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Luciana Castellina
La lezione tedesca
1 Settembre 2009
Sinistra
Sarebbe bene che in Italia la sinistra riflettesse su ciò che in Germania è successo e qui invece appare lontano. Il manifesto, 1° settembre 2009

Il voto tedesco di domenica - che ha visto una perdita oltre il previsto della Cdu e la spettacolare crescita della Linke in due laender dell'est e, ben più sorprendente, anche in uno dell'ovest (sia pure patria del proprio Leader Oskar Lafontaine - si presta a qualche considerazione più generale.

La prima, che ci riguarda più da vicino: quanto in Italia non è riuscito ai gruppi a sinistra del Pd (che pure è assai peggio della Spd), in Germania ha funzionato. Eppure le tradizioni culturali, e anche la collocazione sociale, delle due principali forze che l'hanno costruita, la Pds, erede diretta della certo non gloriosa Sed che ha governato per quasi mezzo secolo la Repubblica democratica, e la sinistra di un partito socialdemocratico (la Spd) e di un sindacato fortemente anticomunista, non avrebbero potuto essere più lontane, ben più di quelle che in Italia hanno cercato di dar vita all'Arcobaleno, quasi tutte originariamente provenienti dal Pci. Espressione, l'una, di un elettorato insediato all'est, e, l'altra, di un pezzo di movimento operaio radicato nelle grandi fabbriche dell'Occidente. Sono riuscite, certo non senza travagli, non solo a costruire un'alleanza elettorale, ma addirittura un partito che ha ormai vinto più di una sfida negli ultimi anni.

Varrebbe la pena che da noi il fenomeno fosse meglio studiato e forse si vedrebbe che lì hanno giocato, diventando forza, elementi che da noi sono debolezza: una generale e più radicata identità di sinistra e, che al di là di storiche e tragiche divisioni, nessuno - per la verità neppure la Spd - si è mai sentito di liquidare con faciloneria in nome di abbagli nuovisti; un'attenzione centrale ai problemi sociali del lavoro dipendente; l'impegno posto nel costruire assieme una nuova cultura comune, un compito affidato essenzialmente alla Fondazione Rosa Luxemburg, che conta ormai molte sedi anche all'estero, e che svolge un ruolo prezioso nello stimolare nuove analisi e nuove riflessioni collettive, un lavoro che somiglia assai poco a quello delle proliferanti omologhe italiane.

Certo non mancano neppure nella Linke settarismi, idiosincrasie, bisticci, tensioni fra chi sta al governo, come nel land di Berlino, e chi all'opposizione. Inevitabili quando a lavorare assieme si trovano vecchi quadri sindacali, giovanissimi no-global (specie nella ex Pdf), anziani abitanti della Repubblica democratica, vittime della colonizzazione occidentale. Ma, fin d'ora, l'esperimento ha retto alla grande.

La seconda considerazione riguarda la Spd che ha continuato a perdere ovunque, sia pure senza che si verificasse il crollo che tutti si attendevano. E però la crisi di questo partito non potrebbe apparire più grave. Il suo leader Frank-Walter Steinmeier, vice della Merkel nel governo di coalizione e a questa formula particolarmente affezionato, l'uomo che ha sostituito il precedente presidente del partito, liquidato per aver manifestato qualche apertura nei confronti di una possibile alleanza di governo con la Linke in Assia, si trova ora a gestire una situazione nella quale brandire il no a ogni eventuale contaminazione coi «comunisti» gli sarà molto più difficile. Ieri ha cantato vittoria, in nome di questa perdita che, sebbene minore del previsto, resta pur sempre sostanziosa. Ma è ormai chiaro che adesso non potrà fare a meno di fare i conti con la nuova sinistra, cresciuta nonostante ogni tentativo di delegittimarla, compiuto anche a costo - come è accaduto in Assia - di mandare in rovina la Spd di questo Laender, imponendole di rinunciare al governo pur possibile e così di aprire la strada alla rivinciata conservatrice.

Le elezioni di domenica hanno reso esplosivo lo scontro già aperto nel partito, anche se - a un mese dalle elezioni politiche federali - tutti si guarderanno bene dal renderlo pubblico. Ma è quasi certo che nella Sahr, nonostante gli anatemi del centro, il leader della locale Spd finirà per fare un governo con Verdi e Linke; che in Turingia, invece, questa coalizione non si farà perché è la Linke che avrebbe eventualmente il diritto alla presidenza del land perché forte del 10 per cento di voti in più dei socialdemocratici. Ed è facile che, qui come in Sassonia, si scelga alla fine l'impopolare riproduzione della Grosse Coalition al potere a Berlino.

Questo zig-zag non indebolisce solo il prestigio della Spd, la espone a una brutta avventura nelle elezioni del 24 settembre: a livello federale più che un voto di scelta partitica conta il voto per un'alternativa possibile. La Merkel, pur bastonata dall'elettorato, nonostante i suoi tentativi di smarcarsi dal conservatorismo del proprio stesso partito, un'alternativa ce l'ha: la coalizione con i liberali che hanno aumentato considerevolmente i propri voti. Non è una certezza, ma un'ipotesi credibile sì. È la Spd che non sa che dire se rinuncia a priori a un progetto che unisca anche Verdi e Linke. La conseguenza sarà che, di fronte alla posta in gioco del governo federale, una bella fetta dell'elettorato tutt'ora rimasto fedele alla Spd, e che però non vuol sentir parlare di una nuova edizione dell'allenza con la Cdu, privo di ogni altra scelta, finisca per non recarsi alle urne. Da trent'anni la proporzione delle astensioni corrisponde in Germania a quelle che misurano la crisi interna alla Spd, le sue incertezze e i suoi opportunismi. Gli elettori socialdemocratici non tradiscono, ma si arrabbiano.

Da noi, com'è noto, tutto è meno lineare. Ma anche in questo le elezioni tedesche di domenica sono istruttive.

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