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Luciano Canfora
Il libro scotta rompete le righe
15 Febbraio 2007
Scritti 2005
Intervistato da Simonetta Fiori, l’autore di Libri e libertà commenta i recenti episodi di intolleranza contro i libri e la libertà. Da la Repubblica del 4 giugno 2005

«Forse non è un caso che la nuova lista di proscrizione, stilata dalla rivista conservatrice Human Events, provenga dal paese che ha generato il maccartismo», dice Luciano Canfora, autore di un saggio laterziano intitolato Libri e Libertà. «Liber, in latino, vuol dire due cose: libero e libro. Un accostamento che vorrà dire pure qualcosa».

Letture pericolose, infide, nefaste per la salute mentale dell’umanità. La storia è piena di roghi reali e simbolici, che attraversano epoche e culture differenti. A destra come a sinistra. Allestiti dai pagani ma anche dai cristiani, dai seguaci della Riforma Protestante e dai Controriformisti, dai compagni di Diderot e dai loro nemici. «Quando si parla di censura libraria, si tende a indignarsi: questo è giusto. L’elemento falso è che se ne attribuisce tutta la responsabilità all’oscurantismo, distinguendo in perfidi e virtuosi. In realtà quella dei libri messi all’indice è una storia molto più sfumata e complessa».

Inesauribile appare a destra la pratica della proscrizione, se è vero che anche di recente Il Secolo d’Italia non ha rinunciato a colpire il Pier Paolo Pasolini di Salò (in altri tempi definito "pornografo", incline a "zozzure"). Abissi di depravazione toccati soltanto da Alberto Moravia: la Noia è stata a lungo considerata da quelle parti "erotismo di bassa lega dozzinale". Non migliore sorte è toccata ad autori come Calvino, Pratolini, Pavese o Umberto Eco, rubricato da Civiltà cattolica tra gli "eretici" e gli "empi". «Le intolleranze della destra, nel lungo dopoguerra, sono state innumerevoli: il più delle volte in nome d’un perbenismo sessuale e religioso da "Dio patria e famiglia". Si tratta però d’un canone di proibizioni puramente immaginario, che nell’età repubblicana non ha mai avuto la forza di imporsi ai lettori».

Quasi mai, lei sostiene, i libri vengono seppelliti completamente.

«Sì, un’opera censurata ha comunque la forza per sopravvivere. Mi viene in mente l’esempio di Cremuzio Cordo, lo storico che ai tempi di Tiberio scrisse una storia della guerra civile di orientamento ostile a Cesare. Fu denunciato per lesa maestà, l’opera condannata alla distruzione. Ebbene: Tacito ci racconta che quei libri continuarono a vivere "occultati et editi", ossia passavano di mano in mano nonostante il divieto. Il talento perseguitato, è la conclusione di Tacito, acquista maggiore autorità».

La messa all’indice è una pratica frequente tra i cristiani come tra i loro persecutori.

«Fu un vescovo fanatico a volere la distruzione del Serapeo di Alessandria (IV-V secolo d. C), con la sua sterminata biblioteca pagana. Viceversa, insieme ai cristiani vennero eliminati i loro libri: i traditori erano quelli che tradebant libros, ossia consegnavano al nemico i libri vietati».

Nessuno è innocente.

«Basti pensare che la democratica Atene brucia i libri di Anassagora, così nei trattati di Cicerone le traduzioni latine di Epicuro sono stigmatizzate come letture insidiose. Il catalogo delle nefandezze s’arricchisce nell’Età della Controriforma. La chiave per comprendere il fenomeno è nel libro del gesuita bavarese Jacob Gretser, De jure et more prohibendi et comburendi libros noxios. Cosa dice l’acuto prelato al principio del Seicento? Ci accusano di bruciare le pagine dei protestanti, ma i seguaci della Riforma fanno lo stesso con i loro libri: Michele Serveto liquidato da Calvino».

Anche i rivoluzionari francesi non sono immuni dal libricidio.

«Diderot, si sa, fu rinchiuso nella Bastiglia con il divieto di stampare l’Encyclopédie: ma poi riprese la direzione dell’opera, che ebbe gran successo a dispetto dell’oscurantismo clericale. Spesso però ci si dimentica che la celebre Bibliotèque National, nata dopo l’Ottantanove, si fonda su un violento triage, una traumatica selezione: i depositi non riuscivano a contenere tutti i libri confiscati nei conventi e nelle dimore nobiliari, così si decise in modo violento di tagliare via tutte le pubblicazioni ecclesiastiche. È un caso paradossale: l’istituzione concepita per la promozione della lettura nasce da un atto di intolleranza antireligiosa».

La censura raggiunse il suo acme nel celebre rogo di libri allestito dal nazismo.

«Sì, un atto di grande potenza simbolica nato dal ventre mistico del nazionalsocialismo. Perfino le opere di un liberale progressista come Carl von Ossietzky furono gettate nel fuoco e metaforicamente restituite agli inferi: ogni lancio veniva preceduto da una formula rituale che doveva rimarcare il carattere quasi sacrale della cerimonia. Un caso unico di libricidio. Anche se non dobbiamo sottovalutare, nel campo della censura libraria, la straordinaria efficienza mostrata da Mussolini».

La lotta tra il libro e il potere ha radici antiche.

«A proposito delle polemiche di oggi, mi viene in mente il caso d’un imperatore cinese del III secolo a. C., il costruttore della Grande Muraglia. Un suo perfido consigliere gli suggerì di polverizzare tutti i libri di storia, salvando i trattati di agricoltura e medicina. La ragione? Raccontano il passato, si poteva criticare il governo presente. Un’accusa che sento ripetere ancora oggi».

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