Cari amici, sono in linea di massima d'accordo con l'autore de L'opinione. Però, detto tra noi, che cerchiamo di non mescolare l'essenza dell'architettura con altre questioni importanti ma di altra natura, andando nel merito di quell'edificio, per quanto posso aver capito dai disegni e dalle molte foto interne ed esterne, mi pare una puttanata. Poi , l'architettura, si sa, al mondo d'oggi, basta saperla raccontare. Le parole, magari scritte su carta patinata, valgono piu' di significati trasmessi da spazi e pietre. Ma così vuole la società a cui piace farsi imbonire . Ho letto le ragioni delle scelte architettoniche espresse personalmente da O. Niemeyer: non solo sono tutte molto opinabili , ma da quelle poteva scaturirne un oggetto completamente all'opposto nelle linee generali. Ho visto recentemente altre opere di personaggi famosi: dal vero è ancora peggio. Non entriamo nemmeno nel capitolo della gestione dei lavori, delle varianti, ecc.; basta sentire, a microfoni spenti , i responsabili degli uffici comunali . A questi "grandi" o ex grandi piace essere portati come la statua della madonna in processione, cioè strumentalizzati, perchè si puntellano a vicenda con questa società. Ma Oscar non è il solo, anzi è in buona compagnia. Attendo con ansia una serie di tomi (forse sarebbero troppi ) sulle puttanate delle archistar che se la ridono bellamente di tutti quelli che si occupano di loro. Se qualcuno ha incominciato quell'opera mastodontica, posso fornigli gratuitamente anche elementi di realizzazioni fatte da queste parti . Qualche voce del dissenso sta per fortuna uscendo dall'omertà.
Mi pare che non solo le archistar ma ormai gran parte del mondo degli architetti sia insensibile alla legalità (vedi il consiglio degli architetti a proposito del piano casa). Non si rendono conto che, in particolare nel Mezzogiorno, il ricorso anche dei pubblici poteri a soluzioni fuori legge alimenta l'illegalismo diffuso nel quale la grande criminalità nuota come il pesce nell'acqua. Quanto alla qualità architettonica, mi pare che l'entusiasmo iniziale cominci a raffreddarsi. Noto che l'ossessivo bombardamento d'immagini dell'auditorium tende a escludere quelle visioni d'insieme che metterebbero in luce come quel volume enorme e rotondo schiaccia la trama minuta e ortogonale dell'edilizia circostante: quella apprezzata da Le Corbusier. (v.d.l.)
Le recenti vicende giudiziarie, che hanno denunciato lo stretto intreccio tra affari immobiliari e settori della politica cittadina, hanno aperto un nuovo fronte della mala-urbanistica a Firenze: sono emerse tante azioni urbanisticamente scorrette e assolutamente disastrose per la città e i suoi abitanti, tutte tese a saturare e sconvolgere anche parti consolidate della città stessa. Ora queste operazioni si trovano sotto inchiesta.
E’ importante notare che si tratta di operazioni che sono state “legittimate” e rese possibili proprio in seguito alla manomissione in senso speculativo degli strumenti urbanistici ed edilizi della città, favorite in ciò dall’assenza di controlli da parte della Regione e della Provincia.
Piano Regolatore attuale (il Piano Vittorini), Regolamento Edilizio e nuovo Piano Strutturale costituiscono una triade soffocante che, in parte, ha già reso lecito qualunque abuso e qualunque pretesa speculativa da parte di privati senza scrupoli, tecnici compiacenti e politici legittimati.
Un vero e proprio sistema di “Regole per abusare”.
A tutti si è svelata dunque la macchinazione urbanistico/amministrativa messa a punto anche tramite il nuovo Piano Strutturale per potere intasare e cementificare speculativamente ogni parte di Firenze e dei suoi dintorni, soffocando per sempre l’intera città, ed è quindi chiaro a tutti perché il Piano Strutturale adottato e mai approvato debba essere respinto totalmente.
Proponiamo invece un’idea di città di livello europeo, scaturita anche da tante vertenze e da tanta progettualità “dal basso”, e che potrebbe essere attivata partecipativamente e sperimentalmente subito in molte sue parti:
L’idea è quella della Città/Paesaggio, una versione contemporanea, ecologica ed olistica della città e del suo territorio, in una integrazione di ambiente costruito e di ambiente di vita (paesaggio).
Questa idea si fonda sulla scelta di una Mobilità pubblica, su ferro e comunque leggera, usufruendo della infrastruttura ferroviaria come di una preziosa preesistenza a rete e ad anello (Metrotreno, verde di relazione, Alta Velocità in superficie, etc)
La riscoperta del Centro Storico, come “grembo” della rinascita della città, è un passaggio obbligato ed urgente, cosi come il suo ripopolamento umano.
La formazione di “Oasi” di riqualificazione partecipata e vivente in ogni quartiere, come motori di promozione del risanamento e della riqualificazione dei quartieri e delle comunità locali.
Il contributo di Firenze per la costituzione di una grande Area Metropolitana, non gerarchica, anch’essa impostata sull’idea della Città/Paesaggio, dove le aree ancora non edificate, vanno a costituire (andando oltre l’idea, oggi limitativa, di un Parco della Piana) un sorta di tessuto ambientale connettivo di un grande sistema ecologico policentrico
Questo programma richiede, come condizione indispensabile, la collaborazione e il coinvolgimento attivo e creativo della popolazione (la “partecipazione”), sia nella fase propositiva che nella verifica delle scelte compiute.
Pertanto chiediamo che l’amministrazione di Firenze imposti un Nuovo Piano Strutturale completamente diverso e opposto sia rispetto a quello della giunta Domenici – Biagi che ad una sua versione semplicemente edulcorata;trasparente, ecologico, partecipato e a consumo zero.
Primi firmatari: Ornella De Zordo, Alberto Asor Rosa, Bernardo Rossi Doria, Paolo Berdini, Roberto Budini Gattai, Giorgio Pizziolo, Paolo Baldeschi, Edoardo Salzano.
Per aderire inviare nome e cognome a questo indirizzo; potete scaricare il documento integrale a questo link ; per leggere le adesioni all'appello invece andate qui.
Lo scorso anno facemmo una campagna di abbonamenti piuttosto efficace, nella sua crudezza: si intitolava «Abbonatevi a un giornale morto ammazzato». Con la grafica di Fox Crime, il canale satellitare di polizie e omicidi, mostravamo le foto segnaletiche dei criminali: ovviamente Berlusconi e soprattutto Tremonti. Se vi chiederete perché quella campagna ricompaia anche ora, la risposta è: ci risiamo. Con una aggravante: lo scorso anno il taglio dei finanziamenti pubblici alle cooperative era stato annunciato con anticipo, ciò che ci permise di fare quella campagna. Era un delitto premeditato. Quest’anno il coltello dell’omicida è apparso all’improvviso, nascosto in quel gran calderone che è il maxiemendamento alla finanziaria. Tutto pensato e fatto da Tremonti per ragioni imperscrutabili, forse una vendetta, forse il puro e semplice istinto del serial killer. Di fatto, se la norma fosse approvata nei prossimi giorni, sparirebbe il cosiddetto «diritto soggettivo», ovvero noi avremmo teoricamente diritto, in quanto cooperativa, a un certo appoggio dallo Stato, ma in pratica sarebbe il governo a decidere se e quanto darci.
Per chi non è addentro ai meccanismi kafkiani della legge per l’editoria, ecco una spiegazione rapida. Carta, come tutte le cooperative e altri tipi di giornali e media che si conviene da decenni lo Stato debba aiutare a sopravvivere in un mercato che altrimenti li cancellerebbe, sta in questi giorni trattando con la sua unica banca [quella Etica] la «cessione del credito» dell’anno che sta per finire, visto che incasserà entro fine anno il dovuto dell’anno scorso, il 2008. In pratica, incassiamo 500 mila euro circa, i quattro quinti li restituiamo alla banca, che l’anno scorso ce li aveva anticipati, e incassiamo in anticipo [cioè in ritardo, pagandoci gli interessi] quel che lo Stato ci deve per il 2009. Se il «diritto soggettivo» cadrà, Carta comincerà a morire dal primo gennaio, e l’agonia si prolungherà fino alla fine del 2010, quando non potremo dimostrare alla banca che nel 2011 avremo diritto a quella cifra, dunque non avremo l’anticipazione [ma solo quel che resta del contributo del 2010] e non potremo fare il bilancio, non potendo imputarvi una cifra certa. Fine dei giochi.
Scusate la spiegazione un po’ faticosa, ma se leggete questo giornale da lettori, abbonati, soci di Gas o del commercio equo, ecc. credo vi interessi sapere quale sarà il destino di Carta. Forse per una premonizione, o perché ormai istruiti su certe faccende, abbiamo convocato per il 12 dicembre una riunione della nostra «famiglia allargata», cioè i dipendenti, i soci, i collaboratori, gli amici e chiunque voglia discutere con noi del futuro del nostro lavoro. Non potendo e non volendo fare un dramma, ad ogni fine d’anno, per spingere ad abbonarsi, abbiamo parlato di una svolta che effettivamente sentivamo urgente. Parafrasando Isaac Asimov, una Seconda Fondazione. Perché non solo la legge per l’editoria è sempre a rischio, non solo la carta stampata in generale sta precipitando in tutto il mondo [e infatti i nostri siti internet vanno a gonfie vele], ma la fine dei partiti [e della politica di quel genere] ci pare imponga un ripensamento totale delle premesse sulla base delle quali mettemmo in mare la barchetta di Carta, undici anni fa.
Dunque, prima di tutto bisogna che tutti i nostri amici e compagni si abbonino, regalino abbonamenti e facciano abbonare altri a questo giornale morto ammazzato, o comprino felpe, agende e libri, ecc. L’anno scorso, molti scelsero l’abbonamento biennale come scommessa sul futuro. Poi, fin dall’inizio di gennaio, dobbiamo muoverci, cambiare, fare in modo che questo mezzo di comunicazione della democrazia a chilometro zero, dei «clandestini» di ogni tipo, della critica allo «sviluppo» e del consumo di suolo zero, dell’economia a misura della società e della natura, viva, anzi prosperi, alla faccia di Tremonti.
Un modo per neutralizzare o quanto meno ridurre i danni provocati dalla mannaia del governo c’è: un abbonamento biennale, vorrebbe dire scommettere con noi sul futuro di un mezzo di comunicazione sociale. 200 euro è il costo dell’abbonamento biennale o due abbonamenti insieme. 120 euro quello annuale, 50 quello all’edizione in pdf scaricabile dal sito fin dal giovedì. I semestrali, rispettivamente 70 e 30 euro. Con carta di credito sul nostro conto di Banca etica http://bottega.carta.org/index.php?main_page=index&cPath=4 o ccp n. 16972044 o conto correnti bancario Iban IT85D050 1803 2000 0000 0110 440
Caro eddyburg, desidero informarti dei prossimi incontri della Libera Università di donne e uomini “Ipazia” che,con Il Giardino dei Ciliegi e l’Associazione Rosa Luxemburg, organizza il 5° ciclo su "Città reale / città possibile", articolato in due incontri, il sabato 28 novembre e il 12 dicembre 2009. Il titolo dell’iniziativa è “Il desiderio abita la città? Sguardi di donne fra spazi pubblici e privati”. Al suo centro sono una serie di domande: donne e uomini pensano e abitano diversamente gli spazi? Disegnano relazioni differenti con i luoghi pubblici e la casa? Di quale città e di quale casa parlano le donne quando immaginano luoghi pubblici e privati?
I due incontri metteranno in luce idee, pratiche, esperienza, geografie emozionali nell’arte, nella narrativa, nell’urbanistica, per affrontare il nesso fra il desiderio e l’abitare, contribuendo ad una città da vivere, insieme.
Entrambi gli incontri inizieranno alle 10,00 e , dopo una pausa pranzo, riprenderanno nel pomeriggio secondo il programma allegato. Parleranno Silvia Macchi, Gisella Bassanini, Tiziana Plebani, Anna Lisa Pecoriello, Marvi Maggio, Anna Di Salvo, Barbara Serdakowski. Vi saranno letture a cura di Clotilde Barbarulli, Mara Baronti, Anna Biffoli, Sandra Cammelli, e la proiezione dei video “Contromano in città” e “Maria Lai, Inventata da un dio distratto”.
Ti ringrazio molto della segnalazione. Mi sembra un’iniziativa molto interessante, in linea con i ragionamenti che abbiamo cercato di sviluppare, in particolare nelle ultime due edizioni della “Scuola di eddyburg”. Le donne sono le principali vittime di una città organizzata per gli interessi immobiliari e contro quelli dei suoi abitanti, e il loro sguardo è essenziale per affinare la critica e comprendere la direzione del cambiamento necessario. Ti sarò grato se metterai a disposizione dei lettori di eddyburg i materiali che saranno prodotti nell’ambito dell’iniziativa.
Ci sono territori abbandonati che spesso non sanno neppure di esserlo. Sono spazi, àmbiti, porzioni e segmenti che qualcuno dimentica di considerare, almeno in uno o più aspetti essenziali. Questa latitanza dell’attenzione innesca l’abbandono, ovvero per inesorabile legge fisica il subentrare di qualcos’altro. Abbandonata è per definizione la periferia urbana: prima dalla campagna che si è ritirata altrove, poi dalle speranze di nuova centralità aggiunta di chi l’aveva progettata, di chi ci aveva investito andandoci ad abitare, aprendo un negozio, ecc. Abbandonate sono anche grandi porzioni di centro storico, o di nucleo metropolitano interno: zone produttive, infrastrutture obsolete. Qui il processo ha anche un nome che riassume un po’ tutto, ed è “disinvestimento”.
Vale a dire che non si investe più a sufficienza, o meglio, che non si investe più realizzando un equilibrio “giusto” (è il termine “giustamente” utilizzato dagli amministratori delle città tedesche per realizzare interventi di riuso misto di aree sottoutilizzate delle periferie -misto soprattutto per quanto riguarda l’offerta abitativa - attraverso il modello “SoBoN”) , perché quello spazio sia vitale, socialmente utile e desiderabile per tutti: per chi ci abita, per chi ci lavora, per chi lo frequenta per i più svariati motivi.
E per la nota legge fisica, lo spazio lasciato libero dal disinvestimento si riempie di altro, mica solo delle classiche erbacce.
Un esempio recentissimo del genere è descritto nel rapporto (disponibile dal 17 novembre sul sito del ministero dei Trasporti britannico www.dft.gov.uk ), curato da Peter Hall e Chris Green, sul degrado delle stazioni della rete ex pubblica, un tempo luoghi centrali per città, cittadine, zone rurali, che prima la diffusione dell’auto privata … e poi certo eccesso di fiducia nella panacea dell’iniziativa privata hanno ridotto a terra di nessuno, a danno di tutti.
Questo della dismissione, disinvestimento, abbandono di territori, è un problema che storicamente nasce dalle ricadute sociali e ambientali dell’innovazione. Una innovazione che ormai pare quotidiana, e con la quale dunque occorre imparare a misurarsi attivamente e positivamente. Farlo tutti i giorni, farlo bene, farlo d’abitudine. In altri paesi si è fatto: possono piacere o meno, ma, a puro titolo di esempio, i grandi progetti per il riuso dell’Est parigino, hanno rilanciato quell’ampia porzione degradata della “periferia storica” ridandole qualità e attrattività e, soprattutto, dando nuove occasioni anche all’artigianato di alta specializzazione (liutai, accordatori,…) e al commercio di prossimità ( Cité de la Science, Cité de la Musique, Palais Omnisport Bercy, etc.).
Significativamente, il rapporto sulle stazioni di Hall e Green si apre con la gloriosa immagine dell’epoca vittoriana, quando le fermate del treno erano il vero nodo e orgoglio della comunità. Spazi moderni, ricchi di servizi e di traffico, centro fisico e nevralgico dell’insediamento, concentrato di interessi, attenzione, aspettative.
Tutto vero? Sicuramente no, le magagne c’erano anche allora di sicuro, e anche da quelle probabilmente sono scaturiti poi i motivi dell’abbandono progressivo. Pensiamo ai nostri centri storici, al loro metabolismo spaziale e sociale. Salta anche agli occhi di osservatori non particolarmente attenti la grande differenza fra quartieri che sono stati oggetto di gentrification, e quartieri che si sono mantenuti sostanzialmente inalterati almeno da un paio di generazioni. Non si tratta semplicemente della migliore manutenzione degli edifici o degli spazi pubblici, ma di una vistosa trasformazione nei tempi e modi d’uso del quartiere. Spariscono le vecchie attività, sostituite da nuove o da nessuna, così come spariscono gli utenti di certi spazi, e spesso il senso, dei medesimi spazi. Qualcosa rimane, magari prospera, ma è lecito chiedersi: perché? come? secondo quali aspettative? In altre parole: chi sta “investendo” nei vari spazi e funzioni dei tanti Soho sparsi per le città contemporanee?
Pensiamo a qualcuna delle piazze italiane più vivaci e tradizionali. I portici, l’angolo dell’edificio pubblico/monumentale, le abitazioni, i locali pubblici, gli imbocchi delle vie, le bancarelle, ecc. Tutto identico? Macché: tutto diverso, e in qualche modo “finto”, esattamente come in un qualunque centro commerciale. Perché quei locali, quelle bancarelle, quelle case, anche negli esempi migliori di relativa continuità e/o graduale evoluzione sociale, non sono vissuti e gestiti da un’utenza più o meno locale, come avveniva una volta. Né offrono le medesime aspettative riguardo al lavoro, al reddito, alla qualità dei servizi. Diciamocelo: chi mai fra noi sognerebbe per sé o per i figli un futuro fatto di sveglia alle tre, qualche ora in coda sul furgone, e poi una giornata a battere i piedi al freddo vendendo fiori o magliette all’ombra di una Loggia? O quando si parla di spopolamento di alcune zone, di degrado di territori per carenze di manutenzione corrente, ci si chiede mai il tipo di qualità della vita media che offre l’abitare e lavorare in quei territori? E chi mai potrebbe, se non costretto dagli eventi, sognare quella vita?
Gli spazi tradizionali, anche quando appaiono “vitali”, spesso lo sono solo perché qualche rivolo di investimento continua a fluire. Esempio tipico, il flusso di immigrazione da paesi molto lontani, che popola esattamente le stesse bancarelle di cui sopra, e alimenta pure il passaggio di tanta clientela per quelle bancarelle. Ma se si riflette solo un attimo in più sui flussi migratori, il pensiero non può sfuggire all’immagine di ben altri quartieri, che pure si popolano e vivono sulla medesima spinta: i capannoni e depositi dismessi, le ali abbandonate di qualche ex servizio o edificio pubblico, militare, demaniale. È il medesimo ciclo, solo con parecchia brutalità in più: quegli spazi, tutti, vivacchiano in attesa che arrivino investimenti non di pura sopravvivenza.
È questo, molto schematicamente, il motivo per cui quando un certo flusso di investimenti appare consolidato nel tempo, deciso a ribadire nei fatti le proprie intenzioni, forse sarebbe almeno il caso di osservarne anche le potenzialità positive, oltre a sottolinearne giustamente i caratteri di squilibrio. Ad esempio, gli spazi commerciali e di servizio: sono sempre di più anche gli esercenti minori, oltre alle grandi catene organizzate, ad auspicare ambiti di qualità, sicurezza, stabilità. Perché? Perché le aspettative della maggioranza degli operatori, nonché della loro clientela, sono esattamente quelle. Perché evidentemente l’ambiente di lavoro ed erogazione-fruizione dei vari servizi nel centro tradizionale si addice solo ad una minoranza degli aspiranti imprenditori, vuoi per carenze qualitative insormontabili, vuoi per aumento esponenziale delle pure quantità di offerta-domanda. Uno degli orientamenti mainstream della nuova offerta strutturata di spazi, è quello pubblicitariamente sbandierato dei Superluoghi: parola evidentemente derivata dai vecchi non-luoghi di Marc Augé, e che ne sfrutta e ribalta in positivo la notorietà assai diffusa. Una parola e basta, visto che poi sta a connotare investimenti di qualunque genere, purché vagamente mixed-use, a forte concentrazione, a forte capacità decisionale.
E la domanda è: sono spazi in genere auspicabili? Si può rispondere di sì o di no, e articolare queste risposte secondo varie sfumature e opzioni. Certo se si schematizza l’equazione “Superluogo = Corsia preferenziale per l’interesse particolare contro quello generale” la risposta viene da sé. Però esiste anche un’altra domanda: non si possono orientare diversamente, questi flussi di investimento che comunque è semplicistico definire come regressivi? Invece è di sicuro regressivo pensare a un futuro di lavoro nero (di questo vivono le attività tradizionali), di incessante sprawl (lì vanno a finire gli sfollati dai centri e dai contenitori dei riuso strisciante), e di sostanziale fai-da-te urbanistico.
Quelle riassunte sono, tutte, tendenze perfettamente leggibili, e rispetto alle quali il cosiddetto “governo” si è dimostrato, nel nostro paese, storicamente impotente, perché non ha capito, o voluto “governare” l’orientamento delle aspettative.
Nota: invito anche a leggere su Mall l'estratto dal recente L'urbanistica dei Superluoghi di Mario Paris, dove quantomeno si propone una rassegna di casi e potenzialità; alcuni limiti sono già colti da Corinna Morandi nella prefazione allo stesso libro, disponibile in un altro articolo nella medesima cartella Spazi del Consumo (f.b.)
In attesa di avere il tempo di rispondere più distesamente vorrei esprimere il mio dissenso per una frase del testo dell'articolo. La frase è questa: "Però esiste anche un’altra domanda: non si possono orientare diversamente, questi flussi di investimento che comunque è semplicistico definire come regressivi?"
Io non so se, come urbanisti, abbiamo il compito di farci carico dei flussi di investimento nel senso di favorire le tendenze degli investitori accettando la logica che le determina. Sono certo però che, come intellettuali, abbiamo in primo luogo il compito di analizzarli e valutarli. Quindi ritengo certamente necessario conoscerli e riflettere su di essi, ma poi dobbiamo esprimere un giudizio.
Il mio giudizio, che ho costantemente sostenuto su queste pagine e altrove, è che quei flussi sono determinati dalla volontà (consapevole o inconsapevole poco importa) di utilizzare tutte le rendite di posizione disponibili, adoperando tutti i mezzi (a partire dalla corruzione) per indurre i poteri poubblici per favorirle e accrescerle. Privatizzazioni di beni comuni (a partire dalle scelte sul territorio), eliminazione delle regole (a partire da quelle della pianificazione), formazione di una opinione comune che accetta come inevitabile quanto sta succedendo: questi sono alcuni degli strumenti adoperati.
Come intellettuali abbiamno il compito di testimoniare, dimostrare e argomentare quanto sta accadendo. Come intellettuali urbanisti abbiamo il compito di rivelare gli aspetti territoriali di ciò che sta accadendo.
E' poi una scelta soggettiva quella di scegliere se accodarsi al mainstream o di contrastarlo e aiutare a costruire, con la pazienza e il senso della durata necessari, una contro-egemonia. Ma in questa occasione voglio ricordare che obiettiivo essenziale di eddyburg è stimolare la formazione di uno spirito critico, e che tra i suoi principi c'è il seguente: "la critica all’appiattimento di ogni dimensione dell’uomo e della società alle pratiche, agli interessi e ai meccanismi di dominio dell’economia data, che caratterizza il mainstream dell’attuale processo di globalizzazione e di insostenibile sfruttamento di tutte le risorse, e la rivendicazione della necessità e possibilità di ricerca di alternative credibili e praticabili".
Abitando a Scandicci (Firenze) ho particolarmente apprezzato l'articolo di Baioni sulla riconversione produttiva della Electrolux nella mia città.
Ci sono un paio di aggiunte che probabilmente sarebbero state necessarie: oltre a sindacati ed istituzioni c'è stata una attorno alla lotta dei dipendenti electrolux una vasta mobilitazione popolare; sono state stampate, distribuite ed inviate alla sede centrale della electrolux oltre 15.000 cartoline, affissi dei manifesti e distribuiti dei volantini (vedi qui sotto). Ogni cittadino che ha firmato la cartolina ha pagato il francobollo.
Nella iniziativa sono state coinvolte le parrocchie, ma anche le strutture di vendita della coop hanno aperto i loro spazi ai 'banchini' di solidarietà. La solidarietà si è estesa anche ai comuni circostanti perchè il caso non era solo 'scandiccese'.
La seconda aggiunta è che, purtroppo, ancora la produzione dei pannelli fotovoltaici non è partita e si registra un certo ritardo nella realizzazione delle line di montaggio e - di conseguenza - nel riassorbimento dei dipendenti. Per questo fino a che le linee non saranno completamente attivate ritengo che non si debba abbassare la guardia.
Grazie delle ulteriori informazioni. Baioni scriverà un articolo più ampio sull’argomento, e lo pubblicheremo anche sul settimanale Carta. Comunque eddyburg non abbasserà la guardia, se avrà la fortuna di essere informato tempestivamente di cià che avviene. Siamo molto contenti di poter presentare la vicenda di Scandicci come un esempio positivo di ciò che si può fare quando i lavoratori, i cittadini e le istituzioni combattono per una causa giusta e, nell’Italia di oggi, certamente controcorrente.
Nell’ambito di “Il Veneto che vogliamo”, incontro dei gruppi spontanei di cittadinanza attiva, dei comitati e delle associazioni a difesa del territorio, dell’ambiente e della convivenza sociale”, che si terrà a Mestre, presso Forte Marghera, il 16-17 ottobre 2009, di cui nel volantino allegato, si svolgerà anche il workshop:
"Le Olimpiadi a Venezia”
Venerdì 16 ottobre 2009, dalle ore 15,30 alle 18,00
Coordinano: Edoardo Salzano e Paolo Cacciari
La decisione di Comune e Regione (meglio: sindaco e governatore) di candidare Venezia e dintorni a sede delle Olimpiadi 2020 pone di nuovo la città, la laguna e tutto l’entroterra di fronte a progetti con enormi impatti ambientali, a trasformazioni delle relazioni urbane destinate a sconvolgere il tessuto sociale. Sappiamo bene quanto addomesticate siano le varie Via, Vas, Vinca e quanto poco costino le certificazioni che rilasciano patenti di sostenibilità a piani e progetti devastanti. Non ci possiamo fidare delle assicurazioni dei promotori.
Ci diranno che le Olimpiadi sono una “occasione” per fare cose utili alla città. Al contrario Venezia ancora una volta sarà usata come vetrina di eventi giganteschi che mettono in pericolo la sua preservazione e nulla hanno a che fare con gli interessi autentici dei suoi abitanti. Così come degli abitanti della “metropoli” diffusa sorta disordinatamente tra Mestre, Padova e Treviso. Le Olimpiadi servono solo a chi le costruisce, alle televisioni che le trasmettono, agli sponsor che le promuovono, ai politici-imperatori che benedicono le folle dalle tribune d’onore degli stadi.Ai territori rimangono solo cumuli di cemento, infrastrutture inutilizzabili, aree verdi compromesse.
Ci diranno anche che le Olimpiadi servono al rilancio dell’ “economia”. Al contrario l’attuale crisi è figlia di un’economia dello spreco e della speculazione. Le poche risorse economiche a disposizione vadano alla salvaguardia dell’ambiente, alla dotazione di standard di servizi sociali, agli autentici bisogni quotidiani del “buon vivere”.
Per adesioni ed informazioni:
eddyburg@tin.it.
Caro Eddyburg, scrivo dopo aver letto la corrispondenza inviatale dal tredicesimo municipio di Roma che mi ha colpito non poco! Anche (soprattutto?) perchè ho rivisto in quelle righe una storia che ho vissuto in prima persona, accaduta verso il Natale 2006 a poche decine di metri dal confine con il Parco dell'Appia!
Credo che lei conosca la vicenda urbanistica di Tor Marancia, con la nefasta scelta (politica, ovviamente) di dover compensare i signori del mattone che avevano le proprietà di quei terreni: parte di quella cubature è atterrata a 100 metri di distanza dal Parco dell'Appia (come ben descritto da Paolo Brogi qualche tempo fa), in una zona, denominata in prg "I 60", che è la naturale prosecuzione del pianoro di Tor Marancia verso l'area del contiguo Fosso delle Tre Fontane.
Proprio in questa zona, dominava il paesaggio (fino al 2005, appunto), un bel casolare, "Casale Baffoni", complesso costituito da tre corpi di fabbrica che si affacciavano in una corte interna, con stradina di ingresso da via di grottaperfetta, a lato dell'ottocentesco Forte Ardeatino. Un bel (sic!) giorno, al posto del casolare, (censito al numero 193 del foglio 24 della carta dell'agro, nominato dal Tomassetti nel volume I della “La Campagna Romana Antica, medievale e moderna”, al numero 298 come "Sant'Alessio o Vigna Murata, Baffoni Luigi, ettari 6.57.") trovo solo macerie! da un giorno all'altro, con il pretesto (credo) di sgomberare il casolare da occupanti abusivi, senza nessuna traccia di cartelli recanti la committenza del "lavoro", non è rimasto nulla della storia di questo territorio, nè delle fatiche di chissà quante persone hanno abitato quel casale e che hanno lottato contro la malaria, le due guerre, la miseria dell'agro romano..tutto distrutto!..una damnatio memoriae che sarà completata appena i costruttori riusciranno a colare i 400 mila mc previsti dalla compensazione di tor marancia! naturalmente questo era solo un ricordo personale di una vicenda minore (nella più vasta tragedia) del consumo di suolo in territorio romano, ma che comunque credo dia il segno tangibile dell'ignoranza e del pressappochismo di molti dei nostri politici (o tecnici compiacenti) e di come non riescano a leggere in un casale abbandonato la storia stessa e le lontane radici del territorio che desiderano governare. Unica voce che sono riuscito a trovare in rete, nel silenzio totale sotto il quale è passata la demolizione, è la menzione in un comunicato della sezione romana di Italia nostra, oltre ad una paginetta che mettemmo sul sito dell'allora gruppo locale wwf
Non credo che questa distruzione della nostra storia e della bellezza che ci hanno lasciato i nostri avi possa durare a lungo. Prima o poi le voci che si levano sempre più frequenti saranno così forti da bucare il muro di silenzio che hanno costruito per nascondere la verità. Bisogna comprendere quello che succede e individuarne le cause. Bisogna impiegare tutta la nostra capacità di raccontare, argomentare, convincere, e lavorare con gli altri, con pazienza, tenacia, costanza e soprattutto con speranza.
Mi chiamo Angela Comenale Pinto, sono napoletana e vivo da 27 anni a Genova, dove insegno in un Istituto Agrario a S. Ilario, un posto incantato, che però fa gola a troppi. Da un anno il Comune di Genova porta avanti il progetto di una strada che taglierebbe a metà lo storico podere Costigliolo, dove sorge la Scuola, fondata nel 1882 da Bernardo Marsano. Le allego la documentazione relativa e le chiedo il suo parere e il suo aiuto.
Un cordiale saluto
Angela Comenale Pinto
Non so consigliarle altro che dare diffusione alla sua protesta e alla documentazione. La allego, mi sembra molto chiara ed efficace. Mi sembra che la scelta del comune sia veramente sbagliata: distruggere un simile bene per costruire una strada per la quale ci sono alternatevole ragionevoli e rispettose del patrimonio paesaggistico! Ma quel sito non è protetto dal piano paesaggistico della regione? Spero che qualche lettore di eddyburg di quell’area ci informi e ci aiuti alla difesa del Podere Costigliolo
“A Napoli non prosegue il buon livello di pianificazione raggiunto con la Variante al Prg e non si considera la prospettiva di un CENTRO collegato alle periferie con standard europei che sarebbe possibile grazie al Parco delle Colline e alle nuove linee della Metropolitana in via di realizzazione. Nei prossimi mesi il Comune di Napoli vara il Programma di Intervento Centro Storico, finanziato da contributi europei per circa 240 milioni di euro. Nel Programma gli assessorati designati hanno sancito la priorità “Cittadella degli Studi”, cioè l’unione di facoltà e istituti universitari nel Centro Storico perimetrato come Patrimonio Unesco. Alla “Cittadella” viene subordinato anche il Parco Archeologico, ancora da istituire e già previsto dal Prg di Napoli.
Il prossimo 12 settembre è la scadenza fissata dal Comune per accogliere le proposte di comitati e associazioni della società civile. Ritengo che non debba essere l’Università la funzione egemone e il principio ordinatore degli interventi per la riqualificazione del Centro Storico, e particolarmente dell’area dei decumani, luogo ancestrale, simbolico e ricco di significati per la collettività. La tanto decantata “vocazione” del Centro Antico a “Cittadella degli Studi” non esiste: Gli edifici istituzionali della Università Federico II e dell’Istituto Orientale sono ubicati sul Corso Umberto e la via Duomo, assi di sventramento effettuati alla fine dell’Ottocento dalla Società del Risanamento, i cui progettisti non tenevano in alcuna considerazione la città antica.
La fondazione di Napoli col tracciato ippodameo risale a duemilacinquecento anni fa, mentre l’università contemporanea con le iscrizioni di migliaia di studenti napoletani e forestieri è storia di solo pochi decenni. Inoltre, le scuole, gli istituti, le università situate nel perimetro del Centro Storico non sono certo da considerarsi per tale motivo migliori di quelle che invece sono ubicate al di fuori, come la Facoltà di Ingegneria che dal 1965 si trasferì a Fuorigrotta.
L’Università necessita di aule e laboratori con le caratteristiche necessarie alle esigenze didattiche e di case dello studente modernamente modulate e con affitti proporzionali ai redditi familiari; con queste vanno progettate sale e strutture collettive per l’aggregazione, le attività culturali e lo svago di giovani studenti. Tutti progetti da realizzare nelle aree dalle industrie dismesse e nelle periferie degradate, nel quadro di interventi tesi a ricucire le smagliature (sprawl) del tessuto urbano, proseguendo e migliorando così l’insediamento di Monte S.Angelo e dando inizio a quello di S.Giovanni a Teduccio. Mi sentirei in una Napoli modernamente più europea se sulle nuove linee della metropolitana ci fossero le fermate “Città Universitaria” e “Case dello studente”. Napoli persegua un destino di comune virtuoso, gà delineato dalla Variante al Prg, realizzando progetti equilibrati tra le diverse parti di città a partire dal proprio Centro: la città antica. Ci sia al più presto un diffuso Parco Archeologico con aree pedonalizzate, chiostri e giardini accessibili a donne, bambini e persone anziane.
Le istituzioni comunali recepiscano i bisogni reali della gente: si insedino nei decumani il Dipartimento di Urbanistica e la Casa della Città con programmi e informazioni per i cittadini. Il Programma Centro Storico provveda a migliorare la qualità della vita con misure efficaci: Censimento, regolamentazione e sostegno delle attività produttive. Assistenza per la maternità e la pari opportunità delle donne nel mondo del lavoro. Promozione della raccolta differenziata dei rifiuti e incentivi per l’energie naturali. Laboratori di ricerca e produzione teatrale, vicino ai siti dell'antichità greco-romana, con coinvolgimento delle scuole e della cittadinanza tutta.
Alberto Calabrese, socio e collaboratore del Circolo Centro Antico, primo circolo della Lega per l’Ambiente a Napoli.
Le sue considerazioni mi sembrano ragionevoli. Spero che il Dipartimento urbanistica del Comune, che certamente legge questa lettera, ne terrà conto ed esprimerà anche ad eddyburg i suo parere in merito
All'inizio dello scorso luglio l'Agenzia delle Entrate ha diramato una propria risoluzione (170/E del 3 luglio 2009) in cui, partendo dalla specifica tematica oggetto dell'azione istituzionale della medesima Agenzia, cioè l'applicazione della normativa tributaria, perviene ad una interpretazione piuttosto ambigua, se non pericolosa, per gli effetti sulla gestione ed attuazione delle aree che il piano urbanistico destina a servizi e attrezzature pubblici. Al di là della specifica questione tributaria (nb: già è discutibile sul piano dell'equità che sia richieda il pagamento dell'ICI su terreni resi edificabili solo a seguito dell'adozione di uno strumento urbanistico e non già quando questo diviene efficace) l'esito della risoluzione sembra possa produrre una sottrazione ulteriore al regime pubblico di quelle fondamentali parti della città che grantiscono l'equità dei diritti sociali (scuole, asili, strutture sanitarie, verde, ecc.). In sostanza ai fini tributari - ma siamo sicuri che sia solo a questi fini ? - l'edificabilità di un'area che il piano regolatore riconosce nell'ambito del sistema dei servizi e delle attrezzature pubbliche (gli standard urbanistici secondo il DM 2 aprile 1968)) è esclusa, ammenochè l'attuazione e la gestione della previsione di piano sia ammessa dal medesimo strumento a vantaggio di operatori privati. Cosa ne pensa eddyburg ?
Sono veramente bravissimi. Con questa interpretazione si sollecitano i comuni virtuosi (quelli che vogliono salvare le aree vincolate per la formazione di spazi pubblici ma non ancora acquisite) a modificare le norme nel senso d consentire che le attrezzature pubbliche vengano realizzate e gestite dai proprietari. Un ulteriore passo verso la privatizzazione di ciò che è pubblico, verso la trasformazione della città a merce, a valore di scambio, verso la pienezza del potere della proprietà immobiliare. Un ulteriore passo verso la scomparsa dell’equità nell’uso della città.
Continuiamo a sperare che l’opposizione (le opposizioni, quelle togate e quelle, diciamo, straccione) se ne accorgano. E speriamo che qualche esperto di jure amico di eddyburg vorrà commentare l’interpretazione degli uffici finanziari.
In omaggio ai leghisti, alle loro proposte agostane, ai dialetti, a Berghem de hüra (Bergamo alta) e a Berghem de hota (Bergamo bassa), ho trovato oggi in rete questi tentativi di Haiku, di cui ti so fine cultore. Non possono competere con gli originali, ma devi ammettere che un certo fascino ce l'hanno anche loro, no?
Haiku-De-Hura, Haiku-De-Hota
Verdevestito,
se parli di "radici"
sollevo i piedi
Il tuo dialetto
desidero impararlo
Per insultarti
Dal sito ghostwritersondemand.splider.com
Grazie, davvero rinfrescanti, e adeguati al bersaglio.
La fotografia Wwf dell’Italia: 230 mq di urbanizzazione per ogni italiano, solo il 14% del territorio libero e distante almeno 5 km dall’edificato. E ora il disastro del piano casa. Ma senza territorio libero anche il benessere dell’uomo è a rischio
Un territorio quasi saturo, sparpagliato, cosparso a macchia di case, strade e capannoni, una specie di città diffusa che sembra più una metastasi che una città, con oltre 3,5 milioni di ettari, di cui 2 milioni di terreni agricoli, divorati dal cemento negli ultimi 15 anni (una superficie grande quasi quanto il Lazio e l’Abruzzo messi insieme, a un ritmo di 244.000 ettari all’anno); oltre 8.000 comuni e 8.000 piani regolatori diversi, 12,8 milioni di edifici, 27 milioni di unità abitative (per il 20% non abitate!) e una serie di piani casa in corso di definizione. Il tutto collegato da più di 200.000 km di strade che frammentano il territorio come fosse un mosaico, e un piano di “infrastrutture strategiche” (la Legge Obiettivo) che danneggerebbe 84 aree protette e 192 Siti di Importanza Comunitaria (SIC), tutelati dall’Unione Europea. Mentre dall’altro lato la crescita demografica è limitata se non assente (a Palermo la popolazione è aumentata del 50%, l’urbanizzazione del 200%). È la impietosa fotografia sull’Italia scattata nel dossier “2009 L’anno del Cemento”, a cura del WWF con contributi di Bernardino Romano e Corrado Battisti dell’Università dell’Aquila.
I piani casa regionali non fanno che peggiorare la situazione. Dopo lo scontro con il Governo sulle competenze istituzionali avvenuto a marzo, le regioni sembrano essersi accorte di avere un potere che non esercitavano appieno e hanno provveduto in modo disomogeneo a sedicenti piani casa che aprono a pesanti interventi anche sugli immobili industriali e artigianali e, in alcuni casi, consentono pericolose semplificazioni autorizzative. Con un effetto se possibile peggiore rispetto al testo iniziale del Governo, giustamente bloccato. Le situazioni sul territorio nazionale sono differenti, ma in sostanza viene ammesso praticamente ovunque un incremento di cubatura del 20% che può arrivare a oltre il 30% se accompagnato dalla messa in efficienza energetica degli edifici. Molte regioni (tra cui Piemonte e Lombardia) consentono l’ampliamento dei capannoni senza che questo sia in alcun modo condizionato da un adeguamento dei servizi, compresi quelli di viabilità. Altre consentono il cambio di destinazione d’uso e forme di comunicazione dei lavori, che non solo fanno saltare i permessi a costruire (le vecchie concessioni edilizie) ma addirittura anche le dichiarazioni inizio attività. Il risultato è che si aumenta potenzialmente e senza controllo non solo la cubatura ma anche la densità abitativa, senza che questo sia condizionato da servizi e standard urbanistici come ad esempio il verde pubblico.
Nel nostro Paese l’urbanizzazione, cresciuta del 500% dal 1956 al 2001, ha raggiunto un picco tale che a ogni cittadino possono esserne attribuiti in media ben 230 mq. Per dare un’idea, basti pensare che più di 100 Comuni hanno urbanizzato oltre il 50% della propria estensione e che solo il 14% del territorio nazionale dista più di 5 km da un centro urbano (il 28% più di 3,5km), vale a dire che in Italia non è sostanzialmente possibile tracciare un cerchio di 10 km di diametro senza intercettare una zona costruita! Quasi il 60% dell’urbanizzazione si concentra nelle pianure, che coprono il 18% del territorio italiano, tanto che secondo alcuni ricercatori se continuiamo così entro pochi decenni non ci saranno più aree pianeggianti libere da cemento e asfalto. Ma anche gli 8.000 chilometri di costa, le colline pedemontane, le aree lungo i fiumi e perfino le piccole isole e le aree agricole non vengono risparmiate. Un trend che, con la scusa di un rilancio economico che andrebbe a rafforzare un comparto edile in realtà costantemente in crescita, è destinato a degenerare in un effetto domino che apre allo scempio, con gravissime ripercussioni sul benessere di tutti gli italiani.
Sì, perché il territorio libero non è solo un bel paesaggio da guardare dal finestrino della propria auto, ma è condizione imprescindibile per mantenere gli ecosistemi vitali e garantire i servizi, indispensabili anche per l’uomo, che sono in grado di offrire (acqua, aria, cibo, protezione…). Oltre a causare la scomparsa di specie animali e vegetali, comprese quelle agricole e forestali, e la riduzione di materie prime che sono alla base della nostra economia, l’urbanizzazione crea una barriera orizzontale tra suolo, aria e acqua che interferisce con le loro funzioni: viene impedita la ricarica delle falde acquifere, aumentano i rischi di inondazioni, si riduce la capacità di assorbimento del carbonio e quindi la capacità di contenere le modificazioni climatiche, vengono distrutti e frammentati gli habitat, con un conseguente crollo della biodiversità, in particolare per grandi carnivori come l’orso, che necessitano di ampi spazi vitali.
“Il territorio, fondamentale per assicurare il benessere di tutte le forme viventi compreso l’uomo, è una risorsa esauribile e irrecuperabile. Ma in Italia il continua a essere cementificato in maniera sempre più accanita, dalle pianure alle coste, fino ai luoghi più impervi. – ha dichiarato Gaetano Benedetto, co-direttore generale del WWF Italia - Se la nostra classe politica ed amministrativa fosse in grado di comprendere le conseguenze di questi dati, certamente nessuno si azzarderebbe a proporre piani casa quali quelli che si stanno vendendo in queste settimane. L’iniziativa sul piano casa del Governo giustamente fermata dalle regioni si è trasformata in una sorta di boomerang sul territorio. Un effetto domino che, nonostante la procedura formalmente più corretta sotto il profilo istituzionale riversa ovunque ancora più cemento, se possibile, di quanto lo stesso Governo non avesse ipotizzato.”
L’Italia, che ospita ben 12.000 specie di piante e 57.468 specie animali, di cui 4.777 endemiche (ovvero esclusive del nostro Paese), oltre a una grande varietà di ambienti naturali, è contemporaneamente uno dei Paesi europei più ricco di biodiversità e maggiormente a rischio riduzione o perdita di questo patrimonio biologico. Allo stesso tempo, è tra i primi Paesi produttori e consumatori di cemento in tutta Europa (47,5 milioni di tonnellate nel 2007, di cui il 70% destinato all’edilizia), un settore “controllato” da 1796 imprese che danno lavoro a “soli” 14.000 addetti, e che ha creato in Italia un totale di 16.000 cave (di cui 10.000 abbandonate) trasformando il nostro territorio in un vero e proprio gruviera. E buona parte di questo cemento viene riversato proprio sulle aree più importanti per la biodiversità, ovvero coste, fiumi e aree agricole.
“Lo Stato deve riprendere il proprio ruolo – conclude Gaetano Benedetto, co-direttore generale del WWF Italia - Le competenze urbanistiche rientrano nel più vasto concetto di governo del territorio introdotto nel 2001 con la riforma del titolo quinto della Costituzione. Questo significa che la materia non è esclusiva competenza delle regioni, ma appartiene in parte anche allo Stato, che ha il dovere e il diritto di indirizzare e rendere coerenti gli interventi sul territorio. Lo Stato sino ad oggi non ha esercitato questa sua competenza e il risultato è un patchwork indigesto che aggrava una situazione pesante già preesistente e segnata da milioni di abusi, molti dei quali ancora con le pratiche condono ancora aperte.”
Di seguito il documento integrale
Caro eddyburg, Nel golfo compreso tra Capo Rossello e la Scala dei Turchi, che ha ispirato alcuni racconti di Andrea Camilleri, sono stati realizzati da poco dei frangi flutti, parallelamente alla costa, con lo scopo di proteggere la parete marnosa che chiude alle spalle un lembo di spiaggia dal valore paesaggistico ineguagliabile. Opere simili sono già state costruite in passato lungo la costa agrigentina ed hanno trasformato spiagge e scogliere bellissime in distese di sabbia dura e impossibile da utilizzare per la balneazione.
Stessa sorte purtroppo toccherà al golfo della Scala dei Turchi se non si rimuoveranno i frangi flutti
L’aumento delle piogge stagionali e la strada che in passato è stata costruita sull’altipiano, favoriscono le infiltrazioni causando un accelerazione del fenomeno franoso a cui, naturalmente, è sottoposta la parete di marna quindi qualsiasi intervento risulterebbe assolutamente parziale.
E’ stato chiesto più volte di modificare il progetto ma è stato risposto che non era possibile perché ormai l’opera era stata finanziata e non si poteva tornare indietro. Il paradosso è che il comune di Realmonte di recente ha avanzato richiesta all’UNESCO di inserire la Scala dei Turchi tra il Patrimonio dell’Umanità e ci si chiede come i lavori si possano conciliare con le regole che disciplinano l’inserimento dei siti tra il Patrimonio dell’Umanità.
La costa agrigentina ha sempre subito le ferite di un abusivismo scellerato e di interventi per la salvaguardia delle coste inadeguati ed episodici che hanno modificato l’aspetto dei luoghi dove siamo cresciuti e dove ritroviamo la matrice della nostra identità. La baia dove approdarono i Turchi per le loro scorrerie, è uno di questi ed è ancora lì come un tempo e tale deve rimanere.
Le chiediamo aiuto e di dare visibilità sul Suo sito a quanto sta accadendo. Grazie mille. Certo di un suo aiuto le porgo cordiali Saluti.
Caro Verruso, di fatti come quello che lei denuncia ne succedono tanti, troppi, in Italia. Quelli che approdano in eddyburg sono la punta estrema di un iceberg. Il nostro sforzo è quello di comprendere, e di far comprendere, perché ciò succede: comprendere è il primo indispensabile passo per chi vuole cambiare. Speriamo che aver dato quel poco di visibilità che possiamo alla distruzione della Scala dei turchi possa aiutare a salvare quel bene.
Caro Lodo, Il primo punto è se la legge 24/2009 della Regione Toscana, il ‘piano casa’, sia una buona legge. Io ho brevemente argomentato a favore. Non sto qui a ripetermi. Se si è di parere diverso si ha il dovere di argomentare diversamente. Il secondo punto è che una buona legge sulla carta può produrre effetti cattivi se i comuni non agiranno nello spirito del provvedimento, ma a seconda di interessi particolari o peggio. Non vedo niente di contraddittorio fra i due punti. Si ritorna perciò al nodo critico del governo del territorio in Toscana, ancora più critico quando si tratta di paesaggio. Un buon funzionamento della legge, e in generale del PIT implica che le responsabilità di tutela e gestione del paesaggio non siano delegate ai comuni singolarmente, ma attuate in forme di governo statutarie e con modalità allo stesso tempio più ampie e partecipate. La strada opposta è una gestione burocratica di leggi e PIT, con i comuni chiamati a autocertificare la propria conformità al piano regionale. Perché dovrei considerare inevitabile la seconda strada? Che senso avrebbero allora le critiche e le proposte avanzate su questi temi da me come da tanti altri (anche) su eddyburg?
Credo sia più interessante valutare il governo del territorio della Regione Toscana per le politiche reali piuttosto che emettere una scomunica preventiva. Con ciò esprimo, come te, un parere libero da ogni condizionamento, anche di linea politica.
Abbracci
risponde alla lettera di Lodo Meneghetti qui sotto nella stessa rubrica
Ho letto in ritardo, ma dico la mia. Per fortunal’articolo di Baldeschi sulla legge casa della Toscana, dapprima tutto una specie di canto soddisfatto, si rompe e si contraddice nella seconda parte con quel “tuttavia…” che introduce a ciò che sarà la realtà a scala comunale (e regionale). Se si rinuncia alla dura motivata opposizione disperdendosi nella ricerca di qualche pinzillacchera positiva nei quadri disastrosi, si rinuncia al compito che come eddyburg, credo, ci siamo dati. Che non significa non riconoscere il buono, il buono vero non falso, il buono nella società dove c’è, anche dentro il disastro: vedi il caso veneto con le migliaia di osservazioni e di opposizioni alla legge casa provenienti, come si dice, dal basso (Edoardo, in Carta). Sono dispiaciuto con Paolo.
A questa lettera indirizzata a Paolo Baldeschi, anche lui “opinionista” di eddyburg, risponderà Paolo.
L’articolo del nostro collaboratore Paolo Grassi, che tra l'altro criticava la debolezza con la quale la sezione romana dell’associazione Italia Nostra aveva difeso e difendeva il “Progetto Fori”, ho suscitato un’ampia lettera di protesta della dirigenza della sezione, Alla protesta ha replicato Paolo Grassi. Data l’ampiezza dei testi, lontana dallo standard della rubrica Posta ricevuta, alleghiamo entrambi in formato .pdf. Con la viva speranza che il ritrovato consenso per la positività e l’essenzialità del “Progetto Fori” e la comune critica per il suo insabbiamento provochino nuove azioni. Chi condivide la portata innovativa di quel progetto per il futuro urbanistico, culturale e sociale di Roma non può lasciare che esso venga dimenticato, sacrificando un futuro possibile alla prevalenza del crescente traffico automobilistico, degli interessi immobiliari e delle ambigue rivendicazioni di una continuità col regime fascista.
In calce sono scaricabili la lettera di Mirella Belvisi, dirigente della sezione romana di Italia Nostra, e la replica di Paolo Grassi. A richiesta saranno trasmessi gli allegati elencati nella replica di Grassi.
La Giunta Marrazzo con l’autostrada denominata Corridoio intermodale Roma-Latina, ha intrapreso unilateralmente e senza alcun coinvolgimento e partecipazione delle comunità locali un percorso devastante per il territorio, oneroso per la collettività e i pendolari, inutile per la non risoluzione dell’accesso e dell’uscita da Roma. Inoltre, nella conferenza dei servizi sono state adottate varianti ulteriormente peggiorative, difatti il percorso passerà per il 60% fuori dall’area di sedime della Pontina provocando ulteriori danni ed espropri delle case e delle attività produttive. L’impatto ambientale è insostenibile fin dall’inizio e per tutto il suo percorso all’interno del Comune di Roma, interferirà con la riserva naturale di Decima-Malafede, le zone archeologiche (Necropoli di Decima) tutelate dalla legge 1039, la Zona di protezione speciale e il SIC di Castel di Decima. L’autostrada ridurrà di oltre 100 ettari il Parco di Decima-Malafede colpendo le sue aree boschive e seminative arrecherà un duro colpo al suo equilibrio naturale. L’esproprio delle aree, in particolare dai by passes di Pomezia, Aprilia e all’altezza di Capoverde e Fossignano sconvolgerà gli standard abitativi, le attività agricole, zootecniche e produttive. L’intervento dei privati pari al 60%, imporrà il pedaggio-beffa. I pendolari continueranno a fare file interminabili perché il tappo a Roma rimarrà inesorabile, aggravato dal mega Centro Commerciale EUROMA2! Anche per evitare i continui incidenti mortali chiediamo: l’adeguamento in sicurezza di tutta la Pontina, il miglioramento delle linee ferroviarie Roma-Latina e Nettuno-Campoleone, la costruzione della metropolitana leggera Roma-Pomezia-Ardea, i parcheggi di scambio, la tutela del Parco di Decima-Malafede e della vocazione agricola dell’agro romano e pontino. Ciò equivale a minor costi, minor impatto ambientale, minor stress e inquinamento, una forte riduzione del traffico privato su gomma, un miglior afflusso dei veicoli nella metropoli.
Invitiamo i lettori di eddyburg a firmare il nostro appello.
Di destra o di centrosinistra che siano, non riescono a fare che autostrade e simili. Risultati: aumentano il trasporto automobilistico e provocano ulteriore congestione, che richiederà nuove autostrade; continuano la distruzione del territorio naturale e di quello agricolo; con la mistificazione dei lavori in concessione, o del project financing, aumentano il debito che dovrà essere pagato dalle generazioni future. Allego il vostro appello, cui naturalmente eddyburg aderisce (si può aderire qui online)
Nella successione degli eventi sismici dell’ultimo secolo in Italia, quello del 6 aprile scorso assume un carattere eccezionale perché ha colpito un centro urbano di primaria importanza storica, istituzionale e rappresentativa. Una realtà sociale ed economica, peraltro scarsamente dinamica, fortemente dipendente da una domanda pubblica, che negli ultimi tempi ha registrato un processo parzialmente involutivo con la crisi dell’industria manifatturiera e quindi degli altri settori produttivi.
Il rischio da evitare è che l’evento sismico operi come un acceleratore di tale processo.
Il terremoto può essere, invece, l’occasione per invertire la tendenza e determinare un nuovo slancio dell’economia e della vitalità sociale e culturale. Com’è stato, per esempio, nel caso del Friuli Venezia Giulia dove la ricostruzione ha rappresentato uno degli elementi di avvio del cosiddetto miracolo del nord-est.
Per questa ragione il nostro comitato intende essere attivamente presente in tutte le fasi della ricostruzione per contribuire ad una sua impostazione corretta e lungimirante ed al tempo stesso per scongiurare errori irreversibili.
I punti principali sui quali si propone una riflessione sono i seguenti:
1. le decisioni non siano sottratte all’articolazione dei poteri democratici, ricordando che gli interventi di ricostruzione più riusciti sono stati quelli del Friuli Venezia Giulia e dell’Umbria e delle Marche dove le istituzioni e con esse le collettività locali sono state autorevoli protagonisti;
2. la ricostruzione non può riguardare solo gli alloggi ed è bene evitare, da subito, decisioni che possono provocare la perdita o l’indebolimento di funzioni importanti della città capoluogo e l’esodo di popolazione attiva che potrebbe essere indotta a trasferirsi altrove;
3. un corretto e lungimirante processo di ricostruzione, una volta effettuate - con la massima attenzione - le verifiche di agibilità, deve cominciare garantendo il rientro agli sfollati che ne hanno diritto, provvedendo, poi, ad una oggettiva valutazione del bisogno di alloggi temporanei, accuratamente calcolando le disponibilità offerte dal patrimonio abitativo non occupato o facilmente recuperabile, non escludendo interventi di cambiamento di destinazione d’uso, operando, se possibile, anche in comuni limitrofi.
Interventi ispirati esclusivamente ad una logica emergenziale potrebbero invece determinare, specie se fondati sull’obiettivo di assicurare in pochi mesi migliaia di nuovi alloggi durevoli, un assetto urbanistico di pura espansione edilizia, accentuando errori e difetti dell’urbanistica aquilana del dopoguerra. Si pone, inoltre, la necessità di evitare che anche il ricorso alle “casette in legno” - se totalmente a carico dei singoli e non adeguatamente regolamentato - trasformi irreversibilmente ed in via ulteriormente peggiorativa l’intero tessuto urbano.
4. soprattutto importante è l’attenzione da porre nell’immediato ai centri storici del capoluogo, delle sue frazioni e dei comuni limitrofi (e ai beni culturali in genere) - simboli indiscutibili del territorio aquilano e cardini del suo sviluppo economico - finora trascurati. In proposito, è decisivo l’atteggiamento delle principali istituzioni che devono, al più presto, rivendicare la riassunzione del proprio ruolo e rientrare nelle loro sedi nel cuore della città dell’Aquila. La scelta della Banca d’Italia che, da subito, ha messo mano al recupero e al restauro della propria sede e del proprio patrimonio immobiliare, sia di esempio ai pubblici poteri e ai titolari di funzioni comunque rappresentative.
Da evitare, più di tutto, il rischio che l’Università, il Conservatorio ed altri prestigiosi soggetti siano costretti a localizzarsi in realtà decentrate, compromettendo uno dei fattori identitari dell’Aquila. Per questa ragione, mediante il necessario confronto con gli interessati e loro associazioni, bisogna individuare e mettere a disposizione, a titolo gratuito, strutture di accoglienza sicure per gli studenti.
Va evitato, infine, che le famiglie già residenti accettino sistemazioni solo apparentemente ed immediatamente più convenienti, innescando in tal modo un processo di impoverimento sociale e di trasformazione turistica e terziaria del centro storico della città.
Primi firmatari:
Vezio De Lucia, Roberto De Marco, Gino Di Carlo, Georg Frisch, Maria Pia Guermandi, Rita Innocenzi, Maria Pia Moretti, Valentino Perilli, Antonio Perrotti, Edoardo Salzano, Maria Scarsella, Armando Seccia, Giulio Tamburini
Le adesioni al presente appello possono essere comunicate all’indirizzo:
comitatusaquilanus@gmail.com
Gianni Beltrame, urbanista “ambientalmente orientato” fin dai lontani anni Settanta, ha criticato una proposta legislativa di Legambiente Lombardia in un articolo pubblicato su questo sito. Legambiente Lombardia risponde, molto adirato, il presidente Damiano Di Simine, cui a sua volta replica Beltrame
Damiano Di Simine
Risposta di Legambiente Lombardia
a Gianni Beltrame
Caro Gianni Beltrame, consentici di rispondere alle tue critiche incomprensibilmente nostalgiche e rancorose.
Legambiente, per sua missione, ha da un lato il compito di sensibilizzare l’opinione pubblica, dall’altro quella di avanzare proposte scientificamente fondate e concretamente fattibili.
Questo è quello che abbiamo fatto lanciando la legge di iniziativa popolare incriminata. Nel confezionarla, ci siamo confrontati con una pluralità di esperti: urbanisti, economisti, agronomi... abbiamo chiesto un parere anche a te, memori di un lontano passato in cui da Gianni Beltrame giungevano critiche e suggerimenti utili e costruttivi. Ma evidentemente erano altri tempi, forse più generosi e stimolanti per te. Peccato, forse col tuo contributo avremmo potuto perfezionare quella norma che ora contesti. O forse no, perchè gli aiuti e i suggerimenti che abbiamo ricevuto dai molti esperti che abbiamo consultato sono stati davvero ricchi e puntuali.
Evitiamo in questa sede di discutere gli argomenti generali, anche se non ci possiamo esimere dal segnalare che ritenere il tema del consumo abnorme di suolo come un problema “solo ed esclusivamente urbanistico” ci sembra riduttivo e forse fuorviante. Chi dice questo evidentemente non si è accorto degli enormi flussi finanziari che si riversano sempre di più sul mattone; pressioni che vanno ben al di là di una normale (seppur disdicevole) dinamica del profitto: non si spiegherebbe altrimenti la scelta di costruire per costruire, indipendentemente dalle reali possibilità di vendita degli immobili. Inoltre i procuratori antimafia ci spiegano da qualche anno quante sono le infiltrazioni mafiose nel settore immobiliare, anche qui a Milano. Non è quindi solo “questione urbanistica”. Certo, gli urbanisti hanno pesanti responsabilità, che sono quelle di essersi limitati troppo spesso a trascrivere in bella copia le peggiori perversioni cementizie, ma i mandanti sono altri, e all'urbanistica si può 'solo' rimproverare la mancanza di un credibile movimento di obiezione di coscienza.
Per il resto l'urbanistica non ha mai avuto il ruolo che gli attribuisci, perchè non ha mai governato nemmeno concettualmente il tema del suolo e del suo consumo: lo dimostra il fatto che in Italia manchino persino i dati su base nazionale di consumo di suolo, e che nessuno si sia peritato di porre seriamente questo tema, che invece dovrebbe essere un caposaldo su cui informare le scelte strategiche di pianificazione e programmazione territorale (come insegna la legislazione tedesca sui suoli, una delle fonti a cui ci siamo ispirati per scrivere la nostra 'leggina'). Se dovessimo valutare in base alla qualità e alla quantità dei dati disponibili in Italia, dovremmo dirci che l'urbanistica come disciplina semplicemente non si occupa del suolo e del suo consumo, tutt'al più lo considera un argomento retorico. L'eccezione è quella, avviata da alcuni mesi a questa parte, dal DIAP del Politecnico di Milano che con Legambiente e INU sta lavorando alla difficile raccolta e validazione dei dati esistenti.
Ma veniamo alle specifiche critiche.
Abbiamo proposto una “leggina”.
Sì, è vero, si tratta di una legge che interviene in modo limitato e parziale. E’ una colpa grave? Noi, molto modestamente, sappiamo fare questo. Ci vuole il solito 'ben altro'? Di sicuro, ci vuol sempre ben altro, e, caso mai ce ne dimenticassimo, ci sarà sempre qualche 'benaltrista' che ce lo ricorderà. D’altra parte sono ormai troppi anni che attendiamo che qualcuno più bravo di noi scriva una buona legge urbanistica regionale da opporre alla “controriforma” venuta avanti in questi anni, l’avremmo appoggiata volentieri. Ma non solo non sono venute proposte da “tutte le sane forze dell’ambientalismo”, ma neppure da quegli urbanisti che in ogni convegno ci spiegano come gira il mondo: evidentemente sono stati troppo occupati ad aiutare le amministrazioni comunali ad applicare le “controriforme” che nel frattempo sono arrivate.
Da parte nostra avremmo certo voluto scrivere un testo più forte, che affrontasse ad esempio la questione della fiscalità locale, i meccanismi di incentivo perverso legato all'uso degli oneri di urbanizzazione, la questione della proprietà privata... ma si dà il caso che le materie fiscali e quelle di modifica della Costituzione sono sottratte all'iniziativa popolare di proposta di legge, avremmo scritto un testo certo molto più incisivo, ma privo dei requisiti di ricevibilità da parte delle sedi legislative: sarebbe stato un ottimo manifesto politico, non una proposta di legge. E tuttavia di questi temi certo non ci dimentichiamo, ma ne facciamo elemento di battaglia politica, non di proposta legislativa che compete, per queste materie, esclusivamente alle sedi a ciò istituzionalmente preposte, i parlamenti regionali e nazionale, ma che noi intendiamo condizionare con la nostra campagna 'metti un freno al cemento'.
La proposta “ha poco più il valore di una grida, …. “
Articolo 1, comma 2: In particolare, la Regione promuove e garantisce la tutela delle risorse naturali del territorio, in quanto beni che costituiscono patrimonio della collettività e non possono essere consumati in modo rilevante e irreversibile. Sarà pure una grida, ma sarebbe la prima volta che, in una norma di legge italiana, si riconosce il principio che il territorio, pur vigendo la proprietà privata, è un bene comune, appartiene all’intera comunità.
All’articolo 4 si vieta di pianificare espansioni se nel Comune esistono aree già urbanizzate non utilizzate, sottoutilizzate o dismesse. Tale indicazione esiste già in altre leggi (compresa la 12/2005), ma non è mai prescrittiva e vincolante: con la nostra “leggina” lo diventerebbe. E’ una norma inutile? Non è abbastanza radicale? Non sarebbe una concreta limitazione alle espansioni?
All’articolo 5 le espansioni già previste vengono gravate dall’obbligo di cedere al Comune e ad equipaggiare il doppio della superficie fondiaria occupata dal nuovo intervento, sia edificatorio che infrastrutturale, oltre ai vigenti oneri, standard a verde compresi. Noi crediamo che, oltre che garantire un consistente “ristoro” al danno causato dall’occupazione di suolo libero, questa norma possa influenzare positivamente il mercato orientando almeno una parte degli appetiti immobiliari sul riuso del patrimonio esistente anziché sulla costruzione del nuovo. E’ poco? Può darsi, però porterebbe matematicamente ad un esaurimento delle possibilità di espansione ad un livello comunque inferiore al 100% oggi possibile (e in qualche Comune già avvenuto). E’ inutile? Certamente no. E’ “vago e confuso”? Ci si spiega perché, di grazia?
In ogni caso, se la norma è così indolore, benissimo, allora dovrebbe essere molto facile metterla alla prova: non occorre una legge per inserire, volontaristicamente, la 'indolore' compensazione ecologica preventiva all'interno del piano delle regole di uno qualsiasi dei PGT dei1546 comuni lombardi, anzi, visto che è così indolore, ci stupisce che nessuno l'abbia ancora fatto: confidiamo pertanto che ciò avvenga, per vedere come questa norma indolore agisce.
“… se pur alla ricerca di un facile consenso”.
Questa critica ci pare proprio curiosa. E’ forse una colpa cercare, e possibilmente avere, un largo consenso? E’ forse inutile obbligare il Consiglio Regionale ad esprimersi su una proposta di risparmio di suolo corredata da un alto numero di firme che ne comprova il consenso popolare?
Dovremmo fare proposte che suscitano opposizione nell’opinione pubblica?
“solo il ritorno ad una corretta e operante pianificazione territoriale-paesistico-ambientale …”
Questa è la parte meno comprensibile tra le tue critiche. A quando o a dove si riferisce l’auspicato “ritorno”? Se, per restare in Lombardia, tutti siamo dell’opinione che lo sfascio delle normative urbanistiche degli ultimi 15 anni ha provocato danni incalcolabili, a noi non pare che prima si fosse in una mitica “età dell’oro” della pianificazione territoriale. Forse le “corrette pianificazioni” stavano, in qualche caso, sulla carta. Sul territorio concreto a noi non pare. Oppure ti riferisci ad altre regioni italiane supposte virtuose? Quali sarebbero? Chi e quando ha quanto meno limitato il consumo di suolo? Qual è la corretta urbanistica che ha dato prova di funzionare bene e che pertanto meriterebbe nostalgia?
Da ultimo
Nell’ultimo punto della lettera aperta fai riferimento a “sane forze ambientaliste” da “guidare” e da “mobilitare”. Ora, i casi sono due: o consideri Legambiente una forza ambientalista “malata”, e allora il dialogo diventa veramente difficile, oppure ci annoveri tra quelle sane, ma in questo caso non comprendiamo chi ci dovrebbe “guidare”. Noi intenderemmo auto-guidarci. Almeno questo lasciacelo.
Nel frattempo, attraverso i banchetti di raccolta firme presenti in tutta la Regione, noi stiamo parlando di consumo di suolo con tutti i cittadini che si avvicinano, e sono tanti.
Non servisse ad altro, basterebbe questo a giustificare la campagna. O no?
Gianni Beltrame
Risposta a Damiano Di Simine
A chi non capisce, è bene e doveroso, gentilmente, rispiegare una seconda volta (se, naturalmente, chi non ha capito ha sincera voglia di capire).
Il contenuto della mia “lettera aperta” è molto chiaro e si basa su un ragionamento semplice e lineare, articolato in tre punti:
1) l’abnorme e non necessario consumo di suoli oggi in atto dipende esclusivamente dalla mancanza e dalla assenza di una corretta e operante pianificazione territoriale ovvero dalla assenza di applicazione di quel complesso di norme, leggi, pratiche disciplinari, pianificatore e ambientali e corretta amministrazione del territorio e del paesaggio definite in pratica “urbanistiche”, “comprensive di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi o gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente”.
2) regole, norme e buone pratiche rese possibili attraverso un buon uso del complesso delle leggi precedentemente esistenti ma distrutte sistematicamente negli ultimi anni da quella “controriforma urbanistica” che, in nome di un ideologico “liberismo” e “laissez faire a fini cementificatori” ha portato ad uno smantellamento totale della gestione del territorio improntata all’interesse collettivo e all’uso di piani e programmi pubblici per mettere al di sopra di tutto l’interesse privato a edificare ovunque e la “negoziazione” e “mercatizzazione” di ogni bene territoriale. (Disegno di legge Lupi).
Ovvero da quella concezione della “barbarie antiurbanistica” che quest’anno celebra il suo trionfo col cosiddetto Piano casa del Presidente Berlusconi e con le dichiarazioni del Ministro per i Beni e le attività Culturali Sandro Bondi che afferma che i disastri urbanistici in Italia sono stati fatti dai Piani regolatori! (E quasi nessuno si indigna)
3) sostengo, infine, che l’idea di poter invertire questa situazione promuovendo una ingenua leggina, sia pur di iniziativa popolare, per arginare gli eccessi di consumo dei suoli, sia pura illusione.
Non esistono vie facili e brevi in materia così complessa e difficile - e profondamente avversata - com’è urbanistica, tanto più che le forze di sinistra e ambientaliste cui dovrebbe competere questo sforzo di ricostruzione, non danno sino ad oggi segni di risveglio.
Solo un lungo, non facile e faticoso lavoro di rilancio e di ricostruzione di un quadro legislativo-normativo, di comportamenti e di corrette pratiche di pianificazione territoriale a guida pubblica, potrà affrontare il problema di un corretto uso dei suoli.
Del resto solo una corretta pianificazione territoriale e ambientale, basata su una conoscenza sistematica, complessiva e preventiva di valutazione di tutti i suoli e di tutti i valori paesistico-ambientali connessi in una visione di organizzazione territoriale, è in grado di decidere razionalmente su quali e quanti suoli trasformare, su cosa è consumo corretto e cosa è spreco, su quali e quanti non trasformare e proteggere: su quali , quanti, dove e perché.
Questi sono i contenuti della mia “lettera aperta” :nessuna aggressione e nessuna affermazione ideologica dunque, come invece sostiene il sign. Di Simine.
Caro direttore, siamo Federico e Lorenzo, i due ragazzi del Comitato “Non grattiamo il cielo di Torino” che giovedì sera sono intervenuti alla trasmissione Annozero di Rai2, nella quale purtroppo non siamo riusciti a dire cosa stiamo facendo per contrastare la costruzione del grattacielo Intesa-Sanpaolo nella nostra città. Ce l’hanno impedito Maurizio Lupi e Daniela Santanchè, rappresentanti di una classe politica che, senza pudore e con arroganza, arriva a negare perfino quei minimi spazi di espressione concessi a noi giovani. Avremmo voluto raccontare dei nostri 4 alberi da frutta “abusivi” piantati a ridosso del cantiere dello scavo preliminare del grattacielo, e delle decine di semi e piantine del nostro “Ins-Orto”, che stiamo coltivando insieme agli abitanti del quartiere. Avremmo poi raccontato dell’arrampicata su uno degli alberi che il cantiere stava per espiantare, delle simulazioni realizzate per far vedere come cambierebbe irrimediabilmente il paesaggio della città (disponibili su www.nongrattiamoilcielo.org), delle enormi bolle di sapone fatte sotto la sede della banca e anche in faccia al presidente Salza… Avremmo infine risposto alla Santanchè, desiderosa di nuovi simboli per Torino, che siamo affezionati all’architettura storica della nostra città, e che Torino non è affatto “piatta e grigia” (fuori onda), ma piena di vita e colori, che la animano tra i riccioli barocchi dei suoi palazzi e sotto i portici dei viali ottocenteschi. Speriamo che si sia almeno capito che 300 milioni spesi per nuovi uffici, quindi per un’opera inutile, sono uno schiaffo a chi sta vivendo la crisi.
Anch’io sono rimasto scandalizzato da quel numero di Anno zero. Belli i servizi dalla Sardegna, benché non fosse affatto chiarito dal conduttore il nesso tra quei servizi e l’argomento del cosiddetto “piano casa”. Ottimo, come al solito, l’intervento di Travaglio e la sua replica al fondamentalista Lupi. Ma tutta la parte nello studio secondo me è stata terribilmente inadeguata. L’unico che ha detto cose vere e serie è stato Sansa, che certamente (oltre al volpino Lupi) era l’unico competente, e assolutamente l’unico con una competenza volta a fin di bene. Santanchè ha dimostrato quanto è basso il livello più basso del personale politico attuale (non riesco a immaginare che ci sia qualcuno più incompetente e arrogante di lei, ma ne conosco pochi di parlamentari new wave). Il bravo Nicky Vendola ha fatto discorsi alti (l’unico), ma nel merito mi sembrava un pesce fuor d’acqua. Ma forse il punto più basso della trasmissione è stato rappresentato dal modo in cui Santanchè da un lato, e Santoro dall’altro, vi hanno impedito di esprimervi. Il conduttore non solo ha lasciato strillare gracidare Santanchè sulle vostre parole, ma ha chiuso facendo intendere che la disputa era solo una questione di gusto.
Devo dire che ciò che più mi ha amareggiato è il modo assolutamente superficiale, confuso, arruffone in cui si sono trattati temi decisivi, come la grande operazione immobiliare, distruttiva della città e del territorio, avviata da Berlusconi. Chiacchiere da Bar dello Sport; salvo quelle poche eccezioni che ho citato, affogate nel mare del common sense più sciatto. L’unica conclusione che posso trarne è che a Santoro l’argomento non interessasse affatto, e che il suo obiettivo fosse solo di dare un po’ di spazio, nel ciclo delle sue trasmissioni, a quei due personaggi della misera destra italiana.
Caro Eddy, salvare il mondo e difendere quel poco di urbanità che ancora resiste è faccenda assai più complicata che salvarsi l'anima. Il primo impegno richiede quel che tu dici: «fatica, pazienza, speranza»; per salvarsi l'anima basta il pensiero lineare dei fondamentalismi e dei narcisismi (che spesso vanno a braccetto).
Di «fatica, pazienza e speranza» è fatto il lavoro che non pochi di noi fanno con gli studenti. Ma, se vuoi bruciare quel residuo di credibilità che ti rimane, non hai che da usare la tua "posizione" come un mitra puntato. La rivoluzione, come sai, è invece indurre a ragionare e a sentirsi responsabili. Delle sparate dalle torri d'avorio, dentro l’università e fuori di essa, non frega niente a nessuno. Sono, anzi, quanto mai nocive (oltre a offrire ulteriori motivazioni a chi lavora senza tregua per distruggere la scuola pubblica).
Allo stesso tempo, sul fronte accademico la sopravvivenza dell’università viene ormai fatta dipendere dalle commesse contoterzi. Nel campo dell’urbanistica il volume delle commesse ha raggiunto in talune strutture livelli un tempo impensabili, ma quanto di questo lavoro costituisce un avanzamento nella ricerca e quanto è invece lavoro professionale camuffato? Quanto risponde a uno spirito di responsabilità civile e quanto è mero lubrificante offerto agli amministratori pubblici per far girare le cose come vogliono loro? Su questo andrebbero tratti bilanci, ma le domande di cui sopra non sono all’ordine del giorno degli organi di governo dell’università.
Come la mettiamo allora con l’impegno civile del lavoro universitario? Questo si gioca sui progetti formativi e sugli strumenti conoscitivi e operativi che si mettono a disposizione delle giovani generazioni per interpretare la realtà e tentare di modificarla, avendo presenti le grandi questioni strategiche (su cui il più delle volte la politica si dimostra assente). E quanto all’impegno politico, è già tanto che l’università trovi i modi per difendere il suo patrimonio e il suo potenziale da un attacco che non ha l’uguale da quando è stata istituita.
C’è poi il problema dell'accesso ai mezzi di comunicazione. Internet ha in parte scombinato il monopolio – Eddyburg è lì a dimostrarlo –, ma per arrivare alle masse ci vuole ben altro. È incredibile l’anestesia prodotta dal berlusconismo. Posso citare alcune mie esperienze. Più di un articolo che ho inviato alle redazioni milanesi di «Repubblica» e del «Corriere della Sera» è stato cestinato, o trasformato in lettera. Lo stesso è accaduto con "AL", la rivista degli ordini degli architetti lombardi: il pezzo richiestomi sul progetto di Koolhaas per Milano-Bovisa (poi integralmente pubblicato su Eddyburg) è uscito ridotto in forma di lettera. Il che non ha impedito che quella mezza paginetta mandasse su tutte le furie l’operatore immobiliare e irritasse i vertici accademici. Eppure esprimevo giudizi difficilmente contestabili sulla povertà mista ad arroganza del “progetto” di un’archistar del tutto inadeguata al compito affidatale.
Alla vigilia di un incontro pubblico dell'assessore Masseroli alla Facoltà di Architettura Civile di Milano Bovisa è uscita finalmente una intervista su "Repubblica" (puntualmente ripresa da Eddyburg) in cui, fra l’altro, esprimevo perplessità sull’idea di riportare a Milano 700 mila abitanti. Una tale prospettiva non rientra nel novero dei fatti opinabili. Un’amministrazione che si proponga di riportare quote significative di popolazione in città non può non fare i conti coi processi selettivi che ha visto la rendita immobiliare dare vita a un esodo di oltre mezzo milione di abitanti negli ultimi trent’anni. Se non si dice come il controesodo può avvenire, si fa solo un uso strumentale di una grande questione al solo scopo di alimentare la deregulation. La strumentalità della proposta è dimostrata dal fatto che le stesse forze politiche che governano Milano – e, ahimè, non solo loro – promuovono allo stesso tempo espansioni forsennate dell’edificato ovunque: nella cosiddetta città diffusa e ora persino nel Parco Sud (per tacere del piano casa di Berlusconi). Riportare anche solo un decimo dei 700 mila abitanti di cui parla Masseroli comporta una politica della casa e insieme politiche di governo della tendenza insediativa nel contesto metropolitano che non si possono certo affidare al mercato. Ma di questo non si può parlare; e anche le pagine dei maggiori quotidiani nell’inseguire scoop e annunci, se ne guardano bene di riportare a una coerenza d’assieme quello che di giorno in giorno occupa l’agenda. Alla fine i giornali si riducono a una raccolta indifferenziata di notizie con cui si fa quotidiana opera di diseducazione civile.
La situazione a Milano e in Lombardia è pesante. Forza Italia, CL e Lega formano un insaziabile cerbero a tre teste, superiore come capacità devastante al brontosauro democristiano che pensavamo insuperabile. Ma non è vero che il panorama milanese è una palude: non ci sono solo atteggiamenti conniventi. Numerosi sono i punti dove si cerca di contrastare l’onda di incultura e irresponsabilità che avanza.
Segnali di controtendenza vengono anche dalla rivista on-line diretta da Luca Beltrami Gadola ( www.arcipelagomilano.org), per non dire dell’attività dei molti comitati di cittadini. E ancora non si può dimenticare quello che sta facendo la Fondazione Corrente sull'Expo'.
Un caro saluto
Che l'enorme serbatoio di saperi che è l'università si sia sterilizzato è una delle componenti della tragedia italiana. Sono sempre più convinto che invertire il trend del degrado morale e civile sia possibile solo secondo due vie: o un evento inaspettato e catastrofico (una nuova ondata di Unni o Visigoti, Vandali o Marcomanni, o una guerra devastatrice), oppure un lavoro di lunga lena: un lavoro, appunto, nel quale fatica e pazienza si accompagnino alla speranza. Su questa seconda strada è essenziale che chi sa insegni, chi ha risorse (di memoria, di capaccità di analisi, di progettazione delle tante facce del mondo) lo impieghi al servizio di quelli che non sanno, o non ricordano, o non hanno conosciuto.
Come tu dici, per farlo - ove ve ne sia la volontà e la disponibilità - è poi necessario rompere il muro dell'informazione ufficiale: dell'informazione di regime, di quella che Stefano Rodotà stigmatizzava nel suo articolo di oggi ricordando Orwell: "Parole manipolate per soddisfare le 'necessità ideologiche' del regime, per 'rendere impossibili altre forme di pensiero'".
Ecco, credo che sforzandoci di opporre informazioni profonde a quelle galleggianti del potere dobbiamo "rendere possibili altre forme di pensiero". Nell'assoluta modestia dei nostri mezzi, con eddyburg ci sforziamo di contribuire al lavoro comune in questa direzione.
L‘Eddytoriale 120 (29/01/2009) rinnova l’attenzione sullo stato delle nostre città, e conclude invitando a diffondere l’articolo nella cerchia dei propri amici. Ho provveduto (quasi intendendolo un dovere), inviandone copia ad amici sociologi, antropologi, economisti, politici consapevoli (di cui c’è qualche traccia) che condividono la nostra attenzione ed apprensione. Ma, oltre a questo, l’editoriale merita un particolare riguardo al suo contenuto, e sollecita ad approfondirne le argomentazioni. Queste sono centrate sul concetto di “spazio pubblico”, che trova la sua evidente e storica manifestazione nella “piazza”, la quale è elemento costitutivo ed espressivo per eccellenza della città. Lo era nella città antica, col foro e l’agorà, lo è ancora nella città moderna borghese, sorta alla fine del medioevo.
La nostra società (che pure si fregia del titolo di borghese) sembra ignorare tutto ciò, e fa di tutto per negare i caratteri propri ed intimi della piazza, ampiamente ricordati nel secondo capoverso dell’editoriale.
A noi urbanisti, primi responsabili, si pone subito un quesito di natura storico-critica circa la responsabilità, che in questa vicenda di deperimento culturale e di degrado, sono da ricercare nei dogmi del “movimento moderno” dei quali è pur fatta la nostre storia più o meno recente. A mio giudizio queste responsabilità ci sono ( ma molto meno di quanto può apparire a prima vista) e comunque contano.
Andiamo avanti. E’ merito di eddyburg farsi paladino di una nuova visione e progetti alternativi, ma ( e qui si pone un secondo e più pratico quesito) è sufficiente diffondere la consapevolezza di questi problemi nella cerchia dei propri amici? O non va tentato di arrivare alle menti (e ai cuori) della infinita moltitudine di coloro che abitano la città moderna, risvegliandone la coscienza (e l’interesse) a esserne “ cittadini”, da meri “ clienti” ai quali si tenta di ridurli?
Mi rendo conto che il quesito è squisitamente politico e va ben oltre la sfera (e i mezzi) della nostra condizione professionale. Ma resta comunque duro e ben evidente; e ne è la prova che sono ancora troppi i cittadini i quali, quando sono chiamati alle urne, si comportano da clienti.
Per tentare ci sono almeno due buoni motivi. Primo, le idee di spazio pubblico, di città, di bene comune non sopportano una diffusione circoscritta, professionale accademica: vogliono un’area vasta ideale. Secondo, i cittadini sono i portatori legittimi di quelle idee; sono i loro naturali attuatori, quando si tratta di dare corpo alle idee. Il principio della “urbanistica partecipata” dovrà seguire a quelli nobili del movimento moderno (ad esempio gli standard urbanistici) e a quelli degenerati della urbanistica “contrattata”.
Il compito è forse immane e la mia può apparire una pretesa ingenua (Vezio de Lucia la direbbe “innocente”). Ma è un compito non impossibile, come tanti altri di cui è piena la storia. Le attuali vicende, che investono il nostro come altri maggiori paesi, e vanno sotto il nome di crisi economica e sono alla radice di crisi morale dei cervelli, postulano questa necessità. Ne vanno intesi i segni palesi e tentate le possibili risposte. Mi sia permesso insistere su queste considerazioni un poco a sentimento, dopo aver provveduto alla dovuta diffusione della visione e dei progetti di eddyburg.
Caro Franco, io non credo di aver invitato a "diffondere l’articolo nella cerchia dei propri amici". Poichè credo - come te - che bisogna lavorare su una platea molto più vasta della cerchia dei nostri amici, sebbene sia certamente da là che si deve cominciare. Dobbiamo perciò, come tu dici, parlare alla "infinita moltitudine di coloro che abitano la città moderna, risvegliandone la coscienza (e l’interesse) a esserne cittadini, da meri clienti ai quali si tenta di ridurli".
Dobbiamo però avere la consapevolezza che esiste oramai un pensiero corrente che è contrario alla pianificazione, e più in generale alla prevalenza dell'interesse pubblico su quello privato nelle questioni che trascendono dal personale e dall'intimo pur costituendone la necessaria cornice. Finchè saremo un gruppetto, o qualche élite, saremo sempre sconfitti e potremo solo recare testimonianza: ciò che è importante ma non basta. Non basta certamente nelle questioni del territorio e della città dove le conseguenze degli errore e dei delitti sono risarcibili solo in tempi lunghissimi, metastorici.
Sono convinto che finchè non si realizzerà di nuovo un incontro tra "gli intellettuali e le masse", per riprendere termini antichi ma sempre validi, gli altri vinceranno sempre. Se si fa attenzione a quello che emerge dai massmedia (al di là della stretta cerchia di quelli di cui leggiamo gli scritti in non più centomila persone) scopriamo che l'ideologia del neoliberalismo (quella che in Italia è arrivata profondamente nella sinistra ai tempi di Lucio Libertini) è diffusa al di là di ogni immaginazione. Quella ideologia, condita in salsa italiana (cioè in un paese dove la rivoluzione borghese è rimasta incompiuta) rende vincente la visione di Berlusconi.
Bisogna allora raccontare come esattamente stanno le cose, spiegare che quello che trasmettono giornali e televisioni (salvo le eccezioni d'élite) è falso, fare controinformazione e spiegare che non è vero che "i vincoli ingessano", che non è vero che le procedure della pianificazione sono lunghe, quando le amministrazioni si comportano (o si comportavano) bene e quando i privati rispettano le regole; e bisogna dimostrare che per l'anarchia e il "fai da te" si pagano prezzi salati.
Ecco, io credo che il nostro obiettivo non possa essere solo quello di dire le cose giuste nel momento giusto, ma di lavorare (con molta fatica, molta pazienza e almeno un pò di speranza) per mettere il nostro sapere a disposizione degli altri: del maggior numero possibile di altri. Hai sentito ieri sera Roberto Saviano? Mi pare che ciò che diceva fosse del tutto su questa linea.
Sono d'accordo con te anche sull'altro punto: la responsabilità della cultura urbanistica razionalista in alcune delle cose che si sono perse a proposito dello spazio pubblico. Riflettevo qualche giorno fa sul fatto che ci si è adoperati più per comprendere, normare e progettare le singole componenti dello spazio pubblico (le scuole, gli ospedali, le chiese, i mercati, i parcheggi, le strade), in relazione alle particolari categorie di utenti che devono servire, che per integrarle in uno spazio non frammentato, non specializzato, ma aperto a tutti: come erano, appunto, le piazze della storia. Eddyburg ha intenzione di lavorare molto su questo argomento, che mi sembra del tutto complementare con l'altro. Al Forum sociale europeo del 2008, nel convegno dedicato alla "città come bene comune" che abbiamo organizzato, un ragazzo greco diceva: "ma come facciamo a organizzarci, a discutere tra noi, a lavorare insieme per comprendere e agire, se non abbiamo spazi pubblici, aperti a tutti, dove riunirci?".
Partecipo con rabbia disarmata alle denunce e proteste di tanti urbanisti al “decreto orribile sulla città" (eddyburg). Aggiungo una nota riguardo allo stravolgimento urbano dovuto all’aggiunta di uno o due o più piani a ogni tipo di edificio (esistente o ricostruito), giacché quelli “non vincolati” sono la totalità salvo rare eccezioni. Un disastro architettonico e urbanistico di questo genere si compie da anni e prosegue intensamente ogni giorno a Milano e nessuno ha potuto contrastarlo se non con le parole. Migliaia di costruzioni milanesi denominate «adeguamento dei sottotetti» nulla c'entrano con la realtà degli accadimenti. È conosciuta la normativa che ha permesso la distruzione della linea del cielo milanese (vedi anche miei articoli in eddyburg fin dal 2003) attraverso l'interpretazione della legge regionale relativa al preteso utilizzo dei sottotetti e conseguenti modelli progettuali. Erano assurde le motivazioni dichiarate dai fautori. Dicevano di voler favorire l'edificazione nelle zone già fortemente urbanizzate invece dell'espansione nelle aree libere (e intanto mai come oggi è in ballo una gran quantità d’interventi edilizi giganteschi in spazi aperti). Dicevano – e questa è davvero grossa – di voler permettere l'ampliamento dell'abitazione di famiglie residenti in spazi troppo angusti, soprattutto se presenti persone disabili. Gli interventi, dapprincipio non completamente staccati dal (falso) scopo originario di rendere abitabili spazi esistenti inabitabili per regola igienico-edilizia, sono diventati sempre più numerosi e pesanti: quasi tutti riguardanti bei palazzi dell'Ottocento-Novecento nel cuore ambito della città e rivolti non a modificare il tetto con mezzi contenuti per ottenere (ma non è un diritto!) determinate altezze medie interne, bensì decisi a rubare al già vessato cielo milanese fior di metri cubi d'aria per mutarli in potenti volumi edilizi, alias in superfici da 10 mila euro al metro quadro. I risultati funzionali ed estetici di un'attività che è il vero affare d'oro per l'immobiliarismo in attesa delle rendite dai nuovi grandi insediamenti voluti dal Comune fanno schifo. Non è più questione di sottotetti belli o brutti. Qui è sconvolta la logica della cortina stradale, con le altezze proporzionate alla larghezza e le gronde allineate, è negata la funzione urbanistica, è distrutta la bellezza architettonica, sono violati i diritti e la sicurezza dei dirimpettai e dei confinanti. Macché sottotetti: i palazzi presentano obbrobriosi rialzi verticali sopra il cornicione per ottenere, di fatto, fregandosene dell'architettura sottostante, almeno un nuovo piano; semmai il falso sottotetto è il nuovo attico al di sopra, prezioso e non costoso raddoppio volumetrico. Come pagar uno e prender due. Macché sottotetti. Indipendente da riferimenti alle norme, il progetto attuale, senza bisogno della nuova deregolamentazione di Berlusconi, consiste nel sopralzo della città. Come nel primo dopoguerra. Allora il decano degli architetti razionalisti milanesi, Enrico Griffini, denunciò il dominio «della speculazione con abusi di ogni genere a dispetto delle Soprintendenze, delle leggi, dei decreti… Una licenziosa e babelica febbre costruttiva conduce questa città a imbruttirsi oltre ogni previsione perdendo tutta la sua organicità e l'unitaria bellezza» (1948). Oggi il fatto è compiuto.
Proprio così, l’urbanistica milanese sperimenta e anticipa il peggio. Gli anticorpi ci sono, ma sono deboli. Come fare per rafforzarli? Questo secondo me è il tema per chi pensa e sa: come distribuire il sapere, come far comprendere le conseguenze delle scelte sbagliate, come contro informare e, in fondo in fondo, come diventare moltitudine. Io vedo come soli strumenti la fatica, la pazienza, la speranza