Mi chiamo Mauro Bernardi ed abito a Cento in provincia di Ferrara. Il vostro indirizzo me lo ha fornito una collega che è architetto, e che mi ha consigliato di segnalarvi la grave situazione che dobbiamo affrontare a Cento … forse potrebbe aiutarci ad evitare che la città venga stravolta da un ciclone speculativo-distruttivo che non ha precedenti nella sua storia (se pure le precedenti Amministrazioni non è che siano andate leggere..)
Nella città del Guercino l’attuale Amministrazione comunale (AN + altri di centrodestra. con F.I. all’opposizione assieme a P.D. e Com. Ital.!) sta portando avanti un “progetto di riqualificazione urbana” che stravolgerebbe completamente l’attuale area Verde/sportiva situata nei pressi di via S. Liberata. I cittadini stanno insorgendo: è nato un Movimento indipendente, NOI CENTO, che raccoglie persone di ogni orientamento politico decise a contrastare lo scempio, anche i partiti del centro-sinistra si sono mossi ed hanno costituito un Coordinamento che contrasta alcuni aspetti del progetto in elaborazione (ma, con una procedura molto discutibile, ad ACER Ferrara la Giunta comunale ha già conferito l’incarico per la predisposizione di un progetto preliminare!... ).
Vorremmo mettere in cantiere un'iniziativa per far conoscere alla gente altre esperienze di “riqualificazione” vere, spiegare alla cittadinanza che quanto vogliono realizzare snaturerà la città, un importantissimo comparto del centro verrà stravolto....ma vi spiegherò tutto se ci sarà la possibilità di un vostro intervento di sostegno, altrimenti non vale la pena di farLe perdere altro tempo.
Abbiamo mandato un po’ di materiale al gruppo dei Celestini di Bologna che ci hanno detto che ci faranno sapere …. Siccome sui giornali ed in città non si parla d’altro e la Giunta ha fretta di compiere quei passi dai quali poi sarebbe molto difficile recedere abbiamo pensato di disturbare anche voi.
Vi ringraziamo anticipatamente qualsiasi sia la risposta alla nostra domanda, le cose che abbiamo trovato sul sito sono interessantissime e sicuramente ci saranno molto utili.
Un’azione di svelamento e contrasto alle scelte urbanistiche sbagliate esige due cose.
La prima è l’esistenza di gruppi di abitanti, dotati di spirito critico e di un certo bagaglio di conoscenze da cittadini (non necessariamente “esperti”), disposti a impegnare parte del loro tempo per conoscere ciò che accade, studiare, verificare, comprendere, convincere altri (meno siamo meno contiamo). Su questo punto mi sembra che siate sulla buona strada, c’è da insistere con tenacia.
La seconda cosa necessaria è l’esistenza di esperti disposti anche loro a rinunciare a un po’ del loro tempo per mettere il loro sapere a disposizione dei cittadini che si battono per i propri diritti. Purtroppo su questo c’è una carenza grave. Mi sembra che gli urbnanaisti disposti a impegnarsi su questo terreno siano molto meno della domanda cher nasce dalla società. Avete fatto bene a rivolgervi ai Celesti, che erano (o sono ancora?) un gruppo ben organizzato, molto disponibile e molto capace. Vediamo che cosa vi rispondono, ma la loro collaborazione sarebbe un’ottima scelta. Per loro e per voi.
Siamo due cittadine di un piccolo territorio, Migliarino Pisano che sta subendo un attacco dal colosso svedese ikea, siamo alla presentazione del 3° progetto e questo sembra che ce la farà. Ma iniziamo dall’inizio…
Negli anni ‘60-‘70 il nostro territorio divenne oggetto di una delle più grandi speculazioni edilizie che l’Italia di quell’epoca avesse mai conosciuto, tesa a trasformare tutta la fascia costiera che si estende da Viareggio fino alla foce del fiume Serchio in un enorme porto turistico, distruggendo per sempre quell’ oasi naturale che lo stesso Presidente Martini successivamente definì una “perla ambientale” della Toscana.
Fu solo grazie alla massiccia mobilitazione della maggioranza dei cittadini vecchianesi, insieme all’aiuto di tante personalità appartenenti al mondo scientifico e culturale e all’impegno della appena nata Regione Toscana, che si riuscì a bloccare questo insidioso progetto denominato “Villaggio porto Cristina”. Dopo tante battaglie nel 1979, con una amministrazione di sinistra che elaborò un nuovo Piano Regolatore, (il precedente fu bocciato dal Ministero dei Lavori Pubblici) fu promossa e concretizzata la costituzione del Parco Naturale di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli.
Da quel momento in poi le amministrazioni comunali che si sono succedute al governo del nostro comune hanno sempre operato per la salvaguardia e la valorizzazione del territorio attraverso politiche di sviluppo compatibile correlate alla presenza del parco, risorsa di inestimabile valore. L’elevata sensibilità dei cittadini e degli amministratori ha fatto si che dalla costituzione del Parco ad oggi le situazioni di degrado territoriale venissero prontamente bloccate. Anche se le cose sarebbero potute andare meglio. Tutta la partita sottesa alla gestione di un territorio a vocazione turistica poteva essere sviluppato in un modo diverso e ora avremmo avuto i nostri posti di lavoro. Invece negli ultimi tempi ci sono state e ci saranno operazioni poco condivise, e poco in sintonia con le linee di sviluppo adottate da trent’anni a questa parte.
Ma oggi abbiamo questo progetto presentato in più riprese dal C.T.C. (Consorzio Toscano Costruzioni) insieme alla multinazionale IKEA con il quale si ipotizza la realizzazione di un Parco Commerciale nel Comune di Vecchiano in un’area dichiarata agricola dal Piano Strutturale del Comune, adiacente allo svincolo dell’autostrada (A11-A12), a ridosso della frazione di Migliarino e della Statale Aurelia e che confina con il Parco Regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli.
In breve proviamo ad evidenziare solo alcune fra le più importanti conseguenze che l’insediamento di una tale struttura indurrebbe nella nostra zona:
- un bacino di utenza di circa due milioni e mezzo di visitatori all’anno, concentrati durante i giorni festivi, oltre al conseguente incremento dei mezzi di “servizio” ad un’attività commerciale di questo genere, provocherebbero un impatto non indifferente sul precario equilibrio del sistema infrastrutturale dell’area già così compromesso ed insufficiente a sostenere un ulteriore aumento del traffico;
- un reale innalzamento dei livelli di inquinamento dell’aria ed acustico a danno della salute di tutti i cittadini in primis della frazione di Migliarino senza considerare l’impatto ambientale di tale struttura;
- una compromissione del tessuto socio-economico della piccola-media impresa artigianale e commerciale dell’area non compensato quantitativamente e qualitativamente dai risvolti occupazionali sbandierati in modo strumentale ma di fatto prevalentemente a tempo determinato e precari;
- una sicura riduzione attrattiva del territorio dal punto di vista ambientale e turistico. Molti sono coloro che apprezzano e vivono il nostro litorale per la bellezza e l’unicità del parco naturale all’interno del quale è incastonata una spiaggia fra le più belle della Toscana;
- una riduzione sensibile del livello di tranquillità e di qualità della vita, caratteristiche che nel tempo hanno saputo attrarre nuovi abitanti e visitatori.
Adesso noi siamo in grande difficoltà per vari motivi: questo progetto è stato ed è tutt’ora una vera patata bollente, lo scheletro nell’armadio degli amministratori e dei politici, tant’è che non se ne parla, lo si ignora sperando che la questione si risolva grazie all’intervento di qualcun altro “sporcandosi” il meno possibile le mani e senza perdere troppi consensi politici.
E’ talmente vera questa cosa che adesso si parla a breve termine di un referendum, ora che la gente è stata lasciata sola a crearsi pensieri e idee molto veloci e di superficie, vittima del facile populismo e della demagogia di che ha voluto strumentalmente caricare la parte dei posti di lavoro a scapito di altre implicazioni non meno rilevanti.
Eh si, quella partita è veramente tosta; una marea di posti di lavoro sbandierati come salvezza di un territorio, di un numero di giovani che pare non aspettino altro che essere assunti da ikea. Noi, invece, siamo diventati quelli che sputano sopra il lavoro per i giovani, la sinistra che dice sempre no a tutto, i sognatori del tempo perduto, i filosofi del si stava meglio quando si stava peggio, i falsi moralisti che ideologicamente dicono no alla grande distribuzione ma poi vestono griffato….
Non so quanto siamo state chiare, ma siamo due persone che hanno scelto di svegliarsi, di impegnarsi attivamente per il loro territorio. La nostra difesa non è dettata dalla volontà di precludere al nostro territorio un futuro, un futuro che non sia miope e che non scambi il dito con la luna
Il nostro impegnarci in prima persona non è nell’ottica di un “NO a tutto” bensì nell’individuare strade di “sviluppo” diverse, compatibili con la nostra storia e con le potenzialità ancora inespresse del nostro territorio. Abbiamo bisogno di tutto l’aiuto che potete darci: informazioni di Comuni con buone pratiche che hanno risolto difficoltà simili alle nostre, suggerimenti su che strada seguire, su quali strategie, o meglio ancora avere un vostro supporto anche in termini di partecipazione ad iniziative volte a sensibilizzare culturalmente i cittadini dimostrando che è possibile declinare diversamente le voci lavoro, sviluppo e crescita.
Insomma abbiamo provato a fare il quadro della situazione, è un vero SOS a cui speriamo risponderete. Per saperne di più, per avere il polso della situazione http://www.lavocedelserchio.it/
Sicure che tutti quelli che sono contrari a questo progetto approveranno questo nostro appello, vi porgiamo i nostri e i loro saluti e restiamo in attesa di una vostra risposta
Dalle informazioni che abbiamo assunto non risulta che le previsioni di cui si parla siano compatibili con il piano strutturale vigente. La costruzione di un nuovo centro commerciale in un'area agricola, come tale disciplinata dal piano strutturale, richiede - necessariamente - una serie di varianti ai piani urbanistici. Ci sono quindi gli spazi per chiedere di essere ascoltati prima dell'adozione del piano e richiedere una risposta, scritta ed esplicita, sulle critiche formulate, e per presentare osservazioni alla variante di piano dopo l'adozione. Bisognerebbe anche controllare se per caso nel PIT (il piano regionale) e nel PTCP (il piano provinciale) non vi siano norme, eluse o interpretate in senso estensivo, per consentire la variante urbanistica (in questo caso si può sollevare il problema per via amministrativa). E' un lavoro faticoso, dei cittadini da soli non riescono a compierlo se non si aggregano e cercano sostegno da parte di qualche tecnico bene orientato¨ce ne sono anche nelle amministrazioni pubbliche. In Toscana c’è la Rete dei comitati per la difesa del territorio, credo che sia un punto di riferimento da non trascurare; qui è il loro sito:http://www.territorialmente.it/. Ma qualunque azione di contrasto non è detto che vada a buon fine. Salvo errori o abusi, l'ultima parola spetta - come è giusto che sia - al consiglio comunale. E se la maggioranza è pro-Ikea l'unica cosa è adoperarsi per una maggioranza differente. Anche qui, non da soli: se agisce da solo ciascuno di noi è perdente.
Caro direttore,
Renato Nicolini opera una ricostruzione per lo più convincente della Roma notturna, dai "suoi" anni Settanta ad oggi, ed ha ragione nel proporre come nuovi luoghi di aggregazione giovanile l'Auditorium (attorno al quale però c'è una sorta di deserto, non un ristorante, non una buona pizzeria aperta dopo le 23), l'Ostiense e altro ancora. Mi convince meno quando parla di centro storico dove gli spazi sono ristretti e dove il rimbombo della gente che sta in strada fino all'alba diventa insopportabile (conosco persone che hanno lasciato per disperazione la casa in Santa Maria dell'Anima emigrando in Prati). Ma soprattutto aggiungerei, quale causa scatenante, alla abolizione dei piani commerciali all'epoca della giunta Rutelli una vigilanza urbana diventata la più latitante del mondo sviluppato e gli effetti perversi del decreto poi legge Bersani. Che ha liberalizzato le licenze senza salvaguardare con una norma tecnica - sottoponendo le nuove licenze ad una qualche autorità - i centri storici ora invasi, specie nelle città universitarie e del turismo, da ogni sorta di locale. Statistiche recenti ci dicono che da una parte Roma ha perso più di ogni altra città il turismo "alto", quello dei grandi alberghi, dall'altra ha visto aprire 242 nuove pizze a taglio. Perché? Perché nelle pieghe della Bersani c'è una norma la quale consente ai forni, notoriamente aperti di notte, di vendere direttamente i loro prodotti, essenzialmente pizze di vario tipo. Così abbiamo visto, per esempio a Trastevere, sparire un forno tradizionale che, di fatto, è diventato pizzeria notturna. Abbiamo cos liberalizzato la devastazione commerciale notturna dei centri storici incrementando la forma peggiore di "divertimentificio". Quella che spinge i pochi residenti rimasti a trasferirsi anch'essi altrove, decretando la fine di ogni tessuto e quindi controllo sociale. Del resto il presidente dei commercianti romani Pambianchi non ha chiesto a gran voce di allentare vincoli, prescrizioni, regole (già regolarmente calpestate) per "rianimare" i consumi nel gorgo di questa crisi che peraltro Confcommercio e Berlusconi - solo loro - negano?
Ti pongo allora un altro problema: con la recessione in atto vi sono molti locali del centro chiusi o prossimi a chiudere, facile preda, temo, dei soli che oggi hanno soldi da spendere e che sono mafiosi, camorristi, malavitosi vari, italiani e cinesi. Temo che tutto ciò, se non si corre presto ai ripari (e non ci correrà certo la giunta Alemanno votata dai bottegai), gran parte della città antica sarà conquistata da affaristi e riciclatori di denaro sporco. Già adesso assistiamo allo stravolgimento di talune strade in poche battute: via del Banco di Santo Spirito, che va verso Ponte Sant'Angelo, è stata "cinesizzata" in pochi giorni cacciando un buon antiquario e altri negozi decenti (ripagati da una buonuscita elevata) sostituiti da questi orrendi rivenduglioli di "souvenir" a prezzi infimi fra i quali campeggia un paio di boxer maschili con tricolore e pene marmoreo bene in vista. Vicino ad immagini sacre, giubilari, naturalmente. L'Italie telle quell'est, scriveva un secolo fa l'anarchico Francesco Saverio Merlino esule in Francia. Rome telle quell'est. Di notte e di giorno.
Con cordiali e amari saluti
Caro Emiliani, la tua analisi è esatta. Mi sembra che non sia distante dall’ispirazione del bell’articolo di Nicolini: anche lui esprime il timore si possa “aprire la strada alla trasformazione del centro in uno shopping mall a cielo aperto, con bar e ristoranti”.
É una strada, per la verità, che è già aperta e percorsa nelle città più belle e nei cenbtri storici più prezioni. Man mano che la grande pompa aspirante dei “non luoghi” svuota i centri urbani (e non solo quelli antichi) dalle attività tradizionali del piccolo commercio, legato alle esigenze quotidiane degli abitanti, i luoghi più pregiati vengono invasi da paccottiglia (la chiamano junk) e da attività assolutamente prive da ogni connessione col luogo, A volte, come a Roma, inquinate dalla malavita organizzata. Parafrasando Soru si potrebbe dire, pensando a quegli scimmiottamenti di città che sono gli outlet, che hanno costruito città-scimmie e hanno trasformato in scimmie le città esistenti. É evidente che questo è avvenuto anche perché, a partire dagli anni 80 e 90 del secolo scorso, si è gridato “via lacci e lacciuoli”, “mercato è bello” e si sono abbandonate le regole. Lo sai che a Venezia il primo atto che fece la giunta Cacciarinel 1993 fu di abrogare una delibera, approvata dalla precedente giunta Casellati, che applicava a Venezia il dispositivo di una legge nazionale (dovuta a Oscar Mammì), che avrebbe consentito il controllo delle licenze commerciali per garantire il carattere tradizionale di certe botteghe, e che avrebbe impedito la realizzazione dei McDonald e simili)
C’è anche da dire da tempo la pigrizia era subentrata, e si era affidato alle regole molto più di quanto le regole possano dare. Ricordo, ad esempio, che quando cominciò l’avanzata della grande distribuzione molti di noi, inascoltati profeti, insistettero su fatto che il piccolo commercio doveva spinto ad attrezzarsi per resistere, e associarsi per offrire al cittadino vantaggi dello stesso peso di quelli offerti dai supermercato, sia pure di diverso carattere. Forse la spinta delle potenze economiche era troppo forte, il piccolo commercio troppo arretrato, la politica già poco attenta, e quella resistenza non ebbe successo. Comunque il problema resta quello, come sostengo nell’ultimo eddytoriale. L’attuale predominio, fuori e dentro le città, di questo commercio (“non luoghi” da una parte, mercificazione e imbarbarimento e invivibilità dei centri urbani dall’altra) è il frutto di forze che nessuno sembra voler contrastare. Che andrebbero invece contrastare a partire dall’ideologia che esprimono, e che è diventata, ahimè, opinione corrente. Siamo diventati un popolo di clienti, e forse, come abbiamo la politica che meritiamo, abbiamo anche il commercio che meritiamo.
Cari amici di Eddyburg, ho letto con interesse l'articolo del 23 gennaio di Nicolini, riportato su Eddyburg (Ripensare il Centro per una nuova movida). Vorrei fare un breve commento. Sono, in generale, d'accordo con il fatto che vada controllato "l'uso" che si fa di alcune zone della città, come suggerisce Nicolini. Il punto è che lo strumento che egli propone, un qualche cosa di simile a un piano per il commercio con il "controllo delle destinazioni d’uso sostenibili", pone più problemi di quanti non ne possa risolvere. Bisognerebbe, in pratica, stabilire in maniera artificiale dei limiti a certi usi commerciali. Certamente il problema è che certe zone del centro sono diventate grandi mense per turisti di bassa qualità e alti costi. Ma siamo proprio sicuri che la causa sia quella che traspare dal ragionamento di Nicolini, e cioè che il cattivo uso del centro storico sia semplicemente da ricondurre al funzionamento del mercato?
Non ne sarei così sicuro. A parte che nessuno sa quale sia la quantità giusta di esercizi commerciali da dedicare a un uso piuttosto che a un altro, a me sembra che il problema, negli ultimi anni, sia stato non la "deregolamentazione" del commercio, ma il fatto che si è "deciso" di non applicare tutto il resto delle norme esistenti. Oppure, le stesse, sono state applicate in maniera bizzarra. Mi spiego: con quali criteri sono stati rilasciati i permessi di occupazione del suolo da parte dei ristoranti in centro, spesso in aree che non consentono la disposizione di tavolini se non a detrimento del diritto di tutti a utilizzare strade, piazze, marciapiedi? Il dilagare dei Bed & Breakfast riduce l'offerta di case per l'affitto anche perchè tutte le ovvie regole dei B&B vengono violate. La massa crescente di turisti venuti a Roma negli ultimi anni hanno soddisfatto il loro bisogno di mobilità attraverso i pullman privati e non con una più adeguata e ordinata offerta di trasporto pubblico (la proposta di ArcheoTram di Tocci-Cederna è stata lasciata nel dimenticatoio). Sono stati aperti nuovi alberghi in zone dove non c'è spazio adeguato per il transito dei pullman, ma si è chiuso un occhio rispetto al fatto che questi continuassero a invadere il centro e le zone limitrofe per servire gli alberghi. E che dire del piano parcheggio Pullman non rinnovato dopo il giubileo? Potrei continuare a lungo. Insomma, il problema non è tanto fare nuove regole. Il punto è che non abbiamo un'amministrazione in grado di applicarle ne la volontà politica di fare in modo che l'amministrazione si attrezzi per fare adeguatamente il proprio dovere.
Quindi, non me la prenderei, anche se velatamente, con il mercato. Il grande economista dello sviluppo Paul Streeten diceva che un mercato forte ha bisogno di uno stato forte. Lasciamo che agisca la libera iniziativa degli imprenditori, la quale include anche tutte quelle attività culturali che rendono belle e ricca la vita notturna di una città e che rimarrebbero probabilmente fuori da un piano del commercio pensato da Alemanno o Cutrufo. Ma facciamo rispettare a tutti i limiti a certe attività. In caso, introduciamone di nuovi che siano chiari, facili da rispettare. Oppure, si faccia pure a un piano come suggerito da Nicolini. Ma i problemi che ho segnalato sono del tutto indipendenti e, probabilmente, contano molto di più per una efficace gestione della città.
Non mi sembra che Nicolini proponga oggi il piano del commercio della legge: sostiene una cosa secondo me sacrosanta: che occorre tornare al controllo delle utilizzazioni del suolo e delle sue parti. Se gli urbanisti non ritengono di essere in grado di farlo meglio del Mercato, è meglio che cambino mestiere. Se poi s’illudono che il Mercato sia in grado di servire l’interesse comune, è meglio che comincino a studiare come stanno le cose nella realtà.
Certo che le regole non sono sufficienti (penso che nessuno l’abbia mai sostenuto), ma è altrettanto certo che senza regole stabilite secondo i criteri della pianificazione pubblica le fanno, opacamente e interessatamente, i poteri che governano l’economia. Poteri davanti ai quali il cittadino si trova notoriamente e totalmente indifeso, mentre le regole pubblich, essendo trasparenti, sono sempre discutibili. Comunque le mie idee le ho espresse più ampiamente nell’ultimo eddytoriale, e in numerosi altro articoli raccolti in eddyburg.
Avverto una certa aria di rassegnazione, anche se rabbiosa, attorno al violento e vergognoso sgombero di Conchetta. Come se ormai fossimo giunti alla fine di una epoca, lunga bella forte, per molti aspetti unica, e non rimanesse che prenderne atto, purtroppo. Qualcuno lo ha perfino scritto che ormai siamo in un'altra epoca e che non c'è più che coltivare semmai il ricordo del glorioso passato.
E se invece proprio questo sgombero si trasformasse in un nuovo inizio? Se si ricominciasse proprio da qui, opponendosi in tutti i modi alla chiusura di Conchetta? Se si chiamassero a raccolta tutte le forze - vecchie e nuove - per dimostrare che, sia pure in una Milano diversa e una Italia abbuiata, non c'è nessuna fine, ma anzi ci sono modi nuovi di praticare le tradizioni che sono state costruite per decenni e decenni? I simboli hanno sempre avuto un grande valore e Conchetta è un simbolo forte, come è già stato testimoniato su queste pagine.
«Lotta dura senza paura» scriveva ieri su queste pagine Ivan Della Mea, che ha 66 anni. Io ne ho 82, ma ho la stessa inesausta voglia. E se la abbiamo noi, certamente ci sono tantissimi giovani e ragazzini che non saranno da meno. Si tratta, oltre tutto, di una lotta piena di significati, perché Conchetta evoca non soltanto un obiettivo politico ma anche, e forse soprattutto, un obiettivo culturalmente assai alto. Non per caso non si è ancora, ripeto ancora, avuto il coraggio di toccare l'archivio di Primo Moroni, che contiene anche materiali donati da molti di noi perché pensavamo che quello fosse il posto più fecondo per la loro utilizzazione.
La cultura di Conchetta non è, in gran parte, assimilabile ad altre - in primo luogo perché si è sempre fondata sulle relazioni e poi perché ha raccolto i contributi di persone che concepivano la cultura come fondamentale nutrimento della vita, della vita quotidiana di ciascuno. Ricordo, su questo piano, quando, insieme con Franco Fortini, Sergio Bologna, Primo Moroni e un gruppo di altri fondammo Altre Ragioni, il cui titolo fu proposto proprio da Fortini. Fu lì, a Conchetta, che quella rivista nacque ed era naturale che fosse così. E ricordo che quando riuscii a fare invitare Primo Moroni alla trasmissione Parlato Semplice - rubrica della mattina prodotta da Rai Educational - i suoi interventi rappresentarono una riconosciuta novità, una riconosciuta novità culturale per il programma.
Sì, è importante ricordare che Conchetta è stata la sede del Cox 18 di Primo Moroni e che questo ha segnato la sua storia, peraltro costruita anche a fatica da tanti altri, anche prima di lui. Dunque oggi non solo difendere Conchetta ma ricominciare da Conchetta può essere, tra l'altro, il modo giusto per dimostrare che, nonostante tutte le controversie e le sconfitte che conosciamo, la sinistra - la vera sinistra - può tuttora camminare e anzi è capace di rinnovare il suo passo. E come meglio potrebbe farlo se non partendo da un luogo che porta sulle spalle tanto passato ed è al contempo capace di tuffarsi nel futuro?
postilla
Questo caso potrebbe anche intitolarsiCox 18: la gentrification e i bifolchi. Bifolchi che conosciamo bene anche se sono travestiti da manager o sedicenti operatori culturali, ma ormai da lustri propongono in pratica una sola idea del mondo: chi ha i quattrini spopola, gli altri o fanno le loro puttane o si levano di torno. Normalmente con le brutte maniere.
La scusa per usare queste brutte maniere si trova sempre: il traffico, l’esposizione internazionale per nutrire i pescecani del pianeta, il necessario spazio di manovra per i metri cubi dell’archistar di turno. Il caso specifico tocca stavolta (come ben racconta Cesareo) un punto molto alto, ovvero non solo il presente, ma la storia e la memoria di un pezzo di città e di società. Che si vuole spazzar via, magari relegandola sul web, nello stesso modo in cui si relegano parcheggiati nello sprawl metropolitano i ceti operai o i commercianti cinesi.
La prospettiva, che sfugge anche agli stessi bifolchi dal portafoglio imbottito, è quella di un mondo appiattito e mentalmente desertificato, fatto di labirinti metropolitani su cui incombono ubiqui gli schermi dei predicatori. Si concludeva con queste immagini, allora apparentemente catastrofiche, il libro di Nanni Balestrini e Primo Moroni, L’Orda d’Oro, sottotitolo: 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. [di seguito a titolo di puro esempiodel tipo di memoria che si va a distruggere allego qualche pezzo di materiali scritti da Primo Moroni, che sono poi confluiti nel libro, e che mi trovo ancora sull'hard disk dopo aver collaborato ad alcune correzioni e editing negli anni '80]
Avevano ragione? Magari no, ma forse si.
Comunque, il consiglio è almeno di leggere e aderire all’appello scritto da Marco Philopat per Cox 18 (f.b.)
Caro Eddyburg, Marco Casamonti, già indagato a Firenze per corruzione nella vicenda Castello/Fondiaria/Sai, è stato arrestato per turbativa d'asta a Terranuova Bracciolini (AR). Ben s-pregiudicati questi astri nascenti dell'architettura italiana, commenterebbe forse d'Avec ! Ma, come osservava Marc Bloch nel suo "Esame di coscienza di un francese" scritto nel 1940 alla vigilia della sua entrata nella resistenza antinazista in cui avrebbe trovato la morte, "in una nazione nessun corpo professionale è mai totalmente responsabile dei propri atti. La solidarietà collettiva è troppo forte perché un'autonomia di tal genere sia possibile". I fatti di Firenze sull'area Castello, quelli di Pescara sul riuso dell'ex sedime ferroviario, le indagini in corso a Perugia, a Genova, a Milano chiamano in causa non solo la moralità della classe politico-amministrativa e dei suoi tecnici, ma di un'urbanistica delle trattative senza progetto generale di città che ci ha riportato indietro di quarant'anni, a prima della legge ponte del 1967, alle "convenzioni" senza Piano regolatore, alle inchieste dell' Espresso su "Capitale corrotta, nazione infetta".
Eppure nel Parlamento del bi-partitismo, teoricamente alternativo eccetto che per le regole istituzionali, in materia urbanistica i parlamentari milanesi Lupi (FI) e Mantini (PD)continuano a presentare disegni di legge che mostrano un'invincibile attrazione fatale nel legittimare e perpetuare quel regime di trattative senza regole. Sarà o no il sintomo di quella "solidarietà collettiva" da cui scaturiscono poi gli scandali urbanistici su cui indaga la magistratura e si pone la questione morale ? E perché nessuna forza politica, fuori e dentro il Parlamento, pone con forza e coerenza la necessità di porre fine al quasi ventennio di deregolazione diffusasi coi Piani integrati e gli Accordi di programma, per tornare ad una pianificazione generale collettiva e condivisa ? Non servono, altrimenti, le lacrime di caimano sui grattacieli storti o le tardive indignazioni sulla decadenza morale dei pubblici amministratori.
Come non condividere il tuo amaro giudizio? Dobbiamo continuare a insistere, e a sperare che diventino sempre più evidenti agli uomini di buona fede le ragioni per le quali continuino a manifestarsi dissesti, degradi, sprechi e dissipazioni di risorse essenziali, abbandono dell’interesse generale, rinuncia a ogni futuro per noi e i nostri posteri. Queste ragioni si chiamano anche abbandono della regolazione del territorio nell’interesse della maggioranza dei cittadini, e introduzione di quegli strumenti deregolativi cui fai riferimento. Ad alcuni faccio cenno nell’eddytoriale che sto per mettere in rete.
Su questo sito si discute da sempre, con varie sfumature e prospettive, sul ruolo del “privato” nella società di oggi, specie nelle decisioni che assunte in una prospettiva particolare finiscono poi per riversare i propri effetti sulla sfera collettiva, locale e non.
Il territorio è quasi sempre uno dei luoghi privilegiati in cui si evidenziano queste contraddizioni, a volte con grande visibilità anche mediatica, a volte lontano dai clamori, ma non per questo con effetti meno importanti. È stato, ed è, il caso delle trasformazioni tutte “market-oriented” del territorio lombardo, di cui spesso si parla, come nella vicenda di Piazzatorre, piccolissimo comune delle valli orobiche letteralmente travolto dalle seconde case, e ultimamente dalla fame di risorse dell’amministrazione comunale, pronta a vendere anche l’ultimo pezzettino di spazio libero a un’iniziativa di “sviluppo del territorio” pur di far quadrare i bilanci.
Ne nasce un conflitto piuttosto anomalo, almeno per queste pagine, dove sono i proprietari delle seconde case ad esprimere dissenso per un degrado impossibile da influenzare, anche perché ovviamente a loro è negato il diritto di voto in quanto non residenti. Parte della vicenda è ricostruita sul loro blog e ora si aggiunge una piccola raccolta di firme, che qui si considera specificamente rivolta a un’opinione pubblica esterna. È opinione di chi scrive che sia utile aderire.
Di seguito il testo dell'appello e il link per l'adesione. Per chi volesse qualche dettaglio tecnico in più, il Documento di Inquadramento e quello di Sintesi del Programma Integrato di Intervento (begli esempi di urbanistica privatistica alla lombarda) sono allegati qui in fondo.
Piazzatorre è un piccolo paese della Valle Brembana, in provincia di Bergamo. Soffre dell'abbandono caratteristico di molte località di montagna e di un'economia troppo sbilanciata sulle seconde case, che lo hanno reso sempre meno attraente anno dopo anno. La sua amministrazione vorrebbe sviluppare un nuovo programma edilizio per far costruire altre seconde case per altri 450 abitanti, quando ce ne sono a sufficienza per quasi 8000, su una popolazione di circa 430 residenti effettivi. Pensiamo sia un'idea sbagliata. Se siete d'accordo sosteneteci.
Stimatissimo prof. Salzano, generalmente non trovo molto interessanti - nè probanti - i testi delle conversazioni telefoniche usate dagli inquirenti e dai giornali per dimostrare qualche tesi, ma il caso delle recenti vicende fiorentine mi ha veramente rattristato, confermando quanto poco rispetto del "bene comune" (come fosse una polenta da spartirsi) coloro che sono stati chiamati a rappresentarlo. E l'articolo del prof. Baldeschi è rivelatore, per quanto molto corretto e misurato. Le invio la copia di un articolo del Corriere redazione di Firenze, non per spingerla a pubblicarlo sul suo sito, decisione che spetta a lei, ma soprattutto per "condividere" con lei questa amarezza.
Una nota da parte mia: il suo sito non è dedicato all'architettura, trattando di temi superiori. Ma io temo che una gestione non etica dell'urbanistica porti indirettamente anche alle tante brutture architettoniche, per non dire di peggio, che oggi "decorano" la nostra periferia... che si tratti di una vera e propria impostazione mentale (non riesco a dire "culturale")? Le invio anche una mia foto della casa dello studente Erasmus in via Maragliano a Firenze.... un dettaglio, che credo significativo.
Credo che siamo in molti a condividere la sua amarezza. E sono convinto che sarebbe bello che si fosse trattato di un caso di “normale” corruzione, e non invece dell’espressione di un diffuso costume di ignoranza dell’esistenza di un bene comune: di un patrimonio che chi amministra dovrebbe rendere accresciuto, e non diminuito. Dobbiamo sforzarci di comprendere perché tutto ciò è pootuto accadere, perché si è propagato questo degrado delle coscienze. Non mi stanco di ripetere che abbiamo gli amministratori che ci meritiamo, nel senso che sono lo specchio, e l’espressione, del “senso comune”. In che modo questo senso comune si è formato? Come modificarlo, come restaurare un buon senso che comprenda come non è l’individualismo, l’”arrangiati come puoi”, la strada che può aiutarci a risolvere i nostri problemi? Sono convinto che far rinascere il senso critico nei giovani (e in tutti) sia un passaggio necessario, e che indurre le persone a ragionare su ciò che accade, su chi ne guadagna e chi paga, aiutare a guardare dentro gli eventi, dentro le scelte di chi governa (o comanda9 sia limpegno che deve essere svolto da chiunque ha un po’ più di sapere, o di lucidità, degli altri. Aiutamoci a farlo, come lei ci aiuta.
Non pubblico l’articolo del Corriere, perché riporta parole sciagurate che eddyburg ha già ripreso da altri giornali. Inserisco invece qui sotto la sua fotografia.
il documento conclusivo del Secondo Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua), Aprilia, 22-23 novembre 2008.
Sono stati due anni e mezzo importanti quelli che il movimento per l’acqua ha trascorso dal primo Forum del marzo 2006 ad oggi. Abbiamo messo in comune le nostre esperienze di lotta e di mobilitazione nei territori per l’affermazione dell’acqua come bene comune e diritto umano universale e contro la sua privatizzazione.
Abbiamo collettivamente scritto una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e la sua gestione pubblica e partecipativa.
Abbiamo costruito una campagna di raccolta firme che per sei mesi ha visto iniziative in ogni angolo del paese e ci ha permesso di raccogliere oltre 400.000 firme.
Abbiamo realizzato la prima manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua e per la difesa dei beni comuni, con 40.000 persone che hanno sfilato per le strade della capitale.
Abbiamo intensificato, diffuso, approfondito le mobilitazioni territoriali contribuendo a costruire il nuovo alfabeto dei beni comuni e della partecipazione dal basso.
Abbiamo costruito un movimento unito e articolato, radicale nella volontà di cambiamento e inclusivo delle differenze e delle culture d’appartenenza, partecipato e democratico.
Abbiamo messo a disposizione la nostra esperienza per costruire la Rete Europea per l’acqua pubblica, che ha visto il suo atto di nascita nel recente Forum Sociale Europeo di Malmoe.
Nel frattempo molte cose sono cambiate, dando ancora più forza alle nostre ragioni.
Il mondo è oggi attraversato dalla più importante crisi economica e finanziaria che la storia ricordi, mentre si è approfondita la crisi alimentare globale e si è definitivamente appalesata la crisi ecologica e resi evidenti i primi effetti permanenti dei cambiamenti climatici planetari.
Un modello di ordine mondiale, fondato sul pensiero unico del mercato, sull’accaparramento predatorio delle risorse naturali, sulla mercificazione dei beni comuni e la loro consegna ai grandi capitali finanziari, sullo svuotamento della democrazia e della partecipazione popolare sta dimostrando il proprio completo fallimento.
Il “crack” globale dell’economia finanziaria rappresenta l’esito di trenta anni di politiche liberiste, basate sull’assioma “privato è bello”, sulla deregolamentazione del lavoro, sulla privatizzazione dei servizi pubblici, sulla espropriazione dei diritti sociali.
Oggi sono i grandi poteri bancari e finanziari ad invocare l’intervento pubblico e il sostegno statale.
Oggi sono i più sfrontati liberisti a dichiarare il fallimento del mercato.
Lo scopo è chiaro : ottenere un nuovo travaso di risorse dalle collettività ai poteri forti per rilanciare i flussi finanziari mondiali e riprendere l’espropriazione di risorse.
Così si chiedono sostegni pubblici alle banche, mentre si approvano normative –come l’art. 23 bis della Legge n. 133/2008- che perseguono la definitiva messa sul mercato dei servizi pubblici locali, a partire dall’acqua e dal servizio idrico integrato.
Così si approvano normative per il drastico taglio dei fondi alle scuole di ogni ordine e grado, si inasprisce la precarietà e ci si appresta ad eliminare il contratto collettivo nazionale per il mondo del lavoro.
“Noi la vostra crisi non la paghiamo” dichiara uno straordinario movimento per la scuola pubblica, una ”Onda anomala” di studenti, universitari, maestre, genitori, insegnanti, precari, che ha aperto una nuova fase della mobilitazione sociale, con al centro la lotta contro la privatizzazione del sapere e la riappropriazione di uno spazio pubblico, come luogo dei beni comuni, dei diritti sociali e della democrazia.
“Noi la vostra crisi non la paghiamo” risponde un mondo del lavoro che rifiuta la socializzazione degli oneri della crisi finanziaria e chiede un nuovo intervento pubblico a sostegno delle fasce deboli della popolazione e per la definizione di un nuovo modello di produzione basato sugli interessi collettivi e la sostenibilità ambientale e sociale.
“Noi la vostra crisi non la paghiamo” rilanciano i movimenti per i beni comuni e le loro lotte territorialmente diffuse, ponendo al centro della propria iniziativa la riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni, la loro cura e conservazione per le generazioni future, la loro gestione partecipata dai cittadini, dai lavoratori e dalle comunità locali, come motore di una ricostruzione dei legami sociali, di una riaffermazione dei diritti collettivi, della riproduzione di un’appartenenza sociale aperta e condivisa.
In una parola, di una nuova democrazia e di un altro mondo possibile.
Lo sciopero generale del 12 dicembre, in questo quadro, diventa un punto di unificazione sociale fondamentale e può costituire un momento a partire dal quale porre il tema di un diverso modello produttivo e sociale, alternativo a quello avanzato dal pensiero unico neoliberista. Per questo saremo presenti, con la nostra specificità, a tale appuntamento.
In questo contesto, il movimento per l’acqua è chiamato ad un ancora più forte rilancio della propria iniziativa, per mettere in campo una mobilitazione ampia, diffusa e determinata contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, per il ritiro dell’art. 23-bis della Legge n. 133/200, per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e per la difesa e la riappropriazione sociale dei beni comuni.
Abbiamo voluto realizzare questo secondo Forum italiano dei movimenti per l’acqua ad Aprilia, la cui mobilitazione popolare è stata in tutti questi anni uno dei cuori del nostro movimento, per la diffusione capillare della protesta, per la tenacia della lotta contro la privatizzazione, per la capacità di autorganizzazione dal basso.
Vogliamo qui ribadire la nostra totale solidarietà alla lotta di Aprilia e il nostro reciproco impegno affinché sia proprio da questo territorio martoriato che parta la necessaria inversione di rotta e fiorisca una delle prime esperienze di ripubblicizzazione dell’acqua.
Con Aprilia salutiamo tutte le altre decine di lotte e di vertenze aperte nel paese.
Siamo idealmente e concretamente al fianco di ognuna di esse, consapevoli che ogni passo avanti conquistato in ciascun territorio renderà più forte la nostra battaglia comune.
Ai comitati di Nola e dei comuni limitrofi auguriamo il successo nel referendum del prossimo dicembre, ottenuto con costanti e importanti mobilitazioni popolari.
E salutiamo con grande calore e solidarietà le lotte e le conquiste ottenute dai movimenti sociali a livello internazionale : dall’America Latina, dove paesi come l’ Uruguay, la Bolivia, il Venezuela e l’Ecuador, hanno cacciato le grandi multinazionali e inserito nelle proprie Costituzioni l’acqua come diritto umano universale e la gestione partecipativa e comunitaria del servizio idrico, fino alla città di Parigi, che proprio in questi giorni approva la ripubblicizzazione dell’acqua e la sua gestione partecipativa, liquidando mezzo secolo di gestione in mano a Suez e Veolia, le due più grandi multinazionali dell’acqua, sconfitte nel cuore del loro impero.
Salutiamo la nascita del Coordinamento nazionale degli enti locali per la ripubblicizzazione dell’acqua, come un altro importante passo per la ricostruzione di una diversa democrazia locale, basata sulla riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni.
Agli amministratori locali che ne fanno parte chiediamo un forte impegno per la diffusione e l’estensione della partecipazione di più enti locali possibili, ma anche il coraggio di osare il cambiamento nei propri territori, favorendo la partecipazione dal basso e costruendo le condizioni, qui ed ora, per la ripubblicizzazione dell’acqua.
Riaffermiamo come elemento centrale per la lotta del movimento per l’acqua il coinvolgimento diretto dei lavoratori del servizio idrico, la cui partecipazione ci impegnamo a costruire in ogni luogo di lavoro, costruendo la più ampia collaborazione con la lotta dei comitati.
Un Forum da cui usciamo con la conferma di alcuni elementi e impegni strategici :
A) la centralità delle lotte territoriali, che ci impegnamo a diffondere ed estendere in tutto il paese, attraverso la costruzione di una vertenzialità diffusa, per interrompere dovunque gli ingranaggi della privatizzazione e aprire in tutti i luoghi possibili la strada della ripubblicizzazione.
In questa direzione ci impegnamo a costruire campagne e vertenze a partire dai seguenti punti:
1) verifica puntuale dei contratti di affidamento in corso e, laddove ne sussistano le condizioni, richiesta di risoluzione degli stessi per nullità, colpa e violazione;
2) vertenza generalizzata contro il sistema tariffario, dal contrasto ai continui aumenti delle tariffe alla rimessa in discussione della quota fissa, dalla restituzione degli importi devoluti in seguito all’illegittima retroattività degli aumenti alla sperimentazione di forme di autoriduzione tariffaria per il 7%, previsto come remunerazione del capitale investito;
3) vertenza sulle quote tariffarie relative a fognatura e depurazione, per la restituzione ai cittadini, nei territori sprovvisti, delle somme indebitamente riscosse in tutti questi anni e dichiarate illegittime dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 335 del 10/10/2008;
4) vertenza sulla lotta agli sprechi e alla corruzione.
B) il rilancio di una forte vertenza nazionale, dalla richiesta di ritiro dell’art. 23 bis della Legge n. 133/08, in merito al quale valuteremo anche la possibilità di un ricorso per incostituzionalità, alla moltiplicazione degli enti locali che deliberino nei propri statuti la dichiarazione del servizio idrico integrato come “servizio privo di rilevanza economica”, a iniziative di mobilitazione che conquistino alla battaglia per l’acqua pubblica una nuova centralità dentro l’agenda politica nazionale, aprendo la strada alla legge d’iniziativa popolare.
Su questo specifico punto demandiamo al prossimo coordinamento nazionale –luogo aperto alla partecipazione di tutte/i- il compito di formulare proposte concrete da sottoporre alla consultazione di tutto il movimento per l’acqua.
Nell’incrocio tra rilancio delle vertenze territoriali e di quella nazionale, particolare attenzione va dedicata al tema delle multiutilities e dei loro processi di aggregazione, che si configurano sempre più come la più compiuta mercificazione e finanziarizzazione dell’acqua e dei beni comuni, l’espropriazione dei territori e lo svuotamento della partecipazione democratica. Su questo terreno, oltre alla messa in campo di più precisi elementi di conoscenza ed osservazione del fenomeno, dando gambe alla costruzione di un vero e proprio “Osservatorio sulle multiutilities”, occorre iniziare a praticare, attraverso la connessione delle varie realtà territoriali interessate, vere e proprie vertenze che si diano l’obiettivo di mettere in discussione i cardini su cui poggiano le scelte di finanziarizzazione e deterritorializzazione che vedono protagoniste le multiutilities.
Ma da questo Forum usciamo anche con alcune importanti innovazioni di strategia, dettate come sempre dalle esperienze concrete, sperimentate nelle mobilitazioni territoriali e nella vertenza nazionale:
C) l’allargamento del nostro raggio d’azione, attraverso la costruzione, attorno alla nostra lotta contro la privatizzazione dell’acqua, di una piattaforma generale di mobilitazione sull’intero ciclo dell’acqua: dalla lotta per il diritto ad un’acqua di qualità e contro gli inquinamenti e le nocività, a quella contro l’imbottigliamento commerciale della stessa; dalla lotta per la conservazione della risorsa a quella contro gli usi dissennati della stessa in campo agricolo, industriale, energetico e urbanistico.
D) l’impegno europeo ed internazionale per rafforzare le lotte che in tutti i paesi del mondo si stanno diffondendo per la riappropriazione sociale dell’acqua, contro le multinazionali e le grandi istituzioni finanziarie dell’economia liberista; in questa direzione, oltre a riaffermare il nostro impegno nella Rete Europea per l’acqua pubblica, saremo direttamente presenti al Forum Sociale Mondiale di Belem nel gennaio 2009 e parteciperemo alla costruzione del Forum alternativo che, nel marzo 2009, a Istanbul vedrà tutti i movimenti internazionali per l’acqua contestare il forum mondiale dell’acqua, gestito dalle multinazionali e dai governi.
E) l’apertura e il confronto con altre esperienze di movimento e di mobilitazione in difesa dei beni comuni, a partire dai beni comuni naturali, dall’energia ai rifiuti, la cui connessione con la lotta per l’acqua pubblica si è resa concretamente evidente e consentirà, nella specificità di ogni percorso, la costruzione di nuove sinergie e di comuni percorsi di mobilitazione.
Mentre, a proposito di beni comuni, riteniamo che la mutata fase sociale, dovuta al crollo del liberismo fondato sulla finanziarizzazione dell’economia e della società e alla grande reattività sociale apertasi contro le privatizzazioni e per la costruzione di un nuovo spazio pubblico, apra le porte a nuove connessioni in difesa dei beni comuni sociali, dalla casa alla sanità, dai trasporti alla scuola, dall’istruzione alla conoscenza.
In questo senso, salutiamo tutte le mobilitazioni in corso nel paese per la difesa della scuola pubblica, per il diritto all’istruzione, alla formazione e alla conoscenza, e contro la mercificazione dei saperi.
Esprimiamo loro la più completa solidarietà, mentre ci impegnamo a produrre fra le nostre reciproche esperienze di mobilitazione le più ampie sinergie e connessioni possibili.
La loro lotta è la nostra, la nostra lotta è la loro.
In questi giorni ad Aprilia ci siamo di nuovo incontrati, abbiamo confrontato le nostre esperienze, abbiamo socializzato i saperi e le pratiche.
Torniamo nei territori con nuova fiducia e altrettanta determinazione.
Perché il futuro ci appartiene.
Insieme sapremo riprendercelo.
Caro Eddyburg, ho letto sul manifesto la breve notizia che ti riporto di seguito. Penso sia interessante perché applica a livello statale un procedimento che da noi potrebbe essere proposto a qualche regione (ammesso e non concesso che qualcuno voglia fare ancora delle case popolari). Forse sarebbe il caso di approfondire il tema su eddyburg, che è sempre più indispensabile. Grazie per il lavoro che fai! Ciao
Ecco l’articolo, da il manifesto del 29 ottobre
Crisi immobiliare
IL GOVERNO SPAGNOLO COMPRA TERRENI
Per dare ossigeno alle imprese messe in ginocchio dalla crisi delle costruzioni, il governo spagnolo acquisterà suoli edificabili dalle agenzie immobiliari, sui quali realizzerà ventimila alloggi di edilizia sociale.
L'offerta pubblica di acquisto dei suoli è la principale misura contenuta nel Piano statale di alloggi e riattazioni 2009-2012, presentato lunedì dal Ministro per la Casa, Beatriz Corredor, alle Comunità autonome, ai sindacati e ai patronati. E ha il doppio obiettivo di riattivare, da un lato, un settore in crisi e, dall'altro, di realizzare l'intervento di edilizia popolare annunciato dall'esecutivo per la legislatura.
L'offerta di acquisto ha una previsione di bilancio di 300 milioni di euro, ai quali SEPES, la società pubblica di gestione del suolo, aggiungerà altri 130 milioni per le urbanizzazioni. Le immobiliari che vogliono vendere suoli, che non riescono a collocare sul mercato a causa della crisi del settore, hanno tempo fino al prossimo 29 dicembre per presentare le proprie offerte che, dal primo gennaio al 30 aprile 2009 saranno vagliate dalla SEPES.
Ti ringrazio molto, la nota mi era sfuggita. Giro la proposta ad amici di eddyburg che sono più competenti di me in materia, e pubblicherò le loro risposte. La pratica che mi sembra interessante, e che si avvicina a quella del piano spagnolo, è quella di chiedere a tutte le lottizzazioni convenzionate una cessione di un tot di aree da cedere al comune per realizzarvi edilizia residenziale pubblica. Ma dove non c’è consistente espansione c’è comunque necessità di abitazoni locate a caanone commisurato a redditi molto bassi o incerti? Possibile che l’Italia sia l’unico paese nel quale non si può espropriare a prezzi ragionevoli (che non compensino cioè i c.d. “diritti edificatori”), o comprare aree a prezzo di terreno agricolo? La cosa continua a restare misteriosa, almeno per me.
Questo pomeriggio (10 settembre . n.d.r.) alle 18.00 circa il Consiglio comunale di Torino guidato dal sindaco del PD Sergio Chiamparino ha votato (con il voto contrario di alcuni consiglieri del PCd’I, di Rifondazione Comunista, di Sinistra democratica e della Lega) la ennesima variante del PRG (la 164!) con la quale si autorizza un innalzamento oltre i 150 metri del grattacielo del San Paolo e degli altri che potranno sorgere sulla spina 2, a due passi dagli ottocenteschi quartieri della città. Durante il voto un gruppo di cittadini tra cui noi del “non grattiamo il cielo” hanno manifestato per dire che la città non ha bisogno di grattacieli, ma di servizi sociali e di impegno verso i lavoratori. Le proteste e le iniziative di questi mesi cui anche tu hai contribuito (ti ricordi la presentazione del tuo volume alla facoltà di architettura?) non sono evidentemente bastate a smuovere una maggioranza che si fonda sulla vendita del territorio pubblico alle grandi imprese e gruppi bancari. Allego una mia riflessione su questi temi che ha trovato sul “giornale dell’architettura” del maggio scorso uno spazio parziale. La nostra lotta comunque non si ferma…
La riflessione che sviluppi nel tuo scritto (scaricabile qui sotto) mi sembra del tutto condivisibile. E confesso che è umiliante essere costretti a dire si o no sulla base delle contrapposizioni maniche: il ragionamento, e le conseguenti scelte, dovrebbero seguire proprio il percorso che tu proponi. Il fatto è che se Torino non ha bisogno di grattacieli, ne hanno bisogno il potere finanziario, di cui il Municipio è sempre più succube. Il modo in cui la politica è divenuta serva (sciocca, vorrei aggiungere) dell’economia, e di un’economia a sua volta schiacciata sulla rendita, è cosa che indigna chiunque abbia un’idea di che cosa “città” significhi. Mi pace la frase con cui concludi la tua lettera: la lotta non deve fermarsi.
Caro Eddyburg, mi chiamo Andrea Nurcis sono un artista originario di Cagliari ma vivo tra Roma e Bologna. Un amico archeologo, Marcello Madau, mi ha segnalato il suo sito che trovo sia davvero entusiasmante. Attualmente mi sto occupando del problema di Tuvixeddu che mi sta molto a cuore perchè sono cresciuto su quel colle. A Tuvixeddu, come saprà, esiste una delle più grandi e importanti necropoli fenicio-puniche del mondo semita del mediterraneo occidentale. Sin dall'infanzia trascorrendo la mia vita a Tuvixeddu, ho potuto sviluppare la mia visionarietà che mi ha portato negli anni, a scegliere l'arte come motivo principale della mia esistenza. Io penso che a Tuvixeddu qualsiasi progetto edilizio, sia esso di natura privata, come il complesso residenziale di 400 appartamenti della Coimpresa in accordo col comune di Cagliari, sia di natura pubblica, come il progetto di parco archeologico proposto dall'architetto Gilles Clément sostenuto dalla Regione Sardegna, siano assolutamente inadeguati, per quelle che sono le peculiarità storico ambientali del colle Tuvixeddu-Tuvumannu.
Il contesto del colle va assolutamente vincolato nella totalità della sua area e riportato ad una condizione ottimale per quanto riguarda le sue caratteristiche ambientali, geomorfiche e floristiche. Va inoltre “restaurato” l'ambito archeologico riportandolo il più vicino a quello che è il suo senso originario, cioè un luogo sacro in cui oltre 3000 anni fa furono sepolti gli antenati dei cagliaritani. Andrebbero abbattute tutte le strutture che interferiscono e che si sovrappongono col sito archeologico. Andrebbero poi applicate delle forme di protezione e fruibilità al pubblico che non snaturino il senso del luogo, cioè che non lo “mummifichino” in un museo per turisti, perchè Tuvixeddu dovrebbe essere un cantiere archeologico in piena attività, visto che anche negli ultimi anni, durante degli scavi non certo di carattere scientifico quanto “edilizio”, sono stati fatti dei rinvenimenti di grande valore. Personalmente “restaurerei” utopicamente e provocatoriamente anche l'ambito “antropologico” di Tuvixeddu, riportandoci le greggi delle pecore che durante la mia infanzia e adolescenza vi transumavano, pascolando tra le millenarie tombe e anche le prostitute che la notte frequentavano il colle per la sua caratteristica di luogo isolato, lontano dall'urbanizzazione e dal traffico cittadino. Credo che Il colle di Tuvixeddu debba rimanere un luogo isolato, una campagna” in mezzo alla città. Darei delle aree alla gente, persone anziane in pensione che hanno vissuto in quella zona per tutta la vita, che la conoscono e la amano, legate per generazione o per cultura alla campagna, affinchè ci coltivino i loro orti.
Insomma su Tuvixeddu, eviterei ovviamente ogni forma di speculazione edilizia, ma anche ogni forma di “imborghesimento”, abbellimento. Riporterei il luogo al suo dignitoso stato integro, grezzo-romantico ottimale.
Voglio lasciarle il link di un articolo apparso qualche giorno fa sul Die Zeit, che non ho visto segnalato nel suo sito e che mi sembra molto interessante. Qui c'è la pagina in tedesco; e questo è il link della traduzione italiana:
Condivido pienamente e sue preoccupazioni. Mi sembra stupefacente che la difesa di Tuvixeddu-Tuvumannu debba essere confinata a un conflitto tra poteri pubblici. Ancor più mi scandalizza che la stampa e la televisione nazionale vi diano così poco peso. Sono certamente stati compiuti errori da tutte le parti (sebbene non si possano mettere sullo stesso piano gli errori di procedura e di correttezza amministrativa compiuti nella difesa con l’errore capitale di minacciare l’integrità fisica di quell’inestimabile patrimonio o di esserne complici). È forte il rimpianto per quei governanti che sapevano agire con velocità ed efficacia; il ricordo va a Giacomo Mancini e alla sua difesa dell’Appia Antica. Ed è forte l’indignazione per un’opinione pubblica che non sa reagire, non sa difendere i propri tesori, non sa ribellarsi contro il furto sacrilego: perché di questo si tratta.
Nei limiti delle possibilità di questo sito cercheremo di promuovere un’azione di stimolo nei confronti dei poteri pubblici coinvolti. La minaccia che grava su Tuvixeddu è pari a quella di una calamità nazionale: in casi simili in una nazione che conservi qualche brandello di dignità e di cultura chiunque ha un briciolo di potere scende in campo.
Caro Eddyburg, forse alla tua cartella dedicata alle “Parole” potrà trovare asilo questo breve testo noto come "indovinello veronese" - vergato sul margine di un documento oggi conservato presso la Biblioteca Capitolare della città scaligera, e databile attorno al 900 d.c. - è il primo esempio letterario del proto-volgare, un latino tardissimo che va già trasformandosi in italiano:
Se pareba boues
alba pratalia araba
& albo uersorio teneba
& negro semen seminaba
Spingeva avanti i buoi,
un bianco campo arava
e teneva un bianco aratro,
e nero seme seminava.
È interessante che questo testo oggi così lontano, ove già l'italiano occhieggia bambino sotto le gonne della madre latina ormai decrepita, descriva l'atto dello scrivere, la scrittura, attraverso la metafora-indovinello (peraltro insita nella doppio significato del latino "versus": verso poetico, ma anche solco) del bue che ara i campi, dell'aratro che scava il solco, del contadino che sparge i semi. Metafora della metafora: copula con la carta da cui nasce la parola-fantolino?
Per chi voglia approfondire consiglio il saggio di Julián Santano Moreno, Il solco e il verso. Il luogo della metafora, "Rivista di filologia cognitiva", I, 2003; anche all'indirizzo web " http://w3.uniroma1.it/cogfil/solco.html"
Grazie, , tutto quello che aiuta a comprendere la complessità e la ricchezza dei nostri patrimoni è utile.
Caro Eddy,anche questa volta il tuo fondo del 28 giugno è da sottoscrivere. Ammiro la chiarezza con la quale indichi il compito che la sinistra (il centrosinistra?) ha di fronte: da subito dove è diventata localmente maggioranza e nella prospettiva biennale di preparazione alle elezioni politiche (e all'intermezzo regionale) da vincere su una base di assoluta differenziazione dal modello berlusconiano e di impegno a ridurlo in macerie. Cosa non facilissima, pensi tu e pensiamo tutti con te, appunto perché certi germi della poliposa malattia che ha contagiato buona parte della popolazione sono penetrati anche, come la scabbia, sotto la pelle di qualche politico nominalmente all'opposizione. Tant'è, oggi siamo contenti e, benché alieni da entusiasmi infantili grazie a frequenti verifiche dei fatti in un lungo passato, siamo pieni di speranza, dico la speranza che a ognuno è concessa e che è certo meno della piena fiducia in tutti i comandanti del barcone del centrosinistra. E poi debbo essere, io, contento nel particolare come milanese e come originario novarese. Le province hanno scarsa importanza, si ritiene comunemente, eppure il caso di Milano è due volte importantissimo: perché rappresenta da un lato l'atteso segnale di valore generale proveniente dalla più simbolica oltre che ben munita fortezza berlusconiana, dall'altro l'occasione di sperimentare nel concreto un modo nuovo di svolgere i compiti di politica sociale e territoriale che comunque spettano alla provincia (per esempio varie forme di assistenza sociale, gestione di istituti scolastici per la parte edilizia e, specialmente interessante per noi urbanisti e architetti, stesura dei piani paesistici). Nota che la provincia di Milano, una volta che sarà sottratta fra breve la nuova provincia di Monza, dopo quelle di Como, Lecco e Lodi, viene quatta quatta a corrispondere territorialmente pressappoco a quella specie di area metropolitana per la quale chiedevamo due decenni fa veste istituzionale, con relativo governo superante la logica dei cento sindaci, o meglio dei novantanove sindaci deboli sotto il peso del primato di Milano. Quasi che si rilanciasse il famoso comprensorio 21 fra i trentadue lombardi, circa la creazione dei quali s'era dato quel tale accordo fra le forze politiche e culturali che sparì di colpo insieme al disegno dei comprensori: peraltro silenziosa e incomprensibile la sinistra ai cui "storici" impegni risaliva la funzione del Centro studi volta alla costituzione del Piano comprensoriale (come decenni prima del Piano intercomunale). Quanto alla provincia di Novara, un solo esempio: attendiamo un'immediata azione urbanistica di alta rilevanza: mi spiego: è pronto da tempo un bellissimo progetto dettagliato del nostro collega Sergio Rizzi per il Parco della battaglia, la battaglia che si combatté nelle campagne a sud della città (alla Bicocca) conclusa con l'armistizio nelle mani del generale Radetzki e l'esilio del re Carlo Alberto. Il piano ha ricevuto tutte le approvazioni "superiori", sovrintendenza compresa, e avrebbe dovuto approdare appunto a un più ampio Piano paesistico, in effetti già predisposto da Rizzi. Ed ecco l'amministrazione provinciale di centro-destra affossare tutto, parco e piano paesistico; ed ecco il compito di rilancio e piena realizzazione che spetta nell'immediato al centrosinistra. In breve sui punti del tuo fondo che ritengo prioritari Analisi scientifica delle forze in gioco: ho sempre sostenuto che non si può impostare alcuna politica sociale e, specificamente, territoriale, se non si capisce la distribuzione e il peso (e ovviamente il mutamento in serie storica) delle diverse classi presenti alle diverse scale sul territorio (perdono, meglio dire webernianamente ceti). Anche nei progetti a scuola queste erano basi del progetto insieme all'analisi fisica. Patrimonio comune: la destra odia i valori comuni e gli obblighi societari. I maledetti slogan tipo è il mercato che comanda, è l'interesse (e il benessere) individuale che decide forse hanno intaccato qualche mente dell'opposizione, ma c'è abbastanza tradizione "comunista" nella sinistra per ricuperare nel senso che delinei. Assoluta mancanza a sinistra, per lunghi decenni, del tema territorio: nessuno può smentirti. La mia disperata posizione in merito al territorio e all'ambiente e al paesaggio e all'architettura la conosci. Tuttavia quel 10 % di territorio ancora "salvo" cui altra volta ho accennato, lo si protegga sul serio per dio, si pianifichi per ricostruire o per non erigere (ved. altrove), ci si rivolga con uguale vocazione difensiva e dimostrativa a preservare dai perenni aggressori le città, le campagne, le coste, le montagne..., insomma il patrimonio della geografia nazionale residuale, in vista speranzosa di un possibile incremento futuro: se governeranno a lungo dei giusti nella misura in cui (apposta berlinguerianismo) ce ne saranno.Ciao, Lodo
Caro Eddyburg, la terza delle questioni, che a me paiono emergenti e urgenti, riguarda la figura e il ruolo dell’INU. Sulla sua storia ho scritto alcuni fogli, che qualche amico urbanista ha avuto modo di leggere.
Era noto e ripetuto che il nostro Istituto fosse un corpo con più anime diverse, anche contrapposte. Lo è stato fin dalla nascita nel 1930, quando la formula accademica professionale ha vinto su quella di istituzione al servizio della pubblica amministrazione. Ambiguità e incertezze sono durate nei decenni successivi. Quando sul panorama urbanistico italiano cominciavano ad allungarsi da oltre oceano le ombre della controriforma neoliberista, a Milano ’90 si è tentato, generosamente ma ormai tardivamente, di portare in piena luce le opposta anime interne, per arrivare almeno a un compromesso, che desse vita unitaria al corpo dell’Istituto. La storia dovrà registrare il rifiuto della maggior parte degli urbanisti italiani, durato ben oltre le poche giornate del congresso, di affrontare l’impegno, certo non facile ma necessario.
Il nodo inestricabile, che si era creato, è stato tagliato, come il famoso gordiano, licenziando il vecchio gruppo che fino allora aveva guidato l’Istituto in quelle acque procellose, e facendo largo ai giovani. Ne è seguito un INU tranquillo, senza contrasti interni, con qualche segno di stima da parte del mondo accademico e politico ufficiale. A questo punto però, se si considerano i problemi tuttora irrisolti e in molti casi aggravati, che affliggono le nostre città e l’ambiente abitato in genere, si può nutrire qualche perplessità sulla linea di moderata neutralità (la si chiami pure riformista) assunta dall’INU: Né vale più che tanto la stima ritrovata nella politica e cultura ufficiali. Di ciò qualche dubbio è emerso nello stesso INU, ma senza alcuna risonanza di rilievo.
Due episodi non secondari vengono oggi ad appesantire la situazione. La sostanziale adesione dell’Istituto alla proposta di nuova legge urbanistica della maggioranza di governo (ma non solo) in un testo che è inaccettabile per che ha vissuto la storia dell’Istituto. Le dimissioni di Salzano, che non è un socio qualsiasi, motivate da varie ragioni, compresa la suddetta adesione. Di questo quadro si possono immaginare esiti diversi (come le anime). Che nell’INU tutto proceda tranquillamente come prima. Il trasformismo è per alcuni un vizio, per altri una virtù nazionale. Che si venga allo scoperto, e si tenti un chiarimento nello spirito di Milano ’90 (in teoria sempre possibile). Che si sancisca la definitiva rottura, che alcuni danno di fatto per scontata.
In ogni caso mi sembra che emerga, e non sia eludibile, il quesito circa la figura e il ruolo dell’INU. Chiedendosi anzitutto se oggi ha ancora senso una istituzione come l’INU. A questo dubbio radicale risponderei con una ulteriore domanda. Come e con quali strumenti culturale e politici si pensa di proporre (e magari praticare) il riordino delle nostre squallide periferie e la salvezza dei nostri centri storici, sempre pericolanti? E ancora, volendo allungare lo sguardo oltre casa nostra, proporre una alternativa alle ammucchiate di mediocri grattacieli e di orribile favelas, che riempiono il mondo? Come surrogare una istituzione (espressione di un ordine politico culturale direbbe Olivetti) che promuova i principi dell’Urbanistica? Dobbiamo confidare in qualche mano invisibile o divina Provvidenza di vichiana memoria?
In conclusione, se riteniamo che qualcosa come l’INU sia pur necessaria, mi sembra ragionevole ritornare sulla nostra storia. Può allora capitare, come è capitato a me, che questa storia suggerisca una radicale "rifondazione", con tutto quello di non poco e non facile che ne conseguirebbe. Può essere un’idea sbagliata. Meriterebbe comunque discuterne, per trovarne eventualmente di migliori.
L’INU è stato un organismo di battaglia culturale, in vari momenti della sua storia. Perciò ha svolto un ruolo di rilievo nella società italiana: negli anni in cui si preparava la legge urbanistica del 1942, come quando si è aperta la vertenza politica per la "riforma urbanistica", all'inizio degli anni 60. Ha svolto un ruolo altrettanto rilevante per la formazione dell’urbanista in Italia (non si può non ricordare Giovanni Astengo e la "sua" Urbanistica). La mia opinione è che ha potuto svolgere questo ruolo quando era l’espressione di una linea culturale condivisa, che era possibile quando gli urbanisti erano relativamente pochi. Non ha saputo reggere alla sua trasformazione in una associazione di massa, nonostante i tentativi di alcuni di noi. Ora è un’associazione meramente corporativa, priva di collegamenti con la sua storia (non ti sembra singolare che nessuno mi abbia chiesto di ritirare le dimissioni?). Io credo che le strade per un ruolo quale quello che tu auspichi non passino più in quelle stanze. Comunque, la discussione è aperta.
Gentile prof. Salzano, ho scoperto casualmente il suo sito e ne sono rimasto francamente affascinato: è così raro oggi approdare in luoghi della rete che risultino di spessore...
E così ho potuto ripercorrere grazie a lei tappe importanti anche del mio passato (emozionante la foto della manifestazione per la casa a Roma del 69 e, se non ricordo male, ci fu l'occupazione simbolica del Campidoglio, con canti notturni registrati in diretta da Sandro Portelli, ecc...). Ho militato in un collettivo romano (Collettivo edili Montesacro, una costola del Manifesto uscito da esso insieme ad Aldo Natoli) e ci siamo occupati più volte di lotta per la casa. E' stata una grande università di vita..
Ho letto scorrendo gli articoli che riguardano Enrico Berlinguer che voleva sapere della data del Discorso ai giovani: è stato tenuto a Milano nel 1982 ma non sono ancora riuscito a sapere giorno e mese. appena lo saprò sarà mia cura inviarglielo.
Se me lo consente sarà anche mia premura girarle qualche buona ricetta (io e la mia compagna ci dilettiamo di cucina soprattutto perchè è un piacere con gli amici) e anche qualche eccellente ristorante belga (siamo tornati da alcuni giorni da un breve soggiorno di arte e cucina in Belgio e Olanda. Una vera scoperta il Belgio, l'arte, la cioccolata e la sua cucina a base di birra) per un prossimo suo viaggio. Un vero godimento anche la sua rubrica dei suoi viaggi: se le piace la Grecia e le sue isole le segnalo Ikaria, l'isola dei confinati comunisti, con le sue terme e i "paneghiri" di agosto (feste dionisiache dal pomeriggio all'alba riprese dalla chiesa e successivamente "infiltrate" dai comunisti per sovvenzionamento, e oggi di tutti) ei venti che precipitarono Icaro; è posizionata di fronte a Efeso, Turchia.
E' stato un piacere conoscerla, in rete. Molti cordiali saluti
Grazie Andrea. Grazie dell'informazione, delle promesse, dei ricordi.
Magari ci ci siamo incontrati in quegli anni: sono stato consigliere comunale a Roma, prima indipendente poi iscritto, nella lista del PCI, dal 1966 al 1974: da Natoli a Vetere. E magari abbiamo anche litigato, perché io ero fedele "picista". Sono stati tempi difficili ma vivi: anche chi stava su posizioni diverse condivideva le stesse speranze. Non solo, ma anche chi militava sulla sponda opposta aveve le sue speranze, diverse dalle nostre ma comunque ispirate a un'altra visione del bene comune. E' lì che bisogna tornare, sebbene la strada sia lunga, e tortuosa: non si vede (almeno, io non vedo) da dove passerà.
Il discorso ai giovani di Enrico Berlinguer è qui
Caro Eddy, tu che hai qualche anno in più rispetto a me ne avrai viste di ogni genere. Ma forse sarai d'accordo con me sul fatto che qui non si tratta di cicli storici, ma di declino di una civiltà. Siamo nel Basso Impero. E non so se alla fine di un medioevo prossimo venturo ci sarà un nuovo Rinascimento, perché anche sperando nell'era dell'idrogeno mi sa che mancheranno altre condizioni per il rifiorire di una civiltà degna di questo nome. Le belle parole del tuo edditoriale sul voto sono nello stile che mi ha fatto appassionare alla causa della politica e dell'ecologia, e dell'urbanistica che si occupa di entrambe, ormai dal 1988 o giù di lì, da quando per la prima volta sentii parlare di effetto serra. Oggi dopo averne prese tante e restituite poche, anche perché ho giocato con le mani nude di chi non ha potere, ne ho meno voglia di te, che potresti essere mio padre. Mi dispiace essere attraversato da un lucido disincanto, ma tant'è. Leggendo le tue righe ho provato un po' di nostalgia per quando mi impegnavo pienamente per una causa giusta, fino a farmi anche venire l'ulcera a litigare con i verdi e tra i verdi. Ho provato anche una certa voglia di ritrovare quelle motivazioni, e quelle ragioni. Certo che un programma delle forze progressiste per la ri-civilizzazione degli Italiani sarebbe l'unico progetto politico sensato per le sinistre. Ma al di là della reazione di disgusto a berlusca e alle prepotenze dei nuovi paladini dell'egoismo, credi davvero che il nostro sistema politico consenta ai partiti di vivere senza finanziamenti illeciti? credi davvero che il cinismo dilagante nella nostra classe dirigente - politica e non - possa regredire? Credi davvero che i sindacati possano qualcosa se dietro le spalle hanno la voragine delle masse di nuovi schiavi asiatici che lavorano per un tozzo di pane e davanti a sé gli imprendiitori con il bilancio in rosso? Non dico come la Fallaci che dobbiamo difendere la nostra superiore civiltà dai barbari olivastri, ci mancherebbe altro, ma credi che al confronto con le barbarie e le miserie del mondo non venga voglia agli italiani di ridurre il proprio fardello di scupoli invece di apprezzare ciò che si ha e di praticare i buoni sentimenti? Un quadretto negativo, salvo eccezioni, s'intende. Obiettivo minimalista, dunque: teniamoci stretti, almeno, che se la nave va alla deriva, che almeno ci vada un po' più lentamente.Postilla: nonostante tutto, continuo a sentirmi bene quando mi alzo la mattina, e quando incontro persone e cose belle. Potenza della vita! Si, Lorenzo, lo credo. Credo che si possa ricominciare a costruire. Che si possanno vincere gli interessi piccoli, semplicemente perchè ci si rende conto che senza la prevalenza degli interessi grandi ci rimettiamo tutti. Che i problemi si possano risolvere migliorando per tutti, e non necessariamente chiudendosi a difesa dei vantaggi immediati. Il problema non è di praticare i buoni sentimenti, ma di rendersi conto che "il tutto è più importante delle sue parti" non per ideologia, ma per necessità: nel nostro mondo, soli non ci si salva.Ciò che era vero ieri (ti ricordi "I care"?) non è meno vero oggi. Si tratta di comprenderlo, da parte di una maggioranza. Certo, ci sono periodi in cui la maggioranza invece dimentica: periodi bui, che bisogna attraversare. Con la consapevolezza che non è detto che in fondo al tunnel ci sia la luce, ma che può esserci: e finchè può esserci io mi immagino che ci sia. E' questo che, per me, significa dum spiro spero.Oggi, in Itaia, la luce in fondo al tunnel la si intravede. Certo che il tunnel è ancora lungo, e non è che litigando tra centri concentrici e altri simboli vuoti che si arriva prima in fondo, alla luce di un dopo-Berlusconi solido.
Concordo pienamente con Franco Girardi: ripartiamo dalla legge del 1942; è sicuramente più avanzata della legge n. 2359 del 1865 con cui di fatto ci troviamo ad operare oggi, dopo che i Programmi Integrati di Intervento dell'art. 16 della L. 179/92 e l'estensione fattane dalle varie leggi regionali e dal Ministero dei LL.PP. coi vari PRU, PRUSST e contratti di quartiere, ci hanno riportati ad una situazione di una sommatoria di piani attuativi senza più inquadramento generale.
Come ricordava Keynes, in economia la moneta cattiva scaccia quella buona; in urbanistica, quella cattiva, scaccia quella buona. Le due concezioni non possono convivere, come, invece, propone di fare il testo unificato del progetto di legge quadro Lupi-Mantini. Occorre ripartire dall’articolazione del PRG tra una fase strategica, a tempo indeterminato, senza vincoli espropriativi legati alle proprietà, e, possibilmente, approvato a larga maggioranza qualificata (in quanto carta costituzionale o statuto del territorio, che esprime obiettivi stabilmente condivisi dalla collettività al di là della maggioranza del momento) ed una fase operativa di durata quinquennale, che fissa i vincoli espropriativi di quel quinquennio sulla base del programma della maggioranza amministrativa. Ciò consentirebbe di abolire tutti gli strumenti di "urbanistica occasionale" diffusisi nello scorso decennio, poiché una pianificazione operativa di un quinquennio non può certo essere ritenuta troppo vetusta e macchinosa, come spesso si dice degli attuali PRG, e al tempo stesso di risolvere la contraddizione tra PRG e durata quinquennale dei vincoli espropriativi.
A meno che ciò che surrettiziamente si vuole perseguire è proprio un’urbanistica alla giornata, da concordare caso per caso, volta per volta, accrescendo il potere discrezionale dei gruppi politici dominanti, ma sacrificando l’interesse generale di lungo periodo della città e dei cittadini. E’ una scelta di campo su cui cultura disciplinare e forze politiche devono essere chiamate a discutere e ad esprimersi come fattore discriminante.
Caro Eddy,il tuo articolo di fondo del 15 non mi offre molto spazio alla discussione perché, visto quale è stato il comportamento di tutti noi "firmatari", è condivisibile quasi totalmente. Ripristinare, è veramente la giusta parola e il giusto obiettivo. E progredire (progettare in progressione e attuare anche nel senso di non attuare) verso una riconversione (un ritorno) in vari sensi. Per me, moralità berlingueriana, austerità, generosità sono i plinti di fondazione dell'edificio politico socialeCome urbanista architetto vecchio insegnante pedagogo vorrei in primo luogo una grande mobilitazione culturale che: riesca a far capire quanto il paese sia stato depredato delle sue ricchezze ambientali: dappertutto, nelle città, nelle campagne, negli spazi aperti, al mare, in montagna..., insomma un delitto inconcepibile ripetuto per oltre mezzo secolo; riesca a far memorizzare le effettive responsabilità, precise, non generiche; riesca a far concepire la pianificazione, il progetto fuori dalla menzognera logica del cosiddetto sviluppo (parola da abolire, tanto ha concesso alla mistificazione), invece entro, appunto, la logica del ripristino e della pura, stretta corrispondenza al superamento delle ingiustizie sociali permase sul territorio. In particolare, dal punto di vista urbanistico-architettonico-paesistico non vedo perché non si debba avere il coraggio di risanare i paesaggi violentati mediante progetti e realizzazioni di demolizione, diradamento, appunto riconversione.Non vedo poi, accennando a caso nella sfera delle cosiddette opere grandi o no, perché non si debba intervenire per bloccare infrastrutture inutili (sappiamo quali, anche assurde!), per accantonare progetti sbagliati come la nuova autostrada toscana (benché Domenici vi sia implicato...), per rilanciare sul serio il sistema ferroviario, soprattutto riprendendo la vecchia visione dei vecchi urbanisti come me, te (per non dire degli antenati) circa la modernizzazione o la ricostruzione dei tracciati minori (molti cancellati, qualsiasi fosse il governo) e la costruzione di nuovi a vari gradi di importanza. Di autostrade fattibili, poi, fa vergogna riaffermarlo, ci sarebbero bell'e pronte quelle del mare per il trasporto delle merci!Nel quadro legislativo, la mobilitazione culturale deve influire sulla possibilità/necessità di cancellazione di determinate leggi regionali e disposizioni ministeriali, anche scendendo nei particolari: penso per esempio ai due orribili fenomeni edilizi sui quali ho scritto nel sito: la legge lombarda sui sottotetti (estesa a tante altre regioni) che continua a massacrare anche bellissimi palazzi milanesi; le diverse disposizioni legislative su demolizione e ricostruzione....Vorrei continuare, circa l'urbanistica e l'architettura, estendendo anche il discorso sulle prospettive politiche del centrosinistra, specialmente totalità contro triciclante parzialità, ecc.ecc. Ma chiudo perché debbo andarmene per qualche giorno da Milano: qui sono le stesse autorità a dirci che i nostri occhi bruciano perché l'inquinamento, col bel tempo stabile, è altissimo, col primato del danno assegnato all'eccesso di ozono (e le P10, e la CO2, ecc.ecc.?). Mi riservo di scriverti di nuovo al ritorno.
Caro Edoardo,
ti scrivo perchè vagando per il tuo sito mi sono chiesta se erano graditi suggerimenti sul dove mangiare bene in Italia.
Ho infatti da poco scoperto un posto super caratteristico a due passi da Campo dei Fiori a Roma e non resisto dal consigliarlo perchè è davvero unico.
Si chiama "Filetti di Baccalà" e si trova in Piazza S.Barbara (la chiesetta omonima ha la facciata che sarà larga appena 5 metri, deliziosa!!!)
Entrando in questo posto (...o uscendovi dato che durante l'estate i tavolini invadono tutto lo spazio della piazza) sembra proprio di essere in un film con la Magnani o di De Sica.
La cucina, si capice da sè, ruota attorno a questi buonissimi fileti di baccalà che vengono fritti in una pastella da delle corpulente signore romane che travasano i filetti attraverso tre teglioni pieni di olio bollente durante le tre fasi della cottura.
Naturalmente oltre il piatto forte si possono gustare ottime zucchine e formaggi fritti, antipasto con semplice burro e alici salate e non sott'olio (dice la mia mammma siano le più rare), puntarelle condite con aglio e acciughe, vino della casa e via!!!!
Prezzo medio di ogni piatto circa 3 Euro.
Ambiente famigliare romano romano.
Da non perdere per uscire dai circuiti turistici della zona!!!
Grazie, Betta, appena posso ci vado. Per ora lo consiglio a chi legge, e magari sta a Roma.
Bonjour, Excusez moi de ne pas parler ni écrire l'italien ! Merci d'avoir placé mon article sur votre site. Un ami l'a traduit en Italien. Je vous l'envoie ci-dessous. Amicalement
Merci à mon tour. Pas tout mes lecteurs comprennent le français, et mon temps est deja assez envahi par Eddyburg pour me permettre de traduir les textes en français. Ecco la traduzione
Per il loro accumulo e per il loro carattere unilaterale, le commemorazioni del sessantesimo anniversario dello Sbarco sono destinate ad inserire nella coscienza collettiva delle giovani generazioni, una visione mitica, ma largamente inesatta, del ruolo svolto dagli Stati Uniti nella vittoria sulla Germania nazista. L'immagine veicolata dagli innumerevoli reportages, interviste di anziani combattenti americani, film e documentari sul 6 giugno, è quella di una svolta decisiva nella guerra. Ora, ogni storico vi direbbe: il Reich non è stato sconfitto sulle spiagge della Normandia, ma nelle pianure della Russia .
Ricordiamo i fatti e, soprattutto, le cifre.
Quando americani e inglesi sbarcarono sul continente, si trovarono di fronte 56 divisioni tedesche disseminate in Francia, in Belgio e nei Paesi Bassi. Nello stesso momento, i sovietici affrontavano 193 divisioni sul fronte che si estende fal Baltico ai Balcani. Alla viegilia del 6 giugno, un terzo dei soldati sopravvissuti alla Wehrmacht erano già stati feriti in combattimento. L'11% feriti due volte o anche più. Questi disperati costituivano, ai lati dei contingenti di ragazzini e di soldati molto abbienti, l'essenziale delle truppe rintanate nei buncher del muro Atlantico. Le truppe francesi, equipaggiate con i blindati migliori, l'artiglieria pesante e i resti della Luftwaffe, si battevano in Ucraina e in Bielorussia. Al culmine dell'offensiva in Francia e in Benelux, gli americani allinearono 94 divisioni, i britannici 31, i francesi 14. Nello stesso tempo, ci sono 491 divisioni sovietiche impegnate ad Est.
Ma soprattutto, al momento dello sbarco in Normandia, la Germania è già virtualmente sconfitta. Su 3,25 milioni di soldati tedeschi, tre sono scomparsi nel corso della guerra, 2 milioni sono caduti tra il giugno del 1941 (invasione dell'URSS) e lo sbarco nel giugno del 1944. Prima del giugno 41, ne erano caduti meno di 100.000. E sulle 1,2 milioni di perdite tedesche prima del 6 giugno 44, i due terzi sono ancora sul fronte orientale. La sola battaglia di Stalingrado ha eliminato il doppio delle divisioni tedesche battute dall'insieme delle operazioni militari che sono state intraprese sul fronte Occidentale tra il momento dello sbarco e quello della capitolazione. Complessivamente, l'85% delle perdite militari tedesche della seconda guerra mondiale sono dovute all'Armata rossa ( diversamente da quanto accade nel caso delle perdite civili tedesche: quelle sono, in primo luogo, l'effetto di uno sterminio operato dagli stessi nazisti e, in seguito, il risultato dei massicci bombardamenti di bersagli civili operato dalla RAF e dall'USAF).
Il prezzo pagato dalle diverse nazioni è in sintonia con questi dati. Nel corso di questa guerra, gli Stati Uniti hanno perduto 400.000 soldati, marinai e aviatori e circa 6.000 civili (essenzialmente personale della marina mercantile). Quanto ai sovietici, secondo le fonti, hanno subito perdite militari comprese tra 9 e 12 milioni e perdite civili tra 17 e 20 milioni di persone. E' stato calcolato che l'80% degli uomini russi nati nel 1923 non è sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale. Analogamente, le perdite cinesi nella lotta contro il Giappone -- che si contano a milioni -- sono infinitamente più elevate --- e infinitamente meno conosciute -- di quelle americane.
Queste macabre statistiche, chiaramente nulla tolgono al merito individuale di ciascuno dei soldati americani che si sono battuti sulle spiagge di Omaha Beach, sui ponti dell'Olanda o nelle foreste delle Ardenne. Ogni MI della seconda guerra mondiale merita la nostra stima e la nostra ammirazione, come la merita ogni soldato russo, britannico, francese, belga, iugoslavo o cinese. Al contrario, se non si parla più di individui ma di nazioni, il contributo degli Stati Uniti alla vittoria sul nazismo risulta largamente inferiore a quello che vorrebbe farci credere la mitologia del Giorno J. Questo mito, inculcato nelle generazioni precedenti da quella formidabile macchina di propaganda che è l'industria cinemetografica americana, viene rivitalizzato oggi, con la complicità dei governi e dei media europei. Nel momento in cui l'esercito Usa si impantanasse nel Vietnam iracheno, avranno buon gioco nel farci credere che ciò sia solo frutto del caso.
Quindi, benchè ormai i corsi di storia dei nostri allievi si siano ridotti all'acquisizione di "competenze trasversali", una volta tanto potrebbe essere cosa buona fargli memorizzare "brutalmente" qualcuno di questi saperi elementari concernenti la seconda guerra mondiale:
- È davanti a Mosca, durante l'inverno 41-42, che l'armata hitleriana è stata fermata per la prima volta.
- È a Stalingrado, durante l'inverno 42-43, che essa ha subito la sua più pesante disfatta storica.
- È a Koursk, nel luglio del 43, che il nocciolo duro della sua potenza di fuoco -- le divisioni Pantzers -- è stato definitivamente spezzato (500.000 morti e 1000 carri distrutti in appena dieci giorni di combattimento !).
- Per due anni, Stalin ha fatto appello agli anglo-americani perchè aprissero un secondo fronte. Invano.
- Quando, infine, la Germania è vinta, i sovietici corrono verso l'Oder, la Resistenza -- spesso comunista -- ingaggia rivolte insurrezionali un po' in tutta Europa, la bandiera stellata sbarca repentinamente in Normandia ...
*Nico Hirtt Insegnante, scrittore (autore di "L'école prosituée", ed Labor).
trad. a cura di Paola Capozzi
Nell’eddytoriale del 7 giugno proponi un’attualizzazione dell’Antigone e del suo conflitto. Te ne propongo un’altra, che mi viene in mente quando penso al conflitto tra Oriente e Occidente che ha invaso i nostri giorni. (Il bello dell'ermeneutica sui classici antichi è che gli autori non protestano mai; e così, dopo Hegel, Kierkegaard, Hoelderlin, Heidegger, Lacan e Derrida, anch'io sull'Antigone).
Tutti i filoni interpretativi hanno un tratto comune: giocano sull' antinomia Creonte / Antigone. Così Creonte è il nomos, la polis, la cultura, l'ordine logico apollineo, mentre Antigone è il ghenos, la natura, il dionisiaco.
Allora continuiamo e veniamo ai nostri giorni: Creonte è l'Occidente che cerca di ridurre a norma, di dettare delle regole (l'isonomia come sola garanzia contro il disordine del caos primigenio) alle forze ctonie (per questo femminili...), orientali. Creonte siamo noi europei, adesso, e com'esso cerchiamo di contrapporci a forze che riteniamo retrograde e irrimediabilmente "incivili". Antigone sono gli altri, l'elemento selvaggio orientale, che comporta, fra l'altro il disprezzo della vita, la morale che si pone prima e davanti alla politica.
E' stato detto che Antigone è anche tragedia del linguaggio: fra Antigone e Creonte non c'è alcuna comunicazione reale: nessuno ascolta le ragioni dell'altro. Falliti i tentativi di mediazione (Emone, Tiresia, gli anziani del coro), l'esito finale è irrevocabilmente determinato: lutti e rovine...una tragedia... greca, appunto.
"Un classico è tale perchè non finisce mai di dirci quello che ha da dire" (Italo Calvino).
“NON SCASSARE PIU’ IL CAZZO SU POMPEI SE NO TI VENIAMO A ROMPERE IL CULO”.
Non pubblichiamo lettere anonime, né lettere nelle quali si adoperi il turpiloquio. Questa abbiamo deciso di pubblicarla per alcune ragioni, che esporremo subito. Ma prima vogliamo informare del fatto. Il garbato messaggio di cui sopra è stato inviato a Maria Pia Guermandi, vicedirettore di eddyburg, inserita in busta ministeriale, spedita da Napoli in data 1° agosto. Naturalmente il fatto è stato subito denunciato alle competenti autorità. Oggetto della delicata missiva era evidentemente l’opinione dal titolo “L’indiscreto fascino dell’emergenza”. Rileggendo il testo dell’articolo si potrà forse annusare da dove viene il garbato profumo.
Abbiamo deciso di pubblicare la lettere perché testimonia il livello cui è giunta la civiltà nel nostro paese: un livello che definiremmo bestiale se non temessimo di offendere la dignità del mondo animale. E perché implicitamente dimostra l’utilità di uno strumento come eddyburg , se è capace di colpire bersagli che non trovano altri strumenti di replica che non siano il turpiloquio, la minaccia fisica, e l’impotenza dell’anonimato.
Caro Eddy,
il mio modo di intervenire di fronte al "testo unificato" per le nuove regole dell'urbanistica e al gioioso succube consenso dell'Inu è semplice: mi affianco alla tua posizione; se scavi una trincea di difesa dalle invasioni barbariche urbaniste e liberiste sarò lì con te. Gli Eddytoriali del 2 e 13 marzo li condivido nella misura in cui non si lasciano intimidire dal nuovo gioco a oppositum binomiale degli inuisti o inuini o inuesi (autoritativismo-autoritarismo / contrattazione-negoziazione) tanto schematico e capzioso da non riuscire a nasconderne il sottofondo politico e culturale: stare, gli urbanisti, ben ritti e ben esposti dentro la cultura riesumativa di destrismo, dentro la politica legislativa e la voglia attuativa di questo governo: sicuri di partecipare al "fiero pasto" sui residui carnosi ancora appiccicati alle ossa in gran parte scoperte e calcinate di questo disgraziato paese. Attenzione: ho sempre denunciato che la pianificazione urbanistica ("classica", dite) non è bastata per realizzare territori e città funzionali e belli, per salvare il paese dall'aggressione edificatoria oltranzista. Il disastro nazionale è dipeso da un lato dalla mancanza di tempestiva pianificazione, dall'abusivismo e dal conseguente condonismo, ma dall'altro da certi piani regolatori o piani particolareggiati "appropriati", vale a dire volti agli interessi delle classi dominanti, all'esaltazione della rendita fondiaria ed edilizia, dei plus-profitti e (fenomeno evidentissimo spesso falsamente negato da emeriti produttori) degli intrecci rendite-profitti. In realtà questo caso di pianificazione godeva largamente di intrinseca contrattazione e ha provocato solo danni. Si trattava forse di autoritarismo? Certamente del suo contrario verso i produttori e i possessori privati del territorio; semmai di violenza (autoritaria oggettivamente) verso gli interessi generali delle popolazioni e quelli specifici delle classi subalterne. Era forse autoritaria l'urbanistica del piano regolatore comunale studiato da urbanisti diversi da quelli implicati nelle operazioni di cui sopra? Urbanisti sinceri e attenti soprattutto alle esigenze generali di quella specifica comunità locale, votati all'analisi territoriale-sociale e poi a un progetto delle regole, degli spazi, delle dotazioni appunto sociali reso comprensibile per positivo ai ceti dipendenti maggioritari e per negativo ai padroni della terra e ai produttori gretti?
Se si dava necessità di "contrattazione esplicita" (personalmente non l'ho mai praticata) la regola era quella che descrivi tu nell'editoriale del 13 marzo; e nel quadro dei piani di lottizzazione convenzionata non è nemmeno esatto l'impiego del termine "contrattazione". In ogni modo la questione si poneva secondo molti differenti gradi di legittimità e qualità socio-urbanistica dei risultati a seconda della democraticità, dignità, onestà degli amministratori e politici che impersonavano il potere: democratico per definizione ma nella sostanza aperto a ogni sorta di decisionismo non controllabile dalle cittadinanze "deboli" e ricattate (non abbiamo mai discusso a fondo dell'urbanistica nel Sud, di urbanistica-urbanisti/amministratori eletti/mafia). D'altra parte semi di contrattazione presenti ma poco germogliati negli anni Cinquanta divennero piante dai bei frutti turgidi verso la metà degli anni Sessanta: certi urbanisti e amministratori, desiderosi di veder concretata qualche previsione di piano soprattutto riguardo alle attrezzature pubbliche, praticarono con disinvoltura sorprendente la regola del "metà per uno". Esempio: una bella ampia area verde prevista su suolo privato frammezzo a una zona residenziale dalla data densità di fabbricazione: ti lascio, o proprietario!, costruire su metà della superficie secondo gl'indici di zona (ma non mancarono i casi in cui si ammetteva la concentrazione lì dell'ipotetica volumetria attinente all'intera area) e mi cedi gratuitamente il resto (l'eventuale giardino ti arrecherà ulteriore beneficio, carissimo!). Ho sempre giudicato aberrante tale procedura. Di qui, ritengo, erodendosi man mano la buona fede degli attori, o essi cambiando, venne ciò che tu denomini spesso "rito ambrosiano", vale a dire procedure che ad un certo momento non poterono, per così dire, fare a meno di un quid di corruzione corrente in varie direzioni fra tutti gli attori.
E oggi, im Western nicht Neues, le nostre inu-cocuzze applaudono a (o pensano di inventare loro) una "contrattazione esplicita" che rappresenta da tre anni, guarda caso, il nuovo rito milanese depurato, si spera, dei residui inquinanti, tuttavia causa dei nuovi danni urbanistici e architettonici che già si intravedono levati all'orizzonte. Hai già discusso ampiamente di questo confrontandoti col nostro collega incomprensibile autore del famoso documento programmatico per la giunta comunale di Milano. Ne ho scritto brevemente nell'ultimo libro e ne riprendo qui il fondamento, quasi citandomi con le dovute scuse: il farsi della città deriverebbe dalla libera dinamica dell'imprenditoria privata fondiaria e/o edilizia con la quale l'ente pubblico concerterà, che cosa?, se non l'antecedente decisione comune di rifiutare un qualsiasi piano generale e anche una qualsiasi idea generale di città, o di variare l'eventuale piano vigente a tòcchi successivi, in coerenza a un raccomandabile "gioco delle forze"? Del resto risale a ben prima del documento programmatico la gigantesca operazione pirelliana alla Bicocca: l'espansione della città (e perché "espansione" e non "contenimento"?) in quella parte non a seguito, appunto, di una scelta discussa e sostenuta da ragioni plausibili, più convincente di altre possibili, ma grazie esclusivamente alla potenza dell'industriale passato armi e bagagli nel campo della rendita fondiaria ed edilizia, consenzienti entusiasti gli amministratori comunali alla cui azione possiamo assegnare qualsivoglia titolo meno quello di componente paritaria di una "contrattazione esplicita".
Cosa contrapporre a una legge controriformista che taglia radicalmente ogni legame con la riforma del movimento moderno, con la tradizione europea del progetto? Sai che non ho da tempo alcuna fiducia nell'urbanistica professionale indipendentemente dall'esistenza o meno di una buona legislazione. Ma, come insegna il caso Ravello sul quale sono intervenuto senza reticenze, so che la perdita definitiva di un sentimento della regola, seppellirà ogni speranza di salvare dalla rovina quel 10% del nostro paese che ho calcolato essere ancora in grado di insegnare lui ai giovani cosa è un territorio veramente tuo come "patria", il tuo oikos che devi difendere, se no è come morire. A questa stregua, fuor delle metafore, condivido il principio di Giancarlo Consonni fondato sul "ragionare per luoghi" (La città che cambia, articolo da te riprodotto dal "Corriere della Sera" dell'11.3.2004), ci ho provato per una vita. Ma a patto che, contro "l'atopia" e, di più, la cacotopia narrata da Geddes, tastare il polso porti poi a comprendere il funzionamento del cuore e poi ancora di tutti gli organi del corpo e di questo nell'interezza. Così il buon medico interverrà, se è il caso, se il povero corpo non è morto.
Ciao, Lodo
Certo che la “pianificazione classica” (o “tradizionale”, o “razional-comprensiva”, come variamente viene denominata nell’accademia) non ha mai impedito scempi. Mentre l'assenza di pianificazione nella società moderna ne ha sempre provocati.
Lo stesso vale per altre istituzioni, per esempio, quelle della democrazia rappresentativa; non è stato nell’ambito di questa che sono saliti al governo uomini truci, decenni fa e ieri? Ma non per questo ci proponiamo di abolire i parlamenti.
Che cosa contrapporre a una legge controriformista? Una legge decente, oppure l’attesa di tempi migliori e, intanto, un po’ di fiducia per ciò che le regioni (alcune, forse poche), le provincie (idem) e i comuni (forse un po’ di più) stanno facendo nell’ambito dei “principi desumibili dalla legislazione previgente” (es)