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Antonio Tosi
Sulle appartenenze sociali nella città moderna (1965)
27 Giugno 2006
Urbanisti Urbanistica Città
In un passaggio storico della società italiana, alcune riflessioni comparative internazionali, e quasi conseguenti "profetiche" anticipazioni (f.b.)

Antonio Tosi, Sulle appartenenze sociali nella città moderna, in Atti della Tavola Rotonda di studi urbanistici: Vita e Nuove Forme della Città, Centro di cultura dell’Università Cattolica, Passo della Mendola, 27 agosto - 1 settembre 1965

1. La sociologia urbana è in crisi. Nata in una prospettiva antiurbana giustificata sulla base dei pregiudizi degli intellettuali e dei disagi dei primi inurbati, si trova oggi a disporre di schemi inadeguati: proprio nel momento in cui la città ha raggiunto una dominanza che mai nessuna società aveva visto. Gli stereotipi sulla città vengono demoliti uno dopo l’altro, insieme ai loro correlati scientifici: soprattutto vengono attaccate alcune formulazioni ottenute deduttivamente dalla scuola psicosociale (Simmel e Wirth ne sono gli esponenti più noti e quindi più suscettibili di diventare i capri espiatori) e alcune conclusioni che i cultori della human ecology avevano ricavato dalla loro grande costruzione ideologica. Ma la mancanza di una teoria, o quanto meno di una impostazione metodologica capace di far pervenire ad una teoria, mette i moderni combattenti della crociata contro gli stereotipi nella condizione di poter alimentare altri stereotipi; l’accumulazione di ricerche empiriche non integrate teoreticamente può opporre al mito della città divoratrice di uomini il mito opposto, e altrettanto indimostrabile, della città come luogo di un progresso automatico. Che la conoscenza della città possa progredire attraverso queste vie è per lo meno discutibile.

Le proposizioni ricorrenti a proposito del tipo di rapporti sociali che caratterizzano la città insistono, riallacciandosi alla tradizione psicosociale, sull’impersonalità, l’isolamento, il declino delle appartenenze primarie, la dominanza delle organizzazioni formali accentuando in genere le connotazioni negative di questi caratteri.

Urbanisti fermi alla “sociologia” di Mumford, recenti critici della società di massa, nostalgici della piccola comunità e prefiguratori di partecipazioni democratiche “di base “, ecologi incapaci di abbandonare i loro postulati antisociologici, tutti si sono affezionati ad una serie di proposizioni circa l’interazione in ambiente urbano che vengono solitamente imputate a Wirth. É soprattutto per questo consenso sul riferimento che prendiamo l’avvio da Wirth: anche se è doveroso precisare che in realtà le proposizioni wirthiane erano di tipo ipotetico: prudenti e molto meno ruralistiche e pessimistiche di quelle dei suoi seguaci.

Il vantaggio della formulazione wirthiana consiste nella sua preoccupazione di mettere in rapporto il sistema di organizzazione sociale urbano - il tipo di rapporti sociali e di istituzioni - con un tipo di base demografica, una tecnologia e un ordine ecologico da una parte, e con un set di atteggiamenti, idee e costellazioni di personalità dall’altra. L’urbanesimo è dal punto di vista demografico emergenza di comunità infeconde ed eterogenee. Sul piano dell’ordine sociale è sostituzione di contatti secondari a contatti primari, cui si accompagna un indebolimento dei legami di parentela, il declino del significato del vicinato, il venir meno delle basi tradizionali di solidarietà sociale, il trasferimento di attività industriali, educative e ricreative ad istituzioni specializzate; cui si accompagna, dal momento che l’azione individuale è inefficace e l’efficienza si raggiunge solo in gruppi, una moltiplicazione di associazioni volontarie, La moltiplicazione del numero di persone in interazione, che rende impossibile contatti pieni tra persone, ha conseguenze sulla personalità e il comportamento collettivo urbano: la personalità urbana – “schizoide” - intrattiene contatti impersonali, superficiali, transitori e segmentali, che conducono alla riserva, all’indifferenza, ad una prospettiva blasee e all’immunizzazione del proprio io contro le richieste degli altri. La superficialità, anonimità, e carattere transitorio delle relazioni sociali urbane rendono conto della sofisticazione e razionalità degli abitanti della città. La libertà dal controllo emozionale personale dei gruppi intimi li lascia in uno stato di anomia. A tutto ciò. si accompagna un aumento di disorganizzazione personale, malattie mentali, suicidio, delinquenza, corruzione, disordine.

2. Si tratta, come è noto, di ipotesi sostenute da diverse ricerche empiriche (che peraltro non giustificano il pessimismo con cui molti le propongono). Ma, soprattutto recentemente, si è andato sviluppando negli Stati Uniti un cospicuo orientamento di ricerca che è risultato in una reinterpretazione della vita sociale urbana. Questa reinterpretazione, che in parte sembra contrastare con le ipotesi accennate, ha fondato la sua critica proprio su quello studio delle “appartenenze “ dell’abitante urbano su cui i teorici della disorganizzazione sociale avevano costruito le loro ipotesi. É interessante, anche se il tentativo comporta il rischio di grosse semplificazioni, riassumere i risultati di queste ricerche:



a) i rapporti primari. L’appartenenza a gruppi informali è nella città fenomeno quasi universale: soltanto un piccolo segmento della popolazione è privo di tali appartenenze. In particolare è pressoché universale l’amicizia, fuori da ogni contesto organizzativo: l’abitante urbano è raramente isolato del tutto da relazioni con amici singoli o circoli di amici. E forse ancor più importanti sono le relazioni parentali: la famiglia coniugale è di fondamentale importanza (l’abitante della città tende a spender la maggior parte delle sue serate nel seno della famiglia); e importante è perfino la famiglia estesa (le visite a parenti sono il tipo più corrente di “riunione”; inoltre queste relazioni vanno al di là delle chiacchiere occasionali: l’aiuto reciproco tra i membri di una famiglia estesa sembra essere una risorsa molto importante per la famiglia singola);



b) la partecipazione formale. A parte la partecipazione religiosa gli abitanti della città appartengono ad una sola - o a nessuna - associazione. Gli individui di basso e medio livello sociale appartengono al massimo ad un’altra associazione (di solito connessa al lavoro per gli uomini, ai bambini o alla religione per le donne): soltanto nei livelli superiori si trova spesso colui che appartiene a molte associazioni. Se poi si studia la frequenza alle attività associative, si trova che una cospicua quota di appartenenze è costituita da “appartenenze di carta”;

c) l’appartenenza locale. La situazione è a questo proposito molto più differenziata. Per il vicinato la gamma varia da aree locali in cui molte persone sono “intensi vicini”, ad altre in cui la maggior parte della gente conosce appena alcuni dei suoi vicini. Il medio abitante della città ha alcune relazioni informali di vicinato, ma esse non sono per lui molto significative: egli apprezza molto il vicino che è “una brava persona e ti lascia stare”. Anche l’identificazione e la partecipazione alla comunità locale offrono una vasta gamma di situazioni: tuttavia se la maggioranza delle persone identificano la loro area di residenza come “la loro vera casa”, coloro che preferirebbero vivere altrove, possono variare da una percentuale minima a più di metà dei residenti in una determinata area.

Queste tendenze nell’importanza e nell’attribuzione di significatività alle proprie appartenenze suggeriscono l’infondatezza di due importanti ipotesi della sociologia urbana tradizionale, che si reggevano sulla convinzione che nella città i rapporti sociali fossero soprattutto organizzati e formali:

a) con il declinare della comunità primaria e del vicinato ci si aspetta che l’amicizia sia più strettamente correlata all’organizzazione di lavoro: le ricerche citate mostrano invece che i compagni di lavoro costituiscono una parte minore delle relazioni primarie dell’individuo quando egli è fuori dal lavoro. In generale le relazioni di lavoro sono isolate dalla partecipazione primaria libera dell’abitante urbano;

b) contrariamente a quanto ci si può aspettare, la partecipazione culturale al divertimento organizzato è poco importante per gli adulti urbani. La maggior parte di essi partecipa con moderata frequenza a manifestazioni ricreative di massa (in concreto si tratta soprattutto di spettacoli cinematografici): la vera importanza dei mezzi di divertimento di massa è nella casa. Televisione e radio sono estremamente importanti, ma nel contesto della partecipazione familiare.

Se questi sono i risultati relativi a settori molto urbanizzati della città americana, ricerche condotte in altri Paesi rilevano un’analoga importanza delle appartenenze primarie di contro ad una debolezza di implicazioni in organizzazioni formali. Certamente se passiamo dalla situazione americana ad altri contesti culturali in cui il processo di urbanizzazione si è sviluppato secondo modalità diverse o non ha ancora raggiunto punte estreme, le conclusioni di Greer richiedono di essere per lo meno specificate: in nessun caso tuttavia è possibile sostenere che l’isolamento, l’anomia, e la formalizzazione dei rapporti siano i caratteri tipici della vita sociale urbana.

Uno studio di Oeser e Hammond a Melbourne ci offre un quadro simile a quello descritto da Greer: l’ordine sociale della città australiana è centrato sull’unità d’abitazione monofamiliare, sulla famiglia coniugale, parenti selezionati, il lavoro, e i mass media, questi ultimi consumati in casa. Le ricerche del Center for Urban Studies e soprattutto quelle dell’Institute of Community Studies arrivano a risultati convergenti per diversi quartieri di Londra: a Pimlico viene scoperta un’organizzazione sociale strettamente intessuta che è “proprio l’opposto dell’immagine scolastica dell’anomia urbana”; a Bethnal Green, Young e Willmott trovano la “famiglia estesa” e una ricca vita locale: gli abitanti sono “attaccati a mamma e papà, ai mercati, ai pubs e al quartiere, al Club Row e al London Hospital”, l’accentuazione del legame madre-figlia produce un tipo di three-generation family,. la scoperta di situazioni simili in quartieri diversi quanto a collocazione nell’area metropolitana e a caratterizzazione socio-economica e culturale, convince Willmott che non si tratta di persistenza anacronistica di vecchie forme di vita sociale, ma di tendenze generalizzabili.

Una ricca vita sociale, centrata sui rapporti parentali e di amicizia, e in molti casi comprendente una intensa vita di vicinato, si può rintracciare in diversi quartieri di Parigi e di altre città francesi. Ipotesi simili sembra si possano avanzare anche per la situazione italiana, anche se le ricerche in, proposito sono per il momento insufficienti per permettere adeguate generalizzazioni.



3. Questi pochi cenni bastano a mostrare come, nelle città, la vita di relazione sia centrata su intensi e frequenti rapporti personali -soprattutto con i parenti e gli amici -e suggeriscono la possibilità che, all’interno di questa generale tendenza, si possano riscontrare importanti differenze entro una società e tra diverse società. E’ però opportuno, prima di provvedere all’individuazione di alcune differenze culturali che qualificano la generale ricchezza di rapporti interpersonali entro la città, richiamare alcune ragioni storiche della nascita e della sopravvivenza degli stereotipi sull’anomia, l’isolamento, il significato dei rapporti formali, e i loro presupposti logici: e quindi la loro eventuale capacità di descrivere entro certi limiti alcune situazioni storiche e culturali particolari.

Nel definire la città alcuni dei primi studiosi antiurbani ricorrevano a termini negativi, concettualizzando l’urbano come il non-rurale: si parlava di anomia, indebolimento del gruppo primario, ecc. Queste definizioni, oltre a riflettere nostalgie ruralistiche, assumevano che ciò che è astratto e impersonale non è reale ( per cui reale è il legame che consiste nel salutare il vicino, e non lo spartire con lui, magari senza saperlo, un pregiudizio contro i meridionali). Oggi, con lo sviluppo dell’urbanesimo, la definizione negativa è insufficiente, in quanto è la cultura urbana quella dominante, e questa cultura è condivisa anche dai sociologi. Ma il pensare alla città in termini negativi continua a pesare sulla sociologia urbana favorendo l’errore logico antico: teorizzare sul fatto che nella città sono assenti alcuni caratteri (per di più mitizzati) della campagna.

Molti dei concetti teorici impiegati erano, in parte a causa dell’errore precedente, tali da frapporre enormi difficoltà alla possibilità di verifica. Due di essi, il concetto di continuum rurale-urbano e l’ipotesi secondo cui i caratteri dell’interazione urbana dipendono principalmente dalla dimensione e dalla densità dell’aggregato ( espresse in termine di popolazione ) erano fondamentali per le impostazioni sotto esame: ed entrambi sono da tempo sottoposti a severe critiche di carattere metodologico. Si trattava di impostazioni che procedevano per “tipi ideali”, ma con una certa tendenza a reificarli: ne risultava un postulato di incompatibilità tra tipi “opposti”, così che ci si aspettava che in una società caratterizzata da rapporti secondari non vi fosse posto per rapporti primari. Sembra certo che questo uso improprio della categoria “tipo ideale” fosse connesso a quell’atteggiamento ideologico, sostanzialmente antiurbano, che incoraggiava a interpretare la situazione presente sul metro di una situazione passata (idealizzata).

Goode lo mette chiaramente in rilievo a proposito delle teorie sulla famiglia moderna. È probabile che molti errori nell’interpretazione delle trasformazioni della famiglia siano imputabili alla tendenza a misurare il cambiamento sulla base di un tipo ideale del passato. Secondo Goode la famiglia classica della nostalgia occidentale è un mito. Così come la famiglia coniugale è un tipo ideale: abbiamo visto che in Inghilterra e negli Stati Uniti la famiglia delle classi meno elevate -probabilmente la meno estesa delle famiglie - riconosce un campo di parentela più largo di quello che si inscrive nell’unità nucleare. E almeno sotto questo aspetto il modello di tipo ideale non riesce a render conto della realtà e della teoria sociale: i legami tra certe categorie di parenti sono così forti che il sistema familiare “ non può essere limitato alla unità nucleare senza l’impiego della forza politica». La contrapposizione tra i due tipi per misurare la trasformazione sulla base delle caratteristiche imputate al primo è anche responsabile delle ingiustificate apprensioni sulla crisi della famiglia: il pessimismo di coloro che, non ritrovando nella famiglia moderna alcuni lineamenti cui erano abituati, ritenevano che fosse la famiglia a sparire e non quei lineamenti, si fondava su quell’atteggiamento retrospettivo cui abbiamo accennato.

Certamente nel processo di urbanizzazione si possono individuare degli aspetti negativi: soprattutto in un processo di urbanizzazione rapida o in generale nelle prime fasi del processo, è facile notare manifestazioni patologiche. È la città di queste prime fasi - quella in cui slums, delinquenza e malattie sono più frequenti - che gli antichi sociologi urbani prendevano come base della loro teorizzazione. Essi non conoscevano la città dei suburbia, del baby-boom e del benessere, su cui teorizzano i sociologi urbani revisionisti: è insomma possibile che le divergenze tra pessimisti e ottimisti dipendano in parte da differenze nei rispettivi oggetti di studio.

Tuttavia il problema non è così semplice. Perché, vi abbiamo accennato, è in certe caratteristiche metodologiche che va ricercata la peculiarità delle ipotesi della vecchia sociologia urbana. Certo nelle prime fasi dell’urbanizzazione la città può essere più facilmente descritta nei termini delle vecchie ipotesi: ma è la “idealizzazione” (negativa) di questo tipo di città che diventa discutibile. Dubbi sul pessimismo relativo alla città erano già stati sollevati dagli inizi: studiosi come Adna Weber non erano affatto convinti che la città portasse alla rovina morale. Gli stessi ecologi classici credevano all’esistenza di processi anabolici-catabolici e di successioni alternate di processi di disorganizzazione e organizzazione.

Ma era la disorganizzazione che in definitiva veniva sottolineata: sul piano metodologico si assumeva che non un’organizzazione, ma la disorganizzazione sociale esisteva nella città, e come conseguenze della disorganizzazione venivano interpretati i fenomeni urbani. A parte gli errori metodologici che di fatto erano presenti in tale tipo di analisi, ci interessa qui mettere in rilievo come la teoria della disorganizzazione sociale si fondasse su una particolare concezione derivata da Cooley e Mead dei legami tra rapporti sociali e stati psicologici. Si assumeva in particolare che l’assenza di “stretti” rapporti con gli altri portasse ad un io ambiguo e a uno stato psicologico confuso, e che una rete di rapporti sociali poteva essere mantenuta solo se si mantenevano stretti rapporti sociali fondati su stati psicologici stabili. Poiché gli abitanti della città - soprattutto delle aree centrali - non avevano stretti rapporti sociali, ma quei rapporti “formali” che, non essendo “reali”, non erano capaci di produrre una rete di appartenenza consistente e quindi un io consistente, essi dovevano essere particolarmente esposti a malattie mentali, al suicidio, ecc. Il pessimismo degli studiosi della città si rivolgeva all’aspetto trasformante del processo di urbanizzazione - quello che privava gli abitanti della città dei loro rapporti - ed era particolarmente accentuato in quanto particolarmente profonde erano le trasformazioni che essi osservavano.

Ma ben presto divenne chiaro che non il processo di urbanizzazione in sé, con la sua azione trasformante, provoca conseguenze negative, ma il modo in cui il , processo viene affrontato. Non la trasformazione, ma la trasformazione inattesa sconvolge i processi psicologici. Una trasformazione “ordinata” può sostenere una particolare struttura sociale piuttosto che distruggerla. Nei Paesi sottosviluppati - nota un rapporto delle Nazioni Unite - molte delle cosiddette conseguenze dell’industrializzazione (e dell’urbanizzazione) non sono le conseguenze dell’industrializzazione stessa, ma piuttosto della preservazione - o della tentata preservazione - di modi di vita preindustriali in un ambiente estraneo e inappropriato. In definitiva la negatività con cui il processo di urbanizzazione si manifesta è inversamente proporzionale alla capacità di affrontarlo: dipende dall’attrezzatura sociale di cui la società dispone, e in particolare dai modi di orientamento in essa diffusi.

Di conseguenza il pessimismo sul processo di urbanizzazione in sé - per quel che riguarda i rapporti sociali e gli stati psicologici connessi - non si giustifica. La ragione è duplice. Innanzitutto quella semplice relazione tra stati psicologici e struttura sociale, tra mancanza di rapporti stretti e ambiguità dell’io, non è necessaria: i moderni studi sulla struttura sociale urbana lo dimostrano abbondantemente. Inoltre non è neppur vero che nella città i rapporti sociali “stretti” sono scarsi: ed è l’illustrazione di questo secondo aspetto che costituisce l’oggetto del- la nostra discussione. Già Whyte aveva mostrato come gli abitanti degli slums fossero tutt’altro che privi di rapporti sociali significativi. In seguito - ne abbiamo accennato - le ricerche che hanno contestato l’anomia e l’isolamento degli abitanti della città si sono moltiplicate. Sulla base di queste ricerche è facile mostrare che nelle città i rapporti personali sono estremamente intensi e significativi per la maggior parte degli abitanti; si configurano secondo modalità in parte coincidenti, in patte diverse rispetto al passato; sono inseriti in un mondo di organizzazioni e si caratterizzano in relazione ad altri tipi di appartenenze; e soprattutto l’equilibrio tra i diversi tipi di rapporti sociali varia enormemente secondo le situazioni e i gruppi sociali svelando l’enorme differenziazione della realtà urbana. Mentre la vecchia sociologia urbana si riferiva alla città come ad un’entità omogenea limitandosi ad individuarvi la “presenza” o la “assenza” di certi caratteri.



4. Le appartenenze sociali degli abitanti della città assumono diverse configurazioni secondo il grado di urbanizzazione che una società o un suo settore ha raggiunto. Inoltre le configurazioni variano con le diverse caratteristiche strutturali e culturali delle diverse aree urbane o di loro settori. Sotto questo secondo aspetto le differenze possono essere considerate indi- pendenti dal grado di urbanizzazione, anche se questo è di per sé una variabile culturale, e anche se le differenze interne ad una società emergono con chiarezza nelle fasi più avanzate del processo di trasformazione: quando la società è divenuta “urbana” e il confronto - piuttosto che con il “rurale” - diviene sempre più confronto tra diversi tipi di “urbano”.

Nota Axelrod che a Detroit “l’appartenenza e la partecipazione a gruppi formali non erano distribuite casualmente nella popolazione, ma erano correlate a quelle che son considerate alcune delle caratteristiche fondamentali e differenziatrici nella nostra società”.Osservazioni analoghe vengono fatte praticamente da tutti coloro che studiano le appartenenze sociali. Secondo Chombart de Lauwe gli abitanti della città “sono divisi in più possibilità di scelta nelle loro relazioni. Un equilibrio deve stabilirsi tra i rapporti di vicinato e i rapporti di parentela, i rapporti di lavoro, e le amicizie elettive che costituiscono reti più o meno importanti secondo le famiglie”: secondo l’importanza che si attribuisce all’una o all’altra scelta, o secondo la possibilità che si ha di trovare rapporti attraverso l’uno di questi canali, la comunicazione con gli altri uomini prende una figura particolare. Tra i più importanti caratteri che selezionano, in funzione di un particolare equilibrio, i rapporti sociali di una persona o di una famiglia sono il suo status sociale ( espresso soprattutto in termini di reddito e istruzione) , la sua età, il suo sesso.

In relazione ai rapporti primari con parenti e amici i fattori di differenziazione agiscono sul contenuto dei rapporti più che sulla loro quantità. Fermo restando il fatto che i rapporti con amici e parenti sono frequenti e significativi per qualunque categoria di abitanti della città, è possibile ad esempio che i membri delle classi elevate possano trovare più facilmente i loro amici tra i compagni di associazione. Greer ritiene inoltre che negli strati socio-economici superiori - dove l’amicizia è spesso strumentale per fini economici - gli amici possano coincidere maggiormente con i compagni di lavoro. La stessa possibilità viene proposta per le donne lavoratrici non sposate, per le quali il lavoro sostituisce la parentela come ambito sociale predicibile. Infine è probabile che gli amici ( specialmente i gruppi di amici) siano più importanti per i giovani che per altre classi di età per le quali la famiglia può essere più significativa. Per i rapporti con i parenti l’interpretazione è problematica: se da una parte molte famiglie operaie hanno stretti rapporti con i parenti, dall’altra è possibile che per esse la situazione vari notevolmente secondo il tipo di quartiere. Sembra credibile l’ipotesi di Vieille secondo cui soltanto le famiglie borghesi possono sempre intrattenere rapporti con la famiglia estesa, mentre le famiglie operaie possono essere costrette a limitare i rapporti alla famiglia coniugale e quindi a centrare gran parte della loro vita di relazione sui rapporti di vicinato.

L ‘implicazione in rapporti a base locale sembra più sensibile all’influenza dei fattori di differenziazione accennati. E’ probabile innanzitutto che le donne abbiano con i vicini rapporti più frequenti anche se spesso si tratta di rapporti superficiali e che ai bambini il vicinato fornisca un ambiente significativo per la loro educazione e socializzazione, e che di conseguenza in qualunque tipo di situazione le donne e i bambini costituiscano la base del mantenimento di una certa quantità di vita di vicinato nella città moderna. Ma è in termini di status e classe sociale che si spiegano le principali differenze nell’importanza relativa dei rapporti coi vicini rispetto ad altri tipi di rapporto. Gli studi citati che hanno rintracciato una più o meno accentuata importanza dei rapporti con i vicini in Inghilterra, in Francia e in Italia, sono ricerche su aree abitate da popolazioni a basso livello socio-economico: soprattutto in Francia gli studiosi della vita sociale della città sembrano concordi nel ritenere che le relazioni di vicinato sono molto più sviluppate negli ambienti operai, mentre le classi borghesi sono più orientate verso amicizie elettive. La stessa tendenza, per motivi che vedremo, non sembra riscontrabile negli Stati Uniti, dove, in particolare, l’identificazione con l’area di residenza e la partecipazione in essa alle attività associative possono essere maggiori in aree di medio o alto livello socio-economico.

Soprattutto è la partecipazione ad attività associative che mostra una forte dipendenza dai fattori di differenziazione accennati. Fermo restando che appartenenza e partecipazione in associazioni sono relativamente scarse in qualunque categoria di abitanti della città, sesso, età e status sociale selezionano i tipi e le dimensioni dell’implicazione associativa: è possibile che i giovani siano più orientati ad attività ricreative che “politiche” e le donne, la cui attività associativa è in assoluto più scarsa di quella degli uomini, si orientino di preferenza ad attività in associazioni religiose, caritative, educative (e quindi tendenzialmente più localistiche); mentre tra le appartenenze più diffuse presso gli uomini vi sono quelle connesse al lavoro (soprattutto appartenenze a sindacati). Ma soprattutto è dallo stato sociale che dipende la partecipazione ad associazioni: sembra che l’appartenenza e l’impegno aumentino passando dagli strati inferiori a quelli superiori (definiti in termini di reddito, professione, istruzione). In particolare presso gli strati socio-economici superiori sono più diffusi i membri “attivi” egli appartenenti a più associazioni (appartenenze multiple).

In sostanza possiamo concludere che l’abitante della città trova tra le sue appartenenze sociali un equilibrio che varia secondo l’età, il sesso, lo status sociale. É soprattutto il ruolo dello status sociale che è stato individuato con chiarezza: in generale le persone di status elevato partecipano ad attività formali (connesse al lavoro e al tempo libero) più di quelle di status modesto che sono coinvolte in modo più significativo in reti informali di vicinato. Più problematica appare la dipendenza dalle variabili accennate dei rapporti con amici e parenti, che sono comunque frequenti e significativi per qualunque categoria di abitanti delle città.

5. Se vogliamo rintracciare i fattori specifici che spiegano la relazione tra categoria sociale (soprattutto lo strato sociale) e l’equilibrio tra appartenenze (lo vediamo in particolare a proposito dell’importanza dei rapporti con i vicini e della partecipazione locale) , è necessario prestare attenzione alle opportunità concrete di cui le diverse categorie dispongono. Tra di esse la configurazione del tempo libero e l’accesso ai mezzi di trasporto sono stati spesso indicati come significativi: una miglior collocazione o una maggior disponibilità di tempo libero o il possesso di un’auto aumentano la libertà di scegliere le proprie relazioni al di fuori del vicinato. Éevidente che queste ed altre opportunità sono diversamente distribuite tra le diverse categorie sociali, come diversa è d’altra parte la distribuzione di interessi e valori culturali che, in parte correlate con le opportunità, dovrebbero giocare nella scelta delle relazioni sociali.

Sono ancora Chombart de Lauwe e Greer che riferiscono a differenze culturali le differenze nell’equilibrio tra le appartenenze sociali. Greer suggerisce che i modi di vita delle popolazioni urbane sono differenziate lungo un continuum che va da un modo di vita “familistico” ad uno “urbano”. A quest’ultimo corrispondono vicinati in cui predominano persone singole, coppie senza figli, e famiglie con un figlio; all’estremo opposto troviamo unità di abitazione monofamiliari abitate da famiglie con diversi figli, dove il ruolo della donna è quello di moglie e madre invece che di partecipante alla forza di lavoro. Tra i due vi è una gamma di tipi intermedi. I due tipi non si differenziano quanto all’equilibrio tra appartenenze primarie e secondarie, ma piuttosto quanto al significato dell’area locale: nei vicinati familistici vi sono più rapporti di vicinato e maggior partecipazione (formale) locale; anche se - come vedremo - in nessun caso si stabiliscono quelle comunità primarie a base locale che alcuni teorici della partecipazione ritengono, o ritenevano, ideali.

Per Chombart de Lauwe vi è una evidente differenza culturale tra le famiglie operaie e quelle borghesi: una “divergenza di concezioni sulla solidarietà e la libertà”. Nei vicinati operai l’“apertura” è molto apprezzata: è più importante condividere con i vicini le pene e le gioie della vita quotidiana che preservare quella privacy che invece per le classi borghesi, che si rivolgono piuttosto ad amicizie elettive, è un valore preminente.

Dopo quanto si è detto sulle “opportunità concrete” delle diverse categorie sociali, non è certo il caso di ipotizzare la superiorità di una mitizzata cultura operaia rispetto a quella borghese o viceversa, odi quella familistica su quella urbana o viceversa. Per Chombart de Lauwe le diverse “concezioni sulla libertà e la solidarietà” sono legate alle diverse condizioni di vita; tra le quali egli indica anche alcune costrizioni materiali: nei quartieri operai i rapporti di vicinato sono imposti dalle difficoltà della vita quotidiana e dai costi dei mezzi di trasporto. Con l’elevazione dei livelli di vita i rapporti di vicinato diminuiscono fino a divenire praticamente inesistenti nelle famiglie borghesi: anche in queste classi però le amicizie non sono propriamente di elezione, ma sono rigidamente discriminate da proibizioni familiari, di casta, di classe. Si può ben dire che se le famiglie borghesi sono sfuggite alle imposizioni del vicinato, le loro relazioni sociali incontrano altre costrizioni ed ostacoli. Altri autori francesi e italiani concordano nel ritenere che la vita di vicinato si associa spesso alla miseria e al bisogno. Quanto alla possibile superiorità del modo di vita familistico rispetto a quello urbano o viceversa, tutta la sociologia urbana statunitense non è che una documentazione dei difetti - dell’uno o dell’altro “stile”.

Se si insiste qui sull’importanza dei fattori culturali nel determinare l’equilibrio tra le appartenenze sociali dell’abitante della città è solo perché si ritiene che con l’avanzare del processo di urbanizzazione e l’attenuarsi delle costrizioni materiali, la futura realtà urbana sarà sempre più differenziata in base a fattori culturali (il comportamento delle classi borghesi sopraccennato lo testimonia). Avremo una società urbana in cui saranno presenti diversi comportamenti tutti altrettanto urbani differenziati secondo variabili culturali. Greer e Chombart de Lauwe ci hanno offerto due esempi di come i comportamenti si potranno differenziare.

6. A questo punto sorge una domanda che è di importanza fondamentale in molti problemi di politica urbana: se le differenze nell’equilibrio che una persona trova tra le sue appartenenze sia rapportabile a differenze nel tipo di unità residenziale (quartiere o vicinato) in cui vive.

Sia Chombart de Lauwe che Greer "concordano nel ritenere che la scelta delle appartenenze sociali fa parte di un modo di vita e dipende perciò da quei fattori culturali e strutturali che configurano diversamente i modi di vita per diversi settori della popolazione. Sorge perciò il problema di individuare qual.i siano le variabili, i tipi di raggruppamento, i livelli di aggregati che differenziano significativamente i modi di vita in relazione alle conseguenze che essi possono avere per la scelta di rapporti sociali. Ora, da quanto abbiamo detto, sembra probabile che per la configurazione delle appartenenze siano innanzitutto significative alcune grosse differenziazioni che si possono riferire alla società globale ( come le classi sociali) o al background sociale in generale (come il sesso e l’età): è possibile cioè innanzitutto individuare modi di vita tipici delle classi inferiori, o dei giovani, o delle donne ( con le relative differenzi azioni interne) e ritenere che ad essi siano associati tipici equilibri tra le appartenenze.

Questi modi di vita possono essere rintracciati presso i membri della categoria di cui sono tipici, qualunque sia il tipo di unità residenziale in cui abitano: e quindi in un certo senso sono indipendenti dal tipo di unità residenziale. Sembra tuttavia innegabile che il tipo di comunità, quartiere, o vicinato in cui una persona risiede -assumendo esso stesso certe sue caratteristiche strutturali e culturali -possa influire sull’equilibrio delle appartenenze degli abitanti attraverso fattori locali (non riducibili cioè alle caratteristiche sociali dei singoli abitanti o dei loro gruppi di appartenenza). In altre parole l’area locale, che è sede di rapporti sociali, può diventare fattore che concorre con altri a determinare i rapporti sociali.

I due autori citati possono concordare anche su questo punto. Greer riferisce esplicitamente i due modi di vita, che ritiene significativi per le appartenenze, ad unità residenziali, proponendo l’ipotesi di un continuum che va da vicinati familistici a vicinati urbani. Chombart de Lauwe, che pure ritiene significativa (tra le altre) una differenza culturale di tipo non-locale come è quella tra operai e borghesi, in concreto riferisce quasi sempre la distinzione culturale ad una dimensione locale, illustrando la vita dèi “quartieri” operai e dei “quartieri” medi. È questa tendenza a riferire continuamente i modi culturali ad aree di residenza che ci fa supporre che l’unità di residenza abbia essa stessa un ruolo nel determinare le appartenenze: che cioè le differenze di comportamento tra un operaio e un borghese possano non essere completamente determinate dal fatto che essi appartengono a diverse classi, ma anche dal fatto che abitano in diversi quartieri.

Perché l’abitare in un quartiere piuttosto che in un altro possa avere un peso sul comportamento sociale è evidente: un quartiere prima che un ambiente fisico è un ambiente sociale che ha una sua struttura e cultura. Struttura e cultura che dipendono prima di tutto dalla composizione sociale della popolazione: i diversi gruppi che abitano il quartiere portano in esso i loro valori e stili di vita (che condividono con i membri degli stessi gruppi che abitano altrove) , determinando una struttura e una cultura che possono secondo i casi favorire certi tipi di appartenenza o certi altri (ad esempio rapporti di vicinato piuttosto che amicizie elettive) che possono variare o meno per i diversi gruppi che costituiscono la popolazione del quartiere. In certi casi l’area locale può diventare, secondo l’espressione di Greer, “un fatto sociale oltre che una sede geografica di attività”: è il caso dei vicinati familistici. Tuttavia qualunque sia il risultato, la struttura e la cultura che si costituiscono (a volte si tratta semplicemente di assenza di cultura o struttura riferibili al quartiere come tale) condizionano socialmente e psicologicamente il comportamento degli . abitanti. Questo in ogni caso.

Per capire di che condizionamento può trattarsi basta pensare alle probabilità di comportamento di un operaio in un quartiere borghese e viceversa. Bell osserva che a San Francisco le persone con occupazioni “devianti” rispetto al vicinato sono più spesso isolate dai loro vicini: sono di più i white collars che non i blue collars che riferiscono di essere isolati dai vicini nei vicinati blue collars) mentre nei vicinati white collars avviene il contrario.Ovviamente il condizionamento non ha lo stesso significato e le stesse conseguenze per tutti i gruppi sociali che abitano il quartiere. Certi gruppi sociali (come gli strati inferiori, le donne e i ragazzi) possono avere un “modo di vita” che - non comprendendo tra l’altro l’accesso ai mezzi di trasporto privati - li rende più “passivi” rispetto al condizionamento del quartiere, qualunque sia la cultura dominante nel quartiere: spesso l’alternativa che viene loro offerta non è tra rapporti coi vicini o amicizie elettive, ma tra rapporti nel quartiere e isolamento.

Se si può ammettere che l’area locale può svolgere un ruolo nel determinare le appartenenze sociali degli abitanti, piuttosto equivoca e in definitiva insostenibile risulta quella formulazione del problema che vorrebbe riferire il comportamento sociale degli abitanti (e quindi le loro appartenenze) alle caratteristiche fisiche del quartiere. Certamente un quartiere è costituito da una popolazione che risiede in un certo ambiente fisico (con certe attrezzature, una certa disposizione degli edifici, ecc.): ma non è l’ambiente fisico che spiega il comportamento degli abitanti (se non come condizionamento “negativo”), quanto piuttosto la struttura e la cultura della popolazione residente che “definiscono” l’ambiente fisico. Per cui in definitiva il problema si ridurrebbe a quello precedente dell’influenza dell’ambiente sociale del quartiere.

Gans ha proposto un’utile distinzione tra ambiente potenziale e ambiente effettivo. La forma fisica e la collocazione spaziale sono soltanto un ambiente potenziale in quanto forniscono possibilità di comportamento sociale. L’ambiente effettivo - o totale - è il prodotto di quei modelli fisici più il comportamento della gente che li usa, che varierà secondo la loro struttura sociale e cultura. Per Greer non sono le caratteristiche dell’ambiente che rendono “fatto sociale” oltre che sede di attività l’area locale, ma la cultura familistica tipica di certe popolazioni con certe composizioni sociali.

É in questa luce che vanno interpretati i risultati di molte ricerche che trovano certe relazioni tra tipo di rapporti sociali e collocazione del vicinato nel modello spaziale dell’area urbana. Si tratta di risultati parzialmente contrastanti, in quanto secondo i casi si può trovare che i residenti nella città centrale tendono a limitare i loro contatti all’interno della città stessa, mentre i residenti nei sobborghi hanno spesso relazione fuori della loro città o che gli abitanti dei vicinati suburbani hanno un maggior interesse per il vicinato. L’apparente contraddizione si spiega se si pensa che entro un’area suburbana o centrale vi possono essere vicinati diversi quanto a tipo di popolazione.

Questa precisazione ci permette di fare un’ulteriore considerazione sui rapporti tra spazio e vita sociale. É opinione ormai corrente che nella metropoli è diminuito il significato della localizzazione nello spazio come fattore di differenziazione della struttura sociale urbana. L’attività sociale dell’abitante della città è selettiva: egli oltre che tra i vicini può scegliere le sue relazioni sociali tra la vasta gamma di raggruppamenti con cui entra in contatto. Come l’unità residenziale, anche l’unità di lavoro, le unità ricreative, ecc., hanno loro caratteri strutturali e culturali che concorrono con quelli dell’unità residenziale a configurare le appartenenze sociali dell’abitante della città che entra in contatto con essi: trattandosi di unità le cui basi territoriali non coincidono, o non sono identificabili, ne risulta una perdita di significato dell’area (quella residenziale in particolare) nel differenziare la struttura urbana. Anderson arriva a differenziare dai “vicinati di partecipazione primaria” quelli “di partecipazione secondaria” e a integrare il concetto di vicinato con quello di “rete” di conoscenza e amicizia: “un’astrazione che può essere usata con o senza la dimensione spaziale così necessaria al concetto di vicinato”.

L’emergenza, accanto a reti “a maglia stretta” di reti “a maglia larga” -quelle in cui le persone in relazione con una determinata famiglia possono non avere relazioni tra di loro -non è che un aspetto di una tendenza da tempo individuata: una minor “coerenza” delle reti di rapporti, cui si accompagna una maggior indeterminatezza del rapporto tra reti sociali e territorio.

In generale le reti di rapporti sociali tendono a sfuggire alla possibilità di essere identificate con delle basi territoriali, perché le trame dei rapporti si stabiliscono sulla base di interessi e attività che non hanno un preciso riferimento topografico. In altre parole lo spazio tende ad essere una risorsa piuttosto che fattore di rapporti sociali.

Per gli Stati Uniti la tendenza è efficacemente illustrata da Webber in questi termini: “Le comunità, con cui egli (l’abitante della metropoli) si associa e a cui egli “appartiene”, non sono più soltanto le comunità di luogo in cui i suoi antenati erano rinchiusi; gli Americani stanno diventando più strettamente legati a varie comunità di interesse che a comunità di luogo, interessi basati su attività occupazionali, divertimento, relazioni sociali, o desideri intellettuali. I membri di comunità d’interesse entro una società in libera comunicazione non hanno bisogno di essere spazialmente concentrati (tranne, forse, durante le fasi formative dello sviluppo della comunità d’interesse), perché essi sono sempre più in grado di interagire l’un l’altro dovunque essi siano localizzati. Questo impressionante carattere dell’urbanizzazione contemporanea sta rendendo sempre più possibile per uomini di tutte le occupazioni di partecipare alla vita nazionale”.

Se la localizzazione spaziale perde di importanza nelle aree metropolitane, è però probabile che l’affermarlo non abbia lo stesso significato per diversi tipi di società urbana. Così come, in parte per gli stessi motivi, non ha ugual significato affermare in Italia piuttosto che negli Stati Uniti che la struttura urbana tende a differenziarsi in base a fattori culturali, in base agli “stili di vita”. L’immagine della metropoli i cui abitanti sono in grado di “interagire l’un con l’altro ovunque essi siano collocati” descrive meglio Detroit o Los Angeles che Parigi o Genova.

Per Greer lo stile di vita è diventato il più importante fattore di differenziazione della struttura urbana. A tal punto che, se è vero che in generale i vicinati più urbani si collocano nella città centrale e quelli più familistici nei suburbia, si possono ormai trovare vicinati urbani nelle aree suburbane e vicinati suburbani nella città centrale. Ma la rilevanza dello stile di vita è emersa quando i suburbia sono diventati accessibili a popolazioni di status sociale meno elevato: quando cioè un numero cospicuo di individui è stato in grado di scegliere la propria residenza nel tipo di vicinato in cui gli fosse possibile vivere secondo il suo “stile di vita”, uno stile che implicasse rapporti con i vicini o uno stile che li escludesse, scontata però la possibilità di aver accesso a rapporti con l’esterno qualora lo si desiderasse. Queste sono condizioni in cui è probabile che le differenze culturali relative alla struttura urbana si configurino a livello di vicinati piuttosto che direttamente secondo raggruppamenti della società globale. Il continuum familistico urbano ovviamente suggerisce una distinzione tra unità locali piuttosto che tra raggruppamenti sociali più vasti.

Invece la distinzione culturale di cui si serve Chombart de Lauwe - quella tra stili borghesi e operai - richiama innanzitutto una distinzione tra raggruppamenti sociali globali. Essendo l’accessibilità entro le città francesi limitata (soprattutto per certi strati sociali) , assume maggior importanza da una parte la differenziazione culturale in base a variabili generali (soprattutto di classe), dall’altra la rilevanza dell’area locale come fattore di condizionamento (soprattutto per certe classi sociali).

Ci si può attendere in definitiva una certa relazione tra diffusione dell’ accessibilità (intesa sia come possibilità di scegliere l’area di residenza che si preferisce, sia come possibilità di scegliere le proprie relazioni fuori dell’area in cui si risiede: e quindi come “libertà” dalla collocazione spaziale) e tendenza delle differenze culturali significative per la strutturazione urbana a porsi a livello di unità locali piuttosto che di raggruppamenti della società globale.

7. L’ analisi delle appartenenze sociali ci mostra l’emergenza nelle aree metropolitane di alcune tendenze che rendono inadeguate alcune diffuse ipotesi sulla formalizzazione e l’anomia della vita sociale urbana. Alla luce dei risultati degli studi sulle aree metropolitane americane, Greer può concludere che “l’implicazione dell’individuo comune nelle organizzazioni formali e nelle amicizie fondate sul lavoro è debole in ogni tipo di vicinato, i mass media sono per lo più importanti in un contesto familiare, la partecipazione in circoli parentali e amicali è potente, ma quella con i vicini e i gruppi della comunità locale varia enormemente secondo le aree. Anche se popolazioni altamente urbanizzate non sono tipiche della maggior parte degli abitanti della città, quelle che esistono deviano largamente dallo stereotipo dell’uomo atomistico e in stato di anomia: essi vivono le loro vite in relativo isolamento dal vicinato, dalla comunità, e dalle organizzazioni volontarie, ma trovano una compensazione attraverso un’implicazione intensiva in relazioni primarie con parenti e amici”.

Nei vicinati meno urbani, è maggiore l’implicazione dei suoi residenti nelle organizzazioni volontarie e maggiore il loro interesse per il vicinato e la comunità locale e la loro partecipazione ad essi. L’area locale diventa un fatto sociale, oltre che una sede geografica di attività.

Il quadro che emerge è quello di una società in cui la famiglia coniugale è estremamente potente tra tutti i tipi di popolazione. “Questa piccola struttura di gruppo primario è un’area fondamentale di implicazione; all’altro polo c’è il lavoro,’ un massiccio assorbitore di tempo, ma un’attività che raramente ha relazioni con la famiglia attraverso amicizie esterne con i compagni di lavoro. Invece la famiglia, la sua parentela, e il suo gruppo di amici, sono relativamente liberi, entro il mondo delle associazioni secondarie di larga scala. Burgess ha messo in evidenza che l’indebolimento di una comunità primaria risulta in un aumento della relativa dipendenza degli individui dalla famiglia coniugale come sorgente di relazioni primarie; lo stesso principio spiega la persistente importanza della parentela estesa e la proliferazione delle amicizie strette nell’America urbana. Nella metropoli la comunità, come solida falange di amici o conoscenti, non esiste; se gli individui devono avere una comunità nel vecchio senso di comunione, se la devono fare da sé. Queste condizioni sono a un estremo nei vicinati altamente urbani, là amicizie e parentela sono, relativamente, molto importanti nel mondo sociale dell’individuo medio. In altri tipi di vicinato la famiglia si identifica di solito, sia pur debolmente, con la comunità locale i essa “fa vicini”, ma entro limiti ristretti. Più o meno, il gruppo della famiglia coniugale se ne sta da solo; al di fuori c’è il mondo - organizzazioni formali, lavoro, e la comunità”.

Può darsi che non si possa ancora vedere in questo quadro un’immagine adeguata della vita sociale di molte città europee: quello che è certo è che questa è la tendenza rilevabile dovunque. D’altra parte anche per le città americane Greer ritiene necessario distinguere tra “tipi” diversi. Sono le tendenze comuni verso certi tipi di rapporto e, entro queste tendenze, le differenziazioni relative a certi raggruppamenti sociali e a certe variabili culturali che ci descrivono la situazione della vita sociale urbana della nuova città e fanno emergere nuovi tipi di problemi.

Se il quadro precedentemente delineato è corretto, possiamo concludere che non sono la scarsità di raggruppamenti primari in rapporto a quelli formali o la scarsità assoluta di rapporti significativi a caratterizzare la vita sociale degli abitanti della città moderna, ma la particolare configurazione che le reti di appartenenza assumono nelle loro reciproche relazioni. La base territoriale delle reti di rapporti sociali tende, lo abbiamo visto, a divenire indeterminata. Inoltre, è stato notato, il sistema di relazioni sociali nella città tende a diventare “incoerente”. Osserva Anderson che, mentre i “membri di una comunità primitiva si trovano tutti più o meno nella stessa trama di relazioni, nella comunità moderna ogni individuo ha il proprio ambito di rapporti e, di conseguenza, una particolare concezione della comunità a seconda del lavoro, della mobilità, della classe sociale, dei gruppi cui appartiene, dell’età, delle tendenze cosmopolite. La comunità come ambiente ove si hanno gli stessi interessi e si trova il maggior adempimento della propria vita, ha un significato diverso perfino per persone della stessa famiglia”. Dalla comunità in una “prospettiva locale” - vi abbiamo già accennato - si passa alla comunità in una “prospettiva globale”: i contatti al di fuori della comunità si moltiplicano ed ogni comunità si trova in un intreccio di comunità, mediante la partecipazione al quale può elaborare una propria trama di rapporti forniti di un certo grado di identità: questa costituisce la globalità.

Gli antichi sociologi urbani si erano resi conto della complessità delle reti sociali in cui sono implicati gli abitanti della città. Questa complessità comporta un’eclissi dei tipi tradizionali di comunità: certamente per gli abitanti di uno stesso quartiere può mancare una rete di relazioni sociali “coerente”, una implicazione di strutture particolari entro una struttura di insieme, e una “presa di coscienza sufficiente per gli interessati dei legami che li uniscono”. Quello che ha generato l’equivoco è stato il ritenere che esistesse una relazione tra “inconsistenza” delle reti sociali e isolamento. Ma tale relazione non ha bisogno di essere assunta.

Se un isolamento esiste nella società urbana non c’è l’isolamento degli individui, ma l’isolamento tra le loro reti di appartenenza. Le relazioni di lavoro sono isolate da quelle per il tempo libero e da quelle familiari, quelle associative da quelle primarie. Inoltre le relazioni emozionalmente più significative - quelle personali, a livello di piccoli gruppi - si isolano dalle altre, privatizzandosi: e ciò proprio nel momento in cui le appartenenze pubbliche significative tendono a centralizzarsi configurandosi a livello di grandi collettivi (partiti, comunità nazionali, ecc.). Come risultato, le relazioni intermedie - comunità locali e associazioni - si indeboliscono quanto a partecipazione significativa e divengono sempre più appannaggio di determinate élites. Non è chi non veda a questo punto come la nuova configurazione delle appartenenze sociali riproponga vecchi problemi “politici” e ne imponga di nuovi.

8. a) Il vecchio problema dei raggruppamenti intermedi non può essere posto nei termini in cui lo proponevano i teorici della partecipazione, democratica “di base”, che vedevano nella caratteristica primaria di tali raggruppamenti la salvaguardia della democrazia. Se è vero che poche sub-aree urbane corrispondono all’anonimità e alla frammentazione dello stereotipo, ancor meno sono quelle che corrispondono al tipo di comunità primaria su basi locali o connessa ai raggruppamenti organizzativi tipici della società moderna: né le une né le altre costituiscono la regola nella società moderna.

In ogni caso le sedi dei rapporti primari sono private: la famiglia e gli amici. In nessun caso si costituiscono comunità primarie in senso tradizionale o nel senso auspicato dai teorici della democrazia dal basso (che avrebbero una qualificazione pubblica): perché nessuno dei maggiori segmenti organizzativi della società urbana né le organizzazioni volontarie sono in grado di fornire la base per tale comunità. E perché l’area locale è funzionalmente debole. Certamente la struttura associativa locale varia secondo le situazioni. Negli Stati Uniti, secondo Greer è correlata al familismo, nel senso che meno urbano e più familistico è il vicinato, più vi è probabilità che si costituiscano rapporti primari su base locale (con i vicini): in questo caso la contiguità geografica, costituendo un campo per l’azione sociale, diventa la base di una interdipendenza, e poi di una partecipazione.

Nel caso di vicinati “localistici” o di settori di popolazione “localistici” (le donne, i bambini, e in certi casi gli strati inferiori) , o di problemi tendenzialmente locali (rapporti scuola-famiglia, attività per il benessere del quartiere, ecc.) , una azione a livello locale può essere più facilmente impostata e dare dei risultati. Purché si tenga presente che anche nei vicinati localistici quello che può emergere è pur sempre, secondo l’espressione di Janowitz, una community of limited liability: l’“investimento” dell’individuo è relativamente piccolo nella rete internazionale che costituisce il gruppo locale, e se le sue perdite sono troppo grandi, egli può uscirne tagliando i legami e la comunità non può trattenerlo. Quanto ai vicinati e ai settori sociali più urbanizzati, la popolazione è organizzata non in termini di comunità, ma in termini di organizzazione politica, mass media e cultura popolare. Con il progredire dell’urbanizzazione è probabile che l’organizzazione in termini di rapporti impersonali e astratti diventi la regola: nella società urbana i fuochi d’integrazione diventano sempre più l’organizzazione funzionale e l’articolazione di interessi attraverso le associazioni: con questi fuochi e con i mass media la partecipazione deve fare i conti.

Sul piano urbanistico, l’indicazione che può scaturire dalla situazione delineata è abbastanza semplice: non è necessario ipotizzare il livello locale come il livello privilegiato della partecipazione e dell’integrazione, con il rischio di indirizzare troppe energie partecipative ad attività di scarsa rilevanza politica: mentre è doveroso riconoscere la presenza di un nuovo valore presso settori sempre più vasti di popolazione, la libertà di avere relazioni sociali con chi e dove si preferisce. L’integrazione può essere raggiunta a livelli diversi dal quartiere, la partecipazione realizzata attraverso una gamma di strumenti teoricamente infinita.



b) Si sostiene comunemente che le associazioni volontarie in ambiente urbano sono sempre più importanti. Anche se diverse ricerche dimostrano che la loro importanza è minore di quel che si credeva, possiamo senz’altro condividere l’opinione corrente purché si chiarisca in che cosa consiste la loro rilevanza. Innanzitutto non si tratta di una loro capacità di essere strumenti di partecipazione locale, tranne come abbiamo visto nel caso di certi tipi di vicinati: a tal punto che Handlin le considera sotto questo aspetto una forma arcaica (dell’800 e del primo ‘900) di strumenti di azione sociale. Tanto meno le associazioni possono essere considerate importanti come luoghi di una partecipazione generale significativa. Lo abbiamo visto: la partecipazione ad associazioni è limitata ad una élite, costituita di solito da appartenenti a strati sociali piuttosto elevati quanto ad educazione e potere economico e a certe classi di età.

Possiamo allora ritenere che l’importanza delle associazioni in una società urbana consista semplicemente nel fatto che sono numerose, spesso grandi e dotate di un potere cospicuo. Se il numero di iscritti e partecipanti è limitato, vuol dire che la loro influenza - che può essere considerevole - si serve di reti di comunicazione che possono facilmente raggiungere i non-membri: si tratterà certamente di reti formali (in particolare. i mass media). Ciò non fa che confermare l’importanza particolare delle associazioni di grande dimensione. Sembra però che l’influenza delle associazioni possa contare anche su processi di comunicazione informale. Secondo Axelrod se la loro influenza diretta non tocca una grande parte della popolazione, la loro influenza indiretta può essere cospicua attraverso veicoli informali di comunicazione: “il men che massiccio carattere della partecipazione nelle organizzazioni formali suggerisce che nella misura in cui queste organizzazioni esercitano un’influenza persuasiva nella comunità urbana, ciò può avvenire attraverso i legami tra le loro minoranze di membri attivi da una parte e la sottostante rete di associazioni informali nella comunità nel complesso”: rete che abbiamo visto essere estremamente ricca.

Se l’importanza delle associazioni si pone in questi termini, è evidente che qualche dubbio può essere sollevato sulla loro capacità di essere strumento di democrazia: se le associazioni riescano a “distribuire il potere tra un gran numero di cittadini e a fornire un meccanismo sociale per il social change che si istituisce continuamente” o non siano piuttosto semi-organized stalemate che unificano una frammentaria e impotente base del sistema (americano) del potere, è problema ancora discusso tra i sociologi americani.

Non mancano importanti argomenti a favore del ruolo delle associazioni: diversi studiosi ne hanno indicato il contributo al funzionamento di un sistema democratico e hanno evidenziato i meccanismi che ne limitano le possibilità di abuso in senso antidemocratico. A noi interessa qui precisare il contributo che alla: soluzione del problema può portare lo studio delle appartenenze sociali: in particolare l’utilità di individuare le caratteristiche del joiner e di confrontarle con quelle dell’apatico, per mettere in evidenza come l’appartenenza e partecipazione a molte associazioni, è correlata con il livello sociale, l’età e il sesso, o l’area di residenza, che questa composizione potenzialmente conservatrice delle associazioni è aggravata dal fatto che le appartenenze sono in parte “multiple”, che le appartenenze sociali dell’apatico lo rendono suscettibile a certi tipi di rapporto con le associazioni, i suoi vertici, i suoi messaggi.



c) L’ enorme differenziazione che contraddistingue la vita sociale della nuova città aumenta la libertà dei suoi abitanti (soprattutto di alcuni di essi), ma acutizza certi problemi. In particolare, se è corretto individuare una tendenza all’isolamento tra le appartenenze e alla privatizzazione delle solidarietà, cui si accompagna una diminuzione generale della capacità di azione comune, possiamo aspettarci una minor capacità di difesa da parte dei settori più deboli della popolazione.

Può trattarsi di gruppi tradizionalmente deboli. Si pensi a quanto abbiamo detto a proposito delle opportunità concrete di relazioni sociali che la nostra società fornisce a certi strati sociali. In genere i gruppi socio-economici più bassi sono meno liberi dai condizionamenti della comunità definita fisicamente e geograficamente: secondo Duhl essi, piuttosto che usare l’ambiente fisico come una risorsa, “incorporano l’ambiente nell’io. La comunità ecologica per questo strato della società è, in effetti, il mondo”. Oppure si pensi a problemi nuovi, come l’ineguaglianza nella funzione di tempo libero da parte di diversi settori della popolazione, o la probabilità per certe categorie, come i vecchi, di diventare oggetto di vere e proprie segregazioni.

Ma sono soprattutto i recenti prodotti della metropoli che provocano problemi la cui soluzione appare più imprevedibile. Molti degli abitanti della città sono più liberi, ma devono ora fare i conti con un embarassement of freedom. È ancora Greer che ci illustra il fenomeno nei suoi aspetti problematici: nei suburbia “la maggior parte delle persone .. sono i discendenti, e sotto certi aspetti, gli equivalenti degli analfabeti di un centinaio d’anni fa. Essi non hanno ne gli interessi investiti nella comunità, né la tradizione di partecipazione responsabile nella vita della comunità politica. E hanno una gran libertà dalla partecipazione forzata nel lavoro. La esercitano foggiando i tipici modelli di vita cui abbiamo accennato, evitando le organizzazioni, mantenendo educatamente superficiali rapporti con i vicini e con i leaders della comunità locale, evitando i compagni di lavoro fuori del lavoro, orientandosi"verso le serate, i week-ends, e le vacanze, che spendono in famiglia, viaggiando, guardando la televisione, chiacchierando e mangiando con amici e parenti, e coltivando il giardino”.

Nota: il testo di Antonio Tosi, completo delle ricche note e riferimenti bibliografici (qui omessi per motivi di spazio) è scaricabile in file PDF (f.b.)

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