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«Melfi per me non è la tappa di un tour elettorale. Nei 21 giorni del 2004 ero qui, ero qui tutte le notti. La mattina andavo alla Camera e poi tornavo, per capire da vicino cos'era la condizione operaia, il bioritmo dei turni continui. Io dichiaro da che parte sto, sto qua». Intercettiamo Nichi Vendola mentre, a Melfi, incassa un endorsement importante, quello dei tre operai reintegrati in fabbrica dopo essere stati ingiustamente accusati, nel 2010, di aver interrotto la produzione. Lei ha invitato i candidati alle primarie a riaccompagnare in fabbrica i reintegrati di Pomigliano. Bersani le ha risposto?

«No. O non ancora. Ma nell'Italia in cui molti anche di sinistra si sono sentiti rappresentati dalla modernità livida di Marchionne, per me la modernità è una lezione che ho imparato dalla povera gente: liberarsi dalla paura, dal ricatto, dalla precarietà.»

Napolitano dice di aver «fiducia nella saggezza degli italiani» e che al momento del voto sarà «salutare tenere conto dell'esperienza del governo Monti». Il capo dello Stato chiede la 'continuità' con i tecnici?

«Tutti abbiamo fiducia negli italiani. Che hanno dato una splendida prova nei referendum che hanno bocciato i progetti di privatizzazione del 'bene comune' acqua e nel seppellire la mafia del nucleare che tornava a danzare, a destra e come a sinistra.

Il capo dello Stato 'consiglia' gli italiani come votare. È un ruolo che gli spetta?

«L'Italia ha bisogno di discontinuità. E anche l'Europa seppellire le superstizioni ideologiche dei monetaristi e liberisti che hanno falcidiato i diritti sociali, mutilato il welfare, e con il rigorismo dell'austerity prodotto uno smottamento sociale tale che perfino i ceti medi sono risucchiati dalla povertà.»

Il suo 'anti-montismo' è sempre più indigeribile per un pezzo del Pd. La coalizione è a rischio?

«Io non dico 'Monti fuori dalla politica', dico che non può rappresentare il centrosinistra e il suo futuro. È una persona che rispetto, ma ha il profilo di un conservatore illuminato. Niente di personale, né di offensivo. Ma l'accordo con Bersani è quello di riorganizzare il campo dei progressisti e di tutti quelli che in Europa guardano a Hollande come alternativa a Merkel. Non a caso per i dotti editoriali del Corriere della sera rappresento il rischio di non far decollare l'Europa dei moderati. È vero, voglio far decollare l'Europa della sinistra. E mi fa piacere produrre l'orticaria negli ambienti altoborghesi.»

Per molti, anche nel Pd, Monti è il successore ideale di Napolitano al Colle. Per lei?

«Per molti l'attività preferita è mettere il carro davanti ai buoi. Si vuole stelirizzare la politica, decidere a tavolino fra pochi e selezionati protagonisti tutto il futuro d'Italia, neutralizzare il voto e picchettare il futuro, imprigionandolo a quest'orribile presente, impedirgli di liberarsi dal passato berlusconiano. Rispondo così: questa è la partita. Per questo i poteri forti del nostro paese hanno scelto di giocarla nel nostro recinto, puntando tutte le loro carte con la stessa febbrile smania militante che mostrarono all'apparire di un altro homo novus nel '93.»

Berlusconi ha annunciato che si ritira.

«Ora è tempo che si ritiri il berlusconismo.

Ma per questo non basta la proposta di Bersani. La sua politica è tutto un vorrei ma non posso. Non basta l'evocazione imbarazzata di un cambiamento radicale che ci viene impedito dalla realpolitik. Se Renzi rappresenta la continuità trasformistica con l'agenda Monti e con un certo berlusconismo, Bersani rappresenta una correzione generosa ma insufficiente.»

Alla fine il Pd voterà la legge di stabilità con qualche correttivo.

«Siamo a 'o mangi questa minestra o ti butti dalla finestra'. Con questa logica si è consentito a Monti di perseverare nell'austerità a senso unico. La logica per cui è fallito il progetto del Pd di condizionare l'agenda Monti.»

Lei, da Melfi, sa bene che un pezzo del Pd è montiano e ancora marchionnista. Ci faccia capire: Sel punta alla rottura del Pd?

«Il gossip giornalistico è cosa diversa dalla politica. È vero che il Pd ha una natura incerta. Quello che sta accadendo anche nelle primarie è paraddossale. Le contestazioni di Renzi dimostrano che ha un'allergia berlusconiana alle regole. Finita la rottamazione, del vocabolario di Renzi resta poco.»

La contestazione delle regole, appunto, è un salto di qualità. Non vede lo spettro del caos di Napoli? Non c'è il rischio che finisca male?

«La partita delle primarie è aperta. Più gente voterà, meno rischi di inquinamento ci saranno. Io sono Davide che gioca contro due Golia: Renzi è il Golia per il circuito mediatico che lo sostiene, per l'opa che rappresenta da parte della borghesia e per le risorse di cui dispone. Bersani è un Golia perché ha gli apparati del più grande partito italiano.»

Davide ha vinto. Crede davvero di poter vincere?

»Io spero di perdere nei sondaggi, come mi è capitato nel 2005 e nel 2010 (alle primarie della Puglia, ndr). La partita che propongo è non solo la discontinuità, ma l'uscita dal compromesso e la rottura con il liberismo. Sa una cosa? Oggi c'è chi si vanta di aver introdotto la Tobin tax. Ed io ho un moto di rabbia: undici anni fa a Genova noi la proponevamo. Ci hanno massacrati.»

Lo scontro Bersani-Renzi rischia di innescare il mantra del voto utile. Mario Tronti, padre dell'operaismo italiano, sull'Unità chiede 'il balzo della tigre': e sarebbe far vincere Bersani al primo turno. Dica la verità, quanto le dispiace questo ragionamento?

«Tronti è un grande maestro. E purtroppo non sono stato molto fortunato con i miei padri politici. Mi consolo sapendo che ho molti figli politici. Quella di Tronti è un'argomentazione legittima ma politicamente sbagliata. Il balzo di tigre è mettere in discussione senza ambiguità la piattaforma liberista. E Bersani è pur sempre il segretario del partito che ha votato per il fiscal compact e la costituzionalizzazione del pareggio del bilancio.»

La Nuova lancia un appello al Parlamento affinché il monumento simbolo della storia di Venezia sia restituito al Comune dopo lo «scippo» attuato con il decreto Innovazione. Un appello affinché i parlamentari di ogni colore politico si impegnino a far sì che il bene demaniale sia mantenuto nella sua unitarietà, come più volte votato all’unanimità dal Consiglio comunale. E la proprietà sia consegnata al Comune, che ne gestirà le attività nelle aree non più occupate dalla Marina Militare. La sottoscrizione è aperta. E i primi ad appoggiare l’iniziativa sono ovviamente i protagonisti di una battaglia cominciata qualche settimana fa.

Il sindaco Giorgio Orsoni, il presidente della società Arsenale spa Roberto D’Agostino, il segretario dell’associazione artigiani Gianni De Checchi. Ma anche lo scrittore Gianfranco Bettin e l’ex assessore Luana Zanella, l’urbanista Edoardo Salzano e il rettore dell’Iuav Amerigo Restucci. Ma tanti sono coloro che sostengono l’inziativa, pur non avendo ancora sottoscritto l’appello. Comitati e associazioni, personaggi della cultura veneziana, politici. La partita adesso si sposta in Parlamento. Perché il decreto sull’Innovazione presentato dal ministro delle Infrastrutture Corrado Passera è stato firmato dal Presidente della Repubblica e dovrà essere convertito in legge entro sessanta giorni.

Il sindaco Orsoni ha inviato al ministro una memoria scritta, chiedendo che le proposte del Comune siano inserite nel maxiemendamento del governo. Proposte che si possono riassumere così: al Comune passa la proprietà di tutto l’Arsenale, ad eccezione delle aree occupate dalla Marina militare per fini sitituzionali. L’area nord – i Bacini di carenaggio e la Novissima - sarà ridata in concessione al Consorzio Venezia Nuova – che già ha una concessione dal Demanio fino al 2026 – per completare il progetto Mose. L’area monumentale a sud (Gaggiandre e Corderie) sarà data alla Biennale, mentre la Marina resterà nella parte sud, dalla Porta dei Leoni agli Squadratori.

Il resto, compresa la Darsena Grande, potrà essere utilizzato dal Comune per attività culturali e manifestazioni, sul modello della Coppa America. In questo modo, spiega il sindaco Orsoni, l’Arsenale resterà alla città, e i canoni che il Comune incasserà dall’affitto dei capannoni e delle Tese potranno essere reinvestiti per la gestione dell’area. E soprattutto, per garantirne l’apertura e la fruibilità ai cittadini. Un tema su cui associazioni e comitati si stanno spendendo. Raccogliendo firme e chiedendo al sindaco Giorgio Orsoni di farsi carico della proposta.

«Vogliamo anche discutere nel merito, di quali progetti si possano fare nell’Arsenale restituito alla città», dicono. Per far questo ci si potrà avvalere ora della società Arsenale spa, di proprietà del 51 per cento del Demanio e del 49 per cento del Comune. La spa si è installata nella restaurata Tesa 105, che diventerà il nuovo ingresso da nord dell’Arsenale. Nella Teza del Bucintoro, costruita dal Sansovino, si progetta la ricostruzione dell’ammiraglia distrutta da Napoleone. Per la Darsena recuperata alla città – che prima Agnelli el’Aga Kahn, poi il presidente della Regione Galan volevano trasformare in porticciolo per gli yacht – i progetti sono tanti. Così come per le nuove attività previste nei capannoni, di recente restaurati dal Magistrato alle Acque. Che insiste per mantenere la proprietà dell’area nord. «In caso contrario», dice il presidente Ciriaco D’Alessio, «sarebbe a rischio la prosecuzione del Mose e noi non potremmo intervenire per i restauri con fondi dello Stato»

Postilla

Caro Alberto,

se tu avessi letto l'articolo pubblicato su eddyburg il 19 ottobre scorso, “Dietro l’Arsenale di Venezia”, che ho a suo tempo segnalato a te e agli altri destinatari di questo messaggio, sapresti che non avrei firmato il manifesto in difesa dei progetto del Comune per l'Arsenale.

Progetto che, per quanto è comprensibile, prevede la massiccia "valorizzazione" lungo la direttrice Tessera city- subblagunare - Arsenale -Lido. Come anche sai, sono stato sempre contrario all'impadronimento di Venezia e della sua Laguna da parte del Consorzio (e di altri gruppi d'interesse , e quindi non è a difesa di questo che mi schiero.

Ma mi rifiuto di essere strumentalizzato in un conflitto di gruppi di potere in nessuno dei quali mi riconosco, e ciascuno dei quali è oggettivamente portatore di interessi immobiliari che a me paiono perniciosi per la città.

«Alle domande che ho già precedentemente sollevato (sul rapporto tra Demanio, Consorzio e organi istituzionali del Comune, avvolto da veli che mi piacerebbe venissero sollevati) mi permetto di aggiungerne un'altra: chi ti ha detto che avrei aderito a quell'appello? Non è certo una tua invenzione, e neppure hai firmato un articolo scritto da un altro. Forse saperlo aiuterebbe a comprendere altre cose». (e.s.)

La strana presenza del ministro Corrado Clini all'allucinante evento organizzato a Porto Marghera per pubblicizzare la cosiddetta Torre Cardin, rappresenta una scorciatoia verso un modo di fare politica e di ciò che s'intende ancora per senso dello Stato che va oltre l'inverosimile. E tutto questo ad un punto tale da diffondere, dentro e fuori quell'evento assolutamente privato, una babelica oscurità, rendendo indistinguibili i doveri e i limiti propri di un così alto ruolo istituzionale, qual è quello ricoperto da chi agisce con la responsabilità di un ministro. Non è questa l'occasione per richiamare all'attenzione le molte autorevoli proteste sollevate contro la cosiddetta Torre Cardin da noti e stimati architetti e intellettuali, nonché dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido e da Italia Nostra. Ciò che conta è la dolorosa sorpresa causata da un Ministro dell'Ambiente che, nel "fare pressing" sull'Enac affinché questo si sbrighi nel dire se quel Coso alto ben più di 250 metri possa rappresentare un pericolo per i voli da e per l'aeroporto intercontinentale di Tessera, indossa i panni, imprudentemente, di una sorta di promotore immobiliare.

Mi auguro sinceramente che il ministro Clini non abbia in realtà fatto alcun pressing, né abbia per davvero "spinto" a favore della Torre Cardin, al contrario di come narrano le cronache giornalistiche. E a proposito di ambiente, il Ministro dell'Ambiente, ma che lo è anche della Tutela del Territorio e del Mare, invece di dare per scontato il parere dell'Enac, potrebbe informarsi piuttosto su a che punto stanno le procedure richieste dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido interessato a sapere se il progetto Cardin vada sottoposto o meno a VIA e VAS. Per concludere, qui c'è chi pensa che la "tutela di Venezia non giunga a Marghera". Eccome se vi giunge e lo si vedrà ben presto. Ma c'è anche chi parla di "sviluppo sostenibile" a proposito della cosiddetta Torre Cardin e tra questi sembra esserci Corrado Clini.

Uno "sviluppo", in questo caso, tutto declinato secondo l'inciviltà e gli interessi di una ancor più incontrollabile e perenne alluvione turistica. Ma, Signor Ministro, cosa c'è di "sostenibile" in una Venezia devastata da un turismo apocalittico e che sarebbe reso sempre più apocalittico da "sviluppi" modellati sull'immaginata Cardinia? Dunque, è assai preoccupante che il nostro Ministro dell'Ambiente pubblicizzi entusiasticamente un progetto privato, immobiliare e commerciale al contempo. E questo prima che lo "show room del fare" abbia percorso tutte le tappe autorizzative previste nel caso di colossali opere destinate, se costruite, a modificare definitivamente l'immagine e il senso stesso di Venezia e della sua laguna. Evidentemente non è bastato il dover sopportare quanto è accaduto con l'ex Nuovo Palazzo del Cinema. E lo dice uno, cioè il sottoscritto, che quel progetto aveva sostenuto.

L’autore è Consigliere del Ministro per i Beni Culturali e Ambientali

Rimane, nel DDL “semplificazioni”, il “silenzio assenso” alle trasformazioni del paesaggio, con la mortificazione delle Soprintendenze. (Ben altra revisione esige la disciplina della “autorizzazione paesaggistica” secondo il vigente articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio).

Non è questo DDL “semplificazioni” che introduce il “silenzio assenso” delle soprintendenze alle trasformazioni del paesaggio tutelato, ma certo lo consolida, con l’aggravamento che estende anche alla disciplina a regime l’accorciamento dei tempi dati alla soprintendenza per esprimere il suo parere, che sono quelli (quarantacinque giorni) della vigente disciplina transitoria, destinata per altro (per le ragioni che ora diremo) a durare a lungo. Non vale obbiettare alla risentita protesta collettiva di non aver letto con attenzione il testo dell’art. 13 di un DDL clandestino, che non è stato ancora presentato al parlamento, né si sa che vi sia stata al riguardo l’autorizzazione del presidente della repubblica. Ma ben fondata è la smentita alle affrettate assicurazioni del ministro Ornaghi sui nuovi presidi che la modifica avrebbe introdotto a difesa della integrità del paesaggio e sulla soppressione del barbaro meccanismo del “silenzio assenso”, che invece è espressamente confermato.

Il ministro di un governo tecnico si è infatti smarrito nella complessa costruzione tecnica del vigente articolo 146 del codice dei beni culturali e del paesaggio (il DDL lo intende appunto modificare) che disciplina il rilascio della autorizzazione paesaggistica, affidato alla competenza della regione e dell’ente sottoordinato da essa delegato, nella quasi generalità dei casi il comune, che si pronuncia su parere della soprintendenza. Parere vincolante soltanto nella disciplina transitoria, finché cioè la regione non abbia adeguato il proprio piano paesaggistico al “codice” come messo a punto nel 2008, finché il comune non abbia adeguato il proprio piano regolatore al piano paesaggistico adeguato e la soprintendenza non abbia certificato la correttezza di tali adempimenti. Nessuna regione ha ancora adeguato il proprio piano paesaggistico e dunque è destinata a persistere a lungo nel tempo questa disciplina transitoria che dà alla soprintendenza quarantacinque giorni per esprimere il suo parere vincolante e dispone che il comune, se la soprintendenza non lo abbia reso, possa indire una conferenza di servizi (per una pronuncia nel termine perentorio di quindici giorni) e in ogni caso provveda sulla domanda di autorizzazione paesaggistica “decorsi sessanta giorni dalla ricezione degli atti da parte del soprintendente”. Il DDL da questo comma 9 dell’articolo 146, che disciplina il regime transitorio della autorizzazione, si limita a sopprimere la fase della facoltativa conferenza di servizi (all’evidenza in concreto impraticabile per la concentrazione dei tempi), sicché rimane per altro confermato il drastico taglio dei tempi dati alla soprintendenza per il parere (quarantacinque giorni) e la presunzione di legge che il silenzio della soprintendenza vale assenso preventivo a come andrà a provvedere l’autorità competente (il comune delegato dalla regione). Dunque è confermato il “silenzio assenso”, tal quale era uscito dalla conclusiva revisione del codice nel 2008, che mortifica, anzi in concreto vanifica, il ruolo della soprintendenza (l’istituzione caricata del compito e della responsabilità di rappresentare l’interesse nazionale alla “tutela”) nella concreta gestione delle trasformazioni del paesaggio, e perciò si espone a ben fondati (già riconosciuti dal giudice delle leggi in tema di “tutela”) rilievi di legittimità costituzionale.

Lo stesso meccanismo di “silenzio assenso” il DDL conferma nella disciplina a regime della autorizzazione paesaggistica (nel comma 5 del medesimo articolo 146), ma, conformemente al regime transitorio, dimezza i novanta giorni qui previsti per il parere della soprintendenza; insieme conferma nella disciplina a regime la natura non vincolante di questa consulenza, come aveva preteso la conferenza delle regioni da un ministero intimidito, a conclusione della revisione del Codice nel 2008. Sola, allora, Italia Nostra denunciò l’assurdo abbattimento del ruolo consultivo della soprintendenza, non certo giustificato dai previsti e certificati adeguamenti normativi dei piani paesaggistici e dei piani regolatori, che esclude in pratica la istituzione statale della tutela dalla applicazione della disciplina delle trasformazioni del paesaggio (dai doverosi controlli al riguardo), per affidarla alla competenza esclusiva di regione e comune delegato.

E’ vero dunque che l’unica rilevante modifica alla normativa della autorizzazione paesaggistica proposta dal DDL sulle “semplificazioni” è quella della riduzione a quarantacinque giorni del termine dato alla soprintendenza per il suo parere nella disciplina a regime (conformemente, ripetiamo, a quella – vigente - transitoria), ma ben fondata è la affermazione (non solo che questo taglio dei tempi è irragionevole perché frustra in pratica l’esercizio del ruolo, ma innanzitutto) che la materia della tutela del paesaggio è ribelle ai propositi e al disegno generale di meccaniche semplificazioni nell’azione della pubblica amministrazione, mentre la disciplina della autorizzazione paesaggistica (l’articolo 146 del “codice”) esige ben altra revisione con il rafforzamento del ruolo consultivo della soprintendenza, cui debbono essere dati tempi ragionevoli di deliberazione per la formazione di pareri in ogni caso determinanti nella gestione delle trasformazioni dei paesaggi tutelati (si dica determinanti, meglio di vincolanti, per escludere il temuto ruolo subordinato di regione – comune nel rilascio della autorizzazione paesaggistica e per affermare invece il paritario concorso delle due istituzioni e il necessario consenso di entrambe ad ogni rilevante trasformazione dei paesaggi tutelati).

Barbara Spinelli La mala rottamazione

ROTTAMAZIONE, dice il vocabolario, è l’azione che si compie quando si demoliscono oggetti fuori uso: specie automobili. Vengono triturati, per riutilizzare le parti metalliche. A volte, ottieni sconti sulla nuova vettura. Applicata alle persone e al ricambio di dirigenti politici, è una delle parole più maleducate e violente che esistano oggi in Italia.

I rottamatori sono fieri di chiamarsi così, e quando l’operazione riesce esibiscono le spoglie del vinto: «La rottamazione comincia a produrre i primi frutti», ripeteva Matteo Renzi, domenica in un’intervista in tv.

La lotta per l’avvicendamento ai vertici della politica ha sue ragioni, e lo stile brutale risponde a un’ansia, enorme e autentica, di cambiamento: si vorrebbe azzerare l’esistente, e come nella poesia di Rimbaud ci si professa «assolutamente moderni». È un conflitto legittimo, anche necessario: che va portato alla luce perché nell’ombra degenera o ammutolisce. È il grande merito del sindaco di Firenze, come di Grillo. Impressionante è la campagna di quest’ultimo in Sicilia: lunga, martellante, è rifiuto del mutismo. Da due settimane è nell’isola; nessuno s’era messo per tanto tempo in ascolto delle sue collere. Ma la parola rottamazione, anche se Renzi intende cambiamento, resta ustionante e parecchi la prendono alla lettera. L’avversario - rivale è trattato alla stregua di arnese metallico. Se l’idea della rottamazione non avesse alle spalle una storia lunga, di degradazione della persona a oggetto servibile, non susciterebbe tanto disagio. Non sveglierebbe fantasie di uomini «di troppo», di rottami. Forse chi la usa (non solo il sindaco di Firenze) non se ne rende conto, ma il termine alligna nelle terre della pubblicità ed è lessico della generazione Berlusconi. È nato con lui, con le sue disinvolture verbali. Non ingentilisce ma corrompe il discorso pubblico. È figlio della rivoluzione non solo politica ma linguistica, di stile, che Berlusconi inaugurò nel ‘94. Fu una rivoluzione della noncuranza, del «tutto è permesso»: non badava alle conseguenze di quel che veniva detto, ai tabù infranti.

È una parola del tutto anomala, inoltre. In Europa o America, nessun politico che magnifichi il Nuovo oserebbe condurre una campagna in cui gli anziani, i seniores, vengano definiti ferrivecchi. Nell’aprile 2002, quando il socialista Jospin alluse all’età del rivale Chirac, i sondaggi lo punirono, screditandolo. Aveva avuto l’impudenza e l’imprudenza di dire che il Presidente era «affaticato, invecchiato, vittima dell’usura». Gli elettori non amavano Chirac, ma la mancanza di gentile rispetto dell’anzianità, in Jospin, fu ritenuta intollerabile. Una cosa è attaccare la linea dell’avversario: soffermandosi su di essa, senza censure. Altra cosa è assalire la persona. Se rottamazione scomparisse dal vocabolario giornalistico e politico non sarebbe male. Conterebbe più la sostanza: l’errore di Veltroni, quando affondò l’ultimo governo Prodi annunciando che il Pd, rompendo le catene della sinistra radicale, sarebbe «corso da solo» (come se non fosse stato il centro a silurare Prodi). O si potrebbe raccontare D’Alema: il suo rapporto sprezzante con giornalisti e magistrati, i piaceri che fece a Berlusconi, i dispiaceri che procurò a Prodi, l’influenza eccessiva esercitata su Bersani. Ci dedicheremmo a quel che Renzi vuol dire, e alla fiducia che riscuote in persone di prestigio come Pietro Ichino. Rottamazione è un cartello stradale che depista: non dice quel che promette, né sull’Europa né sulla corruzione né sulla ‘ndrangheta che ci assilla. Vale la pena ripercorrere la storia di questo vocabolo, tanto più cruento in un paese fragile: dopo la Germania, siamo il popolo che più invecchia in Europa. Vale la pena tener viva la memoria, perché lo sgarbo non è episodico ma ha radici in una sistematica denigrazione dei più anziani: nei luoghi di lavoro e nella politica. Il Parlamento si era appena insediato, nel ‘94, e fu subito offensiva contro un senior come Norberto Bobbio. Eletto alla Camera alta, Franco Zeffirelli giubilò: la Seconda repubblica aveva spazzato via «la triste sfilata dei senatori a vita, uno più cadaverico dell’altro, una vecchia Italia che non vogliamo più e che si è seppellita da sola». Facendogli eco, Maurizio Gasparri diceva di Indro Montanelli: «Quello è arrivato al tramonto della vita e anche delle capacità intellettuali del suo cervello» L’offensiva rottamatrice proseguì, più feroce, nel 2006-2008. Ricordiamo gli improperi riversati su Rita Levi Montalcini, e sulla sua tenace presenza in Senato per sostenere il governo di centro sinistra. Sul Giornaledel 14-7-07, Paolo Guzzanti parlò di vecchi «scongelati, inchiavardati allo scranno e costretti a pigiare col ditino il pulsante guidato da una senatrice badante». Storace promise «un bel paio di stampelle da consegnare a domicilio. Si comincia dalla senatrice a vita Levi Montalcini ». Su Libero, diretto da Vittorio Feltri, apparve il titolo d’apertura: «La dittatura dei pannoloni». Siamo dunque lontani dal vero, quando scriviamo che Berlusconi è finito, e con lui il lessico d’insulti della Lega. Il loro modo d’essere e di dire sgocciola come da una flebo nelle vene di un’intera generazione. È il suo marchio, così come le parole del ’68 intrisero due generazioni. I francesi faticano ancor oggi a uscire dalla generazione Mitterrand. Faticheremo anche noi, più di quel che si dica. Il cambiamento è altra cosa. È la crisi non come decadenza ma trasformazione: un desiderio che Renzi intuisce, e vuol incarnare. È un conflitto ineluttabile: fra ieri, oggi, domani. È un progetto diverso di crescita, non nuovo tra l’altro, se già nel 1987 il rapporto Brundtland scriveva: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni». È un orizzonte dato a giovani cui non si può dire, come il ministro Fornero: «Siete troppo choosy!» («schizzinosi » è mal tradotto, cancella il furto della scelta). E che volto devono avere le nostre città, i nostri pubblici spazi e servizi? Come congegnare pensioni che non tramutino gli anziani in gente bandita o – abbondano anche qui truci aggettivi – in esuberi o esodati? Dai tempi dei Viceré e del Gattopardo sappiamo che cambiar facce non basta alle Grandi Trasformazioni. Rottamazione oltre che parola è diseducativa, non prepara alcunché. Alla sua insegna non può svolgersi dibattito fra candidati alla guida del Paese. Eppure di discussioni dirette c’è bisogno: per districarsi da soli, senza mediatori nei giornali o in Tv. Nelle primarie americane e francesi è la norma, sebbene scabrosa. Il rottamatore di professione, presente ovunque nei partiti, ti fruga, alla ricerca degli istinti più bassi, delle passioni più tristi. Viene in mente il Viaggio agli inferni del secolo di Buzzati: nei sotterranei milanesi, sotto la metro, c’è un mondo parallelo in cui i vecchi, inservibili, sono scaraventati dalle finestre nei marciapiedi. Entrümpelung, parola che Buzzati prende dal lessico nazista, significa repulisti, sgombero: è una variante dell’igienica rottamazione. Anche quel repulisti viene celebrato come «festa della giovinezza, della rinascita, della speranza», del Mondo Nuovo. Accade così che il diverso appaia come uomo di troppo: povero o vecchio, esodato o immigrato. Sono i disastri del moderno, non del barbarico. Una volta che te la prendi con classi d’età, quindi con la biologia, entri nella logica del capro espiatorio, dell’innocente che paga per il collettivo. Il rito è la ripetizione di un primo linciaggio spontaneo, secondo René Girard, che riporta ordine in seno alla comunità. Nel linciaggio, la violenza di tutti contro tutti sfocia in violenza di tutti contro uno. Sarebbe bello se a dirlo, con voce non bassa, fossero anche i giovani.

Grido d’allarme dei presidenti delle associazioni, riuniti all’interno del complesso monumentale

di Arsenale «occupato» dalle associazioni. Assemblea pubblica, ieri pomeriggio, per la prima volta all’interno del complesso monumentale. Una sessantina di presidenti e rappresentanti di comitati e associazioni si sono confrontati sulla strategia da seguire per «riportare l’Arsenale alla città». Battaglia che ricomincia, dopo l’avvio dell’iter parlamentare per approvare (con modifiche) il decreto del ministero delle Infrastrutture. E che prevede adesso l’invio di una petizione a tutti i parlamentari e di un forum permanente per tenere accesi i riflettori sulla vicenda. L’assemblea ha proposto al sindaco di convocare i parlamentari veneti per concordare insieme un testo bypartisan.

«Lo Stato ci ha scippato l’Arsenale», hanno detto i presidenti. Al tavolo Michela Scibilia, Flavio Franceschet, Pierandrea Gagliardi. Diapositive e grafici, documenti e studi. Si è deciso alla fine di dar vita a un forum permanente, che anche sul web possa tenere alta la mobilitazione e fare proposte «operative» sull’utilizzo compatibile dell’Arsenale «bene comune». Decine i comitati presenti. No Grandi Navi, 40XVenezia, Ambiente Venezia, Italia Nostra, Comitato Arsenale, Laboratorio Morion, Vela al Terzo, Arzanà e molti altri. Ma l’obiettivo, ha detto nella conclusione il coordinatore Pierandrea Gagliardi, «è adesso quello di allargare adesso la protesta alle associazioni di categoria, a cominciare dagli artigiani, alle forze politiche ei cittadini». Foto ricordo dei presidenti con lo sfondo della Darsena e delle Gaggiandre. E una petizione che adesso sarà consegnata ai parlamentari. «Il nostro comitato è sorto quando nel 2010 arrivò l’annuncio che il ministero della Difesa voleva vendere una parte di Arsenale per farne un albergo», ha spiegato Gagliardi, «un pericolo forse non ancora sventato». Roberto D’Agostino, presidente dell’Arsenale spa, ha risposto alle domande dei comitati. «Prima di questa società, istituita dieci anni fa», ha detto, «l’Arsenale era gestito interamente dal suo proprietario, il Demanio. Adesso ogni decisione sull’utilizzo delle parti dismesse dalla Marina, titolare del 70 per cento della superficie complessiva, devono passare per il Comune, che ne fa parte al 49 per cento». Obiettivo della Spa – che è una società strumentale del Comune e non può agire di sua iniziativa, ha ricordato D’Agostino – è quello di unificare la gestione dell’area. E di introitare i canoni di concessione oggi versati allo Stato da Cnr e Consorzio Venezia Nuova – circa 3 milioni di euro – per fare i primi investimenti. Manutenzione e guardiania, e dunque primo passo per l’apertura al pubblico dell’intero Arsenale, com’era stato nel maggio scorso con la Coppa America. Domande anche critiche da parte dei comitati. «Qual è il Piano industriale della società?», ha chiesto Silvio Testa di No Grandi Navi, «la protesta adesso va rienmpita di contenuti» Non basta dunque che l’Arsenale cambi padrone, è stato ossservato, ma la città dovrà discutere di come utilizzarne gli spazi. Attività compatibili, legate alla cantieristica, negli spazi che si potrebbero ottenere dala Marina. A cominciare dalla storica Teza del Bucintoro, opera del Sansovino, dove si prevede di ricostruire la grande ammiraglia della flotta Serenissima distrutta da Napoleone. Ma anche barche tipiche nella Darsena, oggi utilizzata unicamente dai mezzi militari e del Consorzio Venezia Nuova. Progetti di valorizzare il museo navale, di aprire la restaurata Torre di Porta Nuova alla città. Ma anche feste, concerti, seminari. E, soprattutto rendere permanente l’entrata da nord, con fermata Actv ai Bacini e dunque la fruizione da parte dei veneziani di una parte importante della loro città. Ieri l’assemblea si è tenuta nella restaurata Tesa 105, dove l’Arsenale spa ha spostato i suoi uffici. Edificio restaurato in chiave moderna, nel rispetto del monumento. secondo il sindaco Giorgio Orsoni e il direttore del Demanio, si trattava «del primo passo per aprire l’intero Arsenale ai Veneziani». Un’illusione poi concretizzata con la Spendig review e il decreto che ne assegnava la proprietà al Comune. Poi con il decreto Innovazione del ministero il brusco risveglio. l’Arsenale torna allo Stato. La battaglia continua.

IL CAR sharing è cresciuto. Ma non abbastanza: per raggiungere gli standard delle altre capitali europee va potenziato. E così il Comune ha deciso: il servizio di auto in condivisione va liberalizzato. A costo di portarsi la concorrenza in casa, visto che Guida-Mi, il car sharing milanese, è gestito da Atm, partecipata al 100 per cento proprio da Palazzo Marino. Da tempo si fanno avanti operatori stranieri che vorrebbero sbarcare nel mercato milanese, e il tema ora è capire “come” farli entrare senza esporsi al rischio di ricorsi e carte bollate. Anche perché,in un’eventuale gara ancora da indire, secondo moltirumorsuno dei concorrenti sembrerebbe essere già in pole position.

Gli iscritti milanesi all’auto in affitto sono 5.343, e 135 le vetture. Un servizio che funziona, anche se ha ancora limiti come la prenotazione obbligatoria e la riconsegna tassativa dell’auto dove la si è prelevata. Ma secondo Amat, l’Agenzia per la mobilità del Comune, la domanda in città è molto più alta: ben 16mila i clienti potenziali, per i quali servirebbe una flotta di 600 auto. Sono questi i numeri che si prefigge di raggiungere Palazzo Marino, anche per abbattere l’alto numero di auto private: 55 per 100 abitanti, che però, dice l’Amat, la usano solo per il 3 per cento del tempo e per il resto la lasciano nel box o in strada.

Il rilancio del car sharing passerà allora dai privati. L’ipotesi più probabile è quella di una gara pubblica, obbligatoria per le amministrazioni che devono affidare un servizio. Oggi è Atm a gestireil car sharing milanese Guida-Mi, incluso nel contratto di servizio per il trasporto pubblico per un totale di circa un milione di euro sui 650 complessivi. Il senso dell’operazione-privati lo spiega l’assessore comunale alla Mobi-lità,Pierfrancesco Maran: «Dobbiamo risolvere problemi contrattuali perché la vecchia amministrazione ha creato una sorta di monopolio. Nonostante Atm abbia svolto un lavoro importante, utenti e prelievi sono molto bassi rispetto alle esperienze internazionali. La strada, dunque, è la liberalizzazione ».

Tra i primi a farsi avanti (e a detta di molti già “numeri uno” tra i candidati) ci sono i tedeschi di Car2go, marchio del gruppo Daimler Mercedes. Se GuidaMi di Atm punta a sostituirsi all’auto privata, i tedeschi sono più focalizzatisui rapidi spostamenti urbani: 29 centesimi al minuto per il noleggio, auto disponibili su strada e non nelle aree sosta, gestione tecnologica dei prelievi tramite smartphone (un’opportunità che Atm, da contratto, non avrebbe) e possibilità di riconsegnare la vettura dov’è più comodo. Un servizio finora molto utilizzato dagli under 35 che l’auto non ce l’hanno proprio, e che un po’ preoccupa Atm, che con il suo arrivo potrebbe perdere clienti. Ma a proporsi, dice il Comune, ci sono anche i francesi di Autolib’ e l’americana Zip Car. Da capire, nei prossimi mesi, se il privato entrerà come gestore unico o se sarà complementare al servizio offerto daAtm.

Postilla

Immagino qualche naso arricciato o sopracciglio alzato, da parte di chi in fondo pensa sono fatti loro, se la Mercedes (o magari la Rolls Royce) vogliono lanciarsi in qualche programmino collaterale rivolto a fotomodelle e designers appena usciti dal vernissage e con lo sfizio di un’alternativa al taxi, che si accomodino senza scocciare troppo, allineando in qualche angolo centrale di tendenza i loro baccelli ecologici dalle forme presumibilmente stravaganti, pronti a ingoiare succose carte prepagate legate ad altrettanto succosi conti correnti di nicchia. Ma proviamo invece a guardare i numeri: 16.000 famiglie già ora pronte a iscriversi sono una bella fettina della popolazione, cosa succederebbe se il servizio (i privati fanno così: va dove ti tira il portafoglio) iniziasse a diventare una rete? Se per esempio quelle file di auto cominciassero a materializzarsi, che so, nei nodi di interscambio metropolitani, e con la moltiplicazione scendessero anche le tariffe di abbonamento e noleggio? Facile previsione: un sacco di famiglie in più lascerebbero perdere l’auto in proprietà, quella che ti obbliga a pagare un capitale in ammortamento, assicurazione, manutenzioni obbligatorie, e magari pure a tenere quello scomodissimo box che costa come un monolocale e manco l’hai trovato sotto casa: devi prendere la bici per andarci in cinque minuti!

E naturalmente, se le agenzie pubbliche invece di temere la concorrenza del privato facessero al 100% il loro mestiere, e cioè pensare alla città: rafforzando i poli di interscambio, e riempiendo il vuoto ideale e fisico con assetti stradali adeguati, percorsi pedonali e ciclabili sicuri, politiche urbanistiche e di servizi coerenti. Anche questo, soprattutto questo, si chiama demotorizzazione, e poi magari, se ci sono i soldi, investiamo pure risorse in grandi linee di trasporto collettivo … (f.b.)

La legge che doveva salvare dal carcere Alessandro Sallusti, e rischia di inguaiare in suo nome tutta la libera stampa, comincia a diventare un affare imbarazzante. I primi firmatari sono i senatori Vannino Chiti e Maurizio Gasparri: doveva essere un impegno bipartisan, quello di eliminare la possibilità del carcere come pena per la diffamazione. Oggi, però, quella legge Chiti non la riconosce più. E Pd e Udc si dicono pronti a frenare qualsiasi strisciante tentativo di censura. «Se verrà fuori un pasticcio sono pronto a togliere la mia firma », dice Chiti. Il senatore pd spiega che il suo primo obiettivo era eliminare il carcere. E che aveva poi previsto, per ragioni motivate, un obbligo di rettifica da parte del giornale con lo stesso spazio e lo stesso rilievo della notizia. Questo però doveva servire a bloccare il procedimento penale. Sulle pene, si era pensato a un massimo di 50mila euro.

E per il web, il tutto avrebbe dovuto riguardare solo i giornali online, non i singoli blog. Nelle mani della commissione giustizia, «a forte maggioranza di centrodestra», le cose sono cambiate. «Si rischia di fare una legge puramente sanzionatoria. Se è così meglio fermarsi, limitarsi a eliminare il carcere, e lasciare che sia un Parlamento più sereno a occuparsi del resto». Chiti non fa parte della commissione Giustizia, dove invece la vicenda è seguita da vicino dall’ex pm Felice Casson. Suo uno degli emendamenti che prevede che il giornalista “recidivo” nella diffamazione sia interdetto per un periodo da uno a tre anni. «Ma il punto di partenza era l’interdizione perpetua — spiega Casson — di questo bisogna tener conto. Poi certo, c’è una tendenza di alcuni senatori, soprattutto del centrodestra ma non solo, a inasprire le sanzioni pecuniarie e quelle accessorie». Rivendica, Casson, di aver proposto di eliminare la possibilità di riparazione pecuniaria in caso ci sia già una multa. Mentre LuigiZanda spiega: «Il sentimento comune del Pd è contro l’arresto, contro le maximulte, contro le esagerazioni che abbiamo letto nel pezzo di Repubblica.Non le faremo passare». E la stessa capogruppo Anna Finocchiaro ricorda che il partito si è battuto perché il testo arrivasse in aula, e non venisse votato direttamente in commissione come aveva previsto il presidente del Senato Schifani: «Ci siamo opposti alla deliberante che abbiamo fatto saltare.

Oltre all’abolizione della pena detentiva, ci vuole un sistema che bilanci la risarcibilità dell’onore e della dignità del diffamato. È una battaglia che il Pd fa da 15 anni». Il relatore della legge per il Pdl, Filippo Berselli, è invece convinto che si stia andando nella direzione giusta: «La storia dell’emendamento anti-Gabanelli non ha senso, nessuno ha mai preso davvero in considerazione l’idea di togliere al giornalista la copertura economica dell’azienda. Il senatore Caliendo lo ritirerà. Quanto alle pene pecuniarie, è ovvio che togliendo il carcere dovevamo aumentarle. Se poi c’è una giusta rettifica, vengono diminuite. E se il direttore responsabilenon vuole farla, il giornalista può chiedere ai giudici di imporgliela ». Roberto Rao, Udc, avverte: «Dobbiamo scongiurare che le norme sulla diffamazione a mezzo stampa riguardino tutti i blog. Quanto all’aumento delle pene, la diffamazione dev’essere duramente sanzionata, ma questa legge non può essere un cavallo di Troia per fare norme intimidatorie contro i giornalisti». Molto preoccupato il presidente della Federazione nazionale della stampa Roberto Natale, che ricorda come sanzioni da 100mila euro rappresentino un problema per le grandi redazioni, e un rischio di sopravvivenza per le altre. E avvisa: «Siamo pronti alla stessa battaglia fatta contro la legge sulle intercettazioni. Se nelle prossime 36 ore non ci sarà un ravvedimento operoso, sarà meglio lasciare in piedi la legge che c’è».

"Arriva la legge-vendetta, per salvare Sallusti un bavaglio alla stampa”

Intervista di Carmelo Lopapa a Gustavo Zagrebelsky

«Neppure il fascismo aveva previsto una disciplina del genere. Il codice penale prevede lo schermo del direttore responsabile e tutto, da allora, è riconducibile a quella figura. Nel momento in cui però si estende la responsabilità all’editore, allora il sistema di garanzie e di diritti, il delicato equilibrio che è alla base del diritto di informare e di essere informati rischia di essere compromesso». Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nutre più di una perplessità sul testo che corre spedito in commissione al Senato e che rischia di trasformarsi in una nuova edizione della legge-bavaglio. E sono tanti i nodi da passare al setaccio.

Tutto parte dal caso Sallusti, Professore. Dal direttore del «Giornale» che rischia la galera per un articolo diffamatorio.

«Lasciamo da parte per un momento la libertà di stampa con la «L» maiuscola. Parliamo del caso specifico. La pena detentiva è prevista dalla legge penale e il problema dell’adeguatezza della pena è annoso, non nuovo. Va detto, però, che nel caso dell’articolo in questione non si tratta di opinioni, ma dell’attribuzione di fatti determinati risultati palesemente falsi. Il reato consiste nell’omessa vigilanza circa un fatto che non riguarda la libertà di opinione. Si può discutere se il carcere sia la misura più appropriata».

Ecco appunto, lo è?

«Siamo di fronte a una valutazione politica, di opportunità: stabilire se il carcere è adeguato, proporzionato o utile. La mia risposta è no. Il carcere non è adeguato. In questo, come in tanti altri casi, non è la misura opportuna. Sulla qualità delle pene adeguate a un paese civile si discute da tempo e poco o nulla è stato fatto. Il carcere, come misura normale, è un fatto d’inciviltà. Discutiamo di questo».

Quali sarebbero le sanzioni adeguate, secondo lei?

«Innanzitutto, quella pecuniaria, come risarcimento del danno morale derivante dalla lesione dell’onorabilità delle persone: un bene importantissimo, quasi un bene sommo. Poi, l’intervento degli ordini professionali, cui spetta la tutela della deontologia, a tutela dell’onorabilità della professione. A me pare che le misure interdittive dell’esercizio della professione siano coerenti con questa esigenza. Poi, occorrerebbe prevedere forme processuali particolarmente celeri, processi immediati. Il diffamato che cosa se ne fa d’una sentenza che interviene dopo anni? Ciò che occorre è il ripristino dell’onore della persona offesa».

Il problema, nella legge in questione, è che l’alternativa al carcere è una sanzione pecuniaria talmente pesante da trasformarsi in un bavaglio per la stampa.

«La questione vera e grande, al di là del folclore di molti emendamenti, è la chiamata in causa dell’editore. Nel momento in cui si estende la responsabilità al proprietario dell’impresa editoriale, è chiaro che questi farebbe di tutto per prevenirla e ciò gli darebbe il diritto d’intervenire nella gestione dell’impresa giornalistica, un’impresa molto particolare, nella quale la libertà della redazionedeve essere preservata dall’intervento diretto della proprietà, cioè del potere economico. L’autonomia dell’informazione, come libera funzione, è messa in pericolo da una norma di questo genere».

Se è per questo, l’editore rischia di perdere anche i contributi pubblici, in caso di condanna.

«È una previsione che, colpendo l’editore, mette a repentaglio, oltre all’azienda, anche il patto che per consuetudine viene stipulato, almeno tacitamente, tra impresa, direttore e giornalisti: la copertura finanziaria da parte dell’editore delle eventuali condanne pecuniarie dei giornalisti che operano nella sua impresa».

Diventa un’aggravante la circostanza che a firmare un articolo, ritenuto diffamatorio, siano ad esempio tre giornalisti. Siamo all’associazione a delinquereinformativa?

«Quanto emerge da proposte di questo tenore è l’insofferenza che parti del mondo politico, indipendentemente dal colore, nutrono nei confronti del giornalismo di inchiesta che è un’attività che non si può svolgere da soli».

Le sue critiche si riferiscono anche all’ipotesi di sospensione del giornalista fino a tre anni, in casi estremi di recidiva nella diffamazione?

«No. Su questo sarei favorevole. Se la diffamazione è provata come fatto doloso, allora è giusta la sanzione proporzionata alla gravità dell’offesa. Per un cittadino, essere colpito nella propria onorabilità è un fatto grave, che può segnare pesantemente una vita, soprattutto delle persone per bene. Agli altri, per definizione, non importa nulla. Oggi, sembra che l’onore delle persone non conti più quasi nulla. Si tratta di ripristinare, innanzitutto nella coscienza civile, l’idea che l’onore, il rispetto, la dignità sono beni primari e la legge deve operare a questo fine. Certo, ci deve essere la prova del dolo, della macchinazione voluta per distruggere moralmente una persona. Stiamo parlando di ciò che voi giornalisti avete chiamato la “macchina del fango”. E non può essere tollerata, lasciata operare senza freni. È cosa deplorata ma, di fatto, tollerata come arma da usare nella polemica politica, nella lotta per il potere. Va contrastata con ogni mezzo, anche con sanzioni molto pesanti».

La nuova disciplina rende più grave la sanzione se l’offeso è «un corpo politico, amministrativo o giudiziario », per stare ai termini della legge. La “casta” da tutelare più degli altri?

«Esistono dei reati che riguardano la tutela dell’onorabilità delle istituzioni. E questa è una cosa. Un’altra cosa sono gli uomini e le donne che operano nelle istituzioni. Questi non sono essi stessi istituzioni. Sono normali cittadini che, pro tempore, svolgono funzioni pubbliche. Bisogna distinguere. In passato, erano previste forme di tutela speciale contro l’oltraggio al pubblico ufficiale, punito in misura più severa di quanto lo fosse l’offesa arrecata al cittadino comune, ma la Corte costituzionale in tempi lontani ha fatto venire meno questa differenza. Il principio di uguaglianza deve valere per tutti e coloro che occupano posti nelle istituzioni non devono essere considerati più uguali degli altri».

«Qui se non stiamo più che attenti, ci strappano il territorio da sotto i piedi. L’Italia è il Paese più provvisorio che ci sia. Oggi quel posto è ancora intatto: domani, forse, sarà già lottizzato, saccheggiato,

cintato, insudiciato ...». Antonio Cedema celebra così, con la solita rabbia secca di valligiano irriducibile (milanese di nascita, pavese di studi universitari, è però legatissimo alla Valtellina paterna), i suoi venticinque anni di “j’accuse” contro i distruttori del Bel Paese: il suo primo articolo sul Mondo di Pannunzio comparve infatti nella primavera del ’50, «contro l’oscena via della Conciliazione di Piacentini», in pieno Anno Santo pacelliano, ai tempi dell’Immobiliare Roma tutta vaticana.

E pensare ch’eri calato a Roma, nel ’47, per fare l’archeologo tranquillo.

«Già. pensa. un po’. Di urbanistica sapevo poco, ma la prima campagna, contro il piano fascista che sventrava Roma da Trinità dei Monti a Corso Vittorio, rispolverato pari pari nel ’51, ebbe successo

e continuammo».

Ti occupasti quasi subito di verde pubblico, dell’Appia Antica lottizzata di nascosto ad uso privatissimo,

no?

«Mi telefonò dal Ministero l’ingegner Di Gioia. Stentavo a crederci. Andammo insieme, a piedi, a verificare, il giorno di ferragosto. Di lì nacquero i cento articoli contro i “gangsters dell’Appia”. Ma perché quei 2500 ettari venissero vincolati a parco pubblico dovettero passare altri dodici anni».

Furono gli anni di Città Eternit, di Vandalusia, sempre sul Mondo.

«I titoli più belli li inventava Ennio Flajano, Anni durissimi: contro l’Immobiliare, contro l’immondo piano regolatore fatto su misura per i grandi lottizzatori, contro la giunta clerico-fasçista, sindaco Cioccetti, assessore il liberale Ugo D’Andrea. Gli anni dell’Hilton voluto a tutti i costi, al posto di un parco pubblico, coi voti dei missini. Ad una conferenza stampa sull’Hilton non mi fecero neppure entrare».

Nel tuo ultimo libro sei molto polemico con politici e intellettuali.

«Cosa volevi che fossi, tenero? Non abbiamo una vera legge urbanistica, non abbiamo un vero intervento

pubblico. Il territorio è considerato con disprezzo, cosa vile, res nullius. Non c’è uno straccio di economista che spieghi, cifre alla mano, che il turismo sociale, alla fine, rende anche di più, e a tutti, del turismo da villetta, magari abusiva, da residence, da porticciolo, da ski-lift scassatutto. Questo, mio caro è un Paese di piccoli proprietari dove il suolo dev’essere, tutto quanto, edificabile, la casa una tana di lusso, e gli spazi collettivi, invece uno schifo”

Chi ti conosce sa che sopporti sempre meno il linguaggio degli addetti ai lavori: urbanisti, sociologi,

architetti.

«Ce n’è di bravi, per carità. Ma non capisco perché, in genere, debbano parlare tanto dei massimi

sistemi e, nel concreto, sperimentare, fare così poco. Perché debbano guardare alle esperienze di

Paesi più avanzati con tanta boria: là no perché si suicidano molto, lì nemmeno perché sono ex colonialisti, qua non ne parliamo perché sono pragmatisti. E giù con discorsi “a monte e a valle”,

“impatti”, “approcci” e altre sublimità, direbbe Manzoni. Possibile che da un lato dobbiamo lottare

contro l’abusivismo edilizio di massa e dall’altro contro le fughe ideologiche in avanti?»

Qualcosa, lo scrivi anche tu, é cambiato in Italia.

«Certo, c’è la mobilitazione popolare, ci sono i sindacati, c’è, nelle città, un tessuto democratico nuovo.

Ci sono i giornali, finché reggono. Ma in campagna? In montagna? Beni inestimabili dipendono da piccoli Comuni dove destra e sinistra, purtroppo, si confondono. Tocca alle Regioni intervenire, far capire che solo la pianificazione pubblica, solo l’intervento pubblico creano una vera libertà e una vita migliore, per tutti.»

Non dipende soprattutto dall’ignavia, dall’arretratezza della nostra borghesia? Tu e tua sorella Camilla,

due accusatori di una certa Italia, venite da una famigli molto borghese, ma siete fra le eccezioni.

«Difatti, per anni, prima che nascessero l’lnu, Italia Nostra e il resto, sono stato considerato un matto

isolato, un fissato. Certo, devono cambiare i rapportin di forza politica, ma l’intellettuale faccia il suo mestiere. Senza paure e senza fughe dalla realtà.»

Tecnicamente si chiama "morosità incolpevole" ed è alla base della stragrande maggioranza degli sfratti. Il rischio che diventi una vera bomba sociale. Anche perché sta crollando l'acquisto di immobili e crescendo sempre più la richiesta di affitti.

Nel 2011 in Italia sono stati ordinati 63mila sfratti di cui ben 56mila per morosità. Un dato impressionante se si pensa che oltre 28 mila di questi sono stati eseguiti dalle forze dell'ordine. Una "bomba sociale", come l'hanno definita i sindacati, che rischia di esplodere in un Paese già percorso da molte tensioni. E quelle relative alla casa possono diventare molto pericolose.

Il maggior numero di richieste di sfratto si verifica in Lombardia (12.922), il 20,2% del dato nazionale (dati del Ministero degli Interni). Seguono Lazio (7.625), Emilia Romagna (6.532) e Piemonte (6.208). Lazio a parte, ai primi posti tutte Regioni del Nord, quindi. E il dato preoccupa sempre di più perché dal 2010 al 2011 l'intervento delle forze dell'ordine è cresciuto dell'11%. Se pensiamo che il 90% degli sfratti avvengono per "morosità incolpevole", determinati cioè dal reddito insufficiente, significa che a fronteggiarsi nelle strade saranno sempre di più persone disperate contro polizia e carabinieri che eseguono ordini dati da istituzioni che non sanno come affrontare il problema. "È in questo momento che il Governo deve urgentemente intervenire, - dice Guido Piran, Segretario Generale del Sicet, Sindacato Inquilini Casa e Territorio -. E deve farlo prima della fine della legislatura, perché questa è una situazione che con la crisi economica e occupazionale si fa sempre più grave".

Le proposte da parte dei sindacati di settore, uniti nella stessa richiesta, sono precise: "Serve una sospensione degli sfratti dopo il 31 dicembre -, continua Piran -. Poi è necessario ampliare l'offerta di edilizia residenziale pubblica. La strada è l'immediata disponibilità per gli IACP (edilizia popolare) di 70 milioni di euro giacenti al Ministero delle Infrastrutture". Questi fondi sono messi a disposizione per emergenze abitative, in particolare volti al recupero di alloggi inagibili per i quali bastano interventi dal costo inferiore ai 30mila euro ciascuno. "Utilizzando questi fondi si potrebbero recuperare 3000 alloggi in tutta Italia da assegnare agli sfrattati. A questi immobili si aggiungerebbe la possibilità di poter usufruire delle detrazioni per le ristrutturazioni e l'efficientamento energetico. Questo per il pubblico. Sul versante degli affitti privati è necessario introdurre una fiscalità di vantaggio per i contratti concordati agendo sulla cedolare, abbassando l'aliquota dal 19 al 10% e sull'Imu con percentuali ridotte sulle locazioni". Anche l'evasione è particolarmente florida negli affitti: "I canoni devono essere pagati con mezzi tracciabili e l'inquilino deve avere delle detrazioni su una quota del canone come per i mutui".

Milano ha una delle situazioni peggiori per quanto riguarda gli sfratti e nel giro di pochi anni i dati sono peggiorati di molto: 10.372 sfratti emanati su 16.783 sentenze definitive. Il 30% delle esecuzioni presentate all'Ufficiale Giudiziario in tutta Italia arrivano dalla Lombardia e sono 4.731 quelle eseguite con la presenza dell'Ufficiale Giudiziario stesso. Ogni giorno, sono 25-30 le richieste di intervento delle forze dell'ordine, 4-5 le esecuzioni. "Nel 1983, nel capoluogo lombardo la percentuale dei morosi era il 10%", spiega Stefano Chiappelli, segretario del Sunia, Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari. "Una delle motivazioni di questo aumento di morosità è sicuramente il caro affitti che ha segnato l'emigrazione di numerose famiglie verso città limitrofe, Novara su tutte. A Milano persino nelle periferie non si paga meno di mille euro al mese. Le fasce più deboli della popolazione, soprattutto giovani e studenti, trovano una sistemazione nella periferia della periferia".

Poi ci sono i tagli al Fondo sostegno affitti lombardo (che quest'anno cambia nome in Fondo sostegno disagio acuto). Per il 2012, la quota disponibile è di 12 milioni di euro. Nel 2011 il fondo contava su 40,8 milioni e addirittura per il 2013 non è previsto nessun contributo. Solo due domande di sostegno economico su dieci verranno soddisfatte. Tagli da parte dello Stato, ma anche dalla Regione e dai singoli Comuni. Il risultato: delle 65 mila domande di sostegno che mediamente si raccolgono ogni anno, ne saranno accolte solo 14 mila.

"Il problema non sono le case che mancano ma i prezzi inaccessibili per la cittadinanza", spiega Leo Spinelli del Sicet. Infatti sono 70mila gli alloggi sfitti a Milano e 4.500 gli occupanti abusivi sparsi in tutta la città. "È inutile fantasticare su ceti medi che non esistono", continua Spinelli. "Se si guardano i redditi delle 23mila famiglie che hanno fatto domanda per una casa popolare, ci si rende conto che per loro è impossibile pagare anche un affitto di 500 euro al mese. Sono circa 16mila, infatti, le persone con un reddito Isee inferiore ai 7.500 euro. Questi non pagheranno mai, hanno bisogno di tutele". Otto famiglie su dieci fanno fatica ad arrivare a fine mese ma il costo della vita aumenta e con questo anche l'affitto. Secondo l'Istat, dal 2002 ad oggi i salari medi annui sono diminuiti di 1500 euro pro capite, al contrario dei prezzi di mercato. "Vogliamo che siano estese le tutele di chi ha difficoltà a pagare un mutuo anche a chi fatica con l'affitto", riprende Chiappelli. "A questo si aggiunge la riforma nazionale della legge 431, ritornando all'affitto legato al reddito. La Regione invece dovrebbe aumentare la quota per il sostegno agli affitti, usando ad esempio i 6 milioni di euro destinati all'abbattimento degli interessi sui mutui".

L'affitto di abitazioni probabilmente modificherà il mercato immobiliare. La domanda di locazioni in affitto, come dimostrano i dati resi pubblici dal Sicet, cresce sempre di più: le transazioni relative all'acquisto della casa sono diminuite del 25% in pochi anni e i prestiti bancari del 50%, cioè si sono dimezzati. Nello stesso tempo la richiesta di alloggi in affitto è aumentata del 20%. Un trend che lo Stato non può più ignorare.

È record di case invendute. Intanto si continua a costruire

Seicentonovantaquattromila. A tanto ammontano gli alloggi invenduti in Italia secondo la società di studi economici Nomisma. Dall'altra parte, secondo Federcasa, ne servono 583mila per soddisfare l'esigenza di abitazioni popolari. Un conto che non torna. Ma non per l'Ance (Associazione nazionale dei costruttori edili) che persegue la costruzione di 328mila nuovi appartamenti ogni anno.

Intanto i redditi diminuiscono e i prezzi delle case non scendono creando le basi per una bolla immobiliare.Il rapporto "Abitare in Toscana" redatto dalla Regione Toscana riassume questa dicotomia in pochi e semplici numeri: da una parte ci sono 423mila immobili toscani non locati, dall'altra 24mila domande di alloggio popolare. L'idea, in tempi di crisi, che è venuta all'Assessore al Welfare Salvatore Allocca è stata quella di tassare gli immobili inutilizzati. Allocca ha proposto di istituire una tassa di scopo di 10 euro al mese su ogni immobili sfitto: già questo basterebbe per generare un introito di 50milioni di euro che potrebbero essere usati per garantire a chi subisce uno sfratto una sorta di sostentamento. Il contributo statale sugli affitti in Toscana è sceso da 8,6 milioni a 600mila euro: una riduzione del 93%.

Un'idea che potrebbe piacere a molti, al di fuori della Toscana. In particolare a chi ha trovato nell'occupazione l'unico modo per non rimanere senza casa: "Sono quindici anni che seguo casi di occupazione degli alloggi inabitati da parte di famiglie sfrattate" racconta Carlo Sottile. Sottile fa parte di un'associazione che si chiama Coordinamento Asti-Est. Negli ultimi anni sta coordinando la gestione di tre case occupate ad Asti. "Da una parte c'è gente che rischia o che ha perso la casa e dall'altra degli alloggi vuoti, sfitti o invenduti. Basta questo fenomeno, che negli anni si è aggravato, a giustificare le azioni di chi come noi contrasta gli sfratti e gestisce le occupazioni di alloggi altrimenti abbandonati all'incuria". L'occupazione più significativa dura dal 2010: si tratta di un edificio costituito da 6 alloggi di proprietà del Ministero della Difesa: "Ora è autogestito da altrettante famiglie: ci sono delle regole da rispettare, non è un bivacco ma un'abitazione a tutti gli effetti. Le famiglie versano un canone d'affitto simbolico all'associazione, canone misurato sul reddito e il salario dei lavoratori, come si faceva prima dell'introduzione della legge 431".

"La seconda occupazione riguarda degli ambulatori di proprietà dell'Asl, abbandonati anche questi, che abbiamo dovuto manutenere ricavandoci 11 unità abitative. Tra tutte le fatiche per allacciare la luce e l'acqua abbiamo ricavato un ottimo risultato abitativo, da prendere come esempio dato che sempre più la gente è costretta a pagare affitti esagerati per vere e proprie topaie. L'ultima occupazione invece era di una proprietà bancaria".

Ad Asti ci sono 700 richieste di alloggi popolari ma entro la fine dell'anno si prevede la costruzione di 18 alloggi nuovi più 30 nel 2013 "quando sarebbero disponibili 3000 alloggi residenziali vuoti e più di trenta edifici abbandonati. La logica delle amministrazioni è che tutto debba passare attraverso il libero mercato: ma queste famiglie sono fuori mercato, escluse dalle logiche immobiliari colpevoli di aver accumulato edifici senza funzioni e di aver fatto un uso disordinato del territorio. E come se non bastasse adesso si fanno affari con il social housing".

Già. Molte famiglie fanno richiesta di alloggi "sociali", a canoni convenzionati, ma finora l'edilizia non è stata particolarmente attenta a questa domanda. Secondo il Dipartimento di architettura e pianificazione del Politecnico di Milano il 75% della produzione edilizia tra il 2002 e il 2008 si è concentrata nell'edilizia libera e solo il 7,5% all'edilizia sociale nonostante il 42,5% della domanda faccia riferimento a quest'ultimo tipo di edilizia (e secondo le loro proiezioni nel 2018 ci saranno più di 367mila abitazioni vuote). Ma ora il trend sta cominciando a cambiare. Con l'aiuto dello Stato. Infatti CDP (Cassa depositi e prestiti) ha attivato un Fondo investimenti per l'abitare (Fia) che permetterà la costruzione di 15mila nuovi alloggi di housing sociale, nuove costruzioni ovviamente, di cui però il 65% verranno, secondo il Cresme (Centro Ricerche economiche sociali di mercato per l'edilizia e il territorio), affittate non a canone sociale ma venduti a prezzi convenzionati e affittati "con patto di futura vendita". Come dire alle aziende costruttrici: se il mercato edilizio libero è in crisi perché non vi buttate su quello sociale? Lo Stato ti dà una mano. Con soldi pubblici.

Sostegno alle famiglie? È un "diritto per tutti"

Così si chiama l'associazione, composta in larga parte da immigrati, che a Brescia aiuta le persone sotto sfratto. Il presidente del comitato Umberto Gobbi: "Le ordinanze non riguardano solo più immigrati, come molti credono, ma sempre più italiani".

Se una famiglia viene lasciata da sola il più delle volte non resiste a un'azione di sfratto e per cui deve lasciare l'abitazione. Ma se il giorno dello sfratto si presentassero decine e decine di persone le cose cambierebbero.

E così, attraverso la partecipazione, l'Associazione Diritti per Tutti da sostegno a centinaia di famiglie investite dalla valanga sfratti. Nata a Brescia due anni fa, l'Associazione Diritti per Tutti è un gruppo spontaneo autorganizzato composto in larga parte da immigrati. "Il nostro è un comitato nato non solo per sostenere le famiglie sotto sfratto" precisa Umberto Gobbi, portavoce dell'Associazione "ma anche per contrastare tutte quelle forme di razzismo istituzionale che stanno dilagando nel nostro Paese, vedi tutte quelle leggi fatte per escludere gli immigrati dalla società. Per quanto riguarda gli sfratti c'è da dire che le ordinanze non riguardano solo più famiglie di immigrati, come molti credono, ma riguardano sempre più anche famiglie autoctone. Direi che quelle italiane sono un buon 40%. Finora siamo riusciti a bloccare più di duecento sfratti in presenza degli Ufficiali giudiziari e delle Forze dell'Ordine in due anni. E questo grazie soprattutto alla partecipazione di molta gente sensibile al tema".

Il Comitato opera già da tempo perché gli enti locali mettano al centro delle proprie politiche la questione del diritto alla casa. Nel solo mese di settembre l'Associazione ha preso parte a oltre venti sfratti in presenza dell'Ufficiale Giudiziario. Sempre a settembre ha dato avvio alla campagna "Nessuna casa senza persone, nessuna persona senza casa". "La soluzione deve passare dalla moratoria e dalla requisizione di migliaia di edifici vuoti degli enti, società, banche, immobiliari e grandi proprietari. Vanno messi a disposizione delle famiglie sfrattate seguite dai Comuni e dai loro servizi sociali" chiosa Umberto. "Per gli immigrati, che fanno parte attivamente dell'Associazione, una casa non significa solo un'abitazione ma anche una residenza legale, usufruire dei servizi pubblici e anche iscriversi alle graduatorie per la domanda di un edificio popolare. La casa, da molti Comuni leghisti, viene ormai usata come strumento per discriminare ed escludere".

“Conca d’oro” è il libro scritto da Giuseppe Barbera che ripercorre la storia del paesaggio di Palermo dalle origini fino alla degradazione dei nostri giorni, dopo anni di speculazione edilizia. Il saggio è pubblicato da Sellerio nella collana “La memoria” (pagg. 168, euro 12)

Come è potuto accadere? Come è potuto accadere che la Conca d’oro in cui è adagiata Palermo, la conchiglia «più bella di quella nella quale Venere fu portata attraverso il placido mare » (così cantava un poeta nel Quattrocento), il paesaggio di giardini e di frutteti, di fatiche umane e di strabilianti innovazioni tecniche, di biodiversità e di dolcissimi mandarini, il luogo che fece dire a Goethe che «chi ha visto tutto questo non lo dimentica più», com’è potuto accadere che la Conca d’oro, fitta d’alberi già nel V secolo avanti Cristo (racconta Diodoro Siculo), fra il 1955 e il 1975 sia stata sepolta da trecento milioni di metri cubi? Come è potuto accadere, se lo domanda Giuseppe Barbera, agronomo palermitano, professore di Colture arboree, e il suo angoscioso quesito rimbalza in ognuna delle centoquaranta pagine di Conca d’oro, un libro scritto per Sellerio che non è solo la storia di un luogo.

È anche una storia letteraria, una mitografia, un repertorio fra quelli che meglio documentano quanto la natura correttamente manipolata dall’uomo possa dare materiali alla facoltà dell’immaginazione. Ed è la storia di un simbolo mediterraneo, di una comunità vegetale la cui unità è fornita dal rapporto di diverse colture, perché solo la diversità, la complessità del disegno e delle produzioni assicurano benessere, prosperità, bellezza e armonia.

E sono esattamente queste le qualità che il sacco di Palermo, un misto di mafia, affari, politica e pessima amministrazione, cancella nel volgere di pochi anni con crudeltà sistematica, nel silenzio della cultura accademica e delle professioni rotto soltanto dalle denunce del giornale L’Ora.

Al Piano regolatore è sostituito un più efficace Piano di ricostruzione. Si sfrutta l’emergenza abitativa (120 mila vani distrutti dalle bombe) per dislocare quartieri inospitali sulle aree a maggiore seduzione speculativa. Nobili e grandi borghesi lottizzano ville e giardini e le disseminano di fungaie in cemento. Scaltri proprietari regalano al Comune piccole porzioni che, opportunamente solcate da strade, illuminazione e fogne, valorizzano il resto del possedimento. Le ville liberty di Ernesto Basile vengono demolite in una notte, l’ultima prima che si possano applicare leggi di salvaguardia. Sono gli anni di Salvo Lima e Vito Ciancimino. E in cui architetti laureati sostengono che la monotonia del verde vada vivificata dagli edifici. Il paradiso della Conca d’oro diventa un inferno. Bestioni di cemento travolgono un paesaggio raccontato nei secoli con dispendio di aggettivi, un paesaggio, ha scritto Rosario Assunto, studioso di estetica, «del quale nessuno che lo abbia conosciuto può non sentirne il rimpianto, come di una luce che si sia spenta sul mondo».

La qualità della Conca d’oro sta nell’incrocio di produttività e di bellezza. Trecento generazioni di agricoltori, racconta Barbera, hanno adattato i frutteti a giardini, grandi frutteti e grandi giardini protetti da una barriera di montagne che preservano il clima e che inducono Fernand Braudel a usare l’aggettivo “paradisiaco”. Il paesaggio palermitano è un paesaggio culturale, un sistema equilibrato che modula le risorse disponibili dando alla natura una forma, una «porzione del mondo visibile incorniciata entro limiti che ben distinguono la pianura costiera, che sarà prevalentemente terra di frutteti, orti e giardini, dalle regioni collinari della Sicilia terre di pascoli e di cereali ». L’ulivo cresce in mezzo ai pascoli, la vite splende nei frutteti promiscui. Da terre straniere arrivano le palme nane, i datteri, i melograni e chi c’è già accoglie i nuovi venuti, realizzando una civitas fatta di alberi e piantagioni. La complessità dell’ordito assicura «stabilità contro le malattie e i disastri climatici, sicurezza ambientale ». I romani, poi i bizantini, quindi i musulmani e poi i normanni trovano un paesaggio che assimila diverse tradizioni e lo arricchiscono con innesti colturali. Il punto d’equilibrio cambia costantemente, gli aggiornamenti sono continui, ma chiunque innovi rispetta lo statuto dei luoghi. Anche quando alle coltivazioni si accompagnano le lavorazioni artigianali e industriali. La Conca d’oro, scrive Barbera, conferma un fondamentale “dogma ecologico e culturale”: solo il confronto fra diversi, uno scambio che avviene «attraverso margini permeabili e non barriere insormontabili (muri, fili spinati, recinti e respingimenti), genera nuova vita, saperi e paesaggi che rispondano ai bisogni, sempre in evoluzione, del mondo».

L’equilibrio della Conca d’oro attraversa i secoli. Sorgono le ville, che danno un’altra sistemazione al paesaggio, proponendo una specie di modulo urbanistico attraverso il quale anche la città sarebbe dovuta crescere. Arrivano gli agrumi, che segneranno una evoluzione produttiva, alimentando il mito di una terra dall’eterna primavera. In quest’armonia secolare, che non possiede nulla di immobile, anzi contiene le regole per rinnovarsi, regole che basta solo saper leggere, interpretare e applicare, irrompe la potenza distruttrice della rendita fondiaria, quella per cui un terreno agriinterna,

colo vale molto, ma molto di più vale un terreno edificabile. Palermo diventa esemplare nella letteratura sulla speculazione. L’amministrazione pubblica, la mafia, gli stessi proprietari di quei magnifici giardini consolidano alleanze. La città avanza senza trascinare alcuna qualità urbana e tutto distrugge.

Anche Barbera assiste – lo racconta nelle prime pagine – alla distruzione del giardino di famiglia,

a Resuttana. Il padre, un imprenditore di successo, non è costretto a vendere, ma si trova impigliato in un meccanismo affaristico i cui effetti per lui sarebbero stati poi scarsissimi. Un altro ricordo condisce la sua narrazione. I primi studi sui mandarini tardivi di Ciaculli, giovane ricercatore, li compie in una grande tenuta. Quella tenuta appartiene a un insospettabile Michele Greco, quello che le indagini e le condanne definiranno il “papa” della mafia. «Terribile criminale, autore di stragi efferate, amava il suo giardino di agrumi di un amore profondo».

Titolo originale: Lost in space in the suburbs – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Provate a indovinare dove sono atterrato questa settimana. Qualche indizio. La città è sede di uno dei principali fornitori americani di telefonia fissa e mobile. È piatta, enorme, e ha prodotto un proprio spettacolo TV. Anzi, quello spettacolo ha avuto tanto successo che adesso ricomincia. Non avete ancora indovinato?

OK, qualche indizio in più. Uomini massicci, grosse fibbie lavorate a tener su i pantaloni, e spesso stivaletti dai tacchi alti indossati insieme all’abito da ufficio. Le donne fumano grossi sigari. Ci ha sede la catena di grandi magazzini Neiman Marcus, ma non si capisce.

Possibile che non ci siate ancora arrivati?

Ci sono i cowboys, c’è JR e tutto il resto. Dai, lettori, siamo a Dallas.

Dopo essere stato a Monaco, a fare un giro per Hong Kong e poi una settimana a Chicago, con Dallas è un’altra cosa. Atterro martedì pomeriggio su uno di quei nuovi – e non certo migliori – 737 della American Airlines. Certo c’era il servizio WiFi e i sedili non traballavano, ma volare è un’esperienza priva di qualunque fascino in una business class senza schienali reclinabili obbligati a strisciare il fondoschiena sul cuscino, a pranzo gamberi e un po’ di formaggio grigliato, orrende coperte e imbottite.

Giù dall’aereo e in aeroporto mi incontro con un amico in attesa con l’auto, e dopo qualche minuto siamo sulla superstrada diretti verso l’albergo. Si avvicina l’ora di chiusura degli uffici, e chiedo se ce la faremo a evitare il traffico di punta. L’amico mi rassicura: non è mai peggio di quanto non sia adesso, e ci stiamo muovendo senza alcun impaccio. Fuori dalla superstrada arriviamo in un complesso alberghi con campi da golf case uffici, inizio a notare parecchi cartelli vendesi affittasi, saracinesche abbassate: una stazione di servizio, un intero palazzo. Fasce commerciali, depositi, pare esserci gran disponibilità di spazi in offerta, se qualcuno volesse mai trasferirsi qui nel sud-ovest.

Provo a immaginarmi come dev’essere la vita in questa particolare zona, mentre ci fermiamo davanti all’albergo dove ci saluta un piccolo esercito di addetti in abiti di foggia coloniale. Prendono i miei bagagli e scompaiono dentro prima che faccia in tempo a tirar fuori il portafoglio e il passaporto.

Al bancone, mi fanno il solito discorsetto sui servizi aggiuntivi e a possibilità di scegliere un’altra camera con tutte le comodità. Chiave elettronica in mano, mi dirigo verso la camera, e mentre attraverso l’atrio sono colpito dallo strano odore caratteristico del settore accoglienza Usa. Spero si tratti di un odore che aleggia solo nei corridoi, ma entrato in camera quella puzza quasi mi stende.

Forse che gli alberghi vintage americani (anni ’70 e ‘80) hanno tutti i medesimi impianti di aria condizionata, e sono costruiti coi medesimi materiali? O magari è quell’arredamento da quattro soldi a emettere gas velenosi? O i materassi? Questo posto vanta di essere uno dei migliori della città, fa parte di una delle migliori catene mondiali, e la cosa mi lascia perplesso. Apro la porta verso il terrazzino nella speranza che quella concentrazione di aria stantia fatta di residui dei filtri, tabacco, deodoranti vari, lenzuola sporche, sudori notturni, se ne vada. Ma dopo dieci minuti, sono di nuovo in corridoio con le mie borse, e torno sui miei passi fino all’auto. Il personale al banco è allibito quando restituisco la chiave e ritiro qualche busta.

“Oh mamma mia. C’è qualcosa che non va?” chiede una giovane addetta. Per un attimo vorrei dirle di quello strano odore, tipico di tanti alberghi americani, ma so che non potrebbe farci nulla, e so anche che il messaggio si perderebbe per strada prima di arrivare alla direzione generale della catena. “Va tutto benissimo, solo un piccolo cambio di programma”.

Di nuovo in auto, anche l’amico è un po’ perplesso di rivedermi col bagaglio. Gli spiego che c’è stato qualche pasticcio con la logistica, non voglio dirgli della mia convinzione secondo cui l’economia dei servizi americana ha preso qualche brutta piega.

Mentre ci dirigiamo verso il centro città, superando altre strisce commerciali abbandonate e palazzi per uffici sprangati, provo a ragionare su come un urbanista potrebbe provare a ricomporre tutti questi frammenti sparsi. Si può solo demolire e ripartire daccapo? O magari lanciare qualche grande piano di riqualificazione sostenendo quartieri urbani anziché zone ad una sola funzione? Ma si riuscirebbe a convincere gli americani, e figuriamoci i texani, a un po’ più di densità? Dopo un quarto d’ora arriviamo all’Highland Park Village, probabilmente una delle pochissime zone commerciali d’America classificate di interesse storico. Pullula di vita e attività. Perché? Perché è fatta di spazi raccolti, di verde, è densa e dotata di tutte le tentazioni della città comodamente vicine l’una all’altra.

Qualche ora più tardi, mentre guardo alla televisione il dibattito presidenziale, mi viene da pensare che sarebbe vincente, un candidato con un’idea per la rivitalizzazione delle città americane.

Postilla

L’interesse del giornalista, specializzato specificamente in turismo accoglienza e dintorni, si concentra sugli aspetti di abitabilità, o estetici, ma non sfugge certo al lettore come la brevissima conclusione rinvii al famigerato modello di sviluppo territoriale disperso. Ecco, saltando al contesto italiano pare impietoso notare sino a che punto il dibattito politico di questi giorni sembri ignorare il problema territorio ambiente sviluppo, con la lodevole eccezione del ddl consumo di suolo del ministro Catania. L’antipatico ma spesso puntuale Fabio Balocco sul Fatto quotidiano ha provato a passare in rassegna i vari programmi delle forze politiche, senza trovare tracce visibili a occhio nudo. Anche nella Lombardia piagata da lustri di formigoniana Città Infinita, dove ancora si spinge per il famoso emendamento che consentirebbe ai privati del project financing di costruire fuori da ogni regola future strip commerciali abbandonate come quelle di Dallas, di tutto si parla salvo che del modello territoriale e socioeconomico connesso. Colpa di chi ne capisce e dovrebbe spiegare meglio al pubblico le cose, invece di avvitarsi in linguaggi iniziatici? Io non lo so, e voi? (f.b.)

Ha proprio ragione Susanna Camusso. La segretaria della Cgil ha detto che per fare una politica come quella che sta impoverendo il paese non c'era bisogno dei professori. E ha aggiunto che questa politica bisogna combatterla. Quali armi ha un sindacato per cercare di ribaltare la logica che impone il primato della finanza e preferisce la tassa sul macinato a una seria patrimoniale per recuperare i soldi necessari a riempire le borse degli esattori europei, meglio sarebbe per dare al paese un futuro di lavoro socialmente e ambientalmente sostenibile?

Da che mondo è mondo, la prima arma è lo sciopero generale. Difficile incidere sulle scelte politiche limitandosi a un happening a S.Giovanni; difficile, senza mettere in moto un movimento di lotta, far entrare in testa a chi si propone alla guida del paese, magari in alternativa a Berlusconi e in «discontinuità» con Monti, lo slogan di ieri: il lavoro prima di tutto.

Forse è ingeneroso, come commentava qualche operaio indispettito, paragonare la piazza di ieri a una «sagra della castagna», o temere che il prossimo appuntamento di lotta contro un governo che colpisce lavoratori e precari, pensionati e giovani, si riduca a un happy hour. Portare in piazza i lavoratori che pagano la crisi e le risposte liberiste per (non) uscirne, è una scelta giusta. Erano impressionanti i mille cartelli con i nomi di aziende a rischio chiusura, e quelli delle tante che hanno già chiuso e i cui operai hanno perso, o rischiano di perdere, persino gli ammortizzatori sociali. La piazza di ieri consegnava, a chi ha occhi per vedere, la carta geografica di un paese allo stremo, privo di una strategia e di una politica industriale. Un paese guidato da chi pensa che per uscire dalla tempesta si debbano ridurre i diritti e allungare gli orari dei pochi che lavorano, e anche a chi è in cassa gli si dice che quando e se tornerà in fabbrica o in ufficio dovrà rinunciare ai «privilegi». Privilegi? È un paese, il nostro, che da troppo tempo pensa che una transazione finanziaria meriti maggior rispetto di un tondino o un pannello solare.

C'è chi lo sciopero generale l'ha già fatto, come i lavoratori di una conoscenza bistrattata, e chi lo sta preparando come i metalmeccanici. Ma chi non insegna o non fa ricerca e chi non costruisce auto o computer, non è altrettanto colpito? Non lo sono i precari, i pensionati, chi pensionato non riesce a diventare nonostante sia stato espulso dal lavoro? E i milioni di vecchi e nuovi poveri a cui vengono ridotti i servizi essenziali? Come mai mezza Europa, per le stesse ragioni, ha già fatto scioperi generali, altri paesi li preparano e alcuni dell'area mediterranea addirittura nello stesso giorno, abbozzando un primo embrione di sciopero europeo, con la benedizione e la copertura della timida Ces, mentre da noi lo sciopero generale è solo minacciato, e per il 14 novembre la Camusso si limita a proporre «una manifestazione»? Possibile che se non c'è più Berlusconi e il governo ha il sostegno anche di chi dovrebbe stare all'opposizione, la Cgil non si senta libera di combattere le battaglie che pure dice necessarie? Uno sciopero non è la panacea, ma almeno fa sentire meno solo chi soffre.

»ROMA — «L'Europa è a un crocevia. Non è la prima e non sarà l'ultima volta. La sua intera storia è un'avventura infinita. Giovedì sono stati fatti piccoli passi verso una sorta di integrazione finanziaria, attraverso la creazione di una vigilanza bancaria comune. È promettente, ma ci sono grossi punti interrogativi: il diavolo si nasconde nei dettagli. E questo è solo l'aspetto economico, che in fondo è quello affrontato con più attenzione. Ma la speranza che l'integrazione politica seguirà quella economica è infondata, potrà farlo come potrà non farlo. Gli interessi delle diverse aree d'Europa sono troppo contrastanti».

Zygmunt Bauman è il teorico della società liquida, il filosofo che ha individuato e descritto l'essenza proteiforme e instabile della modernità, orfana delle grandi narrazioni metafisiche delle ideologie e strutturalmente precaria. Ma per essere filosofo e sociologo, Bauman è anche molto attento ai processi politici concreti e in particolare a quelli dell'Europa, che per lui, ebreo polacco fuggito dall'occupazione sovietica, vissuto in Israele e Inghilterra, è il grande progetto del Ventunesimo secolo.

Bauman è a Roma, dove oggi terrà una «lectio magistralis» in apertura di InNovaCamp, seminario a più voci organizzato dall'Associazione ItaliaCamp, in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense, dal titolo «Salvezza o dannazione — proposte e soluzioni anticrisi». All'evento partecipano anche i ministri della Giustizia e del Lavoro, Paola Severino e Elsa Fornero, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà.

Per Bauman, l'integrazione politica europea è «questione di vita o di morte, di sopravvivenza o disgregazione». A fargli soprattutto paura è la «discrepanza tra l'immensità della sfida e la mediocrità dei mezzi a disposizione». «Quando ero giovane — spiega — la domanda era: che fare? Oggi è chiaro cosa fare, ma la vera domanda è: chi lo farà? Allora tutti pensavano che una volta individuate le cose da fare, il governo onnipotente se ne farà carico. Oggi il governo è l'ultima istituzione che ci aspettiamo le faccia. Fino a quando questo gap non sarà colmato, siamo nei guai».

Perché è così importante l'unificazione politica?

«Perché senza una qualche forma di Confederazione, con organi decisionali comuni che decidono sulla politica economica e finanziaria, estera e di sicurezza, non credo che i vantaggi che l'Europa è in grado di offrire ai suoi membri possano diventare realtà. La casa europea non va a detrimento delle culture nazionali, ma provvede a una sorta di tetto comune a tradizioni, valori, differenze locali. E il paradosso è che ogni singolo Paese è molto più a rischio di perdere la sua identità specifica, se si espone senza protezione, cioè senza questo scudo europeo, alle forze globali, che sono violentemente e spudoratamente sovranazionali, ignorano i temi e le specificità locali».

Come si può colmare il deficit democratico dell'Europa?

«Lo Stato moderno per emergere ha dovuto combattere, spesso anche in modo violento, contro gli interessi locali. Ci sono voluti cento anni perché questo processo venisse a compimento: ma non furono i poteri locali che rinunciarono a pezzi di sovranità, al contrario questa venne loro tolta poco alla volta, spesso contro una resistenza feroce. Sta succedendo di nuovo, abbiamo 27 nazioni e vogliamo organizzare una nuova organizzazione superiore. Ci vuole tempo e temo che andrà così anche con l'unificazione politica dell'Europa. Non sarà semplice ricreare vere istituzioni democratiche a livello europeo».

Ma cosa dire alla gente per averne il consenso?

«Che l'Europa è la sola chance che hanno di difendere e proteggere la loro identità nazionale. Dobbiamo ripensare le istituzioni europee in modo completamente nuovo. Dovranno avere l'abilità a condensare e unificare un volere popolare europeo altrimenti sparso e diversificato. Esattamente ciò che fanno i Parlamenti locali: far emergere un interesse nazionale da spinte diverse. Solo così possiamo colmare il deficit democratico, che nasce dal fatto che le attuali istituzioni politiche non godono più della fiducia popolare. C'è uno scarto tra la natura generale dei nostri problemi e quella individuale delle nostre soluzioni».

La Rete può aiutare a colmare il deficit democratico?

«Non c'è nulla di specifico che ne faccia strumento naturale per la democrazia, potrebbe anche essere strumento di un regime totalitario. Quindi, invece che in favore dell'unificazione dell'Europa, potrebbe lavorare in favore della sua separazione. Non credo nel determinismo tecnologico. Conta ciò che noi facciamo con la tecnologia. Spostare verso la Rete i compiti che sono nostri, quelli di promuovere democrazia e libertà, è molto pericoloso. Perché ci deresponsabilizza».

Napolitano firma il decreto che contiene il comma dello “scippo” della parte dedicata al Mose Presto un emendamento “bipartisan” per restituirlo alla città che avrebbe i numeri per passare

La battaglia contro lo “scippo” dell’Arsenale alla città, si deciderà in Parlamento. Alla fine, infatti, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo averlo tenuto diversi giorni sul suo tavolo, ha firmato il decreto sull’agenda digitale che prevede anche il comma inserito dal ministro delle Infrastrutture Corrado Passera, che modifica quello già approvato all’interno del decreto sulla spending review, sottraendo al Comune - mantenendolo così allo Stato - circa il 70 per cento dell’Arsenale nord, quello dove sono previste le lavorazioni e le manutenzioni del Mose eseguite dal Consorzio Venezia Nuova d’intesa con il Magistrato alle Acque. Non erano molte in verità le possibilità che Napolitano, con un atto d’imperio, cancellasse o modificasse quel comma e si sperava da parte dal Comune e del sindaco Orsoni che a farlo fosse invece proprio il ministro Passera.

Ma nonostante contatti e invìi di memorie da Venezia a Roma, ciò non è avvenuto e lo scontro si sposta ora al Senato - dove il decreto sull’agenda digitale con Arsenale incorporato approderà per primo - dove sarà certamente presentato un emendamento, sperabilmente bipartisan, che chiederà l’abolizione del comma pro-Consorzio e la restituzione dell’Arsenale a Venezia. I numeri per farlo passare ci sono, perché oltre al Partito Democratico, anche l’Udc e la Lega - con i chiari pronunciamenti del presidente della Regione Luca Zaia e di quello della Provincia Francesca Zaccariotto - sono per la rfestituzione dell’Arsenale alla città. Ma anche l’Italia dei Valori dovrebbe votare a favore e lo stesso Pdl - che ha tenuto finora un atteggiamento molto prudente sulla vicenda dello “scippo” dell’Arsenale – avrà i suoi problemi a votare contro un emendamento di questo tipo. Prudente - ma per altre ragioni - è nelle sue dichiarazioni sul via libera al comma dello “scippo” anche il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. «Aspetto di vedere il testo del decreto - commenta - perché credevo sinceramente ci fosse spazio per modificarlo e attendo gli ulteriori sviluppi, ma è chiaro che se la situazione rimarrà questa, speriamo che sia il Parlamento a rimediare con un emendamento che restituisca l’Arsenale a Venezia». La speranza dello stesso sindaco è che possa essere lo stesso Governo, con Passera protagonista, a rimediare alla situazione, con un proprio emendamento al decreto , seguendo la strada indicata al ministro delle Infrastrutture dallo stesso Orsoni: quello di un emendamento che pur riconoscendo la proprietà del Comune sulla parte dell’Arsenale nord occupata dal Consorzio e il suo diritto quindi ad esigere i canoni di concessione, specifichi che l’attività del pool di imprese e del Magistrato alle Acque legata al Mose, non subirà variazioni fino alla sua scadenza, nel 2026. Poi però dovrebbe tornare al Comune. Ma è anche il diverso “padrone” di casa” - al di là delle garanzie sul mancato “sfratto” - a non garbare a Magistrato e Consorzio. «Che il Governo presenti o no un proprio emendamento correttivo - annuncia il parlamentare veneziano del Pd Andrea Martella - noi comunque ne presenteremo uno nostro, cercando di raccogliere intorno ad esso il massimo del consenso, concordandolo, visto che in questo caso non si tratta della battaglia di una forza politica, ma dall’intera città. Ci sono certamente le condizioni perché esso possa essere approvato ed evitare questo colpo di mano».

Due frasi che lo ridanno al Magistrato e al Consorzio

Un comma di due frasi - inserite all’interno dell’emendamento già approvato nel decreto sulla spending review - che però restituisce l’Arsenale dal Comune allo Stato, come chiedono Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova. Nel testo precedente si leggeva. «Il compendio costituente l’Arsenale di Venezia, con esclusione delle porzioni utilizzate dal Ministero della Difesa per i suoi specifici compiti istituzionali, in ragione delle caratteristiche storiche e ambientali, è trasferito in proprietà al Comune, che ne assicura l’inalienabilità, l’indivisibilità e la valorizzazione attraverso l’affidamento della gestione e dello sviluppo alla società Arsenale di Venezia spa». Ora dopo le parole «dal Ministero della Difesa per i suoi specifici compiti istituzionali» sono inserite le parole «e di quelle destinate alla finalità del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti- Magistrato alle Acque di Venezia». E più avanti l’emendamento precedente recitava: «L’Agenzia del Demanio, d’intesa con il Ministero della Difesa, procede alla perimetrazione e delimitazione del compendio e alla consegna dello stesso alla Società Arsenale di Venezia spa». Ora, dopo le parole «d’intesa con il Ministero della Difesa», sono inserite le seguenti: «e con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti». Il tavolo di trattativa per la cessione delle aree dell’Arsenale dunque si allarga e dopo Comune, Demanio e Difesa, il quarto “convitato” sarà appunto il Ministero di Passera. Vista la contrarietà al passaggio al Comune di molte aree del sottosegretario alla Difesa Filippo Milone - in odore di conflitto di interessi, secondo anche l’interrogazione parlamentare del senatore del Pd Felice Casson, per i molti interessi nel settore immobiliare - e l’atteggiamento del Magistrato alle Acque, se tutto restasse così, per il Comune si farebbe dura mantenere una porzione significativa di Arsenale alla città.(e.t.)

vedi ancheDietro l'Arsenali di Venezia

Formigoni sarà ricordato anche per la sua intensa attività edilizia simbolicamente rappresentata dal nuovo Palazzo della Regione Lombardia. Adesso l'edificio è stato segnalato dal Council of Tall Buildings and Urban Habitats di Chicago, quale migliore grattacielo per la sezione riguardante l'Europa. Altre menzioni sono andate alle Absolute Towers (Mississauga, Canada) dello studio MAD Architects, a un grattacielo a Sydney del gruppo Ingenhoven architects e Architectus, e alla Doha Tower di Jean Nouvel. L'orgoglio del Governatore è così grande che non ha perso tempo per ingaggiare un critico (Gillo Dorfles) e un architetto (Italo Rota) per magnificare la «nuova idea di futuro» espressa dal «primo palazzo di governo dopo il Castello Sforzesco».

Poiché non si può impedire a un'associazione di lobbisti americani di premiare i più stravaganti edifici del mondo, qualche riflessione è invece d'obbligo sul perché un edificio di mediocre qualità architettonica e d'infelice collocazione urbanistica possa essere definito un'architettura di qualità, paragonabile ai monumenti storici di Milano. Innanzitutto va notato che la stampa (vedi il «Corriere della Sera» del 16 ottobre), e in generale i media, continuano a pubblicare l'immagine di un edificio avulso dal contesto urbano mentre il suo inserimento «a forza» lo vede giganteggiare su un nucleo di edifici residenziali preesistenti, quelli a perimetro di un vivaio, poi dismesso e trasformatosi in un piccolo bosco, abbattuto in una notte per lasciar posto al megaedificio pubblico.

Basta scaricare la cartella stampa dal sito dell'associazione americana (www.ctbuh.org ) per capire cos'è il Palazzo formigoniano spinto addosso al «Quartiere Modello» dell'ingegner Antonio Lamaro, questo sì da segnalare (e salvaguardare) quale intervento tra i più eloquenti dell'architettura razionalista tra le due guerre. Ci si accorgerebbe della morsa a tenaglia che i blocchi edilizi curvi alla base del grattacielo riservano alla nobile palazzina che chiude il «Quartiere Lamaro» raccontato con maestria filmica da Gianluca Brezza ne La casa verde. Una storia politica, un documentario da proiettare nelle scuole e nelle piazze per comprendere appieno la brutale operazione immobiliare che sta dietro l'edificazione di un'architettura magniloquente collocata nel posto più inadatto.

Ben altro da ciò che Dorfles ha dichiarato soddisfatto: «Finalmente abbiamo una città rivolta non solo al centro, ma anche alla periferia». A inquietare, della pur breve storia dell'edificio, non è tanto la surreale manipolazione subita dall'architettura dello studio Pei Cobb Freed & Partners Architects tra ideazione e realizzazione (ad esempio l'aggiunta di una piattaforma per elicotteri vicinissima agli edifici confinanti e fuori norma rispetto i limiti acustici o l'insano disegno delle aree a verde a terra e sui terrazzi), quanto l'afasia della cultura milanese davanti alla crescita neoliberista dell'area Garibaldi-Repubblica.

Eppure nessuna altra parte della città è stata così meditata, a cominciare dal Piano AR dei razionalisti milanesi redatto all'indomani della fine della guerra, fino al Concorso di idee bandito nel '92 e vinto da Pierluigi Nicolin, senza contare il numero di tesi di laurea del Politecnico, le iniziative di riviste (gli otto progetti pubblicati da «Casabella» nel '79), le esposizioni della Triennale e le diverse varianti, piani d'area e altri strumenti urbanistici redatti dall'amministrazione comunale.

Ci si chiede come sia stato possibile che una così intensa attività urbanistica e architettonica abbia dato forma allo scombinato Piano Integrato di Intervento del 2004 in cui si inserisce la nuova sede della Regione. Dove si è smarrita la riflessione sul ruolo strategico che i «grandi vuoti urbani come spazi di relazione» (Monestiroli) avrebbero avuto per la nuova forma urbis di Milano? Sono trascorsi quasi venti anni da quando si ragionava sulla necessità di far «affacciare» l'architettura delle istituzioni civili in un'area «destinata alla natura» sulla scia della lezione di Le Corbusier e Hilberseimer. Così non è stato e il «Centro Direzionale» è diventato la «turrita cittadella» già immaginata da Guido Canella: un luogo di «contenitori di una generica (e ormai anacronistica) burocrazia», ma soprattutto di grattacieli «rattrappiti e caricaturali rispetto ai modelli d'ispirazione», proprio come si è verificato senza che ciò fosse considerato uno scandalo, non meno grave di quelli che la cronaca ci racconta sul malaffare della politica.

Ogni grande manifestazione di popolo che avviene a Venezia ha un carattere pittoresco e festoso, soprattutto quando utilizza il fascino dell'acqua e delle barche imbandierate. Non sempre questi eventi sono ripresi dai media nazionali. Così è stato per esempio per le manifestazioni contro le grandi navi in Laguna, che ha goduto del silenzio dei media nazionali. Un inaspettato successo ha avuto invece la manifestazione contro l'ulteriore privatizzazione dell'Arsenale di Venezia operata dal governo Monti. Questo ultimo infatti ha inserito nel provvedimento alla firma del Presidente della Repubblica una norma che concederebbe al Consorzio Venezia Nuova, concessionario dello Stato per le opere di salvaguardia fisica della Laguna, un'ulteriore cospicua porzione del complesso demaniale dell'Arsenale, da decenni promessa al Comune.

Mi hanno colpito alcuni elementi: innanzitutto il grande rilievo dato dai media nazionali all'evento. E poi, l’insorgere della città – e non solo della sua componente più sensibile alla tutela degi spazi pubblici e dei beni comuni , i comitati) contro un uso dell’Arsenale che ne aumentava ancora il carattere di porzione murata e recintata della città. Sarebbe bello se l’attenzione dei media significasse che parole d'ordine controcorrente ( come «salvaguardare la città e i suoi spazi dalla privatizzazione» fossero il segno di una diffusa maturazione culturale. E se l’unanimità dimostrata dalla società veneziana significasse che essa nel suo insieme dice “basta” alla politica di privatizzazione di ciò che è pubblico

Il successo della manifestazione e l’unanime consenso mediatico che essa ha suscitato mi hanno posto alcune domande: come mai nessuno si era indignato, nemmeno in città, quando il governo, qualche mese fa, aveva assegnato in concessione al Consorzio Venezia Nuova tutta l'area nord dell'Arsenale? Possibile che nessuno in città ne sapesse nulla, neppure il Comune e le aziende di cui è il principale azionista, come l'azienda di trasporti e la spa Arsenale di Venezia? E come mai una persona come l'attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, che non ha mai contrastato le privatizzazioni di spazi ed edifici pubblici al Lido di Venezia e in tutti i complessi immobiliari recentemente passati dalla mano pubblica a quella privata (come quelle che oggi portano il marchio Benetton, Cardin e Trussardi e via griffando), appare oggi come il leader della protesta ed esprime la sua indignazione protestando la sua indignazione perché l'iniziativa del governo «favorisce gli interessi privati contro quelli della città?».

Due strategie

Può aiutare a comprendere l'apparente contraddizione il fatto che per l'Arsenale di Venezia ci sono due diverse strategie, entrambe interessate a promuovere interessi immobiliari e chiusura dei suoi spazi all'utilizzo da parte dei cittadini.

La prima strategia è indubbiamente quella che ha come suo principale attore il Consorzio Venezia Nuova e il gruppo di imprese edili che ne è il proprietario. Questo indubbiamente ha oggi il dominio della parte più consistente dell'Arsenale, concessagli dall’attuale proprietario, il Demanio statale, e l'interesse a estenderlo ulteriormente. Fino a diventarne l’utilizzatore finale per tutte le esigenze, industriali e di “valorizzazione immobiliare”, dei suoi soci.

Contrastare questa strategia è certamente necessario. Ma c’è una strategia alternativa? Nei fatti ne vedo agire una soltanto, e non la giudico positiva. E’ quella perseguita dalle forze e gli interessi che attualmente (diciamo dai tempi del sindaco Cacciari) governa la città ? Questa strategia, nel quadro di una visione immobiliaristica e mercantilistica dell'uso della città ha tra i suoi progetti più significativi quella di realizzare uno sviluppo particolarmente fruttuoso dal punto di vista della rendita immobiliare lungo l'asse, per ora meramente simbolico, domani costituito dalla “sublagunare”), che collega la nuova città di Tessera (2 milioni di mc sul margine della Laguna), il grande complesso dell'Arsenale e le aree già di proprietà pubblica del Lido di Venezia (si vedano in proposito i libretti Tessera City di Stefano Boato, Lo scandalo del Lido di Edoardo Salzano). Questo progetto urbanistico si integra perfettamente con le iniziative immobiliari in gran parte già realizzate lungo la direttrice Piazzale Roma - ponte di Calatrava - stazione ferroviaria - Rialto - San Marco (vedi il libretto Benettown di Paola Somma) e ha, quali ulteriori elementi della strategia che lo sorregge, la tolleranza nei confronti delle grandi navi e la mercificazione delle facciate dei palazzi veneziani.

Nell’ambito di questa strategia l’Arsenale ha indubbiamente un ruolo centrale: Per la sua posizione strategica, per l’entità degli spazi, per il prestigio, per i cespiti finanziari che già i suoi gestori ottengono dallo Stato e dai suoi concessionari.

A proposito: chi sono i gestori degli spazi dell’Arsenale dei veneziani, tutti ancora di proprietà pubblica? Non istituzioni pubbliche, statali o comunali, ma una struttura privatistica, realizzata ad hoc: la “Arsenale s.p.a”, di proprietà paritaria dei due unici soci, Il demanio statale e il comune di Venezia, Una struttura, presieduta e diretta dall’ax assessore all’urbanistica Roberto D’Agostino, che ha la piena potestà di operare, progettare i suoi “programmi industriali", i suoi progetti, le sue decisioni operative con tutta la discrezionalità propria dell’istituzione di diritto privato.

C’è un'altra strategia?

Fino ad oggi l'impressione prevalente era che tra quelle due differenti strategie (quella del Consorzio Venezia nuova e quella dell’attuale maggioranza comunale)non vi fosse contrasto, ma anzi complicità o esplicita collaborazione. La frattura apertasi tra il Comune e il Consorzio Venezia Nuova a proposito delle aree dell'Arsenale può avere più significati. E’ probabile (o almeno possibile) che il conflitto sorto tra le due strategie stia nel nel problema sollevato dal sindaco Orsoni a proposito dell’ammontare del contributo che il Consorzio versa l’Arsenale s.p.a, per l’utilizzazione dell’area di cui gli è stato concesso l’uso. Lo confermerebbe la dichiarazione di Orsoni che la decisione governativa «non consentirebbe ad Arsenale Venezia spa - la società che dovrebbe occuparsi della gestione del complesso - di fare il proprio piano industriale» (Enrico Tantucci, La Nuova Venezia. 12 0ttobre 2012).

Se così fosse, è facile prevedere che la buriana cesserà presto e si troverà un nuovo compromesso, finanziario o immobiliare, tra gi interessi oggi divergenti. MaPer comprendere meglio sarebbe utile conoscere i rapporti funzionali e finanziari che legano tra loro i diversi attori della gestione dell'Arsenale e ciò che il colpo di mano del governo cambia in questi rapporti, e sarebbe utile sapere quale sia il piano industriale della Arsenale spa cui allude il sindaco, quale organo elettivo lo abbia approvato (o almeno conosciuto e discusso).

Più utile ancora sarebbe utile sapere se, se oltre alle due strategie che si contendono il destino dell'Arsenale (e che facilmente troveranno una nuova composizione) ve ne sia una diversa e capace di assegnare all'Arzanà dei viniziani il ruolo più utile alla città e ai cittadini di oggi e di domani. Sarebbe utile, ma non è facile costruirla, finche le informazioni su ciò che c’è dietro il recinto dell’Arsenale resterà così poco trasparente a chi vuol conoscere per partecipare criticamente al governo della città, bene comune.

«Entro il mese troveremo una soluzione». A quasi un anno dal naufragio della Costa Concordia, il decreto Passera- Clini sui limiti alle rotte delle grandi navi a Venezia non trova ancora applicazione. Non dovrebbero entrare a San Marco quelle superiori alle 40 mila tonnellate. Ma in mancanza di alternative il decreto è stato sospeso. Davanti a San Marco passano ogni giorno in stagione quattro o cinque navi di stazza superiore alle 100 mila tonnellate. «Speriamo entro ottobre di poter dare una soluzione concreta», dice il ministro per l’Ambiente Corrado Clini, «è davvero difficile continuare ad assistere a questo spettacolo a San Marco». Anche il Porto, in una prima fase piuttosto restìo alla protesta, apre uno spiraglio. «Per le grandi navi occorre un’alternativa», ripete il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa. Le stesse compagnie Costa e Msc hanno offerto al sindaco Giorgio Orsoni la loro disponibilità. E Orsoni ha deciso per la linea dura: «Se ne devono andare da San Marco». Ma le alternative sono diverse. Perché il Porto insiste sul progetto di scavo di un nuovo canale, il Contorta-Sant’Angelo, che permetterebbe di arrivare all’attuale Marittima passando da Malamocco e non più da San Nicolò (e dunque da San Marco). Il sindaco invece preferirebbe Marghera: banchina già pronta, lavori minimi e tempi stretti (al contrario del Contorta, che costa 50 milioni e secondo esperti idraulici potrebbe aumentare l’erosione della laguna trasformando un piccolo canale in una vera sutostrada del mare. La Vtp (Venezia Terminal passeggeri) non intende mollare, ricorda che «le navi portano ricchezza». E pensa di raddoppiare la Marittima. Costruendo una mega stazione nelle casse di colmata in territorio di Mira per le navi superiori alle 300 mila tonnellate. Il comitato «No navi» incassa le aperture di Costa e Orsoni, anche se non si fida: «Andiamo a vedere se si fa sul serio», dicono. E rilancia: «Le grandi navi di quelle dimensioni devono stare fuori della laguna». Soluzioni possibili, Punta Sabbioni (con il vecchio progetto De Piccoli, depositato anni fa tra le alternative al Mose; oppure Santa Maria del Mare, sulle babnchine oggi utilizzate per il Mose dal Consorzio Venezia Nuova che dovrebbero essere smantellate nel 2014. Clini si dice fiducioso. «Il sindaco e il presidente dell’Autorità portuale hanno messo a punto soluzioni rapide che potranno essere realizzate in tempi molto brevi», dice. Un vertice a tre è previsto per il 24 ottobre. E allora toccherà decidere. Intanto le navi, alte più dei campanili, continuano a fare l’«inchino» a San Marco.

Non bastano la seicentesca Arpa Barberini o il primo esemplare di pianoforte, un Cristofori del 1722, a evitare che il Museo nazionale degli strumenti musicali in cui sono esposti sia un vertiginoso buco nero della tutela in Italia, il simbolo dello stato comatoso in cui versa il patrimonio storico artistico. Dal 9 giugno il Museo, che ha sedea Roma in una palazzina dietro la chiesa di santa Croce in Gerusalemme,è chiuso. Si dice che lo si debba ristrutturare, ma non c' è alcun cantiere aperto. Solo sei custodi divisi su tre turni vigilano su quasi novecento oggetti che hanno pochi eguali al mondo per valore e bellezza e che, senza climatizzazione perché l' hanno staccata, sono rosicchiati dai tarli. Nei tre magazzini al piano terra si accatastano sotto la polvere pianoforti, cembali e violoncelli. Negli scaffali brandelli di violini, tastiere fatte a pezzi. Dovunque lo struggente senso di un tesoro in abbandono. E sul futuro solo voci. Lo scenografo Pier Luigi Pizzi starebbe lavorando a un progetto di allestimento, ma intanto alcune parti sono state inglobate e altre lo sarebbero dalla vicina Direzione generale del cinema e da quella dello spettacolo dal vivo che, come il Museo, appartengono allo stesso ministero dei Beni culturali. Ma c' è chi sostiene che il secondo piano, dove altri strumenti sono ammassati, potrebbe far gola a società private che organizzerebbero mostre, anche con la consulenza di ex dirigenti del ministero in pensione. Sulla vicenda è scattata una denuncia della Cgil che ha diramato un comunicato e che, insieme al Comitato per la Bellezza, ha lanciato un appello per salvare il museo dalla distruzione. Così deperisce un prezioso ma debole presidio che ha un solo difetto agli occhi di chi misura tutto in termini contabili: non attira molti visitatori, circa 13 mila l' anno, anche se fra questi figurano studiosi del mondo intero e storici della musica che vengono a Roma per vedere uno dei tre esemplari esistenti del Cristofori del 1722, campanelli d' età ellenistica, sistri in bronzo del VII secolo a.C., tamburelli cinesi, cembali del Seicento con delicate pitture, ghironde, chitarre settecentesche, arpe, organi intarsiati e poi il ciacciac futurista di Giacomo Balla. Un repertorio accumulato in gran parte da un solo collezionista, Evangelista Gorga, un tenore che nel 1896 fu Rodolfo nella prima esecuzione della Bohème di Puccini e che si dedicò a raccogliere strumenti di tutte le epoche e di tutto il mondo. Dal 1964 la collezione è nel museo, unico in Europa per quantità e valore del materiale. Ma sempre bistrattato, vilipeso, senza che nessuno si impegnasse in politiche di valorizzazione, come attestano le denunce di Antonio Latanza, che lo ha diretto per vent' anni. Ora l' abbandono è completo. La chiusura del Museo è stata decisa dalla direttrice ad interim Rossella Vodret, che nel giugno scorso era Soprintendente al Polo museale romano (di cui il Museo degli strumenti fa parte) e che da lunedì scorso è in pensione. La Vodret aveva destituito la precedente direttrice, Luigina Di Mattia. Nell' ultimo anno dal museo sono state staccate alcune sale, che tuttora sono inutilizzate. Fra queste anche la cosiddetta "sala dell' azoto" dove pianoforti e spinette venivano ricoverate per uccidere i tarli. Un' operazione che ora non si fa più se non mandando gli strumenti in laboratori privati. È stato anche smantellato l' auditorium che ospitava concerti e conferenze. Ora vi stazionano le scrivanie di tre funzionari amministrativi sfrattati dai loro uffici passati ai colleghi di Spettacolo e Cinema. Senza manutenzione, senza una temperatura costante di 19-20 gradi gli strumenti musicali rischiano danni irreparabili. Il legno è materiale vivo, l' umidità lo gonfia. In agosto, denunciano alla Cgil, si superavano di molto i 40 gradi. Gli studiosi ancora ricordano il signor Pietro Patacchiola, restauratore capo, che con la direttrice Luisa Cervelli passava in rassegna gli strumenti anche due, tre volte la settimana, uno per volta. E qualcuno lo rammenta seduto a suonarli, quando c' era bisogno che anche solo per un attimo riprendessero vita. Ora pianoforti, organi e cembali giacciono muti, in attesa che il ministero ne fissi la sorte.

«Ho scelto come nuovo presidente del Maxxi l’ex ministro per i Beni culturali che ha avuto il merito di avviarne il progetto ed intuirne le potenzialità», ha dichiarato Lorenzo Ornaghi, sommerso da un diluvio bipartisan di censure per l’inconsulta nomina di Giovanna Melandri alla guida del maggior museo di arte contemporanea italiano.

Non fa una piega. Come se un ex ministro della Sanità laureato in economia (proprio come la Melandri, del resto) venisse nominato direttore di un ospedale da lui a suo tempo inaugurato, o un ex ministro dei Trasporti laureato in filosofia fosse chiamato a dirigere un aeroporto di cui tagliò il nastro.

Filippo Ceccarelli su Repubblica ed Ernesto Galli della Loggia sul Corriere hanno già spiegato perché questa nomina sia un clamoroso errore. Lo hanno fatto con garbo cavalleresco, perché soffermarsi sullo spessore culturale della Melandri sarebbe come sganciare un’atomica sulla Croce Rossa.

Ma c’è un lato della questione che non hanno considerato. Ed è che la prima, indispensabile condizione per salvare il patrimonio storico e artistico della Nazione (cosa che tutti, a parole, vorrebbero) non sono i fondi, né le leggi: ma è la competenza a prova di bomba che dovrebbero avere tutti coloro che lo maneggiano. In Italia, gli studi di storia dell’arte dovrebbero essere più seri e severi di quelli in ingegneria spaziale (e non lo sono: per colpa della mia corporazione); i concorsi per le soprintendenze e i musei dovrebbero essere durissimi (e invece sono penosi colabrodo); il governo del patrimonio dovrebbe essere lontano anni luce dalle invadenze politiche (e invece è soffocato, colonizzato dalla classe politica più vorace, ma anche più incolta, del globo).

E Ornaghi, in tutto questo, si è trovato come un topo nel formaggio. Unico ministro incompetente in un governo tecnico, ha moltiplicato intorno a sé l’incompetenza come fosse pani e pesci: ha nominato un suo affezionato creato nel Consiglio d’amministrazione della fondazione della Scala; ha affidato ad un ignaro filosofo del diritto la guida del Consiglio superiore dei Beni culturali, che poi ha popolato di psicologi, scienziati della politica e rettori milanesi (senz’altro ottime persone, ma del tutto incompetenti in materia): e giù per tutti i rami delle nomine, fino a fare soprintendente di Roma la musealizzatrice dei lucchetti di Moccia.

Ma il più incompetente tra coloro che Ornaghi ha nominato, e poi difeso fino alla soglia del carcere, è quel Marino Massimo De Caro che lo consigliava per 40.000 euro l’anno, e dirigeva la Biblioteca dei Girolamini col placet del Mibac: non era nemmeno laureato, ma in compenso era uno stretto collaboratore di Dell’Utri. Ha rubato solo 4000 dei libri che custodiva. Quasi quasi dobbiamo ringraziare Ornaghi: avesse scelto un ladro competente, oggi non ci sarebbe più nulla.

Naturalmente Giovanna Melandri è un’altra cosa. Ma il presupposto è esattamente lo stesso: se si parla di quel vago divertimento per ricche signore svampite che è l’arte, la competenza non esiste. E siccome finché i musei sono direttamente sotto il Mibac bisogna pur valutare dei titoli, la scorciatoia è quella di trasformarli in fondazioni: Alain Elkann a presiedere la Fondazione del Museo Egizio è forse meglio della Melandri che presiede il Maxxi? Ci pensino, i sostenitori della Fondazione Brera: e tremino, pensando a chissà quale ferrovecchio del sottobosco politico lombardo il pio Ornaghi immancabilmente infognerà alla testa del massimo museo lombardo.

L’orda dei politici rottamati in cerca di sinecure calerà sul patrimonio artistico come uno sciame di cavallette: c’è da scommetterci, siamo solo all’inizio.

Il governo Monti riuscirà dove non è riuscito il governo Berlusconi, cioè a rendere ancora più deboli e magari annullare i vincoli paesaggistici e ambientali esistenti sulle aree protette? Dalle notizie di oggi sul nuovo testo sulla Semplificazione pare proprio di sì. La eliminazione del silenzio-rifiuto e la sua sostituzione col silenzio-assenso qualora le soprintendenze ai beni architettonici e paesaggistici non riescano a dare una risposta entro 45 giorni avrà effetti devastanti su quanto resta del Belpaese. Il governo Monti e per esso il ministro Lorenzo Ornaghi e il sottosegretario Roberto Cecchi non possono non sapere che il personale tecnico delle Soprintendenze è stato ridotto all'osso e deve (o dovrebbe) esaminare e sbrigare, già oggi, almeno 4-5 pratiche al giorno con un picco incredibile di pratiche edilizie per Milano e la Lombardia. Quindi la richiesta di una risposta nel termine di un mese e mezzo pena il silenzio-assenso significa dare in pratica via libera a tutte le domande di concessione edilizia, alle lottizzazioni ai nuovi insediamenti industriali anche all'interno di aree vincolate. Cioè una incredibile colata di nuovo cemento laddove già edilizia di speculazione e edilizia abusiva hanno massacrato territorio e paesaggio. Tutto ciò mentre lo stesso governo Monti, tramite il titolare dell'Agricoltura, Mario Catania, presenta un disegno di legge contro il dissennato consumo di suoli liberi, in maggior parte agricoli... Tutto ciò mentre gli stessi costruttori più avveduti puntano sul restauro-recupero del patrimonio edilizio esistente. C'è da restare trasecolati di fronte a tanta incoerenza, a tanta arretratezza. Siamo davvero ai brandelli d'Italia. Ma naturalmente si vuole rilanciare il turismo. Di incoerenza in incoerenza, di insipienza in insipienza si spalanca la porta ad una nuova barbarie vestita da Sviluppo semplificato, da norma tecnica.

«Affama la bestia» è lo slogan con cui Ronald Reagan aveva inaugurato il trentennio di liberismo di cui oggi stiamo pagando le conseguenze. La «bestia» per Reagan era il governo: che - è un altro suo celebre detto - «non è la soluzione ma il problema». La bestia da affamare è in realtà la democrazia, l'autogoverno, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di decidere il proprio destino. Il programma è di mettere tutto in mano ai privati, che si appropriano così delle funzioni di governo e le gestiscono in base alle leggi del profitto. Quel programma è stato ora tradotto dall'Ue e dai governi dell'eurozona in due strumenti micidiali: il pareggio di bilancio e il fiscal compact. Con queste due misure in Italia verranno prelevati ogni anno dalle tasse, cioè dai bilanci di chi le paga, quasi 100 miliardi di interessi e altri 45-50 di ratei, per versarli ai detentori del debito: in larga parte banche e assicurazioni sull'orlo del fallimento per operazioni avventate e altri grandi speculatori nazionali ed esteri, e solo in minima parte singoli risparmiatori. L'assurdità di queste misure non va sottovalutata: nessun paese al mondo, nemmeno la Germania di Weimar, condannata al pagamento dei danni di guerra, ha mai rimborsato un proprio debito: che è stato sempre ridimensionato o riassorbito dalla «crescita» del Pil - quando c'è stata - o dall'inflazione, o da un condono, o da un default. Sottoporre a un salasso del genere un paese come il nostro, con un debito di oltre il 120 per cento del Pil, vuol dire condannarlo alla rovina. L'esempio della Grecia, a cui pure sono imposte per ora misure assai meno drastiche di quelle previste dal fiscal compact, è sotto gli occhi di tutti. Ma bisogna ricordare che tre anni fa, quando la Grecia ha cominciato a dare attuazione al primo memorandum della Trojka (Bce, Fmi e Commissione europea), Monti aveva salutato il cammino intrapreso come l'alba del risanamento economico del paese. Esattamente quello che ripete ogni giorno, ora che è presidente del consiglio, lodandosi, e lodando le politiche del suo governo, mentre occupazione, redditi da lavoro, produzione, bilanci aziendali, Pil e debito pubblico precipitano verso il baratro.

D'altronde, se non bastassero le misure contro i lavoratori varati dal suo Governo, va ricordato anche che meno di un mese fa il parlamento europeo ha dovuto bloccare un regolamento proposto dalla Commissione, ma redatto e ispirato nel 2010 proprio da Monti, che mira a subordinare alle «convenienze» dell'impresa il diritto di sciopero: «Regolamentazione dell'esercizio del diritto di promuovere azioni collettive nel contesto della libertà d'impresa e della garanzia dei servizi».

Ecco chi è quello che i partiti che lo sostengono considerano salvatore della patria! «In Portogallo nel 1932 - ricorda l'associazione veneziana Fondamenta - un professore di economia, al secolo António de Oliveira Salazar, fu chiamato a dirigere il Paese per far fronte alla crisi economica e all'enorme deficit di bilancio che attanagliava la terra lusitana. Il suo intento era di creare una struttura super partes capace di riunire in sé tutte le correnti nazionali e di sostituirsi ai partiti. Rimase al potere per 36 anni e 82 giorni, e il suo regime, noto come salazarismo, ebbe termine solo con una rivoluzione, il 25 aprile del 1974». Vogliamo imboccare la stessa strada? O non l'abbiamo forse già imboccata?

Ecco allora un primo passaggio ineludibile: se non vogliamo rinchiuderci nel solco salazariano tracciato da Monti, pareggio di bilancio e fiscal compact devono venir respinti e disattesi e il debito pubblico va affrontato con altri strumenti. L'Italia ha un avanzo primario consistente: consolidando il proprio debito potrebbe evitare di ricorrere al mercato finanziario per parecchi anni. E senza «uscire dall'euro», a meno di venirne cacciata; cosa che porrebbe più problemi che vantaggi anche a tutti gli altri paesi dell'eurozona. D'altronde, che una ristrutturazione del debito italiano sia prima o poi inevitabile lo dicono ormai anche molti economisti mainstream, da Rubini a Savona. Una forte patrimoniale è certo necessaria, ma non basta a risolvere il problema. Ma questo non va affrontato in ordine sparso: con il fiscal compact i paesi che si troveranno nella nostra situazione, o anche peggio, sono destinati a crescere; e le forze sociali disposte a prendere di petto il debito sono sì sparse e per lo più senza rappresentanza, ma sempre più numerose. Dinnanzi a un loro schieramento compatto, le autorità monetarie e il cosiddetto fronte del nord si vedrebbero costretti a imboccare di corsa strade, come la mutualizzazione o la monetizzazione dei debiti pubblici dell'eurozona, che oggi vedono come fumo negli occhi.

La stretta monetaria e fiscale imposta dalle autorità europee - e, per lo meno fino a ieri, dal Fmi, che con queste imposizioni ha mandato in rovina ben più di un paese nel corso del tempo - ha il suo riflesso più vistoso nel patto di stabilità interno: quello che mette alle corde le finanze degli enti locali - e innanzitutto dei Comuni - costringendoli a svendere patrimonio immobiliare, beni comuni e servizi pubblici per far cassa. Così, nonostante che 27 milioni di italiani abbiano abrogato, con il referendum dello scorso anno, l'obbligo di svendere i servizi pubblici, sono ben quattro i decreti e le leggi che da allora prima il Governo Berlusconi e poi quello Monti hanno varato per reintrodurre quell'obbligo; e l'ultimo anche dopo che la Corte Costituzionale aveva decretato l'illegittimità dei primi tre; e tutti prontamente controfirmati dal Presidente della Repubblica, supremo «tutore» della Costituzione, per il quale evidentemente della volontà degli elettori si può e deve far strame. A sostegno di questo scippo viene poi mobilitata anche la Cassa Depositi e Prestiti - un istituto creato oltre 150 anni fa e finanziato dal risparmio postale per sostenere le iniziative dei Comuni, cioè i servizi pubblici locali - che il governo Berlusconi ha privatizzato con un trucco contabile e il governo Monti sta mettendo al servizio dei peggiori scempi perpetrati a danno dei territori e delle loro comunità. Più salazarismo di così ... .

La cosa è tanto più grave perché è solo dai territori e dalle comunità che lo abitano, e proprio facendo leva su un approccio innovativo ai servizi pubblici locali, che possono prendere piede progetti e pratiche di una vera politica industriale orientata alla conversione ecologica. Una politica industriale fondata sul decentramento delle decisioni, sulla partecipazione della cittadinanza attiva, su impianti di piccola taglia, su servizi flessibili diffusi e diversificati in base alle risorse disponibili e alle esigenze locali: nel campo della cultura, dell'educazione, dell'energia, della mobilità, degli approvvigionamenti alimentari (e quindi di un'agricoltura a km0), della gestione delle risorse materiali (oggi chiamata gestione dei rifiuti), dell'edilizia ecologica, della salvaguardia del territorio; e di tutte le produzioni che potrebbero essere avviate, creando un mercato e riconvertendo molte aziende in crisi, per fornire materiali, impianti, attrezzature e supporto tecnico a quei progetti. E' l'unico modo per salvaguardare l'occupazione e promuoverne di nuova, legandola al sostegno attivo della cittadinanza. Invece, tra patto di stabilità e assalto alla finanza locale sferrato dalle banche, che hanno riempito i comuni di debiti e di derivati per finanziare bilanci sempre meno trasparenti e comprensibili, le amministrazioni locali sono state svuotate di ogni funzione, se non quella di fare da paravento a una progressiva cessione di sovranità a favore dei privati, dell'alta finanza e di poteri centralizzati. Questa cessione di funzioni è illegittima, contraria alla volontà espressa dagli elettori con il referendum; e i sindaci delle giunte che vogliono rinnovarsi e assumere le responsabilità che la Costituzione attribuisce loro devono prenderne atto: anche adottando - ed è il secondo passaggio ineludibile - misure di requisizione e di esproprio delle aziende necessarie a rimettere in moto l'economia dei propri territori.

Ma i governi locali, si obietta, sono proprio quelli dove corruzione e malgoverno allignano maggiormente, come mostrano gli episodi più recenti di cronaca politica. Intanto se il malgoverno alligna anche lì è perché a promuoverlo sono i poteri centrali: basta pensare a una legge contro la corruzione che non contiene nulla contro il falso in bilancio e che nonostante ciò fatica a passare - e poi si lamentano che nessuno investe in Italia! Lo è venuto a spiegare l'emiro del Qatar al prof. Monti, il quale «credeva» invece che gli investimenti non arrivassero per via dell'art. 18. Per questo l'art. 18 è stato cancellato e per la corruzione è stato invece votato un salvacondotto. Poi ha ragione chi scrive che la corruzione della politica è una compensazione per la cessione del potere reale all'alta finanza e alle grandi corporation. Ma se il governo del territorio viene affidato a una gestione privata, i poteri pubblici perdono la loro stessa ragion d'essere e non resta loro altra finalità che quella di perpetuarsi a qualunque costo. Per questo l'alternativa tra pubblico e privato ha perso gran parte del suo significato; solo gestendo patrimonio e servizi pubblici come beni comuni, in forme partecipate, si può restituire alla politica il suo significato originario, che è quello di autogoverno

… E op-là (“un op-là da rimanerci incinta”), come da una vecchia canzone di un vecchio cantautore (Vecchioni): Così Salerno dopo 5 anni di piano regolatore ha fatto op-là !

Questa volta l’ha studiata bene, forse ancora meglio dell’agosto del 2005 quando, dopo 11 anni di gestazione, fu pubblicato il nuovo PRG del Comune di Salerno… All’inizio dell’anno 2012 si rende necessario ripresentare una variante al PRG vigente (che tante storie porta con sé- vedi QUI) . Questa variante serve all’inizio a reiterare dei vincoli espropriativi per le aree interessate a infrastrutture stradali e aree per attrezzature di interesse generale in scadenza dopo cinque anni.

Ma delibera dopo delibera diventa quasi un nuovo piano regolatore. Tanto grande che viene quasi subito sdoppiata in due. La prima, per i vincoli in scadenza, approvata subito nei tempi di legge per prevenire possibili ricorsi di privati. La seconda, per riorganizzare una decina di comparti e molto altro, riceve indirizzi dalla giunta comunale fino al mese di luglio. Normalmente a Salerno il mese di agosto è il mese preferito per far uscire importanti decisione urbanistiche e quindi anche la delibera di adozione della variante “parziale” viene pubblicata dal 2 al 17 agosto 2012. Le varie organizzazioni della società civile che per legge dovrebbero partecipare ad istruire la variante sono ascoltate nel mese di marzo su non si sa che cosa visto che i provvedimenti di giunta arrivano fino a quello di luglio che decide di “valorizzare” (vendere a privati) 6 aree pubbliche 3 delle quali tra le più centrali della città.

La variante, definita “parziale”, è anche l’occasione per riordinare tante situazioni di “criticità”, come si dice in relazione. E’considerata quasi un riordino del PRG (PUC in Campania) in vigore dal gennaio 2007, spiegando che passati 5 anni è naturale rivedere le premesse ed i contenuti di un piano e quindi riordinare vari comparti edilizi che non hanno trovato attuazione e “sanare” certe situazioni verificatesi in questi anni trascorsi. Tutto questo, però, ignorando la variazione più importante di questi anni : Il drastico abbassamento demografico della città.

Dalla relazione di piano del 2005 si asseriva (con dati forniti dal Comune di Salerno) che la popolazione residente anagraficamente a Salerno era di 149.000 abitanti nel 1999 e 144.000 nel 2005 a cui si sarebbe dovuta aggiungere una stima di 7000 abitanti in più perché non registrati anagraficamente, per un totale di 156.000 abitanti scesi poi col decremento, già intervenuto nel 2005, a 151.000 abitanti. A giugno 2009 l’ISTAT comunicava che gli abitanti di Salerno erano 139.585 e a giugno 2012 erano 133.204. L’attuale Piano Regolatore Generale di Salerno è dimensionato, dalla data di entrata in vigore (gennaio 2007), per una popolazione (voluta) di circa 180.000 abitanti. Questo numero di abitanti “voluti” è confermato anche dalla variante in questione pubblicata ad agosto del 2012.

Così con questo Piano e questa Variante abbiamo quasi 50.000 abitanti in più, con conseguenti vani in costruzione, non supportati da nessun valido studio o valida previsione ma solo da una volontà puramente cementificatrice .Anche la linea dell’Amministrazione Comunale, nel sostenere che costruendo più case i prezzi delle stesse siano destinati a scendere, è sconfessata dalla constatazione a livello nazionale e mondiale che il prezzo delle case, anche con maggiore offerta, rimane costante o scende di pochissimo ed invece, di contro, è fortissimo il rischio di “bolle immobiliari” come nella vicina Spagna con conseguenze catastrofiche per il credito finanziario locale. È proprio l’impianto generale del PUC a non essere valido come detto invano nelle osservazioni del 2005 e come ribadito a maggior ragione adesso nel 2012.

Con il ragionamento a base di questo PUC non si vede perché lo stesso piano non poteva essere dimensionato per 200.000 o per 250.000 abitanti… sono certamente numeri presi a caso o degni di altri calcoli. Ed anche il calcolo e la localizzazione degli standard per abitanti lascia molto perplessi ed, in certi casi, quasi in odor di truffa. La fascia di mare (49.223 mq) antistante il Lungomare Trieste è ancora calcolata a verde pubblico. Stessa cosa per l’area della Caserma d Avossa (83.003 mq). Le aree da “valorizzare” (vendita a privati) prese in considerazione da questa variante erano in precedenza quasi tutte considerate aree a standard e adesso dopo la “valorizzazione” abbiamo, in aree densamente popolate, altri uffici, 1226 abitanti in più con verde pubblico e standard in meno.

Non si capisce come sia possibile, in zone sature, levare aree assoggettate a standard di parcheggio e di verde pubblico (piazza Concordia Mazzini/via Vinciprova) e ricoprirle di uffici e residenze con altri 1226 abitanti e che il tutto sia lecito e giudicato compatibile con il dimensionamento del piano. A questo punto potremmo sicuramente dire che se passasse questa linea gli abitanti del centro città che volessero un po’ di verde pubblico lo dovrebbero cercare a chilometri di distanza, ai confini del territorio comunale, a dispetto della raggirata legislazione nazionale che indica una congrua distanza dal dove posizionare gli standards relativi di ogni zona omogenea.

Infatti, dal riordino di 10 comparti , quasi tutti localizzati in periferia, si son avuti 1226 abitanti in più che abilmente son stati riposizionati nelle poche aree pubbliche del centro rimaste ancora libere (altri 203 in periferia su una zona fronte mare destinata in precedenza a verde)

“Abilmente riposizionati” significa che, anche dopo la travagliatissima esperienza del Crescent (l’ecomostro sul mare che ha fatto parlare l’intera stampa nazionale – vedi QUI e QUI), l’Amministrazione Comunale di Salerno, con in testa il suo “famoso” sindaco Vincenzo De Luca, ha preso gusto a vendere le aree pubbliche di pregio per farci costruire sopra nuove residenze, uffici ed alberghi destinati - per posizione e costi - ad una clientela extra lusso. Cosi nella centralissima Piazza Mazzini si venderà a privati un suolo che porta in dote 18.000mq di solaio per alberghi o uffici, o nella baricentrica via Vinciprova terreni per farci case per 613 abitanti, così come altri 613 abitanti nell’ambitissima area pubblica sul mare accanto al Grand Hotel (anch’esso costruito su area già pubblica).

Oltre alle fondamentali questioni del dimensionamento del piano regolatore attuale e riproposto, la “vendita dell’ultima argenteria di casa“, la variante “parziale“ fa suoi vari interventi di notevolissima importanza (ma mai discussi con la cittadinanza) come per esempio arditi collegamenti viari e la continua devastazione del litorale cittadino. Infatti nella variante ci ritroviamo il collegamento viario di allacciamento del nodo autostradale all’angusto (per posizione) porto commerciale di Salerno (il progetto viario non era ancora inserito nel PUC presentato nel 2005). E’ un opera questa chiamata “Porta Ovest” di una grande complessità, da enormi costi e tempi lunghissimi. E’stato velocemente appaltato il primo lotto (indipendente dal resto) che comprende lavori intorno al vallone Cernicchiara ma la parte più consistente e cioè lo sventramento in galleria dell’intera montagna che sovrasta tutto il porto commerciale è ancora da venire. La cosa più logica sarebbe quella di fare una pausa di riflessione sulla vera utilità di quest’immane opera che una volta completata non si discosterà più di tanto dalla situazione attuale (non è previsto nemmeno il collegamento ferroviario – collegamento vitale per un porto commerciale!) con il rischio che dopo tanti anni, tanti investimenti di pubblico denaro, rischi di crolli, intralcio alla circolazione veicolare, le esigenze dell’attuale porto commerciale siano nel frattempo cambiate o addirittura che sia stato delocalizzato.

Anche la sagoma del progetto del cosiddetto Porto turistico di Pastena (o “polo nautico”) compare nei grafici di questa variante. Sarebbe, oltre il già menzionato porto commerciale, il quarto o quinto progetto di porto turistico insistente sui 9 km di litorale ricadente nel comune di Salerno. A vedere il progetto assomiglia più ad una lottizzazione a mare che ad un ennesimo porto turistico sulla nostra costa. Il tutto poi progettato su una zona soggetta a specifico vincolo ambientale (D.M. 17/5/1957 riportato anche nella carta dei vincoli allegato al PUC) il quale vieta espressamente qualunque costruzione o altro che in quella zona possa ostacolare la visione dalla strada dell’intero golfo di Salerno.

Sospeso invece il discorso per l’altro porto turistico, il centralissimo “Masuccio Salernitano”, dove sui grafici è stato tratteggiato un semplice semicerchio con una bella sigla (FP3) sulla sagoma del porticciolo esistente. Come per dire – ci stiamo ancora lavorando – ma, dalla (inquietante) presentazione del plastico a fine 2009 con grattacielo stile Abu Dhabi che svetta dal raddoppiato porto, sapete a cosa stiamo lavorando.

Nel centro storico alto troviamo anche la ratifica dell’alienazione di Palazzo San Massimo dal patrimonio comunale e quindi dalla possibile fruizione pubblica. Era stato, con la sua storia e con i suoi volumi, uno degli edifici protagonisti, nell’ormai lontano 1998, di quel sbandieratissimo Concorso Internazionale d’Architettura chiamato “Edifici Mondo”, miseramente e tristemente fallito. Altre zone gialle (“C” di espansione residenziale) in ex zone verdi compaiono in queste tavole della variante che riepiloga quello che già si è fatto, avendo messo a posto le carte, in poco più di 5 anni. Basta alzare gli occhi sulle colline intorno la città per vedere interi crinali devastati da palazzine della ”nuova” classe cementificatrice.

Queste sono solo alcune chicche urbanistiche che hanno portato ad una rapida cementificazione, ancora non del tutto conclusa, del territorio comunale di Salerno. Comune che, con la sua innegabile dinamicità, riesce a far contrabbandare false metodologie addirittura per “modelli”. Che arriva perfino ad organizzare con enfasi, per l’anno prossimo, il convegno nazionale dell’ INU (istituto nazionale di urbanistica). Che arriva a ricevere il plauso da tutti quelli che cercano un posto al sole senza fare tante domande al manovratore.

Se questa è urbanistica …

Autore : arch. Paolo Ferraiolo (
paoloferra@tin.it)

Dello stesso autore sulla vicenda Crescent di Salerno

da www.eddyburg.it :

Salerno Nuovi incubi urbani. 30.01.2009 http://eddyburg.it/article/articleview/12557/1/127

Piazza e pazzie a Salerno11.06.2009 http://eddyburg.it/article/articleview/13331/1/376

Salerno: Il sindaco con “il film in testa”02.02.2010 http://eddyburg.it/article/articleview/14612/1/127

Info : PRG di SALERNO ( a cura di Italia Nostra Sez. di Salerno)

Storia del Piano della Salerno del Duemila - prima parte -1/2 - Dicembre 2009

http://www.youtube.com/watch?v=KxM_pwFjRRY

Storia del Piano della Salerno del Duemila - seconda parte - 2/2 - Dicembre 2009 http://www.youtube.com/watch?v=lDZp5aO8jyA&feature=relmfu

SE il ministro Severino davvero pensa che siamo davanti a una seconda Tangentopoli, e a crimini ancora più devastanti perché "lucrare sul denaro pubblico mentre ai cittadini vengono chiesti sacrifici è di una gravità inaudita", allora bisogna che subito, senza dar tempo al tempo, il governo metta ai voti una legge contro la corruzione: una legge che impedisca questo delinquere che imperversa sfacciatamente, e che non è una seconda Tangentopoli ma un'unica storia criminale, che indisturbata persiste da vent'anni e perfino cresce.

Se gravità inaudita vuol dire qualcosa  -  inaudito è ciò di cui prima non s'era udito parlare, mai esistito  -  serve un'azione che sia all'altezza del responso: anch'essa inaudita, ha da essere un farmaco senza precedenti. Non devono più esistere un Parlamento, un Consiglio regionale, una Provincia nei quali nuotino squali: politici navigati e novizi, anziani e giovani, uomini di partito o d'affari, che si arricchiscono togliendo soldi a un'Italia impoverita. Che addirittura, come a Milano, negoziano con la 'ndrangheta prebende, voti, posti, spartendo con lei i beni e il dominio della pòlis.

Paola Severino ha detto, giorni fa: "Ce lo chiede l'Europa". È una frase che non andrebbe neanche pronunciata, perché questo sì è perdere sovranità e massima umiliazione. Possiamo delegare all'Europa parte della politica economica; non la nostra coscienza, la capacità di distinguere tra bene e male, lecito e illecito. È come se dicessimo che, bambini senz'ancora uso della ragione, non capiamo bene cosa sia il Decalogo (settimo comandamento compreso) e lo depositiamo nel grembo dell'Europa-genitore. A chi tentenna in Parlamento, e mercanteggia per salvare brandelli di impunità, il governo dovrebbe dire che sono gli italiani a esigere quel che già Eraclito riteneva imperativo: combattere per la legge come per le mura della città.

Se il governo avesse dimenticato cosa pensano gli italiani, guardi ai 300.000 cittadini che hanno firmato la petizione di Repubblica, perché giustizia sia fatta: hanno firmato non per una legge abborracciata ma per un nuovo inizio, per una scossa autentica. Osi riconoscere che questa non è Tangentopoli-2. È Tangentopoli mai interrotta; sta travolgendo istituzioni cruciali; è sfociata, a Nord, in un patto fra organi di Stato e mafie che non è più un episodio passato indagato dai giudici, ma un presente che ci avviluppa e uccide lo Stato.

Non è chiaro se l'esecutivo dei tecnici sia consapevole di questa domanda che sale dal basso. Se si renda conto dell'urgenza di una questione morale divenuta nel frattempo antropologica, economica, politica: biografia di una nazione, nauseante per tanti. L'impressione che dà è strana, più ancora della maggioranza che lo sorregge. Da settimane i governanti avanzano, indietreggiano, ogni tanto alzando la voce ma non la mano che intima l'altolà della sentinella. Sono puntigliosamente determinati quando parlano di conti, tasse. Paiono animati da una sorta di divina indifferenza all'immoralità che regna nella cosa pubblica, a una cultura dell'illegalità che in Lombardia secerne antichi connubi fra borghesia imprenditoriale, Stato, poteri pseudoreligiosi come Comunione e Liberazione. Poteri assecondati da una Chiesa che solo in apparenza ha smesso l'ingerenza politica dopo il crollo della Dc; che tollera o sostiene certi affarismi della Compagnia delle opere e certi patteggiamenti con le cooperative rosse. Che tace sull'infiltrazione, nel connubio, della criminalità organizzata. La vera sovranità da resuscitare è questa: lo Stato che riconquisti il territorio, e non permetta che gli sfuggano di mano roccaforti decisive (Lazio, Sicilia, Lombardia). È un secondo Risorgimento e una seconda Liberazione di cui abbiamo bisogno.

Già è stato troppo accontentato, il partito nato come Forza Italia non per superare Tangentopoli, ma per poterla più perfettamente perpetuare. La legge non reintroduce il falso in bilancio, svuotato da Berlusconi nel 2002: eppure il crac del San Raffaele cominciò proprio così. Non contempla un reato essenziale, l'autoriciclaggio: punito in gran parte d'Europa; reclamato, prima che da Bruxelles, dalla Banca d'Italia. Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia, lo ripete dal 2010: la non punibilità dell'autoriciclaggio "frena le indagini, non consente di indagare su quanti, avendo commesso un reato, utilizzano i proventi del denaro sporco per investirlo in attività lecite e turbare l'economia". Punirlo è "necessità assoluta", ma  -  ha detto nel settembre scorso  -  "di tale necessità non riusciamo a convincere il legislatore".

Lo stesso dicasi per il voto di scambio: nella legge è punibile se il politico lo paga in denaro, non se lo compra con assunzioni, appalti favori. Sul Corriere, Luigi Ferrarella ne deduce che Domenico Zambetti, l'assessore della Regione Lombardia arrestato con l'accusa di aver comprato 4000 voti dalla 'ndrangheta, "non sarebbe neppure indagato per voto di scambio, se non avesse pagato in denaro".

Troppe omissioni, nella legge presente, troppi favori: non è la muraglia di Eraclito. Sono elencati crimini punibili solo in teoria  -  traffico di influenze, concussione  -  visto che i trasgressori rischiano pene talmente ridotte che prestissimo otterranno la prescrizione. C'è poi il divieto di candidarsi, se sei condannato per corruzione con sentenza definitiva. Ma non si sa se il divieto scatti subito, e l'idea stessa della sentenza definitiva ha qualcosa di scandaloso. Perché resti candidabile dopo la prima, la seconda condanna? Un deputato, un assessore, un governatore, un sottosegretario sono presunti innocenti sino al terzo grado di giudizio, come ogni cittadino. Ma non sono cittadini qualsiasi. Dovendo dare l'esempio, hanno più obblighi: lo Stato non può esser affidato a onesti presunti.

La nomina di Monti voleva rappresentare una rottura anche morale, rispetto ai predecessori. Accennando alla lotta anticorruzione, il Presidente del consiglio ha denunciato "l'inerzia, comprensibile ma non scusabile, di alcune parti politiche". Perché comprensibile? Perché questa deferenza verso parti politiche che non ci si azzarda nemmeno a nominare? Il rischio è che così facendo, l'esecutivo faccia il notaio delle stesse inerzie che critica. Che non trovi il coraggio di forzare il varo di una legge seria. Chi non è d'accordo va messo davanti all'opinione pubblica: dica a voce alta che vuole una storia italiana fondata su corruzione e mafie in espansione.

Non basta più essere esperti di spread, davanti a quel che accade. Non basta presentare l'evasione come nuovo discrimine di civiltà, se castigati sono i piccoli negozianti e non gli squali. Occorre lo sguardo tragico e lungo dello storico, non solo sugli ultimi vent'anni. Occorre rileggere quel che Pietro Calamandrei scrisse fin dal 1946, appena un anno dopo la Liberazione: lo spirito della Resistenza già era deperito, se per resistenza s'intende "la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza", e "la sete di verità, di presenza, di fede nell'uomo".

Già allora s'intuiva il disfacimento, e il pericolo non era "nel ritorno del fascismo: era in noi". Era nella rinascita del disgusto della politica che aveva dato le ali a Mussolini; nel "desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti". Oggi come ieri, è nell'attrazione esercitata da capipopolo dai nomi esoterici: Belzebù, Cavaliere, Celeste, e chissà come designeremo i prossimi. Calamandrei chiamò questo disgusto desistenza, contrapponendola alla tuttora necessaria resistenza. Non più eroica, ma pur sempre resistenza: "resistenza in prosa". È tardi per simile resistenza? Non è tardi mai per divenire adulti, e sovrani nella coscienza. Per difendere le mura della legge e le sue sentinelle, come si difendono le mura della città.

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