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L’Archivio Cederna ha voluto ricordare 20° anniversario della sua scomparsa di Antonio realizzando, a cura di Giulio Cederna e Antonio Natale, un'opera di grande interesse ed utilità: se non per tutti, per i moltissimi che condividono o condivideranno gli ideali, principi e obiettivi che animarono il grande intellettuale e attivista che era Antonio. Oltre a materiali inediti sulla sua vita (tra cui alcune lettere scritte dal campo di lavoro in Svizzera nel 1944, lette da Giuseppe Cederna) la mappa rende direttamente accessibili in chiave geografica più di 2 mila articoli scritti tra il 1949 e il 1996. Tutti possono consultarla a questo indirizzo: I paesaggi di Antonio Cederna

Pubblichiamo di seguito l’introduzione alla mappa e una nota di Giulio Cederna

LA TUTELA E LE MAPPE

La consapevolezza dell'importanza strategica delle mappe attraversa tutta l’opera di Antonio Cederna. “Non si può conservare e difendere ciò che non si conosce: è questa ignoranza che favorisce la degradazione che ogni giorno lamentiamo del patrimonio storico, artistico e ambientale”, scrive nel 1976 sul Corriere della Sera, in un articolo dal titolo programmatico: "E' una difesa dal saccheggio la mappa dei beni culturali".

All'esigenza di catalogare e di conoscere i territori, di mappare le minacce che gravano sul paesaggio, sul patrimonio storico e artistico, sull'assetto delle città, Cederna ha dedicato migliaia di articoli tra il 1949 e il 1996, gran parte dei quali sono conservati presso l’Archivio Cederna, donato dalla famiglia allo Stato, collocato dalla Soprintendenza archeologica di Roma presso la sede di Capo di Bove, nel cuore dell’Appia Antica (www.archiviocederna.it), e divenuto negli anni fonte di ricerche, pubblicazioni e mostre rivolte al pubblico.
Oggi, l’Archivio Cederna affida a una MAPPA il compito di documentare le principali tappe dell’impegno di uno dei pionieri dell'informazione sull'ambiente, l'urbanistica e i beni culturali. Uno strumento innovativo, ideato e realizzato da TeamDev in collaborazione con Regesta.exe, che raccoglie materiali inediti e rende accessibili in chiave geografica oltre duemila articoli, valorizzando ulteriormente l’opera di digitalizzazione e di costante cura dell’archivio promossa dalla Soprintendenza in questi anni. Un modo nuovo per prendere visione della vastità dell’impegno di Cederna e per osservare da vicino le violente trasformazioni che hanno sconvolto, e reso spesso irriconoscibili, geografie e paesaggi dagli anni del dopoguerra ai giorni nostri. Un punto di partenza per aggiornare a vent’anni di distanza le mappe dell’Italia da salvare.

Nota di Giulio Cederna
Tengo particolarmente a ringraziare tutti coloro che hanno collaborato a questa impresa, a cominciare da chi è di gran lunga più testarda di me, ovvero Rita Paris, che ha reso possibile la sistemazione dell'Archivio a Capo di Bove, e ne cura da anni lo sviluppo e la digitalizzazione con il prezioso supporto di Maria Naccarato e di Regesta.exe, e che in un momento di grande difficoltà e incertezza per il futuro dell'Appia non ha fatto mancare il suo supporto a questo progetto; passando per tutti coloro che hanno letto e riletto gli articoli per individuare una corretta base geografica (Emanuela Mazzina, Annalisa Cipriani e Linda Giacummo per Roma). Un ringraziamento speciale meritano infine Antonio Natale di TeamDev, giovane software house umbra che crede nell'economia di comunità e ha sviluppato materialmente l'applicazione senza percepire un solo euro, e Velia Sartoretti che ha georiferito oltre 2 mila articoli. Perché, vorrei ricordarlo, questa story map è stata realizzata senza budget, senza contributi di nessun genere.



Riferimenti
Numerosi documenti di e su Antonio Cederna sono raggiungibili in eddyburg nel vecchio archivio (2003-2013) e nel nuovo archivio (dal 2013)

Mondo” a “Repubblica” una vita dedicata alle campagne contro l’urbanizzazione selvaggia». La Repubblica, 24 agosto 2015

È stato un archeologo? Un giornalista? Un intellettuale e un politico? Un militante ambientalista? Vent’anni dopo la sua morte, è ancora difficile stringere Antonio Cederna in una sola definizione. Forse è più probabile ragionare su cosa non è stato. A differenza di un’etichetta rimastagli incollata, non è stato un nostalgico, un laudator temporis acti. Voleva che si conservasse l’eredità di storia e di bellezza che il passato ha trasmesso, ma non è stato un conservatore. Sottolineava che la tutela dell’antico era una scienza moderna, nata in età moderna. E l’aggettivo “moderno” rimbalza nei suoi scritti sempre per qualificare e mai per denigrare. Non è moderna, insisteva, la città che nel dopoguerra si sviluppa trascinata dagli interessi speculativi. È moderna, all’opposto, la città che salvaguarda integralmente il suo centro storico e che si espande correttamente pianificata. E ancora: gli piace la piramide di Pei al Louvre e se l’Auditorium di Renzo Piano a Roma è lì dov’è, lo si deve anche a lui.

Cederna si spegne nella sua casa di Ponte in Valtellina il 27 agosto del 1996. Il suo primo articolo lo scrive sul Mondo di Mario Pannunzio nel luglio del 1949 (il settimanale era al quinto numero) e da allora, per quasi cinquant’anni, sul Corriere della sera poi su Repubblica e sull’Espresso, racconta che cosa accade nell’Italia alle prese con la più tumultuosa trasformazione mai avvenuta prima sul suo territorio: stando a una stima assai attendibile, i nove decimi di quel che vediamo costruito risalgono a questi cinquant’anni. Nel 1956 raccoglie nel libro I vandali in casa gran parte degli articoli del Mondo. E nell’introduzione compare un’esauriente radiografia di come l’Italia vada smarrendo secoli di buona urbanistica, proseguendo a demolire pezzi pregiati nei centri storici e allestendo alcune fra le più disumane periferie del mondo occidentale.

Non è solo uno scandalo urbanistico, per usare il titolo del libro con il quale alcuni anni dopo Fiorentino Sullo avrebbe raccontato la fine del suo progetto di riforma del regime dei suoli. Ma è, appunto, il capitolo di una controstoria d’Italia. Ancora nel 1991 sulle pagine di questo giornale, Cederna esprime la convinzione che a spingere il piano Solo, il tentativo di colpo di Stato del 1964 (svelato da l’Espresso nel 1967), ci sia anche la mano della proprietà fondiaria e dei suoi referenti politici contrari a ogni legge, del tipo di quella proposta da Sullo, che preveda l’esproprio delle aree sulle quali far crescere le città. Crescita che invece deve essere dettata da chi le aree possiede.

Nei primi anni Sessanta Cederna studia con metodo il piano regolatore di Amsterdam e ne scrive su Casabella. Piene di ammirazione sono le descrizioni di come la capitale olandese, dagli anni Trenta in poi, abbia costruito quartieri esemplari per qualità edilizia, spazi pubblici e verde grazie al controllo pubblico delle aree. Qui Cederna misura la modernità di Amsterdam (come di altre capitali nordeuropee, socialdemocratiche o anche conservatrici) rispetto all’arretratezza italiana, dove invece svettano «palazzine e palazzate», i cosiddetti intensivi nei quali abitano i «murati vivi», «senza prati né campi sportivi» (Cederna è anche un po’ poeta: questi versi sono tratti da una composizione burlesca, in cui prende in giro un fantomatico architetto comunista - siamo a metà anni Sessanta - che detesta «i pubblici giardini / olandesi svizzeri svedesi / danesi tedeschi inglesi», «oppio capitalistico» che distrarrebbe da impeti rivoluzionari).

Così si ingrossavano Milano, Napoli, Palermo, ma soprattutto Roma, la città in cui Cederna sbarca a fine anni Quaranta e che, con la Società generale immobiliare, il Vaticano, il marchese Gerini e la pletora sguaiata dei palazzinari, diventa l’esemplare di un’Italia che crede nella rendita e nell’edilizia come motori di sviluppo. Criticare questo modello porta Cederna sulla linea liberaldemocratica del Mondo e poi dell’Espresso, più che dei comunisti.

È un’Italia che sui temi urbanistici discute, litiga. E rischia, insiste Cederna, di rimetterci nientemeno che la democrazia. Cederna si occupa di paesaggio minacciato, di parchi nazionali, di beni culturali in pericolo (memorabili i suoi ripetuti articoli sulla collezione Torlonia, che solo ora potrebbe tornare a veder le stelle). Scrive, trascina Italia Nostra, che nel 1955 contribuisce a fondare, è eletto consigliere comunale, poi parlamentare indipendente nel Pci, mobilita intellettuali, diventa il riferimento del nascente ambientalismo, non c’è comitato o associazione che non lo tempesti per un appello.

È laureato in lettere classiche, con una tesi in archeologia. Però è soprattutto l’urbanistica il terreno del suo impegno. Di tanti urbanisti è amico, divora quel che si pubblica in materia non solo in Italia. Quando avvia due fra le più coinvolgenti battaglie condotte a Roma, il Progetto Fori e il salvataggio dell’Appia Antica che sta per trasformarsi in un quartiere residenziale, due battaglie strettamente connesse, fa opera di tutela e insieme persegue un’idea di città. All’Appia Antica dev’essere risparmiato l’oltraggio del cemento sia per i monumenti lì custoditi sia per scongiurare l’infernale saldatura edilizia che distruggerebbe il “cuneo verde” di campagna che si spinge al cuore della città creando una connessione fra il centro e la periferia orientale. Connessione che si completerebbe con l’eliminazione di via dei Fori Imperiali, lo stradone mussoliniano che da piazza Venezia porta al Colosseo, cioè la vera essenza del Progetto Fori (spesso ambiguamente rimpicciolito a semplice pedonalizzazione); e con un moderno centro direzionale in cui trasferire ministeri, sedi di banche e di aziende che asfissiano il centro storico. Appia Antica e Progetto Fori agli occhi di Cederna sono due programmi per la città, la bellezza coniugata al suo moderno funzionamento, non solo per il turismo. L’Appia Antica è salva (e se non ci fosse stato Cederna non lo sarebbe), il Progetto Fori è in un cassetto, di centri direzionali ne sono sorti diversi,

Nell'icona: foto di Giorgio Lotti (stralcio)per lo più a casaccio.

sulla figura e l'opera di Antonio Cederna. Il saggio è stato presentato nell'ambito di una conferenza organizzata dall'associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli alla Camera dei Deputati il 17 marzo 2016. In calce il collegamento al testo integrale e ai documenti audiovisivi della conferenza.

Sono passati venti anni senza Antonio Cederna. Quanto ci manca? E perché ci manca? Il ricordo, la stima e l’affetto prendono il sopravvento su ogni altro tentativo di afferrare il vuoto che ha lasciato. Eppure, con il passare del tempo la sua figura cresce per il rilievo storico e per la feconda inattualità. Ci manca tanto in quanto nessuno è riuscito a sostituirlo. Ci manca perché è ancora più necessario. La mancanza allora riguarda noi, abitanti del nostro tempo.

Non abbiamo ancora una vera comprensione storica di Cederna. Non può averla la nostra generazione, troppo coinvolta nelle sue battaglie per vedere ciò che permane di esse e anzi le supera. Saranno le generazioni successive a comprendere la sua opera, con il disincanto capace di distillare una memoria fino a trarne nuove ambizioni. Noi siamo una generazione di passaggio che può solo testimoniare gli eventi, prendersi cura dell’opera, custodirla per le interpretazioni che verranno, in una sorta di archeologia intergenerazionale.

Nel frattempo, la cosa più utile che possiamo fare è combattere gli stereotipi. Sono inveterati, per lo più inventati dai detrattori, ma alla lunga introiettati anche da alcuni sostenitori. Negli ultimi tempi subì la diffidenza del suo giornale che ritardava o non dava spazio agli articoli. Ancor di più deve aver sofferto, e sento il bisogno di scusarmene qui dopo tanto tempo, per l’insofferenza che la nostra amministrazione mostrò verso le sue critiche peraltro sempre garbate e motivate. Si arrivò perfino a criticarlo per ritorsione sui ritardi nella gestione del parco dell’Appia, di cui generosamente aveva accettato di fare il presidente nella fase di avvio. L’ultimo articolo è un grido di dolore - Chiedo solo una chiave – per dire che bastava dargli la piena agibilità della sede. Oggi, quel grido possiamo intenderlo come una metafora. Forse non abbiamo ancora trovato la chiave interpretativa dell’opera


1. Gli stereotipi

Il primo stereotipo, che fosse il signor NO, lo sentiamo ripetere da tanto tempo. E invece aveva un’attenzione quasi maniacale per la proposta. Ogni articolo, anche il più aspro, si concludeva con una soluzione alternativa e fattibile. Giova ricordarlo in questa sede, ha onorato il lavoro parlamentare con proposte di alto profilo che hanno influito sulla legislazione per l’ambiente, i parchi naturali, le città, i beni culturali. Anche negli interventi occasionali portava contributi sistematici. Nella conversione di un decreto, con un discorso di pochi secondi spiegò la riforma dei suoli che in un secolo il Parlamento non ha saputo approvare. Con la chiarezza riusciva a parlare sia al largo pubblico sia alle assemblee elettive, stimato e ascoltato anche dagli avversari più ostili.

Ho avuto il privilegio di partecipare alla seduta del Consiglio Comunale che approvò la localizzazione dell’Auditorium. Da diverse settimane nell’Aula Giulio Cesare si consumava un duro scontro tra maggioranza e minoranza, a notte fonda prese la parola Cederna e cominciò criticando l’ostruzionismo della propria parte, argomentò con precisione i motivi contrari al Borghetto Flaminio e a favore del Villaggio Olimpico; calò il silenzio, poi alcuni consiglieri si avvicinarono per dare un segno di intesa, e altri seguirono l’esempio fino a che l’intero Consiglio comunale si riunì intorno al suo scranno. L’oratoria sempre asciutta prese un tono solenne, "come un senatore romano, ma avevo preso due Fernet", raccontava divertito. E la delibera fu approvata quasi all’unanimità.

Il secondo stereotipo riduce il suo discorso all’esercizio dell’in-dignazione. Questa oggi non manca, ma si esprime in una nota più bassa come s-degno. Sembrano parole simili per la comune radice della dignità, ma portano a esiti opposti. Lo sdegno esprime un rifiuto indifferenziato che prepara la via alla rassegnazione. Al contrario, l’indignazione di Cederna suscitava l’entusiasmo, come ha osservato La Regina. Il suo articolo - sempre lo stesso, come scherzava di sé citando Voltaire - inizia di solito con la descrizione accurata del disastro, ma poi l’ironia verso l’avversario mostra la possibilità di sconfiggerlo con la mobilitazione dei cittadini. Come nella pittura di Hieronymus Bosch il tratto sottile e preciso disegna i mostri nel paesaggio, i vandali in casa, ma l’ironia di certe figure segnala la possibile risalita verso il bene.

Negli anni ottanta - il decennio più negativo per le città italiane come ebbe a dire - ad ogni presa di posizione sulla stampa corrispondeva l’organizzazione di un movimento di quartiere. In quel periodo a Roma cresce una rete di associazioni a difesa del territorio. Non solo la favorì ma diede l'esempio dell’impegno accettando di presiedere per tanti anni la sezione romana di Italia Nostra. Nella crisi dei partiti che cominciava allora, solo il suo discorso riusciva a creare un nesso tra progetto di città e partecipazione civica. Influì nel travaglio del Pci contribuendo ad una riconfigurazione del suo blocco sociale. La denuncia della speculazione perpetrata a livello popolare dall’abusivismo edilizio, non meno devastante di quella realizzata dai salotti imprenditoriali, costrinse i giovani dirigenti comunisti a superare il vecchio alibi dell’abusivismo di necessità e a recidere la cinghia di trasmissione con il sindacalismo territoriale che lo aveva alimentato.

Il terzo stereotipo lancia l’accusa di passatismo che oggi suona quasi come un’infamia. È ancora un Bel Paese nonostante tutte le devastazioni. E pensando al domani si può aggiungere non è ancora un Paese all'altezza dell'eredità ricevuta. La storia nazionale, ripeteva spesso, si regge sull'avverbio ancora. I Vandali in casa contiene un'elegante definizione della modernità, aperta da una veemente retorica: “Dobbiamo inchiodarci nel cervello la convinzione che.. solo chi è moderno rispetta l’antico, e solo chi rispetta l’antico è pronto a capire le necessità della civiltà moderna”.

2. Il Moderno

Per lui e per i suoi amici urbanisti la parola Moderno è dirimente, assume un significato più mirato rispetto all’uso corrente e indica una relazione organica tra i diversi elementi. Per Insolera è la logica del progetto di città, per Benevolo è un fattore di equilibrio della vita urbana. Per Cederna è una connessione di senso tra passato e presente. Al contrario, “chi pone una falsa alternativa o sacrifica semplicisticamente un termine all’altro” è propriamente “un reazionario o un retrogrado, anche se si camuffa di un rozzo avanguardismo e di un vago vitalismo”. La definizione si attaglia anche agli avanguardisti di oggi, che sono numerosi.

La sua modernità è la ricerca di un nesso tra le cose, una nervatura dello spazio, una relazione tra gli eventi. È l'asse di rotazione delle sue passioni civili, come archeologo, come urbanista e come politico. Come archeologo ha insegnato a vedere sempre il bene come parte di un sistema culturale e paesaggistico e mai come emergenza isolata o meramente monumentale. Un principio della tutela connesso alla storia del Paese, che è diventato un esempio a livello internazionale. Come urbanista è un anticipatore, ce lo ricorda Vezio De Lucia. I suoi resoconti da Amsterdam o da Stoccolma fanno capire agli addetti ai lavori e all'opinione pubblica i vantaggi della pianificazione che esalta le singole parti di città.

Nel contempo è un protagonista della Carta di Gubbio che inventa la tutela integrale dei centri storici, il principale contributo dell’urbanistica italiana a livello internazionale. Un altro primato oggi dimenticato o avversato. Eppure, quel metodo, al di là di procedure superate, sarebbe ancora più attuale. Esso consiste nel trasformare il tessuto urbano seguendo la stessa trama che lo ha originato. In tal modo l’elemento moderno non si sovrappone violentemente all’antico ma lo trasforma in una forma integrale. Lo stesso approccio dovrebbe applicarsi alla scala vasta, senza aggiungere insediamenti isolati che degradano la conurbazione, ma attivando nelle maglie del costruito i processi di riqualificazione. Oggi servirebbe una nuova Carta di Gubbio per fermare l’espansione nell’hinterland e curare la città disfatta.

Infine, come politico ha mirato a obiettivi apparentemente parziali, ma sempre connessi a una strategia generale, come nel disegno di legge del 1989 per la Capitale. Bisogna rileggerlo e farlo conoscere, perché Antonio lo scrisse come una sorta di testamento. Mobilitò tutti gli amici per approfondire singoli aspetti e si dedicò personalmente alla relazione illustrativa. Anche io fui convocato a casa sua per la parte che mi aveva affidato. Ne conservo un caro ricordo, lo trovai al suo tavolo di lavoro sommerso di carte, certamente affaticato e affranto, quasi tentato di lasciare tutto per mettersi a recitare Shakespeare, ma desideroso di consegnare agli atti parlamentari un'analisi storica della vicenda urbanistica tra Ottocento e Novecento e il più ambizioso progetto che sia mai stato pensato per la capitale del nuovo millennio. È costituito da tre elementi fondamentali: trasformare la periferia nel nuovo centro della città politica, realizzare una rete integrata di trasporti su ferro, ripensare la struttura urbana sulla base del Parco archeologico dei Fori e dell’Appia antica.

[omissis dal §3 al §7]



Riferimenti

Qui il testo integrale del saggio di Tocci, scaricabile in formato .pdf. E qui il link ai documenti audiovisivi della conferenza, comprendenti gli interventi di Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, di Vezio De Lucia, presidente dell'associazione Bianchi Bandinelli e di Walter Tocci. E Di Vezio De Lucia abbiamo già pubblicato "Cederna addomesticato", ,scritto per eddyburg.

Cederna se n’è andato da vent’anni e mi pare sincero il rimpianto di quanti osservano che con il passare del tempo è aumentato il bisogno del suo pensiero. Mi riferisco a chi ricorda Cederna con le migliori intenzioni, con rispetto e ammirazione, non ad avversari più o meno mascherati. Ma le migliori intenzioni non esonerano dal rischio che la figura di Cederna sia banalizzata dagli stereotipi. Un esempio aiuta spiegarmi. Nei giorni scorsi sulla stampa romana si è letto del dibattito innescato dalla decisione della nuova amministrazione capitolina di rinviare di qualche tempo la pedonalizzazione della via dei Fori Imperiali: “il sogno di Antonio Cederna”. Cioè, il sogno di Antonio Cederna sarebbe stato la pedonalizzazione della via voluta da Benito Mussolini. Una bestemmia, un falso inaudito che nessuno però mi pare abbia denunciato. Cederna non chiedeva la pedonalizzazione ma la demolizione della via dei Fori Imperiali, come premessa per la realizzazione del Progetto Fori Appia Antica pensato per ripristinare la continuità di storia e natura dal Campidoglio ai piedi dei Colli Albani, sfruttando l’unica pausa nella sterminata urbanizzazione per dare forma a Roma moderna.

Sul Progetto Fori Appia Antica sarà necessario costruire un’occasione per un bilancio rigoroso e documentato del suo tramonto, come dicono gli speranzosi, ovvero della sua definitiva archiviazione, come sostengono gli scoraggiati. Qui mi limito ad anticipare qualche spunto. Il primo riguarda la progressiva involuzione del ministero dei Beni culturali che trent’anni fa fu tra i protagonisti del Progetto Fori, di cui il primo artefice fu il soprintendente archeologico Adriano La Regina che riprese l’idea esposta anni prima da Leonardo Benevolo.

Il soprintendente fu assecondato dai ministri Dario Antoniozzi (democristiano) e Oddo Biasini (repubblicano) al quale si deve lo stanziamento di 180 miliardi di lire per il patrimonio archeologico di Roma. Più in generale ricordo che i governi Moro, Andreotti, Cossiga e seguenti condivisero sempre la politica urbanistica e archeologica (era tutt’uno) dei sindaci Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli (1976-1981).

Le domeniche pedonali dell’autunno inverno 1980-1981 furono la più straordinaria opera mai fatta per la valorizzazione dell’area area archeologica centrale, una mirabile dimostrazione dell’idea di Petroselli di accorciare le distanze fra le periferie e il resto della città e accorciare anche la distanza fra i tempi e i luoghi della storia. Il sindaco non voleva lasciare a nostalgici e reazionari il tema della romanità, voleva che le vicende dell’antica Roma fossero patrimonio di tutto il popolo, anche quello più sfavorito. Partecipavano alle domeniche pedonali decine di migliaia di persone, incantate dagli articoli di Cederna e dal racconto del sindaco e delle guide insigni (Italo Insolera, Filippo Coarelli e tanti altri) che spiegavano di voler collocare i resti della storia più antica e prestigiosa di Roma (il centro direzionale dell’impero romano) nel cuore della città moderna. Era una valorizzazione che subordinava l’utilità delle presenze turistiche al ruolo fondamentale dei beni culturali nella formazione di cittadini consapevoli. Un abisso rispetto alla pratica attuale della valorizzazione, volta esclusivamente all’utile economico. L’area archeologica centrale è oggi lo sfondo ideale per spettacoli son et lumière, il Colosseo una formidabile macchina per far soldi anche ricostruendo l’arena centrale per nuovi eventi spettacolari.

Nel 1981 con la morte di Petroselli morì anche il Progetto Fori Appia Antica. Diventò uno slogan ripetuto da tutti, privo di senso, o sinonimo di pedonalizzazione. Nel 2001 un vincolo ministeriale ha congelato lo stato di fatto, formalmente rinnegando il Progetto Fori. E per coronare il disastro ci fu anche la nomina di Guido Bertolaso a commissario all’archeologia di Roma. Più di recente è stato autorevolmente proposto di affidare la gestione dell’Appia Antica alla società Autostrade di Benetton. Un luce improvvisa fu accesa proprio all’inizio della sua infortunata esperienza da Ignazio Marino, quando propose di rilanciare il Progetto Fori, ma poi si è capito che non sapeva di che parlava, fantasticando alla fine di tram di vetro che dovevano percorrere la via pedonalizzata.

Ma il vero e proprio tradimento ministeriale ad Antonio Cederna sta nell’aver disarticolato l’unitarietà dello spazio istituzionale dai Fori all’Appia Antica con la formazione di due soprintendenze e lo scorporo del Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, Crypta Balbi) che diventa una struttura autonoma, com’è stato fatto l’anno scorso per i primi venti più importanti musei e siti archeologici italiani (dagli Uffizi a Capodimonte a Pompei eccetera). Se possibile ancora più grave è la decisione recentissima di smembrare dalla soprintendenza archeologica anche l’Appia Antica per trasformarla in parco archeologico. Ma l’Appia Antica non è un sito recintato come Paestum o Pompei, è un prezioso segmento di Roma, quasi completamente in mani private, che ha bisogno soprattutto di un’azione puntuale e ininterrotta di tutela e di progressiva acquisizione di beni a favore del demanio archeologico. Com’è stato fatto negli ultimi anni da Adriano La Regina e poi da Rita Paris, spodestata nelle ultime settimane.

Walter Tocci ha scritto che la cancellazione della sovrintendenza unica è un provvedimento insensato che il ministro Franceschini ha avuto l’improntitudine di definire una scelta olistica.

Concludo dedicando questa strepitosa osservazione di Cederna a chi continua a proporre la pedonalizzazione della via dei Fori Imperiali: «i Fori imperiali sulla sinistra di chi va verso il Colosseo sono stati sprofondati in catini, come in seguito a un errore di calcolo o a uno sconquasso sismico; mentre i monumenti sulla destra presentano tutti al passeggero il di dietro, per di più gravemente mutilato e rappezzato. Una cosa davvero straordinaria che non ha uguali nella storia urbanistica universale, e che le guide turistiche trascurano di segnalare».

Il manifesto, 18 luglio 1988

Domani il Consiglio dei ministri discuterà il decreto legge per i mondiali del '90. È l'apice di un'operazione di "emergenza artificiosa" che dovrebbe aprire la strada all'orgia di asfalto e cemento, allo stravolgimento del piano regolatore, alla speculazione fondiaria privata. "È un effimero che determina il permanente - dice il deputato della sinistra indipendente Antonio Cederna - Deve rinascere una forte risposta culturale e urbanistica".

Una risposta con quali mezzi e con quali obiettivi?

Per l'ennesima volta Roma si sviluppa sugli interessi della rendita fondiaria: l'errore storico e capitale, anche delle giunte di sinistra, è sempre stato quello di non aver previsto l'esproprio e l'acquisizione delle aree interessate dalle grandi opere, come si fa in tutta Europa. Dobbiamo recuperare la cultura della pianificazione.

Come è possibile questo recupero, anche alla luce dell'impatto dei mondiali?

Il '90 è diventato un'emergenza artificiosa con la quale si cerca di far passare opere che nulla hanno a che vedere con quella data. La risposta deve essere risoluta con il rilancio delle vere opere prioritarie per l'emergenza della città: innanzitutto il parco dei Fori e dell'Appia antica, il recupero dei monumenti e dei musei, la liberazione del Celio e altri interventi di svuotamento e di liberazione urbanistica degli spazi cittadini da conquistare con i denti e con le unghie in modo complementare al cemento e ai chilometri miliardari delle autostrade.

Di queste proposte si parla da anni...
Ripetere non fa mai male, siamo qui per questo: il compito della vita è ripetere. Non si è ancora fatto nulla, anzi si svuota anche quel minimo di programmazione nel quale rientrava lo Sdo: si stravolge il piano regolatore sostituendo al sistema lineare un disegno alternativo basato sulla polverizzazione e sulla moltiplicazione dei poli direzionali, che inseguono gli interessi.

Cosa chiedere al governo?
Di abolire il maledettissimo tunnel dell'Appia e in generale di evitare che l'effimero dei mondiali si trasformi nel permanente che determina il futuro della città.

Riferimenti
Dall'Archivio Cederna l'articolo Tutto è stravolto per i mondiali scritto da Cederna all'indomani dell'approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legge per i mondiali del 1990.

ETS, 2016, pp. 15-21. 4 maggio 2016

La figura di Antonio Cederna, del quale si celebra quest’anno il ventennale della scomparsa, assume sempre più la statura di un grande protagonista della cultura e della vita civile dell’Italia del Novecento. Inoltre il progressivo abbandono delle politiche di tutela del patrimonio e dell’ambiente, derivante tanto dal declino economico strutturale che affligge l’Italia quanto dall’impostazione ferocemente e ottusamente neoliberista dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni alla guida del paese, a sentire in modo pungente l’assenza di una voce rigorosa e robustamente indignata come quella del grande giornalista milanese.
Negli anni recenti ci sono stati diversi buoni tentativi di ricostruire il profilo biografico e quello politico e intellettuale di Cederna, tra cui vale certamente la pena di ricordare il piccolo volume di Francesco Erbani uscito nel 2012, ’ampio e prezioso volume collettivo curato nel 2007 da Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala dal bel titolo Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna e le numerose testimonianze sparse tra le opere di Vezio De Lucia, il sito di Edoardo Salzano e altri luoghi ancora. Ancor più importante è stato il lavoro svolto attorno all’archivio personale di Cederna dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma con la collaborazione dell’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Ambientali della Regione Emilia Romagna, che ha permesso non solo il riordino, l’inventariazione e la messa a disposizione del ricco patrimonio di carte personali del giornalista ma anche l’approntamento di un sito web ricco e ben organizzato.
Ciò che colpisce, tuttavia, è che l’eredità cederniana viene oggi studiata e rivendicata soprattutto riguardo ai temi dell’urbanistica, dei beni culturali e in parte del paesaggio, lasciando piuttosto in ombra il suo fondamentale contributo nel campo della tutela ambientale. Così il Cederna celebrato e ripubblicato resta ancora e sempre quello di Mussolini urbanista, di Storia moderna dell’Appia Antica, di I vandali in casa e se un ministero e la fondazione intitolata al suo nome approntano un’antologia di suoi scritti essa riguarda appunto “beni culturali, urbanistica e paesaggio”. Tra le poche eccezioni recenti stanno la bella relazione di Rita Paris e Bartolomeo Mazzotta a un convegno svoltosi nel 2013 a Santa Maria Capua Vetere dal titolo “L’archivio Cederna come fonte di studio per la tutela dell’ambiente”, scaricabile ora dal sito in forma digitale e arricchita da uno straordinario apparato iconografico, e il breve ma serrato profilo biografico contenuto nei Pionieri della protezione della natura in Italia di Franco Pedrotti

Può ben darsi che questo rimanere sullo sfondo del Cederna ambientalista dipenda dal fatto che gran parte delle persone che gli sono state maggiormente legate sono attive soprattutto nei campi dell’urbanistica, dei beni culturali e del paesaggio, nei quali è sempre molto vivace l’attività pubblicistica ed editoriale nello spirito della denuncia e della proposta cederniana, mentre questo tipo di intervento si è un po’ offuscato negli anni più recenti sul versante della protezione della natura. Il ricordo personale e le carte ci dicono però che l’interesse di Cederna per l’ambiente e il suo contributo alla battaglia ambientalista non sono stati né episodici né estemporanei né tantomeno ininfluenti. Essi sono stati al contrario il frutto di una conquista lenta e tenace, ottenuta - come nel suo stile - ediante un ammirevole sforzo di documentazione e di riflessione.

A dispetto della sua identità di giornalista, peraltro autore soprattutto di articoli incisivamente brevi, tanto le testimonianze di parenti, amici e collaboratori quanto le carte rimandano l’immagine di un uomo che è rimasto per tutta la vita uno studioso, per quanto sin da subito la vocazione civile ha finito col prevalere in lui su quella alla ricerca. La parabola del Cederna scrittore inizia non a caso con un’ampia relazione di scavo negli “Atti dell’Accademia nazionale dei Lincei” e termina con una severa polemica contro una deriva giornalistica che predilige il colore e la sensazione rispetto all’indagine accurata e al ragionamento approfondito. E se in molti rivendicano oggi a Cederna, come ricorda non a caso Edoardo Salzano, la qualifica di urbanista tout court le sue competenze e il suo livello di elaborazione in campo ambientale non furono da meno.

A testimonianza di ciò sta anzitutto il modo in cui Cederna si avvicinò alla protezione della natura. La quasi totalità dei suoi articoli degli anni Cinquanta, pubblicati invariabilmente su “Il mondo”, riguardano i beni culturali, l’urbanistica e - in qualche misura - il paesaggio. La questione ambientale comincia timidamente ad apparire soltanto nel 1960, cioè dopo quasi dodici anni di attività giornalistica, sotto la veste ancora tutta urbana del “verde”, come ancora in gran parte urbano è il taglio del primo convegno di Italia Nostra sull’argomento, del dicembre dello stesso anno e del quale Cederna riferisce puntualmente sul settimanale. L’imprinting del ricercatore si manifesta però molto presto: mentre l’associazione si muove con disagio e piuttosto timidamente sul “nuovo” terreno della protezione della natura, Cederna capisce subito che lì c’è un ampio terreno di impegno civile, di nuovi diritti e insomma di questioni politiche che travalica una impostazione limitata alla dimensione del verde urbano o del semplice paesaggio. Come mostra la sua corrispondenza privata degli inizi del 1962, oltre a documentarsi sulle attività del National Trust inglese egli si è procurata quella che all’epoca è una delle bibbie del protezionismo internazionale, cioè il volume Derniers refuges. Atlas commenté des Réserves Naturelles dans le monde pubblicato nel 1956 dall’Union internationale pour la conservation de la nature, l’Uicn, ma non bastando certamente questo tutto questo si rivolge con estrema umiltà a uno dei pochissimi grandi esperti italiani del settore: il direttore del Parco nazionale del Gran Paradiso, Renzo Videsott. Nella lettera che Cederna gli indirizza il 12 febbraio 1964 due cose colpiscono.

La prima è appunto l’umiltà, la fattiva serietà:
«Occorre che io mi istruisca sulla storia della protezione della natura nel mondo, metodi, istituti, mezzi, esempi stranieri, eccetera. Questo volevo chiederLe: Lei può consigliarmi in proposito, magari indicandomi una prima bibliografia sommaria e orientativa?»

La seconda è un brevissimo accenno che però anticipa una visione e una posizione che Cederna terrà fino alla fine:
«In Italia, come Lei ben sa, bisogna battersi accanitamente per la difesa della natura in tutti i suoi aspetti. Ma per fare questo occorre liberare la gente dall’imparaticcio della filosofia idealista che ha insegnato che la natura e il bello di natura non esiste, che è cosa soggettiva.»

Qui Cederna mostra anzitutto di aver compreso che la difesa della natura ha molti aspetti, alcuni dei quali sicuramente già conosce mentre altri gli sfuggono ancora, anche se non sono meno importanti. Qui credo che stia uno degli elementi che rende più gravosa l’“assenza” di Cederna e meno raccolta la sua eredità: il fatto cioè che Cederna era pervenuto a “vedere insieme”, in modo saldamente unitario, beni culturali, questione urbana e territoriale, paesaggio e protezione della natura nelle sue varie accezioni. Uno sguardo olistico che - mi pare di vedere - non ha avuto finora in Italia eredi alla sua altezza. In secondo luogo Cederna sembra comprendere sin da ora, anche se in modo ancora embrionale, che la questione della protezione della natura, del paesaggio e del territorio non si può definire soltanto o prioritariamente in termini di valori morali o estetici, con tutto il carico di preferenze squisitamente soggettive che uno sguardo di questo tipo comporta. Cederna sembra comprendere al contrario che proprio dal protezionismo viene la richiesta di fondamenta ulteriori e più salde per la battaglia in difesa di beni universali, sia che si tratti di beni patrimoniali sia che si tratti di beni ambientali: fondamenta che stanno anzitutto nel sapere tecnico-scientifico e nel riconoscimento dell’utilità collettiva di un modello di sviluppo moderno ma razionale. In questo Cederna si ritrova sintonia sia col “vecchio” protezionismo italiano rappresentato da Videsott e da Alessandro Ghigi sia coi giovani del “gruppo verde” di Italia Nostra che hanno iniziato a operare da pochi mesi in seno all’associazione: Arturo sio, i fratelli Carlo Alberto e Pier Dionigi Pinelli, Paola Onelli e il più maturo Bonaldo Stringher jr.

Nel corso degli anni Cederna affinerà progressivamente questa visione sia convertendo una parte cospicua della propria attività pubblicistica a questioni di protezione della natura e in particolare alla questione delle aree protette, sia ribadendo la necessità di un approccio nutrito, si, di una salda passione morale e civile e di una imprescindibile sensibilità estetica ma anche e soprattutto di solide valutazioni tecnico-scientifiche e di obiettivi chiari.

Ciò fa in modo che quando, verso la fine degli anni Sessanta, la questione dell’ecologia intesa ormai in senso planetario viene all’ordine del giorno anche in Italia Cederna può ritrovarsi in in pieno all’interno del piccolo drappello di giornalisti che si sforzano di illustrarla all’opinione pubblica e di approfondirla, accanto in particolare ad Alfredo Todisco e Giorgio Nebbia. Proprio con Nebbia, ad esempio, con Vi rginio Bettini e con una giovane GraziaFrancescato Cederna è a Stoccolma per raccontare il vertice globale sull’ambiente del giugno 1972 mentre assieme a Todisco coordina e anima l’anno successivo un convegno organizzato dal suo giornale, il “Corriere della Sera”, volto all’elaborazione di “80 proposte per salvare l’ambiente” che vede la partecipazione tra gli altri di Aurelio Peccei, Leonardo Benevolo, Giorgio Ruffolo, Alberto Predieri, Franco Tassi e Giuseppe Montalenti.

Ma Cederna ha modo di ribadire più volte nel corso degli anni, in pratica fino alla fine, il suo approccio olistico, anti-aristocratico e anti-idealista alle questioni del patrimonio, del territorio e dell’ambiente abbozzato nella lettera del 1962 a Renzo Videsott, in questo mostrando di essere un autentico erede della tradizione lombarda che discende da Carlo Cattaneo. Lo farà infatti ancora nel 1975 nell’ampio saggio che introduce il fortunato volume einaudiano La distruzione della natura in Italia nel quale mette sotto accusa - in modo persino ingeneroso - la legge sulla bellezze naturali del 1939 a causa del suo impianto essenzialmente visuale e lo farà nuovamente nel settembre 1991 in un articolo per “la repubblica” nel quale appoggerà l’integrazione dell’articolo 9 della Costituzione con un riferimento alla natura.

In ogni caso il Cederna ambientalista, in ciò effettivamente coerente con le sue origini di fondatore e animatore di “Italia Nostra”, i spenderà soprattutto per la difesa dei parchi naturali esistenti e per la creazione di nuovi lasciando così un poco più sullo sfondo le grandi questioni sollevate, ad esempio, dal Club di Roma. E l’impegno per l’istituzione della riserva di Migliarino-San Rossore - una delle campagne più antiche e vivaci del movimento protezionista italiano del dopoguerra - è solo uno dei tanti terreni su cui Cederna si cimenta a partire dal 1962-63. Una ricognizione complessiva di questo suo impegno per le aree protette è tutta da effettuare ma è possibile qui ricordare almeno come il legame personale con Renzo Videsott prima e con Franco Tassi poi lo renderà per anni testimone diretto e costante delle vicende dei primi due parchi nazionali italiani e come l’iter e l’approvazione della legge quadro del 1991 sarà una delle iniziative parlamentari che lo impegnerà di più nel suo mandato a Montecitorio.

bianchibandinelli.it (m.b.)

“Ringrazio la presidente Laura Boldrini che dà prestigio alla nostra associazione con la cortesia della sua presenza. Ringrazio Walter Tocci che ha accettato di ricordare con noi Antonio Cederna, a vent’anni dalla scomparsa. Ringrazio quanti partecipano stasera alla nostra iniziativa. Ringrazio in particolare Desideria Pasolini dall’Onda che più di sessant’anni fece parte – con Giorgio Bassani, Elena Croce, Umberto Zanotti Bianco, Antonio Cederna e altri – del gruppo di benemeriti che fondarono Italia Nostra, per lunghi anni la più importante associazione ambientalista del nostro paese. (In verità Cederna, schivo come sempre, si tenne in disparte, e formalmente non figura fra i fondatori di Italia Nostra anche se ne è sempre stato l’ispiratore più importante).
Un mese fa, sabato 16 febbraio, abbiamo dedicato a Cederna un’indimenticabile passeggiata sull’Appia Antica, accompagnati da Rita Paris, Vittorio Emiliani e Giuseppe Cederna. Se i cittadini, non solo di Roma ma di tutto il mondo, possono godere di quello spazio sublime lo devono a Cederna che spese ogni sua energia per la salvezza dell’Appia. Uno spazio senza confronti, anzi l’unico confronto è con l’Acropoli di Atene, come ha scritto lo stesso Cederna.
In autunno, una terza iniziativa – curata da Giulio Cederna – riguarderà la presentazione di uno strumento navigabile e “interoperabile”, all’interno di una story-map dinamica dedicata alla ricostruzione delle principali tappe del lavoro e della vita del grande ambientalista. Come molti sanno, la splendida sede della soprintendenza archeologica di Capo di Bove ospita l’archivio di Antonio Cederna che la famiglia ha ceduto allo Stato. I circa tremila articoli disponibili presso l’archivio sono ormai tutti consultabili on line e, con il nuovo strumento che si sta mettendo a punto, consentiranno anche di costruire la carta dei luoghi di cui si è occupato Cederna e con che frequenza.
Stasera Walter Tocci ci ricorda Le politiche per Roma di Antonio Cederna (che era stato consigliere comunale e deputato di Roma). Mi pare evidente che ci interessa l’attualità del pensiero e dell’azione di Antonio Cederna. Cederna era un combattente, non subiva il fascino dell’Aventino, non si compiaceva di condannare e di esecrare, non amava isolarsi nello studio. Era invece attratto dall’agire collettivo, nelle associazioni, nei comitati, nella vita politica. Alla contundente efficacia di denuncia del suo giornalismo sapeva aggiungere, da militante ambientalista, una mirabile e concreta attitudine alla proposta, fino al disegno degli spazi (vedi l’Auditorium al Flaminio, o l’area archeologica centrale).
In questo sta l’attualità di Antonio Cederna. In una città come Roma che vive, ogni giorno di più, rassegnata e disincantata un terribile declino morale e culturale, conseguenza del malaffare e del malgoverno che hanno devastato la città, ricordare Antonio Cederna dovrebbe agire come una salutare scossa per restituire il senso dell’azione critica e dell’impegno, il gusto di partecipare alla costruzione del futuro. Di tutto ciò, che è la ragione della nostra iniziativa, parlerà Walter Tocci.
Mi fermo brevemente solo su un argomento. Chi mi conosce sa che sto per menzionare il Progetto Fori. Sono incapace infatti di pensare a Cederna senza abbinare la sua figura al Progetto Fori, e viceversa. D’altra parte, il più importante insegnamento che ho avuto da Cederna, è di non vergognarsi mai di ripetere le cose in cui si crede e che crediamo importanti, di sentirsi anzi obbligati a ripeterle senza preoccuparsi di apparire monotoni o noiosi. Non era solo una civetteria quando diceva che in tutta la vita aveva scritto sempre lo stesso articolo.
E in forza di quest’insegnamento ripeto anche stasera che il Progetto Fori è stata, in un secolo e mezzo di vita della capitale, la più straordinaria proposta di rinnovamento di Roma, non solo dal punto di vista dell’assetto fisico, ma anche dal punto di vista sociale e culturale. Del Progetto Fori – che da 35 anni è su un binario morto – vi dirà Walter Tocci che racconterà le vicende e ricorderà i protagonisti: Adriano La Regina, Giulio Carlo Argan, Leonardo Benevolo, Italo Insolera, Renato Nicolini. E soprattutto ricorderà la profonda, straordinaria, sorprendente intesa fra Cederna e il sindaco Luigi Petroselli.
Nel 1981, quando morì Petroselli, Cederna scrisse dello scandalo Petroselli, lo scandalo di un sindaco che credeva nell’importanza della storia nella costruzione del futuro. Ma non entro nel merito, il Progetto Fori lo ricordo per una ragione di stringente attualità. Mi riferisco al vivace dibattito in corso sulla valorizzazione del patrimonio archeologico. Valorizzazione che, negli ultimi tempi, è rivolta in maniera quasi esclusiva alla capacità dei beni culturali di rendere un utile economico. Anche le idee di Cederna e di Petroselli e dei protagonisti del Progetto Fori erano volte alla valorizzazione. Ma si trattava di un’altra valorizzazione, che rispondeva ai dettami di un’altra politica, una politica, aggiungo, concordemente condotta dallo Stato e dal Comune, anche se appartenevano a schieramenti politici contrapposti. Una politica che non si poneva il problema delle presenze turistiche e dell’utile economico, ma dell’utile culturale, dell’importanza dei beni culturali nella formazione di cittadini consapevoli. Una politica che voleva accorciare la distanza fra i cittadini romani, fra i borghesi del centro e i proletari e sottoproletari delle periferie. Una politica che voleva accorciare non solo i tempi di percorrenza, ma voleva anche – collocando i Fori Imperiali al centro della città moderna – ridurre la distanza fra i tempi della storia.
I meno giovani ricordano, nell’inverno 1980 – 1981, le domeniche pedonali lungo la via dei Fori Imperiali, una specie di estate romana in anticipo. Allora, per la prima volta, i cittadini, tutti i cittadini, ricchi e poveri, si sentirono eredi e custodi della loro storia.
Mi fermo. Da vent’anni ci manca Antonio Cederna. Ci manca il suo insistere che non esiste la civiltà moderna senza un rapporto vitale, non retorico, con la storia. E ci sentiamo obbligati a impegnarci perché Roma non dimentichi il suo esempio e le sue idee.
Walter Tocci è conosciuto da tutti e non devo presentarlo. Mi piace solo ricordare un stagione della nostra vita, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta. Allora Antonio Cederna e io facevamo parte di un gruppo – posso dirlo? – di compagni (fra i quali, Piero Della Seta, Paolo Berdini, Giovanni Caudo, Paolo Grassi, Giancarlo Storto) che si incontrava per discutere ed elaborare proposte per Roma. Il nostro giovane leader era Walter che noi – anime innocenti – volevamo sindaco di Roma.”

Oasis, I, 3 mag.-giu. 1985

Le ultime vicende ddl sul consumo di suolo (si veda http://www.eddyburg.ithttps://eddyburg.it/archivio/consumo-di-suolo-rallenta-la-legge/ mi hanno richiamato alla memoria un articolo di Antonio Cederna del 1985. Anche se il tema è trattato largamente altrove, mi pare che meriti di essere tenuto presente, sia per la data, sia perché non è elencato fra gli scritti esistenti nell'Archivio Cederna e accessibili online. (G.P.)

TERRITORIO SPAZIO DI VITA

ra che i giochi politici sono fatti vedremo se le promesse e le parole spese durante la campagna elettorale si tradurranno in programmi e azioni concrete: se cioè verrà affrontato il problema di fondo dell’ambiente italiano, il problema delle risorse scarse e del loro utilizzo ragionevole e parsimonioso.

La risorsa scarsa, limitata, irriproducibile per eccellenza è il suolo, il territorio: ogni sforzo dunque va fatto per porre fine al consumo irresponsabile che ne è stato fatto in decenni di sprechi, leggerezze e saccheggi.

Se si continuasse col passo attuale della cieca espansione edilizia, stradale, industriale eccetera, tra poco più di un secolo tutta l’Italia sarebbe ricoperta da una continua, ininterrotta, repellente crosta edilizia e di asfalto, tale da distruggere ogni produttività agricola e cancellare la stessa fisionomia paesistica, naturale, culturale di quello che fu chiamato il Bel Paese. Bisogna dunque che con l’aiuto di urbanisti ambientalisti ecologi, le pubbliche amministrazioni (comuni, province, comunità montane, regioni, eccetera) si decidano a fare sistematicamente i conti, a fornire le cifre relative al consumo di suolo e territorio perché tutti possano rendersi conto del disastroso traguardo che ci sta davanti se non si cambia rotta: un’Italia a termine, destinata ad essere tutta consumata e finita nelle prossime tre o quattro generazioni.

Gli amministratori sono restii a fare calcoli e a fornire le cifre, perché sono un essenziale strumento di conoscenza che può mettere in crisi il partito dei saccheggiatori: ma qualcuno ha cominciato a informare la pubblica opinione. I dati sono ancora parziali: ma come le “proiezioni” fatte alla televisione dopo la chiusura dei seggi elettorali esaminando un numero assai limitato di schede, già possono dare attendibili indicazioni su quello che sarà il risultato finale. Dunque, dai calcoli del CENSIS coi dati dell’ISTAT, risulta quanto segue.

Il suolo agricolo utilizzabile nell’ultimo decennio è diminuito del 9,4 per cento, perché distrutto dall’avanzare dell’urbanizzazione o perché abbandonato.

Regione per regione, è diminuito dell’8 per cento in Veneto e Lombardia, dell’11 per cento in Calabria, del 12 per cento in Liguria, Piemonte e Sicilia, del 16 per cento in Sardegna, del 17 per cento nel Friuli-Venezia Giulia. Nell’ultimo trentennio le aree non più classificabili come utilizzabili a fini produttivi hanno raggiunto la dimensione di circa 5 milioni di ettari (una superficie pari a Piemonte più Lombardia): il consumo è proceduto a un ritmo medio di 150.000 ettari all’anno.

In particolare, le aree antropizzate, cioè urbanizzate, sono raddoppiate: l’espansione delle città ha divorato la campagna al ritmo di 25-35.000 ettari all’anno. In sintesi, come ha calcolato Giuliano Cannata della Lega Ambiente, dal ’70 all’81 i terreni perduti perché abbandonati o occupati da edifici, strade, industrie, cave, discariche eccetera, sono passati dal 12,5 al 20,6 per cento del totale, pari a un consumo medio dello 0,7-0,5 per cento all’anno: nell’ultimo ventennio circa 3 milioni di ettari di terreni agricoli sono andati distrutti (e sono un decimo dell’Italia). Come a dire che se si continuasse ad andare avanti così, “tutto il territorio italiano, dal Cervino a Capo Passero, sarebbe finito in poco più di cento anni”.

Questa prospettiva suicida è il risultato di quella distorsione mentale che il CENSIS chiama “rimozione del territorio”. Con incoscienza l’abbiamo considerato come un vuoto da riempire, una res nullius, un oggetto di baratto e una fonte di lucro: i comuni hanno confezionato strumenti urbanistici grottescamente sovradimensionati, senza alcun rapporto coi reali fabbisogni, praticamente considerandolo tutto edificabile. Qualcuno ha calcolato che se si sommassero le cubature previste da piani regolatori e programmi di fabbricazione, l’Italia risulterebbe capace di ospitare, sulla carta, una popolazione superiore a quella degli Stati Uniti o dell’Unione Sovietica. Costruire il superfluo e l’inutile, questa la regola, e basta osservare quel che risulta dal censimento: in dieci anni la popolazione è aumentata di due milioni di abitanti, mentre sono state costruite 22 milioni di stanze, in buona parte seconde, terze, quarte case (per non parlare dell’enorme massa dell’abusivo): per cui oggi per 56 milioni di italiani ci sono più di 80 milioni di stanze.

Il deprimente spettacolo che offre il nostro Paese è sotto gli occhi di tutti. Un inverecondo sparpagliamento edilizio sommerge pianure e colline, abolendo ogni distinzione tra città e campagna e sommergendo le aree agricole, nell’ignoranza completa delle caratteristiche del suolo, nel disprezzo per gli aspetti paesistici, per l’ambiente naturale. L’edilizia dilaga a nastro lungo le strade, a ragnatela nelle periferie urbane: al costruito si accompagna l’asfalto, le discariche di rifiuti, in terreni vaghi, degradati, l’abbandono (a ogni ettaro costruito ne corrisponde mediamente un altro in attesa di essere liquidato).

È il “deserto abitato” che avanza nel disordine totale, rendendo a poco a poco irriconoscibile l’Italia: una clamorosa smentita alle regole elementari del vivere associato, un’incolta irrisione a ogni norma elementare di pianificazione urbanistica, una crescita dissennata che aumenta paradossalmente proprio mentre cala l’incremento demografico.

Una documentazione fotografica di questo dissesto territoriale, nella sua varia tipologia, sarebbe quanto mai utile in una rivista come questa.

Due sono le indagini recenti che danno un’idea drammatica della situazione: una riguarda l’area metropolitana milanese e la Lombardia in generale, l’altra la provincia di Roma. Come è stato documentato recentemente dal “Centro documentazione e ricerche” della regione Lombardia, nell’area metropolitana milanese (oltre un centinaio di comuni, 180.000 ettari) il consumo di territorio ha ormai raggiunto il 33 per cento, in nove anni (1963-1972) ne è stato distrutto più che nel secolo precedente, e si procede al ritmo dell’1 per cento all’anno, anche se è finita la grande espansione economica e demografica.

Il piano territoriale comprensoriale ha posto dei limiti alle previsioni comunali, e si propone di contenere l’espansione complessiva entro il 50 per cento, entro il duemila, che è già una “soglia di allarme”: se invece le cose continuassero ad andare per il verso sbagliato, osserva Gianni Beltrame, direttore del comprensorio, tutto il suolo verde e agricolo dell’area metropolitana milanese sarebbe finito entro 67 anni.

Al consumo di territorio per incontrollato avanzare di urbanizzazione, si aggiunge quello dovuto al degrado (brutta parola diventata ormai di uso comune), cioè a quell’insieme di interventi in vario modo offensivi e distruttivi, che vanno dall’attività selvaggia delle cave alle discariche di rifiuti all’isterilimento del suolo nelle sudice frange periurbane. Come ha osservato l’economista Mercedes Bresso al citato convegno, in Lombardia le cave, “vera e propria industria del dissesto”, compromettono circa 20.000 ettari, pari al 2 per cento della superficie regionale. Ad essi va aggiunto un 1-2 per cento di discariche e depositi di rifiuti, più un 8 per cento di “degrado diffuso” (spazi compromessi da utilizzazioni precarie, fasce di rispetto stradale, variamente occupate, depositi di materiali industriali, fabbricati in stato di abbandono eccetera): si arriva così all’11 per cento di territorio degradato, pari a circa 100.000 ettari, quasi il 10 per cento del suolo utile lombardo. Disordine, spreco, inquinamento delle falde idriche, erosione del suolo, distruzione di terreno agricolo: quanto costa il risanamento, il ripristino, il recupero di un terreno così devastato? Si valuta che il costo sarebbe di 35-40 milioni ad ettaro, quindi in Lombardia occorrerebbe spendere 3.500-4.000 miliardi, che diventano almeno 10.000 se l’operazione venisse estesa ai casi che richiedono interventi complessi (sgomberi, abbattimenti eccetera). Ecco quali sono i costi sociali scaricati sulla collettività dal saccheggio del territorio.

Altri dati allarmanti vengono forniti dall’indagine condotta dall’Assessorato al bilancio e programmazione della provincia di Roma, circa le destinazioni d’uso previste dagli strumenti urbanistici dei 118 comuni che la compongono. Il risultato è che, senza contare Roma, è prevista l’edificazione (tra zone di espansione, di completamento e turistiche) di 2.300 stanze per altrettanti abitanti: se si aggiungono i 7-800.000 vani residui previsti dal piano regolatore di Roma (tra edilizia privata e pubblica) si arriva a più di 3 milioni di stanze: come costruire ex novo un’altra Roma accanto all’esistente. A tanto può giungere il sonno della ragione, l’allegra incoscienza urbanistica (intanto, da anni, il territorio della provincia romana viene consumato al ritmo di tre ettari al giorno).

La prospettiva è dunque catastrofica: il “giardino d’Europa” corre alla rovina, e rischia di essere consumato entro poco più di un secolo, a meno che mentalità, cultura e politica non cambino radicalmente. Che fare? Occorre mettere finalmente da parte il mito anacronistico, folle e rovinoso della crescita illimitata fatta solo di sprechi, e decidersi a considerare il territorio come il bene più prezioso perché scarso e limitato, quindi come bene collettivo da conservare gelosamente. Non si salva ciò che non si conosce: è urgente impegnarsi alla conoscenza scientifica del territorio e del suolo nei loro aspetti produttivi, fisici, geomorfologici, ambientali, paesistici, naturalistici (uno studio del genere è stato fatto dal comune di Padova), e imparare a rispettarli.

Dobbiamo rovesciare il nostro modo di agire: non più urbanizzare alla cieca risparmiando eccezionalmente (quando pure a fatica ci si riesca) qualche area eminente, ma trattare tutto il territorio come un parco in linea di principio inedificabile, alla cui rigorosa salvaguardia subordinare ogni eventuale intervento. Altrimenti assisteremo alla distruzione del nostro stesso spazio di vita, e poco a poco la terra ci sarà strappata materialmente di sotto i piedi.

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