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Eddytoriale 101 (08.03.2007)
10 Giugno 2008
Eddytoriali 2007

Ricordiamo gli eventi, sconosciuti a molti. Nel 1967 una legge dello stato, le “legge ponte” urbanistica, decretò che a ogni cittadino deve essere riconosciuto quel diritto con la previsione, nei piani urbanistici, di una determinata quantità di aree per “spazi pubblici e d’uso pubblico”. Un anno dopo un decreto interministeriale precisò tecnicamente quel diritto in un certo numero di metri quadrati ad abitante, al di sotto dei quali le previsioni dei piani non potevano scendere.

Tre circostanze spinsero in quella direzione. Un ruolo svolse certamente la cultura urbanistica, allora attenta ai contenuti sociali della disciplina. Un ruolo altrettanto incisivo svolsero le esperienze di alcuni comuni (in particolare quelli dell’Emilia-Romagna e della volontaria Consulta urbanistica presente in quella regione). Ma il ruolo più rilevante lo giocarono il movimento organizzato delle donne e le alleanze sociali e culturali che si costituì attorno alla sua organizzazione, l’Unione Donne Italiane (UDI).

Alcuni anni prima della legge, nel 1963, l’UDI (un'associazione militante di donne, in prevalenza aderenti ai partiti della sinistra) aveva avviato una iniziativa sociale di massa mossa da una consapevolezza e animata da un obiettivo. La consapevolezza: l’entrata delle donne nel mondo del lavoro socialmente riconosciuto (nella fabbrica e nell’ufficio) aveva reso insopportabile per le donne il peso del lavoro casalingo. L’obiettivo: ottenere che la società si facesse carico del problema, organizzando reti di servizi sociali e altre attrezzature che liberassero le donne di una parte almeno del lavoro casalingo.

Le prime tappe furono individuate nella programmazione e nel finanziamento di una rete di asili nido e nell’obbligo della previsione di spazi necessari per il verde e i servizi collettivi nei piani urbanistici. Nell’ambito di questa azione l’UDI organizzò, nel dicembre 1963, un convegno sul tema “l'obbligatorietà della programmazione dei servizi sociali in un nuovo assetto urbanistico", nel quale tre delle quattro relazioni introduttive furono svolte da qualificati urbanisti: Giovanni Astengo, Edoardo Detti, Alberto Todros. L’iniziativa dava l’avvio alla raccolta di firme per una proposta di legge d'iniziativa popolare, che ne raccolse molte decine di migliaia.

Fu uno dei momenti nei quali gli urbanisti non solo furono in sintonia con la società, ma l’aiutarono ad esprimere le aspirazioni al progresso nel segno dei valori e dei beni comuni. Il decreto sugli standard urbanistici, e la conseguente pratica della previsione di aree in quantità adeguate nei piani, furono i frutti di quell’incontro. (Un altro momento simile fu il movimento sindacale del 1968-69, quando esplose il movimento per “la casa come servizio sociale”, che diede vita alle leggi di riforma del settore degli anni Settanta. E non a caso la proposta legislativa degli amici di eddyburg salda le due questioni, aggiungendovi quella della mobilità)

L’onorevole Lupi, e i suoi numerosi alleati di destra, di centro e di sinistra, volevano gettare tra le ortiche il diritto nazionale agli spazi pubblici e d’uso pubblico. Quella posizione sembra ormai ridotta ai margini delle proposte parlamentari: le leggi per il governo del territorio già presentate, e quelle in corso di presentazione, restituiscono agli standard il loro ruolo. Le regioni, che nelle loro legislazioni più recenti, sembravano aver dimenticato gli standard (e, in generale, il dimensionamento dei piani), sembrano oggi volerli riprendere e sviluppare nei modi in cui da decenni si sa che è necessario: cioè completando la previsione quantitativa nella prescrizione di adeguati requisiti di qualità sia dei servizi che dell’organizzazione della città. Più d’un segno fa quindi sperare che la fase più cupa sia in via di superamento. Terremo informati i nostri frequentatori. Intanto, nel segno di questa speranza salutiamo l’8 marzo.

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