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Claude Lévi-Strauss
Quello che ci insegnano i popoli che non sanno scrivere
10 Dicembre 2007
Pensieri
Da uno degli ultimi maestri del nostro tempo, la più limpida delle risposte alle pretese dell'asservimento della natura alle violenze dell'uomo (ancora su Valentini del 24 maggio) da la Repubblica del 2005 (m.p.g.)

Pubblichiamo il discorso pronunciato da in occasione della consegna del XVII Premi Internacional Catalunya 2005

Con il passare degli anni, ogni giorno di più provo la sensazione di usurpare il tempo che mi resta da vivere e penso che nulla più giustifichi il posto che io occupo ancora su questa Terra. Pertanto la vostra decisione costituisce una preziosa consolazione, mi garantisce che vi sono sempre presente e che tutto ciò che ho prodotto negli ultimi tre quarti di secolo non è già sorpassato. Vi esprimo pertanto tutta la mia gratitudine.

Sono trascorsi pochi mesi da quando abbiamo saputo dalla stampa che per iniziativa della Generalitat de Catalunya a Barcellona è nata un’Euroregione Pirenei-Mediterraneo, una vasta contrada di frontiera a cavallo tra due regioni, alla quale occorre aggiungere i due paesi Baschi e dove si può riconoscere, ingrandita, l’antica Marche de Gothie (marca gotica) risalente ai tempi carolingi, il cui capoluogo, non dimentichiamolo, era appunto Barcellona.

Ho conosciuto un’epoca in cui l’identità nazionale era l’unico principio concepibile cui si ispiravano le relazioni tra gli Stati, ma sappiamo bene quali guai ne siano derivati. Così come voi l’avete concepita, l’euroregione crea tra i paesi nuove relazioni che superano le frontiere e controbilanciano le antiche rivalità per mezzo di legami concreti che prevalgono in scala locale sui piani economici e culturali. Che il vostro premio mi sia consegnato a Parigi, per un’eccezione dovuta alle prerogative dell’età e di cui vi ringrazio, è un modo in più per sottolineare questo avvicinamento tra gli Stati, per superare i confini dei quali è stata creata l’euroregione come quella tra Catalogna, i paesi ad essa vicini e la Francia meridionale.

Personalmente, avverto il riallacciarsi di questi legami con la Catalogna in modo alquanto intimo, essendo partecipe di una corrente di pensiero alla quale nel corso del XX secolo si è dato il nome di strutturalismo, ma contrariamente a ciò che si è abituati a credere non si tratta affatto di un’invenzione moderna. Già nel corso del XIII-XIV secolo era già apparsa, quanto meno a grandi linee, nel grande intellettuale catalano il cui nome in francese si pronuncia Raymond Lulle. Il mondo è naturalmente percepito come caos. Per ovviare a ciò, i predecessori di Lulle avevano ordinato per gradi gli aspetti del reale, in funzione delle loro più o meno grandi somiglianze. Al contrario, Lulle partì invece dalla differenza, opponendo i termini estremi e facendo scaturire tra loro delle mediazioni. Egli concepì altresì un sistema logico molto originale che permetteva, per mezzo di operazioni ricorrenti, di catalogare tutte le relazioni possibili tra i concetti e gli esseri e mise dunque il concetto di rapporto alla base del meccanismo del pensiero.

Dall’arte combinatoria da lui inventata, nel corso dei secoli Nicolas de Cues, Charles de Bovelles, Leibniz e in seguito la linguistica strutturale e l’antropologia trassero validi insegnamenti.

E in considerazione del legame con il movimento di idee al quale faccio riferimento che, se voi lo permettete, io metterei sotto gli auspici di Raymond Lulle l’onore che ricevo oggi. (Del resto come Dante per il toscano e il maestro Eckart per il tedesco, Lulle non fu forse il padre della vostra lingua letteraria?).

Poiché sono nato all’inizio del XX secolo e in considerazione del fatto che fino alla sua fine ne sono stato uno dei testimoni, mi viene spesso chiesto di pronunciarmi su di esso. Sarebbe sconveniente che io mi elevassi a giudice degli avvenimenti tragici che l’hanno contrassegnato: ciò spetta a coloro che li vissero in modo doloroso, mentre io sono stato fortunato a più riprese, anche se l’intera mia carriera ne è stata fortemente influenzata.

L’etnologia - in merito alla quale ci si può domandare se sia prima di tutto una scienza o un’arte (ma può anche darsi che sia entrambe le cose) - affonda le sue radici in parte in un’epoca antica e in parte in un’altra, recente.

Alla fine del Medioevo e nel Rinascimento, quando gli uomini riscoprirono l’antichità greco-romana, quando i gesuiti fecero del greco e del latino il presupposto stesso del loro insegnamento, non praticarono forse una forma primigenia di etnologia? Fu allora che si ammise che nessuna civiltà è in grado di analizzarsi se non dispone di qualche altra civiltà che serva da termine di paragone.

Il Rinascimento trovò nella letteratura antica il modo di mettere in prospettiva la propria cultura, mettendo a confronto i concetti contemporanei con quelli di altri tempi e di altri luoghi. La sola differenza tra la cultura classica e la cultura etnografica è dovuta all’estensione del mondo conosciuto nelle rispettive epoche: all’inizio del Rinascimento, l’universo umano era delimitato dai confini del bacino del Mediterraneo. Di tutto il resto si congetturava soltanto l’esistenza, ma si sapeva già che nessuna frazione di umanità poteva aspirare a capirsi se non ponendosi in rapporto con tutte le altre.

Nel corso del XVIII e del XIX secolo, l’umanesimo si diffonde dunque grazie agli sviluppi dell’esplorazione geografica. Nelle carte geografiche sono incluse Cina e India. La nostra terminologia universitaria, che designa il loro studio sotto il nome di filologia non classica, con la sua incapacità a creare un termine originale ammette di fatto che si tratta del medesimo movimento umanista che si estende a un territorio nuovo. Interessandosi poi alle ultime civiltà ancora snobbate - le società dette primitive - l’etnologia fece percorrere all’umanesimo la sua terza tappa.

Essendo scomparse le civiltà antiche, non ci si poteva spingere fino ad esse se non attraverso i testi e le tendenze di pensiero. Quanto all’Oriente e all’Estremo Oriente, dove tale difficoltà non sussisteva, il metodo rimase immutato, perché si credeva che civiltà così lontane non meritassero attenzione se non per le loro produzioni più dotte e più raffinate.

Le modalità conoscitive dell’etnologia sono al contempo più esteriori e più interiori (si potrebbe dire più grezze e più fini) di quelle dei suoi precursori. Per penetrare in società dall’accesso particolarmente difficile, l’etnologia è obbligata a collocarsi molto al di fuori (antropologia fisica, preistoria, tecnologia) e altresì molto dentro, tramite l’identificazione da parte dell’etnologo del gruppo con il quale condivide l’esistenza e dando estrema importanza alle più piccole sfumature della vita spirituale degli indigeni.

Sempre al di qua e al di là dell’umanesimo tradizionale, l’etnologia gli va oltre, in tutti i sensi.

Il suo campo d’azione include la totalità delle terre abitate, mentre il suo metodo mette insieme procedimenti derivanti da tutte le forme del sapere, le scienze umane e le scienze naturali.

Ma la nascita dell’etnologia procede altresì da considerazioni più tardive e di altro ordine. E nel corso del XVIII secolo che l’Occidente ha acquisito la convinzione che l’estensione progressiva della propria civiltà era ineluttabile e che avrebbe minacciato l’esistenza di migliaia di società più umili e fragili le cui lingue, credenze, arti e istituzioni erano tuttavia testimonianze insostituibili della ricchezza e della diversità delle creature umane. Se si nutriva la speranza di poter conoscere un giorno che cosa è l’uomo, era importante finché si era ancora in tempo riunire tutte queste realtà culturali totalmente estranee agli apporti e alle imposizioni dell’Occidente, compito tanto più pressante in quanto queste società senza scrittura non fornivano alcun documento scritto né, per la maggior parte, documentazioni figurative.

Ebbene, prima ancora che tale missione sia sufficientemente portata avanti, tutto ciò è in procinto di scomparire o, per lo meno, di cambiare radicalmente. I piccoli popoli che noi definiamo indigeni ricevono ora tutte le attenzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e, allorché sono invitati alle riunioni internazionali, ciascuno di essi prende coscienza dell’esistenza dell’altro. Gli indiani americani, i maori della Nuova Zelanda, gli aborigeni australiani scoprono di aver sperimentato destini assai simili e di possedere interessi comuni. Al di là dei particolarismi che conferiscono a ciascuna cultura la propria specificità, si va delineando una coscienza collettiva. Al tempo stesso ciascuna di queste culture si impregna dei metodi, delle tecniche e dei valori dell’Occidente. Senza alcun dubbio questa uniformazione non sarà mai portata a termine. Altre differenze vanno progressivamente emergendo, offrendo nuovo materiale alla ricerca etnologica. Ma in un’umanità diventata compartecipe, queste differenze saranno di altra natura: non più esterne alla civiltà occidentale, bensì interne alle forme ibride di essa, ed estese a tutta la Terra.

Questo cambiamento di rapporti tra le varie componenti della famiglia umana sviluppata in modo diseguale, da un’angolazione tecnica è la conseguenza di uno sconvolgimento più profondo. Poiché nel corso dell’ultimo secolo ho assistito a questa catastrofe senza eguali nella storia dell’umanità, mi si permetterà di evocarla su un piano personale. Alla mia nascita la popolazione della Terra contava un miliardo e mezzo di abitanti. Quando entrai nella vita attiva, verso il 1930, gli abitanti della Terra erano già arrivati a due miliardi. Oggi sono sei miliardi e se dobbiamo credere alle previsioni dei demografi tra qualche decennio si arriverà a nove miliardi.

Gli esperti ci dicono che quest’ultima cifra rappresenterà il punto più alto e che in seguito la popolazione declinerà così rapidamente - aggiungono altri - che nel volgere di qualche secolo graverà una minaccia sulla sopravvivenza della nostra specie. Ad ogni buon conto essa avrà già esercitato gravi danni sulla diversità, non soltanto culturale, ma altresì biologica, facendo scomparire molte specie animali e vegetali.

Il responsabile di queste estinzioni è senza alcun dubbio l’uomo, ma le loro ripercussioni si ritorcono contro di lui. Non esiste alcuna grande calamità contemporanea, probabilmente, che non abbia la propria origine diretta o indiretta nella difficoltà crescente di vivere insieme, inconsciamente avvertita da un’umanità in preda all’esplosione demografica e che - al pari di quei bachi della farina che si intossicano a distanza nel sacco che li rinchiude, ben prima che cominci a mancare loro il cibo - si metterebbe a odiarsi da sola, perché una prescienza misteriosa l’avverte che sta diventando troppo numerosa perché ciascuno dei suoi membri possa liberamente gioire dei suoi beni essenziali, che sono lo spazio aperto, l’acqua pura e l’aria incontaminata.

E così la sola chance offerta all’umanità sarebbe quella di riconoscere di essere diventata vittima di se stessa. Tale condizione la mette su un piano di eguaglianza con qualsiasi altra forma di vita che essa si è adoperata e continua ad adoperarsi a distruggere.

Tuttavia, se l’uomo possiede prima di tutto dei diritti in quanto essere vivente, ne risulta che tali diritti, riconosciuti all’umanità in quanto specie, trovano i loro limiti naturali nei diritti delle altre specie. I diritti dell’umanità cessano di esistere nel momento stesso in cui esercitarli mette a repentaglio l’esistenza di altre specie.

Il diritto alla vita e al libero sviluppo delle specie viventi ancora rappresentate sulla Terra può soltanto definirsi imprescrittibile, per la ragione molto semplice che la scomparsa di una specie qualsiasi scava un buco, irreparabile, a scala umana, nel sistema della creazione.

Soltanto questo modo di considerare l’uomo potrebbe raccogliere l’assenso di tutte le civiltà. La nostra prima di tutto, perché il concetto che vi ho appena illustrato è lo stesso dei giureconsulti romani, intrisi di influenze stoiche, che definirono la legge naturale come l’insieme di rapporti generali fissati dalla natura tra tutti gli esseri viventi per la loro comune conservazione; quello altresì delle grandi civiltà orientali e dell’Estremo Oriente, ispirate dall’induismo e dal buddismo; quello, infine, dei popoli cosiddetti sottosviluppati e persino dei più umili tra loro, ovvero le società prive di scrittura che gli etnologi studiano. Grazie a sagge usanze, che avremmo torto a relegare al rango di superstizioni, esse evitano la distruzione da parte dell’uomo delle altre specie viventi, imponendogliene il rispetto morale, associato a regole molto severe per garantirne la conservazione. Per quanto queste ultime società siano assai differenti le une dalle altre, esse concordano nel fare dell’uomo un soggetto ricevente e non un maestro della creazione.

Questa è la lezione che l’etnologia ha appreso da esse, e auguriamoci che al momento di unirsi al concerto delle nazioni queste società la mantengano integra e che, grazie al loro esempio, noi si sappia esserne ispirati.

(Traduzione di Anna Bissanti)

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