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Francesco Erbani
Un sognatore tra i mandorli
11 Dicembre 2005
Articoli del 2004
Francesco Erbani inizia il suo viaggio tra i paesaggi italiani, su Repubblica del 23 agosto 2003. “Ad Agrigento in un angolo della Valle dei Templi è stato risanato un bellissimo giardino - Lo straordinario spettacolo di orti, di agrumi e altre rare piantagioni - Un giovane agronomo e un esperto di botanica insieme per far rinascere un vallone abbandonato - Un viaggio fra le testimonianze di chi ha lavorato concretamente per la salvaguardia di alcuni luoghi”

In un angolo della Valle dei Templi, un fazzoletto grande cinque ettari, sta sorgendo un museo vivente, una specie di collezione paesaggistica. Siamo sotto il tempio di Giunone, in un terreno leggermente acclive, e qui, distanziati e disposti in fila, sono stati impiantati circa millecinquecento alberi che documentano trecento varietà di mandorli, più o meno la metà di tutte le varietà che la letteratura botanica attesti, di questa pianta, in Sicilia. Le ha raccolte, battendo l’isola palmo a palmo, Giuseppe Barbera, un professore di Colture arboree all’Università di Palermo, esperto, oltre che di mandorli, di fichi d’india e di capperi. Ma sui mandorli, che da soli, spiega Barbera «racchiudono il mito del Sud, perché fioriscono in gennaio e raffigurano l’eterna primavera», ha una competenza impressionante e non smetterebbe mai di narrarne le gesta, quasi fossero creature di un poema epico.

Si dirà: millecinquecento mandorli sono poca cosa rispetto a tutto ciò che accade nella Valle, dove i templi sono assediati da un abusivismo sfacciato e arrogante. E dove l’incuria si diffonde nei particolari minimi - le bancarelle, la sciatteria negli arredi, i torpedoni e le macchine parcheggiate come nell’ammasso di uno sfasciacarrozze. E in effetti sono poca cosa. Ma sono pur sempre un segno che si somma ad altri segni e che serve a ricostituire per piccoli brani l’abito paesaggistico che veste uno dei patrimoni storici e artistici più importanti e vilipesi della terra.

Il mandorleto sorge sotto il tempio di Giunone. Poco distante da qui in un vallone profondo, stretto e lungo, fra il tempio dei Dioscuri e quello di Vulcano, si stende il Giardino della Kolymbetra. Ai tempi della città greca in questo fossato c’era una grande piscina, un vivaio abitato da pesci e cigni. Della piscina esiste una descrizione di Diodoro Siculo. Era lunga sette stadi e profonda venti braccia e in essa sfociavano alcuni acquedotti. Nei secoli è stata interrata e coltivata. L’Abate di Saint-Non, che la vide sul finire del Settecento, la descrisse come «una piccola valle che, per la sua sorprendente fertilità, somiglia alla valle dell’Eden o ad un angolo della Terra promessa». Fino a vent’anni fa alcuni contadini curarono la terra e le piante. Ma da allora in poi il vallone venne abbandonato e crebbero gli sterpi che raggiunsero i sette, otto metri occultando l’antica piscina. E del vallone si perse anche la memoria.

E’ stato Giuseppe Lo Pilato, un giovane agronomo agrigentino, il cui padre gliene aveva parlato, a scoprirlo e a immaginarne un uso diverso. Lo Pilato si è rivolto a Barbera e insieme hanno presentato un progetto al Fai, il Fondo per l’ambiente, che l’ha accolto con entusiasmo. Da allora, siamo nel 1999, in accordo con la Soprintendenza e con la Regione, si è avviato il risanamento e adesso il Giardino è uno spettacolo di orti, di agrumi e di altre piantagioni - carrubi, gelsi pistacchi, noci, melograni e banani. Al centro scorre un piccolo torrente, protetto da canne e bordato da salici e pioppi.

Barbera e Lo Pilato sono due custodi del paesaggio, i primi che incontreremo in questo breve viaggio alla ricerca di chi si incarica di proteggere quegli angoli dove, con le linee di una collina o il profilo di un orizzonte, è conservata l’identità di una nazione, ciò che - scrisse Benedetto Croce presentando nel 1920 una proposta di legge in difesa delle bellezze naturali - rende un paese diverso da un altro.

Custodire un paesaggio vuol dire conoscerlo e farlo conoscere. Conservarlo agendo sulle forze della natura e calibrando la presenza dell’uomo (non esistono paesaggi vergini e se esistono sono delle rarità). Proteggerlo, per quanto possibile, dalle manomissioni, da quegli artifici irreversibili che lo rendono irriconoscibile fino a farlo scomparire - e di paesaggi ne sono scomparsi tanti in Italia in questi cinquant’anni, quanti non ne sono mai scomparsi nei millenni precedenti, e altri ancora sono in pericolo perché la tutela si va sbriciolando, impotente di fronte all’irruenza delle Grandi Opere e di un’incontrollata urbanizzazione.

Barbera e Lo Pilato hanno lavorato in condizioni difficilissime. Agrigento è un po’ il paradigma dell’illegalità e con l’illegalità si è intrecciata la sua storia recente, da essa è stata influenzata la sua vicenda politica e antropologica. Ed è inoltre diffusa la convinzione che su Agrigento si sia giocata, nel corso dei decenni, una sfida delicatissima, ormai assunta a simbolo, fra l’Italia culla della salvaguardia e l’Italia dei maltrattamenti.

L’abusivismo nella Valle si è fermato. Anche perché sembra svanito il sogno che sulle case costruite illegalmente nella zona vincolata cali una benefica sanatoria (sono 748 gli edifici in tutta la Valle, 329 nella sola zona A, la più rigorosamente disciplinata, stando alle ricerche di un sociologo agrigentino, Gaetano Gucciardo). E in assenza di questa prospettiva nessuno più si mette a costruire (un’eccezione? l’ex sindaco Calogero Sodano, ora senatore della Repubblica, è stato accusato di aver trasformato un ovile intestato a sua suocera in una villa). Sono arrivate le ruspe, sono andati giù alcuni scheletri, ma non tutto potrà essere demolito. E la soluzione potrebbe essere quella di considerare gli attuali proprietari delle villette come dei possessori a termine di un bene che, tra trenta o sessant’anni, diventerà patrimonio dello Stato.

Ma mentre si discute qualcuno prova a ragionare. L’obiettivo, spiega Barbera, è quello di rovesciare l’immagine che molti, troppi agrigentini coltivano della Valle, con quei vincoli rigidissimi, imposti nel 1968 dai ministri Mancini e Gui due anni dopo la frana che sconvolse la città (vincoli che segnano un passaggio importante nella storia dell’urbanistica italiana e del corretto uso del territorio). L’immensa area dove sorgeva l’antica Akragas è sempre apparsa come una meraviglia, ma anche come un’ossessione, come una zona inviolabile e sacra e per questo come un impedimento, un ingombro.

Nessuno sfruttamento intensivo sarà mai possibile. I vincoli resteranno intatti. Ma intanto una legge regionale del 2000 ha istituito il Parco della Valle, un parco "archeologico e paesaggistico", ed è imminente la presentazione di un piano d’assetto, una specie di piano regolatore dell’intera area (più di mille ettari). Il Museo del mandorlo e il Giardino della Kolymbetra anticipano ciò che il Parco si propone per l’avvenire: vale a dire la ricomposizione di un paesaggio agrario che è lo sfondo naturale, la cornice ambientale, ma anche il tessuto storico, il documento di una ramificazione culturale dei templi, concepiti proprio perché navigassero in uno spazio di colline e di poggi, fra terra e mare, in mezzo a piantagioni di ulivi e di mandorli e, nei terreni più poveri, di carrubi, fichidindia e pistacchi.

Nessuno più restituirà ai templi la quinta teatrale che li avvolgeva, ormai ricoperta da un muraglione di edifici - la moderna Agrigento. Ma i mandorli sono visti come l’elemento cardinale per il restauro di un paesaggio la cui qualità, racconta Barbera, è attestata dal V secolo avanti Cristo e ancora oltre, fino ai grandi viaggiatori settecenteschi. «Questo paesaggio», dice Barbera, «conserva i caratteri più tipici dell’agricoltura e dell’arboricultura che ha dominato in Sicilia almeno fino agli anni Sessanta. Ancora nel 1955 la superficie della Valle coperta da alberi raggiungeva il 45 per cento. Ma vent’anni dopo si scende al 30 per cento, segno di un’erosione incessante dovuta all’abbandono, al progredire dei terreni incolti e all’abusivismo».

Ma perché il mandorlo? «E’ una delle piante più importanti nell’agricoltura dell’isola. Non ha bisogno di tantissima acqua e fiorisce molto presto, adattandosi benissimo soprattutto in collina, dove evita le gelate». La pianta arriva in Sicilia con i Fenici, o forse più tardi con i coloni greci. La sua diffusione è abbondantemente attestata nel Medioevo, ma è fra Sette e Ottocento che trascina l’affermarsi dell’arboricoltura in tutta l’isola. Per l’intero XIX secolo e ancora fino a metà del XX il mandorlo è una pianta che si espande, sinonimo di un’agricoltura rigogliosa, attenta alla manutenzione dei terreni (le radici del mandorlo sono di ostacolo all’erosione) e ai valori paesaggistici: le piante sono disposte in filari, spesso affiancate da ulivi o da viti ad alberello, e i fiori, che spuntano da dicembre a marzo, vanno dal bianco candido alle gradazioni più diverse del rosa.

Le colline rivestite dai mandorli sfoggiano colori luccicanti. Secondo un altro viaggiatore settecentesco, Johann Heinrich Bartels, sembrano la Via Lattea, quando di notte è punteggiata di stelle. «Ora il pregiatissimo mandorlo siciliano è stato soppiantato da quello che arriva dalla California o da quello spagnolo», aggiunge Barbera. Nel 1960 quasi centomila ettari in Sicilia erano occupati da mandorli. Nel 1990 gli ettari erano trentamila. Il Museo serve come prezioso documento di biodiversità, attesta le centinaia di varietà sparse in tutta l’isola prima che la mandorla californiana piallasse ogni cosa. Ed è anche uno strabiliante repertorio lessicale, un rincorrersi di carrubedde, birzicuzze, agruse, azzoline, cunfittare, acitare, carcarazzare, chirucupare e dei tanti altri nomi che designavano lo scorrere minuto e faticoso della vita contadina.

(1 - continua)

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