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La promessa, solenne, arrivò lo scorso 3 novembre: “Entro tre mesi avremo mille nuovi posti letto per gli studenti L'Aquila: la metà nella Caserma di Campomizzi, altri 500 nelle casette di legno”. Parola del rettore Ferdinando Di Orio in uscita dalla Conferenza dei servizi sulla residenzialità studentesca che aveva messo a tavolino proprio tutti: Università, regione, comune, Azienda di diritto allo studio e soprattutto l'immancabile Protezione civile. In cassa, i 16 milioni di euro promessi dal ministro Gelmini e tutti i fondi ordinari e straordinari dirottati sull'emergenza.

Ora però il tempo è scaduto, e nella sede dell'Udu, Unione degli Universitari, il bilancio è sconsolato: “In realtà non è successo nulla. Al momento c'è solo una struttura a nostra disposizione, l'ex scuola superiore Reiss. Cioè 211 posti, più altri 80 promessi giusto in questi giorni. Speriamo siano veri, la situazione è pessima. Basti dire che la Reiss non ha nemmeno la mensa. Quelli di lettere fanno i chilometri tra la stanza, le aule, la mensa e ritorno. Si passa la vita ad aspettare l'autobus”. Le iscrizioni per l'anno 2009/10 sono state 23 mila, un calo del 20%. Merito di un polo universitario credibile, e soprattutto del fatto che gli studenti stavolta non pagheranno le tasse.

Ma il risparmio se ne andrà in fumo per tutti quelli che decideranno di prendere casa: circa 8 mila studenti vorrebbero fermarsi in città. “Semplicemente impossibile – spiega Michele Di Biase, dell’Udu – I posti sono pochissimi sia nelle case universitarie che negli appartamenti privati. E chiaramente i prezzi sono schizzati alle stelle. Le camere gestite dall’università vanno esaurite in un attimo, le liste d'attesa sono eterne, e se si cerca casa in giro, anche spostandosi, la singola costa almeno 200-250 euro al mese, mentre un posto in doppia o tripla non viene via per meno di 150 euro. Già a luglio, dopo il G8, avevamo proposto l'unica vera soluzione: aprire la caserma della Guardia di finanza agli studenti: 3.500 posti, una svolta.

Ma lì dentro ci sono ancora gli sfollati, idem alla Campomizzi. Per chi studia non c'è posto”. In realtà ci sarebbe anche la Casa Carlo Borromeo, un prodigio della bioedilizia sorto in soli 87 giorni grazie all'impegno della Regione Lombardia: 6,3 milioni di euro. Fu Roberto Formigoni in persona a inaugurare i 120 posti: legno ovunque e design nordico, ma in questo caso nessuna lista d'assegnazione, nessun criterio stabilito dall'università (reddito, meriti scolastici). La struttura è gestita dalla Curia, che diventerà tra trent'anni proprietaria anche del terreno, reso edificabile a tempo di record. Un’operazione che non ha convinto molti, a partire dalla Corte dei Conti della Lombardia che vorrebbe capire se l'utilizzo di fondi regionali sia un buon investimento vista la cospicua dote finale per la Chiesa (e non per i lombardi). Ma anche l'Adsu, l'Azienda per i diritti degli universitari dell'ateneo abruzzese, ha protestato: perché non lasciar gestire la San Borromeo all'Università anziché ai sacerdoti? Il Tar, presso il quale è stato depositato apposito ricorso, non ha ancora risposto.

Nel frattempo i ragazzi de L’Aquila hanno subìto un’altra doccia fredda: il bando lanciato dall'Università per realizzare una nuova casa da 600 posti, il Casale Calore di Coppito, è saltato. Ritirato a fine gennaio per una serie di errori e incongruenze definite “tecniche”. L'idea era quella del project financing: terreno dell'università, costi di costruzione accollati in gran parte a un privato (15 milioni su 20) cui cedere gli incassi per trent'anni, e poi ritorno dell'immobile ad assetscolastico. Spiega la prorettrice Giusi Pitari: “Purtroppo il bando non era perfetto, cercheremo di riformularlo, ma certo i tempi si allungano. É una risposta che vogliamo dare ai giovani e alla città: L'Aquila deve investire molto di più nello studio, questa risorsa è fondamentale da tutti i punti di vista. Perché non abbiamo ancora un piano per ricostruire la Casa dove sono morti i nostri studenti? Perché il fondo Gelmini non viene impiegato per quello che, simbolicamente e tecnicamente, sarebbe il gesto più importante della ricostruzione? Ora dobbiamo preoccuparci di trovare un letto agli studenti, e sperare che la giustizia possa trovare i responsabili della strage. Mi auguro che il governatore Chiodi sappia finalmente mettere in primo piano questo progetto”. E poi, c'è sempre un campanile che spunta: “I soldi ci sono. Usiamoli subito e bene. La regione ha appena assegnato a Teramo, città di cui Chiodi è stato a lungo sindaco, i soldi necessari a completare la sua casa dello studente. Noi qui non saremo tranquilli finché non vedremo in piedi quella de L’Aquila”.

Ventiquattro pagine di frasi fatte sulla Bologna da cartolina, eteree riflessioni sulle vocazioni della città e analisi su come potrebbe essere. Ma, come direbbe Mourinho, zero proposte concrete. Dopo sei mesi di lavoro la giunta ha lasciato in eredità ai posteri il documento "progetto per la città storica di Bologna". Se non ci fosse stato l'incidente Cinzia, avrebbe dovuto essere il piano di lavoro. In effetti sembra poco più di un programma elettorale. "Immaginiamo il coinvolgimento dei cittadini e delle categorie in eventi gastronomici....immaginiamo una giornata dell'accoglienza, dove le case sono aperte, la gente invita i vicini...immaginiamo di tematizzare vetrine, luoghi e installazioni valorizzando il rosso bolognese..."

Se questa è la premessa poi si passa al capitolo operativo (perché "questa giunta fa sul serio"). E di "concreto", ad esempio, c'è la proposta, per quanto riguarda la sicurezza, di "favorire punti virtuosi di aggregazione sociale"; di dotare la città di un piano regolatore dei beni artistici e culturali; di fare un maxicalendario degli eventi culturali già programmati; e, sui dehors, "di semplificare la concessione delle autorizzazioni definendo un piano di sviluppo di queste forme di stare insieme sempre più popolari tra la gente".

Con i recenti commissariamenti degli Uffizi e Brera, il processo faticoso e altalenante verso l’autonomia, intrapreso da qualche anno dalle principali Soprintendenze storico artistiche e archeologiche ha subito una battuta d’arresto probabilmente decisiva: ad oggi risultano di fatto commissariate le Soprintendenze di Pompei, Roma- Ostia Antica, Brera, gli Uffizi.

Si era trattato di un disegno che, pur non esente da molte criticità, aveva prodotto anche notevoli migliorie in termini di efficienza di gestione: il tentativo di aggiornare alle mutate esigenze almeno una parte, quella più esposta alla pressione turistica, del sistema territoriale della tutela del nostro patrimonio. Frutto di una visione non priva di incongruenze, ma che aveva cercato di fornire una risposta non di facciata ai molti problemi che si andavano addensando sui temi della tutela e valorizzazione del nostro patrimonio, è perfettamente legittimo che tale sistema possa essere ridiscusso e ribaltato, ma attraverso i commissariamenti ciò sta avvenendo con modalità assai contestabili, di dubbia efficacia organizzativa e che presentano forti rilievi di legittimità, come si sottolinea da più parti con sempre maggiore forza.

A distanza di oltre un anno dal commissariamento di Pompei (luglio 2008), con il dossier dedicato a questo tema, torniamo quindi ad interrogarci su queste operazioni , a partire dalle due Soprintendenze Archeologiche , (oltre a Pompei, Roma-Ostia: le più importanti d’Italia), entrambe commissariate. Nel frattempo gli incarichi dei Commissari sono stati entrambi prorogati, mentre in compenso sono mutati, per motivi diversi, i personaggi cui è affidato il ruolo: a Roma, Roberto Cecchi – Direttore Generale alle Belle Arti - ha sostituito Guido Bertolaso, il Capo della Protezione Civile, mentre a Pompei Marcello Fiori, dirigente della Protezione Civile, è subentrato al prefetto Renato Profili.

In entrambi i casi le fortissime critiche sollevate ai provvedimenti partivano dalla pretestuosità delle motivazioni indicate a loro sostegno: grave stato di degrado e incuria per quanto riguarda Pompei e addirittura gravissimi rischi strutturali e di imminente crollo per i monumenti dell’area archeologica centrale capitolina e del sito di Ostia Antica. L’inconsistenza delle motivazioni contrastava invece con per l’ampiezza del mandato affidato al commissario straordinario: deroga dalle norme sulla contabilità dello Stato, sul procedimento amministrativo, sul pubblico impiego, nonchè sulle norme del Codice dei contratti pubblici, quelle in materia di emergenza sanitaria ed igiene pubblica, oltre alle leggi regionali di recepimento e di applicazione; gli interventi costituiscono poi varianti ai piani urbanistici.

Anche se i provvedimenti risalgono a momenti diversi (luglio 2008 e marzo 2009) è però possibile un primo bilancio che, in entrambi i casi, è fortemente negativo. Pochi e superficiali i provvedimenti realizzati nel sito campano: qualche miglioria igienico sanitaria, l’adozione dei cani randagi, il marketing ai privati produttori di vino doc. Altrettanto inconsistente l’opera del Commissario a Roma: non è servita una pubblicazione autocelebrativa, dedicata a pubblicizzare i presunti successi dei primi mesi, a mascherare che dietro il presunto attivismo del nutrito staff commissariale si nascondono in realtà le normali attività di manutenzione e controllo da sempre svolte dalla Soprintendenza in modalità di ordinaria amministrazione, mentre si ignora a tutt’oggi quale sia l’agenda dei lavori del Commissario per quanto riguarda il sito di Ostia Antica. Appaiono così del tutto convalidati i sospetti, già espressi da Italia Nostra, secondo i quali uno degli obiettivi dell’ordinanza governativa di commissariamento consisteva nella annessione sic et simpliciter della Soprintendenza ostiense a quella romana, con il risultato della cancellazione, dietro il pretesto della emergenza, di decenni di autonoma storia culturale.

Mentre quasi del tutto inconsistenti appaiono i risultati sul piano scientifico archeologico, su quello delle risorse disponibili, non solo i commissariamenti non hanno apportato finanziamenti aggiuntivi, limitandosi ad utilizzare e vampirizzare quelli delle Soprintendenze di riferimento, ma hanno anzi provocato spese aggiuntive a causa dei costi di mantenimento delle strutture commissariali, costi, nel caso di Pompei, enormemente lievitati (da 200 a 800mila euro) senza motivazione nè riscontro.

Fallimentare negli esiti, tale esperienza è però lungi dall’essere esaurita ed anzi la gestione commissariale tende a stabilizzarsi e ad ampliarsi ad altre realtà (v. da ultimi, Brera e uffizi) . E’ una vera e propria cultura dell’emergenza quella che si va affermando: l’obiettivo immediato è senz’altro quello di liberarsi di “lacci e lacciuoli” per accellerare (aggirare) i normali percorsi amministrativi, supplendo in tal modo alle lentezze e inefficienze dell’amministrazione ordinaria . Inefficienze che pure esistono, ma che sono il frutto di carenze e rigidità organizzative e strutturali che non si risolvono affiancando a quella ordinaria un’amministrazione parallela di estemporanea concezione, dubbia efficacia e difficile monitoraggio.

La crescente complessità che attraversa anche il problema della tutela del nostro patrimonio culturale merita un’attenzione non rinviabile: i commissariamenti rappresentano però una risposta culturalmente rozza e democraticamente deficitaria. Ponendo le premesse, una volta che l’emergenza si sia stabilizzata, per un’amministrazione di diversa concezione, con pochi vincoli e di diretta nomina politica, questi organismi decretano la sostituzione del l’esercizio della competenza con il principio di autorità.

In quello che Cederna chiamava il Paese delle eterne emergenze, il ruolo destinato ad assumere dai Commissari straordinari è purtroppo crescente ed abnorme: l’azione di contrasto di Italia Nostra si prefigge non solo di ridurre una concentrazione di potere decisionale pericolosa sul piano della trasparenza amministrativa e inefficace sul piano operativo, ma di evitare il contestuale declassamento, in termini di risorse e capacità operativa, delle istituzioni deputate per legge e sulla base di competenze tecniche accertate ad applicare leggi e regolamenti. Questi organismi, le Soprintendenze, esercitano il loro ruolo in autonomia dal potere politico perchè custodi di funzioni che salvaguardano beni e interessi della collettività nel suo complesso e non solo di una parte: pretendiamo che continuino a farlo attraverso strutture e risorse finalmente adeguate al compito.

In un mondo che sta mutando in profondità e a ritmi rapidissimi, l’Europa ha una reputazione forse immeritata ma non lontana dalla realtà.

Appare come potenza addormentata, che non partecipa alla storia del presente, capace solo di adombrarsi quando è trascurata e non consultata. Non l’ha svegliata la fine della guerra fredda. Non sono bastate a destarla le vicissitudini di un dominio americano sul mondo che da unipolare che era dopo l’89, si è infranto prima in guerre fallimentari, poi nella crisi finanziaria del 2008.

Crisi che perdura, che ha accelerato l’emergere di nuove potenze (Cina, India, Brasile), che ha scalfito il primato non solo dell’America ma dell’Occidente.

Questi eventi erano occasioni straordinarie di risveglio, che gli europei tuttavia hanno sistematicamente mancato. La tendenza a ripetere lo stesso errore significa che c’è del metodo, nella loro follia: più precisamente, c’è l’abitudine a vivere in illusioni che son dure a morire e scambiate con la realtà. Non si spiega altrimenti il malcontento imbronciato con cui i governi hanno reagito alla sfida che lunedì è venuta da Washington: Obama non avrebbe intenzione, dopo esperienze deludenti, di recarsi al vertice euro-americano di Madrid convocato in aprile dalla presidenza spagnola dell’Unione. Come bambini schiaffeggiati, gli europei fanno il muso: Obama ­ si dicono tutti allibiti ­ ci tratta come se non esistessimo. Avevamo tanto sperato in lui ed ecco che si disinteressa all’Europa: è segno che il suo mito è finito, fallito. «C’era una volta Obama», scrivono i commentatori ignorando, in unisono con i governi, la bolla di menzogne in cui l’Europa vive.

Se non fossero ignari è il contrario che scriverebbero: «C’era una volta l’Europa», prima che il sonno la sommergesse. Dovrebbero ringraziare Obama, che denunciando la malattia invita il continente a divenire la potenza che non vuol essere. Ma il risveglio è difficile, in Paesi che di bugie lusinghiere si nutrono: sull’economia, sull’America, su se stessi. Delle molte chimere che dominano in Europa a due anni dalla crisi, quella che riguarda l’America non è l’unica ma è tra le più nefaste.

La malattia europea è oggi fatta di cecità. Cosa non capiamo, precisamente, della crisi? Non ne capiamo la natura perché chiudiamo gli occhi alle mutazioni che essa suscita, sia economiche sia politiche. Non vediamo il mondo post-americano, post-atlantico, che sta emergendo: mondo di cui Obama è espressione. È questa incomprensione che ci rende, agli occhi statunitensi, poco interessanti: noi stessi siamo incapaci di curiosità, di un interessamento che vada oltre l’utile immediato. Lo spiega con lucidità un opuscolo scritto nel novembre scorso da Jeremy Shapiro e Nick Witney per il Council of Foreign Relations creato in Europa dalla Fondazione Soros.

L’avvento di Obama nasce dalla coscienza di questo mondo post-americano.

Nuove potenze salgono grazie alla crisi, non più occidentali. Vecchie industrie faticano a sopravvivere e innovare, in continenti ricchi destinati comunque a crescere di meno.

La potenza americana non dismette la propria forza, ma la sua leadership è deteriorata. Chi denuncia il declino di Obama non vede che il declino oltrepassa la sua persona ed è un fenomeno che proprio lui si trova a dover governare. Il suo presunto disinteresse all’Europa nasce da qui: il Presidente constata che questa consapevolezza non esiste in Europa. Che da noi regna una nostalgia della perduta stabilità atlantica, della vecchia indiscussa egemonia Usa. I vertici istituzionalizzati Europa-Usa sono manifestazioni, ai suoi occhi, di quest’immobile rimpianto: sono luoghi dove non si discutono le cose essenziali, per il semplice fatto che l’Europa come soggetto non vuole esistere. Luoghi dove sulla sostanza prevale il processo, caro agli europei: i lunghi elenchi di temi, il parlare che elude l’agire.

Deluso dal precedente vertice di Praga, Obama teme che anche la riunione di Zapatero finisca in un processo di Madrid.

Il fastidio del Presidente dice qualcosa di importante su di noi, più che su di lui. Dice la nostra incapacità di proposte, e di difendere interessi e convinzioni con un’unica voce governante, non con relazioni bilaterali privilegiate. Dice l’immensa paura europea d’un conflitto con Washington: conflitto vissuto alla stregua d’una colpa anche da finti riottosi come la Francia. Dice la stasi di un continente che non sa entrare nell’era post-americana, né riconoscere come l’Europa non sia più cruciale per la sicurezza Usa. Dipende dagli europei se Obama ricorre a gesti indisponenti per dire, ai sordi volontari, verità ineludibili: la guerra fredda è finita; alla vecchia alleanza atlantica tenete più voi che noi.

La minaccia americana di snobbare l’Europa potrebbe essere un’occasione preziosa, per smettere le illusioni e costruirsi un destino. Se è vero che Obama è stanco dell’Europa proteiforme che gli si accampa davanti con una sfilata di rappresentanti in competizione fra loro, vuol dire che urge un’unità più stretta, anche più antagonista. In una lettera a Van Rompuy, il Presidente che guiderà il Consiglio europeo nei prossimi tre anni e che per giovedì ha convocato un vertice d’urgenza, il liberale Guy Verhofstadt dice allarmato che è l’ora di accelerare l’integrazione, e di guardare in faccia il mondo che muta: un mondo in cui la forza appartiene alle Unioni vaste e non agli inutilizzabili Stati-nazione.

Non vedere il mondo post-americano va di pari passo con la cecità fronte a uno sconquasso che non è solo economico ma politico. Non c’è praticamente governo europeo che dica ai propri elettori il vero stato delle cose: che spieghi come la crisi sarà lunga, come nulla sarà come prima perché proprio quel prima ha condotto al disastro. Vediamo in questi giorni come il nascondimento della verità contamini anche i discorsi sulla crisi dell’auto.

È così anche nei rapporti con l’America. Shapiro e Witney sono espliciti: non è colpa degli Stati Uniti ma degli europei, se la discussione s’insabbia. All’origine c’è l’affastellarsi di quattro grandi illusioni.

L’illusione di poter ricavare qualcosa da rapporti bilaterali o dalla Nato, piuttosto che dalla nascita d’un rapporto Unione-Usa. L’illusione che l’Europa resti cruciale per la sicurezza Usa. L’illusione che gli europei possano affermarsi considerando l’armonia atlantica un fine in sé, un feticcio, quando proprio di dispute c’è bisogno perché l’America ascolti. L’illusione infine che l’America veda nell’Europa un’intelligenza superiore, anche se inattiva. È l’illusione ­ scrivono gli autori ­ che ebbero i Greci nell’impero romano, fino a quando si accorsero che Cicerone li chiamava, spregiativamente, graeculi.

Alla base di queste chimere c’è quella riguardante lo Stato-nazione.

«Dopo l’attentato alle Torri e la crisi del settembre 2008 ­ scrive Verhofstadt ­ è nato un nuovo ordine mondiale, impietoso con le (ormai sorpassate) illusioni nazionali di gran parte degli Stati europei». I fatti lo confermano: nelle politiche già comunitarie (commercio, concorrenza, moneta) l’Europa è potente, udibile, ascoltata. Non lo è affatto nei settori che gli Stati custodiscono con sovranità che sono simulacri. Verhofstadt è convinto che, se l’Unione avesse avuto un unico leader, al vertice di Copenhagen sul clima la catastrofe sarebbe stata minore.

Il rapporto con l’America è analizzato severamente da chi oggi chiede più Unione: l’Europa è accusata di voler sempre compiacere e sempre ingraziarsi Washington, con relazioni privilegiate da cui ci si aspettano ricompense che ­ Blair lo sa ­ non giungono mai. Difendere i propri interessi col muso duro, agire indipendentemente in Medio Oriente, meditare sulla guerra afghana senza farne un capitolo dei rapporti euro-americani: questo è ricominciare la storia.

Il sonno è confortevole, pensano gli europei. Meglio aspettare che la tempesta passi: «Calati juncu ca passa la china», càlati giunco ché passa la piena, dice il motto mafioso fatto proprio dai governi dell’Unione. Sarkozy ha ostentato indifferenza, giovedì, dopo un incontro con Angela Merkel: «Dov’è il dramma se Obama non viene?». Il guaio è che il dramma persiste, anche se il giunco si piega. L’Europa rischia l’irrilevanza. Rischia di essere un continente messo fuori gioco in irresistibile declino. È quello che accadrà, se non si sveglia in tempo.

Il centro storico è uno di quei temi che sembravano oramai avviati a un'inesorabile oblio. Parlarne era considerato peggio che retrò, una manifestazione di cattivo gusto, di ostinata pervicacia, quasi che alla semplice enunciazione di queste due parole associate dovessero istantaneamente fiorire tappeti di muffa. Dopo anni di esclusiva concentrazione sulla salvaguardia degli edifici e del tessuto della città storica, di dibattiti infiniti - fino, in effetti, alla perversione - sul restauro filologico e tipologico, urbanisti, architetti, antropologi e sociologi hanno cominciato a guardare ai margini, alle periferie, alla città diffusa, alle metropoli informali, soprattutto alle persone oltre che alle pietre, e ai modi di abitare gli spazi urbani, anche quelli apparentemente privi di qualità.

A questo fondamentale e condivisibile allargamento di prospettiva è subentrata una fascinazione tardiva, acritica e grossolanamente ideologica per qualsiasi forma urbana alternativa al centro storico: importando con un paio di decenni di ritardo i grandi classici della letteratura postmoderna come Le quattro ecologie di Los Angeles di Reyner Banham (Einaudi) o Learning from Las Vegas di Robert Venturi (Edizioni Cluva), e naturalmente l'intera produzione di Rem Koolhaas, si è arrivati a postulare che non esiste più differenza tra centro e periferia, che tutto è junkspace, che la battaglia contro lo sprawl è una bieca espressione di moralismo veteromodernista, e infine, in una «libera» interpretazione degli studi postcoloniali, che solo lo sguardo del maschio bianco occidentale può disprezzare la vita nelle favelas.

Il mercato editoriale è stato sommerso da elogi della villetta, della tangenziale, degli outlet e dei centri commerciali (detti anche superluoghi o nuovi spazi pubblici), delle gated communities, dell'energia comunitaria degli slum o dell'ingegnosità della baracca in lamiera. Roba facile da argomentare, basta un repertorio da vittime del razionalismo e qualche bella foto di bambini felici sul prato o nel rigagnolo fognoso e il gioco è fatto: una formula che permette di eludere con eleganza l'unico tema che forse valga la pena trattare: l'espropriazione continua e progressiva dello spazio vitale a opera del mercato immobiliare.

Un grande convegno che si è tenuto a Palermo il 5 e 6 febbraio, Centri storici e città contemporanea, e un libro appena pubblicato da Clean edizioni - L'Aquila. Non si uccide così anche una città?, a cura di Georg Josef Frisch (pp. 80, euro 12) - rilanciano invece la questione del centro storico, dandole finalmente tutto il rilievo politico che merita.

La tesi sostenuta dal libro e emersa nel convegno è che i centri storici (dove l'aggettivo «storico» in Italia ha un senso naturalmente molto diverso che in Cina o negli Stati Uniti, ma non esclude le loro metropoli) sono e restano fondamentali per la formazione e la sopravvivenza di una vita politica urbana, ma che a questo scopo la conservazione fisica dei tessuti urbani e il diritto di tutti gli abitanti a viverci dentro sono condizioni necessarie e interdipendenti, e vanno difese con uguale intelligenza e passione.

Finora, è vero, gli urbanisti hanno spesso sottovalutato (o deliberatamente appoggiato) il fenomeno della gentrification, il risanamento di aree per lo più centrali e degradate attraverso una aggressiva politica di sostituzione (o meglio, in certi casi, vera e propria deportazione) della popolazione meno abbiente con «classi creative», locali trendy, miliardari, turisti e proprietà finanziarie. Da parte loro schiere di filosofi politici, sociologi, antropologi hanno sopravvalutato il potere delle periferie, aggrappandosi con tutte le proprie forze alle purtroppo effimere rivolte delle banlieues o ai moti di Los Angeles e distogliendo l'attenzione dai meccanismi di esclusione - ampiamente descritti da David Harvey e Neil Smith - che passano attraverso la proprietà immobiliare: una nuova, globale e letterale accumulazione originaria.

Chi invece non ha mai perso di vista la portata politica del modello di vita associato ai centri urbani è il ceto politico al governo, espressione degli interessi del Real Estate e soprattutto attivo demiurgo di uno stile di vita interamente basato sul modello dell'individuo proprietario. Come denuncia il libro su L'Aquila, l'idea di decentrare la popolazione dei terremotati in una ventina di lottizzazioni sparse sul territorio (il progetto C.A.S.E.) senza ricostruire il centro storico è frutto di un disegno politico preciso, che si riferisce al modello di Milano 2 e 3, e ha molte probabilità di concludersi con la cessione di gran parte delle proprietà dei singoli a grandi società che trasformeranno la città in un parco a tema o qualcosa di simile.

Dove non arriva la forza devastatrice del terremoto, è sufficiente il crollo di un edificio fatiscente o qualche altro incidente di piccolo calibro per attirare piani di sicurezza e sventramenti, mastodontiche vie di fuga e altre forme di aggressione fisica dei centri urbani e di delocalizzazione degli abitanti.

«La domanda di fondo è se i centri storici possano sfuggire a un destino settoriale, basato solamente sull'eccellenza del patrimonio, sul turismo e sulle attività culturali, o possano continuare a svolgere il ruolo di strutture urbane vitali, dotate di un mix di attività ordinarie e di funzioni, prima fra tutte quella residenziale - sostiene Teresa Cannarozzo, curatrice del convegno palermitano -. Bisogna concentrare nei centri storici gli interventi di edilizia residenziale pubblica attraverso il recupero del patrimonio edilizio e riconvertire gli edifici monumentali in servizi».

Il salto culturale necessario alla riappropriazione dei centri sembra enorme, ma Palermo è il teatro di una sorta di piccolo miracolo urbano: secondo l'analisi di Francesco Lo Piccolo la presenza di un piano di risanamento (il Ppe del 1993), molto preciso nelle regole e facile da utilizzare ha garantito in questi anni una ristrutturazione lenta ma molto estesa, al riparo dagli spiriti più selvaggi del Real Estate, e l'insediamento di una popolazione mista e non segregata, composta per oltre il 20% da migranti. Perché duri, però, bisogna agire prima che se ne accorgano gli altri.

Come espellere gli immigrati e risanare un «ghetto» facendo leva sull'acqua privatizzata. Nel quartiere del bergamasco simbolo dell'industrializzazione anni '60 senegalesi, pachistani e magrebini lentamente vanno via. Basta che uno non paghi e arrivano alpini e polizia a chiudere i rubinetti a tutto il palazzo

CISERANO (Bergamo) - Sono 1231 i chilometri che dividono Rosarno dalla provincia di Bergamo. Una linea che una volta era percorsa dai migranti del meridione d'Italia, accolti oltre il Po dai cartelli «non si affitta ai terroni». Per loro, per i volti mediterranei di Rocco e i suoi fratelli, per quelle lingue aspirate che odoravano di mare e di terre abbandonate, c'era chi costruiva case e interi quartieri dedicati, pensati solo per accogliere i migranti. Lontani dai centri delle città, in quella periferia fatta di palazzoni allineati. Serviva la mano d'opera per la lingua di terra tra Bergamo, Brescia e Milano. Ne serviva tanta, subito e a basso costo.

È nata così Zingonia, enorme speculazione un po' surreale alle porte di Bergamo. Le fabbriche, le villette per i dirigenti e, a pochi metri dalla strada statale che fa da confine con il borgo antico di Ciserano, sei torri per loro, i meridionali.

In cinquantanni tutto è cambiato, per non cambiare nulla. Tra gli anziani della bassa bergamasca anche le polacche che fanno le badanti vengono chiamate ancora oggi terrune. L'africano che lavora in fabbrica è solo un niger, e nei bar con la bandiera della Lega non si fa vedere. Nella bassa regno dei duri fedeli di Maroni, di Borghezio e di Bossi, c'è oggi la crisi. Dall'aeroplano diretto a Orio al Serio si possono contare le poche automobili stazionate davanti ai capannoni industriali, facendo una statistica molto empirica ma visivamente efficace. Parcheggi deserti, pochissimi camion, capannoni chiusi. Passa la crisi vera, quella industriale, quella cattiva, quel vento che lascia le persone a casa. Quel male che ha portato un operaio a suicidarsi, a darsi fuoco davanti ad uno dei tanti piazzali vuoti, grigi e inutili.

E così anche Zingonia deve cambiare. I niger e «le facce da cammello» - come il neopresidente leghista della provincia di Bergamo amava chiamare i magrebini - devono andare via. Il quartiere simbolo dell'industrializzazione costruito da Renzo Zingone nel 1964 - prima vera speculazione edilizia del nord Italia - è ormai da buttare giù. Come a Rosarno è da ripulire, estirpare, cacciandola dalle mappe.

L'arma dell'acqua

I sei palazzi di Zingonia sono oggi abitati da 150 famiglie, tutte o quasi composte da migranti stranieri. Prevalgono i senegalesi, i pachistani e i magrebini. Non sono case popolari, gestite da enti o dal comune. Chi è entrato nei palazzi di Zingonia paga un affitto o, molto spesso, ha comprato gli appartamenti dai precedenti inquilini italiani. Cacciare via tutti, come vuole la Lega, è dunque un problema. Il 3 dicembre scorso la mattina un gruppo di tecnici della Bas - azienda di gestione dell'acqua controllata da A2A - taglia i tubi dell'acqua, facendo scoppiare una rivolta di alcune ore. La società si era presentata con un conto salatissimo di quasi 400 mila euro di bollette non pagate. Ma non tutto è in realtà così chiaro.

Facendo due conti, in uno dei sei palazzi risulta un consumo idrico per l'ultimo anno di quasi novecento euro a famiglia. È evidente quindi che i conti non tornano. A fine dicembre le famiglie di Zingonia hanno raccolto tredicimila euro, consegnati al sindaco di Ciserano, che a sua volta li ha versati all'azienda controllata da A2A. Un primo acconto che ha permesso la riapertura dei rubinetti. Ai signorotti bergamaschi dell'acqua però non è bastato: i quattrocento mila euro di arretrati li vogliono tutti.

Divide et impera

«Abbiamo un accordo», ha annunciato a fine anno Enea Biagini, il sindaco ex Ppi - oggi Pd - di Ciserano. Un patto firmato da lui, da A2A e da rappresentanti dei condomini scelti sul campo, senza una regolare assemblea di condominio. Anzi, il condominio da anni non c'è più, dopo che l'ultimo amministratore si è dimesso. L'accordo prevede che ogni famiglia delle torri di Zingonia versi 125 euro, tutti i mesi. In un anno sono 1500 euro, per l'acqua di A2A. La raccolta dei soldi è affidata dall'improvvisato capo condominio, che ogni mese deve girare tra gli otto piani del palazzo chiedendo alle famiglie senza lavoro o in cassa integrazione quei soldi. Basta che qualcuno non paghi e a fine mese l'acqua viene tagliata di nuovo, all'intero palazzo. Così è successo all'inizio di questa settimana ad un condominio. E così probabilmente tra qualche giorno accadrà per un'altra torre di Zingonia.

Dopo la protesta dura del 3 dicembre il taglio dell'acqua anche qui avviene con la copertura di forze armate. A differenza di Aprilia - dove le ronde di Acqualatina sono accompagnate dai vigilantes privati - l'ordine pubblico è garantito dagli alpini, dai carabinieri e dalla polizia locale. E se tagliano l'acqua diventa più facile dare la colpa a quelle famiglie che non sono riuscite a mettere i 125 euro mensili, dividendo così la comunità degli stranieri.

Via tutti

L'esodo è così iniziato. Chi può, chi trova un'altra casa, chi non ha un mutuo da pagare ha già lasciato Zingonia. Perché rimanere, d'altra parte: quelle torri dovranno essere abbattute, per far spazio all'economia speculativa che del lavoro se ne frega. I caterpillar e l'esplosivo per buttare giù i palazzi creati per i migranti del sud Italia nel 1964 sono già pronti, nascosti dietro i presidi fascisti della Lega. Sul sito esecuzionigiudiziarie.it ci sono oggi undici appartamenti di Zingonia all'asta. Famiglie di stranieri che non sono riuscite a pagare il mutuo e che hanno perso la casa. Il valore è precipitato sotto i 50 mila euro. In alcuni casi un appartamento è offerto all'asta a 18 mila euro, con una valutazione della perizia di 48 mila euro. E anche qui, come per il calcolo delle bollette dell'acqua del 2009, c'è qualcosa che non torna. Tutte le perizie, tranne una, mettono nero su bianco che nei palazzi di Zingonia non ci sono debiti di condominio o di acqua. «L'amministratore non si trova», spiegano i periti e, dunque, nessuno sa quali siano i reali debiti. E dato che il contatore è sempre stato condominiale, è impossibile oggi per le famiglie di Zingonia stabilire con certezza se i conti presentati da A2A sono corretti.

Analizzando poi le storie giudiziarie degli undici appartamenti che andranno all'asta si scopre anche il mercato clandestino degli affitti in nero. E qui gli italiani entrano in scena. C'è il caso ad esempio di un appartamento di proprietà di un italiano, dove gli ufficiali giudiziari hanno trovato una famiglia di stranieri. «Abbiamo un contratto d'affitto», hanno risposto, mostrando un accordo mai registrato. «A chi pagate?», ha chiesto il perito del Tribunale: «A un tale Massimo, che raccoglie i soldi tutti i mesi, perché il padrone di casa non lo abbiamo mai visto», è stata la risposta. Inutile parlare con Massimo, ovviamente, perché dove sia finito il padrone non lo ha voluto dire neanche ai periti del Tribunale. Gli appartamenti vuoti sono stati poi murati dal Comune di Ciserano, per evitare che altre famiglie potessero entrare. Fino ad oggi sono stati chiusi 22 appartamenti e di questi almeno tre erano di proprietà di italiani, ma utilizzati da famiglie di stranieri, spesso irregolari.

Oggi con la scure del taglio dell'acqua - dopo che già da cinque anni è stato tagliato il riscaldamento - buona parte delle famiglie vorrebbe andarsene. Il problema rimane per chi è in regola con il pagamento dei mutui - e non sono pochi - per chi in quell'appartamento ha visto la possibilità di un riscatto, di una vita normale, di un futuro per i figli. Tanti sono qui da anni, riescono a mantenere un lavoro, magari precario, magari al nero. Mandano i figli nelle scuola, dove - nonostante Gelmini e la Lega - fanno amicizia, studiano, hanno insegnanti che conoscono. È contro queste famiglie che l'arma del debito dell'acqua è oggi usata: rimanere con i rubinetti a secco ed essere costretti a usare le fontanelle dei cortili, in pieno inverno e con gli ascensori rotti è la "exit strategy". Perché su Zingonia si prepara un futuro milionario.

Le mani su Zingonia

In nome della sicurezza da queste parti si fa di tutto. Ed è una sicurezza asimmetrica, dove al sicuro si devono mettere solo i capitali. Le famiglie, la casa ed il lavoro si possono buttar via. «Zingonia è un ghetto». «Zingonia è il regno dello spaccio». «A Zingonia è meglio non entrare». Da un anno il martellamento mediatico è intenso. E così quando è stato presentato il nuovo contratto di quartiere per la zona tutti erano felici. I sei palazzi venivano buttati giù, la zona veniva destinata allo sviluppo del commercio e i privati poteva no investire. Nella versione presentata pubblicamente del progetto c'era anche la realizzazione delle nuove case per le famiglie che abitano le sei torri, i condomini Athena e Anna: accanto alla speculazione c'era un minimo di criterio di vero sviluppo sociale.

«Io ho preso possesso l'8 giugno - racconta il sindaco di Ciserano Biagini - e il 10 la regione mi ha chiesto tutti i progetti preliminari, pena il respingimento del contratto di quartiere». Impossibile ovviamente riuscire a mandare la documentazione. E così il progetto della nuova Zingonia con un volto più umano è caduto, cassato dalla Regione Lombardia.

Arrivano le elezioni provinciali, la Lega che sulla cacciata degli stranieri di Zingonia aveva fatto la sua principale battaglia, si aggiudica il posto di presidente. A ottobre parte la nuova proposta dalla Regione: il progetto va rimodulato - spiegano in una riunione a porte chiuse - vi diamo 5 milioni di euro per espropriare tutto e le terre le assegniamo con «bandi ad hoc». Sparisce tutto lo studio sociale ed economico, rimane solo la speculazione. Passa un mese ed ecco che la A2A inizia a tagliare l'acqua e a chiedere cifre impossibili alle famiglie. Una fortuita coincidenza, ovviamente. Zingonia probabilmente morirà. Le 150 famiglie verranno espulse, mandate via come è accaduto a Rosarno. Ma per la Lega potrebbe essere una battaglia solo apparentemente vinta. «Vedi, gli italiani non conoscono il mondo neanche su internet - racconta un ragazzo marocchino davanti ai palazzi di Zingonia - e questo paese senza di noi morirà». In un lento e tragico suicidio.

postilla

C’è qualcosa di più che non la “solita” speculazione edilizia nel caso di Zingonia: c’è una delle radici del nostro modello pasticcione, genialoide e micidiale di approccio alla trasformazione del territorio. Erano gli anni ’60, e autorevoli periodici (ricordo anche e con un certo brivido la Rivista Geografica Italiana )cantavano la risposta italica alle New Town britanniche in quel bacino intercomunale individuato nelle allora aree depresse della pianura bergamasca dallo spumeggiante capitano coraggioso Renzo Zingone. Curiosa anche la quasi perfetta coincidenza con il crollo di prospettive dei Piani Intercomunali, cantati non molto tempo prima anche dall’INU come valido antidoto sia all’ingestibile dimensione regionale, sia al quasi postmoderno (negli anni ’60) bisogno di avvicinare la pianificazione anche di area vasta ai meccanismi democratici e partecipativi.

E invece no: soluzione all’italiana, un po’ sottobanco e un po’ supercreativa, col piano intercomunale steso e deciso dal soggetto privato, i sindaci e le popolazioni dei cinque comunelli “depressi” a fare la parte del comitato di benvenuto, e poi la grancassa mediatica, le tappe del Giro d’Italia a Zingonia che ancora non c’era, i prelati a benedire il vuoto ecc. ecc.

Si dirà: ma chi poteva sapere, allora? E in parte è vero. Ma solo in parte, perché se si legge qualche documento programmatico del PIM (ovvero di una cosa che finiva verso Trezzo, qualche pedalata da Zingonia) o dei vari convegni INU sulla dimensione sovra comunale, si capisce che esistevano tutti i presupposti per una gestione diversa. O magari anche solo per la soluzione “fascista” di creare un’amministrazione unitaria per il territorio coperto dalle trasformazioni.

Adesso, anche togliendo di mezzo la spietata idiozia legaiola, ci sorbiamo le colpe di quei patrigni.

Peccato che nessuno ormai si ricordi di nulla, e liquidi quella cosa come la solita “colata di cemento” ecc. ecc. Magari nella conoscenza stava pure la possibilità di riflettere su qualche alternativa. (f.b.)

I terreni e le piste di trotto e di allenamento di Trenno saranno venduti al miglior offerente. Snai, la proprietaria, entro un anno dovrà restituire ai creditori 250 milioni. Ora, fallita la strada di un bond, resta solo la cessione. In bilancio gli immobili valgono 90 milioni ma si spera di farli fruttare quasi il doppio: l´operazione potrebbe essere curata da Cushman & Wakefield, società Usa controllata dalla Exor della famiglia Agnelli. Esclusa dall´affare solo la pista del galoppo, che è vincolata.

La posizione è ideale per un nuovo campo di calcio in grado di ospitare la finale 2015 di Champions e gli Europei del 2016. Chiunque acquisti dovrà fare i conti con l´imprenditore Losito: il suo piano per un quartiere di lusso è tramontato ma resta l´opzione

Nell´area non si può (per ora) costruire ma sull´affare si muovono già in molti.

Il Comune, che vuole «restituire verde alla città»? La Provincia amica di Salvatore Ligresti che teme la concorrenza alle future case di Citylife? Un imprenditore privato con il sogno di aprire a Milano il primo golf club o una spa di lusso? Le squadre di calcio che da anni vorrebbero costruire uno stadio bis?

Alla luce della complicata storia del trotto su cui, dopo anni di silenzio, la giunta Moratti ha riaperto la partita nel 2008 una delle ipotesi più probabili è che il Comune stia pensando di sostituire i cavalli con il pallone. L´ippodromo del trotto, infatti, a due passi dallo stadio di San Siro sarebbe la posizione ideale dove costruire un nuovo campo da calcio. Un impianto costruito ex novo in grado anche di ospitare la finale di Champions League del 2015 e gli Europei del 2016, e che potrebbe soddisfare il desiderio dell´Inter di avere uno stadio tutto per sé. Certo, se fosse così, seppur nella legalità l´operazione potrebbe sollevare qualche dubbio.

La vicenda infatti è cominciata nel 2008 quando Palazzo Marino ha dato un´improvvisa accelerata al progetto di trasferimento dell´ippica fuori Milano per «riqualificare un´area verde che oggi la città non può fruire», come diceva allora l´assessore all´Urbanistica Carlo Masseroli.

Le trattative con Snai sono andate avanti mesi, con soddisfazione. Tanto che lo scorso settembre il quartiere di superlusso proposto da Roberto Losito, imprenditore milanese con un´opzione di acquisto sull´area fino al 2012 e advisor di Snai, è stato inserito nel Piano di governo del territorio. Il progetto edilizio che prevedeva il trasferimento dell´ippica fuori città per rilanciarla, si diceva, ma anche per far spazio a un grande parco cittadino, a un centro polifunzionale per lo stadio e a complesso di residenze a cinque stelle immerse nel verde.

L´operazione però è naufragata. Un mese dopo, per portare a casa il Pgt senza l´ostruzionismo della Provincia, il Comune ha siglato un patto con il presidente Guido Podestà che prevedeva la salvaguardia del verde all´ippodromo. «Neanche un metro cubo di cemento potrà essere costruito in quell´area» esultava allora la Provincia, sbandierando un´insolita politica ambientalista. Unica eccezione, stabiliva l´accordo, verrà fatta per le strutture funzionali allo stadio o dedicate allo sport e all´intrattenimento. Il progetto di Losito quindi venne abbandonato e dell´ippodromo non si parlò più.

Oggi, mentre il Pgt sta paralizzando i lavori del consiglio e creando molti imbarazzi al sindaco Moratti, il tema torna d´attualità. Le banche chiedono a Snai di vendere i terreni al più presto, fissando il prezzo base a 90 milioni di euro. Il valore dell´area - che Losito un anno fa era disposto a pagare 260 milioni di euro - è crollato una volta esclusa la possibilità di costruirci sopra. E per chi vuole farci strutture sportive, diventa un affare. Nel frattempo, l´assessore allo Sport Alan Rizzi ha dichiarato la sua intenzione di ristrutturare San Siro per ospitare gli Europei del 2016, senza dare però nessun dettaglio sul reperimento di quei 40 milioni di euro necessari al restyling. Se tutti i pezzi vengono messi insieme verrebbe da pensare che il primo interessato a comprare l´ippodromo sia l´Inter, in cerca da anni della location giusta dove innalzare il suo stadio.

Ma il futuro delle piste del cavalli può anche essere un altro. Approvare oggi un Pgt che stralcia di fatto l´Ippodromo dalle aree su cui si potrà edificare non significa che un domani la destinazione d´uso possa cambiare. Non è detto quindi che chi investirà in questo spicchio di verde non stia pensando di iniziare con una struttura legata allo sport per aggiungere, fra qualche anno, anche delle residente. Lo spazio di certo non mancherebbe.

Chiunque però voglia rischiare in questa operazione dovrà vedersela con l´opzione di Losito. L´imprenditore al momento non sembra intenzionato a rinunciare alla sua prelazione che dice essere blindata per i prossimi due anni. E, come advisor della Snai, dovrà necessariamente essere coinvolto. «Se cercheranno di sfilarmi l´advisor - spiega - andrò per vie legali».

Il consiglio dei ministri: "Materia di competenza nazionale". Si divide il centrodestra: stop all´atomo anche dalla Sicilia. Vendola: saremo disobbedienti

ROMA - Tra governo e Regioni è scontro istituzionale. Palazzo Chigi ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale le leggi con le quali Campania, Puglia e Basilicata avevano bloccato la costruzione di centrali nucleari sul loro territorio. I presidenti delle Regioni annunciano che andranno avanti, rivendicando il diritto di decidere che tipo di impianti di produzione elettrica ospitare.

Il responsabile dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha spiegato ieri la decisione del Consiglio dei ministri sostenendo che le tre leggi regionali «intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato, cioè la produzione, il trasporto e la distribuzione dell´energia elettrica, e non riconoscono l´esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell´ambiente. Non impugnarle avrebbe costituito un precedente pericoloso». Il 10 febbraio il governo approverà i criteri per la localizzazione delle centrali nucleari.

«La destra, che a Bari finge di essere ambientalista votando a favore della legge che io ho voluto fortemente per la denuclearizzazione della Puglia, a Roma diventa ferocemente nemica dell´ambiente», ha ribattuto il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. «Saremo la regione più disobbediente d´Italia e continueremo a dire no al nucleare».

Intanto il conflitto sull´atomo divide il centrodestra: la Sicilia ribadisce il suo no e quattro parlamentari pdl della Basilicata (Guido Viceconte, Cosimo Latronico, Egidio Digilio e Vincenzo Taddei) chiamano la loro Regione fuori dalla mischia: «La Basilicata può stare tranquilla: non ci sono le caratteristiche territoriali ed ambientali per realizzare lì una centrale nucleare o un deposito di rifiuti radioattivi».

I senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante si chiedono se «veramente l´esecutivo pensa di mandare avanti il suo programma nucleare a tappe forzate contro le Regioni, i Comuni, le Province e i cittadini, contando solo sull´esercito». Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli ha definito la richiesta di annullare le leggi regionali «un atto fuori dalla democrazia». Per il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, è imbarazzante il livello di contraddizioni di un governo «che ha fatto del federalismo la sua bandiera e vuole centralizzare in modo arrogante e militarista le politiche energetiche».

Alla vigilia delle regionali, mentre il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani chiede di rendere noto l´elenco dei siti nucleari, il conflitto sul ritorno dell´Italia nel club dell´atomo fa salire di tono anche la campagna elettorale. Nel Lazio Emma Bonino, candidata del centrosinistra, ha dichiarato che «lo sviluppo non passa attraverso la ripresa obsoleta del nucleare. Sono due i punti nodali per portare lavoro e ripresa economica: efficienza energetica e energie rinnovabili»; mentre la candidata Pdl Renata Polverini non ha preso una posizione netta definendo «legittimo il ricorso del governo alla Corte costituzionale», ma «impensabile realizzare impianti nucleari senza il consenso delle Regioni».

Il terzo paradosso, infine, consiste nel fatto che attualmente le tre Regioni in questione sono governate dal centrosinistra: e tra queste, in particolare, la Puglia di Nichi Vendola, la prima in Italia per produzione di energia solare ed eolica, in grado ormai di coprire il 180 per cento del suo fabbisogno.

In vista delle prossime elezioni di marzo, dunque, l´esecutivo rompe gli indugi e sferra un attacco alle «Regioni del No» che nelle urne potrebbe rivelarsi però un boomerang. E anche se invoca ragioni di diritto e di merito, lo fa dichiaratamente a scopo dimostrativo: per evitare – come afferma il ministro Scajola – «un precedente pericoloso», cioè un effetto emulativo che minaccia di provocare una sollevazione generale da parte delle amministrazioni regionali, sia di centrosinistra sia di centrodestra. Ma soprattutto da parte delle rispettive popolazioni.

A ben vedere, i paradossi sono ancora più numerosi. Per dire, le incoerenze e le incongruenze che incrinano il diktat atomico. A cominciare dal dato inconfutabile che fu un referendum popolare nel 1987 a bocciare, e a grande maggioranza, lo sviluppo delle centrali nucleari nel nostro Paese. E in base ai sondaggi più recenti, questa avversione è tuttora largamente diffusa fra i cittadini italiani.

Il governo Berlusconi, poi, non esita a ricorrere in nome dell´atomo a quella stessa Corte Costituzionale che il presidente del Consiglio ha più volte attaccato, criticato e vilipeso nel nome della legge. Prima, quando la Consulta ha respinto il cosiddetto Lodo Alfano sull´impunità delle quattro più alte cariche dello Stato. E adesso sfida ancora con la normativa sul legittimo impedimento, appena varata dal Parlamento, che in realtà ripropone un meccanismo analogo a beneficio del premier e delle sue pendenze giudiziarie.

Per ironia della sorte, infine, l´offensiva contro le Regioni coincide casualmente con la visita ufficiale del presidente Berlusconi in Israele, durante la quale il capo del nostro governo ha rilanciato sul piano internazionale i sospetti che l´Iran intenda sviluppare il suo programma sull´energia nucleare per procurarsi in effetti un arsenale atomico. Erano proprio alcune delle motivazioni con cui il Psi di Bettino Craxi promosse il referendum dell´87: «A tutto questo – si legge testualmente nel Programma per l´alternativa socialista, presentato nel 1978 – bisogna aggiungere i pericoli derivanti dalla crescita del numero delle centrali nucleari e del conseguente aumento di materiale fissile; che potrebbe essere in parte sottratto e distolto dagli impieghi di pace cui era destinato, per essere utilizzato in manipolazioni con ben altri intendimenti».

Quello che valeva nell´Italia di allora e vale nell´Iran di oggi, insomma, non vale nell´Italia dei nostri tempi. Garantiscono Berlusconi, Scajola e Fitto. Tre esponenti di quello stesso schieramento di centrodestra che nel Consiglio regionale della Puglia, come ricorda polemicamente il governatore Vendola, hanno votato a favore della legge per la denuclearizzazione della loro regione. Evidentemente, a Roma il PdL è filo-nucleare; a Bari o altrove, si riserva la libertà di professarsi anti-nucleare.

Ma è nelle motivazioni addotte dal ministro Scajola per impugnare le leggi regionali in materia che si raggiunge l´apice dell´ipocrisia e della malafede. Il ritorno al nucleare, secondo il proclama governativo, sarebbe «indispensabile per garantire la sicurezza energetica, ridurre i costi per le famiglie e per le imprese, combattere il cambiamento climatico riducendo le emissioni di gas serra». Quanto alla sicurezza, non è proprio questo il termine più adatto per sostenere la causa del nucleare: siamo ancora in attesa delle centrali di «terza generazione», mentre nella vicina Francia al momento una quindicina di impianti sono fermi per guasti o riparazioni. E in mancanza di uranio, di cui l´Italia non dispone come non dispone di petrolio o di gas, mettiamo da parte pure l´argomento dell´indipendenza energetica dall´estero.

È certo, comunque, che il nucleare non sarà affatto più economico, se non altro per gli alti costi di costruzione delle centrali e quindi di gestione, manutenzione e poi di smaltimento delle scorie radioattive. Per «combattere il cambiamento climatico» a livello planetario, come predica (bene) il governo, sarebbe molto più utile ed efficace intanto non razzolare (male) a livello urbano, riducendo subito l´inquinamento delle città e i pericoli per la salute pubblica. Altrimenti, prima di riuscire a realizzare eventualmente il programma nucleare, rischieremo di distruggere il sistema sanitario nazionale.

Ora Palazzo Chigi annuncia che il 10 febbraio il Consiglio dei ministri definirà i criteri per la localizzazione delle centrali. Bene, la chiarezza e la trasparenza sono sempre apprezzabili. Ma sfidiamo il governo a indicare ufficialmente per quella data anche i siti, regione per regione, provincia per provincia. Così gli elettori che a marzo andranno alle urne potranno pronunciarsi anche su una questione fondamentale come l´energia e sul «ritorno al nucleare» vagheggiato da Berlusconi, Scajola e Fitto.

La vicenda degli abusi edilizi e delle prime demolizioni a Ischia e Procida, è un avvenimento che rientra nella degenerazione economica, paesistica e culturale del golfo di Napoli e dei Campi Flegrei, avvenuta negli ultimi decenni. L'antica struttura sociale ha subito una devastazione tale da deformare le stesse risorse eccezionali preesistenti. Le leggi, seppure farraginose, esistono: l'opera abusiva entra direttamente nel patrimonio del Comune. Mai si è applicata la norma. Inoltre i Comuni isolani hanno eluso gli strumenti urbanistici, continuato a gestire caso per caso la sola edilizia, rifiutando tutele e sviluppo del proprio territorio. Ischia e Procida, in conseguenza dell'illecito, hanno perduto il turismo còlto richiamato dall'interesse per le popolazioni locali e dall'emozione di essere in un ambiente naturale di forte richiamo.

Per anni vi sono stati procedimenti giudiziari solo a consuntivo dell'abuso edilizio, con una precisa responsabilità condivisa: committente; progettista; appaltatore, uffici comunali competenti; commissioni edilizia e beni ambientali; amministratori a conoscenza delle operazioni di cantiere in isole tutelate.

Lo stesso Tar, intervenuto con la consuetudine di sospendere la demolizione dell'iniziale costruzione, ne consente di fatto il completamento. I controlli affidati alle amministrazioni comunali e agli organi periferici dello Stato, se sono stati affrontati, lo sono stati con assoluta superficialità. Eppure il controllo per le isole risulta semplice potendo i materiali di costruzione essere verificati, in luoghi di estesa inedificabilità, all'imbarco in terraferma e allo sbarco sull'isola.

Qui la politica è stata consenziente in modo esplicito; un abuso passa, ma migliaia documentati negli stessi condoni del privato mettono gli amministratori di fronte a una evidente correità. E quando hanno inizio alcune demolizioni il paradosso è l'equivoca dichiarazione dei sindaci, che minacciano le dimissioni. Loro, amministratori responsabili del silenzio utile alla propria gestione, al proprio potere politico. E manca da parte dei cittadini la resistenza alla perdita della propria memoria e della propria storia. Ma esiste una prospettiva da valutare con responsabilità: procedere nell'aggiornare in modo unitario il piano territoriale paesistico e il piano regolatore comunale e da qui affrontare un processo di riequilibrio dell'ambiente, oggi alterato in profondità, per recuperare un tessuto isolano inserito in un sistema urbanistico e architettonico qualitativo. Ma soprattutto deve imporsi un cambiamento nel modo di pensare dei cittadini. Serve coerenza. Solo se cambia la cultura politica anche negli organismi amministrativi ha oggi un senso la demolizione di alcuni alloggi.

Ormai nel cuore di Roma succede di tutto. Se da piazza Navona, ridotta a parcheggio, andate verso Sant’Apollinare, vi verrà incontro un gigantesco cameriere di cartapesta colorata sullo sfondo di Palazzo Altemps. Un nuovo arredo urbano pensato dal vice-sindaco Cutrufo? Poco più in là vedrete una pizzeria ficcata in una delle torri medioevali superstiti: Tor Sanguigna. Possibile che il raro manufatto non sia vincolato e che vi si possano venire ricavati locali con mattonelle coloratissime (ma ’sti progetti chi li vista?) occupando con tavoli e seggiole anche piazza Zanardelli sin qui libera? Non ha nulla da dire la soprintendente Federica Galloni segnalatasi nella tutela dell’Agro?

In pochi mesi i pedoni sono stati scacciati dall’«isola» di Sant’Apollinare dalle varie pizzerie. Il gigantesco cameriere annuncia forse la prossima «valorizzazione» enogastronomica davanti a Palazzo Altemps (con Resca non si sa mai). Perché a Bologna le occupazioni di suolo pubblico sono vietate in piazze o edifici vincolati e a Roma no? Colpa del Comune o della Soprintendenza?

La città storica è ormai una mangiatoia ininterrotta, da via in Arcione a Fontana di Trevi, a Vicolo di Pietra (si salva la piazza perché c’è la Camera di Commercio, ma col nuovo presidente…), a via dei Pastini (i più orribili e invadenti empori di souvenir), al Pantheon dove i tavolini fra un po’ «se magneno» pure fontana e obelisco, e dopo piazza Navona c’è Tor Millina luogo-simbolo della degradazione totale. Gli esperti dicono che soltanto l’alta qualità potrà salvare il turismo italiano; il Campidoglio promette regolamenti severi, multe a raffica. Però la marea di locali avanza e Roma imbruttisce sempre più. I «bottegari» hanno votato in massa Alemanno ed ora esigono mano libera. Totalmente.

C'è il contadino che ha tirato su un muro. E il signore che ha innalzato una reggia. Tutti e due in una zona protetta come l'Appia antica. Entrambi abusi da abbattere. Ma la macchina per far rispettare legge e ambiente rischia di impantanarsi davanti alla montagna di pratiche: 3.670 all'XI Municipio. Per questo, il consiglio municipale ha votato all'unanimità una delibera che dà una nuova scaletta agli interventi anti abusivismo.

«Abbiamo proposto nuove priorità perché la discrezionalità può provocare l'immobilismo e perché bisogna iniziare dai casi più gravi» spiega il presidente Andrea Catarci (Sel). Ecco allora che con l'assessore all'Urbanistica Alberto Attanasio sono stati individuate le categorie degli interventi di demolizione.

Hanno innanzitutto la priorità gli abusi post 2003, ossia fuori condono edilizio rispetto a quelli non sanati dal condono stesso. Altro discrimine è l'esistenza di vincoli. All'interno di un'area protetta le ruspe devono andare prima sugli edifici in corso di costruzione poi sugli abusi già edificati (la maggioranza). Scendendo, altra priorità ce l'hanno gli abusi in aree demaniali rispetto a quelle in tenute private: perché se lo scempio e nella terra di tutti, il danno è ambientale e patrimoniale. Infine, la dimensione: attaccare prima le corazzate dell'abusivismo e per ultime le piccole (ma ugualmente illegali) superfetazioni dell'edilizia fai-da-te.

Tranquillizzo i nostri 24 lettori (citazione liceale): Carta venerdì prossimo torna in edicola, dopo il salto del numero cui è stata costretta la scorsa settimana, avendo trovato in tutta fretta una tipografia che si occupa di stampare giornali invece che di speculazioni edilizie (di questo raccontiamo i dettagli nel nuovo numero). Unico, piccolo problema: la carta su cui il giornale è stampato è leggermente più sottile, provvisoriamente, e quindi sembra più piccolo anche se il numero di pagine è quello consueto.

Bene, torniamo a fare il nostro mestiere, spintonato verso l'inutilità nel paese dei berlusconi e dei bertolaso, occupandoci di alcune questioni trascurabili. La copertina è dedicata alla Grande Depressione, che non è quella del 1929, ma quella che nel 2010 colpisce la psiche delle persone private del lavoro, costrette nella precarietà, scivolate nella povertà. Abbiamo fatto un'inchiesta su questo continente di sofferenza sommersa, e interpellato sociologi (come il francese Robert Castel) o psichiatri e psicoterapeuti (come il Peppe Dell'Acqua che ieri ha scritto in queste pagine). Quel che ne viene fuori è che l'invasione della vita da parte del lavoro, fenomeno del liberismo, provoca una tanto maggiore destabilizzazione quando il lavoro scompare. Così che aumentano a dismisura stress e depressione, atti estremi singoli o collettivi, alcolismo e suicidi. E il fatto che nei prossimi giorni si celebri l'anniversario della morte di Franco Basaglia, a Trieste, come appunto ha annunciato Dell'Acqua, cade a proposito per cercare di capire come a una tale epidemia sociale si possa mettere argine con una terapia altrettanto sociale. Nonostante il fatto che nei due rami del parlamento siano in agguato diverse proposte di legge che cercano, fin qui invano, di scardinare il fondamento della legge 180: i malati di mente sono cittadini dotati di diritti eguali a quelli di tutti gli altri. Proposte tutte di destra, tranne una, che per fortuna è stata infine ritirata, secondo la quale in sostanza questa valanga di disagio psichico provocata dalla crisi è una questione di sicurezza da trattare con il prolungamento di terapie coattive, anche in strutture private, ordinate niente di meno che da un giudice. Chi sia l'autore, poi pentito, di questo mostro lo scoprirete leggendo Carta. La sua tessera comunque è del Pd.

Non sappiamo quanto siano stati danneggiati, anche dal punto di vista psichico, i migranti che erano a Rosarno, di cui pure ci occupiamo nel redivivo Carta. Probabilmente un bel po'. Mettetevi, se ci riuscite, nei panni di persone che abbandonano famiglie e società del loro paese, che viaggiano verso nord nel modo che sappiamo (chiedere a Gheddafi), che approdano qui e scoprono di essere delinquenti per il solo fatto di esserci, che lavorano come bestie per padroni avarissimi, che fanno da bersaglio ai giovanotti della 'ndrangheta che vogliono così tenerli buoni, che infine dicono "basta" e per questo si vedono precipitare addosso tutta la forza dello Stato, fino ad allora distratto, che li afferra e li deporta, salvo lasciarli poi andare perché tanto «clandestini» non sono, questi schiavi dell'agricoltura italiana, e però non sanno dove andare, di preciso, e un paio di centinaia di loro finiscono per passare le giornate a Colle Oppio, a Roma dalle parti della mensa della Caritas, e intorno alla stazione Termini, dove si trova da dormire al coperto, più o meno. Ignorati, spaventati, defraudati di quel permesso di soggiorno per motivi umanitari che pure il ministro Maroni aveva promesso, per quelli non in regola. Voi come vi sentireste, nei loro panni? Giù di corda, immagino.

Non voglio rifare tutto il sommario del settimanale che ha trovato modo di ridiventare un oggetto fisico, di carta stampata. Era solo per dire di che inutilità ci occupiamo noialtri. Cosa che abbiamo fatto anche quando eravamo diventati solo immateriali, nel sito internet. Dove abbiamo messo, gratis, la copertina e le pagine della storia principale del numero che non abbiamo stampato, quella dei No Tav assediati da incendi dolosi notturni dei presidi, invitando a sottoscrivere per ricostruirli. A migliaia hanno «scaricato» quelle pagine, e centinaia stanno versando soldi nella bottega on line di Carta. Gente fuori moda, proprio come noi.

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In arrivo una maxidarsena per yacht di grandi dimensioni nel canale della Giudecca nello specchio d’acqua di fronte al Molino Stucky Hilton. A realizzarla sarà l’Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone, attraverso la sua società Porti Turistici srl, in un’area di poco meno di quattromila metri quadri.

L’Autorità Portuale di Venezia ha già rilasciato la relativa concessione, richiesta nell’ottobre dello scorso anno e nell’anno in corso dovrebbero iniziare i lavori per la realizzazione dell’ormeggio per yacht fino a 60 metri di lunghezza, i cui proprietari potranno così alloggiare allo Stucky Hilton, “parcheggiando” l’imbarcazione nel tratto di canale della Giyudecca che entrerà a far parte della darsena, a forma trapezoidale.

All’Acqua Marcia infatti Spiegano di aver pensato alla nuova darsena proprio per favorire la clientela di lusso che spesso, soprattutto nei mesi estivi, approda in laguna e vuole alloggiare in un grande albergo avendo, allo stesso tempo, lo yacht a portata di mano. Allo Stucky potrà farlo, godendo di una vista impagabile di Venezia e del resto già ora il Porto consente l’attracco provvisorio in determinati periodi a barche di lusso in prossimità della Punta della Dogana, attraccando ai grandi “bricoloni” portuali presenti nella zona.

Un modo per rilanciare anche l’attività dell’albergo, che non va male sul piano dell’attività congressuale, ma che - complice anche la crisi del turismo che ha colpito anche a Venezia - può certamente fare di più sul piano della ricettività, come dimostrano anche le maxiofferte che lo stesso stucky-Hilton propone per il periodo di Carnevale.

C’è da aggiungere che il gruppo Caltagirone ha ormai un interesse sempre più spiccato nel settore della portualità turistica. Proprio oggi è prevista la cerimonia per la posa della prima pietra del nuovo porto turistico di Fiumicino, che con 4 darsene e oltre 1400 posti-barca sarà il porto turistico più grande del Mediterraneo.

Nei progetti in corso da parte di Acqua Marcia c’è anche la realizzazione del porto di Imperia (1300 posti-barca), del futuro porto di Civitavecchia e del nuovo porto turistico di Siracusa. Ma anche Venezia, dopo l’operazione Molino Stucky resta comunque nell’orbita degli interessi dell’ingegner Caltagirone, soprattutto per il settore della portualità turistica, più che per quello immobiliare. L’idroscalo di Sant’Andrea era una delle aree su cui a questo scopo l’Acqua Marcia aveva già manifestato interesse in passato e l’area potrebbe essere presto ceduta dal Demanio al Comune di Venezia - che è interessato - nell’ambito del nuovo decreto-legge sul federalismo demaniale che prevede appunto che lo Stato ceda a costo zero agli enti locali aree o immobili non più utilizzati. Ma cauti sondaggi sono stati già intrapresi anche in direzione di Porto Marghera, nell’ipotesi che il waterfront del Petrolchimico possa prima o poi rientrare nell’orbita della portualità turistica. I rapporti con l’Autorità Portuale - come dimostra anche la concessione per la darsena per yacht di fronte al Molino Stucky, che non era affatto scontata, visto che il canale della Giudecca è già ora uno dei più intasati dal traffico acqueo di tutta l’area lagunare - sono più che buoni e si tratta di capire ora come si stabiliranno quelli con il nuovo sindaco e il nuovo presidente della Regione, dopo che quelli in corso con Massimo Cacciari e Giancarlo Galan erano eccellenti.

Nuove foresterie per turisti da crociera

Autorità Portuale dà in gestione due edifici a Dorsoduro

Il Porto mette a reddito, per ospitare attività turistiche e commerciali - viste le numerose richieste - la «Casa Vignola» e la «Residenza del Presidente», due fabbricati che possiede a Dorsoduro, per collegarli anche alle attività di sbarco di yacht e navi da crociera. Si è conclusa in questi giorni la gara per dare in concessione per quattro anni i due immobili, da cui l’Autorità Portuale conta di ricavare 75 mila euro l’anno, destinati poi a crescere. Lo scopo è anche quello di valorizzare i due immobili in relazione al traffico passeggeri presente pressi la Stazione Marittima di San Basilio e alla clientela degli yacht che si ornmeggiano alla Banchina Santa Marta, alla Banchina Di Ciò e al Pontile dell’Adriatica, fornendo così servizi di accoglienza e attività commerciali che saranno ospitati all’interno di essi. In particolare, la Casa Vignola, disposta su tre piani, con un giardino di 100 metri quadri, potrà diventare una vera e propria foresteria per ospitare i turisti del sistema crocieristico o degli yacht di passaggio in laguna.

Più piccola la «Residenza del Presidente», circa 80 metri quadri su due piani, che avrà probabilmente la stessa destinazione, ma è possibile anche l’apertura di bar o di altre attività commerciali e non sono escluse, tra le destinazioni d’uso le funzioni museali o culturali. Il canone gfissato dalla gara con l’Autorità Portuale sarà di 75 mila euro l’anno (85 mila dal successivo) se i concessionari adibiranno gli edifici ad attività turistiche: di 65 mila euro (75 mila dal secondo anno), se chi si aggiudicherà la concessione preferirà invece impiantare in questi spazi attività commerciali o artigianali, sempre legate comunque all’attività del terminal portuale passeggeri. Presto l’esito dell’offerta, visti che i termini di partecipazione sono ormai scaduti. (e.t.)

Postilla

L’intera storia dello Stucky è indecente. Con il consenso dell’editore inseriamo qui un paragrafo del libro di Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto, Corte del fòntego editore, Venezia 2010

«Una particolare accentuazione era data poi alla questione [della casa] da un episodio degli anni Sessanta. Una grande società immobiliare romana, la Beni Stabili, aveva realizzato un cospicuo intervento edilizio alla Giudecca. Ne era nato un quartiere di lusso, completamente recintato, contro il quale si era sollevato il fiero malcontento dei giudecchini e del veneziani in generale. Da allora si era deciso, con un accordo unanime dai comunisti fino ai liberali di destra, che ogni costruzione nuova per la residenza che si fosse realizzata a Venezia sarebbe stata destinata ai cittadini veneziani con rigorosi vincoli di permanenza. Questo accordo rimase attivo fino alla fine del secolo, e fu violato nella pratica dalle giunte successive, a partire dalla prima Giunta Cacciari.

«Tra la fine degli anni Settanta e il quinquennio successivo, con i finanziamenti della legge speciale del 1973 e con quelli forniti da alcune leggi nazionali si progettarono e realizzarono nuovi complessi di edilizia residenziale, i principali nell’area degli ex cantieri Trevisan alla Giudecca e nell’area abbandonata da una fabbrica di fiammiferi (Saffa) a Cannaregio. Questi programmi si affiancavano ad alcuni rilevanti interventi di riconversione funzionale e utilizzazione per la residenza di alcuni complessi edilizi industriali (come la ex birreria Dreher e gli ex magazzini della Repubblica alla Giudecca) e a un vasto programma di risanamento e restauro dell’edilizia residenziale storica. L’insieme di questi interventi permise di risolvere nel giro di pochi anni due emergenze, determinate dall’invasione delle acque nei piani terra e dagli sfratti per finita locazione.

«Due grandi questioni rimasero aperte: l’avvio di una iniziativa per offrire edilizia a canoni ragionevoli alle famiglie che non disponevano dei requisiti necessario per concorrere all’assegnazione di edilizia pubblica, e l’utilizzazione del grande complesso degli ex Mulini Stucky.

«Per lo Stucky le destinazioni previste dai piani rendevano necessaria una iniziativa concordata con la proprietà. Si prevedeva – tenendo conto anche delle caratteristiche strutturali degli edifici – la realizzazione di un centro congressi, di un albergo, di un luogo ove sistemare i moltissimi archivi comunali oggi ancora collocati in spazi meglio utilizzabili per altre funzioni urbane (a questo scopo si prevedeva di utilizzare i giganteschi silos di cereali), e infine edilizia residenziale. Ciò che si chiedeva alla proprietà era la cessione gratuita dei silos, a titolo di oneri di urbanizzazione e costruzione, e il rigoroso convenzionamento dell’edilizia residenziale per i veneziani. La proprietà non accettò queste condizioni e il complesso rimase abbandonato finché l’ amministrazione, agli albori del nuovo secolo, accettò le pretese della proprietà. Adesso lo Stucky è una esclusiva enclave di lusso. I silos, le cui facciate erano interamente prive di aperture, sono stati vittima di un incendio che li ha completamente distrutti (lasciando miracolosamente illesi gli edifici adiacenti)[1]. Sono stati ritrovati disegni “originali” che avrebbero previsto la realizzazione di finestre sulle facciate; su questa base anche quell’ala è stata trasformata in albergo. Lucrosamente: per la proprietà, s’intende.»

[1] “E' stato un incendio doloso per il pm di Venezia, Michele Maturi, quello che ha semidistrutto il mulino Stucky sull'isola della Giudecca nella città lagunare. Il pubblico ministero ha infatti parlato di una "mano umana" e ipotizzato "il gesto di un folle o l'imprudenza di un barbone o, più probabilmente l'iniziativa dolosa di qualcuno". Al momento non ci sono gli elementi per confermare questa pista, ma la strada sembra essere quella giusta. Il mulino Stucky, importante esempio di architettura industriale ottocentesca, era in fase di restauro e pronto ad essere trasformato in un grande albergo e centro congressi” (da “Edilportale”, 18 aprile 2003).

Spiagge d'un bianco accecante, mare di cristallo, campi e colline non violati dal cemento, montagne dove l'unica presenza che s'avverte per decine di chilometri è quella del vento che soffia tra le querce, i resti unici lasciati in ogni angolo dal popolo dei nuraghi passato sulla terra leggero. E' la Sardegna bella, quella che ancora c'è, ma sempre più stretta dal proliferare di un suo doppio deforme, mostruoso, la Sardegna brutta raccontata in Paesaggi perduti, il libro curato da Sandro Roggio appena pubblicato dall'editore cagliaritano Cuec (140 pagine 13 euro).

Il volume è un campionario degli scempi compiuti negli ultimi decenni e, insieme, un allarme lanciato perché si eviti il peggio che potrebbe arrivare con il cosiddetto «piano casa» approvato dalla giunta regionale di centro destra presieduta da Ugo Cappellacci, il governatore succeduto a Renato Soru dopo le elezioni del febbraio dello scorso anno.

Sono tredici i contributi raccolti nel libro e non è possibile qui citarli tutti. Si va dalla dissennata gestione del patrimonio archeologico descritta dall'archeologo Marcello Madau, all'ironico dialogo tra il regista Antonello Grimaldi e l'attore Sante Maurizi sulla «filosofia del villaggio turistico» che, a partire dagli anni Settanta, ha fondato un modello di sviluppo turistico devastante per coste e paesaggio. Oppure, dalla sconsolata constatazione del degrado del tessuto urbanistico e di quello sociale di Sassari nelle pagine dello scrittore Salvatore Mannuzzu, al racconto che lo storico Luciano Marrocu fa dello scempio delle tracce del passato cui è stato sottoposto il centro storico di Cagliari. Il giornalista Giancarlo Ghirra spiega come nell'alluvione che ha devastato Capoterra, presentata come una catastrofe naturale, di naturale non ci sia stato proprio un accidente, perché le cause del disastro stanno tutte nel modo criminale in cui per decenni lì il territorio è stato violentato nel nome dell'espansione edilizia. Un altro cronista, Giacomo Mameli, racconta come a Perdasdefogu, il paese al centro del poligono di Quirra dove vengono testati i droni che l'aviazione americana usa in Afghanistan e in Pakistan, una basilica del Cinquecento sia stata rasa al suolo per farci sopra un campo di calcio.

Uno scrittore, Marcello Fois, avverte che le devastazioni non sono solo materiali: «Non è sempre necessario demolire per cancellare la propria storia urbana, qualche volta si distrugge anche costruendo una parastoria», ovvero una falsa identità in cui il peggio del vecchio (i codici della tradizione della Barbagia) si fondono in un ibrido orrendo con il peggio del nuovo (i codici del consumo come unica fonte di strutturazione del sé, individuale e collettivo). E siccome Cappellacci la sua campagna elettorale l'ha vinta anche promettendo che avrebbe smantellato il Piano paesaggistico voluto da Soru (come infatti puntualmente sta avvenendo), l'analisi di Marcello Fois dovrebbe far riflettere su quanto il sopravanzare della Sardegna brutta sulla Sardegna bella sia il frutto di processi profondi, in cui modelli di sviluppo economico e sistemi di relazioni sociali si sono modificati di pari passo con un progressivo slittamento di senso dei valori della tradizione verso un individualismo proprietario non dissimile da quello che si afferma a Bergamo o a Treviso. Un campo di contraddizioni aperto, però, dove le possibilità di giocare una partita diversa non sono ancora tutte chiuse. Un orizzonte di conflitto in cui il libro curato da Sandro Roggio s'inserisce come un prezioso contributo di conoscenza.

Gli operai di Portovesme hanno messo in conto anche le manganellate ma a tornare indietro non ci pensano proprio. La storia dell'Alcoa di Portovesme è l'ennesimo esempio dell'uso spregiudicato di un territorio usa e getta come la Sardegna. Multinazionali e cordate di ogni risma si gettano sull'isola e sulle sue ricchezze, pronti ad andarsene senza nemmeno salutare quando l'osso è ben spolpato. La situazione è disastrosa e i lavoratori dell'Alcoa hanno capito che non è in ballo solo il posto di lavoro ma il loro futuro perché se perdono trovare un'altra occupazione sarà davvero dura. La lotta dei minatori e la loro cocente sconfitta è ancora una ferita aperta e dolorosa ed è un monito a non arretrare di un solo millimetro. Il Sulcis è stato fatto a pezzi a forza di promesse mancate, ce lo ricordiamo tutti Berlusconi che nella sua personale campagna elettorale per sostenere il silente candidato Cappellacci gridava agli operai: «ora telefono a Putin e salvo la fabbrica». Menzogne. Sempre menzogne. Tanto i sardi alla malaparata si fanno la valigia ed emigrano.

La Sardegna è presa d'assalto d'estate dai turisti e le mafie investono e riciclano ma i paesi dell'interno si svuotano. I militari e le aziende del settore occupano e avvelenano con i loro esperimenti territori che, da tempo, dovevano essere restituiti ai loro legittimi proprietari. Nell'assenza più totale di un ceto imprenditoriale e finanziario capace e illuminato prosperano gli «stranieri» che saccheggiano una delle isole più belle del mondo con le complicità di sempre. Nell'assenza imbarazzante di una sinistra in grado di organizzare opposizione e di immaginare un futuro possibile, i sardi continuano a essere maltrattati, a essere considerati «periferia dell'impero».

Oggi i lavoratori dell'Alcoa rappresentano quella parte del popolo che non ha mai abbassato la testa e non si è piegata alle logiche dello stillicidio delle promesse. Più a est, affacciati a un altro mare, altri operai della stessa azienda difendono il posto di lavoro. Ma il Veneto non è la Sardegna e il territorio trasuda ricchezza mentre gli industriali prendono a calci la vita di tutti coloro che non hanno un ruolo nel rilancio del grande Nordest. Con grande disinvoltura e senza un briciolo di senso etico i padroni delocalizzano, agitano la crisi per ristrutturare senza troppe rotture di scatole, chiudono fabbriche in attivo per aver sputtanato vagonate di soldi. Tanto c'è il nuovo Ptrc (Piano regionale di coordinamento) con le sue infrastrutture faraoniche, e poi c'è da cementificare, costruire piccole Los Angeles ai bordi della laguna, bucare montagne, autodromi e miriadi di centri commerciali da costruire. I soldi girano, eccome se girano. Non solo quelli ritornati a casa con lo scudo fiscale ma quelli che arrivano da non si sa bene dove. Ora c'è il territorio da privatizzare e mercificare. Non sono bastati 25 anni di capannoni che ora espongono il cartello affittasi in italiano e in cinese. La campagna elettorale è già partita alla grande su centrali nucleari, termovalorizzatori, discariche. Il sacco del Nordest. La politica del fare di Galan ha creato un intreccio affaristico pubblico-privato al di fuori di ogni controllo e possiamo stare tranquilli che la Lega, che con tutta probabilità si papperà la regione in un sol boccone, si adeguerà al sistema. Nel frattempo distribuiscono le bandiere col Leone di San Marco ai lavoratori dell'Alcoa per scimmiottare l'orgoglio dei lavoratori sardi nello sventolare i quattro mori. Blaterano di identità, di popolo ma alla fine stanno sempre con i poteri forti. Se l'Alcoa trasferirà la produzione in Arabia Saudita dove stanno già costruendo gli stabilimenti non perderanno certo il sonno. I lavoratori e le loro famiglie tengono duro. Con fermezza. Dignità. Rabbia. E spero che sia contagiosa. Maledettamente contagiosa.

Senza alcun dibattito pubblico, le immunità per le oligarchie politiche e le burocrazie dello Stato, che si rendono obbedienti, appaiono il canone che ispira le mosse del governo e la produzione legislativa della maggioranza.

Si fa largo l’idea di «un primato della politica» che vuole rendere indiscutibile, per chi ha il potere, una protezione assoluta nei confronti del controllo di legalità. Ovunque si guardi, si può afferrare la tendenza della politica a costruire schermi, muri, privilegi, autoesenzioni. In una sola giornata, si possono cogliere due segni della pericolosa asimmetria che incuba, nascosta, nel Palazzo.

Un disegno di legge, in discussione al Senato (relatore Piero Longo, avvocato di Berlusconi), prescrive ai giudici come valutare le fonti di prova offerte dai "disertori" delle mafie. Se il progetto diventasse legge, le dichiarazioni rese dal coimputato (e da imputati di procedimento connesso) avrebbero valore probatorio «solo in presenza di specifici riscontri esterni». Anche se il dibattimento riuscisse a raccogliere «riscontri meramente parziali», quelle dichiarazioni sarebbero «inutilizzabili». Sono norme che possono disarticolare annientandole, dal punto di vista giudiziario, le dichiarazioni di quei testimoni dei processi di mafia che impropriamente diciamo «pentiti». Quanti saranno i processi che "moriranno" per infarto legislativo? E che ne sarà della lotta alle mafie, glorificata appena qualche giorno fa dall’intero governo a Reggio Calabria?

Non è una novità che i ricordi, le accuse dei «collaboratori di giustizia» debbano avere verifiche "interne" ed "esterne", conferme «intrinseche e estrinseche», come si dice nel gergo dei legulei. Si sa che non sono sufficienti le dichiarazioni incrociate. Lo ha stabilito, e da tempo, la Corte suprema di Cassazione, chiarendo però che se due "disertori" concordano con una ricostruzione dei fatti, il lavoro del giudice deve accertare «in modo scrupoloso e meditato, l’autonomia di ogni singola collaborazione. In caso di positiva verifica di attendibilità, dalla convergenza delle dichiarazioni devono trarsi tutte implicazioni del caso. Si deve in particolare dedurre l’efficacia di riscontro reciproco delle dichiarazioni convergenti e il consolidamento del quadro di accusa». (Corte Suprema di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 542/2008, sul cosiddetto caso Contrada).

Ora, è fin troppo facile farsi venire cattivi pensieri, in tempi di leggi ad personam. E’ fin troppo semplice intuire che la norma contro i testimoni di mafia nasca, d’improvviso e segreta, quando all’orizzonte del processo contro Marcello Dell’Utri appare Gaspare Spatuzza, che non esita a chiamare in causa anche il presidente del Consiglio. Con la nuova legge, anche se Filippo e Giuseppe Graviano avessero confermato in aula il racconto del loro compare, l’intera ricostruzione sarebbe stata inutilizzabile.

Qui però preme rilevare altro, la volontà del legislatore di creare argini così ferrei da impedire e restringere i "naturali" margini di autonomia interpretativa del giudice. Si vieta ogni interpretazione della legge. Si afferma l’idea di un giudice che si conformi rigidamente alla volontà del legislatore anche a costo di accantonare principi costituzionali, ragionevolezza, buon senso, convincimento logico. Affiora una concezione «assolutistica» del "primato della politica" sulla giurisdizione.

La tendenza è ancora più evidente nelle conclusioni del caso Abu Omar. L’uomo, Osama Nasr Moustafà (Abu Omar è il nome religioso), è l’imam nella moschea di viale Jenner a Milano. Ha 39 anni, è egiziano, in Italia è protetto dal diritto di asilo. La Cia lo accusa di essere un "terrorista" di Al Qaeda. E’ una cinica astuzia, abituale nella stagione della "guerra al terrore". L’accusa è un modo per dare pressione al povero disgraziato, metterlo con le spalle al muro schiacciato da un’alternativa del diavolo: o collabora con l’intelligence americana e italiana e si fa spia tra i suoi o Cia e Sismi (l’intelligence italiana diretta da Niccolò Pollari) lo incappucciano, lo sequestrano, lo spediscono nella sala di tortura di un carcere nordafricano dove la sua ostinazione a conservarsi "integro" verrà messa alla prova. E’ quel che accade all’egiziano. Chi rapisce Abu Omar il 17 febbraio 2002? Un processo a Milano accerta che sono stati agenti della Cia. Che ruolo hanno avuto le barbe finte di casa nostra? Il giudice Oscar Magi ha le idee molto chiare. Scrive, nelle motivazioni, che Niccolò Pollari, il suo staff, i suoi agenti erano a conoscenza dell’azione degli "americani", si sono voltati dall’altra parte e, quando è scoppiata la grana, hanno ostacolo e inquinato le indagini della magistratura. Pollari e i suoi si salvano da una condanna protetti da un segreto di Stato, opposto dai governi Prodi e Berlusconi con un «paradosso logico e giuridico»: sul sequestro di Abu Omar non c’è segreto, ma il segreto impedisce di accertare le responsabilità di chi ci ha messo le mani. Il giudice di Milano osserva che l’iniziativa del governo estende «l’area del segreto in modo assolutamente abnorme» trasformando il segreto di Stato «in un’eccezione assoluta e incontrollabile allo stato di diritto». Un’interpretazione «pericolosa» che, anche in presenza di reati gravissimi (il sequestro di persona lo è), offre alle barbe finte «un’immunità di tipo assoluto non consentita da nessuna legge di questa Repubblica» e affidata all’arbitrio dell’autorità.

Qui è l’arbitrarietà dell’opposizione del segreto di Stato a mostrarci come la giurisdizione sia umiliata da una politica che impone la sua sovranità e con il suo «primato» offre un’impunità di dubbia legittimità costituzionale a burocrati sottomessi e docili.

Il lavoro dei servizi di informazione deve salvaguardare l’indipendenza e l’integrità dello Stato, tutelare lo Stato democratico e le istituzioni che lo sorreggono. Il segreto è lo strumento che consente all’intelligence di difendere gli «interessi supremi». Che sono «l’integrità della Repubblica; la difesa delle Istituzioni; l’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati; la preparazione e la difesa militare dello Stato». Nessuno di questi interessi può essere minacciato dall’accertamento di che cosa è accaduto - e con la responsabilità di chi - quella mattina del 17 febbraio del 2003, a meno di non pensare che diventi legale un sequestro di persona e legittima la violazione della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Il governo ritiene, dunque, che sia nelle sue prerogative anche la tutela di un interesse non «supremo» ma politico disegnando quindi, ancora una volta, una scena che attribuisce una signoria della politica sulla legge. Se ne scorge l’esito. La regola non è più la pubblicità e il segreto, l’eccezione. Al contrario, il segreto diviene (può divenire da oggi) pratica d’uso quotidiano di un presidente del Consiglio che decide, alla luce di un interesse tutto politico, che cosa si può conoscere e che cosa deve restare pubblicamente nascosto.

Il legislatore che, rivendicando un «primato», si cucina per sé e per la sua oligarchia una protezione dalla legalità e un governo che rifiuta di governare in pubblico pretendendo per sé un potere sovrano e segreto non separano soltanto la legittimità dalla legalità, ma anche la democrazia dalla Costituzione. Sembra questo il più autentico focus della stagione che ci attende.

Almeno per ora la sanatoria più generosa della storia d’Italia non si farà. Gli emendamenti Sarro e Nespoli (Pdl) al decreto Milleproroghe sono stati giudicati inammissibili dalla Commissione affari costituzionali perché “non omogenei alla materia del provvedimento”. “Occorre tenere alta la guardia e occhi ben aperti - secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente - perché è forte la possibilità che ricompaia sotto mentite spoglie all’interno di qualche altro atto legislativo. Il partito degli abusivi, ce lo dice l’esperienza degli ultimi decenni, è irriducibile e ci proverà di nuovo”.

Vale la pena ricordare che gli emendamenti in questione miravano a modificare e allungare gli effetti dell’ultimo condono edilizio, quello del 2003 (art.32 della 326/2003), e intervenivano sul Codice dei beni culturali e del paesaggio, il c.d. Codice Urbani. Un colpo di gomma per cancellare il divieto di sanatoria per le opere abusive realizzate in immobili soggetti ai vincoli paesaggistici delle leggi nazionali e regionali. In aggiunta anche la possibilità di chiedere la sanatoria in aree sottoposte a tutela dal Codice del paesaggio. In entrambi i casi, questo nuovo condono sarà disponibile fino al 31 dicembre 2010.

Ma c’era di più: la sospensione di tutti i procedimenti, sia amministrativi che penali, già avviati e anche in esecuzione di sentenze passate in giudicato. Vale a dire che il provvedimento sarebbe stato retroattivo e le sentenze della magistratura carta straccia. Un esempio su tutti. Le ville della mafia sulla collina di Pizzo Sella a Palermo, la collina del disonore, su cui pende un ordine di demolizione (sentenza della Corte di cassazione) dal 2002.

Postilla

Appena abbiamoo postato la nota di Legambiente un lettore ci ha inviato il testo di una nota d'agenzia nella quale il presideente Cogliati Dezza esprime il suo plauso per la realizazione dell'auditorium a Ravello. Egli afferma testualmente: "Siamo particolarmente soddisfatti - conclude il presidente di Legambiente - che, anche attraverso l'auditorium di Ravello, si stia dimostrando che e' possibile investire in opere di qualita' che rovesciano l'immagine scontata e tradizionale di un Mezzogiorno degradato. La diffusione della cultura e dell'istruzione sono una delle leve fondamentali dello sviluppo, in particolare del Sud, dove rappresentano una chiave importante per combattere le mafie e l'illegalita' diffusa''.

A noi sembra che quando l'illegalità viene dall'alto (Antonio Bassolino) ed è considerata vizietto irrilevante da intellettuali e dirigenti di associazioni ambientalistiche, non si combatta affatto la "illegalità diffusa", ma anzi la si favorisca. (Si leggano in proposito la recente "opinionee la ricca cartella dedicata a

Alemanno non ferma la corsa al cemento

di Paolo Berdini

Nella Germania federale della cancelliera Angela Merkel sono state da anni avviate politiche urbane per privilegiare gli interventi sul recupero del patrimonio edilizio esistente. Lì lo Stato non è stato cancellato dal liberismo senza regole: ha misurato la quantità di terreni agricoli che ogni giorno vengono consumati: 100 ettari al giorno, qualcosa come 100 stadi di calcio. In vista della scadenza del 2020 il tetto massimo è stato fissato in 30 ettari giorno. Nel 2050 non sarà possibile consumare neppure un metro quadrato di terreno agricolo: si potrà soltanto recuperare e ristrutturare l'esistente.

In Italia lo Stato è ormai un'entità astratta e ciascuno fa ormai quello che vuole. Nella Roma di Alemanno, ad esempio, dovrebbe essere attuato un piano regolatore approvato dalla precedente maggioranza veltroniana che prevede un'espansione edilizia pari a 16 mila ettari in dieci anni. Fino al 2020 si tratta dunque di 1.600 ettari all'anno; 4,5 ettari ogni giorno. Un sesto circa di quanto previsto alla stessa data per l'intera nazione tedesca!

Il gigantesco regalo alla rendita parassitaria fondiaria pensato da Veltroni, non appare evidentemente sufficiente alla nuova maggioranza. Da due anni assistiamo infatti non alla indispensabile cura dimagrante delle sconsiderate previsioni urbanistiche. Assistiamo invece ad una inarrestabile corsa ad inventare nuove occasioni di crescita urbana.

Il catalogo è lungo. Due casi in particolare. Nel 2008 è stato emanato un bando rivolto alla proprietà fondiaria per realizzare edilizia cooperativa. Possibile che sui 16.000 ettari non ci fossero aree adatte a soddisfare l'obiettivo? E in una città dove ci sono circa 50 mila famiglie in stato di grave disagio abitativo la cura più adatta era quella di costruire case in cooperativa, per loro natura adatte a famiglie che hanno un reddito sicuro, tale da permettere di accendere un mutuo bancario? Il provvedimento era dunque un altro regalo ai proprietari delle aree urbane che erano stati generosi con il candidato del centro destra durante il confronto elettorale.

Il secondo provvedimento è più recente. Alla fine del 2009 si decide di costruire una manciata di case (28 mila di cui solo 3 mila alloggi popolari) e contemporaneamente si decide di venderne molte di più tra quelle esistenti. Una prospettiva fallimentare, a ben vedere: altre famiglie povere non ce la faranno ad acquistare e saranno costrette a spostarsi sempre più lontano dalla città. La differenza con l'Europa civile si vede con il paragone con Parigi. Lì il comune acquista case sul mercato immobiliare per garantire la ricchezza sociale della città. Il mercato produce per sua natura una selezione per ricchezza, la mano pubblica riequilibra questo iniquo meccanismo garantendo convivenza civile ed evitando la creazione di sacche di emarginazione sociale.

Questa sfrenata corsa all'espansione della città è poi verificabile anche in un'altra serie di provvedimenti. Mentre le città di tutto il mondo rispondono alla crisi con grandi investimenti sul sistema dei trasporti collettivi non inquinanti, il vice sindaco Cutrufo propone di costruire un «parco a tema sulla Roma imperiale» su cui costruire colossei e fori in miniatura. 50 ettari di aree agricole di Castel di Guido, vicino a Fiumicino, rischiano la cementificazione.

Le due squadre di calcio romane non riescono a riempire lo stadio Olimpico se non nell'occasione dei derby: ciononostante si propone la realizzazione di due nuovi stadi, con annessi ipermercati, alberghi e abitazioni. Aiuta in tal senso un provvedimento di legge del centrodestra approvato nel mese di dicembre al Senato senza che l'opposizione lo contrastasse efficacemente: ogni squadra di calcio potrà derogare le regole urbanistiche per fare ciò che più gli piace, case o edifici commerciali. Insieme devasteranno altri cento ettari di agro romano.

E, infine, un'ultima perla che dimostra una volta di più la distanza che separa ormai l'Italia dai paesi civili. Uno dei progetti maggiormente sponsorizzati dalla commissione Marzano - istituita lo scorso anno per indagare sul futuro della città - è stato quello di realizzare cinque isole artificiali davanti al lido di Ostia e destinarle a porti, alberghi e quant'altro. Era il 2009 e già c'erano gli inequivocabili segnali della crisi edilizia mondiale. Ma gli esperti marzaniani non se ne sono evidentemente accorti: il modello culturale di riferimento era quello di Dubai, isole per la speculazione finanziaria internazionale. Il fallimento del progetto che si è prodotto nel dicembre negli Emirati arabi dovrebbe far riflettere gli strateghi de' noantri. Ma forse ci illudiamo. Con il terzo scudo fiscale, infatti, sono rientrati in Italia circa 100 miliardi di euro. I ricchi evasori romani hanno fatto rientrare una quota di dieci miliardi e il Sole 24 Ore afferma (27. 1. 2010) che questa montagna di soldi andrà ad alimentare il mercato immobiliare. Ma non verso il recupero delle infinite aree di degrado urbanistico e sociale. Così mentre decine di migliaia di famiglie non sanno come risolvere il problema della casa, i furbi evasori punteranno ancora su una nuova devastante espansione della città.

L'esperienza del X Municipio di Roma

Requisire le abitazioni vuote si può

di Sandro Medici

Sembra imminente a Roma la consegna di 161 case popolari, acquistate con fondi comunali e regionali. Un vero e proprio avvenimento. L'ultima volta fu nel settembre del 2008, presso Tor Vergata: vennero completate quattro palazzine che per quasi sette anni languirono desolate nei nudi rustici in attesa di altri finanziamenti. Le famiglie assegnatarie si accamparono per il timore che qualcuno le occupasse abusivamente - anch'io passai un paio di pomeriggi con loro.

Così vanno le cose a Roma. A una domanda di edilizia sociale che indigna e stordisce, si risponde con una manciata di alloggi ogni tanto e qua e là. Quando il nuovo sindaco si è affacciato per la prima volta sul balconcino con vista sui Fori, carico e baldanzoso per aver espugnato il Campidoglio, annunciò che presto Roma avrebbe potuto contare su tante e nuove case popolari. Dopo quasi due anni, ne assegnerà tra breve le 161 di cui sopra. Ma continua ad annunciare che almeno altre duemila saranno disponibili nei prossimi tempi. Ovviamente, non è in grado di dire come e dove. S'intuisce che pensa di edificare qualcosina sulle aree agricole. E forse sta lavorando in gran segreto per concordare con qualche immobiliarista l'astuto scambio di edilizia sociale con volumetrie private.

Sia come sia, siccome qualsiasi trasformazione urbanistica significativa necessita di procedure fisiologicamente prolungate, la domanda abitativa sociale resterà ancora insoddisfatta per molti altri anni. E tutto ciò sempre che Alemanno voglia davvero che in città si crei un'offerta calmierata: cosa che sappiamo bene quanto sia sgradita al mercato privato, che s'indebolirebbe alquanto in presenza di una concorrenza pubblica. Insomma, senza farla troppo lunga, l'impressione è che a Roma continua a essere difficilissimo fare urbanistica in contrasto o solo in autonomia dai poteri cementizi. E se ciò è valso nel quindicennio del centrosinistra, a maggior ragione sembra imporsi in quest'ultimo biennio di affinità elettive tra la destra e il mattone.

E allora, cosa succederà? O meglio, cosa dovrebbe succedere ancora e di più, rispetto alle centinaia di stabili occupati, alle migliaia di sfratti pendenti, a quel popolo sfuggente e vagante che dorme in macchina o sugli argini dei fiumi o nelle grotte e nelle fungaie o in baracche e tende o sotto i porticati o nei sottopassaggi o negli anfratti di parchi e giardini o nei casali di campagna abbandonati o sotto le arcate degli antichi acquedotti? L'emergenza abitativa a Roma (e non solo a Roma) è insomma destinata ad aggravarsi ulteriormente. Disperatamente.

A meno che non si ricorra a una scelta politica forte. A uno strumento certo non proprio ordinario ma comunque adatto ad affrontare un'emergenza tanto rilevante. Stiamo parlando della requisizione degli appartamenti vuoti e inutilizzati, che sappiamo rappresentare una quota cospicua dell'intero patrimonio della città, esclusi intenzionalmente dal mercato per non far deflagrare la bolla immobiliare.

Noi nel X Municipio ci abbiamo provato, e tutto sommato con successo: centinaia di famiglie sfrattate sono ancora nelle case requisite. E anche la Corte di Cassazione, nell'ottobre del 2006, al termine di una tormentata vicenda giudiziaria, riconobbe la validità delle ordinanze di requisizione e la loro aderenza al sistema giuridico. Per questa ragione ci assolse, ma precisò tuttavia che i Municipi non erano titolati ad agire in tal senso, non avevano i poteri sufficienti per requisire: solo i prefetti e i sindaci possono farlo. Si può fare, insomma. Ma c'è in questa città (e in questo paese) un prefetto o un sindaco che se la senta?

EMERGENZA CASA

In dieci anni affitti aumentati del 165%

In calo le quotazioni del mattone, ma negli ultimi 10 anni i prezzi degli affitti volano: + 165%. Secondo le valutazioni di Tecnocasa nel primo semestre 2009 i prezzi degli immobili sono scesi del circa 2,8% rispetto allo stesso periodo del 2008. A fronte di ciò il mercato degli affitti non sembra essere calato: «Il significativo calo dei valori immobiliari non ha trascinato un analogo ribasso dei canoni di affitto richiesti», afferma il Sunia. Per il sidacato degli inquilini le offerte del mercato privato sono incompatibili con le condizioni reddituali. Più del 75% dei nuclei familiari che nelle grandi città guadagana meno di 20.000 euro all'anno, dovrebbe spendere quasi la totalità del reddito per l'affitto. Negli anni le difficoltà a sostnere gli alti livelli dei canoni ha portato a un aumento degli sfratti. Roma è la città che registra il maggior numero di provvedimenti: 31.111 solo negli ultimi 5 anni.

Le polemiche si sono riaccese quando la Cavour ha levato le ancore per far rotta verso Haiti. Perché mai, si sono chiesti in molti nelle Forze armate, mandare una portaerei a portare aiuti? Non era meglio spedire i C-130 per operare subito sul campo e magari risparmiare qualcosa per evitare i tagli all'ordinaria amministrazione, dall'addestramento ai pezzi di ricambio? La prima spiegazione era quasi accettabile: la Cavour deve muoversi comunque. Meglio usarla per Haiti che farla girare invano nel Mediterraneo, anche pagando ricche indennità di missione all'equipaggio. Però poi qualche alto graduato ammetteva: è un prodotto della tecnologia italiana, farlo vedere significa procurare affari.

Persino la tappa in Brasile sembra ideata solo per far vedere la portaerei ai rappresentanti di un governo molto interessato. In altre parole, i clienti vengono prima dei terremotati. Il viaggio umanitario verso Haiti, insomma, sarebbe solo l'ultima tappa di un progressivo allontanamento delle scelte militari dall'interesse nazionale diretto, per privilegiare piuttosto esigenze industriali.

Per gli esperti la tendenza è evidente. È passata per la pervicacia nel seguire i piani di produzione del costosissimo cacciabombardiere F-35, o Jsf, concepito per le esigenze della guerra fredda (può compiere missioni di bombardamento con obiettivi lontanissimi, ovvero era stato ideato per colpire Mosca) e oggi inutile: "In un momento di crisi quegli oltre 13 miliardi potevano andare in elicotteri, più utili per le missioni di pace, o magari anche per jet intercettori più utili, come gli Eurofighter", dice Massimo Paolicelli, coautore del libro "Il caro armato".

Ma il punto di non ritorno in un processo che ieri Eugenio Scalfari definiva , è la nascita di Difesa Servizi Spa, "primo passo dello sgretolamento della Pubblica amministrazione", come l'ha chiamato il capogruppo pd alla Camera Gian Piero Scanu. Concepita con un disegno di legge e poi inserita con cinque commi nella legge finanziaria per superare le perplessità nella stessa maggioranza, dall'inizio dell'anno l'azienda a cui verrà affidata gran parte dell'attività della Difesa è una realtà, almeno sulla carta. Mancano i decreti di attuazione, che devono arrivare entro metà febbraio, ma il processo è avviato.

Alla Difesa spa andrà la responsabilità di ogni acquisto per le Forze armate, armamenti esclusi. Le decisioni saranno prese dal consiglio di amministrazione, otto membri di scelta ministeriale, che dovranno rendere conto solo al ministro, per un budget fra i tre e i cinque miliardi di euro. Il meccanismo spazza via ogni criterio di trasparenza: la Corte dei Conti potrà intervenire solo in caso di comportamenti penalmente rilevanti (in sostanza, di dolo conclamato), mentre non è ben chiaro che cosa succederà se la Difesa spa dovesse andare in perdita.

L'azienda ha il potere di inserire nelle strutture militari anche impianti energetici, senza limitazioni legate alle esigenze delle Forze armate: in parole povere, potrebbe far eseguire la costruzione delle centrali nucleari all'interno delle caserme, senza preoccuparsi di ottenere autorizzazioni dagli enti locali e scavalcando ogni discussione. La Difesa spa curerà anche non meglio definite "sponsorizzazioni": un termine che inevitabilmente propone immagini di blindati in missione sulle montagne dell'Afghanistan colorati come le monoposto di formula 1, o cacciatorpediniere colorati come le barche della Coppa America, idee molto lontane dalla tradizione delle Forze armate.

Ma il vero affare è quello del mattone: la Difesa spa gestirà anche le dismissioni immobiliari, con lo scopo dichiarato di recuperare danaro per le spese militari. Ad affiancarla, secondo i piani del governo, saranno società di gestione del risparmio, che dovranno valorizzare il patrimonio della Difesa creando dei fondi di investimento e vendendone i titoli, per poi rimborsare all'erario il valore di partenza degli impianti venduti e versare alla Difesa le plusvalenze.

Il meccanismo ha già trovato un intoppo: per garantire la creazione di queste plusvalenze, a fianco dell'inevitabile cambiamento di destinazione d'uso dei beni immobili era prevista la possibilità di un ampliamento della volumetria pari al 30 per cento, anche qui scavalcando ogni autorizzazione, compresa quella sull'impatto ambientale. Un nuovo scempio, bloccato però come incostituzionale dai giudici della Consulta.

Grazie ai decreti firmati da Berlusconi, non passa giorno senza che aumenti il potere decisionale del capo della Protezione civile. Anche per questioni che con emergenze e calamità nazionali hanno ben poco a che fare

Quanti sanno che da quindici giorni l’Italia è in “stato di emergenza”? Colera? Nuove sciagure nel Paese? No: «A seguito del sisma verificatosi nel territorio della Repubblica di Haiti». Testuale in un decreto del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, emanato in data 13 gennaio 2010 (l’indomani, cioè del disastro avvenuto all’altro capo del mondo) e immediatamente pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. La formale spiegazione della stupefacente decisione è contenuta in una lunga serie di “considerata”: che l’Italia «partecipa alle attività di assistenza e soccorso alle popolazioni colpite» dal terremoto; che la situazione è «in continua evoluzione», ciò che suppone «la ineludibile esigenza di una continua azione di assistenza»; che bisogna assicurare «l’urgente attivazione di interventi in deroga all’ordinamento giuridico, anche comunitario».

Ecco, in quest’ultima frase c’è la chiave di tutto. Il terremoto di Haiti è solo un pretesto, è lo strumento - l’ennesimo - adoperato da questo governo da un lato per dare sempre maggior potere alla Protezione civile e dall’altro lato per scavalcare appunto ogni “ordinamento”, per fare e disfare a proprio piacimento senza alcun controllo: parlamentare anzitutto (questi strumenti non passano al vaglio delle Camere), ma anche di parte della giustizia amministrativa e di qualsiasi altro organo di controllo.

Si vuol dire che tra le sacche di eccessivo potere esercitato da questo esecutivo c’è appunto quello dalla prima dei decreti-ordinanza emanati in forza dell’interpretazione estensiva e abusiva di un decreto legge del 2005 convertito nella legge 152 dello stesso anno. In forza di questo stesso abusivo potere, in pratica extraordinamentale, lo stesso governo, per iniziativa diretta del presidente del Consiglio Berlusconi, ha fatto e disfatto quel che voleva nei settori più diversi: sempre «in deroga », e in base ad analogo decreto- ordinanza, è stata persino imposta (superando così riserve, contrasti, conflitti; e scavalcando il potere parlamentare di controllo delle nomine governative) la nomina del nuovo sovrintendente della Pinacoteca di Brera.

Torniamo allo «stato di emergenza » per Haiti? Intanto: perché il decreto emanato da Berlusconi non fissa un termine di questa emergenza? E poi, chi avrebbe mai negato aiuti ad Haiti anche senza decreto-ordinanza così impegnativo? E infine, ma soprattutto: chi si avvantaggia del decreto? Chi ha bisogno congenito di operare nell’assoluta non-trasparenza con il pretesto, appunto, dell’urgenza assoluta?

Ovviamente la Protezione civile e, quindi, il sottosegretario Guido Bertolaso che ne è a capo e che è appena uscito, più che indenne (data la promozione a ministro annunciata da Berlusconi, ndr), dalla vivace polemica sulla gestione pressoché esclusiva da parte degli Usa della macchina mondiale degli aiuti ad Haiti. La Protezione civile gode ormai di uno status di assoluta autonomia: tale e tanta da non rispondere più a nessuno, in Italia come all’Unione europea. Questa autonomia è stata conquistata passo a passo: prima, nel 1992, togliendo ogni competenza in materia (e le strutture, e le articolazioni, e soprattutto i mezzi) al ministero dell’Interno, poi trasformando la struttura della Protezione civile in Dipartimento di cui è capo Bertolaso, infine - con un decreto ancor fresco di stampa: 17 dicembre 2009 - con la creazione su misura di una società per azioni, con alla testa sempre e solo Bertolaso che un giorno sì e l’altro pure annuncia di dimettersi ma non lo ha mai fatto.

Che cosa significa Protezione civile spa? Significa che la struttura, ormai enorme e dotata di mezzi imponenti, ha cessato di essere un ente pubblico e, come tale, sottoposto al controllo del Parlamento. La palla dei controlli passa all’Antitrust per le gare d’appalto, e alla Corte dei conti per il controllo contabile. Né potere e autonomia si sono fermati qui. Ora Bertolaso (con l’evidente sostegno del Cavaliere) è riuscito a strappare un po’ di poteri anche alla Farnesina. In base a un protocollo appena firmato con il ministero degli Esteri la Protezione civile potrà gestire gli interventi umanitari in caso di emergenze internazionali. Accordo valido per tre anni, ma rinnovabili. Gli Esteri si impegnano così a «mettere a disposizione le risorse necessarie, compatibilmente con le esigenze sul territorio nazionale in caso di richiesta di assistenza tecnica volta a rafforzare i locali sistemi di previsione e prevenzione dei disastri naturali ». Qualcuno già parla di impero-Bertolaso.

Postilla

Eppure esistono sentenze che circoscrivono i poteri in materia di emergenza. Si vceda ad esempio la sentenza 127 del 14 aprile 1995, di cui riportiamo il dispositivo: "La Corte costituzionale dichiara che spetta allo Stato, e per esso al Presidente del Consiglio dei ministri, ricorrere allo stato di emergenza a norma dell'art. 5, comma 1, della

legge 24 febbraio 1992, n. 225, in ordine alla situazione socio-economico-ambientale determinatasi nella Regione Puglia, sulla base degli elementi evidenziati dai competenti organi statali e regionali;

Dichiara che non spetta allo Stato, e per esso al Presidente del Consiglio dei ministri, introdurre prescrizioni per fronteggiare detto stato di emergenza che conferiscano ad organi amministrativi poteri d'ordinanza non adeguatamente circoscritti nell'oggetto, tali da derogare a settori di normazione primaria richiamati in termini assolutamente generici, e a leggi fondamentali per la salvaguardia dell'autonomia regionale, senza prevedere, inoltre, l'intesa per la programmazione generale degli interventi; conseguentemente, annulla l'art. 1 dell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri 8 novembre 1994, nella parte in cui non prevede l'intesa con la Regione [omissis]".

Un taglio dopo l'altro, un anno dopo l'altro. E la bussola si è fermata. I geografi scuotono la testa: "Senza un Gps le nuove generazioni non sapranno più nemmeno trovare la strada di casa...". Erosa come una roccia di tufo, sforbiciata dai programmi ministeriali, spesso ristretta nel solo mondo accademico, la geografia sta per scomparire dalle scuole italiane.

Scienza dei luoghi e delle connessioni, sempre più geopolitica, geoeconomia, geosocietà, con la prossima riforma dei licei e degli istituti superiori decisa dal ministro Gelmini, l'insegnamento della geografia, già decapitato dai governi precedenti, sarà eliminato del tutto, o confinato nell'oblio di poche ore residue. Eppure la geografia conta migliaia di appassionati, nostante Google Earth o i TomTom, anzi ovunque si moltiplicano siti e network in cui mappe e atlanti "tradizionali" uniti alle tecnologie più sofisticate diventano chiavi per leggere la Terra e il pianeta globalizzato. E si scopre che vivere senza questa lente d'ingrandimento potrebbe renderci più intolleranti e più vulnerabili, ignoranti sia del mondo vicino che di quello lontano, e dunque, spiegano gli studiosi, "più chiusi e più timorosi del nuovo e del diverso".

Assediati dall'ultimo taglio, di fronte alla scomparsa della loro materia di insegnamento, i docenti italiani hanno deciso di lanciare un appello, un Sos mondiale, affinché il ministro Gelmini riveda la sua riforma, che in settimana dovrebbe avere il via libera dal consiglio dei ministri. "Senza geografia siamo tutti più poveri - spiega Gino De Vecchis, presidente dell'Aiig, l'associazione italiana insegnanti di geografia - perché la formazione di un cittadino passa anche attraverso questa materia, che è la scienza dell'umanizzazione del pianeta Terra...". E le risposte all'appello sono già migliaia: le società geografiche e gli studiosi da tutto il mondo, ma anche, a sorpresa, centinaia di studenti, che manifestano su Facebook un inaspettato amore per lo studio di territori, città, confini, popoli, economie, latitudini e longitudini e chiedono che le ore non vengano ridotte. In concreto, infatti, la geografia scomparirà da tutti gli istituti superiori, dai tecnici e dai professionali, mentre nei licei le ore saranno drasticamente tagliate.

La sede della Società Geografia Italiana è un meraviglioso edificio del Cinquecento, all'interno del parco romano di Villa Celimontana, alle spalle del Colosseo. Bisogna venire qui, nella tranquillità (operosa) di queste stanze che custodiscono la memoria italiana di viaggi ed esplorazioni, per comprendere che cosa vuol dire geografia. Quattrocentomila volumi, centomila carte geografiche, un fondo ricchissimo di atlanti dal Quattrocento all'Ottocento, 450 faldoni che raccolgono la documentazione ottocentesca delle spedizioni in Africa. Mappamondi, bussole, cannocchiali, trofei. È da questo luogo di memorie, eppure attivissima sede di dibattiti e conferenze, che accademici e giovani esperti spiegano perché è utile, anzi fondamentale, studiare la geografia. Massimiliano Tabusi ha 40 anni, insegna all'università per stranieri di Siena ed è il fondatore, insieme ad altri otto ricercatori, del sito luogoespazio. info, dove è possibile firmare l'appello contro l'estinzione della geografia. Seduto nella Sala del Consiglio della società, Tabusi racconta appunto che non basta avere un navigatore per andare da un "dove" a un altro, ma che bisogna saper leggere quella tecnologia. "Mai come nel mondo globalizzato - racconta Tabusi - conoscere i luoghi, i popoli, le nazioni è così importante. Proprio perché gli spazi locali stanno scomparendo, e si rischia davvero di non capire più né il territorio dove si vive né quelli con cui entriamo in contatto". Da sempre la geografia ha goduto di poca fortuna nella scuola italiana, ridotta spesso a mero elenco di capitali e di nozioni. Una grammatica basilare da cui forse non si può prescindere, ma che dovrebbe essere insegnata in modo più creativo e appassionante. E soprattutto si dovrebbe comunicare che la geografia è utile. Perché spiega il rapporto tra l'uomo e l'ambiente. Le connessioni tra la città e il territorio. E risponde, sempre, fin dai pittogrammi dell'epoca primitiva, alla domanda "dove". "Eppure - aggiunge Tabusi - soltanto in Italia i geografi sono considerati inutili. Invece sono degli esperti del territorio, e ovunque nel mondo lavorano accanto agli urbanisti, agli architetti, agli ingegneri".

In soli 4 mesi di vita il sito luogoespazio. info, un "ponte" tra la geografia classica e la geografia sociale, ha avuto un boom di contatti. Come se modificando il linguaggio di una materia, rendendolo più contemporaneo, avesse fatto riscoprire a molti una passione. Nel senso di ciò che Franco Salvatori, presidente della Società Geografica Italiana, chiama "rispolverare la mission". "C'è stato un tempo in cui anche questa sede era un luogo polveroso e museale, ma è bastato recuperarne l'attività scientifica per avere un grande ritorno di attenzione. Come si fa a considerare la geografia inutile quando il mondo sotto i nostri occhi cambia in continuazione? Pensate a che cosa è successo dopo la caduta del muro di Berlino, tutta la riscrittura degli atlanti e delle carte... Purtroppo la crisi della geografia ha radici antiche, discende fin dalla riforma Gentile, questi tagli però la espelleranno per sempre dall'insegnamento scolastico. E per i ragazzi sarà una grave danno alla conoscenza".

La Procura rivaluta le iniziative della Regione nella battaglia in difesa del colle punico di Tuvixeddu - Vincoli giustificati dai ritrovamenti di nuove tombe e dal Codice Urbani

CAGLIARI. Forse è una vittoria di Pirro, ma il contenuto della richiesta di archiviazione per l’inchiesta penale su Tuvixeddu firmata dal pm Daniele Caria riabilita l’azione della giunta Soru in difesa del colle punico e getta un’ombra sulle decisioni dei giudici amministrativi.

Caria ricostruisce attraverso atti, testimonianze e intercettazioni telefoniche le fasi infuocate del conflitto tra Nuova Iniziative Coimpresa del gruppo Cualbu e la Regione. Per arrivare a conclusioni che fanno riflettere: il Tar e il Consiglio di Stato hanno sbagliato le valutazioni sulla legittimità della commissione regionale per il paesaggio che aveva imposto nuovi vincoli sull’area privata del colle. Quella commissione poteva operare ed era composta da persone qualificatissime, reclutate regolarmente. Non solo: i giudici non hanno potuto tener conto di quanto ha deciso la Corte Costituzionale il 27 giugno 2008 e hanno sostanzialmente ignorato il contenuto della Convenzione europea del paesaggio e del Codice Urbani: la tutela del paesaggio è competenza esclusiva dello Stato e in presenza di situazioni nuove l’accordo di programma per Tuvixeddu, con le autorizzazioni concesse al gruppo Cualbu, poteva essere cancellato. Il Tar però, bocciato il ricorso della Regione per la questione formale legata alla legittimità della commissione, ha deciso solo in base alle dichiarazioni dell’ex sovrintendente archeologico Vincenzo Santoni: nessun ritrovamento significativo dopo il vincolo del 1997. Per il pm Caria sono false, come risulta dalle note della funzionaria Donatella Salvi: oltre mille tombe ritrovate negli anni successivi, alcune sotto vincolo diretto, altre indiretto, altre ancora fuori dall’area vincolata. Santoni - così sostiene il magistrato penale - ha mentito («ha maliziosamente taciuto» sulla nuova realtà del sito archeologico) per favorire la figlia Valeria, ingegnere, che lavorava per Cualbu dal 1995 e operava proprio sui lavori del colle punico. L’imprenditore l’aveva assunta malgrado non avesse alcuna esperienza - sostiene il pm e risulta dalle testimonianze - ma il fatto che lavorasse a Coimpresa prima ancora che partisse il piano Tuvixeddu ha salvato Gualtiero e Vincenzo Santoni dall’accusa ipotizzata all’avvio dell’inchiesta: corruzione. D’altronde quella di assumere figli qualificati sembrerebbe un’abitudine consolidata di Cualbu: il Corriere del Mezzogiorno di Napoli scrive - la data è 19 febbraio 2009 - che la Mediacom, altra società del gruppo sardo, ha assunto la figlia del vicesindaco di Napoli Marella Santangelo appena prima di aggiudicarsi il piano di recupero dell’area ex birreria Peroni di Miano. Dodici mesi fa l’opposizione ha chiesto le dimissioni dell’amministratore ma nessuno si è rivolto alla Procura. Mentre nel caso cagliaritano è stato il pm Caria a ricostruire i rapporti e le vicende della guerra su Tuvixeddu - che definisce «opache» - partendo dall’esposto presentato dallo stesso Cualbu: l’imprenditore sospettava che Soru agisse contro di lui, lo stesso Tar attribuisce in sentenza all’ex governatore un presunto «sviamento di potere». Ma per Caria non c’è nulla di fondato: Soru si muoveva solo per interesse pubblico. Così come si è mosso, insieme all’assessore ai lavori pubblico Carlo Mannoni, quando ha affidato all’architetto francese Gilles Clement un progetto alternativo per Tuvixeddu. A spese pubbliche e senza gara, accusavano gli oppositori. Falso anche questo: i soldi erano privati, i 50 mila euro dello sponsor Banco di Sardegna. E il rapporto è naufragato proprio perchè il dirigente Franco Sardi - l’ha riferito lui stesso al pm - ha messo il veto sull’affidamento diretto. Peraltro risulta agli atti - e il pm Caria lo scrive - che il progetto attuale del parco archeologico urbano, quello bloccato per gli abusi rilevati dalla Procura (quattro indagati, presto probabilmente cinque o sei) era stato affidato dal Comune allo studio Masoero-De Carlo senza selezione pubblica.

Ma per Caria il punto centrale della vicenda è un altro: «La Regione - scrive nell’atto notificato ai legali degli indagati Soru, Mannoni, Salvi e Cualbu, tutti prosciolti ma non Santoni - aveva il potere sia di disporre la sospensione cautelare dei lavori pur legittimamente autorizzati, sia di rideterminare il contenuto e l’estensione dei vincoli sul territorio attraverso una nuova valutazione paesaggistico-ambientale, anche se ciò avrebbe reso inattuabili in quanto incompatibili gli interventi autorizzati in precedenza». Insomma: la Regione poteva fermare il piano Coimpresa.

Non stupisce lo strano silenzio che circonda, d’un tratto, la guerra iniziata da americani ed europei in Afghanistan, quasi nove anni fa. Guerra senza più bussola, che nel 2001 scacciò i talebani e ora è tutta intenta a facilitare il loro ritorno al potere, addirittura remunerandoli in cambio di qualche gentilezza sulla costituzione. Guerra di cui «abbiamo ormai abbastanza», ammette con candore lo stesso comandante della Nato in Afghanistan, generale McChrystal. Guerra degradata a simulacro, già da tempo. Nessun occidentale vuol finirla, nessun ministro della difesa rinuncia a foto di gruppo con soldati al fronte, ma in cuor suo ciascuno sa la verità: la guerra che solennemente vien continuata è in fondo già considerata perduta. La commedia è recitata da voltagabbana ignari del pudore, che hanno bisogno della messa in scena per evitare l’onta di una fuga. Solo per i soldati e i loro capi il conflitto non è simulacro ma dura prova in cui si rischia la morte, si guadagna l’onore, si merita una pietà ancora più grande. Degenere e posticcia, questa guerra è paradigma dei tempi che viviamo. Sono uomini vuoti che vediamo ai comandi della politica, come nel poema di Thomas Eliot: «Siamo gli uomini vuoti /Siamo gli uomini impagliati /Che appoggiano l’un l’altro /La testa piena di paglia». Figure senza forma, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto: da sempre, le facce e le voci dei voltagabbana «sono quiete e senza senso».

La sete di negoziare col nemico fino a ieri equiparato al male assoluto è vasta e si estende; anche quando viene dissimulata o perfino negata. È anche una via obbligata e necessaria, quando la vittoria si fa difficile: con chi trattare, se non con l’avversario? Non è la trattativa in sé a colpire negativamente, ma l’impressionante vuoto nelle teste, l’afasia del linguaggio, la presunzione che la disfatta sia una vittoria. Colpisce infine la cecità su una guerra antiterrorista che complessivamente è in stato di degenerazione: quasi dieci anni dopo l’assalto alle Torri di New York, Stati Uniti ed europei hanno praticamente perso dappertutto. Il pericolo terrorista s’è spostato in Pakistan e Yemen, e non smette di nuotare nell’azzurro liquido del mondo-web. Blair è costretto a giustificare la guerra irachena davanti alla Commissione Chilcot, a Londra, e a sventolare bugie come fossero bandiere. Un’analoga commissione, il 12 gennaio in Olanda, ha già definito illegale la partecipazione all’offensiva in Iraq.

Così sfila davanti al nostro sguardo una generazione di politici europei (nel Regno Unito Blair, in Olanda Balkenende, in Italia Berlusconi) che senza tema di contraddirsi dice, oggi, quel che ancor ieri considerava eretico.

Era eretico patteggiare col nemico, ma ora si può, si deve, è cosa buona e bella. La svolta era nell’aria da mesi, ma ora s’è fatta urgente per varie ragioni. Sono gli stessi militari favorevoli all’aumento di truppe a far capire che la guerra, essendo invincibile, è in pratica finita: primo fra tutti il generale McChrystal, che tanto ha influito sulle scelte di Obama.

In un’intervista di domenica scorsa al Financial Times, auspica anch’egli i negoziati e dichiara, perentorio: «Come soldato, il mio personale sentimento è che di guerreggiare ne abbiamo abbastanza. Non puoi fare alcun progresso politico, fin tanto che guerreggi». Karl Eikenberry, ambasciatore Usa in Afghanistan, disse precisamente questo, in due cablogrammi inviati nel mese di novembre al Dipartimento di Stato: la guerra non era vincibile, e l’aumento di soldati un rischio anziché un’opportunità. Pubblicati dal New York Times il 26 gennaio, i due promemoria parlano chiaro: Karzai «non è un partner strategico adeguato», disinteressato com’è a «erigere un governo e una sovranità». L’unica cosa che Karzai vuole è una «guerra senza fine al terrore» (la guerra che Bush aveva promesso), grazie alla quale Kabul riceve soldi e non deve ricostruirsi come Stato funzionante e non corrotto.

A questa ragione se ne aggiunge un’altra, non meno decisiva: la defezione del Pakistan, senza il quale la sconfitta è certa. Le forze talebane legate al terrorismo hanno infatti lì le loro basi, non in Afghanistan. E le notizie che giungono da Islamabad sono devastanti. Il 21 gennaio, durante una visita del ministro della Difesa Robert Gates, il governo pakistano ha annunciato la sospensione - per almeno un anno - di ogni operazione antiterrorista nel Waziristan del Nord: nella zona, cioè, dove son rifugiati i talebani più duri (la rete Haqqani, responsabile dell’attacco del 18 gennaio al palazzo presidenziale di Kabul).

La terza ragione è la persona di Karzai. Già screditato dai brogli elettorali, il Presidente è profondamente esecrato dalla propria popolazione. Lo dice l’agenzia Onu che si occupa di droga e corruzione (Unodc), in un rapporto del 19 gennaio: il 59 per cento degli intervistati giudica la «disonestà pubblica e la corruzione» più preoccupante ancora dell’insicurezza (54 per cento) o della disoccupazione (52 per cento). Nel 2009, i cittadini afghani hanno dovuto pagare tangenti a funzionari dello Stato per un totale di 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente di quel che hanno ricavato dal traffico di oppio, il 23 per cento della ricchezza nazionale). Corruzione in Afghanistan vuol dire Karzai, e Karzai vuol dire forze alleate, non solo americane ma dei partecipanti alla missione (in ordine decrescente Inghilterra, Germania, Francia, Italia, ecc). Ovvio che tutti costoro siano visti come occupanti.

Anche questa guerra, come è successo per la crisi economica, è stata una bolla gonfiata da frettolose supposizioni, menzogne ideologiche, che infine s’è scontrata con la realtà ed è scoppiata. Era una bolla speculativa anche il linguaggio che l’accompagnava, e che contagiò tanti politici e intellettuali d’Europa. Fu dipinta come riedizione della guerra mondiale contro Hitler, e chi obiettava era subito tacciato di appeasement, di accomodamento col terrorismo islamico nel quale s’incarnava in questo secolo il male assoluto. Un male più che mai mostruoso, perché riviveva anche da morto come uno zombi: per questo Bush e Cheney dissero che la guerra sarebbe durata generazioni. Lo storico Marc Bloch scrisse sull’invasione nazista della Francia un libro essenziale: si intitola La Strana Disfatta, perché la guerra fu condotta con le menti e le armi del conflitto precedente, ignorando incomprensibilmente il tempo presente. Proprio questo è accaduto in Afghanistan, con la variante che Hitler è stavolta invitato a tornare al potere.

Obama non ha cambiato strategia, ma da qualche tempo ha smesso di parlare di guerra necessaria (o «esistenziale», come diceva Frattini pochi mesi fa, senza ben sapere quel che diceva). Nel discorso del 2 dicembre, il Presidente Usa ha addirittura fissato il giorno in cui le operazioni finiranno: nel 2011 si torna a casa, non si attende la vittoria come di solito succede nelle guerre. Tutti vogliono tornare a casa, pur continuando a parlare di guerra giusta. Per questo la disfatta è così strana; per questo è così surreale il silenzio che avviluppa i negoziati con i talebani.

È strana, la disfatta, non solo perché è una ritirata mal confessata. È soprattutto una strage di parole: solenni, di breve durata, ma dure a morire. Dopo 9 anni, molti morti e crudeli torture inflitte nelle prigioni di Bagram e Guantanamo, ecco l’arcinemico talebano trasformato in interlocutore meritevole di un Fondo internazionale di aiuti. Ecco Karzai che guida le danze della riconciliazione, da noi trattato come il sovrano che non è. In fondo non è interamente sua la colpa. Lui propone patti espliciti col nemico; Holbrooke usa eufemismi, e il patto lo chiama «reintegrazione». Reintegrazione fa più fine, e ha il pregio di essere una parola talmente grigia da passare inosservata.

Così deve concludersi una guerra cominciata per motivi tutt’altro che ignobili, combattuta comunque con coraggio, proseguita malamente, culminata infine nell’ipocrisia. Parafrasando l’epilogo triste che Eliot riserva agli uomini impagliati, è questo il modo in cui finisce la grande guerra al terrore. Finisce non con uno schianto, ma un flebile lamento: Not with a bang, but a whimper.

Oggi dovrei occuparmi delle elezioni regionali e infatti ne parlerò tra poco, ma prima c’è un tema che merita di esser posto come introduzione: si sta disossando lo Stato. Mentre si discute di riforme costituzionali, la struttura dello Stato sta infatti cambiando sotto i nostri occhi distratti: lo Stato si sta "esternalizzando" con conseguenze gravi sulla dislocazione del potere e sugli equilibri istituzionali.

Negli scorsi giorni, nella disattenzione generale, è stata approvata la creazione della "Difesa Spa" che centralizzerà gli acquisti e gli approvvigionamenti necessari al funzionamento di tutte le Forze armate in una società per azioni. Analoga operazione verrà discussa e probabilmente approvata in Senato mercoledì prossimo per la creazione della "Protezione Spa", responsabile di tutte le operazioni di qualsivoglia tipo effettuate dalla Protezione civile. Immaginiamo che altre società sorgeranno nei vari settori della Pubblica amministrazione. Le operazioni di queste nuove entità, la provvista dei fondi necessari, l’accensione di mutui bancari e tutto ciò che è necessario al loro funzionamento saranno disposti mediante ordinanze, veri e propri decreti legge che non approdano in Parlamento ma diventano immediatamente esecutivi. La loro firma spetta al ministro competente o addirittura al presidente del Consiglio e, oltre a scavalcare il Parlamento, scavalca anche il Capo dello Stato. La Corte dei conti interviene più come organo di consulenza che come organo di controllo.

Le somme in gioco sono enormi. Il capo della Protezione civile, che è al tempo stesso sottosegretario in attesa di esser elevato al rango di ministro, in un’intervista di qualche giorno fa al nostro giornale ha quantificato gli interessi che la Protezione civile paga annualmente sui debiti esistenti con le banche: 850 milioni. In termini di capitale si tratta di un debito tra i 20 e 25 miliardi di euro, una somma enorme decisa al di fuori della normale contabilità e dei normali controlli di forma e di merito. Per di più è scritta nel disegno di legge l’esenzione di ogni responsabilità penale del capo della Protezione civile il quale è esentato dal doversi sottoporre alle normali regole della Pubblica amministrazione per quanto riguarda appalti e commesse. È superfluo segnalare che queste società sono amministrate da propri consigli d’amministrazione; lo "spoil system" ne risulta ampliato senza alcun controllo parlamentare sulle nomine e sugli eventuali conflitti d’interesse.

C’è dunque un mutamento vistoso in questo modo di gestione: rapidità nel decidere, impressionante rafforzamento del potere esecutivo. Berlusconi anticipa il suo ideale: l’uscita dalla Repubblica parlamentare e l’ingresso nella democrazia autoritaria; una legge elettorale blindata, una maggioranza parlamentare di "replicanti", gli organi di controllo ridotti a puro simbolo senza poteri. Faceva effetto vederlo l’altro giorno a L’Aquila abbracciato a Guido Bertolaso reclinando la testa sulle spalle del "protettore". «Che faremmo senza Guido?» ha detto mentre annunciava la sua promozione a ministro senza neppure averne informato i membri del governo e tanto meno il Capo dello Stato.

Già, che farebbe senza Guido che allo stato dei fatti è il controllore-controllato per eccellenza? Bertolaso è la sua protesi e così saranno i capi delle future Spa pubbliche. La prova generale (auspice Tremonti) fu fatta qualche anno fa con la Cassa Depositi e Prestiti. Perché – bisogna ricordarlo – i flussi finanziari che alimentano il sistema "esternalizzato" sfuggono a tutti salvo che al superministro dell’Economia. Giulio e Guido, un’accoppiata perfetta, con la differenza che Guido è una protesi di B., mentre Giulio lavora per sé.

Lo Stato di diritto è a pezzi.

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In questo contesto si preparano le elezioni regionali e quella per il comune di Bologna. Qui i protagonisti sono numerosi: Berlusconi ovviamente, Casini, D’Alema, Bersani, Vendola. Quella più interessante da esaminare è la situazione pugliese perché i suoi effetti hanno avuto ed avranno ripercussioni importanti sul quadro politico nazionale.

In Puglia andava infatti in scena uno dei punti essenziali del programma con il quale Bersani ha conquistato la guida del Partito democratico: l’alleanza tra le varie forze d’opposizione in vista di un’alternativa al centrodestra, ma in particolare l’alleanza con l’Udc, alla quale D’Alema attribuiva una importanza speciale.

Finora Casini ha sempre escluso un’alleanza nazionale del suo partito con altre forze. Il centro non può che stare al centro, così ha sempre detto. Però fare alleanze in elezioni regionali e locali quando vi siano convergenze sui programmi e sui candidati, è possibile in diverse direzioni affinché si bilancino reciprocamente.

Il ragionamento è chiaro. Parrebbe tuttavia che negli ultimi tempi questo schema di lavoro sia cambiato sotto l’urto dei fatti. Parrebbe cioè che Casini consideri possibile un’alleanza con il Pd in vista delle elezioni politiche del 2013. Giudica irrecuperabile Berlusconi, giudica sempre più necessaria una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, senza di che l’Udc sarebbe condannata all’irrilevanza.

In vista di questi obiettivi ancora remoti, il leader dell’Udc ha interesse ad una sconfitta ai punti di Berlusconi nelle prossime regionali. Su 13 Regioni in palio, spera che almeno 7 vadano alle opposizioni e non più di 6 allo schieramento governativo. Di qui le alleanze con il Pd in parecchie situazioni.

Il caso pugliese era il più significativo di tutti: è una regione importante nel Mezzogiorno continentale, economicamente dinamica, stava a cuore a Massimo D’Alema che è il maggior fautore dell’alleanza con il centro. Perciò la Puglia, ma non con Vendola candidato. Troppo a sinistra. Qualunque altro, ma Vendola no. E’ andata male. Ora il candidato del Pd, dopo una serie di scossoni, marce avanti e marce indietro, primarie e non primarie, è proprio Vendola. Ma nonostante le profferte di Berlusconi, Casini non è passato dall’altra parte. Si presenterà da solo con un candidato forte che farà razzia di voti a destra. Indirettamente favorirà Vendola, sempre che Berlusconi non decida di confluire su Casini, ma sembra difficile che possa farlo. Più di questo il leader del centro, in questa tornata elettorale, non poteva fare. Il dopo si vedrà dopo.

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Ci sono stati parecchi errori in Puglia, compiuti da Bersani e da D’Alema sull’altare dell’alleanza con l’Udc, da loro giudicata indispensabile per la vittoria elettorale. Una sottovalutazione di Vendola. L’accettazione del veto di Casini sul nome del governatore uscente. L’irre-orre sulle primarie. Ma l’errore principale e non scusabile è stato quello di schierarsi e fare campagna in favore di uno dei due candidati alle primarie impegnando così sulla sua vittoria o sconfitta la segreteria nazionale del partito.

Le primarie sono un metodo discutibile ma, una volta decise dagli organi regionali e accettate dalla direzione nazionale di un partito, è regola che il gruppo dirigente non si schieri con un candidato contro l’altro. Dovrebbe restare rigorosamente neutrale e poi appoggiare compattamente il vincitore che affronterà l’avversario del partito. Questa seconda mossa Bersani e D’Alema l’hanno fatta e sicuramente il loro appoggio a Vendola sarà pieno e – speriamo – efficace; ma la botta alla loro credibilità politica è stata tosta e ne porteranno i lividi per un bel po’. Anche perché quell’ondivago comportamento ha incoraggiato una sorta di ribellismo locale che non è sana autonomia e neppure dissenso politico rispetto alla linea che vinse il congresso del Pd, ma esplosione di ambizioni e vanità personali che sono esattamente il contrario della funzione di un partito politico. Si potrebbe dire che nel centrodestra avvengono fatti analoghi, ma questa constatazione non è affatto consolatoria.

La questione nel Pd riguarda in particolare Bersani. Sembra un cacciatore con il falcone D’Alema sulla spalla. Non è questo il segretario di cui il partito (ogni partito) ha bisogno. Il falcone parte prima del cacciatore, anzi è lui stesso che snida la preda e poi torna ad appollaiarsi sulla spalla del padrone. In un partito democratico questo meccanismo non può funzionare e infatti non funziona.

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Ci sono nel Pd parecchi altri impacci elettorali ancora in corso. Altri altrettanto gravi ce ne sono nel Pdl. Berlusconi è nei guai in Puglia. Nel Lazio la partita è apertissima e il candidato risponde più a Fini che a lui. In Sicilia, anche se in questa regione non si vota, non ne parliamo. La competizione con la Lega è aspra in tutto il Nord.

Nonostante tutto, l’ipotesi di un risultato 7 a 6 in favore del centrosinistra è dunque ancora ipotizzabile. Ma poi bisognerà passare dalla tattica alla strategia. Quella larga parte di italiani ai quali stanno a cuore le sorti del paese oltreché la propria, capiscono che non si può continuare così. Un capo di governo che in ogni luogo racconta barzellette e le comunica ai giornalisti affinché ne parlino sui loro giornali; un capo di governo che promuove un Bertolaso ministro dopo averlo pubblicamente censurato per le sue gaffe internazionali; un capo di governo che si occupa solo dei suoi guai giudiziari e degli affari delle sue società (private e pubbliche); un capo di governo che insulta ogni giorno i magistrati e prepara riforme a suo personale uso e consumo obbligando i magistrati ad una civilissima quanto gravissima manifestazione di protesta; un capo di governo che ogni mattina si fa dipingere i capelli in testa; un capo di governo che è una macchietta se non fosse una tragedia nazionale, ha l’aria d’essere arrivato alle ultime battute. Il suo declino potrà anche essere lungo ma è senz’altro cominciato.

Post Scriptum. Adriano Celentano in un articolo sul Corriere della Sera di giovedì scorso, dopo aver constatato che il governo non funziona e che i problemi dei cittadini restano da anni irrisolti, ha proposto che Berlusconi sia definitivamente liberato da tutti i suoi guai giudiziari ed abbia così il tempo di dedicarsi al bene comune.

Nei programmi di Berlusconi campeggia anche la costruzione di 25 centrali nucleari. Il ragazzo della via Gluck avrebbe fatto un pandemonio per impedirlo. Adesso reclama un salvacondotto definitivo per il leader nuclearista. Caro Adriano, trent’anni fa eri «rock», adesso sei lento assai.

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