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Robert Ridgway
La città moderna e le sue relazioni con la figura dell’Ingegnere (1925)
12 Aprile 2004
Urbanisti Urbanistica Città
Un testo (inedito in Italia) propone una prospettiva inusuale quanto attuale del ruolo dei tecnici nella costruzione e amministrazione della "città moderna". Una città che, nonostante sia descritta da un ingegnere, è molto più di un insieme fisico di strutture, macchine, reti, ma rappresenta la casa dell'uomo in una forma curiosamente diversa da quella che più conosciamo e che ora ci appare ovvia e unica. Tradotto e presentato da Fabrizio Bottini

Premessa di Fabrizio Bottini

Il titolo di questo lungo (e, ahimé, piuttosto ripetitivo e retorico) saggio, può essere lievemente fuorviante per un lettore attuale: la “Città moderna” a cui fa riferimento Ridgway infatti non c’è più da un pezzo. E questo non si riferisce al fatto che qui si parla di città americana al lettore italiano, o della città “moderna” del 1925 settant’anni dopo. Il problema, come dicono politici e sofisti, è un altro. Siamo, appunto, nel 1925, e sull’idea di “città” si stanno accapigliando parecchi approcci, tra cui spiccano architetti, ingegneri, discipline amministrative, e più sfumati i contributi di quelle sociali, sanitarie, o di altre emergenti. Siamo negli anni, ancora solo per fare un esempio, della pubblicazione di Urbanisme di Le Corbusier, che con il suo incipit in perfetto stile da avanguardie storiche efficacemente avoca all’intuizione dell’architetto la capacità di governare e incanalare le immense forze che si agitano nella grande città moderna. Per rimanere all’Italia, è l’epoca in cui la nascita della parola “urbanistica” si accompagna alla sua parallela e graduale “uscita” dai municipi, e dalla relativa centralità di ingegneri e amministratori, per riversarsi nell’azione parallela, ricca e contraddittoria, dell’accademia, dei concorsi di piano regolatore, degli studi privati, della “corporazione degli urbanisti” organizzati nel nuovo Istituto Nazionale.

Con questi presupposti, il discorso di Robert Ridgway nella lontana Cincinnati del 1925, ricorda molto da vicino le contemporanee proposte di Silvio Ardy nei comuni padani della riorganizzazione amministrativa fascista: un tentativo di rilancio culturale e professionale andato male, ma non certo per demeriti propri. Ed è ovvio che la “idea di città” espressa non possa che essere piuttosto singolare, in entrambi i casi, e certamente lontana anni luce dalla centralità della forma esteriore a qualunque scala, così come allora si sta affermando, e così come siamo ormai quasi abituati istintivamente a pensare. Sarebbe troppo lungo, e probabilmente inutile o superfluo, soffermarsi qui su analogie e differenze fra i due casi. Resta, la lunga serie di suggestioni di questo discorso inaugurale “programmatico”, dalla necessità dell’impegno civico anche oltre gli aspetti tecnici disciplinari (siamo negli anni della neighborhood unit a New York e degli studi di ecologia sociale urbana a Chicago), al considerare la città in senso ampio: territoriale, di competenze, di integrazione fra apporti verticali e orizzontali. Naturalmente ci sono, espliciti o striscianti, passaggi di comprensione più difficile, certamente legati a polemiche contingenti di cui non possiamo o sappiamo conservare memoria. Ma questo nulla toglie, credo, al grande valore ed attualità di questo saggio, oltre la forma retorica in cui si presenta, valore documentale che lo affianca per esempio ai brani di Antonio Pedrini (per l’intreccio fra macchina, modernità, complessità), a quelli già citati di Silvio Ardy, e infine anche alla centralità del consenso, della comunicazione. Un’arte colta in pieno da altri proprio nello stesso periodo. Ma questa è un’altra storia. (fb)

Discorso pronunciato dal Presidente, Robert Ridgway, alla Convenzione annuale della Società Americana degli Ingeneri Civili, Cincinnati (Ohio) 22 aprile 1925, in Transactions of the American Society of Civil Engineers, Vol. 88, Paper No. 1572, pp. 1245-1256 [traduzione di Fabrizio Bottini]

Forse, l’effetto più rilevante dell’applicazione delle leggi di Natura, portate alla luce dalla ricerca paziente dello scienziato da un secolo e mezzo a questa parte, si nota nella meravigliosa crescita di città ovunque, e visto che l’ingegnere ha contribuito in così larga misura a questo risultato, ho scelto come argomento del mio discorso “La città moderna e le sue relazioni con la figura dell’Ingegnere”, ben sapendo che questi pensieri non sono affatto originali, ma sono da lungo tempo nelle menti di molti.

Nell’epoca semplice in ci fu adottata la nostra Costituzione Federale, eravamo essenzialmente un popolo agricolo, e la manifattura era poco più di un’eccezione. Il proprietario di piantagione era l’uomo che contava, e quando arrivava in città gli si dimostrava tutta la riverenza adatta alla sua posizione nella comunità. Poi, la macchina a vapore cominciò a giocare una parte importante negli affari nazionali, e fra le altre applicazioni rese anche più facile il trasporto su lunghe distanze. A questo fece seguito il “telegrafo magnetico”, risultato del lavoro di Henry e Morse, e da allora un’invenzione ha seguito l’altra a ritmo crescente, sino ad oggi. Non ci soffermiamo molto spesso a riflettere su quanto nuove e recenti siano in realtà le invenzioni che tanto contribuiscono al nostro agio e benessere. Basta semplicemente tornare all’infanzia di coloro che ancor oggi operano, per comprendere. Quando sono nato, il telegrafo era ancora guardato come una meraviglia e la locomotiva una macchina piuttosto primitiva, se paragonata alle grandi macchine di oggi. Non era stato steso con successo nessun cavo trans-Atlantico. Al telefono non ci si pensava proprio e luce e trazione elettrica erano ancora nei sogni degli studiosi. L’energia idraulica in gran parte veniva sprecata, perché nonostante se ne capisse il valore potenziale, non esisteva un mercato per questo tipo di energia e non si conoscevano metodi per imbrigliarla come idroelettricità.

L’uomo medio, allora molto più di oggi, era riluttante ad accettare nuove idee, che disturbavano le sue abitudini di pensiero e azione. Ci divertiamo leggendo dell’opposizione, a volte violenta, a introdurre invenzioni che più tardi contribuiranno tanto alla crescita delle comunità, e sono oggi accettate come norma. Questo estratto da The World of Tomorrow, è interessante per quanto ci illumina su questo stato d’animo:

La risoluzione seguente è stata approvata nel 1828 dall’Ufficio Scolastico di Lancaster, Ohio, e citata dal Dr. Fosdick: “Sei il benevenuto a usare questa scuola per dibattere in essa tutte le materie appropriate. Ma questioni come ferrovie o telegrafi sono vietate, e significano mancanza di fede. Non c’è nulla nella parola del Signore, che dica di esse. Se il Signore avesse voluto che le sue creature intelligenti viaggiassero alla spaventosa velocità di quindici miglia orarie l’ora grazie al vapore, Egli l’avrebbe annunciato attraverso la bocca dei Suoi santi profeti. È uno strumento di Satana per trascinare le anime dei credenti giù nell’Inferno”.

Se qualcuno in quei giorni avesse posseduto un apparecchio radiofonico e avesse osato esibirlo in funzione, temo avrebbe messo a repentaglio la vita. Quando uno dei miei distinti predecessori, dopo il ritiro dalla carica di Presidente, affrontò in modo serio il tema dell’aeronautica, ci fu chi, ingegneri e altri, mostrò preoccupazione per lui, e si chiese se non fosse per caso uscito di senno. La maggior parte delle persone a quel tempo, erano soddisfatte di aspettare fino alla propria dipartita da questo mondo, per imparare a volare. Ci divertiamo davanti a queste prove di conservatorismo, ma dobbiamo ricordare che la gran massa del genere umano è conservatrice per natura, mantenendo così il modo entro determinati confini; altrimenti accetterebbe qualunque idea maldigerita proposta in modo credibile. La maggior parte degli uomini non ha né tempo né competenza per analizzare con criterio ogni nuovo fatto mentre si sviluppa, e di distinguere fra le poche buone idee e le molte senza alcun valore. Quante fortune sono state dilapidate dagli investitori su brevetti intesi dagli inventori (e declamati dai promotori) come rivoluzionari, ma che hanno mancato i propri scopi a causa di difetti irrimediabili?

L’uomo moderno è incline a dare per scontati molti sviluppi della ricerca scientifica non appena divengono disponibili, e ne arrivano a ritmi crescenti. È solo l’uomo riflessivo, a meravigliarsi per i fantastici risultati, che sono il prodotto di pazienti studi da parte degli scienziati, e di fiducioso sviluppo da parte degli ingegneri. È curioso, come l’uomo di adatti ai cambiamenti portati dalle nuove invenzioni. La maggior parte delle persone li accettano come si accetta la luce del sole o la pioggia, senza tentare di capirle. Per l’uomo medio anche la radio ha smesso di essere una meraviglia e un aeroplano che passa si merita ormai solo un’occhiata. Egli non sa nulla del lavoro pioniere di Hertz e non ha mai sentito parlare dei contributi all’arte del volo di Langley a Chanute, in condizioni scoraggianti prima che i fratelli Wright rendessero il volare un fatto compiuto. Lo scienziato puro è stato paragonato a un sognatore, interessato ad un soggetto o a una ricerca per sé stessa, senza alcuna idea delle possibili applicazioni pratiche. Scopre un fenomeno, permettendo così all’ingegnere di applicarlo a un certo scopo utile. È estremamente raro trovare il ricercatore puro e quello pratico, o ingegnere, combinati in una sola personalità. Innumerevoli volte, il primo non ha avuto dal mondo il riconoscimento che gli era dovuto. Il suo lavoro nella quiete dello studio o del laboratorio non è, di regola, spettacolare, e bisogna ricordare che poche verità scientifiche sono scoperte per caso.

“Paziente ricerca, dedizione e sforzo di anni, costituiscono il denominatore della frazione che rappresenta la formula della scoperta scientifica, e in questa frazione il numeratore si intreccia ampiamente con sogni di speranza, successo, risultati futuri. Senza speranze, senza visione, senza sogni, il successo sarebbe sempre irraggiungibile”.

Mi sono spesso dipinto il mondo come potrebbe essere, ora, se lo sviluppo scientifico fosse cominciato prima e poi proseguito ad un ritmo meno febbrile di quanto accaduto nelle ultime generazioni. Quando, insieme all’Ufficio Direttivo della nostra Società, ho visitato Muscle Shoal sul fiume Tennessee, nel 1923, non ho potuto fare a meno di pensare quali diverse strade avrebbe potuto prendere la nostra storia se gli aborigeni uomini rossi avessero avuto conoscenze sul significato dell’energia delle cascate, e fossero stati in grado di applicare quelle conoscenze per il bene della propria razza.

E non dobbiamo dare solo allo scorso secolo l’intero merito dei meravigliosi sviluppi compiuti, perché altri ne stavano pazientemente edificando le fondamenta da altri secoli, e senza il loro buon lavoro saremmo molto più indietro rispetto alla posizione che occupiamo. I primi passi del progresso tendono sempre ad essere stravaganti. Il meraviglioso sviluppo del nostro paese nel Diciannovesimo Secolo fu compiuto a grandi costi. Le risorse naturali, come legname, carbone, fauna selvatica, sembravano inesauribili, e ne risultò uno spreco devastante. Ora che quelle risorse sono state erose, e l’esaurimento di alcune è ormai in vista, inizia ad essere all’ordine del giorno una politica di conservazione. L’Europa ha appreso da molto la lezione del risparmio, ma anche noi stiamo rapidamente imparando la stessa cosa, che fu compresa nel vecchio continente molto prima di quanto non avvenisse o si prevedesse qui. Il mondo guarda allo scienziato, all’ingegnere, al chimico, per un aiuto a comprendere come fare il miglior uso delle rimanenti ricchezze naturali. Il problema, tuttavia, ve ben oltre. Essi devono indicare la strada per l’uso di materiali e sostanze che ora sono considerate senza valore: è il ruolo dell’alchimista.

Col ritmo rapido a cui vengono fatti progressi, e con le applicazioni di una scoperta che sembrano sempre aprire ad altre nuove, ci si domanda cosa ci serbino le prossime generazioni. Che pericoli aspettano quelli che sono ora studenti universitari, e che opportunità avranno, come frutto delle ricerche oggi in corso!

La maggior parte delle invenzioni del futuro probabilmente non saranno nuove e fondamentali, ma nasceranno come evoluzioni di quelle già fatte. Molti lavoreranno verso l’eliminazione degli sprechi, per esempio aumentando il lavoro per unità di combustibile. Alcuni inaugureranno nuovi campi, e a titolo di esempio può essere citato il recente sviluppo della nave a rotore Flettner, spinta dal vento senza l’uso di vele, utilizzando la tendenza di un cilindro in rotazione a creare il vuoto su un lato. È stato ipotizzato che questo principio si possa applicare ad un tipo di elicottero, con l’idea che se l’esperimento avesse successo ci sarebbe una tendenziale rivoluzione nell’intera teoria delle macchine da volo più pesanti dell’aria.

Le abitudini e i costumi della nostra gente, così come le loro strutture sociali, sono state profondamente influenzate dal meraviglioso sviluppo materiale. Siamo cambiati, da paese essenzialmente agricolo a nazione industriale. Quando si tenne il primo Censimento Federale nel 1790, probabilmente più del 90% del totale dei 4.000.000 di popolazione era rurale, e solo il 10% urbano, vale a dire residente in centri con più di 2.500 abitanti. Filadelfia, con 42.520 abitanti era la città più grande, e New York la seconda con 33.131 residenti. Nel 1920, solo il 46% dei 113.000.000 abitanti gli Stati Uniti Continentali era rurale, e il 54% viveva in centri con più di 2.500 persone. Come lo sviluppo delle scienze applicate, anche la trasformazione da una situazione rurale a una urbana ha proceduto a ritmi sempre più incalzanti, ma alcuni di coloro che hanno analizzato il fenomeno ritengono ci siano segni di un rallentamento. L’automobile, e le migliori strade, il telefono, la radio, insieme al risparmio di lavoro umano delle macchine agricole e alle migliori condizioni di vita nei campi, hanno reso la vita in campagna più confortevole, al punto che la migrazione verso le città è stata gradualmente arginata.

Questa nuova situazione non è peculiarmente nostra o del Canada. L’Europa e il resto del mondo mostrano la stessa tendenza, indicando così che le cause fondamentali non sono solo lo sviluppo di un relativamente nuovo tipo di campagna, ma la crescente sostituzione della macchina al lavoro umano, e la creazione di nuove condizioni di vita. Il cambiamento, ad ogni modo, è probabilmente più pronunciato nelle nuove nazioni come la nostra.

Qualche esempio della recente crescita delle maggiori città si trova nella Tabella 1


1880 1890 1900 1910 1920
New York 1911698 2507414 3437202 4766883 5620048
Chicago 503185 1099850 1698575 2185283 2701705
Filadelfia 847170 1046964 1293697 1549008 1823779
Boston 362839 448477 560893 670585 748060
Baltimora 332313 434439 508957 558485 733826
Los Angeles 11183 50395 102479 319198 576673
New Orleans 216090 242039 287104 339075 387219
Seattle 3533 42837 80671 237194 315312

La crescita delle città, ad ogni modo, non ci racconta tutta la storia. Nei vecchi tempi, la città era poco più di una griglia di strade e un gruppo di case. Uffici e negozi stavano sotto lo stesso tetto, o a pochi passi di distanza dall’abitazione del proprietario o del dipendente. Case e luoghi di lavoro erano illuminati da lampade o candele. La fornitura d’acqua, in molti casi lontana dall’essere potabile, veniva da pozzi o pompe urbane, e le fosse perdenti svolgevano in parte il ruolo delle moderne fognature. Dove esisteva qualche tipo di pavimentazione, era comunque rozza e in cattivo stato. Gli animali domestici scorazzavano per le strade, che erano pulite solo occasionalmente. La vita, osservata da un punto di vista contemporaneo, era primitiva. I rapporti fra igiene pubblica e privata erano sconosciuti, e i poteri di polizia pubblici erano limitati al semplice mantenimento dell’ordine.

La città moderna è un organismo molto più complesso. Le sue strade e gli edifici ne sono un’espressione dello spirito, così come una fotografia esprime il carattere di un individuo, ma la città è molto più che espressione esteriore. Ho spesso comparato la differenza fra la città moderna e il villaggio da cui si è sviluppata, con quella fra la nave da combattimento e la nave di legno dei giorni di Nelson. Quest’ultima era spinta dai venti del cielo, le vele stavano tese e ammainate, l’ancora si manovrava a mano. La nave da battaglia, oggi, è un fascio di nervi, e dentro il suo scafo contiene i più intricati macchinari di ogni tipo. L’equipaggio sa poco delle cose che i navigatori dei vecchi tempi dovevano conoscere, ma ora comprende specialisti di ogni tipo, abili nell’uso del vapore, dei motori elettrici e della radio, esperti nella navigazione e artiglieria scientifica. Sulla nave da battaglia sono rappresentate praticamente tutte le attività di un grande centro urbano, e il personale comprende oculisti, dentisti, medici generici e chirurghi, carpentieri, pittori, barbieri, sarti, tipografi, e anche un sacerdote. Gli ufficiali hanno studiato e quasi ogni campo dello scibile, e conoscono i principi legislativi nazionali e internazionali.

Le case e gli uffici di ogni moderna città sono forniti di luce elettrica e telefono, si cucina in gran parte col gas, che viene pompato da un impianto centrale. Veicoli elettrici, e veicoli mossi da motori a benzina, portano la gente da e verso le proprie abitazioni. Edifici alti parecchi piani e forniti di ascensori, hanno preso il posto dei vecchi fabbricati bassi. Gli alloggi unifamiliari sono rapidamente rimpiazzati da case ad appartamenti, abitate ciascuna da molte famiglie. Le strade sono ben pavimentate e illuminate, pulite molto più spesso e molto meglio di quanto non avvenisse prima. Forse ci sono per le strade ancora tanti cavalli quanti ce n’erano un tempo, ma i veicoli a trazione animale sono stati in gran parte sostituiti da autocarri, con maggior capacità di carico, e pare che il cavallo stia scomparendo.

I pozzi perdenti sono stati sostituiti da fognature che automaticamente smaltiscono i rifiuti, e la pompa idrica di città da una fornitura di acqua potabile proveniente da sorgenti lontane. I giornali sono affiancati dal cinema e dalla radio, che portano nelle sale e in casa le notizie del giorno. Esistono in gran numero strutture religiose, culturali, sanitarie e per il tempo libero, come parte della città, ed esse sono disponibili per ricchi e poveri in quantità molto maggiori di quanto sia mai accaduto. La casa del lavoratore è fornita di servizi e comodità che il ricco del passato non poteva permettersi, perché non esistevano. La salute generale del popolo è migliore di quella del passato. Gli agi di ieri sono diventati le necessità di oggi, e quello che veniva considerato lusso ora è richiesto come servizio.

Il cittadino deve pagare, naturalmente, per tutte queste comodità moderne, e questo ce lo ricordano necessariamente le cifre, come quelle che ho scorso di recente su una copia del Gazeteer of the State of New York, pubblicato a Albany nel 1813. La popolazione della città di New York, secondo il Censimento del 1810, era data a 96.373 abitanti, compresi 1.686 schiavi. Il bilancio municipale per il 1812 da per incassati $ 1.012.460,38 e spesi $ 953.736,04. Inclusa negli incassi sta una somma di $ 4.969,55 per letame di strada. Il bilancio approvato dalla città per il 1925 è di circa $ 400.000.000 per una popolazione stimata di circa 6.000.000 di persone. In altre parole, mentre la popolazione è aumentata di 62 volte, il bilancio si è moltiplicato per 400.

Ci soffermiamo raramente a pensare all’enorme energia imbrigliata e disponibile entro i confini di una sola grande città. Si stima che il potenziale energetico trasmesso attraverso il vapore, l’acqua, il gas, i cavi elettrici, che stanno sotto le strade di New York, sia almeno tre volte quello generato da tutti gli impianti idroelettrici alle cascate dei Niagara, su entrambe le rive del fiume. La capacità degli impianti centrali di generazione elettrica di New York è da sola di 3.000.000 di cavalli. Mi hanno detto che l’acqua di condensazione pompata per questi impianti è otto volte la quantità d’acqua fornita alla città dai suoi acquedotti.

In senso materiale, la città moderna è il risultato del lavoro fatto dallo scienziato puro e dall’ingegnere. Senza loro, la città non potrebbe esistere. Si devono alla loro capacità e sforzi la fornitura d’acqua, le fogne, le strutture sanitarie, le strade pavimentate, i mezzi di trasporto urbani, suburbani, interurbani, il telefono, la luce elettrica, e tutte le molte altre infrastrutture su cui la città e venuta a poggiarsi per la propria stessa esistenza. Né si potrebbe mantenerla lontana dalle epidemie, e con uno standard di salute così elevato, senza l’eccellente lavoro dell’ingegnere sanitario in cooperazione col chimico, il batteriologo e la ricerca medica. È così che sono state in gran parte eliminate le febbri tifoidi, la febbre gialla, e quasi tutte le malattie infettive sono state poste sotto controllo.

Le strutture che tanto condizionano la nostra moderna vita urbana richiedono il servizio di specialisti accuratamente formati, ciascuno nella sua particolare area di lavoro. L’epoca di “Jack-of-all-trades” è finita, perché è ovvio come oggi, con un tale incredibile carico di dettagli in ciascuna linea di intervento, non si possa essere più esperti in tutto, e i nuovi esperti sono ingegneri con varie qualifiche. Pensare al lungo e paziente studio che è stato ed è tuttora dedicato a ciascuno di questi problemi, capire come il lavoro sia frequentemente svolto nelle condizioni più scoraggianti, e come i progressi avvengano di solito nonostante – e non con l’aiuto della – maggioranza dei cittadini, ci fa sentire quanto dobbiamo a coloro che hanno operato nei laboratori e studi di progettazione, negli uffici, nelle fabbriche,e sul campo, per conseguire i risultati che accettiamo con tanta compiacenza.

Poche tra queste persone sono conosciute dal pubblico, perché le loro opere non hanno il carattere di sensazionalità che attira l’attenzione, e molti di loro sono troppo modesti per aspettarsi qualunque riconoscimento pubblico per il proprio lavoro.

La trasformazione della vita urbana ha cambiato in profondità i costumi, le abitudini, il pensare della gente. Nei giorni semplici dei primi anni della Repubblica, quando si viveva di solito distanti l’uno dall’altro, si era individualisti, credendo con Thomas Jefferson che il governo fosse un male necessario e che si dovesse impicciarsene il meno possibile, a seconda delle personali necessità e bisogni. La moderna concentrazione di grandi quantità di popolazione nelle città ha portato all’organizzarsi di gruppi industriali con centinaia e spesso migliaia di dipendenti che lavorano sotto lo stesso tetto. Le diversità di costumi stanno scomparendo. Si formano organizzazioni in base all’appartenenza di classe, con l’idea di migliorare praticamente le condizioni di particolari categorie di lavoratori. Si richiede più governo.

C’è uno spostamento verso il socialismo e il paternalismo; una tendenza a rivolgersi al governo dello Stato o Federale per un aiuto nelle difficoltà; a perdere lo spirito Anglo-Sassone di indipendenza che prima era prevalente, e che fu il fondamento su cui fu edificata la vita nazionale. C’è il timore che queste tendenze ci stiano portando troppo lontano; che il lavoratore sia trasformato in una macchina, e che si stiano compiendo troppi sforzi verso un suo progresso esclusivamente materiale, e il lato morale e spirituale siano dimenticati. Se i lavoratori delle città hanno evitato la dura vita nelle campagne dei vecchi tempi, pagano però in termini di vita tranquilla, di quel tanto di cose fondamentali necessarie ad una vera felicità, al pieno e tondo equilibrio umano. Ci siamo vantati della percentuale di analfabeti tanto più bassa nelle nostre città che nei distretti rurali, abbiamo scordato che l’educazione non è solo capacità di leggere e scrivere, ma il suo vero scopo è trasmettere l’insegnamento della Natura, “il sermone della roccia”, e “sognare sogni di progresso umano, di felicità e appagamento finale”.

Il prezzo che abbiamo pagato per i molti vantaggi che ci ha dato la vita nelle grandi città, è grande. Opportunità e vantaggi non hanno compensato l’umanità per la riposante quiete dell’aperta campagna, per i semplici piaceri che offre, per lo spirito di introspezione che induce. Comodità e lussi si possono godere solo a spese di una certa perdita di carattere. La gioia del fare è offuscata da un senso prevalente di inquietudine, e il crescente costo della vita in città causa ansie a chi ha pochi mezzi. Sta diventando sempre più costoso fornire di cibo e altre merci le grandi città, principalmente per i limiti dei terminal che comunque sono, in parte, il risultato di una visione limitata ed egoista di alcune comunità.

I grandi centri sono qui per restare, e continueranno senza dubbio ad esistere sin quando le condizioni industriali e la natura umana rimarranno come sono oggi, e sin quando l’uomo sociale manterrà il desiderio di vivere e lavorare dove si radunano altri uomini. Riconoscendo questo, gli sforzi di ciascun buon cittadino dovrebbero rivolgersi a rendere le città quello che dovrebbero essere, con ciascuno a contribuire con le migliori idee a migliorare la qualità, anziché il numero degli abitanti. Molti stano iniziando a pensare all’idea che sarebbe meglio, per il benessere dell’umanità, se la tendenza di oggi verso la vita urbana potesse essere arginata. È un grave dilemma, se nel futuro si debba incoraggiare la rapida crescita urbana. È ovvio come le nostre città non possano continuare a crescere fino ad includere l’intera popolazione. Ad un certo punto la loro crescita sarà fermata dall’inevitabile azione delle leggi economiche, se uomini di pensiero non troveranno qualche modo di controllarla prima che arrivi quel tempo. Non giova al benessere della gente, avere città diventate troppo grandi. Non è economicamente sano. Il costo di trasportare persone al lavoro e verso casa, di fornir loro cibo, di servirli in altri modi, aggiunge un gran carico al già gravoso peso fiscale, non solo per loro, ma per la nazione tutta.

Ci sarebbero meno preoccupazioni sul presente e il futuro della condizione urbana, se lo standard di governo avesse avuto una crescita al passo con quella materiale delle nostre città, ma ciò non è avvenuto. Il governo municipale nel nostro paese non arriva dove dovrebbe arrivare, ma va ricordato che il governo municipale, come l’ingegneria municipale, è un problema nuovo in tutto il mondo. Se le città non fossero cresciute così in fretta ci sarebbe stato più tempo per lavorare su questo nuovo problema. La crescita rapida non porta allo sviluppo del migliore metodo di governo. Ci sono voluti secoli per costruire sistemi stabili di autogoverno per Stati e Nazioni con popolazione sparsa, mentre queste grandi città sono esistite solo per qualche generazione e le questioni del loro governo sono nuove. In più la cosa è complicata dal fatto che, nel nostro paese almeno, la popolazione manca di omogeneità sociale. L’immigrato, a causa dell’improvviso mutamento nei suoi vecchi standard e condizioni di vita, e per inerzia nei confronti del nuovo ambiente, rende tutto di ancor più difficile soluzione. Il problema sociologico che si presenta per il governo municipale è di dimensioni formidabili. Non dobbiamo perdere fiducia, se i molti mali del governo urbano non trovano di colpo soluzione. La cosa richiederà i migliori sforzi di sagge e oneste persone, per molti anni, ed è grazie a chi ha lavorato sinora se le condizioni d’oggi non sono peggiori.

Credo si stiano facendo progressi nella direzione giusta. Ci scoraggiamo quando, dopo essere avanzati per un certo tempo, siamo ricacciati indietro tra le onde, ma ogni punto raggiunto è più avanti dell’altro, e credo che la tendenza sia comunque al progresso. Si può avanzare solo con uno sforzo intelligente, continuo, coordinato da parte di tutti i buoni cittadini. Per essere sia efficaci che durature, le riforme di tipo politico devono arrivare dall’interno, e confido che avverranno così. Dalla mia esperienza di vita pubblica, durata più anni di quanto possa ricordare, credo che il motivo per cui siamo ancora tanto indietro sia l’apatia del cosiddetto buon cittadino. Compresi nella categoria, stanno quegli ingegneri che non mostrano interesse nelle questioni della loro città, salvo lamentarsi quando le cose vanno male. Tutti costoro sembrano apparentemente soddisfatti di lasciare ad altri la gestione degli affari civici, e quando criticano i propri funzionari di solito, per scarsa conoscenza dei fatti, sono inclini a condannare chi li ha ben serviti anziché chi si merita biasimo. Facendo così, lavorano contro i propri interessi. A causa di questa apatia, di questa mancanza di conoscenze dei propri affari, per l’abitudine di saltare alle conclusioni, la cittadinanza si è guadagnata la sua reputazione di cliente difficile, per coloro cui è conferita la responsabilità delle cose pubbliche. Molti sono fuorviati dal parlare di demagoghi e non si prendono il tempo di riflettere sulla particolare questione all’ordine del giorno. Spesso vengono svolte inchieste sull’opera dei settori pubblici, di frequente per motivi di parte e scopi politici. A chi ha familiarità con queste cose, è noto come queste indagini siano ben lontane dall’essere approfondite, che mostrano solo un lato della questione, e che le conclusioni, di solito basate sul pregiudizio, sono spesso fondamentalmente errate. Il risultato inevitabile, in questi casi, è che il funzionario in buona fede, estraneo a comportamenti sbagliati, viene censurato e scoraggiato. Il suo settore ne viene sconvolto perché non c’è niente di più demoralizzante della sensazione di subire un’ingiustizia. Ogni uomo onesto è irritato in queste condizioni, e la maggior parte degli uomini sono onesti. Ma, peggio di tutto, il corpo politico soffre in questi casi perché qualunque fiducia poteva avere, ora è stata distrutta. Se la pubblica opinione fosse stata sufficientemente attenta a chiedere che tutte queste indagini fossero rigidamente approfondite e imparziali, saremmo tutti un passo avanti. Questo è il modo in cui io vorrei che gli ingegneri svolgessero queste indagini. Avrebbero buone ragioni da portare, e fatti verificati ed esaminati prima di giungere alle conclusioni.

Ho citato il ruolo svolto dall’ingegnere nella costruzione della città moderna, e il debito che gli è dovuto dal pubblico, ma se ha fatto tutto questo, se ne anche preso le responsabilità, ed è a sua volta debitore. Non possiamo far nascere qualcosa senza assumerci la responsabilità del suo corretto sviluppo e dell’uso che ne viene fatto. Dopo tutto, il lavoro creativo dell’ingegnere è un mezzo per raggiungere il fine, non il fine stesso. Egli contribuisce al benessere dell’umanità, e l’uomo è più di un’essenza fisica. Sicuramente, l’ingegnere ha un dovere da compiere in aggiunta allo sviluppo e cura di cose materiali, per quanto meravigliose esse siano. Non mi piace pensare che possa vedere solo la struttura d’acciaio e mura che progetta e costruisce. Spero abbia una visione più ampia di ciò che è costruito, come gli architetti del Medio Evo avevano per le cattedrali, e che gli aspetti morali, spirituali ed estetici della vita abbiano per lui grande valore.

Siamo giustamente fieri di quanto l’ingegnere ha fatto, e forse ci siamo vantati un po’ troppo in giro, pensato troppo, ai suoi risultati, lasciando ad altri la preoccupazione per i grandi problemi politici e sociali che ci pongono di fronte le grandi concentrazioni di popolazione nelle città. Come può l’ingegnere aiutare a risolverli? Prima di tutto, come buon cittadino, deve fare la sua parte in tutti i campi dell’impegno civico. Se si impegna meno, manca al suo dovere. Non è più il pioniere dei tempi andati, quando il suo lavoro lo chiamava nelle lande più o meno lontane a scavare canali, o alle frontiere della civiltà a costruire ferrovie. Se mancava una fissa dimora, ci poteva essere in quei tempi la scusa per venir meno ai doveri civici, ma non ora. Non abbiamo più una frontiera, e visto che l’ingegnere parlando in generale ha acquisito una fissa dimora, deve prendere parte agli affari della comunità in cui risiede. Con questo non intendo che debba entrare in politica, così come l’espressione è comunemente interpretata. Ci sono molti modi di contribuire oltre a questo, e molti trovano la propria strada impegnandosi, come qualcuno sta facendo, nei comitati scolastici o in altri organismi pubblici e semi-pubblici, ad aiutare nella soluzione dei molti e difficili problemi che si presentano. C’è molto lavoro civico di tipo specialistico a cui la mente aperta dell’ingegnere è particolarmente adatta a collaborare, come la stesura dei regolamenti edilizi, di quelli di zoning, delle leggi sui servizi pubblici.

Non basta, che comprenda i propri problemi. Deve essere in grado di spiegarli all’uomo della strada in un linguaggio a lui comprensibile. Spesso, temo, l’ingegnere manca il consenso delle autorità o del pubblico ad una proposta sana e meritoria, perché gli manca l’abilità di tradurre i suoi coerenti pensieri in linguaggio che altri, non ingegneri, possano capire.

Non voglio qui affermare che gli ingegneri sono esseri sovrumani, fatti di argilla migliore degli altri, o che da soli sono responsabili di tutte le buone cose realizzate. Come il resto dell’umanità, anche loro non sono infallibili. Altri hanno fatto e stanno facendo il loro dovere per il mondo nei propri rispettivi campi di impegno; ma si deve ricordare che l’ingegnere è formato per trattare fatti fondamentali. È abituato a scavare verso la verità, e a respingere ciò che non appare valido. A meno che non ci sia un fondamento di verità in un’affermazione, egli istintivamente farà opposizione. L’abitudine di pensiero lo rende incline al ragionamento in termini di causa-effetto. Il clamore popolare e i titoli dei giornali non fanno deviare il suo giudizio. È educato a guardare lontano e non in modo provinciale, a tutto ciò che implica l’applicazione di leggi di Natura. Le barriere artificiali della politica non gli piacciono, come succede a coloro che considerano le cose superficialmente, perché sa riconoscere che le leggi di Natura agiscono nello stesso modo su entrambi i lati dei confini politici statali o federali.

Per portare tutte queste qualità al pubblico servizio, l’ingegnere nelle forme associative civiche deve essere qualcosa in più di un semplice tecnico. Credo che l’ingegnere riconosca più degli altri cittadini, come i giorni dello spreco siano finiti e sia iniziata l’era della conservazione, e con l’insegnamento, la norma, l’esempio, debba evidenziarlo a tutti. Con lo spreco, devono finire anche tutte le politiche parziali e particolari di “amministrazione corrente”, e al loro posto si deve sostituire un governo di carattere costruttivo che vada di pari passo coi principi di conservazione. Se dobbiamo vivere secondo gli ideali delle nostre istituzioni, i nostri legislatori devono guidare, e non seguire. È stato detto spesso che l’America è infastidita dalla legge, che la sua gente ha perso rispetto per le regole. Un osservatore straniero diceva tempo fa che abbiamo più leggi di tutte le nazioni del mondo messe insieme, e che siamo il popolo più privo di legge. Non c’è valore, in questa critica? Perché gli ingegneri non dovrebbero unirsi a tutti gli altri buoni cittadini, a correggere alcuni dei mali del corpo politico, che tutti riconosciamo, e che si devono in gran parte all’apatia della nostra gente? L’ingegnere può essere un buon cittadino senza perdere valore come tecnico. Non deve niente a nessuno in termini di rispetto e amore per le istituzioni del suo paese. Il suo patriottismo è stato mostrato nel lavoro per la Guerra Mondiale e in molti altri modi. Con l’attiva partecipazione agli affari civici le sue prospettive saranno ampliate, e le critiche che tanto spesso sono state fatte alla visione ristretta degli ingegneri sulle cose del mondo cadranno spontaneamente sotto il proprio peso.

Quando leggiamo giorno dopo giorno il sensazionalismo chiamato informazione, o ascoltiamo le arringhe degli oratori popolari e degli autoproclamati governatori del mondo, ci chiediamo se essi rappresentino la media caratteriale e di intelligenza del nostro popolo. Se credessimo questo, potremmo facilmente scoraggiarci sul futuro delle nostre istituzioni, e persino della stessa civiltà.

Fede e coraggio tornano quando capiamo che queste sono solo le manifestazioni di una piccola e malevola minoranza che si crogiola al sole della notorietà. La grande massa degli uomini pensanti lavora tranquilla, senza ostentazione, ovunque chiamino diritto e dovere. Negli stabilimenti industriali, ferrovie, lavori pubblici, scuole e università, chiese, ospedali, fattorie, uomini tranquilli e riflessivi stanno svolgendo il concreto lavoro per l’umanità e la civilizzazione. Con istintiva fiducia e sostegno verso l’integrità della natura umana, credendo nella stabilità di quelle istituzioni umane volte all’avanzamento della conoscenza e del bene, essi quotidianamente si sacrificano al dovere. Rappresentano la divina forza del progresso nella sua azione irresistibile, perché basata sulla verità, la ragione, il carattere. Non sarebbe possibile impiegare in qualche modo, questa forza, nell’interesse del miglioramento civico? Tutti questi lavoratori sono la compagnia dell’ingegnere. Insieme a lui, devono avanzare verso ambiti più ampi di maggior impegno, prospettiva, e anche di maggiore servizio.

Nel centenario della fondazione del Franklin Institute, il Dr. Arthur Little pronunciò un discorso sul “Quinto Stato”, che descriveva come “composto da coloro che possiedono la semplicità per meravigliarsi, la capacità di fare domande, il potere di generalizzare, la capacità di applicare”. In breve, la compagnia di chi pensa, lavora, interpreta e mette in pratica, e da cui il Mondo interamente dipende per la conservazione e l’avanzamento delle conoscenze organizzate che chiamiamo Scienza”. Se coloro che vivono in questo reame hanno certo la capacità di applicare, vediamo da ogni parte dimostrato che hanno invece mancato di usarla. Il mio appello si rivolge a quelli che, avendo la capacità, non l’hanno messa in pratica. A chi di voi non ha letto il magistrale discorso di Arthur Little, affascinante nella semplice bellezza del suo linguaggio, lo raccomando, e so che se lo leggerete, poi lo rileggerete. Citandolo ancora:

“Vediamo nel campo delle Scienze la conoscenza senza potere, e in politica il potere senza conoscenza. Un elettorato che si considera libero ascolta il diffuso rumore delle dimostrazioni costruite, ed è cieco di fronte agli ovvi meccanismi di un manicomio artificiale. Il risultato, troppo spesso, è un governo basato sull’ingenuità, la propaganda, le facili parole d’ordine, gli slogans, invece di un governo basato sui fatti, i principi, l’intelligenza, la buona volontà".

Allora, per colmare lo iato fra potenzialità e risultati, ingegneri e uomini di formazione scientifica devono imparare la lezione secondo cui i risultati finali ottenuti sono una misura più valida del valore umano, che non la semplice capacità teorica. Il mondo misurerà sempre il risultato. Per lui, l’abilità non dimostrata è sinonimo di non-esistenza.

Grazie alla saggezza dei nostri padri, le fondamenta su cui poggiano le istituzioni del nostro paese sono ampie e profonde. C’erano, nel progetto, alti ideali, e le sovrastrutture furono innalzate fedelmente e corrispondentemente. L’obiettivo di mantenerle in vita appartiene alle generazioni. Come avviene per tutte le strutture edificate dall’uomo, sono necessarie riparazioni, rinnovi e aggiunte, ma questo non significa distruggere l’impianto originario. Lo scheletro della struttura deve rimanere intatto. Il dovere generale dell’uomo tecnico chiama a questo scopo. A questo scopo rivolge le sua particolari qualità. In quanto idealista pratico, il suo patriottismo e il suo spirito civico non si manifestano sventolando vessilli o vantandosi della superiorità sugli altri, ma cercando i difetti del nostro carattere attuale e aiutando altri ad innalzare il livello delle cose civiche, nello stesso modo in cui progetta e costruisce le sue strutture ingegneristiche per l’uso e il beneficio dell’umanità.

Postilla di Fabrizio Bottini

Per chi fosse interessato ai temi "partecipativi" in urbanistica introdotti a suo modo da Robert Ridgway, in particolare nel loro affermarsi negli USA del primo Novecento, è disponibile sul mio sito anche un estratto in italiano dal saggio fondativo sulla "Unità di vicinato" nell'ambito del Piano Regionale di New York coordinato da Thomas Adams negli anni Venti.

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