Rodotà: Il Pd chieda scusa a Berlinguer, la questione morale è la politica
Matteo Bartocci
Politica e questione morale secondo l'opinione di Stefano Rodotà. Da il manifesto, 19 dicembre 2008 (m.b.)
Stefano Rodotà, giurista dal cursus honorum sterminato, ricorda bene «Tangentopoli». All'inizio degli anni '90 era presidente del Pds, il «partito nuovo» di allora.
Più che di scuse a Craxi - dice con una battuta seria - suggerirei al Pd di chiedere scusa a Berlinguer».

Per non aver visto la centralità della «questione morale»?
Certamente. Chiedere scusa a Craxi vuol dire che tanto siamo stati tutti uguali. E invece vorrei suggerire alla sinistra che Berlinguer la caduta drammatica della moralità pubblica l'aveva vista come uno dei grandi problemi politici della società italiana. Ora sulla politica di Berlinguer si possono dire molte cose, tuttavia aveva cercato di far diventare un fatto politico la consapevolezza della diversità di un partito e della sua pratica amministrativa.

Una consapevolezza, dice, che si è persa?
Negli anni '90 quando venne fuori «mani pulite» io ero presidente del Pds. Nel marzo 1991, un anno prima dell'arresto a Milano di Mario Chiesa, scrissi una prefazione molto dura a un libro di Gianni Barbacetto ed Elio Veltri intitolato «Milano degli scandali». Scrivevo che quelle cronache di ordinaria corruzione riflettevano non la patologia ma la fisiologia dell'intero sistema politico-amministrativo dell'Italia repubblicana. Lo ricordo perché allora i leader del Pds milanese mi denunciarono alla commissione di garanzia presieduta da Chiarante, che ovviamente gli diede una bella lezione. Il mio ultimo atto politico prima di dimettermi da presidente del Pds fu la proposta al partito di convocare le assise contro la corruzione. Un appuntamento in cui affrontare il tema frontalmente e pubblicamente. Lo feci non perché ritenessi il Pci-Pds prigioniero di quella logica corruttiva che pure l'aveva ferito in punti nevralgici come Milano e Torino, ma perché ritenevo che quello era un tema politico di prima grandezza, che doveva diventare l'asse portante dell'allora nuovo partito. La proposta fu respinta, Occhetto chiese scusa per le deviazioni di alcune amministrazioni e la partita finì lì.

E' una proposta che oggi rinnova al Pd?
Assolutamente sì. Come dicono in America, «la luce del sole è il miglior disinfettante». In tutti questi anni i pericoli erano chiari, nonostante chi li denunciasse, per esempio Diego Novelli, venisse denunciato come moralista. I mali sono chiari: la progressiva cancellazione dei partiti, la trasformazione della democrazia in un'oligarchia ristretta, fatta di gruppi che negoziano tra loro e con il mondo degli affari in un connubio che ha infettato tutto. Invece il rapporto con il mondo degli affari non può avvenire a scapito di una trasparenza assoluta, di una moralità pubblica impeccabile e della consapevolezza che la politica non si affida al gioco reato-non reato. I reati esistono ma ci sono comportamenti che senza essere reati sono inammissibili per un politico.

Per esempio?
Ma guardi, ormai è la regola. Non si possono più offrire coperture, il tema della moralità pubblica è un grande tema politico ed è il fondamento capitale della politica. Segna un campo. Anche se ovviamente non tutto il corpo politico è infettato, un'ondata di arresti come questa non è mai accaduta nella sinistra. Dopo una lenta deriva alla fine ci siamo.

Pensa che faccia parte della moralità politica dimettersi in caso di sconfitta come accade in tutto il resto del mondo? Lo dico a destra e a sinistra.
Un establishment politico sa che sopravvive finché ha la fiducia dei cittadini. Perché negli Usa ci si dimette per una colf irregolare o per una leggera infedeltà fiscale quando in Italia tutto il centrodestra ha difeso un ministro come Cesare Previti? Questi sono i comportamenti con cui un ceto politico diventa una casta invisa ai cittadini.

Ma in fondo per la sinistra non dovrebbe essere più facile essere diversi da uno come Berlusconi?
Penso di sì. Invece in questi anni c'è stato troppo timore a prendere le giuste distanze da un certo modo di fare politica. Ha preso il sopravvento l'idea che si dovesse essere «pragmatici». Ed era inevitabile che questa logica scoppiasse di fronte a debolezze personali o dove il controllo democratico è più debole. Le oligarchie sono autoreferenziali per definizione. Parlare di moralità non è moralismo. Ora serve una reazione forte.

Ma non c'è un nesso tra la crisi morale e la crisi di contenuti di questo Pd?
La cattiva politica è sempre figlia di cattiva cultura. Con la resa all'ideologia del turbocapitalismo poi c'è stata una caduta verticale. Quando si è pensato che una certa forma di diversità comunista dovesse essere sottoposta a revisione radicale si sono buttati via anche tutti quegli aspetti di solidarietà, moralità, trasparenza e modestia dei costumi che le si accompagnavano.

Professore, non le sfugge che l'ennesimo scontro tra politica e giustizia è una tentazione forte per portare a termine le riforme contro la magistratura.
Negli anni Berlusconi ha portato avanti un attacco alla magistratura mettendo sempre in secondo piano il tema dell'efficienza della giustizia e la tutela della legalità. Ma sono questi i veri problemi dei cittadini. E garantirli non ha nulla a che fare con i veleni del dibattito politico come la separazione delle carriere e l'obbligatorietà dell'azione penale. Certamente: tra i giudici ci sono sempre stati atteggiamenti scorretti. Già durante il terrorismo ci battemmo da garantisti contro certi teoremi assurdi e contro metodi discutibili usati dalle procure. La stessa Magistratura democratica è figlia di quella stagione. Ma l'abbiamo sempre fatto con critiche puntuali e non ci siamo mai sognati di mettere a rischio l'autonomia e l'indipendenza della giustizia. Così si deve fare. Invece la politica usa lo scontento diffuso per allontanare da sé l'attenzione dei giudici. E' un disegno che va rovesciato senza tentennamenti.

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