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Luciano Canfora
Demagogia, secondo Canfora
27 Febbraio 2006
Definizioni
Inserisco due brani tratti da Luciano Canfora, Demagogia, Sellerio editore Palermo, 1993. Non sapevo che, fino ai tempi di Aristotele, demagogos significava politico, e che solo più tardi ha assunto un significato negativo. Se le parole, la loro origine, il mutare dei loro significati vi interessano, e/o se vi interessano le grandi questioni di oggi, cercatelo e leggetelo tutto. 46 piccole pagine, 10.000 antiche lirette

[…] Al contrario il «Grand Dictionnaire» di Pierre Larousse affronta il termine ed il concetto in modo storico-analitico e con notevole approfondimento. Il volume VI, in cui figura la voce, esce nel 1870; con ogni probabilità è stato scritto prima del crollo (settembre) di Napoleone III: peraltro l'orientamento dell'articolista, fervente giacobino, in riferimento agli anni della «grande Révelution» non collide con il corredo ideologico-propagandistico bonapartista; ma l'animus antibonapartista che in questa voce non traspare (è latente nei cenni al 1848) diventa chiarissimo nell'amplissima voce dedicata a Napoleone III nel volume XI (1874), dove tutta l'ascesa e presa del potere da parte di Luigi Bonaparte è descritta (e stigmatizzata) come un capolavoro da grande demagogo.

La voce Démagogie si apre dunque con una polemica osservazione sull'uso strumentale del termine: «ecco un'espressione tipica del linguaggio polemico, che si adopera senza attribuirvi un significato preciso». Vi è poi una sorta di apologia del ruolo del «demagogo»: « il termine vuol dire semplicemente guida del popolo; orbene poiché i popoli non sono tuttora capaci di guidarsi da sé, non vediamo cosa ci sia di criminale nell'impegnarsi a dirigerli». Peraltro vi è una tragedia individuale del demagogo: egli «crede di guidare le folle, ma in realtà subisce il movimento piuttosto che imprimerlo: il che è così vero che, generalmente, con demagogia s'intende una situazione in cui il popolo, piuttosto che essere governato, governa». E’ il caso, vien fatto osservare nell'ultima parte della lunga voce, delle grandi figure della Rivoluzione: «Sono trattati come demagoghi, e tuttora denunciati ogni giorno come tali al giudizio dei posteri, tutti gli uomini di cuore che hanno preso parte alla Rivoluzione: Robespierre, Danton, Vergniaud, Mirabeau e persino Lafayette. Lo furono? Sicuramente. Non si conduce - seguita l'articolista - il popolo all'assalto della Bastiglia, non lo si lancia alle frontiere contro tutta l'Europa coalizzata senza sovreccitare sino al parossismo le sue passioni, le buone come le cattive. Ma una volta dato l'impulso, chi guiderà il movimento, chi lo frenerà, chi lo conterrà nei limiti della giustizia? Nessuno. I più forti vi si infrangeranno. A seguire con lo sguardo la breve carriera dei grandi cittadini che si posero alla testa della Rivoluzione, sembra di vedere dei fanciulli appesi a una locomotiva. Tutti vi si sono stritolati. Ma loro se lo aspettavano né si ripromettevano dai propri figli ingrati una tardiva riabilitazione. Perciò dobbiamo ammirarne la grandezza del sacrificio e l'immensità della dedizione». Peraltro viene, nello stesso contesto, rifiutata la nozione di una demagogia unicamente ‘di sinistra’: «Prima di mettere sotto accusa i demagoghi di un'epoca a noi più vicina [rispetto al mondo romano di cui ha prima parlato] gli storici monarchici e clericali dovrebbero rileggersi i loro Annali. Ci furono mai demagoghi più focosi che i nobili e i preti della Vandea o del Midi? ».

[…]

C'è però da osservare, conclusivamente, che il processo sin qui descritto riguarda un'epoca ormai conclusa. Lo scenario attuale è profondamente mutato. Il mondo dominato dal mercato è approdato alla forma integrale di demagogia, quella della mercificazione. Qui si è compiuto il grande salto dalla demagogia rozza, primitiva, demiurgicamente e arcaicamente affidata al superuomo di tipo mussoliniano formato sulle pagine di Le Bon e fiducioso nelle proprie sperimentate capacità di fascinatore di masse, alla demagogia anonima e capillare, totalizzante proprio perché anonima: la mercificazione dei valori e la penetrante imposizione di pseudo-valori di facile assunzione, simboleggiati e potenziati dai media a diffusione capillare e a basso costo (il teleschermo di Orwell rimane una grande intuizione precorritrice), nonché dalle forme spettacolari-popolari a mobilitazione deviante (universo sportivo).

Andiamo dunque verso società sempre più demagogiche anche perché è entrato da tempo in grave crisi (e ha perso attrattiva anche verso i mondi dipendenti o ex-coloniali) il modello di società a base ideologica. La manipolazione involgarente delle masse è la nuova forma di discorso demagogico. Proprio mentre sembra favorire, attraverso i media, l'alfabetizzazione di massa, esso produce (il paradosso è solo apparente) un basso e torvo livello culturale e un generale ottundimento della capacità critica (« dove tutti sanno poco e' si sa poco » era l'allarme del Leopardi nel Dialogo di Tristano e di un amico). Si tratta dunque di una forma di demagogia altamente perfezionata, per ora non bisognosa della coercizione violenta di tipo paleo-fascista. (Un fascismo americano sarebbe democratico, scrisse Bertolt Brecht nel suo Diario, p. 368, in singolare sintonia con Thomas Mann, discorso al « Peace Group » di Hollywood, giugno 1948). Seduce i soggetti dando loro l'illusione dell'autonomia. Ma non trascura nemmeno la latente spinta alla violenza che ogni società necessariamente accumula («quello stato di vaga ostilità atmosferica di cui l'aria è satura nell'èra nostra», dice Musil, L'uomo senza qualità [193I], I, cap. 7), la canalizza (per ora) verso l'ambito sterminato dello sportspettacolo, unica occasione di mobilitazione spontanea delle masse nel tempo nostro. La politica ‘alta’ fa mostra di ignorare tale ambito, ma è a tutti ben chiaro che esso è terreno di vera e propria manipolazione politica: sia per la sua efficacia come valvola di sfogo (deviante) dell'inquietudine sociale semiproletaria e sottoproletaria, sia in quanto strumento di conquista del consenso (clientela elettorale, uso elettorale del mondo sportivo ecc.). Esso è anche, infine, terreno di coltura del neo-razzismo e ne rappresenta l'anima militante e squadristica.

Se infatti le odierne società demagogiche paiono aver raggiunto un equilibrio interno fondato sulla rimozione o canalizzazione del conflitto grazie agli strumenti massificanti della nuova demagogia, esse presentano tuttavia un fianco debole, anzi sono in pratica indifese, di fronte allo straripamento «terzomondiale» in direzione delle metropoli. Qui, per ora, la reazione politica ‘alta’ appare incerta o inconsistente; ma la reazione ‘bassa’ (tollerata, quando non addirittura incoraggiata) è quella del neo-razzismo, tanto più virulento quanto più sorgente dai ceti semi-proletari e sottoproletari delle metropoli («è la concorrenza fra gli strati più bassi della popolazione, per dividersi risorse scarse», dice Basil Davidson). Il neo-razzismo aggressivo è dunque il terzo e più feroce ingrediente delle attuali società demagogiche. Resta da chiedersi se il successivo sviluppo sarà in direzione dell'assorbimento nell'universo degli pseudo-valori anche dei nuovi arrivati (un lavoro in questo senso è stato avviato da tempo, sin nelle società d'origine, dove però - chiusa l'ascetica parentesi leninista - esplode il fondamentalismo), o se invece questa dilatazione di una ricetta già sperimentata nelle società dominanti stia per rivelarsi insufficiente, per esempio a causa della scarsità delle risorse e del sempre più accentuato squilibrio. La prospettiva sarebbe in tal caso quella di una esplosione di inusitata violenza fratricida, per la quale n

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