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L’urbanistica è di destra o di sinistra? Sembra una domanda mal posta, se non decisamente stupida, ma in un modo o nell’altro è stata ed è uno dei punti focali del dibattito sull’idea di città e sull’uso del territorio nel nostro paese. E bene ha fatto un attento osservatore come Edoardo Salzano a mettere in rilievo la grande evidenza che assume l’urbanistica nel programma elettorale della Lega Nord per le prossime amministrative, alla pari con altri più noti “pilastri”, quali l’immigrazione e il federalismo. Ma qual’è l’idea di urbanistica, di città, di territorio, che ha in mente la Lega? Una domanda certo difficile, forse anche più di quelle (tuttora aperte) sul recente passato: è mai esistita, ad esempio, una identificabile urbanistica democristiana, o una comunista, socialista, e così via?

È però possibile cercare una risposta, sicuramente parziale, alla domanda sull’idea di urbanistica della Lega scorrendo gli articoli sull’argomento pubblicati dal suo organo ufficiale, La Padania, tentando di trarne qualche spunto di riflessione. I potenti mezzi messici a disposizione dalla tecnologia moderna, per una volta si rivelano davvero tali, dato che sul sito on-line del giornale, inserendo la parola chiave “urbanistica”, si ottengono centinaia di riferimenti: ricchi, contraddittori, che però è possibile ricondurre ad alcune identificabili “famiglie”.



Contro il degrado. Un primo gruppo di articoli, si inserisce nel ricco filone dell’annoso dibattito sullo “sfascio del territorio”. Degrado delle città, dei centri storici così come delle periferie, aggrediti da nemici vecchi e nuovi: in prima linea gli immigrati clandestini, con le occupazioni di immobili in disuso, o le richieste per luoghi di culto e socialità come le moschee. Soprattutto in questi ultimi casi, ragioni e strumenti della battaglia leghista sono quasi sempre di tipo urbanistico, come la mancanza di requisiti tecnici (parcheggi, immobili adatti, accessibilità). Di segno meno evidentemente reazionario, le posizioni per esempio sul dissesto idrogeologico, dove non mancano nemmeno espliciti richiami agli errori di una recente modernizzazione e infrastrutturazione forzata e senza regole. La rassegna, da questo punto di vista, può partire da una immagine assolutamente classica dell’immaginario leghista: l’eroico sindaco di una comunità valligiana, che guida la sua amministrazione contro tutti gli ostacoli del centralismo e dell’inefficienza, a rinascere dopo una grave alluvione, nel segno di una politica urbanistica trasparente e attenta agli investimenti prioritari in servizi per il cittadino e l’impresa (14.2.98, p. 6, Samolaco sempre in prima linea). Non può mancare, come non manca, la sottolineatura delle caratteristiche tragiche assunte dal degrado territoriale, quando questo si manifesta nel già cupo e alieno contesto del Sud, regno del lassismo, dell’abusivismo, della criminalità organizzata e del colpevole laissez-faire del notabilato locale. Luoghi dove basta guardarsi attorno per scoprire «le inconfutabili prove dell’impotenza e dell’inefficienza delle amministrazioni locali, le prove del disprezzo delle leggi urbanistiche, la conferma della continua violazione dei vincoli paesaggistici» (14.4.98, p. 14, Nessuno punisce lo scempio). Conclusione: «Niente male, vero? Verrebbe da essere d’accordo: Forza Vesuvio, cancella tutta ‘sta munnezza!». Una forza devastatrice a fare pulizia, per esempio, dell’abusivismo edilizio, giustificato per anni da politici di maggioranza e opposizione, inclini a presentarlo come peccato veniale, di “necessità”, e non a considerarlo nella giusta luce di arma a doppio tagli per le popolazioni locali: da un lato lasciate apparentemente libere di “arrangiarsi”, dall’altro lasciate invece in balia delle mafie edilizie e del dissesto ambientale, con risultati anche fatali come le alluvioni o le frane, che il rispetto delle norme urbanistiche avrebbe invece probabilmente evitato, o comunque contenuto. Insomma, «nelle aree non protette del Mezzogiorno, le costruzioni abusive vengono su come la gramigna e (l’arcinoto caso delle Vele napoletane insegna) come la gramigna, son difficili da far sparire» (15.4.98, p. 7, Parchi e aree protette coperti dal cemento fuorilegge, di Paolo Parenti). L’abusivismo, il degrado, il pericolo per le comunità e lo sviluppo, non sono comunque monopolio delle regioni meridionali: anche il Nord paga la sua tassa di disastri appena qualche goccia di pioggia in più mette in crisi la rete di infrastrutture vecchie, o mal progettate, o gli insediamenti cresciuti a caso là dove c’erano campagne, colline, alvei di fiumi e torrenti. Stavolta però non si invoca la forza purificatrice del vulcano, ma un più prosaico adeguamento degli strumenti urbanistici, che dovranno comprendere obbligatoriamente uno studio geologico, visto che apparentemente il ligio settentrionale non realizza vere e proprie costruzioni abusive, «ma sicuramente opere ampliate o sovraelevate in modo non del tutto rispondenti alle leggi urbanistiche» (18.11.99, p. 17, Savona, scatta l’allarme, di G.D.). Si potrebbe continuare a lungo, presentando varie sfumature, posizioni, possibili linee interpretative sul ricco filone del pensiero leghista riguardo al degrado territoriale, ma forse è il caso di concludere riassumendo le posizioni ufficiali del partito così come riferite sul giornale da Davide Boni, Coordinatore della Segreteria Politica federale, e dall’architetto Alessandra Tabacco, responsabile del settore territorio (21.4.2000, p. 22, Abusivismo edilizio: così non va, a cura di Claudio Gobbi). Innanzitutto, l’abusivismo effettivamente nasce da un bisogno reale, indotto dalle profonde trasformazioni sociali più o meno legate ai processi di globalizzazione, deindustrializzazione, riassesto socio-territoriale, a cui i pubblici poteri non hanno saputo dare risposte adeguate, salvo inseguire la «delegittimazione degli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica a favore di singoli progetti», e soprattutto tentando con lo strumento del condono un’azione tardiva, inefficace, controproducente. Il Sud, per le sue particolarità in termini di rapporto fra forme della rappresentanza, ambito della decisione, sviluppo locale, è negativamente all’avanguardia in questo senso. La soluzione può essere trovata in un ripensamento del rapporto fra interesse pubblico e privato, tenendo conto che «lo scopo di un piano o di una legge urbanistica non può basarsi sull’assunto che la pubblica amministrazione debba controllare pedissequamente ogni azione o espressione del privato, ma debba controllare che il “bene pubblico e sociale” della vita collettiva di una città o di un territorio siano garantiti appieno sia nella tutela della forma fisica e dell’ambiente dei luoghi sia nella dotazione di servizi, opere e strutture realmente fruibili da tutti. Di conseguenza il problema dell’abusivismo verrebbe posto nell’ottica che gli è propria: l’eccezione e non la regola».



Un approccio propositivo. Non a caso, si è conclusa la rassegna sul problema del degrado e dell’abusivismo (iniziata con le fosche immagini dei comitati contro le moschee) con una dichiarazione “riformista” e condivisibile. Il fatto è che, come era abbastanza logico aspettarsi, da un lato non è possibile (come già detto nel passato per la DC, il PCI, il PSI ecc.) identificare univocamente una linea politica in materia urbanistica, e soprattutto una rigida coerenza fra indicazioni programmatiche generali e casi locali; d’altra parte, sarebbe sciocco e schematico identificare un’idea urbanistica di destra con la semplice deregulation, o con la realtà tangibile della “villettopoli” con annessi nani da giardino, che forse brulica di elettori della Lega Nord, ma sicuramente non ne esaurisce, oltre la facile caricatura, l’immagine di città ideale. La seconda parte del nostro percorso vuole così snodarsi proprio fra le regole, o la ricerca di regole, per una buona gestione del territorio, così come emergono dalla lettura delle pagine de La Padania, anche oltre il pur positivo ma ovvio ruolo di “alfabetizzazione” di quadri e militanti, che si traduce in un costante flusso informativo sulla giurisprudenza, le esperienze di pianificazione locali, la produzione libraria di settore e i convegni. Emblematicamente, apriamo questa rassegna con un piccolo episodio locale lombardo, che vede la Lega Nord difendere le regole di una corretta programmazione urbanistica dai tentativi di deroga introdotti dalla Regione, stavolta su un tema in cui la Lega non teme confronti: il rapporto fra territorio, ordine pubblico, sicurezza. L’idea dell’assessore regionale (del Polo, allora non ancora alleato di governo) è di dare ai Comuni la possibilità di introdurre varianti urbanistiche allo scopo di insediare forze di polizia, con il risultato di enfatizzare strumentalmente questioni di sicurezza, al punto che paradossalmente per favorire il «recupero delle aree degradate, ora basterà insediare qualche albanese in un edificio fatiscente per abbatterlo sulla base di una semplice dichiarazione del sindaco e favorire così gli interessi dei gruppi immobiliari, che avranno mano libera sulle aree a dispetto del Piano regolatore» (18.11.99, p. 16, Il Pirellone si fa palazzinaro, di Andrea Accorsi). Ma, oltre le polemiche puntuali, le nuove regole dell’urbanistica dovranno in linea di massima essere improntate all’esatto opposto di quanto ha prodotto sinora lentezze, totale discrezionalità nelle scelte, approccio cavilloso, scarsa trasparenza. Tra le innovazioni che almeno parzialmente imboccano un percorso in questo senso, si individuano come di particolare rilievo la facilitata partecipazione di cittadini ed enti alla formazione dei piani, un ruolo più elastico ma rafforzato della pianificazione sovracomunale di coordinamento, maggiore snellezza nelle procedure di approvazione. Il tutto a superare un’urbanistica «centralista, che soprattutto nei decenni passati ha determinato una quasi totale compromissione dei nostri luoghi, non solo in aree fortemente urbanizzate ma anche in zone ambientalmente e paesisticamente apprezzabili» (29.3.00, p. 13, Basta con tutti i cavilli che ci legano le mani). Pianificazione di area vasta, si specifica in altro articolo, non deve essere intesa come progetto puntuale dell’assetto territoriale esteso a vaste zone (un sospetto che aveva letteralmente terrorizzato il pubblico di quadri democristiani ai congressi Istituto Nazionale di Urbanistica negli anni Cinquanta), ma quadro di riferimento all’interno del quale possano trovare la migliore soluzione, questa sì specificata nei dettagli, i problemi dei singoli centri, in particolare di quelli minori i cui nuclei storici e l’ambiente naturale e agricolo sono aggrediti dallo sviluppo delle attività economiche e/o delle infrastrutture. Per dirla con l’estensore dell’articolo la pianificazione di scala comunale e attuativa si applica laddove «emerge la necessità di creare un sistema isolato, di estrapolarlo dalla realtà al fine di creare un modello ideale, e di calarlo poi nella realtà apportandovi le modifiche opportune» (29.3.00, p. 14, Un progetto che accomuni i piccoli paesi). Ancora si potrebbe continuare a lungo, visto che l’idea di “regole”, più o meno esplicita e declinata, permea molti contributi sul tema del territorio. Ma come nel caso precedente dell’approccio negativo al degrado del territorio, è utile concludere con una posizione ufficiale, che qui prende la forma del punto sulle battaglie politiche del partito proprio in materia di urbanistica e piani regolatori (29.3.2000, p. 14, La riforma del piano regolatore). Il deputato Francesco Formenti, ripercorrendo i contributi politici della Lega al dibattito, sintetizza alcuni principi base a suo parere irrinunciabili e consolidati, a partire dalla “area omogenea”, i cui confini non sono determinati dal caso, ma dalla possibilità di costruire un piano regolatore razionale. A questo principio (il sogno, irrealizzato e forse irrealizzabile, di qualche generazione di urbanisti europei) se ne affiancano altri, come quello ambientalista secondo cui «il territorio non è un bene inesauribile, e pertanto il suo utilizzo deve basarsi sui principi della massima conservazione delle risorse e di azzeramento degli sprechi», per finire con l’attenzione alle tradizioni locali, nonché alle questioni culturali ed etniche nella delimitazione delle nuove aree amministrative. Il quadro in cui si collocherebbe, questa ambiziosissima riforma è, manco a dirlo, quello della Padania indipendente.



Spazio e identità. Terzo e ultimo punto di vista, per quanto riguarda queste note, è quello forse più significativo, che riguarda il rapporto fra luoghi, comunità, culture, su cui si innesta buona parte della ragion d’essere della Lega Nord. È il tema dello spazio locale, di quanto è soggettivamente e quotidianamente percepibile, di quanto si ritiene a torto o a ragione maggiormente sensibile agli attacchi dall’esterno, che assumono via via il volto dell’immigrato, dei grandi centri commerciali, dell’impresa slegata dagli interessi locali, e infine (ma non certo in ordine di importanza) di una cultura architettonica e urbanistica international style, i cui segni sono con sempre maggiore fastidio percepiti come estranei, dirigisti, comunisteggianti o piattamente stupidi, comunque privi della caratteristica indispensabile del radicamento locale. In questo senso assumono particolare valore le declinazioni locali, per quanto limitate e contraddittorie, delle regole e principi generali che abbiamo ripreso in precedenza: la tutela delle tradizioni e l’incentivo allo sviluppo, la protezione dell’ambiente e quella del portafoglio, trovano in una generale, incredibile affezione agli spazi del centro storico, un particolare punto di equilibrio. Un buon esempio di questo è la descrizione del programma elettorale della Lega per Monselice, nella bassa padovana, dove fulcro delle proposte è un nuovo piano regolatore che sappia tutelare il nucleo interno tradizionale rilanciandone in primo luogo le attività, a partire da quelle commerciali. Là dove, invece, il centro sinistra avrebbe « imposto un nuovo piano urbanistico che intrappola il centro in un circuito assurdo di sensi unici, senza risolvere il problema ed anzi aggravandolo» (23.5.99, p. 6, La rinascita di Monselice passa per il piano regolatore, di Michela Danieli). Poco importa se, guardando meglio, si riesce a immaginare che in pratica si tratti, più o meno, della solita protesta di bottegai contro le pedonalizzazioni. Qui quello che conta è l’idea di spazio tradizionale come entità “autogestita”, funzionalmente, socialmente, e non solo esteticamente alternativa ai centri commerciali plastificati lungo le superstrade. E non è certo un caso se la responsabile federale territorio e urbanistica, Alessandra Tabacco, si concede a tempo perso alcune digressioni proprio sul tema del rapporto fra giovani, immaginario, spazio reale, tradizionale, artificiale, passeggiando virtualmente «nei ghetti e nei confini territoriali imposti da qualsivoglia autorità autoreferenziale che poco hanno a che fare con il “sentire comune” della gente e dei popoli e con il loro bisogno di autodeterminarsi in spazi, situazioni ed emozioni che riescono a dare sicurezza perché derivano da una “storia locale”» (14.6.00, p. 2, I giovani del 2000 e la città). Sono luoghi concreti o immaginati, popolati da “cubiste” che si muovono in luoghi cui non appartengono, e che abbandonano senza averli né modificati, né resi in qualche modo propri. Il loro sradicamento non è scelta, ma imposizione eterodiretta, assenza di alternative, di spazi così come degli «ideali politici e civili in cui noi Padani crediamo, non solo per trasmetterli a loro volta, ma anche per cambiare ove possibile quelle tracce e quei segni “foresti” dei nostri luoghi e della nostra memoria». È una conseguenza quasi automatica di queste premesse, l’autentico disgusto per l’intero blocco della cultura architettonica e urbanistica che discende, più o meno direttamente, dal Movimento Moderno, ovvero dal tentativo pur contraddittorio di misurarsi, in un modo o nell’altro, coi temi della macchina, dell’alienazione, dello sradicamento, appunto. Il disprezzo per Le Corbusier, Gropius, e via via tutti i loro esegeti, figli e nipoti che abbiano lascito traccia visibile sul territorio italiano, appare netto, inequivocabile, e soprattutto abbastanza motivato oltre i toni sboccati. L’accusa, per Le Corbusier e per tutto quanto si assimila al suo pensiero, è quella di essersi «accanito contro l’architettura e l’urbanistica tradizionale e popolare con furia calvinista e con un odio che merita l’interesse di psicanalisti e psichiatri» (25.3.01, p. 12, Magia elettrica e tricolore, di Gilberto Oneto). Tutto questo sforzo distruttore, poi, si sarebbe dispiegato con uno scopo ben meschino, come può verificare qualunque visitatore eventualmente ansioso di respirare l’aria «che si respira in tanti quartieri ispirati a queste cavolate, dal Gratosoglio a Porto Marghera». E a poco varrebbe, forse, tentare di controbattere con l’idea dell’urbanistica come processo, come partecipazione, come confronto quotidiano (con vincitori e vinti da entrambe le parti) fra tradizione e innovazione. Qualunque argomento possa evocare, anche indirettamente, l’architetto-demiurgo in papillon dell’immaginario popolare, è assoluto tabù: «le mura (fisiche o simboliche) sono nel nostro Dna comunale, lo scarso amore per l’inurbamento è uno dei nostri più duraturi cromosomi celti e longobardi, la voglia di bello e di identità è una costante di 3.000 anni di storia padana» (18.2.01, p. 12, Territorio e libertà, di Gilberto Oneto). E oltre l’intemperanza verbale c’è sicuramente qualcosa di vero e giusto nel disprezzo per tutte le “astronavi”, concettuali o meno concettuali, che calate dall’alto nei piccoli centri padani in epoche recenti stanno ancora lì a simboleggiare il degrado, l’incultura, l’impunità. Come a Consonno sulle colline lecchesi, dove un intero centro agricolo venne sgomberato negli anni Sessanta per realizzare una Disneyland in sedicesimo, subito affondata nel fango. O nel caso più noto di Zingonia, nella pianura bergamasca, con cinque comunità letteralmente inghiottite nei progetti esecutivi di una immobiliare dalle strategie confuse, ma dalle solide aderenze politiche.

Di tutto questo, e di molto altro, gli articoli de La Padania sulle questioni del territorio danno, a loro modo, conto. Non sono ovviamente bastati, i brevi estratti proposti, a dare un’idea dell’idea di urbanistica – ufficiale o ufficiosa – della Lega Nord, ma forse a indicare un possibile percorso di riflessione. Se è vero, come è vero, che la vulgata leghista esprime benissimo il disagio, anche se raramente ne individua percorsi risolutivi, anche per la pianificazione territoriale si può dire la medesima cosa, ovvero che dagli attacchi e proposte qui passati in rassegna emergono “sintomi”, di una malattia della crescita, che devono essere colti. Come già hanno fatto alcuni studiosi, focalizzandosi proprio sui temi del progetto locale, e come ci si augura faranno in futuro molti, moltissimi altri. Per non lasciare che la domanda «l’urbanistica è di destra o di sinistra»? resti in sospeso, sostituita come in altri tempi dalla risposta apparentemente ragionevole: «l’urbanistica di sinistra è quella che praticano i partiti della sinistra». Una interpretazione piuttosto diffusa e corrente, che ha provocato (e presumibilmente provocherà) un sacco di guai.

Ma questa è un’altra storia.

Sugli stessi temi, la recensione del "manifesto urbanistico" della Lega Nord, del 1994

Vorrei solo, a brevissima premessa, riportare una citazione dall’ultima parte di questo articolo, che mi infastidisce: “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”. Certo non riassume né le culture del new urbanism, né il contenuto del testo, ma c’è e sarebbe sbagliato non prenderne atto. Ai lettori di Eddyburg, ovviamente, il giudizio. (fb)

Titolo originale:Three years after 9/11, security mindset threatens civic design – traduzione di Fabrizio Bottini

Dopo che quasi 3.000 persone hanno perso la vita al World Trade Center tre anni fa, nessuno dubita che ci siano gravi rischi in terra americana, e che le agenzie governative debbano fare qualcosa a proposito. Ma alcuni progettisti credono che le soluzioni raccomandate dagli esperti – e adottate da governo federale – rischino di danneggiare l’ambito pubblico isolando inutilmente gli edifici collettivi.

Si sta iniziando a sviluppare una reazione, a questi eccessi del regime di sicurezza federale. Uno dei suoi principali esponenti è David Dixon, responsabile per l’urbanistica e la progettazione urbana dello studio Goody, Clancy & Associates di Boston. “La guerra al terrorismo rischia di diventare guerra alla vivibilità delle città americane” afferma Dixon. “Nella fretta di rispondere alla minaccia dei terroristi, un diffuso gruppo di funzionari, architetti, costruttori, ingegneri, avvocati, urbanisti, consulenti per la sicurezza, e altri in grado di influenzare le regole urbanistiche e edilizie, sta creando una nuova generazione di norme e regolamenti di progetto”.

La preoccupazione degli urbanisti si concentra su istruzioni come quelle riportate di seguito, che sono state applicate a edifici come i tribunali:

Da quando un camion-bomba ha distrutto i nove piani dell’Alfred P. Murrah Federal Building a Oklahoma City nel 1995, uccidendo 167 persone, le risposte federali sono state di rendere gli edifici più difficili da attaccare. A prima vista si trattava di una strategia indiscutibile. Gli occupa edifici federali ha diritto alla protezione contro gli estremisti antigovernativi come Timothy McVeigh. Ma dopo che Al Qaeda ha distrutto il World Trade Center e danneggiato il Pentagono, è diventato chiaro che il programma di sicurezza sarebbe stato molto più esteso. Qualunque edificio o spazio dotato di valore simbolico, ora può essere considerato un potenziale obiettivo del terrorismo. Gli scopi di sicurezza possono modificare non solo le caratteristiche degli edifici federali, ma anche di quelli statali, dei municipi, università, musei, monumenti storici, chiese: la lista è infinita.

Una consapevolezza crescente

Alcuni specialisti della sicurezza stanno maturando l’idea che gli edifici, o almeno il sistema di barriere sul loro perimetro, debba evitare di creare un’impressione di durezza. Michael Chipley, program manager per la sicurezza interna e i problemi geospaziali per lo studio di ingengeria civile PBS&J, afferma che nell’ultimo anno e mezzo un certo numero di funzionari e professionisti, pianificatori urbani, paesaggisti, ingegneri, architetti, personale di polizia, hanno iniziato a “cercare di eliminare la mentalità delle orrende barriere New-Jersey”. Chipley, co-autore del manuale Federal Emergency Management Agency Report 426, per l’attenuazione degli effetti dei potenziali attacchi terroristici agli edifici, dice che “Si sta verificando un notevole cambiamento di filosofia”

Questo cambiamento trova riflesso in un sistema di barriere anti intrusione di veicoli a “kit componibile” della General Services Administration. Una volta installato, crea un margine stradale più gradevole e “definisce più chiaramente i percorsi destinati ai pedoni”. Così scrivono Caroline R. Alderson, della General Services Administration, e Sharon C. Park, del servizio Heritage Preservation, in Building Security, un nuovo libro curato da Barbara A. Nadel. Alderson e Park prevedono che il “kit” produrrà un “confortevole senso di protezione dei percorsi” e un sollievo rispetto alla larghezza della strada.

Ma progettisti come Dixon – le cui critiche all’urbanistica della sicurezza federale sono contenute in First to Arrive: The State and Local Responses to Terrorism, pubblicato dalla MIT Press a cura di Juliette N. Kayyem e Robyn L. Pangi – restano perplessi dai requisiti di localizzazione degli edfici governativi, dall’obbligo di relegare i parcheggi su piazzali all’aperto o sopraelevati, alla difficoltà di incorporare attività commerciali e altri usi negli spazi perimetrali del pianterreno. L’edificio Joseph Moakley che ospita il tribunale, inaugurato nel 1998 a Boston sul waterfront, secondo la linea di pensiero post-Oklahoma City, “fiancheggia le principali connessioni pedonali dal centro al nuovo distrettto Seaport, con 120 metri di pareti cieche” sottolinea Dixon. Se il tribunale fosse stato progettato dopo l’11 settembre il risultato – dice – avrebbe potuto anche essere peggiore: “Una barriera fra il centro città e Seaport”.

Gli studi professionali che aderiscono al new urbanism, si stanno sforzando di adeguarsi agli obiettivi di sicurezza, mantenendo tuttavia un ambiente confortevole per i pedoni. Quando è stato proibito allo studio Robert A.M. Stern Architects di far occupare a un tribunale federale di Richmond, Virginia, la maggior parte del lotto, si è arrivati a un compromesso. I due lati principali dell’edificio saranno lunghe curve, in modo da adeguarsi al richiesto arretramento di 15 metri da bordo stradale. Ma due pareti terminali saranno comunque arretrate di soli 6 metri dal bordo, adattandosi alla griglia stradale del quartiere. Le parti dell’edificio situate a meno di 15 metri dalla strada conterranno “elementi strutturali ridondanti” in grado di assorbire l’urto di una bomba senza collassare, secondo il parere Grant Marani, socio responsabile del progetto per lo studio Stern.

Anche le parti pubbliche saranno progettate per sopportare esplosioni. “Le vetrate fino a 5 metri dal suolo saranno garantite sia balisticamente che per esplosioni” secondo i responsabili dello studio. Una parete-barriera mascherata a verde si estenderà tutto attorno alla zona, come deterrente ai veicoli. Anche con tutte queste precauzioni, il parcheggio lungo la strada, che è sia una comodità per i visitatori che un elemento di separazione dalla via per i pedoni sul marciapiede, sarà eliminato su tutti i lati dell’edificio. La completa realizzazione progetto, a cui partecipa la HLM Design di Bethesda, Maryland, è prevista per il 2006. Ma nel frattempo, forse è lecito chiedersi: qual’è la probabilità che Al Qaeda o un estremista di casa nostra attacchi un tribunale di Richmond? Privatamente, alcuni funzionari federali si chiedono se abbia senso spendere tanti soldi per fortificare gli edifici, quando il rischio è tanto difficile da calcolare.

Michael Chipley, dello studio PBS&J, dice che al momento c’è una tendenza verso metodi secondo cui cliente e progettista identificano le potenziali vulnerabilità di un edificio, e successivamente scelgono il livello adeguato di protezione. Teoricamente, questo incoraggia un approccio flessibile. “Il problema” riconosce Chipley “è che tutti prospettano lo scenario peggiore. Quindi si massimizzano le distanze”.

La cautela burocratica ha aggravato la tendenza a decisioni anti-urbane. Christine Saum, direttore per la progettazione urbana e la revisione dei piani alla National Capital Planning Commission (NCPC), che esercita parziale autorità sui progetti di edifici federali nella regione di Washington, nota che non esistono regolamenti specifici a proibire attività commerciali al pianterreno degli edifici pubblici. Certo, quando si propone questo tipo di uso, “spesso il personale del Federal Protective Service [Sicurezza Interna] non è a suo agio”. Gli usi misti non sono formalmente esclusi, “A loro, semplicemente, non piacciono”. L’aspetto positivo, il portavoce della NCPC Denise Liebowitz sottolinea che le risposte federali non sono fisse e immutabili. “Questi regolamenti e standards sono ancora in fase evolutiva, in risposta alle valutazioni di rischio”.

Gli effetti sull’attività dei privati

È inevitabile che i requisiti di sicurezza interesseranno anche strutture diverse da quelle degli edifici governativi. La General Service Administration, oltre a possedere 1.700 edifici per 18 milioni di metri quadrati, utilizza in affitto altri 15 milioni di metri quadri in 6.200 edifici di proprietà privata. Quando arriva il momento di rinnovare i contratti, a molti di questi edifici viene richiesto di adeguarsi agli arretramenti, o di “rafforzare” il grado di protezione dalle esplosioni. Un rafforzamento che può comprendere nuovi sistemi di finestre e alte modifiche, e che è costoso.

“È quasi sempre più economico trovare un nuovo spazio e costruire un altro edificio”, continua Anderson. “C’era una concreta preoccupazione che le attività governative abbandonassero le città”. L’esodo non è avvenuto. Ma progetti come quello per un nuovo edificio privato al Southeast Federal Center di Washington, da affittare al Dipartimento dei Trasporti, non promettono molto bene, con gli arretramenti di 15 metri, e la scarsità di usi diversi al pianterreno. “Si creano molti spazi morti” ci dice Elizabeth Miller, coordinatrice per l’urbanistica e la progettazione alla NCPC. In alcuni casi gli arretramenti possono avere qualche buon aspetto visivo, come accaduto per due secoli e oltre con le piazze dei tribunali americani. L’idea della sicurezza “può far tornare gli edifici governativi verso l’immagine del monumento sulla collina: una costruzione dall’aspetto imponente”. Rob Goodill, socio dello studio Torti Gallas & Partners di Silver Spring, Maryland, ha proposto di sviluppare portici, piazze, pareti di recinzione, giardini, e altri elementi che consentano agli edifici di distanziarsi dalla strada e contemporaneamente occupare lo spazio in modo armonioso.

Rob Rogers, socio alla Rogers Marvel Architects di New York, propone uno standard per giudicare un sistema di sicurezza: non è valido “a meno che non aggiunga bellezza, o accessibilità, o altri benefici” oltre a provvedere alla protezione. “Spendere tanti soldi a non avere altro che qualche spartitraffico è una cosa da sciocchi” dice Rogers. “La maggior parte degli elementi di sicurezza correnti sono semplicemente inappropriati per un ambiente urbano. Sono stati sviluppati per paesi stranieri, ambasciate, il Terzo Mondo, ecc.”.

Rogers aggiunge che sono necessari approcci più fantasiosi. Invece di barriere convenzionali, il suo studio sta progettando quello che descrive come “una panca luminosa di vetro, che accende un percorso pedonale dal molo del traghetto sull’Hudson al sito del World Trade Center”. Offrirà un sedile, una lieve e pervasiva illuminazione, e presumibilmente qualche godimento estetico, il tutto tenendo a distanza le insidie dei veicoli. Sarà più bassa delle classiche barriere, perché di fronte al sedile sta un materiale di riempimento che sostiene i pedoni, ma farebbe sprofondare un automezzo. Innovazioni del genere sono piuttosto rare.

David Dixon ritiene che l’attuale approccio dominante alla sicurezza sia mal orientato. “La cosa più curiosa a questo proposito” continua Dixon “è che negli ultimi decenni si sia tolta tanta parte dell’ambiente urbano dalla sensazione di paura (rendendo più sicure le città e la società) creando consapevolmente edifici più aperti, diluendo la separazione fra spazio pubblico e privato, promuovendo le attività collettive e riportando la gente nelle strade e piazze. Il solo e unico scopo della difesa dal terrorismo minaccia tutte queste sudate conquiste”.

Nota: qui il link alla rivista New Urban News (fb)

L’articolo che segue, non descrive mai la forma dello spazio, e la lascia all’immaginazione, agli automatismi, alla conoscenza diretta del lettore. Credo che questa sia la sua forza. Non si tratta di un testo particolare, visto che racconta, in una città simile a tante altre, piccole storie familiari legate a un grande progetto urbanistico e sociale, gestito da una altrettanto grande agenzia pubblica per l’edilizia popolare. Siamo a Chicago, e potremmo essere – come si capisce da subito – anche a Londra, Parigi, Milano, ecc.

Ma la cosa più importante mi pare, appunto, il fatto che la forma dello spazio scivoli in secondo piano: sia skipped , per usare il termine con cui gli operatori sociali chiamano i soggetti usciti dalla visibilità. Non perché questa forma non sia importante, anzi a volte importantissima e vero caposaldo per la qualità generale della vita urbana, ma perché essa è solo una parte (e anche a volte, solo a volte, non importantissima) di questa vita.

Come ci raccontano le vive testimonianze delle solite madri-single -inquiline, c’è un’infinità di cose a costruire il neighborhood . Un’infinità di cose che non stanno (e perché dovrebbero starci?) nei disegni dei progettisti. Progettisti che, di conseguenza, hanno più o meno “fallito” non quando i loro luminosi corridoi puzzano di piscio e si incrostano di goffi graffiti, ma quando schizzi e prospettive nascono su tavoli distanti ed estranei – e magari non per propria colpa – alla domanda sociale su cui si sostengono. (fb)

Titolo originale Mixed tale for former residents of demolished CHA buildings – Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini

Magari di recente stavate guidando lungo la Dan Ryan, avete guardato in su verso le torri che si allineavano sul lato orientale della superstrada, e vi siete accorti che non c’erano più, a parte tre.

O può darsi che foste diretti a sud sulla Lake, vicino a Damen, quando avete notato linde casette dall’aria suburbana, dove una volta c’erano le famigerate Henry Horner Homes.

Oppure, ancora, stavate girando fra la Quarantunesima e Prairie, e avete visto che quell’edificio di sedici piani non esiste più.

Dopo aver assimilato il nuovo panorama urbano, sorge una domanda: dove è finita tutta la gente?

La risposta è una complicata miscela di cifre, persone, e politiche di abitazioni pubbliche. Ognuna delle circa 6.000 famiglie che hanno lasciato le case popolari da 1999 ha la sua particolare storia.

Alcune stanno ancora cercandola propria strada, mentre altre hanno trovato la felicità in altri quartieri. E anche se può sembrare una sorpresa a chi ha sentito solo storie di orrori sulla vita nelle case popolari, molti degli ex abitanti ancora rimpiangono le loro case multipiano.

Cifre

Nell’ottobre 1999, c’erano 16.428 famiglie che vivevano nelle case della Chicago Housing Authority con regolare contratto, secondo i registri dell’agenzia. Fra allora e l’ottobre 2003, 6.372 famiglie hanno lasciato la CHA. Molte di queste, 2.434, hanno accettato gli Housing Choice Vouchers (buoni casa, n.d.t.) a finanziamento federale, secondo il programma già chiamato “Sezione 8”, e hanno cercato fortuna nel mercato privato. La maggioranza spera di ritornare in alloggi CHA nei quartieri a tipologie per redditi misti, in corso di costruzione o allo stadio di progetto.

Le rimanenti 3.938 famiglie sono uscite dalle graduatorie delle abitazioni pubbliche per molte ragioni, tra cui morte o sfratto. Ma la maggioranza della popolazione che non ha optato per i vouchers e che è uscita dalle graduatorie, è “scivolata via”, ovvero non ha dato alla CHA alcuna spiegazione per andarsene, o ha informato l’agenzia che se ne stava andando verso varie destinazioni, compresa la coabitazione presso familiari o conoscenti.

Le circa 2.000 famiglie che sono “scivolate via” o se ne sono andate, sono quelle che preoccupano di più gli operatori delle case popolari e per i senzatetto. È perché si tratta delle frange più vulnerabili, che possono aver rinunciato a navigare attraverso la confusa burocrazia CHA, specialmente nei primi anni del piano di trasformazione.

Se i funzionari della CHA affermano di poter ricostruire la condizione di tutte le famiglie, escluse 300, che hanno lasciato le case, dichiarano anche di non essere responsabili per il mancato servizio a chi non ha partecipato alle assemblee, firmato le richieste, seguito le procedure. “Offriamo servizi a moltissime persone” ci dice Meghan Harte, direttore dei servizi generali per gli inquilini “Sono servizi volontari, e dunque se vogliono trarne vantaggio, possono; se non vogliono, non vogliono”.

Ma gli impegnati nel settore, come Katherine Waltz, avvocato del Sargent Shriver National Center on Poverty Law, dicono che la CHA si sta lavando le mani delle persone vittime della determinazione dell’agenzia nel demolire le abitazioni multipiano senza attivare un’adeguata pianificazione e informazione.

”Le famiglie sono state trascinate in questa corsa alla rilocalizzazione e non hanno potuto muoversi in tempo ... o contrattare il proprio percorso dentro a questo processo” ci dice Waltz” Se ne sono andate e hanno rinunciato”.

L’avvocato Richard Wheelock, che rappresenta gli inquilini CHA, ci dice “per un gran numero di queste famiglie, credo che la CHA abbia l’obbligo di seguirle perché se ne sono andate a causa delle condizioni di degrado degli alloggi”.

Che ha studiato il piano, come l’osservatore indipendente della CHA, Thomas Sullivan, ha criticato l’agenzia per non aver attivato adeguati servizi in loco nei primi anni del piano. Nel suo ultimi rapporto Sullivan afferma che ci sono ancora problemi, ma nota significativi miglioramenti nell’informazione e negli investimenti.

Meghan Harte afferma che il nuovo sistema computerizzato di monitoraggio – che aiuterà l’agenzia a ricostruire i movimenti degli inquilini dentro e fuori i quartieri – sarà completato e attivato entro la prossima settimana.

Il gruppo di lavoro CHA ha in programma di far visita anche a tutte le famiglie che hanno approfittato dei vouchers – oltre ai servizi offerti da appositi consulenti – e ha raggiunto la meta con circa il cinquanta per cento dei nuclei, secondo Harte.

Ci può essere bisogno di più di un trasloco per le famiglie voucher, nel trovare l’abitazione più adatta. Harte riconosce che il primo spostamento può essere verso zone non lontane dal proprio quartiere.

”La gente deve muoversi in zone dove ha amici, dove frequenta la chiesa e ha relazioni”.

Persone

* Frances Savage sta davanti all’edificio ad appartamenti al civico 4000 di South Calumet, nervosa perché deve traslocare per la terza volta da quando è stata costretta a lasciare la sua casa alle Washington Park Homes nel 2001, dopo ventisette anni.

Si guarda attorno, al prato pieno di immondizia che, dice, è in parte causa dei topi nell’edificio, e scuote la testa. Non è come doveva essere. Le avevano detto che la vita sarebbe stata migliore, una volta lasciato l’appartamento.

Come altri inquilini CHA, Savage ha avuto la scelta fra trasferirsi in un altro quartiere dell’istituto, oppure cercare la sorte nel mercato con un voucher. Spaventata dalla prospettiva di trascinare i suoi quattro figli – due dei quali adolescenti – nei territori sconosciuti di un altro quartiere popolare, Savage è scesa in campo col suo voucher.

Nonostante la CHA dicesse di voler aiutare la gente a trovare un nuovo appartamento, Savage afferma che il sostegno dell’agenzia ha lasciato molto a desiderare. “Cacciavano la gente in posti orribili”, dice.

Trovò un appartamento all’isolato 5600 della South Michigan. Come la maggior parte degli inquilini CHA Savage, 37 anni, trova casa in zone dove scuole e occasioni di lavoro non sono molto migliori di quelle che ha lasciato. Nel 2003, solo il 3 per cento degli inquilini voucher si sono trasferiti in “zone di opportunità” con migliori scuole e ambiente.

All’inizio il nuovo posto sembrava “OK”, ricorda Savage, “ma le bande in zona stavano cominciando a reclutare membri”. Così in agosto si trasferì nell’appartamento fra la Quarantesima e Calumet, in parte anche perché le mancava il vecchio quartiere. Era tornata in territori familiari, ma scoprì subito cha la casa era infestata dai topi. Dice che si lamentò con l’amministratore, senza risultati.

Savage, che ha una invalidità per lesioni alla spina dorsale, aveva anche problemi economici. Le bollette del gas da 200 dollari al mese pesavano. Così quest’estate ha fatto i bagagli e si è spostata di nuovo.

In aggiunta agli altri problemi, alla signora Savage manca il senso comunitario delle vecchia casa multipiano, dove i vicini potevano tener d’occhio l’appartamento quando lei era fuori.

”In questi isolati la gente non guarda in faccia a nessuno” ci dice “Qui ho paura a uscire di casa”.

** Secondo Denise Campbell, ex inquilina delle Stateway Gardens, l’esperienza da quando ha lasciato il quartiere dove viveva dall’età di 11 anni, è stata “un vero inferno”.

Campbell, di 43 anni, è stata una delle ultime persone a lasciare l’edificio al 3737 di South Federal, nelle Stateway Gardens, e si ricorda ancora benissimo la sera dell’ottobre 2000 in cui i funzionari le hanno detto che insieme ai suoi quattro ragazzi avrebbe dovuto uscire immediatamente. “Arrivarono quel lunedì con un camion da traslochi e dissero: Signora Campbell, lei deve andarsene”. “Mettono semplicemente la gente fuori, senza che sappia cosa l’aspetta”.

I funzionari CHA riconoscono che ci sono stati problemi nei primi tempi delle demolizioni. Dopo una costante raffica di critiche e minacce di causa, molti riconoscono che il comportamento dell’agenzia è migliorato.

La prima destinazione della signora Campbell è stata la casa di sua madre, all’isolato 5900 di South Wabash. Aveva paura, perché sua madre aveva altri problemi, e lei non voleva interferire. Restò lì fino al dicembre 2000, quando trovarono un appartamento in un edificio di pietra a tre piani fra la Sessantatreesima e Drexel.

Le cose stavano migliorando nel nuovo posto, pensò Campbell. “Mi piaceva” dice. “Poi nell’aprile 2001 scoprii che l’edificio era in fase di sgombero”.

Nel dicembre 2002 “vennero qui e misero tutti fuori sul marciapiede. Le cose furono rubate”.

Il suo nuovo spostamento fu a Roseland, fra la 117° e la State, dove vive ora.

”È un quartiere abbastanza dignitoso. L’unica cosa è che i trasporti sono scarsi e i negozi chiudono presto” dice. Anche la signora Campbell ha in programma di traslocare di nuovo quest’estate. Il figlio di 19 anni si è trasferito, e lei ora non ha più diritto a un’abitazione a quattro stanze. Dovrà trovarsene una da tre.

*** Nonostante il travaglio dell’affrontare il mercato privato della casa per la prima volta, c’è felicità fuori dai quartieri popolari. Provate a chiederlo a Donna Wade.

Wade, che ora ha 37 anni, era una bambina alle Stateway. Anche se ha dei bei ricordi dei suoi primi giorni nel quartiere, negli ultimi tempi l’edificio era diventato sempre più pericoloso per via degli occupanti abusivi e degli spacciatori. Wade iniziò a preparare il trasloco mesi prima che i camion arrivassero a portarla in un edifico a due piani all’isolato 6100 della Drexel. Compilò i moduli necessari e si presentò agli incontri con i consulenti, ma per la maggior parte si organizzò da sola la strategia di caccia alla casa.

Anche se lo spazio era abbastanza per lei e la figlia adolescente, l’intraprendente Wade guardava avanti. Circa quattro mesi fa, si è trasferita in una casa singola fra la 117° e Yale.

”Amo la mia casa” ci dice, “Ho sempre desiderato un giardino, una sala da pranzo e una cantina”.

VARESE -Cunicoli, bunker. Nei boschi bucano per chilometri le Prealpi che dominano i sette laghi della provincia di Varese. Sono le fortificazioni militari della linea Cadorna, fatta costruire dal generale della prima guerra mondiale per timore che gli imperi centrali invadessero l'Italia passando dalla Svizzera. Monte Orsa, sopra Besano. Notte di luna piena che fa capolino tra i rami scuri dei pini, a nord le Alpi sempre innevate, a valle lo sguardo si perde verso la pianura padana illuminata dai lampioni dell'enorme città sparpagliata, sono mille paesini che senza soluzione di continuità arrivano fino a Milano. Un fuoco acceso, dove c'erano i cannoni o dentro una casamatta, proietta le ombre sui muri segnati negli anni da scritte e figure. Fuori il verso dei gufi, dentro l'eco delle voci rimbomba con il sibilare dei pipistrelli, animaletti che a Varese sono oggetto di ricerche universitarie.

Ecco un posto ideale per giocare alla messa nera. E' solo uno dei tanti luoghi che costellano il varesotto, tra cattedrali deserte di archeologia industriale, ville liberty abbandonate, chiesette sconsacrate. La natura incontaminata si mischia con territori devastati per oltre un secolo dai primi insediamenti industriali d'Italia, basta perdersi per una strada sterrata per evadere come per incanto da una delle aree più densamente abitate del mondo e ritrovare luoghi che sembrano abbandonati da dio e dagli uomini.

E invece non è così. Tutti li conoscono da queste parti, magari solo per farci una passeggiata la domenica o andare a funghi e funghetti. Per i ragazzi sono posti dove passare una serata senza spendere e senza troppe rotture. Lavoro ce n'è ma occasioni per divertirsi pochissime. Iniziative culturali, zero. E allora si va per boschi. E' questo lo scenario in cui da una ventina d'anni è cresciuto quel gusto per fantasy e revival medievaleggiante, cavalieri e folletti celtici. Si riconosce nei testi delle canzoni epic metal o progressive rock apolitico e ribelle, ma riaffiora anche in certe iconografie leghiste e in associazioni fascistoidi; mischiando sacro e profano, cattolicesimo da crociata e paganesimo, voglia di evadere dall'aridità e dalla noia della religione del profitto verso un misticismo naturalista di ispirazione nordeuropea. Alberto da Giussano e Riccardo Cuor di Leone, Merlino e Morgana ma anche Belzebù, Odino e Wotan.

Il cosiddetto satanismo varesotto di cui tanto si parla dopo gli omicidi di Somma Lombardo è solo un riferimento maldestro a questo variegato mondo. E' stupido non distinguere alcuni terribili fatti di cronaca da suggestioni che sono diffuse tra migliaia di persone che, naturalmente, nulla hanno a che fare con quei delitti. Si vaneggia di pratiche occulte quando spesso si tratta di passioni adolescenziali molto poco meditate, grezze, fascinazioni che passano con l'età. Anche chi vuole rimanere fedele alla sua vena «magica», col tempo cambia. Quando aveva venti anni, Monica faceva la panettiera a Tradate e ascoltava death metal: adesso è buddista e sta in Thailandia. Simona accendeva candele nere, ora è intrippata con l'India.

Solo più in profondità, e in età più matura, gli sviluppi coltivati nell'humus paraceltico da baraccone prendono identità specifiche; e allora, se chiedi ai diretti interessati, tra satanismo, paganesimo celtico e ultracattolicesimo c'è un abisso. La maggior parte però «rientra». Jack era un «metallozzo puro», adesso fa il ragioniere. «Quando avevo 15 anni preferivo andare in un bosco che in discoteca, ogni due o tre anni sparano cazzate su satanismo e musica del diavolo, non se ne può più. Metal e satanismo non sono affatto sinonimi così come è assurdo pensare che satanisto lo sia di assassino. Invasati ne ho conosciuti, metallari e non. C'era chi si faceva le foto nei boschi con asce e facce pitturate di bianco, qualcuno si tatuava stelle a cinque punte ma più che messe nere erano messe in scena. La storia che nei boschi di Somma Lombardo si facevano riti la sento da quando ero piccolo, dicevano di aver visto un corvo crocefisso e che arrivavano macchinoni con targhe di fuori, c'era anche chi diceva che si facevano messe nere in una ex scuola di agraria».

Ognuno ha la sua leggenda metropolitana. Alcune sono panzane, altre hanno un fondo di verità. Orgie in alcune grotte nelle montagne moreniche della Valganna, buchi poco profondi in una valle stretta e fredda alle porte di Varese. Chiesette sconsacrate nella vicina Val Ceresio, per non parlare dei «riti» che si consumerebbero in uno dei luoghi cult di tutta la provincia: l'ex-cartiera. Un enorme e inquietante stabilimento di inizio secolo abbandonato sulle rive dell'Olona, stanzoni giganteschi, vecchi macchinari, tubazioni e antri bui. Si favoleggia di messe nere anche nei bunker della Siai Marchetti, la prima industria aeronautica d'Italia, vicino a Sesto Calende, a pochi chilometri da Somma Lombardo. E poi ci sono i cimiteri, come quello del santuario di santa Maria delle Ghiande, a Mezzana, frazione di Somma, proprio dove il 28 maggio scorso sono stati ritrovati i corpi di Chiara Marini e Fabio Tollis, i due giovani uccisi da quattro «satanisti».

L'elemento «satanico» scatena i media ma per il paese è un aspetto secondario. Il signor Augusto ha un canile. Lo hanno chiamato i carabinieri per prendersi cura del cane di uno degli accusati, dopo che il 23 gennaio il padrone è stato arrestato per l'omicidio dell'ex fidanzata Mariangela Pezzotta. Lei era di Somma: quello in paese è l'omicidio importante, il ritrovamento nel boschetto degli altri due ragazzi milanesi, ai suoi occhi è meno rilevante. Il signor Augusto dà una chiave di lettura più terra terra: «Erano i balordi del paese, li conoscevamo. La ragazza l'hanno ammazzata per questioni di gelosia, gli altri due per faccende di soldi e droga».

Non la pensa molto diversamente, Luca, uno dei ragazzi del Riff Raff di Gallarate, il più famoso negozio di dischi metal di tutta la provincia. «Quello che hanno arrestato a Somma anni fa si vedeva al Nautilus (l'unica vera discoteca dove è cresciuta mezza provincia, ndr) - ricorda Luca - era uno sfigato che stava sempre da solo, incasinato con droghe varie». Luca sembra un vichingo, alto, barba e capelli biondi e lunghi, borchie, pantaloni e maglietta nera con scritte gotiche. Mite e un po' timido, sta chattando con amici tedeschi, alle spalle i poster degli Iron Maiden, davanti un teschio a forma di posacenere (gadget) e un libro di William Scott. E' addolorato. «Mi stanno scrivendo che è morto il mio mito Quorthon, l'inventore del black metal». E' il leader del gruppo svedese Bathory (dal nome di una principessa assassina ungherese). Quorthon nei suoi testi non parla, non parlava, di Satana, perché Lucifero fa parte della terminologia cristiana, meglio allora riprendere l'epica scandinava degli dei del nord, rileggendo Wagner. «A me piacciono i vichinghi, ma non vado certo in giro con le corna e la spada», dice Luca. Poi aggiunge: «Migliaia di ragazzi ascoltano la nostra musica, se il metal o qualunque tipo di musica c'entrasse con quei delitti allora ci sarebbe un'ecatombe al giorno. Se il criterio per individuare un assassino fosse quello di sottolinearne l'ambiente di provenienza, allora tutte le categorie potrebbero essere bollate come assassine».

Sulla porta c'è il manifesto dell' Iron Fest, carrellata di gruppi metal che tra pochi giorni va in scena a Tradate, con «star» americane. Entra Matteo, bassista metal: «Sai il ragazzo che si è impiccato? Dicono che è stato un suicidio indotto, ma vai a sapere perché uno si ammazza...». Matteo lo ha visto. Era sull'ambulanza che ha portato via il cadavere. Faceva il volontario in croce rossa dopo un anno di servizio civile.

Dopo la presentazione dei due disegni di legge (Lupi e Mantini) per una nuova legislazione in materia di governo del territorio, sembrava che l’interesse sul tema fosse notevolmente scemato: la terza proposta (Sandri) è sembrata piuttosto un’affrettata ricomposizione di testi regionali fatta per partecipare alla discussione parlamentare, e non ha trovato particolare favore neanche tra i DS.

Recentemente si sono invece tenuti due convegni promossi dai gruppi parlamentari della Margherita (29 gennaio) e dei Verdi (3 febbraio), che danno il segno di una rinnovata attenzione politica, in parte inaspettata se la si confronta al disinteresse che ha caratterizzato negli ultimi anni il dibattito sui temi del governo del territorio. Un disinteresse che risale alla fine della passata legislatura e che coincise allora con il passaggio dalla presidenza della VIII Commissione dalla Lorenzetti (chiamata a governare l’Umbria) a Turroni.

Di questo rinnovato interesse noi urbanisti dovremmo essere felici: meno male si sono svegliati!

Purtroppo non è così, lo svegliarino è quello solito, preelettorale, per far vedere che ci sono: la confusione regna sovrana per lo meno nel centro sinistra.

Il convegno della Margherita, pur tra alcune defezioni, ha registrato la volontà di pervenire ad una conclusione dell’iter parlamentare, anche in una interlocuzione critica con il testo unificato da Lupi ed oggi in discussione in VIII Commissione.

Al convegno dei Verdi non mi è sembrato invece che ci fosse volontà di utilizzare il testo Mantini, né tantomeno quello Sandri per la costruzione di una linea emendativa del testo Lupi.

Si preferisce, da parte di alcuni, piuttosto non fare la legge, o al massimo come vedremo fare “leggi proclama”.

Sul governo del territorio non si può scherzare; le “leggi proclama” non hanno senso; il popolo non va indottrinato con proclami.

La questione di una sostanziale e divergente “anarchia” cui tendono i diversi sistemi di pianificazione regionale e quelli separati dallo stato non appare agli occhi di questi sostenitori delle leggi proclama una questione rilevante per lo sviluppo del paese.

L’intervento centrale al convegno dei Verdi è stato comunque quello del noto imbonitore Vezio De Lucia, che, con in mano fogli e foglietti di citazioni (il piano Solo – il tintinnar di manette, l’inquinamento urbanistico) recitate con sussiego per deliziare l’auditorio piuttosto che restare al tema (che era quello di una nuova normativa urbanistica nazionale), ha preferito come al solito demonizzare un avversario, in questo caso l’Istituto Nazionale di Urbanistica, che lo ospita troppo generosamente nelle sue riviste, per concludere appunto che servono “leggi proclama”, come se i problemi delle città e del territorio si potessero risolvere con dei proclami per imbonire il popolo. Il contenuto della bottiglia, elisir di lunga vita, o lozione per i capelli, è sempre lo stesso: tutela, tutela, tutela! Con inasprimento delle pene ed esproprio generalizzato, altro che perequazione e progetti di sviluppo pubblico-privati; ma mentre nel West i venditori di elisir venivano regolarmente impeciati ed impiumati, il nostro, cambiando di volta in volta cappello, gira ancora per le piazze, invero sempre più piccole e sempre meno affollate, ma qualche dollaro (incarico) ancora lo rimedia comunque, soprattutto nelle zone della sinistra d’annata, dura, pura e ricca.

Attaccare l’INU, rientra nei soliti artifici retorici di Vezio De Lucia che, per sostenere i 16 punti della “legge proclama” dei Verdi (tutela, pene, vincoli urbanistici decennali, acquisizione forzosa da parte dei comuni allo scadere dei dieci anni di vincolo) deve per forza scatenare l’uditorio contro un “avversario” responsabile di tutti i guasti del territorio, che solo la sua pozione riuscirà ad eliminare.

L’Istituto Nazionale di Urbanistica è stato additato (suppongo, per consolidare ed estendere il tavolo del centro sinistra) come un covo di riformisti (ovvio la vera riforma è la sua, quella che non si deve fare mai), dediti ad inciuciare nei Programmi complessi, noti luoghi di malaffare gestiti dall’oste di via Nomentana, che consentono incontri senza burqa, tra mano pubblica e soggetti privati. Ma non solo controriformisti, molto e molto di più, traditori passati al nemico che, come tutti i rinnegati, sono diventati i più accaniti sostenitori di Berlusconi, di Milano 2 e quindi del Ddl Lupi e della rendita di posizione. A questo punto e con il rincrescimento di dover comunque contribuire ad una sceneggiata sono dovuto intervenire per precisare:

1 – che l’INU ha ritenuto di dover formulare nelle sedi a ciò deputate (Audizioni parlamentari) numerose e specifiche osservazioni ai Ddl presentati;

2 – che in particolare a quello Lupi ha contestato:

- la sovrabbondanza di principi generici e relativa assenza di specifici compiti dello Stato (prestazioni minime, etc.)

- la limitazione del campo di interesse (solo urbanistico) e di contro la eccessiva definizione dei contenuti degli strumenti comunali

- la indeterminatezza dei soggetti

- la concezione superata degli standard

- la contraddizione tra principio di conformità e conseguente sovraordinamento degli enti ed il nuovo titolo V della costituzione

- la pericolosa introduzione del tema “territorio non urbanizzato” e in particolare delle “Aree per ulteriori urbanizzazioni”

3 – che tutto questo non ci impedisce di considerare Lupi, Sandri e Mantini come parlamentari della Repubblica che stanno utilmente dandosi da fare per costruire una legge di riforma del governo del territorio che serva se non altro per superare una concezione solo prescrittiva dell’urbanistica, vecchia di oltre 60 anni e variamente smembrata e contraddetta dalle leggi regionali e dalle attività urbanistiche dei Comuni.

Non si può continuare così, a ruota libera e a motore imballato, pensando che, tutela di tutto e sviluppo, istituzioni e noglobal, siano la stessa cosa.

Sono comprensibili i tentativi di Vigni (DS) di ricomporre, per i partecipanti al convegno, un quadro ecumenico in cui tutto questo possa coesistere; ma il grande PCI non esiste più, è quindi inutile, ma soprattutto crea confusione affermare in sequenza che:

1 – non ci sono le condizioni per interagire con il Ddl Lupi

2 – si deve costruire una proposta organica (diversa da quella Sandri)

3 – si deve valutare la possibilità di presentare emendamenti al Ddl Lupi che affrontano per lo meno tre nodi: dimensione territoriale; rapporto pubblico/privato; condono e abusivismo.

Si rischia di essere travolti dai sorpassi a destra (in tutti i sensi) di De Lucia e di mettersi poi a remare per una “legge proclama” (mi devono ancora spiegare cosa è giuridicamente).

L’ultima timida proposta di Vigni di mettere a fuoco, in un appuntamento nazionale il “punto di vista della sinistra” sul governo del territorio, rischia di arrivare in ritardo; come al solito consentendo agli imbonitori del Far West di continuare a vendere il loro elisir di lunga vita in assenza di una indispensabile riforma urbanistica che se affidata alle sole leggi regionali rischia di produrre più problemi e più anarchia istituzionale di quanta già ce ne sia.

alcuni brani scelti e illustrati, da questo testo (a cura di fabrizio bottini)

Titolo originale: Rural Retreat - Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

Appena oltre il confine dell’Illinois, East Troy, Wisconsin, è diventata sede di varie iniziative di sviluppo sostenibile, agricoltura biologica, per le energie alternative, di un nuovo eco-villaggio

Guidando verso nord sulla Route 120 verso East Troy, Wisconsin, si entra in un paesaggio rurale verdeggiante, con fienili, cavalli, mucche. Le geografia è mossa, definita dal sistema morenico del Wisconsin, e riflette la vicinanza di Alpine Valley Resort, Music Theater, della Kettle Moraine State Forest.

East Troy (3.800 abitanti), appena a nord del confine Wisconsin/Illinois, ha il fascino del piccolo centro, con una piazza da villaggio con gazebo, un museo ferroviario e un ristorante drive-through. “È il tipo di posto dove lasci che i bambini vadano in giro in bicicletta, senza preoccuparti” dice Tricia Riley, responsabile della Nokomis Bakery.

Ma quello che passando da East Troy può anche non saltare all’occhio, è la profusione di imprese legate allo sviluppo sostenibile che hanno trovato casa in questa cittadina. E che comprendono il Michael Fields Agricultural Institute con la sua fattoria di coltivazioni biologiche; la Nokomis Organic Bakery and Grocery; LifeWays, un programma per la prima infanzia ispirato al metodo Waldorf; e la Uriel Pharmacy, che produce cure naturali ad orientamento antroposofico.

“East Troy è una dei segreti meglio mantenuti del Wisconsin sudorientale. È soprendente vedere la quantità di coltivazioni biologiche e a base familiare in questa zona” continua Riley.

L’ultimo arrivato nella comunità sostenibile di East Troy è un eco-villaggio, Fields Neighborhood. Le prime case di questo insediamento hanno avuto il massimo riconoscimento mai concesso da Green Built Home, progetto ambientalista del Wisconsin. È richiesto un minimo punteggio di 50 per essere riconosciuti come Green Built Home: questo progetto nel ha ricevuti 107.

Fields Neighborhood si affaccia sullo Honey Creek e su una zona boscosa tutelata di 80 ettari, con percorsi pedonali. Anche se è circondato su due lati da spazi aperti, è abbastanza vicino al centro da poter andare a scuola a piedi.

L’aspetto più inusuale del villaggio, è il fatto di essere progettato con un sistema a run-off zero dell’acqua: “Tutta l’acqua piovana viene filtrata dal terreno fino alla water table” spiega Peter Scherrer, responsabile della costruzione del villaggio. Il sito è concepito per massimizzare l’assorbimento delle acque, e comprende orti per la loro raccolta con piante da zone umide. Per minimizzare il runoff, le strade sono strette, e fatte di cemento, più “ambientalmente responsabile” dell’asfalto, e che crea meno calore.

Le prime abitazioni doppie sono state messe sul mercato in agosto. Lo studio responsabile della progettazione è la Design Coalition di Madison, Wisconsin. Gli edifici di mattoni e legno sono stati realizzati con parecchie caratteristiche energy-saving e hanno fatto guadagnare a queste case un punteggio di 88 dal Wisconsin Energy Star, il che significa un richiesta corrente di energia inferiore dell’88% a quella delle abitazioni convenzionali. Lucernari nei soggiorni e orientamento a sud provvedono un riscaldamento solare passivo, e la casa è pronta per quello solare attivo. Finestre ad alta efficienza e isolamento, aumentano ancora la conservazione energetica.

Le case fanno uso di materiali rinnovabili, che creano un ambiente interno ipoallergenico, ci racconta Joel Jacobsen, l’agente che sta vendendo le abitazioni. In quelle completate, il corridoio e disimpegni del primo piano hanno pavimenti in linoleum, più ambientalmente amichevole di altre superfici. Le moquettes sono di lana, e i colori per le pareti sono a componente volatile organica. Le finiture di legno sono quercia di alta qualità del Wisconsin, che richiede anche meno consumo di carburante per il trasporto.

Oltre a una stanza comune e a un bagno, il livello interrato comprende una stanza a cantina e uno studio/laboratorio. La cantina root-cellar è destinata ai prodotti degli orti comuni previsti. Il garage adiacente è dotato di uno scarico con ventola che si aziona automaticamente aprendo la saracinesca, e che succhia all’esterno il monossido di carbonio.

Una delle caratteristiche più interessanti del piano terra delle abitazioni proposte con tutte le finiture è il pavimento di bambù, molto attraente visto che sembra legno massiccio, ma rinnovabile. La stanza principale/soggiorno ha alti soffitti e finestre affacciate su una vista dello Honey Creek e spazi aperti. Si può accedere a un portico da questa stanza principale, così come dalla camera da letto secondaria.

Le due case proposte con tutte le finiture hanno un prezzo di 318.900 dollari; quelle da completare di 228.900, ed è necessario che l’acquirente aggiunga pavimenti, finiture bagno, tubazioni e impianto elettrico. Quando il villaggio sarà completo, consisterà di 72 unità, compresi edifici condominiali con sei appartamenti e abitazioni doppie su un solo piano.

Christopher Mann, costruttore di Fields Neighborhood, ha realizzato anche un eco-villaggio in Sussex. “Pensavo a un luogo dove le persone potessero vivere insieme, interagire socialmente e sul lavoro, dove i bambini potessero crescere in modo equilibrato” raccontava Mann della comunità in Sussex, in un’intervista del dicembre 2000 alla rivista della Rudolf Steiner Foundation. Per l’insediamento di East Troy, spera di creare un paesaggio che sia l’ambiente culturale di una nuova etica sociale. Mann (che era all’estero mentre si svolgeva la ricerca per questo articolo) notava in quell’intervista come fosse particolarmente stimolante realizzare una comunità immersa nel verde con contenuti economici alternativi. “Creare qualcosa per i redditi medi è molto difficile. È facile scivolare verso le fasce alte di mercato facendo cose troppo costose, in particolare se si vuole edilizia ecologica, un’etica ambientalista, sviluppare un insediamento a zero run-off”.

Per questo motivo, il responsabile di costruzione Scherrer dice che anche se tutti gli edifici di Fields Neighborhood avranno qualche caratteristica ecologica, alcuni potranno non essere meno “verdi” di altri, per consentire di rendere disponibili abitazioni a varie fasce diverse di reddito.

Mann è inglese, cresciuto in una famiglia di cultura Waldorf. Da giovane emigrò in Canada, dove scoprì l’antroposofia: la scienza spirituale formulata da Rudolf Steiner (1861-1925), filosofo e studioso austriaco. L’antroposofia è alla base di nmerose iniziative olistiche nel campo della medicina, delle terapie, delle arti, dell’economia, agricoltura, istruzione. Nonostante le scuole di metodo Waldorf facciano riferimento all’antroposofia, questa non è insegnata agli studenti. Dunque quando Mann divenne interessato alla materia da adulto, tornè in Inghilterra per una specifica formazione da insegnante. Sua moglie, Martina, aveva ereditato una fortuna sufficiente a consentirgli una vita di filantropia.

I coniugi Mann sono stati attratti a East Troy dal fatto che era sede della più antica fattoria biodinamica degli Stati Uniti, la Zinniker Dairy Farm, inaugurata negli anni ‘40.

“La zona di East Troy aveva l’aspetto e l’atmosfera delle valli d’Europa, e se ne innamorarono” ci dice Ron Doetch, direttore esecutivo del Michael Fields Agricultural Institute.

I Mann, con Ruth Zinniker, nel 1984 fondano il Michael Fields Agricultural Institute, struttura non-profit pensata per sviluppare ricerche agricole e formare agricoltori ai sistemi sostenibili, biologici, biodinamici. L’agricoltura biodinamica va oltre quella biologica, e guarda all’intera azienda come a un organismo vivente. Riconosce l’importanza del suolo per la salute della fattoria e guarda all’azienda, agli animali, al raccolto e all’ecosistema come interconnessione, con l’obiettivo di condurre ad equilibrio e salute l’insieme.

L’Istituto negli ultimi dodici anni ha raccolto coltivatori e consumatori alla Urban Rural Food System Conference che si tiene ogni novembre.

Lo stimolo maggiore per il Michael Fields è quello di cambiare il modo in cui gli agricoltori conservano risorse, e mantenere in vita l’azienda familiare. Il direttore Doetch sottolinea come i programmi aperti siano destinato al coltivatori con metodi convenzionali, dato che insegnar loro a ridurre almeno di un terzo l’uso di fertilizzanti chimici, continuando a guadagnare, può avere impatti significativi.

L’istituto Michael Fields lavora per aumentare i finanziamenti federali alla ricerca e alla formazione verso una agricoltura sostenibile. Ora, meno dello 0,5% dei fondi di ricerca del Dipartimento dell’Agricoltura va a quella sostenibile.

Doetch crede che oggi sia un buon momento per il Michael Fields, dato che i prodotti biologici sono entrati nella mainstream. “Con asma, diabete e diffocltà di apprendimento in crescita, la gente ha iniziato a capire che la dieta dei nostri bambini è sbagliata” dice. “Si inizia a capire che siamo ciò che mangiamo”. Doetch afferma che la consapevolezza del cibo è stata risvegliata da minacce come gli alimenti geneticamente modificati o il morbo della Mucca Pazza.

“È bello fare la cosa giusta per il motivo giusto e al momento giusto”.

Col sostegno finanziario e morale dei Mann, parecchie iniziative hanno trovato casa a East Troy.

La prima è la Nokomis Bakery, iniziata nel 1984 da Martina Mann, per produrre pane utilizzando grano delle coltivazioni locali, in un forno d’argilla collocato in un capanno. La gente poteva andare al capanno e comprarsi un pane genuino. “Era parte della visione [dei Mann] sul conservare le aziende a gricole familiari che stavano scomparendo” ci dice la signora Riley, direttore generale del forno. Suo marito Jamie, è il fornaio.

Oggi la Nokomis sforna ogni settimana da 2.000 a 3.000 forme fatte a mano, da farina integrale macinata a pietra, vendute in negozi specializzati in cibi di qualità da Madison, a Milwaukee, a Chicago.

Riley ci racconta che i suoi nonni materni e paterni erano contadini. È cresciuta a Lake Geneva ed è entrata nel campo dell’alimentazione naturale quanto si è sentita insoddisfatta del lavoro in un’impresa.

“Trovo soddisfacente stringere la mano a un agricoltore, o camminare nei campi di grano prima che sia portato qui per la lavorazione”.

La Nokomis Bakery, che ha la porta accanto all’istituto Michael Fields, gestisce anche un negozio di cibi naturali aperto sette giorni su sette. Offre latte biologico in bottiglie di vetro, formaggi locali, granaglie biologiche all’ingrosso, altri prodotti biologici, polli del Wisconsin, miele locale, dolci di burro e zucchero.

Altra iniziativa di East Troy è quella intrapresa da una ex insegnate di scuola Waldorf, Bente Goldstein, sposata a Walter Goldstein, direttore per le ricerche sul grano al Michael Fields. Bente Goldstein dirige “Una settimana alla Fattoria”, un programma pensato per responsabilizzare i bambini sui compiti quotidiani della vita agricola. “Un tempo i bambini sarebbero andati dai nonni per questa esperienza, per imparare da dive viene il cibo; ai bambini moderni è negata questa esperienza di base ... Una fattoria è il luogo perfetto per costruire un carattere” ci dice la signora Goldstein.

LifeWays, pure vicina al Michael Fields, è stata iniziata da Cynthia Aldinger, insegnante Waldorf interessata alla spersonalizzazione nella cura dei bambini più piccoli. LifeWays Center, di ispirazione Waldorf, è aperto dal 1998 per bambini dai tre mesi ai sei anni. È strutturato su tre ambienti che simulano una casa e progettato per offrire solide e durature relazioni collocando i bambini in una situazione multi-età, come quella di una grande famiglia.

“I bambini sono all’aperto per la maggior parte della giornata. Stanno in un orto biologico, raccolgono verdure, aiutano a lavarle e prepararle. Questa è anche una meravigliosa zona per camminare e tenersi in contatto con l’ambiente naturale” ci dice la direttrice di Lifeways, Jodi Fitzgerald.

L’idea si è diffusa, e ora ci sono centri LifeWays anche a Milwaukee e a Sedona, Arizona. Si prevede l’apertura di un altro al Rudolf Steiner College di Fair Oaks, California.

La signora Fitzgerald ci dice che la comunità sostenibile è solo una parte del microcosmo formato dalla comunità allargata di East Troy. Inizialmente ha incontrato qualche resistenza, ma ora ha iniziato ad essere accettata.

“Tutte le iniziative si fondono insieme a formare uno stile di vita. Uno stile di vita che è rispetto per ciascuna persona. È come se restituissimo all’ambiente quello che gli abbiamo preso”.

Nota: di seguito alcuni links (fb):

Il testo originale al sito di Conscious Choice

Le scuole Waldorf

il Michael Fields Agricultural Institute

Un blocco di cemento di 1.070 metri cubi: è questa la «dote» portata alla provincia di Vicenza, una delle più industrializzate d'Italia, da ogni abitante in più degli anni Novanta. Crescita demografica: più 52 mila abitanti, pari al 3%. Crescita edilizia: più 56 milioni di metri cubi, pari a un capannone largo dieci metri, alto dieci e lungo 560 chilometri. Ne valeva la pena? Valeva la pena di costruire oltre il quadruplo delle case necessarie rispetto all'incremento di cittadini e di insultare ciò che restava delle campagne care a Meneghello con giganteschi scheletri di calcestruzzo tirati su spesso solo per fare un investimento e tappezzati di cartelli «affittasi»? Se lo chiedono in tanti, finalmente. Se lo chiedono gli imprenditori più avveduti, che hanno chiarissima l'idea che far concorrenza alla Cina costruendo più capannoni e assumendo più cinesi anziché puntare su innovazione e ricerca è un suicidio. Se lo chiedono un pezzo della sinistra e della destra, a partire dalla Lega che ha denunciato in un allarmato seminario per bocca del presidente provinciale Manuela Dal Lago come negli anni '90 l'agricoltura abbia perso 18 mila ettari contro i 10 mila perduti nel decennio precedente. Se lo chiedono gli studiosi, come quelli coinvolti in un convegno convocato oggi a a Montecchio dall'Accademia Olimpica il cui presidente Fernando Bandini riassume la situazione così: «E' stato un saccheggio». Intendiamoci: di « schei » ne sono piovuti tanti. La provincia è la prima in Italia nel rapporto tra export e Pil, vanta una partita Iva ogni 10 abitanti, un'impresa manifatturiera ogni 31 (media italiana: una ogni 75), una disoccupazione ridicola (2,6%), un fatturato industriale di 41 miliardi di euro, un reddito pro capite oltre 25 mila. Il prezzo pagato all'ambiente, però, è stato elevatissimo. E fa del Vicentino, felicemente stravolto dall'industrializzazione e dal benessere dopo secoli di povertà ed emigrazione («L'altissimo de sora ne manda 'a tempesta / l'altissimo de soto ne magna quel che resta / e in mezo a sti do altissimi / restemo povarissimi») un caso emblematico del Nord Est. Che può insegnare a tutti.

Nel bene e nel male. Spiega ad esempio una tabella elaborata dall'ingegner Natalino Sottani, relatore al convegno di oggi, che la popolazione provinciale (608 mila abitanti nel 1950 saliti oggi a 807 mila), ha avuto un incremento in mezzo secolo del 32%. Una crescita netta, ma abissalmente lontana da quella della superficie urbanizzata, passata da 8.674 ettari a 28.137. Con un'impennata del 324%: il decuplo.

E accompagnata, ovviamente, da un parallelo crollo dei terreni destinati all'agricoltura: erano 182 mila ettari nel 1950, sono 114 mila adesso. Al punto che, stando all'«impronta ecologica» e cioè all'indice che attraverso una miscela di calcoli assai complessi misura qual è il livello dei nostri consumi, ogni vicentino consuma oggi per 39 mila metri quadri disponendone invece di 3.370: oltre undici volte di meno.

Un consumo del territorio abnorme, disordinato, sprecone, indifferente a tutti i rischi. Così ubriaco di auto-compiacimento per lo stupore del mondo davanti ai successi all'incredibile accelerazione degli ex poareti da esaltare il disordine amministrativo e il «laissez faire» come fucina di creatività. Col risultato che oggi i 121 comuni berici, stando al rapporto allarmato della Provincia, hanno «oltre 500 aree industriali». Le quali, in realtà, assediano quasi esclusivamente i comuni di pianura che sono una sessantina e detengono dunque una decina di «zone produttive» a testa. Un delirio. Del quale fanno oggi le spese non solo i cittadini intrappolati ogni giorno in una delle più intasate reti stradali del pianeta ma gli stessi protagonisti del miracolo, quegli imprenditori che si dannano l'anima per guadagnare sei decimi di secondo nella produzione di un pezzo e poi vedono i camion bloccarsi nella fossa larga sei metri di via Mazzini, sulla strada che porta da Bassano a Padova e che sega in due il paese di Rosà, una strettoia dove ogni giorno si strusciano l'uno l'altro 40 mila camion e 30 mila auto. E agognano la costruzione di una bretella, un ponte o una pedemontana che non si possono fare senza buttar giù una miriade di case e stabilimenti.

«Basta capannoni», disse nella primavera 2003 il presidente regionale Giancarlo Galan. I nudi numeri spiegavano infatti che negli ultimi 5 anni erano state costruiti nel Veneto edifici industriali pari a un capannone alto 10 metri, largo 28 e lungo 200 chilometri e passa. Tanto che a Orgiano, un paese vicentino sotto i colli Berici, la gente aveva raccolto 1.500 firme (una enormità in un paese di 2.700 abitanti) per dire basta: «perché dovremmo aprire nuove fabbriche se non c'è disoccupazione» e «deturpare una delle rare aree incontaminate con strade, cave, discariche e industrie»? Il coro di consensi fu vasto. Gli stessi industriali, o almeno i più attenti, plaudirono. Un anno e mezzo dopo, però, Galan pare aver cambiato idea. E qualche giorno fa, a Cortina, ha spiegato che «il Veneto di domani avrà bisogno di più capannoni, non di meno. E Forza Italia ha il dovere di dirlo. Il problema è come farli».

«Con i gerani, i salici e i sette nani nel giardino?», hanno ironizzato i verdi. In realtà, lo sanno tutti, stanno arrivando al pettine quei nodi che troppo a lungo sono stati rinviati. Riassumibili, se vogliamo, in un nodo solo: su quale modello di sviluppo deve puntare un'area come il Nordest che ha scommesso forse troppo sulla dedizione alla fatica dei «polentoni», sul lavoro dei grandi artigiani come quelli dell'occhialeria (oggi in crisi), sul perfezionamento di prodotti a volte vecchiotti fino a far dire a Federico Faggin, il vicentino inventore del micro-processore, che «è un posto buono per fare sedie e maglioni ma non tecnologia d'avanguardia»? Ciò che appare certo a vedere il caso di Vicenza, dove l'opposizione denunciava ieri nuovi progetti cementizi per un altro milione di metri cubi nei prossimi anni nella sola città capoluogo, è che urge un ripensamento. I dati, infatti, sono lì, sotto gli occhi di tutti. Ogni miliardo di euro di crescita reale è costato un consumo di mille ettari di campagna. E dei 52.150 mila abitanti che risultano essersi aggiunti nel censimento del 2001 a quelli del 1991, addirittura 37.140 sono stranieri. Il che vuol dire che per ogni vicentino in più arrivato nel decennio sono stati tirati su 3.718 metri cubi di calcestruzzo. Pari a un capannone dieci per dieci lungo 37 metri. Può essere questo, lo sviluppo di domani? Gian Antonio Stella

Un décret publié fin mars permet désormais des "aménagements limités" dans les espaces jusque-là protégés. "Un terrible coup de canif", s'indignent les écologistes. Mais l'épisode révèle les tensions nouvelles créées par la poussée démographique observée le long des côtes.

"Ce décret est une catastrophe !" Jean-François Burth, président de l'association Défense de l'environnement bigouden, ne décolère pas. "On peut maintenant abroger la loi littoral par décrets ! Ce texte ouvre la porte à des parkings, à des pistes cyclables, à des paillotes se transformant en restaurants, à des postes de secours permanents. C'est un coup de canif terrible porté à la préservation des côtes françaises !"

L'objet du courroux de cet environnementaliste du Finistère est un décret d'application de la loi littoral paru au Journal officiel du 30 mars. Ce décret no 2004-310 permet l'installation d'"aménagements légers" dans les espaces naturels, mais aussi "l'extension limitée des bâtiments et installations nécessaires à l'exercice d'activités économiques" dans ces espaces, normalement protégés de toute construction par la loi littoral.

Publié dans les derniers jours du ministère de Roselyne Bachelot, le décret ouvre la porte à toutes sortes de dérives, selon M. Burth. "Par exemple, explique-t-il, nous avons engagé une procédure juridique contre une petite crêperie qui s'est transformée en grand restaurant avec terrasse dans un site magnifique. Avec ce décret, nous aurions perdu."Au secrétariat d'Etat à la mer, on tempère le propos : "Le terme d'"extension limitée" est assez clair, et, en cas d'exagération, il y aura contentieux et le juge tranchera."

La vive inquiétude des environnementalistes à l'égard de la moindre modification de la loi littoral reflète un problème réel : malgré ce frein, posé en 1986, à l'urbanisation des côtes, la pression urbaine et économique sur les côtes françaises semble irrépressible. Une étude publiée en 2000 par l'IFEN (Institut français de l'environnement) montrait que "la construction suit depuis 1980 le même rythme que celui observé sur l'ensemble du territoire, sans changement quantitatif significatif depuis le vote de la loi littoral". La tendance n'aurait subi aucune inflexion depuis 2000. "La pression foncière est colossale, note Bruno Toison, au Conservatoire du littoral. Par exemple, sur l'île de Ré, on compte plus de 400 nouvelles maisons chaque année, malgré toutes les protections existantes."

Mais ce n'est pas l'insuffisance de la réglementation qui fait peser des menaces sur les espaces encore non construits des 550 000 km de côtes françaises. "La loi littoral ne fonctionne pas si mal. Aujourd'hui, l'urbanisation se produit par épaississement des taches existantes plutôt que par nouveau mitage",note un expert, qui requiert l'anonymat "pour ne pas avoir de problème avec les élus".

Ce qui est surtout en cause, c'est l'attrait qu'exerce la mer sur les populations. Selon une fiche de préparation du Comité interministériel d'aménagement et de développement du territoire (CIADT), qui doit se réunir en septembre, "les zones côtières sont aujourd'hui les lieux les plus dynamiques de la planète". La France participe à ce "mouvement général", et c'est ainsi que "près de 3,5 millions d'habitants supplémentaires sont attendus dans les départements littoraux à l'horizon 2030".

PROCÉDURES DE CONCERTATION

Cette poussée démographique se traduit par une soif inextinguible de construction qui entraîne une progression continue de l'urbanisation sur tout le littoral. Mais, sur place, les habitants et les élus sont souvent demandeurs d'assouplissements : "Dans ma commune de Plounévez-Lochrist, explique Jacques Le Guen, député (UMP) du Finistère et rapporteur de la mission parlementaire sur la loi littoral qui doit rendre son rapport prochainement, il y a une bande vide entre deux groupes de maisons, on ne peut construire alors qu'il y a continuité du bâti. Ou encore, à côté, à Plouider, la loi littoral impose des règles de construction même dans la partie de la commune, qui se trouve à plus de 2 km de la mer."

Les activités économiques demandent, elles, des assouplissements : "On connaît de nombreux cas de jeunes agriculteurs qui ne peuvent s'installer en serres maraîchères dans les communes littorales à cause des contraintes de la loi", indique-t-on à la chambre d'agriculture du Finistère. Or 35 % des exploitations agricoles de ce département se situent dans des zones littorales. Ailleurs, ce sont les conchyliculteurs qui se plaignent des contraintes, ou les ports de plaisance, qui disent souffrir d'engorgement et demandent l'agrandissement des ports existants, ou la création de ports à sec pour stocker les bateaux.

La pression est donc plus forte que jamais sur cette loi qui a permis de freiner une urbanisation incontrôlée. Il est probable que l'on s'oriente vers de nouveaux modes de gestion, basés sur la concertation de tous les acteurs plutôt que sur l'application de règles par l'administration et par les tribunaux. "Il s'agit d'une nouvelle gouvernance", explique-t-on au secrétariat d'Etat à la mer : "Au lieu d'imposer, on essaie d'obtenir une concertation sur des objectifs définis en commun."

La baie de Somme, l'étang de Thau (Hérault), la baie de Bourneuf (Vendée) expérimentent ces procédures de concertation qui tentent de concilier des objectifs conflictuels : le développement économique et le respect de l'environnement.

Pas d'exception pour la Corse

La loi littoral s'applique en Corse comme ailleurs. A l'époque des discussions sur le nouveau statut de l'île préparé par Lionel Jospin, l'article 12 du projet de loi concrétisant la première étape de ce processus prévoyait la possibilité pour les élus d'"adapter" la loi de 1986. Cet article, qui, au départ, suscitait un relatif consensus, a ensuite déclenché de vives oppositions en Corse et sur le continent. Il a été retiré en deuxième lecture à l'Assemblée nationale, en novembre 2001. Aujourd'hui, les défenseurs de l'environnement affirment que certains élus corses tentent de nouveau d'obtenir la possibilité d'adapter la loi. L'hebdomadaire autonomiste Arriti du 19 mai estime qu'"une modification éventuelle (...) ne pourrait se faire que dans un sens plus protecteur et après un large

Titolo originale Empty Boxes. As Kmart’s signature blue lights fade, what will happen to vacant big-box stores? – traduzione di Fabrizio Bottini

Il gigante del commercio Kmart si è appellato all’articolo 11 sulla tutela dal fallimento alla fine di gennaio, e la scorsa settimana la compagnia con base a Troy, Michigan, ha annunciato che avrebbe chiuso i battenti di 284 dei suoi 2.000 negozi. L’anno scorso, Montgomery Ward e Service Merchandise sono pure andate in bancarotta; nel 1999 i negozi discount Caldor hanno chiuso. Ci saranno decine, o anche centinaia, di questi negozi big-box – alcuni dei quali coprono più di 10.000 metri quadrati – abbandonati vuoti, come chiazze di assi inchiodate nel paesaggio?

James Howard Kunstler, autore nel 1999 del libro The Geography of Nowhere, afferma che gli affanni di Kmart sono sintomatici di una scossa sismica nel commercio americano. “Il commercio delle catene nazionali entrerà in un periodo di difficoltà, e piuttosto presto” dice Kunstler. “Queste compagnie godono di economie possibili solo con un’offerta senza fine di petrolio e manodopera a buon mercato dall’altra parte del mondo. Solleciterei il pubblico a pensare al commercio big-box come ad una anomalia storica, piuttosto che una cosa normale”.

Kunstler non è ottimista riguardo alle prospettive di utilizzazione futura dei negozi. “Spesso questi edifici stanno lì senza essere riutilizzati dieci anni” dice. “Per allora, le coperture piatte hanno iniziato a fare infiltrazioni, e gli edifici finiscono per essere degradati. Oppure qualche volta sono occupati da attività marginali, come i mercatini delle pulci in sede fissa”.

Alcuni residenti si preoccupano perché proprio questi tipi di attività si possono installare nel loro ex megastore, altri perché non si riuscirà ad attirarne nessuna, di attività: Caesar Carrino, sindaco di Wadsworth, Ohio, una città di 21.000 abitanti cinquanta chilometri a sud est di Cleveland, ci dice che se il Kmart di Wadsworth chiude, i clienti del posto lo rimpiangeranno parecchio, e la città avrà molti problemi per trovare un altro occupante di quegli spazi. “È troppo grande per un negozio Kohl’s. È troppo piccolo per un Wal-Mart. Target non ha sinora rapporti con Wadsworth. E nessun sembra intenzionato a muoversi, per via delle condizioni economiche”.

Il problema non è limitato alle città piccole. Charlotte, North Carolina, ha circa duecentomila metri quadrati di spazio commerciale vuoto, e i residenti stanno diventando sempre più preoccupati. “La gente è diventata improvvisamente molto interessata all’argomento” dice Mary Hopper, presidente della Charlotte-Mecklemburg Planning Commission. “Emerge tantissimo nelle assemblee pubbliche”. Le zone con maggiori problemi a Charlotte, continua, sono le strisce commerciali stradali nei corridoi delle zone centrali, dove c’è poca o nessuna crescita.

Per cercare una soluzione, recentemente Hopper ha scritto un rapporto sul riuso dei siti big-box. Ha studiato alcune delle misure predisposte in altre città, e ora progetta di lanciare alcuni progetti di riuso pilota a Charlotte. “Dovremmo solo ripulire alcuni dei siti” dice Hopper. “Ma se si può riusare un edificio, va trovato il modo efficiente di farlo dal punto di vista dei costi. In molti dei casi, il nuovo uso non sarà commerciale”.

Nel 1998 la Calthorpe & Associates, uno studio di architettura e progettazione urbana di Berkley, California, ha trasformato con successo uno strip mall in difficoltà a Mountain View, California, in un quartiere ad uso misto, orientato alla mobilità pedonale. Il centro commerciale è stato completamente demolito e riciclato come fondamenta per nuove case e spazi verdi.

Classe Prima, Quinto Scaffale

Uno Kmart di Charlotte le cui insegne al neon si sono spente è diventato una scuola privata, gestita dalla Mosaica Education Inc. Secondo il Direttore Michael Connelly, la k-7 Sugar Creek Charter School non è l’unica della Mosaica che sta in un big-box: la George Washington Carver Academy a Highland Park, Michigan, prima era un supermarket, e la Kalamazoo Advantage Academy un J.C. Penney.

Ma convertire negozi big-box in scuole moderne pone alcuni problemi, continua Connelly. Le scuole hanno bisogni diversi di riscaldamento e circolazione d’aria, e ci vogliono più bagni e lavandini, e dunque di solito è necessaria una grossa revisione degli impianti. La Mosaica ha anche inserito dei lucernari, per dare alle aule una illuminazione naturale.

Cheryl Ellis, direttore di Sugar Creek, non potrebbe essere più soddisfatta della sede insolita della sua scuola “È magnifica” dice. “Abbiamo aule ampie e finestre affacciate sull’atrio. Funziona alla grande”. La scuola, dopo due anni, sta crescendo, e fortunatamente ha spazio in abbondanza in cui espandersi. “Ora stiamo usando probabilmente un terzo dell’edificio” stima Ellis “potremmo aggiungere altre 15 o 20 aule”. Ma aleggia ancora la vecchia atmosfera Kmart? Definitivamente no, dice Ellis: “Quando passi la porta, questa è la scuola. Non c’è dubbio in proposito”.

Ellis afferma che i commercianti locali e i residenti sono “eccitati” dal fatto che la scuola si è trasferita lì. Ma l’analista immobiliare Tom Dwier di Reis.com, una compagnia che studia le tendenze del mercato, sottolinea come non sia ideale usare spazio commerciale per farci una scuola: nonostante una scuola possa sostenere alcune attività vicine – venditori di generi alimentari, per esempio – e impedire che i valori degli immobili precipitino, non genera certo reddito o traffico pedonale come un grosso insediamento commerciale.

In più, Dwyer dubita che molti dei defunti Kmart rimangano vuoti a lungo. “Alcuni [negozi Kmart] saranno acchiappati immediatamente, perché si tratta di ottime localizzazioni perfettamente adatte ai clienti di qualcun altro; Home Depot e Lowe’s saranno i candidati principali” dice. “Gli altri negozi invece saranno quelli difficili. Potranno rimanere lì per anni”.

Dwyer fa un parallelo fra le catene Kmart e Montgomery Ward. “Circa il 60 per cento dei negozi Montgomery Ward sono stati presi piuttosto in fretta, e non ce ne sono molti vuoti ora”. Richard Longstreth, direttore della laurea specialistica in conservazione alla George Washiongton University di Washington, D.C., ne ha pure una visione ottimistica. “Il commercio di grandi dimensioni non finirà. Anche durante la Depressione, ci fu una crescita delle grandi catene” dice. “Le strade di grande comunicazione dove stanno questi negozi si rinnovano continuamente. È solo parte del mondo fluttuante del commercio”.

Nota: è certo meno fosca del solito, la conclusione di questo articolo dal National Trust. Va comunque ricordato che lo studioso citato per ultimo, Richard Longstreth, anche nei suoi studi più noti e approfonditi sembra sempre sposare il punto di vista del commercio, piuttosto che quello del rapporto sviluppo locale/territorio/attività economiche, che forse sarebbe più completo. Almeno questa è la mia modesta e discutibilissima opinione. Qui sotto il link al sito della rivista del National Trust dove si trova la versione originale del saggio. (fb)

Bologna e Firenze sono le due città più importanti, tra quelle in cui si voterà in giugno. Ed è molto interessante che, in modo rovesciato nell'una rispetto all'altra, si faccia avanti, un po' spintonando, il tema della partecipazione, come alternativa effettiva al modo in cui le sinistre hanno governato (e perduto, come a Bologna) queste due città. Si chiama «Cantieri solidali» la lista promossa nel Quartiere 5 di Firenze dalla Comunità delle Piagge, in una periferia in cui agisce da anni don Alessandro Santoro, con molta altra gente, per ricucire «dal basso» una socialità umiliata. Il capolista è uno studente di vent'anni. Roba marginale, si dirà. E invece le Piagge sono solo uno dei rivelatori di quel che, dal Forum europeo del novembre 2002, si è andato creando in città. Non solo il Forum sociale e il Laboratorio per la democrazia, ma, ad un certo punto, il Forum per Firenze, che riuniva associazioni, partiti del centrosinistra (tutti) e singoli cittadini, si sono posti il problema di come cambiare la Firenze del traffico impazzito, dell'inceneritore gigante alle porte, del tunnel dell'alta velocità ferroviaria sotto i piedi e della privatizzazione della gestione dell'acqua, solo per citare alcuni problemi. Tanto da elaborare, in dieci tavoli di lavoro, un vero e proprio programma.

Il sindaco, Leonardo Domenici, si è tappato le orecchie. Così ora la lista «Unaltracittà - unaltromondo», che ha per candidato sindaco Ornella De Zordo, del Laboratorio per la democrazia, e che è affiancata da Rifondazione, sfida l'Ulivo. Non per mettere in dubbio la rielezione di Domenici, che peraltro sta reagendo in modo aggressivo (D'Alema ha accusato la lista di essere «un partitino» dei «professori»), ma per affermare la necessità urgente di una democrazia di tipo nuovo, con riferimento esplicito al Nuovo Municipio, la rete di amministratori, ricercatori e associazioni che promuove la «democratizzazione della democrazia» attraverso il bilancio partecipativo e altre forme di partecipazione ( www.nuovomunicipio.org).

Sergio Cofferati, candidato a sindaco di Bologna, ha guarda caso, qualche giorno fa, incontrato rappresentanti della Rete del Nuovo Municipio, e ha poi commentato: «A Bologna vanno immaginate nuove modalità di partecipazione che recuperino l'antico civismo e sappiano al contempo valorizzare le energie nuove... Ad esempio, penso che nella nostra città i bilanci amministrativi e le politiche gestionali dovranno essere costruiti con la partecipazione diretta dei cittadini. Un obiettivo che presuppone di operare su scala metropolitana, per un verso, e dall'altro sulla base di municipi pensati come nuova dimensione e identità del quartiere... una dimensione che favorisca la partecipazione e costruisca senso di comunità».

Queste parole saranno da ricordare, certo, quando Cofferati sarà sindaco. Ma che non nascono dal nulla. Per citare solo due esempi, il gruppo di urbanisti che si chiama Compagnia dei Celestini da anni lavora a un'idea di città non imposta dal mercato e co-progettata dai cittadini (e uno dei Celestini, Marco Guerzoni si candida al comune); e la Camera del lavoro, guidata da Cesare Melloni, ha assunto, nell'assemblea programmatica del gennaio scorso, le proposte del Nuovo Municipio.Molti altri casi di questo tipo esistono, e su Carta li stiamo esplorando. Come la lista NoTav, in Val di Susa, resa necessaria dal fatto che tutti i partiti sono a favore del demenziale tunnel dell'alta velocità che distruggerebbe la valle; o il centrosinistra che, alla Provincia di Milano, comprende in sé le molte esperienze di partecipazione dei comuni dell'hinterland, come Pieve Emanuele; o il «programma partecipato» assunto dalla candidata di Arezzo, che prevede la ri-pubblicizzazione dell'acquedotto, tra l'altro.

Insomma, il «candidato» da votare è il Nuovo Municipio, per essere contro Berlusconi, sì, ma senza tapparsi il naso

L’ha promesso, una di queste sere Berlusconi tornerà a “Porta a porta” per parlare di grandi opere. Fu proprio lì, nel 2001, che disegnò su una lavagna la mappa delle sue mirabolanti promesse: strade, ferrovie, ponti, metropolitane, l’Italia sarebbe diventata tutta un grande cantiere. Tornerà da Vespa e racconterà, naturalmente, di aver fatto miracoli. Intanto ne parla dappertutto: “Il governo è assolutamente in anticipo rispetto alle previsioni. Avevamo previsto di realizzare entro la legislatura il 40% di 125 miliardi di euro di investimenti. Abbiamo già attivato opere per 48 miliardi di euro di investimenti e 20 miliardi di opere sono già cantierati”, aveva detto alcune settimane fa. Nelle dichiarazioni di ieri è andato oltre: “Abbiamo aperto cantieri per 40mila miliardi e ne apriremo entro l'anno per altri 60mila”.

Fantastico. Nei manifesti affissi sui muri, intanto, converte gli euro in lire per fare ancora più effetto: “Grandi opere attivate per 93mila miliardi”.

Come stanno dunque le cose? Davvero almeno su questo punto il centrodestra sta rispettando il famoso "contratto con gli italiani?" Bastano pochi dati per dimostrare che siamo di fronte ad un gigantesco imbroglio.

Primo dato: gli investimenti nel bilancio dello Stato per le opere pubbliche, piccole e grandi, si stanno riducendo. Dopo il crollo della prima metà del decennio scorso, dal '96 al 2001 con l'Ulivo si era avuta una buona ripresa, con un incremento medio annuo del 10,6%. Dal 2001, invece, con il centrodestra, il trend di crescita si interrompe: nei primi due anni la riduzione è stata circa del 15%, quest'anno del 13%. Particolarmente gravi i tagli in alcuni settori: dimezzati i finanziamenti per la difesa del suolo e la prevenzione di frane ed alluvioni, ridotti drasticamente quelli per le città ed il trasporto pubblico locale, per l'edilizia scolastica, per acquedotti e depuratori.

Il secondo dato è quello sui finanziamenti per la realizzazione delle cosiddette grandi opere della legge obiettivo. Erano state promesse circa 270 opere, per un costo totale di 125 miliardi di euro. Ma sono stati finanziati, ad oggi, appena 5,1 miliardi (peraltro attraverso limiti di impegno di spesa, cioè indebitandosi per 15 anni). E bene che vada, da qui al 2006 si arriverà a 9 miliardi. Niente, in confronto a quanto sarebbe necessario. Se fate due conti vi accorgerete che di questo passo il piano delle grandi opere sarà completato nel 2079. Niente male, no? Fate poi attenzione a quella parolina - investimenti attivati - che viene utilizzata per il gioco delle tre carte. "93mila miliardi di lire attivati", dice Berlusconi: ma questo è il costo finale delle opere, non il totale dei soldi stanziati e disponibili, che come abbiamo visto è di gran lunga più basso. Per capirci: è come se uno, desiderando tanto una Ferrari ma non avendo i soldi per comprarla, acquista lo specchietto e va al bar vantandosi con gli amici di aver "attivato" l'acquisto dell'auto. Il governo ha lo specchietto: gli manca tutto il resto. Serve una conferma? Eccola: dopo tre anni gli unici due cantieri già aperti, tra le opere della legge obiettivo, sono quelli per la terza corsia su 18 km del raccordo anulare di Roma (deciso e in larga parte finanziato all'epoca del centrosinistra) e per un lotto di 28 km sulla Salerno Reggio Calabria (proseguendo i lavori avviati dal precedente governo su 215 km.) Tutti gli altri cantieri ad oggi aperti in Italia, compresi dunque quelli che il capo del governo visiterà nel corso della campagna elettorale, sono cantieri di opere decise, finanziate ed avviate dal precedente governo.

Rischiamo di ritrovarci dunque, alla fine della legislatura, in un paese nel quale forse sarà stata messa la prima pietra di qualche opera di forte valore simbolico e di grande impatto comunicativo - come il Ponte sullo stretto di Messina, un'opera non prioritaria per il Sud che ha bisogno anzitutto di completare la rete autostradale, modernizzare la rete ferroviaria, garantire l'acqua a tutti i cittadini - per cercare di nascondere agli italiani il fallimento del governo. Ma sarà un paese con un sistema dei trasporti ancora più inadeguato e squilibrato, un territorio ancora più indifeso e fragile.

Quando torneremo a governare, dunque, troveremo i problemi irrisolti, se non addirittura aggravati.

E dovremo fare i conti con una situazione di risorse non illimitate. Certo, si dovrà riattivare un trend di crescita degli investimenti pubblici, utilizzare tutte le potenzialità del project financing e dei finanziamenti europei. Ma le risorse saranno comunque limitate. Anche per questa ragione si dovrà tornare ad una corretta programmazione degli investimenti - che errore imperdonabile, per il centrodestra, aver cancellato il Piano dei Trasporti! - e selezionare le opere più utili ed urgenti. Riequilibrio modale, ferrovia, sicurezza stradale, autostrade del mare, trasporto pubblico nelle città: sono queste le priorità, se si vuole garantire il diritto alla mobilità senza far deflagrare gli equilibri ambientali. Insieme agli investimenti per la difesa del suolo e la cura del paesaggio, per la riqualificazione delle aree urbane, per le reti idriche, rappresentano gli obbiettivi essenziali di un programma di modernizzazione ecologica del sistema infrastrutturale che il centrosinistra dovrà proporre al paese. A dividerci dal centrodestra, insomma, non è solo la critica delle promesse non mantenute, ma anche una visione profondamente diversa delle politiche per le infrastrutture ed i lavori pubblici. Diradato il fumo delle bugie e delle promesse mancate, da qui si dovrà ripartire.


Nel mio girovagare non ero mai stato a Matera. Vi sono andato per una conferenza pochi giorni orsono e ho provato una sincera vergogna per una visita così tardiva che ha costituito per me una scoperta straordinaria. Naturalmente avevo sentito parlare moltissime volte dei Sassi, di quando, fino agli anni Cinquanta, erano abitati da migliaia di persone, per lo più contadini, che vivevano in quelle grotte con i loro animali; di quando arrivò De Gasperi, presidente del Consiglio, e inorridito per quella che venne definita «una vergogna nazionale», promosse il loro svuotamento e la costruzione di moderni borghi dove trasferire la popolazione; di quando i Sassi, ormai deserti, furono iscritti nel Patrimonio dell´Umanità, meritevole della protezione dell´Unesco; infine di quando, con una legge speciale, lo Stato cercò di incentivare un incerto riuso della zona e anche dei palazzi storici circonvicini e delle tante chiese rupestri abbandonate.

Eppure il miracolo è avvenuto. Costituisce la riprova di quanto ho cercato di sostenere: la vera risorsa competitiva del nostro Paese, che nessuna concorrenza cinese può battere, nessuna dislocazione aziendale può minacciare, nessuna multinazionale può chiudere è il nostro territorio, il suo straordinario lascito artistico, culturale, creativo. È un patrimonio - tranne nei luoghi più noti e visitati - in gran parte mal conservato, non valorizzato o, peggio, semiabbandonato. Politicamente e intellettualmente poco considerato: «Volete ridurci a un popolo di camerieri?», protestano i nostalgici di acciaierie e petrolchimici, come se non avessimo fatto la devastante esperienza delle "cattedrali nel deserto". Eppure, non parlo solo di turismo in senso tradizionale ma di investimenti in reti, infrastrutture, formazione specifica, trasporti rapidi. Riprendo il discorso su Matera. Il più grande sito urbano risalente all´età paleolitica, con una continuità abitativa ininterrotta, da allora al 1950, è tornato a vivere nell´età dell´elettronica.

I Sassi restaurati si sono trasformati in elemento trainante della città. Nei Sassi sono tornate a vivere tremila persone e sono in corso restauri abitativi per una capienza complessiva nei prossimi tre anni di 7.000 abitanti circa.

Nelle case di grotta la tecnica elettronica più avanzata si sposa con il recupero delle antiche conoscenze rivisitate, ad esempio nella utilizzazione delle acque piovane. Quel che era abbandonato e ceduto a prezzi irrisori aumenta continuamente di valore ed è sempre più richiesto. Il recupero non è più il sogno di un pugno di intellettuali lucani ma un processo animato dai cittadini, sostenuto da investimenti privati e basato su un solido ritorno economico.

Le ragioni di questo successo risiedono nella nuova immagine nazionale e internazionale della città dei Sassi, simbolo di un ecosistema geniale che affonda le sue radici ai primordi dell´umanità. Il flusso turistico moltiplicato (inconsueto l´impatto di un discutibilissimo film come Passion di Mel Gibson che ha trovato in loco il teatro naturale del Calvario e dell´antica Gerusalemme), le iniziative culturali sotto le ampie volte delle chiese rupestri, dai concerti di Abbado alle mostre di arte contemporanea, il rifiorire di produzioni agricole tipiche, l´attivismo in varie forme di un volontariato culturale a servizio della città, tutto questo ha contribuito al risorgere di Matera. Inoltre il passato è rivolto anche al futuro. È sorto qui un centro di eccellenza mondiale, battezzato Ipogea e diretto dall´architetto Pietro Laureano, che, per conto dell´Onu e dell´Unesco, procede all´inventario internazionale delle conoscenze tradizionali e ai progetti sul loro possibile uso innovativo. Già 2 milioni di euro sono stati convogliati a questo fine.

Come tutti i successi la rinascita dei Sassi ha le sue ombre. Proprio Laureano mi ha fatto notare come la città abbia sì profittato della grande occasione fornita dall´Unesco, peccato che al recupero abitativo non sia seguita una pari capacità pubblica nel controllo dell´intervento e nelle concessioni (restauri discutibili, eccesso di pub e di inserimenti rumorosi), mentre sembrano accantonati aspetti di grande richiamo come la rete delle canalizzazioni, spesso riempite di detriti di scavo, la mancata apertura della eccezionale cavità ipogea, una cisterna idrica simile a quella di Istanbul, che si trova proprio sotto la piazza principale di Matera. È paradossale che, invece di mantenere alta la qualità del successo, si stiano creando le condizioni negative per un nuovo esodo abitativo, generato non già dalla arretratezza ma dalla speculazione.

Titolo originale Big, Bigger, Biggest: The Supersize Suburb – traduzione di Fabrizio Bottini

Potomac, Maryland. – Date un’occhiata alla camera matrimoniale di Bob e Wendy Banner.

Occupa circa un terzo del secondo piano nella loro casa di 800 metri quadrati, qui nei sobborghi di Washington, e lo spazio principale inizia con una stanza spaziosa contenente un letto extralarge. Oltre questa, un salotto con caminetto, angolo bar, frigorifero e televisione. Più in là un bagno con vasca a incasso nel pavimento, altro caminetto e televisore nascosto dietro a uno specchio. Oltre questo, lo spogliatoio-sgabuzzino della signora Banner, 15 metri quadri, la dimensione di una stanza da letto media. Infine c’è lo spogliatoio del signor Banner, delle dimensioni di una piccola stanza. Ci racconta la signora che quando vengono in visita amici da New York, esclamano sempre: “Potrei farci entrare tutto il mio appartamento, nella tua camera da letto!”.

La cosa più notevole, di questa suite da letto, comunque, è la sua normalità. Secondo gli standards “più-che-grande” delle case nei sobborghi di Washington, i Banners non vivono affatto in tutto questo spazio, nonostante la casa abbia sei stanze da letto, nove da bagno, due studi, una cantina per il vino, una stanza per musica e video e quattro colonne da otto metri stile Via col Vento sulla veranda. Il tutto per due adulti e due figli.

La casa americana si è gonfiata per decenni. Si è gonfiata anche se sta su un lotto più piccolo. Si è gonfiata anche se ci vive una famiglia più piccola. Anche l’imponente e ostentata “MacMagione” suburbana si sta ingigantendo, come le megacase come quella di Bob e Wendy Banner che spuntano via via in tutti gli Stati Uniti.

In nessun posto l’ipertrofia della casa americana è più concentrata che nei sobborghi d’ élite di Washington, con la zona di Potomac all’epicentro. Nella lunga corsa nazionale verso spazi [privati] sempre più ampi, i quartieri dormitorio ad alto reddito a nord e a est della capitale si sono piazzati alla testa del gruppo, in versione extralarge. Le case enormi sono per il suburbio di Washington quello che il granturco è per lo Iowa. Cinque dei dieci centri con le case più grosse a livello nazionale, Travilah, Darnestown, Chevy Chase, Wolf Trap e Great Falls, secondo il censimento del 2000 sono nei sobborghi di Washington. (gli altri cinque sono vicino a Chicago, Denver, Salt Lake City, Minneapolis e Filadelfia).

La classifica si basa sulla percentuale di abitazioni con nove o più stanze, esclusi i bagni, stanze di servizio e seminterrati non rifiniti. Nei centri in cima alla lista, che stanno nella Montgomery County, Maryland, nella Fairfax County, Virginia, più dei due terzi delle case hanno nove stanze o più.

”Washington offre condizioni altamente favorevoli per le case-mostro” ci dice Robert E. Lang, direttore del Metropolitan Institute al Virginia Tech di Alexandria, che studia lo sviluppo urbano. “Possiede un livello corrente di opulenza diffuso su un’ampia upper-middle class, e un ambiente favorevole ai costruttori. C’è un tipo di “ monster mansionization” diffuso in tutto il paese, ma Washington è il culmine”.

Le nuove case nella zona di Potomac, che ha una popolazione di 75.000 persone con un reddito familiare medio di 113.000 dollari, non sono soltanto enormi, ma spesso anche progettate e arredate a verde per sembrarlo, enormi. Secondo i funzioni urbanistici locali, molti proprietari chiedono meno alberi e vegetazione, così che i potenziali ammiratori che passano sulla strada possano cogliere in pieno l’effetto.

Per possedere una di queste dimore, “ non devi essere una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti, e non devi essere famoso”, dice Gwen Wright, direttore per la conservazione storica alla Montgomery County”. Ti basta essere un socio di successo in uno studio di avvocati, o aver fatto qualche buon investimento, e anche tu puoi vivere come un Vanderbilt”.

Potomac, un cuneo di colline ondulate su 170 chilometri quadrati, a circa 25 chilometri dal centro di Washington, è il cuore di una regione di grandi residenze. La sua trasformazione in questo senso è stata aiutata nel tempo da uno zoning a nassa densità. Per proteggere il delicato bacino del fiume e salvaguardare le risorse di acqua potabile della regione, la Montgomery County ha destinato un terzo di Potomac ad abitazioni unifamiliari su appezzamenti di un ettaro. Lotti troppo piccoli per cavalli o pascoli, ma giusti giusti per grosse case.

Negli anni ‘70 e ’80, mentre crescevano la popolazione e il reddito di Washington, i costruttori hanno marchiato in massa verso la regione del Potomac, che circonda il villaggio dello stesso nome. Abitualmente, si costruivano case di quattro stanze che coprivano circa il dieci per cento della superficie del lotto da un ettaro.

”Sempre più persone volevano sentire di ‘avercela fatta’” dice la signora Wright. “Un ettaro consentiva alla gente di costruire la casa dei propri sogni”.

Ma la casa da sogno diventava sempre più grande, in larga misutra perché la regione di Washington diventava sempre più ricca, con una famiglia su quattro che guadagnava 100.000 dollari l’anno o più, secondo il censimento 2000. un residente su cinque ha un titolo di studio superiore. Nella Montgomery County, la grossa circoscrizione del Maryland che comprende Potomac, negli anni Novanta c’è stato un incremento del 42% delle famiglie con reddito superiore a 200.000 dollari l’anno. La miscela tradizionale, per Washington, di professionisti di alto livello, avvocati, lobbisti, giornalisti, medici, si è ingrassata nel corso del decennio. Durante il boom delle tecnologie avanzate, parecchie grosse imprese hanno trasferito i propri quartieri generali nella regione.

La O’Neill Development Company, che costruisce case di alto livello da trent’anni, ha cercato di mantenere il passo. Nei primi anni ’80 le sue nuove case in media erano da 300 a 500 metri quadrati. Nei primi ’90 O’Neill costruiva case con spazi da 450 a 650 metri quadri. Negli interventi più nuovi si va da 650 a 1.000 metri quadri. Anche i prezzi sono saliti, da circa mezzo milione a molti milioni, naturalmente a seconda delle dimensioni. In molti casi, i soffitti si sono alzati da due metri e mezzo a tre e mezzo o più, i garages sono cresciuti da due a tre auto, e il numero delle stanze da letto è balzato da quattro a sei.

Nel frattempo, il numero medio di persone nella case di Potomac è sceso negli ultimi due decenni, secondo gli uffici urbanistici di contea, a poco più di tre.

”Abbiamo rilevato che la superficie coperta di queste mega-case è raddoppiata negli ultimi vent’anni” dice Callum I. Murray, direttore dell’ufficio di pianificazione regionale del Potomac.

Alcune delle dimore più nuove e più grosse, con i loro campi da tennis, piscine e accessi rotabili semicircolari asfaltati, occupano la maggior parte del lotto da un ettaro.

”Alcuni proprietari hanno lasciato tanto poco spazio per il verde che secondo me quelle case non invecchieranno con eleganza” aggiunge Murray. “Certe case non si adatteranno mai al paesaggio. Scopriamo che la gente ora vuole case esposte rispetto alla strada. Qualcuno chiede ai costruttori di creare una piccola collina sulla proprietà, così da poter collocare la casa sulla cima.”.

Un caso emblematico è la villa in stile neo-italiano da 1.400 metri quadrati e 3,5 milioni di dollari, in via di completamento sulla River Road, la strada principale di Potomac. L’edificio è stato costruito come speculazione, e messo sul mercato da qualche settimana. La cavernosa stanza da letto principale ha un soffitto voltato a botte alto 5 metri e mezzo. In cucina c’è un banco di lavoro centrale per la preparazione dei cibi lungo quattro metri a due livelli, con posto per otto persone a sedere.

”La gente ha soldi. Queste sono persone che vogliono mostrare come vivono” ci dice il costruttore, David Niroo

E cosa ci fa, poi, la gente, nelle grandi case? Gopal Ahluwalia, vice presidente con incarico per le ricerche alla National Association of Home Builders di Washington, studia il problema da decenni

”Si usano la cucina, il soggiorno, e le camere da letto” dice. “Oltre a questo, c’è un uso molto limitato della casa”.

Né i proprietari utilizzano quello spazio per grandi quantità di divertimenti. “Non c’è evidenza che le persone delle grandi case invitino i vicini più di quanto non facciano quelli che stanno nelle case piccole” aggiunge.

E per le stanze che sono utilizzate regolarmente, ci sono bisogni di allestimento particolari, il primo dei quali è un arredamento degno dei giganti di Brobdignag nei viaggi di Gulliver.

Un soggiorno supersize, dicono gli arredatori, richiede un divano altrettanto grande. “Se si usassero aredamenti di dimensione standard in queste case, sembrerebbero strani, fuori scala, e apparirebbero come cose di basso livello” afferma Debra Drake, consulente arredatrice per la Montgomery County della Kreiss Interior Design, impresa californiana che commercializza grossi arredamenti per grosse case.

La Kreiss vende sedie da pranzo sette centimetri più larghe e profonde di quelle usuali, e divani trenta centimetri più lunghi e venticinque più profondi di quelli standard (e più cari di 2.000 dollari).

Quasi tutti i principali elementi d’arredo sono imbottiti con stoffe a colori neutri, beige e crema. “Ci piacciono a tinta unita” dice Mike Kreiss, presidente della ditta, “così i mobili non spiccano come una balena spiaggiata in mezzo a un hangar d’aeroporto”.

La principale ragione per cui i Banner si sono trasferiti quattro anni fa, dall loro casa di 400 metri quadri all’attuale di Potomac da 850, è che la signora Banner aveva bisogno di spazio per il suo studio.

”Per me era una vera necessità” dice la signora, che ora ha due dipendenti che lavorano con lei al terzo piano della casa. Lei e il marito hanno due figlie, di 8 e 6 anni.

Mrs. Banner, ha 37 anni, ed è mediatore immobiliare specializzato nell’area di Potomac. Mr. Banner ha 47 anni, ed è un costruttore che opera prevalentemente nella stessa zona. Il loro reddito familiare è superiore a 500.000 dollari l’anno.

Questo reddito, dice la signora, spiega anche la grande casa.

”Possiamo permettercela, e dunque perché no? Se non è un cattivo alloggio e ti dà un’oasi a cui tornare, perché no?”.

Le giovani Banner, Erica e Danielle, hanno le loro stanze e bagni propri. Ma la signora ha notato che le ragazze di solito dormono assieme nel letto doppio di Erica.

”Da ragazza, ho sempre una stanza tutta mia” dice la signora Banner. “Comunque, ora lo spazio non è un problema: se non vogliono stare insieme, non sono costrette”.

Mi sembra sempre più evidente che nei tempi prossimi il nodo delle questioni legate alle prospettive della cultura architettonica non si troverà nel confronto tra le eredità della tradizione e le aspettative del futuro. (Un tema al quale in anni scorsi è stata prestata un'attenzione a volte eccessiva). Ci sarà piuttosto un duro contrasto tra due modi di affrontare l'avvenire: tra vera e falsa modernità. Modernità versus rnodernizzazione. Proponendo di definire l'una e l'altra con questi termini Mi rendo conto che certo non sono i più adatti per differenziarle senza equivoci. Ho chiesto aiuto per trovarne una migliore definizione. Dubito però che l'alternativa moderno/contemporaneo porti a fare maggiore chiarezza al di fuori di una cerchia limitata o un numero ristretto di addetti ai lavori. Forse si potrebbe distinguere architettura per la democrazia e architettura per il mercato.

Non sono affatto in pochi, tecnici e politici, a presumere che per conquistare un progresso basti applicare novità tecnologiche o realizzare infrastrutture senza curarsi di programmarle in un piano che superi l'ambito settoriale. I danni che facilmente ne derivano si considerano prezzo inevitabile da pagare se non si vuole cadere nell'immobilismo. In genere gli architetti la pensano spesso diversamente, però con argomenti che, lo si voglia o no, finiscono per offrire un sostanzioso sostegno a quel rozzo modo di procedere. A partire dal maggior numero dei progettisti più in vista, si diffonde dilagando il pregiudizio che la complessità e la velocità delle trasformazioni urtane siano diventate tali da rendere impossibile regolarle E da tempo, non solo nel nostro campo, viene largamente condivisa la sfiducia in quale che sia idea di progresso. Non ci sarebbe altro da fare se non interventi episodici, appariscenti o addirittura spettacolari molto più che contrassegnati dall'utìlità.

Così é la modernizzazione, agguerrita e aggressiva in misura non paragonabile con le assai meno virulente nostalgie revivalistiche dei protopostmoderni, ora sulla via del tramonto. L'una e le altre, all'offensiva o di rincalzo, non smettono d'attaccare su due fronti l'architettura moderna, anche dopo averne ripetutamente annunciato la fine. È noto che Charles Jencks non ebbe dubbi nel certificarne la morte a St.Louis, Missouri, alle 3.32 pomeridiane del 15 luglio 1972, quando si attuò la prevista decisione di demolire, facendolo saltare in aria, un complesso di abitazioni a basso costo progettato da Minoru Yamasaki. Adesso catastroficamente Paolo Desideri ( La Repubblica, 9/1/2004) nel crollo delle Twin Towers - altra opera di Yamasaki, inseguito dal malaugurio - vede "collassare disperatamente e definitivamente la stagione della modernità, portando per la prima volta agli occhi di tutti la sua indecente fragilità, la sua complessiva insostenibilità. Una sorta di drammatica e plateale epifania della pericolosità e della inaffidabilità della tecnologia modernista e delle certezze granitiche sulle quali la cultura moderna, con un troppo scontato positivismo, aveva costruito la sua architettura fisica, sociale, descrizione anche economica". Ma dalle sua stessa descrizione è lecito arguire che questa volta si sia trattato d'una caduta della modernizzazione piuttosto che dell'estinzione della modernità.

In realtà la ricerca paziente dell'autentica architettura moderna non s'interrompe. Procede provando e riprovando, ora con slancio ora con lentezza, tra difficoltà che non vengono nascoste, con la coscienza di svolgersi in un'età di incertezze. Però mantiene fermo l'impegno di portare il suo contributo per raggiungere migliori condizioni di vita e perché ogni progetto concorra alla costruzione di una città rinnovata. Solo qualcuno in qualche momento può vanamente essersi illuso di far leva sull'architettura e mettere così in moto un rivolgimento nella società. Ma l’assiduo lavoro di coloro quali invece sono stati consapevoli dei limiti dei loro interventi e hanno agito affinché l'architettura rispondesse alle richieste progressive della società, presenta un bilancio apertamente ìn attivo. Basta vedere case attrezzature per servizi d'ogni genere com'erano un secolo fa e come sono oggi. Certo il risultato dipende da molteplici fattori, ma è altrettanto certo che per questo le esperienze dell'architettura funzionale hanno avuto un ruolo tutt'altro che secondario.

Un punto di partenza di queste esperienze é stato seguire un metodo e criteri unitari per progettare oggetti d'uso, edifici, :sistemazioni urbane, dando per scontato che ai tre livelli, a causa delle differenze delle condizioni e delle resistenze che s'incontravano, le ricerche sarebbero andate avanti con tre velocità. Oggi il rinnova mento della produzione utilitaria di mobili e suppellettili può dirsi compiuto e, per lo meno in paesi dell'Europa centrale e settentrionale, la qualità diffusa nell'edilizia è notevolissima. Invece per la progettazione urbanistica lo scarto tra elaborazione culturale e problemi con i quali misurarsi è ancora considerevole; forse si è addirittura allargato. Non dipende soltanto dai tempi prevedibilmente più lunghi della ricerca in questo campo. Mentre stava uscendo dalla fase di rodaggio, i dati delle questioni da affrontare sono rapidamente cambiati e ingigantiti. A guerra finita, ci si è trovati a dover riparare distruzioni quante l'Europa, nella sua storia millenaria, non aveva mai visto. Poi sono sopravvenuti trasferimenti di popolazione dalle campagne nelle città, motorizzazione di massa, sviluppo delle attività terziarie, correnti migratorie da paesi lontani, problemi di tutela ambientale e di risparmio energetico, diffusione di nuovi strumenti per comunicare, globalizzazione.

Sono ostacoli che potrebbero indurre a gettare la spugna, giudicando che le trasformazioni dei luoghi che abitiamo non siano più regolabili se non entro ambiti circoscritti, caso per caso. Atteggiamento rinunciatario che é quasi inevitabile porti a subire e assecondare la reazione politica neoconservatrice. Martin Pawley ha scritto esplicitamente: "Il postmoderno è l'architettura di Friedman e della Thatcher come indiscutibilmente il modernismo era l'architettura di Keynes e di Attlee". Sarebbe facile estendere l'illazione ai giorni e ai fatti nostri. E se l'assenza del progetto è tipica di società arretrate, anche per noi la riluttanza a farne uso coerente e costante nel quadro di programmi più vasti é interpretabile come segno di debolezza e di declino. Sarebbe una conferma di quanto autorevolmente ha detto di recente Guido Rossi: " Siamo un paese che non cerca la modernità, ma annusa in fretta l'ultima moda, confondendo l'una con l'altra".

Viceversa difficoltà, complicazioni e imprevisti con cui ha dovuto fare i conti la cultura urbanistica possono dare spiegazioni oggettive dei suoi ritardi, sollecitando a non mollare, a tenere ancora fermo quanto Giovanni Michelucci affermò in un libro-intervista: "Essere architetto vuol dire pensare la città come fine di ogni atto progettuale". Sono tanti, per scarsezza di mezzi, a non essere in grado di provvedere da soli a soddisfare esigenze anche elementari e hanno bisogno di una città che sia organizzata in modo da funzionare bene. Questi, prima di altri, sono i destinatari di ogni progetto che, improntato ad autentica modernità, allo scopo di liberare da condizioni sfavorevoli e ridurre disuguaglianze, tenda a mettere ordine nell'assetto urbano. `Massimiliano Fuksas intitola un suo libro Caos sublime; ma Paolo Sica, valoroso urbanista laureato a Firenze con Quaroni, recensendo Progetto e destino di Argan, scrisse che "per l'architettura assumere il caos ad evento-modello significherebbe autodistruggersi".

Tra coloro che hanno seguito gli insegnamenti di Ludovico Quaroni si riconosce bene la differenza tra quelli che lo hanno avuto docente di urbanistica oppure invece di progettazione architettonica. Ai primi egli ha trasmesso l'attrazione verso il modo di costruire la città medievale. L'ammirazione per il sistema di organizzarla, fondato su regole precise ma flessibilmente adattabile, con un tessuto edilizio formato attenendosi con varianti alla ripetizione d'un tipo non complicato, tuttavia già al suo interno capace di contenere più d'una funzione; la residenza, il commercio, l'attività produttiva artigianale. (Un tipo analogo si sarebbe ritrovato lungo i canali seicenteschi della borghese Amsterdam, non a caso così diversa dalle città sue contemporanee dominate da un'autorità). Nei panorami urbani medievali i monumenti risaltavano come espressioni non solo di potere ma anche, forse più, di aspirazioni collettive della comunità. Strade e piazze componevano una rete di tracciati gerarchicamente differenziati, non un disegno di scacchiera o altra figura geometrica, mentre una serie articolata di passaggi conduceva per gradi dallo spazio pubblico aperto a tutti fino a quello riservato alla vita intima delle persone.

Una bella sfida provarsi a restituire qualità non dissimili alla città moderna. Con tutt'altri modi, tutt'altre forme, tutt'altri strumenti. Lo sviluppo dell'industria li ha rivoluzionati. Ha però portato a elaborare un metodo progettuale dal quale gli architetti hanno da imparare e ha messo a disposizione una quantità di prodotti neppure paragonabile a quella del passato. Forse proprio da qui - dall'ideare a tutte le scale elementi componibili per associarli nelle più svariate combinazioni - può trovarsi una chiave che renda compatibili unità e diversità, standardizzazione e ricerca d'identità, ordine e mutamento incessante. Un'ipotesí di lavoro che vale la pena di sperimentare.

vedi anche la lettera di Fabrizio Bottini

Spesso si è osservato che le proteste contro alcuni danni ed eccessi della grande distribuzione si limitano ad una difesa corporativa: i commercianti locali (i bottegai, per chi non li ama) e altri gruppi si oppongono al nujovo supermercato, centro commerciale, ingresso di operatore esterno, solo per stretti motivi di interesse. Se questo è senz'altro vero, e pure abbastanza ovvio, è pur vero che - visti i risultati - almeno non si può dire che il commercio con base locale (preso nel suo indieme) abbia fatto danni aprticolari, e anzi come ci ha insegnato Jane Jacobs può essere un elemento vitale nei rapporti comunitari. Il testo che segue tenta appunto di esaminare in breve e in modo parallelo i due aspetti: la vita del territorio e della comunità in un contesto fose diverso da nostro ma potenzialmente simile, e il ruolo pure potenzialmente contrapposto delle due "corporazioni". La grande e la piccola. (fb)

Titolo originale Littering America with Dead Malls and Vacant Superstores – traduzione di Fabrizio Bottini

Non è un segreto che, da quando le grandi catene di distribuzione hanno preso possesso della maggior parte del commercio, si sono lasciate alle spalle una scia di centri città mezzi vuoti, imprese familiari coi battenti chiusi, e residenti dei quartieri che anche per gli acquisti di base dipendono dal grande centro commerciale autostradale o dal negozio big-box, che sono obbligati a raggiungere in macchina.

Ora le stesse catene di distribuzione stanno assestando alle comunità un secondo colpo: lasciano i centri esistenti, per realizzarne degli altri più grossi, abbandonandosi dietro enormi gusci vuoti e ettari di asfalto.

Ora i centri commerciali fantasma e i Superstores vuoti stanno sparpagliati per l’America come spazzatura. A livello nazionale si tratta di cinquanta milioni di metri quadrati di spazio commerciale che se ne sta lì: l’equivalente di circa 4.000 centri commerciali.

Parte del problema è che le catene di distribuzione stanno costruendo nuovi punti vendita ad un ritmo incostante, creando un eccesso di offerta. Solo negli ultimi 12 anni, lo spazio commerciale pro capite è aumentato del 34 per cento, da 1,5 a 2 metri quadri. Molte comunità hanno più spazi commerciali di quanti i residenti possano sostenere, e inevitabilmente si verificano dei vuoti.

L’altra parte del problema è che le compagnie si sentono obbligate a reinventarsi o gni dieci anni o giù di lì, abbandonando i punti vendita esistenti per nuovi formati. Prima c’erano strip-malls affacciati sul filo stradale, che poi hanno dato luogo ai centri commerciali enclosed, “introversi”. In seguito si sono succedute varie ondate di centri commerciali regionali sempre più grandi. Centinaia di malls della prima fase, hanno chiuso negli anni Ottanta a causa della prima ondata di negozi big-box.

Negli anni Novanta gli stessi big-box hanno cominciato la propria muta della pelle, lasciando liberi gli spazi esistenti per costruire negozi più grandi. Come risultato, la sola Wal-Mart ha abbandonato vuoti quasi 400 negozi: più di 3 milioni di metri quadri di spazio commerciale, circondati da migliaia di ettari di asfalto.

L’esperienza di Macon, Georgia, forse non è tipica, ma comunque istruttiva. Questa piccola città ospita tre carcasse Wal-Mart, due delle quali superano i 10.000 metri quadrati: più del doppio di un campo da football e il triplo della dimensione di un classico supermarket, e questo senza contare i grandi piazzali a parcheggio. Come la maggior parte dei 34 negozi Wal-Mart abbandonati della Georgia, i tre di Macon avevano chiuso i battenti dopo che la compagnia aveva realizzato due “ supercenters” più grossi, ingoiandosi altro terreno libero.

Anziché diventare vittime del gioco cannibale delle corporations, molte comunità stanno tentando un approccio diverso. Dozzine di amministrazioni hanno bandito i negozi big-box modificando le regole di zoning in modo da prevenire la costruzione di punti vendita oltre una certa dimensione. Altre hanno proibito l’espansione commerciale su aree inedificate, richiedendo invece che i nuovi negozi si collochino nei distretti commerciali del centro e dei quartieri. Molte hanno anche trasferito cespiti fiscali, un tempo destinati a finanziare nuove strade e altre infrastrutture che favorivano una crescita sprawl, verso il sostegno al commercio nelle aree centrali.

Alcune stanno iniziando anche a vedere i vantaggi di lavorare insieme alle amministrazioni confinanti per costruire una visione condivisa di sviluppo. Anziché impegnarsi in una competizione fra chi perde e chi perde, per allargare la base imponibile, i residenti della regione di Cape Cod in Massachusetts hanno creato la Cape Cod Commission. Si tratta di una agenzia di pianificazione regionale che esamina tutte le proposte di nuova edificazione che possono avere impatti oltre i confini amministrativi delle comunità dove si collocano, compresi i negozi di superficie superiore a 1.000 metri quadrati. Costi e benefici dei nuovi progetti sono valutati attentamente e le proposte emendate per conformarle al piano urbanistico regionale, che incoraggia lo sviluppo di piccoli negozi che impiegano residenti locali e rispondono ai bisogni comunitari.

Stanno emergendo nuove idee anche dal mondo del commercio indipendente. Nel 1998 i piccoli imprenditori di Boulder, Colorado, hanno formato la Boulder Independent Business Alliance, uno sforzo cooperativo per aiutarsi l’un l’altro a sopravvivere e a costruire legami più saldi con la comunità. La BIBA, ora conta più di 150 aziende associate. Attraverso gruppi d’acquisto e campagne pubblicitarie comuni che promuovono i benefici del sostegno alle imprese locali, la BIBA ha decisamente migliorato le prospettive dei suoi appartenenti e reso i residenti consapevoli di quanto importante sia davvero la possibilità di scelta “Locale o di grande catena?”.

Associazioni simili da allora sono sorte in altre città, che comprendono Austin, Salt Lake City, St. Louis, Bozeman (Montana) e Corvalis (Oregon). Queste alleanze lavorano non solo per aumentare competitività e spazi di mercato, ma anche per dare alle imprese indipendenti una voce – di cui c’è gran bisogno – per influenzare le decisioni del governo locale. L’associazione di Salt Lake City, per esempio, ha giocato un ruolo chiave nel bloccare sussidi pubblici a un nuovo mega-mall. Senza sussidi, alla fine il progetto è stato cancellato.

Una nuova organizzazione, la America Independent Business Alliance, mira a congiungere questi sforzi entro una coalizione nazionale che non solo seminerà e coltiverà e metterà insieme future associazioni locali di impresa, ma creerà una contro-forza politica rispetto alle lobbies dei grandi gruppi che promuovono molti dei dannosi sussidi che producono sprawl e proliferazione delle grandi catene.

Questi sforzi saranno ampiamente ripagati, nel lungo periodo. A differenza dei superstores a briglia sciolta, i distretti commerciali tradizionali sono esistiti per centinaia di anni e possono durare altrettanto. Le singole attività possono anche andare e venire – il negozio di ciambelle di ieri diventa oggi il bar dei caffè espresso e pasticceria – ma l’impresa indipendente in sé mantiene un suo ruolo essenziale nel tessuto economico e sociale della comunità.

A differenza delle corporations mondiali, le imprese locali sono possedute da persone che vivono nella comunità e sono interessate al suo benessere. Queste attività sono essenziali per la qualità della vita e l’identità locale, ma hanno di fronte potenti avversari, e questo richiede una azione consapevole per assicurare la loro continuazione. Fortunatamente, molte comunità stanno rispondendo alla sfida, e capiscono che le migliori qualità di una cittadina non vengono dai big-boxes.

Nota: oltre agli altri vari testi di Eddyburg sui temi collegati, si veda per un confronto “internazionale” la protesta dei commercianti napoletani per il nuovo Outletdella moda "Capri Due"di Marcianise. Il sito da cui è stato scaricato l’articolo originale è Reclaim Democracy .

BOLOGNA. La Compagnia dei Celestini è un romanzo di Stefano Benni, questo lo sanno quasi tutti, ma è anche un’associazione di urbanisti bolognesi, e questo lo sanno in pochi. I Celestini, gli urbanisti, esistono dal 2001, e stanno facendo molto, a Bologna, per riportare l’urbanistica al centro di un dibattito pubblico. Promuovono feste per la città cui partecipano centinaia di persone. Organizzano convegni e pubblicano documenti. Raccolgono materiali sul loro sito internet. Godono di un’ottima stampa, e compaiono nelle bibliografie più di quanto ci si aspetterebbe. Sono un piccolo fenomeno, e un fenomeno molto bolognese, anche se è difficile dire esattamente in cosa. I quattro Celestini che incontro a Bologna, Alessandro, Chiara, Francesco, Marco, sono tutti poco sopra o poco sotto i trent’anni. Sono un campione rappresentativo di un gruppo che è, per lo più, giovane. Gruppo nato all’indomani della vittoria di Guazzaloca, con l’idea di reagire a un degrado politico e culturale, ma anche a uno «stato problematico della città» (come dice Francesco) che, nell’esperienza professionale di molti di loro, caratterizzava già gli anni della giunta Vitali. Marco: «abbiamo cominciato a ragionare sul perché la città andava così male, su cosa potevamo fare con il nostro sapere». Il cosa fare assume prima la forma di una discussione serrata, un tentativo di coinvolgere altri in un dibattito più ampio, poi diventa un’associazione, che oggi conta più di ottanta iscritti e centinaia di simpatizzanti.

I Celestini hanno molte idee su Bologna e le fanno circolare. Si oppongono ai progetti per la nuova metropolitana, mezzo di trasporto troppo costoso e rigido, e per il «tram», veicolo su gomma a guida vincolata che (dicono) avrà una capacità inferiore ai mezzi che attualmente servono la stessa direttrice est-ovest. Vorrebbero una seria politica contro le auto e più investimenti sul sistema ferroviario metropolitano. Discutono il nuovo «piano struttura», poco capace di costruire scelte condivise, che urbanizza nuove aree invece di giocare la carta della riqualificazione, ed è incapace di rispondere alle domande poste dalle sue stesse analisi (calo demografico, crescente immigrazione). Ritengono urgente l’avvio a Bologna di una politica strutturale di interventi per la casa. Contestano le scelte compiute per molte aree strategiche: il parcheggio di interscambio nell’area ex Saveco, strategica per un eventuale ampliamento dei giardini Margherita; la nuova sede dei servizi del Comune nell’area dell’ex mercato ortofrutticolo, in un luogo che per facilità di connessioni sarebbe più adatto a ospitare funzioni rivolte a un’utenza non locale.

Bologna si trasforma oggi, dice Alessandro, «consumando opportunità, senza che le trasformazioni della città siano di qualche interesse pubblico, portino qualche beneficio». Al centro del suo discorso e di quello dei Celestini è un’idea di cittadinanza, di bene collettivo. Ciò che spinge il gruppo a uscire allo scoperto sulle trasformazioni urbane nasce, lo si vede, da una pratica quotidiana dei meccanismi del piano. Tre delle quattro persone che ho davanti lavorano negli uffici della Provincia di Bologna (è lì che si raccoglie alla fine degli anni novanta un primo nucleo di soci fondatori). La loro è l’esperienza di chi sa in che modo le scelte tecniche possono essere condizionate dal gioco dei poteri urbani, e vuole rendere consapevole di tutto questo un pubblico più vasto. Francesco: «di quest’esperienza mi interessa soprattutto il fatto di far capire anche a persone che non conoscono le cose tecniche dell’urbanistica che hanno la possibilità di influire sui processi di trasformazione».

Questa attenzione al dato tecnico, unita a uno spiccato senso dell’attivismo radicale, dell’incursione creativa, fornisce la peculiare cifra culturale dei Celestini ed è una delle ragioni principali del loro successo. I Celestini sanno comunicare in molti modi, per esempio facendo un modello di Bologna tutto di pezzi di mortadella, ma quando c’è da essere pragmatici, attenti ai fatti e ai numeri, non si tirano indietro. Sanno che è grazie a questo stile intellettuale che si sono conquistati credibilità e una capacità di parlare in modo trasversale a diversi schieramenti politici. E questo a dispetto di posizioni che in alcuni casi sono obiettivamente di rottura rispetto alle politiche recenti, anche della sinistra. Come se l’insistere su un discorso fortemente tecnico, che ai politici non è sempre familiare, permettesse un rimescolamento delle carte, delle alleanze. Marco: «nei partiti, specie quelli piccoli, non c’è modo e tempo per ragionare sulle questioni urbanistiche, i politici non hanno gli strumenti. Il lavoro che abbiamo fatto in questi anni è stato importantissimo anche per la loro crescita».

I Celestini non sono un gruppo compatto. Hanno molte posizioni, e nei loro documenti, in controluce, lo si vede. Marco: «ogni documento che rendiamo pubblico viene discusso, limato, rivisto, è un lavoro che comporta una fatica immane». Collocarli su un’ipotetica mappa dell’urbanistica italiana non è ovvio. C’è in molti loro testi un’idea forte del «piano», del «pubblico», delle «regole». Ci possono essere nomi che nei loro documenti compaiono più spesso di altri, per esempio Edoardo Salzano o Francesco Erbani. Uno dei loro ultimi scritti si apre con una lunga spiegazione di che cos’è la rendita fondiaria urbana, proprio come accadeva in Amministrare l’urbanistica di Giuseppe Campos Venuti, anno di grazia 1967: un libro che ha significato molto per Bologna. Tutto questo può aiutare a circoscrivere un ambito culturale, a tracciare alcune radici, ma, nel caso dei Celestini, quello che colpisce è la capacità di non rispettare totalmente questi confini, di lasciare aperto il campo a qualche scostamento.

Che cosa accadrà ora se Cofferati dovesse vincere le elezioni, non lo sanno. Danno l’impressione di essere in attesa, consapevoli che potrebbe esserci una svolta. In questi anni, con la sinistra all’opposizione, il loro ruolo è stato quello di portatori di una critica tecnica e culturale, capace di ricollocare l’urbanistica sulla scena dell’attenzione pubblica con una determinazione e un’efficacia poco consuete. C’è spazio ora per uno spostamento verso un impegno più esplicito in ambito politico, o magari, chi lo sa, professionale? Marco: «certo questa che si sta avvicinando è una scadenza importante...». Chiara: «magari continueremo proprio così, nel nostro ruolo da vigile urbano». Che, nella filastrocca di Gianni Rodari, è appunto quello che «ferma i tram con una mano».

.FILIPPO DE PIERI

I Celestini incontrati il 16 aprile 2004 sono: Alessandro Delpiano, Francesco Evangelisti, Chiara Girotti, Marco Guerzoni. Sito internet: www.celestini.it

La storia della città è la storia di diverse forme di organizzazione dello spazio. Non esiste LA città, ma LE città soltanto. La polis greca NON è l´urbs, tanto meno la civitas; la città mediterranea medievale Non è quella barocca; la città moderna Non è la metropoli contemporanea, e quest´ultima NON è la «città» dove ora abitiamo. La città mediterranea è anti-classica, non «applica» alcuno schema ideale, concresce nell´uso, nel determinarsi temporale delle sue funzioni. La città moderna ne costituisce il violento superamento: essa impone sullo spazio-tempo della città medievale un Ordine a priori, una Forma a priori, fondati, sempre più chiaramente, sulla sinergia tra fabbrica e mercato, spazio di produzione e spazi di scambio e consumo. Il tempo del rapporto produzione/consumo regola tutti gli altri; la sua logica viene applicata ovunque, dalla scuola, all´ospedale, al teatro. Possiamo parlare di «attrazione ipnotica» esercitata da essa su ogni funzione e ogni aspetto della vita collettiva.

La città moderna, nel suo evolversi metropolitano, irradia dal suo centro, travolgendo ogni antica persistenza. I suoi insediamenti divengono «casi» del suo sistema irradiante, lungo gli assi centro-periferia. Ma si assiste ad un fenomeno che, ad un certo punto, appare irreversibile: questa espansione si fa sempre più occasionale, sempre meno programmata e governabile. Quanto più la «rete nervosa» metropolitana si dilata, quanto più divora il territorio circostante, tanto più il suo «spirito» sembra smarrirsi; più essa diventa «potente», meno sembra in grado di ordinare-razionalizzare la vita che vi si svolge. L´intelletto metropolitano, il suo Nervenleben, subisce una sorta di «crisi spaziale» - che è perfettamente analoga a quella che subisce lo Stato Leviatano, lo Stato moderno nella sua sovranità territorialmente determinata. I poteri che determinano la crescita metropolitana faticano sempre più a «territorializzarsi», a «incarnarsi» in un ordine territoriale, a dar vita a forme di convivenza leggibili-osservabili sul territorio, spazialmente. (E´ immaginabile un mondo-metropoli? Nel 1950 erano 83 le città con più di un milione di abitanti, di cui 49 nei paesi industrializzati; oggi sono 300; nel 2015 saranno 33 almeno le «città» con più di venti milioni di abitanti, di cui 27 nei Paesi più poveri).

La perdita di «valore simbolico» della città cresce proporzionalmente: assistiamo, o ci sembra di assistere, ad uno sviluppo senza meta, cioè, letteralmente, insensato, ad un processo che non presenta alcuna dimensione «organica». E´ davvero la metropoli dell´intelletto astratto, del general intellect, dominato soltanto dal «fine» della produzione attraverso la produzione e dello scambio di merci. E´ assolutamente «naturale» che il «cervello» di un tale sistema consideri ogni elemento spaziale come un ostacolo, un´inutile zavorra, un residuo del passato, da «spiritualizzare», da «volatilizzare». Ma, nello stesso tempo, e per la medesima ragione, ciò produce l´improgrammabilità dell´«occupazione» del territorio. Il territorio, letteralmente, non conosce più alcun Nòmos (poiché Nòmos, Legge, significa all´origine, appunto, suddivisione-spartizione-articolazione di un territorio o «pascolo», nomòs, determinato).

La città è ovunque: dunque, non vi è più città (?). Non abitiamo più città, ma territori (territori da terreo, aver paura, provare terrore!?). La possibilità stessa di fissare confini alla città appare oggi inconcepibile, o, meglio, si è ridotta ad un affare puramente tecnico-amministrativo. Chiamiamo città quest´«area» per ragioni assolutamente occasionali. I suoi confini non sono che un mero artificio. Il territorio post-metropolitano è una geografia di eventi, una messa in pratica di connessioni, che attraversano paesaggi ibridi. Il limite dello spazio post-metropolitano non è dato che dal «confine» cui è giunta la rete delle comunicazioni; man mano che la rete si dirada possiamo dire di «uscire» dalla post-metropoli, ma è evidente che si tratta di un «confine» sui generis: esso esiste soltanto per essere superato. Esso è in perenne crisi.

Certo, polarità esistono ancora in questo «spazio»; esistono ancora attività che possiamo definire «centrali», e che orientano intorno a sé le forme di connessione, la mobilità, ecc. Ma sempre più queste polarità possono organizzarsi ovunque. Gli «eventi» prodotti dalle decisioni di investimento produttivo, commerciale, amministrativo, ecc. possono localizzarsi ormai senza tener conto degli assi tradizionali di espansione della città. I ruoli di centro e di periferia possono scambiarsi incessantemente. Ma tutto ciò avviene occasionalmente, o sulla base di logiche mercantili e speculative, che rifiutano ogni «griglia» precostituita di funzioni. Il territorio continua a «specializzarsi», ma al di fuori di ogni progetto complessivo. E´ davvero la morte di tutte le «codificazioni» del Movimento Moderno, del suo pensare la città come aggregazione successiva di elementi, dall´abitazione all´edificio, al polo funzionale, alla città intera come «contenitore di contenitori». E´ la morte di ogni astratta tipologia. Che significa? E´ necessariamente la fine di ogni «forma» comunitaria, o un processo di «liberazione» dai vincoli che la caratterizzavano? (?) In altri termini: il territorio post-metropolitano è la negazione di ogni possibilità di luogo, o potranno «inventarsi» luoghi propri del tempo in cui la sua vita sembra essersi risolta?

Dobbiamo affrontare questo paradosso filosofico ed estetico. L´energia che sprigiona il territorio post-metropolitano è essenzialmente de-territorializzante, anti-spaziale. Certo, è possibile affermare che questo processo era già iniziato con la metropoli moderna, ma oggi soltanto tende ad esprimersi nella sua compiutezza.

Qui di seguito, le due schede di Planetizen, e alcuni links (traduzioni di Fabrizio Bottini)

Dolores Hayden, A Field Guide To Sprawl,W.W. Norton & Company, New York

Leggere e guardare le immagini di A Field Guide to Sprawl di Dolores Hayden è allo stesso tempo coinvolgente, terrificante, perversamente affascinante, e divertente. Nel suo nuovo libro Hayden, prolifica studiosa di Yale che ha ampiamente scritto sul tema del suburbio e dello sprawl ( Designing the American Dream, 1984; Building Suburbia, 2003), ci propone un’immagine del più controverso problema urbanistico proiettata verso il XXI secolo. Il quadro, come eloquentemente illustrato dalle fotografie e bassa quota di Jim Wark, non è grazioso a vedersi. I termini di questo glossario illustrato vanno da starter castle [letteralmente: “primo castello”, gioco di parole per quando la “prima casa” diventa un po’ ... ingombrante], a discarca di pneumatici usati, ai drive-throughs fino alle enormi insegne in cima a un palo soprannominate sigificativamente litter on a stick. Il “dizionario diabolico” di Dolores Hayden ha catturato il moderno vocabolario dei territori selvaggi non-urbani d’America. Dopo una breve introduzione sulle cause e conseguenze dello sprawl (che Hayden definisce “crescita sregolata che si concreta in un uso casuale di spazi e delle altre risorse, e nel contemporaneo abbandono di aree urbanizzate più antiche”), il libro propone 51 definizioni che stigmatizzano il fenomeno, ciascuna evocata vivamente dalle foto di Wark. Gli scatti aerei da bassa quota sono allo stesso tempo potentemente banali, graffiantemente familiari, complessivamente scioccanti. Il lettore coglie osceni sprazzi di gradi case su grandi lotti, finanziate dai sostegni federali, poi butta l’occhio sulle enormi e impervie superfici delle città degli autotrasporti, o dei centri commerciali, dei nuovi scatoloni suburbani del discount.

Se Hayden questa colorita terminologia l’ha elegantemente assemblata nel libro, non l’ha certo inventata. Ha invece coltivato e ordinato il linguaggio creativo di saggi, articoli di giornale, lo “ slang vivo” dei costruttori, il passaparola generale. Il ritratto del paesaggio americano che ne risulta è spesso brutto e deprimente, ma aggiornando il dizionario del dibattito sullo sprawl, Hayden ha fornito agli urbanisti e ai cittadini gli strumenti necessari per parlarne, e fare qualcosa a proposito.

Nota: qui il link ai brani del libro di Dolores Hayden proposti a suo tempo da Eddyburg (f.b.)

Howard Frumkin, Lawrence Frank, Richard Jackson, Urban Sprawl and Public Health: Designing, Planning, and Building for Healthy Communities, Island Press, Washington, D.C.

La discussione sul tema dell’obesità in America sembra raggiungere il suo apice nel 2004, e la comunità degli urbanisti ha svolto un suo particolare ruolo nel dibattito. È vero che lo sprawl suburbano ha creato spazi dove si cammina di meno, i quali a loro volta hanno aumentato i tassi di obesità? Oppure l’obesità è semplicemente il risultato di una cattiva dieta e di mancanza di movimento? E in definitiva: la progettazione e organizzazione generale degli spazi dove si vive, ha un effetto tangibile sulla salute? Urban Sprawl and Public Health: Designing, Planning, and Building for Healthy Communities tocca questa questione generale attraverso un’attenta analisi dei vari problemi di salute che affliggono gli Stati Uniti. Oltre a tassi crescenti di obesità e diabete, molti americani soffrono di asma, depressione, ansietà, e molti ex baby boomers invecchiando cominciano a sperimentare artrite, osteoporosi, disabilità varie.

Il libro, cominciato nel 2000 da due medici specializzati nei rapporti fra salute e ambiente da oltre vent’anni (Frumkin e Jackson), insieme a un architetto che si occupa di paesaggio, trasporti e urbanistica (Frank), è rivolto a urbanisti e architetti con poche conoscenze di sanità pubblica, e insieme a professionisti della sanità con poco retroterra in materia di pianificazione spaziale. Gli autori “ipotizzano che la salute urbana (un campo che fino a tempi molto recenti si concentrava sulle malattie dei poveri nelle aree degradate) necessita di essere ampliato, a considerare la salute su una base sistemica, a dimensione dell’intera area metropolitana”. Auspicando la ricostruzione di un’America dove sia possibile spostarsi a piedi, gli autori collegano lo sprawl organizzato attorno all’automobile all’inquinamento, alla scarsa attività fisica, alla diminuzione dell’acqua in qualità e quantità, all’incremento dei disturbi mentali, all’erosione del capitale sociale concentrata su donne, bambini, anziani, poveri, minoranze, disabili. Nonostante salute e urbanistica siano state già messe in relazione nel passato, Urban Sprawl and Public Health è un importante contributo alla discussione in corso, e presenta chiaramente i temi degli studi e teorie più recenti.

Nota: qui il link ai brani di Howard Frumkin proposti a suo tempo da Eddyburg; sul sito Planetizen la classifica completa Top Ten 2005 (f.b.)

Titolo originale: Suburban office parks get urban injection– Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini

PLANO, Texas — Quando EDS, il gigante delle tecnologie dell’informazione, iniziò negli anni ’80 a spostare il suo quartier generale da Dallas a questo allora remoto sobborgo, gli impiegati guardavano su migliaia di ettari di incontaminata prateria texana. Longhorn e bufali brucavano nei paraggi. C’erano strade non asfaltate attorno al nuovo campus di impresa, uno dei primi a insediarsi nei 1.300 ettari dello office park dal grandioso nome di Legacy [Eredità, n.d.t.].

Nel modo classico, almeno da quarant’anni, delle le grandi imprese che si insediavano nei complessi di uffici suburbani, la EDS e i molti altri datori di lavoro che costruivano luccicanti centri direzionali qui, fornirono di tutto i propri dipendenti sotto un solo tetto: caffetterie, palestre, asili nido, sportelli bancari e altro.

Ma ora questo non basta più. Molti dei giovani professionisti di oggi, motori creativi dell’economia delle conoscenze, non vogliono sentirsi chiusi in una scatola di vetro. Preferiscono un ambiente da quartiere urbano che vive 24 ore su 24, dove si può lavorare, passeggiare, fare shopping, pranzare, vivere.

E mentre la concorrenza per accaparrarsi questi lavoratori altamente qualificati si arroventa, i complessi per uffici suburbani e i campus d’impresa stanno ripensando i propri progetti sterili, e aggiungono negozi, appartamenti, ristoranti, per creare una fetta di città nel suburbio.

Stanno comprendendo che quanto l’impresa passa di solito non regge il confronto con l’ambiente stimolante che può offrire un posto di lavoro in città come San Francisco, Boston, Chicago o New York.

Il campus EDS, per esempio, è bello ma non si poteva considerare certo “cool” fino al 1999, quando nel complesso per uffici a circa 35 chilometri da Dallas si aprì il Legacy Town Center.

Oggi ci sono strade orientate al traffico pedonale, enormi boutiques, gallerie d’arte, ristoranti, teatri, caffè, una piazza di tipo urbano, un albergo e 640 appartamenti, a cinque minuti di passeggiata dal cancello principale della EDS. Ed entro un raggio di poco più di un chilometro da altre grosse imprese come J.C. Penney, Frito-Lay, Dr Pepper/7 UP, ComCast, AT&T Wireless, la divisione information technology di PepsiCo, e il Texas Regional Heart Center.

Sessantacinque palazzine a tre piani in vendita da 200.000 a 250.000 dollari, e 220 appartamenti in affitto da 700 a 1.500 dollari al mese, sono in corso di costruzione nel town center.

Il morale dei dipendenti è una “questione di enorme importanza” per i datori di lavoro, dice Stephen Scott, manager del settore immobiliare EDS, costruttore di Legacy. “La sfida dei sobborghi è il loro essere noiosi. Questa è l’anti-noia”.

Con quasi 40.000 persone che ci lavorano, il business park di Legacy ha le dimensioni di una piccola città, e il Legacy Town Center è il suo distretto centrale. Ci si trova Starbucks, ma la maggior parte del commercio più trendy è a gestione locale, o della regione: ristoranti come Mi Cocina, Bishop Park Bistro o Jasper's; il Cru Wine Bar; Joni’s Boutique e Culinary Connection. E Robb & Stucky, studio di progettazione per interni e arredamento, ha uno showroom da 11.000 metri quadrati.

EDS, impresa di servizio globale nelle tecnologie dell’informazione fondata e per un certo periodo diretta da Ross Perot, sta dall’altra parte della strada. L’ingresso principale è visibile da Bishop Square, dove la gente fa jogging attorno a un lago, passeggia col cane o sta seduta sulle panchine del parco.

Steve Zaiser, analista finanziario alla EDS, è scattato davanti alla possibilità di trasferirsi in un appartamento di Legacy, due anni fa. Può svegliarsi alle 8 ed essere al lavoro alle 8,30. Può percorrere a piedi i cinquecento metri fino all’ufficio.

”Volevo stare vicino al lavoro, ma era anche meglio essere accanto a tutti i negozi e alla lavanderia” ci racconta Zaiser, che ha 29 anni. “E c’è un posto che fa dei grandiosi margaritas qui vicino”.

L’Urbano dentro il Suburbano

L’idea che i complessi di uffici suburbani e i campus di impresa possano essere qualcosa più che solo posti dove la gente lavora, sta cominciando a prendere piede in molte parti degli USA. La tendenza è alimentata da un’economia che si basa su professionisti qualificati e creativi: molti di questi sono giovani, singles che non vogliono avere la sensazione di stare chiusi in una Guantanamo Bay di impresa.

Vogliono essere liberi di muoversi a piacimento e mischiarsi con gente che rappresenta in genere la vita, non solo coi colleghi. Alcuni vogliono vivere vicino al lavoro, o almeno lavorare vicino a ristoranti, bar, librerie. Curano la propria salute fisica (amano camminare), sono ambientalmente consapevoli (vogliono brevi spostamenti pendolari, servizi vicini, e anche trasporti pubblici) e amanti del divertimento (vogliono bar, ristoranti, teatri). In breve, vogliono uno stile di vita urbano anche se la maggior parte dei posti di lavoro sono nei suburbi.

Tenersi al passo con questa tendenza è una priorità per i datori di lavoro suburbani. I loro luccicanti quartieri generali spesso torreggiano su svincoli autostradali e sono circondati da un mare grigio di parcheggi. Ma la pressione per assumere e tenersi dipendenti, e trarre il massimo da grosse proprietà immobiliari suburbane, sta spingendo i costruttori ad offrire risposte.



Muoversi oltre lo sprawl

Sempre più gente sceglie alternative allo sprawl suburbano, e i complessi di uffici obsoleti diventano una miniera d’oro pronta da sfruttare. Sono spazi che consentono ai costruttori di costruire ambienti urbani, dalle strade, agli uffici, ai negozi e alle abitazioni.

Proprio come è accaduto nelle città per secoli, la gente che vive o lavora in questi centri non deve prendere l’automobile per spostarsi da un edificio all’altro. Il sistema delle strade incoraggia il passeggio. Si può abitare sopra i negozi. Tutte cose che attirano una comunità stufa della congestione da traffico.

”C’è preoccupazione per la qualità della vita, per avere il meglio”, ci dice il costruttore di Dallas Art Lomenick, che ha collaborato alla progettazione del Legacy Town Center. Come managing director della Trammell Crow Co., Lomenick è impegnato in progetti simili in altri sobborghi di Dallas.

Il potenziale è enorme.

”Pensate a questi spazi come a banche di terreni per lo sviluppo del futuro” dice Peter Katz, autore di The New Urbanism, che insegna al Virginia Tech di Alexandria. “Se è ben localizzato, l’office park obsoleto di oggi può diventare il centro città di domani”.

Steve Crosby, presidente della National Association of Industrial and Office Properties, afferma che c’è ancora più interesse per i vecchi magazzini e fabbriche nei distretti urbani, che negli office parks suburbani. Ma questo gruppo di proprietari e costruttori di immobili commerciali, con base a Herndon, Virginia, ha cominciato a studiare la trasformazione degli uffici suburbani due anni fa.

”È comparso chiaro sui nostri schermi radar” si esprime Crosby.

Nella sola area metropolitana di Dallas, circa la metà di tutto lo spazio per uffici è stato costruito dall’inizio alla metà degli anni Ottanta. Questi edifici stanno diventando obsoleti, e raggiungono la fine dell’abituale ciclo di vita ventennale degli immobili commerciali, che si degradano fisicamente e nelle forme spaziali.I soffitti possono essere troppo bassi. Possono mancare i cavi per le reti ad alta capacità. Come risultato, cade il tasso di utilizzazione e cadono i valori immobiliari.

In altre città della Sun Belt, come Atlanta, Denver o Houston, c’è stato un boom negli ultimi decenni e ora ci si trova di fronte allo stesso scenario. Le aree di più antico insediamento del Nord-est e Midwest vedono una crescita di insediamenti per uffici anche più vecchi.

Un elemento di attrattività in più per i costruttori, è il fatto che le aree sono in gran parte di un solo proprietario: una cosa dura da trovare nei sobborghi vicini alle città.



Mantenere contenti i lavoratori

Queste office towns all’ultima moda piacciono a gente come Joseph Willrich, texano di 25 anni. Dopo la laurea alla Texas A&M University, ha trovato lavoro come ingegnere civile a Fort Worth e abitava in centro in un appartamento ristrutturato. Quando la sua ditta l’ha trasferito a Frisco, un sobborgo di Dallas confinante con il Legacy office park, ha immediatamente deciso di andare ad abitare negli appartamenti del centro.

”Volevo vivere vicino alle varie attività, dove ci sono buoni ristoranti, vita notturna”, dice Willrich.

Il suo tempo di spostamento è di 5 minuti. Va a piedi in lavanderia, al supermercato, al bar. E va a piedi anche a cena, nella fila di ristoranti del centro.

”È questa la bellezza del town center, posso lavorare in un’atmosfera di tipo suburbano, avere un ufficio in una comunità dormitorio, ma avere la sensazione della città”.

Comodità e risparmio di tempo stanno diventando la cosa più importante. Sempre più, lavoratori di tutte le età affermano di non volere che il lavoro metta in ombra la vita familiare e sociale.

”Il bilancio della vita di lavoro è una questione di grande importanza” dice Jennifer Schramm, direttore degli studi e previsioni per i posti di lavoro alla Society for Human Resource Management di Alexandria, Virginia, gruppo che rappresenta 180.000 persone. È una delle cinque priorità per i lavoratori delle alte tecnologie, secondo i nostri studi.

Le imprese stanno comprendendo che i dipendenti hanno bisogno di più contatti con l’esterno, che sia possibile fare commissioni nella pausa di pranzo, o impegnarsi in attività civiche.

”Bisogna offrire accesso, non fungere da ostacolo” afferma la signora Schramm.

I datori di lavoro sono anche preoccupati di mantenere bassi i costi dell’assistenza sanitaria. La mancanza di attività fisica che conduce all’obesità e altri problemi sanitari, ora sono legati alla dipendenza degli americani dall’automobile, alla mancanza di spazi suburbani pedonali.

”Le imprese stanno pensando a metodi per incoraggiare le attività quotidiane che migliorano la salute delle persone” dice Schramm. “Passiamo tanto tempo al lavoro. Se potessimo cambiare il modo e l’ambiente in cui lavoriamo, cambieremmo il modo in cui viviamo”.

Zaiser, il dipendente EDS che vive al Legacy Town Center, è contento quando sente i suoi colleghi auto-dipendenti lamentarsi dei lunghi spostamenti pendolari. “Sono tutti gelosi”.

Nota: qui il testo originale su USA Today(fb)

Nuovo capitolo della lotta contro l'inceneritore di Acerra. Due le manifestazioni per ribadire ancora una volta, l'ennesima, il rifiuto nei confronti del termovalorizzatore. La prima è il blocco dello snodo di Afragola, un'importante arteria che collega Afragola con le autostrade Napoli-Roma, Napoli-Milano e le città del Napoletano e del Vesuviano. Circa 2000 persone vi hanno partecipato, scandendo slogan «contro i potenti». La seconda è il "serpentone" umano che percorre Acerra, composto dal cartello che da tempo si batte contro l'inceneritore più gli studenti del liceo artistico e liceo polispecialistico locali. Le sigle che hanno dato vita alla protesta stanno infatti cercando di ottenere sempre più sponde, nel paese come nella regione, dato che istituzioni nazionali e locali si sono dimostrate per ora abbastanza sorde alle rivendicazioni degli abitanti di Acerra.

A innescare la nuova protesta sono stati due fatti. Il primo: le dichiarazioni del ministro dell'Ambiente Altiero Matteoli, che ha detto: «Ogni regione italiana smaltisce i rifiuti in casa propria mentre in Campania si pretende di smaltirli in altre parti d'Italia o in Germania». I costi dello smaltimento dei rifiuti in Germania sono decuplicati. La conclusione per Matteoli è evidente: «La soluzione, l'unica moderna, tecnicamente avanzata e meno inquinante è il termovalorizzatore». E considerato che ci vorranno almeno 40 anni per smaltire i rifiuti, il termovalorizzatore di Acerra deve partire al più presto. I Verdi lo accusano: «Il ministro Matteoli ha dato per scontato che l'aggiornamento della Valutazione di Impatto Ambientale darà esito positivo».

Il secondo: il rigetto dell'ordine del giorno sulla sospensione dei lavori all'inceneritore, arrivato proprio ieri sera dalla riunione del Consiglio regionale della Campania, che ha respinto a maggioranza gli odg presentati da Cdl, Verdi e Pdci. Le tre mozioni hanno raccolto soltanto i voti dei rispettivi firmatari e sono state bocciate dalla maggioranza, compatta più che mai. Delusissimo il sindaco di Acerra, Espedito Marletta, presente in aula: «Sono fintamente meravigliato, si discute per ore e poi non si approva nessun ordine del giorno: è brutto, perchè da un'assemblea elettiva sarebbe stato lecito attendersi un segnale alla comunità, specie dinanzi a un'emergenza come quella di Acerra».

In assenza di segnali, dunque, la lotta dei cittadini va avanti, con il solito metodo: congestionare il traffico autostadale, bloccare le ferrovie, cercare la soluidarietà degli studenti e far slittare l’apertura delle scuole, al grido di «Fermare la città». Se le istituzioni sono refrattarie alle continue sollecitazioni del comitato contro l'inceneritore, pare questa l'unica via praticabile. Ma c'è chi mette in guardia il movimento: «Facciamo uno sforzo per evitare che la lotta democratica approdi alla deriva populista e di ribellione che può portare soltanto danni - ha sostenuto Pietro De Laurentiis, del comitato di Acerra, - i potenti hanno una responsabilità grande, la usino finalmente per fare un passo indietro, perchè la cittadinanza è determinata a proseguire la lotta, ma noi non riusciamo a controllare l'esasperazione che serpeggia in molti».

Perchè si è giunti a questo punto, nell'analisi di Antonio Di Gennaro

In attesa dell'annunciata mostra di settembre alla Triennale di Milano, i milanesi che si troveranno a New York dal prossimo 16 luglio potranno valutare in anteprima uno dei tre nuovi grattacieli che nel 2014, se il Comune darà il via al progetto, sorgeranno nell'area della Fiera. Basterà andare nella sede temporanea del MoMA al Queens dove, fino a settembre, resta aperta la mostra «Tall Buildings», una finestra sul panorama degli skyscraper di ultima generazione, costruiti o in via di realizzazione in quest'ultimo decennio, da New York a Pechino, da Londra a Hong. Kong, a Chicago ò a Shanghai. Infatti, tra i futuri supercolossi raccolti da Terence Riley e Guy Nordenson per rinfrescare un mito appannato dall'attacco kamikaze dell' 11 settembre 2001, spicca quello progettato dal giapponese Arata Isozaki - capofila della cordata Citylife vincitrice del concorso milanese per il cosiddetto "polo urbano" della Fiera - nel nodo della stazione di Ueno a Tokio. Il "materasso" ab­tato, sorretto da quattro stampelle metalliche in diagonale, che chiude la "trilogia" milanese della saga internazionale firmata da Daniel Libeskind e Zaha Hadid, non è altro infatti che una copia conforme della megastruttura giapponese, che finisce dunque col confermare gli interrogativi di chi ha tacciato di resa al sensazionalismo mediatico l'annunciata stagione dei grands travaux milanesi.

Esempio didattico di quell'aborrito «International Style» che qualcuno tenta oggi di riciclare con il termine «globalizzazione»,il"doppio" grattacielo modulare di Isozaki toglie ogni dubbio sostanziale disinteresse del mercato, immobiliare - e, purtroppo, di politici e amministratori - per ogni seria analisi del ruolo dell'architettura nella modificazione della città: come nella parodia di un film di Verdone; il «famolo strano» sembra infatti essere l'unica regola certa di una professione che ha rinunciato alla pretesa etica di governare la trasformazione riducendo il governo del territorio a un problema di audience di massa. Tanto da far venire in mente, davanti alle pretese di una tale "modernità", l'acre battura di Noel Coward in Law and Order: «Non so dove stia puntando Londra, ma più si alzano i grattacieli, più si abbassa la morale».

Per quanto focalizzata su un ristretto campionario di venticinque esempi; la mostra di New York è da questo punto di vista molto istruttiva: indifferente al tema del disegno urbano e a tutto ciò che comporta la problematica dell'edificio alto in tema di consapevolezza energetica, qualità ambientale e di scenario sociale, l'analisi dei curatori si sofferma sull'ambigua "metafora", descrivendonel'impatto sull'ambiente urbano in termini di «ambizioni scultoree nella tradizione dei colossi dell'antichità». I "cartocci" di Gehry per il «New York Times» a Manbattan, il "vibratore" di Foster nel cuore di Londra; i "bicchieri sovrapposti" di SOM per la Jin Mao Tower a Shanghai o la "torre tortile" di Calatrava a Malmö sono in tal senso prototipi di una ricerca. che alla lettura del contesto antepone la concentrazione sulla sfida strutturale, il brivido del "limite" tipologico, il raggiungimento dell'originalità del. "segno". Certo, la storia del grattacielo, sin dalle sue origini nel XIX secolo, è sempre vissuta sul filo di un paradosso, dove l'ansia di prestazione d'altezza si sposa senza contraddizioni con la richiesta della trovata pubblicitaria e la giustificazione della concen trazione puntuale. si scontra con gli effetti opposti dèlla congestione urbana. Se la cultura americana del primo Novecento vi riconosceva «il vero simbolo di un popolo strenuo e avventuroso, fiducioso nella propria forza e nel pro prio potere», quella contemporanea non può non misurarsi con il disincanto e con la diffidenza verso la teatralizzazione di miti artificialmente creati per mobilitare l'opinione pubblica e spostare il rito della democrazia dal piano razio nale a quello simbolico ed emozionale.

Proprio la culla del grattacielo, New York; ne ha dato un'ampia dimostrazione con il deludente dibattito sul destino di Ground Zero e con l'ancor più risibile risposta al concorso per la riprogettazione delle torri gemelle di Yamasaki, che ha messo in drammatica evidenza l'incapacità di elaborare simboli come even ti collettivi, che non risultino fondati sulla base di una cultura, condivisa.

A scala meno eclatante, il caso di Milano ne costituisce ulteriore conferma: da una poco meditata omologazione agli stereotipi della modernità del' XXI secolo si è avanzato da più parti lo slogan martellante di una rinascita dell'orgoglio urbano misurata dal numero dei suoi grattacieli e dalla eccentricità della loro proposta formale, spostando così la discussione dal piano del progetto sul futuro della città a quello ambiguo sul carisma dei simboli come motori di sviluppo. Che tutto questo possa essere automaticamente considerato un nuovo "Rinascimento" pare molto discutibile, soprattutto considerando che nel "Rinascimento storico" l'Italia,delle corti esportava all'estero la cultura del nuovo mentre oggi è costretta a riciclare nelle sue città quella che gli ritorna dall'esterno. Naturalmente l'ibridazione dei contributi fa parte della storia del gusto e contribuisce dà sempre alla complessa stratificazione che è parte costitutiva della città europea. A patto di non dimenticare però che il valore dei simboli si conquista sul campo della storia, l'unica autorizzata a sancirli nella loro autenticità : la Torre Velasca è oggi un segno che qualifica in maniera indelebile la Milano del dopoguerra; ma il suo disegno finale fu l'esito di un tormentato iter progettuale alla ricerca di una soluzione il più possibile appropriata. Né nacque da un'istanza mediatica l'icona milanese del grattacielo Pirelli, alla cui forma esatta Gio Ponti arrivò dopo molti tentativi e messe a punto, dal Predio Italia di San Paolo in Brasile alla torre Lancia di Torino.

Titolo originale:Malls: Death of an American icon. The shopping mall is headed the way of the drive-in movie and the eight-track. What's replacing it? - traduzione di Fabrizio Bottini

NEW YORK – Se avete passato gli anni dell’adolescenza al centro commerciale del quartiere, sorseggiando Orange Julius e bighellonando attorno alle ubique fontanelle, probabilmente vi sentirete tristi scoprendo che il centro commerciale come lo avete conosciuto si sta avviando all’estinzione.

Anche gli ex topi da centro commerciale sembrano ritenere che ci siano modi migliori di passare un fine settimana, che il vagabondare per atri senza finestre in un anonimo mall, facendo shopping dentro a stanchi grandi magazzini, e mangiando il cibo a buon mercato dei chioschi.

Dopo aver girato le spalle alle vie commerciali del centro ed essere scappati nel suburbio, gli americani sono alla ricerca di un senso del luogo. Stiamo rimettendo a posto case nelle parti più vecchie della città, e passiamo una parte maggiore del nostro tempo libero nei centri da poco rivitalizzati. E quando vogliamo fare davvero spesa, andiamo agli enormi mega-malls e big-box, come Costco, Home Depot e target, anche se questo significa guidare un po’ più lontano.

Questo lascia i centri commerciali minori di quartiere – che sono spesso l’uno la copia carbone dell’altro – a lottare per evitare che i commercianti facciano i bagagli e seguano la folla, verso il centro città o verso i mega-malls. Nonostante alcuni siano riusciti a trasformarsi, a sembrare qualcosa che va oltre Sears e J.C. Penney, inserendo Ikea o Borders come anchor, spesso sono necessarie misure più drastiche.

Lo studio PricewaterhouseCoopers (PWC) e il Congress for New Urbanism chiamano questi centri commerciali agonizzanti greyfields (da brownfield, il termine che si usa per i siti industriali contaminati), e li identificano come strutture dove le vendite annuali per metro quadrato sono scese sotto i 15 dollari, ovvero un terzo di quelle di un centro di successo.

In uno studio del 2000, PCW ha concluso che 140 centri commerciali regionali esistenti erano già greyflelds, e altri 250 stavano andando in quella direzione (c’è anche un sito web, Deadmalls, interamente dedicato a rintracciare questi centri condannati). Con una superficie media del greyfield di circa 20 ettari, nell’insieme queste strutture rappresentano migliaia di ettari di terreno. “Non farci niente non è una scelta” afferma l’operatore immobiliare Will Fleissig, co-fondatore e socio della Continuum Partners.

Così municipalità e costruttori hanno iniziato a demolire i vecchi centri commerciali, trasformando i vecchi corridoi interni in strade, portando all’esterno i fronti dei negozi e integrandoli con il resto della città.

”Dato che sono spesso piccoli, i centri commerciali più vecchi non possono essere un’offerta competitiva per i consumatori, “dice Bill Anderson, vice presidente dell’ufficio consulenze Economics Research Associates. “Ma una volta ristrutturati possono essere un’opportunità per attirare il numero crescente di persone stufe di guidare per andare ovunque, e che vogliono più spazi pedonali”.

Rivoltare il Centro Commerciale

Il Winter Park Mall, a Winter Park, Florida, era un classico caso di centro commerciale in agonia. Coi suoi 40.000 metri quadrati era localizzato nel cuore della zona commerciale urbana. Ma con tutti i negozi affacciati all’interno, e l’enorme spiazzo dei parcheggi tutto attorno come il fossato di un castello, era completamente isolato dal resto della città. Il quartiere commerciale attorno prosperava, e il centro commerciale stava fallendo.

Verso al fine degli anni Novanta, la municipalità e l’ambiente imprenditoriale locale cominciarono a fare progetti per ristrutturare il Mall. Parecchie fasi di trasformazione più tardi, ora Winter Park Village, come è stato ribattezzato, non è molto diverso dal centro città che gli sta attorno, con appartamenti, ristoranti, una palestra, un cinema, un supermarket, spazio per uffici, e naturalmente negozi.


Il Villa Italia Mall nel 1966 Progetto per il Belmar Village

Ci sono esempi simili in tutto il paese. Dato che le amministrazioni locali sono piuttosto riluttanti all’idea di vedere un centro commerciale andare a pancia all’aria, visto che si tratta di un’enorme perdita in termini di gettito fiscale, molte si stanno associando ai costruttori per assicurarsi che quello spazio sia destinato ai migliori usi possibili.

L’amministrazione di Lakewood, Colorado, solo per fare un esempio, sta giocando un ruolo di primo piano nella ristrutturazione urbanistica di Villa Italia, il più grande centro commerciale a ovest di Chicago all’epoca in cui fu costruito negli anni Sessanta. Nei primi Novanta, ad ogni modo, divenne chiaro che quel dinosauro di 50 ettari non poteva competere con i nuovi malls dell’area, in parte perché non era abbastanza vicino a uno svincolo della freeway, e non aveva spazio per potersi circondare di negozi big-box.

Nel 2001, la maggior parte delle strutture fu demolita per fare spazio a Belmar, un quartiere a varie funzioni con meno spazio per i negozi ma circa il doppio di superficie coperta. Una volta completato, Belmar sarà un’espansione del centro di Lakewood, collegato alle strade urbane, alle piste ciclabili e ai percorsi pedonali.

E mettendo residenza, strutture per il tempo libero, uffici e verde dentro la miscela, i costruttori stanno creando una nuova domanda di commercianti. Anche se non state pensando a una vera e propria orgia di shopping, potete semplicemente fare un salto da Gap per un nuovo maglione, sulla strada verso il cinema, o a cena. Almeno, così sperano.

Nota: su Eddyburg fra i vari testi su questo tema si vedano soprattutto quello di Seth Harry sul ciclo ascesa/crisi del Mall , e quello di Malcolm Gladwellsulle fortunate combinazioni nella carriera di Victor Gruen, dal New Yorker

L'articolo originale sta sul sito della CNN/Money.

Nell’intervista di domenica il sindaco Veltroni ha messo con esattezza un punto fermo: non si tocca la cosiddetta «ansa barocca», non si interviene in generale nel centro storico, si interviene con progetti di qualità nella cosiddetta «città allargata» (la Roma di Nathan per intenderci) e ancor più nelle disgraziate periferie - anche quella «firmate» purtroppo - dove la vita individuale e collettiva rimane spesso scadente. Walter Veltroni - la cui proposta di legge sui centri storici andrebbe recuperata - rivendica un dato culturale italiano: l’identità dei centri storici va salvaguardata attivamente perché è parte integrante della nostra identità di italiani di oggi. La ricetta del «si può e si deve intervenire nelle città antiche perché, alla fine, nei secoli lo si è sempre fatto, ecc. ecc.» stavolta è venuta da Parigi e da uno degli architetti più «spettacolari», Jean Nouvel, secondo il quale la Città Eterna non va messa «sotto formalina».

Ora, chi abita dentro le Mura Aureliane, tutta questa formalina in giro non la avverte. Dove la residenza è riuscita a difendersi, dove gli abitanti non sono stati cacciati, dove negozi e artigiani sono quindi rimasti ad operare, Roma antica è viva, molto più viva, a disdoro di noi moderni, di tanti quartieri sorti nei decenni scorsi. Basta fare qualche passo nel rione Monti oppure a Ponte- Parione.

La questione centrale è semmai questa: come è possibile far sì che i 130- 150 mila residenti della città storica ( ma anche gli altri di Mazzini- Delle Vittorie, per esempio, sempre più povero di residenze) non siano costretti ad emigrare altrove, ma anzi vengano incrementati? Il nodo vero delle nostre città storiche è questo. Mi permetto di citare un mio libro - L’enigma di Urbino - appena uscito, dove racconto come quel mirabile centro storico, conservato grazie ad alcune leggi speciali dello Stato e al piano regolatore anni ’ 60, oggi conti appena 673 residenti dentro le mura dove una volta abitavano 5 mila persone. Come a dire che se ne è andato più dell’ 85 per cento della popolazione fissa, sostituito da istituti universitari, da affittaletti, da rumorosissimi pub per studenti, che fanno scappare i rari superstiti. Con costi da capogiro per tutti e con la conseguente sparizione di negozi, di laboratori artigiani, di ogni servizio. Urbino è certo un caso- limite, ma i casi- limite fanno capire dove si rischia di andare se non si recupera la consapevolezza che sono gli abitanti veri a far vivere la città, ad assicurarne il controllo sociale, a dare regole e limiti umani al « divertimentificio » notturno.

Poiché la lezione di Jean Nouvel veniva da Parigi, andiamo allora al Museo Carnavalet, delizioso museo della città: ci accorgeremo che della Parigi storica è rimasto ben poco, quasi nulla. A Roma, nonostante tutto, non è accaduto l’eguale. È un difetto? Un guaio serio? Dato il gradimento che Roma antica incontra parrebbe di no. A Roma è successo già una volta che si facesse, in un certo senso, « come a Parigi » . Fu dopo il 1870 quando Quintino Sella, grande sostenitore di Roma capitale, progettò, « senza una soverchia agglomerazione di operai » , la Terza Roma non fuori dalla Roma dei Cesari e da quella dei Papi, ma « sopra » , dentro di essa. Con grandi sventramenti ( Corso Vittorio su tutti, ma non solo) che aprirono la strada a quelli ancor più clamorosi di Mussolini. Il modello era la Parigi del barone Hausmann, il quale aveva sbriciolato la città del passato e disegnato i grands boulevars, anche con l’intento di scongiurare altri moti rivoluzionari. Facendo « come Parigi » , ci siamo maledettamente complicati la vita cercando di adattare - idea disperata - la città storica alle esigenze di una capitale moderna, con tormenti che ci assillano tuttora. Per favore, finiamola però con l’architetto di oggi che vuole lasciare il suo segno, la sua impronta nei centri storici. Un signore che si chiamava Raffaello, inviò nel 1519 a Leone X che l’aveva nominato soprintendente alle antichità, una sensazionale lettera alla quale si rifanno tutti i veri riformatori e fautori della tutela: con chi se la prendeva furibondamente Raffaello? Con i barbari, ma anche coi papi che avevano « ruinata e guasta » la città antica, mentre, « lassando vivo el paragone de li antichi » , bisognava « aguagliarli e superarli con magni edifici, risvegliare gli ingegni » , ecc. ecc.

Sa di « formalina » anche questo Raffaello? O non è un « manifesto » attualissimo?

La legge per l´architettura licenziata dall´ultimo consiglio dei ministri sbaglia la mira sugli obiettivi da centrare almeno a giudicare dalle anticipazioni che se ne sono avute. Molto più dei centri storici, sono le periferie ad aver bisogno d´interventi per migliorarne le condizioni. E le qualità che sarebbe necessario introdurvi vanno molto al di là dell´aspetto estetico. C´è da dubitare che la bellezza di singoli edifici sparsi sia proprio la prima cosa di cui gli abitanti sentano la mancanza. Per costruire o ricostruire luoghi dove si stia meglio, non basta puntare su opere eccezionali. Occorre preoccuparsi almeno altrettanto di far compiere un bel salto in alto al livello medio dell´assieme di quanto viene edificato.

La legge presentata dal ministro Urbani s´inquadra in una pericolosa tendenza generale a circoscrivere l´attenzione sulle opere eminenti - purtroppo anche per quel che riguarda il patrimonio ereditato dal passato - trascurando l´ambiente nel quale quelle opere s´inseriscono. Pur prevedendo qualche disposizione positiva, come l´incoraggiamento a bandire concorsi di progettazione, la legge finirebbe con l´alimentare l´illusione di salvare grandi e piccole città con pochi interventi spettacolari, che poi talvolta si riducono addirittura a operazioni pubblicitarie.

La legge propone di assegnare alle architetture più notevoli una specie di "bollino di qualità". Fa venire in mente "stelle" e "berretti da cuoco" distribuiti dalle guide gastronomiche a ristoranti in genere piuttosto cari. Mentre sappiamo che i posti dove davvero si mangia con soddisfazione sono quelli che posseggono una rete di trattorie e osterie con cucina casalinga.

Se non vogliamo ignorare le esperienze dell´architettura europea, l´esempio ci viene da quelle nazioni nelle quali non c´è sfasatura tra interventi di particolare impegno ed edilizia corrente. Un grande risultato raggiunto con leggi che non hanno affatto per oggetto la "bellezza" e, in misura anche maggiore, con strumenti d´altra specie, molto concreti, spesso di più semplice e pratica applicazione.

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