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Edoardo Salzano
Capitolo secondo, Accanto alla guerra
27 Marzo 2004
Ricordi d'infanzia
Avevamo le serrande avvolgibili, di legno, nella casa del Corso. Il sole entrava a strisce, faceva strani disegni sulle pareti e i mobili. Una porta filtrante per la luce, da fuori a dentro. Da dentro a fuori filtrava i miei sguardi ...

Viva la guerra! E zia Giannina mi rimprovera

Avevamo le serrande avvolgibili, di legno, nella casa del Corso. Il sole entrava a strisce, faceva strani disegni sulle pareti e i mobili. Una porta filtrante per la luce, da fuori a dentro. Da dentro a fuori filtrava i miei sguardi, il mio cercare il mondo. Anche comunicare con il mondo, nella mia fantasia. Come quella volta, nel giugno 1940, quando sentimmo alla radio che l’Italia era entrata in guerra. Il discorso del Duce, dal balcone su Piazza Venezia, le parole bellicose ed entusiasmanti, le ovazioni del popolo Mi sentivo riempito anch’io di sacro furore. Ritagliai in piccole striscioline un foglio di carta, su ciascuna scrissi “Viva la Guerra”, le ripiegai e mi accingevo a gettarle per strada, tra le stecche della persiana, per comunicare al mondo la mia partecipazione. Mi sorprese Zia Giannina, mi fulminò con lo sguardo gelido e mi spiegò che non si inneggia mai alla guerra. Nelle sue parole si esprimeva la cultura cattolica.

Nonostante la sostanziale partecipazione al fascismo della mia famiglia, nonostante gli ascendenti militari, la guerra non entusiasmò nessuno. Certo, le vicende sui diversi fronti erano seguite con partecipazione: ricordo come si ascoltava, con attenzione ed emozione, il quotidiano bollettino di guerra alla radio, all’una. Ricordo un’atmosfera più di attesa, di sospensione, che di tifo. Forse la famiglia aveva cominciato la revisione critica del fascismo. Un episodio che dovette aiutare, in questa direzione, fu certamente la partenza di Maria Simon.

La mia Schwester era ebrea. Quando il Führer venne in Italia, nel 1938, papà fu avvertito dalla Questura che, se non avessimo provveduto ad allontanare Schwester Maria, sarebbe stata messa in camera di sicurezza insieme a tutti gli altri ebrei stranieri. Non serviva che essa avesse un genitore ariano, che fosse cristiana protestante. La soluzione che fu concordata fu di mandarla per qualche giorno a Foggia, dove papà aveva una casa. Qualcosa mi turbò, di questo episodio, più di quanto mi entusiasmassero i portali di cartone, le gigantesche bandiere, i fasci e le svastiche eretti lungo il percorso che Hitler e Mussolini avrebbero compiuto salutando, dall’automobile scoperta, la folla inneggiante.

All’inizio della guerra papà fu richiamato alle armi. Non aveva fatto il servizio militare, così cominciò dalla gavetta, soldato semplice. All’inizio stava alla caserma di fanteria al Corso, verso Mergellina. Sul muro verso la strada c’era una grande scritta: “Fu il Fante il seme e la Vittoria il fiore”. Dopo l’addestramento, da sottotenente e poi tenente, andò in Grecia e in Jugoslavia: ricordo una cartolina di saluti da Mostar, con il ponte distrutto in questi anni dalla guerra dei serbi..

La raccolta delle schegge

Cominciarono i bombardamenti. Prima sporadicamente, poi tutte le notti. Era diventato un rito: andando a letto ci si preparava sulla sedia il maglione, le calze, il cappotto con il quale ci si sarebbe coperti appena avesse suonato la sirena d’allarme. Nei primi tempi, si correva in una stanza appositamente attrezzata in cantina. Travi di legno puntellavano pareti e soffitto, e sacchi di sabbia avrebbero dovuto riparare dalle schegge. Tutti i vetri di casa erano rigorosamente decorati di larghe strisce di carta gommata, per impedire che gli spostamenti d’aria delle esplosioni rompessero i vetri minacciando l’incolumità dei passanti.

La nonna, Nannina, zia Giannina recitavano il rosario, gli uomini, negli intervalli tra un bombardamento e l’altro, andavano in strada per fumare una sigaretta e guardare le sventagliate dei riflettori, i fuochi degli incendi dove le bombe erano cadute, le ultime raffiche dell’antiaerea. Ma dopo un po’, si capì che, se una bomba fosse caduta sulla nostra casa, il rifugio non avrebbe costituito riparo sufficiente. Subito al di là di via Tasso c’erano (e ci sono ancora) due alberghi, il Britannique e il Parker, entrambi appartenenti alla stessa famiglia. Dagli alberghi, attraversando le cucine e i magazzini, si raggiungevano immense caverne scavate nella montagna di tufo che si alzava verso il Vomero. In quelle caverne erano stati organizzati dei giganteschi rifugi, ben più sicuri della nostra fragile cantina.

Furono presi i necessari accordi. Diventammo frequentatori abituali del rifugio del Britannique. Là c’erano bambini, si poteva giocare e girare. C’erano anche le nostre amiche Lölingher, Maria Antonia d’Ayala Valva e i suoi fratellini Inigo e Diego, Eddy Perriello, Leonetto Levi de Leon e altri. Quando si prevedeva che i bombardamenti fossero molto prolungati, la nonna e noi piccoli dormivamo direttamente in albergo, per essere pronti a scendere nel rifugio al primo allarme.

La mattina dopo i bombardamenti la città era piena di novità. Non erano novità le automobili con i fari tappati da maschere di carta, né i piccoli bunker costruiti all’entrata dei rifugi; queste erano diventate componenti normali della città, come le grandi strisce di carta incollate sulle vetrine e sulle lastre delle finestre. La novità effimera erano le schegge: le tracce che avevano lasciato i bombardamenti della notte prima, e che noi ragazzi facevamo scomparire ogni mattina per arricchire le nostre collezioni. Schegge piccole e grandi, d’alluminio, di rame e di leghe sconosciute, proiettili dell’antiaerea e spolette dei razzi traccianti, pezzi dalla cui curvatura si poteva comprendere se provenivano dall’esplosione di una bomba grande o di una di pochi chili.

Privilegiati nella raccolta di schegge erano gli scugnizzi, che si svegliavano presto la mattina ed avevano la strada come loro residenza abituale, e i bambini dotati, come me, di una grande terrazza, luogo riservato di raccolta. Era una strana emozione salire, la mattina, in terrazza, cercare per terra e trovare questi strani pezzi di metallo, dalle forme stravaganti foggiate dall’esplosione.

Vacanze a Fiuggi

Era forse il primo anno di guerra quando andammo in vacanza a Fiuggi. Forse perché era un luogo più vicino a casa e più lontano dagli insicuri confini, rispetto alla consueta Val Gardena. Avevo una bicicletta, con le ruote di legno marca Ballon, che facevano ridere i miei nuovi amici: mi sentivo preso in giro, e la mia timidezza ne veniva ribadita. Diventai amico di un ragazzo Campello, non ricordo il nome. Organizzammo insieme una specie di festicciola a pagamento, in una sala del grande albergo dove abitavamo, con le sorelline che ballavano addobbate da grandi.

Con il ragazzo Campello progettammo a lungo una “fuga”, che avremmo intrapreso appena attrezzati. Raccoglievamo oggetti che potevano servirci. Non se ne fece nulla. Eravamo dei chiacchieroni.

Conobbi la prima barzelletta sporca. Era la risposta alla domanda: quante palle ci sono sul campo se c’è una squadra di undici giocatori? La risposta era: ventitré. Ci misi un bel po’ a capirla. E mi innamorai di una nuova bambina: si chiamava Eva, aveva dei bellissimi boccoli biondi, mi sembra che fosse di origine ungherese. Naturalmente non si accorse di me.

Da Fiuggi tornammo a Napoli. La guerra non accennava a concludersi. Si continuava ad andare a scuola, a raccogliere le schegge dopo i bombardamenti, a passare le notti al rifugio del Britannique. L’anno dopo andammo in villeggiatura a Sorrento. Di lì, la notte, si vedevano i bombardamenti da lontano: sembravano fuochi d’artificio, accompagnati da un cupo rombo. La guerra era diventata ormai una cornice permanente della nostra vita. Un bambino mio coetaneo (abitava con noi all’Hotel Vittoria) era noto come “Tonino bollettino”. Aveva una memoria formidabile e l’impiegava per imparare a memoria il bollettino di guerra, che ogni giorno veniva trasmesso dall’Eiar in apertura del giornale radio dell’una: da quel momento era in grado di ripeterla a memoria a chiunque glie lo chiedesse.

Renato e Riccardo

Una fotografia ci ritrae in terrazza, al Corso. Avevamo forse una dozzina d’anni. Era quindi durante la guerra, gli ultimi tempi prima dello sfollamento a Roccaraso. Eravamo tre amici inseparabili.

Riccardo Tomacelli era figlio di un’amica di mammà, molto simpatica, e di un signore un po’ noioso che era lettore d’italiano in una università di Dublino (o lo divenne dopo, non ricordo). Era un ragazzino con capelli lisci, pettinati con cura. Era legato a una vasta parentela, che frequentai anni dopo: i Del Balzo di Presenzano, possessori e inquilini di una bellissima villa sul mare, a Posillipo, dove da piccolo Schwester Maria mi aveva insegnato a nuotare.

Renato era figlio d’una famiglia della tranquilla borghesia napoletana. Suo zio era un importante personaggio della Dc napoletana, Leopoldo Rubinacci, che lo prese sotto la sua protezione e, più tardi, lo avviò alla carriera diplomatica. Renato ne percorse tutti i gradini, poi diventò “ministro degli esteri” della Fiat, ministro del commercio estero nel governo [ES1] , poi presidente del Trade World Office. Lo rividi ai primi passi della sua carriera: era Primo consigliere (o qualcosa del genere) a Stoccolma. Mi parlò solo dei nuovi tipi di preservativi che si usavano lì.

Sfollati a Roccaraso

Quando i bombardamenti divennero più intensi un certo numero di famiglie prese la difficile decisione di “sfollare”: si radunarono armi e bagagli e ci si trasferì a Roccaraso, un paesino d’Abruzzo dove qualche volta si andavano a passare le vacanze di Natale. I marchesi Santasilia con i loro bambini, Enzo Strongoli e la bella moglie, i principi D’Avalos, i cugini Carignani, tutti ci trasferimmo tra le montagne abruzzesi. Ogni cosa i miei portarono con sé: bauli e bauli contenenti tutta la biancheria, personale e di casa, i vestiti e le pellicce, i gioielli e le scarpe, casse contenenti i 150 chili d’argenteria di famiglia, libri, e ricordi preziosi, come una delle due copie del Bollettino della Vittoria vergato dalla mano di nonno Armando. Tutto si cercò di salvare dai bombardamenti: gli oggetti portandoli in Abruzzo, i mobili, i quadri e i tappeti sistemandoli in una villa a Ottaviano, un paesone tra Napoli e Caserta, nella villa di amici.

La nostra vita cambiò. Non in peggio. Abitavamo in un appartamento costruito sulla rocca che dominava il paese, e da cui esso trae il nome. (Rocca raso, rocca di raso, si poteva pensare, e i prati erbosi che circondavano il paese giustificavano il toponimo; solo dopo compresi che era anche una premonizione: rocca rasata, come la storia volle). Sotto di noi abitavano i Santasilia. Una grande stufa di terracotta, della ditta Becchi di Forlì, riscaldava splendidamente la casa.

Si giocava più di quanto si studiasse; lo studio, del resto, era affidato prevalentemente alla buona volontà del parroco, il quale disponeva pure d’una bibliotechina circolare alla quale attingevamo i libri di Fantomas e altri polizieschi per ragazzi. Fino ad allora le mie letture si erano limitate alla traduzione per bambini delle grandi storie della letteratura romantica nella collana della Scala d’Oro, e all’amato Emilio Salgari (Jules Verne, di cui ricordo uno splendido Le pays des fourrures, rilegato e con incisioni d’autore, mi piaceva molto meno).

Nel paio d’anni che trascorremmo a Roccaraso le mie amicizie cambiavano, a seconda delle stagioni e delle passioni. Soprattutto nel primo periodo passavo le giornate con i bambini del paese, i “roccolani”. La cosa che mi entusiasmava di più erano le gite in montagna. Si partiva la mattina presto, con una pentola o una padella che qualcuno aveva trafugato, una mezza bottiglia d’olio, un pacco di pasta. Per strada si scavavano un po’ di patate da qualche campo. Arrivati sulle brulle montagne a pochi chilometri dal paese so completava la costruzione di una “casola”, iniziata alla gita precedente: una costruzione rozzamente messa su con muri a secco, e coperta da rami di pino. Si cucinava, si mangiava, i più abili davano la caccia agli scoiattoli con le fionde, sapientemente costruite da un legno a forcella e due pezzi di camera d’aria legati da una toppa di pelle, o addirittura con le frombole nelle quali il sasso, adagiato all’interno di un attrezzo di corda e pelle, veniva scagliato dalla forza della rotazione del braccio.

In questo, come negli altri giochi d’abilità e di forza, non solo non eccellevo ma neppure mi cimentavo volentieri. E invidiavo la capacità dei miei amici paesani a giocare a “mmazza e piuze”, con un bastone lungo che percuoteva, lanciandolo lontano con mira precisa, un bastoncello più corto, rastremato alle due estremità, dopo averlo sollevato da terra con un appropriato colpo su una delle punte. Così come invidiavo la loro bravura nel precipitarsi giù sui campi di neve, avendo ai piedi due tavole di legno grezzamente foggiate, o due doghe di botte, e correndo più veloci degli sciatori di città calzati con gli sci di marca accuratamente trattati con la specifica sciolina.

Naturalmente anch’io sciavo, ma senza fare grandi prodezze. Sono arrivato, al massimo della mia carriera di sciatore, a fare dei buoni “spazzaneve” e qualche assaggio di “christiania”. I miei genitori erano bravissimi, invece, specialmente la mamma. A volte affittavamo una slitta trainata da cavalli e salivamo alla Piana dell’Aremogna, dove noi piccoli facevamo campetti e i grandi percorrevano passeggiate di fondo, con le splendide pelli di foca (che qualche volta anch’io adoperai, con notevole fatica e imbarazzo).

Altre gite le facevano in primavera e in autunno. In queste occasioni a un certo punto si apriva una grande tovaglia, sulla quale venivano adagiate grandi frittate di maccheroni (in genere erano sia rosse, con gli spaghetti preliminarmente conditi con la salsa di pomodoro, sia bianche, con gli spaghetti conditi con burro e parmigiano). Una direzione tipica per le gite erano le pendici del Monte Tocco, dove prima delle feste di Natale di andava a raccogliere il vischio parassitariamente abbarbicato sui vecchi alberi del querceto. A volte Raggiungevamo Pietransieri: Un paesino poverissimo, dove la vita scorreva cento anni più antica di quella che si svolgeva nella stazione turistica di Roccaraso, distante pochi chilometri. Pastori, contadini e taglialegna erano i mestieri di questo paese (diventerà presto tragicamente famoso), dove ancora l’eliminazione degli escrementi avveniva vuotando per strada, all’ora serale annunciata dal banditore, i domestici vasi.

Nuovi amori

In quegli anni gli amori, da fantasmi infantili, diventarono sentimenti quasi istituzionalizzati da una sorta di riconoscimento sociale. Ancora infantile era il sentimento che m’ispirava Mimma Chiarini, snella bionda dagli occhi celeste, sorella di Paolo e Carlo (più tardi famoso germanista l’uno, noto architetto l’altro; Mimma sposò Vito Laterza, editore in Bari come suo padre e suo nonno). Pienamente adolescenziale fu l’amore per Annamaria Sepe, sorella anche lei di amici romani, incontrati e conosciuti a Roccaraso con il solito tramite dei genitori. Annamaria, che era amica delle sorelle, ricevette anche, turbata quanto me, un fuggevole bacio. Mi regalò (o sottrassi a qualcuno) una sua fotografia. E mi arrabbiavo molto, fino alle lacrime, quando i miei amici un po’ più grandi, primo fra tutti mio cugino Luigi, mi prendevano in giro. Ancora ricordo quando, dopo una rissa, mi strapparono di tasca la fotografia che, nella colluttazione, finì in un mucchio di patate: “Annamaria tra le patate!” fu l’urlo di guerra, per me profondamente offensivo.

Un ulteriore amore di quel periodo, quando i Sepe partirono per l’Alta Italia, fu per Maria Stella Signorini. Era una bambina più piccola di noi (di me e del cugino Luigi, che insieme a me le faceva la corte). La madre era una donna bellissima, siciliana credo. Il padre Renato faceva (si diceva) deliziose statuette d'oro; ma non era uno scultore, era proprietario di un grande albergo a Via Veneto, il Flora.

Con Maria Stella, e la sua bambinaia inglese, lunghe passeggiate nei prati autunnali raccogliendo crochi viola e bianchi. La rividi qualche mese più tardi a Roma, dove per incontrarla andavo a Piazza di Siena, luogo dei suoi giochi. Non so come, avevo scoperto questa sua abitudine. La sfruttavo, acquistando così un vantaggio rispetto a Luigi. Aspettavo lei (e l’immancabile governante) seduto sul prato, le spalle appoggiato a uno degli alti pini a ombrello, leggendo un libbriccino trafugato dalla biblioteca di zia Irene: Baudelaire, Les Fleurs du mal. Ma questo successe, come dicevo, qualche mese più tardi. A Roccaraso accaddero altri eventi, nuovi e drammatici, inaspettati nel loro svolgimento.

La caduta del fascismo e la fuga dei giovani

A luglio, nel 1943, cadde il fascismo. Mussolini fu chiamato da Vittorio Emanuele III e portato via con un’ambulanza, verso il domicilio coatto dell’Albergo Campo Imperatore, sul Gran Sasso. In tutto il paese furono abbattuti i simboli del fascismo: i fasci, gli emblemi del Duce. All’inizio fu, anche a Roccaraso, una gran festa. Tutti quelli che avevano ascoltato Radio Londra clandestinamente, con le radioline a galena, uscirono trionfanti e diventarono dei leader. Si discuteva di politica. Parole inusitate (come Partito d’Azione, socialisti e comunisti, Comitato di liberazione nazionale) entrarono nel nostro linguaggio.

Nel frattempo, sulle montagne e sugli altipiani era cominciata (e si sviluppo in modo consistente dopo l’8 settembre e il tentativo dell’Italia di uscire dalla guerra) un’azione clandestina di soccorso ai paracadutisti atterrati dagli aerei abbattuti, ai prigionieri inglesi e americani evasi dai campi di concentramento, ai primi partigiani che nelle boscaglie dell’Abruzzo s’erano arroccati. Ci fu, probabilmente, anche qualche colpo di mano contro i militi fascisti o le scarse truppe tedesche. Cominciarono le rappresaglie. Come sapemmo più tardi Pietransieri, colpevole d’aver dato asilo a prigionieri e partigiani, fu distrutta, la popolazione trucidata.

I giovani e gli uomini adulti erano fuggiti suoi monti. Ogni tanto, pattuglie tedesche guidate da qualche fascista immarcescibile facevano rapidi rastrellamenti. Ma una volta l’azione avvenne in grande stile. La ricordo ancora, con precisione.

Rastrellamenti e nascondigli

Ci eravamo appena seduti a tavola. A casa nostra si era preparata una splendida minestra di pasta e fagioli, con le cotiche di maiale. Mangiavano con noi i Santasilia. Papà e Gino Santasilia, dopo un periodo di permanenza alla macchia erano tornati alla base: avevano entrambi assolto gli obblighi militari, credevano d’essere al sicuro. Arrivano in paese due camion tedeschi, da cui scendono correndo pattuglie di SS, brandendo mitra minacciosi, con i cinturoni guarniti di bombe a mano. Una pattuglia salì correndo le scale, irruppe nella nostra casa. Eravamo tutti atterriti. Mia mamma andò incontro agli SS e, parlando in tedesco, con grande tranquillità chiese loro se potevano aspettare che avessimo finito di mangiare e che papà avesse potuto preparare la valigia. Questo atteggiamento fugò in noi ogni paura.

La valigia era pronta. Gli uomini furono scortati fuori, in piazza. Alcuni camion li portarono via, nella direzione di Rivisondoli, Sulmona, Roma, il Nord. Il giorno dopo sapemmo che non li avevano portati al Nord: si erano fermati a Rivisondoli. Le SS li avevano affidati alla milizia territoriale tedesca, a un corpo del Genio. Erano accantonati un una scuola, dormivano per terra su mucchi di paglia. Dovevano scavare trincee.

Trascorsi alcuni giorni alcuni cominciarono ad avanzare ragioni e pretesti per essere esentati da quella corvée. Il primo fu mio zio Franz Carignani: aveva l’ernia. Con lui tornò a casa Enzo Strongoli. Poi a papà fu riconosciuto un vizio cardiaco. In realtà non producevano molto. Non che battessero la fiacca, ma come manovali non valevano un gran che. Solo Gino Santasilia rimase lì, a Rivisondoli e nei dintorni, a scavar trincee contro le armate degli Alleati. Il lavoro lo prendeva sul serio, ci dava dentro con energia.

La vita proseguì. Continuarono le gite, Luigi ad io accompagnavamo Maria Stella a raccogliere crochi, con la governante inglese. Il cibo non mancava. Mammà aveva barattato un paio di stivali da cavallo con mezzo maiale. Fu grande festa e gran lavoro quando fu macellato, quando le carni e le frattaglie furono trasformate in salsicce, lardo, prosciutto, sugna colata nelle vesciche e nei barattoli. E poi c’erano le patate, i fagioli, certi mastelli di marmellata di paese (alla quale attingevamo di nascosto, le sorelle ed io, intingendo indice e medio appaiati nel mastello). Finché non fummo sfollati: non deportati come accadde, in quegli anni, in tanti altri luoghi, ma sfollati, forzosamente. Cacciati da Roccaraso, che doveva essere rasa al suolo.

Cacciati verso Roma

Un giorno arrivarono di nuovo le SS. Questa volta il messaggio era diverso. Tutti gli abitanti di Roccaraso dovevano andar via in due giorni. Avrebbero potuto portare con sé una valigia a testa. Autobus e camion requisiti dai tedeschi li avrebbero portati via, non si sapeva dove.

L’evento fu traumatico. In due giorni bisognava decidere e fare. Si decise di privilegiare la sussistenza: poiché non si sapeva dove i tedeschi ci avrebbero trascinati, si decise di riempire le valigie di cibi. Il resto, in un’accorta operazione notturna, fu nascosto. Gli uomini avevano scoperto, sotto la cantina della Rocca, scavata nella roccia, un’ulteriore cavità, raggiungibile dalla cantina con una botola. Lì furono nascoste le ricchezze nostre, e delle famiglie amiche. Anche una parte consistente del tesoro della chiesa. Nella cavità sotto la cantina fu poi scavata un’ulteriore buca, dove furono nascosti i gioielli: all’ultimo minuto mammà tirò fuori i suoi, non si sentiva di abbandonarli. La buca dei gioielli, il pavimento della cantina furono cementati: entrambi i pavimenti furono rifatti e sporcati con polvere di carbone.

I gioielli di mia mamma furono dissimulati all’interno di grandi gomitoli di lana di pecora, con i quali mammà lavorava

Gli autobus targati Roma che i tedeschi avevano requisito vennero puntuali a prelevarci. Passando con le nostre valigie tra sue file di militari con i mitra puntati fummo caricati e partimmo, per destinazione ignota. Il viaggio non dovette essere traumatico, visto che non ne ricordo nulla. Ricordo solo che ci scaricarono a Sulmona, accampati in una scuola. Quanto tempo saremmo rimasti lì? Nessuno poteva immaginarlo.

Nonna Sara stava a Roma. Come vedova di un ex ministro della guerra aveva ancora dei privilegi, e delle conoscenze. Riuscì ad ottenere che un’automobile del ministero, con autista, venisse a prelevarci a Sulmona. Con le nostre valigie piene di carne di porco un viaggio di molte ore ci portò a Roma. Tutti, eccetto papà: lui e Gino Santasilia erano rimasti a Sulmona, a trenta chilometri dai nostri beni sepolti nella rocca, pronti a tornare lì e recuperarli quando la tempesta fosse passata.

Miseria e nobiltà

Arrivammo a Roma che doveva esser passata almeno una settimana dall’esodo forzoso da Roccaraso. Faceva evidentemente già caldo, perché i resti del mezzo maiale barattato contro un paio di stivali, e lungamente lavorato, erano marciti: si dovette buttare tutto.

Ci sistemammo, non male, a casa di Nonna Sara: il primo villino di via Giambattista Vico, affacciata su Piazzale Flaminio. La nonna aveva ricavato un appartamentino tutto per noi. Il bagno era separato dalla stanza di stiro da una tramezza vetrata. Stavo nella vasca quando, pochi mesi dopo il nostro arrivo a Roma, improvvisamente arrivò papà, con sei o sette sacchi di stracci: erano tutto ciò che era rimasto del nostro patrimonio domestico, dei corredi di nozze e dei regali accumulati. Scoppiò irrefrenabile il pianto della mamma.

Poi papà ci raccontò. I tedeschi avevano raso al suolo Roccaraso (ecco la nuova ragione del toponimo) per fare terra bruciata su di un probabile direttrice dell’avanzata delle truppe alleate. Ma prima avevano cercato i tesori, che certamente le famiglie abbienti avevano dovuto lasciare. Sette giorni di ricerche e di sondaggi avevano impiegato. Poi, alla fine, forse aiutati dalla spiata di qualche roccolano, avevano scoperto le cantine murate. Tutto avevano portato via: compreso l’autografo del Bollettino della Vittoria. Erano rimasti solo i sacchi di stracci, accuratamente raccolti e portati a casa da papà. Eravamo diventati quasi poveri. Ancora non sapevamo che nella villa di Ottaviano, dove erano stati depositati i mobili, i quadri, i tappeti (l’altra parte del patrimonio domestico) erano state accantonate le truppe marocchine che con gli alleati risalivano lo stivale. Faceva freddo, non c’era di meglio per riscaldarsi che bruciare quella legna stagionata. Così finirono le suppellettili della casa del Corso. Così finirono i nostri beni.

La nostra vita cambiò di nuovo. Ripresi gli studi regolari: prima al Collegio San Giuseppe Demerode, a piazza di Spagna, poi al Ginnasio Liceo Tasso, di grande fama. Al Demerode mi ricordo un singolare episodio di convivenza conflittuale. Tra gli studenti interni c’era un ragazzo che si chiamava Zamboni: in realtà era un ragazzo ebreo, il cui nome (forse Zabban) era così camuffato per nasconderlo ai fascisti. Lo sapevamo tutti. Lo sapeva anche un ragazzino fascista che, a causa del suo essere fascista, veniva rincorso e svillaneggiato nelle ore di ricreazione. Non fece mai la spia. Del Tasso mi ricordo l’amicizia con un ragazzino molto intelligente, amante della musica classica e della letteratura, figlio del chirurgo Cerletti. Ricordo anche un’atmosfera di sommesso antifascismo, che trapelava dalle lezioni di qualche nostro maestro.

Due benefattori

Nutrirci era diventato difficile, e anche coprirci. Ricordo due risorse che si rivelarono essenziali, una in alto e una in basso nella gerarchia sociale, ma entrambe preziose: il Cardinale Maglione di Casoria e Maria Ruocco di Venafro.

Il Cardinale Maglione era Segretario di Stato del Vaticano. Era molto influente. Tra l’altro, era l’uomo che aveva imbastito e concluso i Patti Lateranensi, che avevano assicurato la convivenza, e nella sostanza l’alleanza, tra Fascismo e Vaticano. Era un uomo potente. Era nato a Casoria, nel paese d’origine della mia famiglia. Papà lo conosceva bene: era un vecchio amico di famiglia. Tramite suo fu concesso a papà di andare talvolta ad approvvigionassi allo spaccio del Vaticano: alcuni bellissimi tagli di stoffa, zucchero, torroncini di fichi secchi, sigarette, a volte qualche tavoletta di cioccolata: tutto questo costituiva il dono che, di tanto in tanto, arrivava grazie all’intercessione del Cardinale Maglione.

Maria Ruocco era la moglie, sfiancata dalla fatica e dai parti, di un manovale di Venafro che aveva lavorato con papà quando l’impresa svolgeva un appalto di strade e ponti in quella zona. Era arrivata a Roma con i figli, il marito era sperduto in qualche fronte della guerra. Mammà la incontrò accampata in una scuola dove si raccoglievano gli sfollati poveri, che le buone signore per bene assistevano. Non sapeva dove andare. Nella casa di via Giambattista Vico c’erano delle stanze nello scantinato dove Maria con i suoi figli (uno dei quali lattante) furono sistemati. Maria ogni tanto andava in campagna, dai contadini, a scambiare merci cittadine (o soldi) con olio, farina, a volte carne, uova: era la “borsa nera”. Una parte di queste merci preziose venivano da noi, contribuivano a nutrirci. Ancora più prezioso diventò l’aiuto di Maria quando arrivarono gli americani, e la borsa nera divampò con ricchezza.

Piccoli tesori della casa della nonna

La casa della nonna era una miniera di oggetti e di ricordi. Adoperavo spesso la scrivania a calatoia che era stata di nonno Armando: nei cassettini c’erano ancora i suoi pennini, fermagli, francobolli, monetine, piccoli blocchetti riempiti di appunti. C’era uno strano accendino, costruito con due bossoli di proiettile, d’ottone. Veniva a darmi ripetizione di matematica il fratello più grande del mio amico Maurizio Lucidi (che poi diventò un regista cinematografico abbastanza noto). Era un giovanottone allampanato, con cravatta e scarpe lucide. L’accendino gli piacque moltissimo. Faceva il gesto: “Signorina, permette che le accenda?”. Non mi ricordo che cosa mi promise purché glielo regalassi, ma resistetti.

In una vetrina (una specie di grande sarcofago di vetro) c’erano i trofei di guerra: le medaglia, le fotografie con il Capo Crow, i regali di Clemenceau e di Wilson, il Collare dell’Annunziata e così via. Sotto, in una cassa foderata di velluto rosso, c’era la sciabola di Maresciallo d’Italia.

Quello che mi piaceva di più, e che mi teneva avvinto per ore, erano i libri di zia Irene: la sorella di mammà che, sposata con l’ingegner Pierino Parisi, aveva lasciato lì parte della sua adolescenza. Così entrai in un mondo nuovo: da Via col Vento alla Saga dei Forsyte, da Cronin a Dos Passos, da Steinbeck a Maurois, cominciai a conoscere la realtà del mondo attraverso i romanzi. Cominciò allora anche il mio amore per la poesia, e il romanticismo. Tra i libri di zia Irene avevo scoperto una serie di minuscoli libriccini, rilegati di stoffe provenzali. I Fleurs du mal, che leggevo per far colpo su Maria Stella, facevano parte di quella serie.

Tra i tesori collocherei Angelina, la vecchia cuoca della nonna. Era di un paesino della Sabina. Cucinava bene, ma soprattutto aveva dei grandi barattoli di vetro sempre pieni di caramelle, che le regalava un suo nipote proprietario d’una drogheria, al paese. Credo che fosse Angelina la produttrice della migliore marmellata d’arance che abbia mai mangiato. Le arance venivano bucherellate, poi stavano per ore e ore sotto un filo d’acqua, nel piccolo acquaio di marmo nel corridoio della cucina. Una volta spurgate dell’amaro più forte venivano tagliate, con la buccia, a striscioline sottili e lungamente cotte con lo zucchero. Era squisita.

Via Rasella dall’hotel Imperiale

Nonna Carmela e zia Giannina, con i miei cugini Carignani, soggiornavano in quel periodo all’Hotel Imperiale, nell’ultimo tratto di Via Veneto verso piazza Barberini. Spesso andavo lì per giocare con Luigi. L’albergo era molto frequentato da ufficiali tedeschi. Un giorno sentimmo un gran botto. Ci affacciammo alla finestra. I tedeschi andavano di corsa verso piazza Barberini, alcuni seguiti da cani lupi; motociclette con sidecar arrivavano e ripartivano. Tutto quel chiasso ci stupì. Più tardi sapemmo che a via Rasella, una traversa di piazza Barberini, i partigiani avevano fatto esplodere una bomba al passaggio d’un plotone di soldati nazisti.

Dopo uno o due giorni la tragedia esplose in molte famiglie: si sparse subito la voce della rappresaglia. Per ogni tedesco ucciso i nazisti avevano ammazzato dieci prigionieri prelevati in fretta e furia, più qualcuno per aggiungere peso alla minaccia. Anche i miei genitori avevano amici a Regina Coeli o nella tremenda prigione di Via Tasso. Mia mamma era andata qualche volta in quest’ultima prigione, camera di tortura delle SS (come si seppe dopo), a cercare notizie di Filippo di Montezemolo, suo amico, ufficiale monarchico antifascista, arrestato e torturato. E’ uno di quelli che furono trucidati, all’indomani dell’attentato, prima del proclama, pubblicato con evidenza sul Messaggero, con cui si intimava agli attentatori di autodenunciarsi, minacciando di fare ciò che era già stato consumato.

L’arrivo degli alleati

Era giugno. L’aria era tiepida, le finestre aperte. Quelle della casa della nonna davano su piazzale Flaminio; erano al primo piano. C’era attesa. Da tempo si diceva che gli Alleati, bloccati a Nettuno da mesi, sarebbero entrati a Roma stasera, no, domani, no, fra una settimana al massimo. Avevamo sentito colonne di camion tedeschi andare verso la Flaminia, attraversando il piazzale oppure scorrendo dal lungotevere. Poi, un lungo silenzio. Si cominciò a veder arrivare dal viale del Muro Torto una fila di soldati diversi, con gli elmetti a padella rovesciata: inglesi o australiani. Alcune camionette con la stella bianca (americani) arrivarono da Piazza del Popolo, quando un camion tedesco scese all’impazzata da Villa Borghese. Un ritardatario. Scoppi, raffiche: una scaramuccia proprio sotto casa. Ci fecero buttare per terra, dietro il avanzale.

La mattina dopo, gli alleati erano entrati a Roma, l’avevano liberata. Tripudio. Ricordo la folla a piazza del Popolo che assaliva le jeep e i camion con la stella bianca cerchiata, abbracciava i soldati in uniforme cachi che buttavano sigarette e razioni di guerra.

La carestia era finita. Gli Alleati portavano ogni ben di Dio. Le prime cibarie con cui festeggiammo la fine della fame erano delle scatolette incerate, di cartone verdognolo, nelle quali c’erano scatolette di ham and eggs, minestre in polvere, tavolette di cioccolata, pacchettini di sigarette: erano la quotidiana razione di guerra, di cui i soldati, giunti nella grande città, si liberavano senza rimpianto. Poi cominciarono le porzioni più grosse. Le scatole di minestra di piselli secchi in polvere diventò il cibo più diffuso: la pea soup divenne un sapore ricorrente: interessante all’inizio (sfamava, ed era diverso) insopportabile dopo alcuni mesi.

Cominciai a fumare, di nascosto. Sigarette, cioccolata e liquori erano i prodotti più diffusi alla borsa nera. E Maria di Venafro, con i suoi numerosi figli, era ben inserita nel commercio clandestino. Le novità erano i sapori, ma anche le confezioni: c’erano decine e decine di tipi diversi di pacchetti di sigarette, americane inglesi australiane francesi indiane. Mio cugino Luigi ed io ne facevamo collezione, raccogliendole per strada.

Appare la politica

Nel linguaggio corrente entrò la politica. C’era stata la breve stagione tra la caduta del fascismo e l’8 settembre 1943, poi l’occupazione tedesca aveva rigettato la politica nella clandestinità, e la preoccupazione dominante era divenuta la sopravvivenza. L’unica abitudine “politica” era l’ascolto clandestino di Radio Londra, che trasmetteva strani messaggi in cifra, comprensibili solo agli oscuri militanti della lotta antifascista, e dava notizie sui fronti di guerra: a noi, ovviamente, interessava la lenta risalita dal sud dell’esercito alleato.

Dopo l’arrivo delle truppe alleate scoprii che la politica era vicina: mio cugino Alberto (il fratello maggiore di Luigi) era nella Resistenza come liberale o azionista, non ricordo. I miei genitori erano vicini ad esponenti della clandestinità antifascista monarchica. Ma papà diventò (o si scoprì) socialdemocratico: cominciò a partecipare alle riunioni, le assemblee, i comizi. Peppino Galasso mi raccontò molti anni dopo (quando lo conobbi come ministro per i Beni culturali) che mio padre era stato il primo che l’aveva avvicinato alla politica, portandolo al Teatro Eliseo ad una manifestazione alla quale partecipavano Togliatti e Nenni, Ruini e De Gasperi.

Ma per noi ragazzi la politica restava una cosa estranea, lontana. Non ne capivamo nulla. Non coglievamo il fermento che agitava la Capitale, in quei mesi che separarono il giugno del 1944 (la liberazione di Roma, ad opera dell’armata alleata) dall’aprile 1945 (la liberazione, ad opera dei partigiano del Comitato di liberazione italiana). A Roma, del resto, la mia famiglia ci rimase poco: appena fu possibile tornammo a Napoli, dove erano la nostra casa, i nostri averi residui, l’impresa di papà.

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