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Edoardo Salzano
20101200 Paesaggi rinnegati (prefazione)
5 Dicembre 2010
Articoli e saggi
La prefazione al libro di Giorgio Todde, Il Noce. Paesaggi rinnegati, Maestrale, Cagliari 2010. Parole chiave: bellezza, sviluppismo, valorizzazione, metrocubismo, sindaci, tecnici, conservazione, vincolo

Non conoscevo Giorgio Todde quando Renato Soru mi chiese di far parte del comitato scientifico per il piano paesaggistico regionale. Mi colpì molto il clima che respirai già al primo incontro. Oltre ai miei amici urbanisti c’era un gruppo di persone che esprimeva altri saperi e altri punti di vista sulla Sardegna: l’antropologo Giulio Angioni, il botanico Ignazio Camarda, il naturalista Helmut Schenk, l’archeologo Raimondo Zucca e lo scrittore Giorgio Todde. Avevano un pensiero in comune, che fu espresso da Renato Soru con parole che ancora ricordo:

«Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. La “valorizzazione” non ci interessa affatto. Il primo principio è: non tocchiamo nulla di ciò che è venuto bene. Poi ripuliamo e correggiamo quello che non va bene. Rendiamoci conto degli effetti degli interventi sbagliati: abbiamo costruito nuovi villaggi e abbiamo svuotato i paesi che c’erano; abbiamo costruito villaggi fantasmi, e abbiamo resi fantasmi i villaggi vivi».

Parole che mi colpirono. Erano il frutto di una cultura fondata sulla consapevolezza dello spessore e del valore della propria storia e del proprio territorio. Di quella cultura Giorgio Todde è apparso ai miei occhi l’espressione più limpida, quando, stimolato dall’urbanista Filippo Ciccone, cominciai a leggere i suoi pezzi fulminanti su la Nuova Sardegna. Eccoli qui raccolti in un libro, aperto da una stimolante introduzione dell’autoree concluso dal racconto dell’Affaire Tuvixeddu: documenti impervi (tra i quali Todde aiuta a districarsi) d’un conflitto che è la metafora delle vicende dalle quali è tessuta la storia contemporanea dei “paesaggi rinnegati”.

Il conflitto nel quale vive la bellissima Isola (e la Penisola di cui è regione) potrebbe apparire a prima vista quello tra passato e futuro, tra conservazione e trasformazione, tra nostalgia e speranza. Todde rivela subito come stano le cose per lui. Il movente della sua scrittura è il dolore per una condizione molto concreta: noi siamo lo spazio che occupiamo, «e se lo spazio nel quale ci muoviamo si ammala, ci ammaliamo anche noi». Il dolore «non nasce da una nostalgia lacrimosa del “come eravamo” senza azioni e pensiero conseguenti […] ma dalla rabbia e dal dispetto per ciò che abbiamo perduto e dall’angoscia di perdere il bello che ci resta». Nasce dalla consapevolezza piena del valore delle qualità di bellezza, armonia, equilibrio che natura e storia hanno costruito nei millenni in quei paesaggi, e dall’acuta percezione del danno che il prevalere di logiche diverse hanno imposto con le loro trasformazioni.

«Non abbiamo nostalgia del pozzo nero o dell’asinello in cucina. No. É che per costruire in cesso in casa abbiamo distrutto la casa», dice Todde riprendendo le parole che pronunziava «nei primi anni sessanta il vecchio capomastro di un paesino mentre demoliva una bella e grande abitazione di paglia e fango per erigerne un’altra di “blocchetti”. E per non avere l’asino in cucina abbiamo abolito anche gli asini». Altri asini sono subentrati e altri cessi più grandi e diffusi hanno costruito, ma su questo torneremo.

Ci sono parole che ritornano nelle pagine del libro. Sassolini in un percorso nel bosco. La prima è bellezza. É la bellezza del creato, la natura intatta, il segno del divino nella forma del territorio (nei suoi colori, i suoi suoni e i suoi silenzi), il primo e primordiale dei beni che all’uomo sono concessi nell’Isola. Anzi, erano concessi, prima che gli alieni la colonizzassero. Prima che fosse travolta e cancellata quella «filosofia del costruire» che esisteva nell’isola, grazie alla quale «i paesi erano in equilibrio con la terra, erano costruiti con i materiali della terra su cui sorgevano e perciò assomigliavano alla terra, ne riproducevano i colori e perfino l’odore».

A quella filosofia un’altra si è sostituita: quella che Todde definisce sviluppismo (ecco un’altra parola chiave). Lo sviluppismo è «una forma malata dello sviluppo economico», «una forma degenerativa della modernizzazione», la «frangia guasta dello sviluppo». Utilizza speciali operatori, che a un certo punto della storia dell’Isola «sono apparsi in giacca e cravatta: gli sviluppisti». Per essi, «le due parole “intatto” e “arretrato” significano la stessa cosa. Ciò che è intatto è superato, vecchio. Per loro la civilizzazione consiste nel consumare il creato immacolato che è solo uno strumento della crescita, la loro».

La sviluppite è una malattia contagiosa: un’epidemia. E come molte malattie «è democratica e non fa distinzioni. Così colpisce maschi e femmine, ricchi e poveri, individui di destra e di sinistra senza dimenticare quelli di centro».

Todde ama in modo particolarmente intenso la sua isola. Questo lo induce a compiere qualche errore. Sostiene che «ogni società ha un suo sviluppismo endemico più o meno silente» e attribuisce solo alla Sardegna «uno sviluppismo maligno: una forma di autolesionismo grave che arriva alla svendita di sé e del proprio mondo». Non è così purtroppo. Lo sviluppismo maligno un male che sta soffocando l’Italia, che ha invaso ogni regione e ogni città e paese perché ha invaso – prima dei territori – le teste degli italiani. Se c’è anzi una particolarità della Sardegna è che qui la peste dello sviluppismo, e la constatazione dei danni che esso provoca, ha generato una reazione più forte che in altre parti d’Italia. Se è vero che dall’iniziativa di un gruppo di persone che sapevano alzare i propri occhi dall’orrendo pasto che gli alieni stavano compiendo sulle loro coste ha potuto iniziare, con Renato Soru, una riscossa, e produrre quella politica di salvaguardia delle coste (le più minacciate e corrose) che doveva, e dovrà, estendersi all’intero territorio isolano.

La parola sviluppismo si collega ad altre due sulle quali è utile richiamare l’attenzione: valorizzazione e metro cubismo.

La valorizzazione, sostiene Todde, ha un effetto distruttivo, perché consiste «nel togliere il sangue al territorio sino a renderlo esausto e privo di ogni valore». Come tante altre parole, anche “valorizzazione” è stata deformata e piegata, dal suo significato originario e utilizzata a un unico fine: quello economico. Poiché valore, in sé, è una parola ricchissima di significati: esprime l’insieme delle qualità positive di un soggetto o un oggetto. Hanno valore l’amicizia e l’amore, ha valore la nostra storia e il nostro futuro di esseri umani, ha valore il sacrificarsi per qualcosa in cui si crede e per qualcuno che si ama, hanno valore la poesia e la pittura come espressione della propria anima e comunicazione dei propri sentimenti.

Valorizzare significa dunque mettere in luce l’uno o l’altro di questi “valori”. Oggi significa invece unicamente “attribuire valore economico a qualcosa”, cioè trasformare in merce (ossia qualcosa di fungibile, scambiabile, monetizzabile, distruggibile per farne un’altra merce) un bene (ossia qualcosa che ha un valore di per sé, per l’uso che ne può fare l’uomo). Il fatto è che dalla testa degli economisti, e dal funzionamento del sistema economico-sociale, è scomparso il valor d’uso, che vorrebbe esprimere l’utilità di un bene per il soggetto che lo adopera, e tutto si è ridotto al valore di scambio.

Il territorio può essere ridotto a “merce” (da quel “bene” che è) mediante l’operazione implicita nell’altra delle due parole tra loro connesse: metrocubismo. Il metrocubo di cemento e mattoni, il volume edilizio è infatti l’unico valore che l’ideologia corrente riconosce al territorio. Altro che paesaggio, che intreccio di storia e natura, altro che identità e bellezza, ciò che conta è attribuirgli una capacità edificatoria. Si arriva al punto di parlare di “vocazione edificatoria” del suolo, come che la crosta del nostro pianeta avesse come destino intrinsecamente legato alla sua essenza quello di essere maneggiato dai cementifica tori, dagli “operatori immobiliari”.

Già, ecco apparire i colpevoli della valorizzazione metro cubica. Gli “operatori immobiliari”, quelli che stanno seppellendo sotto la “repellente crosta di cemento e asfalto”, direbbe Antonio Cederna, gran parte delle coste intatte della Sardegna prima della “legge salva coste” di Soru e, ancora oggi, i luoghi più belli e sacri, patrimoni storici tramandati nei secoli: come il colle di Tuvixeddu-Tuvumannu, amorosamente difeso e rigorosamente documentato nelle tappe della sua vicenda negli scritti raccolti alla fine del libro.

Alle parole del disastro non può mancare la parola turismo. Riecheggia spesso nelle pagine del libro. Il turista, generalmente visibile in branchi, è un agente della distruzione ma ne è anche la l’alibi e la vittima. É il veicolo della nuova identità finta che si sostituisce a quella vera: è fatta di plastica, non di pietre e di sangue. Il suo habitat è rappresentato dall’hotel Cala di Volpe; un monumento che ancora pochi riescono a individuare come il più ributtante degli ecomostri. «Il ponticello irreale, il canale veneziano, le acque ferme, lo stile falso “rustico”, la patina di “anticatura”, il prato e molte altre caratteristiche costruttive, grandi e minuscole», ecco alcuni degli elementi che fanno di Cala di Volpe una testimonianza utile. «Cala di Volpe è un “falso naturale”, una simulazione. E la sua artificialità ne fa un luogo simbolico della finzione. Rappresenta bene la vicenda melanconica di una nuova Disneyland». Cala di Volpe rappresenta splendidamente la mostruosa idea di bellezza “ispirata” al passato che domina nel mondo degli “uomini impagliati” e li induce a cancellare la natura sotto una coltre di camere d’albergo e di annessi.

Come hanno fatto i cementificatori dell’immobiliarismo a sbarcare sulle coste dell’Isola, ad arrampicarsi sui suoi costoni, a far scempio degli antichi paesaggi trasformando la ricchezza della natura e della storia in soldi da esportare nelle loro banche? I traditori stavano dentro le mura. Chi ha aperto le porte ai barbari sono stati quelli che avrebbero dovuto, per loro missione, capeggiare i difensori assediati. Gli accenti più feroci (e al tempo stesso più addolorati) Todde li rivolge ai sindaci.

«Nei nostri comuni con vista sul mare si moltiplicano piccoli sindaci manager. Se il sindaco di un paese concupito dai costruttori è, oppure è stato lui stesso costruttore, allora quel sindaco è in una condizione di conflitto. Diventa un sindaco ossimoro, un ossimoro che governa e contiene in sé due princìpi opposti. Deve, questo sindaco d’impresa, decidere cosa è meglio per il proprio paese. Però sentirà il richiamo della propria visione metrocubica del mondo. Se le cose stanno così, c’è poco da fare. E difatti «molti angoli della nostra isola non riescono più a proteggersi anche perché alcuni suoi borgomastri sviluppisti considerano l’attività politica molto simile a quella immobiliare, e le confondono. Tutt’e due attività lecite, s’intende. Lecite ma in conflitto».

Esemplare di ciò che è accaduto è un paese che rappresenta tutta la Sardegna dei paesaggi rinnegati: San Teodoro, sulla costa orientale, poco più a nord dell’ancora intatta Orosei. «San Teodoro, dati del 2001, era composto da 1260 famiglie e in un territorio piccolo possedeva 9587 case. Otto case circa per famiglia. Un mostro venuto su negli anni ’90. E in dieci anni abbiamo perso San Teodoro che non era solo dei santeodorini i quali hanno scelto di affogare se stessi, ma anche noi, nel cemento».

Insieme ai sindaci, i tecnici. Spesso coincidono. A San Teodoro, ad esempio, «il sindaco è geometra. Su quattro assessori che compongono la Giunta due sono geometri. Il candidato sindaco sconfitto alle elezioni di cinque anni fa era anche lui un geometra. Nel Consiglio comunale di San Teodoro, composto da quindici consiglieri, sedevano tre geometri. Nessuno che abbia alleggerito il carico di metri cubi sul sistema delle acque, anzi». Con i geometri, gli architetti, che troppo spesso «hanno prodotto segni che hanno contaminato la costa e lo hanno fatto con violenza e presunzione. Hanno ripetuto tardivamente errori già fatti nel costruire in natura. Hanno alterato il paesaggio nei suoi aspetti più fragili e sacri, hanno svillaneggiato il genio del luogo. Con l’aggravante che deriva dall’essere dotati di intelletto e sensibilità sufficienti per capire che l’unica soluzione per quei luoghi era il non fare».

Sviluppismo, valorizzazione, metricubi, turismo, sindaci: il disastro è fatto.

«Se il sindaco sviluppista di Olbia, quello di Teulada che conta nel suo astrolabio le stelle dei futuri alberghi, il sindaco edile di San Teodoro, quello di Arbus e della sua costa rosticceria, quello di Palau che, travolto dai metri cubi, murerà perfino se stesso, se il sindaco di Villasimius perso in un labirinto di mattoni, o se i nostri sindaci d’impresa utilizzano la parola “valore” allora la terra trema, la costa e le rive tremano e si sentono perdute. Addio pace e innocenza».

Tuttavia il male è più profondo, viene dalla società: «i sindaci sono scelti democraticamente e rappresentano, come un calco in gesso, le società che li esprimono e che, si vede, volevano proprio un governo dell’edilizia». Il punto è proprio questo. Viviamo in una società malata. Una società nella quale, secondo un percorso in atto da qualche secolo, l’io ha prevalso sul noi e lo ha schiacciato, il presente ha cancellato il futuro e il passato. Ciò che ha senso se vissuto come patrimonio di tutti (qualcosa di cui godere ma da tramandare ai posteri, così come lo si è ricevuto dagli avi) viene sistematicamente ridotto a merce: appropriato, recintato, iscritto al catasto come mio, soggetto alla mia jus utendi et abutendi.

É inevitabile che il territorio rappresenti questa sconfitta. É allora necessario che diventi anche il luogo nel quale si tenta la rivincita. Questa è possibile unicamente se qualcuno si rifiuta di entrare nel cerchio degli uomini impagliati, descritti da Thomas E. Eliot:

Siamo gli uomini vuoti

Siamo gli uomini impagliati

Che appoggiano l'un l'altro

La testa piena di paglia. Ahimè!

Le nostre voci secche, quando noi

Insieme mormoriamo

Sono quiete e senza senso

Come vento nell'erba rinsecchita

O come zampe di topo sopra vetri infranti

Nella nostra arida cantina.

Il libro di Giorgio Todde è rivolto a questi uomini, agli uomini (maschi e femmine) che abbiano resistito agli impagliatori di teste e vogliono restare lucidi per poter conservare la bellezza. Questi uomini stanno combattendo ancora. Un terreno di lotta è quella di cui parla l’ultima parte del libro, la vicenda del colle di Tuvixeddu-Tuvomannu. La grande necropoli dei fenici, dei punici e dei romani, inglobata nello sviluppo edilizio di Cagliari, è la metafora del conflitto tra chi vuole difendere ciò che vale e chi vuole impossessarsi dei patrimoni comuni per trasformarli in moneta. Un conflitto che è in corso in tutta l’Isola (e in tutt’Italia), ma qui emana un particolare sgradevole odore.

É una vicenda nella quale emergono, con forza scandalosa, l’incapacità della cultura accademica a comprendere e a contrastare i delitti contro il bene di tutti, la complicità del potere politico nei confronti degli interessi economici legati al mattone, la trepida acquiescenza di quegli stessi servitori pubblici cui la collettività ha assegnato il compito di difendere l’interesse generale.

Componenti rilevanti della cultura, della politica locale e dell’amministrazione statale hanno infatti dimostrato (le carte raccolte da Todde lo testimoniano) di voler favorire a ogni costo, anche a costo della menzogna, chi voleva distruggere storia e bellezza per costruire la propria ricchezza. Quando hanno voluto sembrare neutrali hanno scelto di patteggiare con chi voleva guastare irrimediabilmente quel monumento in un grande condominio edilizio anche quando era possibile vincere. Quando hanno rinunciato all’ipocrisia hanno brindato con l’autore della distruzione.

Fortunatamente è anche da quei medesimi corpi (la cultura, la politica, l’amministrazione pubblica) che sono nate le reazioni allo scempio: la sua denuncia, l’azione di vincolo, la resistenza nei fori del diritto e in quelli dell’opinione pubblica. É grazie a questa resistenza che possiamo parlare, ancora oggi, di un conflitto e non una guerra perduta. É ancora possibile salvare quel colle e farlo rinascere.

La vicenda di Tuvixeddu-Tuvumanno mi ricorda quella dell’Appia antica a Roma. Lì un vasto comprensorio, ricco di tombe, stadi e mausolei, ville e terme veniva dissipato giorno per giorno per effetto d’una strisciante privatizzazione, seguendo le classiche tappe della recinzione e dell’edificazione. La denuncia appassionata d’un archeologo divenuto urbanista, Antonio Cederna, raccolta da un’opinione pubblica vigile (anche lì, come a Tuvixeddu, c’era Italia Nostra), provocò la correzione di un piano regolatore ambiguo e permissivo da parte di un ministro avveduto, Giacomo Mancini. Fu apposto un vincolo, fu allertato l’interesse degli organismi della tutela, fu avviata la costituzione di un parco, furono cancellate le proposte d’infrastrutture che avrebbero snaturato il paesaggio.

La cultura urbanistica proseguì il ragionamento su quel patrimonio. Ne mise in evidenza la continuità con aree preziose che legavano quel comprensorio al centro della città, all’area dei Fori. Seppe proporre soluzioni intelligenti e ardite. Un sindaco intelligente e coraggioso, Luigi Petroselli, le raccolse. Ne nacque un grande progetto, che avrebbe condotto a ricostruire – più ancora che la forma – il funzionamento della città attorno a quei preziosi patrimoni dell’umanità. Il percorso era idealmente compiuto: dalla denuncia si arrivò al vincolo, dal vincolo si giunse al progetto di città. Poi i tempi cambiarono. Il progetto è rimasto fermo (con esso, fortunatamente, il vincolo), ma l’insegnamento è vivo, come la speranza.

Il percorso completo dovrebbe portare dalla denuncia di una manomissione alla realizzazione di un progetto che ponga in primo piano la riscoperta e il godimento rispettoso di un paesaggio che si vorrebbe distruggere. I passaggi necessari sono quelli del vincolo sul bene e del progetto urbanistico, dove per urbanistico non si intende solo il disegno della conformazione fisica, ma anche l’insieme delle scelte che determinano il ruolo del bene protetto nei confronti della città e del territorio, e della società che li abita della sua fruizione.

Io credo che è in questa direzione che il lavoro iniziato da Giorgio Todde con questo suo libro dovrebbe continuare. Se volessi proseguire la lettura de Il Noce ragionando sulle parole che indicano cose positive, oltre a “intatto” e “bellezza” ne troverei altre due: “conservazione” e “vincolo”.

Sono due parole decisive per chi soffre a causa di ciò vede quotidianamente: la distruzione di tutto ciò che vale in nome d’un solo “valore”, gli affari, la ricchezza individuale espressa in termini di moneta (l’unica “merce” che non è un “bene”: che non ha valore di per sé, ma solo per il potere che può procurare).

Ma la difesa di quello che c’è in nome del divieto di ogni trasformazione è un argine che non tiene a lungo. La trasformazione fa parte della vita. E per millenni si è trasformato il mondo migliorandolo (non sempre, ma spesso). E il paesaggio quale oggi lo ammiriamo e ne godiamo è il prodotto dell’applicazione del lavoro e della cultura dell’uomo alla natura: è il prodotto della collaborazione tra natura e storia (Emilio Sereni e Piero Bevilacqua sono due degli autori che a molti hanno insegnato parecchio a questo proposito.

Allora il problema non è quello di affermare “qui si conserva tutto quello che c’è”, “qui nessuna trasformazione è consentita”. E non è neppure quello di individuare alcune aree nelle quale quelle due parole, conservazione e vincolo, devono essere le uniche che valgono, recintarle e abbandonare tutto il testo alla trasformazione scriteriata. ma di seguire un percorso più difficile ma più efficace. La soluzione ragionevole, al tempo stesso tutelatrice ed efficace, è quella che la cultura italiana aveva individuato al tempo della “legge Galasso”.

Tutto il territorio è intriso di qualità: naturali, storiche, culturali. Queste qualità sono il prodotto della collaborazione tra natura e storia. In ogni brandello del territorio ci sono elementi da conservare ed elementi suscettibili (o bisognosi) d’essere trasformati. Anche un bosco richiede l’abbattimento di certi suoi alberi e il diradamento di certe sue essenze, e anche la necropoli richiede la manutenzione dei suoi elementi (quindi la trasformazione di ciò che gli eventi del tempo, se lasciati soli, provocherebbero). Anche l’edilizia storica, per rimanere viva, richiede trasformazioni, che siano però coerenti con le regole che hanno guidato nei secoli la sua formazione e le sue trasformazioni organiche.

Una cosa è importante stabilire senza equivoci. Le esigenze della tutela delle qualità (naturali, storiche, culturali) di ogni porzione di territorio hanno la priorità – in termini di valori, in termini di utilizzazioni, in termini di tempo – rispetto a ogni trasformazione. E finché regole saggiamente elaborate e rigorosamente amministrate non rendono possibile raggiungere questo status, difendiamo la conservazione anche generale (e generica), difendiamo il vincolo.

Su questa linea, del resto, è stato elaborato il piano paesaggistico della Sardegna. E su questa linea, sulla base di questi principi dovrebbe lavorare una pianificazione della città e del territorio che sappia cogliere l’insegnamento delle migliori esperienze del passato. Dato il mestiere che faccio, vorrei dire anzi che questo è il terreno proprio dell’urbanistica. Se questo mestiere è diventato oggi, troppo spesso, lo strumento di chi vuole trasformare per cancellare quello che c’è e ridurlo a moneta sonante nelle sue tasche, è perché altrettanto spesso i suoi operatori hanno rinunciato allo spirito critico – che è la premessa di ogni lavoro intellettuale – e hanno subito le volontà di una committenza (i sindaci, quando non addirittura gli operatori immobiliari) orientata alla difesa di interessi privati in contrasto con l‘interesse comune. L’interesse della “comunità larga”, costituita da quanti sono oggi presenti nel pianeta Terra, e da quanti lo saranno in futuro.

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