiesa in tutte le materie che riguardano le decisioni sulla vita: la procreazione, con le resistenze contro la legittima utilizzazione della pillola Ru486; le relazioni personali, con la perdurante ostilità al riconoscimento delle unioni di fatto; il morire, appunto con la pretesa di cancellare la possibilità di libere scelte delle persone. In queste materie delicatissime si è ormai realizzata una cogestione tra governo italiano e governo vaticano.
2. Obiezione di coscienza. Per sfuggire a questa stretta e recuperare un po´ di autonomia per i parlamentari, si era invocata la loro libertà di coscienza, di cui lo stesso presidente della Camera si era fatto garante. Anche questa mossa rischia ora di essere vanificata. E però bisogna sottolineare che si tratta comunque di una iniziativa inadeguata rispetto alla specifica situazione che abbiamo di fronte. Infatti, quando le decisioni parlamentari incidono direttamente sul diritto delle persone di governare la loro vita, la questione della libertà di coscienza deve essere considerata anche, o soprattutto, da un diverso punto di vista. Qui la libertà di coscienza da tutelare è, in primo luogo, quella della persona che deve compiere le scelte di vita. Altrimenti si determina una asimmetria pericolosa: quando si affrontano i temi "eticamente sensibili", la libertà di coscienza dei legislatori può divenire massima, mentre finisce con l´essere minima quella delle persone alle quali si rivolge la legge. Ci si deve chiedere, allora, se siano in sé legittimi interventi legislativi tali da cancellare, o condizionare in maniera determinante, il diritto di ciascuno di governare liberamente la propria vita.
3. Habeas corpus. Questa è l´antica formula con la quale il sovrano si impegna a "non mettere la mano" sul corpo dei cittadini. È l´impegno che il sovrano democratico, l´Assemblea costituente, rinnova quando, nell´articolo 32 della Costituzione dedicato al diritto fondamentale alla salute, conclude perentoriamente che "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Il Parlamento non può ignorare tutto questo, deputati e senatori debbono ricordare che, scrivendo quelle parole, l´Assemblea costituente era ben consapevole di porre un limite invalicabile al loro potere, di individuare un´area non solo sottratta all´arbitrio delle maggioranze parlamentari, ma indecidibile dal legislatore, dunque un luogo dove neppure la legge può penetrare. Questa logica costituzionale è sovvertita dal testo in discussione alla Camera. Il diritto fondamentale all´autodeterminazione è cancellato, perché si esclude il valore vincolante delle decisioni della persona riguardanti la fine della vita; e perché si impone a tutti l´obbligo di sottoporsi all´alimentazione e alla idratazione forzata, di cui abusivamente si nega il carattere di trattamento terapeutico, ignorando l´opposta opinione di quasi tutta la comunità scientifica proprio per cancellare il diritto, da lungo tempo riconosciuto, di rifiutare le cure. Siamo di fronte a un grave tentativo di impadronirsi della vita delle persone, di una mossa autoritaria che altera il rapporto tra Stato e cittadino. Cercando di reagire a questa deriva pericolosa, venti parlamentari della maggioranza avevano scritto al presidente del Consiglio una "lettera sul disarmo ideologico", proponendo "una riserva deontologica sulla materia del fine vita, demandando al rapporto tra pazienti, familiari, fiduciari e medici la decisione in ordine a ogni scelta di cura".
Da anni insisto sulla necessità di analizzare il rapporto tra la vita e le regole sottraendolo in generale alla pretesa di un diritto pervasivo, che si fa strumento di una politica che vuole impadronirsi della libertà delle persone. Ma non basta invocare un´assenza del diritto, che potrebbe poi lasciare il campo libero a qualsiasi incursione autoritaria. Bisogna seguire l´indicazione costituzionale e fondare l´autonomia della persona sul riconoscimento dell´intangibilità di tale autonomia. Una norma sobria, una soglia legislativa minima che riconosca che la zona dell´essere può essere "recintata" solo dallo stesso interessato. Se, invece, si confermerà la strada segnata dal testo già approvato dal Senato, non ci si dovrà poi meravigliare se la terribile e "politica" Corte costituzionale farà il suo mestiere e interverrà per eliminare le inammissibili limitazioni alla libertà delle persone. Non v´è dubbio, infatti, che siamo di fronte a un testo violentemente ideologico e giuridicamente sgangherato.
4. Privato e pubblico. Questo vuol forse dire che, rifiutando ogni intervento invasivo del legislatore, si deve pure invocare pure un generale disinteresse pubblico per le questioni di vita? La stessa Commissione parlamentare, ieri così irragionevolmente chiusa, ha approvato un testo per garantire l´accesso alle cure palliative e alle terapie del dolore. Qui la presenza del legislatore non è invasiva o abusiva, non si sostituisce alla volontà della persona, ma consente a ciascuno di prendere le proprie decisioni in condizioni di vera libertà. Lo stesso accade quando si prevede una indennità per i familiari che assistono in casa una persona in stato vegetativo: lo ha fatto in febbraio l´Assemblea nazionale francese, lo ha appena deciso la Regione Lombardia. Qui il rapporto tra la vita e le regole non è affidato alla prepotenza, ma alla creazione di servizi adeguati, di un ambiente nel quale vengono rimossi gli ostacoli che limitano l´esercizio libero della volontà. Questo è il vero compito al quale la Repubblica, per rispetto della Costituzione, non può sottrarsi.
Inquinano più di una colonna di tir, oscurano il profilo della città. Sono le navi che attraccano a Santa Marta, caricano migliaia di villeggianti e si fanno trainare fino all'Adriatico. Veri e propri residence galleggianti, dove a fare la parte degli immobiliaristi ci sono gli armatori. Ecco cosa si nasconde dietro il primo homeport d'Europa
Oscurano il profilo della città più bella del mondo. Fanno «saltare» le televisioni nelle case. Innescano un piccolo tsunami nel bacino San Marco. E assorbono l'elettricità dei sestrieri. Oltretutto, inquinano peggio di una colonna di Tir in tangenziale. Le gigantesche navi da crociera sono un business per Venezia. Attraccano a Santa Marta, caricano migliaia di passeggeri nella città-galleggiante e si fanno trainare dai rimorchiatori fino all'Adriatico. Andata e ritorno: uno "spettacolo" mozzafiato per chi sta a bordo; una "tortura" senza fine per i veneziani.
È l'ultima frontiera del turismo di massa nella città-cartolina per antonomasia. Un viaggio con vista sul Canal Grande con un ticket che non contabilizza però l'impatto reale dei nuovi Titanic. Ingegneria navale applicata all'immobiliarismo da residence. «Bestioni» lunghi 300 metri, alti 50, con cabine attrezzate per almeno 3.000 passeggeri, supermercati, casinò, piscine, palestre e sale cinema e ascensori panoramici. Atmosfere da sogno con i ponti illustrati da Milo Manara e le copie del Caffè Florian, come a bordo della Costa Atlantica. Scafi da 90 mila tonnellate governati da un equipaggio di oltre mille uomini e gestiti da un "reggimento" di cuochi, medici, camerieri e uomini della security. Una città nella città che salpa e attracca, da sponde sempre più ormeggiate sul filo del rasoio. Dietro le turboeliche del denaro ci sono armatori che pagano profumatamente servizi portuali e tasse d'ogni genere perché Venezia non ha prezzo nell'immaginario dei croceristi (16% americani, un quarto italiani, il resto europei con gli spagnoli in crescita).
Crociere sempre a gonfie vele, tanto che il terminal della laguna si prenota come primo homeport d'Europa. Intanto, diventa l'undicesimo scalo turistico al mondo: nel 2008 un milione 215.088 passeggeri; quest'anno si registra un incremento del 15%. Significano 2 milioni di bagagli movimentati, 33 mila persone nel picco stagionale e circa 35 mila auto in sosta nei piazzali dell'isola del Tronchetto. Tradotto alla cassa, vuol dire un giro d'affari da 220 milioni di euro all'anno.
Una partita che sembra giustificare la "stazza" del faraonico investimento per il nuovo bacino Sant'Angelo: 100 milioni di euro per una futuristica stazione marittima a ridosso del Canale dei Petroli. Nel progetto, 5 mila metri quadri chiusi da una "sponda" lunga mezzo chilometro. Dovrebbe essere pronto nel giro di tre anni. Servirà a far attraccare le future Queen Mary, veri e propri "incrociatori" in grado di movimentare 10 mila passeggeri "a toccata". Nel conto dell'espansione ci sono anche 50 milioni di euro per il potenziamento tecnico dello scalo e altri che 17 permetteranno il riatto di due terminal e la posa di una passerella mobile al terminal Isonzo.
Le crociere d'oro, però, sono come un maremoto. Tanto che il mareografo sul campanile di piazza San Marco è tutt'altro che serenissimo. Registra puntualmente le «scosse» ogni volta che le navi attraversano il bacino da Sant'Elena alle Zattere, e viceversa. E perfino il PM10 oscilla verso l'alto quando i mega-comignoli sbuffano smog nel cielo della laguna.
I veneziani che abitano a Dorsoduro, lungo il canale solcato dai giganti del mare, hanno dichiarato guerra alle grandi navi. «Devastano rive, fondamenta e fondali. Spostano enormi masse d'acqua che poi vanno a scaricarsi direttamente sulla città». E' la denuncia del Coordinamento dei comitati di quartiere di Santa Marta, Castello e Sacca Fisola. Sotto accusa (oltre al micidiale effetto "risucchio e pistone" amplificato dalla stazza delle navi), soprattutto gli energivori motori diesel da 50 mila kilowatt: rimangono accesi 24 ore al giorno per alimentare gli impianti e la frenetica vita di bordo.
Così la centralina Arpav installata sull'isola di Sacca Fisola, a 200 metri dalla stazione marittima, rileva valori di particolato maggiori di quelli registrati ai bordi della tangenziale di Mestre. E all'Agenzia per l'ambiente ammettono senza difficoltà che il traffico portuale nei moli è responsabile della diffusione del 10% del totale dell'emissioni di micropolveri dell'intera provincia. «Pensare che quel "mostro" del Marco Polo, il terzo aeroporto d'Italia per volumi di traffico, emette "solo" lo 0,5 % del Pm10 del veneziano» fanno notare gli abitanti delle zone esposte.
Un dislocamento più che ingombrante, non solo nelle darsene. Anche perché i transatlantici ormeggiati in laguna non chiudono gli occhi nemmeno di notte. I radar installati nelle plance automatizzate emettono senza sosta potenti radiazioni elettromagnetiche. Non servono sofisticati strumenti di rilevazione per misurare gli effetti delle antenne navali: è sufficiente entrare in uno dei "casermoni" di Santa Marta dietro alla vecchia stazione marittima dove non si riceve nemmeno il segnale Rai.
Ma il pericolo maggiore è che questo spicchio di laguna si trasformi presto in un vero e proprio braccio di mare: «Per far transitare le navi da crociera bisogna scavare i fondali, in aperto contrasto con la legge speciale di salvaguardia di Venezia. C'è il rischio di scuotere tonnellate di fanghi inquinati, scarti di lavorazione delle industrie del Petrolchimico» precisano al comitato. Respingono la monetizzazione del primato marittimo veneziano: «L'autorità portuale vorrebbe costruire un muro di separazione tra le banchine e il quartiere di Santa Marta. In cambio, offre al Comune il tradizionale piatto di lenticchie». Nella fattispecie, un migliaio di posti auto nella nuova rimessa d'appoggio del traffico passeggeri programmata dagli ingegneri del Porto.
Per far quadrare il pesante cerchio, si profila una tassa sul traffico navale: una sorta di risarcimento per riparare i danni dell'onda del turismo che si abbatte su rive e fondazioni tutelate dalla Soprintendenza veneziana. E c'è chi teme il patto tra Comune e i napoletani della Msc-crociere, prima compagnia nel Mediterraneo: oltre 200 mila euro per sponsorizzare il Carnevale e la promessa di utilizzare carburante "verde" durante la navigazione nel bacino San Marco.
A Venezia la battaglia contro le grandi navi non è pregiudiziale: «Non siamo contro le attività turistiche o portuali. Ma a favore della costruzione di un avamporto in mare. Come hanno fatto le autorità dei maggiori scali marittimi inseriti nei grandi agglomerati urbani, e come da tempo richiesto dalla municipalità di [Venezia-]Murano-Burano in un ordine del giorno votato dal Consiglio. Intanto bisogna imporre al naviglio di ogni dimensione e genere il divieto di usare i generatori di bordo durante la sosta in banchina, e contemporaneamente allestire appositi attracchi a Porto Marghera».
A primavera, a Venezia si vota. Massimo Cacciari, sindaco-filosofo ormai più che deluso dal Pd, ha annunciato da tempo l'intenzione di chiudere con Ca' Farsetti. Il centrodestra accarezza l'idea di "riconquistare" il potere come ai bei tempi del pentapartito: si vocifera la candidatura a sindaco del ministro Renato Brunetta (ma anche del governatore Giancarlo Galan). La nave del PdL è pronta ad abbordare il municipio, buttando definitivamente a mare ciò che resta del centrosinistra.
A caccia di germani reali sui confini del Boscoincittà. Se di questi tempi vi capita di passeggiare o andare in bicicletta lungo i sentieri del polmone verde che si estende oltre il Gallaratese e cascina Melghera vi conviene prestare molta attenzione: pochi metri più in là potrebbe esserci una doppietta in agguato. E’ quello che è successo, sabato scorso, a un abituale frequentatore del Bosco a spasso con il figlio: a qualche passo di distanza si è ritrovato un gruppetto di cacciatori armati e pronti a sparare.
Brividi nella schiena, ma sia chiaro: è tutto legale. L’attività venatoria nell’area agricola compresa tra il parco e le case di Trenno è consentita. Ma ancora una volta si ripropone l’anomalia dei cacciatori scatenati nei campi adiacenti il Boscoincittà e il tema dei rischi per la sicurezza dei cittadini.
Non c’è da sorprendersi, del resto, se i confini del Bosco (escluso dalla caccia in quanto parco urbano) rappresentano uno spazio ambito. Appostarsi in vicinanza di una zona protetta dove si rifugia la selvaggina è per i cacciatori una scelta del tutto naturale. Quello che naturale non è, invece, è che si possa sparare in una campagna a pochi passi da dove giocano i bambini, e comunque non distante dalle case.
Forse anche per questo sulla scrivania dell’assessore al Verde, Maurizio Cadeo, sono arrivate alcune segnalazioni. E anche il verde Enrico Fedrighini presenterà un’interrogazione in consiglio comunale: «Chiederò a Cadeo — annuncia — di promuovere presso il suo omologo assessore provinciale l’inserimento dell’area del Boscoincittà e zone agricole confinanti nell’elenco delle Oasi di Protezione della Provincia, dove è vietata qualunque forma di caccia per consentirne il transito e il ripopolamento della fauna».
Anche l’assessore Cadeo intende vederci chiaro. «E’ vero che la legge lo consente — premette — ma mi sembra disdicevole sparare a pochi metri dal parco urbano. Sentirò i colleghi di Provincia e Regione per capire come si può intervenire ».
Le decisioni sul futuro di Milano? Si prendono a casa del sindaco Letizia Moratti (che poi è anche la casa del petroliere Gianmarco Moratti, suo marito). In un paese normale sarebbe da non crederci. Ma siamo in Italia, paese in cui il presidente del Consiglio riunisce la corte nella reggia di Arcore e prende decisioni a Palazzo Grazioli, magari nel lettone di Putin. Un paese in cui il Parlamento è considerato un ente inutile e le istituzioni (dalla magistratura alla Corte costituzionale, fino alla presidenza della Repubblica) sono svillaneggiate e offese. Che sarà mai, allora, una mancanza di rispetto al Consiglio comunale, alla Giunta, a Palazzo Marino? Il potere è roba personale, da manovrare a casa (anche perché a Palazzo Marino potrebbe esserci nascosta qualche microspia: è già successo). Dunque, per risolvere la faida che si è aperta dentro il centrodestra milanese sugli affari urbanistici e immobiliari, riunione a casa Moratti, venerdì 16 ottobre. Presenti, oltre alla padrona di casa (Pdl-area Moratti), l’assessore all’urbanistica Carlo Masseroli (Pdl-area Cl), il presidente della Provincia Guido Podestà (Pdl-area laica) e Ignazio La Russa (Pdl-area ex An).
Che ci fa La Russa a casa Moratti? Che un ministro della Repubblica – e ministro della Difesa, non della Semplificazione dei Bruscolini – trovi il tempo e la voglia di partecipare alle riunioni di Donna Mestizia, la dice lunga sull’importanza degli affari trattati in quegli incontri. E della necessità per La Russa di essere presente di persona. Perché? I maligni hanno una spiegazione maliziosa: che ha a che fare con il rapporto che lega indissolubilmente tre generazioni di La Russa a un costruttore, immobiliarista e finanziere particolarmente attivo sulla piazza di Milano: Salvatore Ligresti da Paternò. Il padre di Ignazio, il patriarca Antonino La Russa (anch’egli di Paternò), è anche padre finanziario di don Salvatore, avendo pilotato nelle sue mani le eredità del vecchio ras Michelangelo Virgillito (da Paternò) e del suo discepolo Raffaele Ursini. Il figlio d’Ignazio, Geronimo, siede nei board delle società ligrestiane, a cominciare dalla holding Premafin in cui è entrato a 25 anni.
Sì, Salvatore Ligresti: un nome che è anche l’ordine del giorno segreto della riunione a casa Moratti di venerdì 16 ottobre. Don Salvatore si era accorto, qualche settimana fa, che tre sue pratiche urbanistiche, ferme da quasi tre decenni, erano diventate di colpo urgenti: aveva allora chiesto a Podestà nientemeno che di commissariare il Comune. Era seguito un braccio di ferro tra Podestà e La Russa da una parte, Moratti e Masseroli dall’altra. Ora la situazione si è sbloccata e nessuno vuole più commissariare nessuno. Quale soluzione è stata trovata? Quale papello è stato discusso? Quale trattativa è stata conclusa? Quale scambio è stato pattuito (a spese della città)? Non lo sappiamo: è un segreto chiuso nelle mura di casa Moratti. Sappiamo però che il futuro urbanistico di Milano non sarà più tutto nelle mani del sindaco e del suo assessore (che sta distillando il nuovo Piano di governo del territorio): al tavolo delle decisioni – e degli affari – ora si sono accomodati ufficialmente anche La Russa e Podestà (che da qui in poi ha mano libera per i suoi Piani di cintura, relativi ad aree preziose attorno a Milano, tra le quali il Parco sud). Buone notizie in arrivo per Ligresti, statene certi.
Le dimissioni di Piero Marrazzo hanno un valore, prima che politico, purificatorio. Non sono la risposta alle richieste interessate della maggioranza di governo ma allo sconforto del popolo di sinistra.
Con questo gesto l’uomo politico si è spogliato della sua veste pubblica e da questo punto di vista la vicenda è chiusa. Resta un dramma privato, aperto all’umana pietas di chi ha sofferto per Marrazzo o anche si è scandalizzato per le debolezze di un individuo.
Alcune riflessioni, però, si impongono. Nel giorno delle primarie il popolo di sinistra era andato a votare con l’animo percosso da una catastrofe dell’anima, scatenata appunto dal caso Marrazzo. Lo choc non può essere neppure oggi superato confortandosi con il parallelo, che viene spontaneo a tutti, tra come si è conclusa la vicenda che ha travolto il presidente della Regione Lazio e i fatti, ben più gravi per la commistione tra pubblico e privato, che "non" hanno provocato le dimissioni del premier. Non avrebbe, peraltro, alcun costrutto abbandonarsi ad una valutazione ponderata del grado di accettabilità delle propensioni sessuali dell’uno e dell’altro personaggio. Serve, piuttosto, porsi altri problemi e, in primo luogo, interrogarsi sul perché le reazioni dei due elettorati siano state e siano così divergenti, quasi da delineare una cortina di ferro antropologica tra «popolo di destra» e «popolo di sinistra».
Il primo, quello berlusconiano, tranne qualche frangia cattolica osservante e la ristretta élite finiana, in fondo non solo accetta ma si compiace di ciò che Giuliano Ferrara derubrica a «inviti a cena e in villa e sesso un po’ a casaccio, con una instancabilità privata divenuta favola pubblica». Bastava, del resto, fare attenzione a cosa diceva in questi mesi e dice ancor oggi la "gente", per cogliere l’assonanza tra le brave madri di famiglia che ce l’hanno con Veronica perché «non lava in famiglia i panni sporchi» e i "machi" di borgata o dei Parioli, fieri delle scopate del loro leader, quasi potessero anche loro replicarle per interposta persona. Il tutto condito dallo schifiltoso ritrarsi dal giudizio dei tanti pseudo liberali, dimentichi della differenza tra ruolo pubblico e vita privata e adontati con "Repubblica" perché ha raccontato tutte queste sconcezze, senza rispettare il sacrosanto diritto alla privacy. Per altri ancora è bastato voltarsi dall’altra parte, distogliere l’attenzione, dirsi che gli uni e gli altri si equivalgono, non farsi coinvolgere dalla evidenza di un’etica pubblica, gettata alle ortiche. Infine, alle brutte, se qualche ambascia li coglieva, prendersela con la sinistra che non c’è.
Per contro il «popolo di sinistra» nel suo assieme e i singoli individui, uomini e donne, che ne fanno parte hanno sofferto amarezza profonda, se non disperazione. Quasi ognuno di loro si ritenesse personalmente offeso da un gesto giudicato insopportabile. Né vale dirsi e ripetersi che Piero Marrazzo ha fatto del male in primo luogo a se stesso e alla sua famiglia e ha cercato di coltivare le sue propensioni sessuali in segreto, senza coinvolgere l’istituzione che dirigeva con accertata dedizione. No, queste cose non potevano lenire un lutto morale che solo le dimissioni permettono ora di elaborare. È, infatti, il nucleo più profondo dell’animo collettivo e individuale della sinistra che è stato leso. Dalla caduta del Muro ad oggi quell’animo è stato sottoposto a una cura terapeutica che, se lo ha disintossicato dall’ideologia e dalla sua proiezione pratica più deleteria – lo stalinismo in tutte le sue forme –, lo ha anche spogliato da illusioni, utopie, speranze troppo avanzate di riscatto economico. La globalizzazione ha smantellato le sue strutture sociali di difesa, i suoi partiti si son fatti sempre più fragili, ognor mutevoli, anche di nome. In questa deriva una sola certezza è rimasta come valore di auto identificazione: l’essere dalla parte – ed essere parte – della gente onesta, per bene; di quelli che non hanno nulla da nascondere, che rispettano la legge, contano sulla Costituzione, pagano le tasse, magari perché ritenute con la paga, conservano qualche traccia di solidarietà.
Per questo aborrono Berlusconi che, per contro, ha legittimato i vizi storici degli italiani, gli altri italiani, che son forse la maggioranza. Che con la scesa in campo del Cavaliere hanno finalmente trovato qualcuno che non li faceva vergognare della vocazione nazionale ad "arrangiarsi", magari con qualche imbroglio piccolo o grande, eludendo il fisco, lavorando in nero, armeggiando per una violazione edilizia. E soprattutto vivendo la legge, le regole e sotto sotto anche qualcuno dei 10 Comandamenti, figuriamoci la Costituzione, come malevoli impedimenti al libero esplicitarsi di tutto ciò che bisogna fare per sopravvivere. Per questo amano e si identificano con Berlusconi che ha suonato la campana del "liberi tutti" (l’altro giorno, persino, dall’obbligo di pagare il canone Rai).
Cosa gliene importa del conflitto d’interessi, della suddivisione dei poteri, del ludibrio gettato sulla Magistratura? Anzi, la condotta scandalosa, pubblicamente esibita, la degradazione dei palazzi del potere in luoghi di privato piacere, la promozione delle veline di turno, danno a tanti diseredati, ai rampanti in lista di attesa, agli infiniti aspiranti alle innumerevoli "isole dei famosi", il placet «che tutto se po’ fa», la versione plebea dello «Yes, we can».
Il «popolo di sinistra» questo lo sente e lo soffre. Lo consola il fatto di poter raccontare se stesso in modo specularmente opposto, anche se non riesce più ad inverarsi nella orgogliosa "diversità" berlingueriana. Immagina che il suo partito di riferimento faccia proprio questo valore, smentisca nei fatti quel ritornello che lo offende ma anche genera dubbi: «In fondo sono tutti eguali». Per questo il "peccato" di Piero Marrazzo è stato patito come "mortale". Perché avvalora il dubbio, soprattutto nei confronti di vertici, dotati solo di buona volontà ma non del carisma da cui nasce la fiducia.
Di qui l’esigenza di una franca, profonda riflessione in seno a quello che formalmente si chiama gruppo dirigente. Perché maturi la consapevolezza che il germe velenoso dell’omologazione subliminale con l’avversario può proliferare grazie a comportamenti similari: designando candidati dotati solo di immagine, siano annunciatori televisivi o giovani il cui curriculum si esaurisce nel certificato di nascita, senza più alcuna verifica delle competenze e della coerenza morale tra pensiero e azione; manifestando in mille occasioni un’arroganza del potere e una sicumera che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi dell’altra sponda politica; abbandonando, come finora hanno fatto non il «controllo del territorio», secondo la formuletta che amano ripetere, ma il contatto continuo, fraterno, comprensivo col loro elettorato.
Da questo elettorato è venuta una volta di più, con i tre milioni di voti delle primarie, la prova niente affatto scontata che il popolo di sinistra ancora c’è, "ci crede" e ha conservato nel cuore un credito di fiducia, una qualche speranza. Esso seguita ad esprimere una "etica popolare" che si contrappone al cinismo amorale berlusconiano. Non è detto che la dirigenza di centro-sinistra sia capace di leggere in profondità le esigenze di buon governo, sia del partito che del Paese che da questo popolo provengono ancora.
Una prima prova la si avrà con la scelta del candidato destinato a concorrere al posto di Marrazzo, quando si svolgeranno le elezioni regionali. Guai se comincerà la solita diatriba tra le mezze cartucce vogliose di fare carriera, più che di vincere. Per questo mi permetto di concludere con una proposta personale. Nelle ultime settimane un personaggio è emerso o, meglio, si è innalzato al di sopra della media, per aver saputo rintuzzare davanti a milioni di telespettatori, le volgarità insultanti del presidente del Consiglio, tanto da diventare simbolo di una riscossa femminile, Rosy Bindi. Sarebbe il caso di sceglierla per acclamazione.
Non c'è alcun dubbio per me che il 25 ottobre sia stata una giornata positiva, molto positiva per la democrazia italiana, oltre che ovviamente per il Pd. Preciso subito che io non sono andato a votare alle primarie di questo partito: non sono un elettore del Pd (quantunque mi riesca difficile dire di cosa io oggi sia un elettore); ritenevo più corretto che su di un argomento del genere si esprimessero iscritti, simpatizzanti ed elettori del Pd. Ma questo non m'impedisce di vedere - anzi - quanto le cose in generale siano andate bene. In un clima di confusione e di sfacelo, che di recente ha toccato anche le fila del centro-sinistra, il fatto che più di tre milioni di cittadini abbiano risposto ad un appello di questa natura significa che un popolo c'è, c'è ancora e offre la propria disponibilità ad esserci ancora di più e ancora meglio.
In secondo luogo, io penso che sarebbe arbitrario in questo caso staccare il risultato popolare da quello del partito che ne ha beneficiato: insomma, il risultato popolare non ci sarebbe stato se non ci fosse stato il partito, l'unico partito di opposizione effettivamente strutturato a livello nazionale in questo paese (tutto il resto, dalla galassia della sinistra extraparlamentare all'Idv o esiste a stente macchie di leopardo oppure si rifugia nelle più comode vesti del partito d'opinione). Anche questo non è poco: la tabe berlusconiana non ha distrutto questo antico tessuto, meno male che ha retto.
Ho scritto: «antico tessuto», e forse non è stato a caso. Io non mi vergognerei di dire che ha vinto il candidato che era o si presentava meno «nuovista». Certe volte bisogna avere il coraggio di fare un passo indietro per farne due avanti. «Nuovismo» - sciagurato «nuovismo» - era stato teorizzare e praticare l'autosufficienza del Pd: i risultati ne sono sotto gli occhi di tutti. Ora si torna a parlare di alleanze: bene, anche se, per battere Berlusconi, il Pd dovrà rimettere insieme tutto quello che ha alla sua destra (Udc) e tutto quello che ha alla sua sinistra (Idv, galassia degli extraparlamentari): non sarà facile, ma auguri.
È da qui però che comincia, per questo Pd indubbiamente rafforzato, un percorso irto di difficoltà, il cui senso complessivo potrebbe esser così riassunto: come può un partito che ha fatto un passo indietro farne d'ora in poi due, e molti più, avanti? Mi permetterei di segnalare alcune questioni, nella forma schematica che meglio si adatta al cri-cri del grillo parlante:
1) Esiste innanzi tutto un problema di democrazia interna di partito, ovvero, con linguaggio leggermente più audace, di partecipazione popolare effettiva. Il Pd è stato in questi anni un partito a tendenze leaderistiche piuttosto accentuate (anche, il che è più ridicolo, a livello locale), e cioè goffamente impegnato a ricalcare il modello berlusconiano, che ovviamente da questo punto di vista è imbattibile. Le primarie - con tutti gli aspetti positivi in precedenza richiamati - restano tuttavia l'espressione di una democrazia tendenzialmente plebiscitaria. Far funzionare al meglio gli organismi elettivi di partito è molto più difficile, ma più stabile, più funzionante, più garantistico e più efficace.
2) Leggo sui giornali che il mio amico Francesco Rutelli lamenta che il risultato delle primarie fa del Pd un partito troppo di sinistra. Io starei ai fatti, limitandomi a constatare che il Pd è stato finora un partito eccezionalmente moderato. Ora, sarà pure un bene che il neo-segretario esordisca affrontando i temi dell'economia (quotidiani del 26-27 ottobre). Bisognerà pure, tuttavia, che ci si dica presto se il «lavoro» - in modo particolare il lavoro dipendente e in modo ancor più particolare i lavoro operaio - rappresenta un protagonista autonomo, una, come si diceva una volta, «variabile indipendente» per il nuovo Pd, oppure no. Da questo dipende molto se esso sarà in grado, oppure no, di battere la Lega in casa propria. E, più in generale, se esso potrà disporre di una base sociale forte all'interno del sistema produttivo del paese, il che mi appare essenziale per qualsiasi politica economica in grado di funzionare. Ossia, in buona sostanza, se continuerà ad essere un partito molto, molto moderato, oppure un poco, ma tangibilmente e visibilmente, più progressista.
3) La tutela dell'ambiente e la difesa del territorio costituiscono ostentatamente il tallone d'Achille dell'attuale Pd. Il nuovo Pd, se ce ne sarà uno, dovrà dedicare un'attenzione particolare a queste tematiche, rovesciando molto delle posizioni attualmente dominanti. Dove il Pd è stato al governo in questi anni, a livello regionale e comunale (tanto per fare esempi lampanti: Toscana e Firenze), non s'è vista differenza alcuna rispetto alle politiche di sfruttamento selvaggio del territorio e dell'urbanistica più cementizia dominanti nelle regioni e nei comuni governati dal centro-destra. Coloro che in passato, dalle file ambientaliste, avevano criticato quegli orientamenti sono stati tacciati di arroganza, estremismo e, peggio, nullismo. Ora i loro accusatori, uomini molto, molto interni al Pd (notizie del 27 ottobre) vanno in galera. Quanto alla politica delle grandi infrastrutture, promossa come cosa propria - e si capisce - dai «berluscones» (ponti, porti, autostrade, Tav), necessita di una risposta critica totalmente alternativa, che pure è possibile anche fattualmente. Per favore, risposte chiare, magari moderate, ma chiare.
4) Non so se un partito vecchio, che voglia farsi nuovo, abbia bisogno di una propria cultura oppure no. Quel che so, è che il Pd non ne ha alcuna e che in questi anni non ha neanche provato ad averne, lasciando spazio alle Fondazioni private dei suoi dirigenti (che sono, mette conto di precisarlo) tutt'altra cosa. Possibile che non ci sia alle spalle di quel che questo partito pensa e decide neanche uno straccio di elaborazione intellettuale? Esempio minimo: le tre questioni precedenti (democrazia, lavoro, ambiente) non potrebbero neanche esser poste, se uno non avesse nella testa alcune coordinate culturali basilari, le quali poi altro non sono che i criteri con i quali si legge il mondo nell'atto stesso in cui sta cambiando, come sempre dunque nella prospettiva che va dal passato al presente verso il futuro. La cultura, come si sa, è un argine all'improvvisazione e all'arbitrio dei politici. Ma può nascere e svilupparsi in politica solo se i politici fanno mostra di averne bisogno e loro stessi la praticano. E' precisamente ciò che finora è del tutto mancato.
Insomma, il buon risultato ha fatto crescere le pretese. Ma non è così che funziona la democrazia, quando funziona?
Nell’ottica degli ideatori – un gruppo della Confindustria, probabilmente legati alla unica realtà sportiva “industriale” del Veneto, cioè Benetton, e del distretto degli attrezzi sportivi della marca trevigiana, assieme ad immobiliaristi vari, il cui snodo sembra essere la facoltà di economia di Cà Foscari dove insegnano Gianfranco Mossetto (Economia dei beni e delle attività culturali, nonché presidente di Est Capital, un fondo di investimenti immobiliari promotore del nuovo palazzo del cinema e proprietario di grandi alberghi al Lido) e Federico Fantini (direttore del master in Strategie per il business dello sport, incaricato di redigere il concept plan delle olimpiadi veneziane) – l’intento è semplice ed evidente; lo ha esplicitato bene il presidente dei giovani industriali di Padova, Jacopo Silva: “Costruire la metropoli del Nordest”, da uno, due milioni di abitanti. Ancora più chiaro l’ex doge Gianni de Michelis che afferma che le Olimpiadi sono l’occasione per “profonde trasformazioni infrastrutturali e istituzionali (…) modificare profondamente la mappa dell’intero Veneto (…) con soglia demografica di due milioni di abitanti”. Che è poi quello che teorizza il nuovo Piano regionale di coordinamento territoriale: una “densificazione” edilizia lungo i trentadue chilometri del nuovo Passante autostradale (nato per fluidificare il traffico di attraversamento, si scopre ora un condensatore di cemento) cominciando con Veneto City e finendo con il Quadrante di Tessera moltiplicato per due , come ha già chiesto il gran patron della Save, Marchi. In mezzo tutto quello che serve: termocombustori, metropolitane di superficie e di profondità, outlet, alberghi, ospedali, fiere e università… e, ovviamente, attrezzature sportive, in un delirio di proposte da capogiro.
Ma non c’era la crisi? E non una crisi qualsiasi – ci ha spiegato Tremonti - ma derivata proprio dalla sopravalutazione finanziaria degli investimenti immobiliari; vale a dire da una esposizione bancaria troppo generosa nei confronti degli immobiliaristi che sono diventati insolventi. Scandali e fallimenti non si contano più anche in Italia. Così come crescono i cantieri fermi, i capannoni sfitti o invenduti, le abitazioni che non hanno acquirenti perché a prezzi “fuori mercato”.
E chi se ne frega - dicono i nostri interlocutori sostenitori della crescita urbana e dello sviluppo economico “locale” – , affari loro se qualcuno gli fa ancora credito, facciano pure le varie agenzie di intermediazione tra proprietari di aree e banche: Pirelli Re, Condotte, Mantovani, Impregilo. Noi amministratori “federalisti” non ci occupiamo di compatibilità macroeconomiche, noi vogliamo lavoro (di costruzione), oneri di urbanizzazione e servizi (attraverso le compensazioni urbanistiche), residenze, e quant’altro serve a fare le città più grandi e ricche.
Del resto, nella competizione globale tra aree geografiche, le amministrazioni pubbliche più stimate e più votate sono quelle che riescono ad attrarre maggiori investimenti immobiliari. Il modello da emulare – a dispetto di tutti i “post” moderni, fordisti, industriali… succedutisi - è sempre quello dell’Expo universale di Parigi con la sua torre Eiffel, tant’è che per le Olimpiadi del 2012 il sindaco di Londra Boris Johnson ne vuole costruire una di 120 metri. Sono sicuro cha anche a Venezia non mancherà un “archistar” che ci regalerà il progetto di un altro ponte.
Ma siamo proprio sicuri che questi siano anche i desideri e gli interessi autentici degli abitanti?
A giudicare dal tasso di natività dei cittadini autoctoni del Veneto non sembra che vi sia un trend di crescita demografica tale da giustificare una offerta residenziale pari a quella solo già prevista dagli strumenti urbanistici esistenti (vedi le ricerche di Legambiente di Padova e le osservazioni presentate al Ptrc). Chi sono i milioni di nuovi abitanti che industriali e amministratori locali auspicano possano venire ad insediarsi? Chi abiterà i nuovi ventimila alloggi del nuovo quartiere olimpico, quando se ne andranno gli atleti? Famiglie in lista di attesa di alloggi popolari, studenti fuori sede, immigrati senza alloggio, comunità di sinti e rom? Non credo proprio, nessuno di questi rientra nei parametri di solvibilità previsti dai project financing.
Avanzo un tema di discussione per le facoltà di urbanistica (tanto non ce ne sono più), di sociologia (non ce ne sono mai state) e di economia, soprattutto: la grande metropoli non è un modello da prediligere, è piuttosto un inferno da evitare. Di “megalopoli” ce ne sono una doppia dozzina nel mondo che presto (quando si faranno le olimpiadi a Venezia) saranno abitate da 2,4 miliardi di persone in bidonville ( The Challenge of Slums, Report on Human Settlements, rapporto Onu – Habitat, 2003). Chi pensa alla Pianura Padana come una Los Angeles (come ha avuto modo di dire Giancarlo Galan) ha visto troppi telefilm e non ha visitato né i suoi ghetti, i suoi slums, i suoi barrios, né le sue gate-comunity per ricchi, quartieri blindati, artificiali, sorvegliati e chiusi.
Molto meglio entrare in un altro ordine di idee – questo sì sarebbe davvero innovativo, coraggioso e moderno. Quello adottato dalla Giunta di Cassinetta di Lugagnano, comune nel Parco agricolo sud di Milano, che ha dato vita ad uno strumento urbanistico a consumo zero di suolo. Molti altri comuni lo stanno seguendo, ne è sorto un movimento che si chiama “Stop al consumo di territorio”. Un po’ quello che stanno facendo altre municipalità (questa volta il movimento è partito dal Galles a Mchynlleth) in materia di energia: si chiamano Transition Town e puntano a città con “zero emissioni di carbonio”. Altre reti di amministrazioni virtuose hanno già raggiunto i “rifiuti zero”; riciclano tutto e basterebbe andare a Vedelago per imparare come si può fare. Sono questi gli action plans che a noi piacciono. E ce ne sarebbe tanto bisogno soprattutto in Padania, dove la persistenza di polveri sottili inalabili hanno raggiunto livelli patologici e pericolosi per la salute. La Uniove europea ha ritenuto insufficiente il pseudo-piano di risanamento dell’atmosfera predisposto dalla Regione. Se non si fa qual’cosa subito Venezia 2020 si contenderà il primato con Pechino 2008 a proposito di Olimpiadi più inquinate.
Ma è proprio per questo – ci spiegano i nostri amministratori pubblici – che abbiamo bisogno delle Olimpiadi, perché costituiscono una “occasione” per avere delle opere pubbliche di sicura utilità che altrimenti non verrebbero mai finanziate: la bonifica di Porto Marghera, lo stadio per il calcio, una piscina olimpica, la stazione per l’altra velocità, qualcos’altro ancora. Un po’ come Milano Expo 2015 che lascerà in eredità alla città un grande parco botanico e la nuova caserma Dal Molin a Vicenza che realizzerà una nuova tangenziale. Ammettendo per un attimo che sia dignitoso accettare la logica della compensazione, altrimenti detto ricatto (modifica degli strumenti urbanistici in cambio di qualche intervento di pubblica utilità), siamo sicuri di aver ben valutato la dimensione dell’evento Olimpiadi, il suo impatto, in una città che rischia il dramma anche per i concerti rock dei Pink Floid o della Heineken? Siamo sicuri che Venezia abbia bisogno di qualche milione di visitatore in più, in maglietta e scarpe da ginnastica, nell’intervallo di una gara e l’altra, nell’arco di 15 giorni? Non avevamo detto che il problema principale di Venezia era quello di qualificare, diluire, decelerare le visite in città? Non avevamo detto che Venezia non può essere trattata come una “location meravigliosa” (secondo le parole di Marco Bolich della K-Events) buona per qualsiasi evento?
Leggo che un nuovo decreto legge è stato approvato (all’unanimità) in Senato a favore della realizzazione di nuove strutture sportive gestite direttamente dalle società “a sostegno della candidatura dell’Italia a manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale”, cioè dei campionati europei di calcio del 2016. Roma e Lazio, rispettivamente famiglie Sensi e Lotito, ad esempio, hanno già presentato due progetti: uno occuperà una superficie da edificare di 130 ettari per 650.000 metri cubi di nuovi complessi edilizi e 800.000 di centri commerciali. L’altro, lo “Stadio delle aquile”, occuperà un’area di 600 ettari e realizzerà volumetrie di 2 milioni di metri cubi. Ecco, sono queste le strutture con cui Venezia dovrebbe competere. Poi ci sarebbero tutti gli altri impianti per ogni sport olimpico da spalmare in giro per il Veneto.
Mestre, Padova e Treviso appaiono decisamente fuori scala per realizzare strutture di dimensioni colossali che poi, in gran parte, rimarrebbero cattedrali nel deserto, di difficile e costosa gestione, come insegnano le pur più modeste olimpiadi invernali di Torino o l’esperienza di Atene.
Le cose sono così note e risapute, da far venire il dubbio che anche i promotori lo sappiano. Le probabilità di “vincere” la candidatura del Coni, prima, e del Comitato olimpico internazionale, poi, sono pressoché nulle. Questioni geopolitiche (vedi l’ultimo scontro stellare per le Olimpiadi del 2016 tra Obama e Lula, tra Chicaco e Rio de Janeiro) sovraintendono questo tipo di scelte. Le manie di grandezza di governatori e podestà di provincia contano zero. La vera natura della proposta sembra allora essere un’altra: un’offensiva mediatica ben congeniata per sdoganare i progetti lungo il Passante e sul Water Front lagunare, forzare gli strumenti urbanistici, semplificare le procedure, consegnare aree a qualsiasi investitore si faccia avanti. Il tutto in nome dello sport, nello spirito olimpico di pace e di cooperazione tra i popoli e in vista delle elezioni regionali. In assenza di panem, meglio abbondare in promesse di giochi circenses.
Berlusconi si cucina da solo i suoi guai. Distrugge, di giorno, i muri che i suoi consiglieri fabbricano, di notte, per difenderlo. Quelli si erano appena rimboccati le maniche, con buona volontà, per riproporre - complici, le debolezze di Piero Marrazzo - la separatezza e l'inviolabilità della sfera privata dalla funzione pubblica (ancora!).
Salta fuori che l'Egoarca ha avvertito per tempo il governatore: "C'è in giro un video contro di te". Frammento superbo della nostra vita pubblica. Merita di essere analizzato, e con cura. Viene comodo farlo in quattro quadri.
Nel primo quadro, bisogna riscrivere con parole più adatte quel che sappiamo. Non il signor Silvio Berlusconi, ma il presidente del consiglio - proprietario del maggior gruppo editoriale del Paese - allerta il governatore "di sinistra" che il direttore di una sua gazzetta di pettegolezzi (Chi) ha in mano un video che lo compromette. Glielo ha detto la figlia (Marina, presidente di Mondadori). A questo punto, il capo del governo potrebbe consigliare all'altro uomo di governo di non perdere un minuto e di denunciare il ricatto all'autorità giudiziaria. Nemmeno per sogno. Il presidente del Consiglio indica all'altro attraverso chi passa il ricatto, ne fornisce indirizzo e numero di telefono: che il governatore si aggiusti le cose da solo mettendo mano al portafoglio e "ritirando la merce dal mercato", come pare si dica in questi casi. È la pratica di uomini che governano senza credere né alla legge né allo Stato, né in se stessi né nella loro responsabilità. In una democrazia rispettabile, l'argomento potrebbe essere definitivo. Nell'"Italia gobba", la legalità è opzione, mai dovere, e quindi l'argomento diventa trascurabile. Trascuriamolo (per un attimo solo) e immaginiamo che Marrazzo riesca nell'impresa di ricomprarsi quel video.
È il secondo quadro. Vediamo che cosa accade a questo punto. Piero Marrazzo annuncia la sua seconda candidatura al governatorato. Si vota in marzo. Il candidato "di sinistra" è consapevole che il suo destino politico e personale è nelle mani del leader della coalizione "di destra". In qualsiasi momento, quello può tirare la corda e rompergli il collo. A quel punto, a chi appartiene la vita di Piero Marrazzo? A se stesso, alle sue decisioni politiche, ai suoi comportamenti privati o alla volontà e alle strategie dell'antagonista? È una condizione di vulnerabilità politica che dovrebbe consigliargli la piena trasparenza a meno di non voler diventare un burattino. Al contrario, Marrazzo tace e tira avanti. Scoppia lo scandalo e mente ("È una bufala", "Non c'è alcun video"). Lo scandalo diventa insostenibile e ancora rifiuta la responsabilità della verità: non dice dell'avvertimento di Berlusconi; non dice come si procura il denaro che gli occorre per le sue scapestrate avventure. (Sono buone ragioni per chiedergli di nuovo le dimissioni perché non è sufficiente l'ipocrita impostura dell'autosospensione). Quel che accade al governatore ci mostra in piena luce come funziona "una macchina".
È il terzo quadro. Al centro della scena, i direttori delle testate di proprietà del presidente del Consiglio (o da lui influenzate). In questo caso, Alfonso Signorini, direttore di Chi, già convocato d'urgenza da una vacanza alle Maldive per confondere, con una manipolazione sublunare della realtà, il legame del premier con una minorenne.
Signorini spiega come vanno le cose in casa dell'Egoarca, premier e tycoon. Direttamente con le redazioni o, indirettamente, da strutture esterne o da chi vuole qualche euro facile - i direttori raccolgono fango adatto a un rito di degradazione. Una volta messa al sicuro la poltiglia del disonore (autentica o farlocca, a costoro non importa), il direttore avverte i vertici del gruppo, l'amministratore delegato e il presidente. Che si incaricano di informare l'Egoarca. A questo punto, il premier è padrone del gioco. Pollice giù, e scatta l'aggressione. Pollice su, e il malvisto finisce in uno stato di minorità civile. Accade al giudice Mesiano, spiato dalle telecamere di Canale5.
Berlusconi addirittura annuncia l'imboscata: "Presto, ne vedremo delle belle". Accade al direttore dell' Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all'imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un cauto e motivato dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle. A ben vedere, accade oggi al ministro dell'Economia che può intuire sul giornale del premier qualche avvertimento. Suona così: "Tremonti in bilico"; "Se Tremonti va, Draghi arriva". C'è da chiedersi: quanti attori del discorso pubblico sono oggi nella condizione di sottomissione che anche Marrazzo era disposto ad accettare?
Quarto e ultimo quadro, allora. Non viviamo nel migliore dei mondi. La personalizzazione della politica ha cambiato ovunque le regole del gioco e il fattore decisivo di ogni competizione è la proiezione negativa o positiva dell'uomo politico - e della sua affidabilità - nella mente degli elettori. È la ragione che fa del "killeraggio politico - scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere) - l'arma più potente nella politica mediatica". I metodi sono noti. Si mette in dubbio l'integrità dell'avversario, nella vita pubblica e in quella privata. Ricordate che cosa accade a McCain e Kerry? Si ricordano agli elettori, "in modo esplicito o subliminale", gli stereotipi negativi associati alla personalità del politico, per esempio essere nero e musulmano in America. È la lezione che affronta Barack Obama. Si distorcono le dichiarazioni o le posizioni politiche. Si denunciano corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti che sostengono il politico. Naturalmente, le informazioni distruttive si possono raccogliere, se ci sono; distorcerle, se appaiono dubbie o controverse; fabbricarle, se non ci sono. È uno sporco lavoro, che ha creato negli Stati Uniti, dei professionisti. Uno di loro, Stephen Marks, consulente dei repubblicani, ha raccontato in un libro (Confessions of a Political Hitman, Confessioni di un killer politico) il suo modus operandi. È interessante riassumerlo: "Passo I, il killer politico raccoglie il fango. Passo II, il fango viene messo in mano ai sondaggisti che determinano quale parte del fango arreca maggior danno politico. Passo III, i sondaggisti passano i risultati a quelli che si occupano di pubblicità, che passano i due o tre elementi più dannosi su Tv, radio e giornali con l'intento di fare a pezzi l'avversario politico. Il terzo passo è il più notevole. Mi lascia a bocca aperta l'incredibile talento degli addetti ai media... quando tutto è finito, l'avversario ha subito un serio colpo, da cui non riesce più a riprendersi". Qui, quel che conta è la segmentazione del lavoro e soprattutto "l'incredibile talento degli addetti ai media" perché devono essere i più abili e i più convincenti. I media, negli Stati Uniti, non sono a disposizione della politica e per muoverli occorre "provocare fughe di notizie rimanendo al di fuori della mischia", offrire "merce" che regga a una verifica, a un controllo, che sia significativa e in apparenza corretta anche quando è manipolata.
In Italia, non esiste questo scarto. Non c'è questa fatica da fare perché non c'è alcuna segmentazione della politica mediatica. Uno stesso soggetto ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di "paesi amici e non alleati". Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la "meccanica" che abbiano sotto gli occhi e bisogna scorgere - della "macchina" - la spaventosa pericolosità e l'assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d'interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa, che minaccia l'indipendenza delle persone, l'autonomia del loro pensiero e delle loro parole. I più onesti, dovunque siano, dovrebbero riconoscerlo: non parliamo più di trasparenza della responsabilità pubblica, di vulnerabilità, di pubblico/privato. Più semplicemente, discutiamo oggi della libertà di chi dissente o di chi si oppone. O di chi potrebbe sentirsi intimidito a dissentire o a opporsi all'Egoarca.
Che il capo del governo sia venuto in possesso di un video contro Marrazzo non in quanto capo del governo ma nelle vesti di proprietario di un’impresa di comunicazione è qualcosa di cui sembra non essersi accorto nessuno. Nemmeno i suoi oppositori. Avete forse letto una sola dichiarazione indignata o almeno stupita?
Commentavo con tre amici di sinistra la telefonata in cui Berlusconi avverte il governatore del Lazio di un filmato che lo riguarda, dopo averne avuto notizia dai dirigenti della Mondadori ai quali era stato proposto. Il primo amico, tendenza D’Alema, ha detto: stavolta Silvio si è comportato da signore, poteva rovinarlo e invece lo ha risparmiato. Il secondo, tendenza Veltroni: è il presidente del Consiglio, avrebbe dovuto avvertire la polizia. Tesi discutibile, perché presuppone che Berlusconi fosse a conoscenza non solo del video, ma anche del ricatto. Era naturalmente questa l’opinione del terzo amico, tendenza Di Pietro: per lui il premier è all’origine di tutti i mali dell’umanità dai tempi del Diluvio Universale «perché non poteva non sapere». Ma neppure il più ossessivo dei berluscallergici mi ha opposto la semplice osservazione che mi sono sentito fare al telefono da un collega inglese che vota per i conservatori: «Come potete accettare che un primo ministro riceva e usi, anche a fin di bene, informazioni ottenute in virtù del suo ruolo di editore?».
E’ l’ultima, lampante esplicazione del conflitto di interessi. Ma così lampante che nessuno di noi ci ha fatto caso. Provate a pensarci un attimo. I carabinieri ricattatori filmano Marrazzo e provano a vendere il video a un giornale del presidente del Consiglio. Non importa che il presidente del Consiglio abbia evitato di infierire. Resta il fatto che, grazie al suo ruolo di tycoon mediatico, gli era stata offerta la possibilità di distruggere un avversario politico. E pensare che molti fingono ancora di non capire quale differenza passa, ai fini delle regole democratiche, fra il possesso di una fabbrica di frigoriferi e il controllo di una che produce rotocalchi e programmi televisivi.
Ma questo totale disinteresse per i conflitti di interesse rivela anche qualcos’altro. Assuefazione. Ogni cosa, a furia di esserci, finisce per sembrare inesorabile. Mancanza di senso dello Stato, e lo si è appena visto proprio con Marrazzo: tutti scandalizzati dalle sue frequentazioni e non perché si recava agli incontri con l’auto di servizio. Rivela soprattutto disprezzo per le istituzioni. Viene il dubbio che gli italiani sappiano benissimo quali rischi si corrano a consegnare il governo nelle mani di un imprenditore di quel calibro e di quel ramo. Ma è tale il loro disprezzo per i politici di professione che ritengono meno grave truccare il gioco della democrazia che riaffidare le redini della Repubblica allo schema classico, in base al quale il mondo dei media e degli affari condiziona la politica attraverso le lobby, ma non si sostituisce a essa per esercitare direttamente il potere. E un editore, quando riceve un video compromettente, decide in base alle sue valutazioni di editore, non di presidente del Consiglio.
La preoccupazione per l'invasione di torri eoliche nel mare sardo cresce. Insieme alla mobilitazione al di là degli schieramenti politici. Una circostanza inedita e apprezzabile che però rimarca incoerenze e sorprendenti parzialità nel dibattito. Stupisce infatti che l' apprensione sia tanto circoscritta. Infatti l'allarme riguarda i guasti nell'orizzonte sul mare e non considera che su molte alture della Sardegna senza mare è in atto da qualche tempo una analoga temibile incursione, mentre si annunciano nuove corse all'oro-vento. Così i crinali della Sardegna meno visitata sarebbero destinati ad accogliere ciò che altrove scandalizza? Perchè?
Le ragioni di questa distrazione dovrebbero essere indagate con attenzione. Per quanto si capisca il senso della predilezione per il valore superiore (?) attribuito ai luoghi delle vacanze al mare.
D'altra parte le preoccupazioni espresse dalla Regione per il panorama ferito guardano solo qui e al potenziale danno per il turismo.
Si assume il punto di vista selettivo del turista balneare ( che difficilmente andrà a Buddusò) dalla spiaggia verso l'acqua, e che si immagina indifferente al paesaggio che gli sta alle spalle aggredito soprattutto da brutte case purtroppo destinate a crescere.
E la politica, con poche eccezioni, non corregge lo sviamento ma assume quest'ottica in maniera elusiva.
Fa benissimo però l'on. Mauro Pili a indagare sul mondo degli affari eolici, a guardarne con cura i retroscena. Ma, si converrà, è un'ottica parziale che appunto coglie una delle minacce che riguarda il paesaggio dell'isola.
Servirebbe uno sguardo ampio, dal mare alle terre sul mare e non solo. Per due ragioni. La prima è che il paesaggio della Sardegna ha un senso unitario, come si è detto spesso. La seconda è che non da oggi si parla di investimenti sporchi nell'invadente edilizia per le vacanze, con danni imponenti a luoghi bellissimi. Da molto tempo gli inquirenti raccontano di movimenti sospetti di denaro nelle coste che alimentano un variegato mercato immobiliare; “ma sinora non siamo riusciti a capire - ha spiegato di recente un magistrato ai giornali - da dove arrivano i capitali. E siccome il presupposto fondamentale è che si individui la fonte, e la fonte è all’estero, per ora non abbiamo chiuso il cerchio”. Ecco, penso che allungando la vista si potrebbe dargli una mano.
Nel nostro tempo vediamo morire l'estetica. «Le arti nascono, si consolidano e scompaiono perché uomini insoddisfatti vanno al di là del mondo delle espressioni ufficiali e dei festival della sua povertà» (Hurlements en faveur de Sade, giugno 1952). Da un secolo a questa parte, ogni pratica artistica muove da una riflessione sulla sua materia e finisce in una riduzione ancora più estrema dei propri mezzi (esplosione finale della parola, o dell'oggetto pittorico. Il Cinema ha seguito lo stesso processo, accelerato dal precedente delle arti più antiche). L'isolamento di qualche parola sul bianco dominante di una pagina in Mallarmé, la fuga che mette in evidenza l'opera meteorica di Rimbaud, la folle diserzione di Arthur Cravan attraverso i continenti, o il risolversi del dadaismo nella partita a scacchi di Marcel Duchamp sono le tappe di una stessa negazione di cui oggi dobbiamo depositare il bilancio.
L'Estetica, come la Religione, potrà metterci molto tempo a decomporsi, ma le sopravvivenze non hanno alcun interesse. Dobbiamo semplicemente denunciare la speranza che potrebbe ancora essere riposta in queste soluzioni retrograde. È questo il senso della nostra manifestazione contro Chaplin dell'ottobre del 1952. L'Arte Moderna ha il presentimento di un al di là dell'estetica e lo esige, le sue variazioni formali ne annunciano la venuta. A questo proposito, l'importanza del Surrealismo consiste nel fatto di aver considerato la Poesia un semplice mezzo per attingere a una vita nascosta e più valida. Ma il mattino conserva poche tracce delle costruzioni oniriche incompiute. Gli anni passano borghesemente nell'attesa del «caso oggettivo» di passanti improbabili, di rivelazioni incerte.
Due generazioni non possono vivere della stessa scorta di illusioni. Il Lettrismo di Isou è stato una specie di Dadaismo in positivo. Propone una creazione illimitata di nuove arti attraverso meccanismi stabiliti. Nell'inflazione dei valori comunemente spiegati, queste discipline perdono anche l'ultimo barlume di interesse. Le arti si esauriscono nelle loro ricchezze residue, o continuano per ragioni di commercio. «Ogni giorno si creeranno forme nuove; non si farà più la fatica di provarle, di esplicitare la loro resistenza tramite opere valide... Ci si spingerà più lontano per scoprire altre fonti secolari che verranno abbandonate, a loro volta, nello stesso stato di virtualità inesplorata. Il mondo rigurgiterà di ricchezze estetiche di cui non saprà che cosa farsene» (Isou, Mémoires sur les forces futures des arts plastiques et sur leur mort, marzo 1951). Dopo il processo all'accademismo idealista, e l'esclusione dei suoi sostenitori, scrivevo: «Tutte le arti sono giochi volgari che non cambiano nulla» (Notice pour la Fédération française des ciné-clubs, novembre 1952). Il nostro disprezzo per l'Estetica non è una scelta. Al contrario, eravamo piuttosto dotati per amarla. Siamo arrivati alla fine, ecco tutto. (...)
Dentro una camera astratta
Lo Scenario ci colma e ci determina. Anche nello stato attuale abbastanza penoso delle costruzioni cittadine, esso è generalmente molto al di sopra degli atti che contiene, atti rinchiusi nelle linee imbecilli delle morali e di un'efficacia primaria. Bisogna giungere a uno spaesamento attraverso l'urbanesimo, a un urbanesimo non utilitario o più precisamente concepito in funzione di un altro uso. La costruzione di ambienti nuovi è la condizione fondamentale per altri atteggiamenti, altri modi di comprendere il mondo. Lo stesso desiderio segue il suo corso sotterraneo in più secoli di sforzi liberatori, dai castelli inaccessibili descritti da Sade fino alle allusioni dei surrealisti, a quelle case complicate, con lunghi corridoi bui, in cui avrebbero voluto abitare. Il fascino - nel senso più forte di questo termine - che continuano a esercitare i grandi castelli del passato, i villaggi circondati da palizzate dei bei tempi del Far West, le case inquietanti del porto di Londra - cantine comunicanti con il Tamigi - o i dedali dei templi indiani, non deve essere lasciato a una fiacca e occasionale rievocazione cinematografica, ma utilizzato in costruzioni nuove e concrete.
Il prestigio esercitato dai Ragazzi terribili su un'intera generazione deriva dal clima creato dalla costruzione inusitata di un luogo, e dalla decisione di viverci in maniera esclusiva: una camera astratta, una città cinese dai muri fatti di paraventi. «Una sola camera, isola deserta circondata di linoleum». Una frase dell'opera rivela chiaramente tutte le opportunità di avventura che possono essere contenute in una casa a seguito di un «errore» nei progetti classici dell'architettura: «Avevano notato una delle sue singolari virtù, e non la minore; la galleria andava alla deriva in tutti i sensi, come una nave ormeggiata a una sola ancora.
Quando ci si trovava in una qualsiasi altra stanza, diventava impossibile situarla e, allorché vi si penetrava, rendersi conto della sua posizione in rapporto alle altre stanze» La nuova architettura deve condizionare tutto: una nuova concezione dell'arredamento,dello spazio e della decorazione in ogni stanza;un nuovo utilizzo delle sensazioni termiche, degli odori, del silenzio e della stereofonia; una nuova immagine della Casa (scale, cantine, corridoi,aperture) che dovrà essere estesa alla nozione di complesso architettonico, unità più grande della casa attuale e che sarà l'unione di vari edifici - dall'esterno nettamente separati - contribuendo a creare un clima, o un contrasto tra vari climi. Utilizzando altre arti, a uno qualsiasi degli stadi del loro passato, come oggetti pratici di accompagnamento, l'architettura tornerà a essere quella sintesi delle arti che ha segnato le grandi epoche dell'Estetica. Tutti gli esempi già esistenti di questi complessi presentano un'architettura barocca: contro il genere «armoniosa presentazione delle forme» e contro il genere «massimo confort per tutti». (Come immagina i bisogni degli uomini Le Corbusier?)
L'Architettura in quanto arte esiste solo se evade dalla sua nozione utilitaristica di base: l'Habitat. È abbastanza automatico constatare che in questa disciplina, in cui tante opere sono state limitate da un'intenzione utilitaristica (buildings giganteschi per alloggiarvi più persone possibili o cattedrali per pregare), l'orientamento allo stesso tempo gratuito e influente di cui parlo è da qualche tempo annunciato dal meraviglioso palazzo ideale del Postino Cheval, certamente più importante del Partenone e di Notre Dame messi insieme; e dalle stupefacenti realizzazioni che permette la più avanzata tecnica dei materiali: muri ad aria compressa,tetti di vetro, eccetera. (...)
L'Urbanesimo, considerato come mezzo di conoscenza, annetterà tutti i campi minori che smetteranno da quel momento di interessarci in quanto tali. E utilizzerà allo stesso tempo l'ultimo stadio delle arti plastiche per decorare strade, piazze, terreni abbandonati, foreste improvvise - e gli esiti della poesia dismessa per nominarli (Viale Jack lo Squartatore, Quartiere Nobile e Tragico, Via dei Castelli di Luigi II di Baviera, Vicolo del Cane Andaluso, Palazzo di Gilles de Rais, Via Sbarrata, Cammino della Droga). Farà il miglior uso delle luci tramite le finestre, delle vie totalmente buie, dei fiumi dissimulati e dei labirinti aperti di notte.
Il problema dell'ozio
Il futuro è, se si vuole, nei Luna Park costruiti da grandi poeti. Per tornare al caso delle città esistenti, molti quartieri possono essere rapidamente sottratti al loro uso. A Parigi, l'Ile Saint Louis può essere conservata così com'è, ma facendo saltare i ponti e popolandola in tutto di una ventina di persone, nomadi tra gli appartamenti deserti. Ci sono anacronismi di lusso, oggi, che costano più cari. Una cosa ancora più rapida: utilizzare alcune sorprendenti insegne al neon come macello, aborto, ristorante pessimo. Perché mai si dovrebbe escludere il senso dell'umorismo? Va da sé che queste città si estenderanno con l'evoluzione della condizione attuale dell'Uomo, utilizzato e salariato.
Il Destino è Economico. La sorte degli uomini, i loro desideri, i loro «doveri» sono stati interamente condizionati da questioni di sussistenza. L'evoluzione macchinica e la moltiplicazione dei valori prodotti permetteranno nuove condizioni di comportamento e le reclamano fin da ora, quando il problema dell'ozio comincia a porsi con un'urgenza a tutti evidente. L'organizzazione dei divertimenti per una folla che è un po' meno assoggettata a un lavoro ininterrotto è già una necessità di Stato; anche quando queste persone si accontentano di divertimenti del tipo Parc des Princes per le loro domeniche sinistre.
Dopo qualche anno passato a non fare nulla nel senso comune del termine, potremo parlare del nostro atteggiamento sociale d'avanguardia, perché in una società ancora provvisoriamente fondata sulla produzione abbiamo voluto preoccuparci seriamente solo dei divertimenti. Persuasi che le sole questioni importanti del futuro riguarderanno il gioco via via che la disaffezione per i valori assoluti della morale e dei gesti crescerà, abbiamo giocato in questa attesa per le strade povere dei fatti permessi; nei boschetti di mattoni del quai Saint Bernard, di cui ricreiamo la foresta. Ma applicando a questi fatti nuove intenzioni di ricerca - un metodo il cui discorso non è ancora stato scritto - si potrà dedurne le leggi, vagamente intuite, delle sole costruzioni che in effetti ci importano: situazioni sconvolgenti di tutti gli istanti.
L'Internazionale Lettrista ha pubblicato nel febbraio del 1953 un volantino la cui aggressività disperata trovava giustificazione nell'ultima frase: «I rapporti umani devono avere a fondamento la passione, oppure il Terrore». Una passione che tuttavia è difficile trovare nelle nostre «frequentazioni» (...); noi vogliamo situarla nel rinnovamento costante del mondo dove sconosciuti si incontreranno ovunque, se ne andranno senza mai crederci, semplicemente tra il tragico e il meraviglioso delle loro passeggiate terrestri. (...) Sparsi nel secolo, si manifestano i segni di un nuovo comportamento. Gridano nel frastuono. A margine della Storia, di quelle bombe gettate dai piccoli nichilisti russi impiccati a quindici anni; o nel racconto chiuso dei Ragazzi terribili e del loro incesto incompiuto, o nel modo commovente e burlesco di vivere di qualche persona che ho conosciuto bene. Bisogna dare una descrizione completa di questi comportamenti e giungere fino alle loro regole. La pista di una vita gratuita è più volte emersa, e viaggiatori frettolosi l'hanno seguita senza più tornare indietro - come Jacques Vaché che scriveva: «Il mio obiettivo attuale è quello di portare una camicia rossa, un foulard...».
Traduzione di Monica Fiorini.
postilla
Perfettamente nel solco delle avanguardie del ‘900, anche questo testo coglie e anticipa al loro primo palesarsi alcune tendenze che, oggi, anche noi pecoroni vediamo mature ed evidenti, tanto evidenti da essere diventate vita quotidiana. Basta scorrere uno qualunque dei paragrafi per trovare immortalati i caratteri essenziali dei nostri ambienti commerciali, di intrattenimento, i territori-vetrina che ci scorrono costantemente davanti, direttamente o proiettati su qualche schermo reale (il finestrino dell’auto, della metropolitana) o catodico.
Nessuna sorpresa, visto che proprio lo stesso brodo di coltura delle avanguardie produce sia i percorsi individuali di resistenza alle nuove macchine dell’immaginario, sia quelli in grado di sfruttarlo con vari livelli e meccanismi di suggestione e dominio. Più interessante invece notare come nella fase più matura, almeno di consapevolezza, che stiamo attraversando oggi, in questo inizio di terzo millennio, inizino ad emergere più chiari i percorsi di resistenza diffusa alla trappola dell’immaginario etero diretto, di autogestione individuale dello spazio urbano reale e virtuale, in forme diverse da quelle della classica “riappropriazione” istituzionale, che però ne possono diventare un complemento.
Recentissimo esempio il conflitto, al tempo stesso giocato sul piano dell’immaginario più assoluto, e della concretezza istituzionale e ambientale, della Battaglia di Pinewood: il set cinematografico dentro/contro il territorio. Come recita qualunque locandina seria: “vedere per credere” (f.b.)
Le mani sulla città
Pietro Jozzelli
Domenici tace, Biagi tace, Matulli si dice incredulo ("pensavo che gli articoli di stampa su Formigli fossero un accanimento terapeutico"). Non c’è traccia, nei vecchi amministratori, di una riflessione, un’osservazione autocritica, un affiorare di dubbi come se l’ipotesi di accusa sostenuta dalla Procura non chiamasse anche loro a mettersi davanti allo specchio per chiedersi quali controlli non abbiano funzionato, come sia stato possibile che accadesse, perché nessuno ha mai visto nulla.
E il Pd: perché ha sempre difeso ad oltranza, anche davanti alle accuse e alle rivelazioni, quei suoi consiglieri? Non un distinguo o una presa di distanza, negandosi persino un’ovvia cautela politica e credendo di liquidare la questione col dire che era tutta una mossa politica.
Che faranno oggi quei consiglieri comunali che davanti alla proposta di dimissioni da capogruppo avanzata da Formigli la respinsero gridando "quello che ha fatto lui lo abbiamo fatto tutti noi"?
"Le mani sulla città" è il nome dato dalla Procura all’inchiesta conclusasi con 7 arresti (sei ai domiciliari) e 24 persone sotto indagine (funzionari del comune, politici, dirigenti della Quadra - tra cui l’ex presidente dell’ordine degli architetti -, costruttori). Le accuse contestate, a vario titolo, sono pesantissime: associazione a delinquere, corruzione, abuso d’ufficio, truffa aggravata, falso ideologico. Una società privata, la Quadra, avrebbe imposto nel tempo un monopolio nell’edilizia grazie alla complicità di dipendenti dell’ufficio tecnico del Comune e ai buoni uffici di due esponenti del Pd in consiglio comunale. "Quadra - dicono i magistrati - costituiva un concreto monopolio. Andare dalla società Quadra significava ottenere i permessi che si volevano". I due dipendenti dell’edilizia privata avrebbero garantito appoggio alle pratiche di Quadra; i due consiglieri, Formigli e il suo successore alla presidenza della commissione urbanistica, Barbaro, si sarebbero attivati su varianti al piano regolatore o su deroghe a regolamenti comunali influenzando delibere consiliari e atti di commissione. Secondo la Procura, Quadra avrebbe avuto corsie preferenziali per ottenere autorizzazioni comunali per sé e a favore di ditte amiche: da qui il coinvolgimento dei costruttori (alcuni già indagati nell’inchiesta di Campi). Ciliegina finale, i geometri comunali avrebbero fatto investimenti in Ucraina con i guadagni illeciti.
Dice il procuratore capo Quattrocchi: "A parte la corruzione, che è il titolo giuridico, siamo davanti ad una corrosione del rispetto dell’etica pubblica e della civitas, un rispetto che deve funzionare per tutti come orientamento nella vita della comunità". Etica pubblica e senso della civitas dovrebbero essere valori tipici di chi si impegna in politica, anche se, normalmente o si hanno o non si hanno. Nei corridoi della politica, si sa, avvengono tante cose ed è un elemento di civiltà giuridica non fare mai di tutte le erbe un fascio ed individuare sempre, in ogni fattispecie di reato, la responsabilità personale. Ma sentire il procuratore parlare di monopolio, di corrosione dell’etica comunitaria spinge a chiedersi perché, davanti ad una ramificazione così estesa di quella che l’accusa chiama associazione a delinquere, nessuno si sia mai accorto di nulla. Come è stato possibile che mai, malgrado le denunce delle opposizioni e le rivelazioni di stampa, né un controllore politico né uno amministrativo abbiano mai prestato attenzione a quello che accadeva nell’edilizia fiorentina? Immaginiamo la reazione di un cittadino qualsiasi, alle prese con una normale richiesta all’edilizia privata, nel leggere che i funzionari dell’ufficio agivano su dettatura di una società che poteva fare e disporre praticamente ciò che voleva.
Il neo segretario del Pd, Bersani, ha ripetuto ieri a Prato che uno degli obiettivi prioritari del suo partito è quello di "abbattere il muro tra la politica e lo stato reale delle cose". Se le accuse della Procura fiorentina risulteranno provate, si vede quanto quell’obiettivo sia attualissimo anche in questa città dove troppo a lungo si è pensato di essere immuni dalle sconcezze di politici e imprenditori.
Bufera sull’ufficio urbanistica arrestati funzionari e imprenditori
Franca Selvatici
«Presso l’ufficio urbanistica del Comune di Firenze gli interessi pubblici venivano sottomessi a quelli privati, in totale spregio rispetto all’obiettivo di una corretta e legittima gestione della cosa pubblica, e in particolare del territorio e dell’assetto urbanistico di una città come Firenze». Lo scrive il gip Rosario Lupo nella misura cautelare per associazione a delinquere e corruzione che ieri ha mandato in carcere il geometra dell’edilizia privata Giovanni Benedetti e agli arresti domiciliari il suo ex collega, ora in congedo, Bruno Ciolli e l’ex capogruppo del Pd in consiglio comunale Alberto Formigli, cofondatore della Quadra progetti e di essa socio occulto (per l’accusa). Agli arresti domiciliari per gli stessi reati sono andati i due amministratori della Quadra, l’ex presidente dell’Ordine degli architetti Riccardo Bartoloni e il geometra Alberto Vinattieri, dipendente part time del Comune. Arresti «solo» per corruzione per due imprenditori, Francesco Bini e Paolo Perugi, del gruppo Bini Costruzioni, accusati di aver ottenuto corsie preferenziali per le loro pratiche corrompendo Ciolli e Benedetti, che provvedevano a reinvestire il denaro in Ucraina.
Secondo il procuratore Giuseppe Quattrocchi e i sostituti Giuseppina Mione e Leopoldo De Gregorio, che hanno riempito di elogi come capita raramente gli investigatori della polizia stradale e municipale, della associazione a delinquere faceva parte anche Anton Giulio Barbaro, fisico, Pd, già presidente della commissione urbanistica. Il gip è d’accordo ma ha respinto la richiesta di arresto perché Barbaro è tornato al suo lavoro all’Arpat e ha lasciato l’attività politica. Tuttavia anche lui aveva, secondo le accuse, un ruolo preciso nella associazione a delinquere.
«Siamo di fronte alla corrosione dell’etica pubblica», ha detto il procuratore: «Quadra agiva in posizione di monopolio. Rivolgersi alla Quadra significava ottenere i permessi che si volevano». La società poteva contare su due capisaldi in Comune. In sede amministrativa c’erano i due geometri stabilmente a disposizione. Le telecamere nascoste hanno ripreso Bartoloni seduto alla postazione del geometra Benedetti. Vinattieri è stato ripreso il 23 febbraio 2008 mentre falsificava una tavola. In generale Bartoloni e Vinattieri potevano contare - secondo le accuse per almeno 22 pratiche edilizie - «sulla totale omissione della attività di verifica e di controllo da parte di Ciolli e Benedetti». I quali, per la procura, ne traevano vantaggi, come l’appartamento comprato dalla figlia di Ciolli nel complesso Dalmazia, progettato da Quadra, con circa 100 mila euro di sconto. In sede politica, invece, erano Formigli, socio occulto Quadra e capogruppo Pd, e Barbaro a garantire il buon risultato delle decisioni sui progetti Quadra che dovevano passare in consiglio comunale, come la assurda variante di via del Podestà (area agricola intoccabile ora sede di 19 terratetto) o come quella del Ferrale, dove un’area destinata ad accogliere una riserva naturale è diventata un centro di rottamazione. Ancora più inquietante la disinvoltura con cui, nell’edificio costruito dalla società Le Quinte in via di Scandicci, destinato agli affitti per i bisognosi, non sono state abbattute le barriere architettoniche, né usato il prescritto materiale di bioedilizia, né rispettate le norme antincendio nei garage.
La procura ha trasmesso gli atti alla Corte dei Conti. I cittadini che per anni hanno visto nascere edifici nei cortili, hanno perduto aria e sole e ricevuto dal Comune scarne risposte spesso supponenti, avevano finito per sospettare che la Quadra fosse più uguale degli altri. L’inchiesta dà loro ragione.
"Corroso il rispetto dell’etica pubblica"
Maurizio Bologni
I comitati dei cittadini si rivolgevano alla III commissione urbanistica di Palazzo Vecchio su sospetti abusi e speculazioni edilizi. Confidavano di trovare attenzione in un baluardo di legalità, in un soggetto istituzionale super partes. Ma il presidente della commissione, Antongiulio Barbaro, si faceva dettare le risposte da dare ai cittadini da Riccardo Bartoloni, socio e direttore tecnico della Quadra, ovvero proprio dalla controparte di cui i cittadini contestavano opere e interventi. Così i magistrati nella loro ordinanza. E anche in questa «pratica» di Barbaro il procuratore Giuseppe Quattrocchi ravvisa quella «corrosione del rispetto dell’etica pubblica, della civitas», che il magistrato ha sottolineato ieri durante la conferenza stampa e che spiega la contestazione anche del reato di associazione per delinquere a sei indagati tra cui Barbaro e Bartoloni.
«Barbaro - segnala, dunque, il gip Rosario Lupo in più di un passaggio della sua ordinanza - faceva propria la posizione della società Quadra progetti srl allorquando era chiamato, nel suo ruolo istituzionale, a fornire risposte formali e a valutare le problematiche che taluni comitati di cittadini avevano sottoposto all’attenzione della commissione: in particolare, il Barbaro si faceva predisporre dal Bartoloni il testo delle note scritte che la commissione consiliare avrebbe fornito in risposta alle suddette sollecitazioni dei comitati cittadini». Succede, ad esempio, quando il comitato dell’ex panificio militare di via Mariti lamenta le speculazioni edilizie nelle aree ex Lavazza, viale Corsica 27, ex Coop di via Carlo del Prete, Quadra Key residence in via di Novoli/via Bardazzi, nella ristrutturazione di via del Ponte di Mezzo 27 e nella realizzazione dell’edificio di piazza Della Piccola, tutti affari della Quadra. E’ il sequestro dell’hardware del computer di Bartoloni che svela ai magistrati come Barbaro sia venuto meno ad un «ruolo istituzionale» che impone «autonomia e indipendenza di giudizio». Avviene sistematicamente. Succede tra la primavera e l’estate 2006, quando più di una volta Barbaro gira a Bartoloni atti e osservazioni provenienti dal comitato e dalla rappresentante Nicla Gelli, per riceverne successivamente puntuali risposte di cui ringrazia il direttore tecnico della Quadra. Con una mail del 23 maggio Barbaro - oltre a informare Bartoloni che il consiglio comunale aveva «approvato la delibera di adozione della variante di Prg per il centro di rottamazione al Ferrale. Ti farò avere la mozione del consiglio e del quartiere 4 collegate alla delibera» - si fregia del fatto che «in commissione III abbiamo stoppato una mozione sul panificio militare» e chiede l’opinione di Bartoloni aggiungendo: «Ci lavoriamo col geom. Formigli: mi dai una mano o mi devo fidare del geometra?». Subisce la reprimenda dei magistrati anche Bruno Ciolli, che aveva chiesto e ottenuto un congedo straordinario retribuito dal lavoro tra il 27 dicembre 2007 e il 2 gennaio 2008 per gravi motivi familiari (avrebbe dovuto assistere l’anziana madre) ed era invece volato in vacanza a New York (lo testimonierebbero anche delle foto). Truffa, il reato contestato per questo specifico fatto. Robetta in confronto al resto.
«Sono politiche keynesiane alla rovescia. In precedenza si prendeva la ricchezza prodotta per redistribuirla, oggi si danno soldi a chi è già ricco. Sono costi che pagheremo per diversi decenni». A parlare è Ivan Cicconi, uno dei maggiori esperti di infrastrutture e lavori pubblici, commentando l'annuncio del governo della prima pietra del Ponte sullo Stretto. «La varianti come quella di Cannitello sono ad hoc per il Ponte, si tratta di opere funzionali al progetto». Cicconi ha denunciato già molti anni fa le storture dell'Alta velocità. Profitti privati, costi per tutta la collettività, cantieri lumaca. Oggi ravvisa nel Ponte lo stesso modello. Il keynesimo alla rovescia, Robin Hood al contrario: la ricchezza sociale che finisce nella tasche dei soliti noti: i grandi contractors, con Impregilo sempre in testa.
Esattamente quanto sostenuto nel libro "Ponte sullo Stretto e mucche da mungere": è «l'economia basata sulle partnership tra pubblico e privato che mungono attività senza rischio. Al primo soggetto spettano i costi, al secondo i benefici. È l'economia delle infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte al territorio. È l'economia dei disastri e delle guerre».
Diventa dunque sterile disquisire di particolari tecnici, problemi ingegneristici, balle mediatiche o bluff elettorali. La "mucca da mungere" è un modello che esiste di per sé, è il cuore del problema. Il Ponte non è realizzabile? Un'ottima occasione per nuovi studi e revisioni di progetto. Le opere collaterali vanno fatte prima? Intanto si muove la solita economia para-mafiosa fatta di movimento terra, sub-appalti, cantieri eterni, lavoratori ricattati ed umiliati. L'esperienza dell'A3 ci racconta di continue revisioni dei conti, infiltrati mafiosi in pianta stabile, operai coinvolti loro malgrado in scene da Far West oppure morti in incidenti sul lavoro che non meritano neppure poche righe in cronaca.
Già nel maggio 2003 terrelibere.org scriveva: «Attenzione. Quando leggete Ponte, non pensate al manufatto da modellino, agli esempi virtuali dei computer. Meno che mai alla fattibilità, all'utilità effettiva dell'Opera. (...) Quando si dice Ponte si pensa a: cantieri, studi di fattibilità, commesse, ingegneri, parcelle, movimento terra, tangenti sugli appalti, pizzo sul movimento terra, ricorsi, avvocati, parcelle, interventi ulteriori, subappalti». A distanza di pochi anni, la facile profezia si avvera in un paese senza memoria.
Lo schema proposto per il Ponte, infatti, è identico a quello del Tav. Si tratta di un "metodo" datato 1991, durante l'ultimo nefasto governo Andreotti. Spiega ancora Cicconi, questa volta in una intervista del 2002: «Il sistema fu inventato dal fantasioso ministro Paolo Cirino Pomicino. Si crea una società dalla costola delle ferrovie, il Tav, che assegna i lavori alle solite grandi imprese. Il secondo passo è il project-financing, che consente di attivare finanziamenti privati. Che sono i prestiti per Tav spa, garantiti dallo Stato». Sostituendo al Tav la "Stretto di Messina" il risultato non cambia.
A proposito del Tav, d'altronde, c'è una storia illuminante. Negli anni '96-'97, il conflitto tra i piccoli imprenditori e i grandi che lavorano per i cantieri dell'Alta velocità era al culmine. L'associazione delle imprese medio-piccole produsse un "documento bomba" dove si diceva che, rifacendo quei contratti, e pur pagando le penali, lo Stato avrebbe comunque risparmiato circa 5 mila miliardi di vecchie lire. Dopo lunghissima riflessione, arriviamo al 2000: il ministro Bersani annulla i contratti. Il governo successivo li ha ripristinati. Tali e quali. Qual è il movente di questo modo di operare? Intanto reperire fondi che non ci sono e poter avviare i cantieri promessi. Secondo: spostare su una società privata un rilevante deficit pubblico che all'Unione Europea non risulterà e ci consentirà di non sforare sugli impegni comunitari.
Per quanto riguarda la data di consegna dei lavori, il ministro Matteoli ha indicato che nel tempo record di sei anni Sicilia e Calabria saranno collegate. Perché non ci crede nessuno? «Il general contractor tende a far durare i lavori più a lungo possibile e a farli costare di più», dice ancora Cicconi. «Perché questo è il suo interesse d'impresa e senza rischio di gestione viene meno la volontà di ridurre tempi e costi».
* www.terrelibere.org(ha collaborato Claudio Metallo)
Ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese.
Un importante risultato dei movimenti per l'acqua!
Mentre il Governo, attraverso l'art.15 del D.L. 135/09, vuole mettere definitivamente l'acqua nelle mani del mercato, un importantissimo segnale di controtendenza arriva dalla Regione Puglia, che, nella giornata di martedì 20 ottobre, con una delibera di Giunta Regionale, ha sancito l'avvio della ripubblicizzazione dell'Acquedotto Pugliese, definendo l'acqua un "bene comune e un diritto umano universale" e il servizio idrico come "servizio di interesse regionale privo di rilevanza economica" e nel contempo decidendo di impugnare presso la Corte Costituzionale il provvedimento legislativo in quanto lesivo delle prerogative assegnate dalla Costituzione alle Regioni.
Grazie alle mobilitazioni messe in campo dal Comitato Pugliese "Acqua Bene Comune" e dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, la Regione si è inoltre impegnata ad approvare a breve una legge regionale che sancisca la trasformazione dell'Acquedotto Pugliese da S.p.A. ad ente di diritto pubblico, definendo così la totale fuoriuscita dell'acqua dalle leggi del mercato.
Consideriamo questa delibera un risultato straordinario, frutto di anni di lavoro dei movimenti per l'acqua, che hanno saputo costruire una forte resistenza popolare alla privatizzazione dell'acqua, attraverso l'esperienza di centinaia di comitati territoriali, la costituzione del Coordinamento degli Enti Locali per la Ripubblicizzazione dei Servizi Idrici, in sintonia con le proposte contenute nella legge nazionale d'iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell'acqua, che ha raccolto oltre 400.000 firme di cui 30.000 solo in Puglia, giacente in Parlamento dal 2007.
Certamente siamo di fronte ad un primo passo importante, cui dovrà seguire entro la fine dell'anno la prima azione concreta da parte della Giunta Regionale attraverso la presentazione di un testo di legge.
Per questo ci riteniamo sin da subito mobilitati perchè la strada intrapresa prosegua nella direzione indicata. Proprio in queste settimane, infatti, il Forum Italiano dei Movimenti ha lanciato la Campagna nazionale "Salva l'acqua" ( www.acquabenecomune.org ) che mira a mobilitare la società civile, cittadini ed Enti Locali contro la mercificazione dell'acqua imposta dal Governo con l'art. 15 del D.l. 135/09 e i principi contenuti nella delibera approvata stanno a dimostrare che la ripubblicizzazione dei servizi idrici è una strada percorribile qui ed ora.
Alle diverse forze politiche regionali e nazionali, vogliamo da subito far sapere che, per quanto riguarda i movimenti per l'acqua, indietro non si torna. L'acqua è un diritto umano essenziale alla vita. Sottrarla alle leggi del mercato significa difendere la vita di tutte e tutti. Restituirla ad una gestione pubblica e partecipata dalle comunità locali
FIRENZE — È qui la festa. Con i figuranti del calcio storico, i famigli del gonfalone, i centenari fiorentini e i neonati cingalesi, i palloncini colorati, il pulmino d’epoca, le chiarine del Maggio. E l’immancabile rullo dei tamburi al momento topico: click. Sono le 10 e 18 minuti del mattino quando il sindaco Matteo Renzi chiude la catena di via de Martelli e sogna di entrare nella storia di Firenze.
Click. Da ieri mattina la superstorica Piazza del Duomo è diventata un’isola pedonale. Chiusa agli autobus, ai pullman turistici e, ovviamente, alle auto. Anche quelle con il permesso degli handicappati. In un primo momento sembrava che persino le carrozzelle degli invalidi non avrebbero potuto più percorrere l’ultimo pezzo di via de Cerretani, via del Proconsolo, tutto il periplo di piazza Duomo e la via de Martelli. Ma sarebbe stato ridicolo, oltre che un paradosso, dopo che si era deciso di dare il via libera alle biciclette.
Click. Matteo Renzi ha voluto vicino Giuseppe Alberti e Isabella Melosi, duecento anni in due, quando ha tirato su il catenaccio per sigillare l’unica via ottocentesca della città. I neonati di colore sonnecchiavano beati nelle braccia di mamme e papà, mentre una folla degna dello scoppio del carro storico pasquale aveva preso d’assalto piazza Duomo fin dal primo mattino e non l’avrebbe più abbandonata, tirando in lungo persino per l’ora del pranzo.
Sono vent’anni che si discuteva attorno al traffico di piazza Duomo, ventidue linee di autobus per oltre 2 mila e cento mezzi che ogni giorno facevano vibrare le pietre di Giotto e sussultare la cattedrale di Santa Maria del Fiore. Vent’anni che studiosi e sindaci cercavano di capire come e quando cambiare la viabilità di questo pezzo di città che è il cuore nevralgico, oggi come nell’antica Fiorenza.
Matteo Renzi ha deciso e fatto tutto in un mese. Anche se adesso il più giovane sindaco che Firenze abbia mai avuto giura che è da quando è stato eletto (nel giugno scorso) che lavora in silenzio a questo progetto, simulando le variazioni del traffico cittadino con sofisticati computer. Eppure la pedonalizzazione di piazza Duomo non c’è nei cento punti che il sindaco democratico aveva garantito di realizzare nei primi cento giorni.
Scadono oggi i primi cento giorni del governo di Renzi. Oggi che sarà il primo banco di prova di questa rivoluzione. Il sindaco mette le mani avanti: «Fisiologico che ci sarà un sacco di casino. Almeno per un paio di settimane tutta Firenze dovrà abituarsi a questo grande cambiamento». Per adesso Matteo Renzi può accontentarsi di questa follo fiorentina che è in piazza ed è tutta con lui, tra applausi, strette di mano e richieste di autografi nemmeno fosse una rock star.
Filippo Bonaccorsi sorride soddisfatto. È il nuovo presidente dell’Atf, l'azienda dei mezzi pubblici della città, ed ha anche lui la faccia da ragazzino: «È tutto meraviglioso. Avremo la corsia preferenziale più lunga di Firenze, due chilometri, e si potrà andare da un capo all’altro della città in un batter baleno». Ha dovuto spostare ventidue linee in un mese, Bonaccorsi, una fatica che deve aver registrato anche la sua bilancia, smagrito come reduce da un digiuno. Ma adesso è il momento di festeggiare. Poco importa se ci sono ancora molte cose da fare, a cominciare dal togliere tutti i paletti con le catene di via del Proconsolo, ma soprattutto sistemare la via dei tram, quella che avrebbe dovuto attraversare piazza Duomo in alternativa alla pedonalizzazione.
«Matteo sei grande», anche Giuliano Borzelli, presidente dell’Antica compagnia del Paiolo, si unisce al coro della folla. E aggiunge: «Io questa piazza me la ricordo disastrata nel 1944, durante la guerra, e nel 1966, per l'alluvione. Ora è meravigliosa ». È qui la festa. Per tutta la giornata i monumenti di Firenze rimarranno aperti gratis e con visite guidate e gratuito sarà anche il concerto nella cattedrale del coro del Maggio Musicale Fiorentino, diretto dal maestro Seiji Ozawa. Con la benedizione del vescovo, monsignor Giuseppe Betori.
I nuovi grattacieli privi di parcheggio
La pedonalizzazione di piazza del Duomo a Firenze, che bandisce a ogni mezzo di trasporto tre ettari e mezzo di arte e cultura, trova quasi unanimi consensi nel mondo della cultura architettonica.
Ma se la creazione di zone pedonali è ormai largamente condivisa, un tema controverso sono le misure adottate nelle strade (come restringimenti) e nelle nuove architetture per disincentivare l’uso dell’auto in città. Su quest’ultimo punto siamo di fronte persino ad un rovesciamento: anziché costruire parcheggi nel ventre dei nuovi edifici per far scomparire le auto dalla strada, non costruirne alcuno per fare in modo che nessuno si muova in auto.
Questa è la strada adottata, ad esempio, per la Shard of Glass, il grattacielo a piramide di 70 piani alto 306 metri che Renzo Piano sta costruendo nel centro di Londra. Livingstone, sindaco di una città che nei prossimi 15 anni potrebbe avere 750.000 abitanti in più, vuole «provare che si può densificare una città senza nuove auto». E Piano ha sviluppato questa tesi: la torre potrà ospitare ogni giorno sino a 10mila persone, ma avrà solo 60 parcheggi per i portatori di handicap e i servizi. Perché sarà un monumento al cittadino che usa i mezzi pubblici. Che nell’area della stazione di London Bridge sono numerosi.
L’urbanista Leonardo Benevolo pensa che questa «sia la soluzione da perseguire. I posti auto non devono essere realizzati per forza in corrispondenza degli edifici, ma in relazione alle funzioni urbane». E fa l’esempio di Manhattan, dove ha vissuto: «L’80% dei 4 milioni di residenti non ha auto. Il 20% la tiene nel New Jersey». Più cauto l’architetto Mario Botta, che sposa la scelta di Firenze, ma avanza qualche distinguo sui palazzi senza parcheggi. «Dipende dal tipo di città e di mobilità. Zurigo fa la guerra alle auto, ma ha un ottimo servizio pubblico e parcheggi, sebbene costosi. Forse anche a Londra si può adottare questo sistema, ma non credo sia estendibile ovunque: se si impedisce di raggiungere un territorio urbano non è corretto».
Il ministro dell’Economia ha dato un’occasione al Pd, che oggi affronterà le primarie e sceglierà una guida nuova. Difendendo il valore del posto fisso, presentandolo come la cosa calda anelata quando gela, affermando che nel modello europeo non si può organizzare un progetto di vita e di famiglia se il posto è variabile, incerto, Tremonti ha evocato un ingrediente essenziale del socialismo: ha evocato la stoffa dei suoi miti, delle sue mobilitazioni. Alcuni dicono addirittura che il ministro abbia astutamente rubato alla sinistra un tema che dovrebbe figurare nei suoi programmi, lasciandola sgomenta e muta. Si è appropriato della questione sociale, facendosi interprete del mondo che soffre una degradazione del lavoro destinata ad acutizzarsi.
La realtà è non poco diversa tuttavia, e la vera occasione per gli eredi del socialismo e del cattolicesimo sociale è di penetrare tale realtà.
Di dire il volto che ha oggi la questione sociale, di costruire su essa un nuovo corpo di dottrine, di sfatare le illusioni. Un primo passo importante l’ha fatto Franceschini, intervistato dal Sole - 24 Ore del 22 ottobre: «Alla retorica di Tremonti, io oppongo i fatti. E i fatti dicono che la flessibilità fa parte delle società moderne. Piuttosto il governo non fa nulla per arginare la precarietà. Lancio la sfida al ministro dell’Economia e chiedo di agire su due fronti. Primo: togliere convenienza economica ai contratti precari (...). Secondo: riforma degli ammortizzatori. Insisto: basta con la logica delle deroghe, servono protezioni sociali per l’operaio che perde il posto, per l’artigiano e per i giovani con contratti flessibili».
L’errore è forse quello denunciato da Kant: si parla di valore, quando si dovrebbe parlare di dignità. Si riempie di valore qualcosa che non ha rapporti con il reale ma con ricordi, nostalgie. Su una cosa Tremonti non ha torto: contrariamente a ciò che è stato detto nei giorni scorsi, anche a destra, il posto fisso non è un male, un fossile. Troppo facile liquidare così un mito che occupa le menti di tante persone in bilico, ed è quella «goccia del passato vivente» che secondo Simone Weil va conservata gelosamente e portata nel futuro, perché non cresca lo sradicamento del lavoro. Il lavoro stabile è quella goccia più del posto fisso ed è ovvio che nell’immaginario resti un bene: come potrebbe non essere così?
È un bene, tuttavia, riservato a sempre meno esseri umani. I lavoratori instabili e precari sono quasi 4 milioni (il 15 per cento degli occupati).
Fra il gennaio 2008 e il gennaio 2009, solo il 23 per cento delle assunzioni si è concretizzato in un contratto a tempo indeterminato, e di questi contratti solo il 3 per cento si è stabilizzato (al Sud l’1,7).
L’economista Tito Boeri spiega come nel mercato del lavoro si assuma «quasi solo con contratti temporanei: 4 nuovi rapporti di lavoro su 5 vengono istituiti fissando una data di scadenza, spesso molto breve. La percentuale sarebbe ancora più alta se si tenesse conto che molti contratti formalmente a tempo indeterminato per le badanti sono in realtà contratti che possono essere interrotti da un momento all’altro» (Repubblica, 22-10). Con questo dualismo urge fare i conti: non esaltando un mondo a scapito dell’altro, ma conferendo dignità a chiunque lavori, stabilmente o precariamente, e senza cercare il calduccio nei bei tempi o valori che furono. Questi non tornano, ma la questione della dignità resta. Facendo l’elogio del passato Tremonti non solo proclama l’ovvio (lui stesso l’ammette: «Ho detto una cosa scontata: come che tra stare al caldo e stare al freddo, preferisco stare al caldo»). Enuncia banalità inutili perché irrealizzabili, ha scritto su questo giornale Federico Geremicca.
Ma non è solo una banalità. La frase di Tremonti occulta il vero ed è deleteria, beffarda. Attribuendo un’inimitabile virtù di stabilità al posto fisso, inoltre, fissa valori supremi che per forza declassano altri valori, facendone dei disvalori. Il posto precario che tanti giovani devono scegliere al posto dell’inattività è condannato e dannato, non consentendo di «organizzare progetti di vita e di famiglia». La preminenza data al posto fisso sfocia «nell’esclusione degli outsider, di quelli che il posto non lo hanno», e ai quali non si offre «una società aperta ma l’arroccamento degli insider», scrive l’economista Franco Bruni (La Stampa, 21-10). Essendo in fondo senza interesse, il lavoro instabile non ha interessi da far valere né rappresentanze da costruirsi. Disperazione e rimpianto sono la sua sorte.
In Italia, a differenza della Francia, chi lavora nella precarietà non ha protezioni se si ammala, se aspetta un figlio. Non ha diritti concernenti ferie, licenziamenti, pensione. Dichiarare il posto fisso come «la base di una vita dignitosa» è un crudele memento per coloro cui si dice: tu questa base non puoi averla, anche se lavori, perché non sei parte del piccolo mondo antico. È nell’Inferno che Dante lo apprende: «Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria». Non è neanche vero che Tremonti difende l’esistente. Le sue parole feriscono perché illudono, fingendo un esistente che non c’è. Somigliano alle case vendute con delittuosi imbrogli a chi non ha soldi per comprarle: sono parole subprime.
Sono l’ennesima bolla, fatta di vento che presto si sgonfia.
Negare la realtà è perpetuare una pigrizia mentale che lusinga i privilegiati e lascia scoperti gli sfavoriti, trasformando questi ultimi (la maggioranza dei giovani) in perdenti. Che li contagia con l’indolenza, non svegliandoli a una nuova cultura del lavoro: una cultura egualmente calda, che dia stabilità all’attività lavorativa, quale che sia la sua forma. La sinistra ha una funzione essenziale nella formazione di questa cultura, perché tradizionalmente rappresenta i lavoratori, i miseri. Quando smette di farlo quando nel contempo dimentica anche gli imperativi della moralità pubblica il vuoto è stato sempre riempito da destre populiste.
La sinistra e i sindacati devono ricominciare la storia, anziché impigrirsi e riecheggiare astratti rimpianti: devono capire che la questione sociale si sta ripresentando impetuosa, ma con vesti diverse. Che siamo di fronte a un passaggio storico non dissimile da quello descritto da Luigi Einaudi nel 1897, quando gli scioperi colpirono l’industria tessile del Biellese. La nascita delle fabbriche nella prima metà dell’800 aveva suscitato bisogni nuovi, per chi aveva dolorosamente vissuto la fine del tessile lavorato in famiglia, col telaio a mano installato in casa. Aveva, proprio come dice Tremonti del lavoro instabile, distrutto progetti di vita e famiglie, tanto che Simone Weil sognava, ancora nel 1949, l’abolizione delle grandi fabbriche. Garantire protezioni al lavoro discontinuo oltre che al posto fisso è un compito grande e arduo per le sinistre. Non basta che il Pd cessi di essere un partito leggero e vada nelle fabbriche che chiudono, come suggerito da Epifani sul Fatto di venerdì. Non è solo in fabbrica che la sinistra ritroverà coloro che, pur lavorando, soffrono la perduta dignità, ma nelle professioni intellettuali, negli uffici, nella pubblica amministrazione, nella ricerca.
Diceva ancora Einaudi: «Perché l’equilibrio duri, è necessario che esso sia minacciato a ogni istante di non durare (...). Bisogna che nessuna forza legale intervenga a cristallizzare le forze, ad impedire alle forze nuove di farsi innanzi contro alle forze antiche, contro ai beati possidentes» (Le lotte del lavoro, Einaudi 1972). Tremonti ha il merito di aver visto l’aggravarsi dello squilibrio. Da qui bisogna partire, perché esso susciti nuove rotte di pensiero, di azione. Perché gli anni eroici del movimento operaio siano la goccia del passato vivente che porteremo nel futuro.