Nella città vecchia, il popolo nuovo
Ilaria Agostini
Per un approccio dignitoso al tema dell'accoglienza - per una società che voglia essere coerente con le sue migliori tradizioni - servono certamente volontà politica e disposizione popolare, ma anche proposte concrete. Per Firenze ci sono già. La Città invisibile newsletter, 15 gennaio 2017


L’assessore al welfare, Sara Funaro, invita la città ad offrire sacchi a pelo per far fronte all’ “emergenza profughi” tornata alla cronaca con la morte di Alì Moussa. Rifugiato politico, somalo, Moussa è vittima dell’incendio del capannone industriale nel quale da due anni vivevano cento “migranti”, di vecchia e nuova data. Reietti e clandestini per legge, cui il Comune di Firenze, inabile, non aveva fornito alloggio dopo l’ultimo sgombero.

La politica dell’accoglienza da parte delle istituzioni non può, non deve limitarsi alla risibile invocazione di opere di misericordia presso i singoli. Deve e può, invece, offrire casa e diritti, uguaglianza e cittadinanza, ai superstiti dell’incendio e ai molti altri – stranieri ed italiani – presenti sul territorio in analoghe, precarie condizioni abitative.

Nell’età del neolicapitalismo agguerrito, non si pretende certo che gli amministratori requisiscano gli appartamenti sfitti, come fece nel post-alluvione il (da loro) tanto invocato – perlopiù a sproposito – sindaco La Pira. Si pretende invece, che offrano ai migranti un rifugio che renda agli «umili» (P. Toschi, Il Ponte, 1945) dignità e pieni diritti di cittadinanza.

Si pretende il colpo d’ala. Che il Comune di Firenze, o la Città metropolitana, offra una casa al “popolo nuovo”, nel cuore delle città. Non ci accontenteremo delle periferie e delle «casette mobili prefabbricate» proposte dalla Regione Toscana (cfr. la Repubblica-Firenze, 14 gennaio 2017).

E case nel cuore della città non ne mancano. È sufficiente aprire il catalogo di Nardella – sindaco del capoluogo e della sua area metropolitana – e pescare, tra quelli presentati alle fiere della speculazione immobiliare, uno dei tanti edifici vuoti in attesa dell’agognata valorizzazione (economica). Centinaia di migliaia di metri cubi.

Alle istituzioni locali si richiede lungimiranza. Che comprendano cioè che il centro città ha bisogno di essere ripopolato e non messo in vendita in nome del lusso e della speculazione fondiaria. Per far ciò la città deve rispolverare le virtù civiche dell’accoglienza di indigenti e viandanti, non affidarsi solo a quella mercificata di lusso.

Firenze e le altre città toscane possono attingere a un’ammirevole tradizione ospitale, di hospitalitas rivolta ai bisognosi di ogni provenienza e fede. Molti edifici nati in funzione dell’accoglienza si trovano ora in stato di abbandono. Così le caserme, vuote o in vendita, naturalmente attrezzate (e già pronte) per l’accoglienza provvisoria, pur di altra ascendenza: caserma Baldissera; ex Ospedale militare in via San Gallo (16.200 mq); Accademia di Sanità militare in via Tripoli; Scuola di Sanità militare nell’ex convento del Maglio; Caserma Cavalli in piazza del Cestello; Dogana in via Valfonda.

Tra gli edifici centrali cui potrebbe esser fatto ricorso, spicca l’ex convento di San Paolino (poi Monte di Pietà, in via Palazzuolo), inutilizzato da anni, pronto ora per essere trasformato in hotel di lusso da parte di un colosso alberghiero. In un quartiere che avrebbe invece bisogno di luoghi di socialità, di aggregazione e di cura.

All’interno di un progetto urbano di lungo termine, che sia conforme ai tempi della pianificazione e non a quelli dell’emergenza, il complesso di Sant’Orsola (di proprietà della Città metropolitana) potrebbe risultare invece – per posizione, per volumi, per lo stato dei lavori di consolidamento già effettuati, per natura proprietaria – un’ubicazione preferenziale per l’ospitalità di rifugiati, richiedenti asilo, senza tetto e profughi, che si lasciano alle spalle guerre e paura.

In quei settori del centro cittadino nei quali risulta evidente una situazione di disagio sociale e abitativo – ciò che torbidi o inani amministratori chiamano “degrado” –, la trasformazione di un edificio monumentale e la sua restituzione alla cittadinanza rappresenterebbe un’operazione esemplare di emersione del dolore che affligge, nella città vecchia, il popolo nuovo.

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