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Domandare “Che ne pensi della guerra” a uno qualsiasi dei giovani attivi per la vittoria dei referendum, il riconoscimento dei “beni comuni”, il diritto allo studio, il prevalere di “No Tav”, o che altro, probabilmente comporterebbe una reazione tra stupita e scarsamente interessata: di chi ritiene la condanna della guerra una scontata ovvietà.

E però questo accade in un mondo in cui le guerre, piccole e grosse, sempre più sono la normalità: praticate a tutte le latitudini, per le ragioni più diverse, di fatto accettate come uno strumento inevitabile, addirittura “normale” dei rapporti tra nazioni, popoli, gruppi; politica condotta con altri mezzi, come da tempo ci è stato spiegato, cui tutti, di fatto senza eccezione, si adeguano. Lontanissime oggi e – si direbbe – ormai impensabili, quelle gigantesche manifestazioni pacifiste prodottesi praticamente in tutto il mondo sul finire del secolo scorso, delle quali il New York Times ha parlato come della “seconda potenza mondiale”.

In questa situazione è di particolare interesse l’appello per il taglio delle spese militari (di cui anche Liberaziones’è occupata con una impegnata intervista a firma di Giorgio Ferri) lanciato da Alex Zanotelli, combattivo Padre comboniano, direttore di Nigrizia. L’interesse riguarda non pochi aspetti dell’impianto complessivo del testo, d’altronde per più d’una ragione difficilmente destinato a trovare ascolto sia nel mondo politico cui esplicitamente si rivolge, sia in quello imprenditoriale indirettamente chiamato in causa; ma comunque forse capace di sollecitare riflessioni oggi assenti dal discorso politico, non soltanto italiano.

“La corsa alle armi è insostenibile, oltre ad essere un investimento in morte”, afferma Zanotelli. E, al di là della appassionata condanna della guerra in quanto tale, in qualche misura scontata da parte di un religioso (che non manca di deplorare il silenzio osservato in proposito da gran parte delle gerarchie ecclesiastiche e della Chiesa militante), mostra una precisa e dettagliata conoscenza dei conti pubblici del nostro paese, e insieme la capacità di individuare e deplorare la scarsità di logica e di civica consapevolezza che presiede alla distribuzione delle nostre sempre inadeguate risorse disponibili: 27 miliardi di euro dell’ultimo Bilancio Difesa , cui si aggiungeranno nell’immediato futuro altri 17 miliardi per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F 35 ; mentre per la partecipazione alla “missione“ in Libia si prevede all’incirca una spesa di 700 milioni di euro, da sommarsi a quelle per l’impegno in Afganistan, ecc. “Se avessimo un orologio tarato su questi calcoli, vedremmo che in Italia spendiamo oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni all’ora, 76 milioni al giorno”.

Ma ciò che più scandalizza Zanotelli è che alla spesa di 27 miliardi di euro in armi, corrisponda il taglio di 8 miliardi destinati alla scuola e ai servizi sociali… “Vogliamo sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari sul parlamento per ottenere commesse. (…) Quanto lucrano con queste guerre aziende come la Fin-Meccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto-Melara, l’Alenia Aeronautica (…) E quanto lucrano le banche in tutto ciò, e quanto va in tangenti ai partiti…”

“Potremmo recuperare buona parte dei soldi per la manovra semplicemente tagliando le spese militari,” è la conclusione di Zanotelli. Che molti certo giudicano ingenua e semplicistica, ma che forse invece potrebbe prospettarsi come una ipotesi almeno temporaneamente risolutiva. E forse anche potrebbe sollecitare l’attenzione dei tanti giovani e meno giovani in vario modo impegnati ad allargare la loro riflessione sulla guerra; e - al di là della concreta distruttività della sua funzione specifica - scoprirne la presenza e il senso di categoria portante, mentale e comportamentale, decisiva di ogni scelta di vita, sociale e privata, in ogni momento della nostra società, nel lavoro come nei rapporti personali. Per arrivare forse anche alla scoperta di come la guerra non sia un problema privo di nessi (non solo di natura psicologica e di generica distruttività) con la crisi ambientale, ma al contrario in essa oggi giochi un ruolo decisivo. (Proprio a queste problematiche qualche anno fa ho dedicato un libro Ambiente e pace – una sola rivoluzione, Milano 2008).

Chiunque abbia percorso un territorio attraversato dalla guerra (edifici ridotti a macerie senza identità, celebri monumenti azzerati in cumuli di materiali illeggibili, strade non più rintracciabili nel loro percorso, fiumi esondati dagli argini distrutti, ogni verde cancellato in campagne senza più alberi né culture…) sa che cosa significhi il passaggio della guerra su un qualsiasi territorio; e parlo riferendomi ai miei personali ricordi, cioè di una guerra nemmeno paragonabile alla capacità distruttiva degli armamenti moderni… Oggi d’altronde non si tratta più solo di devastazione di luoghi percorsi dalla guerra. Oggi è la produzione medesima degli armamenti più moderni (atomici in particolare) a causare squilibri e inquinamenti micidiali per ampi spazi prossimi alle fabbriche. Che cosa possa significare il loro uso, nessuno per ora fortunatamente lo sa: assurda produzione di una deterrenza, il cui utilizzo è internazionalmente vietato. Ma forse qualche economista potrebbe obiettare che anche questo dopotutto significa tanto buon Pil, a sostenere la crescita…

E qua ancora una volta, inevitabilmente, ci si imbatte nell’assurdo obiettivo (cui più volte mi sono richiamata anche su questo giornale) di una crescita senza limiti, inseguita in un pianeta che ha dimensioni e disponibilità non dilatabili a richiesta: incapace pertanto sia di alimentare una produzione in crescita esponenziale, sia di neutralizzare i rifiuti, liquidi solidi gassosi, che ne derivano. Come il terrificante deterioramento degli ecosistemi dimostra.

In realtà, si tratta di ripensare il mondo… Impresa di cui solo una situazione limite potrà forse tentare l’azzardo. Ma ne siamo poi tanto lontani?

Questo articolo è stato inviato contemporaneamente al quotidiano Liberazione

Perché mai i popoli del Sud del Mondo, che sacrosantamente accusano i paesi occidentali di averli invasi schiavizzati deportati sfruttati, brutalmente e sistematicamente umiliati e offesi, oggi si impegnano a riprodurne fedelmente il modello economico e culturale? Perché, tornando a distanza di pochi anni in città e paesi asiatici, africani, sudamericani (che ricordavamo come seducenti prodotti di storie e civiltà a noi sconosciute, documenti carichi di senso, testimonianze non solo di valori perduti ma di possibili diverse ipotesi future) ci si ritrova puntualmente di fronte a tante, piccole o grosse, ma quasi sempre brutte, Manhattan, fatte di palazzoni e grattacieli copiati dai nostri, di negozi carichi degli stessi prodotti in vendita da noi, di gente vestita esattamente come noi, di pizzerie e Mac Donald’s, di Tv e pubblicità imperanti, di auto per lo più di marche occidentali e puntualmente, come da noi, immobili o quasi in strade congestionate e irrespirabili? Perché, questi popoli, riflettendo sulla loro storia e più ancora sul loro presente, non provano a immaginare un mondo diverso, magari da proporre anche a noi?

A questa domanda, cui più volte ho accennato in articoli e pubblici dibattiti (ricordo in particolare un incontro di un paio d’anni fa a Modena, in cui inutilmente la proposi a Wandana Shiva) non avevo avuto finora risposte significative. La conferenza di Cochabamba, per la prima volta, non solo mostra consapevolezza del problema, ma su di essa fonda la novità del suo discorso; e traccia le ipotesi di una strategia forse capace non solo di affrontare alla radice la crisi ecologica, ma di rapportarla alla realtà sociale, in una lettura complessiva delle iniquità e storture del mondo.

In effetti, benché ufficialmente dedicato al “cambiamento climatico”, da posizioni di forte critica dell’insuccesso di Copenhagen, fin dall’inizio il meeting sudamericano ha impresso al discorso un respiro ben più vasto, in cui il clima si pone non come “il problema”, ma solo come uno - certo importantissimo - dei tanti problemi che si sommano nella crisi planetaria, non soltanto ecologica . E ciò in modo inequivocabile è apparso fin dai primi documenti ufficiali proposti dalle varie delegazioni. “La Terra è malata”, “Questo sviluppo è insostenibile”, “Cambia il sistema non il clima”, “Giustizia sociale e ambientale”, “Contro il capitalismo”: tali sono gli slogan in essi ricorrenti, che si esplicitano poi in abbozzi di sintesi quali “La Terra è malata a causa del modello economico sostenuto dal capitalismo”. Un discorso in cui la conferenza ha non solo ritrovato una critica totale del capitalismo, quale da gran tempo mancava anche dalle posizioni delle sinistre più avanzate, ma ha tracciato l’abbozzo di un’analisi complessiva, che ha soprattutto il pregio di mettere a fuoco una attendibile scala sia di priorità che di interdipendenze nella fenomenologia della realtà ecologica e sociopolitica.

Muovendo dall’inquinamento causato dalle produzioni industriali più diverse, da loro stessi direttamente vissuto e sofferto, questi popoli accusano la molteplicità pressoché sterminata di attività squilibranti dell’ordine naturale. Ad esempio, agricoltura industriale, cioè raccolti largamente soddisfacenti, certo, ma ottenuti mediante deforestazione intensiva e forti dosi di concimi chimici; cioè rottura di antichissimi equilibri vegetali e biologici; cioè anche milioni di disoccupati, costretti ad emigrare e alimentare la crescita di mostruose megalopoli; cioè ancora tossicità che entra nella catena alimentare, raggiunge ortaggi, frutta e perfino latte materno, cui segue il moltiplicarsi di malformazioni e affezioni tumorali. E alla medesima logica innaturale obbedisce poi lo stesso rimboschimento “riparatore”, con piante tutte uguali che negano la necessaria equilibratrice biodiversità.

Oppure. Trivellazioni in cerca di petrolio, gasolio, metano, minerali preziosi, interventi devastanti su estensioni vastissime, inquinamento di terre e mari, sconvolgimenti irrecuperabili di ecosistemi e antichi insostituibili paesaggi. E allevamenti industriali di polli maiali ovini abbacchi pesci ecc., sottoposti a sviluppo artificiale a base di ormoni o altre sostanze chimiche: complessi spesso giganteschi, che alterano l’intero ecosistema e le tradizionali proporzioni paesistiche. E fabbriche di sempre più sofisticati beni “immateriali”, basati sulle conquiste scientifiche più avanzate, di cui tutti andiamo orgogliosi, che creano però rifiuti per la loro nocività definiti “speciali”, ma solo raramente avviati a speciali trattamenti.

Tutto ciò e molto altro rappresentanze di gran parte dell’America Latina hanno detto a Cochabamba. Denunciando le ferite di popoli offesi da un’economia estranea che li invade e prevale mediante lo strapotere delle multinazionali, delle grandi banche, degli stessi governi locali sovente ad esse ambiguamente corrivi, e a tutti impone l’ideologia del consumo e della crescita fine a se stessi; accusando i mercati di farsi misura di ogni confronto, e perfino “privatizzare l’atmosfera attraverso la compravendita di emissioni”; lanciando slogan significativamente propedeutici alla battaglia programmata, come “Recuperare e fortificare la propria identità”.

Tutte le rappresentanze presenti a Cochabamba si sono date appuntamento per fine anno alla Conferenza di Cancun, impegnandosi a portare avanti gli stessi temi. Chissà mai che possa essere il Sud del mondo a salvare il mondo intero?

Questo articolo esce contemporaneamente su Liberazione , oggi 29 aprile 2010

. Non so quanto esatto sia il calcolo alla base di questa affermazione, da me colta casualmente nel corso di un rapido ascolto di notiziari radiofonici diversi. Ma - anche scontando una valutazione in qualche misura partigiana - è senza dubbio una fondata quanto significativa lettura di un evento in cui quantità e spreco (inquinamento quindi) sono stati dominanti.

Più di centomila persone convenute nella capitale danese; più di venticinquemila tra delegati, giornalisti, osservatori, rappresentanti di organismi vari, ammessi al Bella Center, luogo del meeting; schiere di organizzatori, funzionari, sorveglianti, addetti ai servizii; migliaia di dimostranti in azione per la città, alle porte del Centro e talvolta al suo interno, controllati e manganellati da migliaia di poliziotti. Tutta gente arrivata da luoghi lontani e lontanissimi, in aereo o comunque mediante veicoli divoratori di energia. Gente che esigeva nutrimento; il quale veniva fornito da uno straordinario numero di bar, ristoranti, tavole calde, il tutto per lo più efficiente e di buona qualità, ma senza eccezione impostato sull’”usa-e-getta” di piatti bicchieri posate e quant’altro. Senza dire dei giganteschi globi, raffiguranti lo sventurato nostro Pianeta, che in ogni angolo della capitale segnalavano luoghi di informazione sul problema clima: tutti di purissima plastica. Eccetera.

D’altronde (tralasciando i contenuti del dibattito e il sostanziale nulla dell’accordo finale) era lo stesso allestimento del summit - spazi, decoro, immagine complessiva - a dichiarare la politica e la cultura che lo animavano, di cui la quantità era dimensione precipua, senso e valore. Questo dicevano le vistose scritte che si rincorrevano sulle pareti: nomi di grandi industrie, proposte di nuove tecnologie, lancio di miracolose invenzioni, ma soprattutto accattivanti slogan a illustrare le virtù delle energie rinnovabili, non quale mezzo destinato a sostituire i carburanti fossili e consentire una produzione meno inquinante (secondo l’idea che presiede alla loro nascita) ma come strumento di rilancio della produttività capitalistica. Ciò che peraltro non solo sulle pareti del Bella Center, ma nella più diversa stampa distribuita in sovrabbondanza, come in ogni esternazione verbale (incontri, dibattiti, conferenze stampa, spesso promossi e gestiti da grandi gruppi industriali e commerciali) veniva apertamente dichiarato.

A Copenhagen, senza infingimenti, la “green economy” era ormai “green business”, “green new deal”, “green competitivity“, “green power“, “green growth”. Serenamente, con corale entusiasmo si affermava che il ”verde” sarà volano di una nuova la crescita economica, che sul “verde” può nascere una nuova “sfida” per la creazione di un nuovo “sistema di potere”, mediante un nuovo modo di condurre gli affari e fare soldi: soprattutto vendendo “green economy” al sud del mondo, industrializzandolo con la promessa di una produzione sostenibile, e portando dovunque la “sfida” di una “competizione globale”. “Il business danese delle tecnologie verdi va molto bene: s’è attribuito circa il 10% dell’intera esportazione del paese per il 2008,” dichiaravano all’unisono alti rappresentanti del governo e dirigenti di Nokia, Siemens, Microsoft Green Technology, Solar energy industries association. “Non c’è contraddizione tra crescita economica e politiche climatiche”, inopinatamente si poteva leggere su “Our Planet”, rivista dell’Unep; anzi “evitare il riscaldamento climatico è il solo modo per sostenere la crescita”.

Come stupire. Conosciamo il mondo in cui ci tocca vivere. Ciò che riusciva meno comprensibile (a me almeno) è come gli organizzatori del meeting, persone che, proprio per il compito loro affidato, la crisi ecologica dovrebbero conoscerla nella sua interezza (cause, manifestazioni, rischi), abbiano accettato di ridurla al mutamento climatico: indubbiamente fenomeno di dimensioni, conseguenze e pericolosità gigantesche, ma che non è il solo (basti ricordare la sempre minore disponibilità di acqua potabile; l’accumularsi in quantitativi sempre meno gestibili di rifiuti, spesso tossici o radioattivi; la dilapidazione delle foreste; l’inquinamento ormai gravissimo di mari e territori, le allarmanti conseguenze sanitarie).

D’altra parte (fatta eccezione per Greenpeace, WWf, pochi altri) l’intera massa dei convenuti non pareva avere obiezioni di fondo sugli inni alla crescita e sull’intera impostazione del Summit, dimenticando che proprio l’aumento continuo di produzione e consumi è causa prima della crisi ecologica, squilibrio climatico in primis. Mentre ovviamente di tutt’altra - sacrosanta - natura era la protesta dei paesi poveri; anch’essi peraltro ormai conquistati alla logica dello stesso produttivismo che li sfrutta. E questo è forse il più drammatico problema d’oggi: la sostanziale omologazione di tutti o quasi al modello che il capitale impone.

Quando leggo interventi come quello di Fabrizio Bottini del 17 scorso, mi si allarga il cuore. Perché le energie alternative, di qulsiasi tipo, sono diventate, in tutti gli ambiti dello shieramento politico e dell’opinione pubblica in genere, una sorta di luminosa stella cometa, che infallibilmente ci condurrà fuori dalle minacce della crisi ecologica planetaria e ci regalerà il sorriso di una natura ritrovata nel suo antico splendore. E sono rarissimi coloro che hanno il coraggio di sollevare qualche obiezione in materia, sfidando i fulmini, o nel migliore dei casi la paziente sopportazione che si riserva a vecchi e noiosi passatisti, privi di fede nelle magnifiche sorti e progressive, peraltro con clamorosa incongruità puntuali utenti (alla pari di qualsiasi altro abitatore del nostro tempo) di quanto la tecnica, sostenuta da massiccie dosi di energia, offre al nostro conforto. Bottini ha questo coraggio e ad esso aggiunge una buona dose di intelligente ironia, che non guasta mai.

Ma in particolare l’intervento di Bottini è apprezzabile perché non si limita a considerare, come non pochi già hanno fatto, il lato estetico dell’”operazione ventole”, cioè di interventi che in un paesaggio come quello italiano non possono non risultare un guasto, e (come commenta Eddy) rischiare un costo difficilmente compensato dai benefici. Considerazione che d’altronde Bottini accantona, con eleganza demandandone ad altri opportuna discussione. Solleva invece la questione decisiva dell’indotto, cioè di quanto la fabbricazione l’impianto e la messa in opera delle ventole, oltre al trasporto dell’energia prodotta al luogo del suo impiego, comporta di degrado dell’ambiente non solo circostante. Con un discorso generalmente trascurato e che invece, anche se in termini diversi, vale per ogni tipo di energia alternativa: e a questo infatti (benché polemizzando con Valentini si occupi soprattutto di windfarm) Bottini chiaramente allude quando accenna alla possibile riconversione di vaste culture agricole in vista di produzione di energia da biomasse.

Ma la critica all’impostazione del problema energetico, così come oggi da tutti praticamente viene affrontato, vale soprattutto in quanto alla sua soluzione si guarda come alla felice possibilità di seguitare ad alimentare e mantenere indefinitamente immutato l’attuale regime economico, anche in vista di un ormai prossimo esaurimento delle fonti energetiche fossili. Non è un caso che questo sia l’unico argomento di carattere ambientale che interessa anzi entusiasma Bush, affossatore di Kyoto e noto denigratore di ogni iniziativa ecologica. L’ha detto in tutte lettere ad uno degli ultimi G8: la nostra sfida è quella di sostituire i fossili, così da bloccare il mutamento climatico e serenamente continuare a puntare sulla solidità e l’espansione delle nostre economie.

Con la parola del leader non solo le destre, ma tutti più o meno sembrano concordare. Ignorando che l’inquinamento da idrocarburi è certo il più pericoloso per l’equilibrio ell’ecosfera, ma non è il solo; che ogni ritrovato capace di aumentare l’efficienza non serve gran che quando la produzione continua ad aumentare come accade, anzi come si vorrebbe accadesse; soprattutto che il pianeta Terra ha dei limiti precisi e non estensibili a piacere, e soltanto una politica mondiale che si fondi su questa incontrovertibile verità potrebbe (potrà?) evitare il peggio.

Ma non voglio insistere. Sono cose che ho detto più volte, sovente riprese anche da Eddyburg (ad esempio con un pezzo dell’8-4-05, titolo “Innovare non basta più”, un altro del 14-7-05, titolo “Energie rinnovabili e capitalismo”, ecc.) Comunque le battaglie mirate sono fondamentali e perfino più utili in quanto più facilmente accessibili a tutti. Un sentito grazie a Fabrizio Bottini.

Finalmente il dibattito sul prossimo referendum si sta animando. Personaggi di rilievo levano la loro voce contro lo scempio costituzionale, ultimo retaggio dal governo Berlusconi. E che Dio ce la mandi buona.

A quanto è stato detto finora in proposito vorrei aggiungere qualche parola su un aspetto particolare della materia, che non mi pare sia stato trattato. Aspetto particolare ma non secondario, in quanto riguarda le donne, che – come noto, anche se raramente considerato – non costituiscono un gruppo minoritairo, ma sono più della metà del popolo italiano,:qualcosa cioè di cui tener conto anche solo per .brutale calcolo elettorale.

Ora le italiane, nella loro specificità di genere, sono forse coloro che, grazie alla Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo, hanno compiuto il più vistoso passo avanti nella loro condizione civile e sociale. Non mi riferisco solo al diritto, finalmente loro riconosciuto, di votare e di essere votate, conquista di per sé basilare. Penso all’impianto complessivo della nostra Carta Costituzionale, fondata sul reciso rigetto di disuguaglianze e discriminazioni di ogni tipo. Ciò che è stato garanzia, anzi presupposto indispensabile, di tutte le conquiste via via conseguite dalle donne in questi sessanta anni di vita della Repubblica italiana.

Penso alla cancellazione di norme giuridiche che con tutta chiarezza sancivano disparità civile e penale tra uomo e donna (basti ricordare il “delitto d’onore”). Penso al varo di un nuovo Codice di famiglia, enormemente più aperto e moderno rispetto alla normativa precedente. E alla legge di parità nel lavoro, al diritto di accedere a tutte le professioni, alla conquista del divorzio, alla possibilità di interrompere la gravidanza, alla legge sulla violenza sessuale, e a tutta una serie di provvedimenti anche minori, intesi a eliminare, a ridurre, a erodere via via quella disparità di diritti e di condizione che lungo tutta la storia ha caratterizzato il rapporto tra i sessi.

Certo, gran parte di queste novità legislative non erano formalmente previste dalla Costituzione del ’46. Molte sono frutto della stessa evoluzione sociale, con l’aumento della scolarità per tutti, la maggiore mobilità orizzontale e verticale, il veloce complessivo mutamento del costume: tutte cose che hanno inciso fortemente sulla realtà delle donne, hanno contribuito a risvegliarne le coscienze e animarne la protesta, fino alla loro partecipazione di massa alla rivoluzione femminista. E però tutto questo trovava legittimazione e supporto nei diritti esplicitamente riconosciuti alle italiane, come agli italiani, dalla Carta costituzionale. Che a questo modo consentiva alle donne di realizzarsi nella pienezza della loro responsabilità personale e sociale. O quanto meno consentiva loro di pretenderlo, di combattere per ottenerlo. Ciò che prima, e non solo durante il fascismo, era inconcepibile.

Ora (dicono i fautori del SI’) tutto questo attiene alla prima parte della Carta costituzionale, quella che la riforma non modifica. Ma questo è vero solo tecnicamente. In realtà le due parti sono strettamente connesse. Anzi è previsto che la seconda debba essere la coerente attuazione della prima. Intervenire pesantemente sulla seconda (come nella riforma in questione) significa indebolire o addirittura rimettere in causa i principi base dell’intero documento.

E ciò è tanto più facile nei confronti di una materia, come la parità civile e sociale tra i sessi, in realtà ancora lontana da una piena attuazione. Una materia su cui pesa tutta la storia umana, sempre e dovunque – seppure in misure e in modi diversi – caratterizzata dalla subalternità femminile; e contro la quale è sempre pronta a risvegliarsi, dalle viscere del corpo sociale, l’antica misoginia.

Nella fattispecie, alcune norme previste dalla riforma berlusconiana, come l’affidamento alle regioni di materie importantissime, tra cui istruzione e sanità, creerebbero (come è stato ampiamente illustrato dai più qualificati costituzionalisti) pesanti disuguaglianze, fatalmente destinate a ricadere sulle spalle delle donne.

Dicevo prima come la parità tra uomo e donna affermata dalla Costituzione sia ancora lontana da una piena realizzazione. E indubbiamente la divisione del lavoro tra i sessi rappresenta tuttora, nonostante gli innegabili progressi, uno dei momenti di più grave sperequazione. Casa, famiglia, figli, lavoro di cura, impegno riproduttivo nelle sue molteplici forme, ancora sono dati dal senso comune come “naturale” compito della donna: anche quando è regolarmente inserita nel mercato del lavoro, e magari titolare di un’attività meglio retribuita di quella del marito.

La cosa non sta più scritta nelle leggi, ma sì nella tradizione, nella cultura, nella consuetudine, nelle rigidità mentali che governano tanta parte dell’agire maschile, e talvolta anche femminile. Ora, nel caso di una riduzione degli orari scolastici, o di tagli alle prestazioni sanitarie (eventi tutt’altro che improbabili, specie nelle regioni più povere, se la riforma dovesse avere corso) è facile immaginare a chi toccherebbe sopperire a queste mancanze. Senza dubbio alcuno, alle donne. E potrebbe essere una grave battuta d’arresto nel loro cammino verso la libertà. Altro che svecchiamento, modernizzazione, progresso, dalle destre vantati come obiettivi primari e dati come risultati sicuri della loro riforma.

Le donne hanno insomma una ragione in più, e non da poco, per andare alle urne e votare NO. Una ragione che le riguarda direttamente. E questo, poiché le donne sono “più della metà”, può fare la differenza. Per

Perché l’Unione sul tema tasse continua a rispondere alle brutali bordate di Berlusconi allineando numeri, spiegando che il suo programma non prevede stangate, promettendo che saranno colpiti solo i grandi patrimoni, ecc., col tono di chi si senta tenuto a discolparsi? Perché invece non sostiene con orgoglio la propria politica fiscale, e non dice che le tasse sono il necessario supporto dello stato sociale, cioè di un complesso di servizi destinati a correggere in qualche misura le disuguaglianze? Perché non ricorda che infatti nei paesi socialmente più avanzati, come quelli scandinavi e per buona parte quelli del nord Europa, le tasse sono molto più alte che da noi, e in qualche caso toccano il 50% dei redditi maggiori? E che proprio questo garantisce sistemi sanitari efficienti, asili per tutti, scuole di qualità, università e ricerca scientifica di buon livello, giustizia funzionante, città vivibili?

Perché non dice che la riduzione delle tasse è una politica tipica delle destre, che va a beneficio soprattutto, a volte soltanto, dei ceti più abbienti, con la difesa delle grandi fortune, delle rendite, della speculazione? Perché non grida che politiche di questo tipo non fanno che allargare la forbice tra ricchi e poveri, proprio come è accaduto e continua ad accadere negli Stati Uniti, e come è accaduto anche in Italia con il governo Berlusconi?

Perché non insiste a ricordare che Berlusconi non soltanto con una serie di condoni ha favorito e apertamente incoraggiato l’evasione fiscale, ma ha avuto l’impudenza di dichiarare pubblicamente il diritto all’evasione; diritto che ovviamente non può appartenere ai lavoratori dipendenti? Perché non mette sotto accusa quanti (a destra soprattutto, ma non solo) di fatto sembrano ritenere le tasse null’altro che un furto perpetrato dallo stato ai danni dei cittadini, e fanno di tutto per diffondere questa convinzione? Perché non denuncia l’uso corrente di frasi come “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, che proprio questa convinzione più o meno consapevolmente esprimono e ribadiscono?

Perché non dice insomma con chiarezza e, ripeto, con orgoglio: le tasse non sono un furto, sono uno strumento necessario a ridurre, almeno un po’, la vergogna di enormi e crescenti iniquità sociali?

[testo pubblicato anche su l'Unità, 3 aprile 2006, p. 26 col titolo: "Lorgoglio di volere uno Stato Sociale"]

CR

“Una pista. Stretta, impervia, difficile.” Così, in occasione della recente nascita di una sezione italiana della Sinistra Europea, Bertinotti ha descrittto il cammino che attende il nuovo soggetto politico. “E tuttavia senza alternative,” ha aggiunto. Pista che è necessario percorrere, imposta dalla gravissima crisi - della politica, della civiltà, del capitalismo - che il mondo attraversa.

Impresa comunque formidabile e di fatto tutta da inventare. Se in tanti ormai siamo convinti che un mondo diverso è necessario e forse anche possibile, e più o meno concordemente indichiamo nelle crescenti disuguaglianze e nella devastazione della natura l’inaccettabilità del mondo attuale, la sua intrinseca incurabile insostenibilità, resta il fatto che nessuno finora ha detto in che modo sostituirlo. Anche perché a dissestare gli equilibri ecologici e a reggere un sistema sempre più iniquo, sono gli stessi meccanismi economici che a lungo hanno migliorato la vita dei popoli industrializzati, e ancora oggi, sebbene a costi sociali vergognosi, creano enormi ricchezze. Ciò che fornisce alibi alla peggiore destra, ma anche tra le sinistre crea illusioni sbagliate, rigidità, contraddizioni.

E questo a me pare un nodo cruciale per la giovanissima Sinistra europea. Perché la necessità di dare (provare a dare) contenuti a “un’alternativa di società”, a quel “diverso modo di produrre, distribuire, consumare” proposto nel documento conclusivo del recente congresso di Atene, non può prescindere da un altro cogente impegno, relativo alla definizione del proprio corpo sociale. Che non basta nominare, indicando i movimenti come interlocutori privilegiati, e allargare e diversificare, aprendo a una molteplicità di soggetti - persone, associazioni, gruppi - come la neonata Sezione italiana prevede, ma che solo il collante dei contenuti può in definitiva trasformare in un “corpo” appunto, pensante e operante per un obiettivo condiviso. E’ sicuro che esistano già le premesse di un processo di questo tipo? Che, dopo le necessarie e intelligenti scelte fondative già operate, non occorra una serie di verifiche, di confronti, e magari di scontri, tali da far chiarezza su una serie di problemi decisivi per un’idea di società “altra”?

Non è un segreto che all’interno delle sinistre radicali su certi temi esistano dissensi e anche opinioni nettamente diverse, da cui nascono scissioni, frazionismi, stanchezze, fughe. Il dibattito su crescita e consumi svoltosi l’estate scorsa su queste colonne ne è stato un test significativo. E ha confermato il fatto, anch’esso ben noto, che una certa parte delle sinistre antagoniste resta tuttora fedele a dogmatismi e certezze veterocomuniste, che paradossalmente la portano a condividere - seppure da prospettive opposte - alcuni aspetti dell’impianto teorico sostenuto dalle vituperate socialdemocrazie, in sostanza coincidenti col paradigma economico neoliberista. E’ il caso dello “sviluppo”, fermamente difeso da consistenti fascie di queste sinistre, ivi compresi non pochi giovani dei movimenti, come irrinunciabile viatico al progresso sociale; valore non di rado esteso a un’indifferenziata crescita produttiva. Mentre sembra ignorararsi il fatto che da sempre, e oggi più che mai, sviluppo e crescita sono strumento dei meccanismi di accumulazione, base imprescindibile della macchina capitalistica, e dunque del neoliberismo, forma attualmente attiva del capitale; che non è pertanto pensabile combattere questo accettando o addirittura promuovendo quelli. E mentre (anche a causa della tradizionale grave sottovalutazione della crisi ecologica da parte di tutte le sinistre) manca ogni considerazione del fatto che ormai la totalità della comunità scientifica internazionale pone lo squilibrio ecologico planetario in diretto rapporto con un’ economi di cui regola e fine è la crescita del prodotto appunto. Così che in questi ambiti ogni critica del consumismo spesso trova forti resistenze, che non sono solo sacrosanta difesa di un benessere da poco raggiunto, ma rifiuto a distinguerlo dai vizi indotti dall’iperproduttivismo capitalistico e dal sistema mediatico al suo servizio. Un’approfondita discussione su questi temi credo sarebbe indispensabile prima di tentare un’ipotesi di società che non accetti più merce e mercato come base della propria determinazione.

Accennavo sopra alle vituperate (dalle sinistre radicali) socialdemocrazie. L’area cioè nel cui grembo dopo il disfacimento dell’Urss sono confluite in gran massa le sinistre - quelle rimaste attive in quanto tali - ivi compresa buona parte dei partiti ex-comunisti. Area accettata oggi come unica opposizione possibile da quanti recisamente rifiutano adesione alle destre ma trovano difficile anche riconoscersi nelle sinistre radicali, e tuttavia vedono l’ambiguità e la pochezza di un’opposizione per lo più limitata a rivendicazioni minori, che in nessun modo mettono in causa l’ordine dato ed esse stesse nascono con ben poca possibilità di successo; un’opposizione insomma del tutto priva di idee proprie, come dimostra, spesso nel modo peggiore, quando le accade di governare. Forse non sarebbe fuori luogo dedicare attenzione a questo vasto elettorato, fatto di gente che in passato votava - o addirittura militava - comunista o socialista, fuggita dai partiti dopo la caduta del muro, disgustata della politica attuale, che però riempie le piazze contro la guerra e in difesa dei diritti civili, che quando vota una qualsiasi formazione soacialdemocratica lo fa soltanto per non dare spazio alle destre, ma spesso non vota affatto per la mancanza di una convincente ipotesi “altra”. Il possibile recupero di una parte almeno di questa sinistra solo in apparenza assente, non è estraneo al convergere tra “contenuti” e “corpo sociale” cui accennavo sopra come a un problema di cruciale rilevanza nel progetto della Se; e potrebbe diventare decisivo quando a questo progetto si guardi non come all’ultima utopia di pochi temerari, ma come a una concreta proposta politica, sostenuta da un nutrito “popolo di sinistra”.

E anche di questo credo meriterebbe discutere collettivamente. Dicendosi con tutta chiarezza che, se cambiare il mondo è da sempre l’obiettivo delle sinistre, è altrettanto vero che le strade indicate in passato a questo fine oggi non servono più, non solo perché il mondo da allora è radicalmente mutato, ma perché quelle strade si sono rivelate (talora catastroficamente) fallimentari. Insomma i vecchi sogni di assalto al Palazzo d’Inverno che qualcuno ancora coltiva, oggi non sono solo impossibili ma nemmeno più desiderabili; e proprio la fedeltà di alcuni a quei sogni rischia di allontanare non pochi che potrebbero essere attratti dal programma Se. Oggi non è più tempo di rivoluzioni traumatiche e cruente: oggi occorre sì una rivoluzione ma di tutt’altra natura, capace di disintossicare passo passo la società da un inquinamento culturale e mentale che, in nome del mercato e delle sue “leggi”, l’ha penetrata capillarmente, alla dimensione della merce omologando ogni scelta e ogni rapporto, per creare consenso a un sistema che vive sul crescente sfruttamento del lavoro, sulla spoliazione della natura e sulla guerra.

Sono solo accenni a una serie di questioni che credo la Se debba affrontare prima di avventurarsi su quella “pista” che si annuncia irta di enormi difficoltà. A cominciare dai rapporti con la stessa Unione Europea, che per prime le sinistre antagoniste con ragione criticano severamente: corpaccione sovradimensionato, iperburocratizzato, indebolito da risorgenti nazionalismi, interamente appiattito sul modello neoliberistico, di fatto privo di identità, malgrado le periodiche rivendicazioni di vano sciovinismo, i saltuari sobbalzi di autocelebrazione, i rari e subito rientrati tentativi di autonomia in politica estera. Possibile che questa nuovissima sinistra plurinazionale, certo una delle più felici iniziative politiche oggi in corso, dotata di una vitalità rara di questi tempi, ma inevitabilmente ancora gracile, riesca a “smuovere il pachiderma”?

C’è però un altro modo di vedere le cose. L’Europa, con tutte le sue tremende colpe (colonialismo, shoà, due spaventose guerre mondiali, ecc.) è madre di uno dei massimi patrimoni culturali del pianeta; è sì culla del capitalismo, ma anche del socialismo e dello Stato sociale; è patria dell’illuminismo, del diritto alla libertà di pensiero, del valore della cittadinanza. Sono conquiste fondamentali della vicenda umana. E chi si interroghi su un possibile soggetto capace di caricarsi dei tremendi problemi che squotono il mondo oggi, non può non pensare Europa. Una grande potenza per vastità, popolazione, capacità economica, la sola che sarebbe in grado non certo di sfidare l’impero Usa sul piano militare e strategico (cosa insensata quanto indesiderabile), ma sì di provare a pensare, programmare, vivere se stessa secondo valori e fini diversi da quelli dominanti, tentando di distinguersi dalmodelloimposto dagli Usa al mondo; cui inevitabilmente seguirebbe una diversa razionalità nel dividere e organizzare il lavoro, nel creare e distribuire ricchezza, nel produrre e consumare. Come è stato detto, potrebbe significare per l’Europa “iniziare a cambiare il mondo partendo da se stessa”.

Le cose d’altronde non avvengono per caso. La nascita della Se si colloca in un momento in cui, se tanti e duri sono gli ostacoli pronti a sbarrarne il cammino, non pochi sono però i segnali che sembrano poterlo favorire o addirittura sollecitare. Provo a citarne alcuni. La recente vittoria di Morales in Colombia è l’ultima di una serie elettorale che con il Brasile di Lula, il Venezuela di Chavez , l’Argentina di Kirchner, ha cambiato la faccia politica dell’America latina, confermandone la tendenza a sottrarsi all’antico controllo Usa, da anni emersa con il moltiplicarsi di movimenti indigeni in Messico, Bolivia, Ecuador, Guatemala, Perù, che hanno accolto con pubbliche proteste la recente visita ufficiale di Bush. E’ un fatto enorme, non solo per la sua vastità che in pratica coinvolge mezzo continente, ma per la sua qualità che va oltre le questioni strettamente economiche, riguarda diritti umani, problemi ambientali, indipendenza culturale, e - sostiene Chomsky - abbozza modelli socioeconomici alternativi. Inoltre in Sudamerica è ormai pratica diffusa intrattenere rapporti commerciali preferibilmente con paesi del sud del mondo, come India e Sudafrica. Insomma, per una Cina furiosamente impegnata a riprodurre su scala gigante e spingere a ritmi mai visti la gran macchina del capitalismo occidentale, non sono pochi i popoli emergenti che sembrano invece defilarsi dal dettato americano e sfuggire all’attrazione fatale del suo modo di vivere.

Altri eventi, sebbene di natura tutt’affatto diversa, sembrano muoversi in direzione analoga. Penso al fatto che con crescente frequenza la brutale scelta della Casa Bianca a favore della prosperità economica contro ogni salvaguardia ambientale, viene bocciata anche da paesi alleati (vedi il divieto canadese a trivellazioni di compagnie Usa in cerca di petrolio in Alaska) o addirittura da Stati dell’unione (non pochi di essi, California in testa, hanno optato per l’applicazione autonoma delle direttive di Kyoto, respinte dal governo centrale). Ma penso soprattutto alle tante iniziative “dal basso”, dalle manifestazioni di agricoltori contro il recente G8 di Montreal sul mutamento climatico alle nostre Scanzano, Acerra, Mugello, ecc. Battaglie di popolo, che non solo contestano l’irresponsabile indifferenza dei governi verso l’emergenza ambientale, ma sempre più tendono a supplirla. Esemplare in questo senso la vicenda TAV, che ha trasformato il dibattito su un problema locale in decisa e argomentata critica non solo di operazioni devastanti quanto non necessarie, ma dei concetti che ne sovraintendono la scelta, e quindi dei presupposti che guidano l’intero impianto economico. In realtà una nuova consapevolezza su questa materia, inesistente nel mondo politico, sembra stia nascendo tra la gente. Un recente sondaggio apparso su Repubblica ci dice che il 63,2 per cento degli italiani teme la catastrofe ambientale molto più (con un distacco di oltre 10 punti) che terrorismo, criminalità, perdita del lavoro, e quant’altro di solito maggiormente preoccupa.

E in questo complesso panorama del dissenso può collocarsi anche un’altra, diversissima, categoria di eventi, come lo sciopero prenatalizio dei mezzi pubblici di New York, e quello di recente realizzato su scala planetaria dai dipendenti della gigantesca catena di distribuzione Wall – Mart: eventi da più parti letti come ripresa del conflitto, ma con modalità che non hanno precedenti, come è logico che accada in un mondo radicalmente mutato. Una Sinistra europea che colga e porti a sintesi politica questa serie di segnali “anti-sistema” (peraltro assai più ampia di quanto sia qui possibile dire) forse potrebbe farsi battistrada per l’intera Unione nel tentativo di affrontare i tanti problemi che - dalla crisi ecologica planetaria, alle migrazioni, all’aumento della povertà, alla trasformazione del lavoro e dei rapporti economici - solo a livello sovranazionale oggi possono sperare soluzione. In un impegno che apporterebbe chiarezza anche ai problemi interni dei singoli paesi, essi pure in massima parte ormai inscindibili dalle vicende del mondo.

Tentare di mettere a punto fin d’ora il modello “alternativo” per cui lavorare sarebbe presuntuoso quanto vano. Progetti di questa portata non possono trovare definizione se non nel loro farsi, pur tenendo fermi alcuni obiettivi strategici. E l’indicazione della non-violenza, che va assai oltre il rifiuto e la condanna della guerra, di per sé in qualche misura prevede scelte decisamente “altre” rispetto a quelle oggi imperanti: la perdurante asimmetria del rapporto tra i sessi, l’abuso del lavoro, la spoliazione della natura, la privatizzazione dei beni comuni, la competitività come regola che dal mercato dilaga e invade la vita, che altro sono se non violenza?

[ Questo scritto è stato pubblicato anche da Liberazone , il 7 gennaio 2006]

Nota: per i temi fondativi della Sinistra Europea discussi ad Atene, su Eddyburg anche questo articolo dal Guardian (f.b.)

I materiali predisposti per il Programma dell'Unione sono noti, anche se distribuiti su scenari diversi per qualità e orientamento, in qualche caso molto diversi. Tutti però (di questo vorrei discutere) con una caratteristica comune: non poche delle politiche di cui si promette la messa in opera di fatto non sono praticabili. Certo molti dei provvedimenti previsti, spesso da più parti, sono non solo necessari ma anche possibili. Cancellare massima parte delle riforme Berlusconi, da quelle spudoratamente ad personam alle tante altre che offendono costituzione e democrazia; chiudere i Cpt e provvedere in modo meno infame a quella che impropriamente viene definita «accoglienza» dei migranti; impegnarsi seriamente contro l'evasione fiscale e perfino recuperare una qualche progressività dell'imposizione; impegnarsi a che scuola, ricerca e cultura ritrovino efficienza e dignità adeguate alla rilevanza della loro funzione; riorganizzare l'amministrazione della giustizia e abbreviare processi di lunghezza vessatoria; ritirare le nostre truppe da Iraq e Afghanistan.

Tutto questo un governo di buona volontà può farlo. Ma cose ben più impegnative si vanno variamente auspicando e promettendo: sconfiggere precarietà povertà disuguaglianza, promuovere occupazione, equità, solidarietà, coesione sociale, aumentare salari pensioni servizi; qualcuno va oltre, e parla di un'altra idea di sviluppo, di superamento del mercato, di una diversa economia. Mi pare necessario domandarci quanto queste cose abbiano possibilità di essere realizzate oggi in Italia.

La precarietà è ormai uno dei principali strumenti usati dalle imprese per competere e sopraffarsi nella gran guerra dei mercati planetari; la progressiva cancellazione dello stato sociale è obiettivo dichiaratamente perseguito dagli alfieri del neoliberismo; povertà e disuguaglianza sono apertamente teorizzate come la più efficace molla di competitività e crescita produttiva. Queste dovunque sono oggi le regole.

Il dettato neoliberistico

L'Italia è un piccolo territorio circondato dal grande mondo in cui giganteschi poteri economici furiosamente si affrontano con i mezzi di cui sopra, e al quale d'altronde essa stessa è strettamente legata: con la sua economia, del tutto obbediente al dettato neoliberistico, e col suo mercato che non si muove soltanto tra le Alpi e il mare nostrum. E' pensabile che, da sola, sia in grado anche solo di ridurre sensibilmente disuguaglianze e miseria? E l'interrogativo si fa più che mai cogente quando si nota che non pochi dei più ferventi sostenitori di solidarietà e giustizia (Prodi in testa) si contraddicono mostrandosi altrettanto ferventi sostenitori di crescita e competitività, e illustrando i modi ritenuti più acconci per «far ripartire l'Italia»: per dove, se non per la riconferma e il consolidamento del sistema dato, quello che appunto vive di precarietà, disuguaglianze, ecc.? Insomma è possibile, e quanto è utile, oggi proporsi - e promettere - mutamenti così sostanziosi nel proprio paese, senza uno sguardo alla realtà d'oltreconfine? E senza una strategia che si proponga di coinvolgere altri soggetti in un'azione di largo respiro e di percorsi comuni?

Facciamo l'esempio dei salari. Che vanno sostenuti per quanto possibile, tentando di avvicinarli ai migliori livelli europei, ma di cui temo sia difficile (non solo in Italia d'altronde) ancora a lungo affrontare le problematiche ignorando una situazione mondiale in cui il mensile di un nostro operaio è grosso modo sui 1.000 euro, quello di un cinese sta sui 100, quello di un nordcoreano spesso non supera i 10; mentre di continuo approdano ai nostri confini folle sempre più numerose di persone che nemmeno quei 100 o addirittura quei 10 euro riescono a mettere insieme. E' pensabile che tutto ciò non abbia ricadute sulle dinamiche salariali e occupazionali dei nostri mercati, e sul rapporto capitale-lavoro nel suo complesso?

Oppure il capitolo ambiente. Materia che dalla maggioranza dei nostri politici continua a essere ritenuta del tutto marginale, come la campagna per le primarie ha confermato: vedi Prodi che nella sua brochure elettorale l'ambiente si limita a citarlo, e non come problema ma come risorsa, da sfruttare al meglio. Per lo più comunque gli impegni annunciati in proposito non vanno oltre trattamento dei rifiuti, risanamento di fognature, rimboschimento e riassetto del territorio, ricerca per le energie rinnovabili: provvedimenti necessari, spesso importanti, e questi sì anche praticabili (come già da tempo accade in gran parte d'Europa).

Rivoluzione ecologico-sociale

Ma chiunque sappia qualcosa di ambiente mai direbbe che questa sia la via per superare la crisi ecologica planetaria, arrestare lo scioglimento delle calotte polari, ridare acqua al Rio delle Amazzoni inaridito, ridurre il numero e la violenza di tifoni e alluvioni. Già perché curiosamente, mentre in fatto di questioni sociali spesso si ascoltano ipotesi di una radicalità che non può alla fine non risultare mera demagogia, rispetto alla minaccia della catastrofe ambientale non sembra si riesca a immaginare più che inceneritori e mulini a vento. Secondo un'asimmetria di giudizio e di progetto, che non può non denunciare la debolezza complessiva della politica di sinistra. Ma ciò che sembra mancare è l'esatta percezione della gigantesca trasformazione del mondo verificatasi negli ultimi decenni, la quale investe, coinvolge e porta a dimensione planetaria anche situazioni e problemi interni a ciascun paese, riducendoli a questioni del tutto fuori misura rispetto alle capacità di intervento dei singoli governi: ormai divenute illeggibili con gli alfabeti di sempre, resistenti alle politiche consuete, cioè ingestibili isolatamente.

Non so se constatare che nemmeno le sinistre straniere sembrano in grado di produrre politiche più brillanti, possa consolarci. Specie se si considera che fuori dalla politica «professionale» sono ormai sempre più numerose le voci che parlano della necessità di una grande rivoluzione ecologico-sociale, capace di rifiutare di netto il paradigma neoliberista per sostituirlo con una diversa visione del mondo, e assumere in un'unica prospettiva l'impegno per arrestare la doppia minaccia sociale e ambientale. Voci che quanti reggono i governi non sembrano nemmeno udire. Miopie, egoismi, rigidezze nazionalistiche sopravvivono nel mondo globalizzato (acutamente ne parla Ulrich Beck in Lo sguardo cosmopolita, Carocci 2005) mentre convivono con un cosmopolitismo dal passo sempre più veloce, integrandone più o meno passivamente l'azione molteplice, i vantaggi e il danno, ma ignorando la rete di interdipendenze secondo cui alcuni problemi non possono ormai che essere problemi del mondo. Anzi lo sono già. Accade così che terrorismo, natura sconvolta, povertà in aumento, banlieues in fiamme, migrazioni bibliche, lavoro sempre più esosamente sfruttato, guerra normalmente usata come strumento economico, tutti i problemi la cui magnitudine e terribilità più accusano il mondo, restano senza soluzione possibile.

La sinistra europea

Per qualche tempo da più parti s'era guardato all'Europa come al soggetto forse capace di mettere a segno qualche risposta a queste non più eludibili urgenze. L'Europa, patria del capitalismo ma anche del socialismo, responsabile dei peggiori eccidi perpetrati nella storia ma anche produttrice di una parte senza dubbio pregevole della cultura umana, sul rifiuto della guerra nata all'unificazione, forse - si pensava - avrebbe potuto farcela. Anche i giovani dei movimenti ci avevano creduto. Purtroppo l'Europa d'oggi, tra le pastoie di una burocrazia farraginosa e ottusa e i vincoli di un economicismo acriticamente appiattito sul dettato neoliberista, non incoraggia ottimismi. E però circa un mese fa ad Atene ha svolto il suo primo congresso il partito della Sinistra europea. Ne fanno parte diciotto sinistre che, ormai del tutto sganciate da nostalgie veterocomuniste, altrettanto decisamente rifiutano il piccolo riformismo delle socialdemocrazie, e chiedono altro. La Dichiarazione pubblicata al termine dei lavori afferma tra l'altro la necessità di «un nuovo modello di produzione, distribuzione e consumo». Non male, come inizio. Proviamo a sperare?

Articolo pubblicato da il manifesto il 3 dicembre 2005

Il 63,2 per cento degli italiani teme la distruzione dell’ambiente molto più che il terrorismo, la criminalità, la perdita del lavoro, e praticamente tutte quelle che solitamente si ritengono oggi le principali cause d’angoscia: cos’ secondo un sondaggio apparso tempo fa su Repubblica,

La cosa non può stupire se si pensa alla tremenda accelerazione dello squilibrio ecologico: calotte polari che si sciolgono; il livello dei mari che sale a ritmo doppio rispetto all’ultimo decennio; cicloni tifoni alluvioni sempre più numerosi e violenti; desertificazione che avanza in Africa, Sudest asiatico, Sudamerica (dove perfino il Rio delle Amazzoni è a secco) e nella stessa Europa. La temperatura del mondo continua a salire: il 2005 è stato l’anno più caldo da quando si fanno misurazioni del genere; e questo secondo l’OMS causa ogni anno 150mila morti e 5 milioni di casi di malattia. Intanto le emissioni di gas serra, responsabili prime di tutto ciò, sono aumentate del 30% dal ’90. Di tutto questo la gente, sia pur in modo confuso, senza una precisa consapevolezza dei fenomeni e delle loro cause, avverte il rischio, non può non aver paura.

Di recente d’altronde sono numerose le allarmate denunce di questa situazione. E non più provenienti soltanto dal mondo ambientalista o dalla sinistra critica, quelli che da anni accusano la follia di un mondo che va distruggendo se stesso; che da anni pubblicano libri intitolati “Disfare lo sviluppo”, “Obiettivo decrescita”, “Sobrietà”, “Il vicolo cieco dell’economia” , e simili. Che danno vita ad accesi dibattiti su crescita e consumi su giornali come Liberazione e il manifesto, lavorano in associazioni come “Altreconomia”, “Per un’economia diversa”, “Finanza etica”, e così via.

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Ora, a schierarsi su posizioni analoghe sono personaggi non sospettabili di propositi antisistema. “La miopia delle élite“, è il titolo di un fondo di recente firmato sul Corriere della Sera da Tommaso Padoa Schioppa. In cui si legge: “Le risorse della Terra non potranno non rincarare drammaticamente e infine mancare, se il consumo che ne facciamo continua a espandersi come se fossero illimitate. L’equilibrio della vita non potrà non alterarsi, se continuiamo a ignorare l’effetto serra.“ Sempre sul Corriere Giovanni Sartori ha denunciato insufficiente informazione sul fatto che la “Terra che si autodistrugge”, e accusato la “colossale rete di interessi economici tutta proiettata nell’assurdo perseguimento di uno sviluppo illimitato, di una crescita infinita.” Quasi contemporaneamente su Repubblica appariva un impegnato articolo di Umberto Galimberti dal titolo “Smettiamo di crescere”, occhiello “Miti d’oggi”, sommario “Consumiamo per consumare in una spirale infinita”. Mentre importanti convegni internazionali sollevavano seri dubbi sulla ricchezza quale garanzia di felicità, e interrogativi sulla bontà della crescita venivano posti e discussi dalla più qualificata stampa internazionale, da Time al Guardian, ecc.

L’unico a non accorgersi di quanto sta accadendo, o almeno a non darlo a divedere, è il mondo politico. Di sinistra non meno che di destra. Durante la campagna per le Primarie Prodi faceva circolare una sua brochure elettorale, in cui l’ambiente veniva “nominato” una sola volta , e non come problema, ma come una risorsa da sfruttare al meglio, insieme ai beni culturali e paesaggistici del paese. La valanga di elaborati programmatici via via sfornata dai partiti e partitini dell’Unione, non va molto oltre l’orizzonte dello “sviluppo sostenibile”, vecchia formula abbandonata da tutto l’ambientalismo più qualificato, in quanto in sostanza allineato con l’imperativo della crescita, quello che è causa dell’insostenibilità ecologica. Senza analizzare in dettaglio i diversi programmi, posso dire che, una volta di più, l’ambiente rimane il grande assente, e che addirittura i partiti maggiori tendono a cancellare o peggiorare le proposte di Verdi e Rifondazione, i più attenti alla materia, e non mancano di strizzare l’occhio al nucleare, al ponte di Messina, alla TAV. Una volta di più si dimostra che nessun soggetto politico ha affrontato finora il problema alla radice, assumendolo nella sua valenza determinante della nostra vita e dell’intero nostro agire. Per tutti lo squilibrio ecologico rimane una sorta di “a parte”, una problema forse anche di qualche rilevanza, ma che non ha nulla a che vedere con i grandi temi della Politica.

La cosa non è nuova d’altronde. Fino a qualche anno fa non pochi tra i cosiddetti “grandi della Terra”, e insieme a loro quasi la totalità del mondo economico (sia quello scientifico che quello operativo) addirittura negavano l’esistenza della crisi ecologica planetaria, considerandola poco più che ubbie di cassandre catastrofiste, o al massimo liquidando il problema come un fatto di scarso peso, da risolvere con qualche intervento legislativo e qualche correttivo tecnico. Le sinistre su questa materia non hanno mai fatto eccezione. Anzi la loro critica nei confronti dell’ambientalismo è stata sovente anche più dura, motivata da una (malintesa) difesa del mondo del lavoro, che in qualche modo avvertivano messo sotto accusa, come luogo di processi inquinanti e di aggressione agli equilibri ecologici. Cosa che ha dato luogo a un conflitto apparentemente insuperabile - e in realtà non ancora pienamente risolto - tra le ragioni del lavoro e le ragioni della natura.

Da qualche tempo però una qualche attenzione all’ambiente si va manifestando tra politici e economisti: un paio di G8 sono stati dedicati alla materia, e di essa s’è discusso con fervore a Davos, celebre luogo di convegno annuale dei meglio cervelli della scienza economica. Ma non illudiamoci. Non s’è trattato di un’improvvisa conversione ambientalista: in tutte queste occasioni il tema di interesse centrale è stata l’imminente fine del petrolio, e la crisi dell’intero sistema economico mondiale che rischia di seguirne. La necessità di sostituire il petrolio con altre fonti energetiche si è imposta pertanto come obiettivo primario, al fine di poter garantire la continuità della produzione e della sua crescita, secondo la forma economica oggi dovunque attiva sul pianeta: cioè quella che, secondo la quasi totalità della comunità scientifica internazionale, è causa prima del sempre più grave guasto ecologico. Ora non può certo stupire che tutto questo accada tra le destre. Conservare, difendere e valorizzare al massimo il modello neoliberista, cioè il capitalismo nella sua versione attuale, è loro compito. E questo fanno. Ma le sinistre?

“Sinistra” è una parola che non pochi negli ultimi tempi hanno dato per superata e ormai priva di senso. E però, a dispetto di tutti i suoi aspiranti necrofori, la sinistra continua a dar prove inoppugnabili di vitalità. Le folle del pacifismo internazionale in marcia per il mondo; l’irruzione dei movimenti giovanili altermondialisti, puntuali contestatori del neoliberismo e dei suoi istituti; le masse di lavoratori che sfilano denunciando sfruttamenti sempre più esosi, lesivi della loro stessa dignità; le piazze piene di quella che viene chiamata “società civile”, gente che non si mobilita per giochi di partito o interessi personali, ma solo in sdegnata risposta alla democrazia offesa. Che altro è tutto questo se non “sinistra”, viva e attiva?

E però se guardiamo a quella che dovrebbe rappresentare la sintesi politica e operante di tutto ciò, cioè la sinistra istituzionale, quella dei partiti e dei governi (che tra centrali e locali non sono pochi in Italia e nel mondo) non si può negare che la risposta sia francamente deludente. E non in Italia soltanto. Nel radicale mutamento che ha investito il mondo negli ultimi decenni, in presenza di quel fenomeno senza precedenti che chiamiamo globalizzazione, disuguaglianze sfruttamenti povertà (cioè i problemi costitutivi delle sinistre, ragione del loro stesso esistere) non si sono affatto risolti, anzi per certi versi si sono aggravati. Molti di essi però sono andati trasformandosi, assumendo forme completamente diverse da quelle delle storiche agende operaie; mentre numerosi altri ne nascevano e s’imponevano, e in qualche misura interagivano con quelli precedenti. Tutto questo vorrebbe un’attenta rilettura di tutti i problemi, vecchi e nuovi, e la necessità di affrontarli in tutt’altro modo dal passato.

Per fare solo qualche esempio (e tralasciando per il momento la crisi ecologica, tremenda novità che mette a rischio il futuro stesso della specie umana) pensiamo al fenomeno migratorio, che in nulla più somiglia alle migrazioni dei secoli passati, che oggi coinvolge enormi masse, blocchi di popolazioni, interi strati sociali, che lasciano un paese per raggiungerne altri, con conseguenze che vanno ben al di là delle questioni di ordine pubblico cui solitamente si tende a ridurle. Oppure le prospettive smisurate e per ora inimmaginabili, aperte dall’evoluzione tecnologica agli effetti non solo di mirabolanti imprese spaziali transgeniche e simili, ma riguardanti produzione, occupazione, salari, mercato: ad esempio che cosa può significare nel mondo del lavoro, nel rapporto tra persona e lavoro, e tra lavoro e mercato, la messa in opera di un computer da nove miliardi di operazioni al secondo, cosa ormai non più eccezionale? E il terrorismo, da tutto l’occidente affrontato nel modo più stolido e criminale, e che però ci sovrasta, e limita e condiziona libertà e diritti di tutti. E la guerra, che sempre è stata usata per il rilancio di economie stagnanti e per la soluzione delle più gravi crisi produttive, ma che oggi senza pudori viene teorizzata e “istituzionalizzata” sotto la specie di “guerra preventiva” contro le tirannidi: la guerra, di fatto ormai rimasta unico strumento di continuità vitale per il capitalismo.

E questo è forse ciò che più spiazza le sinistre. Il fatto che da tempo un buon numero di esperti del calibro di Gorz, Chomsky, Severino, Wallerstein, Bello, Passet, Gallino, Stiglitz, Deaglio (per citarne solo alcuni) parli di meccanismi di accumulazione inceppati, di dinamiche capitalistiche in panne, insomma di crisi strutturale dell’economia-mondo. E che tutti costoro si interroghino sul futuro, ma concentrando le loro ipotesi non su come riparare e rimettere in moto la macchina neoliberistica, ma puntando su come muovere dalla situazione attuale per tentare di cambiare le cose, convinti come sono che esiste “un disperato bisogno di esplorare possibilità alternative” (Wallerstein), che un mondo diverso “può definirsi solo in opposizione al capitalismo” (Gorz), e che la crisi va colta come “opportunità per la trasformazione del regime economico attuale” (Bello).

Tra le sinistre istituzionali nessun tentativo di riflessione del genere sembra esistere. E’ vero, una parte (una parte non piccola) delle sinistre sacrosantamente accusa il neoliberismo di perseguire disuguaglianza e esclusione come normali mezzi di politica economica; di scaricare sul lavoro tutti i costi che il mercato non sopporta; di creare insicurezza e impoverimento nei ceti medi; e anche (ma di questo pochi e di rado si ricordano) di rapinare e sconvolgere a fini produttivistici l’ambiente naturale. Ma sono poi gli stessi partiti, a volte le stesse persone, a invocare più consumi, più domanda, più produttività, più competitività, più crescita. Esattamente come le destre. Di fatto spronando il mondo produttivo ad adeguarsi al modello neoliberistico, ai suoi parametri e alle sue regole, dunque in modo più o meno esplicito legittimando il sistema neoliberistico (capitalistico cioè) e direttamente o indirettamente rafforzandolo. Salvo poi impantanarsi tra proposte di operazioni correttive: più salari, più occupazione, meno precarietà e flessibilità, più stato sociale, ecc.: proposte del tutto incompatibili con l’impianto economico che sostengono, il quale proprio nel massimo sfruttamento del lavoro trova uno dei suoi punti-forza.

Il fatto è che le sinistre, nella maggioranza, si illudono di poter tenere ancora in vita una linea politica a lungo, e non senza successo, praticata nella loro storia. Un’illusione appunto. Per un lungo periodo (un secolo e mezzo circa) la crescita produttiva, nella forma dell’accumulazione capitalistica, ha avuto ricadute largamente positive sulle classi lavoratrici dei paesi industrializzati, oggettivamente (sia pure tra iniquità e sfruttamenti) migliorandone le condizioni di vita. E’ accaduto per tutto il tempo in cui il benessere dei lavoratori (la loro accresciuta capacità di consumo) è stato funzionale all’accumulazione capitalistica, e ciò ha dato spazio a una sorta di patto non scritto, che affidava al capitalismo la produzione della ricchezza e alle sinistre consentiva di distribuirla il meno iniquamente possibile. Questo oggi non è più vero. Oggi una politica di redistribuzione del reddito non ha più corso. Il patto è scaduto.

Questa è una verità che le sinistre, per ritrovare se stesse, debbono avere il coraggio di guardare in faccia. Riuscire a recidere quella sorta di antica complicità con il “sistema” che ha sempre sotteso le lotte dei movimenti operai: secondo cui “morte al capitale!” era il grido di battaglia, ma “viva la fabbrica!” era inevitabilmente l’asse dell’agire politico. Ripensare seriamente lo sviluppo, così come è stato tenacemente perseguito quale indiscusso fattore di progresso, senza vedere quel mutamento che via via velocemente ne accentuava i valori individualistici, i contenuti quantitativi e acquisitivi, impoverendone la qualità sociale: fino a stravolgerne il senso e segnarne di fatto la piena identificazione con la crescita produttiva. Una vicenda che in pratica conduceva all’accettazione dell’ordine dato, con il mercato al centro, referente e misura di ogni rapporto, e la supina assimilazione dei ceti lavoratori alle lusinghe del consumismo più insensato: un sostanziale adagiarsi delle sinistre nella logica del capitale. Solo riflettendo su tutto questo credo sia possibile rompere con le vecchie ma tuttora vive certezze di sviluppo salvifico, smetterla di sperare addirittura in “un nuovo modello di crescita”, come qualcuno propone. Trovare il coraggio non solo di constatare tutto ciò, ma di dirlo ad alta voce, credo sia indispensabile anche per assumere finalmente una posizione corretta e utile nei confronti dell’ambiente.

La scarsa considerazione, quando non l’ostilità, riservate – come dicevo – dalle sinistre ai problemi ecologici, in gran parte proprio in questa storia trova le sue ragioni e in qualche misura il proprio alibi. Come ridurre produttività e crescita quando il mondo è ancora pieno di disuguaglianze, povertà estreme, fame? Questa è sempre stata l’obiezione rivolta dalle sinistre ai critici dell’ iperproduttivismo: nella sottintesa certezza che un impegnato perseguimento della crescita risolverebbe prima o poi queste questioni inoppugnabilmente prioritarie. Chiudendo gli occhi sul fatto che gli ultimi decenni, che hanno registrato un costante, se anche disuguale, aumento del Pil , sono quelli che hanno visto in tutto il mondo un drammatico crollo dell’ occupazione, un attacco sistematico allo stato sociale, un aumento crescente della distanza tra ricchi e poveri sia a livello internazionale, sia all’interno stesso dei paesi più affluenti. Ignorando cioè che la vecchia equazione “più produzione = più benessere” non vale più. Oggi (sostengono Wallerstein, Gorz, Bello) il mondo è rimpicciolito, sempre più scarsi si fanno gli spazi utili alla valorizzazione dei capitali, solo puntando al massimo su precarietà, attacco al salario, taglio dei servizi, mostruoso sfruttamento del Sud del mondo, e – sul versante della strategia internazionale – contando sulla guerra, il sistema riesce ad assicurarsi qualche aumento del Pil. Come contare su di esso per risolvere i problemi sociali?

Far chiarezza su tutto ciò aiuterebbe anche a vedere un aspetto del problema ambiente, che per sua natura dovrebbe interessare particolarmente le sinistre: il fatto cioè che lo squilibrio ecologico, nelle sue innumerevoli forme, colpisce sempre soprattutto i più poveri. Sono i meno abbienti che non riescono a salvarsi da uragani e alluvioni; sono gli operai a trattare processi industriali altamente tossici e spesso cancerogeni; sono loro e le loro famiglie a vivere nei pressi di fabbriche a rischio; sono gli agricoltori - specie nei paesi cosiddetti in via di sviluppo - a manipolare quantitativi massicci di pesticidi; sono i poverissimi (un miliardo e 200 milioni) a non avere acqua; sono masse di contadini e pastori in fuga dall’avanzare dei deserti, dalla perdita di pescosità di fiumi e laghi inquinati, da paesi distrutti da alluvioni e cicloni, da intere vallate destinate alla costruzione di dighe gigantesche. Si calcolano oggi sui 35 milioni i profughi ambientali, le previsioni parlano di 50 milioni nel 2030. E’ difficile immaginare che tra loro ci siano dei ricchi. Non dovrebbe tutto questo interrogare le sinistre? E magari indurle a guardare all’ambiente con attenzione diversa da quanto è accaduto finora?

Il fatto è che finora nessuna sinistra (nemmeno all’estero d’altronde) ha avuto il coraggio di dire quello che parrebbe una incontestabile ovvietà. E cioè che la produzione di qualsiasi tipo è consumo di natura - minerale, vegetale, animale - e come tale è inevitabilmente soggetta a limiti non valicabili. Il nostro pianeta è una quantità data e non dilatabile a nostro piacere: in quanto tale non è in grado di alimentare una crescita produttiva illimitata, e nemmeno è in grado di metabolizzare e neutralizzare i rifiuti, liquidi solidi gasosi, che derivano in quantità crescente dall’aumento costante della produzione.

Questa è la causa prima della crisi ecologica planetaria. La contraddizione tra la popolazione umana che continua ad aumentare di numero e a moltiplicare i consumi, e un pianeta che crescere non può. E’ lo scontro tra i limiti fisici della Terra e il sistema economico dovunque operante, il capitalismo, fondato sull’accumulazione, cioè sulla crescita esponenziale del prodotto. Oggi si calcola che per mantenere il nostro livello di produzione e consumo, ci occorrerebbe un Pianeta e mezzo. Continuando a crescere, e tenendo conto del portentoso sviluppo dei paesi emergenti, presto sarebbero necessari quattro o cinque Pianeti.

Un paradosso che gli scienziati dell’ Ipcc (International Panel for Climat Change) hanno tradotto in cifre, calcolando sul lungo periodo un aumento della produzione industriale sulla base di un +3% annuo del Pil, come dai più auspicato: nel giro di 23 anni ciò comporterebbe il raddoppio del volume industriale; in un secolo lo moltiplicherebbe per 16; in due secoli lo moltiplicherebbe per 250; in tre secoli per 4000. E vien fatto di pensare a uno dei grandi padri dell’ambientalismo, Kenneth Boulding, il quale nel 1967 scriveva: “Chi ritiene possibile una crescita infinita in un mondo finito non può essere che un pazzo. Oppure un economista”.

Ciò dato, è possibile continuare a ignorare il rischio ambiente nella sua enorme portata? Continuare a considerarlo come una variabile marginale, che interferisce solo occasionalmente con l’economia, e non come qualcosa che la riguarda direttamente e la condiziona, che ne rimette in discussione i meccanismi e gli obiettivi, sia nella concretezza del suo operare, sia nel suo stesso impianto teorico, basato appunto sulla crescita esponenziale del prodotto, e sulla illimitata disponibilità della natura? Possibile non essere almeno attraversati dal dubbio circa la bontà del nostro modello economico e sociale? E chi dovrebbe porsi questi interrogativi se non la sinistra?

Francamente, di fronte a un problemi di questa portata si desidererebbe qualcosa di diverso dal nostro litigioso e asfittico politichese, intriso di personalismi, arrivismi, piccole rivalità, ma soprattutto pigramente aggrappato a vecchie certezze, incapace di uno sguardo adeguato alla realtà di oggi e al suo vertiginoso mutare. Si desidererebbe intravvedere non si dice un progetto alternativo definito e compiuto, ma almeno un’ipotesi da proporre e verificare via via, almeno la consapevolezza della sua necessità, almeno il coraggio di interrogarsi in proposito.

Difficile? Difficilissimo, certo. Anche perché, in un mondo globalizzato, un progetto di questa portata non è pensabile in un solo paese, e (come la maggioranza dei massimi problemi d’oggi d’altronde) può trovare soluzione solo a livello sovranazionale. Ed è probabilmente proprio la magnitudine dell’impresa a deviare lo sguardo della politica, a rinviare indefinitamente un possibile impegno in questa direzione.

E tuttavia, qualora si riuscisse a mettere a fuoco un’idea del mutamento necessario, che proponga valori diversi da quelli del mercato e del consumo, forse non sarebbe impossibile tenerla presente come una sorta di orizzonte stretegico a cui via via adeguare, per quanto possibile, le scelte minori operate sull’orizzonte ravvicinato dell’agire politico quotidiano. Il nostro non è tempo di sovversioni politiche traumatiche, di rivoluzioni armate e sanguinose. Di tutto ciò abbiamo avuto abbastanza. E d’altronde oggi non esistono Bastiglie da abbattere o Palazzi d’inverno da espugnare. Oggi occorre rimettere in causa e delegittimare un sistema-mondo che con il suo dogma iperproduttivistico e iperconsumistico, opportunamente usando la potenza persuasiva della comunicazione di massa, ha capillarmente penetrato e inquinato cultura, costume, coscienze, fino a determinare in sua funzione comportamenti, desideri, progetti di vita. Delegittimarlo è possibile solo mediante una rivoluzione dolce ma radicale, consapevole e decisa, da attuarsi per gradi ma con costante tenacia, con un’azione molteplice, continua e differenziata, presente anche nel quotidiano minore, fermamente orientata a contrastare i valori oggi dominanti, nel deciso rifiuto di una sinistra sostanzialmente incapace di una politica diversa da quella delle destre.

Un’azione del genere forse non sarebbe impossibile da attuare, soprattutto ad opera dei governi locali, comuni, province, regioni. Magari muovendo dal capovolgimento del dogma produttivistico che insegue una crescita del tutto indiscriminata (crescita non importa di che cosa, in risposta a quale bisogno, con quali conseguenze, purché il Pil aumenti); e dunque esigendo una politica economica severamente “discriminatrice”, che di volta in volta sottoponga ogni proposta operativa a una serie di domande: se e quanto serva ciò che si vorrebbe produrre, se la cosa risponda a bisogni reali o non si tratti di produzione destinata al consumismo più futile, oppure prevista in omaggio al dettato della modernizzazione ad ogni costo, e simili; se non esistano altre più importanti necessità insoddisfatte, quindi con diritto di priorità; e soprattutto quali siano le ricadute dell’ opera in questione, sul piano ecologico, sanitario, culturale, sociale, umano. Una molteplicità di scelte, anche minori e minime, operate a questo modo, potrebbero segnare i primi passi di una rivoluzione non traumatica ma incisiva, in quanto netta, continua e sistematica negazione dei criteri che guidano l’economia capitalistica, basati unicamente su quantità e profitto. Potrebbe forse essere l’avvio di una sorta di accumulazione sociale.

Per questa via, in una realtà come la nostra, straripante di merci ma gravemente carente sul piano dei servizi pubblici e sociali, sarebbe forse possibile progressivamente spostare il baricentro dell’economia dalla produzione di beni materiali alla produzione di beni sociali. Le conseguenze, anche se inizialmente limitate, sarebbero però tutt’altro che trascurabili, anche nell’immediato. Sul piano occupazionale innanzitutto: perché mentre nell’industria la tecnica sempre più largamente va sostituendo le persone, nessuna attività sociale può prescindere dalla presenza umana. E ai fini degli equilibri ecologici: perché la produzione sociale, a differenza di quella industriale, non inquina. Ma sarebbe anche l’avvio di un diverso modo di progettare, pensare, vivere il lavoro, e quindi la produzione e il consumo.

Vi sembrano sogni, pii desideri?

Certo sono ipotesi azzardate, in un mondo dominato da un lato dai grandi potentati economici, dall’altro dall’inquinamento sociale indotto, e quindi dalla resistenza delle stesse vittime del sistema che si vuole colpire. Ma soprattutto credo che un mutamento di questa portata, che certo richiede l’azione capillare di cui ho appena detto, abbia necessità anche di un’azione a dimensione sovranazionale. E questo - lo accennavo prima - non riguarda solo il problema ambiente, e il modello economico che ne è causa, ma tocca tutti i più grossi problemi d’oggi: terrorismo, guerra, migrazioni, povertà, disuguaglianze, rapporti tra Nord e Sud del mondo, non credo possano trovare soluzione se non livello sovranazionale. E credo (qua dovrei aprire tutto un altro grosso discorso, che posso appena accennare) credo che solo l’Europa - nonostante l’economicismo, il burocratismo, l’appiattimento totale sul paradigma neoliberista, che oggi la caratterizzano negativamente - potrebbe essere il soggetto in grado di farsi protagonista di questo obiettivo: non certo per contrapporsi allo strapotere degli Usa (cosa assurda e stolta al solo pensiero) ma per distinguersi dai valori che l’America esporta nel mondo, per tentare la messa in cantiere di un modello diverso. Come certo sapete, è nato di recente un partito internazionale che si chiama Sinistra Europea, e forse potrebbe avere una funzione non secondaria a questo fine.

Anche tutto questo è certo molto difficile. Però anche molto necessario. E non dimentichiamo i tanti che parlano di evidente, grave, ormai forse irreversibile crisi del capitalismo. Lo so, dire queste cose significa sentirsi rispondere da persone di non sospetta sinistra: “E’ una vita che contiamo sulla morte del capitalismo. E, guarda un po’, eccolo qua, sempre vivo e vegeto.” E però oggi, a me pare che proprio lo sconvolgimento degli equilibri naturali si ponga come evidenza indiscutibile dell’impossibilità per il capitalismo di continuare sugli stessi parametri, insomma come la dimostrazione della sua insostenibilità. Forse a riprova che crescita illimitata non può esistere, non è mai esistita, né in natura né nella storia. Forse anche a ricordarci che dopotutto il capitalismo è un fenomeno storico, e come tutti i fenomeni storici ha avuto una nascita e avrà prima o poi una fine. E’ una verità che le sinistre una volta tenevano presente, a supporto del loro stesso esistere e agire. Una verità forse da recuperare.

Relazione svolta in apertura della presentazione (Roma 4 dicembre) della neo nata associazione rosso-verdi

Altri articoli su questo argomento nella cartella " Il nostro pianeta"

Caro Eddy, come sempre, anche a proposito di Val di Susa, dici cose che non posso non condividere. Forse però a quanto dici si può aggiungere qualcosa.

D’accordissimo che interessi diversi debbono sapersi confrontare democraticamente e possibilmente trovare soluzione senza calpestarsi reciprocamente, specie quando i legittimi interessi di una piccola comunità contrastano con quelli di una comunità più vasta. D’accordo ovviamente anche su quella che è verità e regola indiscussa dell’ambientalismo: il trasporto su ferro è assai meno inquinante di quello su gomma, ciò che per noi dunque dovrebbe essere argomento decisivo a favore della Tav. Non mi soffermo su tutte le ragioni, frutto di quella severa valutazione tecnica di cui sacrosantamente tu affermi la necessità (ragioni illustrate in dettaglio da Guglielmo Ragozzino sul manifesto nell’articolo da te puntualmente ripreso su Eddyburg) per le quali forse il vantaggio ecologico del passaggio dalla gomma al ferro potrebbe risultare fortemente ridotto, se non cancellato. Tenendo conto anche del fatto che in Val Susa una ferrovia già esiste, e che forse, adeguatamente riattata, potrebbe assorbire buona parte del traffico su gomma senza bisogno di bucare la montagna per 54 chilometri.

Ma ciò di cui vorrei dire è un’altra cosa. Che in realtà si traduce in alcuni interrogativi. Siamo certi che realizzare la Tav, avviare su di essa tutto o gran parte del trasporto di merci, davvero rappresenti gli interessi della comunità più vasta? Facilitare e velocizzare al massimo il trasporto di merci non è soprattutto funzionale agli interessi del sistema di produzione e consumo oggi vincente nel mondo? Non rappresenta in realtà la “naturale” adesione all’ideologia dominante, che indica la modernizzazione come sempre e comunque positiva? E non ne deriverebbe alla fine un’altro incentivo alla moltiplicazione dello scambio di merci, quindi un ulteriore alimento alla bulimia iperconsumistica del nostro mondo, cioè un altro strumento di competitività, un altro modo di sostenere la crescita, in una parola un altro meccanismo omogeneo e funzionale all’ accumulazione capitalistica, come dire esattamente l’opposto di ciò che può rappresentare il tentativo di arrestare la spirale dello squilibrio ecologico, e dunque di cercare il benessere, di perseguire il reale interesse dell’intera comunità umana?

In effetti (come probabilmente sai) proprio lo scambio di merci analoghe o addirittura identiche tra un paese e l’altro, e tra un continente e l’altro, assurda quanto distruttiva regola dell’attuale commercio mondiale, è oggetto di riflessione tra ambientalisti di tutto rispetto, da Fabrizio Giovenale a Serge Latouche. I quali stanno lavorando sull’ipotesi del “ciclo corto”, cioè sulla possibilità di instaurare circuiti produzione-consumo all’interno di territori limitati, proprio allo scopo di ridurre l’inquinamento e il consumo energetico che lo spostamento di massicce derrate di beni su lunghi percorsi comporta. E’ un programma su cui spesso mi trovo a discutere con questi amici: mi pare infatti azzardato sperare di poter instaurare oggi, su una scala significativa, un modello di rifornimento merci che apertamente contraddice le logiche della competitività e della crescita, tuttora indiscussi vettori dei mercati globali. Non so chi abbia ragione. Certo è però che la Tav si pone sul versante opposto di queste ipotesi, e degli obiettivi da cui nascono.

Sono amici a chiedermi in questi giorni la firma a favore di questo o quel candidato alle primarie; amiciche stimo e con i quali divido molte convinzioni. Ma, con rincrescimento, la mia risposta non può che essere negativa.

Per molte ragioni. Innanzitutto per quelle a più riprese lucidamente illustrate da Giuseppe Chiarante su queste pagine. Il rifiuto di un istituto che inevitabilmente comporta “una visione leaderistica e personalistica della politica” e funestamente richiama l’impianto autoritario e decisionista della destra berlusconiana, con i guai che ne sono seguiti. Il rischio dunque di approdare a un ulteriore indebolimento degli strumenti democratici anziché a quella vistosa prova di partecipazione diretta che si vorrebbe. E il non infondato timore che l’iniziativa pervenga poi a un esito opposto a quello cercato, con l’affollarsi di candidature fatalmente destinate a ridurre gli spazi delle presenze più forti in gara. E la gran confusione che ne è nata e che va scivolando verso una pericolosa deriva trasformista, per il rilancio nientemeno che di un “grande centro”.

Ma le mie ragioni sono anche altre. Il programma a ottobre, dopo le primarie, ha annunciato fin da subito Prodi. E ancora qualche giorno fa, interrogato in proposito, non è andato oltre generiche vaghezze del tipo “una cornice di valori comuni che abbiamo chiamato il progetto dell’Unione”, o “un filo comune sui grandi temi”: che sarebbero a suo dire “Bankitalia, risparmio, nuove regole, valori”. La cosa francamente mi riesce difficile da capire, e più ancora da accettare. Perché, insomma, un soggetto politico (e chiunque si candida a governare, partito o gruppo o singola persona che sia, è certamente tale) in che modo definisce la propria identità se non per la sua lettura della realtà, per il giudizio che ne esprime, e per il modo in cui vorrebbe modificarla così da avvicinarla il più possibile al modello da lui ritenuto ottimale? Se non, in una parola, per il programma che propone agli elettori nel momento in cui ne chiede il voto? Non si vede dunque perché mai si dovrebbe votare una persona, sia pure della migliore qualità, per la quale si nutra stima e magari amicizia, se non dice che cosa farà una volta eletto. Ed è stata infatti proprio la mancanza di programmi dell’Unione a provocare la scesa in campo di nuove candidature, specie della sinistra radicale, provviste di qualche corredo programmatico

Ma tra i tanti motivi per cui queste primarie non mi convincono, quello che subito m’è venuto a mente al loro annuncio, è che davvero di un'altra tornata elettorale in Italia non si sentiva il bisogno. Elezioni politiche e amministrative, referendum su questa o quella materia, hanno luogo periodicamente in tutti i paesi democratici. In più nel nostro continente abbiamo le “europee”. Sono momenti fondamentali della vita collettiva che naturalmente, doverosamente, assorbono per qualche tempo l’attività politica e polarizzano l’attenzione pubblica. Accade ovviamente anche in Italia. Non diversamente che in ogni altra nazione, parrebbe ovvio pensare. Eppure, a guardar bene, non è così. E non sembra gratuita la sensazione, non solo mia, di un paese in perenne campagna elettorale. Proviamo a fare il punto. C’è innanzitutto la proverbiale instabilità dei governi italiani. Una legislatura che giunga al suo termine naturale da noi è praticamente un’eccezione, e già questo moltiplica il numero delle consultazioni nazionali. Ma crisi tutt’altro che rare colpiscono anche comuni provincie regioni, esigendo nuovi ricorsi alle urne, e creando uno sfasamento rispetto alla data fissata per il grosso delle amministrative, che comporta non poche elezioni locali svolte in ordine sparso e in tempi diversi. Al tutto si somma la proliferazione dei referendum, che nessuno mai si sogna di accorpare con altri eventi elettorali.

Cose che accadono anche negli altri paesi? Certo, anche se certo con minore frequenza, e soprattutto agite in altro modo. Perché, a parte il numero degli episodi elettorali, proviamo a domandarci: anche in Germania, Francia, Inghilterra, ecc., il rinnovo di un piccolo gruppo di amministrazioni locali comporta, come da noi, l’interruzione dei lavori parlamentari e la mobilitazione non solo dei politici direttamente interessati ma di tutti i leader di prima grandezza? E ogni referendum, anche riguardante materie che dovrebbero interessare gruppi limitati, finisce, come da noi, per assumere valenze di portata universale, con richiami a valori eterni e sconfinamenti nel trascendente? E appena chiusi i seggi, spente le telecamere sugli exit poll, terminata la serie delle interviste in cui ognuno si dichiara vincente, immediatamente si incomincia a parlare delle elezioni prossime venture, in qualche modo avviando la nuova campagna? Non ho fatto ricerche in proposito, ma credo proprio si possa rispondere no.

E però le elezioni riaccendono il dibattito politico che altrimenti si affloscerebbe, mi faceva notare un amico. Vero. Ma che tipo di dibattito, che tipo di politica? Vincere, conquistare il governo o il seggio, raccogliere per sé e/o per il proprio partito il maggior numero possibile di voti, è in campagna elettorale l’obiettivo di quanti accendono e tengono vivo il dibattito. Un obiettivo estremamente ravvicinato, da conseguire passando per le esigenze, gli interessi, gli umori, la disponibilità, la capacità ricettiva, i condizionamenti pregressi, degli elettori; e pertanto inevitabilmente puntando su problemi (che si suppone) per loro prioritari, facendo leva su argomenti (che si ritiene) di sicuro gradimento, elencando promesse (che si spera) non difficili da mantenere, omettendo ogni ipotesi (che si teme) non agevolmente accettabile, e così via. Seguendo la precettistica del politichese corrente o affidandosi all’inventiva personale, ma sempre necessariamente attenendosi a una dimensione contingente delle questioni trattate, di fronte a ogni materia tralasciando di cercarne le radici, di rapportarle a fenomeni analoghi ancorché di terre lontane, di ricondurle al più vasto orizzonte della politica-mondo, quella che in misura sempre più cogente determina anche il nostro piccolo orizzonte quotidiano. Necessariamente scontando un drastico impoverimento del discorso, una brutale riduzione dei problemi all’utile più spicciolo e immediato.

E’ vero che in generale, anche quando ce ne sarebbero spazio e opportunità, i nostri politici (e, diciamolo, non i nostri soltanto) non sembrano gran che vogliosi di avventurarsi su sentieri che appena oltrepassino la siepe del giardino. Ma certo gli impegni elettorali che a ritmi accelerati si susseguono e si accavallano praticamente senza sosta, non sono d’aiuto. E penso con terrore che cosa accadrebbe qualora l’invenzione prodiana delle primarie facesse scuola, e ogni elezione si raddoppiasse. Dio non lo permetta.

[Questa "opinione" è stata pubblicata sul manifesto, giovedì 14 luglio 2005]

Il nome di Keynes è referente costante della letteratura economica di sinistra. La cosa non stupisce, se la sua attenzione al sociale ha indotto l'ala più conservatrice della disciplina a guardarlo con sospetto o addirittura a ritenerlo un pericoloso sovversivo. Ciò che invece lascia perplessi è la, non rara, assunzione in toto del suo discorso sia nell'analisi del presente che nel tentativo di programmare il futuro. Keynes è una delle più grandi intelligenze del pensiero economico e non solo, ma ha vissuto e scritto nella prima metà del Novecento, cioè di un secolo segnato da un'accelerazione della storia forse senza precendenti nella vicenda umana. Se rimane validissimo l'impianto filosofico e politico del suo lavoro, difficilmente sembrano accettabili certe fedeltà letterali alle sue parole e la volontà di riprodurne il dettato in normative da porre in essere oggi. Per cominciare, quando Keynes pensava e scriveva, più produzione di regola significava più occupazione. Più produzione e produttività erano infatti allora conseguibili senza scaricare sul lavoro tutti i costi che il mercato non tollera; senza imporre precarietà, insicurezza, ricatto, come regola del rapporto tra capitale e lavoro; senza «snellire» al massimo il corpo aziendale (cioè licenziare massicciamente e liberamente); senza delocalizzare la produzione, in toto o in parte, verso paesi di salari stracciati e lavoro senza diritti e tutela alcuna. Tutte cose oggi invece divenute normali pratiche di politica aziendale. Tutte cose che di fatto hanno cancellato la vecchia equazione «più produzione = più occupazione». Accanto alle quali va poi considerato il fenomeno migratorio, di misura e qualità ben diverse dall'emigrazione del secolo scorso, che fatalmente incide su impiego e salari del paese «di accoglienza»; e, più ancora, l'evoluzione tecnologica, che da gran tempo faceva problema agli effetti dell'occupazione, ma che negli anni `30-40 era ancora ben lontana dalle conquiste attuali.

In questa situazione è ancora lecito richiamarsi a Keynes, ostinatamente auspicando aumento del prodotto a fini occupazionali? Ma soprattutto il nome di Keynes, esplicito o sottinteso, costituisce il più autorevole avallo alla fede pressoché universalmente indiscussa nella bontà dell'accumulazione capitalistica. Ciò che peraltro non appare improprio: è fuor di dubbio infatti che la convinzione della necessità di produrre e accumulare sovrappiù gli appartenesse. Ma stranamente pochi sembrano ricordare i precisi limiti da lui previsti per questo processo, limpidamente indicati in particolare nel prezioso gruppo dei suoi saggi cosiddetti «minori». «L'umanità sta procedendo alla soluzione del suo problema economico» - scriveva nel `30 - e una volta «fuori dal tunnel della necessità economica», potrà concedersi di lavorare non più di tre ore al giorno e spendere a piacere il resto del proprio tempo; e darsi così una vita in cui non avranno più motivo di esistere usura, avarizia, amore del danaro fine a se stesso, «passioni morbose e un po' ripugnanti», anche se «utilissime nel produrre e accumulare capitale». E' in questi passaggi che Keynes manifesta senza riserve la sua totale mancanza di simpatia per il capitalismo, che pure è stato oggetto centrale di riflessione e lavoro della sua vita; e più volte esprime nei suoi confronti una sorta di aristocratica insofferenza, definendolo «né intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso», trattandolo come qualcosa che si era costretti a sopportare, e anche a darsi da fare per aggiustarlo in qualche modo, dato che al momento, e almeno per qualche tempo ancora, non si vedeva come sostituirlo: sempre però fermamente rifiutando di credere alla ineluttabilità e eternità delle sue «leggi».

Trovo scorretto e vano pretendere dai classici risposte a ogni sorta di problemi, anche quelli all'epoca loro inesistenti. Forse però nel caso di Keynes non è del tutto illecito provare a domandarci che cosa penserebbe oggi, di fronte a una realtà in cui il processo di accumulazione, anche se non sempre al ritmo trionfale mantenuto per lunghi periodi, ha continuato il suo cammino ininterrottamente, e tuttavia moltissimi sono le persone e i popoli che nemmeno intravvedono l'uscita dal tunnel della povertà più disperata, e i senza-lavoro nel mondo si calcolano sul miliardo e mezzo, e la fetta più grossa del reddito prodotto va ad accrescere la ricchezza dei già ricchi, mentre i poveri diventano più numerosi e più poveri. Possiamo giurare che, in presenza di tutto ciò, sosterrebbe ancora la necessità di continuare a produrre e accumulare indefinitamente capitale, come con pertinace perseveranza sembrano ritenere i suoi seguaci ed epigoni? Magari aggrappandosi alla considerazione che quel centinaio d'anni da lui nel 1930 previsto come necessario per cancellare i guai peggiori del mondo, non sono ancora del tutto trascorsi? E quale posizione avrebbe assunto Keynes se avesse assistito all'esplodere del fenomeno consumistico - masse sempre più numerose di individui che non sembrano più trovare senso e identità se non nel desiderare, comprare, possedere, usare, gettare merci - lui che invitava a ridurre allo stretto necessario gli impegni di ordine pratico per «coltivare l'arte della vita»? E che avrebbe pensato di una società in cui l'economia, incontenibilmente debordando dagli spazi dovuti alla sua indispensabile funzione, ha invaso il pubblico dibattito e l'intera esistenza della collettività, dovunque imponendosi come dimensione prioritaria, fino a creare una sorta di identificazione tra sintesi sociale e sintesi economica, lui che esortava: «Guardiamoci dal sopravalutare l'importanza del problema economico, o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza», invitando a trattare l'economia come una semplice questione tecnica, qualcosa di simile all'odontoiatria?

C'è poi un altro fenomeno, non di poco momento, di cui Keynes non ha avuto vita abbastanza per cogliere se non i primi allarmi, e che però non si può ignorare in questo contesto. Calotte polari che si sciolgono, deserti che si dilatano, acqua che scarseggia, cicloni alluvioni tifoni che si moltiplicano e più distruggono, clima sconvolto, foreste dimezzate, tossicità diffusa... Il tutto (perfino Bush sembra ormai accettare l'idea) causato dalle attività umane in incontenibile espansione... Che ne direbbe Keynes, lui che già allora si preoccupava per la salvaguardia dei monumenti e delle belle campagne inglesi? Nessuno può rispondere a queste domande, ovviamente. Ma non è proibito sognare. Io sogno che la classe politica mondiale un giorno o l'altro riesca a esprimere qualcuno come lui.

Nuove voci e nuovi contributi dimostrano l’importanza del dibattito avviato da Eddy Salzano a partire dalla Lettera indirizzata da Mario Agostinelli e Massimo Serafini a Niki Vendola (il manifesto 8 giugno) con l’invito a ripensare la moratoria sull’eolico prevista per la Regione Puglia. In realtà l’entusiasmo con cui gli ambientalisti, e non loro soltanto, contano sulle energie rinnovabili per la difesa dell’ambiente rischia di sottovalutare, o addirittura ignorare, le conseguenze negative che anch’esse, praticamente senza eccezione, comportano. Soprattutto quando il complesso apparato tecnico necessario all’utilizzo della nuova produzione energetica che - come Eddy lucidamente e dettagliatamente illustra - poco o tanto sempre modifica e compromette il territorio, viene interamente affidato all’industria, in totale assenza di un intervento regolatore di parte pubblica.

E il rischio è tanto più grave in quanto l’industria, che ovviamente risponde solo a interessi di profitto e di mercato, e le politiche economiche che anch’esse - ormai concordemente e senza distinzione di parte - guardano il mercato come loro referente prioritario, insistono in una forte pubblicizzazione di ogni novità relativa alle energie alternative, creando in tal modo euforiche aspettative di un futuro libero da inquinamento e da scarsità energetica, e pertanto privo di ogni remora nello spingere la produzione e incentivare la crescita, secondo il dogma imperante. E’ quanto con grande chiarezza dice Luigi Longo con un intervento che mi trova pienamente d’accordo, in cui pone la domanda cruciale: più energia rinnovabile sì, ma per quale obiettivo? E’ un problema di cui anch’io mi sono ampiamente occupata in un altro articolo (“Innovare non basta più”, il manifesto 1 – 4, ripreso anche da Eddyburg) e su cui non mi soffermo oltre. Desidero invece sollevare un altro punto.

Agostinelli e Serafini sono due miei vecchi amici. Due persone che stimo e che certo vogliono le stesse cose che voglio io: cioè non solo la salvezza dell’ambiente, e della specie umana che ne è parte, ma anche, anzi prima ancora, un mondo meno orrendamente iniquo. Non sono certa però che ciò sia possibile solo mediante la definizione e la messa in opera di “un modello energetico nuovo e pulito”. Perché non credo che, come affermano in apertura della lerra a Vendola, “guerra, mutamenti climatici e inquinamento crescente sono i frutti avvelenati del modello energetico fossile e nucleare”.

O meglio: certo il modello energetico che oggi domina l’universo produttivo è la causa immediata del mutamento climatico, oltre che una delle principali cause dell’ inquinamento crescente e di non poche guerre. Ma a monte del modello energetico, come di tutte le altre cause dell’inquinamento e degli innumerevoli conflitti armati, sta il modello economico e sociale capitalistico: il quale si regge sull’accumulazione, cioè a dire sulla crescita produttiva esponenziale, che significa da un lato consumo e degrado di risorse segnate da limiti precisi e non oltrepassabili, e dall’altro bisogno di quantità crescenti di energia. Per questo, se è vero (cosa su cui sono d’accordissimo, sia ben chiaro) che un modello energetico diverso è fondamentale per un futuro “più giusto e sostenibile”, sono altrettanto convinta che occorra andare oltre, individuare la radice dell’insostenibilità sociale non meno che ecologica del nostro esistere, e su questa base impegnarci.

Una volta abbattere il capitalismo era l’obiettivo dichiarato delle sinistre. Oggi nemmeno le sinistre radicali ne parlano più. Ciò che tutti mettono sotto accusa è il neoliberismo, o la globalizzazione neoliberistica. Come se fossero poi altra cosa dal capitale. Amici miei, non credete che se ne debba discutere, magari recuperando la vecchia ma sempre valida idea che il capitalismo dopotutto è un fenomeno storico, e così come è nato, una volta o l’altra dovrà anche finire? E che magari darsi da fare a questo scopo non sarebbe male?

Un’ultima cosa, più a portata di mano. Oltre alla promozione di fonti rinnovabili, dicono Agostinelli e Serafini, la strada da imboccare è quella del risparmio energetico. Ancora d’accordo. Soprattutto se risparmio energetico non sarà solo quello della cosiddetta “efficienza” (che certo riduce in qualche misura il consumo di energia e di materie prime per unità di prodotto ma, in presenza di una forte e continua crescita produttiva, serve soltanto a ridurre l’aumento di consumo e di inquinamento causato dalla moltiplicazione delle unità prodotte), e sarà invece quello di un forte e progressivo contenimento della crescita, razionalmente pianificato e gradualmente attuato: cioè a dire insomma un modello economico e sociale diverso da quello oggi dovunque vincente.

Ma non è di massimi sistemi che volevo occuparmi (il guaio è che, non a caso, i problemi di fondo rispuntano sempre, da qualsiasi parte si incominci a ragionare). Quello che voglio fare a proposito di risparmio energetico, è segnalare quella follia del nostro tempo secondo cui la possibilità tecnica di riscaldare le nostre case d’inverno e refrigerarle d’estate, la usiamo non per alleviare il disagio termico che le stagioni comportano, ma per capovolgerlo: regolando la temperatura degli interni sui 17-18° quando fuori ce ne sono 36-40 o più, e sui 24-25° quando fuori siamo vicini allo 0 o magari parecchio sotto. Riuscendo insomma a soffrire il freddo d’estate e il caldo d’inverno, oltre a procurarci malanni bronchiali, reumatici, artrosici, ecc. Correggere questi comportamenti comuni a tutto il mondo (compreso il Sud, dove anzi supercaldo e superfreddo spesso raggiungono livelli impensabili), mantenere gli interni a non sopra 21° d’inverno e non sotto 27° d’estate, non significherebbe un buon risparmio energetico? E un buon risparmio anche per i bilanci dei dicasteri della sanità? Perché non incominciare subito?

La lettera di Agostinelli e Serafini

L'eddytoriale n. 74

I materiali del dibattito tutti nella cartella Il nostro pianeta

Nell’ampio dibattito dedicato da Eddyburg allo scontro apertosi tra Italia Nostra e Legambiente sul progetto della metropolitana C di Roma, ha trovato particolare attenzione l’articolo apparso su La Repubblica il 24 maggio, a firma di Giovanni Valentini, giornalista noto e apprezzato per il suo impegno in difesa dell’ambiente. Il quale ora sembra però cadere nella trappola dello sviluppismo, come nella sua bella e appassionata “urgente invettiva” gli rimprovera Lodo Meneghetti. E si avventura nell’auspicio di un “ambientalismo sostenibile”, che con tagliente eleganza Eddy Salzano gli dimostra contraddittorio e illogico, fino a definirlo senza mezzi termini “una bestialità”.

Difficile non essere d’accordo. In effetti di fronte al distinguo lucidamente messo a fuoco da Giuseppe Chiarante e Vittorio Emiliani tra l’inestimabile valore “in sé e per sé” rappresentato dai beni culturali e ambientali, e la loro “messa a reddito”, Valentini con esplicita chiarezza opta per la seconda linea. Dichiarando possibile “un modello economico-sociale imperniato sulla tutela e sulla valorizzazione dell’ambiente come regolatore dello sviluppo, come valvola di sicurezza per la salute dei cittadini, come relais di un capitalismo moderno…”. E spiegando: “L’obiettivo è quello di coniugare la salvaguardia dell’ambiente con il rilancio dello sviluppo, tanto più importante in questa fase per un Paese come il nostro povero di materie prime e ricco invece di un patrimonio inestimabile fatto di verde, mare e coste, monumenti e chiese, quadri e sculture.” Insomma alleandosi con i sempre più numerosi alfieri di uno sfruttamento intensivo delle qualità storiche, culturali, artistiche, climatiche d’Italia al fine di aiutare la “ripresa”, mediante adeguata produttività e competitività in campo turistico. Con le conseguenze non proprio entusiasmanti per l’ambiente, e nemmeno per il turismo, di cui ho già parlato in questo sito, ma che non sembrano preoccupare in alcun modo Valentini, convinto - immagino - che si tratti solo di ubbie da ambientalismo “vecchio e nostalgico”, chiuso nel “castello incantato”, incapace di mettersi in gioco “per conservare da un lato e valorizzare dall’altro”: quello, per intenderci, “delle contesse”, come un tempo lo chiamava certa sinistra. Ma altre cose dice Valentini.

“L ’ambiente per l’uomo, l’intero genere umano, non contro l’uomo. L’ambiente al servizio dell’uomo, e naturalmente della donna, non l’uomo e la donna sottomessi all’assolutismo dell’ambiente.” Così suona lo stupefacente auspicio finale. E vien fatto di domandarsi: ma dove vive Valentini? Perché, in realtà, nel mondo che noi tutti abitiamo, il problema ambiente è solo una variabile marginale per i “grandi della terra” e per la larga maggioranza dei nostri governanti. E’ qualcosa in cui di tanto in tanto casualmente qualcuno di loro si imbatte, e su cui magari si trova in dovere di pronunciare due parole, opportunamente approntate da previdenti ghostwriters. Qualcosa che comunque nulla ha da spartire con i massimi temi della Politica, e che in nessun modo si ritiene possa influire sulle linee di strategia economica dei singoli paesi e del mondo. Ogni governo d’altronde delega all’apposito ministero l’ordinaria amministrazione della materia, per lo più limitata a blandi provvedimenti di carattere legislativo e tecnico. Altrettanto fanno i partiti, ognuno affidandone il compito ai propri “esperti”.

A parte ciò, l’ambiente non esiste. Invano, seguendo conferenze e convegni anche di grande interesse e onorati dalla partecipazione di politici di massimo rilievo, e leggendo jnterviste a tutto campo di leader di prima grandezza, e scorrendo le prime pagine di giornali e giornali, si spera di imbattersi nella parola “ambiente”: se accade (accade raramente) di solito non è che una citazione in omaggio al politically correct, di nessuna incidenza sul discorso complessivo. Le catastrofi che si moltiplicano, i poli che si sciolgono, i numeri dei morti e malati per via di vario inquinamento (milioni) pubblicati dall’Oms, il miliardo e mezzo di persone senz’acqua, le previsioni che - ormai condivise da tutta la comunità scientifica internazionale - parlano di un Pianeta prossimo al collasso, sono tutte notizie che trovano spazio solo nelle pagine interne dei giornali, quelle su cui i politici non hanno tempo nemmeno di buttare uno sguardo. E Valentini parla di “assolutismo dell’ambiente” come di un rischio reale.

Da qualche tempo, è vero, un certo mondo politico, non tutto, sembra avvedersi del problema ambiente. E però, se si considerano le ragioni per cui la cosa accade e i risultati che ne discendono, non se ne ha davvero motivo di sperare in un diverso approccio alla questione. A muovere le apprensioni dei rappresentanti dei massimi potentati economici e dei più celebri economisti del mondo convenuti a Davos, a indurre il G8 a organizzare una conferenza specificamente dedicata alla materia (svoltasi a Londra l’aprile scorsa), a suscitare generale giubilo per la firma di Kioto (notoriamente ben lungi dall’essere risolutiva), è solo il timore che lo squilibrio ecologico possa influire negativamente, soprattutto per via dell’effetto serra e del mutamento climatico, sull’andamento dell’economia. E, come ovvio, le politiche messe in campo di conseguenza sono finalizzate solo al superamento della crisi e al rilancio della crescita produttiva: non esattamente la cura giusta per l’ambiente malato. Qualcuno ci vede dei segni di “assolutismo ambientale”?

Curiosamente l’articolo di Valentini porta due titoli. Uno è “La diaspora ambientalista”, e figura in prima pagina dove appare l’incipit del pezzo, l’altro, in testa al seguito collocato a pagina 18, è appunto “Assolutismo ambientale”. Chissà mai per quale svista si è prodotta questa doppia titolazione. Nei tempi sempre risicati della fattura di un quotidiano può accadere di tutto. E però i due titoli qualcuno (l’autore o un redattore qualsiasi, non sappiamo) li ha scritti e “passati”, come si dice in gergo. E qualcuno (non sappiamo chi) ha avuto un pentimento.

Un motivo di qualche speranza?

Nella sua plasticità di organismo vivo, il linguaggio via via recepisce il mutamento culturale e sociale, e più o meno rapidamente e felicemente vi si adegua. Ma quando il mutamento si verifica con dirompente celerità, con una magnitudo da investire mezza umanità e indirettamente l’altra mezza, e con una forza d’urto da rimettere in causa la storia intera, come è stato ed è il caso della rivoluzione femminile, spesso nascono dei mostri.

Penso a “vigilessa”, “soldatessa”, “presidentessa”, “deputatessa” (e così via all’infinito, essendo la desinenza “essa” una delle modalità più diffuse nella nostra lingua per la femminilizzazione di un sostantivo maschile). Parole che non sono soltanto degli orrendi neologismi, ma rispondono poco e male a quella valorizzazione del femminile che vorrebbero significare. E in più sono anche dei veri e propri errori di grammatica.

I linguaggi – lo sappiamo benissimo – sono materia che i femminismi di tutto il mondo hanno fatto oggetto di ampie e approfondite analisi, sovente assai pregevoli. Sottolineandone forme modi snodi per cui tutti si pongono come infallibili evidenziatori dello storico prevalere del maschile sul femminile. Non dico nulla di nuovo dunque se noto che: 1) le quattro parole prese ad esempio riguardano tutte una funzione di qualche autorità e potere tradizionalmente esercitata solo da uomini; 2) che la stessa modifica verbale non si applica ad attività fin dall’antico praticate anche da donne: e infatti si dice “sarta” e non “sartessa”, “maestra” e non “maestressa”, mentre si dice “professoressa” e non “professora”, appena si va oltre l’insegnamento elementare; 3) che dunque mediante la desinenza “essa” la funzione in versione femminile viene sottolineata nel suo derivare dal maschile, in un venir dopo che è anche una diminuzione.

Ma, dicevo, tutte le parole in questione sono degli errori. Dunque, “vigilessa” è una donna che svolge attività di soveglianza urbana, quale è appunto affidata al corpo dei vigili. Ma “vigile”, nel senso di incaricato di “vigilare” sulla vita cittadina, è un aggettivo sostantivato, che pertanto come un aggettivo si declina, e come tutti gli aggettivi terminanti in “e” è uguale al maschile e al femminile. Nessuno direbbe infatti “la vigilessa madre”, “la vigilessa infermiera”, o che altro. Perché dunque non dire “la vigile”, “una vigile”, anche quando la parola non si riferisce a una qualità ma a una funzione, applicandosi a una donna che indossa una divisa e dirige il traffico? Perché accettare una forma che recepisce il fatto nuovo (ci sono donne-vigili che in passato non ‘erano) ma, nel senso implicito e nello stesso suono, ne suggerisce una valutazione per lo meno ambigua? Oltre tutto commettendo un errore di grammatica?

E perché inventarsi una “presidentessa”, quando “presidente” non è (con le piccole varianti che quasi sempre la parola subisce nell’uso di secoli) che un participio presente del verbo “presiedere”, e come ogni participio presente è uguale al maschile e al femminile, per cui l’articolo “il” o “la” basta a precisare il genere? Analoga considerazione vale per “soldatessa”, “soldato” essendo participio passato del verbo “assoldare”, che in quanto tale si declina come un aggettivo e perciò, secondo grammatica, al femminile diventa “soldata”. Così come “deputato”, participio passato di “deputare”, non può che femminilizzarsi in “deputata”: forma che per la verità si va facendo strada, ancora però tra una gran folla di “deputatesse”, spesso così nominate anche dalle bocche più colte e dai migliori giornali.

Ma c’è un altro aspetto della materia che forse merita qualche riflessione. Tutti i femminismi si sono impegnati con rabbia e determinazione a denunciare nei linguaggi le forme più vistosamente offensive e discriminanti per le donne, e possibilmente a cancellarle. Ma non sempre uguale coerenza ha sostenuto la politica di “sessualizzazione” della lingua, che a volte nel desiderio di sottolineare la “differenza” ha indotto, o accettato, l’uso di morfologie con tutta evidenza indicative del femminile come sesso “secondo”.

Mi dicono che in un recente convegno alla Casa delle donne si sono sollevate domande sull’utilità di sessualizzare la lingua. La questione non è gratuita. Perché indubbiamente la denuncia del sessimo dei linguaggi ha avuto senso e funzione nella battaglia femminista, per la più perspicua messa a fuoco di una cultura tutta e da sempre segnata dalla disparità del rapporto tra i sessi. Non so però quanto serva l’impegno a incidere programmaticamente sulle forme verbali, e quanto positiva ne sia la ricaduta sul loro uso quotidiano, dove in realtà la confusione è massima. Basta dare uno sguardo ai giornali, sui quali da un lato abbondano vigilesse soldatesse ecc, dall’altro puntualmente si legge “dal nostro inviato Maria Qualchecosa”, “il deputato Maria Qualchecosa”, “il sottosegretario Maria Qualchecosa”, ecc., senza del resto che le interessate ci trovino nulla da ridire. E d’altronde sulle loro tessere, esattamente come su quelle dei loro colleghi, sta scritto “Deputato al Parlamento”, “Senatore della Repubblica”, “Sottosegretario di Stato”, ecc.

Il linguaggio ha inerzie e vischiosità che resistono al mutamento più tenacemente della società stessa. Come accennavo sopra, in presenza di mutamenti di sconvolgente radicalità, spesso la lingua rifiuta di nominarli e perciò stesso di legittimarli; e in tal modo di fatto impedisce che il mutamento stesso venga pensato, e dunque esista. Oppure lo nomina, ma nei modi di una tradizione culturale riluttante a recepirlo e riconoscerlo, cioè (vedi gli esempi citati) secondo una implicita valutazione ironica o decisamente negativa: una Presidentessa non potrà mai valere quanto un Presidente, perbacco! Verba sunt consequentia rerum, dicevano i nostri antenati. Non esistono parole per dire cose che non esistono, o che (ed è praticamente lo stesso) l’ordine sociale-culturale-simbolico di cui il linguaggio è espressione tende a ignorare.

Insomma come rispondere alla domanda: vale la pena di sessualizzare la lingua? Non è facile. Perché ogni iniziativa del genere ha sempre un suo valore di disvelamento e accusa, costituisce sempre un piccolo apporto alla grande battaglia. Più difficile che approdi a risultati concreti di qualche rilievo e utilità immediata. Tutti ormai si sentono tenuti a dire “uomini e donne” invece che solo “uomini”, e forse si riuscirà a ottenere che tutti dicano “sindaca” o “ministra”. Ma quando si potrà dire (se mai si potrà) “i bambini e le bambine sono belle”, e non “sono belli”, come a tutti/e insegna la vita prima che la scuola?

Domanda non facile, dicevo. Infatti non ho risposto. Scusatemi.

Molti anni fa - forse venticinque, forse più - quando incominciavo a occuparmi di ambiente, di fronte alla totale sordità delle sinistre per il problema, mi domandavo come non si accorgessero che proprio la rottura degli equilibri naturali, e il rischio che ne discende per la collettività, avrebbero potuto essere branditi di fronte al mondo quale estrema evidenza della essenziale negatività del capitalismo: essendo la stessa macchina dell’accumulazione su cui il capitalismo si regge, e la crescita esponenziale del prodotto che ne è l’indispensabile motore, a contraddire quel “senso del limite” che è la regola di un ambiente sano. Erano anni in cui le sinistre ancora gridavano “morte al capitale!”, e usare questo argomento contro il “sistema” sarebbe stato del tutto omogeneo e funzionale alla loro politica, oltre che alla ragione stessa del loro esistere, che era appunto la fine del capitalismo.

Anni lontani. Oggi “morte al capitale!” nessuno lo grida più, nemmeno tra le fila delle sinistre radicali, antagoniste, o come altro si definiscono, non si dice tra i riformisti di varia aggregazione. Intanto la crisi ecologica planetaria si è drammaticamente aggravata, le Cassandre ambientaliste non sono più sole a prevedere un peggio che ormai è già qui (ma non significa che non peggiorerà ancora), con loro c’è l’intera comunità scientifica internazionale e una parte non trascurabile dell’opinione pubblica. E anche politici di prima grandezza, da Blair a Chirac a Schroeder, e perfino Bush, sembrano prendere atto del problema, benché a preoccuparli soprattutto siano le sue ricadute negative sull’economia. Tutti comunque continuano imperterriti a invocare sviluppo e crescita, come se con la crisi ecologica nulla avessero a che vedere. Le sinistre anche.

Lo hanno detto molto nettamente Eddy Salzano nel suo Eddytoriale 70 e Lodo Meneghetti con “Sinistra immemore”. In realtà Eddyburg, che solo di recente ho avuto la fortuna di incontrare, lo dice sovente e con voci diverse, ma soprattutto lo dice implicitamente, con il suo stesso impianto, e con uno sguardo che dalla specifica materia affrontata (si tratti di urbanistica o di ucina) si allarga e rimanda all’intero del senso politico che tutto condiziona e determina.

Il più grosso guaio del nostro tempo credo stia appunto qui. Nella totale mancanza di idee delle sinistre, non solo italiane, aggrappate a politiche praticamente indistinguibili da quelle delle destre. Stessa cecità di fronte a quella che è la contraddizione più grave del nostro tempo, tra la popolazione umana che continua ad aumentare di numero e a moltiplicare i consumi e un pianeta che crescere non può. Stessa fedeltà a un paradigma ormai disastroso anche sul piano sociale, che si vorrebbe correggere con operazioni di moderato riformismo, contro ogni logica sperando di conciliare solidarietà e competitività, e di imporre equità all’interno di un’economia di rapina. Stessa incapacità (o rifiuto?) di vedere la fine di quel processo di crescita che, nella forma dell’accumulazione capitalistica, fino a qualche decennio fa ha indotto nei paesi industrializzati - sia pure tra contraddizioni e iniquità feroci - condizioni di crescente benessere, e che oggi ormai si regge solo al prezzo di più esoso sfruttamento del lavoro, cancellazione di ogni sicurezza, svuotamento dello stato sociale, crescente distanza tra ricchi e poveri.

E’ vero, certo, come dice Eddy, che solo tentare di immaginare un modello socioeconomico diverso è impresa da far tremare vene e polsi, data soprattutto la pervasività del sistema oggi vincente nel mondo, che raggiunge ogni fibra del corpo sociale, colonizzando cervelli, corrompendo coscienze e comportamenti, deformando desideri e sogni. Ma è anche vero che molti sono i segnali di una crisi diversa e assai più grave delle crisi cicliche del passato. E forse si dovrebbero ascoltare le voci che, soprattutto dal Sud del mondo (vedi ad esempio Waldem Bello), suggeriscono di “usare” proprio la crisi per intravedere un paradigma alternativo. Resta comunque drammaticamente vero che finché la politica di ogni parte deliberatamente ignora le tremende domande che il mondo oggi pone, risposte non se ne troveranno.

Forse tocca alla cultura - alla sinistra della cultura - affrontare quelle tremende domande. E andare alla loro radice. Come suggerisce Lodo quando ricorda le “due storie”, quella naturale e quella sociale, cui appartiene la specie umana. O come fa Piero Bevilacqua col suo appena apparso “Prometeo e l’Aquila – Dialogo sul dono del fuoco e i suoi dilemmi” (Donzelli 2005), che con l’aria di giocare si interroga sulle miracolose imprese della tecnologia, sul progresso con essa identificato, cioè a dire sulla nostra Storia.

Forse proprio da lì si dovrebbe partire, dal paradosso di una specie che ha costruito se stessa in costante opposizione alla natura (cui peraltro continua ad appartenere) impegnandosi a dominarla, sfruttarla, vincerne e stravolgerne leggi e senso, contrapponendole la cultura e di questa affermando l’indiscutibile superiorità. E però sempre avvertendo l’azzardo e forse anche la colpa del limite ostinatamente violato, come i miti sembrano suggerire, che puntualmente puniscono chi osa sfidare i vincoli del proprio essere umano, e scalare il cielo, farsi dio: Prometeo appunto, e Icaro, Orfeo, i giganti… Fino al mito dei miti, quello dell’albero della conoscenza, di cui Adamo ed Eva gustarono il frutto attirandosi la vendetta divina e la cacciata dal Paradiso: il mito che fonda la civiltà giudeo-cristiana, o più ancora la vicenda umana tutta intera. Forse non è così improprio leggere il nostro autodistruttivo presente come l’ultimo approdo di quella lontana maledizione divina…

Chiedo scusa. Mi sono infilata in un discorso più grosso di me. Magari qualcun altro, di me meglio attrezzato, vorrà raccoglierlo?

Sostenere la domanda? O non piuttosto potenziare l'offerta? Ma come dimenticare i Grundrisse e il nesso inscindibile che connette l'una all'altra? Solo per ragioni di spazio mi permetto di sunteggiare così brutalmente il dibattito partito da «Un povero paese» di Galapagos, e da Roberta Carlini rilanciato come «Punto di domanda». D'altronde non intendo intervenire sull'oggetto della disputa, ma credo utile soffermarmi un attimo sul panorama che la contiene. Un panorama che da anni, a detta di un buon numero di esperti del calibro di Gorz, Chomsky, Severino, Wallerstein, Bello, Passet, Gallino, Stiglitz, Deaglio (solo per nominarli alcuni), è soggetto a traumi e mutamenti che ne rendono impossibile la lettura mediante i criteri e le grammatiche consueti, e insieme autorizzano a parlare di meccanismi di accumulazione inceppati, di dinamiche capitalistiche in panne, insomma di crisi strutturale dell'economia-mondo. E da qui si affaccia un bel po' di «punti di domanda». Tutti gli autori citati sopra si interrogano sul futuro. Ma le loro ipotesi non si concentrano sul come riparare il «giocattolo rotto» (Deaglio) e rimettere in moto la macchina. Tutti puntano invece su come muovere dalla situazione attuale per (tentare di) cambiare le cose, convinti come sono che esiste «un disperato bisogno di esplorare possibilità alternative» (Wallerstein), che un mondo diverso «può definirsi solo in opposizione al capitalismo» (Gorz), e che proprio la crisi va colta come «opportunità per la trasformazione del regime economico attuale» (Bello). Nessuno di loro ha una ricetta pronta, anche se Walden Bello, nel suo Deglobalizzazione (Baldini Castolidi Dalai 2004) traccia un abbozzo non generico di «una nuova economia mondiale». Ma ciò che più interessa è il comune punto di partenza, così diverso dall'impianto del dibattito più diffuso, anche a sinistra, che nel riparare «Il giocattolo rotto» sembra invece trovare il suo principale obiettivo.

Quando si dice che l'Italia, o qualsiasi altro paese, è «indietro» in questo o quel settore, quale «avanti» si auspica? E qual è il termine di paragone della lamentata scarsa competitività, insufficiente crescita, debole domanda, ecc.? Non è al modello neoliberistico che si guarda, non è ai suoi parametri e alle sue regole che si sprona il mondo produttivo ad adeguarsi al meglio? E non è questo un modo più o meno esplicito di legittimare il sistema neoliberistico (capitalistico cioè) e direttamente o indirettamente rafforzarlo? Quel sistema che le sinistre - o quanto meno una parte non piccola di esse - sacrosantamente accusano di perseguire disuguaglianza e esclusione come normali mezzi di politica economica; e di avere ridotto il lavoro a una variabile su cui scaricare tutti i costi che il mercato non sopporta; e di usare la guerra come strumento organico alla propria strategia di potere e alla stessa produzione di ricchezza; e (ma di questo non sempre, anzi raramente, ci si ricorda) di rapinare e sconvolgere a fini produttivistici l'ambiente naturale.

Ed è qui soprattutto che si affollano i punti di domanda. Certo, quando si discute di come superare il declino industriale italiano, è di disoccupazione che ci si preoccupa, di aumento dei poveri, di impoverimento dei ceti medi, cose da sempre iscritte nell'agenda delle sinistre. Ma la risposta a questi problemi può oggi essere quella di sempre? Di quando cioè il benessere dei lavoratori era funzionale all'accumulazione capitalistica, e questo dava spazio a battaglie spesso vincenti? Si può pensare alla ripresa come garanzia di più occupazione salari servizi, ecc. all'interno di un modello economico che, nella crescente scarsità di spazi utili alla valorizzazione dei capitali (Wallerstein, Gorz, Bello), solo puntando al massimo proprio su precarietà, attacco al salario, taglio dei servizi, riesce ad assicurarsi qualche aumento del Pil? In quanto appena detto non c'è ombra di idea propositiva, si obietterà. Vero. Ma sono convinta che per avanzare proposte utili occorra porsi tutte le domande oggi presenti nella nostra realtà, e guardare in faccia i problemi che esprimono. Tutti. Distinguere tra problemi urgenti e problemi di lungo termine, occupandosi nell'immediato dei primi e rinviando i secondi, è vecchia regola «di concretezza» osservata dalle sinistre. Ma serve ancora questa distinzione? O meglio, esiste ancora?

Come sconfiggere l’effetto serra e salvare l’economia è stato motivo dominante nella recente riunione londinese dei ministri dell’ambiente dei G8 e di alcuni “emergenti”. Ma, fatta salva la rilevanza dei soggetti impegnati, non si può parlare di evento d’eccezione. Ogni giorno un po’ dovunque, negli ambiti e ai livelli più diversi, si svolgono convegni dibattiti seminari dedicati al medesimo problema, cioè a dire alla necessità di fonti energetiche pulite e rinnovabili, capaci di sostituire i fossili superinquinanti oltre che in via di esaurimento. Perfino Bush, dell’ambiente finora totalmente e sprezzantemente ignaro, nel suo ultimo giro europeo ha accennato al mutamento climatico come a una “grande sfida”, da affrontare “ricercando, sviluppando, promuovendo nuove tecnologie… così che tutte le nazioni potranno progredire economicamente rallentando le emissioni di gas serra…”

In effetti da qualche tempo il mutamento climatico è oggetto privilegiato dell’attenzione generale. Non a caso l’entrata in vigore del trattato di Kyoto - di cui pure sono noti e ampiamente denunciati i gravi limiti - è stata salutata fra brindisi e pubblica euforia come un “evento storico”. Mentre l’informazione di ogni tipo si incaricava di darle massima risonanza, amplificata poi dalla dettagliata descrizione dei rischi che graverebbero sul nostro futuro se non si corresse ai ripari contro l’effetto serra; come appunto Kyoto dispone. E’ d’altronde la stessa magnitudine del fenomeno a imporsi con ineludibile evidenza all’opinione pubblica, sia per gli sconvolgenti effetti delle sue manifestazioni estreme, sia per l’emergenza smog e la crescente sregolatezza meteorologica di cui tutti direttamente soffriamo. Ma è soprattutto nella sovraesposizione mediatica ad esso dedicata, che lo sconvolgimento climatico finisce per essere identificato con il problema ambiente tout court, quasi fosse non la più allarmante ma l’unica manifestazione dello squilibrio ecologico; e quindi la sola “sfida” da affrontare e vincere, come Bush incita. Una consolatoria semplificazione, alimentata e sostenuta dal fatto che il clamore dell’informazione sull’effetto serra si accompagna al gran dibattito sulle energie rinnovabili, sulla ricerca sempre più ricca e variata di fonti diverse, sulle continue invenzioni in materia, sugli esperimenti già positivamente avviati, sui miracolosi ritrovati ormai a portata di mano. E, come noto, qualsiasi cosa indefinitamente ripetuta diventa verità.

Vaste maggioranze vengono così convinte che, se quanto prima - come ottimisticamente si promette - si troverà modo di sostituire i carburanti fossili con fonti energetiche non inquinanti, il mondo sarà salvo. L’economia anche. Con un brillante esercizio di “pensare positivo”, viene insomma drasticamente ridimensionato il quadro reale del guasto ecologico, che certamente nello sconvolgimento del clima trova la sua espressione più devastante, ma che si articola in una miriade di altri fenomeni, e proprio nel grande numero di manifestazioni diverse ma di analogo significato segnala la sua estrema gravità. Ne deriva un forte abbassamento della cognizione pubblica del rischio, e la tendenza a rimuovere o a considerare di volta in volta, solo quando si impongano con immediata urgenza, i singoli problemi che tutti insieme costituiscono il gigantesco problema del nostro futuro sul pianeta Terra.

Così solo quando la gente esasperta blocca autostrade e ferrovie, torna alla ribalta mediatica l’irresolubile (e infatti da nessuno risolta, anche se qua e là tenuta sotto controllo) questione dei rifiuti. Solo quando anche da noi i rubinetti sono a secco si sparano titoloni sull’acqua che finisce e già oggi manca a un miliardo e mezzo di persone. Solo quando una petroliera va a sbattere contro uno scoglio, si riparla del crescente inquinamento dei mari. Pochissimi sembrano poi far caso ai dati pubblicati dall’ Organizzazione mondiale della sanità, secondo i quali, oltre ai 170mila morti (circa uno tsunami all’anno) variamente imputabili al mutamento climatico, ogni anno da 2 a 5 milioni di persone soffrono di intossicazione da pesticidi e 22mila ne muoiono; mentre paurosamente si alzano le statistiche di incidenza tumorale anche tra giovani e giovanissimi, e tumori e malformazioni si moltiplicano nei territori prossimi a industrie a rischio (vedi, in Italia, Priolo, Augusta, Melillo). E praticamente del tutto ignorata è la tossicità che appartiene alla “normalità” del nostro vivere, che ci insidia sotto l’innocua faccia di oggetti quotidiani. La gran parte dei materiali sintetici in commercio e in uso, come vernici, coloranti, colle, additivi, pesticidi, fitofarmaci, numerosi tipi di plastica, batterie, metalli pesanti quali piombo, uranio, cadmio, plutonio, mercurio, absesto, ecc. sono tutte sostanze che poco o tanto ci avvelenano. Qualche settimana fa un gruppo di parlamentari giornalisti attori, volontariamente sottopostisi a un‘indagine promossa da WWF e Università di Siena, hanno saputo di presentare ciascuno mediamente tracce di 47 contaminanti (alcuni dei quali cancerogeni). Ma di che stupirci? Da oltre un decennio è stata rilevata la presenza di diossina nelle calotte polari e pesticidi nel latte materno.

A dire queste cose a uno dei tanti entusiasti delle “rinnovabili” ci si sente rispondere che sì, certo, ma il mutamento climatico è il fatto più pericoloso, prima pensiamo a quello. Se poi si chiede a che punto siamo con quello, le risposte sui tempi restano sul vago. In compenso ampia e calorosa è la descrizione di un futuro non più condizionato dalla scarsità del petrolio e dall’inquinamento, in cui si possa continuare a produrre come ora sette milioni e rotti di automobili all’anno, anzi di più, molte di più, perché anche cinesi indiani africani polinesiani tutti hanno diritto ad averne una e a circolare liberamente (che diamine, non sei per l’uguaglianza, tu?); e le nazioni, come dice Bush, possano “progredire economicamente”, usando cioè le nuove fonti energetiche per continuare a crescere e a competere tra loro per l’aumento del Pil.

A questo punto, a scanso di equivoci, mi sento tenuta ad affermare con la massima chiarezza che ritengo non solo utile ma indispensabile ogni impegno per la messa a punto di energie alternative ai fossili. Ma con altrettanta chiarezza e fermezza credo si debba dire che tutto questo non può essere guardato come la soluzione del problema ambiente, finché l’obiettivo è la salvezza dell’economia e non quella dell’ambiente naturale e di noi tutti in esso. Finché non si considera che non esiste energia in assoluto non inquinante: vi pare un inquinamento da poco una teoria di torri eoliche in una valle umbra, o una selva di pannelli solari sui tetti di un paesino medievale? Finché non si ricorda che la produzione di qualsiasi manufatto non consuma solo energia, ma una quantità di altri materiali, e di conseguenza crea rifiuti: ad esempio, ci dice John R. McNeil, “la costruzione di un’auto produce un inquinamento equivalente a quello generato dalla stessa in dieci anni di circolazione.” Finché si ragiona in termini di investimenti, di accordi economici, di crediti di emissioni, e si progetta la costruzione di migliaia di grandi centrali, e si parla di nucleare ultima generazione, per garantire una crescita sostenuta. Finché “promuovere lo sviluppo sinergico di strategie avanzate nella strutturazione di competenze di sistema”, “favorire progetti per un rapido salto di qualità tecnologica onde garantire un futuro produttivo”, e simili, non sono stralci del rapporto di una commissione tecnica al consiglio di amministrazione di una multinazionale, ma brani scelti di documenti elaborati da partiti di sinistra, istituti di ricerca e soggetti vari interessati all’ambiente, contenenti le proposte ritenute più efficaci per la riduzione dei gas serra.

Finché insomma si ritiene di poter guarire il tremendo guasto dell’ambiente con la stessa impostazione mentale che governa oggi l’economia, con le stesse certezze tecnologiche, e gli stessi criteri, lo stesso rispetto per le “leggi del mercato”, gli stessi vizi, lo stesso gergo, la stessa fede nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, che hanno conquistato anche le sinistre e una parte non piccola del mondo ambientalista. Mentre è sempre più raro imbattersi nel dubbio che davvero si possa salvare il mondo con la stessa logica e gli stessi strumenti che lo stanno distruggendo. Il dubbio cioè che fondava il vecchio ambientalismo. Ma sono lontani i tempi in cui l’economista Georgescu-Roegen segnalava ai colleghi l’assurdità e la pericolosità di una scienza economica sempre più astratta, separata dalla materialità dei processi produttivi e ignara dei limiti delle risorse; e Kenneth Boulding diceva: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista.” Forse bisognerebbe aggiungere: “Oppure un politico”.

Questo articolo era stato scritto per il manifesto del 1 aprile 2005, è uscito solo sulle prime edizioni, poi è stato soppresso (con l’intera pagina) per esigenze connesse ad avvenimenti dell’ultim’ora.

L’ultima notizia arriva dall’Algeria. Il nuovo codice di famiglia appena approvato si adegua alla più retriva mentalità islamica, recuperando antiche norme di cupa misoginia, secondo cui la donna può andare a nozze solo con il consenso di un tutore (maschio ovviamente), è soggetta all’autorità del marito e dei suoceri, deve loro obbedienza e rispetto, è costretta da una serie di vincoli a una condizione di oggettiva minorità. Il fatto appare particolarmente grave in un paese che da decenni ha visto affermarsi battagliere femministe, professioniste di grande qualità intellettuale e politica, donne combattivamente impegnate per la libertà propria e della loro società. E tuttavia non stupisce se si pensa alle masse femminili costrette al burka o al chador, alle folle di bambine sottoposte all’escissione della clitoride, alle ragazze costrette a sposare uomini mai incontrati prima, alle adultere punite con la lapidazione, alle centinaia di migliaia di stuprate … O semplicemente ai milioni di donne cui è vietato non si dice votare, ma uscire di casa, studiare, avere un lavoro extradomestico …

Tutto questo accade in Afganistan, in Iran, in Arabia, in India, in Sudan? Cioè in società che il nostro razzismo sbrigativamente definisce “arretrate” “primitive” “incivili”, e cheoggettivamente d’altronde continuano a osservare mostruose forme di dichiarata disparità tra i sessi? Oppure accade in luoghi sconvoltidalla guerra, dove lo scatenarsi dei peggiori istinti è in qualche modo autorizzato anzi richiesto, dove è “normale” la sopraffazione dei più deboli e lo stupro viene praticato come un diritto? Vero. Ma questo non ci autorizza a dimenticare che la disparità tra i sessi non è una prerogativa specifica e esclusiva di questi paesi, né conseguenza di situazioni eccezionali di belligeranza o di esodi di massa, che anche nei nostri moderni democratici paesi la subalternità femminile è ancora una realtà, che la discriminazione delle donne si esprime ancora per mille modi, come qualcosa che tenacemente appartiene al sistema-mondo e lo definisce.

E’ di poche settimane fa l’ultimo rapporto in materia di Amnesty International, che parla di un riacutizzarsi della violenza contro le donne riscontrato un po’ dovunque, e anche in situazioni all’apparenza del tutto pacifiche. Anche all’ interno della famiglia. In famiglia appunto, secondo Amnesty, si compie quasi il 70% degli abusi sessuali denunciati in Italia. Negli Stati Uniti i casi di violenza domestica sono 700mila, e si calcola che ogni 15 secondi una donna venga picchiata. In Gran Bretagna circa duemila collaboratrici domestiche ogni anno deunciano molestie sessuali. E nella nostra civilissima Europa ogni anno mezzo milione di donne vengono costrette alla prostituzione. Ma forse basta pensare a quella iniquità che indistintamente colpisce le donne di tutto il mondo, ancora oggi (e nonostante una vasta produzione legislativa tesa a correggere le discriminazioni più gravi) di fatto scaricando per intero su di loro il lavoro famigliare e domestico, cioè a dire il fondamentale compito della riproduzione sociale, anche quando sono regolarmente impegnate in un’attività di mercato. Con il risultato che, dovunque, tra famiglia e mercato, le donne lavorano molto più degli uomini.

Ma non voglio insistere sugli aspetti palesemente negativi della condizione femminile attuale, sulle innumerevoli, grandi e piccole forme di esclusione e di sfruttamento che ancora inconfondibilmente segnalano la persistenza delle radici patriarcali della cultura umana, e che le grandi vittorie segnate dal femminismo non hanno ancora sconfitto, per certi versi anzi non di rado provocandone l’irrigidimento, quasi in una sorta di vendetta. Preferisco parlare di quanto viene proposto con sembianze decisamente positive, come apertura e spinta all’affermazione delle donne, riconoscimento del loro diritto alla più piena libertà e spregiudicatezza, incitamento a una prorompente e disinibita modernità. E’ ciò che sembrano suggerire i modelli proposti dalla comunicazione di massa, televisione e pubblicità i primis, che inevitabilmente vengono fatti propri dalle masse femminili, specie dalle più giovani e culturalmente meno attrezzate, abbagliate dal successo mediatico di vallette, veline, presentatrici, modelle divenute celebri e ricche promuovendo un detersivo o una birra. Imitarle, tentare di riprodurne i fasti, s’impone quasi come un dovere. Non a caso un recente sondaggio ha rivelato che “fare la velina” è il sogno della maggioranza delle adolescenti italiane.

E quali sono gli strumenti di questo percorso? Bellezza innanzitutto, da inseguire a qualsiasi prezzo, e con tutte le innumerevoli e sempre più sofisticate tecniche promosse dal consumismo, onnipresente e attivo in ogni momento della nostra vita: cosmesi, diete, ginnastiche, body building, interventi di chirurgia estetica. Bellezza da esibire poi senza remore e senza risparmio, e da usare sapientemente (o magari anche inconsapevolmente, sull’onda del “così fan tutte”) per la seduzione e la conquista del maschio detentore del potere e della ricchezza, in grado di assicurare un radioso futuro.

Ma quanto c’è, in queste scelte e in questi comportamenti, di realmente diverso dalla femminilità della tradizione, convenzionalmente definita in conformità all’erotismo maschile, e di fatto imposta da un rapporto disuguale, quale sempre è stato tra i sessi? A parte la libertà di iniziativa e di movimento, ormai per lo più concessa anche alle giovanissime, a parte il permissivismo sessuale da quasi tutte rivendicato e praticato, a parte la dilagante erotizzazione dello spettacolo e della comunicazione in genere, spesso d’altronde ridotta a nulla più che becera volgarità, a parte cioè il radicale mutamento, o forse la sparizione definitiva del “comune senso del pudore”, è possibile in tutto ciò ravvisare la conquista di una nuova, vera, compiuta libertà delle donne? E in che modo d’altronde tale conquista sarebbe possibile, se la società intera, sotto le luccicanti ottimistiche sembianze della sua ipertecnologizzata modernità, di fatto, mediante tutte le principali agenzie formative, esercita su maschi e femmine una pressione culturale nel profondo ancora obbediente ai moduli intersessuali del passato?

E tuttavia, nonostante una società ancora dominata dal maschile e dai suoi valori come quella che ci ritroviamo, sono sempre più numerose le donne capaci di consapevolezza, di voce critica e di rigetto nei confronti dei modelli imperanti. Donne che studiano e lavorano, che si impegnano nel sociale e nella politica, che sono parte attiva dei movimenti e affollano le manifestazioni per la pace, che gridano contro lo sfruttamento del lavoro e la devastazione della natura, che si battono per il superamento di un sistema economico insostenibile socialmente non meno che ecologicamente. E forse proprio questa è la strada per affermare una fisionomia femminile pienamente autonoma e davvero nuova, non confezionata sulla base dei modelli imposti, definita dalla lotta per i diritti di tutti come il modo più pieno di sostenere anche i propri. Recuperando l’azzardo di quel formidabile progetto che l’esordio della rivoluzione femminista osava proporsi: cambiare il mondo.

Questo articolo è stato inviato da Carla Ravaioli a Eddyburg e a la Rinascita della sinistra, che lo ha pubblicato nel numero del 4 marzo 2005

Nel lontano 1967, praticamente alle origini della scienza ambientalista, Kenneth Boulding scriveva: "Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista." Forse si dovrebbe aggiungere: oppure un politico.

L'attenzione all'ambiente è comune a moltissime persone (e non parlo solo di quele per le quali è una moda o un rito). Una parte consistente di questo universo ispira la sua attività, e la sua vita, alla consapevolezza dei rischi che l'ambiente del nostro pianeta (e quindi il nostro pianeta in se stesso) stanno correndo in modo grave. I loro contributi sono ospitati in libri e riviste, e un pochino riecheggiano in questo sito.

La peculiarità di Carla Ravaioli è questa: è tra i pochissimi che hanno compreso, e tentano di far comprendere, che una delle radici principali della degradazione usque ad mortem dell'ambiente della nostra terra sta nei limiti profondissimi dell'economia: dell'economia pratica (e questo ormai molti l'hanno compreso) e soprattutto del pensiero economico. Argomentare questa convinzione e trovare nel pensiero economico classico (da Adam Smith a Claudio Napoleoni) le nascoste radici di un possibile superamento è l'impegno principale di Carla Ravaioli. Che non si accontenta di ricercare, come vorrebbe il suo mestiere, ma si preoccupa di condividere ciò che scopre, con un linguaggio chiaro, semplice, rigoroso.

Divulgare senza mentire, in nessuno dei due modi consueti: nè travisando la realtà, nè trascurandone parti essenziali: questo potrebbe essere il motto di persone come lei. Anche perciò le ho chiesto di fornire ai lettori di Eddyburg la sue opinioni: come per gli altri, quando lo vorrà, come lo vorrà.

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