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Il rogo della cattedrale di Notre Dame richiama ancora una volta l'attenzione su un problema endemico della nostra società: il valore attribuito al nostro patrimonio culturale e la sua cura. Occorre riconoscere che senza le radici della storia l’albero della civiltà non può sopravvivere e quindi bisogna impiegare risorse per mantenere questo inestimabile patrimonio, sottraendole al bilancio statale per la produzione di armamenti e la retribuzione di eserciti. Cominciamo con il trasferire 20% delle risorse destinate alla guerra alla manutenzione del patrimonio storico e artistico. (e.s.)



Qui l'articolo con le quattordici domande a cui il Sindaco dovrebbe rispondere. Il link a un precedente articolo su eddyburg Monte Stella: il giardino dei giusti non può essere ingiusto, l'appello iniziale per fermare il progetto Il Giardino dei Giusti resti un Giardino; e il link per firmare la petizione.

Finalmente il Ministro Bonisoli decreta la tutela del Monte Stella, memoriale contro la guerra e isola verde pubblica frequentatissima dagli abitanti e al tempo stesso blocca i lavori di presunta riqualificazione. Il comune di Milano insorge e minaccia di procedere per via legali. Qui Un articolo di Graziella Tonon sul devastante progetto. (i.b.)

Con il progetto del comune di Milano si vuole distruggere questo importante spazio pubblico «sacrario civile costituito dalle macerie della città devastata dai bombardamenti» progettato da Piero Bottoni, che lo ha pensato come un oasi di pace fruibile da tutti gli abitanti.
Si legga l'articolo su Arcipelago Milano di Graziella Tonon Il giardino dei giusti non può essere ingiusto per comprendere come questo progetto non solo stravolge l'idea originale, ma trasforma uno spazio verde in un susseguirsi di spazi lastricati.

L'appello iniziale per fermare il progetto: Il Giardino dei Giusti resti un Giardino; e qui il link per firmare la petizione. (i.b.)

casa della cultura, 5 ottobre 2018. Riprendiamo la replica del nostro opinionista alla posizione di Marco Romano e Francesco Ventura su Salvatore Settis. Un excursus che documenta come Settis prosegua la battaglia di Cederna.

Chi non ha potuto conoscere il territorio italiano prima che la classe dirigente e quasi un intero popolo adulto si apprestassero a «distruggere il bel paese - sventramento dei centri storici, lottizzazione di foreste, cementificazione di litorali, manomissioni del paesaggio» (A. Cederna, Brandelli d’Italia, Newton Compton Editori, Roma 1991), non sa di aver perduto un paradiso, per giustezza e bellezza di città e campagne, di paesaggi marini e montani; per stupefacenti lasciti della storia archeologica e artistica, integri o restituiti all’autenticità grazie al lavoro di pochi specialisti o amatori. Chi, ora vecchio, lo ha potuto, dunque ne ha vissuto le sensazioni mentali spirituali fisiche, ha rinunciato al ritorno e quando non lo ha fatto ha provato dolore disgusto e rabbia dinnanzi alle devastazioni di ogni sorta. I giovani, invece, se non aiutati a comprendere il presente mediante il racconto storico, accettano le profanazioni come dato oggettivo.

Quando andai a Paestum per la prima volta, il paesaggio archeologico era intatto, la pianura agraria e la foce del Sele incontaminate. Ma bastarono pochi anni per accertare in un secondo viaggio che dovevo cancellare il luogo dai programmi di futuri ritorni. Era stato avviato uno sconquasso con lo sviluppo edilizio-turistico. Davanti al quale il giovane neo-laureato architetto non reagisce sdegnato. Ciò che vede è normale, è l’esistente indiscusso, è in regola; non prova turbamento perché al tempo della sua adolescenza il paese, come un gigante brutale con gambe d’elefante, aveva percorso buona parte del tragitto che avrebbe condotto man mano alla rovina del territorio. Così le generazioni da me distaccate accettano ignari il paradiso perduto, pezzi di limbo o di inferno come cittadelle assediate, infine violate e distrutte dall’opera dell’uomo inumano. (Questo passaggio trova maggior ampiezza di trattazione nel libro dello scrivente Architettura e paesaggio. Memoria e pensieri, Unicopli, 2000, cap. Il viaggio in un senso).

Il 10 febbraio 1970 la Domenica del Corriere presenta la Carta dei tesori d’Italia, ovvero l’Italia da salvare, risultato di un lavoro instancabile di Antonio Cederna (collaboratore il pittore Gianbattista Bertelli), aggiornamento di una versione di tre anni prima pubblicata nella rivista Abitare. Sarebbero ottantatré (dai cinquantatré precedenti) i luoghi di altissimo valore paesistico selezionati, ma già s’intravedono le minacce di deturpamento. Cederna stesso definisce il parco nazionale del Circeo «una beffa», tanto è esteso il massacro costiero apportato dalla speculazione edilizia. Negli anni successivi proseguirà l’aggiornamento della Carta, ma quando in un «Quaderno» dell’Espresso apparirà un nuovo aggiornamento (febbraio 1987), Cederna dovrà schedare numerosi beni a rischio di annientamento. Fra essi (decine) anche la Paestum di «Templi lottizzati»! Persino i più lontani dei suoi scritti statuiscono al momento una realtà di rovinio paesaggistico, urbanistico e storico architettonico che distinguerà l’intera vicenda nazionale futura. Le parole dei titoli appaiono scolpite come reductio ad unum di una critica incontrovertibile: «Brandelli…» si è visto, «I vandali in casa» (dal 1949 al 1956), «La distruzione della natura in Italia» (1975). Se è per questo, altrettanta verità (riportata nel mio incipit) trasmettono le parole di Leonardo Borgese nel titolo L’Italia rovinata dagli italiani (articoli nel Corriere della Sera dal 1946 al 1970, in Edizioni Rizzoli, 2005).

Il giornalista di Repubblica Giovanni Valentini inventa il termine Malpaese, per contrastare l’abuso di Bel Paese ormai locuzione menzognera rispetto alla condizione dell’ambiente italiano. È il 2003. Il secolo breve si è concluso lasciando diversi mucchi di macerie: concreti nel paesaggio marino, collinare, montano, urbano…; astratti nella disciplina urbanistica discesa a mera indecente contrattazione dominata dai privati, concreti in un’architettura (separata per sempre dall’urbanistica) dai conici mucchi quali figurazione di future accozzaglie edificatorie, da avviare per lo più secondo la novità milanese (City Life, inizio ante 2004) del liberismo ultrà in forma di grattacielo: la più insensata e violenta nell’in-appartenenza ai contesti storici e sociali. Non per accidente sarà proprio Salvatore Settis a dedicare un capitolo di Se Venezia muore (Einaudi, 2014) alla Retorica dei grattacieli: «Come il vestito della domenica del villano inurbato nella commedia di un tempo, così l’orpello dei grattacieli di cui Milano ha voluto agghindarsi… non mette in scena il successo ma traveste l’insicurezza, occulta la cattiva coscienza di chi si sente “arretrato” e adotta frettolosamente, indossandoli come una maschera, modelli forestieri e posticci. L’antico centro storico ne viene sopraffatto e svilito».

Il 2003 è anno di Premio Viareggio. Il vincitore sarà il nostro storico dell’arte e archeologo con Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale (pubblicato da Einaudi l’anno prima). Di fronte ai tentativi berlusconiani di alienare il patrimonio culturale pubblico, di indebolire la tutela dei beni, di privatizzare i musei, questo «libro di fuoco […che] riguarda tutti noi» (Cesare Garboli, presidente della giuria) dimostra che il compito dei beni culturali e paesaggistici risiede nella Costituzione e nell’identità nazionale; la tutela del patrimonio artistico, archeologico, architettonico, paesaggistico è stata vanto del paese e ogni tentativo della politica reazionaria di demolirne l’importanza è: un crimine (dice lo scrivente).

La Costituzione sarà ancora riferimento imprescindibile nel saggio di Settis diventato da subito testo sacro per coloro che non rinunciano a contrastare le aggressioni in ogni dove e di ogni tipo al paesaggio, da intendersi lato sensu, come nelle parole di Cederna introduttive del presente articolo. Paesaggio Costituzione cemento, pubblicato da Einaudi nel 2012 non è certo un libro superato, anzi è da rileggere adesso giacché sono passati sei anni invano, se mai si coltivassero valide speranze in un cambiamento delle politiche nazionali regionali comunali riguardo al territorio. (E ancora, la Carta della nazione rappresenterà l’intero oggetto del saggio edito da Einaudi nel 2016, non per caso il titolo consisterà nella locuzione solitaria dotata di punto esclamativo, Costituzione! Lo metto da canto e proseguo).

Esistono, in quell’anno 2012, numerose recensioni d’autore, in gran parte condivisibili. Gian Antonio Stella per il Corriere, Francesco Erbani per Repubblica…(et al.). Il tema cruciale è quasi sempre quello della tutela (del paesaggio, del territorio in generale e dei centri urbani) che nel nostro paese è oggi una specie di cane senza padrone abbandonato sull’autostrada. Eppure Settis ci ricorda, circa la tutela e le istituzioni necessarie, la sorprendente continuità di pensiero fra Croce, Bottai e la Costituzione del 1948; non diversamente si muove la strana coppia Nitti e Croce, per i quali la difesa del paesaggio non poteva reggere senza la sconfitta dei grandi proprietari e degli antiquari disonesti, né senza esaltare la concezione di interesse pubblico.

Tale chiarezza nella posizione del grande storico dell’arte è Paolo Leon ad averla segnalata in «L’Indice dei libri del mese». Un critico che merita un’ampia citazione: «Sembra che Settis colga il punto di rottura che caratterizza la fuga dalla tutela nella divisione del paesaggio tra i nuovi ministeri (Beni culturali, Ambiente), nella diversificazione giuridica dei termini (territorio, ambiente, paesaggio) nella moltiplicazione delle autorità responsabili (Regioni, Comuni Province): dissennati divorzi, come li definisce brillantemente». Eppure «ci fu un non infelice inizio degli anni Ottanta quando la mobilitazione dei soprintendenti, della società civile, degli stessi partiti politici sembrava poter aprire le porte a una stagione di tutela e valorizzazione non a servizio degli interessi della rendita. […] Tutto finì col governo del «Caf» […]. Chi ha ucciso quella stagione aveva dalla sua la nuova civiltà economica: dopo Thatcher e Reagan tutto è denaro, il nodo scorsoio del liberismo è andato stringendosi intorno a ogni diritto sociale e ambientale: il paesaggio e i beni culturali sono le vittime di una pessima cultura, non solo del semplice degrado della politica. Consola, tuttavia, che Settis ricordi i nuovi movimenti per i beni comuni».

Invito a considerare una particolarità del titolo sfuggita a tutti, mi pare. Il termine cementificazione (probabilmente impiegato per la prima volta da Antonio Cederna) è sostituito da cemento, seccamente e duramente. Come non pensare a un rapporto, benché filtrato attraverso diversi strati mentali, con il libro Cemento (SE, 1990, orig. 1982) autore Thomas Bernhard, il più grande scrittore austriaco del trentennio 1960-1990? Un’opposizione irrefutabile al potere; un attacco alla corruzione che infesta l’aria; «un capestro infinito da secoli è stretto al collo di questo popolo cieco, nel quale la verità viene calpestata e la menzogna santificata». La cementificazione è un meccanismo di continuità, è un procedere verso un obiettivo di totalità non ancora raggiunta. Cementificare è un piacere, un godimento; una violazione, nel caso di paesaggi, per gratificare, con l’esperienza, sé come Moloch. Il quale infine provvede al Saoc (Sviluppo a ogni costo) riguardo al territorio, vale a dire facendogliene di tutti i colori, travolgendone i paesaggi, odiati e vilipesi se nudi d’abiti cementizi come la storia materna li ha lasciati. A ogni costo, appunto colate su colate fino a alla realizzazione finale di una nuova realtà paesistica di morte perenne, territorio in puro cemento di spessore e durezza inusitati. Così vige il Malpaese, del Bel Paese resta solo il formaggio.

Questo testo è una replica ai commenti di Marco Romano, Memoria e bellezza sotto i cieli d'Europa (8 giugno 2018) e Francesco Ventura, Sapere tecnico e etica della polis (28 settembre 2018).

1 settembre 2018. Il crollo della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami e l'abbandono del patrimonio culturale italiano sono anche l'effetto dell'inefficacia di alcune recenti riforme. Con riferimenti (m.p.r.)

Era il 1957 quando Cesare Brandi, fondatore e per vent’anni direttore dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma, denunciava in Parlamento «l’assoluta inadeguatezza, ma nell’ordine di uno ad un milione, dei fondi a disposizione per il patrimonio artistico; l’insufficienza quantitativa del personale; la mancanza di una coscienza politica dell’importanza della preservazione del patrimonio artistico». Sessant’anni dopo, il grido di dolore di Brandi è tanto più attuale: dal 2000 al 2008 gli stanziamenti del ministero per i Beni e le Attività Culturali ammontavano ad una quota pari allo 0,3% circa del bilancio dello Stato, riducendosi negli anni successivi fino allo 0,19% (2014-2015). Soltanto nel biennio 2016-2017 si è registrato un incremento rispettivamente dello 0,26% e dello 0,25% del bilancio dello Stato, nonostante ciò le percentuali rimangono incredibilmente basse sia per la diffusione capillare di opere d’arte ed edifici storici nel territorio nazionale sia rispetto a quanto gli altri paesi europei investono in questo settore.

Richiamare queste cifre a seguito dell’ennesimo disastro potrebbe sembrare la più semplice delle risposte. Eppure quando il Mibact nel 2016, sotto la direzione del ministro Franceschini, ha proceduto all’assunzione di 500 funzionari (architetti, archivisti, archeologi, restauratori, storici dell’arte, promotori ed esperti di comunicazione, bibliotecari, antropologi e demoetnoantropologi) era ben consapevole che il numero di posti vacanti nelle soprintendenze era tre volte superiore. Inoltre, soprattutto nel caso degli storici dell’arte, ai neoassunti è stata data la possibilità di scegliere come destinazione uno dei venti grandi musei autonomi appena creati dalla riforma voluta dallo stesso Franceschini. E se ci si aggira per i corridoi di qualsiasi soprintendenza territoriale si notano uffici vuoti, stanze chiuse e pratiche accumulate sopra le scrivanie.
La scissione tra musei nazionali e patrimonio artistico del territorio e la gerarchizzazione tra musei di serie A (venti grandi istituzioni dagli Uffizi a Capodimonte, da Brera all’Accademia di Venezia) e di serie B (i tanti e preziosi musei nazionali delle città di provincia) è indubbiamente il nodo più delicato della riforma Franceschini e spiega molte delle ragioni dell’estrema difficoltà in cui versano i nostri beni culturali. Tale criticità va di pari passo con la tendenza ormai decennale di privilegiare la valorizzazione a scapito della tutela. Ciò che nel Codice dei beni culturali del 2004 veniva strettamente collegato (conoscenza-tutela-valorizzazione), vede oggi l’assoluto predominio della commercializzazione e del marketing culturale, che genera un’attenzione compulsiva su poche eccellenze lasciando nel buio tutto il resto.
È stato giustamente sottolineato che la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami era stata restaurata appena tre anni fa con un finanziamento pubblico (Lr 27/90) e assieme della Conferenza Episcopale Italiana di 747.621,40 euro, ma qualcosa non ha funzionato, anche nei controlli sui lavori eseguiti. Un po’ ovunque avremmo bisogno di restauratori esperti, cantieri seguiti da bravi funzionari di soprintendenza perché tanti sono i crolli o i disastri annunciati.
Non ha suscitato lo stesso clamore del caso romano, ma a Pisa nel 2015 è crollato parzialmente il tetto della duecentesca chiesa di San Francesco, che accoglieva, tra le altre, due tavole di Cimabue e Giotto oggi esposte al Louvre: incredibilmente a tre anni di distanza non sono ancora cominciati i lavori di restauro, la chiesa è puntellata, mentre anche il chiostro minaccia di andare in rovina.
Se oggi è la valorizzazione ad attirare la maggior parte dei finanziamenti, tutela e conservazione sono attività sempre più rare. Tutto il contrario di ciò che stabilisce il Codice dei beni culturali e del paesaggio secondo cui la tutela «è diretta a riconoscere, proteggere e conservare» un bene affinché possa essere offerto alla conoscenza e al godimento collettivi. Per tutelare un bene bisogna prima riconoscerlo come tale, operazione quanto mai difficile in un paese in cui la storia dell’arte, grazie alla riforma Gelmini del 2008 ed alla legge 107 del 2015, è quasi sparita dai programmi delle scuole secondarie. D’altronde, se si conoscono appena una decina di acclamati capolavori, quelli e quelli soltanto si vogliono vedere e dunque tutelare. Il resto può anche crollare.

riferimenti

Su eddyburg un'intera sezione dedicata ai problemi e al degrado dei Beni culturali.
Sulla riforma Franceschini si vedano, tra gli altri, di Maria Pia Guermandi Paesaggio: l'attacco convergente e l'appello lanciato da Emergenza Cultura Rottamiamo Franceschini, che ne illustra sinteticamente i danni provocati.

officinadeisaperi.it, 3 maggio 2018. Raccogliamo e rilanciamo un appello per la tutela e l'utilizzazione di un grande patrimonio di testimonianze materiali e immateriali indispensabile per comprendere un'intere epoca della nostra storia (m.b.)

Una singolare vita, quella di Luigi Micheletti (1927-1994), comunista, partigiano, imprenditore, e appassionato di storia contemporanea, raccontata da Pier Paolo Poggio nella rivista telematica della Fondazione “altronovecento”. Nel bresciano c’erano le basi della Repubblica di Salò (RSI). Dopo il crollo, per decenni, pochissimi si occuparono di quella vicenda. Micheletti raccolse tutto quanto era possibile, perché gli storici la studiassero. Con ancora maggiore passione si dedicò a raccogliere manifesti, documenti e testimonianze della Resistenza che rischiavano la scomparsa. Gettò le basi di una biblioteca e archivio che diventarono poi una Fondazione che porta il suo nome chiamando a raccolta persone appassionate come lui. Si rese anche conto che le lotte per la difesa dell’ambiente non erano altro che una delle pagine della protesta popolare contro le fabbriche inquinanti, la speculazione edilizia, la violenza alla natura, insomma testimonianze della storia civile democratica.

Si è venuto così creando a Brescia il più grande archivio dell’ambientalismo italiano attraverso la paziente raccolta degli archivi privati donati in vita o dagli eredi, da molti testimoni di tali lotte. E’ stato così possibile recuperare quanto resta dell’archivio di Laura Conti, staffetta partigiana, medico, consigliere comunista alla Regione Lombardia, fondatrice della Legambiente, in prima fila nelle lotte contro l’inquinamento provocato dall’esplosione della fabbrica di Seveso.

Ma la storia contemporanea si può comprendere soltanto attraverso la storia del lavoro e delle macchine e dell’industria, e alla biblioteca e archivio iniziali si è presto affiancata una straordinaria raccolta di tutte le macchine che la Fondazione riusciva a salvare dalla distruzione. E’ nato il Museo dell’Industria e del Lavoro (MusIL), costituito in ente autonomo nel 2005, contenente incredibili raccolte di macchine utensili, e dei principali settori manifatturieri, ma anche i reperti di due stabilimenti cinematografici, e le collezioni di alcuni pionieri italiani del disegno animato.

E’ così possibile vedere nel MusIL come venivano disegnati, fotogramma per fotogramma, i cartoni animati.Mostrare come si lavorava --- il tema del “lavoro” è centrale nell’impegno del MusIL --- è diventato occasione per incontri con il mondo della scuola ed è suggestivo vedere la sorpresa dei ragazzi per la riscoperta di tecniche artigianali.

Il bresciano è stata la patria della metallurgia alimentata dalla forza del moto delle acque, diventata poi la fonte delle centrali idroelettriche. Il passo successivo della Fondazione è stato il recupero della bellissima centrale idroelettrica di Cedegolo (1910), in Val Camonica, dedicata all’energia dell’acqua, una fonte rinnovabile derivata dal Sole. Il MusIL ha riattivato anche un’officina metallurgica alla periferia di Brescia, alimentata da una ruota idraulica in grado di produrre l’elettricità per le attività didattiche che vi si svolgono.

Ben presto gli spazi per accogliere i materiali del MusIL hanno cominciato a scarseggiare e la Fondazione ha ottenuto in comodato e ristrutturato un grande capannone a Rodengo Saiano a pochi chilometri da Brescia. E’ emozionante vedere esposte decine di macchinari anche di grandi dimensioni, in una gigantesca vetrina che occupa uno dei lati dell’edificio.

I nuovi spazi hanno così potuto ospitare parte degli archivi, le collezioni di macchinari e offrire la possibilità di tenere convegni, lezioni, e permettono di toccare con mano le testimonianze esistenti.
Però il comodato è scaduto, il Comune si disinteressa, i proprietari dell’edificio minacciano di sloggiare il museo e tutto quello che contiene. E pensare che, con grande fatica, il MusIL è riuscito a racimolare i soldi per acquistare questa importante sede, ma l’operazione è ostacolata da lungaggini burocratiche, mettendo a repentaglio un patrimonio irripetibile.

Una beffa anche perché si sta per realizzare un antico sogno di Luigi Micheletti, ridare vita per attività culturali ad uno degli stabilimenti più importanti di Brescia tra ‘8 e ‘900, l’ex Metallurgica Tempini, che può, con restauri e sistemazioni uscire dal silenzio, dopo il vociare di tanti operai per tanti anni, e tornare ad ascoltare la voce di studenti, studiosi, cittadini, divenendo la sede principale del MusIL.

Tutto questo lavoro archivistico e museale è stato affiancato da una intensa attività convegnistica ed editoriale. Si possono ricordare, fra gli altri, i convegni sulla storia dell’energia solare e sulle prospettive di una nuova agricoltura che produca cibo secondo criteri rispettosi delle esperienza e delle singolarità ecologiche locali. La produzione editoriale è cominciata negli anni ’70 e proseguita con la rivista “Studi Bresciani” dal 1980, con alcuni importanti “Annali” e una rilevante serie di monografie, prodotte in proprio o in coedizioni nazionali. La rivista telematica “altronovecento” ha raggiunto venti anni di vita e 40 numeri. Fra i libri si possono ricordare le storie di imprese come la Agusta, la Bernardelli, la Ideal Standard, quelle della siderurgia al forno elettrico nata dal recupero di rottami residuati di guerra, la monumentale storia del “comunismo critico”, curata da Pier Paolo Poggio con quattro volumi pubblicati e il quinto in uscita (presso Jaca Book).

Di grande interesse le ricerche sui rapporti fra industria e ambiente, fra cui si possono ricordare gli studi sull’ACNA di Cengio, sulla Caffaro di Brescia, sulla Farmoplant di Massa Carrara e quello sull’”autarchia verde”. Ma per meglio comprendere perché la Fondazione chiede il sostegno dell’opinione pubblica e delle istituzioni per poter sostenere e ampliare questo grande lavoro la cosa migliore è visitare i due siti: www.fondazionemicheletti.eu e www.musilbrescia.it, ricchi di riproduzioni di testi, di fotografie storiche e di descrizione del patrimonio e delle iniziative delle due istituzioni.

il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2018. Un altro bene prezioso della nostra storia. Come sempre, in bilico tra l'esigenza di conservare e quella di trasformarli in merci, affidate alla voracità degli interessi immobiliari, l'egoismo delle archistar, l'incultura degli amministratori

La vecchia signora asburgica, abituata ai tempi lenti dei suoi caffè mitteleuropei, ha preso a correre. “Trieste”, dice Mitja Gialuz, presidente della Barcolana, la più grande regata del mondo quest’anno arrivata alla sua cinquantesima edizione, “è una delle poche città italiane che non nasconde il suo mare”, come fanno invece Genova o Palermo. Anzi lo accoglie come prolungamento naturale della sua piazza più bella. Per i triestini, il mare è Barcola, dove si va a fare il bagno anche tutti i giorni, nella bella stagione. Ma ora il mare è soprattutto il porto. Dal Caffè degli Specchi, in piazza Unità d’Italia, vedi il Molo Audace e intravedi, a sinistra, il porto nuovo, a destra il Porto Vecchio. Le ciacole ai tavolini lasciano il posto ai conti e ai progetti. Sono in arrivo tanti, tanti soldi.

Il porto nuovo è già il primo d’Italia per movimento merci, 61 milioni di tonnellate l’anno, con 36 milioni l’anno incassati di sole tasse portuali. È il primo per collegamenti ferroviari, 8.800 treni l’anno, che portano merci in Austria, in Baviera, a Budapest, nella Repubblica Ceca. Il primo anche per il petrolio che da qui parte verso il Centro Europa con l’oleodotto transalpino. “Ma nel 2017”, racconta il direttore del porto Mario Sommariva, “il traffico di container è aumentato del 25 per cento”. Ora i cinesi hanno deciso che Trieste sarà il terminale occidentale della “nuova via della seta”. Arrivano investimenti da Pechino, ma anche da Turchia, Russia, Danimarca, Usa.

Dall’altra parte, c’è Porto Vecchio, reso punto franco nel 1719 da Carlo VI d’Asburgo e poi ampliato dall’imperatrice Maria Teresa. Gli immensi magazzini, i moli, la grande gru Ursus: una struggente area di 600 mila metri quadrati andata via via in disuso perché le navi si sono spostate al porto nuovo. Area demaniale, cioè dello Stato. Bloccata per anni, inutilizzata e inutilizzabile. È stata l’amministrazione di centrosinistra a sbloccarla, nel 2016: con la “sdemanializzazione”, cioè il passaggio dell’area dal Demanio al Comune. L’ha portata a casa il senatore Pd Francesco Russo, affiancato dal sindaco Pd Roberto Cosolini e dalla presidente della Regione Debora Serracchiani. Non ha portato bene: Russo non è stato rieletto in Senato, Cosolini ha dovuto lasciare il posto al nuovo sindaco di Forza Italia Roberto Dipiazza, Serracchiani sarà molto probabilmente sostituita, dopo le regionali del 29 maggio, dal leghista Massimiliano Fedriga. Saranno loro, Dipiazza e Fedriga, a gestire il domani, insieme all’Autorità portuale presieduta dal veronese Zeno D’Agostino. “È partita”, dice eccitato il sindaco Dipiazza, “una magnifica rincorsa verso il futuro”.

La “sdemanializzazione”, infatti, produce due effetti. Il primo: i privilegi doganali del porto franco saranno via via trasferiti dal Porto Vecchio al porto nuovo, attirando nuovi investimenti privati, soprattutto internazionali, per insediarsi nelle aree retroportuali dove si potrà fare non solo logistica (magazzini), ma anche trasformazione, manifattura, assemblaggio di prodotti arrivati via mare. Il secondo effetto: Porto Vecchio diventa il più grande progetto di riqualificazione urbana del Nordest e uno dei più importanti d’Europa. L’area (doppia rispetto al già riqualificato Porto Antico di Genova) con la sua trasformazione avrà un impatto gigantesco su Trieste, che è una città piccola di 200 mila abitanti. Impatto urbanistico, ma anche economico: sono già arrivati 50 milioni di fondi europei, che ora dovranno essere gestiti da Comune, Regione e Autorità portuale. Ma gli investimenti complessivi previsti, pubblici e privati, potrebbero raggiungere i 5 miliardi di euro. Una succulenta torta Sacher che galvanizza gli amministratori che dovranno gestire il progetto, che fa drizzare le antenne ai grandi gruppi finanziari e imprenditoriali che potrebbero realizzarlo e che attira gli appetiti delle organizzazioni criminali: “C’è anche il pericolo d’infiltrazioni mafiose”, avverte il procuratore della Repubblica di Trieste Carlo Mastelloni.

Ma che cosa fare in quei 600 mila metri quadrati? La polemica è tra progetto unitario e “spezzatino”. C’è chi vorrebbe un concorso internazionale per realizzare un masterplan unitario degli interventi. Qualche archistar ha dichiarato il suo interesse, come Massimiliano Fuksas, già impegnato a progettare una grande torre a Capodistria: “Dopo aver progettato a Beverly Hills, a Los Angeles e a Pechino, ora l’unico luogo che mi interessa, dove lavorare, è Trieste”. Il sindaco Dipiazza il 10 aprile lo ha accompagnato in visita lungo i moli e gli angiporti da far rivivere, ma poi ha imboccato la strada del fare una cosa alla volta: lo “spezzatino”, appunto. Un’area resterà pubblica, con un Museo del Mare (nei Magazzini 24 e 25), un centro congressi e polo fieristico (27 e 28), mercato del pesce e ristoranti (30) e un polo per la ricerca (Magazzino 26) in vista del 2020 quando Trieste diventerà Capitale europea della scienza. Altre parti sono già “impegnate”: l’area terminal per la Msc Crociere, l’area ovest già accaparrata dalla Greensisam Real Estate. Il resto? È possibile che arrivino terziario, residenze, commerciale… Nascerà qui la “Città della scienza” dove potrebbero confluire i tanti istituti di ricerca triestini? Sarà l’ennesima speculazione immobiliare? Il Comune manterrà la guida del progetto o lascerà fare a chi porta più soldi?

il Fatto quotidano, 14 giugno 2018. Come faranno a convivere due posizioni così radicalmente diverse? Conoscendo i politici italiani, non siamo ottimisti. Ma la speranza è l'ultima a morire

Mentre si profila una possibile intesa fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi tornano in mente le dure polemiche consumatesi in Parlamento fra i loro due gruppi in materia di cultura, di natura, di ambiente, di aree protette, e, comunque, le opposte opinioni espresse.

Andate a rileggervi sul sito dei 5 Stelle il programma elettorale in materia di beni culturali e paesaggistici: 1) Bisogna difendere e rafforzare il ruolo delle Soprintendenze indebolite dai governi Berlusconi e Renzi sul piano dei poteri; 2) Bisogna tornare a dividere il Turismo dai Beni culturali evitando che il Mibact consideri quei beni o quel centri storici, beni commerciali, “macchine da soldi”.

All’opposto le posizioni della Lega (e in generale del centrodestra): in uno “storico” dibattito televisivo da Bruno Vespa, Matteo Salvini, infuriato per la bocciatura (sacrosanta) di un’altra strada sul Lago di Como da parte del soprintendente Luca Rinaldi, se ne uscì reclamando l’abolizione delle Soprintendenze e dei loro “assurdi vincoli e poteri”. E la renzianissima Maria Elena Boschi fu di fatto d’accordo: “Della soppressione delle Soprintendenze si può discutere, noi intanto, con la riforma Franceschini, le abbiamo ridimensionate…”. Renzi docebat.

Non meno opposte le posizioni della Lega e dei 5 Stelle in materia di paesaggio e di ambiente, di parchi. Nei mesi scorsi ci sono state forti polemiche (che hanno spaccato pure il Pd) sulla legge Caleo che sfasciava la legge Cederna-Ceruti del 1991 sulle aree protette. La quale ha consentito – pensate quale “rivoluzione verde” – di portare da 4 appena a ben 24 i Parchi Nazionali e a 136 quelli regionali. Con una superficie protetta che da un 4 per cento scarso dell’Italia è balzata all’11 per cento. Con un evidente beneficio per la biodiversità vegetale e animale, per i nostri polmoni e per la nostra salute in generale in tempi di smog sempre più grave nelle città e nelle aree metropolitane.

Contro il disegno di legge “Sfasciaparchi” (firmato dall’onorevole Massimo Caleo del Pd, trombato il 4 marzo) e a difesa della legge Cederna-Ceruti è intervenuto lo stesso Beppe Grillo che nel suo blog ha fatto alcune affermazioni di questo tenore: “La vera scommessa sarebbe quella di destinare maggiori risorse alla tutela del patrimonio attuale che contribuisce alla ricchezza della Nazione e affinare ed estendere le competenze di gestione al di là dei 24 parchi nazionali e delle 30 aree marine protette per garantire una tutela attiva, ad esempio agli oltre 2.200 siti di interesse comunitario localizzati nel nostro Paese, fiore all’occhiello della Ue nel mondo. E invece abbiamo a che fare con una bassa cucina della politica che vuole condizionare le nomine del presidente e dei Direttori dei parchi nazionali (…) e ridurre le aree marine protette a una sorta di condominii degli enti locali”.

Durissimo Grillo contro l’idea di introdurre “royalties” per quanti sfruttano le risorse dei Parchi, e concedere così “una licenza ad inquinare”, a rapinare con cave, estrazioni petrolifere, ecc. Con una frase finale ammonitrice che vale per tutto il patrimonio storico-artistico-paesaggistico: “La tutela non può, non deve essere sacrificata allo sviluppo economico”. Da applausi.

E Salvini? E la Lega? Tutto il contrario: vogliono anzitutto fare “spezzatino” anche dei più antichi Parchi Nazionali e ci sono già riusciti col Parco Nazionale dello Stelvio (80 anni di vita) diviso fra Lombardia, Trento e Bolzano. Vogliono rendere “remunerativi” gli stessi. Vogliono da sempre reintrodurre la caccia nei parchi e nei loro immediati dintorni anche per le specie protette, ecc. ecc. Ma quali accordi di governo sono mai possibili su materie così strategiche per la salute, la cultura, il benessere psico-fisico degli italiani? Quali compromessi fra civiltà e barbarie?

la Repubblica, 17 marzo 2018. Napoli, città dei contrasti: da un lato un complesso conventuale, San Paolo Maggiore, che si disfa per l'incuria dei suoi vecchi tutori, e dall'altro Sant'Eframo Nuovo, che resuscita e diventa Je so' pazzo, grazie all'ingresso di un nuovo popolo risanatore.

Il corpo di Napoli si disfa, ci precipita addosso. Non è un incidente quello di ieri, non una fatalità: ma l’ovvia, annunciatissima conseguenza di decenni di abbandono.

Quando, nel pieno Seicento, Napoli era la più grande metropoli d’Italia e una delle prime d’Europa, nel suo cuore antichissimo sorse una città nella città. Centinaia di chiese, conventi, monasteri, confraternite: una immensa ‘Napoli sacra’ che non conteneva solo luoghi di culto o dormitori, ma anche chiostri in cui il silenzio era rotto solo dalle acque abbondantissime delle fontane; incantati e profumatissimi giardini di agrumi; biblioteche; farmacie; opere d’arte d’ogni sorta. «Non è omo che non la brami, e che non desideri di morirvi … Napoli è tutto il mondo!» scriveva l’accademico Ozioso Giulio Cesare Capaccio nel suo Forastiero (1634). Il convento di San Paolo Maggiore era uno dei luoghi più illustri di questo ombelico del mondo: sorto sull’agorà della Napoli greca, ridette vita al tempio dei Dioscuri, usandone le colonne e conservandone l’aura. Ed è in uno dei suoi due chiostri che ieri sono venute giù due volte: senza provocare una strage solo per miracolo.

I lavori in corso erano quelli del Grande Progetto Unesco che, lentissimamente, sta finalmente provando a salvare ciò rimane del centro di Napoli. Dove nel Seicento si visitavano 400 chiese, quelle accessibili e in discrete condizioni sono oggi una cinquantina. Almeno altre duecento esistono ancora: ma sono sprangate per tutti tranne che per i ladri che le spogliano inesorabilmente di marmi barocchi che finiscono nelle ville dei boss, o sul mercato internazionale. Moltissime altre sono chiuse, spesso dal 1980: pericolosamente siringate di cemento dopo il terremoto, e poi riempite di ponteggi, disseminate di piccioni e topi in decomposizione, coperte da una infinita coltre di polvere.

Negli ultimi decenni questa vertiginosa e perduta Napoli Sacra è stata la grande rimossa di ogni politica culturale. Lo Stato, il Comune e la Curia (i principali proprietari di un patrimonio frammentatissimo) si sono dedicati agli eventi, all’industria delle mostre, da ultimo ai musei: dimenticando, però, il corpo di Napoli. Che ora ci ricorda che esiste nell’unico modo possibile: sfarinandosi.

Sono mancati i soldi, certo. Ma prima ancora l’attenzione, l’amore, la conoscenza: e, soprattutto, un progetto unitario. Una visione chiara di come ridare senso a questa enorme città nella città senza stravolgerne il carattere storico e artistico, anzi tutelandolo ed esaltandolo. Mentre la Curia affitta chiese mirabili a improbabili imprenditori, e il Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno organizza mostre con i pezzi pregiati, solo la giunta di De Magistris ha dimostrato di avere un’idea: per esempio destinando l’ex Asilo Filangieri (che è parte di una altra grande insula monastica, quella di San Gregorio Armeno) ad un esemplare uso civico. È da qua che bisogna ripartire: perché la nostra generazione non salverà il corpo di Napoli se non saprà dargli un’anima nuova.






Salviamo il paesaggio, 8 gennaio 2018. Decine di ex soprintendenti e di cattedratici importanti smentiscono Franceschini: dov’è precipitata la tutela? (c.m.c)

La situazione di caos e di paralisi creata dalla “riforma” Franceschini separando la valorizzazione (nel senso di monetizzazione) dalla tutela e privilegiando la prima a discapito della seconda passa praticamente sotto silenzio – con pochissime lodevoli eccezioni – nella stampa e nella televisione nazionale.

Ciò è grave in sé. Ma è anche dovuto al fatto che i soprintendenti e gli altri tecnici della tutela non possono assolutamente fare dichiarazioni, denunciare lo stato di confusione fra Soprintendenze, Poli Museali e Fondazioni di diritto privato, di depotenziamento strutturale, di esasperata burocratizzazione in cui versano gli organismi e gli uffici che per oltre un secolo hanno operato per difendere dalle aggressioni speculative, dall’abbandono, dall’incuria il patrimonio storico-artistico-paesaggistico.

Tocca quindi a noi – in luogo dei tecnici imbavagliati e minacciati di sanzioni – denunciare pubblicamente la gravità di una situazione in cui ministro e Ministero continuano a magnificare conquiste straordinarie, mentre la spesa statale per la cultura rimane una delle più basse d’Europa, un terzo di quella francese, metà di quella spagnola, e i suoi recenti relativi incrementi, beninteso rispetto al minimo dello 0,19 % del bilancio statale toccato nel 2011 (governo Berlusconi IV) rispetto al 39 % del 2000 (governo Amato II), vengono indirizzati su obiettivi futili o sbagliati.

Ad esempio, si investono ben 18 milioni di euro nell’arena Colosseo per chissà quali spettacoli gladiatorii (dopo la farsa grottesca dell’ opera rock “Divo Nerone” sul Palatino) e si lascia agonizzare, senza mezzi né personale, lo strepitoso parco archeologico dell’Appia Antica o si istituisce un biglietto d’ingresso al Pantheon per poterne curare la manutenzione.
Si organizzano gare di canottaggio nella vasca della Reggia di Caserta o si propagandano al suo interno prodotti tipici della zona e intanto la vasca risulta ingombra di rifiuti e l’intonaco cade a pezzi in una sala importante.
Mentre, tanto per corroborare i vantati incrementi degli ingressi, si organizza al grande Museo Archeologico Nazionale di Napoli una mostra sul Napoli Calcio con magliette, ricordi e gadget di Maradona.

Non si tiene in alcun conto il pesante conflitto di interessi sancito dall’Autorità Nazionale Anti-Corruzione per un concorso tecnico-scientifico a Pompei, creando così un grave precedente. Si declama ad ogni passo la Bellezza dei paesaggi italiani, sempre più aggrediti da speculatori e abusivi, e per contro si lascia che la stragrande maggioranza delle regioni (17 su 20) non predisponga, d’intesa col Ministero, e poi approvi, i Piani paesaggistici previsti dal Codice per il Paesaggio del 2007. Nel contempo si tace sul tentativo dissennato – stornato per questa legislatura dalle opposizioni – di svuotare la legge Cederna-Ceruti n. 394/91 sulle aree protette (il 12 % ormai del territorio nazionale, montano soprattutto, con 23 Parchi Nazionali rispetto ai 4 ante 1991) anziché aggiornarla al Codice per il Paesaggio e applicarla seriamente.

A colpire è la strategia di fondo del MiBACT: da una parte si trasferisce dagli stessi Poli museali a fondazioni di diritto privato la valorizzazione sempre più commerciale del patrimonio e dall’altra si prospetta con la legge Madia la sottomissione delle Soprintendenze, decisamente indebolite, ad un organo di governo locale come la Prefettura. Una offensiva, antistorica scemenza.
Le denunce sullo stato penoso della tutela piovono ormai da tutta Italia e quindi il nostro elenco potrebbe continuare a lungo. Ci fermiamo qui per chiedere con forza ai partiti, al futuro Parlamento che questa deriva disastrosa venga fermata e ai media di ogni genere di cominciare almeno ad indagarla, a raccontarla seriamente – non limitandosi alle cifre di facciata, sempre più discutibili – ridando voce alle più collaudate competenze tecnico-scientifiche.

A questo punto la rete dissestata della tutela va letteralmente ricostruita. con la scelta strategica di far di nuovo prevalere l’interesse pubblico sugli appetiti privati, premiando i capaci e meritevoli, riempiendo i vuoti negli organici dei beni culturali, evitando la chiusura per “vecchiezza” di archivi e biblioteche dove l’età media del personale supera i 60-65 anni e i trentenni rappresentano lo 0,6-1,6 % degli addetti.
Il Ministero per i Beni Culturali non può, non deve diventare il Ministero del Turismo (attività chiaramente indotta dal patrimonio culturale e paesaggistico), né si possono sottomettere ai Prefetti le Soprintendenze. Un autentico oltraggio alla tradizione ammirevole dei nostri studi e degli interventi di restauro e di recupero sul territorio e un continuo danno inferto agli stessi interessi del Paese. Per il quale la cultura e la ricerca, in sé e per sé, cioè senza finalità economiche immediate, scolpite nell’articolo 9 della Costituzione, rappresentano il motore fondamentale.

Adriano La Regina, già soprintendente Archeologia Roma, Accademico dei Lincei
Francesco D’Andria, professore emerito di Archeologia greca e romana, Università del Salento
Andrea Emiliani, già Soprintendente ai Beni storici e artistici Bologna, Ferrara e Romagna, Accademico dei Lincei
Mario Torelli, già docente a Perugia di Archeologia, Accademico dei Lincei
Desideria Pasolini dall’Onda, fondatrice di Italia Nostra nazionale
Licia Vlad Borrelli, archeologo, già Istituto Centrale del Restauro
Giorgio Nebbia, ambientalista, professore emerito Università di Bari
Fausto Zevi, già Soprintendente archeologico Napoli e Caserta e docente alla Sapienza, Accademico dei Lincei
Pietro Giovanni Guzzo, archeologo, già Soprintendente in Puglia e a Pompei, Accademico dei Lincei
Maria Luisa Polichetti, già direttrice del Catalogo centrale e Soprintendente ai Beni architettonici delle Marche
Jadranka Bentini, già Soprintendente ai Beni storici e artistici di Bologna, Ferrara e Romagna, presidente di Italia Nostra a Bologna
Germana Aprato, già Soprintendente ai Beni Architettonici dell’Umbria
Lucia Fornari Schianchi, già Soprintendente ai Beni Storici e Artistici di Parma e Piacenza
Antonio De Siena, già Soprintendente archeologico della Basilicata
Anna Gallina Zevi, già Soprintendente archeologico ad Ostia Antica
Elio Garzillo, già Soprintendente ai Beni architettonici di Bologna e regione
Gianfranco Amendola, ex magistrato, docente di Diritto Ambientale
Carlo Alberto Graziani, già presidente del Parco Nazionale dei Sibillini e ordinario di Diritto Civile a Siena e Camerino
Valerio Magrelli, poeta, ordinario di Letteratura francese all’Università di Cassino
Bruno Toscano, professore emerito di Storia dell’arte Roma Tre
Ebe Giacometti, presidente Italia Nostra Lazio, delegata ai Parchi
Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, presidente emerito Corte di Cassazione
Claudio Meloni, coordinatore nazionale della FpCgil del MiBACT
Andrea Camilli, responsabile Assotecnici del MiBACT
Maria Teresa Filieri, già direttore dei Musei Nazionali di Lucca
Gianni Venturi, già ordinario di Letteratura italiana all’Università di Firenze
Paolo Liverani, archeologo, ordinario all’Università di Firenze
Sandro Lovari, professore emerito di Ecologia, Università di Siena
Carlo Alberto Pinelli, professore al Suor Orsola Benincasa di Napoli, presidente di Mountains Wilderness
Lucia Lepore, archeologa della Magna Grecia, già docente a Firenze
Carlo Pavolini, archeologo, già docente Università della Tuscia
Giovanni Losavio, magistrato, già presidente nazionale di Italia Nostra, ora della sezione di Modena
Vezio De Lucia, urbanista
Pier Luigi Cervellati, architetto e urbanista
Bernardino Osio, ambasciatore
Orio Ciferri, genetista, fondatore del primo corso interdipartimentale sui beni culturali a Pavia
Giorgio Boscagli, Gruppo dei 30 per i Parchi, già direttore Parco Nazionale Foreste Casentinesi
Katia Mannino, associato di archeologia classica, Università del Salento
Francesco Pardi, studioso del paesaggio, “Liberacittadinanza”
Luciana Prati, già direttrice Musei Civici e Biblioteca comunale Forlì
Francesca Valli, storica dell’arte, già coordinatrice delle raccolte storiche Accademia di Brera
Lucinia Speciale, storica dell’arte, Università del Salento
Francesco Mezzatesta, fondatore della LIPU, naturalista, coordinatore Gruppo dei 30 per i Parchi
Corrado Stajano, giornalista scrittore
Paolo Maddalena, giurista, già giudice della Corte Costituzionale
Benedetta Origo, presidente Comitato per la Val d’Orcia
Stefano Deliperi, presidente Gruppo di intervento giuridico Onlus, Cagliari
Maurizio Chierici, giornalista scrittore
Salvatore Bragantini, economista, editorialista
Gianandrea Piccioli, consulente editoriale
Fernando Ferrigno, giornalista tv e scrittore di Beni culturali
Ugo Mattei, professore di Diritto civile e dell’Ambiente, Università di Torino
Alberto Abrami, già ordinario di Diritto Forestale e Ambientale, Università di Firenze
Simona Agostini, ricercatrice Urbanistica, Università di Bologna
Andrea Buzzoni, già dirigente Ferrara Arte e delle Attività culturali del Comune, Ferrara
Luisa Bonesio, già associato di Estetica Università di Pavia, direttore dei Musei dei Sanatori di Sondalo (Sondrio)
Alessandro Gogna, alpinista, storico dell’alpinismo
Simona Rinaldi, Università della Tuscia
Pino Coscetta, giornalista scrittore
Luisella Battaglia, Istituto italiano di Bioetica
Matteo Righetto, scrittore, comitato scientifico Mountains Wilderness
Italo Sciuto, professore di Filosofia Morale, Università di Verona
Stefano Sylos Labini, ricercatore scientifico ed economista
Tomaso Montanari, ordinario di storia dell’arte moderna, Università Federico II Napoli e presidente di Libertà e Giustizia
Maria Pia Guermandi, archeologa, responsabile progetti europei sul patrimonio culturale
Natalia Piombino, docente Syracuse University Florence
Gaia Pallottino, coordinatrice Comitato residente città storica, Roma
Cristiana Mancinelli Scotti, Forum Salviamo il paesaggio
Angelo Maria Ardovino, già soprintendente archeologico di Milano, Salerno, Campobasso
Fabio Grasso, giornalista, storico dell’arte
Franca Arduini, già dirigente biblioteche MiBACT
Giovanni Solimine, ordinario di Biblioteconomia Università La Sapienza e già componente (dimissionario) del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici
Linda Giuva, Professore Associato di Archivistica, Università La Sapienza, Roma
Irene Berlingò, ex Soprintendente ABAP Cosenza
Aglia Englen, storica dell’arte in pensione
Elena Lattanzi, gia’ Soprintendente ai Beni archeologici della Calabria
Elisabetta Mangani, già direttore archeologo del MiBACT
Giuseppina Cerulli Irelli già Soprintendente Archeologo
Cecilia Ghibaudi già funzionario Soprintendenza Beni Storici e Artistici di Milano
Gabriella Pescatori già Funzionario del MIBACT
Giovanna Nepi Sciré già soprintendente al Polo Museale Veneziano
Adriano Maggiani, Archeologo, già professore ordinario di Etruscologia e archeologia italica all’Università Ca’ Foscari di Venezia
Rosalba Antonini, docente emerita Università degli Studi di Urbino
Gianfranco Madori, già Sindaco di Perugia e Professore Ord. nell’Università di Perugia
Enzo Marzo, presidente Fondazione Critica Liberale
Anna Maria Amonaci, docente di storia dell’arte e di fotografia all’Accademia di Brera
Andreina Draghi, storica dell’arte medievale
Nicola Cimini già direttore del Parco Naz. della Maiella, Gruppo dei 30
Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore Beni culturali

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il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2017. «"Cosa possiamo fare se un luogo che amiamo non sa più prendersi cura di sé?" Cosa dovremmo fare, se questo luogo si chiama Italia?». (p.d.)

Giulio Tremonti, che sta ora lanciando con Vittorio Sgarbi un qualche loro rinascimento elettorale, passerà alla storia per qualcos’altro. Per una frase scolpita tra i Fatti e Detti Memorabili del berlusconismo: “Con la cultura non si mangia”. L’antico ministro del Tesoro sostiene di non aver mai pronunciato quelle parole, e possiamo anche credergli anche se, nei suoi anni al governo, a quel principio egli sempre si attenne, come a un Vangelo privato.

A lui risale, con la passiva complicità di Sandro Bondi, il dimezzamento del bilancio dei Beni culturali, le cui conseguenze ancora si sentono; a lui, con l’attiva complicità di Mariastella Gelmini, gli irresponsabili tagli ai bilanci di università e ricerca che costringono all’esilio migliaia di giovani ricercatori, accolti a braccia aperte in tutto il mondo, e a nostre spese (la formazione l’abbiamo pagata noi). E il degrado dei patrii costumi non si arresta: forse per mostrare che con la cultura si mangia, a Montepulciano il famoso paramento murario di palazzo Bucelli, che schiera in facciata decine di urne etrusche come biglietto da visita di un collezionista settecentesco, serve ormai ad appenderci salami e prosciutti. La foto, scrive l’egittologo Francesco Tiradritti, parla più di mille parole. Segnala una gerarchia, prima gli affari e poi gli etruschi; e mette in soffitta la storia sotto una coltre d’insaccati. Col permesso o col silenzio, s’immagina, delle “autorità preposte”. E sì che gli Statuti di Montepulciano del 1337 stabilirono chiaramente “che siano conservate e mantenute in buono stato tutte le strade pubbliche, e non sia permesso ad alcuno di occuparle abusivamente”, punendo severamente chiunque vi faccia per proprio vantaggio qualcosa d’improprio. I contravventori, proseguono gli Statuti (art. VI, 194) dovranno essere obbligati dal sindaco a riparare ogni danno.

La stessa identica gerarchia di valori (prima gli affari, poi la bellezza, l’arte, la storia, il paesaggio) governa dappertutto le scelte politiche. Per restare in Toscana, da poco il Comune di Viareggio ha annunciato l’intenzione di asfaltare una striscia al centro del parco urbano, a sud dello stadio dei Pini, creandovi un’ampia strada verso il mare. Contestata dalle associazioni ambientaliste, questa nuova viabilità distrugge una pista ciclabile e spacca in due il parco urbano che è tra le caratteristiche più amate e celebrate di Viareggio: definendola “asse di penetrazione”, i comunicati comunali fanno uso di una metafora a dire il vero assai più adatta a etichettare uno stupro. Ma a quel che scrive la stampa locale la decisione è presa, e le “categorie produttive” sono invitate a esultare. I ciclisti, forse perché improduttivi, un po’ meno.
Il bello è che questa lenta agonia delle nostre città e dei loro parchi si gioca in nome della bellezza e del turismo. Altro esempio toscano, Cortona. Un recentissimo film della regista americana Sarah Marder e di Olo Creative Farm (The Genius of a Place / L’anima di un luogo) racconta la storia assai istruttiva di questa meravigliosa piccola città, sul confine con l’Umbria, da quando un libro di enorme successo nel mondo anglofono, Sotto il sole della Toscana di Frances Mayes (con relativo film hollywoodiano), ne ha fatto la meta obbligata di un turismo di massa che rischia di distruggerne proprio quelle caratteristiche che fino a qualche anno fa la rendevano unica, attrattiva, piacevole. In questi giorni, il Touring Club Italiano ha scelto e lanciato questo film come rappresentativo di un processo di degrado che minaccia molte città italiane: “Di turismo si può morire. Succede quando una località piccola assurge per motivi diversi alla notorietà. Orde più o meno pacifiche invadono le strade di luoghi altrimenti tranquilli, qualcuno odora l’affare e inizia ad aprire ristoranti e negozi di souvenir a misura di turista, le case diventano b&b, le stanze vengono messe su Airb&B e interi palazzi vengono venduti a stranieri facoltosi che ci vivranno se va bene una settimana l’anno. Così il turismo, benedetto e cercato, finisce per essere tanto invasivo da snaturare l’anima di un luogo e compromettere il suo equilibrio: una quantità esorbitante di macchine e di rifiuti durante l’alta stagione, per esempio, insieme a un utilizzo eccessivo delle riserve idriche”. È quello che si è cominciato a chiamare over-tourism, per analogia con l’over-booking dei viaggi aerei: con la differenza che con l’over-booking qualcuno resta a terra, con l’over-tourism tutti salgono a bordo e la nave affonda.
La nave che affonda è la forma e lo spirito delle città: inseguendo le aspettative (vere o presunte) dei turisti, la qualità di vita dei residenti passa in secondo piano. Anzi, secondo una specie di pulizia etnica in base al censo, molti residenti non reggono più il gioco, e i centri storici si spopolano (Venezia in laguna ha perso 120.000 abitanti negli ultimi cinquant’anni, passando da 175.000 a 54.000). Intanto le periferie si gonfiano di pessime architetture, e i meno abbienti non hanno altra scelta che di andarci a vivere, rendendo il centro sempre meno “vero”, meno autentico, meno civile. E si diffonde l’idea che il futuro delle nostre città non è più (come negli ultimi tremila anni) la creatività e l’inventività dei cittadini, ma la loro abilità di servire i flussi turistici, chiudendo occhi orecchi e cervello a qualsiasi altro stimolo. Come si chiede Sarah Marder nel suo film, “cosa possiamo fare se un luogo che amiamo non sa più prendersi cura di sé?”. Cosa dovremmo fare, se questo luogo si chiama Italia?

Dario Franceschini è un ministro che ama molto gli annunci. Anche se la materia prima degli annunci non è molto consistente. Di recente ha convocato una Conferenza sul paesaggio anche se i piani paesaggistici co-pianificati, prima sotto Renzi e poi sotto Gentiloni, si riducono alla miseria di 3 appena su 20 e la Giunta di centrosinistra della Sardegna sta cercando di smantellare gli eccellenti piani salvacoste della Giunta Soru (pure di centrosinistra) coordinati da Edoardo Salzano nel 2004, attaccando pure frontalmente l’ottimo soprintendente sardo che si oppone a quel disastro. Sulla legge detta “sfasciaparchi” in discussione al Senato e che indebolisce palesemente i Parchi Nazionali non ha trovato mai il modo di emettere un accenno di critica e di difesa della valida legge-quadro Cederna-Ceruti del 1991 con la quale sono stati creati ben 19 Parchi Nazionali oggi semiabbandonati a se stessi quando non frammentati.

Ora il ministro per i Beni Culturali convoca un’altra presentazione per illustrare i grandi risultati ottenuti dai super-direttori dei primi Musei di eccellenza in termini di ingressi e di incassi. Va premesso che i dati statistici ministeriali sugli ingressi sono quanto mai nebulosi per effetto delle domeniche gratis che sembrano quantificate a spanne. Comunque, con tutti i vantati incrementi, le entrate dovute a ingressi e ad attività di valorizzazione, rappresentano soltanto al 9-10 per cento delle entrate ministeriali. Percentuale molto modesta. Forse per questo si vuole introdurre a forza (il Vicariato di Roma sino a ieri si è opposto) un biglietto di ingresso al Pantheon.
I super-direttori, soprattutto quelli stranieri, si sono prodigati nell’incrementare gli introiti a forza di sfilate di moda, di matrimoni fra i templi o nei palazzi ducali, di feste di compleanno di qualche potente, di banchetti di laurea, di altre iniziative che screditano soltanto l’arte e la cultura italiana. Sono idee davvero mirabolanti che qualsiasi Pro Loco di provincia poteva fornire gratis e non a 165-195mila euro lordi l’anno per direttore. Gli ultimi brillanti parti intellettuali dei superdirettori o dei direttori che credono religiosamente nell’ingresso salvifico dei privati nei nostri Musei, nelle Regge e nelle aree archeologiche sono la Zumba (sì, la Zumba) un ballo collettivo da crociera o da palestra, lanciato fra le mummie del Museo Egizio torinese, e gare di canottaggio nella grande vasca della Reggia di Caserta. Nell’ultimo caso senza aver pensato a ripulire dai rifiuti la vasca vanvitelliana, come hanno messo in evidenza gli stessi giornali locali. Ma si annunciano voli di mongolfiere e gare di tiro con l’arco, dopo aver valorizzato aperitivi, apericene, mozzarelle, vini e amari locali. E la montagna di ferraglia che ancora ingombra il Palatino, cioè il palco di “Divo Nerone” opera rock? Doveva far incassare al Ministero grasse royalties. Doveva essere il banco di prova della tesi secondo la quale i beni culturali possono diventare “macchine da soldi”. Invece è affogata nel ridicolo subito dopo la “prima” penosa rappresentazione. Un fallimento totale.
Ovviamente i superdirettori, nell’ansia di far soldi, hanno pure spinto a fondo il pedale del “mostrificio” sfornando mostre su mostre che non nascono da alcuna ricerca scientifica, ma vengono proposte insieme ai pacchetti turistici. Mentre dipinti italiani indubbiamente delicati (Raffaello, Caravaggio, ecc.) facevano il giro del mondo. In cambio di quali vantaggi? E la ricerca poi dov’è finita? Quella costa tempo e fatica, e l’amministrazione dei Beni Culturali è stremata, paralizzata da una sciagurata “riforma” che ha provocato aumento delle carte burocratiche, moltiplicazione di tanti istituto autonomi, caos, spesso paralisi. Quindi costi molto più elevati di gestione. Il Ministro ha mai raccolto l’opinione degli addetti sul campo in tutta Italia? No, la sua “riforma” è andata avanti fino all’ultimo senza un minimo di riflessione e valutazione generale. Tempo ne è passato e le disfunzioni risultano ancora moltissime. Ma, fatto inaudito, rimangono ignote al pubblico per il bavaglio antidemocratico che impedisce ai dipendenti di parlare, di esporre critiche, anche quelle più costruttive. Tutto deve andare bene. E invece non va bene per niente. Come è ampiamente documentabile. Basta soltanto vedere quali e quante sono state e sono le drammatiche carenze e i cronici ritardi nell’emergenza e nel post-terremoto di Amatrice e dintorni rispetto a vent’anni fa, al 1997. A quando una presentazione del ministro sull’argomento?
EMERGENZA CULTURA, Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore, Tomaso Montanari, storico dell’arte, Maria Pia Guermandi, archeologa, Vezio De Lucia, urbanista, Licia Borrelli Vlad, Adriano La Regina, Anna Gallina Zevi, Fausto Zevi, Pietro Giovanni Guzzo, Carlo Pavolini, Paola Pelagatti e Paolo Liverani, archeologi, Michele Achilli, Paolo Berdini, Pier Luigi Cervellati e Edoardo Salzano, architetti e urbanisti, Maria Rosaria Iacono, vice-presidente nazionale Italia Nostra, Anna Maria Bianchi, presidente del Laboratorio Carteinregola, Corrado Stajano, scrittore, Giovanna Borgese, fotografa, Francesco Mezzatesta e Giorgio Boscagli coordinatori Gruppo dei 30 per i Parchi, Andrea Emiliani, storico dell’arte, Giorgio Nebbia e Gianfranco Amendola, ambientalisti, Benedetta Origo, specialista di giardini storici, Gianandrea Piccioli, dirigente editoriale, Luigi Piccioni, storico dei Parchi, Jadranka Bentini, presidente Italia Nostra Bologna, Cristiana Mancinelli Scotti, Salviamo il Paesaggio Roma-Lazio, Luciana Prati, presidente Italia Nostra Forlì, Marina Foschi, architetto Italia Nostra, Franca Fossati Bellani, oncologa, Andrea Costa, ambientalista, Alfredo Antonaros, scrittore, Gianni Venturi, italianista, Chiara Frugoni, medievista, Paolo Baldeschi, docente di paesaggio, Lucinia Speciale, archeologa, Vincenza Riccardi Scassellati, storica dell’arte, Irene Berlingò, archeologa, Nino Criscenti e Pino Coscetta giornalisti, Gaia Pallottino ambientalista, Bernardino Osio, ambasciatore, già segretario dell’Union Latine. Mirella Belvisi Italia Nostra Roma, Elio Veltri saggista politico, Ornella Selvafolta, docente Politecnico Milano, Fernando Ferrigno, giornalista e scrittore.

la Repubblica, 26 ottobre 2017 «Benvenuti al gran luna park delle mostre inutili.Un saggio di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione attacca il sistema delle esposizioni blockbuster» (c.m.c.)
Vincenzo Trione e Tomaso Montanari, Contro le mostre, Einaudi.
Due piccoli scandali hanno agitato quest’anno il mondo delle mostre e dei musei: il primo è accaduto al Palazzo Ducale di Genova, dove la magistratura ha sequestrato alcuni quadri di Modigliani sospettati di essere dei falsi. Il secondo è il gigantesco palco costruito sui Fori romani (è ancora lì che svetta tra le rovine), per ospitare il più sciagurato dei musical, dedicato – guarda
l’originalità – a Nerone, e diventato il più colossale dei flop. Eppure bisogna ringraziare, evangelicamente, questi scandali: perché sono campanelli d’allarme dai quali dovremmo trarre, se ne fossimo capaci, qualche insegnamento. Non sono infatti semplici incidenti di percorso, ma le conseguenze di un modello, di un’ideologia che da qualche anno si è impossessata dell’art system di casa nostra.
E anche se di questi due casi non parla specificamente, il breve e polemico saggio scritto per Einaudi da Vincenzo Trione e Tomaso Montanari (un capitolo a testa, introduzione e conclusioni a quattro mani), descrive bene la malattia che attraversa il mondo dell’arte. Già il titolo è provocatorio: Contro le mostre. E lo è tanto più considerato che uno dei due autori, Trione, ha curato molte mostre in luoghi istituzionali, tra cui anche il Padiglione Italia alla Biennale di due anni fa. È un j’accuse che viene dall’interno del sistema e invita a non lasciarsi abbagliare dai grandi numeri del consumo culturale, dalla gara a chi espone di più, dall’incremento dei biglietti staccati nei musei e nei siti archeologici.
Troppe mostre sono sciatte, abborracciate, allestite in luoghi inappropriati. E soprattutto: inutili. Non aggiungono niente alla conoscenza dell’artista esposto. Puro spettacolo. La cultura si trasforma così in show business e quindi, come succede con il cinema, ha bisogno di divi: ci sono nomi in grado di attrarre grande pubblico, capaci di creare eventi blockbuster. Caravaggio, Leonardo, Van Gogh, Dalí, Picasso, sono – ad esempio – nella hit parade di questa Hollywood artistica. I poveri Correggio e Beato Angelico molto meno.
Sia chiaro che il lamento ha origini antiche. Cesare Brandi e Federico Zeri, già nel secolo scorso, scagliavano i loro strali contro l’eccessiva proliferazione di “queste bolle di sapone che lasciano dietro di sé praticamente il nulla”. Ed è un capitolo della lunga, infinita, polemica tra alto e basso, tra cultura pop e cultura d’élite, tra apocalittici e integrati. E però negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Sono cambiati numeri, soldi, profitti: l’arte è diventata sempre più un bene di consumo di massa, sono entrate in scena società private che investono e vogliono guadagnare, ad esse la mano pubblica appalta spesso tutto, anche la garanzia scientifica dell’esposizione. I risultati? Gli autori hanno gioco facile a prendersela con mostre come Tutankhamon, Caravaggio Van Gogh, la sera e i notturni dagli egizi al Novecento, che tre anni fa attirò grandi folle a Vicenza: basta il titolo per capire che era un clamoroso esempio di supermarket estetico, una specie di scaffale postmoderno dove esporre di tutto un po’. Ma ci sono anche mostre riconosciute come molto belle. Il punto però – per i nostri autori – è il metodo: se accogli esposizioni chiavi in mano, senza nessuna autorità culturale riconosciuta che pensi e guidi i progetti non puoi avere nessuna certezza sul risultato. Sei consegnato al caso. Per questo il sistema può produrre anche lo “scandalo Modigliani”. C’è una tendenza in atto, un cambio di passo, che trasforma sempre di più la produzione culturale in industria, anzi in business, con buona pace di Tremonti (quello che “con la cultura non si mangia”). Si mangia eccome, invece, ma potrebbe non essere un buon pasto. Montanari e Trione mettono la riforma Franceschini sul banco degli imputati, per aver diviso i musei in serie a e serie b, aver deciso di puntare tutto sui primi, e scommettere sulla loro “valorizzazione”. Parola che è vista come il fumo negli occhi. Perché nasconde non la tutela, ma “la messa a reddito del nostro patrimonio artistico”. “Messa a reddito” che può spiegare lo scempio del palco che si af- faccia sull’anfiteatro Flavio. La malattia riguarda anche l’arte contemporanea. Trione dedica pagine caustiche ai suoi vizi e alle mode delle varie Biennali del mondo che offrono spesso opere incomprensibili, ma capaci di muovere grandi capitali. Fanno l’operazione opposta e contraria a quelle delle mostre pop. Le prime si affidano a nomi sicuri, brand di successo e ad opere “facili”. Le seconde riescono a rendere di massa un culto esoterico le cui regole sono stabilite da pochi eletti: tanto che la Biennale di Venezia quest’anno sia stracciando tutti i primati. Viaggia alla media di oltre 25mila visitatori a settimana, superando tutti i concorrenti.
L’arte sta diventando, più che un campo di conoscenza, un totem sociale, un motore di mode e di eventi. E ha dato luogo a quella strana forma di show che potremmo chiamare arteinment: le grandi mostre digitali senza neanche un quadro ne sono la prova più evidente. D’altronde non siamo nella società dello spettacolo? Non siamo diventati, come sostiene Roberto Calasso nel suo ultimo libro, tutti, inevitabilmente, dei turisti, anche nostro malgrado? Se questa è la deriva, rimediare è difficile.
Certo, l’alternativa ai blockbuster, ai cinepanettoni dell’arte, non può essere – per restare alla metafora filmica – quella di una rete di raffinate mostre d’essai. Montanari prova a tracciare un decalogo per il buon curatore: le mostre devono servire alla ricerca, devono essere necessarie (”cioè non sostituibili con un libro o un articolo”) , devono offrire una nuova lettura delle opere e dell’artista, e via così. Sono tavole della legge assai rigide: solo un’esposizione su dieci supererebbe l’esame del nostro autore che, si sa, indulge alla severità. Chissà se – per fare un esempio – la mostra su Picasso allestita alle Scuderie del Quirinale, a Roma, otterrebbe la promozione. Offre opere magnifiche e una ricca sezione che documenta il viaggio in Italia, ma certo non dice niente di nuovo sull’artista più celebrato del secolo scorso: e d’altronde chi potrebbe ormai? Quindi forse non è scientificamente necessaria. Eppure quando vedi quei ragazzi in fila, pronti a pagare 15 euro (il doppio di un film) per passare una domenica pomeriggio con Picasso, pensi che invece sì, per loro è necessaria.

il Fatto quotidiano online, 22 ottobre 2017.Terremoti o beni culturali, suoli fragili o acque inquinate, dissipazione energetica o avvelenamento dell'aria, il discorso è sempre lo stesso: investire sulla prevenzione nn sulla riparazione dei danni

Quando piovono pietre, è tempo di distinguere tra i fatti e i sintomi. Il fatto è quello che è: un turista muore a Firenze ucciso da una pietra che gli cade in testa dal soffitto di Santa Croce. Possiamo sospendere il giudizio, in attesa che la magistratura accerti le responsabilità (se ce ne sono), ma non dobbiamo ignorare il sintomo.

La pietra che piove a Santa Croce si allinea infatti con troppi altri sintomi simili, che sono altrettanti segnali di un generale malessere della tutela dei beni culturali in Italia. Oggi Santa Croce, ieri Pompei, ma anche pezzi di Lungarno che franano nella stessa Firenze, il sito archeologico di Sibari allagato, il tempio greco di Caulonia che scivola in mare, il muro di contenimento degli Orti Farnesiani sul Palatino che si sbriciola, due chiese storiche di Pisa (San Paolo a Ripa d’Arno e San Francesco) chiuse al culto per anni onde evitarne il crollo; e così via. Storie di cui perdiamo rapidissimamente ogni memoria, e di cui nessuno tiene il conto. E se ci chiedessimo perché?

Il patrimonio culturale di cui l’Italia si vanta è enorme e prezioso, ma è anche antico e fragile. Richiede cure. Se pensiamo alla salute del nostro corpo, sappiamo che è meglio prevenire che curare, e non aspettiamo di essere colpiti da gravi morbi per correre ai ripari. “Prevenire è meglio che curare” è la regola d’oro anche per il patrimonio culturale, ma continuiamo a ignorarlo. Per misteriose ragioni, attrae di più la retorica del mirabile restauro, dell’intervento prodigioso che riporta in pristino il monumento o il quadro in disfacimento. Ma il più grande direttore nella lunga storia dell’Istituto Centrale per il Restauro, Giovanni Urbani, predicava invece, senza trovare molto ascolto, che meglio di qualsiasi restauro è la conservazione programmata: monitorare preventivamente lo stato di salute dei monumenti e delle opere d’arte, operando minimi, mirati interventi periodici che allontanino il rischio del degrado e il bisogno del restauro (intanto i Musei Vaticani hanno pubblicato da poco, in italiano e in inglese, un bel libro sulla conservazione preventiva, Come si conserva un grande museo di Vittoria Cimino [Allemandi]).

Ma la cultura della conservazione preventiva stenta a farsi strada. E le condizioni del Ministero dei Beni Culturali (bilancio e personale) non aiutano. Da quando il duo Tremonti-Bondi borseggiò il bilancio del Ministero tagliandone quasi la metà (2008), il Ministero è in coma, solo di poco ravvivato da qualche timida inversione di tendenza negli ultimi anni. Ma il grande tema della conservazione programmata è penalizzato non solo da quei tagli irresponsabili, ma anche da una concezione perversa della spesa pubblica nel settore. Secondo i Soloni che tengono i cordoni della borsa, tutto quel che vale come “manutenzione” va ascritto al capitolo “spese correnti” e non “d’investimento”; e la vana rincorsa alla riduzione del debito pubblico (che viceversa continua a crescere) ha provocato drastici tagli alla spesa corrente di tutti i ministeri. Ma la manutenzione, che so, dei corridoi del ministero dell’Economia (che è davvero una spesa corrente) è tutt’altro che la manutenzione del nostro patrimonio artistico e monumentale, che dovrebbe essere classificata tra i più preziosi, indispensabili, cruciali investimenti che il Paese può fare sul proprio futuro. Che da decenni nessun governo e nessun ministro voglia capirlo è un mistero insolubile. Questo errore di prospettiva, che scambia per spesa corrente quel che è invece un investimento essenziale, spiega come mai i fondi per la manutenzione ordinaria e straordinaria del Ministero dei beni culturali siano stati progressivamente tagliati, fino a giungere nel 2015 a meno di 13 milioni di euro (il 36% della programmazione totale); nel 2017 si è visto un incremento a 16 milioni (43% della programmazione totale), platealmente inadeguato alle dimensioni del nostro patrimonio e alla sua fragilità, destinata a crescere via via che lo si abbandona a se stesso. E dato che assai meno di metà della spesa è destinata alla tutela che è il core business del Ministero, chiediamoci: in che cosa si spende tutto il resto?

Come se non bastasse, la riforma Franceschini ha radicalmente indebolito le Soprintendenze territoriali, a cui spetta la sorveglianza capillare dei monumenti, concentrando ogni sforzo su un manipolo di “grandi musei”, e spostandovi una parte significativa dello scarso personale. La mancanza di turn-over nelle Soprintendenze è colpa dei governi degli ultimi vent’anni (almeno), e sembra preludere alla loro messa in liquidazione, che sarebbe in sintonia con la fatwa secondo cui “Soprintendente è la parola più brutta del vocabolario” (Renzi) e “le Soprintendenze vanno abolite” (Boschi). Un presidente del Consiglio che spara sugli organismi di tutela è l’anima gemella di un altro presidente del Consiglio, Berlusconi, che elogiò l’evasione fiscale: è dunque inevitabile che i due convolino a giuste nozze.

Franceschini, è vero, è riuscito a mettere a concorso 500 posti per l’organico del suo ministero; ma è il primo a sapere che fra il momento dell’annuncio e quello in cui i fortunati prenderanno servizio ci saranno stati ben più di 500 pensionamenti. Per ridare smalto e fiato alla tutela sul territorio, ci vuol altro: almeno cinquemila nuove assunzioni, per concorso e per merito ed esperienza, che diano una prospettiva di lavoro alle decine di migliaia di laureati in beni culturali che sostano in anticamera.

Se non si concepirà la spesa in beni culturali come un vero progetto di investimento sul più grande bene di questo Paese, e non si provvederà presto a massicce assunzioni, sul nostro sempre più desolato patrimonio continueranno, inesorabilmente, a piovere pietre.

la Repubblica, 20 ottobre 2017 Non era sindaco di Firenze quel tale he disse di aborrire le soprintendenze? e non era ministra dei beni culturali quello che promosse lo sfascio degli uffici statali per la tutela?
È straziante l’idea che si possa morire perché un destino incredibile e orrendo ti inchioda, nella frazione di secondo fatale, sulla traiettoria di un pezzo di pietra che si stacca da uno dei monumenti più importanti del mondo. E per commentarlo ci vorrebbe un filosofo, o un poeta o un prete.
Quel che, invece, uno storico dell’arte può aggiungere, almeno in questi primissimi momenti, sono solo domande.

Si è fatto tutto quel che si doveva fare, e che da secoli si fa, per tenere in piedi e in buona salute, la gran macchina di Santa Croce? La manutenzione, le verifiche, i restauri di quella porzione di architettura erano stati fatti? E, se sì, erano stati affidati alle ditte giuste, e quindi monitorati come si deve?

E ancora — allargando il raggio, e ovviamente senza pensare ad un rapporto di causa-effetto con ciò che è accaduto ieri -, ha senso che Santa Croce appartenga al Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, questa anacronistica istituzione che dovrebbe finalmente cessare di esistere, cedendo il suo straordinario patrimonio al Ministero per i Beni Culturali?

E ha senso che l’Opera di Santa Croce sia presieduta dalla stessa persona che presiede anche un centro dell’arte contemporanea come il Museo Pecci di Prato? Cioè, è giusto rivolgersi a professionalità manageriali, in sé magari ottime, ma del tutto sganciate dalla conoscenza di ciò che sono chiamate a guidare? È giusto che nel cda dell’Opera di Santa Croce (nominato dal ministro dell’Interno) siedano alcuni ex politici? O non sarebbe più ragionevole orientare queste istituzioni in senso tecnico, dedicando ogni energia alla conservazione e al valore culturale di questi monumenti?
Comunque si risponda a queste domande (che, tengo a ripeterlo, prescindono del tutto da questa singola tragedia, magari inevitabile) non c’è dubbio che oggi non abbiamo una sufficiente consapevolezza dell’importanza della manutenzione.

Solo per rimanere a Firenze, nel gennaio del 2012 venne giù un gran blocco dalla Colonna della Dovizia, nella centralissima piazza della Repubblica: una strage fu evitata per miracolo. E, nel maggio dell’anno scorso, fu un intero Lungarno a franare. Le nostre antiche città non vivono senza un continuo investimento nella loro manutenzione. Ma la manutenzione porta oggi pochissimo consenso a chi governa città e monumenti: e alla cura delle pietre si preferisce l’organizzazione di eventi.
Se vogliamo provare a dare un senso a questo evento atroce, non dobbiamo mai dimenticare che le cose antiche continueranno a illuminare il nostro cuore solo se noi ci cureremo del loro fragile corpo materiale.

la Repubblica, 13 settembre 2017. «Un partito di governo che proponga di mutilare i monumenti (per quanto nobile sia l’obiettivo finale) trasmette un messaggio di impotenza». (c.m.c.)


Il potere dei monumenti appare oggi inversamente proporzionale al potere della politica. Lo suggeriscono le dichiarazioni con cui vari esponenti del Partito democratico propongono di cancellare le iscrizioni dei monumenti fascisti. Ieri il deputato Emanuele Fiano ha espresso il suo consenso (poi derubricato a una meno impegnativa neutralità) rispetto alla proposta di Luciano Violante di abradere la scritta «Mussolini Dux» dall’obelisco del Foro Italico.

Il parallelo con quanto accade negli Stati Uniti non regge. Lì a chiedere, o ad attuare, l’abbattimento delle statue dei generali sudisti e dei politici schiavisti è una agguerrita opposizione civica che contesta un presidente che, in modo inaudito, simpatizza con quella terribile storia. È Trump, insomma, ad aver ridato forza e vita a quelle statue: e chi le abbatte cerca di abbattere Trump, almeno in effigie. Un fenomeno comprensibile, anche se pieno di contraddizioni e di pericoli, come ha ben spiegato Ian Buruma.
Ma da noi è, paradossalmente, il contrario: sono uomini del partito di governo a dichiarare di voler mettere le mani sui monumenti.

Ora, l’architetto Fiano e i suoi colleghi dovrebbero sapere che si tratta di monumenti tutelati dalla legge e dalla Costituzione repubblicana, e che dunque chi li manomettesse commetterebbe un reato. E, soprattutto, un partito di governo che proponga di mutilare i monumenti (per quanto nobile sia l’obiettivo finale) trasmette un messaggio di impotenza: di una politica ridotta a propaganda. Perché i governi democratici, a differenza di quelli autoritari, non praticano l’iconoclastia: essi hanno il dovere di utilizzare strumenti ben più potenti e appropriati.

Per esempio, si vorrebbe vedere rivolta contro i troppi gruppi dichiaratamente neofascisti o neonazisti anche solo una piccola parte della forza di polizia usata negli ultimi mesi contro i poveri, i marginali, i migranti. Prima ancora: il governo dispone di strumenti di intelligence, e credo che sarebbe ora di veder chiaro nelle sorprendenti ramificazioni e negli intrecci che legano non i monumenti di pietra, ma i neofascisti in carne ed ossa, ad ambienti insospettabili. Mi riferisco, per esempio, al pentolone scoperchiato dalla documentatissima inchiesta del collettivo di scrittori WuMing provocatoriamente (ma non gratuitamente) intitolata CasaP( oun)D. Rapporti con l’estrema destra nel ventre del partito renziano. Ed è ben noto che da inquinamenti di questo tipo non è esente il Movimento 5 stelle.

Dal governo di una Repubblica fondata anche sullo «sviluppo della cultura» e sulla «ricerca » ci si aspetta non la cancellazione delle scritte sui monumenti di ottant’anni fa, ma la costruzione di strumenti per leggere storicamente e moralmente quelle scritte. Il disinvestimento nella cultura e nella scuola, il sottofinanziamento dell’università e il loro orientamento sempre più professionalizzante rappresentano uno smantellamento della formazione alla cittadinanza, e dunque una distruzione dei veri anticorpi antifascisti.

Per rispondere al terribile fascismo fiorentino degli anni venti, Nello Rosselli progettava di fondare biblioteche per ragazzi in ogni quartiere della città, e mentre era chiuso in carcere Antonio Gramsci rifletteva sull’urgenza di dotare l’Italia di «servizi pubblici intellettuali: oltre la scuola, nei suoi vari gradi », quelli che « non possono essere lasciati all’iniziativa privata, ma che in una società moderna, devono essere assicurati dallo Stato e dagli enti locali (comuni e province): il teatro, le biblioteche, i musei di vario genere, le pinacoteche, i giardini zoologici, gli orti botanici». E non si pensa senza vergogna alla nostra attuale incapacità di costruire a Milano un vero Museo della Resistenza, cioè un grande centro di ricerca, capace di redistribuire conoscenza critica attraverso i canali più moderni.

Da un partito di governo dell’Italia democratica del 2017 non ci si aspetta, insomma, una propaganda iconoclasta, ma un progetto culturale che costruisca l’antifascismo attraverso la cultura: non la cancellazione delle contraddizioni storiche, ma la capacità di mettere tutti in grado di interpretarle. Non la finzione che il fascismo non sia stato: ma la forza culturale e morale per meditare «che questo è stato» (Primo Levi).

La Repubblica, 11 settembre 2017
«La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Dalla Costituente fino all’eterna battaglia esegetica intorno al dettato dell’articolo 9 della nostra Costituzione, il dibattito si è soprattutto concentrato sulla parola «Repubblica »: è lo Stato-persona (cioè lo Stato apparato centrale, in opposizione alle autonomie territoriali), o è invece lo Stato-ordinamento (cioè tutto il sistema istituzionale, ivi comprese le autonomie locali di ogni grado)?

In questi settant’anni (tra sentenze della Corte costituzionale, riforme del titolo V, statuti delle regioni) le risposte sono state diverse, e spesso contraddittorie. Si sarebbe potuto, dovuto, determinare un assetto giuridico che spingesse lo Stato e gli enti locali ad esercitare armonicamente il comune compito della tutela: costruendo insieme una maggiore, e non già una minore, tutela. Nei fatti è accaduto esattamente l’opposto, perché l’assedio giuridico e politico alla «Repubblica» dell’articolo 9 non è stato condotto in nome del diritto dei cittadini a una maggiore partecipazione nella difesa di questi loro beni comuni, ma, al contrario, in nome del consumo di quei beni da parte di amministratori infedeli: insomma, si è colpita la parola «Repubblica» per affondare la parola «tutela».
Ma l’elevazione costituzionale della tutela e della sua attribuzione a tutta la Repubblica ha anche un significato più profondo, quanto trascurato. Nel senso di vigilanza e impegno civile, dopo il primo gennaio 1948 essa spetta ad ogni articolazione della Repubblica: e cioè a ogni cittadino, alle istituzioni (come la scuola, o l’università), alle amministrazioni pubbliche di ogni grado o genere. E dobbiamo essere capaci di leggere in questa chiave i tanti conflitti che si innescano intorno al governo del territorio. È il caso dell’esemplare soprintendente della Sardegna meridionale Fausto Martino, che resiste al potere politico regionale fino ad essere accusato (senza alcun fondamento) di esorbitare dal proprio ruolo. Ed è il caso della archeologa precaria Margherita Corrado, che richiamando al proprio dovere una soprintendenza invece inadeguata esercita con coraggio la tutela nella difficile terra di Calabria, dove sono i clan malavitosi a guidare la devastazione di paesaggio e patrimonio. È il caso dei mille comitati italiani costituiti per salvare un pezzo del Paese a loro prossimo, e caro: a Rimini si presentano esposti in procura per difendere il Ponte di Tiberio, insidiato da assurdi lavori promossi dai poteri pubblici; in Veneto seicento cittadini sfilano in una fiaccolata per difendere il Castello del Catajo e il celebrato paesaggio dei Colli Euganei dalla colata di cemento dell’ennesimo ipermercato; a Cosenza un gruppo di intellettuali tenta disperatamente di far conoscere all’Italia il disfacimento infinito della superba città vecchia, culminato quest’estate in un incendio terribile per uomini e storia.
Si tratta di battaglie difficili, sia che si combattano contro forti interessi speculativi sia che abbiano il loro avversario nella inerzia delle amministrazioni. La loro sola possibilità di successo è incontrare l’interesse della stampa e dunque riuscire a colpire l’opinione pubblica. La politica dei professionisti ha sempre guardato con sufficienza a questo mondo, liquidato anche di recente con battute sprezzanti sui «comitatini » locali. È un grave errore, perché è anche — e ormai forse soprattutto — attraverso questa rete di cittadini che possiamo sperare di salvare la forma (naturale, artistica, culturale) dell’Italia. È attraverso questa spontanea e diffusa magistratura del territorio che la Repubblica, nonostante tutto, tutela.

«Bisognava scegliere “il meglio” in astratto, senza riguardo alla storia culturale e professionale dei prescelti, se davvero avevamo scelto il meglio, perché ora ce lo facciamo sfilare?». la Repubblica, 2 settembre 2017 (c.m.c.)

«Un brutto segnale». Il giudizio di Stefano Boeri, membro del comitato scientifico degli Uffizi, è azzeccato.Chi scrive ha un giudizio radicalmente negativo della riforma che ha portato Eike Schmidt a dirigere il più importante museo italiano. Ma è proprio chi crede in quella riforma che ora dovrebbe porsi alcune domande.Ci è stato detto che bisogna trattare i musei come aziende, scegliendone i direttori sul mercato internazionale. Ebbene, quale amministratore delegato di una grande impresa annuncerebbe — prima ancora della metà del mandato, e con la proprietà che incoraggia pubblicamente a progettarne un secondo — che abbandonerà quel posto per assumerne uno analogo presso un concorrente?

Ci è stato detto che bisogna scegliere “il meglio” in astratto, senza riguardo alla storia culturale e professionale dei prescelti. Se avevamo davvero scelto il meglio, perché oggi non ci viene portato via dal Metropolitan di New York o dal Louvre ma da un museo, che seppur meraviglioso, non è paragonabile agli Uffizi, nella carriera di un direttore? Più semplicemente: se davvero avevamo scelto il meglio, perché ora ce lo facciamo sfilare? Se concepiamo il sistema dei musei come una sorta di “calcio mercato” allora non dovremmo anche disporre dei soldi per tenerci stretti i “campioni” che abbiamo “comprato”? Il dubbio è che una riforma affrettata non abbia dato ai direttori gli strumenti, e la serenità, necessari ad attuare i cambiamenti largamente annunciati. Basti pensare alla sentenza del Consiglio di Stato che dovrà decidere sulla legittimità di alcune delle nomine dei direttori non italiani (con potenziali effetti a cascata su tutte, Uffizi inclusi).

A fare le spese di tutto questo rischiano ora di essere gli Uffizi: un museo, anzi un complesso museale, delicatissimo. Eike Schmidt ha attuato qualche cambiamento: da quello del nome ufficiale a quello delle tariffe d’ingresso. Ma soprattutto ha annunciato decisioni molto ambiziose: dall’attuazione dell’ormai storico progetto del nuovo ingresso al riordinamento complessivo delle collezioni. Si tratta di passi davvero molto impegnativi, ciascuno dei quali meriterebbe una profonda e serena discussione. Ma ora, dopo l’annuncio dato agli italiani dal ministro della Cultura austriaco, è legittimo chiedersi con quale autorevolezza, convinzione, credibilità tutto questo potrà essere attuato da chi ha già scelto di non legare il proprio futuro professionale al frutto del proprio lavoro.

il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2017

Come è noto, il nostro Parlamento sta procedendo da tempo, a colpi di fiducia, all’emanazione di leggi che tentano in ogni modo di favorire l’iniziativa economica privata, prescindendo dai limiti posti dall’art. 41 della Costituzione, il quale dichiara che l’“iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Con l’approvazione della legge annuale per il mercato e la concorrenza (art. 1, commi 175 e 176), avvenuta in data 2 agosto 2017, il Parlamento, non solo conferma oggi di non tenere in alcuna considerazione il citato limite della “utilità sociale” favorendo l’utilità dei mercanti di opere d’arte, ma, abbassando i limiti della “tutela” e rendendo maggiormente esportabili all’estero i nostri beni culturali, viene a intaccare addirittura la struttura stessa della nostra Comunità nazionale (art. 1 Cost.), della quale il “patrimonio artistico e storico” è parte integrante (art. 9 Cost.). Infatti in tali commi si prevede, al pretestuoso fine di “semplificare le procedure relative al controllo della circolazione internazionale delle cose antiche che interessano il mercato dell’antiquariato”, una sostanziale modifica dell’art. 10 del vigente Codice dei beni culturali e del paesaggio (Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42), stabilendosi che l’età minima che una cosa mobile o immobile deve avere per essere dichiarata bene culturale passa dagli attuali cinquanta anni a settanta, con ciò violando anche il diritto europeo che fissa in genere un’età minima di cinquanta anni.

Ne consegue la perdita immediata e diretta di tutti i beni culturali realizzati fra il 1947 e il 1967, di proprietà pubblica o di persone giuridiche private senza fine di lucro, che il Codice dei beni culturali e del paesaggio ha finora tutelato in virtù del combinato disposto degli artt. 10 comma 1 e 12 comma 1, nonché l’impossibilità di proteggere in futuro tutti i beni realizzati nello stesso torno di anni. Una perdita grave e immotivata causata da una norma introdotta al solo scopo di favorire i mercanti d’arte che non dovranno più avere un’autorizzazione (l’attestato di libera circolazione) per trasferire all’estero beni con meno di settanta anni. Si prevede inoltre che potranno essere esportati senza autorizzazione anche tutti i beni culturali più antichi che abbiano un valore commerciale, “autocertificato” da chi richiede l’uscita, inferiore ai 13500 euro.

In sostanza si sostituisce al criterio dell’“interesse culturale”, quello dell’“interesse commerciale”, rimettendo, per giunta, tale valutazione non più a un organo tecnico dello Stato capace di tutelare l’interesse della Comunità nazionale, ma a un singolo esportatore, il cui interesse è esattamente l’opposto dell’interesse pubblico. E ciò in pieno dispregio del criterio della “ragionevolezza”, di cui all’art. 3 della Costituzione (secondo la lettura che ne dà la giurisprudenza costituzionale) e, ancora una volta, del diritto europeo che vieta di considerare “merce” i beni culturali. Come si vede, la legge annuale per il mercato e la concorrenza ammette, per la prima volta nella storia e nell’ordinamento del nostro Paese, il discutibile principio secondo cui vi sono beni culturali legittimamente perdibili, solo perché ritenuti di scarso “valore economico”.

Nessun significato ha inoltre il riferimento di detta legge al registro delle operazioni che i commercianti di cose antiche o usate sono obbligati a tenere, per fini di “sicurezza pubblica”, ai sensi del Testo unico delle leggi di Pubblica Sicurezza (Regio Decreto 18 giugno 1931 n. 773), precisandosi che d’ora in poi esso dovrà avere “formato elettronico con caratteristiche tecniche tali da consentire la consultazione in tempo reale al soprintendente”. Tale registro, come rilevato in aula dalla Deputata Claudia Mannino, è stato infatti abrogato dal recente Decreto Legislativo 25 novembre 2016, n. 222 e, se anche fosse ripristinato in forma elettronica, servirebbe a ben poco, visto che non riguarda tutti i beni, ma solo quelli trattati dai mercanti d’arte, e non potrebbe in ogni caso contenere tutti i dati necessari al riconoscimento di una “cosa” come “bene culturale”, riconoscimento che, secondo i metodi di indagine artistica e storica, può avvenire solo con la visione diretta dei beni. (…)

Un vero e proprio scempio della Costituzione ai danni degli interessi del Popolo italiano, al quale vengono immotivatamente sottratti beni culturali di grande importanza e pregio, che avrebbero dovuto restare sul nostro territorio ad attirare quel mercato internazionale dell’arte che ora si incentiva a fiorire solo fuori dai nostri confini. (…)

E non si può passare sotto silenzio il fatto che questo affronto alla nostra Costituzione è stato reso possibile da un “emendamento” inserito al Senato su richiesta e pressione del Gruppo di interesse “Apollo 2”, che rappresenta case d’asta internazionali, associazioni di antiquari e galleristi di arte moderna e contemporanea e soggetti operanti nel settore della logistica dei beni culturali, come si legge in un trafiletto uscito su “Plus24” del Sole24ore, n. 667, del 13 giugno 2015.

Illustre Presidente della nostra Repubblica, siamo certi che Ella non vorrà firmare un provvedimento legislativo tanto costituzionalmente illegittimo, quanto dannoso per gli interessi fondamentali della nostra Comunità nazionale. E siamo certi che Ella non vorrà perdere questa occasione per far comprendere ai nostri politici che essi sono a servizio, non del mercato, ma della “Nazione”, come ricorda l’art. 67 della Costituzione.

*Gaetano Azzariti, Paolo Berdini, Lorenza Carlassare, Alberto Lucarelli, Paolo Maddalena, Tomaso Montanari, Salvatore Settis

». Il Fatto Quotidiano online, blog di Salvatore Settis, 30 luglio 2017 (c.m.c.)

Il diavolo fa la pentola, ma non il coperchio. La retorica governativa insiste sui successi e i traguardi di un’Italia che (si annuncia) è uscita dalla crisi, o sta per farlo, e marcia verso un radioso futuro. Poi però c’è la doccia fredda dei dati, gli indici di sviluppo corretti al ribasso, i rating severi, gli ammonimenti da Francoforte o da Bruxelles; segue una qualche correzione di rotta mescolata a rivendicazioni e proteste, come se chiunque sollevi dubbi sull’azione di governo sia complice di losche congiure. E, ciliegina sulla torta, la periodica esibizione di muscoli: Italia, patria della bellezza! della cultura! dell’ingegno! Grandi investimenti, straordinari progressi, miracolosi risultati.

Guai a chi dice che il ministero dei Beni culturali, o quello dell’Istruzione, disinvestono in tutela o in ricerca: qualcuno prontamente ricorderà che ci sono anche Regioni ed enti locali, a compensare; e insomma la spesa pubblica nel suo complesso, si predica, gareggia col resto d’Europa.

I soldi messi sul sapere continuano a calare

Ma stavolta la doccia fredda viene da Palazzo Chigi: l’Agenzia per la Coesione Territoriale, che dipende direttamente dal Presidente del Consiglio, ha diffuso il 24 luglio la sua relazione annuale, che analizza i flussi di spesa 2015-16 del settore pubblico allargato, disaggregandoli per aree geografiche e per settori. Per esempio, appunto, la cultura. È uno dei rari esercizi di riflessione sulle politiche pubbliche d’investimento e di spesa, ancor più interessante perché contiene un confronto inesorabile fra la spesa italiana e quella degli altri Paesi europei, e ricostruisce la serie storica degli interventi finalizzati allo sviluppo del Mezzogiorno in un periodo molto lungo (1951-2015). Dati nudi e crudi, raccolti con impeccabile professionalità da un osservatorio privilegiato. E la pentola del diavolo mostra tutte le sue crepe.

Scopriamo così che «nel settore cultura, nonostante alcuni recenti interventi volti ad affermare la centralità della cultura come motore per il rilancio socio-economico dei territori, gli effetti sui livelli di spesa continuano ad essere inesistenti», anzi «la spesa pro capite complessiva rimane invariata con tendenza al decremento», e nulla indica che «qualcosa è cambiato», come viceversa si pretende. «Quello in cultura rimane il più grande disinvestimento settoriale che si sia avuto in Italia negli anni 2000, certamente influenzato dalle politiche di contrazione della spesa pubblica, che tuttavia nella cultura hanno pesato più che in tutti gli altri comparti». Nel contesto europeo, «il confronto internazionale risulta impietoso: la spesa primaria per attività culturali e ricreative in rapporto al Pil risulta in Italia – nonostante lo straordinario patrimonio artistico e la ricchissima eredità culturale – decisamente inferiore a quella media dei Paesi Ue».

Già nel 2008, dopo la cura dimagrante firmata Tremonti-Bondi, l’Italia era il fanalino di coda, con lo 0,8% del Pil; nel 2015 abbiamo gloriosamente raggiunto lo 0,7%, penultimi in classifica (dopo di noi, solo l’Irlanda). E pensare che non solo la Danimarca e la Finlandia, ma anche Slovenia, Lettonia e Bulgaria registrano una spesa superiore al 2% del Pil, e quasi tutti gli altri Paesi europei sono comunque sopra l’1%. Anche la quota spese delle famiglie italiane in attività culturali e ricreative (6,6%) non è in linea con l’Europa (media 8,5%, con picchi oltre il 10% in Svezia, Olanda, Danimarca, ma anche Malta); meno che in Italia si spende solo in Romania, Portogallo, Grecia e Irlanda.

Queste cifre scoraggianti diventano ancor più deprimenti se andiamo a guardare le differenze fra Centro-Nord (71,2 % della spesa totale) e Mezzogiorno (28,8 %): quote significativamente sbilanciate in rapporto alla popolazione residente, sei punti-percentuale a sfavore del Sud. Eppure ci vien detto che asse delle politiche pubbliche è «il raggiungimento di una quota spesa nel Mezziogiorno superiore o almeno pari alla rispettiva quota di popolazione». Viceversa, «il crollo di tutta la spesa pubblica a finalità strutturale dal 2008 in avanti» ha pesantemente colpito il Sud, accentuandone il divario dal resto d’Italia.

È un divario che si è ormai radicato profondamente, fino all’attuale “disparità strutturale di dotazioni effettive e di servizi nel Mezzogiorno: i treni sono più vecchi e più lenti, la rete ad alta velocità costituisce solo il 5,6% della rete complessiva, la presenza turistica per abitante è pari a 3,7 contro i 7,9 del Centro-Nord, la distribuzione dell’acqua è irregolare per il 18,3% delle famiglie a fronte del 4,9% del Centro-Nord, i Comuni che dispongono di strutture per l’infanzia sono meno della metà che nel Centro-Nord”. In questo quadro desolante, si salva forse la spesa in cultura? No. «Il crollo è comune alle varie Regioni, ma nel Centronord si passa da 65 euro pro capite a 24, mentre nel Sud si passa da 43 a 18», e quanto alle decantate «risorse aggiuntive», i dati implacabilmente confermano che «le risorse aggiuntive sono risultate sostitutive della spesa ordinaria e settoriale».

Il disastro vero c’è da Roma in giù

Se possibile ancor più drammatico è il generale declino di ogni investimento nel Mezzogiorno, qui analizzato nella sequenza cronologica 1951-2015. I dati di spesa non lasciano spazio al dubbio: dallo 0,68% del Pil nel decennio 1951-60 si passa allo 0,85% negli anni Settanta, fino al crollo del quinquennio 2011-2015, quando gli investimenti calano allo 0,15%, anzi «negli ultimi anni raggiungono un peso inferiore allo 0,1 % rispetto al Pil». In altri termini, i nostri governi sembrano aver rinunciato a qualsiasi obiettivo di riequilibrio fra le diverse aree del Paese. Eppure, nelle previsioni del DPEF 2007-2011 si era stabilito su questo fronte un livello di investimenti ideale di almeno lo 0,6% del Pil, e comunque non inferiore allo 0,4%.

Sarebbe bello, in mezzo a tante discussioni su come ricomporre una sinistra di governo degna di tal nome, che dati come questi venissero discussi per costruire una piattaforma programmatica. E messi in tensione con altri dati, per esempio l’immensa evasione fiscale (la terza al mondo dopo Messico e Turchia) o la disoccupazione giovanile che ha il suo record europeo in Calabria (58,7%), superata solo dalle enclaves spagnole in terra d’Africa. O, per parlare di cultura, la carenza di politiche pubbliche indirizzate alle attività culturali degli immigrati: anche qui l’Italia brilla per un terrificante 55,5% di immigrati che nell’intero 2016 non ha partecipato a nessuna forma di attività culturale (dati Istat). Verrà mai il momento in cui il pulviscolo delle sinistre anziché discutere solo di alleanze e collegi elettorali vorrà accorgersi di quel che accade in Italia?

«Per eliminare i controlli, di fatto si elimina una parte dal patrimonio culturale nazionale». la Repubblica, articolo9, blogautore, 29 luglio 2017 (c.m.c)

In questo Paese parlare di politica non vuol dire parlare di cose, ma di formule. Non di vita reale, ma di logiche astratte. Non di giusto e sbagliato, ma di tattico e conveniente.

Per esempio: martedì prossimo ci sarà al Senato il voto definitivo sul famoso ddl sulla concorrenza. E siccome con ogni probabilità il governo porrà la questione di fiducia (abusandone ancora una volta) tutto coloro che sostengono il governo voteranno sì, salvo poi venire a spiegare che hanno 'dovuto' votare una legge in parte sbagliata. Dannosa, distruttiva. E scritta sotto dettatura della lobby dei grandi mercanti d'arte.

Alcuni senatori di Articolo 1 - Mdp hanno provato a presentare un ordine del giorno che impegnava il governo a rivedere l'articolo relativo all'esportazione dei patrimonio culturale, perché reca «evidente pregiudizio per la certezza del diritto, la parità di trattamento fra i cittadini, la tutela del nostro patrimonio culturale». Con un discutibile cavillo procedurale si è loro impedito di farlo, ma la sostanza resta. E la sostanza è che il ddl Concorrenza non rimuove alcun ostacolo al libero mercato dell'arte, ma invece elimina i controlli che lo Stato esercita su antiquari, galleristi e case d'aste in funzione dei compiti di tutela del patrimonio culturale demandatigli dall'articolo 9 della Costituzione.

Per eliminare i controlli, di fatto si elimina una parte dal patrimonio culturale nazionale stabilendo che alcuni beni che oggi ne fanno parte, domani non vi rientreranno più e dunque non dovranno più, fra l'altro, passare al vaglio degli uffici esportazione del Ministero per lasciare il territorio del Paese. Per esempio lo fa innalzando da 50 a 70 anni la soglia in cui un'opera d'arte è tutelata: la norma, di carattere generale, impatta sull'intero patrimonio culturale, non solo su quello che interessa galleristi, antiquari e case d’aste, visto che coinvolge anche i beni degli enti pubblici, delle fondazioni, degli enti ecclesiastici e gli immobili e che, soprattutto, non riguarda solo l'esportazione, ma tutte le attività di tutela.

Dopo che il ddl sarà approvato tutte le migliori opere di architettura, design, pittura, grafica, scultura, realizzate fra il 1947 e il 1967 da maestri quali Luigi Caccia Dominioni, Gio Ponti, Ignazio Gardella, Figini e Pollini, BBPR, Vico Magistretti, Marco Zanuso, Luigi Moretti, Carlo Mollino, Achille Castiglioni, Bruno Munari e perfino da Balla, Carrà, Fontana, Burri, Melotti, Morandi, De Chirico, Guttuso e molti altri saranno libere di essere demolite, distrutte, danneggiate, vendute, alterate, adibite a usi non consoni, restaurate e trasformate senza controllo, perché non più protette dal Codice dei Beni culturali.

E tutto questo solo per consentire che le opere d'arte realizzate fra il 1947 e il 1967 escano liberamente dal Paese! E poi c'è la famosa autocertificazione: basta che chiunque autocertifichi che un'opera che possiede vale meno di 13.500 euro e potrà esportarla. Cioè la volpe potrà autocertificare che la gallina che sta per mangiarsi è una gallina piccola piccola, davvero irrilevante per l'integrità del pollaio.

Uscirà davvero qualunque cosa: senza rischi per nessuno, visto che le autocertificazioni false non sono sostanzialmente punite. E l’uscita automatica riguarderà non solo le opere con meno di 70 anni ma anche tutte quelle che, indipendentemente da età e autore (che potrebbe anche essere Michelangelo, o Caravaggio) siano ritenute di valore economico inferiore ai 13.500 euro. Il valore sarà autodichiarato direttamente dal richiedente l'uscita, vale a dire da chi ha un interesse concreto e diretto a sottostimare il bene.

L'uscita automatica di beni in regime di autodichiarazione favorirà la circolazione internazionale di beni rubati, contraffatti, falsi, inalienabili perché appartenenti a enti pubblici o parapubblici che necessitano di permessi previ alla commercializzazione, staccati da monumenti, complessi architettonici e collezioni senza le dovute autorizzazioni, posseduti illecitamente perché scavati o rinvenuti sottacqua dopo il 1909, oggetto di frode fiscale, riciclaggio, operazioni finanziarie gestite dalla criminalità organizzata sempre più spesso adusa a investire nel mercato dell’arte del ‘900 e contemporanea. Insomma, rispetto a Dario Franceschini, Sandro Bondi ci sembrerà un eroe della tutela del patrimonio culturale, un paladino della Costituzione!

Bisogna dare atto a Claudia Mannino (ex 5 stelle) alla Camera e a Michela Montevecchi (5 stelle) al Senato di essere state le più coerenti e forti oppositrici di questa grave umiliazione dell'articolo 9 della Costituzione. Sarebbe bello che anche tutti i politici che si richiamano alla sinistra (come i senatori di Mdp) fossero altrettano forti e coerenti nella loro battaglia parlamentare.

Perché i cittadini non sono più disposti ad accettare la logica autoreferenziale del gioco politico: e credono che se un governo mette la fiducia su una legge che vìola platealmente la Costituzione non si possa in coscienza votare quella fiducia. Perché la Costituzione vale più di un governo. E perché sono Paolo Gentiloni e Dario Franceschini ad essere al servizio del patrimonio culturale della nazione: non il contrario.

«Il laboratorio sotterraneo ospita milioni di reperti. Ecco come un team di studiosi ricompone un puzzle che può rivelare nuovi scenari storici». la Repubblica, 25 luglio 2017 (c.m.c.)

La storia di Roma antica s’interpreta e, per qualche aspetto, ne viene rivisto il profilo economico e sociale in uno spazioso magazzino con i soffitti ribassati. È un deposito seminterrato, i tubi a vista, grande quasi mille metri quadrati sotto uno dei più chiassosi centri commerciali della capitale. Da un parcheggio si scende lungo una rampa, in fondo spuntano gli accessi per lo scarico merci, sulla destra, invece, ci sono una porta in ferro e accanto una saracinesca. Niente targhette, niente loghi. Anonimato.

È dietro quella porta che alloggia un laboratorio allestito dalla Soprintendenza Speciale di Roma. Sono ospitati oltre quattro milioni di reperti archeologici sistemati e catalogati in seimila cassette (si prediligono quelle dei pescivendoli, ma vanno bene anche quelle per le olive e per i pomodori). In uno stanzone una parte di oltre ottantamila frammenti d’intonaco color rosso cinabro, il rosso pompeiano, e blu egizio sono sistemati su un letto di polistirolo. Qui, recuperati gli attacchi fra un frammento e l’altro, si ricompongono i riquadri con paesaggi marittimi e i fregi di un affresco che decorava la parete lunga sessanta metri di una residenza aristocratica. L’affresco è databile al 40 d.C., ma la sua struttura architettonica non esiste più e in questo modo rinasce.

Questi pezzi, oltre alle anfore, i lucernari, il vasellame, i gioielli e le pietre dure, ognuno alloggiato su un supporto con il numero che lo identifica, e poi gli altri frammenti custoditi nelle cassette ordinatamente impilate l’una sull’altra e addossate alle pareti, tutto questo immenso lascito della Roma repubblicana e poi imperiale proviene da scavi in due piazze del quartiere Esquilino, piazza Vittorio Emanuele e piazza Dante. Lo scavo, compiuto fra il 2006 e il 2011, riprende quello realizzato da Rodolfo Lanciani a fine Ottocento, quando appunto fu costruito il quartiere Esquilino. Allora vennero identificati gli Horti Lamiani, una grande proprietà con costruzioni, un magnifico giardino e un frutteto appartenuta al console Lucio Elio Lamia (I secolo d.C.) e poi posseduta dagli imperatori, prima Tiberio, quindi Caligola.

Il deposito sotto il centro commerciale è ora la casa di quei milioni di reperti, in grandissima parte oggetti umili, recuperati in diversi strati archeologici, quindi appartenenti a un’epoca compresa fra il IV secolo a.C. e il IV d.C.. È forse il più grande deposito-laboratorio in Italia, un ambiente costantemente vigilato e dotato di sensibili allarmi. E di cui naturalmente non si può dare l’indirizzo. Al piano di sopra si riempiono le piazze dello shopping, qui lavora senza orari una pattuglia di archeologi che tutti i giorni scivola giù dal parcheggio senza dare nell’occhio. Tenuti alla riservatezza, si muovono discretamente, salgono a prendere il caffè al centro commerciale entrando da un ingresso laterale. Sono donne in prevalenza. Sono giovani per come si può essere giovani se si è precarie fra i trenta e i quarant’anni, tutte con laurea magistrale e dottorati di ricerca, master ed esperienze internazionali.

Contratti a progetto, compensi bassi e la tentazione ricorrente di mollare tutto e di dedicarsi ad altro, nonostante gli occhi brillino quando parlano di quel che fanno. I loro nomi: Donato Alagia, Simona Bellezza, Giulia Bison, Viviana Cardarelli, Marta Casalini, Silvia Fortunati, Diana Greco, Serena Guglielmi, Giordano Iacomelli, Barbara Lepri, Alessia Masi, Rosita Oriolo, Giacomo Pardini, Alessandra Pegurri, Nicoletta Saviane, Giulia Schwarz, Gabriele Soranna, Alessandra Vivona. Li coordina Antonio Ferrandes, un piede all’università l’altro anche lui nel precariato.

Non c’è niente di simile a questo deposito, spiega Mirella Serlorenzi, l’archeologa che per conto della Soprintendenza è responsabile di un lavoro che non si è concluso con lo scavo, come spesso accade in regime di archeologia preventiva (l’archeologia che si pratica non perché ci sia, a monte, un progetto scientifico, ma perché si realizzano trincee per una linea ferroviaria o per un’autostrada o fondazioni per un edificio).

Il cantiere edilizio che ha prodotto la scoperta di questi materiali è, a piazza Vittorio Emanuele, quello per la nuova sede dell’Enpam, l’ente previdenziale dei medici che sta anche finanziando, con quasi un milione, il lavoro archeologico. Serlorenzi e gli altri dell’équipe sono impegnati affinché questi reperti, gran parte dei quali sono scarti di distruzioni o di demolizioni, diventino parlanti e raccontino oltre a quella artistica una vicenda economica e sociale. Non è l’archeologia delle spettacolari scoperte (anche se viene la pelle d’oca davanti all’affresco ricostruito), ma della cura certosina per dare un senso a quel che il passato trasmette.

Si recuperano pezzi pregiati e si restaurano, una parte verrà musealizzata nell’edificio dell’Enpam, ma poi si restituisce alla città la conoscenza di come e perché si importassero certe ceramiche oppure si prediligessero produzioni locali, dei traffici commerciali con le province e poi con il nord Africa o con il sud della Francia. E si illustra che cosa volesse dire, per l’economia e la vita quotidiana, l’uso di certi materiali e di certe tecniche costruttive.

L’affresco che viene ricomposto, spiega Serlorenzi, è un modello pittorico al quale poi ci si ispirerà a Pompei. Ma di esso si studia anche il retro, per capire com’è fatta la malta, come viene preparata, se c’è o meno l’impronta di un’incannucciata. Quindi si indaga sui sistemi produttivi e sul loro retroterra. Ferrandes prende in mano il frammento di una ceramica: «Possediamo una base statistica eccezionale per le sue dimensioni che consente di illuminare la storia commerciale di Roma, di disegnare il raggio delle importazioni e di riempire alcuni vuoti, come quelli relativi alla fine del II secolo o all’inizio del IV, l’epoca di Massenzio e di Costantino». O anche, aggiunge Serlorenzi, di sfatare qualche vulgata che vorrebbe interrotta al IV secolo, con l’approssimarsi della caduta dell’Impero, l’effervescenza dei traffici commerciali, di cui invece questi frammenti attestano la sopravvivenza.

Nel deposito, poco più in là dell’ingresso, sono adagiate una serie di anfore. Servivano in parte per ospitare le radici degli arbusti che poi venivano interrate nel giardino evitando che crescessero oltre misura affinché le piantumazioni potessero comporre un disegno geometrico. Ma soprattutto servivano per trasportare vino anche pregiato e olio. Le anfore sono importanti per avanzare un’ipotesi di revisione della storia economica e sociale di Roma. «Non avevamo quasi attestazione di anfore prima dell’età augustea», dice Ferrandes. «Si riteneva che Roma si rifornisse dal suburbio utilizzando contenitori deperibili. Era considerato il segnale di una certa sobrietà di consumi e dunque di costumi. Ma ora, sotto piazza Vittorio Emanuele, ne abbiamo recuperate tante risalenti agli anni fra l’80 e il 60 a.C. Mostrano che anche allora si faceva uso di vini importati dall’Africa e dall’Oriente.

E che dunque al cives romano impermeabile alle seduzioni consumistiche si affiancavano anche personaggi appartenenti ai ceti aristocratici che a quelle seduzioni cedevano». Il lavoro nel magazzino prosegue. Le ipotesi di studio si accavallano. Ma il metodo resta ancorato all’idea che si debbano ricostruire non solo pezzi, anche storie. Sempre che il peso del precariato non si faccia troppo sentire.

Evviva, l’Unesco ha deciso di aggiungere alla lista del patrimonio dell’umanità altri due siti italiani: alcune faggete primordiali dell’Appenino e le opere di difesa della Repubblica veneziana, dalle mura di Bergamo alla meravigliosa forma di Palmanova. Così l’Italia raggiunge la cifra di 53 luoghi, e il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini esulta per un risultato che «consente al nostro Paese di mantenere il primato del numero di siti iscritti alla Lista e di esercitare un notevole ruolo nella diplomazia culturale nel contesto internazionale».
Benissimo. Ma prima di pensare alla diplomazia dovremmo forse pensare alla responsabilità che il mondo ci riconosce. Non c’è bisogno dell’Unesco per sapere cosa custodiamo, ed è terribile che nelle stesse ore in cui gioiamo arrivi la notizia del crollo che, nel Duomo di Acireale, ha seriamente ferito un bambino. Il sindaco ha amaramente commentato che «alcune delle nostre meravigliose e antichissime basiliche hanno bisogno di manutenzione straordinaria».
Ma la verità è che quella che non si riesce più ad assicurare è la manutenzione ordinaria: la sola che possa evitare disastri, e che se seriamente pianificata e opportunamente finanziata permetterebbe di risparmiare rispetto agli interventi in emergenza, e di creare occupazione.
Come sempre in Italia le emergenze dei terremoti svelano impietosamente le gravissime carenze strutturali: e così basta pensare che da otto mesi il mirabile crocifisso quattrocentesco di Johannes Teutonicus (per non citarne che un’opera tra centinaia) giace sotto la macerie della chiesa di Santa Maria Argentea a Norcia per capire che lo Stato italiano si è tolto di mano da solo gli strumenti per difendere, curare, tutelare questo famoso patrimonio dell’umanità.
Né si può pensare di rimediare ai tagli ormai decennali concentrando tutto il (poco) denaro e tutto il (pochissimo) personale sui celebrati supermusei, o sui grandi progetti eccezionali (tanto pericolosi anche sul piano della corruzione). Qualcuno ricorderà che il primo maggio del 2017 l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi annunciò l’attribuzione di un miliardo a questi grandi siti. Solo 150 milioni venivano riservati a quello che si continua a definire il “patrimonio minore”, e che è invece il 90% del tessuto storico e paesaggistico del Paese.
Allora Renzi andò in televisione, da Fabio Fazio, per esortare i cittadini a segnalare (alla mail bellezza@governo. it) i siti da salvare. Finito lo storytelling, tuttavia, nessuno si è chiesto cosa di concreto sia scaturito da quella brillante idea. La risposta è che sono arrivate 140.000 email, con la preghiera di curarsi di 7.540 monumenti, distribuiti in 3.197 comuni. Troppe perché qualcuno decidesse cosa fare: e così il 29 aprile scorso, a un anno esatto dall’annuncio, Renzi ha mestamente comunicato che «il sottosegretario Maria Elena Boschi con il vice segretario generale di Palazzo Chigi, Salvo Nastasi, stanno gestendo da qualche giorno il dossier che io avevo lasciato indietro». Entro il 2017 dovremmo riuscire a decidere cosa fare: figuriamoci poi quanto ci vorrà per farlo.
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