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la Repubblica, 5 novembre 2018. Uno tsunami di case e altre cementificazioni è la catastrofe endemica che si abbatte sull'Italia. Il Bel Paese è un bel ricordo sempre più sfocato. (e.s.)


Case, case e ancora case. Tirate su con un cemento che quasi sempre è fuorilegge, costruite condono dopo condono, sui letti dei torrenti, davanti alle scogliere, sulla schiena delle colline. C’è tutto un Sud che sembra un’immensa, sterminata casba.
Abusivismo d’affari e quell’altro che con un vocabolario ipocrita qualcuno chiama "di indispensabilità", più si sana (da sanatoria, edilizia) e più spuntano pilastri di calcestruzzo, primo livello, secondo livello, terzo livello, un piano per ogni figlio che si sposa. Così nascono piccoli grattacieli di cartapesta nei paesi siciliani in riva al mare che guardano Ustica o le Eolie, nella Calabria marina devastata sul Tirreno e anche sullo Ionio, fra gli anfratti del Gargano (tanti anni fa abbiamo raccontato su questo giornale la mostruosità di San Nicandro, un paradiso sfregiato da un ammasso informe di malta), le abitazioni-stalla di Palma di Montechiaro, le ville ricche di quel villaggio di pescatori che era una volta San Leone che ieri aveva strade che sembravano i canali di Venezia.
È la storia che si ripete sempre - come a Casteldaccia e ad Altavilla Milicia, lì le ultime famiglie seppellite dalle inondazioni - in questo e nell’altro secolo nel nostro Meridione. Nulla è cambiato. Terre di tutti e di nessuno. Costruire senza licenza e senza paura.
Costruire sull’argilla, sullo spuntone che al primo temporale viene giù, costruire sulla sabbia. È un Sud che non ha mai imparato la lezione, che non ha fatto tesoro delle tragedie che ha subito, che immagina una mala sorte riservata sempre agli altri. E intanto case, case, sempre nuove case. Senza demolire mai. Quando accade è notizia sensazionale, grande evento, arrivano le troupe televisive, le "dirette" con l’eco-mostro di turno che si sfarina con la dinamite.
L’abusivismo nel Sud è piaga sociale. È fenomeno di massa protetto da interessi o anche solo da alibi, le battaglie legali sono destinate al macero, le inchieste giudiziarie si arenano fra prescrizioni e condoni parlamentari (ce ne sono sempre e sempre trasversali - destra, sinistra, centro, su, giù - e ispirati dalle più "nobili" intenzioni), i morti si dimenticano in fretta.
Quelli di Sarno del maggio 1998 (139 vittime, più altre 15 nel comune di Quindici, più altre 5 a Siano) e quelli dell’ottobre del 2009 a Giampilieri (37 vittime), quella del settembre del 2000 a Soverato (13 vittime) e quella di Capoterra in Sardegna (4 vittime) nell’ottobre del 2008. E ancora: Vibo Valentia, Ischia, San Marco in Lamis, Saponara, Ginosa, Atrani. Tutti luoghi in Sicilia, Sardegna, Puglia, Campania, Calabria. Sempre Sud. Sempre furbizie spacciate come "illegalità di necessità", un tetto per dormire, un riparo, la tana.
Per questo si fanno ufficialmente i condoni delle case abusive. Per "stare con la gente" e non "contro la gente". Dimenticando morti e sciagure. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, in Italia dal 1980 ci sono state oltre 20 mila vittime causate da situazioni climatiche estreme.
Ma i morti, di voti non ne possono portare più. Quelli li portano i vivi. La legge calpestata. Ecco perché le speculazioni edilizie sono tollerate, ecco perché ci sono decine di migliaia di pratiche di demolizione inevase. Una burocrazia al servizio del consenso elettorale. A noi, che siamo siciliani, ci piace ricordare a questo punto cosa diceva, 2500 anni fa, il filosofo Empedocle su alcuni italiani del sud del Sud, gli agrigentini: mangiano come se dovessero morire subito e costruiscono le loro case come se non dovessero morire mai.

Tratto dalla pagina qui raggiungibile.

Greeenreport.it, 6 luglio 2018. Le regioni non possono sminuire l’efficacia anche deterrente del regime sanzionatorio dettato dallo Stato. La Campania ci ha provato, ma la Corte l'ha censurata. (m.b.)

Con la sentenza N. 140/18 depositata ieri (si può scaricare qui, nella pagina delle notizie del sito regioni.it - ndr), la Corte Costituzionale stabilisce che «Gli immobili abusivi, una volta entrati nel patrimonio dei comuni, devono essere demoliti e solo in via eccezionale, attraverso una valutazione caso per caso, possono essere conservati». Una sentenza che «Alla luce di questo principio fondamentale del “governo del territorio”, contenuto nel Testo unico sull’edilizia, ha dichiarato «incostituzionali le disposizioni della legge della Regione Campania n.19/2017 sulla conservazione degli immobili abusivi acquisiti al patrimonio dei comuni, là dove consentivano ai comuni stessi di non demolire questi immobili – in particolare locandoli o alienandoli anche ai responsabili degli abusi – senza attenersi al principio fondamentale del Testo Unico sull’edilizia».

Infatti, secondo la Corte, «Il legislatore statale, “in considerazione della gravità del pregiudizio recato all’interesse pubblico” dagli abusi urbanistico-edilizi, ne ha imposto la rimozione – con il conseguente ripristino dell’ordinato assetto del territorio – “in modo uniforme in tutte le Regioni”. Quanto alla possibilità di locare o alienare gli immobili acquisiti al patrimonio comunale a seguito dell’inottemperanza all’ordine di demolizione – qualunque sia il soggetto destinatario (occupante per necessità oppure no) –, l’articolo 2, comma 2, della legge Campania n. 19/2017 la rendeva un “esito normale”, ma così facendo violava il principio fondamentale della demolizione nonché quello della conservazione, in via eccezionale, soltanto se, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, vi sia uno specifico interesse pubblico prevalente rispetto al ripristino della conformità del territorio alla normativa urbanistico-edilizia, e sempre che la conservazione non contrasti con rilevanti interessi urbanistici, ambientali o di rispetto dell’assetto idrogeologico».

Nella sentenza si legge anche che «Il “disallineamento” della disciplina regionale rispetto al principio fondamentale della legislazione statale (che individua nella demolizione “l’esito normale” dell’edificazione di immobili abusivi acquisiti al patrimonio comunale) finisce con intaccare e al tempo stesso sminuire l’efficacia anche deterrente del regime sanzionatorio dettato dallo Stato all’articolo 31 del Dpr n. 380/2001” incentrato sulla demolizione dell’abuso, “la cui funzione essenzialmente ripristinatoria non ne esclude l’incidenza negativa nella sfera del responsabile”».
La Corte Costituzionale ha fatto notare che «L’effettività delle sanzioni risulterebbe ancora più sminuita nel caso di specie, in cui l’interesse pubblico alla conservazione dell’immobile abusivo potrebbe consistere nella locazione o nell’alienazione dello stesso all’occupante per necessità responsabile dell’abuso. In tal caso, l’illecito urbanistico-edilizio si tradurrebbe in un vantaggio per il trasgressore».

Esulta Il Wwf che aveva immediatamente contestato la legge regionale 22 giugno 2017, n.19 ritenendola «un pericolosissimo passo indietro sul cemento illegale». L’Associazione ambientalista evidenzia che la sentenza della Corte Costituzionale che «ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme campane che consentivano ai comuni di non procedere alle demolizioni e di affittare o addirittura alienare l’immobile abusivo allo stesso costruttore abusivo, non solo rappresenta un successo per tutti coloro che si battono contro l’abusivismo edilizio e per curare le ferite del territorio ma è una vittoria della legalità e del buon senso. La sentenza della Corte Costituzionale conferma e rafforza un elemento di chiarezza sull’abusivismo edilizio che, in quanto reato penale, riguarda tutti i cittadini di tutte le regioni, senza alcuna distinzione. Ne consegue, quindi, che la competenza sull’abusivismo edilizio non può che essere statale come il Wwf aveva segnalato nelle argomentazioni inviate prima alla Regione Campania e poi al Governo per chiedere che fosse impugnata la legge regionale».

Il Wwf è convinto che le norme della Regione Campania dichiarate incostituzionali «rischiavano di essere un pericolosissimo precedente dando un possibile avvio a sanatorie regionali “fai da te”, incentivando inevitabilmente nuovi abusi per dinamiche a tutte note e stradocumentate. Con la sua decisione, la Corte Costituzionale non solo ha introdotto un elemento di tutela per il territorio campano, già ampiamente devastato dal cemento illegale e criminale ma lancia un forte monito per tutte le altre regioni rispetto alla gestione del territorio e alla necessità di azioni di contrasto all’abusivismo “in considerazione della gravità del pregiudizio recato all’interesse pubblico”»

la Repubblica, 2 novembre 2017 «Una leggina siciliana ha escluso sanzioni per i funzionari che non eseguono gli abbattimenti» (c.m.c.)

All’ultimo piano della palazzina di via Giarretta, a Licata, la scorta che veglia sulla sua sicurezza sbarra l’accesso alla porta del dirigente dell’Urbanistica. Nella sua stanza, l’ingegnere Vincenzo Ortega continua a firmare ordinanze di demolizione di case abusive: sono già 111 quelle abbattute da aprile nel Comune dove, ad agosto, il sindaco Angelo Cambiano (finito anche lui sotto scorta per aver dato il via alle ruspe, e ora assessore in pectore di Giancarlo Cancelleri se il M5S dovesse vincere le elezioni regionali) è stato mandato a casa con una mozione di sfiducia da una larga maggioranza di consiglieri, alcuni dei quali proprietari di immobili fuorilegge.

Ma Ortega firma ormai quasi a malincuore. «Mi creda, non capisco più per chi sto lavorando e per che cosa. Mi hanno lasciato solo. Non mi sta più bene di essere additato come il cattivo della situazione. A mia moglie e a mio figlio che ogni giorno mi chiedono perché solo io, in Sicilia, firmo ordinanze di demolizione, non so più cosa rispondere. Ho spiegato loro che far rispettare sentenze della magistratura non è un atto nè eroico né politico ma soltanto un dovere. Ma loro mi dicono: e tutti i sindaci che si oppongono alle demolizioni e tutti i tuoi colleghi che non danno corso alle sentenze com’è che non succede nulla? La magistratura, la politica che fanno?».

La politica agisce dietro le quinte. In Sicilia, proprio nei giorni in cui la vicenda del sindaco di Licata, con grande clamore mediatico, diventava l’emblema della lotta all’abusivismo, l’Assemblea regionale ha approvato una modifica al testo unico dell’edilizia in modo tale da prevedere il commissariamento, in caso di inerzia nel rispetto delle norme, solo degli organi politici e non più dei funzionari pubblici. Insomma un “liberi tutti” della burocrazia sulla quale adesso la Regione non può più intervenire in caso di inadempienze.

Ingegnere Ortega, lei continuerà a firmare ordinanze di demolizione?
«Lo ripeto, con amarezza e senso di responsabilità. Non è una mia scelta. A Licata stiamo solo dando corso a sentenze della magistratura che, in moltissimi casi, arrivano con grande ritardo anche a 30 anni di distanza dagli abusi. Ci siamo dati come priorità di abbattere le case costruite in zona di inedificabilità assoluta, entro i 150 metri dal mare, che non possono essere oggetto di alcuna sanatoria. Io lavoro qui da vent’anni, conosco praticamente tutti i proprietari degli immobili che vengono demoliti, li incontro ogni giorno per strada, capisco il loro dolore, ma posso affermare che, su quelle case, l’abusivismo per necessità di cui molti parlano non esiste».

Si sente una mosca bianca, pensa di essere sovraesposto?
«In città si respira un’atmosfera che, se non è esplosiva come qualche mese fa, è comunque di tensione, anche se già una ventina di titolari di immobili ha demolito di propria iniziativa. Certo, vedere che in tanti altri Comuni siciliani, gravati da un abusivismo di importanti dimensioni, a cominciare dalla vicina Palma di Montechiaro, le demolizioni non vengono effettuate non aiuta né alla consapevolezza della situazione né tantomeno alla sua soluzione. Un anno fa mi hanno bruciato la macchina, io e la mia famiglia continuiamo a vivere sotto scorta. Mi chiedo: cosa succederà? Andremo avanti così e per quanto? Oppure magari tra qualche tempo ci troveremo a fare i conti con nuove norme e io passerò alla storia come il dirigente che ha privato della casa decine di persone?».

Lei intanto procede con le gare per le demolizioni?
«Sì, siamo alla terza e questo è un altro atto dolente. Perché gli abusivi non pagano e non pagheranno mai gli oneri di abbattimento che spetterebbero loro e i Comuni devono anticipare somme che non hanno. A Licata abbiamo già impegnato quasi due milioni di euro. Ecco, magari alla fine a bloccare le demolizioni sarà il fallimento di molti Comuni».

il manifesto, 18 ottobre 2017. «Ddl Falanga . Rinviato in commissione, alla Camera, il testo che salva dalle ruspe l’"abusivismo di necessità"» Il mostro si nasconde nell'omra. Ma alla prima distrazione tornerà per azzannare.

A sentire gli interventi dei deputati di centrodestra che ieri in Aula hanno votato contro il rinvio in commissione del ddl Falanga, si poteva avere l’idea che la legge che conia l’«abusivismo di necessità» sia stata pensata solo e soltanto per «i cittadini campani», chiamati in ballo in continuazione nelle dichiarazioni di voto, e aizzati contro quella parte politica che, dopo quattro anni di trattativa parlamentare e a un passo dall’approvazione, ha messo su un binario quasi morto la norma che stabilisce regole di priorità negli abbattimenti degli edifici abusivi.

Quando ormai era evidente che la «legge-condono», come la chiamano tutte le associazioni ambientaliste, sarebbe stata rispedita in commissione come poi è avvenuto (con 242 voti di differenza), qualcuno di quei cittadini ha protestato talmente vivamente, dalla tribuna dove assisteva ai lavori di Montecitorio, interrompendo con urla e slogan la deputata di Sinistra italiana Serena Pellegrino, da costringere il vicepresidente Giachetti a interrompere la seduta per qualche minuto e a far sgomberare l’aula.

Il Pd però, che fino a maggio scorso era schiacciato sulle posizioni del Ncd e sosteneva la legge che porta il nome del verdiniano Ciro Falanga e che ha impiegato gli ultimi quindici giorni a superare le divisioni interne e a portare tutti i deputati dem sull’unica posizione non suicida possibile, ha abbandonato per il momento la logica di scambio e ha votato ieri insieme a Si e Mdp.

Il M5S invece rilancia e bolla l’ennesimo ritorno del testo in commissione come «una farsa», sfidando il Pd a smettere di «strizzare l’occhio all’abusivismo, che è un immenso serbatoio di voti», e a tirare fuori piuttosto l’anima ambientalista che sostiene di avere per bocciare «definitivamente il ddl Falanga».

La norma, a favore della quale si sono schierati anche molti sindaci dem del sud, soprattutto campani, stravolge le regole dell’abbattimento dei manufatti abusivi, stilando una lista di priorità in fondo alla quale vanno a finire gli edifici «abitati». Che di fatto saranno condonati, visto i risicati finanziamenti ad hoc.

Naturalmente a chiedere la bocciatura definitiva del ddl Falanga sono anche le associazioni ambientaliste che pure tirano un sospiro di sollievo, come il Wwf («ha vinto il buonsenso») e Legambiente («si pensi piuttosto ad approvare la legge contro il consumo del suolo ferma da oltre 500 giorni al Senato»).

In ogni caso sarà difficile che la legge, arrivata in quarta lettura alla Camera, una volta modificata in commissione Ambiente sui punti che perfino il presidente dem Ermete Realacci considera troppo «ambigui», possa concludere l’iter entro la fine della legislatura.

la Repubblica, 3 ottobre 2017. Contrordine del Pd: stop al ddl Falanga che rinvia all'infinito le demolizioni delle case fuorilegge. Gli ambientalisti sconfiggono così la proposta voluta da molti parlamentari del Sud». (c.m.c.)

C’è voluto l’intervento discreto ma deciso di due ministri, Graziano Delrio e Dario Franceschini, per indirizzare su un binario morto il ddl Falanga che regola (per alcuni in maniera poco incisiva) le demolizioni degli edifici abusivi.

A un passo dall’approvazione, i due esponenti del governo, titolari di Infrastrutture e Beni culturali, hanno raccolto il grido d’allarme delle associazioni ambientaliste che, da Legambiente al Wwf, segnalano da tempo le storture di un provvedimento che, di fatto, mira a sanare quello che è stato definito “abusivismo di necessità”. Così, nel giro di tre giorni, è cambiata la linea del Pd che finora aveva votato e sostenuto il disegno di legge che porta il nome dell’onorevole Ciro Falanga, deputato ex Forza Italia, passato poi al gruppo Ala di Denis Verdini. Oggi, nella conferenza dei capigruppo convocata a Montecitorio, i Dem proporranno una modifica al calendario dei lavori della Camera, scambiando la discussione del ddl Falanga con quella sull’Agenzia del farmaco o sul ddl sulla cannabis terapeutica (come propone Sinistra Italiana).

Un rinvio sine die che in pratica affossa una legge criticata ancor di più dopo il terremoto di agosto a Ischia e dopo le polemiche estive sull’abusivismo in Sicilia. Alla fine il Pd resta diviso: da una parte il fronte più sensibile alle tematiche ambientaliste, rappresentato da Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente alla Camera, che l’altro ieri ha esplicitato il cambio di passo: «Dubito che il ddl Falanga andrà al voto così com’è». Dall’altro uno schieramento composito, formato per lo più da parlamentari eletti in Sicilia, Calabria e Campania, regioni dove, dati Istat alla mano, i manufatti abusivi superano largamente il 50% del patrimonio edilizio.

A far pendere la bilancia verso i contrari alla norma (attesa dalla quarta lettura alla Camera) l’intervento di Delrio e Franceschini, contrari al ddl che, sostiene il leader dei Verdi Angelo Bonelli, «premia sia chi ha messo su ville abusive sia chi è intenzionato a costruirle adesso, andando in più a imbrigliare il lavoro delle procure». A preoccupare è il comma 6bis del primo articolo secondo il quale, nella lista di priorità delle demolizioni, va data precedenza agli immobili «in corso di costruzione o comunque non ultimati alla data della sentenza di primo grado». Ma, sottolinea ancora Bonelli (che stamattina, in segno di protesta, costruirà una casetta abusiva davanti alla Camera), «conoscendo i tempi dei tribunali per una condanna, è una furbata».

Schierati contro il ddl Falanga ci sono anche i 5 Stelle che lo considerano «una legge dannosa che distrugge il Paese». Di «ecomostro » parla Pippo Civati, segretario di Possibile, con Sinistra Italiana che invece giudica la norma «una sanatoria mascherata». Difficile che prevalga la posizione di chi in queste ore cerca di evidenziare i miglioramenti al testo intervenuti nelle varie letture tra Camera e Senato. Tra loro c’è proprio il deputato che dà il nome alla legge: «In Campania — afferma Falanga — ci sono un milione di persone interessate alla norma. Il Pd dovrebbe ricordare che se c’è un clima di collaborazione, la collaborazione è su tutto. Ricordo che c’è in discussione una legge elettorale che nasce dall’intesa tra Forza Italia e Pd. Lo dicessero a Fi che non approvano la mia legge».

la Repubblica online, 2 ottobre 2017. E' incredibile che personaggi che hanno fondato associazioni ambientaliste e altri che hanno scelto di lavorare nella Commissione ambiente siano così tiepidi nei confronti del decreto "premiabusivisti".

Roma - Il ddl Falanga che regola le demolizioni degli edifici abusivi approda oggi in aula alla Camera per essere varato in via definitiva in settimana. Ma la sua approvazione non è così scontata: «Vediamo, ci rifletteremo», taglia corto il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato, instillando il dubbio. E a conferma dell'esistenza di qualche crepa fra i democratici ci sono anche le parole del presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci: «Non credo che si siano le condizioni per andare al voto così com'è».

In ballo dal 2014 e al suo quarto e ultimo passaggio parlamentare, dopo una lunga navetta tra Montecitorio e Palazzo Madama, il ddl Falanga - dal nome di Ciro Falanga, senatore proponente prima in Forza Italia e poi passato con Denis Verdini in Ala - è stato modificato e per certi versi anche migliorato, come ammette Realacci: «Sono state disinnescate quelle parti che lo rendevano rischioso. Al momento della sua presentazione la proposta di legge si configurava come un segnale di tolleranza verso l'abusivismo edilizio. Tuttavia l'impegno delle commissioni Giustizia e Ambiente della Camera ha consentito di invertire la direzione, tanto da provocare l'ira di Falanga che in aula al Senato è arrivato al punto di minacciarmi violenza fisica».

Ma il testo, sebbene depotenziato, non convince gli ambientalisti né le opposizioni come il M5s, che ribadisce la sua contrarietà: «È più pericoloso di un condono - dice Massimo De Rosa, deputato pentastellato della commissione Ambiente - si rischia che questa legge blocchi la demolizione degli edifici individuati, causando al tempo stesso ricorsi e lungaggini burocratiche». Certo è che sul piano politico con l'ok al provvedimento il Pd corre il rischio di dare un segnale negativo e contrario rispetto alla linea del governo, che ha recentemente impugnato una legge in Campania che di fatto salva tutte le prime abitazioni abusive. Ma è pur vero che, se il Pd decidesse di presentare nuove modifiche al testo, ne sancirebbe l'affossamento. Lo stesso avverrebbe nel caso di un rinvio in commissione.

«Nella sua prima versione la legge era una vera e propria sanatoria degli abusi - spiega Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente - ma l'impianto, sebbene depotenziato, ha conservato un punto debole: fissa infatti un ordine di priorità degli abbattimenti in cui le case abusive abitate sono messe all'ultimo posto, dando precedenza a quelle in corso di costruzione e non abitate. Un modo per lasciare in piedi, con la scusante dell'abusivismo di necessità, edifici spesso pericolosi, come si è visto recentemente nel caso del terremoto di Ischia. Per noi il ddl Falanga è un disastro e va fermato».

Insomma i criteri di necessità potrebbero trasformarsi nelle mani degli avvocati in un grimaldello per bloccare le azioni di demolizione. Per l'associazione ambientalista l'unico modo per combattere veramente l'abusivismo edilizio è quello di togliere ai Comuni le competenze sugli abbattimenti: «Vanno centralizzate, affidandole alle prefetture, per toglierle dal ricatto elettorale», aggiunge Ciafani. Ma oltre a semplificare l'iter delle demolizioni, l'altra strada su cui «la maggioranza dovrebbe battere è quella di fermare il consumo di suolo», conclude il direttore di Legambiente. La legge sul consumo di suolo, però, approvata lo scorso anno alla Camera, si è arenata al Senato e molto difficilmente riuscirà a vedere la luce entro questa legislatura.

il Fatto Quotidiano, 30 settembre 2017. «A un mese dal sisma (e dai crolli) di Ischia le norme che ostacolano le demolizioni arrivano in aula alla Camera per essere approvate entro venerdì: le Procure in rivolta», con postilla

Il calendario dei lavori dell’aula di Montecitorio per la prossima settimana, deciso dalla riunione dei capigruppo di martedì, rivela una di quelle spiacevoli sorprese tipiche di fine legislatura: il cosiddetto “ddl Falanga”, dal nome del senatore verdiniano che lo ha proposto, viene scongelato e arriva all’esame dell’Assemblea lunedì per essere approvato entro venerdì (anche in notturna, se del caso, specifica l’ordine del giorno sul sito della Camera). E cosa prevede il ddl Falanga? Una serie di norme che mirano, sia detto brutalmente, a condonare gli abusi edilizi in essere finendo per incentivare anche quelli a venire. Questa, dunque, è la risposta che il Parlamento fornisce al Paese passato un mese dal terremoto, dai crolli e dai morti di Casamicciola, a Ischia, con relative polemiche attorno all’ “isola abusiva”.

Sarà contento il senatore campano Ciro Falanga, che minacciava le dimissioni in caso di mancata approvazione del ddl. E sarà contento l’uomo che lo ha accolto nel suo gruppo: Denis Verdini. Siamo ai saldi di fine stagione parlamentare, in cui si ammicca ai molti consensi che la vicenda attira nel Sud (Campania e Sicilia soprattutto) e anche a quello dei migranti politici raccolti dall’uomo che incarna il Patto del Nazareno nel gruppo Ala. Questa settimana, infatti, Camera e Senato dovranno votare pure la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che ha bisogno – visto che modifica i saldi di finanza pubblica – di un sì a maggioranza assoluta: in Senato, però, i bersaniani di Mdp hanno già votato contro il Def in commissione Lavoro e minacciano defezioni pure in aula; il voto dei 14 verdiniani, dunque, potrebbe risultare fondamentale per arrivare ai 161 sì di cui hanno bisogno Gentiloni e Padoan.

E qui si torna al ddl Falanga, già approvato due volte in Senato e una alla Camera: per diventare legge basta un piccolo voto sulla parte modificata da Palazzo Madama in seconda lettura, una normetta finanziaria che i nemici del testo speravano potesse bloccarlo per sempre a Montecitorio. Non è stato così e ora la leggina pro-abusivi corre veloce verso l’approvazione definitiva.

Nel merito, gran parte del ddl, spacciato per una grande riforma da alcuni dei suoi imbarazzati sostenitori del Pd, è una presa in giro: ad esempio istituisce un fondo nazionale per le demolizione dei manufatti abusivi da 10 milioni l’anno, sufficienti – dicono serie storiche ed esperti – a finanziare al massimo 140 interventi in un Paese che ha 70 mila abusi nella sola Campania.

La ratio ideologica del provvedimento è un’altra: usare la vaga formula “abusivismo di necessità” per bloccare le ruspe dei giudici quando i Comuni sono inadempienti (cioè quasi sempre). L’ex magistrato, ex ministro della Giustizia e oggi senatore di Forza Italia Nitto Palma, promotore di una sorta di condono nella scorsa legislatura, la declina così: “Il disegno di legge è volto a salvare dagli abbattimenti le abitazioni delle persone che vivono in Campania con un reddito assai modesto e non già i grandi gruppi alberghieri o i faccendieri della Costiera sorrentina”. Più o meno i toni che usano Vincenzo De Luca, governatore della regione, e altri pasdaran dei “poveri cristi” con casa abusiva.

In realtà all’interno del testo c’è un punto che va assai al di là dell’ideologia ed è una sorta di incentivo all’abuso edilizio persino nelle zone sotto tutela: l’articolo 1 del ddl, al comma 6 bis, dispone infatti che in caso di edifici abusivi costruiti in aree sottoposte a vincolo, si proceda a demolire prima quelli non ultimati alla data delle sentenza di primo grado. Calcolando i 12-16 mesi per arrivare a una sentenza di primo grado, una sorta di invito a darsi da fare per finire il manufatto illegale.

Non che gli “abusivisti” aspettino quello: già oggi la cementificazione illegale avanza a colpi di 20 mila immobili l’anno. Per il coordinatore dei Verdi, Angelo Bonelli, “così si legalizza l’abusivismo in modo surrettizio e, non essendoci un limite di tempo nell’applicazione delle norme, una volta trasformato in legge ci sarà la corsa a costruire abusivamente perché l’impunità sarà garantita. Uno schiaffo agli italiani che hanno rispettato la legge, pagano l’affitto o un mutuo e saranno costretti a pagare con le loro tasse le opere di urbanizzazione di chi ha edificato abusivamente”

postilla

Del resto, un Parlamento istituzionalmente abusivo come quello in carica non può non riconoscersi complice degli abusivisti sul territorio. Sull'ignobile testo del senatore verdiniano Falanga, che con il gioco delle tre carte finge di colpire l'abusivismo e invece sana i vecchi abusivi e rilancia l'abusivismo garantendogli l'impunità vedi gli articoli e le dichiarazioni riportate qui su eddyburg.

«La Regione non avrà più poteri sulle demolizioni: tutti a favore, dal Pd al M5S». il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2017 (p.d.)

Come per i “saldi di fine stagione”, il governo Crocetta chiude la legislatura con un regalo non solo ai proprietari di immobili abusivi, ma anche a chi è chiamato a demolire, segnatamente le burocrazie regionali e comunali, ora sollevate da qualunque responsabilità da una norma di poche parole che ha l’effetto di un salvacondotto totale per i funzionari pubblici siciliani: “Limitatamente agli interventi sostitutivi disposti dall’assessorato Territorio e ambiente… nei confronti delle amministrazioni comunali inadempienti, devono intendersi riferiti esclusivamente agli organi di governo dell’ente locale”.

Un apparente controsenso perché sindaco, Giunta e consiglio comunale non hanno alcuna competenza formale nel dare il via libera alle demolizioni, compito che tocca appunto alla burocrazia, adesso del tutto de-responsabilizzata da quelle poche righe su un tema che infiamma la campagna elettorale nell’isola con lo scontro tra Pd e 5 Stelle sul cosiddetto “abusivismo di necessità”: protetto dai grillini e consacrato nel regolamento del sindaco di Bagheria, Patrizio Cinque, indicato come modello dal candidato governatore Giancarlo Cancelleri.

Nell’isola degli abusivi, in cui l’80 per cento dei Comuni è inadempiente, con migliaia di ordinanze di demolizione ineseguite, a “salvare” i funzionari regionali e comunali dall’onere dei controlli (e delle responsabilità) ci ha pensato l’assessore regionale al Territorio e ambiente Maurizio Croce, che il 27 giugno scorso ha presentato (e illustrato) l’emendamento 73 R ai sette deputati della IV commissione Territorio e Ambiente dell’Ars che lo hanno votato all’unanimità: sono la presidente Mariella Maggio (Ex Pd, ora Mdp) Giuseppe Laccoto e Valeria Sudano (Pd) Pietro Alongi (Alternativa Popolare di Alfano), Totò Lentini (Gruppo Misto) e i due 5 Stelle, Gianina Ciancio e Stefano Zito.

Stranamente, o forse no, la norma non è poi finita nel fascicolo degli emendamenti ma è stata presentata “sotto traccia” direttamente nell’aula dell’Assemblea regionale siciliana e votata in un paio di minuti durante una maratona da 48 ore di votazioni continue col resto del “Collegato” alla Finanziaria regionale lo scorso 9 agosto, peraltro con una bizzarra tecnica di voto (detta per “alzata”, ci torneremo). E così il segnale agostano arrivato dall’Ars, nascosto tra le righe di un emendamento sconosciuto persino ai deputati più attenti, è stato quello di una “via di fuga” dalle responsabilità di vigilanza sulle demolizioni scaricate così sulle spalle delle Procure.

Dal 25 agosto, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana dell’articolo 49 del provvedimento, se entro 90 giorni il proprietario di un immobile abusivo non obbedisce, demolendo, all’ordine della Procura, la palla passa al Comune e poi torna all’ufficio del Pm: zero competenze per la burocrazia regionale, prima obbligata a mandare i “commissari ad acta”. “È una disposizione che indebolisce i poteri di vigilanza – dice Giuseppe La Greca, magistrato del Tar ed esperto di normativa edilizia – Non mi sembra che la Sicilia ne avesse bisogno”.

Una mossa disperata, per la deputata regionale Claudia Mannino, grillina ora nel Gruppo Misto, dopo essere inciampata nell’inchiesta sulle “firme false”: “È una chiara risposta alla legge nazionale sulle demolizioni, che sta per essere approvata definitivamente dalla Camera dopo il passaggio in Senato del luglio scorso. La norma fa in modo che la Regione si lavi le mani, l’Ars non si può permettere di fare lo scarica barile sulle Procure, producendosi in un nuovo ‘aiutino’ per gli abusivi’’. Infine la stoccata agli ex compagni del Movimento: “Oltre all’attività pro-abusivi della maggioranza a sorprendere è anche la totale assenza di vigilanza da parte dell’opposizione, che col suo silenzio rinuncia a fare il suo mestiere”.

Questa leggina, peraltro, è come spesso capita senza padre: le uniche firme sono quelle del relatore Vincenzo Vinciullo (Ap), di Crocetta e dell’assessore al Bilancio Baccei in calce al testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Si sa, lo dicono i resoconti, che l’emendamento arriva “dalla commissione Ambiente”, ma non si sa chi l’abbia votato. Il presidente Ardizzone l’ha messo in votazione in aula con questo metodo: “Chi è favorevole resti seduto; chi è contrario si alzi”. Risultato: “È approvato”.

«Allo studio del governo la cancellazione di Tasi e Imu e la detrazione delle spese da Irpef e Irap. Oggi 3,2 milioni di italiani nelle aree a rischio di frane e alluvioni». la Repubblica, 29 agosto 2017 (c.m.c)


Quando quindici anni fa la Regione Campania cercò di convincere parte degli 800 mila abitanti delle zone vesuviane ad alto rischio vulcanico a trasferirsi con una serie di incentivi fuori dalla “zona rossa”, consentendo l’abbattimento delle vecchie case, accadde che molte famiglie incassarono l’incentivo e poi affittarono quelle case ad altre persone. Risultato: addio demolizione. Il rischio fu semplicemente trasferito da un gruppo di famiglie a un altro. E anzi da allora il numero dei Comuni in pericolo salì da 18 a 25.

Nelle duecento pagine del rapporto della Struttura di missione “Casa Italia”, che da Palazzo Chigi ha il compito di preparare un piano pluriennale per la messa in sicurezza delle nostre case, bastano quelle poche righe sui falliti tentativi di trasferire chi abita sulle pendici del Vesuvio, per far capire come la politica di delocalizzazione della popolazione minacciata da disastri naturali verso zone più sicure sia rimasta in tutta Italia lettera morta, soprattutto per la scarsa determinazione delle amministrazioni locali. Ma a fallire non sono solo i piani di demolizione e ricostruzione degli edifici abusivi esistenti in zone al alto rischio di eruzioni vulcaniche, frane o alluvioni. I poteri locali – dice il rapporto – non sono riusciti neppure a evitare che in quelle zone si costruissero nuove case. Il 10% dei Comuni tra il 2005 e il 2015 ha continuato a edificare e urbanizzare vicino ai letti di fiumi e torrenti o sotto i terreni franosi.

Questa inerzia più o meno compiacente di molte amministrazioni, che hanno chiuso un occhio in tutti questi anni di fronte al volto peggiore dell’abusivismo edilizio (quello che mette a repentaglio migliaia di vite umane), non scoraggia tuttavia i 17 esperti di Casa Italia. Che trovano nel Comune di Messina un prezioso alleato: quella amministrazione, infatti, sta predisponendo proprio in questi giorni un piano per trasferire con tanto di incentivi gli abitanti delle zone più esposte ad alluvioni e frane verso zone più sicure.

Un ripensamento a 180 gradi rispetto agli scandalosi e ripetuti insediamenti di case lungo i 70 torrenti della provincia siciliana. Messina diventa così una specie di progetto pilota anti-abusivismo che se andrà in porto, potrà costituire un esempio per il resto d’Italia. Un’operazione che tuttavia avrà bisogno di incentivi sia urbanistici che fiscali. Ecco perché in uno schema di proposta legislativa, gli esperti insediati a Palazzo Chigi invitano il governo a cancellare per 5 anni in tutta Italia, nelle operazioni di demolizione e ricostruzione, Tasi e Imu, e a detrarre le spese da Irpef e Irap.

Il governo, che ha già avuto una serie di incontri con i tecnici di Casa Italia, sta valutando la proposta. Se ne parlerà probabilmente già oggi in Consiglio dei ministri, così come si valuterà l’idea, che non dispiace al viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini, di un potere sostitutivo dello Stato nei confronti di quei Comuni che rifiutano di rendere operative le ordinanze definitive di demolizione degli edifici abusivi più a rischio. Oggi – dice il rapporto – un milione e 200 mila italiani vivono sotto il pericolo di frane e quasi due milioni sono a rischio- alluvioni.

Ma la lotta all’abusivismo edilizio è solo una delle sfide che si è posto il team di Casa Italia. Le altre due sono da una parte la riduzione dei rischi idrogeologici, e dall’altra il tentativo di rendere meno vulnerabili gli edifici nelle zone più esposte ai terremoti. Sul primo punto, sono già stati stanziati quasi dieci miliardi in otto anni, ma secondo le Regioni ne servirebbero ventidue. Sul secondo, gli esperti hanno cominciato a tracciare una prima mappa, andando a vedere nelle zone a maggior rischio di terremoti quanti sono gli edifici abitativi meno resistenti, ossia quelli in muratura portante o quelli in calcestruzzo armato ma costruiti prima del 1970, quando non c’erano ancora norme anti-sismiche. Sono quasi 570 mila, posizionati in 643 Comuni, e concentrati per quasi il 60% in due sole regioni: Calabria e Sicilia.

A questo punto, la proposta di Casa Italia, fatta propria dal governo e già finanziata con cento milioni, prevede l’invio di tecnici sul posto per verificare il grado di vulnerabilità di quegli edifici, comunicarlo ai proprietari e renderli consapevoli dei rischi che corrono. In questo modo si spera di poterli convincere a utilizzare il “sisma-bonus”, già in funzione ma finora non molto usato: si tratta di una detrazione fiscale che arriva fino all’85% delle spese necessarie per rendere più sicura la propria abitazione.

Se i proprietari di tutti i 570 mila edifici a rischio vi ricorressero, la spesa di sarebbe di 46 miliardi. Nella prossima legge di Bilancio il governo ha intenzione di estendere quel bonus anche alle ex case popolari: su 2.760 edifici in zona sismica, 1.100 hanno infatti bisogno di miglioramenti urgenti. Il costo aggiuntivo per lo Stato sarebbe di circa 400 milioni. L’esecutivo potrebbe anche introdurre il “certificato di stabilità” limitatamente, per ora, alle sole nuove costruzioni, ma con l’intenzione di estenderla a tutti i nuovi contratti di affitto e di compravendita.

«C’è un altro aspetto che viene ignorato ed è quello del danno economico causato dagli immobili non in regola». la Repubblica, 27 agosto 2017 (c.m.c.)

E sempre accade in occasione di un terremoto o di un’altra calamità naturale, l’Italia scopre di avere un assetto idrogeologico deplorevole, che la gran parte dei propri immobili non a norma rispetto alle regole di costruzione antisismiche ed una fetta notevole di case, villette, palazzetti sono abusivi.

Ischia, che ha subito danni superiori a quelli che sarebbe stato lecito aspettarsi per una scossa di valore 4 della scala Richter, risulta essere una sorta di paradiso del mattone illegale. Su una popolazione di 65mila abitanti ci sono 27mila domande di condono ed è probabile che vi siano altri abusi edilizi del tutto sommersi. I numeri dell’illegalità immobiliare italiana sono impressionanti e sono stati già ricordati da numerosi quotidiani. Basti qui ricordare il dato generale di 1.200.000 immobili abusivi e la perdurante capacità dei palazzinari di costruirne migliaia ogni anno.

Naturalmente, come su ogni argomento, si contrappongono varie fazioni. Quella “ impresentabile”, chiamiamola così, sotto più o meno mentite spoglie propone un bel condono generalizzato e chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Ci sono poi gli “ equilibristi” che parlano di abusi di necessità, sanatorie condizionate a ristrutturazioni, un ecomostro abbattuto di qui, una villetta perdonata di là. Non mancano i rigoristi che vorrebbero procedere con le ruspe ad ogni violazione del piano regolatore.

I guai dell’abusivismo sono di varia natura: paesaggistica, idrogeologica, di sicurezza, ecologica. C’è un altro aspetto, tuttavia, che viene ignorato ed è quello del danno economico causato dagli immobili non in regola. Non si tratta solo dell’evasione fiscale ( su cui torneremo) ma della vera e propria sottrazione di ricchezza all’intera economia.

Andiamo con ordine. Nel 2000 l’economista peruviano Hernando de Soto pubblicò un libro che ebbe e continua ad avere risonanza mondiale,
The Mystery of Capital. La tesi fondamentale del libro, che riprendeva precedenti scritti dello studioso, era che l’Occidente era diventato prosperoso grazie alla Rule of Law, il principio di legalità o, se preferite, lo Stato di diritto. Un aspetto particolare della Rule of Law è stato l’emersione della proprietà immobiliare e l’accatastamento in pubblici registri di case e terreni. Perché questa certezza della proprietà era importante? Perché faceva emergere e quindi immetteva nel circuito economico dei beni altrimenti invisibili. Gli esempi, riferiti al suo Perù, erano semplici e convincenti: non si poteva dire che i milioni di casette e palazzine abusive in cui vivevano i peruviani non avessero valore economico, ma esse erano inutilizzabili.

Ad esempio, se qualcuno voleva iniziare un’attività imprenditoriale non avrebbe mai potuto ottenere un prestito da una banca dando in garanzia un’abitazione legalmente inesistente. Gli scambi stessi erano insicuri: come succede anche in Italia, le compravendite di immobili non accatastati sono nulle e quindi il passaggio di mano diventa difficoltoso, con alti costi di transazione per ottenere garanzie informali e, ovviamente, senza poter far ricorso a mutui ipotecari. Servitù, usufrutto, uso: tutti i diritti reali che sono conosciuti ed utilizzati fin dai tempi dei praetores romani, non sono a disposizione in tali situazioni.

Nei frangenti più complessi l’illegalità violenta approfitta dell’illegalità documentale, con occupazioni ed espropri che non possono essere impediti dall’ordinamento giuridico.

Inoltre, l’inesistenza giuridica degli immobili priva il proprietario di allacciamenti alle reti idriche o elettriche, con rimedi che vanno dal semplice furto al fai- da- te, a rischio di pompare acqua inquinata per il rubinetto di casa.

Il furto si accompagna al problema dell’evasione fiscale generata sia in fase di edificazione ( difficilmente geometri e imprese edilizie faranno fattura per abitazioni abusive ed in più non vengono pagati gli oneri di costruzione) che successivamente rispetto al pagamento di tasse comunali. Ora, conosco bene l’obiezione che viene sollevata rispetto a questa “ evasione di necessità”: se lo Stato prendesse quei soldi li utilizzerebbe peggio dei privati e non diminuirebbe le altre imposte, ma aumenterebbe la spesa. C’è del vero, così come è molto probabile che alcune violazioni siano incoraggiate da regolamenti urbanistici assurdamente restrittivi ( di qui il successo del famoso slogan elettorale “ padroni a casa nostra”). Inoltre è veramente difficile fidarsi anche dei proclami di un governo che prometta di restituire automaticamente in minori tasse quanto viene recuperato: promessa già fatta e non mantenuta.

Quindi, dato per acquisito che il problema dell’abusivismo dovrebbe essere messo in cima all’agenda di politica economica, cominciando ad esempio a rendere chiaro al paese che danni provocati da cataclismi naturali ad immobili illegali non verranno mai risarciti dallo Stato, d’altra parte il primo passo, rappresentato da una riduzione fiscale generalizzata preventiva e non solo eventuale, deve essere compiuto dal governo. I mezzi tecnologici per scoprire case e capannoni fantasmi ci sono; le ruspe per abbattere eco- mostri e mostriciattoli che violano le regole paesaggistiche, di prevenzione idrogeologica o di preservazione dei beni culturali, si possono azionare. Ma un modo affinché questo patrimonio nascosto del paese non solo non venga aumentato, ma possa entrare nel circuito legale dell’economia, bisogna trovarlo.La prosperità dell’Occidente è stata alimentata dalle leggi sugli immobili La questione deve essere in cima all’agenda politica

Tante buone intenzioni. Efficacia prevista: poco. Bisognerebbe liberare la testa degli italiani dai virus diffusi almeno da Berlusconi in poi. la Repubblica, 26 agosto 2017

«Stop agli abusi, investiamo sulla trasformazione edilizia risparmiando il territorio già martoriato». Quanto agli abusi già perpetrati il ministro della Giustizia Andrea Orlando boccia «qualsiasi forma di condono ».

In Italia si muore sotto le case abusive. Di chi è la colpa: governo, Comuni o Regioni?
«L’attuale sistema che regola gli abbattimenti non funziona. La legge assegna un ruolo centrale ai Comuni. Che però sono condizionati dalla ricerca del consenso. Ampi settori dell’elettorato tifano contro chi vuole fare gli abbattimenti. Un argomento usato dai Comuni è sempre stato quello delle scarse risorse finanziarie a disposizione. Ma, su una mia proposta del 2013, da ministro dell’Ambiente, abbiamo creato un fondo per fare gli abbattimenti. Ma ecco la sorpresa: nel 2016 hanno fatto domanda solo tre Comuni e non è stato speso un euro».

Quindi la colpa è degli enti locali?
«Il governo deve sottrarre a Comuni e Regioni questa materia e affrontarla in modo pragmatico. Non si tratta di abbattere tutto, ma di rendere certo il percorso degli abbattimenti partendo dagli abusi che rappresentano pericoli per la pubblica incolumità. Bisogna rompere il fronte tra abusi totali, abusi parziali, piccole realizzazioni e veri e propri ecomostri, un fronte al quale i Comuni e le Regioni raramente riescono a sottrarsi».

Condivide la proposta del presidente dell’Anac Raffaele Cantone illustrata su “Repubblica”?
«Sono d’accordo con lui su un piano nazionale di abbattimenti e anche con le modalità da lui indicate, di confische degli abusi che non creano pericoli, al limite laddove risolvono problemi abitativi, mettendoli nella disponibilità di chi li utilizza. Però questo piano dovrebbe inserirsi in un quadro urbanistico diverso. Non solo gli abusi costituiscono un rischio, anche l’edilizia di scarsa qualità, legittimamente autorizzata ».

Lei cosa propone?
«Sempre da ministro dell’Ambiente ho proposto un ddl sul consumo del suolo, approvato dalla Camera e fermo al Senato, che autorizza i Comuni a pianificare nuove costruzioni solo dopo il riuso di quelle già esistenti. Bisogna riorientare l’attività edilizia. Perché non ci sono solo gli abusi, c’è anche la cattiva urbanistica che ha prodotto molte più stanze del fabbisogno reale del Paese, per cui calano gli abitanti e irresponsabilmente si continua a consumare suolo».

Perché ha fatto spedire alla Consulta la legge regionale della Campania?
«Si trattava di un tentativo di sanatoria. Le sanatorie sono pericolose non solo perché non puniscono gli abusi, ma anche perché generano nuovi abusi. Chi costruisce senza permesso, pensa che prima o poi arriverà una sanatoria, come è sempre avvenuto in passato ».

Però il governatore De Luca propone due anni di carcere contro chi fa abusi...
«Il carcere sono le lacrime di coccodrillo. È inutile prevederlo per il futuro e lasciare impunito chi ha ignorato i piani regolatori, chi non li ha fatti, chi non ha proceduto con gli abbattimenti, chi ha speculato. Il carcere rischia di essere solo la foglia di fico su un corposo sistema di interessi. Chi realizza un manufatto da un milione di euro può mettere anche nel conto qualche mese di carcere. Credo che sarebbe assai più spaventato dalla certezza dell’abbattimento. E poi è inutile introdurre nuovi reati e allo stesso tempo proporre leggi assai tolleranti con l’abusivismo».

Perché oltre quella bocciata da lei, De Luca e la Campania sono recidivi?
«C’è una legge proprio di questa Regione, attualmente al vaglio del governo, che vorrebbe consentire la costruzione di piccoli manufatti in zona sismica senza dare preavviso all’Ufficio regionale competente. Va fermata ».

Sì, ma dopo Ischia il governo che fa?
«Deve lavorare sulla realizzazione di Casa Italia, il piano di trasformazione edilizia contenuto nell’ultima legge di stabilità. Un’impresa immane. Parliamo di trasformare 40 milioni di vani e 8 milioni di case che non sarebbero adeguate alle norme antisismiche».

Ma la legislatura sta per finire. Le sembra un obiettivo realistico?
«Va considerata non solo un’emergenza legata alla sicurezza e all’ambiente, ma anche una grande leva per la ripresa economica. Per questo insisto che Casa Italia dev’essere accompagnata da una legge, in dirittura di arrivo, che dica: trasformiamo l’esistente, adeguandolo dal punto di vista sismico, termico, idrogeologico e paesaggistico e non costruiamo nuove case dove non è necessario sprecando ulteriori parti del territorio».

I sindaci avrebbero gli strumenti per verificare che le costruzioni non crollino come castelli di carte al primo soffio di vento, ma non sanno o non vogliono adoperarli. Del resto, quando il numero degli abusivi si avvicina a quello degli elettori... Emergenza cultura online, 24 agosto 2017

Dalla cronaca emerge dunque che sull’isola d’Ischia le pratiche di condono ovvero gli abusi edilizi denunciati sino al 2003 sono stati 27mila. Non dispongo dei dati relativi agli ultimi 14 anni, ma sembra sufficiente attenersi alle statistiche per sostenere che, rapportando tale dato al numero di famiglie residenti sull’isola, si avrebbe che “mediamente” ogni famiglia abbia esattamente un abuso da condonare.

In contesti nei quali i sindaci chiedono il voto ai cittadini è impensabile che essi possano mai avere la minima intenzione di procedere all’esame delle richieste di condono giacenti negli uffici, se forte è il rischio di un loro rigetto e del conseguente obbligo a demolire. Si aggiunga a ciò l’obbligo invece sistematico della demolizione di tutti i volumi abusivamente realizzati dopo il 2003 che la legge del terzo condono esclude dalla sanatoria.
Ne deriva che il compito di demolire che la legge impone ai Sindaci viene sistematicamente disatteso e le sole demolizioni praticate sino ad oggi siano state quelle disposte dai tribunali, in esito ad anni di lunghi processi, tirati avanti nel tempo grazie alle ordinarie disfunzioni della macchina della giustizia e all’abilità di molti avvocati che hanno costruito fortune difendendo gli abusivi. Demolizioni che saranno disciplinate (impedite) “per legge”, se passa il disegno di legge “Falanga” di prossima discussione alle Camere.
Nel frattempo il giudice non può nemmeno utilizzare gratuitamente il genio militare per demolire, ancora vigendo un protocollo tra ministeri della difesa e delle infrastrutture (governo Berlusconi) che stabilisce l’onerosità dell’intervento del genio militare con un prezzario cinque volte superiore agli ordinari prezzari utilizzati per le opere pubbliche (avete letto bene: “5 volte superiore”). Ciò impedisce di fatto al giudice di avere mano libera per demolire.
La stessa prima legge del condono ha consentito pure a molti notai di costruire fortune stipulando atti di vendita di immobili abusivi -seppur ancora non condonati- in quanto, in attesa dell’esame delle relative istanze da parte dei comuni, tali “corpi del reato” possono essere liberamente trasferiti. Sia chiaro che nel comportamento delle citate categorie professionali non va individuata alcuna illegalità, dal momento che la stessa legge consente la vendita degli abusi oggetto di domanda di condono ancora non esitata, se all’atto di trasferimento basti soltanto allegare la copia della istanza di condono e poche altre formalità.

Il sindaco di Casamicciola lamenta che il piano paesistico vigente impedisce la demolizione e ricostruzione degli edifici precedenti al 1945, così impedendo che l’isola possa avere un’edilizia “di qualità”. Certo il sindaco ignora secoli di pagine di storia del suo comune e dell’isola d’Ischia, ignorando che non sono soltanto i paesaggi naturali ad attirare i turisti dal mondo intero, ma pure ignora che “adeguare” sismicamente un edificio significa adeguarlo non necessariamente demolirlo, ignora che l’edilizia - tutta post bellica - del cemento armato da ferri “da calza” e povera polvere cementizia quali sono i materiali tipici dell’abusivismo, è quella che in ogni parte d’Italia genera le cosiddette “vittime degli eventi naturali” ed è quella che più opportunamente va demolita. Aggiungo che alle domande di condono è normalmente allegato il prescritto “certificato di idoneità statica a firma di tecnico abilitato” che generalmente sbriga in poche righe, quanto invece più corposamente e matematicamente verificato e calcolato per le nuove opere - legittime - in riferimento alle vigenti normative antisismiche.

Il sindaco trascura pure il fatto che il Piano Paesistico dell’ Isola d’Ischia offre una via di uscita, utile alla collettività intera. L’articolo 19 stabilisce infatti che nelle aree, anche vaste, dove si addensano le opere abusivamente eseguite, il parere di compatibilità paesaggistica di cui all’art. 32 della legge 47/85 verrà reso in conformità alle prescrizioni contenute in un piano di dettaglio da redigersi entro il termine di dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente piano a cura del Ministero per i BB.CC.AA. e con il supporto degli Uffici Tecnici dei Comuni interessati. Detto piano è finalizzato ad una valutazione specifica della compatibilità delle opere abusivamente realizzate con il grado di compromissione ambientale della relativa area.
Di fatto la vigente norma di piano paesistico fa ancora sopravvivere la conveniente prescrizione di obbligatorietà di tale strumento di pianificazione, che era contenuta nell’art. 29 della legge 47/85, abrogata dalla terza legge (“Berlusconi”) sul condono, del 2003. A detti piani di dettaglio resta subordinata la valutazione della compatibilità paesaggistica degli abusi oggetto delle istanze di condono presentate fino al 1994. La terza legge 2003 esclude invece la proponibilità del condono nelle zone vincolate (tutta l’isola d’Ischia), da ciò derivando che le domande riguardanti l’abusiva esecuzione di volumi sarebbero tutte irricevibili (ma, in pratica, tutte in giacenza negli armadi comunali).

A questo punto risulta chiaro che, al bisogno di residenze per gli abusivi ad Ischia debbano provvedere i comuni con la pianificazione urbanistica di dettaglio che la legge nazionale imponeva sin dal 1985 e fino al 2003, e che la pianificazione paesaggistica ancora impone dal 1999.
Specificamente ne deriva che proprio nelle zone tartassate dall’edilizia selvaggia né i sindaci e nemmeno la Regione Campania -che aveva l’obbligo (ex art. 29 l. 47/85) di esercitare i poteri sostitutivi- hanno mai provveduto, dal 1985, a redigere il Piano di dettaglio delle opere abusive
e che né il disastrato Ministero BBCC assieme ai Comuni hanno mai provveduto, dal 1985 ad oggi, a redigere il Piano di dettaglio delle opere abusive.

Insomma, proprio la legge che istituì il condono edilizio prescrisse l’obbligo della redazione di tali piani di dettaglio, finalizzai a salvaguardare gli interessi storici e paesaggistici e i vincoli idrogeologici e sismici nei territori interessati, e al contempo fornire risposte adeguate alle esigenze dell’abitare.
Mai in Campania si è visto alcun piano del genere e mai si è visto che la Regione che fino al 2003 ne aveva l’obbligo, abbia commissariato i comuni inadempienti (tutti) come la legge imponeva. Quell’articolo non esiste più, ma resiste il problema e le sue soluzioni rinviate, sine die, alla ordinaria latitanza delle pianificazioni di iniziativa comunale.
Resiste invece ancora l’articolo 19 del Piano Paesistico dell’Isola d’Ischia che, non potendo (per incompetenza) proporsi di salvaguardare gli interessi tutelati dai vincoli idrogeologici e sismici dei territori interessati, si limita (per competenza) a quelli di carattere storico e paesaggistico, prescrivendo il preventivo “Piano di dettaglio … finalizzato ad una valutazione specifica della compatibilità delle opere abusivamente realizzate con il grado di compromissione ambientale della relativa area”.

Il problema di oggi sembra essere il terremoto (oggi blando, nonostante i suoi pur gravi effetti). Ma il vero problema è l’abusivismo che, quando sarà associato a un più forte sisma (il terremoto del 1883 fece 2.300 morti) o ad altri fenomeni “naturali” di carattere idrogeologico, ci costringerà a ben altre “conte”. L’Autorità di Bacino regionale che governa il corretto uso del territorio sotto l’aspetto idrogeologico disciplinandone le trasformazioni attraverso il “Piano di assetto idrogeologico”, si è chiamata fuori dal problema. Nelle norme del Piano l’Autorità dispone che siano i comuni a pronunciarsi sugli immobili ricadenti nella zone di rischio. Ad alcuni comuni (Napoli, ad esempio), l’Autorità regionale ha precisato la propria incompetenza ad esprimersi sulle domande di condono, ma ha pure ricordato che nelle zone di rischio “elevato” e “molto elevato” (indicate come R3 e R4) non sia compatibile alcuna nuova edificazione, ancorché quelle abusivamente realizzate.

E’ vero, i sindaci sembrano aver ragione, non è questione di “materiali scadenti che non corrispondono alla normativa vigente”, quanto piuttosto la presenza sul territorio di volumi costruiti anche a prescindere dalla qualità dei materiali.
Aspettiamo di piangere quando verrà il momento in cui un altro “fenomeno naturale” avrà mietuto centinaia di vittime?

24 agosto 2017

«La proposta di Raffaele Cantone. La politica abbia il coraggio di agire: perderà qualche voto ma restituirà fiducia ai cittadini onesti». la Repubblica, 25 agosto 2017 (c.m.c)


Caro direttore, partendo dal terremoto di Ischia, in questi giorni si è aperto un dibattito, più o meno a proposito, sull’abusivismo edilizio su cui vorrei provare anche io a dare un piccolo contributo. Vorrei farlo più che come Presidente dell’Autorità anticorruzione o come magistrato, come abitante da sempre di un Comune del Napoletano, Giugliano.

Un paese con litorale marino lunghissimo, con una macchia mediterranea ed una pineta stupefacenti (almeno in passato); uno splendido lago vulcanico (il lago Patria) con sbocco diretto al mare; i resti di una villa romana con anfiteatro che la tradizione dice di essere stata di Scipione l’Africano, ingiustamente esiliato da Roma. Grandi opportunità, quindi, che purtroppo hanno prodotto molto poco sul piano economico e specialmente turistico mentre, al contrario, si è fortemente imposta l’immagine (solo in parte meritata) di un Comune ad altra densità camorristica, confermata anche dallo scioglimento dell’amministrazione, qualche anno fa, per infiltrazioni mafiose.

Il paese ha purtroppo avuto un enorme sviluppo urbanistico e demografico; ha triplicato gli abitanti in poco meno di trent’anni giungendo a quota centoventimila, più di molti capoluoghi di regione e di provincia, senza, però, adeguate infrastrutture e servizi. Questo sviluppo disordinato e sconsiderato è stato causato proprio dall’abusivismo edilizio, che si è manifestato con forme più variegate di quelle in questi giorni descritte; accanto alle tantissime case totalmente abusive (alcune costruite persino su terreni demaniali!) ce ne sono tante altre con concessioni irregolari, date per realizzare improbabili uffici e locali commerciali, o costruite con lottizzazioni abusive.

Non molti anni fa, fra l’altro, una meritoria indagine della magistratura napoletana scoprì un’organizzazione criminale che, all’interno del comando dei vigili urbani “gestiva” (esautorando i tanti vigili onesti) di fatto l’abusivismo, consentendo il completamento di case a singoli cittadini e grosse speculazioni a rampanti imprenditori della camorra, con tanto di tariffario corruttivo: ogni tipo di pratica illecita aveva un prezzo.

Come a Ischia, anche qui sono numerose le richieste di condono edilizio, persino del 1985, che devono essere esaminate mentre gli abbattimenti degli immobili abusivi si contano sulle dita di una mano ed hanno riguardato soprattutto qualche edificio simbolo, come uno tirato su all’ingresso del foro romano. E questo andazzo non è stato radicalmente invertito nemmeno dai pur volenterosi commissari nominati con lo scioglimento del municipio per mafia.

Ho descritto la situazione di Giugliano perché so che non è purtroppo affatto peculiare ed anzi si ripresenta, in forme ovviamente diverse, in altri Comuni campani. Alcuni forse ricorderanno il caso, pochi anni orsono, di un Comune del Napoletano in cui venne “scoperto” un quartiere di palazzi tutti abusivi, cresciuti nella distrazione totale di tutti i controllori o quello, meno recente, di una cittadina completamente abusiva sul litorale domizio con costruzioni persino sulla spiagge.

È paradossalmente facile individuare le responsabilità di tutto ciò, anche perché esse sono ampiamente spalmabili su molti protagonisti: una camorra vorace che ha messo il cemento al primo posto dei suoi affari; un pezzo di imprenditoria collusa; una politica locale che non ha pianificato ma ha guardato al territorio in una logica di sfruttamento miope ed affaristico; una politica nazionale che ha sfornato leggi criminali e criminogene (come i condoni) o di rara durezza astratta ma in concreto solo “grida manzoniane” (gli abbattimenti previsti sono difficilissimi da attuare); una cittadinanza in parte distratta, in parte egoisticamente convinta che a casa propria si può fare tutto; un ambientalismo debole e in qualche caso più interessato alle carriere politiche di singoli esponenti e persino una magistratura con picchi di grande impegno ma anche di poco comprensibili distrazioni. È molto più difficile, invece, tentare di trovare soluzioni giuste e concretamente perseguibili.

Non sembrano tali, nelle loro opposte radicalità, quelle indicate, anche in questi giorni, sia da chi dice “abbattiamo tutti gli immobili abusivi” (ci vorrebbero anni e la militarizzazione del territorio) sia da chi propugna provvedimenti legislativi di più o meno mascherata sanatoria (e sono tali quelli che individuano criteri di priorità negli abbattimenti o prevedono acquisizioni al patrimonio); entrambi finiscono, forse loro malgrado, per rinviare il problema alle future generazioni, lasciando una situazione (anche) di irregolarità di un vasto patrimonio immobiliare che rende persino incerti i rapporti giuridici.

E nemmeno pare accettabile la posizione di chi invoca la tutela degli abusi di necessità, termine dietro il quale si può nascondere di tutto; nel corso di un incontro pubblico un cittadino rivendicò il suo abuso di necessità, costituito da una villa quadrifamiliare in cui ogni appartamento era di 200 metri quadrati che aveva fatto per sé ed i suoi figli, fra gli applausi scroscianti di quasi tutti i presenti.

Sarebbe invece utile pensare ad una soluzione definitiva del problema e predisporre un piano straordinario che, coinvolgendo anche le realtà locali, ridisegni con chiarezza la geografia urbanistica dei territori; verifichi la recuperabilità di quegli immobili che sono inseriti in contesti ormai urbanizzati, prevedendo in parte l’acquisizione degli stessi al patrimonio pubblico, in parte la possibilità, per quelli più modesti, di riacquisto da parte dei costruttori, previo pagamento di oneri che consentano di fornire servizi adeguati e l’abbattimento, senza alcuna remora, da parte del Genio militare di quelli costruiti in zone vincolate o su terreni demaniali. Il tutto modificando contestualmente la normativa sugli illeciti edilizi in modo da rendere certi e spediti i futuri abbattimenti ed evitando si riparta punto e daccapo.

È evidente che una scelta del genere richiederebbe grande coraggio (ma non sarebbe questo il compito della Politica?) e forse nel breve periodo farebbe perdere qualche voto ma certamente restituirebbe un po’ di fiducia ai cittadini onesti, che sono tanti, ed al territorio. Se questo - come è probabile - non accadrà, attenderemo la prossima tragedia (annunciata), per risentire inutili e sterili giaculatorie.

Per ricordare meglio una storia dolorosa, alcune pagine dalle Memorie di un urbanista, sui contrastati rapporti tra comunisti e abusivismo all'interno del Partito comunista italiano degli anni Ottanta.

Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista, l'Italia che ho vissuto, Corte del fòntego, Venezia 2010, pp.119-123

Intanto, sull’abusivismo

All’inizio del 1984 il Parlamento inizia la discussione della conversione in legge di un decreto del governo che, nel dichiarato intento di raggranellare un po’ di entrate, condona a pagamento l’abusivismo edilizio. Si apre un lungo dibattito, nel quale emerge con chiarezza che il Pci (la cui politica del territorio è guidata dal nuovo responsabile del settore Infrastrutture, casa e trasporti, Lucio Libertini) è favorevole al condono, motivando il fenomeno del mancato rispetto delle regole urbanistiche con la loro rigidezza, astrattezza, incuranza delle esigenze della gente.

Le vicende parlamentari sono attentamente seguite dall’Inu e dalla sua rivista. Gli organi dell’istituto esprimono sistematicamente le loro censure. Un articolo di Luigi Scano su Urbanistica informazioni[1] critica in particolare un emendamento, proposto da Franco Bassanini e altri deputati indipendenti di sinistra, pienamente appoggiato dal Pci, che prende pretesto dal condono per liberalizzare, rispetto alle previsioni dei piani urbanistici, i cambiamenti di destinazioni d’uso e allargare il campo del silenzio-assenso.

La tesi del gruppo dirigente dell’Inu era che, se le regole dell’azione pubblica non vanno bene, allora si cambiano con altre regole, non si cancellano. Lo ribadivo nell’editoriale del n 75 di “Urbanistica informazioni”: “Il problema non è quello della deregulation, ma è quello delle nuove regole da costruire. Il problema non è quello di smantellare gli strumenti attraverso i quali oggi si attua il governo pubblico delle trasformazioni urbane e territoriali, ma è quello di rinnovarli, di adeguarli alle nuove esigenze, ai nuovi problemi, alle nuove possibilità tecniche”.

Inizia un mio carteggio (ero allora presidente nazionale dell’Inu), con Lucio Libertini e altri esponenti della Direzione del Pci, che proseguirà per qualche anno. La critica principale che gli urbanisti, pienamente rappresentati allora dell’Inu, facevano alla legge e all’atteggiamento del Pci era di aver completamente invertito il processo logico che si sarebbe dovuto seguire. Secondo noi si sarebbe prima dovuto rafforzare le norme capaci di arrestare l’abusivismo, poi provvedere a redigere piani urbanistici volti a recuperare gli insediamenti abusivi conferendo loro la necessaria dignità umana, e solo dopo provvedere al condono delle diverse situazioni soggettive, senza però accrescere l’iniquità tra chi aveva costruito abusivamente e chi, pur avendo la stessa necessità, la legge aveva rispettato. La legge, secondo un percorso tollerato dal Pci, partiva dalla coda: ciò che interessava era il condono, per ragioni di cassa (il governo) o per ragioni di demagogia (Libertini).

Lo scontro raggiunse livelli acuti, sia dentro che fuori il Pci. Libertini scrive che “si è manifestata nell’opinione pubblica, anche di sinistra, una reazione di rigetto verso la pianificazione urbanistica, identificata in forme perverse di oppressione burocratica” (Libertini, 1984), e su questa base attribuisce legittimità alle norme regolative, noi rivendichiamo la necessità di fondare in Italia una “nuova cultura della pianificazione” e di affrontare con coerenza l’insieme delle questioni del governo del territorio.
Le elezioni amministrative segnano un notevole arretramento del Pci. In una lettera al segretario generale del Pci (Alessandro Natta), e ai capigruppo della Camera (Giorgio Napolitano) e del Senato (Gerardo Chiaromonte) quaranta urbanisti esprimono le loro critiche[2].

«Dobbiamo dire innanzitutto che - come urbanisti - fin dalle prime battute dello scontro elettorale ci ha preoccupati la debolezza delle posizioni, e della propaganda, del Partito sui temi della qualità urbane e dell'ambiente. E i risultati hanno non solo confermato, ma accentuato le nostre preoccupazioni.

«Infatti, sebbene nella propaganda elettorale abbiano giocato un peso rilevante i temi della politica nazionale, ci sembra indubbio che un ruolo non marginale abbiano svolto i temi dell'assetto territoriale e urbano.
«E allora non si può non sottolineare che siamo stati sconfitti anche per i colpi ("severi", nel giudizio dell'elettorato) di una determinata propaganda delle forze politiche avversarie e concorrenti: a destra, dove la DC ha impostato la sua campagna elettorale, sia pure con toni da crociata, sul tema della inefficienza delle giunte rosse; e a sinistra, dove i "verdi" hanno esplicitamente dichiarato che il voto per le loro liste sarebbe stato l'espressione di una critica all'insufficienza, all'ambiguità e ai ritardi dei partiti di sinistra (ma in primo luogo del Pci) sui temi dell'ambiente».

Chiedevamo «una riflessione profonda, e a un dibattito aperto e impietoso» poiché siamo stati colpiti proprio sul punto su cui avremmo potuto essere più forti: sui temi che ci hanno storicamente visti come protagonisti, e per i quali regioni e comuni amministrati da noi sono stati proposti e riconosciuti come modelli, all'Italia e all'estero». A nostro parere, avevamo perso perché non vi era stata «un'adeguata direzione nazionale, o quanto meno un efficace coordinamento, del Partito sulle questioni urbanistiche e territoriali. Di queste ci si è occupati a pezzi, a spezzoni, a settori, dimenticando, o ignorando, che ciò che è essenziale è una visione unitaria dei problemi del territorio, che un governo pubblico delle trasformazioni urbane e territoriali ha il suo metodo e strumento irrinunciabile nella pianificazione urbanistica e territoriale, e che infine consolidare nel paese una cultura e una prassi della pianificazione esige uno sforzo determinato, tenace, continuo, di lunga durata».

Alla lettera non ricevemmo risposta da parte dei destinatari; ci rispose invece, su loro mandato, Libertini, dichiarando che il Pci voleva superare il “giacobinismo illuminista”, colpevole del distacco tra movimento riformatore e masse popolari. La risposta ai 40 urbanisti era stata preceduta da una lettera dello stesso Libertini a tutti segretari regionali e provinciali e alla commissione casa e infrastrutture del Pci, in cui, difendendo il comportamento del Pci sull’abusivismo, respingeva le critiche delle “associazioni che difendono l’ambiente e il territorio” attribuendole “ai legami intensi che tutte queste associazioni hanno con i partiti di governo”[3].
Il Pci alla testa del movimento degli abusivisti

Un ulteriore picco del dissenso si ebbe quando, il 17 febbraio 1987, il Pci appoggiò platealmente una manifestazione di piccoli costruttori abusivi, accompagnati da numerosi sindaci: quarantamila persone erano venute a Roma, in larghissima prevalenza dal Mezzogiorno, guidati dal sindaco comunista Paolo Monello, sindaco del comune di Vittoria (Ragusa), per chiedere un’ampia estensione dell’abusivismo e l’abolizione della tassa per il condono.

Case abusive tasse esose, Rabbia e protesta dal Sud, era il titolo sparato in apertura della prima pagina de “l’Unità”, su cinque colonne. Nelle pagine interne altri articoli commentavano la manifestazione e raccontavano del fruttuoso incontro dei sindaci leader del movimento con un’autorevole delegazione di senatori comunisti. Il giorno dopo continuano le cronache del movimento degli abusivisti, e un corsivo di Emanuele Macaluso prosegue la giustificazione degli abusi commessi. “Si vuole che chi doveva finalmente costruire una casa […]avrebbe dovuto farlo con i bolli. E dove erano i bolli? E chi li metteva questi bolli? Ed in quali aree fabbricabili si sarebbe potuto costruire?”[4]

Naturalmente la polemica divampò. Su Urbanistica informazioni raccogliemmo gli articoli fortemente critici di Antonio Cederna (la Repubblica, 19 febbraio), Giovanni Russo e Cesare De Seta (Corriere della sera, 9 febbraio), Filippo Ciccone ed Enrico Testa (il manifesto, 20 febbraio), Fabrizio Giovenale (Paese sera, 22 febbraio), Vezio De Lucia (l’Unità, 23 febbraio), Giulio Di Donato (Avanti!”, 6 marzo), Edoardo Salzano (Rinascita”, 24 febbraio), Pierluigi Cervellati (La Nazione, 28 febbraio), Carlo Melograni (l’Unità 6 marzo). Le posizioni del Pci erano state difese da Emanuele Macaluso (l’Unità, 20 febbraio) e Lucio Libertini (la Repubblica, 21 febbraio), mentre Guido Alborghetti, parlamentare del Pci, aveva preso le distanze dal sostegno al movimento degli abusivi pur tentando di mediare tra le opposte posizioni (Rinascita, 24 febbraio).

Nei mesi successivi ulteriori tentativi furono compiuti dagli urbanisti vicini all’Inu per convincere i dirigenti del Pci a mutare registro. La risposta del Pci venne sempre da Libertini, e non cambiò di tono. Finalmente il 22 ottobre 1988 diedi le dimissioni dalla commissione casa, infrastrutture e trasporti. La mia battaglia proseguiva all’interno dell’Inu, dove le cose non andavano bene. La svolta era arrivata anche lì.

NOTE
[1] L. Scano, L’emendamento Bassanini. Deregulation ovvero sregolatezza, “Urbanistica informazioni”, 1984, n. 73/74.
[2] La lettera è stata firmata da Luigi Airaldi, Carlo Alberto Barbieri, Massimo Bilò, Piero Beccaria, Giuseppe Boatti, Felicia Bottino, Vittoria Calzolari Ghio, Giuseppe Campos Venuti, Massimo Carmassi, Pier Luigi Cervellati, Elena Camerlengo, Filippo Ciccone, Alessandro Dal Piaz, M. Franca De Forgellinis, Sandro Del Fattore, Piero Della Seta, Vezio E. De Lucia, Giorgio De Rosa, Valeria Erba, Stefano Garano, Mario Ghio, Ugo Girardi, Tommaso Giura Longo, Francesco Malfatti, Laura Mancuso, Giorgio Morpurgo, Carlo Melograni, Roberto Matulli, Federico Oliva, Stefano Pompei, Giuseppe Pulli, Raffaele Radicioni, Anna Renzini, Amerigo Restucci, Ezio Righi, Edoardo Salzano, Stefano Stanghellini, Giancarlo Storto, Lino Tirelli, Alberto Todros.
[3] Lettera del 24 giugno 1985, firmata Lucio Libertini. Archivio Salzano
[4] “Em.ma., Dove stanno i veri eroi dello scempio edilizio, “l’Unità”, 19 febbraio 1986.

«Intervista di Adriana Pollice a Vezio De Lucia. L'urbanista, autore nel 2004 del piano regolatore di Napoli, demolisce la legge De Luca: "Favorisce l’illegalità con conseguenza disastrose"». il manifesto, 25 agosto 2017 (c.m.c)

«Quello che è successo a Ischia con il sisma di lunedì scorso ha la sua origine nella mancanza di pianificazione territoriale, una condizione molto diffusa da Roma in giù, capitale inclusa»: Vezio De Lucia è uno dei maggiori urbanisti italiani, padre del Piano regolatore di Napoli, approvato nel 2004.

De Lucia, Ischia è un caso particolarmente grave o l’abusivismo è un problema diffuso?
L’isola partenopea ne è un esempio ma tutto il meridione è attraversato da fenomeni di edificazione selvaggia. Al Nord non ci sono le stesse proporzioni. Una grande responsabilità è anche della sinistra. Nel 1983 venne varata la prima sanatoria dal governo Craxi: il sindaco comunista di Ragusa, Paolo Monello, capeggiava la rivolta affinché gli abusivi pagassero oneri più bassi. C’era un vasto consenso intorno alla sua battaglia: una parte del Pci voleva che il condono non fosse oneroso. Alla fine Monello diventò anche parlamentare. Da allora si è sdoganata una politica che ha lasciato mano libera al privato anche nel centrosinistra e nel suo maggior partito, lungo tutti i suoi cambi di nome.

Cosa c’è di differente nelle regioni del centro nord?
Al Nord e, in particolare, nelle «regioni rosse» ci sono amministrazioni comunali forti e tecnici preparati. Al Sud il tessuto della macchina pubblica è fragilissimo. L’abusivismo è una scorciatoia quando mancano la pianificazione del territorio e le politiche per la casa, anche se così quasi nobilitiamo gli amministratori. Tollerare è diventato uno standard. A Ischia il numero delle richieste di condono è tale da superare una a famiglia, questo determina un blocco elettorale fortissimo. Eppure chiudere gli occhi provoca una serie di effetti negativi: crolli, nubifragi, degradazione ambientale fino a impattare su settori come il turismo. Ci vorrebbero norme che consentano di intervenire immediatamente, invece si innesca l’iter amministrativo, intanto la casa viene abitata e così cominciano le pressioni per non lasciare le famiglie senza un tetto.

Il ddl Falanga rende possibile eludere gli abbattimenti, stessa filosofia per la legge voluta dal governatore campano ma bocciata dal governo. Sono provvedimenti che possono sanare il problema?
Favoriscono l’abusivismo con conseguenze disastrose. La norma del governatore Vincenzo De Luca, ad esempio, ha due elementi gravi: affida ai comuni la decisione su cosa salvare dalle ruspe, ciò al livello soggetto in via diretta alla pressione degli abusivi. A Ischia ci sono 600 richieste di demolizione pendenti, tutte emesse dalla magistratura, nessuna dai comuni. E poi rende commerciabile l’immobile. Una casa abusiva non ha un valore di mercato; con il provvedimento regionale, il comune l’acquisisce per poi affittarlo o venderlo a prezzi calmierati, così lo legalizza e rende poi possibile metterlo in vendita.

De Luca dice che è impossibile abbattere 70mila immobili abusivi, troppo alti i costi e il materiale da smaltire.
Quando si è deciso di abbattere lo si è fatto, anche in condizioni difficili. A Eboli l’allora sindaco Gerardo Rosania, dal 1998 al 2001, fece abbattere 472 villette abusive costruite dagli anni Sessanta agli anni Ottanta sul demanio pubblico, lungo la pineta sulla fascia costiera. Le aveva realizzate la camorra. Ci volle l’impegno dell’esercito e della prefettura.

Il senatore Falanga, De Luca e i 5S chiedono di salvare gli abusi di necessità. Poi ci sono quelli che hanno presentato domanda di sanatoria, pagato l’onere e aspettano da 30 anni una risposta.
Gli abusi di necessità sono finiti da 50 anni. In quanto alle domande giacenti, la maggior parte dovrebbe essere destinataria di un diniego, l’impiegato lo sa e la mette da parte e lì resta, nel limbo. C’è molta connivenza anche negli uffici. L’unico modo è tenere una linea ferma. Come fatto a Napoli: il Piano regolatore del 2004 è a consumo di suolo zero, l’unico caso di grande comune in Italia, però non si cita mai. Si preferisce ricordare Cassinetta di Lugagnano, 2mila abitanti in provincia di Milano, e non Napoli. Resiste l’immagine de Le mani sulla città, il film di Francesco Rosi, che però non vale più. Il Piano regolatore ha posto dei principi che si sono affermati e hanno condizionato anche l’accordo col governo su Bagnoli, raggiunto a luglio.

A Ischia lamentano che la rigidità dei divieti, alla fine, innesca la necessità di trasgredire
Ogni pianificazione urbanistica, legge o piano lascia dei margini per adeguare o migliorare le condizioni degli edifici che necessitano lavori. E comunque l’interesse pubblico deve essere la stella polare dell’azione amministrativa.

Un sintetico ricordo, da parte dello storico dell'Italia contemporanea. dei primi anni del dibattito sull'abusivismo e sulle tendenze al "condonismo", che in quegli anni coinvolsero pesantemente anche il PCI. Temi sui quali torneremo. la Repubblica, 23 agosto 2017

C’è qualcosa che ferisce nella divisione che sembra attraversare il Paese in queste ore, dopo la tragedia di Ischia. Con la contrapposizione esasperata dai social fra parti diverse e contrapposte, fra Nord e Sud. Con chi dice che lo Stato non dovrebbe pagare la ricostruzione delle case abusive o di quelle costruite dai camorristi, e con le urla contro i “giornalisti sciacalli”. E con una polemica politica che è incentrata non sull’analisi ma sulle colpe da rinfacciare all’avversario. Né sembrano esservi stati in queste oreveri moti di solidarietà.

È difficile nasconderselo, sembra emergere un Paese che reagisce alle difficoltà e alle tragedie sentendosi vittima e al tempo stesso irresponsabile (nel senso proprio di non responsabile, privo di colpe perché privo di doveri civili). E un ceto politico che usa anche le tragedie come arma contundente di un giorno o di un mese contro il “nemico”.
Eppure proprio l’abusivismo edilizio ci permetterebbe una riflessione pacata quanto amara sulle radici di molti degradi attuali: ci permetterebbe di cogliere quel momento della nostra storia recente in cui la legge ha iniziato a diventare un po’ meno legge. Certo, si può risalire più all’indietro (magari scorrendo le pagine de La speculazione edilizia di Calvino, che ci parla del “miracolo economico” degli anni Sessanta e della Liguria) ma forse le radici più prossime della deriva attuale stanno proprio in quegli anni Ottanta ai quali per tanti versi il nostro presente rinvia.
Fu invocato allora per la prima volta l’“abusivismo per necessità”, ed eravamo nel pieno dell’era Craxi: fu un suo governo infatti a decidere un enorme condono edilizio. Eppure il panorama era devastato e devastante già allora: Cesare De Seta ne tracciava una mappa che andava dalle “pendici brulle ed arse del violaceo ‘sterminator Vesevo’” al “cuore verde dell’Umbria e alle sponde del Trasimeno”, e poi alle grandi città del Sud e del Nord. Furono 3.900.000 allora le domande di sanatoria, panorama eloquente di un’aggressione al territorio che quel condono venne definitivamente a sancire, se non a incentivare. E la vera opposizione a quella legge, i veri ostacoli che essa dovette affrontare non vennero dalla voce ancora flebile dell’ambientalismo ma — tutto all’opposto — dalla forza prorompente di un “abusivismo popolare” che considerava troppo esosa la tassa prevista dalla sanatoria. In Sicilia e altrove - soprattutto nel Mezzogiorno - le proteste si moltiplicarono e culminarono con una grande manifestazione nazionale a Roma: l’“abusivismo per necessità” fu allora il cavallo di battaglia dei molti sindaci che le promossero, minacciando dimissioni in massa (volevano “stralciare” anche la norma che escludeva dal condono le zone a rischio sismico ).
Oggi sembra paradossale ma essi furono sostenuti con decisione dal Partito comunista, e non di rado ne facevano parte (non mancarono proteste interne ma contarono poco). Un Partito comunista che era ancora grande e nazionale ma che nei rivolgimenti degli anni Ottanta stava smarrendo la bussola e cercava confusamente di ritrovarla negli attacchi al “nemico” (Craxi, allora). A completare il quadro, e a far cadere la divisione fra Nord e Sud, è sufficiente poi ricordare le grandi difficoltà incontrate in tutta Italia nello stesso periodo dalla “legge Galasso” per la tutela dell’ambiente. Essa imponeva alle Regioni di mettere a punto un piano per evitare ulteriori guasti: alla scadenza fissata solo tre lo avevano predisposto, e l’opposizione alla legge fu corposa e variegata, “sociale” e politica.
Sono stati molteplici dunque gli attori che hanno innescato la deriva attuale: una deriva in cui l’illegalità sembra diventata la nostra regola. E in cui — annotava qualche anno fa Barbara Spinelli — tutto sembra “tremare in comtemporanea: terra e politica, senso dello stato e maestà della legge”. Certo, è un processo che ha avuto delle accelerazioni più intense: le corruttele profonde che furono all’opera nel terremoto dell’Irpinia hanno danneggiato il Mezzogiorno molto più dei comizi di Bossi, ma fu allora l’Italia nel suo insieme ad essere in gioco. E così è oggi, perché questa più generale partita si può vincere solo essendo nazione. E ricostruendo con ostinata, disperata tenacia un
perimetro di regole.
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«Inutile parlare di ritardi nei piani regolatori e abusivismo di necessità. Le persone che costruiscono case lo fanno perché risparmiano. E se affittano ci guadagnano». Linkiesta, 24 agosto 2017 (c.m.c)

Non perdiamo tempo tirando in ballo la lentezza della burocrazia, i ritardi nei comuni nei piani regolatori o l’abusivismo di necessità. C’è una piccola verità non detta sull’abusivismo: che costruire una casa al di fuori delle regole costa molto molto meno. Quanto? Circa la metà, spesso meno della metà di una casa regolare. Tra chi lo dice apertamente c’è Legambiente, che lo ricorda all’inizio di uno speciale sull’abusivismo sul proprio sito.

Abbiamo chiesto a Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente che è architetto e ha insegnato urbanistica nelle Università di Roma e Pescara, come si arrivi a quella stima. La risposta è che si passa da cinque fattori.

Primo: il costo del terreno su cui si costruisce una casa abusiva, tipicamente un terreno agricolo non edificabile o un terreno sottoposto a vincolo, è molto inferiore a quello di un terreno edificabile. Può costare anche un decimo di un terreno edificabile. Secondo: quando si costruisce abusivamente non c’è bisogno di un architetto che firmi il progetto. Terzo: non si pagano gli oneri di urbanizzazione, legati ai servizi comunali (come i servizi idrici) e gli oneri di costruzione, legati al valore aggiunto che si ha costruendo una casa. Quarto: si costruisce con materiale di scarso valore, non fatturato e non certificato. Visto che per costruire abusivamente bisogna fare in fretta, si usa tipicamente del cemento armato. I mattoni spesso sono degradati, tanto non ci sono verifiche. Quinto e ultimo: il costo del lavoro è dimezzato, perché è tutto in nero e realizzato non con imprese ma con manovali presi per due soldi. Le conseguenze sulla sicurezza del lavoro, oltre che sulla concorrenza sleale di chi opera in questo modo, sono superflue. Più importante è ricordare che questa economia sommersa si lega a doppio filo alle cave fuorilegge, alla movimentazione terra e al calcestruzzo e alle imprese dei clan.

Zanchini tira anche le somme: il costo di costruzione di una casa legale, senza contare costi del progettista e oneri di urbanizzazione e costruzione, è di circa mille euro al metro quadrato (chiaramente con differenze grandi tra Nord e Sud, dove costa meno). Aggiungendo progettisti e oneri, si arriva a circa 1.400-1.500 euro al metro quadrato. Per contro, una casa abusiva costa tra i 500 e i 700 euro al metro quadrato. «Sono stime, ma ho avuto modo di verificare personalmente questi valori», commenta.

Un secondo parere è arrivato a Linkiesta da Nomisma. L’amministratore delegato Luca Dondi conferma sostanzialmente la stima. «Non abbiamo fatto studi - premette -. Tra le voci di risparmio, oltre all'evasione fiscale (dalle imposte all'utilizzo di manodopera in nero, all’acquisto di materiali non fatturati) occorre considerare che la costruzione avviene quasi sempre su terreni che non sono edificabili. Fatto 100 il valore dell'edificio, il 20-25% è riconducibile al terreno, con l’ovvia variabilità territoriale. Nelle grandi città si può arrivare al 30, nei piccoli centri scendere al 15. A conti fatti, il risparmio che si può stimare per l'abusivismo con ogni probabilità eccede il 50 per cento».

Costruire una casa abusiva significa edificare una casa insicura, frutto dell’evasione fiscale e destinata a gonfiare gli interessi della malavita. Basta dare un’occhiata alle voci di risparmio: lavoro nero, materiali in nero e non certificati, nessuna firma di un architetto, nessun onere di urbanizzazione, terreni agricoli o vincolati dal costo irrisorio

Che considerazioni si possono trarre da questi dati? Intanto che sarebbe il caso di parlare di questi dati, prima di lanciarsi in riflessioni sulle lentezze della burocrazia e sulla necessità di liberalizzare i permessi di costruire (su questo si rimanda a un post dell’economista Thomas Manfredi).

Tutte queste condizioni, in secondo luogo, concorrono a rendere l’edificio, oltre che più economico, anche più insicuro. Spiega Zanchini: «L’abusivismo non è solo quello nuovo e il caso di Ischia lo mostra chiaramente. Nell’isola ci sono state 28mila domande di condono e in larga parte si tratta di secondi e terzi piani di edifici costruiti negli anni Trenta o Cinquanta, spesso originariamente a un piano e senza fondamenta. Nei piani superiori, per fare in fretta in modo che i lavori non vengano bloccati, si costruisce con strutture in cemento armato. Questo è pesante ed è rigido, in caso di sisma si spezza e schiaccia tutto quello che c’è sotto, è una delle condizioni più pericolose in caso di terremoto». Una tipica casa abusiva non nasce completa ma è frutto di continui accrescimenti, spesso da edifici agricoli nati come capanni per attrezzi.

Una terza considerazione riguarda l’“abusivismo di necessità”. Secondo Zanchini di questo fenomeno si può parlare fino agli anni Ottanta e inizio Novanta, quando c’era una “fame di casa”, ossia c’era più domanda di case che offerta. «In città come Roma e Napoli sono sorti interi quartieri abusivi, sono l’immagine del malgoverno», commenta. Nel 2017, però, è scorretto rievocare quel termine. «Oggi parlare di necessità vuol dire scusare comportamenti molto diversi. Le case abusive in Italia sono in larga parte seconde case, belle o brutte, in aree più o meno piacevoli, in zone sostanzialmente agricole. Ci sono anche quelli di cui non vogliamo parlare: i rom che si tirano una casa un po’ meglio, gli immigrati. Di questo dovremmo parlare, di chi ha bisogno davvero di una casa e se la costruisce così abusivamente. Ci sono poi i fenomeni, che ancora ci sono in larga parte d’Italia, di vere e proprie speculazioni. Ci sono venditori che si mettono a lottizzare i terreni, a dividerli per fare insediamenti abusivi che provano a rivendere (o affittarle, ndr). E poi c‘è chi si fa la villa sul mare».

«L’abusivismo non è solo quello nuovo e il caso di Ischia lo mostra chiaramente. In larga parte si tratta di secondi e terzi piani di edifici costruiti negli anni ’30 o ’50, originariamente a un piano e senza fondamenta. Nei piani superiori si costruisce con strutture in cemento armato. Questo è pesante ed è rigido, in caso di sisma si spezza e schiaccia tutto quello che c’è sotto» Edoardo Zanchini, Legambiente

A oltre 30 anni dalla legge Galasso del 1985, che ha vietato questo tipo di costruzioni, succede ancora. «Il sindaco di Carini, in provincia di Palermo, nei giorni scorsi mi ha confermato che continuano a costruire a due passi dal mare, dove qualcuno possiede un terreno agricolo -continua Zanchini -. Sta portando avanti le demolizioni, un po’ alla volta. Qual è lo stato di necessità di costruire una casa sul mare a Carini? Nessuno. Normalmente se per qualcuno figura come prima casa è perché è intestata a un membro della famiglia in modo fittiizo». Per il vicepresidente di Legambiente la strada delle demolizioni potrebbe essere affiancata da altre misure. «Andiamo fino in fondo - commenta -. Ci sono delle situazioni, penso a comuni interni del casertano e del napoletano, di abusivismo con persone che non hanno nient’altro. Io dico: diamo ai comuni gli strumenti. Ci sono centinaia di case vuote, diamo ai comuni il potere di sequestrare e affittare a prezzi calmierati quelle case vuote, invece che farli diventare proprietari di una casa abusiva».

Per Zanchini uno dei banchi di prova per verificare la serietà del governo, dopo le parole sulla sicurezza e abusivismo arrivate prima a cavallo di Ferragosto e poi dopo il terremoto di Ischia, è l’inserimento nella prossima legge di Bilancio dell’obbligo del fascicolo del fabbricato per chi vende una casa. «Sarebbe un modo per rendere consapevoli gli italiani dei rischi che corrono nelle loro abitazioni. Per questo le associazioni dei proprietari di casa lo osteggiano tanto, gli inquilini chiederebbero di pagare meno affitti perché le case sono insicure. Penso che il ministro Graziano Delrio abbia capito il probleme e sembra convinto, ma in Parlamento diventerà un tema elettorale. Quello che preoccupa di più è il cambiamento di toni dei Cinque Stelle. Finora la loro opposizione era stata uno stimolo per il governo, come nel caso degli ecoreati. Ora stanno andando sulle posizioni più classiche del Centro-Destra, quella per cui la casa di proprietà non si tocca per nessun motivo».

«Qual è lo stato di necessità di costruire una casa sul mare a Carini? Nessuno. Normalmente se per qualcuno figura come prima casa è perché è intestata a un membro della famiglia in modo fittiizo» Edoardo Zanchini, Legambiente

«L’unica certezza rimane l’urgenza della messa in sicurezza dei territori, la vera grande opera pubblica necessaria al Paese, incompatibile con qualsiasi forma di sanatoria edilizia». il manifesto, 24 agosto 2017

Chi in queste settimane sta cavalcando il tema dell’abusivismo di necessità, per un consenso elettorale, speriamo si fermi. In un paese civile e democratico l’illegalità si combatte e non può essere in nessun modo autorizzata o giustificata dalla politica. Il terremoto a Ischia ci ricorda che l’Italia è un Paese fragile, a rischio sismico ed idrogeologico. Investire nella riqualificazione degli edifici per renderli sicuri non è più rinviabile. L’abusivismo edilizio, la cementificazione selvaggia, è un elemento che crea fragilità, toglie sicurezza, bellezza, dignità ai nostri territori.

Ischia è un simbolo di questa piaga che affligge il Paese e non è certo un caso isolato. Qui il cemento si è aggiunto al cemento in modo disordinato, senza regole, indebolendo versanti che poi con le forti piogge cedono e trascinano a valle quello che trovano. Come successe nel 2009 con la morte di una povera ragazza.

L’isola conta 600 case abusive colpite da ordine definitivo di abbattimento e 27 mila le pratiche di condono presentate in occasione delle tre leggi nazionali sulle sanatorie edilizie. A Ischia ci sono più abusi che famiglie, questa è la verità. Lo dicono i dati ufficiali, le carte della magistratura, le interminabili pratiche burocratiche per chiedere un condono che di fatto garantiscono impunità.

Il tutto in nome e per conto di una «economia del turismo» fatta di piani e ampliamenti venuti su in pochi giorni, pronti da affittare nella stagione turistica, magari in nero.
Questa è, semplicemente e drammaticamente, la storia dell’attrazione fatale per il cemento che contraddistingue gran parte delle coste del nostro Meridione.

L’Italia è un paese deturpato da cemento speculativo e illegale, i cui numeri sono eloquenti: nel 2016 gli abusi sono stati circa 17 mila. In dieci anni in Campania sono state realizzate circa 60mila case abusive. E non parliamo di abusi di necessità, un fenomeno terminato alla metà degli anni novanta, ma di soggetti organizzati che hanno tirato su negli anni interi quartieri, in aree dove controllano tutto.

Così negli anni abbiamo consumato il 66% delle coste calabresi, oltre il 50% di quelle campane e siciliane. E se il cemento illegale avanza velocemente le demolizioni di immobili abusivi procedono con lentezza: in Italia, dal 2001 al 2011, solo il 10,6% degli immobili è effettivamente andato giù. Una percentuale che precipita al 4% nella provincia di Napoli e rasenta lo zero a Reggio Calabria e Palermo. Ecco la situazione.

Il terremoto di Ischia deve suonare come un tragico campanello di allarme che ci aiuti a mettere in campo un piano straordinario di messa in sicurezza del patrimonio abitativo legale anche grazie a strumenti innovativi come il sismabonus: una prima ed importante misura per aiutare gli italiani a riqualificare le proprie case. Così come non è più rinviabile l’obbligatorietà del cosiddetto fascicolo di fabbricato, una sorta di carta di identità del costruito che riuscirebbe finalmente a garantire un monitoraggio puntuale della situazione delle abitazioni del nostro Paese.

A Ischia occorre mettere in campo una grande alleanza tra istituzioni, cittadini, operatori economici che riconoscano la gravità della situazione e rilancino in positivo un piano di messa in sicurezza, legalità e partecipazione.

L’unica certezza, oltre le polemiche se un terremoto di magnitudo 4 possa giustificare o meno i crolli, rimane l’urgenza della messa in sicurezza dei territori, la vera grande opera pubblica necessaria al Paese, incompatibile con qualsiasi forma di sanatoria edilizia.

L'autrice è presidente nazionale Legambiente

I drammi e i suicidi di massa provocati dall'abusivismo non turbano i numerosi sciagurati membri del potere legislativo che, per raccattare qualche voto in più continuano a proporre leggi che l'abusivismo lo incoraggiano. il manifesto, 23 agosto 2017, con riferimenti in calce

Alla Camera è in attesa di approvazione definitiva il ddl Falanga, primo firmatario Ciro Falanga, deputato di Ala. Il testo prevede un elenco di criteri per stabilire l’ordine degli abbattimenti: per ultimi gli edifici di chi ha commesso un abuso di necessità e non ha un’altra casa. Sostenuto da Fi, Ala e Pd, secondo le opposizioni è un regalo agli abusivi: il contenzioso che si genererà bloccherà le procure. In Italia si è creato un fronte che va da Falanga al governatore Campano dem Vincenzo De Luca fino ai 5S con il sindaco di Bagheria e il candidato governatore grillino per la Sicilia, tutti pronti pro abusi di necessità.

Gli ambientalisti li definiscono condoni mascherati: «In quelli istituiti per legge – ha spiegato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – almeno era prevista una tassa che copriva i costi per portare strade e fogne. A Bagheria il sindaco Patrizio Cinque ha fatto un regalo agli abusivi e le spese per le infrastrutture finiscono a carico della collettività. Si tratta spesso di immobili insicuri, realizzati risparmiando sulla qualità del cemento, utilizzando lavoro in nero o ditte dei clan». Fronte caldo anche in Campania: ad agosto il Consiglio dei ministri ha impugnato la norma della giunta De Luca che blocca le demolizioni dal titolo «Misure di semplificazione e linee guida di supporto ai comuni in materia di governo del territorio». In regione ci sono 70mila case da demolire, per il governo la legge sarebbe in contrasto con le norme statali a tutela dell’ambiente.

Il testo prevedeva, in caso di abuso di necessità, la possibilità per il comune di acquisire l’immobile per poi rivenderlo o fittarlo a prezzi calmierati all’ex proprietario. Dopo la bocciatura c’è stato il commento sarcastico di De Luca: «Mi aspetto che siano impegnati l’esercito, il Genio militare, i provveditorati alle Opere Pubbliche per procedere alle immediate demolizioni». Ieri anche Falanga ha tenuto ferma la sua posizione: «È assurdo strumentalizzare la tragedia di Ischia a fini politici». E Lucio Barani di Ala: «Ci auguriamo che la camera dei deputati approvi con urgenza il ddl Falanga».

Contro De Luca Angelo Bonelli dei Verdi: «Il governatore ha appena detto che l’abusivismo è un’emergenza. Una affermazione pronunciata da un presidente che ha fatto approvare a giugno dal Consiglio regionale una legge che blocca le demolizioni anche nelle zone vincolate e che, su nostro ricorso, è stata impugnata dal governo. L’8 agosto De Luca ha pronunciato una memorabile frase: “non ce ne frega niente e andiamo avanti”».

Due settimane fa il candidato 5S a governatore della Siciliana, Giancarlo Cancelleri, aveva distinto tra «abusivismo che non è tollerabile e abusivismo di necessità». Alle accuse contro il partito dell’onestà, Luigi Di Maio aveva replicato: «Polemiche incomprensibili». Ieri ha twittato: «Fi e Pd sono la causa di tutti gli abusi e sanatorie in Italia. Dovrebbero star zitti e piangere i morti, non sciacallare». .

Riferimenti

Un provvedimento obbrobrioso, un vero incentivo a proseguire l'abusivismo inventando una casistica che pone la repressione degli abusi all'ultimo gradino. Si vedano su eddyburg gli articoli Il Salva abusi e Appello contro l'abusivismo permanente Si fermi la legge blocca demolizioni

«Basta con le opere dell’uomo che uccidono gli uomini. Ma perché questa non resti una semplice affermazione di principio non c’è che una via: il ripristino della legalità. Un concetto che a Ischia, forse ancor più che nel resto d’Italia, non è mai stato troppo popolare». la Repubblica, 23 agosto 2017

A un anno esatto di distanza dal terremoto di Amatrice, dunque, altri morti sotto le macerie. Mai come in questo caso, tuttavia, tirare in ballo il cinismo del destino appare decisamente fuori luogo. E guardando le immagini della tragedia di Ischia non si può non ricordare ciò che disse il vescovo di Rieti Domenico Pompili ai funerali delle vittime della catastrofe dal 24 agosto 2016: «Non è il terremoto che uccide, ma le opere dell’uomo.

Esattamente come lui, siamo convinti che è arrivato il momento di dire basta. Una volta per tutte. Basta con le opere dell’uomo che uccidono gli uomini. Ma perché questa non resti una semplice affermazione di principio non c’è che una via: il ripristino della legalità. Un concetto che a Ischia, forse ancor più che nel resto d’Italia, non è mai stato troppo popolare. Le 28mila domande di condono denunciate da Legambiente in un territorio dove d’inverno non si arriva a 50mila abitanti sono la dimostrazione degli stupri che l’abusivismo ha imposto a una delle nostre isole più belle.

C’è chi obietterà che nel caso dell’ultimo terremoto le opere abusive c’entrano fino a un certo punto, visto che sono venute giù case costruite molto tempo fa, e comunque prima che entrassero in vigore le norme antisismiche. Vero. Ma è sempre osservando quei terribili fotogrammi che non si possono non notare i crolli di intere coperture e solai in cemento armato, innesti evidentemente successivi all’impianto originario ma assolutamente sconsiderati alla luce del rischio sismico, che hanno avuto un ruolo letale anche in occasione di altri terremoti come quelli di Amatrice e dell’Aquila, dove interi palazzi sono crollati come castelli di carte sotto il peso di quelle strutture mentre le murature tradizionali di tufo e laterizi non reggevano alle scosse. E qualcuno quelle opere dell’uomo che uccidono gli uomini le ha progettate, qualcun altro le ha eseguite, e c’è chi le ha autorizzate. Se non si è trattato addirittura, come invece spesso è successo, di sopraelevazioni illegittime magari anche condonate.
Ischia è un’isola ricchissima di risorse naturali, ma proprio per questo altrettanto fragile e delicata. Dalla notte dei tempi l’attività sismica è incessante. Ogni intervento dell’uomo dovrebbe perciò rispettare regole ferree, anche indipendentemente dalle disposizioni e dai regolamenti. Proprio il contrario di quanto avvenuto. Qui abbiamo assistito impotenti alla più spaventosa aggressione ambientale in territorio italiano dal dopoguerra, con la complicità della politica. Non si ricorda elezione nazionale o locale che non sia stata caratterizzata dall’annuncio sfrontato di un condono ad hoc o di un blocco delle demolizioni nell’isola: memorabili le promesse berlusconiane alla vigilia del voto regionale del 2011, poi fortunatamente non realizzate. Ma la tentazione di grattare la pancia agli abusivi ha colpito dovunque. Nel 2009 il vescovo Filippo Strofaldi si unì al grido di dolore del segretario del partito comunista italiano marxista-leninista Domenico Savio, fieramente contrario agli abbattimenti delle case illegali nell’isola fra le più turistiche del Mediterraneo con la motivazione di salvaguardare l’abusivismo “di necessità”. Un concetto aberrante: quanti cittadini per soddisfare il bisogno dell’abitazione ne tirano su una a Ischia alla faccia delle norme? Ma che ha fatto breccia, in modo apparentemente incredibile trattandosi di una forza politica che rivendica la legalità, anche nel Movimento 5 Stelle. Per non parlare della legge tesa a frenare le demolizioni delle costruzioni illegali appena partorita dalla regione Campania governata da Vincenzo De Luca che il governo di Paolo Gentiloni ha appena giustamente impugnato.

Non c’è posto dove la politica si sia mostrata tanto spregiudicata e indifferente al rispetto delle regole, arrivando a compromettere la propria credibilità pur di racimolare qualche voto, poco importa se maleodorante. Come si fa a criticare pubblicamente i condoni e poi farli passare nelle leggi regionali sotto mentite spoglie? E lì ha in questo modo toccato il punto più basso finendo per fornire armi a chi spara nel mucchio sostenendo che tanto sono tutti uguali, destra e sinistra. Troppo facile, per fortuna.

L’inchiesta pubblicata da Repubblica in queste settimane sulla piaga dell’abusivismo, fra le più gravi che affliggono l’Italia fiaccandone la spina dorsale, ha dimostrato che il Paese non è solo pieno di ipocrisie ma anche di amministratori che si battono contro i soprusi e di cittadini impegnati a contrastare lo scempio del territorio. Prove di coraggio che non possono e non devono restare isolate. Alla politica il terremoto di Ischia offre ora con i suoi dolori un’occasione di riscatto, quella di dare finalmente applicazione seria a una delle norme meno osservate della Costituzione: l’articolo 9, che impone allo Stato di tutelare il paesaggio. Una prescrizione che non prevede “se” e non prevede “ma”. Qualcuno saprà coglierla?

Uno dei suicidi collettivi prodotti dall'abusivismo e al conseguente condonismo, mali endemici dell'Italia della piccola e grande speculazione immobiliare. il Fatto quotidiano, 22 agosto 2017
«Nel maggio 2009 smantellato il primo abuso disposto dalla Procura di Napoli: da allora il "Comitato per il diritto alla casa" si batte con cortei e manifestazioni di piazza perché il terzo condono sia applicato anche all'isola. Che figura al 4° posto nella classifica degli ecomostri stilata nel dossier "Mare Monstrum 2017" di Legambiente»

Seicento case colpite da ordine di demolizione dal 2009, oltre 27mila “le pratiche di condono presentate dagli abitanti in occasione delle tre leggi nazionali”. E’ Legambiente a tracciare, nel dossier Mare Monstrum 2016, i contorni della piaga che da decenni divora Ischia: l’abusivismo edilizio. In una nota congiunta, i sei sindaci dei comuni dell’isola stravolta dal terremoto minimizzano e “deplorano le notizie false relative alle inesistenti connessioni tra l’evento sismico e i fenomeni legati all’abusivismo”, ma in attesa di capire le connessioni causali tra il sisma e i crolli, le cifre raccontano una realtà desolante. Nella classifica degli ecomostri stilata nel 2017 dall’associazione ambientalista, “quelli che in virtù della loro storia, del loro impatto sul territorio e della loro forza simbolica rappresentano meglio di altri la devastazione illegale e impunita”, le “case abusive dell’Isola di Ischia figurano al 4° posto dopo “gli scheletri di Pizzo Sella a Palermo, il villaggio di Torre Mileto a Lesina in provincia di Foggia, le 35 ville nell’area archeologica di Capo Colonna, a Crotone”.

Fu una battaglia, ma alla fine la prima delle 600 demolizioni disposte dalla Procura di Napoli arrivò: era il 16 maggio 2009. A finire sbriciolato fu un soppalcone in cemento e mattoni di 80 metri quadrati nella frazione Terone, comune di Barano. L’immobile era stato costruito nel 1998 e non aveva beneficiato del condono edilizio perché inattuabile sull’isola, area sottoposta a vincolo ambientale e paesaggistico. Il lunedì successivo gli allora sindaci dell’isola, più quello di Procida, si erano riuniti nella sede del comune di Casamicciola minacciando le dimissioni: “Vogliamo – spiegavano – richiamare l’attenzione del governo affinché il terzo condono edilizio (quello del 2003 varato dal governo Berlusconi, ndr) abbia efficacia sulle isole del Golfo di Napoli”. Dove secchio, cazzuola e betoniera sono gli strumenti di una redditizia liturgia praticata soprattutto nottetempo, che ha quasi del religioso e che ha eretto in 35 anni qualcosa come 135mila vani in calcestruzzo.

La lotta era appena cominciata. Il ricordo delle frana che il 30 aprile 2006 interessò un’area in cui sorgevano circa 200 “abusi di necessità” e costò la vita a 4 persone era già lontano. Il 26 gennaio 2010 erano arrivati i cortei in strada. Qualche migliaio di ischitani, con in testa il il sindaco di Lacco Ameno Restituta Irace, sfilavano a Casamicciola sventolando al sole striscioni eloquenti: “Basta con gli abbattimenti delle prime case. Rivendichiamo il diritto alla casa e la sua condonabilità anche col terzo condono edilizio nelle aree vincolate”, gridavano inveendo contro il governo Berlusconi, reo di non aver ancora varato un decreto legge ad hoc. Un’altra manifestazione organizzata alla pineta del Castiglione metteva, per converso, nel mirino il provveditorato alle opere pubbliche della Campania che, abbattendo 80 pini, aveva dato il via alla costruzione di una caserma (approvata dal piano territoriale paesaggistico del 1999) destinata al corpo forestale.

Il 25 luglio 2010 la protesta faceva un salto di qualità: in piena stagione turistica, il Comitato per il diritto alla casa riusciva a portare in strada un migliaio di persone in un corteo che, partito alle 19,30 da Lacco Ameno, si concludeva alle 23,30 a Piazza Antica Reggia nel Comune di Ischia, paralizzando per 4 ore il traffico e gli spostamenti di migliaia di turisti. Gli isolani erano furiosi perché il 23 marzo, a 6 giorni dalle Regionali, il governo Berlusconi li aveva sedotti approvando un decreto legge che bloccava le demolizioni in Campania e poi, vinte le elezioni con Stefano Caldoro, e li aveva abbandlasciando che il testo si fermasse alla Camera grazie anche alle assenze tra i banchi della maggioranza. Le proteste, i cortei e le fiaccolate continuavano ma la mano salvifica del terzo condono sull’ufficio del catasto di Ischia non si posava. E continua tutt’oggi a non posarsi.

Così prime, seconde case, poi gli alberghi, poi i ristoranti venuti su come funghi in un paio di notti senza licenza continuano a essere abusivi. Una cementificazione che gli abitanti difendono coltello tra i denti e carta bollata alla mano: “Solo per il Comune di Ischia sono state presentate 7.235 domande di condono in 30 anni – Sandro Simoncini, ingegnere e docente di Urbanistica e Legislazione Ambientale alla Sapienza di Roma e presidente di Sogeea SpA – 4.408 delle quali risultavano ancora da evadere ad aprile dello scorso anno: molte di queste si riferiscono ad abusi che non possono essere sanati e che quindi, qualora le istanze fossero esaminate, sfocerebbero in ordinanze di demolizione. Senza dimenticare – prosegue Simoncini – che ciò significa anche che migliaia di edifici sono sprovvisti dell’agibilità e delle altre certificazioni”.

«Nel 2008 meno di una nuova casa su dieci era abusiva, nel 2015 quasi una su cinque. Al Sud è quasi una su due. Lo dice l’Istat e il dato dice tutto sul nuovo sport nazionale: lisciare il pelo agli elettori che hanno costruito senza permessi». Linkiesta, 16 agosto 2017 (c.m.c)


Prendiamo due spiagge nel sud-est della Sicilia, distanti un paio di chilometri l’una dall’altra. Una ha un lungomare, una pineta sul litorale, un parcheggio organizzato, un borgo relativamente ordinato e due villaggi turistici a qualche centinaio di metri nell’entroterra, invisibili dal mare. È diventata un punto di riferimento per il turismo in uno degli angoli d’Italia che più è riuscito a far salire gli arrivi in questi anni. L’altra non ha lungomare, perché è disseminata di case abusive, poste a distanza di una trentina di metri l’una dall’altra per diversi chilometri.

Stanno tutte a una ventina di metri dalla riva, dove prima c’era un arenile usufruito da tutti, in un luogo dove gli stabilimenti sono un’eccezione alla regola della spiaggia libera. Qualcuno in quei venti metri che separano la casa dal mare ha costruito anche un capanno, una sorta di dependance, e perfino un vialetto di sassi dalla porta di casa alla battigia. «Hanno mangiato la spiaggia e hanno impedito ogni sviluppo turistico, per sempre», dice un abitante del luogo.

Forse bisognerebbe partire da questa distruzione del bene comune e del potenziale turistico di ampie zone d’Italia, quando si parla di abusivismo. Un vantaggio per pochi, uno svantaggio per tutti. Eppure è un discorso che in Italia evidentemente non fa presa. Se si guardano i dati diffusi dall’Istat ogni anno nel suo rapporto Bes (Benessere Equo e Sostenibile), si deve concludere che nonostante i fiumi di belle parole le cose stanno peggiorando. Spiega l’istituto nazionale di statistica che nel 2008 era abusivo il 9,3% delle nuove costruzioni a uso residenziale, mentre nel 2014 la cifra era salita al 17,6%.

Nel 2015, ultimi dati disponibili, si è sfiorato il 20 per cento. È una consolazione magra sapere che i numeri assoluti sono in calo, perché, aggiunge l’Istat, nel 2015 il flusso delle costruzioni a uso residenziale autorizzate dai comuni si è ridotto del 70,5% rispetto al 2007, mentre quello delle costruzioni realizzate illegalmente soltanto del 35,6%. Stesso discorso per la differenza tra il 2014 e il 2015: -16,3% di costruzioni autorizzate, solo -6% di quelle abusive. Secondo il Cresme tra costruzioni ex novo e ampliamenti significativi, l’abusivismo produce circa 20mila case ogni anno. Il fenomeno è drammatico al Sud, perché in Molise, Campania, Calabria e Sicilia si stima che nel triennio 2012-2014 il numero degli edifici costruiti illegalmente sia stato tra il 45% e il 60% di quelli autorizzati. Stiamo parlando di un periodo distante un decennio dall’ultimo condono del 2003, segno che nessuno crede nell’eventualità di una demolizione e la maggioranza delle persone è sicura che prima o poi una sanatoria arriverà.

Spiega l’istituto nazionale di statistica che nel 2008 era abusivo il 9,3% delle case costruite, mentre nel 2014 la cifra era salita al 17,6%. Nel 2015, ultimi dati disponibili, si è sfiorato il 20 per cento. È una consolazione magra sapere che i numeri assoluti sono in calo

L’Istat mette il dito nella piaga quando spiega che, alla luce di questi dati, «non sembra delinearsi alcun miglioramento dell’indicatore di urbanizzazione delle aree sottoposte a vincolo paesaggistico, che già al Censimento del 2011 rilevava nelle aree costiere, montane e vulcaniche protette dalla Legge Galasso del 1985, un sensibile incremento delle costruzioni». In altre parole, si continua a costruire sulle spiagge, alla faccia di ogni legge, ignorata come la più classica delle grida manzoniane. Il rapporto Ambiente Italia di Legambiente è chiaro: in Italia il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile. Di questa parte, la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, interessa 1.653 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa.

«Tra le regioni, la Sicilia ha il primato assoluto di chilometri di costa caratterizzati da urbanizzazione meno densa ma diffusa (350 km), seguita da Calabria e Puglia; la Sardegna è invece la regione più virtuosa per quantità di paesaggi naturali e agricoli ancora integri e comunque è la regione meno urbanizzata d’Italia», si legge. Dal 1988 ad oggi, continua il rapporto, «malgrado fosse in vigore la legge Galasso che avrebbe dovuto tutelare le aree entro i 300 metri dalle coste, sono stati trasformati da case e palazzi ulteriori 220 chilometri di coste, con una media di 8 chilometri all’anno, cioè 25 metri al giorno. Tra le regioni più devastate la Sicilia con 65 chilometri, il Lazio con 41 e la Campania con 29. Nelle aree costiere, secondo i dai Istat, nel decennio 2001 – 2011 sono sorti 18mila nuovi edifici. Ben 700 edifici per chilometro quadrato sia in Sicilia che in Puglia, 600 in Calabria ma anche 232 per chilometro quadrato in Veneto, 308 in Friuli Venezia Giulia e 300 in Toscana, Basilicata e Sardegna».

In Italia il 51% delle coste è stato trasformato dall’urbanizzazione. Dei 6.477 chilometri di costa da Ventimiglia a Trieste e delle due isole maggiori, 3.291 chilometri sono stati trasformati in modo irreversibile. Di questa parte, la diffusione di insediamenti a bassa densità, con ville e villette, interessa 1.653 chilometri, pari al 25% dell’intera linea di costa. Tra le regioni la Sicilia ha il primato assoluto rapporto Ambiente Italia di Legambiente

Come ricorda ancora Legambiente, sono le ragioni economiche che hanno contribuito al boom del mattone illegale. Una casa abusiva può costare anche la metà di una costruzione in regola, perché tutta la filiera ha un prezzo ridotto: i materiali acquistati in nero, la manodopera pagata in nero, zero spese alla voce sicurezza del cantiere. Una distorsione del mercato che danneggia chiunque decida di seguire le regole. Una villa costruita in nero, ha ricordato nei giorni scorsi Stefano Boeri, può costare solo tra gli 80mila e i 100mila euro. Per una casa costruita sulla spiaggia e affittata in nero, la distorsione è doppia.

E gli italiani di tutto questo cosa pensano? Secondo l’Istat sperimentano sempre più disagio, nella loro vita quotidiana, per il degrado del paesaggio e per il peggioramento della qualità percepita degli spazi pubblici. Ma sempre di meno si dichiarano preoccupati per “la rovina del paesaggio causata dall’eccessiva costruzione di edifici”. E visto che un miglioramento delle condizioni oggettive non c’è stato, questo calo di attenzione è dovuto più probabilmente una perdita di consapevolezza, come affermano gli stessi statistici.

Gli italiani sperimentano sempre più disagio per il degrado del paesaggio e per il peggioramento della qualità percepita degli spazi pubblici. Ma sempre di meno si dichiarano preoccupati per “la rovina del paesaggio causata dall’eccessiva costruzione di edifici”

Il disinteresse degli effetti dell’abusivismo non riguarda solo il potenziale turistico delle spiagge, ma il fatto che le costruzioni illegali alimentano le cave fuorilegge e le imprese dei clan nei settori della movimentazione terra e del calcestruzzo. «Il ciclo illegale del cemento non è solo il costruito dove non si può, ma è anche appalti truccati, opere dai costi esorbitanti per alimentare giri di mazzette, corruzione e speculazioni immobiliari con le carte truccate», ricorda Legambiente nell’introduzione di uno speciale sul tema.

Così come si perde la memoria, in giornate in cui si torna a parlare di “abusivismo di necessità” (sull’interpretazione politica delle affermazioni del candidato del M5s in Sicilia, Giancarlo Cancelleri, e di Luigi Di Maio si rimanda a un articolo di Flavia Perina su Linkiesta), del nesso tra abusivismo e rischio sismico e idrogeologico. Tra i punti più interessanti di un’intervista a Graziano Delrio su Repubblica, il ministro delle Infrastrutture insiste su questo tasto: «Chi vive in una casa abusiva deve sapere che ha molte più probabilità di morire per colpa della scarsa qualità del cemento, degli scempi che hanno alterato il suolo, di un piano rialzato costruito senza rispettare le norme. L’Italia è un Paese sismico, lo sappiamo bene. Abbiamo pianto troppe vittime sepolte dalle macerie di una abitazione tirata su nell’illegalità. È ora di dire basta».

Un modo per dire basta concretamente non è solo quello di non lasciare soli i sindaci coraggiosi, come quello dimissionario di Licata (Agrigento), Angelo Cambiano, appena costretto alle dimissioni, o di impugnare le leggi regionali permissive, come quella della Campania. La priorità per la politica nazionale deve essere quella di rendere effettivamente possibili le demolizioni, sapendo che abbattere una casa costa molto (il prezzo dipende dai metri cubi e dai materiali). In Italia, dal 2001 al 2011, ha spiegato al Manifesto Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, solo il 10,6% delle 46.760 ordinanze emesse è stato effettivamente eseguito. Una percentuale che precipita al 4% nella provincia di Napoli e rasenta lo zero a Reggio Calabria e Salerno. «Il meccanismo si blocca per i ricorsi, per le difficoltà della macchina amministrativa e, spesso, perché i comuni non hanno i soldi da anticipare per le ruspe», commentava Zanchini.

La strada della giunta a 5 Stelle di Bagheria (Palermo), ossia espropriare le case abusive e poi affittarle ai proprietari abusivi o come case popolari, non tocca il tema delle demolizioni. Il contestato Ddl Falanga ha invece seguito la via della priorità nelle demolizioni: prima gli immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico; gli immobili che costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità; gli immobili sottratti alla mafia. In ognuna di queste categorie la priorità sarà attribuita agli immobili in corso di costruzione o non ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e a quelli non stabilmente abitati.

Gli ultimi saranno gli edifici abitati “la cui titolarità è riconducibile a soggetti appartenenti a nuclei familiari che non dispongano di altra soluzione abitativa". È un modo, secondo le opposizioni (ma anche secondo esponenti della maggioranza) per tutelare di fatto l’“abusivismo di necessità” e quindi permettere a chi vive in una casa abusiva di non rischiare praticamente nulla. Nell’ultima versione del Ddl, almeno, la decisione delle priorità è stata tolta ai sindaci e data alle procure, non soggette a pressioni elettorali. E i soldi stanziati sono stati 45 milioni di euro fino al 2020. Molto poco. Meglio sarebbe, probabilmente, sancire il principio che le demolizioni vanno fatte comunque e prevedere degli incentivi per chi accetta di farsi abbattere la casa, magari a proprie spese.

Dopo la sua faccia razzista, ecco ecco la faccia abusivista del Movimento 5 stelle: credono oggi nell'"abusivismo di necessità"! Un Movimento che sta diventando inguardabile. Peccato, un altro passo verso l'abisso nel quale stiamo precipitando. la Repubblica, 14 agosto 2017

«Se un giudice dice che un immobile va abbattuto, si fa. Ma non possiamo voltare le spalle a chi ha una casa abusiva perché la politica non ha fatto il suo dovere». Le parole affidate da Luigi Di Maio ad Annalisa Cuzzocrea per Repubblica spengono una delle 5 stelle del Movimento: quella che rappresenta l’ambiente (le altre simboleggiano acqua, energia, sviluppo e trasporti).

A me — come a molti altri che hanno provato ad impegnarsi in tante battaglie locali per la tutela di quello che l’articolo 9 della Costituzione chiama il paesaggio (e che è appunto l’ambiente, e dunque anche il diritto alla salute e all’incolumità fisica) — è spesso capitato, negli ultimi anni, di trovare come avversario un sindaco o un assessore del Pd o di Forza Italia (spesso purtroppo indistinguibili), e invece di trovarmi a fianco i militanti 5 stelle: magari ingenui, o forse sopra le righe, ma sempre in perfetta buona fede. E, soprattutto, dalla parte giusta.E al Movimento appartengono alcuni dei deputati più determinati in una lotta senza quartiere contro l’abusivismo, come la siciliana Claudia Mannino (da poco, tuttavia, uscita dai 5 stelle).

Ora, alla vigilia di un cruciale appuntamento elettorale proprio in Sicilia, Di Maio inverte le macchine, e incoraggia platealmente il cosiddetto “abusivismo di necessità”. E lo fa con una metafora pesante: il “partito degli onesti” che non “volta le spalle” a chi vìola la legge. Per misurare l’entità della svolta bisogna ricordare che nel 2006 fu Beppe Grillo in persona ad attaccare frontalmente questa specie di abusivismo: «Dall’alto Ischia sembra una periferia urbana — scrisse sul blog —. Ma chi l’ha ridotta così e chi consente questo stato di cose in tutt’Italia? I sindaci che chiudono gli occhi, i condoni che umiliano i cittadini onesti?».

Per rispondere, egli pubblicava di seguito un’accorata lettera di un cittadino ischitano che raccontava di aver costruito la sua casa abusiva, pur consapevole del reato, perché persuaso «dalle varie notizie che circolavano in quel territorio, cioè, frasi come “tanto non potranno mai abbattere un edificio con bambini e persone che vi abitano, non è mai successo”». Ebbene, il cittadino che, pentito, scriveva a Grillo era stato sedotto da quella stessa, ammiccante ricerca di consenso che oggi Di Maio resuscita. Una politica vecchia, che usa vecchissimi argomenti. Perché il vero abusivismo di necessità esistette nel dopoguerra: quello di oggi — ha scritto Vezio De Lucia — «è industria edilizia illegale, illegale sotto ogni punto di vista: alla mancanza del permesso di costruzione si è aggiunto il mancato rispetto delle norme igieniche, di sicurezza, assicurative e previdenziali.

Alla fine, è entrato nell’orbita della malavita organizzata. Da Roma in giù, in alcuni luoghi ha raggiunto livelli di produzione superiori a quelli dell’edilizia legale, grazie anche alle successive leggi di condono». Che quella di Di Maio non sia un’uscita estemporanea lo dimostrano le pesantissime promesse elettorali del candidato 5 stelle alla presidenza della Sicilia ( « non abbatteremo le case della povera gente » ), e il regolamento edilizio approvato dalla giunta 5 stelle di Bagheria, che prevede che non si possano abbattere le case in cui si dichiara di abitare, e istituisce addirittura una corsia preferenziale perché il costruttore della casa abusiva possa ricomprarsela all’asta. Tutto il contrario delle buone pratiche: che in ogni caso non prevedono la possibilità di lasciare la proprietà agli abusivi, di qualunque genere siano.

In altre parole, i 5 stelle stanno platealmente abbracciando il modello campano di De Luca: annullando la loro esibitissima “ diversità” e convertendosi all’eterno modello di un potere meridionale che baratta il consenso con la distruzione delle città, e con la sicurezza. E che si rischi di passare dalle promesse ai fatti lo dimostra quanto è successo con lo Stadio della Roma: un clamoroso cedimento a quell’urbanistica contrattata e privatizzata che il Movimento aveva detto di voler combattere.
Insomma, se il Pd e Forza Italia si sono da gran tempo seduti al tavolo dell’abusivismo, oggi sembra arrivato il turno dei 5 ( anzi dei 4) stelle. Ed è davvero una pessima notizia.

Qualche frustata in più contro l'ipocrisia con cui si depreca oggi ciò che si è tollerato ieri non è di troppo. Soprattutto quando è sorretta dal puntuale elenco degli eventi. il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2017

«Italia in macerie. Il ministro Delrio promette ‘basta sanatorie’ e pensa, si suppone, al pulviscolo di leggine che le Regioni hanno emanato all’insegna del Piano Casa Saranno in contrasto con le leggi dello Stato? O, Dio non voglia, con la Costituzione? »

È bello che il ministro Delrio si sia accorto che l’Italia è il Paese dei condoni facili, degli scempi edilizi, delle coste devastate, delle leggine regionali che riconoscono gli “abusi di necessità” per raccattare cinicamente voti e clientele. Tutte le norme regionali difformi dall’ordinamento statale e dall’interesse nazionale verranno implacabilmente impugnate e sconfitte, dice il ministro. Ma a cosa pensa Delrio, parlando di contrasto tra norme statali e regionali? Non al condono tombale di Craxi (1985), vero esordio del condonismo all’italiana, né a quelli di Berlusconi (1994, 2003): norme criminogene, che però sono leggi dello Stato. Forse non pensa nemmeno a leggi regionali, come quella della Campania (2014), che riaprono i termini per i vecchi condoni statali. Delrio pensa, si suppone, al pulviscolo di leggine che le Regioni hanno emanato all’insegna del Piano Casa. Saranno in contrasto con le leggi dello Stato? O, Dio non voglia, con la Costituzione? A tal proposito gioverà, a uso del governo e del Parlamento, un veloce ripasso di storia patria (attenti alle date!).

Nella “manovra d’estate” 2008 (L. 133, 6 agosto), Berlusconi riprende un’idea del II governo Prodi lanciando un Piano Casa, inteso come social housing per categorie svantaggiate, con finanziamenti pubblici (550 milioni) e privati. Dopo sette mesi (6 marzo 2009) Berlusconi annuncia l’imminente approvazione del Piano Casa, che con agile giravolta ha totalmente cambiato faccia. Zero capitali pubblici, zero social housing: la norma è concepita solo per chi la casa ce l’ha già, e ha anche i soldi per ampliarla. Sospendendo la validità delle regole in vigore, ogni edificio potrà essere ampliato dal 20 al 35%, e anche più per chi acquisti diritti dai vicini di casa. Il tutto “in deroga alle disposizioni legislative, agli strumenti urbanistici vigenti o adottati e ai regolamenti edilizi”: un vero e proprio condono preventivo che non solo depenalizza, ma incoraggia ciò che fino a ieri era reato, consegnando città e paesaggio al partito del cemento. Mentre, secondo l’art. 117 della Costituzione, la legge dello Stato deve “determinare i principi fondamentali” delle leggi regionali, in questo caso si inverte la procedura, scavalcando il Parlamento e stipulando (31 marzo) un’intesa preventiva tra governo e Regioni, poi ratificata dalla Conferenza unificata Stato-Regioni il 1 aprile. Secondo l’intesa, il governo emanerà entro 10 giorni una legge-quadro; seguiranno le Regioni, che faranno entro tre mesi i loro vari Piani-Casa, s’intende in conformità alla legge-quadro statale.

La bozza ufficiale che circola quel 1° aprile (la data non è uno scherzo) prevede “semplificazioni normative” che sono in realtà una selvaggia deregulation, sospendendo perfino le norme di prevenzione antisismica, sostituite da “controlli successivi alla costruzione, anche con metodi a campione”; vengono depenalizzate finanche le false dichiarazioni tecniche dei progettisti. Peccato che il 6 aprile 2009 il terremoto d’Abruzzo riveli quanto siano irresponsabili norme come queste. Il governo si blocca, e la legge-quadro non viene approvata, né allora né mai. L’accordo informale del 31 marzo non ha valore di legge: eppure, più realiste del re, le Regioni si affrettano a fare “come se”, legiferando pur in assenza di una legge nazionale di riferimento, cioè senza rispettare l’art. 117 della Costituzione. Prima della classe, la Toscana (centro-sinistra), che già l’8 maggio approva il proprio Piano Casa; seguono la Provincia autonoma di Bolzano (15 giugno), l’Umbria (26 giugno), l’Emilia-Romagna (6 luglio), e così via (ultima la Calabria, 4 agosto 2010).

Di regione in regione, in mancanza di principi-guida nazionali, il bricolage del fai-da-te. Un labirinto di varianti, l’unità d’Italia dello sfascio: non appena il Veneto regala ampliamenti fino al 50%, viene prontamente copiato dalla Sicilia, ma sorpassato dal Lazio (60%), e così via; per non dire di codicilli via via introdotti negli anni dal 2009 a oggi. Non bastava scavalcare il Parlamento e ignorare l’art. 117 Cost. con l’accordo del 31 marzo: la totale assenza di una legge-quadro dello Stato fu e resta ignorata da tutti (Stato e Regioni, destre e “sinistre”). In piena e concordata illegalità, il Piano Casa dilaga per l’Italia, con leggi regionali un po’ più restrittive (Toscana, Umbria, Puglia) o più sbracate (Lombardia, Veneto, Sicilia). Tutti d’accordo a “semplificare” drasticamente le norme, calpestando l’art. 9 della Costituzione, il Codice dei Beni Culturali, il T.U. per l’edilizia e quant’altro. Con colpevole complicità, a “sinistra” come a destra si è fatto come se si trattasse soltanto di una misura anticongiunturale, anziché di incidere permanentemente e irreparabilmente sulla facies del Paese.

Se davvero il governo in carica vuol porre rimedio alle discrepanze tra legge dello Stato e leggine regionali, dunque, dovrebbe accorgersi, per cominciare, che i centomila abusi dell’ex-Belpaese sono figli non solo dei condoni Craxi-Berlusconi, ma anche, anzi ormai soprattutto, dell’abortito Piano Casa nazionale, che ha generato i mostriciattoli dei piani-casa regionali. Che, in mancanza della legge-quadro dello Stato, le leggi regionali sul Piano Casa sono tutte illegittime, e dunque andrebbero denunciate in blocco alla Corte Costituzionale. Che, dopo otto anni di connivenza, lo Stato potrebbe finalmente svegliarsi (come non ha fatto coi governi Monti, Letta, Renzi).

Sarà questa l’intenzione di Delrio? C’è da dubitarne, visto che dopo aver minacciato tuoni e fulmini contro le Regioni che devastano il paesaggio, il ministro rema contro se stesso dichiarando: “Non metto in dubbio la buona fede delle Regioni e cerco sempre di evitare qualsiasi contenzioso”. Programma, quest’ultimo, di auto-accecamento, del tutto in linea con quanto governi d’ogni colore hanno fatto da troppi anni a questa parte. Dovremo annotare la dichiarazione di guerra agli abusi di Delrio come un esercizio di retorica estiva? O come un appunto per chi ci governerà l’anno prossimo di questi tempi?

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