Non c'è proprio nulla di "vecchio" o di "nostalgico", come si sono affrettati a dire in molti, nella polemica sulla doppia sortita sul fascismo e su Salò di due uomini di prima fila della destra italiana al governo, il sindaco di Roma e il ministro della Difesa: né francamente è interessante sapere se è per fascismo istintivo, naturale, antico, che nascono queste bestemmie istituzionali, o per la nuovissima incultura repubblicana, europea, occidentale che domina il berlusconismo indisturbato e regnante.
Al contrario, quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere, dunque, non delle piccole beghe tra Storace ed Alemanno che secondo alcuni sono l'unico movente e la spiegazione pacifica e rassicurante di una rivendicazione congiunta fatta davanti ai simboli della Repubblica, e non a caso da due "uomini nuovi" (se così si può dire) proiettati in competizione sul dopo-Fini, nel grembo berlusconiano che tutto concede e nulla vieta.
Stanno perfettamente insieme, nel rozzo bisogno di riaggiustare l'identità della destra dopo 14 anni, l'esaltazione dell'eroismo cieco e patriottico (dunque ingenuo e storicamente "innocente") di Salò con la riduzione del fascismo ad esperimento di modernizzazione autoritaria, travolto solo da un "esito" incongruo e tragico dovuto all'errore dell'innesto nibelungico col nazismo, le leggi razziali e la guerra. Si chiarisce l'aspetto tattico della svolta di Fiuggi, per la fretta dell'arruolamento belusconiano e la necessità conseguente di un cambio rapido di parole d'ordine e di riferimenti politici: una svolta appunto politicista, nient'affatto culturale, e tanto meno morale e storica, come confermano gli esiti odierni.
E' facile, sotto il mantello, i numeri e la leadership altrui, diventare ministri e presidenti delle Camere. Più difficile diventare democratici convinti: e addirittura convincenti.
Nell'immaturità della svolta, due elementi appaiono soprattutto fragili, e tra loro collegati. L'orrore e la vergogna delle leggi razziali, insieme con la necessità di un accreditamento internazionale, hanno portato Fini e tutta la classe dirigente di An a periodizzare la loro presa di distanza dal fascismo dal 1938. Tutto ciò che è avvenuto in questo senso è naturalmente doveroso e positivo, a partire dal primo incontro tra Fini e Amos Luzzatto, presidente della comunità ebraica italiana, che "Repubblica" ospitò nel 2003 su richiesta dello stesso Luzzatto, perché il leader di An non poteva andare in Israele senza prima aver fatto i conti con gli ebrei italiani. E tuttavia questo forte passo in avanti (nell'assunzione di una responsabilità storica, e nel discostarsene, condannandola) ha un limite se resta isolato. Perché se non c'è una condanna del fascismo come regime ("antiparlamentare, antiliberale e antidemocratico" come disse Mussolini nel '25) si disconosce la sua stessa "natura", la sua opposizione al principio di uguaglianza attraverso l'elitismo da un lato e il razzismo dall'altro, e dunque si può separare - come appunto fa Alemanno - l'esito tragico del Ventennio dalla tragedia quotidiana che nasceva dalla sua stessa essenza liberticida, dal suo "odio per la democrazia", da quella che Turati chiamò l'"anticiviltà".
Non solo: concentrando il "male" del fascismo nel '38, la condanna di quel male si risolve in un atto di contrizione personale a Yad Vascem, come se l'orrore supremo dell'Olocausto assorbisse in sé tutti gli altri scempi della democrazia compiuti dal regime, ogni altro gesto di riparazione, ogni legittima aspettativa degli italiani che avevano subito torti, abusi, violazioni della libertà. A partire dall'assassinio di Matteotti, per il quale nessun post-fascista ha sentito il bisogno nell'anniversario, ottant'anni dopo, di esprimere una condanna dal palazzo del governo, dopo che dal palazzo del governo Mussolini aveva impartito l'ordine di ammazzare un deputato d'opposizione.
Questo limite ha tre ragioni evidenti. La prima è la mancanza di un'autonoma necessità democratica degli uomini di An a chiudere per sempre la storia del loro passato, assumendo non solo la democrazia come contesto imprescindibile della vicenda odierna, ma i costruttori della democrazia - a partire dalla Resistenza - come Padri di una Repubblica condivisa e accettata nei suoi valori e nei suoi caratteri fondanti, tradotti nella Costituzione. La seconda è il limite naturale del berlusconismo - una specie di autismo politico - che concepisce la sua grandezza nell'edificazione di sé e non nella costruzione di una moderna cultura conservatrice democratica e occidentale che il Paese non ha mai conosciuto, doroteo o fascista com'è sempre stato a destra. La terza è lo strabismo congenito degli intellettuali liberali e dei loro giornali, che non hanno mai incalzato la destra per spingerla a liberarsi dei suoi vizi storici e dei suoi ritardi culturali, risparmiando con avarizia ideologica evidente quel pedagogismo che per decenni hanno opportunamente dispiegato nei confronti dei ritardi e delle colpe del comunismo: e che esercitano ancora - naturalmente a senso unico - anche oggi che il comunismo è per fortuna morto ed è nata una sinistra di governo riformista.
Anzi, dovremmo dire che proprio le indulgenze della cultura italiana e del suo establishment compiacente, la permeabilità azionaria (salvo naturalmente la golden share berlusconiana) del Pdl dove contano solo fedeltà e rapporti di forza, non scommesse culturali e coraggio politico, la nuova predisposizione italiana verso il politicamente scorretto e il "non conforme", rendono possibile ciò che sta accadendo: non nel pensiero politico, che con ogni evidenza non c'è, ma nella prassi di governo della destra. E' come se il contesto italiano di oggi autorizzasse un passo indietro rispetto ai timidi passi avanti di più di un decennio fa.
Oggi, in questa Italia, è evidentemente possibile onorare Salò e rimpiangerla. Oggi è possibile rivalutare il fascismo, poi incespicare in una correzione travagliata costruita con due "non" ("comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario in Italia non significa non condannare...) per la difficoltà di dire con nettezza qualcosa di chiaro, di risolto, di comprensibile. Dire, soprattutto, cos'è oggi questa destra, in cosa credono i suoi uomini.
Bobbio aveva avvertito su questo possibile esito dello sforzo decennale del revisionismo per affermare un rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo: una nuova forma "aberrante" di equidistanza tra fascismo e antifascismo. E' ciò che stiamo sperimentando in questo inizio di stagione, nella distrazione italiana del dopo-ferie, in un Paese in cui il senso comune - con i suoi pregiudizi - si è sostituito alla pubblica opinione (con la sua consapevole capacità di giudizio), la sinistra è prigioniera della sua subalternità culturale prima che politica, manca un principio di reazione perché non è in campo un pensiero alternativo al pensiero dominante: mentre si allarga ogni giorno, per conseguenza naturale, quella che i vecchi sudditi sovietici chiamavano la capacità di "digestione" della società.
Ma lo stesso Bobbio avvertiva che alla base della repubblica (e probabilmente della sua tenuta nel lungo dopoguerra) c'era un sentimento civile condiviso: un'"idea comune della democrazia". E' ciò che oggi manca ed è la dominante della fase che stiamo vivendo. Proverei a dare questa definizione: in Italia oggi si contrappongono due diverse idee della democrazia. Non c'è bisogno di giudizi roboanti o di etichette improprie. È sufficiente guardare la realtà.
Da un lato c'è un'idea repubblicana, nazionale ed europea che potremmo definire di democrazia costituzionale, che si riconosce nello Stato moderno, nella divisione dei poteri e nel principio secondo cui la sovranità "risiede" nel popolo. Dall'altro lato c'è l'idea di una democrazia che potremmo chiamare demagogica, una sorta di autoritarismo popolare continuamente costituente di un ordine nuovo, quasi una rivoluzione conservatrice che sovverte l'eredità istituzionale mentre la governa: in nome di un populismo che crea se stesso come un potere sovraordinato agli altri, nella prevalenza della decisione rispetto alla regola, anzi nella teorizzazione della nuova libertà post-politica che nasce proprio dalla rottura delle regole, perché il nuovo mondo si gerarchizza spontaneamente nella subordinazione volontaria al demiurgo.
Ce n'è abbastanza (basta pensare ai richiami impliciti ma evidenti del futurismo, del dannunzianesimo, dell'irrazionalismo, del nazionalismo, della restaurazione rivoluzionaria) perché l'istinto fascista nascosto ma conservato voglia fare la sua parte, si agiti sotto la cenere di una fiamma mai spenta, chieda di partecipare al banchetto costituente di questa "destra realizzata" che cerca una forma compiuta in Italia, una definizione che vada oltre l'orizzonte biografico berlusconiano e il limite biologico del suo titanismo. Così come si capiscono le responsabilità di tutto questo. Si capisce meno, se questa è la partita, cosa faccia chi per definizione sta dall'altra parte del campo. Se questo, tutto questo è destra (qualcuno può ancora avere dubbi?) si può rinunciare ad essere sinistra, col Pd, sia pure sinistra finalmente risolta, e capace di parlare all'intero Paese? Non solo: quell'idea comune della democrazia - che in gran parte coincide con la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, dunque è di per sé "costituente" dell'identità civile del Paese - non si può declinare e costruire già dall'opposizione, con il rischio di scoprire magari che quel sentimento è già maggioranza nella coscienza dei cittadini?
C'è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l'8 settembre - l'8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l'elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent'anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E' rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E' fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace... Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del '94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli).
Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro - e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all'esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione - e degenerazione - del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale - di «regime», potremmo dire - dell'assetto istituzionale italiano.
Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo.
Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall'avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l'altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce...), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l'8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un'Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E' quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall'intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse - di contro - una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l'autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.
Domanda: il ministro di Giustizia, Angelino Alfano, e il suo scudiero Franco Ionta, direttore dell’amministrazione penitenziaria, sono due ingenui dilettanti allo sbaraglio o due ambiziosi furbacchioni che credono di poter raggirare tutti in tutte le occasioni? Se invento nuovi reati e nuove aggravanti; se inasprisco le pene; se faccio di ogni erba un fascio e cancello ogni ragionevole confine tra inciviltà, micro-devianza e criminalità (e anche tra i diversi tipi di criminalità). Se non punisco più il fatto, ma castigo l’identità, l’appartenenza ad alcune categorie di “umani” che giudico, di per se stesse, pericolose; se – in soldoni – penso di risolvere ogni problema sociale (dalla tossicodipendenza a quello – epocale – dell’immigrazione) con il diritto penale e la galera, non posso poi stupirmi se le carceri scoppiano. Se Alfano è in questa condizione, dovremmo chiederci se è l’uomo giusto al posto giusto.
Se invece, come crediamo, Alfano non è Alice nel Paese delle Meraviglie, il “piano svuota-carceri” che oggi propone è la prova concretissima del fallimento del modello securitario scelto dal governo per fronteggiare la “percezione d’insicurezza” che esso stesso alimenta irresponsabilmente da anni. Agitando la bandiera della sicurezza, la destra di Berlusconi ha costruito la sua credibilità e la vittoria elettorale.
Alla prova dei fatti, alle prese con la dura realtà di fenomeni complessi, getta la spugna escogitando un «piano» che, ancora una volta, mostra quanto sia contraddittoria la sua “visione”: Berlusconi ha votato l’indulto; è riuscito, in campagna elettorale, a cacciarlo sulla groppa delle responsabilità di Prodi e, ora che è al governo, se ne cucina un altro. Solo che non lo chiama indulto, ma «piano svuota-carceri».
Già basterebbe, ma non è il peggio. Il peggio è che Alfano vuole convincerci che il suo «piano» non sia uno slogan di marketing politico-burocratico, ma che serva davvero a qualcosa. In realtà, non serve a niente. È inattuabile e soprattutto inutile. È soltanto il tentativo, rispetto al peggio che incombe, di salvare la faccia, di liberarsi di ogni responsabilità futura. Alfano sa quale inferno sono oggi le carceri e che incontrollabile gehenna diventeranno nei prossimi due anni quando i detenuti in Italia diventeranno più di 70mila (in alcune previsioni, 73 mila) in un sistema predisposto per ospitarne 43 mila. Settantatremila persone ristrette l’uno sull’altro in celle sopraffollate, “chiuse” per venti ore al giorno. Alfano teme che, presto, le rivolte incendieranno i penitenziari.
Sa come i tumulti, già scoppiati in piccoli penitenziari (Trento), possono allargarsi ai più grandi (a Sulmona lo si è già visto) dove, nell’ora d’aria, due poliziotti penitenziari tengono a bada duecento detenuti alla volta. Alfano sa oggi, a prezzo di quali violenze, sia conservato un ordine che non si disintegra soltanto per la responsabilità dei detenuti e il sacrificio della polizia penitenziaria. Vuole soprattutto dirsi innocente per quel che può accadere o accadrà. La sua ricetta ha due medicine. Il braccialetto per i 4.100 italiani da “liberare” e l’espulsione per i 3.300 stranieri che devono scontare meno di due anni.
Ora il braccialetto elettronico, in Italia, è una boutade. La sperimentazione è stata catastrofica e dal 2005 l’uso di questi dispositivi è stato interrotto. Costano troppo (15 milioni l’anno per i 400 braccialetti da testare) e l’impresa non vale il prezzo: la centralina che conferma la presenza del detenuto in casa salta anche quando viene spolverata o sfiorata da un bambino; il meccanismo diventa muto se il detenuto si immerge in una vasca da bagno o scende in cantina con un fiorire di falsi allarmi che mobilitano senza costrutto le forze di polizia che non ne vogliono più sapere nulla di quell’aggeggio. Naturalmente la tecnologia potrebbe migliorare e permettere al detenuto, ad esempio, di lavorare o studiare. Ma a quale prezzo? Ai costi attuali dei braccialetti in dotazione, le casse dello Stato dovrebbero sborsare nei prossimi dieci anni, per i 4000 detenuti programmati, un miliardo e 500 milioni di euro. Ci sono questi soldi in cassa? Alfano sa che non ci sono.
Non è più concreta del braccialetto, l’espulsione per gli stranieri. Si dice che 3.300 stranieri devono scontare ancora due anni e possono farlo nei loro Paesi. È vero, così c’è scritto nella legge. Ma quanti di quei 3.300 devono soltanto scontare tre mesi, sei mesi? Le statistiche del ministero non lo indicano, ma il dato è importante perché l’iter di espulsione di un tribunale di vigilanza (non decide il ministero l’espulsione del detenuto straniero condannato in via definitiva) in media “prende” sei mesi di tempo. Quanti di quei 3.300 saranno già liberi prima che l’idea di Alfano si realizzi? Ammettiamo che tutti i 3.300 debbano scontare due anni e i tempi di espulsione siano coerenti, ci sono le risorse per accompagnarli nei paesi d’origine? I soldi non ci sono e, per quel che se ne sa, anche le espulsioni per via amministrativa del ministero dell’Interno sono ferme al palo per la sofferenza del bilancio.
Anche in questo caso, ammettiano che il bilancio della Giustizia consenta le espulsioni, è davvero economico rispedire a casa un neozelandese e due kazaki (nelle carceri italiane sono “rappresentate” 160 nazionalità)? E tuttavia ammettiamo ancora che la ricetta di Alfano (braccialetto più espulsioni) sia praticabile, come pensa il governo di impedire che non si crei, tra un anno, la stessa emergenza sovraffollamento di oggi? La questione è decisiva. Indirizzata alla “difesa sociale”, spesso manipolata nelle sue criticità, a danno del reinserimento e di ogni programma sociale, la politica securitaria del governo moltiplica soltanto le imputazioni, aggrava le pene e la detenzione, riduce le opportunità di libertà condizionata per una vasta gamma di reati e produce, senza alternative, soltanto nuovi detenuti in misura esponenziale. Per di più senza risolvere la questione sicurezza ché non c’è alcun rapporto tra il tasso di incarcerazione e la riduzione del tasso di criminalità. Su questo incidono, infatti, per gli studi più accreditati, i periodi di crisi economica e sociale, la variazione delle occasioni di guadagni illeciti, la variazione dei livelli occupazionali, il grado di legittimazione delle istituzioni politiche, economiche e sociali.
Dunque, la morale della favoletta di fine estate raccontata da Alfano e Ionta è soltanto una. Con gli slogan si possono forse vincere le campagne elettorali, ma difficilmente si governa un Paese: la destra di Berlusconi prima ha spaventato il Paese e, oggi, non ha uno straccio di idea né per rassicurarlo né per proteggerlo.
D’un tratto in politica s’accampa un Nuovo che scompiglia ogni cosa, che promette addirittura di ricominciare il mondo. Il Nuovo è il corpo del candidato, e non del solito candidato ma del candidato-donna. E neppure di una donna che ha speciali esperienze: quando i giornali americani scrivono che con Sarah Palin «è nata una stella» alludono a un candidato forte perché enormemente simile a tutte le donne e alla loro vita quotidiana, fatta di tanti bambini, tante famiglie accidentate. È la prima volta e questa formula («È la prima volta») ha le virtù d’un mantra: è un cumulo di sillabe che protegge con magica efficacia. Tutto sembra tramutarsi in mantra, non appena sul palcoscenico fa irruzione la biologia femminile: non intercambiabile con quella dell’uomo, perciò primeva, inaugurale. Nel rifare il mondo, la donna può anche ricorrere all’arma suprema, all’atomica che dissuade l’avversario azzittendolo. Mette in mostra, modernamente disinibita, quel che ancor ieri era intimo: la pancia incinta, dunque il rapporto primordiale con la vita e la morte. Giacché questa è la politica al grado zero: vita o morte, pace o guerra, tutto o nulla. Nella favola di Esopo erano le membra del corpo che si ribellavano alla pancia oziosa. Adesso fa secessione la pancia, reclama il primato assoluto.
C’erano una volta due corpi del Re - accadeva nelle monarchie medievali descritte da Kantorowicz negli Anni 50: il corpo mortale e quello eterno, santo, che raffigura l’istituzione e la Corona e s'incarna in questo o quel re. Ora s’aggiunge un terzo corpo: la pancia incinta che la donna politica, non senza cinismo, eleva come trofeo. La pancia della diciassettenne Bristol, figlia della candidata alla vice presidenza. O la pancia del ministro della giustizia Rachida Dati, in Francia. Un mistero circonda quasi sempre il Terzo Corpo. Il padre è figura secondaria: trascurabile nel caso di Bristol Palin, incerta per Rachida Dati. Il Mondo Nuovo non appartiene ai padri. In questi giorni in America è nata una santa, oltre che stella: il ventre immemorialmente è benedetto. Il corpo politico, chiamato per secoli body politic perché paragonato all’organismo umano, diventa body e null’altro, senza più i parafernali della politica.
In realtà quest’irrompere del corpo non è nuovo. Accadde all’inizio del ’900, quando si cominciò a paragonare le virtù dello sportivo con quelle dell’intelligenza o dello spirito. Robert Musil costruisce un romanzo su questa scoperta: improvvisamente l’Uomo Senza Qualità s’accorge che lo spirito del tempo (lo spirito della comunità) esalta il corpo come la cosa più autentica dell’uomo. Ulrich lo annuncia a Diotima, la cugina borghese che di autenticità è insaziabilmente affamata: «Dio, per ragioni che non ci sono ancora note, sembra aver inaugurato un'epoca della cultura del corpo; perché l'unica cosa che in qualche modo sostiene le idee è il corpo, cui esse appartengono». Aprendo il giornale, un mattino, Ulrich s’imbatte sulla vittoria di un «geniale cavallo da corsa». Il corpo (animale o femminile) ha occupato l'intera scena, divorando la genialità letteraria o politica: è diventato totem, simbolo soprannaturale in cui il clan si identifica. Basta dire corpo di donna ed è Mondo Nuovo, Moderno. Non importa quel che la donna fa: conta l'apparire corporeo, con cui il suo essere coincide perfettamente specie quando la pancia ne è sintesi e apoteosi.
Eventi simili non cadono dal cielo. Hanno antecedenti. In principio c’è un ammalarsi della politica, della democrazia, non per ultimo dei mezzi di comunicazione. Basta sfogliare i giornali, non solo in America, e si vedranno analoghe fatali attrazioni per ciò che è considerato autentico nell’uomo politico. In Italia non avremo forse l’infame curiosare su una diciassettenne incinta, ma lo spazio è egualmente invaso dal gossip, dalla cronaca rosa oltre che nera. Perfino la critica letteraria è spesso solo rosa. Attrae il privato dei politici, in particolare se donne. Si fruga nelle loro vite, nelle pance, come i rotocalchi che spiano divi e sportivi. Da tempo diminuiscono i giornalisti che indagano su altro che questo, con la stessa continuità. In Francia questa metamorfosi si chiama pipolisation: dai rotocalchi people emulati da giornali e tv. Il fenomeno concerne inizialmente sia uomini che donne. Sarkozy ha sfoggiato i propri matrimoni. Ancor prima s'è distinto Berlusconi: il corpo, i capelli, la prestanza fisica sono stati sue sciabole. I giornali si sono adattati al gusto del tempo, al finto realismo che inghiotte il reale.
La donna in politica tende a impigliarsi nella pipolisation: non fosse altro perché viene presentata come nuova e migliore in sé, a prescindere da quello che fa o pensa. Ségolène Royal era ineguagliabile in quanto donna, Hillary Clinton è caduta nella stessa trappola e ora si trova davanti la nemesi che è Sarah Palin. In Italia non è diverso. Di recente, Veltroni s’è augurato un direttore nuovo all’Unità. Non s’è soffermato sulla bravura o non-bravura del direttore Antonio Padellaro, sulla nuova linea che auspicava, sulla vecchia che esecrava. S’è limitato a proferire il mantra, lo scorso 25 maggio sul Corriere della Sera: «Ci vorrebbe una donna alla direzione dell’Unità». Senza spiegare in cosa consistesse l’ancien régime, disse che la rivoluzione era questa. Qualcuno ha commentato, con saggezza: Padellaro era un uomo, purtroppo.
McCain è tutt’altro che maldestro. Adopera la crisi della politica, della democrazia, dei media. Sa di poter contare sull’estensione del gossip, della cultura del corpo. La pancia della povera figlia di Sarah Palin e il corpo del neonato down ostentato nella campagna portano voti, perché riaccendono la guerra culturale che il populismo di destra conduce contro la presunta egemonia della sinistra. Gli studiosi George Lakoff e Thomas Frank denunciano da tempo, in libri e articoli, la fuga della destra nel falso realismo dell’autenticità e nel risentimento dei piccoli verso i forti. È una destra che s’è impossessata di molte bandiere di sinistra: la discriminazione delle piccole città, della povera gente, di chi «non è stato cooptato dall’élite cosmopolita», infine delle donne.
Obama è considerato elitario, cooptato: quindi cosmopolita, non genuinamente americano. Palin invece incarna il nuovo valore dell'Autenticità ed è contro tutte le élite, specie mediatiche. Alla convenzione repubblicana ha entusiasmato: «Ecco una notizia flash per tutti i reporter e commentatori - ha gridato -: vado a Washington non per strappare la loro buona opinione. Vado a Washington per servire il popolo di questo Paese. Non sono parte dell'establishment politico. In questi giorni ho presto imparato che se non sei parte dell’élite, alcuni media non ti considereranno il candidato qualificato». Il politico più seduttore oggi è un maverick: un cane sciolto, una personalità più che una persona. McCain è maverick e anche Sarah Palin perché - così pare - la donna in quanto tale ieri era mobile e oggi è maverick.
La vecchia guerra contro la sinistra dominatrice riprende, e permette a McCain di fingersi nuovo pur continuando Bush. Ma è guerra assai temibile, ricorda Lakoff su Huffington Post: i repubblicani la maneggiano perfettamente da quando Nixon, nel ’69, convocò la maggioranza silenziosa contro il Sessantotto. È guerra che seduce giornali e intellettuali; che ha fatto vincere Reagan e Bush jr. Viene rispolverata ogni volta che i repubblicani, pur di non evocare quel che hanno fatto, si gettano su valori che dividono la sinistra e la intimidiscono sino a incastrarla (famiglia, aborto). Anche l’uso delle donne serve a tale scopo. Se attacchi Sarah Palin sarai accusato di sessismo ed è massima ingiuria. Forse la candidata inciamperà; son numerose le sue azioni passate non pulite. Ma finché resta un totem è vincente, e inattaccabile.
Un osservatore spassionato che volesse descrivere quanto sta accadendo nella sinistra italiana in tutte le sue varie espressioni, da quella riformista a quella massimalista, dovrebbe servirsi della parola “implosione”. La sinistra sta implodendo, i suoi punti di riferimento non sprigionano più l’energia sufficiente a delineare una direzione di marcia, i fari non emettono più segnali di luce capaci di illuminare i lineamenti della costa e gli scogli che la cospargono.
Implosione ed entropia: dopo lo sforzo compiuto nella campagna elettorale e la sconfitta subita l’energia si è dispersa e degradata. Il secondo principio della termodinamica descrive questo processo che si applica non solo in natura ma in ogni entità organizzata e questo è anche il caso dell’opposizione politica e di quella sindacale. Le forze centrifughe prevalgono su quelle centripete. Il risultato è la frammentazione della sinistra e, al limite, la sua polverizzazione.
Il fenomeno potrebbe ancora essere arrestato? Difficile dirlo, ma certo il punto di non ritorno, la soglia oltre la quale il processo diventa irreversibile è molto vicino e questo si avverte con particolare intensità nel Partito democratico che essendo la forza più rilevante dell’opposizione è quella dove i fenomeni di decomposizione sono più visibili e suscitano i massimi contraccolpi.
Il presidente della Regione Lazio, che vuole entrare come azionista nella nuova Alitalia contro il parere del suo partito, ha detto l’altro ieri che il centralismo democratico è finito. L’ha detto con un senso di liberazione.
È vero, il centralismo democratico del vecchio Pci è finito da tempo e comunque i rappresentanti di istituzioni rispondono ai loro elettori prima ancora che agli organi del partito al quale appartengono.
La rivendicazione di questa autonomia istituzionale è un bene che non va sottovalutato, ma tra l’autonomia e il “liberi tutti” c’è una differenza di fondo quantitativa e qualitativa che non può essere ignorata. Diversamente il “liberi tutti” si trasforma rapidamente in un “tutti a casa” che è esattamente ciò che sta accadendo nel Partito democratico, in Rifondazione comunista e in tutto quel vasto elettorato che rappresenta il 40 per cento di elettori e che sta perdendo il senso dell’appartenenza nel momento stesso in cui perde di vista le finalità dell’azione politica e degli strumenti necessari per realizzarne gli obiettivi concreti.
Ho fatto altre volte il confronto con un fiume che rompe gli argini e si sparge nelle campagne circostanti. Quando questo fenomeno avviene le ipotesi su quanto accadrà subito dopo sono tre. La prima è che l’acqua del fiume rientri nel suo letto naturale e riprenda a scorrere come prima; la seconda è che si scavi un nuovo alveo e scorra con la stessa pendenza tra nuovi argini; infine la terza è che diventi palude, acquitrino infestato da miasmi e zanzare, luogo di caccia alle anatre che, ignare e indifese, starnazzano in cielo.
* * *
Il governo, la sua maggioranza e gran parte dei “media” cercano dal canto loro di accentuare questo processo di disfacimento dell’opposizione. In vari modi.
Uno di essi, il più frequentato, si svolge intorno alla parola “dialogo”. S’invoca il dialogo, si vuole il dialogo e se ne tesse la tela attraverso il dialogo con pezzi dell’opposizione o addirittura con singoli personaggi. «La sventurata rispose» scrive il Manzoni quando la Monaca di Monza parla con il suo amante e acconsente al rapimento di Lucia. Credo che nella maggioranza dei casi i personaggi che hanno accettato di dialogare siano in perfetta buona fede e non abbiano in animo di far rapire alcuna Lucia, ma non toglie che la polverizzazione d’un partito di opposizione passa anche attraverso pratiche che si prestano ad essere scambiate per trasformismo, quale che siano le intenzioni degli interessati, suscitando fenomeni analoghi e non sempre altrettanto innocenti.
Il vero punto in discussione sta proprio nella parola dialogo. A volte il lessico è lo strumento diabolico che Mefistofele usa con i vari Faust che cadono nelle sue grinfie. Si dovrebbe usare – come fa il presidente Napolitano quando tocca quest’argomento – la parola confronto. Walter Veltroni l’ha detto molte volte: il confronto tra forze politiche in un sistema di democrazia parlamentare avviene in Parlamento e alla luce del sole.
A quel confronto nessuno si può sottrarre a meno di non modificare la Costituzione. E il Partito democratico non si è sottratto, ottenendo in alcuni casi qualche successo. Per esempio nel caso dell’emendamento “blocca processi” che fu tolto dal decreto legge sulla sicurezza, auspice anche la presidenza della Repubblica che fece pesare con forza la sua opinione in proposito. E per esempio nel caso dei “rom” e del “censimento” dei loro bimbi, più volte annunciato dal ministro Maroni a beneficio dei suo elettori leghisti ma poi abbandonato anche per le pressioni della Commissione di Bruxelles e del Consiglio d’Europa.
Il confronto parlamentare avviene tra forze politiche e non tra singoli personaggi e questa è la sostanza della democrazia parlamentare. Certo un partito non vive soltanto in Parlamento: vive, dovrebbe vivere, nel Paese, sul territorio, elaborando programmi specifici e concreti all’interno di una visione complessiva del bene comune e delle regole che ne scandiscono il funzionamento.
Questa presenza politica e questa elaborazione culturale sono gli aspetti manchevoli che abbiamo segnalato; a causa di questa assenza o presenza troppo debole i fenomeni di implosione, frammentazione, dialogo di singoli con lo schieramento avversario, si moltiplicano con diffuso gaudio del governo, della maggioranza e dei “media” consenzienti e addirittura dediti al picconamento dell’opposizione.
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Ho accennato all’intenzione del presidente della Regione Lazio di entrare come azionista nella compagine societaria della nuova Alitalia (Cai). Se il suo desiderio fosse accettato dagli azionisti della Cai la privatizzazione di Alitalia subirebbe uno strappo a favore di un ente locale interessato a “tutelare” le sorti dell’aeroporto di Fiumicino. Lo stesso Marrazzo ha auspicato un analogo ingresso del presidente lombardo Formigoni a tutela degli interessi dell’aeroporto di Malpensa.
C’è qualche cosa di storto in questo modo di ragionare. Se gli enti locali sul cui territorio operano aeroporti importanti dovessero far parte della Compagnia di volo dovrebbero entrarvi anche Napoli, Palermo, Bari, Venezia, Bologna ed altri ancora. L’assemblea della società diventerebbe una stanza di compensazione di interessi contrapposti con tanti saluti alle regole del mercato.
Ma una stanza di compensazione tra interessi forti la nuova Alitalia lo è già. Non a caso il senatore Luigi Zanda ha scritto una lettera pubblica e formale al presidente dell’Antitrust segnalando i macroscopici conflitti di interessi di alcuni azionisti della Cai, in particolare i Benetton, i Riva, gli Aponte e parecchi altri. Sarà interessante vedere come si comporterà l’Antitrust su una questione così delicata.
Quale dovrebbe essere la funzione del Partito democratico, posto che il trasporto aereo è un tema di rilievo nazionale sul quale una forza politica ha pieno titolo di esprimersi?
Credo che il Pd – come ogni altro partito – debba dire la sua sulla privatizzazione della Compagnia, sui molteplici conflitti di interesse presenti nella nuova società, sul piano industriale, sugli oneri che esso comporta per la finanza pubblica. Il problema degli esuberi è una derivata del piano industriale, come correttamente sostiene la Cgil.
È pacifico per tutti che in tempi di globalizzazione non esiste la possibilità di una società di trasporto aereo che non sia inserita in un “network” internazionale, a meno che non si tratti d’un vettore esclusivamente locale, con una piccola flotta di aerei e pochi dipendenti. Ma questo non è il caso dell’Alitalia.
I network interessati a livello europeo sono tre: Air France-Klm, British, Lufthansa. I tedeschi vedono in Alitalia uno strumento per aprirsi la strada verso l’Africa e l’Asia. I francesi e gli inglesi questa apertura ce l’hanno già e vedono in Alitalia un contenitore di passeggeri. Trenta milioni di passeggeri che negli anni saranno destinati a raddoppiare se inseriti in un quadro di ben altre dimensioni.
Quanto ai nuovi azionisti della Cai, realisticamente essi sanno che gli utili della Compagnia saranno assai magri nei primi cinque anni; non è quindi per la profittabilità dell’impresa che essi hanno deciso di impegnarvisi. Tantomeno per sentimenti patriottici, lodevoli ma estranei ad un piano industriale.
I soci della Cai, tutti ad eccezione di Colaninno, hanno interessi extra-Alitalia da promuovere e tutelare e questa è già una buona ragione per metter nel piatto un “cip” e sedersi a quel tavolo. Ma ce n’è un’altra di ragione: far nascere una nuova Alitalia, ripulita da tutte le croste accumulatesi durante gli anni. La ripulitura non costerà nulla alla Cai, la fa Fantozzi a spese dello Stato.
Una volta compiuta la ripulitura, Alitalia possiederà una flotta di media importanza, una serie di diritti di volo soprattutto sul territorio nazionale e un pacco-passeggeri di trenta milioni di unità destinate ad aumentare fino al raddoppio. Il conto economico, l’abbiamo detto, darà risultati magri, ma il valore patrimoniale di una società ripulita a dovere sarà notevolmente più elevato: dopo il 2011 la Cai potrà valere a dir poco un quarto in più rispetto al patrimonio di partenza. A quel punto gran parte degli attuali azionisti, che non hanno alcun interesse per il trasporto aereo, usciranno dall’affare realizzando cospicue plusvalenze. A spese dello Stato e dei contribuenti.
Questo è l’affare Alitalia, questa è la logica del mercato e questa sarà la soluzione finale della compagnia aerea italiana. Colaninno, che buon per lui non ha conflitti d’interesse in questa vicenda, probabilmente resterà a guidare la sezione italiana del “network” internazionale nelle cui capaci braccia si spegnerà la cordata tricolore.
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Ci sono molti altri temi di confronto tra maggioranza ed opposizione: la sicurezza, la giustizia, l’istruzione, la sanità. L’uscita dei partiti dalle Asl e dalla Rai e il riassetto dell’azienda televisiva. Il federalismo fiscale. E naturalmente le riforme costituzionali, legge elettorale compresa.
Il luogo del confronto è il Parlamento dove contano i voti ma conta anche il consenso che i partiti si guadagnano nel Paese con la loro presenza, le loro proposte, i loro programmi, i valori dei quali sono portatori.
Se la crisi della sinistra e in particolare del Pd è l’appannamento della leadership, conviene dunque concentrarsi su questa questione e risolverla. Bisogna contemporaneamente costruire il partito sul territorio, risollevare l’animo e l’impegno degli elettori, dare forza al vertice del partito, utilizzare l’esperienza dei cosiddetti senatori del Pd portando però nella prima linea operativa una generazione di giovani da addestrare e a cui affidare a tempo opportuno la guida.
Nelle aziende e nelle banche di grandi dimensioni questo schema si chiama “duale”, un consiglio di sorveglianza e un consiglio di gestione; nel primo stanno i saggi, nel secondo gli operativi. Forse uno schema del genere non si adatta ad un partito politico ma può comunque essere adatto a suggerire una soluzione adeguata.
C’è pochissimo tempo per riprendere la marcia. L’opposizione scricchiola, la gente si disimpegna, le rivalità interne si incistiscono. Bisogna spezzare questo circuito nefasto.
Credo che la responsabilità di riaccendere le luci d’una casa abbuiata incombano su Veltroni. Del resto è lui il segretario in carica. Decida e operi, chiami a raccolta tutti coloro che in quel partito ci credono ancora e cammini insieme a loro con idee precise e chiaramente enunciate.
Chi vuole dialogare con l’avversario a titolo personale non è un traditore. Può essere un ingenuo. Oppure un vanitoso. Comunque, se vuole farlo lo faccia a proprio rischio senza pretendere di rappresentare un partito perché l’ingenuità e la vanità possono condurre al disastro una forza politica.
Per il lettore giovane. Il “centralismo democratico” è il termine che designa il sistema di decisione-azione che ha caratterizzato il Partito comunista italiano, e altri partiti di matrice leninista. In base a quel sistema la discussione che precede le decisioni è aperta a tutti gli iscritti, nelle varie sedi di quel partito, la decisione è presa a maggioranza e poi, una volta decise le posizioni e le azioni, queste sono rispettate da tutti. La pratica del “centralismo democratico” ha come postulato il carattere elettivo di tutte le istanze decisionali.
L’Europa assolve il governo italiano perché fortunatamente non ha fatto quel che in ripetute dichiarazioni pubbliche il suo ministro degli Interni si era riproposto di fare: la raccolta generalizzata delle impronte digitali di tutti gli abitanti dei campi nomadi, compresi i bambini.
La lettura del rapporto inviato il 1° agosto da Roma a Bruxelles ha dato modo di verificare le modalità del censimento nei campi nomadi e – si badi bene – «di correggere tutte le misure che potevano dare luogo a contestazioni». Limitando «solo a casi estremi» il rilievo dei dati dattiloscopici dei bambini, quando siano «strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione».
L’Italia evita così il disonore di un richiamo comunitario alle più elementari regole di civiltà, e non possiamo che gioirne. Senza dimenticare però l’insistenza con cui Roberto Maroni, fra giugno e luglio, aveva più volte sottolineato la necessità di prendere le impronte dei bambini rom. Quando il suo annuncio sollevò le prime contestazioni, il ministro rincarò la dose: lo facciamo per il loro bene, solo così li sottrarremo allo sfruttamento dei genitori criminali. Infine, dopo un voto del Parlamento europeo e le perplessità manifestate dagli stessi prefetti incaricati di applicare il provvedimento, la raccolta delle impronte è stata derubricata a extrema ratio. Ma silenziosamente, alla chetichella, lasciando che fra i cittadini esasperati continuasse a circolare la certezza di un governo che non si lascia commuovere da quelle manine, viste troppe volte frugare nelle tasche e nelle borse dei malcapitati.
La genericità con cui il censimento e la nomina dei Commissari prefettizi è stata riferita a non meglio precisati “campi nomadi”, ha consentito di aggirare l’accusa di discriminazione su base etnica o religiosa. E nel frattempo gli altri ministri del governo Berlusconi, seguiti dai sindaci più fantasiosi, sono subentrati con una raffica di ulteriori emergenze, tutte da affrontare con la divisa e tutte ispirate al medesimo principio: abbiamo vinto nettamente le elezioni e dunque procediamo al ripristino del principio di autorità. Dopo i rom viene il turno dei clandestini, dei fannulloni, dei cattivi in condotta. E siccome gli annunci di tolleranza zero si nutrono dell’innovazione linguistica, diventa importante anche cambiare il nome alle cose: i Centri di permanenza temporanea diventano Centri di identificazione e espulsione, così come i poveri amministratori locali deprivati dell’Ici potranno consolarsi fregiandosi di una simbolica stella da sceriffo.
Era prevedibile che l’opinione pubblica manifestasse forte sintonia – finalmente! – con l’annuncio della fine del lassismo. Pur senza illusioni sul ripristino della sicurezza pubblica: intanto accontentiamoci che le autorità politiche indichino per nome e cognome le categorie colpevoli, ponendo fine all’indulgenza. A cosa serve lo Stato se non, innanzitutto, a sorvegliare e punire? L’integrazione, il recupero, l’assistenza, sono lussi che possono permettersi solo i privilegiati. Le culture solidariste sono ferrivecchi destinati alla discarica, insieme alla sinistra.
Per questo il presidente della Camera viene trattato come un guastafeste quando conferma il suo orientamento favorevole a riconoscere il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da un congruo numero di anni sul territorio nazionale. I suoi stessi compagni di partito hanno liquidato con malcelato fastidio come “opinione personale” la sua apertura alla proposta di Walter Veltroni. Ma come? Proprio ora che otteniamo il via libera pure dalla Commissione europea, tu vieni a romperci con i diritti degli immigrati (vincolati ai doveri, ça va sans dire)? Prima ancora di Berlusconi e Maroni è il coordinatore di An, Ignazio La Russa, a precisare che «per noi la priorità resta la lotta all’immigrazione clandestina». Come se fosse plausibile un contrasto efficace dei residenti senza documenti validi che non contempli certezze di diritti riconosciuti: ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno validi anche per chi ha provvisoriamente perduto il lavoro, voce in capitolo sulle scelte amministrative nel luogo in cui si risiede da anni, procedure codificate di accesso alla cittadinanza italiana, luoghi di culto dignitosi e adeguati.
Tutto ciò, e non solo il diritto di voto alle elezioni amministrative, resta fuori da un programma di governo che viceversa ritiene di trarre legittimità da una cultura di sottomissione degli immigrati alla comunità nazionale. Una comunità che non può fare a meno della loro manodopera ma che al tempo stesso si dichiara satura e priva di risorse sufficienti alla loro graduale integrazione.
L’Italia cristiana che ritiene di avere già fatto troppo nel campo dell’accoglienza, incapace di commuoversi davanti agli annegati e infastidita da chi nomade non lo è certo per vocazione, trova nei suoi governanti – tornati detentori dell’autorità – gli inconsapevoli fautori di un pensiero antico. Basta leggere La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa, del compianto Bronislaw Geremek (Laterza), per notare il recupero in atto di certe dottrine medievali: distinguere i “poveri vergognosi”, caduti in disgrazia nell’ambito della nostra comunità e dunque meritevoli di pubblica compassione, dai forestieri vagabondi e parassiti, indegni di ricovero e elemosina, tanto meno di diritti.
Rischiamo una regressione culturale da cui non ci salverà la benevolenza dell’Ue. Perché l’ingiustizia nei confronti dei più deboli prima o poi genera conflitti, e allora le aspettative suscitate da un governo miope moltiplicheranno il rancore sociale.
Vedi anche gli articoli di Eugenio Scalfari, Giuseppe De Rita, Luciano Gallino e Nadia Urbinati , Furio Colombo, Ilvo Diamanti e Massimo L. Salvadori
Ha inizio questa sera a Torino la nuova edizione di Sbilanciamoci , la sesta. Negli anni scorsi, e sempre all'inizio di settembre, le riunioni si sono svolte a Napoli-Bagnoli, Parma, Roma-Corviale, Bari, Venezia-Marghera. Un giro d'Italia che nella sua follia aveva un certo metodo. Il metodo, nel girovagare di Sbilanciamoci , è quello di piantare le tende del movimento in un punto particolarmente caldo della discussione pubblica, come la Parma di Parmalat o la Marghera del Nordest dei misteri. E di chiamare a discutere di fronte a una platea, troppo spesso emarginata - un voto ogni due o tre anni e basta - un gruppo di tecnici, (urbanisti, sociologi, economisti, politici, medici, ingegneri, sindacalisti, ecc. ecc.) non necessariamente rossi, ma certamente esperti.
Se ne è accorta per esempio Rosi Bindi che l'anno scorso a Marghera , da ministro del governo Prodi, ha esordito così: «Sono onorata di essere qui, a Cernobbio non mi hanno mai invitato!... La fatica più grande è accettare il confronto con un'idea alternativa di economia, di sviluppo, di benessere. Ma rimettere in discussione i modelli acquisiti, e che hanno mostrato crepe, non dovrebbe esssere il senso profondo della politica, anche quando si costituisce un partito nuovo?» Già, il partito nuovo. Bindi lotta per la leadership di uno di essi e indica quel che dovrebbe essere il senso profondo della politica, il programma del suo partito. Ma sarà sconfitta. Bindi osserva serenamente che a Cernobbio non l'hanno mai invitata e coglie subito il punto.
Cernobbio , la sede dello studio Ambrosetti che invita pensatori, politici e polemisti di moda a esibirsi di fronte alla crema del paese è stato per sei anni il riferimento di Sbilanciamoci , il suo alter ego: tutto quello che è ingiusto, escludente, privato è raccolto lì. Mentre a Cernobbio «vengono presentate le ricette più tradizionali dell'ideologia neoliberista (privatizzazioni, riduzione del welfare, precarizzazione del lavoro, supremazia del mercato, allentamento dei vincoli ambientali) nei Forum di "Sbilanciamoci" si vogliono far emergere vie ed esperienze diverse e alternative di sviluppo economico basato sulla protezione e sul rilancio del welfare, le regole e i diritti del lavoro, il positivo ruolo delle istituzioni e della spesa pubblica, la sostenibilità ambientale, la responsabilità sociale delle imprese e una fiscalità solidale che colpisca rendite e privilegi».
Questo si pensava a Bari, nel 2006. Sembra un mondo scomparso da un secolo quello di Bari, ma sono trascorsi solo due anni. La riunione del Forum era allora all'Università. Di fronte a un pubblico di centinaia di persone, il presidente della giunta regionale era al suo meglio. Riuscì a spiegare l'importanza della politica, la necessità di discutere, di convincere. Non offriva l'impossibile al suo uditorio incantato, chiedeva di fare, insieme, le poche cose possibili e importanti. A Torino, il Forum si troverà di fronte a qualche difficoltà ulteriore. Quello che vi sarà discusso non sembra interessare troppo gli esponernti politici locali: non almeno al punto di interloquire, di discutere insieme, suggerire soluzioni possibili, ascoltare le proposte di altri non allineati.
Una discussione pubblica, proprio come diceva Bindi, è fondativa per un partito, è essenziale per costruire una società di uguali. Rinunciarvi, alzare steccati, avere paura del confronto di idee, ha la conseguenza di sapere di meno, di conoscere meno i fatti, nella loro complessità. E' un errore dividere tra chi conta e gli altri, tra chi ha e chi è sempre escluso. Ai Forum di Sbilanciamoci hanno sempre parlato tutti e tutti hanno potuto ascoltare ed esprimersi: questa è la differenza fondamentale rispetto ai Cernobbio , dove parla solo qualcuno ben selezionato che la pensa all'unisono con il pensiero dominante, dove chi è ammesso ad ascoltare lo è perché si può permettere di pagare l'ingresso. Una selezione dell'informazione per censo. e per conoscenze.
Quest'anno, anche Sbilanciamoci, nonostante il nome deve badare al bilancio tutt'altro che illimitato. Per questo non è stato possibile invitare studiosi di altri paesi, che in anni diversi sono stati capaci di proporre la propria esperienza al pubblico e confrontarla con studiosi locali e con le autorità cittadine. E' un peccato, perché Susan George, o Vandana Shiva, o Aruna Roy avrebbero suggerito ai partecipanti di Torino una riflessione importante. E in tempi di scarsità, qualche idea in più fa comodo a tutti, arricchisce, ma nel senso giusto. Il sito sbilanciamoci.info che sarà presentato a Torino vuole appunto offrire qualche idea in più, non solo tirandola fuori da un vecchio cilindro, ma cercandola anche da molte provenienze e diverse, senza cautele o sospetti. ma ben diverso sarebbe sentire direttamente e discutere con compagni e compagne che spesso ci aiutano a capire.
Non è poi che le idee manchino del tutto, almeno sul piano del nostro paese. Sbilanciamoci ne propone cento, ma è un numero omerico, nel senso di esagerato. «Una politica nuova per un'economia diversa - 100 proposte per un Italia capace di futuro».
Su questa riflessione dei cento punti si svolgerà il Forum di Torino. «Con i primi atti e provvedimenti di politica economica del governo Berlusconi e del ministro dell'economia Tremonti torna una vecchia politica economica che - con la scusa dei tagli alla spesa pubblica - colpisce enti locali, welfare ambiente ed è gravemente carente di un'idea nuova di un modello di sviluppo che noi vogliamo fondato sull'equità sociale, la sostenibilità ambientale, la pace e la solidarietà internazionale». E rincara la dose: «La manovra finanziaria del governo è contro la società, l'ambiente e i diritti. I pesanti tagli previsti nei prossimi tre anni a sanità, scuola, enti locali, previdenza, ambiente superano i 30 miliardi di euro. Salari e redditi per i lavoratori dipendenti ( a causa di un'inflazione programmata all'1,7% a fronte di una reale al 3,6% e alla mancata restituzione del fiscal drag) subiranno una drastica riduzione: per loro non caleranno le tasse mentre continuerà a sopravvivere il trattamento fiscale per rentiers e classi alte di reddito...»
Nessuno avrebbe scommesso, io per prima, su una larga partecipazione al dibattito di Sinistra Democratica in festa” di Torino dal titolo “Una città a misura di chi?”, sia per l’argomento che per la data, lunedì 1 settembre, giornata che per molti ha segnato la fine delle vacanze estive. Invece, abbiamo dovuto ricrederci, e registrare il segnale che esiste il desiderio di discutere di politiche urbanistiche, spesso anche con un po’ di rabbia da parte di chi non condivide le scelte intraprese.
Per animare l’incontro, abbiamo chiamato ad un confronto con gli assessori alla viabilità e trasporti, Maria Grazia Sestero, e all'urbanistica, Mario Viano, Paolo Berdini, docente di Urbanistica presso l'Università di Tor Vergata a Roma, ed autore de "La città in vendita. Centri storici e mercato senza regole." (Donzelli Editore).
In questo saggio vengono raccontati quindici anni di scelte urbanistiche a Roma, ampiamente documentate nella trasmissione Report di qualche mese fa, e alla base, secondo alcuni, della sconfitta del centrosinistra alle ultime amministrative comunali.
"A Roma l'urbanistica è stata abbandonata: la 'valorizzazione' dell'Ara Pacis all'Augusteo e il parcheggio del Pincio sono solo gli aspetti più eclatanti dell'abbandono di una visione unitaria dei processi di trasformazione urbana. Di un'idea di città e del suo nucleo storico."
Lo stesso Ilvo Diamanti, in un recente articolo su Repubblica, “Italia, condominio degli estranei”, denuncia una deriva generalizzata: “Altri quartieri e altri villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione. Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili. Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata.”
Non è un caso che Paolo Berdini citi nel suo libro la zona di Ponte Galeria, teatro della recente aggressione dei due turisti olandesi e descritta dal sindaco Alemanno come “luogo abbandonato dagli uomini e da Dio”, come “il più impressionante esempio dell’abbandono del metodo del governo urbano, avvenuto in questi anni lungo la direttrice che collega la capitale con l’aeroporto di Fiumicino”. Nello stesso luogo, era avvenuto un incidente che aveva visto cinque persone travolte da un veicolo data l’assenza del marciapiede. La domanda che sorge spontanea è perché il Comune abbia permesso un guadagno di 800 milioni di euro ad un privato, proprietario delle aree, senza prevedere dei servizi di base per i cittadini. Sono questi i risultati dell’urbanistica contrattata?
L’assessore Viano ha difeso la valorizzazione immobiliare portata avanti dai Comuni, in quanto è ormai diventata una delle leve principali della finanza locale, data la progressiva riduzione di fondi per investimenti dallo Stato. Per contro, il fenomeno che vede diverse migliaia di persone espulse dalle città ha avuto a suo avviso caratteristiche diverse a Torino rispetto a Roma. La rigidità del mercato immobiliare torinese ha determinato questo fenomeno, non l’aumento dei costi immobiliari come nella capitale romana. Il risultato è però identico: calo demografico nelle città, pendolarismo e inquinamento atmosferico. Di infrastrutture ha parlato l’assessora Sestero, concentrandosi però soprattutto sul significato attuale di partecipazione alle trasformazioni urbane, poiché oggi scontiamo la mancanza della mediazione portata avanti nei decenni scorsi dai partiti.
Motivo di confronto, anche acceso, fra i relatori e i diversi interventi da parte del pubblico (non è stato facile fare la moderatrice!) è stata la differente valutazione della qualità di vita attuale a Torino, se rapportata a quella precedente al Piano Regolatore del ‘95. Tutti sono stati però d’accordo sull’esigenza di elaborare un bilancio dell’attuazione di questo piano e di tutte le varianti successivamente approvate, prima di progettare le prossime trasformazioni urbanistiche, che non possono avere come unico riferimento la cosiddetta “urbanistica contrattata”.
E’ necessario dunque che la Sinistra si riappropri del tema delle città, elaborando un’idea di città nel suo complesso, come insieme di progetti ur
Provo a raccontare in forma di parabola la storia di un grande Paese che abita una penisola troppo lunga. Così la definirono gli arabi, l’Italia, quando tentarono invano di impossessarsene. Un Paese la cui storia fu spezzata in due. Anzi, in tre. Nell’antichità c’erano a Nord i Celti. A Sud i Greci. Al Centro gli Etruschi. I romani lo unificarono per la prima volta, ma immergendolo in un grande impero. Poi l’impero si sfasciò e quel paese tornò a spezzarsi. In due. Anzi, in tre. A Sud, sempre i Greci. A Nord i Longobardi. Al Centro, la Chiesa. Per quattro o cinque secoli, il Nord fu politicamente unito sotto il segno dell’impero: dai longobardi, e poi dai franchi e poi dai tedeschi. A Sud invece si frammentò subito tra colonie greche, ducati longobardi e repubbliche autonome, continuamente percorso da eserciti imperiali e da orde saracene.
Poi, all’inizio del secondo millennio, la scena si rovesciò. Il Sud (con la Sicilia) fu conquistato dai normanni e ricomposto in un solo potente Regno. Il Nord cominciò a decomporsi politicamente in liberi Comuni e Repubbliche. Continuarono dunque, Nord e Sud, a procedere per strade opposte. Ci fu un momento, quando gli svevi, e il loro imperatore, Federico II, subentrarono ai normanni, in cui la potenza del Sud avrebbe potuto congiungersi con la ricchezza del Nord. Solo il grande Federico poteva farlo. Ma a tutto pensava meno che ad allearsi con loro. E loro con lui. Si combatterono, anzi, ferocemente.
Così, dopo Federico, il grande Regno di Sicilia si ridusse progressivamente al reame di Napoli. Le repubbliche del Nord fiorirono, ma fermandosi politicamente a livello di potenze regionali. Così l’Italia cadde sotto il dominio straniero. E per quasi tre secoli subì l’onta e l’impronta della servitù. Ma ancora una volta, diverso fu il destino del Nord da quello del Sud. Nel Nord l’eredità politica dei Comuni consentì la formazione di una borghesia colta, civicamente educata, che tuttavia non fu mai capace di guidare, tutt’al più solo di assecondare un vasto movimento di liberazione. Nel Sud, tra la prepotenza dei baroni e la disperazione dei contadini non si formò mai una vera borghesia, ma quella caricatura di borghesia che si chiama mafia. Maturava dunque al Nord una borghesia politicamente irresponsabile, al Sud una pseudo-borghesia economicamente parassitaria. Quando finalmente venne il momento dell’unità, ambedue lasciarono le strutture dello Stato nelle mani di una burocrazia cui il Sud forniva i quadri e la monarchia sabauda l’impronta autoritaria.
Ma allora, è giusto domandarsi, come, da chi e perché si compie, malgrado tutto, nei tempi moderni, l’unità d’Italia? La risposta è stata data tante volte. Essa è frutto dell’azione di minoranze. Come sempre, si potrebbe dire. Sì, ma nel caso dell’Italia, di minoranze particolarmente minoritarie, nel senso che non rappresentano culturalmente le correnti pesanti di questo Paese: non ne sono il "campione". Certo, esse non sorgono dal vuoto. La civiltà italiana, la nazione italiana, benché priva di Stato, è una realtà storica. Lo è la lingua. La letteratura. L’arte. La musica. Ma è la spuma di una cultura, non il fondo. Questa si esprime nei grandi episodi della vita politica italiana moderna: il risorgimento, il fascismo, la repubblica. Quello resta torpido, servile, ribelle.
Il Risorgimento è un’antologia di slanci generosi. Forse il meno noto e il più emblematico è quella rivoluzione napoletana del 1799 che rivelò la tragica frattura tra l’idealismo patriottico dei giacobini e la ripulsa reazionaria dei lazzaroni mobilitati dai preti. Spento il genio di Cavour, contestato l’eroismo di Garibaldi, il risorgimento decade consumandosi nella grigia mediocrità della monarchia sabauda. Incapace di realizzare l’unità del Sud e del Nord quella monarchia la sforza con la violenza in una brutale repressione delle plebi meridionali. Il fascismo non è all’origine un movimento reazionario. Anch’esso espressione di minoranze intellettuali, è una rivoluzione piccolo borghese intrisa di violenza di classe e satura di letteratura retorica. Esso trascina una borghesia pavida e un proletariato sconfitto all’avventura e alla catastrofe.
La Repubblica. Nata dal riscatto vitale della Resistenza, espressione di minoranze intrepide, trae il suo vigore da due grandi forze popolari in conflitto: quella democristiana e quella comunista. Queste hanno il merito, eccezionale nella storia d’Italia, di trascendere i termini di quel conflitto dando al Paese una Costituzione socialmente avanzatissima, e di respingere i conati separatisti. La Democrazia cristiana riesce a tenere a bada le pretese clericali e a controllare il qualunquismo eversivo delle maggioranze silenziose. Il partito comunista, a frenare gli impulsi insurrezionali deviando la sua grande forza verso un disegno storico di alleanza con il mondo cattolico. A questo disegno ideologico esso sacrifica però le concrete possibilità aperte al riformismo liberale e solcialdemocratico che si afferma negli altri Paesi d’Europa.
Preservata l’unità politica del Paese, la repubblica dei partiti si rivela incapace di rifondarla su una vera unità nazionale, affrontando e risolvendo il vero nodo che impedisce la formazione di uno Stato moderno: la questione meridionale, ovvero l’impasse di una penisola troppo lunga. Questo è il vero fallimento della Repubblica. La grande insurrezione che segue, contro la corruzione politica, inizialmente motivata da un autentico sdegno civile, ha aperto le porte ad una gigantesca jacquerie. Quel terremoto ha travolto i partiti, strutture portanti della Repubblica, senza rigenerare il paesaggio politico. Ha scatenato invece una possente rebelion de las masas scatenata contro i partiti, contro lo Stato, contro la politica. L’essenza di questa deriva è il privatismo, la riduzione di ogni aspirazione a interesse privato, l’insensibilità per valori politici che lo trascendono, l’insofferenza di ogni regola che si imponga alle pretese del "particulare". Il privatismo è l’essenza del populismo. Le formazioni collettive cui da luogo non sono strutture; sono mucchi di granelli di sabbia esposti al vento di correnti emotive, di suggestioni demagogiche e mediatiche. Emerge una società informe, senza identità. Una società in senso proprio privata: di sé stessa.
Mai come oggi l’Italia è apparsa così fragile. E la sua unità così in pericolo. I pericoli di secessione non sono svaniti. Dopo il Nord la febbre leghista può investire il Sud promuovendo progetti separatisti come quelli che la Mafia elaborò nel pieno della tremenda crisi del 1992, quando si tramava la fondazione di uno Stato del Sud, una sorta di Singapore mediterranea, ultramercatistica e autoritaria. Porto franco, capitale di tutti i capitali del mondo. Il pericolo non è un nuovo fascismo. È la decomposizione nazionale e sociale. Mazzini aveva detto: l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà. Questa profezia rischia di avverarsi al suo livello più basso.
Compito storico della Sinistra avrebbe potuto essere quello di ricomporre l’unità nazionale in un progetto di società che affronti i grandi problemi dello sviluppo economico, dell’equilibrio ambientale e del benessere sociale. E di fondare su questo il grande disegno federativo unitario indicato da Carlo Cattaneo, non lo pseudo federalismo separatista implicito nei progetti leghisti. Ma la Sinistra italiana è priva di un progetto. Essa è dilaniata tra due tendenze: alla contestazione e alla mimesi della destra, ambedue subalterne. Il sociologo Durkheim avrebbe detto che il suo linguaggio non è quello della conversazione, ma quello del pettegolezzo. Un progetto non può desumersi dal chiacchiericcio dell’attualità, ma solo dalla consapevolezza della storia di questo Paese: grande ma troppo lungo. Un progetto che permetta finalmente di accorciarlo un po’. Non sto proponendo un corso di storia. Se mai, di geografia.
Non vorremmo che l’insistere di Ruffolo sulla eccessiva lunghezza della Penisola venisse inteso come un invito ad accorciare la distanza fisica realizzando nuove vie di comunicazione.
Le cose del calcio hanno un gran pregio: smascherano l´ipocrisia nazionale, ci rivelano quanto "politica" e ideologica sia la strategia della "tolleranza zero" che governi di ogni colore hanno proposto nel tempo. Nella prima giornata del campionato di calcio, la "tolleranza zero" è diventata massima tolleranza. Non avviene per una sventura o per un´avventura.
I fatti sono noti. Un paio di migliaia di tifosi organizzati del Napoli hanno invaso la stazione ferroviaria di piazza Garibaldi; assalito un treno; costretto i viaggiatori ad allontanarsi e preteso che il convoglio raggiungesse Roma, dove i prepotenti – molti con il passamontagna a coprire il volto – sono stati accolti da trenta bus che li hanno accompagnati – gratis – all´Olimpico dove sono entrati senza alcun controllo dal cancello principale, molti senza biglietto, alcuni con sacchi di bombe carta.
Il viaggio ha provocato danni alle cose (vagoni, bus) per quasi 600 mila euro. Oggi tutti a chiedersi come sia potuto accadere quel che, con un eufemismo, il sottosegretario agli Interni Mantovano definisce «una catena di anomalie».
A porre la domanda in giro è la solita solfa italiana che riduce il fare al dire. Le Ferrovie dicono di aver fatto sapere che, nel giorno del rientro dalle vacanze per migliaia di italiani, non c´era possibilità di formare treni speciali. Il Calcio Napoli si difende ricordando di aver avvertito i tifosi delle difficoltà delle Ferrovie. Il questore di Napoli, poverino, arriva a sostenere che quando è partito il treno era tutto a posto, tutto tranquillo, gli adrenalinici viaggiatori avevano – tutti – il biglietto delle ferrovie, dello stadio e nessuno – nessuno – era armato. Nemmeno chessò una «lama» o un petardo. A sua volta, la questura di Roma spiega che, una volta che la banda di animals (1500/2000) è giunta nella Capitale, l´opzione più illuminata prevede di condurli nel recinto dello stadio per «ridurre il danno»: «Perdi la faccia, è vero, ma eviti che se ne vadano a distruggere il centro della città, che sarebbe molto peggio».
Come sempre dopo queste «catastrofi dello Stato», suonano alte le grida di sdegno. Il giorno dopo, sono a basso prezzo e nessuno si tira indietro. E poi nascono per durare poco o niente. Più o meno un anno fa, eravamo nella stessa situazione, ricordate? A febbraio era stato ucciso l´ispettore di polizia Filippo Raciti, il "decreto Amato" aveva incarognito i provvedimenti del predecessore Pisanu: possibilità di arresto in flagranza differita anche dopo 48 ore dai fatti; divieto di vendita cumulativa dei biglietti; biglietto nominativo; divieto di esporre striscioni che incitano alla violenza; nuovi reati (invasione di campo, fino a 4 anni); pene aggravate per le lesioni gravi o gravissime a pubblico ufficiale se «in occasione di manifestazioni sportive» (fino a 10 e 16 anni). Il periodo di relativa quiete che ne segue lascia sbocciare un´ottimistica attesa che presto va delusa. Novembre 2007. Un poliziotto ammazza nell´area di servizio di Badia al Pino, Arezzo, Gabriele "Gabbo" Sandri, poco dopo una rissa tra laziali e juventini. L´omicidio scatena una guerriglia in mezz´Italia (gli ultras chiedono la sospensione delle partite), a Roma vengono assaltate la sede del Coni e un paio di caserme. Anche allora, appena dieci mesi fa, si ode un solo grido: basta, tolleranza zero! Divieto delle trasferte di massa delle tifoserie violente. Sospensione delle partite in caso di incidenti anche lontano dallo stadio e lungo le vie di trasporto.
Sono le soluzioni che, anche in queste ore, tornano ad affacciarsi. E ieri come oggi, saranno inutili perché il problema non sono le leggi (che ci sono, e severissime), ma la loro applicazione che è leggera, distratta, occasionale. Perché? Perché a una donna islamica con il velo sarà vietato di entrare in un museo, ma un paio di centinaia di animals potranno attraversare la capitale con il passamontagna sul volto. Che cosa giustifica la "tolleranza zero" per quella donna e la "massima tolleranza" per gli animals del calcio?
Una spiegazione, al di là del luogo comune della politica e dell´ipocrisia del mondo del calcio, ci deve essere e voglio azzardarne una. Puoi permetterti la tolleranza zero con chi è stato spogliato dei suoi diritti, privato di ogni statuto politico e di ogni prerogativa fino a ridurlo a non-cittadino, come non-cittadini sono gli immigrati contro cui si esercitano le politiche di tolleranza zero.
I violenti degli stadi che, spesso nelle loro periferie vivono la stessa condizione di denizens degli immigrati, diventati "tifosi" e "massa" recuperano uno status – addirittura una dignità, quasi un diritto di cittadinanza – perché fanno parte dello spettacolo e lo spettacolo, con i tempi che corrono, ha sempre una positività impetuosa, indiscutibile, intoccabile. È lo spettacolo cui partecipano a restituire ai violenti diritti, voce, un linguaggio, uno spazio, un potere, un´illusione, l´impunità. Impunità che non avrebbero se, fuori dello spettacolo, scatenassero la loro collera sociale (nello spettacolo, i gesti dello spettatore «non sono più i suoi, ma di un altro che glieli rappresenta»).
È dunque il potere dispotico dello spettacolo a rendere immuni gli ultras perché è lo spettacolo che li tiene lontani dal conflitto sociale, e un prezzo bisognerà pur pagarlo per quel beneficio. Forse accade addirittura di più. Nei riti di guerra simulata, le tifoserie violente interpretano con la tribalizzazione dell´identità, l´occupazione di uno spazio territoriale, il radicamento delle appartenenze, l´evocazione di simboli e slogan politici e della coppia amico/nemico, una tendenza sociale più che condivisa; una vocazione condotta fino al limite della patologia che non si vuole o può condividere, ma nemmeno smentire al di là di una condanna di circostanza. Che, con il nuovo giorno, si può lasciare cadere da qualche parte per ricominciare ancora una volta daccapo. Non è accaduto questo finora? E non è questo che ancora accadrà?
Il falso mito patriottico secondo cui converrebbe salvaguardare sempre e comunque l’italianità delle nostre compagnie di trasporto, telecomunicazioni, autostrade, televisioni, assicurazioni, miete consensi politici trasversali. Viene assunto come un dogma da cui dipende il consenso popolare, dunque criticabile solo da economisti "apolidi" e irresponsabili.
Nella vicenda Alitalia è tale luogo comune – la difesa dell’italianità – che garantisce a Berlusconi l’aureola di difensore dell’interesse nazionale. Guai a chi si oppone. Ma se si dà per scontato che la sopravvivenza della compagnia di bandiera rappresenti una priorità vitale della nostra economia, ne consegue che le alterazioni delle regole di mercato e gli esborsi di denaro pubblico siano tollerabili come male minore, necessario al perseguimento di una non meglio precisata "strategia-Paese". In fondo anche stavolta pagheremo senza accorgercene…
L’argomento vincente è che tutti i grandi paesi hanno una compagnia di bandiera (falso) e dunque per non venir colonizzati dobbiamo avercela pure noi (perché?). Se si prova a chiedere una motivazione meno generica, la risposta è che siamo una nazione a forte vocazione turistica. Come se dipendesse da Alitalia il calo delle presenze straniere nel Bel Paese. O ancora si sostiene che l’industria del Nord necessita di collegamenti migliori. Vero, ma il piano Fenice non può certo garantirli, e perciò mira a concentrare i suoi profitti sulle tratte locali.
L’accordo con Air France tentato dal governo Prodi fu bocciato come svendita del patrimonio nazionale. Il fallimento di Alitalia viene respinto all’unanimità come ipotesi catastrofica. Ma si può star certi che se a varare un piano come quello di Intesa Sanpaolo fosse stato il governo Prodi, la destra lo avrebbe bollato di comunismo. Sospensione della libera concorrenza, favoritismo degli imprenditori "amici", dirigismo, aggravio di spesa pubblica…
Che confusione, povera sinistra riformista: ha faticato tanto per assimilare le regole dell’economia di mercato, e ora subisce l’accusa di essere antiquata da parte di chi? Di un ministro come Tremonti che a Rimini ha rivendicato con disinvoltura il motto: "Dio, patria, famiglia". Dopo anni di predicazione "meno tasse, meno Stato".
Bisogna riconoscere che se la sinistra patisce oggi l’accusa populista di "mercatismo" e sudditanza allo straniero, se i rilievi europeisti di Mario Monti vengono snobbati come prediche inutili, ciò deriva dalla timidezza con cui anch’essa ha venerato il tabù dell’italianità quando era al governo. Il cattivo esempio dello statalismo francese suscita per lo più ammirazione. E perfino l’astuzia dei finanzieri d’oltralpe Bernheim, Bolloré, Ben Ammar, che spergiurano di operare a tutela dell’italianità di Generali e Mediobanca, gode di buona stampa. Patrioti di una patria altrui? Peccato non siano servite di lezione le manovre dei vari Fazio, Consorte, Fiorani, Ricucci che concertavano scalate bancarie anch’essi con la scusa dell’italianità.
Tranne che nel caso della Fiat, è opinabile che gli altri interventi bancari motivati come difesa del "sistema-Paese" abbiano rafforzato le nostre imprese. Né il veto alla fusione italo-spagnola delle autostrade ha comportato vantaggi per i consumatori.
Certo l’Italia non può fare a meno di una politica industriale, e soprattutto in tempi di crisi lo Stato deve fare la sua parte in economia. Una visione meramente liberista sarebbe irresponsabile, ma di qui a illudersi che le crisi aziendali si superano ricorrendo al patriottismo degli imprenditori, ce ne corre. Mentre le nostre imprese più dinamiche si rafforzano grazie a fusioni internazionali o diventando competitive sui mercati esteri, i difensori (trasversali) dell’italianità perseguono la falsa idea che la libera concorrenza sia un lusso che questo Paese non potrebbe permettersi. La loro aspirazione è una deroga perenne alle norme antitrust, da ottenere tramite il collateralismo politico-bancario e il perpetuarsi dell’economia di relazione.
Nel breve periodo a giovarsene sono settori di classe dirigente abituati a realizzare profitti soprattutto nell’ambito di mercati domestici e protetti. Pare faccia scuola il modello Mediaset, cioè il miraggio di un’economia imperniata su campioni nazionali squilibrati, forti in casa e deboli in trasferta. Del resto gli ostacoli posti alla nascita di un terzo polo televisivo italiano non hanno impedito la penetrazione dell’impero di Murdoch. Pensiamo davvero che farebbe bene all’economia italiana replicare la protezione di altri piccoli monopoli tricolori nei diversi settori di concessione pubblica?
Questa è una visione miope del nostro futuro, un tirare a campare che penalizza i consumatori e le imprese più attrezzate a vincere in campo aperto. Ne scaturisce una ricorrente contrapposizione alle regole comunitarie che non solo ci indebolisce a Bruxelles ma rischia di ostacolare il consolidamento di una potenza economica europea.
Il falso patriottismo giova alla popolarità del governo di destra ma non è in grado di impedire che, nel medio periodo, i nostri piccoli campioni nazionali vengano integrati nei colossi globali. Remare contro è una pessima politica: può arricchire i soliti noti ma impoverisce il Paese.
È giusto che Alitalia rimanga italiana. Soltanto una sostanza collosa e maleodorante come il capitalismo italiano può fregiarsi di un simile simbolo, vantarsi di un'operazione altamente schifosa come il cosiddetto «salvataggio» Alitalia. Mettere i debiti, gli esuberi, le vite di 7mila persone, sul groppone degli italiani è tipico di un capitalismo straccione e vigliacco che tende a socializzare le perdite e a privatizzare gli utili. Cosa sarà di quei 7mila disoccupati (che sarebbero stati 2mila con il piano Air France) non è dato sapere. Prima hanno detto che li spedivano alle poste. Poi hanno ventilato un improbabile riassorbimento sul mercato privato, ma non risulta che alcun imprenditore abbia alzato la mano per dire: ehi, io me ne prendo un centinaio! Ora che c'è da far digerire il piano ai media (tanto digeriscono tutto) si dice che i 7mila espulsi saranno garantiti per 7 anni, ma è ovvio che non sarà così, e se sarà così pagherà il famoso debito pubblico. Un altro astuto colpo dei nostri liberisti dei puffi. Hanno dovuto modificare una legge: Silvio chiede e le leggi si riscrivono quasi da sole, una legge ad aziendam. Divertente assai la mappa dei coraggiosi imprenditori che partecipano alla «cordata». Alcuni vivono di concessioni dello stato: al prossimo rincaro delle tariffe autostradali sapremo chi veramente ha pagato la nuova Alitalia (noi). Altri vengono dal mercato immobiliare (alcuni ci sono entrati ieri), certi che il favore reso al sovrano sulla questione Alitalia si tradurrà in sostanziosi appalti (leggi Expo). Il rischio di impresa viene trasferito sui lavoratori, e gli imprenditori ne sono magicamente immuni: verranno ripagati in favori e privilegi. Al sindacato si punta la pistola alla tempia: o si risolve in un mese o salta tutto ed è colpa tua. Ecco perché Alitalia rimane italiana, perché è un coerente frutto del capitalismo italiano. Quanto a etica, Vallanzasca è messo meglio. Sapete come dice la barzelletta: non dite a mia madre che faccio l'imprenditore in Italia, lei mi crede violinista in un bordello.
Il vertice europeo sulla Georgia che Sarkozy ha convocato per domani a Bruxelles sarà importante non tanto per i risultati che produrrà, ma per le riflessioni che potrebbero iniziare intorno a quel che l’Unione vuol essere in un continente ridivenuto instabile e brutale. L’essenza stessa dell’Unione è infatti malferma, non da oggi ma da anni, e questa è forse l’occasione di ridefinirla, di capire le fonti del disaccordo interno, di vedere se dal chiarimento potrà nascere un modo meno dissonante di vedere le cose e agire. È dai primi Anni 90 che una discussione simile viene elusa, ed è il motivo per cui l’Unione continua a subire gli eventi, lasciandosi dividere da Washington o Mosca. La guerra georgiana e il riconoscimento russo di Sud-Ossezia e Abkhazia hanno lacerato la costruzione europea, strategicamente e anche esistenzialmente. È messa in causa la sua filosofia (alcuni la chiamano postmoderna) fondata sul superamento di Stati sovrani assoluti. È messa in causa l’idea di potenza civile, interessata a fondare i rapporti internazionali su leggi e trattati. La potenza europea non è solo economica. È un modello di relazioni tra Stati che non guerreggiano su territori, che tutelano le minoranze senza più usarle per irredentismi. Ed è un modello di uso della memoria: l’Unione scommette su un futuro comune in memoria del passato, non è fatta per punire gli ingiusti di ieri, regolar conti coi vinti e compiacersi delle loro catastrofi.
Proprio quest’Europa è considerata oggi non più servibile, dalle sue periferie orientali. A esse s’associa l’Inghilterra, da sempre ostile a una Comunità post-nazionale. Parlando in nome di molti orientali, il presidente estone Toomas Ilves è stato perentorio, nei giorni scorsi. In un mondo dove tornano in auge potenze ottocentesche, ha detto, non c’è più spazio per le idee di Monnet e Schuman. Perde senso «l’Europa postmoderna che privilegia incontri e discussioni»; che presuppone «un mondo dove tutti sono buoni e gentili» (Le Monde, 29-8). La Russia è una potenza pre-moderna, e al premoderno di Hobbes tocca tornare, dove l’uomo è lupo per l’uomo. Il dissenso in Europa è acuto, come sull’Iraq. Occorrerà parlarne, per sapere se davvero è al premoderno che urge tornare o se la scommessa comunitaria vale ancora.
In fondo è il momento più adatto per spiegarsi. La forza Usa non è svanita ma le ultime amministrazioni l’hanno indebolita, fino a renderla, in Georgia, irrilevante. Il riconoscimento del Kosovo si è rivelato un boomerang, e l’ultimo Bush è un unico fallimento: dopo la Georgia, intervenire in Iran è impensabile. È sempre più pericolante anche la Nato.
Man mano che s’allarga è meno credibile. A partire dalle guerre balcaniche inoltre ha cambiato natura, divenendo concorrente dell’Onu, ma non ha generato ordine bensì caos. Stefano Silvestri scrive, sul sito dell’Istituto Affari Internazionali: «Questa crisi ha dimostrato chiaramente come la Nato non possa efficacemente sostituirsi all’Unione europea quando la dirigenza Usa è incerta o distratta». Comunque, «la Nato non può essere la chiave di volta della politica nei confronti della Russia».
Per questo oggi è l’ora dell’Europa. L’ora di un «grande e difficile negoziato» con la Russia, ha scritto Arrigo Levi su La Stampa, e l’ora di una spiegazione interna sulla natura dell’Unione. Sarebbe bene se le due cose procedessero con gli stessi tempi, ma se necessario dovrà essere un’avanguardia a negoziare con Mosca un nuovo ordine che sia fondato su una duplice sicurezza: sicurezza degli europei dentro i propri confini, e promessa alla Russia che tali confini non saranno continuamente spostati a Est, dall’Unione o dalla Nato. È difficile dirlo, ma appartenere all’Europa non è appartenere all’Unione. Germania, Francia e Italia potrebbero far proposte, su cui le periferie si pronunceranno aderendo all’iniziativa o rifiutandola. Se le periferie e Londra la boicotteranno complicheranno i lavori dell’avanguardia senza tuttavia ottenere la tranquillità desiderata.
Torneranno ad assaporare il fascino del premoderno, ma - lo si vede oggi - con risultati per nulla promettenti.
Il chiarimento tra europei è stato eluso prima dell’allargamento, ma meglio tardi che mai. Ci sono cose trascurate dai fondatori, e altre che restano incomprese a Est. Quel che i fondatori devono capire è che gli Stati periferici hanno speciali bisogni di sicurezza, ignoti a chi non vive sul confine. Le periferie sono avamposti, non trasferiscono volentieri sovranità. Occorre dunque rassicurarle, altrimenti sarà l’America a farlo con potenza non meno ottocentesca. Manca, nell’Unione, l’articolo 5 che nella Nato garantisce a ogni Stato aggredito l’assistenza di tutti. L’Ueo (Unione dell’Europa occidentale, fondata nel ’48) ha un analogo articolo 5, incluso nel trattato di Lisbona. Sospeso dopo il no irlandese, il trattato potrebbe attuarsi in parte, cominciando proprio da quest’articolo. Un contingente europeo nei Baltici e in Polonia potrebbe essere la prima tappa del chiarimento: i paesi-avamposto, più rassicurati, sarebbero indotti a capire le ragioni dei fondatori, scoprendo che una maggiore autonomia da Washington significa non solitudine ma forse più sicurezza.
A questo punto si potrebbe aprire alla Russia, analizzando i veri pericoli della sua rinnovata forza. È vero che Mosca ha riaffermato in questi giorni una volontà di potenza trascurata dagli occidentali per oltre un decennio. È vero che Putin e Medvedev hanno per il momento vinto, militarmente. Ma la Russia è molto meno forte di quanto appaia. Non reincarna né l’Urss né lo zarismo. Non ha il grande potere d’influenza (il soft power) che aveva quand’era comunista. Non ha alleati fidati: al vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (Sco), riunitosi a Dushambe il 28 agosto, enorme è stata la diffidenza cinese e delle repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan).
L’avventura georgiana e il riconoscimento dei secessionismi spaventano non solo Asia centrale e Cina, non solo Georgia, Ucraina, Moldavia, ma anche Stati amici con forti minoranze russe (Bielorussia). Senza una stabilizzazione negoziata della propria zona d’influenza Mosca è perdente, anche se possiede il petrolio di cui l’Europa (Germania e Italia in testa) non può fare a meno.
Il modello di negoziato già esiste, non bisogna tornare alla vecchia politica di potenza che seduce tanti responsabili americani e dell’Est europeo. La riunificazione tedesca fu negoziata con intelligenza tra Kohl, Gorbaciov e Bush senior: fu un successo, e produsse conquiste cruciali come la moneta unica e il progetto, anche se oggi interrotto, di costituzione. Da quell’esperienza varrà la pena ripartire, mostrandosi fermi con Mosca ma iniziando a comprenderla e a prenderla sul serio. Ignorare risentimenti e paure d’una potenza vinta vuol dire ignorare il reale, e preparare violenze future: già è avvenuto dopo il ’14-’18. Ma anche il Cremlino dovrà scoprire il reale: l’estero vicino che tanto l’inquieta è ormai anche vicinato europeo, e difficilmente potrà pacificarsi se ambedue Unione e Russia non fisseranno i propri confini smettendo di spostarli continuamente. Dopodiché potrebbe nascere una zona di libero scambio, alle frontiere dell’Unione, che includa Russia e Stati ex sovietici e che abbia sue istituzioni e rappresentanti (è la politica di vicinato proposta da Prodi, quando era presidente della Commissione europea). Una comune politica dell’energia potrebbe seguire, evitando che i più forti dell’Unione negozino con il Cremlino escludendo i più deboli.
Questo il compito dell’Europa. Lo assolverà se resterà fedele a Monnet e Schuman. Se saprà agire inventando il futuro, non trasformando la storia presente in giudizio universale e la memoria in un gioco al massacro.
Ilvo Diamanti nel numero di domenica 24 agosto di Repubblica ha restituito un quadro disastrosamente efficace dell´estraneità dei cittadini nel contesto della situazione insediativa che si è verificata negli ultimi anni, descrivendo la colossale espansione delle costruzioni per abitazioni in Italia: con scarsissimo riguardo per quelle dei meno abbienti ovviamente. Il consumo sistematico (ma senza regole) del bene finito del territorio e la distruzione del paesaggio urbano e naturale si accompagna alla scomparsa delle relazioni sociali e dello spazio pubblico a cui fanno riscontro, come egli scrive, «le notti bianche e gli eventi di massa». Tutto questo assume poi il carattere fisico di quella che gli urbanisti chiamano la città diffusa, una sorta di periferia infinita a media densità servita da abbandonanti infrastrutture di trasporto e tecnologiche.
Dentro alla città diffusa, poi, gli spazi aperti come spazi pubblici di relazione, sono considerati in generale luoghi inospitali e sovente pericolosi, tanto che ad essi va sostituendosi il grande interno privatizzato e sorvegliato, luogo di incontro motivato dallo «shopping» sociale: il centro commerciale, lo stadio di calcio, ed in generale i luoghi dove si celebra la competizione o di divertimento.
Qualche architetto ha teorizzato sciaguratamente (ma anche con cinico realismo) che non resta più «nessun qualcosa» di collettivo nella città, anzi che va teorizzata una «città generica» rappresentazione del nuovo populismo mercantile della condizione debole del consumatore e della finanza globale forte. Come è giusto dal punto di vista dello studioso di sociologia, Ilvo Diamanti ci restituisce un ritratto preciso della nostra condizione post-sociale; ma sarebbe giusto che invece, dal mio punto di vista di architetto, si tentasse di individuare anche qualche altra responsabilità: istituzionale (cioè politica) e disciplinare (cioè dei progettisti), oltre a quelle ovvie degli interessi dei proprietari dei terreni, degli immobiliaristi e delle banche alle loro spalle.
La prima di queste responsabilità riguarda l´ideologia della deregolazione che coinvolge insieme, in modi diversi, istituzioni e progettisti da più di una ventina di anni. I modi sono diversi anche nelle relazioni tra i due aspetti, relazioni spesso gestite da chi ha l´effettivo potere economico sulle realizzazioni. Basterebbe osservare lo sviluppo delle periferie delle città grandi e piccole che, al di là di qualche rara eccezione, muovono perfino con entusiasmo verso lo «sprawl». Si tratta di una iniziativa molecolare rapidamente organizzata e sospinta dall´ossessione della casa singola in proprietà non meno che dagli alti costi dell´abitazione nei centri urbani. Ma si tratta anche della ideologia del privato e dello sviluppo senza pianificazione e ragionevolezza collettiva. È questo ciò che sembra aver spento ogni senso del dovere dei gestori delle comunità, di formulare ipotesi (sia pure flessibili) sul futuro dei propri territori soprattutto nella scala vasta, al di là dei divergenti e soventi astratti confini comunali. L´insensato consumo del ben finito dei suoli, che quando sono rimasti liberi divengono solo resti in attesa di occupazione, è anche colpevole degli altissimi costi di infrastrutturazione a causa dei contraddittori indirizzi delle amministrazioni territoriali e della distruzione per inglobamento di quella straordinaria ricchezza (specie nel caso della tradizione europea), che è la fittezza dei piccoli insediamenti storicamente dotati di identità urbana, saggiamente distanziati e che proprio le tecniche delle comunicazioni immateriali potrebbero rendere altamente produttivi nella rete delle loro singolarità.
Tutto questo non assolve naturalmente le colpe numerose che possono essere attribuite ad una pianificazione che a sua volta è stata sovente ideologica e progressivamente sempre più burocratica, che ha mostrato gravi difficoltà a divenire flessibile ai mutamenti delle condizioni pur tenendo saldi principi ed obiettivi (i principi dell´urbanistica contrattata richiedono un´alta consapevolezza sociale del bene collettivo che è andata, come scrive giustamente Diamanti, del tutto smarrita o puramente condominiale) costruendo sempre più forti cesure nei confronti dei problemi del disegno dell´architettura della città.
E qui si rileva l´altro aspetto delle responsabilità degli architetti, concentrati sugli aspetti di novità formale del singolo prodotto molto sovente alla ricerca della novità come bizzarria, che hanno dimostrato un progressivo disinteresse per il disegno dello spazio abitabile tra le cose, sospinti anche dalla esasperante lentezza burocratica e dalla cesura in uso tra piani (quando ci sono) e progetti, e premiati invece dal valore di immagini di marca (politiche o private) rappresentate dallo spettacolo dell´architettura trasformata in oggetto ingrandito.
Ma qui, per capirne le ragioni, è necessario tornare alle riflessioni di Diamanti sullo stato di omogeneità disgregante che le nostre società stanno attraversando.
Se a Lampedusa si pensa di recintare il Cpt con il filo spinato, nella locride gli immigrati sono diventati una risorsa. Impegnati in laboratori tessili e di ceramica e perfettamente integrati con la popolazione. L'esperienza di un'immigrazione possibile a Riace, Caulonia e Stignano I sindaci di tre paesi: «Accogliamo gli immigrati»
Lem Lem fila la ginestra per farci i tessuti, un'antica arte della Calabria jonica che sta rifiorendo anche grazie a lei e ad altre come lei. Ha 25 anni, è bella, capelli e occhi scuri, vive a Riace da quattro anni con sua figlia Anna e suo nipote Thomas che lei considera un altro figlio e Anna un fratello, tutti e due hanno sette anni e tutti e due, mentre la madre lavora nel laboratorio di tessitura, frequentano con un'altra dozzina di bambini la scuola estiva in un antico palazzotto ristrutturato poco più in là, imparano l'italiano, giocano e hanno l'aria felice. Lem Lem sbarcò con i due bimbi in Sicilia nel 2004, viaggio per mare dalla Libia per 900 dollari, ma era in fuga dal Sudan e dalla guerra già nel 2000, e ora che vive a Riace non va tanto male: 400 euro al mese li guadagna al laboratorio la mattina, altrettanti li tira su facendo la colf nel pomeriggio. Di fronte a lei, al telaio, c'è un'eritrea di 23 anni, statuto di rifugiata, tre figli anche loro alla scuola estiva, sono qui da otto mesi; anche lei, come Lem Lem, è ortodossa, altre ospiti di Riace invece sono cattoliche, altre islamiche. Issa invece di anni ne ha 37, non lavora nel laboratorio tessile ma in quello di ceramica, nel 2001 scappò da Gazine, piccolo centro afgano a cinquanta minuti da Kabul, dove i taliban volevano arruolarlo per forza, venne in Italia attraverso la Turchia, due mesi nel Cpt di Crotone, poi il centro di prima accoglienza di Venezia dove gli consigliarono di stabilirsi a Riace. Adesso che fa il ceramista guadagna 800 euro al mese, ne paga altrettanti all'anno per l'affitto e dell'Afghanistan dice, scuotendo la testa, che va sempre peggio.
Di storie come quella di Lem Lem e di Issa, a Riace se ne contano una sessantina: tanti sono gli immigrati, perlopiù rifugiati, eritrei, etiopi, afgani, rumeni, palestinesi, che hanno trovato accoglienza in questo piccolo borgo appeso sulle colline della costa jonica, da dove l'altro ieri è partita la proposta, d'intesa con gli altri due comuni vicini di Caulonia e Stignano, di aprire le porte ai migranti che le trovano chiuse a Lampedusa. Riace è un centro della Locride noto più degli altri per via del ritrovamento dei Bronzi, ma come gli altri segnato da un passato novecentesco di emigrazione di massa in America e in Nord Europa e come gli altri destinato a un futuro di decadenza e di spopolamento, finché a qualcuno non è venuto in mente che quel piccolo borgo, oltre a ridare vita agli immigrati, poteva riceverne. Quel qualcuno è l'attuale sindaco, Mimmo Lucano, meno che cinquantenne, militanza nei movimenti e nella «sinistra antagonista» come la chiama lui, mai una tessera di partito però, e un'idea lucida sul suo territorio, questa: tutta quella gran corsa allo sfruttamento turistico del mare, con tanto di massacro edilizio della costa jonica, non serve proprio a niente se non si rivitalizzano gli antichi paesi della collina, con i loro tesori artistici (la cattedrale di Stilo è a un passo da qui), la montagna incontaminata alle spalle e una vista da sballo sul golfo di Squillace. Così nel '98, quando da queste parti cominciarono gli sbarchi di esuli curdi e i primi esperimenti di accoglienza a Soverato e Badolato, Lucano non ci vide una jattura ma una risorsa, umana ed economica. Mise su un'associazione, «Città futura», un centro culturale ed etnografico in uno dei più bei palazzi di Riace, e un progetto integrato di accoglienza dei migranti e di turismo equo e solidale, con l'idea di ripopolare l'antico borgo desertificato. Si trattava di riaprire le case abbandonate, nel corso del 900, dagli emigrati in America e in Nordeuropea e di riusarle in parte per gli immigrati che arrivano a ondate dal mare, in parte per creare un «albergo diffuso» per turisti in cerca di natura e sapori autentici. Così l'amministrazione del 2001 si convinse ad aderire subito al primo programma di protezione per i rifugiati, e il resto è venuto dopo l'elezione a sindaco di Lucano, nel 2004, con la lista civica «Un'altra Riace è possibile», un nome un programma. Adesso i migranti - più donne che uomini - diventati stanziali sono 60, i posti letto dell'albergo diffuso 120, vengono scolaresche in gita da tutta Italia a vedere l'esperimento e capita che si coronino matrimoni fra turisti francesi e tedeschi con le bomboniere fatte a mano da Issa.
Non c'è dunque solo un istinto di generosità, ma anche un esperimento oliato alle spalle, dietro la proposta di accoglienza avanzata da Lucano ha avanzato assieme ai suoi colleghi di Caulonia, Ilario Ammendolia, e di Stignano, Piero Sasso. Fra le case abbandonate dei tre paesi, una scuola dimessa di Caulonia e la Casa del pellegrino della diocesi di Locri, affidata in comodato d'uso al comune, si arriva a più di trecento posti: un messaggio civile e mediatico potente da una zona abituata a ricevere gli onori della cronaca solo in caso di mattanze mafiose. Non c'è nemmeno omogeneità di campo politico: se Ammendolia è un sindaco Pd che viene dal Pci e volentieri racconta e rivendica i fatti della «Repubblica rossa» di Caulonia del '43, Sasso viene da An e guida una giunta di centrodestra. Tutti e tre però sono convinti che non si può continuare ad assistere agli sbarchi - gli ultimi, proprio fra Riace e Stignano, l'8 luglio e il 22 agosto - gridando continuamente all'emergenza. E che non è solo disumano, ma anche antieconomico continuare a imbottire i Cpt: «Una giornata di un immigrato in un Cpt costa allo stato 70 euro, una giornata di un rifugiato coperto da un programma di protezione ne costa 22», dice Lucano. Se Lampedusa rammenda i fili spinati - «ma bisogna anche capire che quell'isola non ce la fa più», dicono i tre - qualche altro è pronto a strapparli.
La soluzione dell’"affaire" Alitalia (che è stata formalizzata ieri) non è una bufala. Si chiama con questo termine figurato la vendita di una patacca, una truffa in piena regola. Invece la soluzione Alitalia è un’altra cosa: un imbroglio politico che cerca di far passare con una diversa apparenza e in condizioni peggiori la stessa sostanza che era stata già concordata nello scorso mese di marzo con Air France.
Insomma un’operazione d’immagine che costerà ai contribuenti italiani un miliardo di euro come minimo, più il costo sociale degli esuberi, cioè dei licenziamenti che saranno più del doppio e poco meno del triplo di quanto sarebbe avvenuto in marzo.
Cinque mesi fa l’ipotesi accettata dal capo di Air France, Jean-Cyril Spinetta, ma furiosamente osteggiata da Berlusconi, da Fini e dai sindacati, prevedeva duemila esuberi, altri quattromila dipendenti sarebbero stati parcheggiati in una società di proprietà dello Stato con la prospettiva che almeno metà di loro sarebbe stata riassorbita entro cinque anni. La società si sarebbe fusa nel gruppo Air France-Klm conservando il suo marchio, gran parte del personale e gran parte delle rotte e acquisendone altre per destinazioni internazionali. La flotta sarebbe stata rinnovata gradualmente poiché la consistenza della flotta Air France-Klm insieme agli aerei Alitalia era in grado di far fronte ai previsti incrementi di passeggeri e di merci nei prossimi anni.
All’epoca in cui queste trattative erano sul punto di chiudersi il prezzo del petrolio, già molto alto rispetto ad un anno prima, quotava 80 euro al barile. Sono stati persi cinque mesi da allora ed oggi la trattativa si è svolta con il barile di greggio a 115 euro. Alitalia era sostanzialmente fallita già cinque mesi fa ma si poteva risollevare senza commissariamento e a condizioni migliori per il Paese e per il Tesoro.
Oggi dovrà inevitabilmente passare per il commissariamento, le condizioni per la nascita della "nuova Alitalia" costeranno inevitabilmente di più alla collettività senza cambiare di un ette la sostanza: una compagnia di fittizia bandiera che si avvia a diventare una branca di un gruppo controllato e gestito da una compagnia di altra nazionalità.
A quest’operazione d´immagine partecipano una decina di imprenditori italiani e tre o quattro banche tra le quali Banca Intesa e forse Mediobanca. Non si tratta però di "capitani coraggiosi" come alcuni giornali li hanno affrettatamente chiamati. Si tratta di capitalisti che sanno il fatto loro e che hanno patteggiato il loro ingresso nel capitale di Alitalia con contropartite di notevole interesse.
Ho detto che non è una bufala ma un imbroglio. Non saprei definirlo diversamente.
La prima constatazione (non si tratta di un’opinione ma di un fatto) è la situazione patrimoniale della "bad company" cioè della vecchia Alitalia, del vecchio e logoro osso che resterà in mano al Tesoro, cioè allo Stato, cioè a tutti noi contribuenti. Come è noto il patrimonio si compone di poste attive e di poste passive. Queste ultime ammontano nel caso Alitalia ad oltre un miliardo di euro perché tanti sono i suoi debiti. Ma in più ci saranno da gestire da cinque a seimila esuberi e forse più. Questa gestione ha un costo sociale e un costo finanziario. Quello sociale riguarda le persone e le famiglie che passeranno dallo stipendio alla Cassa integrazione e poi al licenziamento. Per di più si tratta quasi interamente di persone e famiglie concentrate a Roma, il che rende ancora più pesante l’impatto sociale della crisi.
Il costo finanziario dipenderà da eventuali "finestre" di pre-pensionamenti e dalla possibilità di alcune categorie di creditori di sottrarsi agli effetti del commissariamento pretendendo e ottenendo il pagamento integrale di quanto ad essi dovuto. Tra questi i fornitori di carburante i quali potranno adire il tribunale e ottenere una posizione privilegiata minacciando altrimenti di non rifornire la flotta Alitalia impedendone in questo modo il decollo.
C’è poi da considerare la sorte dei 300 milioni che nello scorso aprile furono conferiti dal Tesoro all’Alitalia per assicurarne la sopravvivenza. Quei soldi furono poi messi a patrimonio con la clausola che sarebbero stati restituiti al Tesoro nei tre mesi successivi all´avvenuto risanamento della società.
Saranno restituiti? Sarebbe una partita di giro, dalla "bad company" al Tesoro stesso. Quindi impraticabile perché inutile. Oppure non saranno restituiti, nel qual caso assumerebbero la natura di un aiuto di Stato e come tale impugnabile dalla Commissione europea dinanzi alla Corte di giustizia dell´Ue. Oppure ancora qualche banca o fondazione compiacente dovrebbe assumersi l’onere di rimborsare il Tesoro. Un samaritano che porti la croce. Ce ne sono in giro? Io non ne vedo. Se ci fossero sarebbero pazzi. Oppure furbi di quattro cotte che darebbero trecento per ottenere di ritorno in altri modi almeno il doppio. Staremo a vedere. Il nostro compito di giornalisti è appunto quello d’informare il pubblico. Non mancheremo di farlo.
I capitani coraggiosi. Vorrei cominciare dal gruppo Benetton per una ragione molto semplice: il responsabile operativo della famiglia e del gruppo di Ponzano Veneto rilasciò tempo fa un’intervista assai significativa, virgolettata e rivista dall’intervistato. Il giornalista che l’intervistava affacciò il dubbio che la contropartita d’una partecipazione dei Benetton al salvataggio Alitalia fosse già stata ottenuta con le ottime condizioni alle quali lo Stato aveva rinnovato la concessione delle autostrade al gruppo di Ponzano. Ma l’intervistato replicò che no, la partita delle autostrade non aveva alcun nesso con il salvataggio dell’Alitalia; le condizioni della concessione rinnovata non erano affatto un favore ma un’equa pattuizione. E va bene, sarà certamente così.
Il caso Alitalia era invece diverso. I Benetton non hanno alcun interesse a partecipare ad una compagnia di trasporto aereo. Possono metterci qualche spicciolo se proprio serve a salvare l’immagine politica, ma il loro interesse è un altro. I Benetton sono da tempo diventati costruttori di opere pubbliche: l’attuale aeroporto di Fiumicino l’hanno fatto le loro imprese. È un sito studiato per ospitare 30 mila passeggeri al giorno. Ma ora le previsioni per i prossimi vent´anni richiedono un aeroporto da 60 mila passeggeri in transito giornaliero. Perciò bisogna ricostruire Fiumicino nell´ambito di un progetto che ne faccia un "hub" mediterraneo. Ecco: i Benetton puntano su questo obiettivo. Non sono mica molliche.
Naturalmente, se la previsione d´un aeroporto da 60 mila transiti è corretta, non c´è assolutamente nulla di male a mettere in gara l´opera pubblica. Una trattativa privata senza concorrenti sarebbe uno strappo non da poco. Ma Tremonti è capace di questo e di altro nell´ambito di una strategia di Stato-padrone e di primazia della politica.
Però c´è un altro problema che lo stesso Benetton sollevò in quell’intervista: le tariffe da applicare alle compagnie di trasporto per utilizzo dell’aeroporto e, tra queste, in particolare le tariffe della compagnia di fittizia bandiera. Mi domando se non ci sia un conflitto di interessi tra un Benetton gestore dell´aeroporto e un Benetton azionista di Alitalia.
Di Ligresti si sanno molte cose e molte altre si intuiscono. Costruirà non so quanti milioni di metri cubi connessi (insieme alle circostanti aree) con l’Expo di Milano. Guida un gruppo gigantesco, immobiliare, finanziario, assicurativo. Sta nel sindacato di Mediobanca e come tale allunga l´occhio anche sul Corriere della Sera. Metterà una cinquantina di milioni anche in Alitalia. Per lui sono spiccioli e possono venir buoni con tanta terra al sole. E poi la sua banca di riferimento non è Intesa-Sanpaolo? È opportuno rendersi utili a chi finanzia i propri affari, accade da che mondo è mondo.
Conosco poco gli altri neo-azionisti della nuova Alitalia e quindi mi guardo bene dal formulare su di loro pensieri maliziosi. Ma una cosa va detta e vale per tutti: questi capitani coraggiosi giocano in realtà sul velluto perché hanno giustamente messo come condizione "sine qua non" la presenza nella combinazione d’un grande vettore internazionale. Poiché hanno ora accettato che i loro nomi siano resi pubblici se ne deve dedurre che l’accordo con il vettore straniero sia già stato fatto o sia comunque in avanzata trattativa.
Sappiamo che quando l’accordo sarà ufficializzato risulterà che lo "straniero" avrà il controllo azionario e la gestione della compagnia. È immaginabile e verosimile.
Secondo le informazioni che ho in proposito gran parte dei capitani coraggiosi si propongono di vendere allo "straniero" o sul mercato le loro quote azionarie quando l´accordo sarà diventato operativo. Dal che deduco che una rete di sicurezza i capitani coraggiosi ce l´hanno.
Arriva all’ultim’ora la notizia che Air France ha convocato il suo consiglio d´amministrazione per giovedì ed ha riaperto il dossier Alitalia. Spinetta chiederà anche di incontrarsi con Passera.
A pensarci bene è stato proprio un gioco dell’oca. Cinque mesi dopo torna l’ipotesi di tornare al punto di partenza in condizioni assai peggiori di prima.
Poiché in quest´operazione compare più volte il nome di Mediobanca, converrà spendere qualche parola su questo leggendario istituto che ha movimentato la storia finanziaria d’Italia dal 1947 ad oggi attraversando anche in casa propria alcune agitate, vicende come del resto accade nelle migliori famiglie. Finora le vicende "domestiche" di piazzetta Cuccia sono sempre finite bene e ci auguriamo che sia sempre così. Non altrettanto si può dire di quelle che Mediobanca ha patrocinato. Alcune a lieto fine altre a fine triste o tristissimo, a cominciare dalla guerra chimica ai tempi della Edison e della Bastogi per arrivare alla Montedison di Cefis e a quella dei Ferruzzi e dei Gardini e per finire con Pirelli e Telecom.
Che sta accadendo adesso a Mediobanca?
È in corso uno scontro molto duro. A volerlo personalizzare i protagonisti sono tre: Geronzi, Profumo, Nagel. Il primo è il presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca dopo aver guidato per molti anni il Banco di Roma che si fuse circa due anni fa con Unicredit; il secondo è l’amministratore delegato di Unicredit; il terzo è l’amministratore delegato del consiglio di gestione dell´Istituto di piazzetta Cuccia (un tempo si diceva via Filodrammatici perché Enrico Cuccia era ancora vivo).
Al momento della fusione del Banco di Roma con Unicredit si pose il problema di trovare una posizione adeguata per Cesare Geronzi che altrimenti sarebbe rimasto disoccupato. Geronzi non è uno che vada in pensione; si può tranquillamente scommettere che morirà (spero il più tardi possibile) lavorando. Banco di Roma e Unicredit possedevano circa il 9 per cento ciascuno del capitale di Mediobanca, in totale il 18 per cento, cioè la maggioranza assoluta nel patto di sindacato. A quel punto Profumo decise di vendere metà della partecipazione restando con il 9 per cento. Decise anche di affidare a Geronzi la presidenza dell´istituto ma per non essere troppo generoso optò per una "governance" duale, dando all´ex presidente del Banco di Roma la guida del consiglio di sorveglianza e insediando alla testa del consiglio di gestione il capo del management di piazzetta Cuccia, Nagel.
Un equilibrio perfetto, almeno sulla carta. Ma non era pensabile che Geronzi si contentasse a lungo di fare il padre nobile. Passato poco più di un anno è entrato infatti in agitazione chiedendo che la governance di Mediobanca tornasse dal sistema duale a quello "monale" e rivendicandone la presidenza operativa.
Profumo non è d’accordo ma è molto prudente, anche lui ha i suoi guai e non da poco. Nagel non è d’accordo neppure lui, ma Geronzi è in maggioranza nel sindacato e nell’assemblea degli azionisti. Dalla sua parte c’è Mediolanum, Ligresti, Generali, i francesi, insomma il grosso degli azionisti. Soprattutto ha l’appoggio politico di Berlusconi.
Ma Nagel e Profumo sono tuttora contrari. Se decideranno di battersi possono raggruppare un terzo dei voti nel sindacato azionario: una minoranza di blocco che riproporrebbe una conduzione duale all´interno di una "governance" unificata.
Infine c’è un’ultima incognita. Geronzi è stato rinviato a giudizio e addirittura condannato in primo grado per alcuni reati di cospicua gravità in materia finanziaria e bancaria. In tempi normali tutto ciò avrebbe determinato automaticamente le dimissioni del rappresentante legale di una banca e in tal senso esiste da tempo una circolare di indirizzo della Banca d’Italia. Ma oggi, lo sappiamo, non siamo in tempi normali. Mi domando però se questa posizione resterà ferma anche nel momento in cui il processo avrà inizio. Ogni previsione è azzardata ma una cosa è certa: la scelta dipenderà in larga misura da Draghi. È una partita cui sarà molto interessante assistere per raccontarla a dovere.
Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.
Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista - spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto.
Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.
Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.
Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.
Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.
Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.
Attacco agli apparati pubblici. Fine della lotta all'evasione. Dai primi cento giorni di governo emerge la strategia di Berlusconi: cavalcare la crisi. E a pagare saranno i lavoratori dipendenti
I primi cento giorni del Caimano, del Cavaliere, dello 'statista', dello stratega di affari geopolitici sono una sfida micidiale al Pd e a tutte le opposizioni. Anzi, un attacco putiniano in pieno assetto di guerra. Peccato non essersene accorti. Come ha detto Giulio Tremonti presentando la manovra: "L'Italia possiede un punto di forza: la stabilità politica; che resterà per cinque, dieci, forse quindici anni".
Se il Pd fosse meno impegnato nelle sue beghe, a creare fondazioni, a demolire Sergio Chiamparino, a proiettare nel cielo dell'estate vaghe astrazioni fra il letterario e lo sciamanico, un lunghissimo brivido scenderebbe nella schiena dei suoi dirigenti, primo fra tutti Walter Veltroni.
Come aveva detto Massimo D'Alema? Rischiamo di diventare una "minoranza strutturale". Infatti, per la prima volta si assiste in Italia al profilarsi di una nuova specie di guerra di classe. Berlusconi e Tremonti hanno in mente il progetto perfetto per diventare eterni.
Per capirlo, bisogna uscire dal coacervo dei singoli provvedimenti: l'abrogazione dell'Ici era un atto dovuto dopo la campagna elettorale, la detassazione (parzialissima) degli straordinari è una misura irrilevante nella quantità, la campagna su immigrazione e sicurezza ha un valore simbolico fortissimo, con l'esercito in strada e le vecchiette che dicono "vi vogliamo bene" ai soldati, ma i suoi contenuti saranno da valutare più avanti.
Ma è il lavoro dietro le linee quello che viene condotto dal governo, e nasce da una concezione darwiniana della politica. Di destra vera e cattiva, senza inibizioni e remore culturali. Il Popolo della libertà vede con chiarezza una perdita di peso del lavoro dipendente e di tutti i ceti riconducibili nel perimetro del reddito fisso, e quindi la possibilità di creare un blocco sociale di maggioranza che possa confermarsi, come ha ripetuto Tremonti, "a tempo indeterminato". Un settore politico che copre la metà della società, 'la società del 50 per cento' (diversamente dalla "società dei due terzi" descritta a suo tempo dal socialdemocratico tedesco Peter Glotz), che governa agevolmente contro tutti gli altri ceti dispersi e perdenti.
Per ottenere questo scopo, a suo modo 'storico', Berlusconi si è premunito garantendosi l'immunità, con la cinica operazione del provvedimento bloccaprocessi, che è servito a introdurre la 'mediazione' del lodo Alfano: prima si minaccia l'atomica e poi si negozia da posizioni di forza. Un capolavoro di violenza sulle istituzioni.
A questo punto, sereni e tranquilli, si può passare alla Fase 2, la fabbricazione di una maggioranza sociale e politica non aggredibile dalle opposizioni. Con un esemplare ragionamento da economista, Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 17 agosto ha scritto che Tremonti, che pure ha evocato spesso lo spettro del Ventinove, "rischia di ripetere gli errori di Herbert Hoover, il presidente che, nel tentativo di raggiungere il pareggio di bilancio nel mezzo di una recessione, creò le premesse per la grande depressione".
Tremonti, dice Giavazzi, tiene la pressione fiscale invariata per un triennio, "al livello elevatissimo al quale l'aveva lasciata Prodi". Strano, per gente che aveva sempre puntato sul 'meno tasse per tutti'. Tanto più, aggiunge l'editorialista del Corriere, che "come ha spiegato con grande chiarezza Guido Tabellini (…), ciò che servirebbe è un'energica riduzione delle tasse sul lavoro".
Ora, consideriamo che Giavazzi è uno dei più celebri economisti italiani, e che Guido Tabellini è un quasi premio Nobel. Si può immaginare allora che Tremonti sia uno sprovveduto che durante una fase di stagnazione e inflazione approva riduzioni di spesa con effetti, direbbero i suddetti economisti, “pro-ciclici”, cioè con una seria probabilità di aggravare la recessione?
Non è possibile. Una interpretazione più realistica è quella di Pier Luigi Bersani:il governo sta facendo provvista per affrontare i costi inevitabili della struttura federalista. Ma c'è anche un'interpretazione più inquietante. La recessione può essere un fenomeno preoccupante sotto l'aspetto economico, ma funzionale invece al disegno politico del Pdl. Basta dividere in due la società: da una parte il già citato reddito fisso, lavoro dipendente e pensionati; dall'altra imprese e lavoro autonomo (professioni, commercio, artigiani ecc.).
Per queste categorie sociali, né l'inflazione né la stagnazione rappresentano un'inquietudine. Alle imprese è stato lanciato il messaggio sulla contrattazione da flessibilizzare, sul lavoro precario e perfino su aspetti premoderni del rapporto fra imprenditori e lavoratori, come la cancellazione della legge che impediva la pratica delle dimissioni firmate in bianco. Alle categorie del lavoro autonomo, che Bersani aveva tentato con qualche limitato successo di sottoporre alla concorrenza, viene assegnata di fatto la possibilità di manovrare prezzi e tariffe. Non che il mercato si possa comprimere con i calmieri; ma la scomparsa del contenimento dell'inflazione dalle priorità vere del governo mette allo scoperto la pesante sfasatura, per il reddito fisso e per i contratti, fra l'inflazione programmata, del tutto irrealistica, e l'inflazione reale.
In ogni caso i pilastri dell'azione del governo sono da un lato l'attacco a tutti gli apparati pubblici; dall'altro il tendenziale smantellamento del contrasto all'evasione.
Il primo aspetto è spettacolare (così come è uno show quotidiano l'azione intimidatoria di Brunetta sul pubblico impiego): i trenta miliardi in tre anni di tagli alla macchina pubblica incidono su scuola, università, sanità, sicurezza, e su tutti gli enti locali, in maggioranza di centrosinistra, che avranno difficoltà pesanti nell'assicurare i servizi.
L'altro, il ritiro dalla lotta all'evasione, è più strisciante. Si compone di provvedimenti invisibili, che non fanno titoli sui giornali, e che non accendono la fantasia dei commentatori.
Tanto per dire, sul Sole 24 ore Stefano Micossi riconosce al governo di avere avviato per il paese un percorso di "riforme strutturali, capaci di liberarne il potenziale di crescita e modernizzarne le istituzioni obsolete". Converrebbe allora capire se fra queste riforme va compresa anche l'istituzionalizzazione politica dell'evasione, che l'ex viceministro dell'Economia, l'odiatissimo ma efficiente Vincenzo Visco ha riassunto in questo modo: "Ormai si è convinti che le tasse le debbano pagare solo i lavoratori dipendenti".
Per chi volesse avere un'idea delle misure 'anti-antievasione', secondo Visco non c'è che l'imbarazzo della scelta: abolizione della tracciabilità dei compensi, indebolimento delle norme sugli assegni bancari, eliminazione dell'elenco dei fornitori, con l'aggiunta dello smantellamento dello staff ministeriale che aveva lavorato con il governo precedente.
Via libera al sommerso, quindi, sotto la coltre fumogena di operazioni come la 'social card' e un esproprio patrimoniale con strizzata d'occhio come la 'Robin Tax': tanto che nessuno nell'opposizione sembra in grado di cogliere la portata dello choc sociale che è stato innescato. Vale a dire un trasferimento di ricchezza potenzialmente colossale, mascherato dietro le filosofie di Tremonti sull'economia sociale di mercato, sul federalismo fiscale, sulla resistenza 'di comunità' alla globalizzazione.
Ci sono insomma due linee di confronto, e di scontro, dell'opposizione con la maggioranza: una corre su questa redistribuzione regressiva, di tipo castale. L'altra sull'operazione 'istituzionale' di tipo federalista. Entrambe le iniziative di fondo del governo possono innescare tensioni fortissime nel tessuto sociale e nazionale. Con la prima, l'attacco al reddito fisso, il Pdl ha cominciato a costruirsi il suo blocco politico, e lo fa 'con i nostri soldi', cioè con i soldi dell'opposizione. Con la seconda, aprirà un tiro alla fune spaventoso fra Centro-nord e Sud, che potrà essere gestito soltanto aprendo i rubinetti delle casse pubbliche, cioè a spese del bilancio dello Stato. Con rischi fortissimi o dell'aumento della tentazione separatista, oppure di un attentato materiale alla crescita (ma non importa, si è già visto che nella recessione la maggioranza e i suoi elettori ci sguazzano).
È per questo che il Pd, e tutte le opposizioni residue dovrebbero dedicare l'autunno a un'azione di duro contrasto al progetto generale berlusconian-tremontiano. Il 'dialogo', le 'commissioni à la Attali' e altre finzioni collaboranti vanno lasciate a momenti migliori. Il punto centrale è: attrezzarsi a fare opposizione sulle questioni reali. Per il dialogo sulle questioni immaginarie verranno tempi migliori, forse, chissà, un giorno, se nel frattempo non ci avranno spolpati.
Perdere il posto per una denuncia
di Luciano Gallino
Evidentemente la tolleranza zero fa tendenza, ben al di là della questione sicurezza, anche se qualche connessione sussiste. O meglio esprime una tendenza. Un’impiegata è assente ingiustificata per un giorno da un ufficio della Pubblica Amministrazione? Rischia il licenziamento in tronco. Fanno timbrare il cartellino da un collega per guadagnare cinque minuti dopo aver fatto due ore di straordinario, senza alcun danno per l’azienda? Licenziati tutti.
Un macchinista si permette di dire, a fronte di palesi inconvenienti tecnici verificatisi su alcuni treni, che occorre approfondire le indagini e aumentare le attenzioni in tema di sicurezza ferroviaria? Licenziato in tronco per la seconda volta in due anni. Questi sono episodi recenti. Ma è noto che negli ultimi mesi i licenziamenti attuati o minacciati per motivi disciplinari, che tempo addietro avrebbero motivato al massimo una penalità pecuniaria o una breve sospensione, si sono moltiplicati anche in imprese private.
La stessa tendenza alla tolleranza zero estesa a settori ben lontani dall’ordine pubblico, dopo avere investito a valanga quest’ultimo come se fosse in gioco l’esistenza del Paese, si esprime anche in altri modi. Ad esempio nei tanti divieti, sostenuti da pesanti multe, che numerosi sindaci si sono inventati, o hanno rispolverato, non appena dotati di nuovi poteri dal ministro dell’Interno. Vietato mangiare e bere in prossimità di monumenti ed edifici storici, dormire sulle panchine, sdraiarsi sull’erba nei parchi, fumare anche in luoghi aperti, scambiarsi effusioni magari innocenti. Comportamenti spesso sgradevoli, certo, così come quelli richiamati sopra sono azioni non corrette. Ma questi come quelli richiederebbero, in luogo di tolleranza zero, licenziamenti e ammende, interventi quali discussioni, educazione, trattative, analisi dei problemi sottostanti, differenti modelli organizzativi, visioni larghe dei problemi di una convivenza civile.
Quel che preoccupa in genere nell’inclinazione alla tolleranza zero avanzante in settori sempre più larghi della società italiana, e ancor più dovrebbe preoccupare l’opposizione, è la sua derivazione da due processi sociali che si completano e si eccitano a vicenda. Il punto di partenza è che il governo in carica ha una manifesta vocazione autoritaria. Lo è nel senso di presentarsi come un governo dichiaratamente decisionista. Dà a intendere di sapere quali sono i veri problemi del paese, anzi del popolo, e procede, o comunque riesce a dar intendere di procedere, per la strada che si è luminosamente tracciata, senza riguardo per gli sparuti – ai suoi occhi – gruppi sociali che dovessero pensarla diversamente.
In realtà questo governo non farebbe molta strada, se non lo sorreggessero processi concomitanti di imitazione e fiancheggiamento da parte degli strati della società che hanno potere e denaro, e forme diffuse di conformismo e deferenza di gran parte degli strati che non hanno né l’uno né l’altro, ma sono inclini a credere che ciò che viene dall’alto può giovare a tutti. Sentendo profumo di autoritarismo, coloro che stanno in alto inclinano a imitarlo ed a tradurlo in forme adeguate alle proprie esigenze e interessi. Coloro che stanno per contro piuttosto in basso in maggioranza si conformano perché nella tolleranza zero applicata al lavoro o alle folle urbane sentono confermati i propri giudizi, pregiudizi e rancori. Ben vengano, ai loro occhi, i licenziamenti dei dipendenti pubblici e delle ferrovie o, perché no, della scuola o delle Asl o di qualsiasi impresa privata – purché non tocchi a loro.
Un segno? Alla radio e nelle lettere ai giornali, nei giorni scorsi le dichiarazioni favorevoli al licenziamento dei ferrovieri, come nelle settimane precedenti quelle consenzienti con le draconiane misure del ministro della Funzione Pubblica per far rigare finalmente diritto gli impiegati della PA, hanno largamente prevalso, per enfasi e forse anche per numero, su quelle che provavano a dire che forse si era esagerato. La stessa sorprendente mitezza con cui la maggioranza degli esponenti sindacali ha accolto i provvedimenti delle Ferrovie, come altri interventi del governo già annunciati o attuati in tema di politiche del lavoro, mostra quanto la deferenza nei confronti del potere possa fare presa.
Siamo ovviamente soltanto agli inizi, ai prodromi di una involuzione sociale e politica. È la fase in cui si potrebbe arrestarla e avviarne le spinte in altre direzioni. Ma ci vorrebbero capacità di analisi e di immaginazione politica che al momento non è dato scorgere da dove potrebbero venire. Per intanto l’opposizione dovrebbe rendersi conto di un fatto. Il persistente e aggravantesi disagio materiale delle classi lavoratrici, il popolo dei 1.000 euro al mese, nonché le paure che angosciano le classi medie di fronte alla constatazione che i figli non proseguiranno in quella che fu la loro ascesa sociale, che la loro stessa posizione sociale è a rischio, non è materia destinata prima o poi ad alimentare movimenti politici di sinistra o di centro-sinistra. È materia ottima per la destra. Tende a costituire uno dei due pilastri di quella che si sta profilando come una tolleranza zero a trecentosessanta gradi. La destra lo ha capito benissimo, e per questo si adopera a incanalare disagi, rancori e paure in tale direzione.
L’Italia docile che ha perso dissenso
di Nadia Urbinati
Sarebbe utile interrogarsi sulla docilità, una qualità che ben rappresenta l’Italia di oggi. Chi detiene il potere politico non è naturalmente amico del dissenso e di chi lo esercita, nemmeno quando al potere vi giunge per vie democratiche e la sua azione di governo è limitata da lacci costituzionali. Grazie al liberalismo, che del potere ha una visione giustamente diffidente e pessimista, le società moderne sono riuscite a imbrigliare le tendenze tiranniche e dispotiche di governi e governanti e infine a eliminare l’uso della violenza dalla politica. Diceva Tocqueville che il diritto e le costituzioni hanno reso la politica dolce perché hanno fatto posto al dissenso. I diritti che tutelano la nostra libertà individuale, non solo quella che ci consente di possedere cose materiali ma anche quella che ci rende sovrani sul nostro corpo e la nostra mente, sono un baluardo imprescindibile contro il potere, anche legittimo. Per questa ragione, una società libera è l’opposto di una società docile. Ma le cose sono più complicate di come se le immagina la teoria.
Una società libera ha bisogno del dissenso. Anzi è desiderabile che la diversità di opinioni vi si manifesti e si esprima liberamente perché è grazie a questa diversità che il gioco politico può svolgersi e le maggioranze alternarsi. Ma la cultura dei diritti può purtroppo stimolare anche una diversa attitudine: può indurre i cittadini ad abituarsi a perseguire il godimento dei loro diritti individuali disinteressandosi a quanto avviene nella sfera politica, salvo recarsi alle urne nei tempi stabiliti. La società democratica può facilitare la formazione di una società docile perché indifferente alla partecipazione politica.
Lo può fare perché e fino a quando i diritti essenziali sono protetti per la grande maggioranza e non si danno quindi ragioni di dissenso. Sono le minoranze il vero problema (o, per l’opposto, la salvezza) delle società democratiche mature, perché sono loro a esprimere dissenso, a rivendicare spazi di azione che non sono in sintonia con quelli della maggioranza – se poi queste minoranze sono per giunta culturali e etniche, non semplicemente di opinione, allora decidere di non ascoltarle e perfino di reprimerle e perseguitarle può non essere visto dall’opinione generale come un problema di violazione di diritti. La società docile non è una società che ha rinunciato ai diritti o che non è più liberale. È invece una società nella quale la maggioranza è soddisfatta del proprio grado di libertà e dei propri diritti e trova fastidioso che ci siano minoranze non domate, non silenziose e omologate, che facciano richieste che non collimano con le proprie (come nel caso di una minoranza religiosa che chiede che il diritto di culto sia rispettato anche quando il culto è diverso da quello della maggioranza). Società democratica docile, dunque, e per questo autoritaria e paternalista.
La docilità è una qualità che si predica degli animali non degli uomini; è un obiettivo che i domatori si prefiggono quando cercano di abituare un animale a fare meccanicamente determinate cose. Al moto della mano del padrone il cane sa quel che deve fare e lo fa. Docilità significa non avere una diversa opinione di come pensare e che cosa fare rispetto all’opinione preponderante; significa accettare pacificamente quello che il padrone di turno, per esempio l’opinione generale di una più o meno larga maggioranza, crede, ritiene e vuole. Sono ancora una volta i liberali che ci hanno fatto conoscere questo lato inquietante del potere moderno.
Un lato che si è mostrato quando il potere è riuscito ad avvalersi di strumenti nuovi; strumenti che si sono presto rivelati congeniali a un potere che si serve delle parole e delle opinioni per restare in sella, che può rinunciare alla violenza sui corpi perché si radica nell’anima dei suoi sudditi, se così si può dire. Mentre gli antichi tiranni e monarchi assoluti usavano la tortura e le punizioni esemplari nelle pubbliche piazze, il moderno potere fondato sull’opinione non ha più bisogno di usare la violenza diretta (e se la usa, si guarda bene dal farlo in pubblico); usa invece una specie di addomesticamento che produce, come scriveva Mill, una forma di "passiva imbecillità". I cittadini docili assomigliano a una massa di spettatori: in silenzio ad ascoltare e, semmai, giudicare alla fine dello spettacolo con applausi o fischi.
La politica come spettacolo non assomiglia a un agone ma a una sala cinematografica. Il dissenso, la virtù forse più importante in una democrazia che si regge sull’opinione mediatica, è tacciato di generare destabilizzazione, offeso e denigrato. Il buon cittadino non dissente, ma segue, accetta e opera con solerte consenso. Una voce fuori del coro è castigata come fosse un’istigazione al terrore; un’opinione che contesta quella della maggioranza è additata come segno di disfattismo.
Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che pare essere diventato naturale come l’aria che respiriamo, vogliamo che i sindaci si facciano caporali e accettiamo di buon grado che ci riempiano la vita quotidiana di divieti e consigli (sulle spiagge della riviera romagnola due volte al giorno da un altoparlante fastidioso le autorità ci fanno l’elenco di tutte le cose che non dobbiamo fare per il nostro bene e se "teniamo alla nostra salute"). Come bambini, siamo fatti oggetto della cura da parte di chi ci amministra, e come bambini ben addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere.
È come se dopo anni di allenamento televisivo siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che in condizione di spontanea libertà sarebbe semplicemente un insopportabile giogo.
La cultura della docilità non pare risparmiare nessuno, nemmeno coloro che per ruolo istituzionale dovrebbero esercitare il dissenso. Commissioni bipartisan nascono ogni giorno; servono ad abituarci a pensare che l’opposizione deve saper essere funzionale alla maggioranza, diventare un’opposizione gradita alla maggioranza. Un’opposizione che semplicemente si oppone e critica e dissente pare un male da estirpare, il segno di una società non perfettamente doc
L’Unità cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo, ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è successo prima, lo abbiamo letto nell’editoriale di Padellaro e nel comunicato dell’Editore.
Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con l’amicizia solidale di tutti questi anni, da l’Unità morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia dell’editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io - siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.
A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse. Una è l’arrivo di una nuova solida proprietà e l’arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L’altra è l’uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c’è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C’è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c’è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.
Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione diversa. Quante opposizioni ci sono?
Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della soluzione del problema, se il problema è davvero l’opposizione?
C’è un’altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana, specialmente se riguarda l’informazione. Però non è Berlusconi ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche «grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato nell’ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto all’Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il Foglio, che non è il Riformista, che non è Europa, che non è l’Unità di adesso, e, ovviamente, non è né il manifesto né Liberazione. Auguri, davvero.
Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione, cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono lì a un passo, in Parlamento?
Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad avere una storia), non dell’editore.
Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L’altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - «ma noi siamo una risorsa?»)?
Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c’è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d’onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c’erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali? Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin, è il miglior amico di Berlusconi? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell’Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?
Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la folla dei viaggiatori in attesa. Il più grande partito di opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti. Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui. Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l’orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi - della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».
Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo «stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan, trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto favore all’amico Putin (dimostrare che la crisi non era così grave), tanto è vero che il ministro Frattini riferirà al Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24 agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito democratico come ospite d’onore. Si forma una cultura, abbiamo detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).
Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa del Pd. E spiega l’annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell’Islam. Chi altro? Con l’aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio.
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Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la «Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney, l’uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche “neo-con” di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le maniere forti.
Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito Democratico, sono un po’ più rozzi degli italiani: quando fanno opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese, prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.
Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica, scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare e di medicine salva-vita di cui bisogna abbattere i prezzi. Certo, l’America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto avviene nell’altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene dirà tutto quello che pensa con l’irruenza che l’America democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama «politica urlata» e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo se è «politica urlata» di sinistra.
Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane con l’esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire l’ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l’aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».
Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe, insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista e scribacchino. L’umanità e l’Unità le saranno grate eternamente».
Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l’Unità?». La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.
Chi per anni, in anni lontani, ha collaborato con l’Unità, e ha esibito orgogliosamente quella testata considerata sovversiva quando era il simbolo di un’opposizione che sapeva governare, e chi è angosciato per il fatto che il peggior governo che l’Italia repubblicana abbia mai avuto (ma forse l’Italia tout court) non abbia un’opposizione, non può non condividere le preoccupazioni lucidamente (e garbatamente) espresse da Furio Colombo. Anche noi seguiremo ciò che accade in quel giornale dai gloriosi passati, e nel partito che ne decide le sorti. Anche perché sappiamo che, se si stemperasse l’opposizione di quel giornale e non si manifestasse una vera opposizione in quel partito, l’avvenire sarebbe per tutti ancora più cupo di quanto si possa immaginare.
Non è facile percepire quanto sia cambiato il mondo intorno a noi, in poco tempo. Non il Mondo. Ma il "piccolo" mondo che ci circonda. Il territorio. Il nostro paese, la nostra città, il nostro quartiere, le case e le strade vicino a casa nostra. È avvenuto tutto in fretta, negli ultimi anni, anzi, negli ultimi decenni. I nostri occhi si sono abituati a vedere scomparire gli spazi, l’orizzonte. Si sono abituati a non vedere. Per cui "non" vediamo più, senza rendercene conto.
D’altronde, la casa è una vocazione nazionale. L’Italia: Paese di piccoli paesi, un Paese di compaesani (come lo ha definito, con una formula felice, il sociologo Paolo Segatti). Ha sempre inseguito il mito della "casa". Luogo e, al tempo stesso, simbolo di una società centrata sulla famiglia. Dove le case si trasmettono per via generazionale, dai genitori ai figli. Una società, per questo, "stabile", quasi immobile, anzi: immobiliare (abbiamo detto, in altre occasioni). Per cui la dilatazione edilizia non ci ha spaventati. Ci è sembrata naturale. Una casa per ogni famiglia. E per ogni figlio, se possibile. Non ci siamo accorti, anche per questo, del cambiamento intorno a noi. E, comunque, ci siamo abituati. L’abbiamo percepito come un costo necessario. D’altronde, tutto ha un prezzo e non si può pretendere di conquistare il benessere, se non la ricchezza, senza rinunciare a qualcosa. Un pezzo di paesaggio, un frammento di ambiente, un metro di territorio, un po’ d’aria, un angolo di orizzonte. E, via via, una cerchia di relazioni personali e sociali, una scheggia di vita quotidiana. Fino a ritrovarsi racchiusi in una nicchia, da soli in mezzo agli altri. Non vorremmo replicare la ballata del ragazzo della via Gluck. Lamentare che "là dove c’era l’erba ora c’è… una città". (Anche se la nostalgia è un vizio che conviene, a volte, coltivare). Ci interessa, tuttavia, segnalare che il processo immobiliare, negli ultimi due decenni e soprattutto negli ultimi anni, ha assunto una velocità cosmica e un’estensione devastante, quanto gli effetti che ha prodotto. In Italia più che altrove. Secondo le valutazioni di Maria Cristina Treu (Presidente del CeDaT - Centro di Documentazione dell’Architettura e del Territorio del Politecnico di Milano), negli anni Novanta (dati Eurostat) le costruzioni, in Italia, hanno sottratto all’agricoltura circa 2.800.000 ettari di suolo. Ogni anno si consumano 100.000 ettari di campagna (il doppio della superficie del Parco Nazionale dell’Abruzzo). D’altra parte "l’Italia è anche il primo paese d’Europa per disponibilità di abitazioni; ci sono circa 26 milioni di abitazioni (di cui il 20% non occupate), corrispondenti a un valore medio di 2 vani a persona». Ragionando sui dati Eurostat di Germania e Francia (come ha osservato l’economista Giancarlo Corò), emerge che negli anni Novanta l’Italia ha urbanizzato un’area più che doppia di suolo rispetto alla Germania (1,2 milioni di ettari) e addirittura 4 volte quello della Francia (0,7 milioni di ettari). I riferimenti statistici più recenti (Cresme/Saie 2008) sottolineano come questa tendenza, negli ultimi anni, abbia conosciuto una ulteriore, violenta accelerazione. Dal 2003 ad oggi, infatti, sono state costruite circa 1.600.000 abitazioni (oltre il 10% delle quali abusive). Per contro, è noto che, da vent’anni, la popolazione in Italia non solo non è cresciuta ma è, al contrario, calata sensibilmente. E solo negli ultimi anni ha dato segni di ripresa, grazie al contributo degli immigrati.
Il nostro Paese si è, dunque, urbanizzato in modo ampio, rapido, violento. Ma per ragioni che solo in parte - limitata, peraltro - si possono ricondurre alla "domanda sociale". All’evoluzione demografica, ai cambiamenti negli stili e nell’organizzazione della vita delle persone. Semmai è vero il contrario: gli stili e l’organizzazione della vita delle persone hanno subito mutamenti significativi e profondi in seguito alla rivoluzione immobiliare del nostro territorio. Anche se si tende a dimenticarlo, visto che l’attenzione si è concentrata altrove: sulle conseguenze economiche e finanziarie del fenomeno a livello globale. Visto che la casa e l’edilizia, dopo essere state, per anni, il principale motore della crescita, da qualche tempo si sono trasformate nel principale motore della crisi.
In Italia, peraltro, i comuni hanno finanziato la loro "autonomia" e fronteggiato il calo dei trasferimenti dello Stato soprattutto con gli oneri di fabbricazione e la fiscalità legata alla casa (l’Ici). Le aree destinate a edilizia privata, le zone artigianali, commerciali, industriali si sono moltiplicate. Senza limiti. Senza troppi vincoli. Ci hanno guadagnato in molti. Immobiliaristi e banche. Gli enti locali. Ma anche molti privati (impresari, ma anche proprietari di terreni). Così, abbiamo consumato in fretta il territorio, l’ambiente e, negli ultimi tempi, lo sviluppo e i risparmi. Ma anche (soprattutto, vorremmo dire) la società. Che esiste dove, quando e se ci sono relazioni, associazioni, luoghi e occasioni di incontro. Proprio quel che si è perduto in questi anni, nelle stesse zone dove esistevano e resistevano legami di comunità radicati e solidi. Come nel Centronord e soprattutto nella pedemontana del Nord e nel Nordest: aree policentriche, disseminate di piccoli paesi. Provate a girarle facendo attenzione ai cartelli che fiancheggiano le strade. Molti dei quali annunciano che lì vicino sta sorgendo, oppure è sorto, un "villaggio Margherita" oppure Quadrifoglio, un "quartiere Europa" o Miramonti. Tanti insediamenti grandi o piccoli, disseminati di palazzi, villette a schiera, appartamenti di varia metratura, garage interrati. Intorno: prati un po’ esangui, strade e rotonde. Rotonde, rotonde e ancora rotonde. Magari una pista ciclabile. Al centro una piazza - veramente finta - attrezzata con panchine e magari un prato. Perlopiù ridotta a parcheggio, dove i bambini non giocano e gli adulti non si fermano a parlare. Accanto: altri quartieri e altri villaggi nuovi. Sorgono senza seri progetti di integrazione, socializzazione. Senza politiche finalizzate a costruire relazioni sociali, oltre agli immobili. Né ad alimentare la vita pubblica, oltre alla rendita privata. Località artificiali, dove confluiscono migliaia e migliaia di persone. Migliaia e migliaia di estranei. Di stranieri, immigrati: anche se sono veneti, lombardi, marchigiani. "Italiani veri": da generazioni e generazioni. Ma in realtà: apolidi. Abitanti del "villaggio Margherita" e del "condominio Europa".
È così che siamo diventati un paese di stranieri. Individui poveri di relazioni, sempre più soli e impauriti. Che passano la gran parte del loro tempo in casa. Con scarsi ed episodici contatti con il mondo circostante. Principale fonte di conoscenza del mondo: la televisione. Comunicano con gli altri attraverso i cellulari e - i più competenti - le e-mail. Abituati a relazioni senza empatia, frequentano i centri commerciali, non solo per "consumare" ma per uscire di casa, per incontrare gente. Si tuffano nelle notti bianche, negli eventi di massa. Dove gli altri sono "folla" e restano "altri". Estranei.
Questo ci pare il problema principale, oggi. La scomparsa della società, sostituita da un’opinione pubblica pallida. Artificiale. Atomizzata. Non "Opinione", ma "opinioni", raccolte dai sondaggi, rappresentate "dai" e "sui" media. Più che "opinione pubblica": pubblico. Spettatori. Persone senza città. Non-cittadini.
Nel dibattito sulla “opinione pubblica” nell’Italia di oggi, ecco finalmente un intervento che si sofferma sui legami tra le trasformazioni sociali e quelle del territorio (dell’habitat dell’uomo, come lo definisce Piero Bevilacqua). Ecco, da un pulpito scientificamente autorevole, la smentita della favola secondo cui il cambiamento degli stili di vita sarebbe la causa principale dello svillettamento del territorio: è vero il contrario, dice Diamanti. Ecco allineati una serie di dati sulla quantità del consumo di suolo e dello spreco edilizio.
Ma non c’è ancora una denuncia delle cause, né una segnalazione dei possibili rimedi. Per fortuna che possiamo rinviare i frequentatori di questo sito ai materiali della prima sessione della “Scuola di eddyburg”, 2006, e al libro No Sprawl, che ne raccoglie e sviluppa i materiali, nonchè ai numerosi testi raccolti nella cartella Consumo di suolo.
Alla democrazia ci si deve inchinare poiché consente di cambiare i governi pacificamente secondo gli orientamenti prevalenti nell’"opinione pubblica". Ma che ci si debba anche inchinare alle scelte compiute dalle masse degli elettori, è tutt’altra questione. Il motivo è o dovrebbe essere chiaro. Gli orientamenti politici e le scelte elettorali sono prodotti soggettivi, dipendono dalla quantità e qualità degli strumenti di cui si è dotati per guardare, analizzare e valutare la realtà. Questi strumenti a loro volta derivano da ciò che sinteticamente possiamo chiamare la maturità morale e civile di un popolo. Nel 1843 Vincenzo Gioberti pubblicò il suo celebre saggio Del primato morale e civile degli Italiani. Orbene, oggi, a considerare lo stato delle cose, parrebbe giunto il momento di scrivere un saggio da intitolarsi Dell’immaturità morale e civile degli italiani. Si sa che a dir ciò si passa per disfattisti, pessimisti e spargitori di pubblici veleni, ma si badi alla sostanza dei fatti.
La maggioranza del popolo italiano ha portato al potere per l’ennesima volta Berlusconi e i suoi, sorda al conflitto di interessi, ammaliata dal successo che lo ha creato tanto ricco, indifferente ai suoi costanti e volgarissimi attacchi alla giustizia e all’uso delle leggi per motivi personali, insensibile alla sua demagogia e al suo enorme potere mediatico nato dai favori di Craxi e rivolto a modellare a suo piacere l’opinione pubblica. Una scalata, quella del Cavaliere, ad un immenso potere economico, politico e "culturale" che non sarebbe stato possibile – ripetiamolo ancora una volta – in alcun altro Paese democratico maturo. Manifestazione essenziale dell’immaturità morale e civile degli italiani è dunque la larghezza del consenso dato al berlusconismo, il quale non è una categoria soggettiva polemica che si possa far cadere per spianare la strada ad un più elevato confronto tra governo e opposizione, ma una consolidata realtà oggettiva.
Alla base di siffatto consenso vi sono la diffusione in tanta parte del Paese di un atteggiamento di sprezzo per lo spirito di legalità e una concezione prevaricante del potere. L’humus in cui esso rafforza le sue radici, nate e diffusesi certo già ben prima che il Cavaliere facesse la sua apparizione, è un deterioramento dello spirito pubblico che semina potenti germi di inquinamento nell’economia e nel tessuto sociale del Paese, diffonde la corruzione politica e amministrativa, deposita nella mentalità collettiva non solo la compiacenza ma persino l’ammirazione per chi sa fare bene i propri affari aggirando quel che conviene aggirare.
E ora un altro malo aspetto emerge: l’intolleranza razzistica e religiosa verso chi non è "padano", non è italico, non è cattolico. Si tratta di una vera e propria miseria spirituale per quello che fu "un popolo di emigranti", di milioni di disperati, miserabili, disprezzati, mal tollerati, umiliati dalle "razze superiori" che pure ne utilizzavano e sfruttavano la forza lavoro. La vecchia storia della memoria corta.
Di fronte a tutto ciò e a molte altre cose che si potrebbero menzionare, l’opposizione si mostra sbalestrata, sbandata, profondamente divisa. Nel Partito democratico si fanno strada le posizioni di chi, sentendosi spiazzato dal grande consenso dato al berlusconismo, ritiene opportuno nobilitare il confronto con esso, rinunciare a vederlo e a combatterlo a viso aperto in quanto sistema di potere partendo dalla mobilitazione morale e civile, prima ancora che strettamente politica. L’Italia dei valori conduce la sua battaglia contro Berlusconi non avendo le risorse, a partire dalla sua leadership, per darle l’occorrente respiro. Il Partito socialista è un fantasma che si aggira nello spazio vuoto. La Sinistra Democratica non trova ancoraggi. I neocomunisti si consumano nella difesa patetica di una bancarotta e si scindono in frammenti. Se le prestazioni dell’ultimo governo di centrosinistra avevano diffuso la persuasione che soltanto il Cavaliere potesse assicurare una salda governabilità del Paese, lo stato attuale delle opposizioni non fa che rafforzarla ulteriormente.
In questo quadro si è levata la denuncia di Moretti, il quale ha invocato il fantasma di una virtuosa "opinione pubblica", assente in Italia. Ma che cosa costituisce un’opinione pubblica? Essa per un verso è la somma empirica delle molteplici e varie opinioni. Per altro verso, ed è questa di cui si denuncia l’estrema debolezza o assenza nel nostro paese, è l’esistenza – e qui occorre richiamare l’originaria concezione dei D’Alembert e di Kant – di una piazza pubblica formata da cittadini pensosi del bene comune, stimolati da una libera informazione autonoma dal potere, sia questo quello del governo o quello dei partiti con i loro interessi particolari, in grado di esprimere giudizi e di assumere comportamenti tali da orientare scelte consapevoli e da influenzare mediante un controllo efficace l’agire dei governanti e dei soggetti politici in generale. Una simile opinione pubblica è un ideale, ma che in certi momenti e paesi ha avuto ed ha pur imperfette attuazioni. E il suo primo presupposto è la presenza di mezzi di informazione non sudditi del potere governativo, economico e partitico. Si guardi in proposito a ciò che accade in Italia. Berlusconi spadroneggia con le sue televisioni, i suoi giornali e periodici, le sue case editrici; la Rai, il cosiddetto servizio pubblico, è lottizzata dai partiti, di governo e no. E quanti sono gli organi di informazione che possono essere definiti davvero "indipendenti"? Le radici di una simile situazione affondano profondamente nella storia passata d’Italia, quando le correnti di opinione erano nella grandissima maggioranza pressoché interamente spartite e soggiogate dalla Dc, dal Pci e dalla Chiesa. Mutatis mutandis siamo ancora dentro questo sistema.
La mancanza in Italia della "opinione pubblica" invocata da Moretti è lo specchio del nostro modo di essere e delle nostre tare storiche. Chi si candida a combatterle con la necessaria energia e determinazione? I candidati a parole sono una folla, sono tutti. E questo non è un buon segno.
In un lunghissimo intervento su queste colonne Franco Bassanini, più volte ministro nei governi di centrosinistra, ha invitato quanti hanno a cuore le sorti del Paese a non tirarsi indietro, ma a dare un contributo bipartisan – come lui sta dando in Francia nella commissione Attali creata da Sarkozy – alle riforme. Sempre che ve ne siano le condizioni, naturalmente. Per quanto riguarda la commissione voluta a Roma dal sindaco di destra Gianni Alemanno e presieduta da Giuliano Amato si fanno già nomi di persone alle quali è stato offerto di essere pensosi dei destini della patria comune. Stando al Corriere della Sera di ieri, si va dall’economista Innocenzo Cipolletta allo scrittore dei “lucchetti dell’amore” Federico Moccia, dai registi Gabriele Cuccino e Franco Zeffirelli a Pier Luigi Celli ex direttore generale della Rai, ora alla Luiss, e ad altri ancora (per ora non si hanno notizie di candidate al femminile). Il selezionatore è il presidente dell’Eurispes, Gian Mario Fara il quale – secondo il giornale – terrà gran conto dei suggerimenti dello stesso Amato. Vedremo come evolverà la singolare vicenda che, al momento, sembra soprattutto coprire il vuoto pneumatico dei programmi di un centrodestra arrivato in Campidoglio senza una strategia politico-amministrativa minimamente adeguata. Uno degli assessori di punta, Fabrizio Ghera (ai Lavori pubblici e, nientemeno, alle Periferie) è noto per non aver mai aperto bocca, da oppositore, nell’Aula Giulio Cesare. Il suo primo discorso è atteso come un evento epocale.
In questi stessi giorni il ministro e leader leghista Umberto Bossi si è accorto che il governo nel quale autorevolmente siede aveva abolito l’Ici e quindi tolto ai Comuni una entrata che possedeva una sua sostanza “federale”. Poi ha detto (questa è una regola berlusconiana assoluta) di essere stato frainteso e che il collega Calderoli sta lavorando ad una unificazione delle tasse sulla casa in modo da sostituire il gettito perduto del’Ici. In realtà Calderoli sta utilizzando una proposta venuta dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci), presieduta da Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, con la quale ragionevolmente si chiedeva, e si chiede, che venga scorporata e assegnata ai Comuni – quale imposta sostitutiva dell’Ici – la quota di Irpef che riguarda la parte immobiliare e che, secondo il Sole 24 Ore frutterebbe circa 4 miliardi di euro l’anno. Questo per dare all’Anci quello che è dell’Anci, visto che il Pd sembra come assente nella comunicazione “positiva”.
Per turare le falle di bilancio aperte dai sempre minori trasferimenti statali i Comuni hanno però utilizzato a tutto spiano in questi ultimi sette anni, a partire dal 2001, un altro acceleratore oltre all’Ici: quello degli oneri di urbanizzazione pagati dai costruttori di nuove case, capannoni, ville, lottizzazioni, ecc.. Attenzione però : la legge n. 10, firmata dal ministro socialdemocratico [per la precisione, era repubblicano, del PRI di Ugo La Malfa - ndr] Piero Bucalossi (ahi, quanto rimpianto) nel 1977, prescriveva che quegli introiti andassero a far parte di un conto corrente vincolato presso le Tesorerie dei Comuni e che potessero essere destinati unicamente “alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria (cioè luce, gas, fognature, verde pubblico, e poi asili, scuole di vari ordine, cc. n.d.r.), al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, nonché alla acquisizione delle aree da espropriare per la realizzazione dei programmi pluriennali”. Legge saggia e illuminata.
Malauguratamente, nel 2001 – secondo la ricostruzione di alcuni esperti (come Sergio Brenna e Lodo Meneghetti) riportata nel meritorio sito di Edoardo Salzano eddyburg.it –l’allora ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini “omise” di riportare nel Testo Unico sull’edilizia n. 380 quell’articolo 12 della legge Bucalossi e divenne dunque possibile per i Comuni destinare a spesa corrente (e non più soltanto a spesa di investimento) gli introiti degli oneri di urbanizzazione. Quando le Tesorerie comunali posero il quesito, nel 2004, al berlusconiano ministro Tremonti, questi fu ben lieto di rispondere, novello La Palisse, che se una norma non è più citata, evidentemente non vige più. E quindi nelle varie leggi finanziarie si diede ai Comuni libertà di spingere sul pedale dell’edilizia comunque e dovunque – lo si vede a occhio nudo girando l’Italia – pur di tirar su quegli euro che da Roma non arrivavano più e rabberciare così i bilanci. Di più: nelle regioni come la bella Toscana dove la Regione ha sub-delegato i Comuni a tutelare il paesaggio, gli Enti locali si trovarono in una mano l’acceleratore del cemento & asfalto e nell’altra la difesa del paesaggio scegliendo molto spesso (come non capirli?) la prima soluzione. Mi dicono tuttavia che i primi segni di preoccupazione e di resipiscenza stanno affiorando, che in un recente convegno tenuto a Longiano (Forlì-Cesena) da”Italia Nostra” regionale alcuni sindaci abbiano espresso serio allarme per il dilagare del cemento speculativo, mentre mancano alloggi economici. Ma siamo ai primi segnali.
L’ultimo governo Prodi – come ho potuto liberamente scrivere su questo giornale alcuni mesi fa – ha proseguito sulla strada sbagliata inaugurata dal governo Amato (se non sbaglio) nel 2001 prorogando anzi fino al 2010 quella “norma bestiale”, come l’hanno definita Brenna, Meneghetti e Salzano, la quale concorre poderosamente a massacrare il Belpaese. Norma che va benissimo a Silvio Berlusconi, nato immobiliarista e teorico della filosofia “ciascuno è padrone a casa sua” che ha sfasciato l’idea stessa di interesse generale o collettivo (orrore) in nome dei mille e mille interessi privati e di clan.
Questo mi è tornato in mente pensando ai destini della Patria e vedendo poche sere fa su TV5Europe il servizio sul referendum proposto dai Verdi della Suisse Romande i quali proponevano una moratoria delle costruzioni essendoci troppo consumo di suolo agricolo o comunque libero. Problema assai più drammatico in Italia. Che è però anche il solo Paese – a differenza di Gran Bretagna o Germania, per esempio – dove non esiste alcuna legge in proposito e dove nemmeno se ne osa discutere, essendo troppo pensosi degli interessi privati e/o corporativi e assai poco di quelli pubblici. Per la commissione Amato attendiamo altri nomi e altre “disponibilità” di massima. Ricordate cosa disse il sempre acuminato Rino Formica a proposito dell’Assemblea Nazionale del Psi voluta da Bettino Craxi a Verona?
Italia: “La politica sull’immigrazione deve tener conto dei diritti umani e non basarsi unicamente sulle preoccupazioni relative alla sicurezza pubblica”, ha dichiarato il commissario Hammarberg
Strasburgo, 29.07.2008 – “Una politica in materia di immigrazione non può basarsi solo sulle preoccupazioni relative alla sicurezza pubblica. Le misure adottate al momento in Italia non rispettano i diritti umani e i principi umanitari e rischiano di appesantire il clima di xenofobia”, con queste parole Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha commentato la pubblicazione del suo rapporto sulla missione speciale condotta a Roma il 19 e 20 giugno scorsi. Tale visita fa seguito alle manifestazioni, a volte molto violente, contro rom e sinti nel paese e rientra nel quadro dell’adozione o preparazione, in tempi relativamente brevi, di una legislazione che miri ad introdurre ulteriori controlli alla libertà di movimento di rom e sinti, la penalizzazione dell’immigrazione clandestina ed ulteriori restrizioni all’immigrazione.
Il Commissario ha inoltre espresso le sue preoccupazioni riguardo il ‘’pacchetto sicurezza” che sembra essere appositamente elaborato per gli immigrati rom nonché per la dichiarazione dello stato di emergenza in tre regioni italiane. “I rom ed i sinti hanno un urgente bisogno di una tutela effettiva dei loro diritti umani ed in particolare dei loro diritti sociali, come ad esempio il diritto ad un abitazione decente e all’istruzione”, ha aggiunto. “Adottare lo stato di emergenza e conferire maggiori poteri ai ‘commissari speciali’ e alle forze dell’ordine non è il giusto approccio al fine di rispondere ai bisogni dei popoli rom e sinti”. Alla consegna in data odierna del suo Memorandum, il Commissario si è detto preoccupato per l’estensione dello stato di emergenza su tutto il territorio nazionale.
Hammarberg ha anche criticato la decisione del governo italiano di considerare reato penale l’entrata ed il soggiorno irregolare di immigrati; lo considera un preoccupante allontanamento dai principi di diritto internazionale. “Queste misure possono complicare le richieste di asilo dei rifugiati e rischiano di accrescere la stigmatizzazione e l’emarginazione sociale di tutti gli immigrati – rom inclusi”, ha affermato.
Il Commissario Hammarberg è anche allarmato per il rimpatrio forzato di immigrati verso alcuni paesi dove è comprovato l’uso della tortura. Facendo particolare riferimento al caso di un cittadino tunisino espulso per ordine del Ministro degli Interni nel quadro della legge sulle misure d’urgenza per combattere il terrorismo, Thomas Hammarberg si è nuovamente opposto a decisioni di questo tipo, decisioni prese sulla base di assicurazioni diplomatiche. Ha ricordato inoltre che laddove individui che rischiano l’espulsione pesentino ricorso davanti alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, gli stati devono attenersi a qualsiasi richiesta da parte di quest’ultima di sospendere la deportazione, in attesa di un’esame del caso. “Il diritto di ricorso individuale è un caposaldo del sistema europeo di tutela dei diritti umani”.
Il Commissario ha infine esortato le autorità italiane alla rapida creazione di un’efficace istituzione nazionale per i diritti umani, al fine di rafforzare il sistema di protezione nel paese.
Il Commissario per i diritti umani è un’istituzione indipendente e non giudiziaria, il cui scopo è promuovere la sensibilizzazione e il rispetto dei diritti umani nei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa. Eletto dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, l’attuale commissario, Thomas Hammarberg, è in carica dal 1 aprile 2006.