La Lega si sente vincente, il centro sinistra perdente. Non contano i numeri, i confronti, conta il clima. Baldanza da una parte, mestizia e timidi distinguo dall’altra. Ma quando si entra nel merito delle ragioni e si affronta il caso più bruciante, quello emiliano, c’è un’analogia che nella sua condivisone da destra e da sinistra stupisce un po’. La Lega vince, si legge in questi giorni, perché si comporta come i vecchi comunisti (temo profondamente offesi dal paragone) va nelle case, nelle piazze, sta nel territorio. C’è della verità, è indubbio, ma a patto di fermarsi alle strutture organizzative, alle forme di consenso. Importanti si sa, ma oggi questione di apparati, di marketing. Così si corre il rischio di confondere gli espedienti comunicativi con i contenuti della comunicazione.
I comportamenti elettorali hanno indicato cosa chiede la società, anche i grillini e gli astenuti oltre ai leghisti. Non trascuriamo trascinati dalla tracotanza della Lega le altre componenti. Perché se è vero che nell’attimo contingente è la Lega lo spauracchio con richieste che arrivano fino a Bologna, per uscire dalla torbidità bisogna capire quali messaggi queste elezioni hanno inviato. Che pur con linguaggi diversi e progetti contrapposti, scaturiscono dalla matrice territorialista.
Figli del malessere a cui la politica non ha dato risposta, cercano soluzioni a partire dal vissuto: lavoro, casa, famiglia, sobrietà, sicurezza, socialità. Chiedono luoghi meno inquinati e congestionati, amano il verde, l’ecologia, i prodotti naturali, l’agricoltura di prossimità, le energie alternative. Chiedono autodeterminazione, potestà di controllo e decisione, autogestione delle risorse collettive. Credono nell’idea di comunità, chi in chiave premoderna, tribale, chi nella sfera delle reti cibernetiche. Concordi nella critica alla globalizzazione puntano alla valorizzazione del locale. Rifiutano il modello della crescita quantitativa.
Questo il ‘comune sentire’ dei movimenti che hanno votato Lega e Cinque Stelle. Divaricato nelle proposte, ma affondato nelle emergenze che la società da tempo soffre e segnala. Che non hanno trovato attenzione se non in blande retoriche cui non sono seguite prassi coerenti. E che, se non vuole confondere popolo e populismo, la politica deve soppesare. Chi si è astenuto ha urlato di essere stanco di cambiamenti solo di lobby, di alternanze di bandiere che non modificano gli indirizzi di fondo. Non qualunquismo dunque ma rabbia, dichiarazione politica. Risposta al tradimento del mancato ascolto.
Tornando ai vecchi comunisti evocati a modello, erano vincenti quando forti della speranza in un mondo di uguaglianza e fratellanza. La diversità poggiata sui contenuti, sul programma. Da cui traevano la passione della militanza. Un proselitismo sulle idee non sulla mole di propaganda. Su quell’esempio per porsi come alternativa bisogna riempire la scatola vuota del programma, ritrovare l’orgoglio della diversità, farsi interpreti dei bisogni e desideri che la società manifesta.
Chiarire dunque innanzitutto cosa si intende per sviluppo e con quali strumenti e compagni di viaggio perseguirlo. L’Emilia-Romagna è stata esperimento di un progetto economico alternativo di successo. Non rivoluzionario ma ben radicato nel territorio, a coglierne aspettative e potenzialità. Schema non riproducibile, il mondo è cambiato non si può non tenerne conto. Ma bisogna capovolgere il cannocchiale e anziché dalla sudditanza al globale e dagli imperativi della crescita senza preoccupazioni sociali, partire dalla ricchezza che la territorialità può esprimere. Guardare oltre insomma, dove il sentir comune indica, sapendo cogliere le proposte con l’umiltà che la sconfitta suggerisce.
LA POLITICA FA ACQUA
di Stefano Rodotà
Sulla decisione del comune di Aprilia di tornare in possesso della «sua acqua» abbiamo raccolto questa dichiarazione di Stefano Rodotà, che ha presieduto la commissione sui beni pubblici e ha collaborato ai quesiti referendari. ( Qui il servizio di Andrea Palladino)
Nel vaniloquio su «come stare sul territorio» e «come stabilire rapporti con le persone» piomba questa iniziativa del comune di Aprilia e ci dice che la politica è ancora possibile. È persino troppo semplice dire che cosa significhi «politica» in un caso come questo. È qualcosa che riguarda grandi questioni di principio, riconoscibili però nella materialità degli interessi. È qualcosa che non frammenta la società (non abbiamo capito le partite Iva, non abbiamo capito il nordest...), ma la unifica, ci trascina al di là dei localismi e delle corporazioni. È qualcosa che non contrappone cittadini e istituzioni, ma trova il modo per tenerli insieme, dunque l'antidoto migliore contro l'antipolitica (categoria che, ad ogni modo, dovrebbe essere adoperata con cautela e rigore).
Troppo per una iniziativa locale? Non credo. Mi pare, anzi, che vi siano altri insegnamenti da trarre, e provo ad indicarli sinteticamente. La costruzione dell'agenda politica, in primo luogo, non affidata esclusivamente alla volontà delle maggioranze di governo, ma determinata anche dalle iniziative di una molteplicità di soggetti. Una controprova? Non voglio dire che l'iniziativa di Aprilia sia il frutto del nuovo clima creato dalla proposta di un referendum sull'acqua come bene comune, perché proprio in quel comune vi erano già state azioni giudiziarie in questa direzione e mobilitazioni dei cittadini. È vero, tuttavia, che la questione dell'acqua è oggi un tema ineludibile per la discussione pubblica.
Lo dimostrano anche alcune resistenze che già si manifestano, come quelle di due senatori del Pd che dicono di ritenere impropria la via referendaria, poiché sarebbe il Parlamento il luogo dove affrontare una questione così rilevante. Questa reazione, però, segue la proposta di referendum, sì che si potrebbe facilmente obiettare che proprio questa proposta ha svegliato il loro interesse e la loro voglia di fare, mentre totale era stata la disattenzione di fronte al fatto che in questa materia esistevano già una proposta di legge d'iniziativa popolare firmata da quattrocentomila cittadini. Una proposta di legge presentata proprio al Senato per iniziativa della Regione Piemonte che indicava l'acqua tra i beni comuni e un analogo disegno di legge d'iniziativa del gruppo Pd.
Si vuole cominciare ad agire subito, senza rinviare tutto al voto referendario? Ma il successo di una azione parlamentare, in questa come in tutte le altre materie che dovrebbero entrare a far parte di una grande agenda politica, è ormai legato a metodi che innovano rispetto al passato. Muoversi in Parlamento? Certamente. Ma usando convintamente gli strumenti offerti dai regolamenti parlamentari alle minoranze per far sì che le loro proposte vengano davvero discusse. Questo, però, non espone le iniziative della minoranza alla dura legge dei numeri parlamentari, condannandole alla bocciatura? E allora è indispensabile attivare altri circuiti politici.
Nel momento in cui si decide di far diventare il tema dell'acqua bene comune l'oggetto di una azione parlamentare è indispensabile che l'intero partito venga mobilitato intorno ad esso, stabilendo rapporti seri con tutti i gruppi e i movimenti già attivi. Ma questo non può essere chiuso nella logica tradizionale dei rapporti politici. Deve divenire l'oggetto di manifestazioni pubbliche in cui il Pd, ad esempio, «ci mette la faccia», senza tuttavia pretendere alcuna esclusività o monopolio. E, soprattutto, deve divenire l'oggetto di una discussione aperta al massimo, sfruttando tutte le potenzialità di Internet, che tante vicende recenti hanno rivelato, e che possono trovare forme diverse, comprese quelle di un forte lobbismo dal basso verso partiti, parlamentari, mezzi di informazione con sms, e-mail, reti sociali, siti specifici. E l'appoggio alla raccolta delle firme per il referendum diviene una forma ulteriore di mobilitazione. Cambiando così l'agenda politica, non sulla carta ma nella realtà, crescono le possibilità di successo delle stesse iniziative dei parlamentari e, soprattutto, si crea quell'ambiente politico e sociale finalmente propizio al successo di ogni altra iniziativa, da quella del comune di Aprilia e di altri comuni che vorranno seguire il suo esempio fino a quella referendaria.
FESTA D'APRILIA
Aprilia, l'acqua torna pubblica
di Andrea Palladino
Settemila famiglie che da anni non pagano le bollette al gestore privato, un «tesoretto» nelle casse del comune. Come i cittadini di un comune del basso Lazio riescono a invertire la rotta delle liberalizzazioni
Nelle sede del comitato acqua pubblica di Aprilia oggi ci sono almeno una trentina di persone in attesa. Una fila paziente, silenziosa, con le cartelline in mano, davanti al lungo tavolo bianco dove i militanti del comitato preparano le contestazioni della gestione di Acqualatina. Una scena che si ripete da quattro anni, da quando settemila famiglie decisero di non pagare l'acqua al gestore privato, ma di versare i soldi sul conto corrente del Comune. «Verificammo che il conto corrente della gestione comunale dell'acqua era ancora attivo - ricordano oggi - facendo un versamento di un euro». Poi fu una valanga: contestazione della bolletta inviata dai privati e, contestualmente, pagamento dell'acqua al Comune, con le tariffe che erano state decise dal consiglio comunale.
Oggi, però, è una giornata differente e in molti sorridono. Mostrano le decine di assegni firmati Acqualatina, simboli dei tanti ricorsi già vinti dal comitato, dalle settemila famiglie, avendo come controparte un colosso come Gerit Equitalia, il riscossore che sta cercando di recuperare i soldi per conto di Acqualatina.
Ma c'è di più. Il presidente del consiglio comunale ha convocato le principali tre commissioni, con all'ordine del giorno «la riconsegna dell'impianto idrico comunale da parte di Acqualatina S.p.a.». L'amministrazione comunale - fatta di liste civiche elette un anno fa dopo un lungo governo del centrodestra - ha dunque deciso: la prossima settimana chiederà indietro le chiavi dell'acquedotto al gestore partecipato dalla multinazionale francese Veolia. E loro, i settemila firmatari delle contestazioni, che per anni hanno denunciato le conseguenze della gestione privata dell'acqua, continuando a pagare a quel comune fatto di rappresentanti eletti e non nominati dai consigli di amministrazione francesi, hanno raggiunto un traguardo neanche immaginabile fino a poco tempo fa. Hanno dimostrato che la mobilitazione dei cittadini - al di fuori dei partiti, basata solo sul senso civico e su quel sentimento profondo che respinge le ingiustizie - può cambiare le cose, può rimandare a casa una multinazionale potente come la Veolia.
Tecnicamente la decisione che verrà discussa dal consiglio comunale di Aprilia la prossima settimana è l'attuazione di una sentenza del Consiglio di Stato depositata lo scorso anno. Parole scritte dai giudici amministrativi che riconoscono alcuni principi fondamentali sulla gestione dei beni comuni. Primo, i cittadini non sono semplici sudditi e hanno tutto il diritto - in gergo giuridico si chiama legittimazione - di chiamare in causa una multinazionale quando questa non rispetta i diritti fondamentali. Secondo, l'acqua non è un bene qualsiasi, gode di una tutela superiore. E, terzo, i comuni hanno il pieno titolo di decidere come gestire le risorse idriche, senza dover subire interventi dall'alto. Dunque, conclude il Consiglio di Stato, il comune di Aprilia può decidere a chi affidare la propria acqua senza doversi inchinare alle decisioni prese dalla Provincia di Latina - che di fatto ha voluto imporre la scelta di un gestore privato - guidata dal centrodestra.
La sentenza ha segnato positivamente la storia della gestione dei beni comuni in Italia, ma mancava il primo e fondamentale passo. Da mesi il comitato acqua pubblica chiedeva alla giunta e al consiglio quella decisione che attendeva pazientemente da anni e che ora sta per arrivare. E Aprilia apre la strada a tantissimi comuni, stretti tra acquedotti che non possono più governare e una popolazione sempre più inferocita, che in ogni caso continua a rivolgersi ai primi cittadini, ai loro eletti. È questo il vero paradosso della privatizzazione, che non potrà che peggiorare con il decreto Ronchi. Cosa farsene della mera proprietà delle reti se l'acqua che scorre è gestita da consigli di amministrazione non eletti dai cittadini e non sottoposti ai principi della democrazia rappresentativa?
Acqualatina non ha commentato la decisione del Comune di Aprilia. Fino ad oggi l'azienda ha risposto duramente alle contestazioni: prima mandando pattuglie con vigilantes per ridurre l'acqua a chi contestava, poi affidando ad Equitalia la riscossione delle bollette. In entrambi i casi a nulla è servita la mano pesante, mentre il comitato acqua pubblica si è rafforzato, arrivando a determinare - nelle ultime comunali - la sconfitta del Pdl. E la decisione di riprendersi gli impianti idrici rappresenta un precedente estremamente pesante per la società controllata per il 49% da Veolia. Dunque, la partita non sarà semplice.
Il Comune di Aprilia si prepara a riprendere la gestione degli acquedotti e delle fognature con un vantaggio venuto proprio dagli utenti. Oggi nei bilanci comunali ci sono più di un milione di euro versati dalle settemila famiglie in questi anni. Soldi che se fossero finiti ad Acqualatina oggi sarebbero assorbiti da un bilancio dove pesano i debiti con la banca Depfa, lo stesso istituto sotto inchiesta a Milano per i derivati venduti all'amministrazione comunale. Quei soldi potranno da domani essere immediatamente usati dalla giunta di Aprilia per riavviare la gestione del servizio idrico integrato. Un vero tesoretto messo da parte con determinazione da chi non ha mai accettato le multinazionali e la gestione privata del bene più prezioso. Ad Aprilia da domani la parola democrazia tornerà ad avere senso.
LA CRONOLOGIA
Cinque anni di lotte
Il due agosto del 2002 il servizio idrico integrato nella provincia di Latina - dopo una gara d'appalto che suscita non poche polemiche - viene affidato alla società mista pubblico-privata Acqualatina. Il 49 per cento delle azioni va a un gruppo di aziende, guidate dalla multinazionale francese Veolia.
le tariffe aumentano
La città d'Aprilia, il primo luglio 2004 consegna gli impianti.Il 27 febbraio del 2005 si costituisce il comitato acqua pubblica, dopo un aumento delle tariffe che raggiunge anche il 300%.
ad acqua armata
Nell'agosto del 2008 il manifesto racconta di come Acqualatina stava riducendo l'acqua a chi continuava a pagare la bolletta al comune, con l'ausilio di vigilantes armati. Molte famiglie ad Aprilia si ritrovano senza acqua.
REFERENDUM
Al voto da soli. Si spacca l'Idv - Di Pietro forza la mano e rompe con il Forum
Antonio Di Pietro nello stanzone del comitato acqua pubblica di Aprilia non ha mai messo piede. Non conosce le tante storie che sono cresciute dietro i tanti comitati spontanei nati negli ultimi cinque anni in Italia, per contrastare - spesso da soli - l'avvio della privatizzazione dell'acqua. Anzi, spesso l'Italia dei Valori - soprattutto in provincia di Latina - si è trovata dall'altra parte della barricata. Sarà forse per questo che sulla questione dei referendum per la ripubblicizzazione ieri ha sbattuto la porta in faccia al Forum italiano dei movimenti per l'acqua pubblica, presentando in Cassazione un proprio quesito referendario su due temi delicatissimi: acqua e nucleare.
«Un vero scippo», commenta Paolo Ferrero. «Una cannibalizzazione dei movimenti», spiega un furioso Angelo Bonelli. E una spaccatura tutta interna all'Italia dei Valori, visto che la decisione Antonio Di Pietro l'ha presa il giorno prima di un esecutivo che - oggi - dovrà discutere del tema. Con una posizione dichiaratamente contraria di Luigi De Magistris e di Sonia Alfano, che hanno chiesto pubblicamente di rispettare l'autonomia del movimento per l'acqua pubblica.
Ieri il Forum italiano dei movimenti per l'acqua ha ricevuto la risposta alla lettera che qualche giorno prima era stata recapitata al leader dell'Italia dei Valori, dopo l'annuncio della promozione di un secondo - e contrapposto - referendum sull'acqua. Una lettera dai toni glaciali, quasi formali, rifiutando l'incontro chiarificatore e confermando la presentazione di un proprio quesito. Il Forum aveva cercato nei giorni scorsi in tutti i modi di recuperare i rapporti con Di Pietro, inviando centinaia di email agli eletti nelle liste dell'Idv. Una prima risposta, positiva, era arrivata da De Magistris, contraddetto però da Di Pietro. La chiusura della lettera suona poi come una beffa: siamo disponibili ad ospitare anche i vostri moduli nei nostri banchetti.
Il tema dello scontro è in realtà molto profondo. I due quesiti referendari si differenziano sul modello di gestione delle risorse idriche che viene proposto. Per il Forum - e per il comitato di giuristi come Rodotà e Mattei - l'acqua dovrà ritornare pubblica, escludendo la gestione privata o quell'ibrido ancora più pericoloso che è la partnership pubblico-privata, elaborata nei think-tank delle multinazionali francesi alla fine degli anni '90. Con il quesito presentato ieri in Cassazione Antonio Di Pietro riconferma, invece, la sua posizione del 2006: nessuna preclusione alla gestione privata, va solo abolita l'obbligatorietà della scelta introdotta dal decreto Ronchi. «Ricordo bene la posizione di Di Pietro durante il governo Prodi - racconta Angelo Bonelli, presidente dei Verdi - quando in consiglio dei ministri, assenti i rappresentanti della sinistra - passò una prima bozza del decreto Lanzillotta, che prevedeva l'affidamento ai privati della gestione dell'acqua». Il progetto venne poi bloccato grazie all'opposizione di Verdi e di Rifondazione comunista, che imposero l'esclusione dei servizi idrici dalle liberalizzazioni.
È il senatore Paolo Brutti, responsabile ambiente dell'Italia dei Valori, a spiegare qual è il vero senso dell'iniziativa referendaria proposta da Di Pietro: «È vero, la nostra proposta è vicina a quella del Pd - racconta - perché per noi è prioritario respingere il decreto Ronchi». Ovvero l'obiettivo sembra essere più la politica anti Berlusconi che l'acqua pubblica. «Vogliamo riportare lo stato delle cose a prima del decreto Ronchi, lasciando scegliere i comuni tra le tre forme di gestione, quella pubblica, quella mista e quella privata, come aveva già stabilito il governo Prodi», spiega. Brutti va poi oltre nell'analisi dello strappo con i movimenti, spiegando quali saranno i prossimi passi: «La Corte costituzionale di fronte a due quesiti sullo stesso tema potrà convocare i due comitati per farli convergere su un unico referendum. E la nostra proposta è più vicina alla sensibilità del Pd, che sui referendum del Forum ha qualche perplessità». Dunque un assist a Bersani, con in mano lo scalpo del movimento per l'acqua pubblica, rafforzando così un'alleanza che Di Pietro oggi ritiene sempre più importante, soprattutto in vista delle elezioni del 2013. Una partita comunque aperta, dove i comitati e le associazioni del Forum potranno giocare un ruolo da protagonisti, soprattutto dopo la vittoria di Aprilia.
LA LETTERA DIPIETRISTA
«Divisi su punti essenziali», cioè sulle privatizzazioni
Siete stati voi a non volerci nel comitato promotore, il nostro referendum differisce dal vostro su «punti essenziali» (la libertà di scelta tra sistema pubblico, misto o privato), il quesito lo avevamo presentato noi per primi un anno fa. E infine, la Consulta potrebbe bocciare i vostri referendum perché creerebbero un «vuoto legislativo». Questa, in estrema sintesi, la risposta di Antonio Di Pietro ai movimenti per l'acqua, dopo la presentazione dei referendum su acqua e nucleare avvenuta ieri. Con una raccomandazione: «Noi abbiamo un grande rispetto per il vostro quesito ma nello stesso tempo ci permettiamo di chiedervi uguale rispetto per il nostro: saranno poi i cittadini a valutare la bontà dell'una o dell'altra proposta o, come ci auguriamo, di entrambi». In realtà, è molto difficile che la Corte di fronte a due referendum simili li faccia passare entrambi. E, dei due, quello dell'Idv mantiene aperta la porta ai privati. E all'adesione del Pd.
Non mi sento, sinceramente, di chiamare in causa la responsabilità del presidente della Repubblica per aver promulgato la legge sul legittimo impedimento. E ciò per un semplice fatto: non diversamente da quando fu sottoposto alla sua firma il c.d. Lodo Alfano, anche questa volta Giorgio Napolitano si è trovato, nei fatti, di fronte a quello che Leopoldo Elia nel luglio 2008 definì un ricatto. Allora, l’alternativa era tra il Lodo Alfano e il disastro della legge blocca-processi; ieri l’alternativa è stata tra il legittimo impedimento e lo sconquasso del processo breve.
A ciò si aggiunge, forse, una seconda giustificazione della promulgazione: il presidente Napolitano e i suoi consiglieri giuridici potrebbero aver auspicato, da parte dei magistrati, una possibile interpretazione in bonam partem di questa legge. E cioè che il magistrato, nell’applicarla, tenga comunque presente l’articolo 420 ter del Codice di Procedura Penale a cui la legge sul legittimo impedimento rinvia. E l’articolo 420 ter prevede, per l’appunto, che per far luogo ad un rinvio del processo penale per legittimo impedimento dell’imputato, debba sussistere l’«assoluta impossibilità a comparire».
Sinceramente, un’interpretazione del genere, per quanto «costituzionalmente orientata», a me sembra forzata. Infatti, qualora essa venisse seguita, verrebbe meno proprio quella «presunzione assoluta» di legittimo impedimento connessa ad una serie illimitata di ipotesi concernenti l’attività del Premier e dei Ministri, che era - ed è - l’effettivo, conclamato obiettivo della legge in questione. Ritengo perciò che se ci si astrae dalle considerazioni di opportunità politica che possono aver giustificato la promulgazione della legge, ne è indiscutibile l’incostituzionalità per almeno cinque diverse ragioni:
1) È infatti irrazionale, e vìola l’articolo 3 della Costituzione., che una «presunzione assoluta di impedimento» possa sposarsi con la regola (articolo 420 ter) che prescrive l’«assoluta impossibilità» di comparire in udienza.
2) Oltre che irrazionale, vìola l’indipendenza della funzione giurisdizionale (articolo 101 comma 2 della Costituzione) l’attribuzione all’interessato, e cioè allo stesso Premier, del potere di dichiarare il «proprio» impedimento. Nella sentenza n. 225 del 2001 la Corte costituzionale (caso Previti) affermò che la funzione giurisdizionale non può prevalere aprioristicamente sulla politica, ma affermò altresì che la politica non può prevalere aprioristicamente sulla funzione giurisdizionale. Ciò che invece pretende di fare questa legge.
3) Il legittimo impedimento è automatico: opera cioè in forza della dichiarazione dello stesso Presidente del Consiglio. Questo automatismo è stato già dichiarato incostituzionale, per contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, dalla Corte costituzionale in occasione della sentenza numero 24 del 2004, con riferimento al c.d. lodo Schifani.
4) Viene configurato il legittimo impedimento come se si trattasse di una prerogativa costituzionale. Ma la Corte costituzionale aveva già detto nella sentenza numero 24 del 2004 (lodo Schifani) - e lo ha ripetuto ancora più chiaramente nella sentenza n. 262 del 2009 (lodo Alfano) - che le prerogative costituzionali possono essere previste solo con legge costituzionale. Di qui la violazione dell’articolo 138 della Costituzione, che prevede una speciale procedura per le leggi costituzionali.
5) Del resto, che fosse necessaria, nella specie, una legge costituzionale lo ammette, candidamente, la stessa legge, allorché all’articolo 2, prescrive: «Le disposizioni di cui all’articolo precedente si applicano fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri…». Ma se è la stessa legge a riconoscere che l’altra parte del ponte (quella ancora da costruire) sarà posta cento metri più in alto (con legge costituzionale), come può pretendere di collegarvisi, se essa, avendo la forma di una legge ordinaria, è stata costruita cento metri più in basso?
Le dilaganti inchieste sulle opere ed eventi della Protezione civile e sulla corruzione ripropongono il tema delle attuali regole che governano il settore degli appalti e l’applicazione poi concreta che ne deriva. Dal nord al sud, opere grandi e piccole, varianti urbanistiche e concessioni, piscine e forniture nella sanità, servizi di catering, consulenze, progetti, collaudi ed arbitrati: ogni intervento, secondo quanto è emerso, si presta a manipolazioni e pressioni indebite. Sono almeno quattro i fattori essenziali da affrontare per contrastare il fenomeno: un sistema di regole attualmente non capace di controllare a monte in modo efficace le procedure; la totale perdita di etica e senso dello Stato da parte di numerosi funzionari pubblici; la disattenzione dell’opinione pubblica e dell’informazione in nome del “fare presto”; il rapporto deformato e sovrapposto tra imprenditori e politica, con il reciproco sostegno economico ed elettorale.
Sarebbe un errore fare una critica indistinta, mentre serve ricostruire l’evoluzione del quadro di regole che ha sistematicamente ridimensionato procedure più rigorose, in nome della “politica del fare presto” che ha imposto il governo Berlusconi ma che ha influenzato anche il centrosinistra in molte occasioni.
Anche ai tempi dell’inchiesta Tangentopoli nel 1992 emerse chiaramente che gli eventi speciali e le ordinanze della protezione civile per giustificare interventi urgenti ed affidati a trattativa privata, erano stati uno dei volani formidabili di corruzione. Basti pensare agli interventi per il terremoto dell’Irpinia, agli interventi per il disastro in Valtellina, ai Mondiali del 1990, alle Colombiadi del 1992, i piani di ricostruzione eterni di Longarini - dove migliaia di miliardi di vecchie lire non si trasformarono in interventi bensì in tangenti, come ha accertato la magistratura.
Negli stessi giorni della grande inchiesta sulla Protezione civile, sui giornali è apparsa con minor rilievo la notizia che la Corte dei Conti ha condannato definitivamente Gianni Prandini, potente ministro democristiano ai Lavori pubblici tra il 1989 ed 1992, ad un risarcimento allo Stato di 5 milioni per danno erariale. Colpa di ben 449 appalti affidati dal ministro a trattativa privata e che hanno causato un maggior esborso per lo Stato di 320 milioni di lire. Come dire che siamo ritornati alla stessa storia di 20 anni fa ...
Dopo il ciclone che travolse nel 1992 la prima repubblica su appalti e tangenti, il parlamento approvò nel 1994 la nuova legge in materia di appalti pubblici, su proposta del ministro Merloni. Conteneva regole molto stringenti sui limiti della trattativa privata e sulle ordinanze del protezione civile, sulle varianti in corso d’opera e sui lavori complementari, separava progettazione ed esecuzione delle opere (altrimenti i progetti lievitano nell’interesse del costruttore), sostituiva il vecchio Albo dei Costruttori con la Soa - un sistema di certificazione controllato delle imprese di costruzione -, istituiva l’Autorità di Vigilanza sui lavori pubblici. Si fece la riforma dell’Anas, eliminando lo stretto cordone ombelicale con il ministro e si misero in campo le delibere per adottare la riforma delle concessioni autostradali. Non si riuscì invece a semplificare il numero delle stazioni appaltanti in un numero stringato e controllabile, lasciando l’attuale "babele".
Uno dei primi atti che assunse il governo Berlusconi al suo primo debutto nel 1994 fu di sospendere gli effetti della legge Merloni. Si dovettero aspettare diversi anni e il governo Prodi perché tornasse - se pur rivista in diverse parti - la nuova norma in materia di appalti e concessioni. E' in questo clima che si svolsero i lavori per le Olimpiadi invernali di Torino ed i lavori del Giubileo a Roma, eventi speciali ma che comunque sono stati realizzati con regole e vigilanza pubblica.
Lentamente cominciò l’attuazione della legge Merloni: anche se a più riprese, emendamenti mirati riuscirono a strapparle dei pezzi, invocando l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” che impedivano la realizzazione delle opere ed allungavano i tempi: un ritornello che ci ha inondato per anni e da cui certo non si è sottratto, tranne le solite lodevoli eccezioni, il sistema dell’informazione.
Nel 2001 la legge Merloni, con il secondo governo Berlusconi, subì un affondo frontale: con la "legge obiettivo" è tornato l’appalto integrato di progettazione ed esecuzione, si è semplificata la valutazione ambientale ed i progetti sono tornati ad essere di pessima qualità. Si è tentato anche di sopprimere l’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici: tentativo fallito, ma l'Autorità non ha mai avuto le migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro in termini di risorse e di poteri efficaci. Nel settembre 2001 un decreto legge ha ricondotto la Protezione civile sotto la Presidenza del consiglio, e nella conversione parlamentare ha poi allargato, su prposta del governo, la sua competenza della Protezione civile ai “grandi eventi”. Inutile ricordare che il piccolo drappello di Verdi allora presente in parlamento ben si accorse dell’impatto della norma e, benché intervenne con ostinazione per segnalare la gravità della cosa, rimase naturalmente abbastanza inascoltato, anche a sinistra.
Il risultato di che cosa significhi definire qualsiasi cosa un “grande evento” ed evitare in questo modo di affidare appalti e servizi con gara di evidenza pubblica, lo abbiamo visto tutti.
Infine nel 2006, a pochi giorni dalla nuova tornata elettorale, il governo Berlusconi ha emanato il nuovo codice appalti elaborato da Pasquale De Lise, presidente del Tar del Lazio, che partendo dal necessario recepimento di due direttive europee, riassume in un codice unico degli appalti, in cui si allentano ulteriormente alcune misure, tutte le norme del settore. Se da un lato è vero che le norme europee dovendo tener conto di regimi giuridici e sistemi imprenditoriali diversi, hanno maglie molto larghe e contengono anche forti innovazioni, è pur vero che esse sono state sempre utilizzate per allentare ulteriormente il sistema di regole italiane.
Nei due anni di Governo Prodi vengono corrette le norme più devastanti, si adottano riforme stringenti delle concessioni autostradali, si rimettono a gara le tratte non iniziate dell’alta velocità ferroviaria ma, certo, non si è frenata la logica dei "grandi eventi" affidati alla Protezione civile, nè si è corretta la Legge obiettivo per le grandi opere, perché spesso anche nel centrosinistra la cultura del "fare presto" è sembrata inconciliabile conregole e procedure di controllo.
Con il ritorno del terzo governo Berlusconi, i grandi eventi e le ordinanze della Protezione civile diventano la regola, si cancella la riforma delle concessionarie autostradali, che tornano a realizzare il 60% dei lavori direttamente con le proprie imprese, si restituiscono ai vecchi consorzi 15 miliardi di lavori a trattativa privata per l’alta velocità ferroviaria ( Milano-Genova, Milano-Verona-Padova). Si ripropone il piano carceri da realizzare in fretta con grandi deroghe in materia di appalti ed affidamenti, si consente alle opere pubbliche dell’Expo 2015 di Milano con una apposita delibera del gennaio 2010 di derogare dal Codice Appalti sulle varianti, sui collaudi, sul subappalto, sulla direzione lavori e le procedure autorizzative.
Infine tornano i lotti costruttivi e non funzionali delle grandi opere che vengono introdotti con un emendamento in legge finanziaria 2010 per inaugurare pezzi di opere che si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono! Ed è ancora di questi giorni il dibattito in consiglio dei ministri per mettere un freno alle parcelle degli arbitrati e ai collaudi affidati ai soli noti, che spesso fanno parte di istituzioni che dovrebbero vigilare in modo imparziale sul buon andamento dei lavori.
Sono stati ripristinati anche i commissari per le grandi opere, con l’unico scopo di attribuire poteri speciali ed alleggerire le procedure già straordinarie come quelle della legge obiettivo: basti pensare a Pietro Ciucci, uno e trino, che è Presidente di Anas, Amministratore Delegato della Società Stretto di Messina (di cui Anas è socia all’82%) e commissario straordinario per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Con questo quadro di regole in cui la deroga è tornata la regola, inutile stupirsi dei risultati che le inchieste della magistratura hanno scoperchiato ed il sistema di informazione amplificato.
Anche la Corte dei Conti nella sua relazione annuale ha sottolineato come i casi di corruzione e concussione nel 2009 siano triplicati rispetto al 2008, mentre sono stati ridimensionati con norma i poteri della stessa Corte di Conti di intervento. Del resto la proposta di trasformare la Protezione Civile in SpA, poi bocciata per lo scoppio delle inchieste, aveva come scopo principale quella di ridurre i controlli della Corte dei Conti.
C’è un sistema politico ed imprenditoriale deformato, che cerca di evitare ad ogni passo l’affidamento mediante gara ma, anche quando si procede con gara di evidenza pubblica, il sistema di regole non è sufficientemente efficace. Semplificare il numero delle stazioni appaltanti (per consentire controlli efficaci), rafforzare l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici anche sul piano delle risorse e dei poteri, eliminare gli eventi e l’estensione dei poteri legati alle ordinanze della Protezione civile, sono misure essenziali per superare questa debolezza strutturale del sistema di regole.
Ma per accorciare i tempi servirebbe anche selezionare pochi e finanziati cantieri utili (e non la solita e sterminata lista delle grandi opere) ed elaborare progetti di qualità, per ridurre varianti, contenziosi ed impatti ambientali. Questi sono gli strumenti necessari per "fare presto" le opere e non le scorciatoie che deformano il sistema, premiando i meno innovativi ed i più permeabili alla corruzione e che, inoltre, non riducono affatto i tempi come si vuol far credere.
Adesso il sistema dell’informazione sembra essersi svegliato ma non è ammissibile che l’attenzione sia a corrente alternata o legata al momento politico, perché se c’è una cosa che il sistema teme più delle regole (chi si possono sempre aggirare elegantemente….) è il fare luce sugli affari e le reti indecenti di protezione. Anche la reazione indignata dei cittadini è una buona premessa ed una speranza perché non vengano premiati “gli affaristi” e la “buona” politica del fare abbia la meglio. Oltre alle regole, al cambiamento servono anche informazione ed indignazione
Il miracolo e lo squilibrio
Giorgio Bocca
Nella primavera del ´45 si poté finalmente procedere a un esame dei danni di guerra. Si oscillò tra due cifre, lontane solo in apparenza: una era di 150 miliardi di lire del 1938 con una perdita del trenta per cento del patrimonio nazionale. Ma gli economisti, che si limitarono ai danni concreti nei settori principali dissero: 70 miliardi per l´industria e i trasporti, tre nelle abitazioni, sedici nell´agricoltura, dieci in settori vari per un totale di circa 100 miliardi che rappresentavano il venti per cento del patrimonio nazionale. Se si sta alle capacità produttive le nostre industrie e la nostra agricoltura avrebbero potuto, nel giro di pochi mesi, tornare a produrre l´ottantacinque percento dell´anteguerra.
Decisivo, nella ricostruzione, fu l´aiuto americano. Per critici che si possa essere nei riguardi della politica estera ed economica americana, sta di fatto che senza l´aiuto degli Stati Uniti la ricostruzione dell´Italia e dell´Europa occidentale non sarebbe state possibile in breve tempo. I primi segni di ripresa si ebbero nel 1946: il consumo pro capite aumenta del 50 per cento; le esportazioni superano il preventivo di ottocento miliardi in lire, e toccano i 1100 miliardi. Nel 1950 la ripresa è galoppante, si sono recuperati i consumi e le produzioni prebelliche, ora ci si avvia alla creazione di una società industriale avanzata, con livelli di incremento fra i più alti nel mondo. Vittorio Foa, un sindacalista rivoluzionario, ammette che il progresso "fu prodigioso" e che veramente si può parlare di miracolo, dato che, diceva Foa, «gli indicatori dello sviluppo furono da due a tre volte superiori a quelli dei novanta anni precedenti, i circa due volte superiori a quelli del più prospero periodo giolittiano».
Ma, osservava Foa, era proprio in quel tipo di successo economico, proprio in quella rapida e fortunata ricostruzione, che si ponevano le premesse dei disequilibri futuri: un´urbanizzazione che continuava a crescere anche se le industrie non crescevano in maniera adeguata, una fuga dalle campagne che non trovava compenso nelle grandi città, un discorso industriale tutto puntato sull´automobile, il petrolio, le strade e pochissimo sulla ricerca scientifica, sull´elettronica, sull´industria tecnologicamente più avanzata. «Il profondo squilibrio – osservò Foa – fra i consumi privati e consumi sociali era già presente nella ricostruzione postbellica».
Certo la sinistra e la borghesia progressista e riformatrice avrebbero potuto modificare in meglio la ricostruzione, ma erano troppo deboli politicamente e anche culturalmente, se si pensa che un solo industriale di quel tempo, Adriano Olivetti, aveva preoccupazioni urbanistiche e sapeva incontro a quale disastro si sarebbe andati. La scelta economica dei partiti comunista e socialista era quasi un nulla: le proposte avevano un significato propagandistico e demagogico, non si seppe neppure usare la forza – allora notevole – della classe operaia. Tale essendo la situazione, si deve ammettere che le cose non potevano andare diversamente nel bene come nel male.
Paragonare la ricostruzione postbellica a quella attuale dei danni causati dalle sciagure naturali non regge, l´Italia di oggi è un paese industriale in piena efficienza e non un paese disastrato come quello in cui ci trovammo alla fine della guerra. I nostalgici del fascismo e di Mussolini dovrebbe ricordare sempre a che prezzo dovremo pagare la politica fascista di conquista e di imperialismo straccione.
L´illusione "New town"
Pier Luigi Cervellati
Ricostruire una casa o un palazzo, anche se sono storici è abbastanza facile. Bisogna conoscere le regole e i sistemi costruttivi. Si è sempre fatto: dopo le catastrofi; quando si vuole trasformare una casa in palazzo o in un altro fabbricato più grande, più solido e una volta, si diceva, più bello. Poi sempre più spesso la ricostruzione è servita per fare maggiori guadagni. Ricostruire una città è invece molto, ma molto difficile. Quasi impossibile. Quando una città diventa macerie e rovine, ci si illude di poterla ricostruire facendone (come si è deciso di fare all´Aquila) una nuova.
Nuove saranno le case, magari bellissime, spaziose, ma la città non c´è; si è solo allargata la periferia. Periferia che disperdendosi nel territorio cancella la città, come appunto nel caso dell´Aquila dopo il terremoto dell´anno scorso. Si è fatto tanto, ma la città non è stata restituita ai suoi abitanti e chissà quando lo sarà. Una città non è fatta solo di case e di abitanti. La città rappresenta una comunità. Con i suoi "valori", la sua memoria, le sue tradizioni, la sua identità. Il suo futuro. C´è solidarietà e conflittualità. C´è "vita", come direbbe un antropologo saggio e un poco retorico.
La città è un bene comune. Appartiene alla collettività. La casa è di chi la abita. Se la città finisce di essere tale perché si pensa di migliorarla con una "new town" non c´è ricostruzione possibile. La ricostruzione di case e chiese, palazzi e monumenti, strade e piazze per restituire la città come bene comune, dev´essere prioritaria, perché la città è prima di ogni altra cosa storia e cultura, lavoro e natura di chi ci vive.
Dispersa nella campagna la città non esiste più. Non confondiamo e non solo all´Aquila, la periferia, lo "sprawl" urbano (vale a dire la dispersione delle abitazioni), per città. Neppure barattiamo le new town quale esempio di moderna ricostruzione. Prima ancora che le new town riescano a diventare città saranno vecchie e obsolete. E da demolire. Forse allora si riuscirà a restituire-ricostruire la città: ricostruire i suoi rapporti e quel senso di civile responsabilità che la dispersione periferica dell´urbanizzato ha distrutto.
Gli esempi stranieri, anche quando si riferiscono a grandi metropoli, vanno in una direzione diversa, se non opposta. Negli ultimi cinquant´anni Los Angeles, Chicago, Tokyo si sono ricostruite su sé stesse. Un identico fenomeno ha investito le grandi città cinesi. Gli abitanti sono cresciuti a dismisura, in qualche caso sono triplicati in un numero limitato di decenni. Ma, appunto, la ricostruzione è avvenuta sul già costruito e così i nuovi organismi, pur completamente cambiati, hanno mantenuto la stessa struttura. Per esempio, Tokyo è rimasta una città di città. In parte anche Los Angeles ha riprodotto il proprio sistema formativo.
Da noi è avvenuto il contrario. Dal centro della città si sono staccate le periferie, che sono rimaste corpi separati. Periferie c´erano anche a L´Aquila. E, prima delle periferie, c´era una sistema fondato su un centro molto prestigioso e su alcune decine di frazioni. Con le new town non c´è nessuna ricostruzione, ma solo la costruzione di una città fatta solo di periferie. Il resto sono macerie.
L’Aquila Aiuti mai arrivati, con chiese, palazzi, monumenti che a stento si è riusciti a puntellare per evitare ulteriori crolli. A un anno dalla notte più terribile, è ancora orfana l’arte d’Abruzzo squassata dal terremoto. Un flop la “lista di nozze” lanciata dal premier Berlusconi nei giorni del G8 per chiedere ai Grandi della Terra di adottare 45 monumenti simbolo, vuote o quasi le casse del vice commissario Luciano Marchetti. Che ora chiede sia lo Stato ad intervenire. Mentre il consiglio superiore dei beni culturali ha chiesto la fine del commissariamento con la riattribuzione le competenze alle soprintendenze e alla direzione regionale.
Il conto dei danni, nel frattempo, è cresciuto, precisato dal lavoro fatto in questi mesi dalle squadre di tecnici della soprintendenza, della Protezione civile, dei vigili del fuoco, che hanno censito 1763 monumenti, verificato, puntellato. Per riparare i guasti dei monumenti servono 3,5 miliardi di euro, conta Marchetti, che l’esperienza l’ha già fatta con la ricostruzione di Marche e Umbria. Certo non tutti subito, perchè ci sarà da lavorare per almeno dieci anni. Per il momento però sono arrivati solo 20 milioni della Protezione civile e 2 del ministero dei beni culturali (assegnati 3,2). Una cifra che non ha potuto coprire neppure tutte le necessità dei puntellamenti, tanto che il commissario ne ha chiesti altri 10 milioni al presidente della Regione Chiodi, soldi - spiega - che servono per terminare i puntellamenti.
Fatta eccezione per i progetti finanziati dall’estero o da associazioni, istituzioni pubbliche e privati italiani, insomma, il restauro vero e proprio non si può cominciare. Il discorso vale anche per la maggior parte dei 45 monumenti della lista. Per restaurarli tutti servono più o meno 450 milioni. Quelli raccolti fino ad oggi - non tutti ancora materialmente arrivati - sono meno di 50. I contributi stranieri si contano sulle dita di una mano, i più generosi sono i russi, con un contributo di 7,5 milioni offerto per riparare Palazzo Ardinghelli e la Chiesa di San Gregorio Magno. Poi ci sono i francesi (3,2 mln per le Anime Sante) e i kazakistani, (1,7 mln per San Biagio di Amiternum).
«I cittadini non possono essere esclusi. Vogliamo partecipare a un'idea di città, non solo nel centro storico, ma anche nelle periferie. Vogliamo entrare in una casa sicura ed essere d'esempio per tutti. Perché ogni 10 anni in Italia ci sarà un terremoto. E noi non vogliamo più cadere a pezzi. Punto». Un anno dopo, la richiesta è sempre la stessa. Ripetuta con il tono pacato di Giusi Pitari, prorettore delegato dell'università dell'Aquila. O urlata nelle manifestazioni dei comitati di cittadini, anche quelle - composte ma tese - che hanno attraversato la città nel primo triste anniversario del sisma.
Perché un anno dopo la scossa che ha distrutto il capoluogo d'Abruzzo, mentre gli aquilani si abituano a una nuova vita in mezzo a colline e campagne puntellate da Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) e Map (Moduli abitativi provvisori), mentre le attività economiche stentano a ripartire e i villeggianti forzati sulla costa invocano un aiuto per ritornare, un primo bilancio dice che la fase dell'emergenza non è ancora finita. A dispetto di proclami e promesse. Perché «la ricostruzione è stata impostata solo in minima parte»: si è pensato ad alloggiare i cittadini, ma non a offrire loro una reale prospettiva di rinascita della città e a coinvolgerli in quest'opera. Lo denuncia l'organizzazione internazionale Action Aid, che si occupa della lotta alla povertà e interviene in occasione delle emergenze per il sostegno alle popolazioni. In una video-inchiesta dal titolo eloquente, L’Aquila a pezzi, l'organizzazione analizza innanzitutto il tanto sbandierato beneficio che lo spostamento del G8 in Abruzzo avrebbe dovuto portare alle popolazioni colpite dal sisma. «Un' occasione storica», la definivano i vertici della Protezione civile. E invece il bilancio è a dir poco deludente. «Sconfortanti» i dati citati da Anna Maria Reggiani, direttrice regionale dei Beni culturali: «Già prima tutto il sistema museale locale arrivava a l00mila visitatori l'anno, che è poco.
Ora siamo scesi a 30 mila». E «inferiori alle aspettative» anche i finanziamenti per la ricostruzione del patrimonio storico (tre miliardi di euro stimati). Chi non ricorda la famosa lista di nozze che Silvio Berlusconi aveva agitato sotto il naso dei potenti della terra? Ebbene, «la richiesta che avevamo fatto per i 45 monumenti inseriti nella lista, ammontava a circa 250 milioni di euro - dice Luciano Marchetti, vicecommissario ai Beni culturali per la Protezione civile - Arriveremo a circa 40 o 50 milioni di euro». Insomma: le tre giornate del G8, esclusi i finanziamenti per la Maddalena, sono costate 185 milioni di euro, mentre ai monumenti della provincia de L'Aquila sono arrivati al mese scorso 34 milioni per la messa in sicurezza, più 15 milioni di impegni precisi da Paesi stranieri (Francia, Germania, Russia, Kazakistan). Quanto fatto finora? «Gocce nel mare», secondo Marchetti. E poi ci sono i cittadini, le loro case, il loro lavoro. Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil, denuncia una «situazione drammatica»: «Abbiamo ancora oggi 16 mila persone senza lavoro. Delle quali 8mila hanno usufruito di un trattamento di 800 euro mensili per soli tre mesi». Gli ex commercianti del centro storico dell'Aquila, si contendono locali in affitto a cifre improponibili (fino a 3000 euro al mese per 100 metri quadri). E anche le attività che non hanno subito danni diretti dal terremoto, soffrono gli effetti di un'economia ferma. Tanti si sono già spostati in altre città e il rischio è che l'esodo sia sempre più massiccio. Anche se c'è un enorme desiderio di tornare, ad esempio da parte dei 3.500 sfollati che ancora oggi sono alloggiati negli alberghi sulla costa («non proprio una vacanza», sottolinea Action Aid), al costo di circa 580 mila euro al giorno.
Ma qui viene il tasto dolente. Le abitazioni. Il governo ha deciso di saltare la fase degli alloggi provvisori e passare dalle tende direttamente alle durevoli e antisismiche Case. Ebbene, in tanti denunciano essersi trattato di una scelta sbagliata. Non solo perché le Case si sono rivelate molto costose (2.428 euro a metro quadro, contro i 1.210 euro dei Map). Ma anche perché, come sottolinea l'ex presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, le new town pongono un enorme problema di «riorganizzazione sociale», con difficoltà di ambientamento delle persone e necessità di creare una rete di servizi. «Le new town ci hanno isolato, ci hanno diviso, abbiamo perso l'identità», dice la signora Gigina, 66 anni.
E l'urbanista Vezio De Lucia le dà ragione. «Il modello di ricostruzione de l'Aquila rappresenta una pesantissima ipoteca sul futuro della città. Si è provato a fare un salto, direttamente dalla tenda alla casa, che è un errore molto grave, perché obbliga a inventare lì per lì un modello urbano, che nella migliore delle ipotesi non può non essere affidato alla assoluta casualità. La casa - prosegue - è stata contrapposta come valore unico e assoluto a ogni altro: la casa contro la città. E sono del tutto mancate le risorse, le politiche e l'impegno per mettere mano alla ricostruzione del centro storico. Che dal punto di vista urbanistico e della vita civile è fondamentale: se non si recupera il centro storico de l'Aquila, la città è destinata a morire».
Per vedere i video su L’Aquila a pezzi (in particolare, n. 7 con l’intervista a Vezio De Lucia)
Iniziati i lavori del summit sull'architettura e l'urbanistica della capitale all'Auditorium con molti grandi esperti nazionali e internazionali.
''Il workshop è il primo passo verso l'attuazione e la revisione del nuovo Piano Regolatore Generale di Roma''. A dirlo il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, aprendo i lavori del summit sull'architettura e l'urbanistica che vede presenti all'Auditorium Parco della Musica molti grandi architetti nazionali e internazionali. All'esterno protesta dei presidenti del V e X municipio, rispettivamente Ivano Caradonna e Sandro Medici.
''Rispetto al Prg approvato dalle precedenti amministrazioni il nostro atteggiamento è duplice: da un lato difendiamo la definizione dei diritti ottenuta dopo una decennale trattativa tra i principali soggetti economici e imprenditoriali della città, ma soprattutto difendiamo l'intento redistributivo che esiste nel piano che può generare un risultato economico per la collettività di almeno 5 miliardi di euro. Questo valore redistributivo oggi è attaccato da sentenze del Tar che rimettono in discussione la quota di edificabilità riservata al comune e il contributo straordinario''. Alemanno parlando ancora di Meier, il giorno dopo il via libera della modifica del museo dell'Ara Pacis, ha infine detto che "con l'architetto americano potranno essere possibili nuove collaborazioni. Io vedo benissimo le opere di Meier nelle periferie perché hanno uno stile moderno in grado di dare valore artistico a zone periferiche".
A margine dei lavori l'architetto Massimiliano Fuksas ha parlato anche della sua famosa ' Nuvola': ''Sta bene ed è in ottima salute - ha detto Fuksas - La stiamo costruendo e tutto sarà concluso entro circa 2 anni da oggi, ad inizio 2012''. L'architetto ha spiegato che ''la teca è quasi finita, ora stiamo per partire con la struttura sospesa, la nuvola in senso stretto". Sulla lama, ovvero il mini grattacielo hotel, Fuksas ha aggiunto: ''Forse sorgerà anche prima del Centro congressi, le cose non stanno andando male''.
"Questa è una messa in scena. Dopo due anni di immobilismo, mentre la città peggiora sensibilmente nella sua funzionalità strutturale e si deteriora nelle condizioni sociali, non saranno queste due giornate di discussioni sull'urbanistica a rianimare un'amministrazione inconcludente", si concretizza in queste righe il senso della protesta messa in scena questa mattina all'entrata dall'Auditorium dai presidenti del V e X Municipio, Ivano Caradonna e Sandro Medici. I due presidenti hanno deciso di distribuire alcuni volantini per protestare per il loro mancato coinvolgimento. Non è mancato qualche attimo di tensione quando Medici e Caradonna, proprio mentre volantinavano, sono stati identificati dalle forze dell'ordine ed invitati ad allontanarsi. Dopo una discussione accesa, però, i due sono rimasti al loro posto concludendo la distribuzione della loro lettera aperta al sindaco.
"Non abbiamo atteggiamenti pregiudiziali nei confronti dei progetti della precedente amministrazione. Il problema più grosso non erano le idee ma il fatto che fossero progetti non finanziati". Lo ha detto stamani il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, stamani a margine del workshop internazionale sull'urbanistica in corso all'Auditorium. "Abbiamo fatto un grande sforzo di riprogrammazione per opere come la città dello sport di Tor Vergata e la Nuvola di Fuksas", ha aggiunto il primo cittadino che, sull'opera disegnata da Calatrava, ha precisato: "la città dello sport è un intervento molto pesante dal punto di vista economico, per cui mancano 400 milioni di euro all'appello. I lavori sono però iniziati e la completeremo rendendola funzionale al progetto olimpico". Quanto al Campidoglio 2, ovvero la ex Manifattura Tabacchi in zona Ostiense dove saranno spostati alcuni dipartimenti del Comune, Alemanno ha annunciato che "sarà indetta una nuova gara sia per la progettazione che per la realizzazione, senza costi diretti per l'amministrazione". Il sindaco ha infine parlato della Città della musica, "di cui stiamo verificando la possibilità di realizzazione accanto al progetto 'Fonopoli' di Renato Zero".
"Fonopoli potrebbe essere spostata in un'altra zona - ha aggiunto l'assessore all'Urbanistica Marco Corsini - Sarà, comunque, collocata dentro una centralità ed in una delle funzioni urbane, come quella ricreativo-musicale-culturale". "La decisione - ha precisato Corsini - non è ancora presa. Abbiamo iniziato un grande processo di riflessione globale e strategica all'interno della quale tutte queste questioni troveranno una definizione".
In relazione all'imminente trasferimento degli edifici militari dismessi dallo Stato al Comune di Roma, Alemanno ha spiegato che "nelle caserme di Prati, a via delle Milizia, possiamo pensare di creare una realtà direzionale vicina al centro storico, possiamo pensare di utilizzarle per creare una nuova Cittadella giudiziaria o farne un luogo dedicato agli artigiani, una sorta di Cittadella dell'artigianato". Ma in generale, secondo il sindaco, le caserme andrebbero demolite: "E' inutile tenere queste realtà definite su funzioni che non ci sono più - ha detto - Sono per la demolizione e per progetti che si muovono ex novo: ci dovremmo confrontare con la soprintendenza ma credo che bisogna lasciare spazio a interventi nuovi senza autocostringersi a una sorta di archeologia industriale che nel caso delle caserme non si può applicare".
Il sindaco ha ripercorso il tentativo, tra gli anni '60 e '70, di portare alcuni ministeri in periferia, tentativo fallito perchè molti ministri non accettavano di essere lontani dal centro storico. "Bisogna dare più spazio a uffici e ministeri che esistono e che sono addensati caoticamente nel centro storico: non si può pensare di prenderli e portarli in periferia ma si possono decentrare nella città storica", ha detto Alemanno, spiegando che il concetto di 'città storica' è riferito a tutta l'area che circonda il centro storico in senso stretto, comprendendo quartieri come Appio, Nomentano, Garbatella, Eur.
L'assenso di Richard Meier all'idea di abbattere il muro che delimita l'Ara Pacis è il peggior auspicio - purtroppo per il sindaco Alemanno - del consulto con le archistar sul futuro di Roma (Roma 2010-2020: nuovi modelli di trasformazione urbana, oggi e domani, Sala Petrassi, Auditorium). Dice il candido progettista che abbattere il muro è «un'idea superba». Ha lavorato per dieci anni al progetto. È l'autore del muro e oggi afferma che abbatterlo è un'idea stupenda. Se questi sono i medici chiamati al capezzale del malato, non c'è da stare allegri.
Chissà dov'era il grande architetto mentre la migliore cultura urbanistica discuteva con passione e competenza della necessità di guardare oltre al banale intervento di demolizione e ricostruzione della teca di Morpurgo che ricopriva l'Ara Pacis. Evidentemente, troppo preso dalla propria maestria, non si è accorto che Leonardo Benevolo, soltanto per fare il nome di maggior autorevolezza, era intervenuto decine di volte criticando alla radice l'intervento limitato al solo rifacimento di un edificio. Piazza Augusto imperatore aveva infatti subito durante il fascismo una serie così violenta di sventramenti che rimettere mano soltanto a un pezzo del mosaico sarebbe stato un errore imperdonabile che avrebbe generato un ulteriore peggioramento della qualità dei luoghi. E così è stato.
Sostiene ancora il grande architetto: «Non sapevo che il traffico del lungotevere potesse essere canalizzato sotto e che l'area si potesse pedonalizzare». Meier confessa dunque di ignorare che esistono proposte di radicale trasformazione dei lungotevere così da restituirli alla città. Sono anni che il grande urbanista Italo Insolera propone, inascoltato, che il lungotevere di sinistra venga pedonalizzato e destinato a esclusivo uso di una tramvia che dalla Piramide (nodo metro B e lido di Ostia) collegherebbe con il Flaminio (nodo metro A e ferrovia Roma nord), restituendo in questo semplice modo - a tutti i romani - una straordinaria passeggiata. Non sapeva e oggi benedice un'operazione costosa e inutile che causerà l'abbattimento degli storici platani e sarà ripagata con la creazione di un numero imprecisato di parcheggi privati. E, visto che siamo in tema, sarebbe il caso di avvertirlo che lì sotto ci sono i resti del porto di Ripetta. Forse a Las Vegas ci si può passare sopra, da noi ancora no, per fortuna.
È ancora felicissimo Meier perché l'abbattimento del muro «consentirà di vedere la chiesa di San Rocco». Davvero? Quando a dirlo era la migliore cultura storica non ascoltava evidentemente, perché è stato lui a costruire una orribile terrazza che sfregia per sempre la delicata facciata di quella chiesa. Altro che muro, è la terrazza che offende San Rocco.
Non è con la somma di tanti progetti o edifici griffati che si realizzano le città. I grandi architetti privilegiano le loro opere e il trionfo di cui godono in ogni parte d'Italia deriva proprio dalla volontà degli amministratori di ogni appartenenza politica di parlare d'altro, di nascondere dietro a nomi roboanti un vuoto di idee preoccupante. Meglio il colpo mediatico e tenere rigorosamente fuori della porta i numerosi comitati che, in questi anni, hanno dimostrato una visione complessiva della città. Il convegno all'Auditorium è infatti blindato alla partecipazione: uno strano modo di consultare la città imbavagliandola. È questo il limite culturale che preoccupa.
Con la notizia dell'abbattimento del muro, dunque, il sindaco Alemanno ha decretato il fallimento della medesima kermesse mediatica che ha organizzato. Ha reso evidente che non di architetti bravi ha bisogno Roma, ma di urbanisti. Le patologie della città sono di natura urbanistica, derivano da una eredità di feroci speculazioni e dal fallimento del «pianificar facendo» dei quindici anni del centrosinistra conclusosi con il peggiore piano urbanistico della storia della città, il piano del sacco di Roma.
La complessa vicenda dell'Ara Pacis dimostra che senza un'idea complessiva del futuro di Roma con i tanti progetti estemporanei che vanno dalla Formula 1 all'Eur alle isole artificiali davanti a Ostia, dal parco divertimenti della «Roma imperiale» alla candidatura alle Olimpiadi del 2020, non si va lontano: si va contro a un muro, anche se firmato da archistar. Le città sono un delicato equilibrio di luoghi pubblici e beni comuni che vanno trasformati con cautela e rigore ascoltando i suoi abitanti. E Roma ha invece bisogno di una sola opera, quella di essere ripensata sulla base delle reali esigenze delle desolate periferie.
E se qualcuno dei blasonati ospiti al simposio citato obietterà che «non ci sono i soldi» per risanare le periferie, qualcuno provi a sussurragli all'orecchio - nella lingua d'origine, naturalmente - che il sistema Protezione civile ha sperperato trecento milioni di euro soltanto per le inutili opere della Maddalena e a Roma ha erogato prestiti a tassi agevolati con il credito sportivo (che dunque paghiamo noi) a impianti sportivi privati prescelti solo perché specializzati in massaggi corporei a largo spettro. Non è vero che non ci sono i soldi per le nostre dolenti città. È vero, casomai, che spariscono prima.
Tuvixeddu bene pubblico, un grande entusiasmo civico si fa strada finalmente per un’idea di spazio condiviso. Ma chissà.
Lo ha spiegato Salvatore Settis il significato attualissimo di “pubblica utilità” del paesaggio, valore di lunghissimo corso: già negli statuti comunali, sancito da editti di camerlenghi e dalle leggi (delle destre) nella storia d'Italia. E' dalla parte delle comunità questo orientamento: sarebbe logico che prevalesse sempre, ma ci sono eccezioni, non ci vuole molto a scoprirlo. E a volte le eccezioni sembrano particolarmente estranee al buon senso.
Per questo appaiono sempre più strampalate, distanti da qualsiasi idea di città civile – come è Cagliari – le tesi alla base di quell' “accordo di programma” che subordinava la sorte di Tuvixeddu a interessi imprenditoriali. Nei più la convinzione di agire nell'interesse della comunità, qualcuno convinto di essere ascritto tra i benefattori, prima o poi.
Un malinteso di proporzioni inaudite, lo ha notato Settis. Una dannazione quel titolo, “accordo di programma”, riferito a quel luogo incorrotto per secoli. Ci voleva l'ostinazione degli uomini del nostro tempo, senza memoria: che si accordano per rimediare a quello stato di mesto isolamento. La città-merce si impossessi di ogni spazio libero! Si contengano le distanze di rispetto. Ma guarda un po': “fascia di rispetto” è espressione dell'urbanistica e richiama un sentimento alla base della convivenza. Rispetto appunto, come quello che si ha dei propri cari, dei maestri di vita, di principi e diritti, e pure di luoghi e monumenti.
Questa separatezza di Tuvixeddu confermata nei secoli è un valore. Ma del compassionevole reiterato ossequio verso un antichissimo cimitero certa caricaturale modernità se ne infischia. Tuvixeddu, d'altra parte, non è più un cimitero. Il lutto è stato abbondantemente elaborato avrà pensato il fautore dell' “accordo di programma”. Il paesaggio, che quell' altro accordo tra vivi e morti ha sancito per secoli, può essere stupidamente triturato in qualche anno. Non dice nulla che quell'area sia stata lasciata in pace fino a ieri?
I tempi nuovi, ci ha spiegato una sentenza, reclamano che ogni parte della città si conformi al ritmo prevalente, da ingranaggio macinatore alla Chaplin. Si consegni Tuvixeddu ai nuovi riti. Omogenizzare tutto nel frullatore delle urbanizzazioni, antiche tombe e palazzine e strade e canalizzazioni. Tutta mia la città. Eppure le pause nelle città non sono mai state inutili, avulse disarmonie. Sono nella sintassi urbana in quanto valori radicati, spesso intangibili (come gli 80 ettari del parco romano di Villa Borghese, i 40 del Valentino a Torino, i 110 delle Cascine di Firenze e così via). Come sarebbero quelle città senza i loro vuoti? Meglio così o abolire le pause, accerchiare i monumenti per metabolizzarli, tutto nel vortice del nuovo già vecchio che avanza?
Una maledizione che si riassume in quel curioso slogan negli ambienti dell'avanpoltica: “rivitalizzare la necropoli” (lo racconta Giorgio Todde). E' passata l'idea che una antica necropoli debba stare nella cerchia degli esseri viventi (!) adeguandosi alle regole del mercato, anzi conformandosi (ricordate l' avviso: il morto non afferri il vivo?) Passa facilmente, perché è nel cortocircuito di questa temperie. Tanta gente trascorre negli ipermercati le sue serate libere per combattere la noia delle vecchie strade. “Andiamo all'ipershop perché in centro è un mortorio”.
“Accordo di programma”: la sponda è nell' urbanistica contrattata per cui ti do una volumetria x e tu mi dai un'area y che in realtà si poteva/doveva acquisire, con un atto trasparente, al patrimonio pubblico moltissimo tempo fa. Pagando il dovuto, beninteso.
Così oltre la linea dell'ultima tomba accertata ( accertata?) si può fare. Si faccia, come dice pure l'organo di tutela. Una nuova fascia di rispetto mortificante, no grazie. E via libera alla serie edilizia vista sulla necropoli, anzi a contatto con la necropoli. L'interesse pubblico? Lo spiega l'agente immobiliare all'acquirente indeciso, “guardi che il fascino delle tombe sottocasa è qualcosa di unico”. Emozionante. Ed esclusivo, molto esclusivo secondo come organizzi gli accessi.
L'idea di parco archeologico rimpicciolisce di senso, assume le sembianze di giardinetto pubblico e insieme di pertinenza condominiale. “Jogging nel parco” – dice la réclame (sarà sembrato eccessivo dire “jogging tra le tombe”). Dalle terrazze ai piani alti si continua a vedere l'orizzonte splendido che sollevava gli addolorati parenti di Tizio e di Caio, quella vista che a terra troverà oggi impedimenti impietosi. A terra, dove la signora del terzo piano ha già immaginato di portare le bambine (Gavina di quattro anni, Katiuscia di sei) a giocare a nascondino perché quelle curiose cavità nella roccia sembrano fatte apposta. O saranno trincee per giochi militareschi di ragazzi. E' la poetica del riuso.
Gavina e Katiuscia adolescenti potranno esercitarsi sotto le guide amorevoli degli esperti a coltivare l'hobby dell'archeologia sottocasa, passione che certamente svilupperanno stando in cotanto posto. Un posto po' troppo arcigno però, e piatto. Brullo, disse il Tar. Una sensazione da alleviare specie nell'epicentro della necropoli.
Per questo hanno ben pensato di contraddire la monotonia di quelle fredde tombe, accomodare il loro misterioso disordine, rivitalizzare, sì rivitalizzare. Ed ecco le imponenti fioriere (non guasta un po' d'ombra per il visitatore che faticosamente arriva dal basso). Antidoti futuristi alla overdose di antico fenicio-punico e a quella malinconia che non se può più. Le fioriere circoscrivono non si capisce bene cosa (ma non importa) e si sovrappongono e si impongono ( questo si capisce) su quei tristi buchi nel calcare privi di vera forza scenica. Aiuterà, se sarà scelto con cura, il colore delle cascate di gerani.
Almeno tre sono stati gli esiti negativi delle recenti elezioni regionali: flessione di partecipazione, riconfermata debolezza del Pd, e deludente performance di chi ha voluto trasformare la campagna elettorale in un lotta ringhiosa e vuota di argomenti politici. Con l'enorme impiego di mezzi e uomini profuso dal presidente del Consiglio ci si sarebbe attesi una vittoria dilagante del suo partito, una valanga di voti. Ma così non è stato. Il centrodestra ha vinto grazie alla Lega non al Pdl. Questo è certamente il dato più importante di queste elezioni regionali, ed è speculare alla debolezza strutturale del Pd: la crescita della Lega al Nord, una crescita forte. Una crescita maturata a spese tanto dei suoi naturali avversari quanto dei suoi alleati di governo. Una crescita che, come ha suggerito Ezio Mauro su questo giornale, pare destinata a continuare e che deve fortemente preoccupare la sinistra, soprattutto in quelle aree immediatamente a sud del Po, quelle tradizionalmente rosse dell'Emilia-Romagna. Perché qui si gioca la partita del futuro non solo o tanto del Pd ma della natura stessa della democrazia italiana.
Proviamo quindi a leggere uno dei dati negativi - la debolezza del Pd - alla luce della vittoria della Lega, l'unico partito politico nel senso tradizionale del termine sulla scena nazionale. Nel Nord la Lega si è trovata a competere direttamente con il Pd, perché è in queste regioni che il Pd ha la sua più radicata storia, che è, se così si può dire, ben presente sul territorio. Ma nel Nord la Lega è stata protagonista a tutto campo, molto più attiva della sinistra, la cui presenza è nelle istituzioni locali e nelle organizzazioni sociali, ma non nel mondo ampio della politica attiva e popolare. Al contrario, la Lega ha dimostrato ancora più organicamente che in passato di essere un vero partito - capace di fare comizi volanti, di costruire una presenza capillare, un rapporto diretto con gli elettori, non solo e non tanto nelle città ma anche nei piccoli centri della pianura emiliana: una strategia e forme della politica che erano un tempo del Pci. Politica militante, fatta da e di volontari con molta fede e pochissimi dubbi, con il loro tempo libero dedicato alla causa, capaci di articolare un discorso politico.
La Lega non è un partito mediatico eppure va avanti. E' un partito identitario che aggrega e fa sentire i suoi affiliati parte di qualcosa, di un mondo, di un'idea. Che, in sostanza, fa sentire l'importanza mai tramontata del linguaggio politico-ideologico. Un'importanza che il Pd non pare voler comprendere (e che, anche per questo, continua tra l'altro a non attirare i voti di chi è alla sua sinistra, una vera e propria iattura perché l'emorragia di quei voti è la causa prima della sua sconfitta).
La Lega fa strategia e sa farla: per esempio, usa un linguaggio radicalmente xenofobico e aggressivo dove è partito d'opposizione e usa una strategia riformista dove è partito di governo (anche in questo caso non può non venire alla mente il doppio binario ben noto al vecchio Pci). E' un fatto indiscutibile che mentre grida contro l'immigrazione nelle regioni dove vuole mietere consensi, nelle regioni dove governa non solo c'è molta immigrazione ma c'è soprattutto una politica dell'integrazione.
Politica del doppio binario che denota un partito fortemente ideologico ma anche caparbio e ben conoscitore della terra dove opera e della prudenza strategica. A percorrere la via Emilia a nord di Bologna, tra Modena e Piacenza, in questa ricca terra costruita da un Pci che aveva un'idea di società ben chiara e un'altrettanto chiara idea di governo del territorio, a girare per queste città si sente la presenza in crescita della Lega. E' questa ricca parte d'Italia che è a rischio leghista, anche perché la più minacciata dalla crisi e dalla chiusura di tante piccole aziende che trasferiscono i capitali dove le braccia da lavoro sono senza diritti e costano molto meno di qui, lasciando dietro di sé disoccupati italiani ma anche disoccupati immigrati, gente con il permesso di soggiorno, tollerata nel tempo delle vacche grasse e adesso rivale degli emiliani che temono il loro impoverimento. La nostra terra a noi, si sente dire sempre più spesso, mentre la presenza degli immigrati, meno visibile quando il lavoro c'era per tutti, oggi è insopportabilmente visibile.
Impossibili da condividere e terribili perfino da pronunciare, le parole della Lega riempiono il vuoto ideologico generato negli anni dalla politica organica del pragmatico status quo socialdemocratico. E' facile trasformare i deboli in capri espiatori, in nemici; lo è ancora di più quando questi discorsi non trovano una sponda, quando chi dovrebbe arginarli è senza discorso. Come riuscire a dire che quella della Lega è un'ideologia sbagliata e aberrante? Chi può spiegare alla gente che i nemici sono non gli immigrati ma chi ha spolpato le risorse di questa terra e ora se ne va altrove?
Ma non è facile per la sinistra al governo nelle città emiliane rispondere all'offensiva della Lega. Anche perché la Lega non promette cambiamenti di programma economico-sociale; non dice che si devono togliere i servizi sociali, non fa un discorso liberista; promette invece di difendere questo modello e sostiene di poterlo fare meglio di chi lo ha creato. Perché mentre chi lo ha creato lo ha fatto in nome di valori universali di giustizia e eguaglianza, la Lega dice che per difenderlo occorre che solo la maggioranza goda di quei benefici; solo gli italiani, solo i locali; diritti che devono diventare privilegi; che è giusto che siano beni per e degli italiani. Del resto, quando la sinistra ha creato questo modello di buon governo gli uguali erano italiani, l'universalismo era facile da giustificare e comprensibile. Oggi lo è molto meno.
E in questa complessità la Lega propone un'ideologia semplice e ben strutturata. Essa ha ed è tutto quello che il Pd non ha voluto avere ed essere. Perché nelle intenzioni dei suoi fondatori, il Pd non doveva essere un partito, un attore collettivo con sezioni di partito e militanti; anzi, se ben ci si ricorda, il Pd è nato come un'alternativa a tutti i partiti identitari e contro l'ideologia. Qui sta la sua debolezza, ed è tragico e assurdo che i suoi leader di ieri e di oggi non vogliano capirlo.
Ma queste elezioni confermano quello che dicevamo all'indomani delle elezioni politiche del 2008: che l'ideologia è una componente indispensabile nel discorso politico democratico. Ma attenzione: ideologia politica non è lo stesso di polemica arrabbiata. Il Pdl per esempio ha un identità nel nome del capo e molta aggressività faziosa, ma ha una narrativa ideologica povera o molto approssimativa. La vittoria della Lega è anche contro questo modello di partito padronale e falsamente ideologico, oltre che contro un partito che non vuole essere un partito.
Una lezione che l'opposizione dovrebbe saper trarre da queste elezioni è dunque quella di coniugare politica della personalità e politica delle idee. Il suo modello non può essere quello di un partito non-partito; dovrebbe essere invece quello di un partito che sia capace di tenere insieme questi due fattori. Occorre una leadership politica nel senso vero della parola: che sappia proporre una narrativa politica, un progetto di governo migliore di quello esistente; e che sappia attirare e anche trascinare, preferibilmente con discorsi ragionati, comprensibili e politici. Leader capaci o carismatici insieme a ideali politici: poiché gli elettori devono sapere le ragioni del loro voto, che non possono essere solo di opposizione al presidente del Consiglio. Tenere queste due componenti, non puntare su una sola o una finzione di entrambe. Con una specificazione: che a sinistra non si può pensare di fermare la Lega imitandone i contenuti e il linguaggio, una tentazione che, lo si avverte nell'Emilia rossa, molti elettori di tradizione di sinistra hanno. Sul terreno del razzismo e della purezza etnica la Lega è inimitabile (per fortuna). Ma il modello del buon governo della società è altra cosa e ha dato e dà ancora ottima prova di sé in una parte molto importante e cruciale del nostro paese – ciò di cui questo modello ha bisogno è una narrazione, una capacità immaginativa che sappia proporre la soluzione ai problemi che la crisi economica crea e sta creando. Una politica di riconversione industriale che sappia dare un'alternativa a lavoratori che hanno grandi competenze; di rilancio del modello di democrazia sociale, uno dei migliori d'Europa. E' una sfida bella dopo tutto, un'occasione per tornare a studiare e ad essere creativi.
Sul manifesto di domenica il presidente di Publiacqua spa Erasmo D'Angelis tesse le lodi del modello toscano di gestione dell'oro blu. Assumiamo pure che la Toscana (o Cuba) siano, per ragioni di cultura politica generale, modelli «virtuosi» di misto.
Questo fatto, proprio come l'argomento per cui in certe realtà italiane a gestione pubblica le cose vanno malissimo, nulla apporta contro la necessità e la superiorità teorica del modello di gestione democratica ed ecologica dell'acqua che si ritiene di poter raggiungere tramite il referendum. Innanzitutto, la presenza di un pubblico disastroso non sta a significare che il suo "commissariamento" da parte del privato sia la soluzione migliore. A parte il fatto che esistono anche esperienze interamente pubbliche estremamente virtuose (mi piace ricordare qui quella di Cuneo), dobbiamo aver ben chiaro che il modello misto pubblico-privato declinato in funzione del profitto, garantito dalla legge Galli e poi da quella Ronchi, costituisce il miglior brodo di coltura dell'affarismo partitocratico ed autoritario. Esso pone le premesse istituzionali per la divisione leonina di costi e benefici (costi pubblici, benefici privati) laddove i secondi non sono solo benefici economici tout court per gli investitori privati (Acea, ecc) ma anche benefici per il personale politico o parapolitico coinvolto nella gestione mista. Si tratta di vantaggi altrettanto privati anche se meno visibili, che si concretizzano in termini di favori privati all'elite politica, se non direttamente in quattrini per le campagne elettorali. Non mi stupisce affatto che questo modello di gestione del "pubblico interesse", tipico di gran parte del terzo mondo, possa purtroppo aver coinvolto anche l'acqua cubana. Il problema è la confusione fra l'interesse pubblico e quello delle élites politiche.
Ciò naturalmente vale anche per altre questioni, come per esempio la gestione dei rifiuti, e ancor più vistosamente le grandi opere pubbliche come la Tav o il Ponte sullo Stretto. Questo mi pare spieghi sia alcune delle posizioni del Pd, che continua a difendere il misto "for profit garantito" utilizzando la più screditata delle idee, quella per cui i soldi per gli investimenti li metterà il privato, sia la posizione che sta emergendo nell'Idv.
Premesso che nel Pd esistono posizioni apertamente referendarie quali quella di Roberto Placido, premiato con oltre 11.000 preferenze nel disastro del centrosinistra piemontese, mi pare chiaro che la posizione dei cosiddetti ecodem può soltanto considerarsi ipocrita. Ma come si fa a pensare che nel Parlamento più impotente della nostra storia repubblicana, dove una maggioranza trasversale larga come poche altre difende per le ragioni suddette il "misto for profit garantito" (dall'acqua all' energia, alle grandi opere) possa avere qualsiasi speranza di passare una riforma che non garantisca al 100% i saccheggiatori del bene comune? Proprio questa osservazione ha convinto l' intero arco di forze del "Forum Acqua Pubblica" ed il "Comitato Rodotà sì acqua pubblica" a convergere convintamente sulla soluzione referendaria. Realisticamente, infatti, tanto la legge di iniziativa popolare sull'acqua voluta dal Forum, quanto il progetto di legge delega sui beni pubblici della Commissione Rodotà non avrebbero forza politica sufficiente in questo Parlamento se non sostenuti da un imponente movimento di massa quale quello che potrebbe essere innescato dal referendum. A maggior ragione il referendum convince tutti quanti hanno a cuore il vero interesse pubblico (non quello delle élites di partito), per il fatto che i tre quesiti che abbiamo elaborato, attaccando direttamente il modello di gestione mista "for profit garantito", pongono serie premesse teoriche per un nuovissimo modello di governo ecologico e democratico dei beni comuni, ispirato all'art. 43 della Costituzione, che finalmente inverta la rotta neoliberista.
E veniamo a Di Pietro. Ero presente con i compagni del Forum all'incontro con l'Idv (Di Pietro, De Magistris, Brutti) del 12 marzo scorso e. pur nello sconforto generale per un clima davvero povero dal punto di vista democratico, ero rimasto favorevolmente colpito per il fatto che Di Pietro avesse detto espressamente di voler far propri i nostri tre referendum. Su premesse comuni culturalmente e politicamente così nette e avanzate, avevo ragionato, si troverà certamente un'intesa di metodo. Mi ero sbagliato. Credo ora semplicemente che Di Pietro, fatti due conti, si sia reso conto di essere ormai parte di quell'élite politica il cui interesse privato, come quello di tutto il fronte partitocratico antireferendario, è ben servito dal "misto for profit garantito". Come dicono i resistenti della Val Susa: sarà dura!
Ascolto il prefetto dell'Aquila che esorta a non contrapporre «due curve: una che dice tutto va bene e l'altra che dice tutto va male». E’ già un passo avanti rispetto alle trombe suonate a tutto spiano da Berlusconi & Bertolaso a sostegno dell'intervento più straordinario mai realizzato in una zona terremotata a livello planetario. Nell'organizzazione dei soccorsi mi sembra obiettivo osservare che la Protezione civile - grazie anche ai Vigili del Fuoco, di cui non si parla quasi mai, e dei volontari - ha operato con efficacia e solerzia. Qui mi fermo. Sul piano, infatti, dei ricoveri e ancor più dei recuperi e dei restauri, o si sono ripetuti vecchi errori, o si sono volute attuare misure «nuove» che peseranno per decenni sui centri storici, sul loro territorio e paesaggio, a partire dall'Aquila. Chi dice queste cose viene accusato dal potente Guido Bertolaso di «buttarla in politica». E l'arcivescovo dell'Aquila, Giuseppe Molinari, vede nel «popolo delle carriole» chi «vuol creare dal punto di vista politico un gruppo che abbia autorità nella ricostruzione». Berlusconi aveva progettato un suo «sogno» mediatico: l'Abruzzo come spettacolare parata governativa, nazionale e internazionale. A lungo gliel'ha consentito la rassegnazione delle popolazioni locali tramortite dalla sciagura e, ancor più, il silenzio connivente di gran parte dei media nazionali.
Lo stesso Pd doveva costituire all'Aquila un suo presidio «nazionale», come ha fatto ora l'Unità. Alla base c'è stato però il solito vizio di Berlusconi, il suo «ghe pensi mi». Di qui la scissione, in due tempi, dei soccorsi/ricoveri e della ricostruzione. Mai avvenuta prima d'ora. Con tutto il denaro, o quasi, concentrato nei MAP e soprattutto nelle cosiddette «new town», alla fine ghetti costati come case di lusso o hotel a 5 stelle. Una mentalità che ha scompaginato, agli inizi, le già disperse comunità locali e che continua a confondere la Chiesa stessa, qui assai meno protagonista, in positivo, dei vescovi friulani o umbro-marchigiani.
La logica del duo di comando ha infatti esaltato il ruolo della Protezione Civile e tagliato fuori il Ministero per i Beni Culturali e le Soprintendenze. Un rovesciamento rivelatosi disastroso. Giuseppe Basile, gran coordinatore dei restauri ad Assisi, si è presentato, fresco di pensione e di assicurazione privata, ma è stato rimandato a casa. Come gli «Amici di Cesare Brandi». Come l'esperto di organi antichi abruzzesi M° Armando Carideo. Mentre le squadre dei volontari, prive del solito esperto del MiBAC, agivano senza guida tecnica. E non si rispondeva nemmeno alle offerte di disponibilità di Dipartimenti universitari specializzati dell'Aquila e di Roma. In Umbria e Marche le operazioni di soccorso erano state accompagnate dal rapido ricovero delle opere d'arte e delle suppellettili in magazzini attrezzati, o dalla «velinatura» degli affreschi, a differenza di quelli della Cappella Branconio a San Silvestro, ancora scoperti dopo 5 mesi. Berlusconi aveva lanciato «l'adozione» di un monumento da parte dei Paesi più ricchi. Semifallita. Dalla logica sbagliata dei due tempi nasce l’anno perduto per i centri storici, Aquila in testa. La «butto in politica»: le pietre di Venzone avevano cominciato subito a numerarle, mentre qui le macerie sono state selezionate da poco o per niente. E adesso Bertolaso denuncia: «Non ci sono progetti per ricostruire».
Ma che dice Roberto Cecchi, già direttore per i beni architettonici ed ora segretario generale del Ministero? A dicembre affermava: 1) «La nostra Direzione generale non ha avuto nessun ruolo nella questione dell'Aquila»; 2) «non credo che il tema sia la ricostruzione, ma la prevenzione» (?); 3) «il Duomo di Venzone è solo una cartolina e il restauro viene evocato come possibilità di tornare taumaturgicamente indietro». Insomma, sta a vedere che la colpa è degli aquilani, degli abruzzesi, dei loro sindaci e di chi, coi badili e con le carriole, «la butta in politica».
Dieci anni per ricostruire la città (con ventimila palazzi gravemente lesionati). Cinquantaduemila aquilani ancora senza la loro casa e "a carico dello Stato". E che rimarranno a lungo in questa condizione. I primi cantieri (4.500) autorizzati da mesi, ma fermi per problemi burocratici. Ma anche diciannove new town costruite dal governo a tempo di record, in appena sei mesi. È questa la foto dell´Aquila, un anno dopo il terremoto.
Nessun colpevole, invece, per i morti di Onna, Paganica, San Demetrio, San Gregorio, Castelnuovo, Poggio Picenze, Villa Sant´Angelo e per quelli del centro storico dell´Aquila: 150 inchieste giudiziarie su 184 - avviate pochi giorni dopo la tragedia dalla Procura della Repubblica dell´Aquila - saranno archiviate. I magistrati chiederanno il processo solo per 30 palazzi (costruiti dopo gli anni 60, quando sono entrate in vigore le norme antisismiche), dove gli inquirenti hanno riscontrato «cemento annacquato e violazione di tutte le nome antisismiche». Niente da fare per gli altri 150 crolli-killer: non si può processare nessuno. La legge non lo prevede.
Gli sfollati tra alberghi e tende
Dopo il sisma del 6 aprile, di magnitudo 5,9 della scala Richter (con 308 vittime e 1600 feriti) 67.459 sono stati da subito assistiti dalla Protezione civile: 35.690 sistemati in 200 tendopoli; 31.769 in hotel o case private. Nel giro di pochi giorni all´Aquila sono arrivati 17mila volontari. Ora - un anno dopo - sono 4.300 le persone ancora negli alberghi (sulla costa o L´Aquila), più altre 622 negli appartamenti presso la caserma della Guardia di Finanza di Coppito. Per tutti gli altri la Protezione Civile è riuscita a ottenere un tetto (19 mila aquilani sono stati sistemati nelle case realizzate dal governo). Le tendopoli sono state chiuse a dicembre. Tempi record anche per le scuole distrutte dal sisma: ne sono state tirate su e riaperte 32.
Ricostruzione: cantieri al palo
Dopo 80mila sopralluoghi tra i palazzi (effettuati da 5mila tecnici, per un totale di 73.521 verifiche su edifici pubblici e privati), le strutture totalmente inagibili sono risultate il 32% di quelle private, il 2% di quelle pubbliche e ben il 53% di quelle che rientrano nel patrimonio culturale. Più della metà degli edifici privati e pubblici sono risultati invece agibili. Ad oggi però su 4.500 cantieri autorizzati, appena 100 hanno dato il via ai lavori.
Le macerie ancora per le strade
Tre milioni e mezzo di metri cubi di macerie sono ancora per le strade del centro storico, e bloccano la ricostruzione. I comitati cittadini (poi diventati il "popolo delle carriole") per cinque domeniche consecutive hanno occupato le vie del centro, e rimosso le macerie a mano. Una protesta che ha costretto il governo a sbloccare la vicenda, coinvolgendo l´esercito. «Entro quindi giorni - ha assicurato pochi giorni fa il nuovo commissario delegato alla ricostruzione, il governatore della Regione Abruzzo Gianni Chiodi (che ha preso il posto di Bertolaso) - tutti i detriti saranno rimossi».
Crolli senza colpevoli
Per sapere la verità giudiziaria si dovranno attendere, invece, solo pochi mesi. Infatti, sulle 184 indagini portate avanti in Procura da un solo magistrato (Fabio Picuti) e dal procuratore capo Alfredo Rossini, solo 30 arriveranno probabilmente a processo. O almeno questa è l´intenzione degli inquirenti. I morti nei paesini del circondario, e nel centro storico dell´Aquila, rimarranno senza colpevoli, per la giustizia penale. Le costruzioni in questione ricadono in un´epoca storica nella quale non c’erano ancora norme antisimiche.
Un filone d’indagine che promette clamorosi sviluppi, riguarda invece la tragedia inutilmente annunciata da quattrocento scosse violente (nei quattro mesi prima del sisma), senza nessuna opera di prevenzione da parte dello Stato. Un´indagine che vede nel mirino la Protezione Civile su cui pende un dossier della Polizia con l’accusa di omicidio colposo (come scritto da Repubblica domenica).
Beni artistici: il tesoro distrutto
Sono 4.950 le opere d´arte salvate e messe in sicurezza in chiese e palazzi gravemente danneggiati dal sisma. Statue, dipinti, sculture, oggetti sacri e liturgici sono stati recuperati tra le macerie dai vigili del fuoco, delle soprintendenze, delle forze dell´ordine e dei 350 volontari di Legambiente. Il Fai ha avviato la ristrutturazione della Fontana delle 99 Cannelle, simbolo della città. Manca ancora all´appello la maggior parte dei finanziamenti promessi per i restauri dai Grandi della terra in occasione del G8.
Da dove cominciamo, Nadia Urbinati, a parlare del risultato elettorale e dello stato della sinistra in Italia? Dal Partito democratico? Dal cantiere dei lavori fatti e da fare, dall'analisi degli errori e dalle fondamenta di una nuova proposta? Cominciamo dal successo di Vendola, da Grillo?
«Cominciamo dall'Emilia».
Risponde così Nadia Urbinati: c'è bisogno di una discussione larga, ampia, franca e senza paura. Un dibattito come quello che si è sviluppato in questi giorni anche sulle colonne del nostro giornale e soprattutto nel web, migliaia di lettori ci hanno scritto per raccontarci quel che vedono, quel che sperano, quello in cui credono e in cui non credono più. Apriamo davvero il cantiere delle idee, dice la docente della Columbia, appassionata studiosa di politica. Però facciamolo a partire dalla realtà: lasciamo che l'insegnamento ci venga dai fatti.
Dunque l'Emilia, dove da poco è tornata a vivere. «Perchè in queste settimane, da quando sono rientrata in Italia, ho visto nei miei paesi qualcosa che non avevo visto mai. L'Emilia sarà la prossima regione a diventare leghista se non ci sarà un cambio radicale e profondo. In larga parte lo è già. Vedo i militanti della Lega girare per le piazze dei paesi con le roulotte e i camioncini, fermarsi a fare comizi di fronte a sei persone. Senza telecamere, senza microfoni. Senza media al seguito. Li sento scandire parole d'ordine semplici che fanno presa. Vedo le persone a me vicine cambiare. L'Emilia oggi è la frontiera più avanzata, o più arretrata. È Little Big Horne. La Lega ha capito molto bene che è questa la sfida più grande. La rivincita. Il vecchio desiderio democristiano. Quel che non si è tinto di bianco oggi si sta tingendo di verde. I leghisti hanno la capacità di farlo. Hanno militanti che credono, non che dubitano e discutono. Fanno turni, lavorano in modo sistematico, casa per casa. Il modello americano è questo: casa per casa. Non bastano le cene elettorali, quelle sono ad un altro livello. Nelle piazze dell'Emilia profonda il Pd non c'è. A Ferrara ho visto le navette che portano al centro commerciale. Nei paesi sono tutti chiusi dentro le case, con le loro parabole per vedere la tv. E' il Midwest: è qui che si vince o si perde».
«A partire dal linguaggio, sì. Ma dietro il linguaggio ci deve essere un ordine del discorso. Devi prima sapere cosa vuoi poi dire cosa pensi. Farlo in modo chiaro. Parole semplici e narrativa ricca. A Carpi, a Sassuolo. C'è la crisi della ceramica. Ha la sinistra una politica di riconversione industriale da proporre? Le donne della Omsa, senza lavoro perchè la manodopera all'estero costa meno. La risposta non può essere la cassa integrazione per mesi, per anni. Ci vuole un progetto. Quegli impianti devono restare qui, qualcuno sa dire come? La Lega dice che i neri - gli stranieri - portano via il lavoro. In queste zone è un'affermazione che somiglia alla realtà. Quando il lavoro non c'è la competizione è fra chi resta escluso e chi entra in assenza di regole. Sappiamo dare una risposta?»
«A Modena - continua Nadia Urbinati - ho visto favolose piste ciclabili. Non basta. Ho visto nascere come funghi grandi centri commerciali fatti per dare ossigeno alle coop edili. Hai dato lavoro per qualche tempo agli edili, ma hai finito per portare la gente nei luoghi del berlusconismo. Dentro casa davanti alla tv durante la settimana, al centro commerciale nel week end. L'integrazione con le comunità immigrate non è avvenuta. Ciascuno vive nel proprio ghetto. I bambini vanno insieme a scuola, e cosa fanno dopo? Niente che li porti in un futuro diverso dal passato: rientrano nelle loro comunità di origine, gli adulti si chiudono e si difendono gli uni dagli altri. Sta nascendo un'altra società e la sinistra non ne è consapevole, non sembra esserlo, se lo è è impotente».
«Proviamo in Emilia a ricostruire le sezioni di partito. Non i circoli che si riuniscono una volta al mese, per il resto deserti, nel migliore dei casi i militanti si parlano sul web. È la presenza sul territorio che manca, i giovani hanno bisogno di fare qualcosa, lo chiedono: domandano cosa possiamo fare, dove possiamo andare? Non c'è un luogo. Alle feste dell'Unità la maggioranza è fatta di anziani. È a questo livello che bisogna ricostruire a partire dai nostri principi, i nostri valori: il buon governo, la legge uguale per tutti, la Costituzione, la crescita di una comunità solidale».
«Il Pd è nato distruggendo i partiti alla sua sinistra. Una parte della sinistra non si riconosce in quel partito, né può farlo. Ma il modello arcipelago è fondamentale. Se non ti federi con i partiti a te vicini quelli se ne vanno. Gli elettori con loro. La scelta strutturale di guardare al centro ha conseguenze visibili. Gli elettori che non si riconoscono in questo Pd guardano a Di Pietro, poi a Grillo. Oppure si astengono. È una catena di delusioni progressive. Poi, certo, se guardo ai risultati dei partiti alla sinistra del Pd osservo che l'utopia è parte della politica, e la protesta è necessaria. Serve se è finalizzata a un risultato, se no può diventare dannosa per tutti. Si può stare vicini senza essere identici. Bisogna ascoltare chi protesta, provare a comprendere e non snobbare. Lo stimolo critico deve essere espresso, ce n'è bisogno. Nader ha determinato la sconfitta di Gore, ma è stato perché la politica di Gore non era abbastanza convincente».
«Il grande problema è avere una classe dirigente solo istituzionale, parlamentare. Sarebbe una buona cosa che il leader dello schieramento non fosse un uomo delle istituzioni. Chi è nella condizione di difendere la sua posizione non è fino in fondo libero. Vivere di politica significa che non si può vivere per la politica. È Weber. Ci vogliono personalità libere di progettare un disegno comune fuori dagli schemi delle convenienze e delle appartenenze. Sarà chi saprà trovare un minimo comune denominatore alle forze della sinistra colui che saprà renderla forte abbastanza da consentirle di governare il Paese».
«Sì, c'è anche una questione di leadership. Dobbiamo consentire di far crescere un'altra generazione, non usarla solo come simbolo senza dargli potere. Se no è il rapporto che c'è tra genitori e figli: i genitori hanno la borsa, tengono i cordoni. I figli hanno bisogno del loro conto in banca. Non hanno lavoro, non hanno autonomia, non hanno peso».
«Berlusconi occuperà anche il web. Ha grande istinto, è capace di arrivare alla gente. Per il Pd il web è burocrazia, un lavoro come il resto. Non rispondono. Io lo uso a volte. Non mi rispondono. Non vedono, non capiscono. Obama ha vinto le elezioni grazie alla rete. Un dollaro a testa, in milioni e milioni lo hanno finanziato. Qui vai a cene elettorali dove paghi cento euro e il leader non viene. Certo bisogna fare le due cose: ma farle bene, entrambe».
«Infine direi solo: bisogna andare a riprendere le persone e tirarle fuori da casa, dar loro qualcosa di più interessante della tv. Berlusconi ha costruito il suo potere isolando gli italiani davanti alle sue tv. Ma la Lega non ha tv, usa il modello del Pci di antica memoria. Uno stile premoderno, il camioncino e il megafono, bussano e ti compilano i moduli, ti aiutano a risolvere i problemi minimi che per le persone sono fondamentali. Noi non facciamo né l'uno né l'altro. Vogliamo cominciare a parlarne?».
Nota: sulla corrispondenza fra città dispersa e formazione/sviluppo della destra politica più radicale, si veda anche da Carta " Un'arida metropoli bianca" (f.b.)
Dunque il Piemonte è stato annesso al lombardo-veneto. Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità d'Italia ha rovesciato il segno simbolico del proprio ruolo storico, come se la Seconda Guerra d'indipendenza fosse stata perduta. Come se a Solferino e San Martino avessero vinto gli altri. E infatti, appena finito di contare i voti, Zaia e Cota, all'unisono, si affrettano a proclamare la propria alleanza col Papa Re dall'accento asburgico, passando sul corpo delle donne e sul testo di una legge della Repubblica.
Non c'è dubbio che è questo il dato centrale delle elezioni. Il fatto che, con buona pace di Pier Luigi Bersani, dà per intero la misura della sconfitta del centro-sinistra: la "caduta" del Piemonte. Perché con essa la Lega, occupando con uomini propri tanto il Nord est che il Nord-ovest e aumentando il proprio già forte peso in Lombardia, unifica sotto le proprie bandiere pressoché tutto il Nord. "Governa", di fatto, la Padania. Può dire - e di fatto così è - di non aver guadagnato solo due amministrazioni regionali della Repubblica, ma di aver conquistato "un regno": il più "pesante" della penisola. D'ora in poi la geografia politica italiana non sarà più la stessa.
Il secondo fatto cruciale per leggere quanto è accaduto, è che Berlusconi non ha perso. E quindi, date le circostanze, ha stravinto. Più nulla, ma proprio nulla, di ciò che è e di ciò che fa, era sconosciuto. Tutti i suoi vizi, quelli privati come quelli pubblici, erano noti. Scritti nelle carte dei giudici e sulle prime pagine dei giornali. E tuttavia non solo non è crollato, come sarebbe stato naturale aspettarsi, ma ha finito per prevalere. Il suo "racconto" - sempre più narrazione di se stesso - ha continuato a rimanere il racconto prevalente. L'autentica "autobiografia della nazione". Ognuno di quei vizi e di quei fatti, sarebbe bastato da solo, in qualsiasi altro paese normale, a segnare la fine di qualsiasi uomo politico. Sicuramente di qualsiasi Capo di stato. Qui no. E ora, nel lavacro elettorale, quei vizi e quei fatti, diventano "norma" perché come si sa - come gli anni Venti e Trenta dell'altro secolo ci hanno insegnato - l'illegalità impunita e la perversione accettata a furor di popolo si trasformano in legittimazione. Non solo l'inaccettabile viene accettato, ma diviene forma del senso comune prevalente. E attributo della sovranità.
Certo - si dirà - Berlusconi ha portato a casa la pelle, ma ha perso il partito. Ed è così. Nella sua lotta per la sopravvivenza ha messo in campo solo ed esclusivamente la propria persona. Anzi: la propria faccia. Il suo Sé abnorme. Quello che ha chiesto - e purtroppo ha ottenuto - è un plebiscito su se stesso. Ma ha rivelato anche il vuoto politico che ha intorno a sé, tra le proprie mura. Molti - davvero tantissimi - servi; pochi, quasi nessun politico. Il Pdl, più che un partito, si è rivelato una corte, da una parte; e un coacervo di interessi e di spezzoni d'identità dall'altra. Alla prova del voto quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto diventare il partito egemonico della destra, è imploso miseramente.
Il Pdl ha rivelato la propria inconsistenza organizzativa (fino al limite dell'incapacità di realizzare le operazioni più banali per un partito come la presentazione della lista). E la propria inoperosità identitaria e politica, tanto viscosa da aver neutralizzato persino l'identità forte di quello che era rimasto finora un vero partito, cioè An.
Esattamente come il Pd, inerte nel gioco incrociato dei notabilati interni e delle trascorse storie personali e collettive, incapace di mobilitare passioni e di nobilitare interessi. Soprattutto esangue, privo di una propria corporeità sociale, di un proprio popolo, di una propria gente in nome della quale parlare e dalla quale essere riconosciuto. Prigioniero dell'era del vuoto che con la propria genesi ha inaugurato.
Ed è questo il terzo dato qualificante: il fallimento dell'operazione avviata nell'estate-autunno del 2007, con il proclama del predellino, da una parte, e con la kermesse mediatico-plebiscitaria veltroniana in preparazione delle primarie del non ancor nato Pd, dall'altra. Essa aveva, esplicitamente, l'obiettivo di ridisegnare l'architettura del sistema politico e istituzionale italiano intorno alla centralità di un bipolarismo ad alta vocazione egemonica. Di superare l'impasse in cui si era arenata la cosiddetta seconda Repubblica con una radicale semplificazione del sistema dei partiti intorno al doppio polo Pdl-Pd. Due entità - è bene ricordarlo -, che si auto-dichiaravano nuove, in corso di stampa si potrebbe dire. E che - nell'enfasi della retorica nuovista - si presentavano come un inedito. A quelle due incognite era affidato - in modo del tutto irresponsabile - il compito improbo di ritracciare in forma costituente il profilo del nostro assetto istituzionale, secondo la logica di una partita di poker in cui la posta era giocata "al buio".
Oggi sappiamo che quelle due entità che avrebbero dovuto diventare partiti, in realtà non sono mai arrivate. Che la produzione liofilizzata del Pdl e la fusione fredda del Pd si sono in qualche modo fermate a metà, lasciando in campo due ectoplasmi incerti sulla propria forma. Involucri dal contenuto eterogeneo, che non si è mai trasformato in amalgama: agglomerati di gruppi in esplicita competizione interna. E' significativo che siano molte, in un campo e nell'altro, le vittime del "fuoco amico", dal ministro Brunetta (disertato dai leghisti) alla governatrice Bresso (affondata più dai dissidi interni che dai grillini valsusini)... Ma è ancor più rilevante il fatto che è proprio da Pdl e Pd, in forma bipartisan e simmetrica, che si sono riversati al di fuori del sistema politico i quasi tre milioni di voti che mancano all'appello: cosa ancora in qualche misura comprensibile per il Pdl, rispetto al quale almeno una parte di elettorato moderato può esser stato disgustato dagli eccessi del leader. Ma assai meno scontata per il Pd, che avrebbe dovuto capitalizzare l'impresentabilità del suo avversario, facendo il pieno al di là dei suoi meriti.
Se persino in questa circostanza il suo stesso elettorato l'ha, almeno in parte, abbandonato, deve essere stato davvero elevato il suo potenziale "repellente". L'effetto-delusione che esso ha alimentato: il senso di distacco, di auto-referenzialità, in qualche misura di arroganza e insieme di separatezza del suo ceto politico. La sua distanza dai territori e dalla gente che li abita. La sua incapacità di parlare un linguaggio condiviso, e di disegnare un orizzonte di valori credibili e comuni. Bersani che in diretta TV rivendica il merito di aver «invertito la tendenza», alludendo a una sorta di vittoria, mentre tutto il suo popolo, quello che l'ha votato, è piegato in due dalla sofferenza e dalla consapevolezza della sconfitta storica, è l'emblema dell'abisso scavato tra il ceto politico e il suo popolo. Dell'incapacità di parlare la stessa lingua e di condividere lo stesso universo di senso. Ci dice di una dirigenza di partito capace solo di guardare all'interno (e di guardarsi alle spalle), preoccupata più di parare i colpi degli avversari nel partito che di vedere ciò che avviene nel mondo esterno, simbolo vivente di un esodo, drammatico, della politica di sinistra dai luoghi della vita quotidiana.
Su questo terreno istituzionalmente liquefatto restano solo due corpi: il corpo solitario del Capo, sopravvissuto miracolosamente a se stesso e al "giudizio di dio" da lui stesso invocato; e il corpaccione collettivo della Lega, impastato di sangue e di suolo. Carisma da satrapo, e milizie territoriali da rude razza padana. Detteranno i modi e i tempi della transizione. E non sarà una passeggiata. Il triennio che ci aspetta non sarà segnato dalla lenta agonia del berlusconismo, nel quadro di una pacifica ri-normalizzazione. E men che meno - è quasi un'ovvietà - dal civile confronto sulle riforme. Tanto vale dirselo.
SE VOGLIAMO guardare al futuro dopo lo scossone elettorale le questioni sono due: il destino delle riforme e l´andamento dell´economia. Ma poiché entrambi questi temi sono condizionati dalla politica e dai rapporti di forza emersi dalle elezioni della scorsa settimana, i risultati del 29 marzo non possono essere archiviati come cosa nota.
Pesano sul futuro, sui comportamenti dei protagonisti e sugli umori della società. Perciò dobbiamo esaminarli con cura e al di fuori della propaganda di parte, rileggendo i numeri emersi dalle urne e cavandone un significato.
Comincerò dalla Lega, che politicamente è il partito vincitore. La sua vittoria politica è indubitabile: non governava nessuna Regione ed ora ne governa due; in Veneto ha largamente superato il Pdl; il Nord padano è saldamente guidato dal centrodestra e in particolare dalla Lega che può vantare anche una penetrazione inquietante in Emilia.
Alla vittoria politica non si è però accompagnata una vittoria elettorale in termini di cifre assolute. Gli elettori della Lega infatti sono stati due milioni e 750 mila; nelle europee erano stati due milioni e 900 mila; nelle politiche del 2008 ne aveva raccolti due milioni 847 mila. Il dato delle regionali del 2005 appartiene ad un´altra era geologica e non è dunque comparabile con quello attuale.
Roberto D´Alimonte sul 24 Ore del 31 marzo ha scorporato questi dati, regione per regione constatando che la Lega ha guadagnato voti in Veneto, in Emilia, in Toscana, nelle Marche, ma ne ha persi in Piemonte, in Lombardia e in Liguria.
Il risultato netto segna, rispetto alle europee, una perdita di 147 mila voti. Il risultato ci dice dunque che la Lega, in cifre assolute, non è affatto aumentata ma ha perso meno degli altri. Il suo peso politico è fortemente cresciuto ma il numero dei voti è più o meno quello che aveva negli scorsi due anni. Sfondamento dunque non c´è stato.
Lo stesso confronto esteso agli altri partiti dà i seguenti risultati in confronto con le europee: il Pdl ha perso due milioni e mezzo di voti, il Pd un milione, l´Idv 450 mila, l´Udc 360 mila.
Le percentuali registrano queste realtà, profondamente influenzate dalle astensioni nonché dalle dimensioni di ciascuno dei partiti sopra indicati, ma lo specchio più realistico ce lo fornisce il confronto globale con il corpo elettorale di tutti i cittadini che hanno diritto al voto.
Utilizzo le accurate elaborazioni di Luca Ricolfi che è un riconosciuto esperto in questa materia (La Stampa del primo aprile). Fatti 100 gli elettori con diritto di voto, il 30 per cento non ha votato, 12 hanno votato Lega e Idv, 29 hanno votato per i due partiti maggiori (Pdl e Pd) e i restanti 19 hanno votato per le decine di partiti e liste restanti. «Il principale partito di governo - conclude Ricolfi - è stato votato da un italiano su sette, mentre tre italiani su sette non ha partecipato al gioco».
Dal canto mio, sommando i voti del Pdl nelle tre Regioni del Nord, ottengo due milioni 384 mila voti e sommando quelli della Lega ne ottengo due milioni 292 mila. In Piemonte Lombardia e Veneto la Lega è complessivamente inferiore al Pdl di soli 152 mila voti. Di fatto nella Padania Bossi non ha superato Berlusconi ma l´ha raggiunto, conquistando due governatori su tre.
Questo è lo stato dei fatti: Non sono opinioni ma numeri. Lascio ai lettori di rifletterci su.
* * *
Si parla molto della presenza della Lega sul territorio. È cominciata la riscoperta del partito territoriale. Credo che sia una moda piuttosto che una realtà perché sul territorio ci sono tutti. Tutti gli elettori e tutti gli eletti di qualunque partito. C´è chi ci si muove bene e chi male, ma non è la presenza fisica che conta, bensì il modo e la qualità di quella presenza.
Distribuire volantini, attaccare manifesti e incollare francobolli sulle buste è una modalità necessaria ma se non c´è identità e chiarezza di scelte di indirizzo, la presenza sul territorio è perfettamente inutile.
La Lega governa nel Nord una moltitudine di Comuni, di fatto è ormai un partito di sindaci. Pare che siano bravi, giovani e capaci di amministrare.
Non hanno ideologia che comunque non gli servirebbe granché: non spetta a loro elaborare politiche generali. Pare anche che siano normalmente onesti.
Governano piccoli centri ma anche qualche grande città. Non grandissima. Ora hanno messo l´occhio su Milano e su Torino che saranno in palio l´anno prossimo.
La politica è affidata a Bossi e a Maroni che ha nel governo la carica di maggiore rilievo. La sintesi politica del programma leghista l´ha fatta Maroni pochi giorni fa in un´intervista a Sky 24: azzerare gli sbarchi degli immigrati clandestini, tolleranza zero per i medesimi ancora largamente presenti sul territorio, federalismo fiscale, Senato federale, sicurezza contro la micro-criminalità, lotta dura contro le mafie.
Di questi temi quello che può interessare il partito dei sindaci è la micro-criminalità e gli immigrati clandestini.
Ma anche la gestione dell´accoglienza per quanto riguarda gli immigrati regolari. Sembra però che quest´ultimo problema non sia molto popolare tra i sindaci leghisti, fatte salve alcune eccezioni sembra anzi che non li interessi affatto. Vedi Treviso.
Giulio Tremonti che ha partecipato a queste elezioni più come leghista che come esponente del governo e del Pdl, sintetizza questo programma con la triade Dio, Patria, Famiglia. La Famiglia (tradizionale) va a pennello con il tradizionalismo leghista. La Patria nazionale no, ma la piccola Patria locale e comunale senz´altro sì. Dio finora è stato un tema indifferente per i leghisti ma ora non lo è più. Il popolo leghista è formato da milioni di "indifferenti devoti" e i segnali non mancano. Il più recente e il più simbolico è stato quello dell´opposizione alla Ru486 lanciato da Cota e da Zaia e fortemente apprezzato dal Papa, dal cardinal Bertone segretario di Stato e da monsignor Fisichella, autorevole presule in ascesa a Roma.
Senza rientrare in una polemica che si è già fatta infinite volte su queste pagine, dico soltanto che la Chiesa in queste elezioni ha svolto la parte di una massa di spettatori che invade il campo da gioco mentre la partita è già in corso. Nelle gare sportive, quando fatti del genere si verificano, l´arbitro sospende la partita e squalifica il campo di gioco. Nel nostro caso il campo di gioco è lo spazio pubblico riservato alla Chiesa per propagandare liberamente le sue idee ma non per tirare sassi e petardi contro i giocatori. Questo ha invece fatto la Chiesa e questo comportamento avrebbe dovuto essere squalificato dalle autorità che rappresentano la laicità dello Stato. Ottenerlo da un governo come quello che ci sgoverna è impossibile, ma denunciarlo è necessario. Si somma alle infinite altre inadempienze e fa parte della sua necessità di legittimarsi di fronte alla Chiesa.
Anche la Lega desidera legittimarsi di fronte alla Chiesa; la pillola Ru486 è stata un segnale. Altri ne seguiranno, per farsi perdonare la mancata accoglienza e anzi la caccia all´immigrato. La Chiesa riprova quella condotta ma la perdona se vede segnali anti-abortisti.
Segnali che hanno il solo effetto di rimettere in voga l´aborto clandestino o, per chi ha soldi da spendere, l´aborto all´estero.
Questa politica sessuofobica è quanto di più lontano dalla predicazione evangelica. Quanto alla Lega, il motto tremontiano di Dio, piccola Patria e Famiglia rischia di trasformare le Regioni bagnate dal Po in una Vandea del ventunesimo secolo. Milano, Torino, Varese, Brescia, Bergamo, Padova, Ferrara, Mantova, insomma il Nord che conta, vorranno esser le capitali d´una Padania vandeana? Di un federalismo secessionista?
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Le riforme. Berlusconi. L´opposizione. La crescita economica. I cittadini di questo paese.
A Berlusconi importa poco del suo partito. È il partito che ha bisogno di lui, non lui che abbia bisogno del partito. Quanto alla Lega, il vincolo tra lui e Bossi è fortissimo. Berlusconi è intimamente leghista, Bossi tiene in vita lui e il governo e per questo servizio di inestimabile valore può chiedere ciò che vuole e lo avrà. Le bizze fanno parte del rito.
Quanto alle riforme, la decisione tra loro è stata già presa: procederanno di pari passo federalismo e giustizia, legale impedimento giudiziario e rimpasto ministeriale: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Bossi vuole che le opposizioni partecipino, anche Berlusconi lo vuole e infatti dopo la vittoria elettorale porge la mano con mitezza quasi cristiana. «Sinite parvulos» dove i pargoli sono il Pd, Casini e perfino Di Pietro.
L´invito è accompagnato da un avvertimento che non è nuovo: se non rispondete con amore faremo da soli. Chi conosce il personaggio sa che se non faranno da tappetino la maggioranza "farà quadrato". Intanto l´invito al tavolo c´è ed è insistito. Bondi sta già versificando poesie. Cicchitto fa boccuccia. Gasparri è pronto perfino a cantare, sebbene per questo ci sia Apicella e per le crostate il cuoco Michele.
Ma il primo problema è proprio il tavolo. Fin qui Bersani ha detto con apprezzabile coerenza: il tavolo no, il confronto si fa in Parlamento. La differenza è netta: al tavolo si dialoga su un pacchetto, nel confronto parlamentare si discute proposta per proposta e le proposte vengono da tutte e due le parti. Naturalmente esiste un nesso tra le varie proposte ma non un voto di scambio. Questa è la differenza non da poco.
Poi ci sono le priorità. Berlusconi e Bossi sono d´accordo sull´appaiare le loro priorità; federalismo e giustizia. Ma l´opposizione ha una sua priorità diversa: la crescita economica e il sostegno dei redditi più deboli.
Maroni, interrogato in proposito, ha risposto: questo tema riguarda Tremonti, io non ci metto bocca. La domanda allora è questa: la priorità dell´opposizione sarà accolta? Il tema dell´economia e del lavoro affiancherà federalismo e giustizia? Sarà concordato un calendario parlamentare che intrecci i tre temi mettendoli sullo stesso piano e con lo stesso passo? Berlusconi ha anche lui sollevato un tema economico: la riforma fiscale. Ma Tremonti ha già spiegato che si potrà fare nel 2013.
Temo che sia ottimista, Tremonti; nel 2013, cioè alla fine della legislatura, non saremo affatto fuori dalla crisi che toccherà il culmine non prima del 2012 e poi comincerà a diminuire molto lentamente. Da qui ad allora la disoccupazione aumenterà ancora, i consumi resteranno stagnanti, altrettanto le esportazioni, ci sarà una stretta nel credito e nella liquidità, i tassi di interesse aumenteranno. Queste sono le previsioni generali, senza ancora entrare nel merito né della riforma fiscale né del federalismo.
Allora la seconda domanda è questa: se i temi del lavoro e del sostegno dei redditi non saranno affiancati alle priorità della maggioranza che cosa farà l´opposizione?
L´opposizione dovrà presentare i suoi progetti sulla crescita economica, forniti di copertura finanziaria credibile. E dovrà confidare che il presidente della Camera li inserisca tra la priorità di calendario, ma questo dipende dalla conferenza dei capigruppo. La posizione di Fini sarà comunque importante ed anche quella di Bossi.
Ricordiamoci che nella associazione delle Regioni la presidenza probabilmente spetterà ancora all´opposizione e da quella sede il federalismo deve necessariamente passare.
Comunque le riforme che interessano la maggioranza parlamentare arriveranno alle Camere e qui dobbiamo entrare nel merito.
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Il presidenzialismo. Elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica? Le due ipotesi differiscono in modo radicale, perciò il Pdl e la Lega dovranno scegliere. L´elezione diretta del premier è incongrua. Dove è stata realizzata (Israele) ha dato pessima prova ed è stata rapidamente cancellata. Del resto il premier è il capo dell´esecutivo, cioè della pubblica amministrazione. A qualcuno deve rispondere del suo operato.
Il presidente della Repubblica è invece un organo di coordinamento. Per trasformare la carica in elettiva (non dal Parlamento ma direttamente da un voto popolare) dev´essere riformato l´intero sistema costituzionale e debbono essere rafforzati tutti gli organi di controllo. Non si può passare al presidenzialismo se prima o contemporaneamente non sono rafforzati gli organi di controllo e primo tra tutti il Parlamento e quindi cambiata la legge elettorale. Il potere degli apparati sull´elezione dei parlamentari va smantellato o fortemente indebolito. Il collegio uninominale potrebbe essere una soluzione, specie se scandito sul doppio turno. Non mancano altre soluzioni tecnicamente valide. Ma se il Parlamento non cessa di essere il pascolo degli apparati e soprattutto del governo, il presidenzialismo diventerebbe sistema autoritario, non contemplato e quindi escluso dalla Costituzione vigente. Tralascio gli altri temi che meritano un discorso a parte.
Il metro di giudizio, come abbiamo già detto più volte, è comunque lo Stato di diritto, i poteri costituzionali divisi e autonomi, nessuno di essi subordinato all´altro, indipendenti nella sfera delle proprie competenze. Se questo equilibrio venisse violato saremmo fuori dalla Costituzione.
Per concludere, una parola sul presidente Napolitano. Deve essere al di fuori delle parti perché questo è il suo ruolo. Deve applicare un filtro e un vaglio di costituzionalità ed anche di coerenza legislativa alle leggi e alla procedura di presentazione e di promulgazione.
Finché si atterrà a questi principi è perfettamente inutile e anzi dannoso tirarlo per la manica. Finora vi si è scrupolosamente attenuto e gliene va dato atto. Ove dovesse violarli, ciascun cittadino può avanzare critiche, rispettose anche se severe. Chi lo conosce sa che quelle violazioni non sono nel suo costume. Può fare errori.
Finora non ve ne è stata traccia. Il decreto cosiddetto "salva liste" non salvò un bel niente di fronte a irregolarità dimostrate da otto sentenze. Quindi non impedì nulla che non dovesse essere impedito.
Se ci fosse un attentato alla Costituzione per effetto di un colpo di forza del governo, il Presidente farà il dover suo e spetterà agli italiani di decidere la questione con il previsto referendum.
«Volete voi la dittatura d´un uomo o la libertà?». Può darsi che il dominio dei «media» ponga il tema in modo surrettiziamente diverso, ma sarà questa la sostanza della questione e gli italiani sceglieranno.
Prima i ragazzi si ritrovavano lungo la scalinata di S. Bernardino, sedevano a gruppetti, sguardi, qualche parola, gli amici, le amiche, lo struscio fino al Corso Vittorio e a piazza Duomo e al ritorno ancora la scalinata, monumentale, di pietra bianca, stile barocco, custodita ai lati dalle edicole dei santi. Alle spalle la basilica, intorno le montagne e il Gran Sasso. I primi amori. Il posto più sicuro e più bello del mondo. Questo prima, prima del terremoto.
Oggi i ragazzi si ritrovano al bar del centro commerciale. «Ed è molto triste, loro, i ragazzi, stanno diventando tristi...» dice il sindaco Cialente guardando la dolce discesa della scalinata ora piena di erbacce, detriti, le edicole ingabbiate nel legno e nel ferro. S.Bernardino è uno dei luoghi che fanno l’anima dell’Aquila, da generazioni testimone silenzioso di amori e passioni, delusioni e pezzi importanti di vita. «L’Aquila non ha più i suoi luoghi. Prima uscivi e non ti sentivi mai solo. Adesso passiamo la giornata in macchina. Come se voi a Roma la passaste sul raccordo anulare...».
L’Aquila oggi, un anno dopo, è ancora un non-luogo dove ti incontri e non chiedi come stai ma «tu cosa sei? A, B, C...», la classifica del danno delle abitazioni. Se sei E, che significa casa distrutta, sei in quello che il sindaco chiama «tunnel esistenziale». Da cui è difficile uscire. Aumenta l’uso degli psicofarmaci all’Aquila e nel cratere terremotato. Se ricostruire vuol dire anche ritrovare i luoghi dell’anima, quelli dove ti riconosci e ti senti a casa per sempre, la ricostruzione dell’Aquila può ripartire anche da questa scalinata. Riconsegnarla ai giovani. E al futuro. Riprendersi il passato. È urgente. Come, forse più, di tutto il resto.
Per la scalinata dei primi amori, dei sogni e dei progetti servono con urgenza centomila euro. «Non li ho» dice il sindaco, «mi devo inventare qualcosa. Lo devo ai ragazzi di questa città».
«Riprendiamoci l’Aquila» è scritto sul tendone bianco montato in piazza Duomo diventato la bandiera e il fortino della riconquista del centro storico proibito. Gli aquilani ci lasciano carriole e secchi, pensieri, idee, rabbia, progetti. È un luogo. Una stanza tutta per loro.
Un piano in nove mosse. È questo che ha in mente il sindaco e che il Capo della struttura di missione Gaetano Fontana ha spiegato in un libretto di 32 pagine intitolato: «Primo programma di intervento sperimentale con fattibilità a breve termine». Riguarda il centro storico dell’Aquila, 170 ettari ancora pieni di macerie, alberi sradicati e materassi marci. «Il sisma dell’Aquila è stato un evento oltre che drammatico anche molto complesso» dice il prefetto Franco Gabrielli. «Se escludiamo i quartieri fuori dalle mura, solo il centro storico è in assoluto il più grande d’Italia rispetto al numero di edifici vincolati». Non ci sono precedenti, nè con il Friuli nè con l’Umbria. Solo se si ha chiaro questo, si può capire perchè è così difficile ricominciare. Il Primo programma di intervento ha individuato sei aree, sei spicchi della zona rossa «più facilmente aggredibili». Dicono proprio così: aggredibili, come se il centro storico fosse diventato un nemico da combattere. Da aggredire, appunto. Andando in senso orario, partendo da ovest: zona Banca d’Italia-Belvedere; zona Lauretana; Santa Maria di Farfa; Porta Napoli est e Porta Napoli ovest.
Sulle mappe i confini sono già perimetrati. Si tratta di aree dove le case hanno in genere danni lievi (B-C, poche E), dove è possibile garantire l’allaccio di acqua, gas e luce e raggiungibili sia a piedi che con i mezzi. Luoghi dove è possibile riportare la vita e le persone. Quando? «Dal momento in cui si comincia servono tra i 60 e i 90 giorni». Ci sono anche i soldi, 2 miliardi e duecento milioni, gli unici stanziati finora. «Lo dico dal primo giorno, serve la tassa di scopo altrimenti i progetti sono solo parole» taglia corto Cialente.
Piano in nove mosse, si diceva. Le ultime tre riguardano altrettanti luoghi simbolo della città: piazza Duomo solo in parte recuperata; piazza Palazzo, dove era la sede del comune; piazza Repubblica, quella delle prefettura sulle cui macerie sono stati fotografati i grandi del mondo e relative first ladies. I simboli del potere religioso, civico e statale. Ma il sindaco vuole prima di tutto la gradinata di San Bernardino. Lo deve ai giovani. E al futuro di tutti.
Si vedano i video sul sito dell'Unità
Perfino il vigilante, all’ingresso, è cortese, di simpatia, e non s’atteggia a mastino del fortino. Prima dice che di notte, i rom, che abitano attorno nelle sconfinate fabbriche dismesse, la Maserati e l’Innocenti ormai scheletri di edera e ruggine, provano a intrufolarsi. Cercano pezzi di ferramenta, vetri, bancali per le baracchine. Poi, il vigilante, apre una cartelletta, tira fuori il primo foglio, «questo signore è un perito meccanico, di lunga esperienza, si è presentato qualche giorno fa. Anche lui ha perso il lavoro. È l’ultimo della lista».
Un altro curriculum, alla Innse. Ci sono state tre assunzioni, poi ci sono due ragazzi a tempo determinato.
Con due tonalità di grigio e una di giallo, è stato ridipinto l’interno dello stabilimento. Alcune macchine sono state ristrutturate, altre sono tornate in funzione. Max Merlo, uno dei quattro che salì sulla gru, dice: «Schiavi salariati eravamo, schiavi salariati siamo». Il padrone tale resta, ma se non sarà mai amico qui, forse, è un po’ meno nemico. Attilio Camozzi, il bresciano che ha rilevato la Innse, ha investito, ha in mente progetti (un impianto fotovoltaico sull’antico tetto dello stabilimento, maestoso, d’inizio secolo), ha preso commesse (dall’Ansaldo, daranno lavoro per settimane), e aspetta fine mese. A fine mese dovrebbe decidersi il futuro dell’area, che rimane di proprietà della società immobiliare Aedes. Qui gli interessi erano altri: edificare palazzi e servizi, e del resto il vicino nuovo quartiere di Rubattino è in crescita, si riempie di giovani coppie, spunta del nuovo verde, giardinetti, peccato per la vista-tangenziale e il centro lontanissimo.
«Non parliamo del futuro», invita il sciur Camozzi, gli piace il basso profilo, niente parole, solo lavoro. In giro si dice che l’Aedes non dovrebbe piantare ostacoli, costruirà tutt’intorno tranne che sul terreno della Innse, e poi ci sarà comunque il parere del Comune, e perché mai dovrebbe opporsi alla conservazione di una realtà produttiva, che funziona, che assume?
Il direttore dello stabilimento, il dottor Pietroboni, uno appassionato, ci conduce in visita. I torni, gli enormi macchinari, questo l’hanno fabbricato in America, quest’altro i tedeschi, e poi ecco la sala degli utensili, i trapani, i cassetti con le varie frese, gli spogliatoi (nuovi), la mensa (nuova), le gru, e altri macchinari, che trattano pezzi lunghi anche venti metri e pesanti decine di tonnellate.
Sono una quarantina, gli operai, su due turni: una trentina sul primo, dalle 6.30 alle 14.30 e gli altri sul secondo, dalle 14.30 alle 22.30. «Vede», dice Pietroboni, «almeno 150 lavoratori possono starci tranquillamente. Ci arriveremo? Un attimo. Noi dobbiamo procedere per gradi».
Sbuffano due operai, dicono che «lavoriamo soprattutto la ghisa, non il ferro, e la ghisa mette in circolo una polverina bastarda che ammazza il respiro, la gola, i polmoni». Uno tossisce. Chiede: «A che sta pensando? Che è meglio la ghisa della disoccupazione?».
Fuori, nel piazzale, stanno lavorando una ventina di dipendenti di aziende esterne, che a vario titolo fanno ristrutturazioni della facciata, del tetto, delle vetrate, insomma restyling, in grande. Oltre il piazzale, dopo la casupola del vigilante, dopo il cancello, c’è la massicciata con quella scritta, «giù le mani dall’Innse», e la fermata «Rubattino» della linea 87, che poi ferma in via Pitteri, la via dei Martinitt, in via Rombon, monte di battaglie nella Prima guerra mondiale, e al capolinea di Cascina Gobba, con il suo angolo dell’Est Europa, era un mercatino abusivo e sgarruppato, con gli anni è diventato una cittadella con security e chiesetta.
Allarme per la Domus Aurea crolla la volta di una galleria
Carlo Alberto Bucci, Massimo Lugli – 31 marzo 2010
ROMA - Un rumore sordo, un boato che ha squassato i giardini di Colle Oppio. E una valanga di terra è venuta giù di schianto nella galleria numero 15 del complesso della Domus Aurea, la principesca dimora voluta da Nerone e sovrastata dalle Terme della damnatio memoriae dell' imperatore incendiario voluta da Traiano. Tragedia sfiorata alle 9,29 di ieri mattina, perché il giardino degli anni Venti piantato sopra i resti antichi è aperto al pubblico e frequentato da una folla eterogenea che va dai clochard alle mamme con i bambini. Non basta: la galleria crollata (fa notare l' Associazione nazionale archeologi) era adibita a deposito di marmi antichi schedati dagli esperti e a laboratorio per gli studenti della Sapienza. Un episodio inquietante, spia del fragile stato di salute di molti gioielli architettonici di Roma: dalla domus tiberiana sul Palatino, agli acquedotti Claudio e Felice, alle Mura Aureliane, che ieri hanno registrato un ennesimo distacco di mattoni all' altezza dell' Arco di via Nola.
L' allarme è lanciato dal Fondo ambiente italiano: «Il crollo alla Domus Aurea sottolinea il gravissimo problema di mancanza di risorse e di personale» dichiara la presidente Ilaria Borletti. «In Italia - ricorda - la cifra destinata dallo Stato ai Beni Culturali corrisponde appena allo 0.28% del bilancio statale». Per il restauro della galleria crollata, elemento delle fondamenta addossate dagli architetti di Traiano a ciò che restava della dimora di Nerone, si parla di una spesa di 800mila euro. Non si sa da quale fondo verranno prelevati. Forse dai due milioni messi da parte per la salvaguardia del primo lotto della "Casa dorata" vera e propria, quella con la sala ottagona e le altre principesche sale le cui volte sono imbevute dell' acqua piovana che i giardinetti non drenano.
Lavori urgentissimi, tanto che nel 2006, un anno dopo la chiusura al pubblico per pericolo crolli, fu nominato un commissario straordinario, Luciano Marchetti. «C' è pericolo di altri crolli, anche immediati. E per mettere tutto in sicurezza ci servono circa 10 milioni - spiega l' ingegnere - ma sei lavori non sono ancora partiti dipende anche dal fatto che il Comune non ci ha ancora consegnato le aree sovrastanti». Al Campidoglio spetta la cura dei giardini, allo Stato quella della Domus che sta di sotto. E su quel limite di terra inzuppata d' acqua va avanti da anni il palleggio delle responsabilità sullo stato di incuria di questa meraviglia dell' arte romana. Quello di ieri mattina è il più grave smottamento, negli ultimi cinquant' anni, all' interno del complesso, un sito archeologico ad altissimo rischio. «Il problema è la natura stessa del terreno, che, anno dopo anno, si impregna d' acqua con le piogge e aumenta la pressione sulle volte - spiega l' architetto della Soprintendenza Antonello Vodret, responsabile del monumento - anche le radici degli alberi possono avere un ruolo nel rendere le gallerie più instabili». Le volte della galleria crollata sono pavimentate a mattoni e, spesso, ricoperte d' intonaco ma non sono abbellite - come quelle di Nerone - da alcun fregio, decorazione o mosaico.
L' altezza da terra è di circa 11 metri. La galleria numero 15 si inoltra per circa 100 metri quadrati di cui una sessantina sono stati interessati dal crollo. «Lo squarcio nel fianco del complesso - rivela Vodret - sta immettendo nel cuore della Domus un vento caldo che altera il microclima e mette a repentaglio la già precaria salute degli affreschi». I vigili del fuoco hanno messo in sicurezza l' area e sbarrato l' accesso ai giardini soprastanti, molto frequentati anche dai turisti che fanno una pausa sulle panchine dopo la visita al Colosseo. «Collaboreremo con la massima sollecitudine» ha assicurato il sindaco Gianni Alemanno durante un sopralluogo: «Più risorse arriveranno, anche dagli sponsor, e più l' intervento sarà ampio». Sul posto è arrivato ieri anche il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi: «Sono preoccupato: abbiamo fondi ragguardevoli e questo episodio può indicare al governo che ci vuole un piano straordinario per salvaguardare il patrimonio storico del Paese - ha spiegato Bondi - soprattutto quello di Roma».
Domus Aurea, restauri in ritardo
Carlo Alberto Bucci – 31 marzo 2010
Al capezzale della Domus Aurea la ridda di dichiarazioni sui rimedi per questo grande malato dell' archeologia, ha cercato di attutire per tutto il giorno il tonfo che alle 9.29 di ieri ha mandato in polvere la volta di una delle gallerie traianee, seppellendo il sottostante deposito di antichità. Promesse di soldi, di interventi, di celerità nei lavori. Ma la questione centrale dei ritardi negli interventi di messa in sicurezza di ciò che resta della dimora di Nerone, e dei muri eretti da Traiano per farne la piattaforma delle sovrastanti Terme, rimane il palleggio delle competenze tra Stato e Campidoglio: il primo proprietario e responsabile dei resti; il secondo dei giardini messi come cappello sulla Domus durante il Ventennio. Da luglio scorso è pronto il progetto esecutivo per intervenire scoperchiando quei tre metri di terra che ricoprono ovunque i resti della dimora neroniana propriamente detta, chiusa al pubblico da quando nel dicembre del 2005 ci furono piccoli distacchi di intonaco dalle volte affrescate e imbevute ormai d' acqua piovana.
Ma il cantiere è ancora fermo. «I lavori non sono ancora partiti - ha dichiarato Luciano Marchetti, nel 2006 nominato dalla presidenza del Consiglio commissario straordinario per il monumento - a causa di qualche problema burocratico ma anche dal fatto che il Comune non ha ancora consegnato le aree sovrastanti, indispensabili al cantiere, poiché sulla Domus si deve intervenire dall' alto». Il progetto da mandare in gara prevedeva gli studi sulla salute dei muri, sul microclima ma soprattutto sulla ricca vegetazione che con le radici degli alberi minaccia le antiche vestigia. Ed ebbe il parere favorevole nel 2008 della giunta Veltroni. Il progetto esecutivo, prodotto dall' impresa vincitrice dell' appalto integrato, aspetta ancora l' ok del Campidoglio. Da ieri sera però, oltre alle transenne per tenere lontani i passanti dalla voragine - e dal pericolo «di nuovi crolli che potrebbero seguire anche nell' immediato», secondo l' opinione del commissario Marchetti e del neo soprintendente Giuseppe Proietti -, il Comune ha consegnato l' area, almeno quella del crollo. E i primi lavori possono partire.
In attesa che ci si decida a chiudere tutti i giardini al pubblico e a fare "lo scalpo" alla Domus. Sul colle Oppio ieri sono saliti il sindaco Alemanno, che ha promesso la ricerca «di uno sponsor»; l' assessore Croppi, che ha parlato del «bisogno di un monitoraggio costante»; il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che ha rievocato i «32 milioni stanziati per intervenire»; il sottosegretario Francesco Giro, portatore di «due milioni subito, la stessa cifra prevista per il primo lotto di restauri»; più economico invece il sovrintendente comunale Umberto Broccoli, che ha parlato di «circa 800mila euro per il restauro». L' archeologo del Campidoglio riconduce alla vetustà dei resti la causa del crollo: «Né allarme né gravità, sono monumenti di 1900 anni fa. Non è la Domus Aurea ma una galleria delle Terme di Traiano». Annuncia fondi straordinari «per l' indispensabile manutenzione», da parte di tutte le istituzioni. E l' impermeabilizzazione dei resti? «Non si può impermeabilizzare tutto il terreno di Colle Oppio - ha detto Broccoli - perché l' isolamento totale creerebbe nuovi problemi»
Da Villa Adriana a Pompei tutti i capolavori a rischio
Carlo Alberto Bucci - 1° aprile 2010
I trecento metri quadrati di terra zuppa d´acqua che martedì mattina hanno schiantato la volta della galleria traianea della Domus Aurea non sono l´unico peso insostenibile sulla schiena spezzata del patrimonio italiano. Una mappa dell´archeologia a rischio crolli evidenzia una situazione grave nella Roma dei palazzi imperiali e degli acquedotti, sull´Appia antica come a villa Adriana, a Pompei, a villa Jovine a Capri, a piazza Armerina in Sicilia, fino in Puglia.
«Quello che è successo ieri alle Terme di Traiano temo che possa succedere anche a Villa Adriana a Tivoli. Lì il pericolo è ancora maggiore» ha detto ieri il presidente del consiglio superiore dei Beni culturali Andrea Carandini presentando la mostra "Villa Adriana. Una storia mai finita". Più cauta la padrona di casa, la soprintendente del Lazio Marina Sapelli Ragni: «Rischi immediati di infiltrazioni non ce ne sono, però è vero che abbiamo muri alti anche 20 metri e che dobbiamo tenere sotto controllo la vegetazione rigogliosa. Attenzione e preoccupazione sono costanti». I fondi per la manutenzione ordinaria dei 30 edifici e degli 80 ettari sono una bazzecola: 900mila euro l´anno mentre prima del Giubileo del 2000 in quattro anni ebbero 44 miliardi di lire.
Il commissario per l´archeologia di Roma, Roberto Cecchi, ha lanciato il piano di "manutenzione programmata" che prevede interventi minimi e costanti, controllo capillare per evitare che si arrivi al restauro. E il commissario della Domus Aurea Luciano Marchetti ha scoperto ieri che i pozzetti di scolo dei giardini sopra la zona del crollo non erano stati mai svuotati: ma il verde di Colle Oppio spetta al Comune.
Racconta Beatrice Basile, che guida la Soprintendenza di Enna: «Alla villa romana del Casale a Piazza Armerina il degrado è stato fortissimo per anni e anni. Sarebbe bastato curare meglio i resti per evitare di spendere tanto nel restauro. Per la manutenzione di tutto l´Ennese avevamo 150mila euro l´anno. Fino al 2009. Ora? Nulla». Stessa cifra, «zero euro», avuta da Rita Cosentino, direttrice delle 1000 tombe etrusche di Cerveteri (40 le visitabili): «Le piogge hanno messo a rischio i tumuli in tufo. Abbiamo tenuto pulito il sito, ma grazie a dipendenti e volontari. Meno male che ora arrivano 250 mila euro di Arcus».
Già, Arcus. La società interministeriale è stata più munifica con le terme patavine di Montegrotto: 3,5 milioni negli ultimi anni per un piccolo, certo importante, sito non particolarmente a rischio. Ma lì a scavare c´è l´archeologa Elena Ghedini, sorella dell´avvocato del premier e membro del consiglio superiore Beni culturali. A Canosa gli ipogei ellenistici, come quello de Lagrasta o del Cerbero, hanno bisogno di cure continue. Ma per la manutenzione di tutta la Puglia la Soprintendenza archeologica guidata da Teresa Cinquantaquattro ha meno di 200mila euro. Quanto arriva a Canosa? «Poco o nulla». Ricchissima perché autonoma, ma con una marea di case, affreschi e templi da curare, è la Soprintendenza speciale di Pompei. Ieri il commissario Marcello Fiori ha presentato uno stanziamento di 39 milioni di euro. «Il 90 per cento andranno in restauri» assicura il direttore generale per l´Archeologia, Stefano De Caro. Che sottolinea: «A Ercolano abbiamo fatto scuola per la manutenzione. La programmazione è la nuova frontiera della tutela».
Domus Aurea: un crollo annunciato
Corrado Augias – 2 aprile 2010
Caro Augias, la Bbc, che ha quasi snobbato le vicende elettorali italiane, ha invece dedicato ampio spazio al crollo della Domus Aurea. Questo inestimabile patrimonio storico è stato esaltato in tutta la sua bellezza; seguiva una domanda implicita: come è stato possibile? Non sono un esperto ma scommetto che altri paesi farebbero carte false per avere un decimo della nostra ricchezza artistica.
Marco Lombardi lombardimarco77@libero.it
Caro Augias, che pensa di ciò che sta capitando al patrimonio archeologico? Non mi riferisco solo al crollo della galleria nella Domus Aurea per altro evitabile, ma a tutte le antichità classiche di Roma. L'anfiteatro Flavio, i Fori, le mura Aureliane, gli acquedotti... E il Palatino? Il cryptoportico Neroniano versa in condizioni indecenti. E la casa di Augusto? E quella di Livia?
Alessandro Cerioli Bellagio (CO) silla81@hotmail.it
Il problema segnalato è da un lato politico perché riguarda le iniziative, ma aggiungerei la premura e potrei dire l'ansia, che il ministro e il suo staff vorranno dedicare al patrimonio del Paese tra una riunione di partito e l'altra. Uguale rimprovero, tanto per pareggiare il messaggio, meritò il ministro Fabio Mussi quand'era alla Pubblica istruzione. Poi c'è l'aspetto tecnico e qui aiuta a capire la situazione una lettera del prof Salvatore Settis, archeologo e rettore della Normale di Pisa. Settis ricorda che alcuni anni fa il prof Giorgio Macchi, insigne strutturista, aveva previsto, in un documento presentato al Ministero, il crollo delle volte traianee, perché caricare tonnellate di terra sui resti della Domus, quando continua l'infiltrazione di acque resta la soluzione peggiore.
L'illusione di poter impermeabilizzare sotto metri di terra non può migliorare a lungo lo stato delle volte. Invece, pare che l'impresa abbia cominciato a scavare il giardino proprio a questo fine. Se poi si riverserà sulle volte un sovraccarico di terreno che, con i resti traianei, raggiungerà 7,3 tonnellate al metro quadrato, il risultato sarà un disastro epocale. Settis conclude così: «Macchi aveva invece suggerito, in modo (a mio avviso) molto appropriato, di togliere totalmente il giardino sovrastante e realizzare un accesso dall'alto, mostrando anche quanto trovato del secondo livello in scavi che poi vennero risepolti». Non ho commenti da fare salvo quello di segnalare la competenza del prof Settis a fronte di tante vacue pretese di 'valorizzazione commerciale' del nostro patrimonio.
Le maschere del Carroccio
Gad Lerner
La Lega di Umberto Bossi detiene un peso elettorale quasi identico al Front National di Jean-Marie Le Pen, che alle regionali francesi del 14 marzo scorso ha conseguito l´11,42% dei voti (2.223.800 elettori).
Ma Le Pen non può aspirare a nessuna alleanza con i gollisti di Sarkozy perché la distanza culturale fra loro viene considerata incolmabile. La Lega, invece, partecipa da anni in posizioni chiave al governo nazionale e ciò l´ha favorita nel conquistare la guida di due regioni importanti come il Veneto e il Piemonte. Tanto che oggi il leghismo è in grado di proporsi credibilmente come approdo e baricentro culturale della destra italiana post-berlusconiana, scommettendo sul fatto che per difendere il suo insediamento sociale essa resterà altra cosa dal Partito Popolare europeo. Bossi non indica traguardi d´eccellenza alla sua comunità. Conosce gli handicap che la rendono sempre meno competitiva nelle sfide globali. Offre dunque la semplicità del suo linguaggio come garanzia per chi cerca protezione visto che la concorrenza gli è poco propizia.
Dal successo di questa offerta nasce il mito del radicamento territoriale della Lega, magnificata come nuovo partito ideologico di massa, sul modello delle formazioni organizzate di mezzo secolo fa. Nulla di più falso. La militanza leghista è altra cosa dall´interclassismo democristiano e dalla vertenzialità comunista. Si manifesta nella predicazione capillare di "valori" e nell´indicazione di "nemici" molto più che nel riformismo locale.
Chiunque abbia seguito gli ultimi comizi di Umberto Bossi (affiancato negli appuntamenti più importanti da Giulio Tremonti, quasi che il ministro dell´Economia fosse ormai un dirigente della Lega e non del Pdl) se n´è reso conto. Sui palchi elettorali il senatur si concentra sul profilo identitario, esalta l´appartenenza a un popolo "sano": vagheggia di pedofilia come insidia estera; denuncia i pericoli della "famiglia trasversale" con allusioni gestuali agli omosessuali; proclama il sempre efficace "padroni a casa nostra"; rivendica di aver sbarrato il passo allo straniero. Altro che concretezza programmatica, altro che piattaforme di territorio. Bossi incanta la folla descrivendo una missione quasi religiosa della Lega, esasperandone la natura tradizionalista: forza antica, interprete di uno spirito conservatore antiliberale radicato da secoli nel cattolicesimo popolare che già visse come eventi minacciosi l´esportazione della Rivoluzione francese, il Risorgimento "massonico", la Resistenza egemonizzata dai comunisti.
Come un rabdomante, Bossi sintonizza la sua politica con questa energia sotterranea reazionaria. Confida di storicizzare il leghismo mettendolo in relazione con le vandee anti-bonapartiste, con l´opposizione cattolica allo Stato unitario nei suoi primi decenni di vita, col rifiuto a un tempo degli ogm e dei minareti. Non a caso l´esordio dei nuovi presidenti di Veneto e Piemonte, Luca Zaia e Roberto Cota, è un annuncio simbolico di carattere spirituale, non economico: il boicottaggio della pillola Ru486, legalizzata dallo Stato italiano ma osteggiata dalla Chiesa cattolica. E quindi additata come diavoleria moderna.
È opinione diffusa, anche nella comunità finanziaria, che i dirigenti leghisti siano dotati di notevoli virtù pragmatiche. Soprattutto viene apprezzato che non chiedano niente per sé, semmai per il partito, e mantengano gli impegni. Ciò è tipico dei movimenti fortemente ideologizzati, dove si apprende la dimestichezza nell´esercizio del potere dentro i ruoli istituzionali man mano conquistati. Più problematico sarebbe descrivere realizzazioni sociali o economiche tipicamente leghiste nei territori amministrati.
Prima di tutto viene dunque il partito. La sua struttura centralistica valorizza la gerarchia interna, esclude il dissenso e coltiva la fedeltà al leader carismatico. Requisiti che avvantaggiano i quadri leghisti nel confronto con gli alleati del Pdl sempre in lite fra loro. Ma questa divisa comune obbligatoria – se non è più la camicia verde, sia almeno la cravatta o il fazzoletto – ha una finalità "totalitaria" raffinata che va ben al di là della disciplina. Il popolo cui si rivolge il messaggio della Lega identifica da sempre il principio d´autorità con la tradizione. Aspira a un "noi" contrapposto all´élite, disprezzabile perché nell´élite non si distingue la cultura dal privilegio. Questo è il popolo che per contrasto apprezza la saggezza del leader autodidatta, meglio se un po´ rozzo; l´intraprendente che non ha studiato ma si è fatto da sé.
L’antropologa francese Lynda Dematteo ricostruisce, sotto un titolo che si presta a equivoci di snobismo sprezzante "L´idiotie en politique" (Cnrs éditions), questo capolavoro semantico di Bossi. Descrive come i dirigenti leghisti hanno saputo trasferire in politica le maschere della commedia dell´arte e del teatro dei burattini. Così mascherati, si sono atteggiati lungamente a finti sciocchi, come tali autorizzati a profferire verità altrimenti indicibili. La Dematteo cita per esempio il gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come "un dono di natura"; e sostiene che, al pari di Gioppino, pure i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità. Avete presente il ministro Calderoli con scure e lanciafiamme mentre dà fuoco agli scatoloni della burocrazia? Di nuovo è la commedia dell´arte a illuminarci: il finto sciocco gratifica il suo pubblico perché gli consente di riconoscere in lui la rivincita dell´umile sull´arrogante.
Non c’è comizio o dibattito televisivo in cui il leghista non ostenti ironico distacco nei confronti dell´avversario, descrivendolo come intellettuale lontano dai problemi del popolo, al quale viceversa lui appartiene. Il compiacimento mostrato nell´inciampo sintattico, nel dialettismo e nella battuta sessista servono a lanciare il messaggio decisivo: «Siamo come voi, difetti compresi, solo un po’ più coraggiosi».
Il tratto caricaturale e l’immediata riconoscibilità popolana del leghista godono oggi di un tale appeal, da richiamare imitatori perfino ai vertici dell’establishment. Venerdì 26 marzo al Teatro Nuovo di Torino, parlando dopo Bossi e Cota, l´erudito ministro professor Giulio Tremonti si è sentito in dovere di vantarsi: «Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro…». Solo un modo di dire, certo, ma esprime bene lo spirito dei tempi. L’"idiotismo politico" può essere adottato con maestria anche dai borghesi.
L’imponente travaso di voti dal Pdl alla Lega verificatosi alle regionali 2010 conferma che il fenomeno conservatore degli "atei devoti" – vogliosi di credere in Dio, patria e famiglia a prescindere dalla coerenza delle scelte di vita – ha dimensioni di massa ed è solo una presenza intellettuale. Nel profondo Nord il partito dei credenti nella Tradizione è destinato a durare più del partito personale di Berlusconi. Lo congloberà, probabilmente. Mentre già oggi la Lega gode della benevolenza dell´"Osservatore Romano" che gli attribuisce improbabili somiglianze organizzative con Democrazia cristiana e Partito comunista; e pazienza se su temi evangelicamente imbarazzanti come il rapporto con lo straniero Zaia e Cota entreranno magari in frizione con i vescovi locali.
Il problema semmai riguarda Gianfranco Fini, perché il leghismo che si offre come linguaggio esplicito e approdo organizzato alle incertezze del Pdl, confida di lasciare ben poco spazio alla nascita di una destra liberale in Italia. Qui da noi Le Pen rischia di mangiarsi Sarkozy, il viceversa pare impossibile.
All’origine dello tsunami
Giorgio Bocca
Perché la Lega ha vinto o, come dice il suo fondatore, ha travolto tutto come uno tsunami? La risposta potrebbe essere questa: ci sono milioni di italiani che ieri erano poveracci, ma che oggi devono difendere un benessere medio basso di massa.
La maggior parte vive nelle regioni ricche del Nord ed è in esse che si è aggregata in un partito organizzato e disciplinato come i vecchi partiti, con una direzione forte e un capo riconosciuto. Un partito molto differente da quello dei moderati berlusconiani e dei riformisti del partito democratico. Differente come? Nel 1993 scrissi su questo giornale un articolo intitolato «Forza barbari» che agli occhi della sinistra parve un tradimento, una resa ai vincitori delle elezioni in Lombardia. Per me era una presa d’atto che oggi dopo le regionali andrebbe ripetuta: la Lega rappresenta i desideri e le paure reali di milioni di italiani del Nord ma anche il numero crescente del resto d’Italia: interessi, egoismi e paure dichiarati apertamente. Né belli né eleganti agli occhi di altri italiani ma fortemente difesi e rivendicati, fuori da ogni ipocrisia. Un modo di fare politica che ha trovato vasti consensi in una stagione storica più ricca di incertezze e di dubbi che di punti sicuri di appoggio.
Quali sono gli interessi, gli egoismi, le paure che portano voti alla Lega? In primis la difesa di un benessere economico e civile ottenuto dai ceti emergenti negli anni in cui il Nord Italia è diventato una delle regione più ricche d’Europa, con la crescita di una piccola e media borghesia composta da operai polivalenti, coltivatori diretti, commercianti che non hanno più da perdere solo le loro catene come le precedenti generazioni ma case, automobili, conti in banca, mobili. I nuovi ceti che la borghesia delle professioni e del censo ha sempre disdegnato come incolta e grossolana. I leghisti non piacciono agli italiani dabbene, sono ignoranti, riesumano un localismo mediocre. Uno dei loro, l’onorevole Leoni, ha inaugurato l’amministrazione leghista a Varese con un discorso in dialetto: «Sciur president, culèga, el caciass ca’ ghem incoeu l’è quel detruva u accord». Come a uno spettacolo dei legnanesi filodrammatici dialettali.
Il loro leader invecchiando parla in modo incomprensibile. Non privo di un umorismo popolaresco ma zotico. «Mio figlio il delfino? Diciamo che è appena una trota», «De Mita? Brutto di giorno e di notte». E poi quali sproloqui sull’etnia lombarda e sulla civiltà dei celti che nessuno sa cosa sia stata e quegli appelli all’unione dei lombardi e il ciarpame folcloristico. Alberto Arbasino ha dedicato a questi critici della Lega un brano spassoso: «Questi che rifiutano l’abominevole culturame degli indigeni padani nelle loro deplorevoli fabbrichette dedite solo alla produzione bruta e non già a portar avanti il dibattito sul ruolo degli intellettuali e percepiscono un drammatico calo di valori culturali nel passaggio dal socialista Pillitteri al leghista Bossi». Una sottovalutazione snobistica in una città come Milano, dove la borghesia colta aveva perso negli ultimi venti anni le grandi occasioni per la modernizzazione.
Ma quali sono le ragioni e i meriti concreti per cui la Lega ha tenuto e ora celebra il suo tsunami, la sua clamorosa vittoria alle elezioni regionali? Una delle ragioni è di essere un partito compatto e disciplinato: Bossi dura da più di vent’anni, il suo primato è indiscutibile, quando Maroni tentò una sortita venne richiamato all’ordine e tornò fedelissimo. L’altra sono i segni di una identità, il colore verde esibito nelle cravatte e nei fazzoletti, la difesa degli interessi locali. Ecco perché i nuovi governatori del Piemonte e del Veneto sanno come esordire. Cota: «A me di Termini Imerese non importa niente, io penso al Lingotto e a Torino». Zaia: «Il ministero dell’Agricoltura? Lo lascio ai romani, io preferisco incontrare i contadini del Veneto».
Un altro valore della Lega è di essere un partito dove non si ruba e non si frequentano donnine facili. Insomma un partito moralista alla maniera piccolo borghese, magari ipocrita ma non sbracata o indecente. La Lega tiene e si allarga grazie al fallimento della politica o se si vuole della democrazia, grazie al cattivo spettacolo di una politica che è diventata un mercato di privilegi e di ricchezza dove il denaro sembra essere il valore se non unico prevalente. E quali sono infine i rischi e le debolezze della Lega? Essere il vero partito della destra italiana in un’Europa dove la destra riprende sempre di più i connotati del poujadismo e ancora prima del nazionalsocialismo. Una destra regionalista che ora riattacca con forza la canzone del federalismo fiscale variamente abbellito e edulcorato, ma che i leghisti e gli italiani colgono per quello che è: le province ricche sempre più ricche, quelle povere rassegnate al loro degrado.
Un giorno mi trovai su un aereo diretto a Berlino assieme al professor Gianfranco Miglio, lo scomparso teorico della Lega. Uscimmo dall’aeroporto e Miglio si fermò nel piazzale, respirò a lungo e profondamente l’aria un po’ elettrica della Prussia, poi mi guardò e disse: «La Germania, che grande Paese». Il partigiano rimasto in me ebbe un trasalimento.
Napoli, siamo nel bookshop del museo della Certosa di San Martino, gestito in concessione da Electa-Mondadori. La legge prevede che la libreria (concessionaria) debba vendere almeno il 50% di titoli di altri editori; ma qui non è così.
I libri riconducibili alla Mondadori saranno, a occhio, oltre l’80% del materiale in mostra. Alla ricerca di spiegazioni, le sorridenti impiegate del bookshop oppongono un mutismo quasi omertoso. Non sanno niente; fa tutto Mondadori, quando vengono i suoi uomini ad allestire le esposizioni.
Le impiegate non conoscono il nome di alcun responsabile; possono solo darmi il numero di un centralino che, in seguito, non mi risponderà o non saprà dirmi nulla. Ma come vengono gestiti i beni culturali, oggi, in Italia, e chi controlla i concessionari?
Dalla legge Ronchey del ’93, infatti, si è fatto largo un nuovo approccio manageriale alla gestione della cultura che ha previsto, in primis, l’ingresso dei privati nel settore e, anche, l’istituzione di “società pubbliche” che organizzassero il settore con l’efficienza dei privati.
L’ultimo step di questa rivoluzione copernicana è il “federalismo del patrimonio”, grazie al quale gli ex beni pubblici dello Stato vengono gestiti con gli strumenti privatistici della “programmazione negoziata” da privati e Regioni. Ma, alle “rivoluzioni”, possono seguire le restaurazioni.
Secondo l’ultima relazione dell’Antitrust del presidente Antonio Catricalà, il nuovo mercato istituito dal legislatore ha fallito miseramente: c’è una collusione fra privati e società pubbliche che non ha apportato benefici in termini di efficienza, e si delineano le distorsioni tipiche degli oligopoli.
«Otto società concessionarie gestiscono in Italia il 90% dei servizi - sostiene la relazione di Catricalà - una è addirittura presente in 24 musei con ricavi che si avvicinano al 24% del totale».
«Il 30% delle concessioni è riferibile a un unico gruppo imprenditoriale», secondo il Libro Bianco di Confindustria.
Il primo gruppo è proprio l’Electa Mondadori, di Marina Berlusconi; l’altro soggetto dominante è la Pierreci, del gruppo Legacoop. Il mercato, quindi, sarebbe stato spartito con logiche bipartisan. Terzo incomodo è Civita, un’associazione partecipata da privati ed enti pubblici che nel suo stesso organigramma sembra rispondere a logiche di spartizione consensuale. Di Civita, non a caso, fanno parte (a vario titolo e fra i tanti) Province, Casse di risparmio, gruppi come Impregilo, Cremonini, Acea di Caltagirone, Berlusconi, (tramite Mediaset, Medusa e Banca Mediolanum), Telecom, Rcs, gli armatori Paolo e Cesare d’Amico e finanche Anas e Fs; nell’organigramma figurano il sottosegretario Gianni Letta, l’ex ministro del governo Prodi Antonio Maccanico, Albino Ruberti, figlio dell’ex ministro socialista Antonio, e il presidente di Bnl Luigi Abete.
La relazione dell’Antitrust dipinge un caso di privatizzazioni senza liberalizzazioni. Pochi privati che si spartiscono la torta con lo Stato che, invece di fare il regolatore esterno, gioca la partita sotto varie vesti: con spa appositamente create, come nel caso Scabec, la società campana dei beni culturali; partecipando ad associazioni, come Civita; attraverso società municipali, come nel caso Zetema, che gestisce 12 musei capitolini, di proprietà del Comune di Roma e con Albino Ruberti, di Civita, come amministratore delegato.
Tanti giri di valzer, dove imprenditori e amministratori pubblici ballano tutti insieme, cambiando partner a ogni nuovo ballo. Quello che, con linguaggio tecnico, si chiama cross-directorship. Proprio l’Antitrust, infatti, rileva che, in Italia, si creano continuamente situazioni “di monopolio o di ingiustificato vantaggio competitivo a favore di imprese che, grazie alla proprietà pubblica delle stesse potrebbero essere avvantaggiate nell’assegnazione dei servizi aggiuntivi in musei e siti anch’essi di proprietà pubblica”.
La creazione di società miste, infatti, è l’escamotage attraverso il quale si cooptano i privati e si procede ad affidare i servizi senza bandire alcun pubblico incanto, il solo strumento in grado di confrontare offerte e produrre l’abbassamento dei costi. La giustificazione è che un dato Ente appalta a se stesso un certo lavoro pubblico. è proprio il caso, documentato dall’Antitrust, della Scabec, o della Zetema, sulla quale si espresse negativamente il Tar del Lazio, nel 2006, proprio con riferimento ad un ricorso in seguito ad un affidamento diretto. Il caso campano della Scabec, d’altronde, è eloquente e potrebbe spiegarci perché la Regione non controlli l’effettiva organizzazione del bookshop Electa. Regione ed Electa, infatti, non sono regolatore e regolato, ma soci della stessa Scabec dove, oltre al 51% di proprietà della Regione, figurano la stessa Electa e la Pierreci.
Quando Electa e Pierreci non occupano “il mercato” tramite Scabec - allorquando, cioè, lo Stato non appalta direttamente (anche) a se stesso la gara - comunque vincono il bando sotto forma di Ati (associazione temporanea d’imprese): Electa, Pierreci e Civita lavorano insieme nei principali musei campani, come Capodimonte, San Martino, Sant’Elmo e l’Archeologico di Napoli.
Non a caso, due anni fa, il presidente Napolitano inaugurò personalmente il Museo Archeologico dei Campi Flegrei presso il castello di Baia, insieme a Bassolino. Quel museo sarebbe dovuto essere il fiore all’occhiello della gestione Scabec-Regione Campania, a seguito dell’accordo di programma firmato pochi mesi prima da Bassolino e Bondi.
Oggi, a distanza di due anni, verifichiamo personalmente la situazione: cinquanta stanze su cinquantadue sono chiuse, nel castello fa freddo perché non c’è l’allaccio elettrico e non c’è un piano di sicurezza omologato.
Inoltre, non c’è personale sufficiente per tenere aperte anche le terme di Baia. Ma perché lo Stato, dopo aver “liberalizzato” i mercati, esce dalla porta e vi rientra dalla finestra attraverso le spa? Le Spa statali rappresentano un’occasione di spesa che può servire a consolidare il potere del politico di turno, al di fuori dei controlli ai quali sono sottoposti gli organismi di diritto pubblico.
Nelle spa pubbliche si fanno infornate di assunzioni senza concorso, per gli amici degli amici e, qualora il meccanismo delle assunzioni sia esplicitamente bloccato dalla legge costitutiva della società - il meccanismo delle consulenze è assolutamente incontrollabile.
I beni culturali, oggi, versano in una condizione di “fallimento del mercato” e di cronico conflitto d’interessi. A peggiorare la situazione è intervenuta, dal 2008, la nomina del governo a Direttore generale dei musei italiani del Cavalier Mario Resca, ancora attualmente legato, a vario titolo, ad aziende in conflitto d’interesse con la sua carica pubblica, come Eni, McDonald’s, Fiat e, ancora una volta, Mondadori, per la quale è consigliere. E se il mercato non funziona e si determinano delle situazione dominanti, dove forti gruppi vincono tutto, per consolidare questi privilegi c’è sempre il trucco delle “proroghe infinite”. In Italia, ci sono attualmente circa cinquanta proroghe delle concessioni, e poco importa che le Authority abbiano precedentemente consigliato alle amministrazioni di riscrivere i contratti, al fine di far realmente funzionare il mercato. Nonostante la legge comunitaria 2004 (la 62/2005), recependo le direttive Ue, abbia chiaramente negato l’istituto della proroga automatica. Ecco che mala gestione e spregio delle regole la fanno da padroni.
Da ieri la pillola abortiva RU486, in commercio da più di vent'anni in trenta paesi del mondo, può essere distribuita in Italia su richiesta delle farmacie degli ospedali, e somministrata negli ospedali stessi o con un ricovero di tre giorni della paziente che ne richiede l'uso o in day hospital: spetta alle Regioni decidere fra queste due opzioni, e solo fra queste. Fra i neogovernatori eletti lunedì scorso ce ne sono però due, gli ineffabili Cota e Zaia, che come dice Pierluigi Bersani pensano di essere Carlo V, di avere poteri di vita e di morte sui sudditi e di poter decidere la qualsiasi, compresa la revoca degli ordini o il blocco delle scorte di RU486 "nei magazzini", con la complicità dei direttori delle Asl. Non stupisce, è l'idea delle regole e delle competenze della destra di governo: se Berlusconi usa come usa l'Agcom, figurarsi quanto rispetto possono avere Cota e Zaia dell'Aifa o del Consiglio superiore della sanità.
Dal 1978 la 194 è una legge dello Stato, confermata per referendum nel 1981: legalizza l'aborto a certe condizioni, e vale fino a decisione contraria del parlamento italiano. In Vaticano però c'è un Papa che credendosi anche lui un imperatore in diretta competizione con la sovranità repubblicana invita i cattolici a fare i buoni cittadini non rispettando le leggi, ma violandole laddove «le ingiustizie sono elevate a diritto», e indicando fra tali ingiustizie «l'uccisione di bambini innocenti non ancora nati». Questo già stupisce di più, perché il Papa parla durante una cerimonia della Settimana santa dedicata dedicata al sacerdozio, dunque potrebbe cogliere l'occasione per dire qualcosa di sensato sulla patata bollente della pedofilia che sta togliendo l'aura al suo pontificato, ma su questo invece glissa allegramente.
Da lunedì ci sono tredici novelli consigli regionali, eletti dopo un anno di scandali e polemiche sullo scambio fra sesso e potere, sulla cooptazione di veline e show girl in parlamento e nei ministeri, sulla misoginia di governo e d'opposizione: la percentuale media di donne elette è del 13%, ma gli uomini arrivano al 100% in Calabria, al 97% in Basilicata, al 95% in Puglia, sì che Il Sole 24 ore può dedurne facilmente e giustamente che «il potere regionale è maschio e cinquantenne come prima», a destra e a sinistra, per via che la misoginia impera a destra e a sinistra (e a destra e a sinistra impera il discredito della politica presso le donne, che infatti non fanno a pugni per candidarsi e magari neanche per votare). Però a destra c'è Libero che titola a tutta pagina "Al Pd non piace la gnocca": tanto per non perdere il primato della violenza verbale, nonché per ricordare a tutti e a tutte che alla destra la gnocca, che a rigor di termini non è una consigliera regionale, invece piace, alla faccia dei "moralisti" che hanno bombardato per un anno l'inquilino di palazzo Grazioli.
Naturalmente le donne continueranno ad abortire, chirurgicamente e farmacologicamente, malgrado i papi e gli imperatori, salvo che col federalismo è facile che il turismo abortivo interregionale si aggiunga al turismo procreativo internazionale innescato dalla legge 40. E naturalmente la misoginia dei partiti non sarà scossa dal grigiore e dalla noia delle assemblee regionali in giacca e cravatta. Dunque non c'è notizia, se non questa: le elezioni passano, l'uso e l'abuso del corpo femminile a fini di scontro politico e di gazzarra ideologica resta. Per una politica laica a corto di argomenti e di programmi, come per una morale cattolica assediata dagli altarini che si scoprono, c'è sempre verso di guadagnarsi un titolo in prima pagina parlando di gnocche in un modo o nell'altro. Se è questo il day after elettorale, prepariamoci al seguito.
Con un silenzioso 'colpo di mano' il Governo ha varato e già fatto pubblicare in Gazzetta ufficiale un decreto ad effetto immediato che da oggi cancella le tariffe postali agevolate. La decisione, non preceduta da alcuna consultazione in sede parlamentare è stata assunta dal ministro Tremonti facendosi beffa di tutti gli impegni assunti in sede parlamentare che andavano nella direzione di un progressivo reintegro dei fondi per l'editoria e della contestuale approvazione di una riforma organica del settore
Dal primo aprile, e non è uno scherzo, saranno abrogate tutte le tariffe agevolate a favore della editoria con particolare riferimento alla spedizione degli abbonamenti. Tutti gli editori italiani dai più grandi ai più piccoli riceveranno una vera e propria pugnalata alle spalle che in alcuni casi potrà portare all'immediata chiusura delle testate. La decisione, non preceduta da alcuna consultazione in sede parlamentare è stata assunta dal ministro Tremonti facendosi beffa di tutti gli impegni assunti in sede parlamentare che andavano nella direzione di un progressivo reintegro dei fondi per l'editoria e della contestuale approvazione di una riforma organica del settore.
Per l'ennesima volta, affermano Giulietti e Vita, "si è scelta la strada opposta dando così al provvedimento uno spiacevole sapore vendicativo nei confronti di un settore che questo governo non ha mai amato. Non ci è chiaro quale sia stato e quale sia, su questa vicenda il parere del sottosegretario Bonaiuti, che ha la delega per il settore e che a questo punto potrà serenamente procedere a buttare nel più vicino cestino la proposta di riforma dell'editoria dal momento che, con questo colpo di mano è stata già realizzata".
"Per quanto ci riguarda - affermano i due parlamentari - questa vicenda non è meno grave della chiusura dei programmi o dell'alterazione permanente della para condicio o delle rappresaglie nei confronti dei singoli giornalisti perché colpisce in modo ancora più subdolo il pluralismo nel settore editoriale e condanna a morte sicura decine di testate e centinaia di posti di lavoro con il rischio di ridurre anche nel settore della carta stampata un pluralismo che nel settore dei media è già ai minimi termini". Articolo21, concludono Giulietti e Vita, "chiederà nelle prossime ore una riunione a tutte associazioni di settore per valutare le opportune iniziative".
"Il decreto Scajola è un brutto pesce d'aprile per l'editoria italiana. Cancellare da oggi le tariffe postali agevolate per l'editoria èsbagliato nella sostanza e discutibile nella forma". Lo dice Paolo Gentiloni, responsabile Comunicazioni del Pd che rincara: "Il governo non può togliere dalla sera alla mattina un'agevolazione su cui contano circa 8000 testate. Le conseguenze sarebbero inaccettabili innanzitutto per migliaia di giornali e di periodici locali, no-profit e diocesani che su queste agevolazioni costruiscono da anni i loro bilanci".
L'esponente dei democratici, continua: "L'errore riguarda però anche i grandi gruppi editoriali: è' vero che questi potranno avvalersi della liberalizzazione del mercato postale, ma solo avendo a disposizione un congruo periodo di transizione dal sistema attuale a quello basato sulle tariffe libere.
Il decreto è sbagliato inoltre anche nella forma visto che sospende direttamente le tariffe agevolate mentre esse in questi anni erano sempre state confermate da Poste Italiane anche di fronte al ritardo dei corrispondenti contributi".
Insomma, conclude Gentiloni: "Chiederemo una rapida correzione di questa decisione che si aggiunge ai tagli recenti già intervenuti a danno dell'editoria e dell'emittenza locale radio-televisiva".
"Siamo profondamente indignati per un provvedimento improvviso, non annunciato e che per la sua applicazione immediata sconvolge tutte le pianificazioni commerciali del mondo dell'editoria libraria".
Questa la dichiarazione del presidente dell'Associazione italiana editori (Aie), Marco Polillo, dopo la lettura in Gazzetta Ufficiale del decreto, pubblicato ieri sera. "Al di là del merito e delle ragioni dell'iniziativa - ha proseguito Polillo - siamo allibiti dal fatto che in nessuna occasione né Poste né gli organi istituzionali competenti ci abbiano dato la minima indicazione di una decisione imminente e sconvolgente per il nostro settore. Le ricadute saranno pesanti non solo in termini economici per la vita delle case editrici, ma anche per la cultura e l'informazione del paese: il canale postale - ha precisato - è, infatti, uno strumento fondamentale di diffusione dei libri, soprattutto in quelle zone d'Italia non servite da librerie". Polillo conclude invitando a un "ripristino immediato delle tariffe agevolate e a un'apertura del dialogo per l'individuazione di soluzioni sostenibili per tutti i settori interessati".