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Edoardo Salzano
20100700 La città come bene comune. Costruire il futuro partendo dalla storia
23 Ottobre 2011
Articoli e saggi
Il testo che segue è la stesura estesa (luglio 2010) di un saggio scritto per un numero monografico dei quaderni dell’università La Cambre di Bruxelles, dal titolo The right to the CITY as common good, in corso di pubblicazione.



1. IERI.

NASCE IL DIRITTO ALLA CITTÀNELL’ITALIA POST-FASCISTA



Il dopoguerra

Il fascismo, che aveva dominato l’Italia dal 1922 al 1943, e la Seconda guerra mondiale, avevano lasciato all’Italia una pesante eredità: le distruzioni di un conflitto che aveva attraversato l’intero paese, soggiornandovi a lungo; un’economia chiusa, “autarchica” e tendenzialmente autosufficiente, largamente basata su un’agricoltura spesso praticata in forme arcaiche e improduttive. Dopo la Liberazione i principi di libertà, giustizia sociale e democrazia, propri della Resistenza, erano stati assunti a base del nuovo stato. Una nuova democrazia (“democrazia di massa”) aveva sostituito quella prefascista, condizionata dal prevalere dei ceti più ricchi.

Dal 1946 il suffragio universale era stato realizzato nella sua pienezza, estendendo il voto alle donne. Il quadro politico della nuova Repubblica (l’abolizione della monarchia fu determinata da un referendum nel 1946) era fortemente condizionato da partiti che avevano una consistente base popolare. I partiti più ricchi di consenso sociale erano il democristiano (DC), il comunista (PCI) e il socialista (PSI). La DC, a causa del suo substrato cattolico e della sua stessa storia, era l’interprete, oltre che dei ceti borghesi, anche di porzioni consistenti del mondo contadino e dell’artigianato . Il PCI e il PSI esprimevano soprattutto la classe operaia e larghi strati del bracciantato e, nelle regioni centrali, della mezzadria.

Passata la breve fase dell’unità dei partiti antifascisti, dal 1947 anche in Italia aveva prevalso la spaccatura in due schieramenti contrapposti. La maggioranza parlamentare di centro destra era aggregata attorno alla DC; ad essa si opponeva un blocco di forze di sinistra, con una prevalenza del PCI, ampiamente egemonico negli strati intellettuali. Proprietà privata e liberismo economico, fortemente sostenuto dall’assistenza statale, erano i pilastri della politica governativa. Ciò incise pesantemente sul modo in cui avvenne la ricostruzione. L’urbanizzazione era stata pesantemente distrutta dalla guerra.

«Più di tre milioni di vani distrutti o gravemente danneggiati; distrutti un terzo della rete stradale e tre quarti di quella ferroviaria. I danni sono concentrati nel triangolo industriale e nelle grandi città. Particolarmente acuto il problema abitativo che già prima della guerra era assai grave (nel 1931 erano stati rilevati 41,6 milioni di abitanti e 31,7 milioni di stanze). Mentre in molti paesi europei la ricostruzione è stata utilizzata per impostare su basi nuove e razionali i problemi dello sviluppo urbano e territoriale, in Italia, viceversa, è stata utilizzata per far marcia indietro rispetto agli strumenti di cui già si disponeva: con l’alibi – appunto – di “superare rapidamente la fase contingente della ricostruzione dei centri abitati” attraverso dispositivi agili e di emergenza»[1].

La ricostruzione è avvenuta nell’ambito di una politica economica che ha privilegiato soprattutto due settori: l’attività edilizia privata, considerata anche come una utile tappa intermedia per il passaggio della mano d’opera dall’agricoltura, fino ad allora dominante, all’ industria; l’industria manifatturiera, che già aveva solide basi nel capitale industriale del Nord e a cui era affidata la competizione sul mercato internazionale. In questo settore, le cui attività erano concentrate nell’area NordOvest, si puntava soprattutto sulla produzione di beni di consumo durevoli (l’automobile, ma anche gli elettrodomestici). L’agricoltura era stata lasciata, soprattutto nel Mezzogiorno, agli inefficienti rapporti di produzione del passato.

La migrazione dal Sud al Nord, dalle campagne e dai centri minori alle città maggiori, dalle colline e dalle zone interne verso i fondovalle e le coste aveva rimescolato la distribuzione della popolazione sul territorio. La sfrenata attività edilizia aveva trasformato caoticamente la fisionomia delle maggiori città e delle aree costiere. La scelta di politica economica aveva insomma consentito l’ingresso dell’Italia nel mercato mondiale e (grazie al condizionamento esercitato da una forte pressione sindacale e dal carattere popolare dei maggiori partiti) un consistente aumento del benessere e della capacità di spesa delle famiglie; tuttavia aveva provocato anche una estesa devastazione del territorio e gravi fenomeni di congestione, sovraffollamento e disagio nelle città. Questi fenomeni, insieme a un logoramento della formula politica di centro-destra, erano venuti al pettine nella seconda metà degli anni Cinquanta e avevano provocato, sia una presa di coscienza dei guasti provocati e il maturare della necessità di correre ai ripari, sia il formarsi di una nuova alleanza politica.

L’Italia alle soglie degli anni 60

Alla fine degli anni Cinquanta l’Italia era profondamente cambiata. Aveva completato la sua trasformazione: dalla prevalenza dell’agricoltura si era passati decisamente a quella dell’industria. Il reddito medio era aumentato e aumentava la disponibilità ad acquistare i beni di consumo durevoli che l’industria sfornava in grande quantità a prezzi sempre più convenienti.

L’industria era cresciuta, i profitti e l’accumulazione avevano rafforzato i luoghi dove si era concentrato lo sviluppo produttivo: ma il territorio e le città ne avevano pagato duramente il prezzo. La fuga della forza lavoro dal Mezzogiorno, dalle aree interne e collinari dell’Italia centro-meridionale e l’indirizzarsi degli investimenti nelle aree già sviluppate aveva penalizzato le altre. La scelta di privilegiare l’automobile rispetto ai trasporti collettivi aveva reso più grave la congestione delle città. Gli squilibri territoriali cominciavano a essere vissuti come un peso allo sviluppo degli stessi settori avanzati dell’economia.

Erano cambiate decisamente le condizioni della vita delle famiglie. Dai modi, dai ritmi e dai valori del mondo delle campagne si era passati a quelli della città. L’aumento dei redditi e l’incentivo fornito ai consumi individuali durevoli aveva inciso sulla conformazione dei bisogni e dei modi di vita. L’ingresso delle donne in un mondo del lavoro diverso da quello legato all’attività agricola e alla famiglia patriarcale aveva pesantemente mutato il modo in cui si svolgeva la loro vita: le donne, che la propaganda conservatrice avrebbe voluto restassero legate al loro ruolo di “angeli del focolare”, erano ormai condizionate da una nuova vita: Ma in questa si sommavano due lavori: quello nella fabbrica o nell’ufficio, e quello delle mansioni casalinghe, ormai svolte fuori del sistema di benefici fornito dalla famiglia patriarcale.

Le stesse condizioni abitative nelle città erano nuove rispetto a quelle della vita contadina. Nella ricerca di un alloggio si dovevano fare i conti con gli alti valori determinati dalla forte incidenza della rendita fondiaria urbana. La spontaneità lasciata alle forze imprenditoriali mostrava insomma suoi limiti e rendeva evidenti i suoi prezzi. Il sistema economico cominciava a registrare le sue “diseconomie di congestione”, e agli italiani degli anni 60, mentre venivano offerti i benefici dello sviluppo (l’aumento del reddito, la maggiore libertà personale, le più ampie occasioni dì incontro, l’accesso a servizi di livello urbano) venivano imposti i pesi di un modello di vita particolarmente disagiato. Le condizioni di vita nelle periferie urbane e negli slum che accerchiavano le maggiori città cominciavano ad essere l’argomento di film di successo (come quelli di Luchino Visconti e di Pier Paolo Pasolini).

Nel frattempo, mutamenti rilevanti si erano manifestati nel quadro politico. Dopo la sconfitta, nel 1953, di una legge elettorale (denominata “legge truffa”) con la quale l’alleanza imperniata sulla Dc avrebbe avuto la garanzia di assicurarsi la maggioranza assoluta nel Parlamento anche se avesse conseguito la sola maggioranza relativa, erano iniziati processi di mutamento degli orientamenti interni dei gruppi che componevano il partito di maggioranza. Dopo varie oscillazioni, e un pesante tentativo di svolta a destra nel 1960, cominciava ad affacciarsi la proposta politica di una “apertura a sinistra”, che condusse all’inizio degli anni 60 prima alla formazione di maggioranze comunali di centro-sinistra (basate sull’alleanza della Dc con il Psi), e poi al primo governo nazionale di centro-sinistra nel 1962.

Un peso rilevante sul mutamento degli orientamenti della Dc, partito di esplicito orientamento cattolico, ebbe l’avvento al papato, nel 1958, di Giovanni XXIII. Scrive lo storico Paul Ginsborg: “l’integralismo di Pio XII fu sostituito da una diversa concezione della Chiesa, piuttosto legata al suo ruolo pastorale e spirituale che non alla sua vocazione politica anticomunista. Si apri così lo spazio per un dialogo fra cattolici e marxisti, e in campo politico democristiani e socialisti poterono finalmente trovarsi faccia a faccia per trattare”[2]. Degli argomenti della trattativa fecero parte la programmazione economica, l’istituzione delle Regioni, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma della scuola media e la riforma urbanistica. Quest’ultima fu tra quelle che non andarono in porto.

Al nuovo quadro politico si accompagnò la proposta di un nuovo indirizzo economico. Ugo La Malfa[3]è ministro del Bilancio. Nella discussione del bilancio dello stato propone una nuova politica economica4[4], basata su due cardini: programmazione economica, come insieme di strumenti capaci di svolgere un trasparente ed esplicito ruolo di indirizzo delle imprese pubbliche e private coerente con gli obiettivi d’interesse generale, e politica dei redditi, come coinvolgimento dei sindacati dei lavoratori nelle scelte di redistribuzione della ricchezza prodotta. Nel documento si «metteva al centro il contrasto fra l’”impetuoso sviluppo” di quel periodo e il permanere di “situazioni settoriali, regionali e sociali di arretratezza e ritardo economico”. Squilibri territoriali tradizionali (in primo luogo quello fra Nord e Sud) sono in parte modificati, annotava La Malfa, ma per certi versi aggravati, con la “congestione di alcuni centri urbani”, lo “spopolamento di altre aree” e così via. E se “molte situazioni di sottosviluppo sono state alquanto alleviate in termini assoluti, sono però diventate per la nostra società meno sopportabili”»[5].

Questi, in sintesi, i punti rilevanti della proposta: una critica, ampiamente documentata e argomentata, al modo in cui i precedenti governi avevano gestito la fase della ricostruzione e dell’inserimento nel mercato internazionale; l’individuazione delle condizioni delle città e dei territori come punti rilevanti della valutazione critica; una gestione ferma dell’economia da parte di una politica coerente e trasparente, appoggiata da un atteggiamento confidente- sebbene dialettico – delle organizzazioni dei lavoratori.

Lotte sociali e disastri territoriali

Negli stessi anni un ministro democristiano, Fiorentino Sullo, propose una riforma del modello di crescita delle città. La legge che presentò (ispirata dagli intellettuali che facevano capo all’Istituto nazionale di urbanistica) prevedeva l’esproprio preventivo delle aree destinate dai piani all’espansione delle città, e la loro utilizzazione da parte dei promotori immobiliari. La proposta scatenò una reazione furibonda delle destre, che la descrissero come una legge che avrebbe espropriato tutti i proprietari di case. La DC non difese il suo ministro (e la verità dei fatti) e la riforma fu bocciata[6]. Ma nel frattempo si erano manifestati nella società e nel territorio iniziative ed eventi, di segno positivo e negativo, che riaprirono la questione.

Tra gli episodi positivi, dimenticati dalla storia ufficiale di quegli anni, devono essere citati il buon governo urbanistico di molti comuni, soprattutto quelli guidati da maggioranze di sinistra, e l’azione del movimento organizzato delle donne, anch’esso nell’ambito dello schieramento progressista. Numerosi comuni dell’Emilia-Romagna, della Toscana – e anche di altre regioni del Nord e del centro – avevano abbandonato il laissez faire urbanistico promosso dal governo, e applicavano metodi di pianificazione moderni. Essi tentavano di contrastare le pressioni della speculazione fondiaria per contenere l’espansione disordinata delle città, e prevedevano consistenti spazi pubblici7[7]. Il movimento femminile (e in particolare l’Unione donne italiane) aveva organizzato una grande campagna di massa per ottenere l’inserimento nei piani urbanistici di adeguate dotazioni di spazi per gli usi collettivi, e interventi normativi e finanziari per la prima infanzia e la scuola a tempo pieno.

Accanto alle rivendicazioni sociali e alle buone pratiche, si manifestavano eventi drammatici. Nel 1966 alcuni episodi colpirono molto l’opinione pubblica: il crollo improvviso di un intero quartiere ad Agrigento e drammatiche alluvioni che minacciarono di travolgere Firenze e Venezia. Quegli eventi rivelavano che il territorio, - devastato dall’invasione delle costruzioni nei luoghi più sensibili, minacciato dai sovraccarichi edilizi su suoli fragili, abbandonato dalle attività agricole e forestali - si ribellava minacciando le città, gli averi e le vite degli gli stessi cittadini. Il Parlamento corse ai ripari con una legge che introduceva elementi di razionalità nell’uso del territorio, generalizzando una pianificazione urbanistica adeguata alle esigenze della vita contemporanea. Non era una legge di riforma, come quella che aveva proposto il democristiano Sullo, ma una misurata razionalizzazione delle pratiche urbanistiche: una “legge ponte” verso una successiva più ampia riforma, per la quale le condizioni non sembravano mature.

Anche la “legge ponte” ebbe una vita stentata; le sue innovazioni furono contrastate sia da contrasti interni alla stessa maggioranza parlamentare che da successivi interventi della Corte costituzionale; questi ponevano in evidenza le contraddizioni tra l’esigenza di destinare spazi adeguati agli usi pubblici a un prezzo contenuto, e il carattere privatistico che caratterizzava in Italia il diritto di proprietà immobiliare8[8]. Ma più robuste pressioni sociali si preparavano.

Un biennio decisivo: 1968-1969

In Italia il Sessantotto ebbe caratteristiche singolari. «Solo in Italia – solo in Italia, in tutto il mondo – movimento studentesco e movimento operaio crebbero solidalmente, tendendosi la mano»[9]. Il movimento degli studenti, che come negli altri paesi iniziò nelle aule universitarie per estendersi poi a masse più ampie di giovani, incontrò, e contribuì a preparare e a sostenere, l’altro grande evento di quegli anni: la vertenza sindacale che si aprì tra la primavera del 1968 e l’autunno del 1969[10]. Per la prima volta le rivendicazioni dei lavoratori e della loro organizzazione non riguardavano solo le questioni dei salari e dei contratti nelle fabbriche o le condizioni di lavoro nella campagne, ma affrontava i temi della città: il problema dei trasporti, della casa, dei servizi sociali furono al centro di un vertenza che si concluse con un grande sciopero generale nazionale.

La storia era cominciata a Torino, nella primavera del 1969. Nel marzo 1969 la Fiat aveva pubblicato un bando per assumere negli stabilimenti di Torino 15 mila nuovi addetti, reclutandoli nel Mezzogiorno: trasferendosi ovviamente con le loro famiglie, avrebbe significato almeno 60 mila nuovi immigrati a Torino e l’aumento della popolazione che avrebbe fatto saltare le già precarie strutture residenziali, e quel po’ di attrezzature sociali funzionanti nei comuni della cintura. D’altra parte i programmi di espansione degli impianti e dell’occupazione della Fiat avrebbero ulteriormente aggravato l’emarginazione delle regioni meridionali. I fatti di Torino, gli altri scioperi generali in numerose province nei mesi successivi, le proteste degli abitanti delle baracche e negli altri insediamenti impropri, il ripetersi delle occupazioni di alloggi (e dall’altra parte, l’esistenza di numerosi alloggi i cui canoni d’affitto erano bloccati ai valori di prima della guerre) ponevano in primo piano la necessità di una nuova politica della casa.

L’autunno del 1969 fu il momento più alto del conflitto: si trattava di affermare il diritto alla città come componente essenziale di una società riformata. Quei temi non erano agitati solo da èlite intellettuali e dalle componenti più radicali della sinistra, era l’insieme dei sindacati dei lavoratori che scendeva in campo, con l’appoggio del maggiore partito della sinistra, il Pci, che si avviava ad essere quello col più ampio consenso elettorale. Temi come “diritto alla città” e “la casa come servizio sociale” diventano insomma slogan popolari, che alimentano vertenze diffuse sul territorio. Con il primo termine si chiedono democrazia e partecipazione nelle decisioni urbanistiche, e si rivendicano quartieri dotati di tutto ciò che serve a una vita nella quale il privato si prolunghi nel pubblico e il pubblico serva al privato: servizi, verde, luoghi d’incontro, facilità di vivere e d’incontrarsi. Con lo slogan “casa come servizio sociale” si chiede che la questione delle abitazioni sia regolata da attori diversi dal mercato, incidendo sulla rendita e garantendo un equilibrio tra prezzo dell’alloggio e redditi delle famiglie.

Da quel momento iniziò un percorso di innovazioni legislative con le quali si definì un quadro di obiettivi, procedure e strumenti di grande positività[11]. Si raggiunsero traguardi notevoli in particolare a proposito della questione delle abitazioni e in quella degli spazi pubblici nelle aree d’espansione: due temi nei quali, nell’Italia di quegli anni, si riassumeva il tema del “diritto alla città”[12].

Quale idea di città

Le conquiste raggiunte generarono reazioni violentissime: al movimento riformatore si oppose la “strategia della tensione”, che trovò complicità inaspettate ai piani alti del Palazzo. L’utilizzazione del territorio urbano ed extraurbano era una delle poste in gioco: “città come casa della società”[13], oppure città come macchina per produrre ricchezza alla proprietà immobiliare? Ma domandiamoci qual’era l’idea di città – di habitat dell’uomo - che costituiva l’immagine che animava le lotte di quegli anni anni.

Il nesso tra cultura, politica e società era molto stretto. La Resistenza, che costituiva il complesso dei valori cui non solo le forze di sinistra si ispiravano, aveva contribuito se non a rompere, a rendere permeabili le frontiere che separavano l’accademia, i partiti e i movimenti sociali. In particolare la cultura urbanistica (che si era formata in Italia nel periodo fascista guardando alle esperienze dell’Europa democratica) si poneva esplicitamente al servizio della società[14].

Più ancora che dalle università, la cultura urbanistica italiana era alimentata allora dalla pattuglia di urbanisti e amministratori associati nell’Istituto nazionale di urbanistica (INU), e soprattutto dalla sua prestigiosa rivista, Urbanistica, diretta dall’urbanista Giovanni Astengo e finanziata dall’industriale Adriano Olivetti. Molto efficace dal punto di vista della documentazione e della descrizione delle nuove pratiche, la rivista contribuì fortemente a far conoscere ai giovani architetti e ingegneri italiani (la professione di urbanista non era ancora formalizzata) le esperienze dei paesi più evoluti. Olivetti non era impegnato nell’urbanistica solo come sponsor di iniziative culturali, ma aveva fondato e sistematicamente alimentato anche culturalmente un movimento (“Movimento di Comunità”) che aveva nella corretta urbanistica e nella creazione di condizioni di vita pienamente umane nelle città uno dei punti di forza della sua ideologia. L’attenzione era rivolta soprattutto alla costituzione di unità di vicinato capaci di promuovere e sostenere uno spirito comunitario, e alla rimozione degli squilibri territoriali e sociali.

Molti giovani architetti avevano trovato un campo di sperimentazione di nuovi principi dell’housing e del planning nella progettazione dei quartieri di edilizia residenziale pubblica, promossi con il programma INA-Casa negli anni dal 1949 al 1963. Esperienze in larga misura insoddisfacenti, per una serie di ragioni che solo successivamente furono superate, ma che comunque – grazie anche al supporto dell’Ufficio studi, regista culturale del programma – applicavano modelli di riferimento desunti dalle esperienze dei paesi più avanzati.

Gli esempi che soprattutto colpivano i giovani professionisti – propagandisti tra le forze sociali dell’idea di una città a misura d’uomo - erano quelli delle città della socialdemocrazia europea (dal Karl Marx Hof della “Vienna rossa” alle realizzazioni di Bruno Taut negli anni precedenti al nazismo ai quartieri e alle città dell’Olanda e della Scandinavia. Oltre alla riconoscibile forma dei nuovi insediamenti, ai loro efficaci collegamenti mediante trasporti collettivi alle diverse parti della città, alle ampie dotazione di verde, alla contemporaneità nella costruzione degli alloggi e degli spazi pubblici attrezzati, colpiva l’attenzione con la quale erano organizzate e gestite tutte le funzioni che potevano ridurre l’impegno materiale nella gestione domestica (dalle scuole agli asili nido, dalle palestre agli ambulatori, fino ai servizi comuni di caseggiato, come le lavanderie e gli spazi per picnic e incontri di gruppi di amici) e ai percorsi pedonali e ciclabili che connettevano gli spazi socialmente rilevanti.

Negli esempi di buone pratiche europee allora proposti come modelli di riferimento, la stessa organizzazione fisica degli spazi appariva guidata molto più dai ritmi e dai percorsi dei bambini (dall’età della carrozzella a quella della bicicletta), dei loro genitori, degli anziani e dei cittadini qualunque che dagli interessi immobiliari[15]. Di quei paesi colpiva anche molto la politica fondiaria che gli stati e i comuni avevano saputo gestire, mediante la costituzione di grandi patrimoni di aree pubbliche sulle quali dirigere l’espansione della città, rendendo così indipendenti le scelte di organizzazione urbanistica dal peso della rendita fondiaria. Si vedeva nella politica fondiaria una delle condizioni di base che consentivano di costruire città vivibili per tutti i suoi abitanti[16].



2. OGGI.

FORME E SOSTANZA DELLA CITTÀ DEL NEOLIBERALISMO

Il contesto, nel mondo e in Italia

Le parole d’ordine e le conquiste degli anni 60 e 70 cui mi sono finora riferito vanno collocate in un quadro più ampio di progressi sul terreno sociale ed economico: il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto, lo statuto dei diritti dei lavoratori, l’istituzione del servizio sanitario nazionale e l’abolizione delle strutture manicomiali, l’introduzione del tempo pieno nella scuola elementare, l’istituzione della scuola materna statale, l’estensione del voto ai diciotto anni. Esse emersero da un forte intreccio tra ruolo propositivo degli intellettuali (e la forza rappresentativa della narrazione delle esperienze dell’Europa socialdemocratica), la condivisione da parte delle forze sociali significative , che vedevano in quella narrazione orizzonti raggiungibili e coerenti con le loro aspirazioni, e capacità di mediazione tra obiettivi (la città desiderata) e strumenti per raggiungerli (azione legislativa e amministrativa).

Ma esse provocarono anche fortissimi contrasti: una reazione che si scatenò subito, agli albori degli anni 70, con la “strategia della tensione” e con gli attentati terroristici, che proseguirono fino all’assassinio di Aldo Moro[17], ne impedirono il raggiungimento e ne prepararono il capovolgimento. Gli anni 80 del XIX secolo sono quelli che gli storici indicano come gli anni della svolta, del regresso, dell’inizio del declino che ancora oggi caratterizza il nostro paese. Ma il germe del degrado c’era già nei decenni precedenti, nei quali probabilmente si intrecciarono le pulsioni verso il rinnovamento civile e quelle verso una utilizzazione meramente egoistica e individualistica dei successi economico ottenuti dal boom degli anni 50. Si discute sul perché la svolta sia avvenuta, ma il consenso è abbastanza ampio sul quando. Almeno per quanto riguarda l’Italia si colloca nella metà degli anni 80 il suo momento principale, perfettamente correlata alla più ampia trasformazione a livello internazionale.

Nel 1983 era nato il governo a guida socialista, premier Bettino Craxi. Negli stessi anni i poteri di Ronald Reagan e Margaret Thatcher erano stati pienamente confermati nei rispettivi paesi. Nel 1984 in Italia un decreto del governo Craxi aveva aperto l’attacco alla scala mobile (al meccanismo, conquistato per tutti i lavoratori nel 1975, che legava le variazioni del salario a quelle del potere d’acquisto) e nell’anno successivo era fallito il referendum indetto dal PCI per difenderlo. Siamo negli anni del trionfo di una nuova visione della società: nuovi valori sono divenuti vincenti nel pensiero comune. Tutto viene declamato in termini di efficienza, di conquista della "modernità", di celebrazione del "Made in Italy", di enfatizzazione della grande rincorsa dello sviluppo che appare ormai inarrestabile e che fa sentire proiettati verso i vertici massimi della scala mondiale.

Benessere e crescita economica erano traguardi raggiunti. Eppure, come osserva lo storico Paul Ginsborg, «crescita economica e sviluppo umano non sono affatto la stessa cosa, e con l’avvicinarsi della fine del secolo la prima giunse a costituire sempre più una minaccia per il secondo. Gli italiani tacevano parte di quel quarto della popolazione mondiale che consumava ogni anno i tre quarti delle risorse e che produceva la maggior parte dell’inquinamento e dei rifiuti»[18]

La ricchezza aumenta, ma le diseguaglianze aumentano al pari dei privilegi. I principi morali si affievoliscono, il successo individuale è l’obiettivo primario al quale tutto il resto può essere sacrificato. Raggiunge il massimo della sua esplicazione quel “declino dell’uomo pubblico” del quale Richard Sennett individua le antiche matrici e le attuali configurazioni[19]. Tutto ciò non poteva mancar di trovare la sua espressione nel destino della città e del suo governo.

La città del neoliberalismo

Molti episodi – sul terreno della cultura, della politica, della legislazione, dell’azione amministrativa – hanno punteggiato il passaggio da una concezione della città e dell’urbanistica all’altra: da quella che ha ispirato i principi del “diritto alla casa e alla città” e ha prodotto quella che, per la sua vicinanza temporale e sostanziale alle politiche sociali di quei medesimi anni, possiamo definire “città del welfare”, e quella che possiamo definire “città neoliberista”. I primi cambiamenti di orientamento intellettuale e morale della cultura urbanistica si vedono già negli anni 70; in molti ambienti universitari si critica la pianificazione urbanistica non per superarne i limiti, rendendola più adeguata alle nuove esigenze, ma opponendole il “progetto urbanistico”. Questo viene presentato come strumento più flessibile per trasformare la città, ma via via si configura come un sistema di decisione definito in base a input forniti dalla proprietà immobiliare: l’iniziativa, insomma, spetta a quest’ultima. Alle proposte intellettuali seguono leggi e decisioni di sindaci, coerenti con questa impostazione, che consentono deroghe via via più ampie alle regole della pianificazione, e sostituiscono a queste la contrattazione, sempre più esplicita, con gli interessi immobiliari.

Tre eventi riassumono il nuovo contesto, tutti in qualche modo connessi a Milano, la grande laboriosa capitale della borghesia industriale italiana, definita “capitale morale” d’Italia in contrapposizione alla flaccida e burocratica Roma, capitale ufficiale. Nel 2000 viene proposto e adottato, in stretta simbiosi tra esponenti della cultura accademica e protagonisti della politica di destra, un nuovo modo di intervenire sulla città: non più un piano urbanistico che definisca regole, vincoli e opportunità stabiliti a priori sulla base di criteri oggettivi, ma un documento d’inquadramento di carattere molto generale e generico, unica cornice nell’ambito della quale l’Amministrazione sceglierà caso per caso, quindi discrezionalmente, le proposte d’intervento presentate dalla proprietà immobiliare20[20]. Nel 2003 un autorevole parlamentare della destra, ex assessore a Milano, presenta un disegno di legge urbanistica nazionale nel quale si sostituisce formalmente la contrattazione con i proprietari immobiliari alla pianificazione urbanistica decisa dalle autorità pubbliche democraticamente elette[21]. Nel 2007 un docente universitario del Politecnico di Milano esprime in modo molto chiaro l’ideologia neoliberista applicata all’urbanistica: la “città del liberalismo attivo” (come l’autore la definisce) ha i suoi cardini nella supremazia assoluta del mercato rispetto a qualunque regola definita da un’autorità a esso esterna, nella identificazione dei proprietari come gli unici soggetti meritevoli di considerazione, nella definizione di una “soglia di decenza” al di sotto della quale l’abitante ha diritto a un aiuto dello stato per potergli consentire di raggiungere i prezzi per l’uso della città pretesi dal mercato[22].

A livello nazionale, se la proposta di legge del centrodestra non riesce a passare, si approvano peraltro numerosi provvedimenti – praticamente senza discontinuità dall’età di Craxi a quella di Berlusconi e dai governi di destra a quelli di centrosinistra - mediante i quali: la pianificazione urbanistica, con le sue procedure e le sue regole, viene sostituita dalla possibilità, via via più generalizzata, si derogare ad essa; le decisioni in materia di organizzazione e uso del territorio urbano ed extraurbano vengono via via trasferite dagli organismi collegiali, dove è presente una pluralità di posizioni, ai “capi” (il sindaco, il presidente della provincia e della regione, il primo ministro); nelle concrete decisioni sul territorio la finalità è sempre più esclusivamente quella di accogliere e accompagnare le iniziative tendenti a ricavare consistenti aumenti di valore delle aree interessate, indipendentemente dalla reale necessità delle trasformazioni previste; alla stessa logica (accrescere i patrimoni privati accollandone le spese alla collettività) si ispirano le decisioni in merito alle grandi infrastrutture, e alle altre opere pubbliche promosse e finanziate col debito pubblico.

L’elemento che caratterizza la condizione urbana nei territori del neoliberismo all’italiana è la progressiva affermazione di un modello di habitat fondato sulla prevalenza di soluzioni individualistiche, precarie e costose - quindi fortemente differenziate a seconda delle diverse capacità di spesa - ai bisogni che nella fase del welfare urbano erano stati affrontati secondo una logica tendenzialmente egualitaria, solidaristica, collettiva, risparmiatrice di risorse.

Il diritto alla casa si è tradotto nella sollecitazione generalizzata alla ricerca di abitazioni a basso costo, in aree lontane dal centro, possibilmente non “valorizzate” da piani urbanistici (quindi spesso in insediamenti abusivi o illegittimi), non servite da una rete di trasporti collettivi né da servizi pubblici, dotate di un brandello di verde privato in sostituzione dei parchi urbani: la miriade di abitazioni unifamiliari o plurifamiliari che alimentano lo sprawl e formano il sempre più esteso insediamento disperso. A questo modello, propagandato dalle immagini pubblicitarie della “casetta nel verde”, possono accedere quelli che hanno un reddito adeguato. Per gli altri (le giovani coppie, gli anziani soli, e le crescenti legioni di lavoratori precari indigeni o immigrati) l’unica alternativa è un alloggio molto distante dal luogo di lavoro, o una sistemazione di fortuna in un edificio abbandonato.

Il diritto ai servizi collettivi è sempre più contraddetto e negato. La politica finanziaria sposta continuamente risorse dagli impieghi sociali al sostegno alle attività economiche, agli interventi suscettibili di favorire investimenti immobiliari e finanziari privati, agli investimento in opere di prestigio ma di scarsa utilità sociale. Ai comuni è sottratta parte delle risorse direttamente trasferite dallo stato; in cambio, l’imposta sulle nuove costruzioni, che era stata istituita nel 1977 per finanziare l’acquisizione e l’utilizzazione di spazi pubblici, è stata “liberata” da questo vincolo e utilizzata per le crescenti esigenze dei comuni. Molte opere pubbliche rilevanti (come gli ospedali) vengono realizzati con un sistema di project financing all’italiana, che accolla allo stato i rischi d’impresa e consente ai finanziatori privati di lucrare aumentando il costo dei servizi accessori. La privatizzazione di servizi pubblici rilevanti per la vita dei cittadini sul territorio (come i trasporti ferroviari) conduce a privilegiare i servizi ad alto prezzo e a ridurre sistematicamente i servizi a breve e medio raggio e a prezzo più contenuto.

Le stesse piazze, i luoghi che simbolicamente rappresentano più d’ogni altro luogo il carattere sociale della città come bene comune, e che sono all’origine dell’invenzione della città nella civiltà europea, hanno subito un progressivo degrado. Sul ruolo dello spazio pubblico è opportuno soffermarsi, per l’incidenza che ha nella protesta che genera il suo degrado, e quindi sulla formazione di una possibile ideologia alternativa.

Le piazze e gli spazi pubblici

Nella città della tradizione europea sono sempre stati importanti gli spazi pubblici: i luoghi nei quali stare insieme, commerciare, celebrare insieme i riti religiosi, svolgere attività comuni e utilizzare servizi comuni. Dalla città greca alla romana fino alla città del medioevo e del rinascimento, decisivo è stato il ruolo delle piazze, come il luogo dell’incontro tra le persone e come lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, destinati allo svolgimento delle funzioni comuni: il mercato e il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino. Erano i fuochi dell’ordinamento spaziale e simbolico della città. I luoghi dove i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità, dove celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’era un evento importante per la città. Una città senza le sue piazze e i suoi palazzi destinati ai consumi e ai servizi comuni era inconcepibile, come un corpo umano senza scheletro.

Nell’idea e nella realtà che la storia ha consegnato ai contemporanei gli spazi comuni della città sono il luogo della socializzazione di tutti: tutti gli abitanti possono fruirne, indipendentemente dal reddito, dall’età, dell’occupazione. E sono il luogo dell’incontro con lo “straniero”.

Nel XIX e XX secolo il movimento di emancipazione del lavoro, che nasce dalla solidarietà di fabbrica, si è esteso a tutta la città. Il governo della città non è stato più solo dei padroni dei mezzi di produzione: è cresciuta la dialettica tra lavoro e capitale, è nato il welfare state. I luoghi delle funzioni comuni si sono arricchiti di nuove componenti: le scuole, gli ambulatori e gli ospedali, gli asili nido, gli impianti sportivi, i mercati di quartiere sono stati il frutto di lotte nelle quali le organizzazioni della classe operaia hanno gettato il loro peso. L’emancipazione femminile ha accresciuto ulteriormente il ruolo degli spazi pubblici destinati ad alleggerire il lavoro casalingo delle donne.

Oggi tutto questo è cambiato. In Italia gli standard urbanistici, lo strumento di base per ottenere una quantità ragionevole di aree da dedicare agli spazi, alle attrezzature, ai servizi d’interesse comune, sono in decadenza: se ne propone addirittura l’abolizione. Le aree già destinate dai piani a spazi pubblici, e quelle già acquisite al patrimonio collettivo, sono erose da utilizzazioni private, o distorte nel loro uso dalla commercializzazione. Il gettito finanziario destinato dalla legge alla realizzazione degli spazi e delle attrezzature pubbliche viene dirottato verso le spese correnti dei comuni, utilizzato per pagare gli stipendi o le grandi opere di prestigio.

Alle piazze reali, caratterizzate dall’essere luoghi aperti a tutti, disponibili a tutte le ore, e per diverse attività (passeggio, incontro, gioco, ecc.), luoghi inseriti senza discontinuità negli spazi della vita quotidiana, si sono sostituite le grandi cattedrali del commercio, caratterizzate dalla chiusura ai “diversi” (in nome della sicurezza), dall’obbligo implicito di ridurre l’interesse del frequentatore all’acquisto di merci (per di più sempre più superflue). La piazza, luogo dell’integrazione, della varietà, della libertà d’accesso, è sostituita dal grande centro commerciale, dall’outlet, dall’aeroporto o dalla stazione ferroviaria (da quelli che sono stati definiti “non luoghi”). Parallelamente il cittadino si riduce a cliente, il portatore di diritti si riduce a portatore di carta di credito.

Il legame di continuità tra spazio privato e spazio pubblico egualitario (aperto al ricco e al povero, al cittadino e al foresto, al giovane e al vecchio), già messo in crisi dalla zonizzazione sociale del razionalismo, è definitivamente spezzato dalla segregazione delle gated communities e dell’emarginazione dei diversi. Le regole sono scavalcate dalle deregulation progressivamente estesa a ogni dimensione della pianificazione. La fabbrica è devastata dal ricorso sempre più massiccio ed esclusivo al lavoro precario. L’abitazione non è più un diritto che deve essere assicurato a tutti, indipendentemente dal reddito o dalla condizione sociale. Ognuno è solo al cospetto del mercato, e di un mercato caratterizzato dall’incidenza crescente della rendita.

Lo spazio pubblico e la democrazia

Spazi pubblici e spazio pubblico: due concetti collegati, ma distinti. Quello che definisco spazio pubblico della città non consiste solo nei luoghi fisici dedicati alle funzioni collettive. Non si tratta solo delle piazze e delle scuole, dei municipi e dei mercati, delle chiese e delle biblioteche, de parchi pubblici e delle palestre. Si tratta anche dell’uso che di questi luoghi viene promosso e garantito, e si tratta della possibilità di ciascuno (quindi di tutti) di concorrere alle decisioni. Si tratta, in altri termini, non solo di urbanistica ma anche di equità e di democrazia.

La possibilità e la capacità di incidere sul processo delle decisioni sulla città è un requisito che sempre più fortemente è stato richiesto nel corso della storia. E ho accennato al fatto che negli anni Sessanta la “democrazia di massa”, che aveva caratterizzato la vita politica italiana fin dal dopoguerra, non era più considerata sufficiente: come si fosse aperta – soprattutto dopo il Sessantotto studentesco e operaio - la domanda di una più intensa partecipazione dei soggetti al processo delle decisioni: una domanda che si era tradotta nelle prime esperienze dei “consigli”, formatisi direttamente nei luoghi del lavoro (la fabbrica), dell’apprendimento (la scuola), della vita urbana (il quartiere).

Queste esperienze rimasero isolate e s’insterilirono. Ma se osserviamo quanto è accaduto nei decenni più recenti scopriamo che la democrazia, invece di fare passi avanti, ha fatto – almeno in Italia – poderosi passi indietro, rispetto agli stessi principi della democrazia liberale. Il destino della città non è più pensato come qualcosa che è ancora – sia pure imperfettamente – nelle mani dei cittadini e dei loro eletti. Sempre di più la governabilità (nuova parola chiave) prevale sulla democrazia. Agli organi collegiali (il consiglio comunale o provinciale o regionale) si è sostituito il potere del “capo” (sindaco o presidente della provincia o della regione o del governo). Dalle istanze nelle quali è presente, con facoltà di conoscenza e di controllo, anche la minoranza, il potere è stato trasferito in quelle dove solo la maggioranza ha tutti i diritti. E si è trasferita la responsabilità di decidere sempre più a organismi esterni alle istituzioni democratiche: a “commissari” investiti di pieni poteri, anche di deroga alla legislazione esistente, e alle aziende private.

3. DOMANI

UNA NUOVA IDEOLOGIA: LA CITTÀ COME BENE COMUNE

La speranza dei movimenti

Come riprendere oggi un cammino che consenta di restituire al popolo qualcosa che abbia la dignità di essere definito “diritto alla città”? E quale idea di città, esprimibile in una frase semplice e semplicemente comprensibile, può riassumere oggi i contenuti di quel “diritto”? Questa è l’ultima parte – la più difficile – del mio intervento.

Partiamo dalle cose. Se si conviene che l’idea di città proposta e praticata dal neoliberismo sia insoddisfacente, che l’ideologia che la sorregge debba essere contrastata e sostituita, che per l’habitat dell’uomo (perché a questo ci riferiamo quando parliamo di “città” al di là degli esempi consegnatici dalla storia) debba essere individuato un diverso futuro, allora dobbiamo riferirci a ciò che resiste alle attuali tendenze e cerca di opporsi e di proporre delle alternative. Guardando alla società possiamo dire che il punto di partenza può essere costituito dalla miriade di episodi che nascono spontaneamente, che esprimono sofferenze individuali che però appartengono a moltissime persone, che si traducono spesso in tentativi di aggregazione, associazione, iniziativa comune di protesta (e talvolta anche di proposta). “Dentro queste nuove esperienze – ha scritto un uomo che viene dalla letteratura e dalla politica e che si è immerso nel movimento ambientalista - circola una gran quantità di energie nuove, diverse, provviste di un pensiero forte. Lo stesso potrebbe dirsi delle associazioni nel campo dei diritti civili”[23].

Proviamo a elencare gli argomenti che sollecitano la formazione di comitati e gruppi di cittadinanza attiva, delle migliaia di luoghi dove si stanno sperimentando modi nuovi di “fare politica”, di occuparsi insieme del destino di tutti. Le condizioni dell’ambiente fisico e del paesaggio, sempre più inquinati e sgradevoli, ricchi di pericoli e privi di qualità. La condizione della salute dell’uomo, esposto a malattie e a rischi di degradazioni biologiche. Le condizioni della vita urbana, sempre più caratterizzata dalla carenza di servizi per tutti, di spazi condivisibili da tutti, di luoghi collettivi accessibili da parte di tutti; difficoltà gravi per accedere ad alloggi a prezzi ragionevoli in luoghi dai quali sia facile e comodo accedere ai servizi e al lavoro. La precarietà della condizione lavorativa, della certezza di un reddito adeguato alle necessità della vita sociale. La privatizzazione, aziendalizzazione e commercializzazione di beni pubblici essenziali, come l’acqua, la salute, la formazione.

Questi temi toccano direttamente l’esperienza di vita dei cittadini. Meno direttamente la toccano altri temi, che pure hanno sollecitato un movimento molto vasto, che costituisce il tessuto connettivo tra moltissimi comitati, associazioni e gruppi di cittadinanza attiva. Mi riferisco al movimento che tenta di contrastare il consumo di suolo: la trasformazione sempre più estesa di terreni naturali, spesso caratterizzati da una buona agricoltura o da piacevoli paesaggi rurali, in aree urbanizzate dalla speculazione immobiliare o dall’abusivismo.

Il consumo di suolo è molto esteso in Italia. Esso è considerato particolarmente grave perchè in Italia, a differenza che in altri paesi europei, le aree pianeggianti e di fondo valle (che sono quelle più interessate dalla trasformazione in cemento e asfalto) sono una porzione molto limitata del territorio nazionale, perché il territorio è ricchissimo di testimonianze storiche disperse per ogni doive, e perché sono del tutto assenti politiche governative e regionali tendenti a contrastarlo. Fino a pochi anni fa la stessa cultura accademica ignorava il fenomeno e la sua entità. Oggi, a parole, il consumo di suolo è criticato da tutti, ma solo un ampio movimento popolare ha intrapreso una lotta conseguente[24].

E insieme a questi temi, direttamente legati al territorio e ai beni comuni materiali, quelli dei diritti civili: della libertà e della cittadinanza per tutti, di un’equità vera nell’accesso di tutti ai beni dell’informazione, della partecipazione, della decisione, dell’eguaglianza di diritti tra persone minacciate dalla segregazione a causa del colore della pelle, della cultura e della religione, dell’etnia e della lingua, del genere e della condizione sociale.

Se guardiamo a queste rivendicazioni nel loro insieme vediamo che in esse si manifesta la spinta a trasformare i disagi individuali in un’azione comune. É un passaggio importante. Ricorda l’espressione di quel ragazzo della Scuola di Barbiana, nelle colline tra Firenze e Bologna, quando disse che aveva compreso una cosa decisiva: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne da soli è l’avarizia. Uscirne insieme è la politica»[25]. É la stessa molla che spinse i proletari in fabbrica a diventare forti utilizzando l’unico strumento che potevano opporre alla proprietà del capitale: la solidarietà dei possessori della forza lavoro. Allora il luogo nel quale il conflitto si svolgeva era di per se stesso tale da spingere alla solidarietà: era la fabbrica. Oggi l’habitat dell’uomo è un luogo nel quale è pervasiva la tendenza alla dispersione, alla frammentazione, alla segregazione.

C’è un concetto allora, al quale implicitamente rinviano tutte le vertenze che sopra ho elencato, sul quale si può (e si deve) far leva: occorre che la città (e per estensione l’intero habitat dell’uomo) sia considerato un bene comune. Ma su questa parole converrà soffermarsi.

Città come bene comune

Per comprendere il significato dell’espressione “città bene comune” è utile riflettere su ciascuna delle tre parole che la compongono.

Città

Nell’esperienza europea (ma probabilmente nell’esperienza storica di tutte le civiltà del mondo) la città è un sistema nel quale le abitazioni, i luoghi destinati alla vita e alle attività comuni (le scuole e le chiese, le piazze e i parchi, gli ospedali e i mercati ecc.) e le altre sedi delle attività lavorative (le fabbriche, gli uffici) sono strettamente integrate tra loro e servite nel loro insieme da una rete di infrastrutture che mettono in comunicazione le diverse parti tra loro e le alimentano di acqua, energia, gas. La città non è un aggregato di case, è la casa di una comunità. Essenziale perché un insediamento sia una città è che esso sia l’espressione fisica e l’organizzazione spaziale di una società, cioè di un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di comune identità, reciproca solidarietà, regole condivise.

Bene

Dire che la città è un bene significa affermare che essa non è una merce. La distinzione tra questi due termini è essenziale per comprendere la moderna società capitalistica. Bene e merce sono due modi diversi, e anzi per certi versi opposti, di vedere e vivere gli stessi oggetti.

Una merce è qualcosa che ha valore solo in quando posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in se, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo. Ogni merce è uguale a ogni altra merce perché tutte le merci sono misurate dalla moneta con cui possono essere scambiate.

Un bene, invece, è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari (nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi), quelli della conoscenza (apprendere, informarmi e informare, comunicare), quelli dell’affetto e del piacere (l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico). Un bene ha un identità: ogni bene è diverso da ogni altro bene. Un bene è qualcosa che io adopero senza cancellarlo o alienarlo, senza logorarlo né distruggerlo.

Comune

Comune non vuol dire pubblico, anche se spesso è utile che lo diventi. Comune vuol dire che appartiene a più persone unite da vincoli volontari di identità e solidarietà. Vuol dire che soddisfa un bisogno che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione del bene comune.

Il termine “comune” presenta peraltro una possibile declinazione negativa, più esplicito nel termine derivato “comunità”. Una comunità è una figura sociale che include (i membri di quell’organismo comune) ma contemporaneamente esclude (gli altri). Né questa declinazione può essere risolta sostituendo a “comune” il termine “collettivo”. É opportuno allora precisare il termine comune” (e “comunità”) con una ulteriore precisazione. Nell’esperienza della vita contemporanea ogni persona appartiene, di fatto, a più comunità. Alla comunità locale, che è quella dove è nato e cresciuto, dove abita e lavora, dove abitano i suoi parenti e le persone che vede ogni giorno, dove sono collocati i servizi che adopera quotidianamente. Appartiene alla comunità del villaggio, del paese, del quartiere. Ma ogni persona appartiene anche a comunità più vaste, che condividono la sua storia, la sua lingua, le sue abitudini e tradizioni, i suoi cibi e le sue bevande.

Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo, cittadino del mondo) mi rende responsabile di quello che in quella comunità avviene. Lotterò con tutte le mie forze perchè in nessuna delle comunità cui appartengo prevalgano la sopraffazione, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il razzismo, e perché in tutte prevalga il benessere materiale e morale, la solidarietà, la gioia di tutti. Appartenere a una comunità mi rende consapevole della mia identità, dell’essere la mia identità diversa da quella degli altri, e mi fa sentire la mia identità come una ricchezza di tutti. Quindi mi fa sentire come una mia ricchezza l’identità degli altri paesi, delle altre città, delle altre nazioni. Sento le nostre diversità come una ricchezza di tutti.

Quali soggetti nella “città globale”

Nella città l’eguaglianza è sempre stata l’obiettivo di una dialettica mai placata. Sempre vi sono state differenze, più o meno profonde, tra i soggetti che l’abitavano. Differenze tra le diverse categorie di soggetti in relazione alla produzione della città (basta pensare a quelle tra i proprietari di fondi e di edifici e i non proprietari), e differenze in relazione all’uso della città (nell’accesso alle sue diverse parti e componenti, nella scelta tra usi alternativi delle risorse destinate al suo governo). Perciò la città è stata sempre anche il luogo dei conflitti, nei quali le categorie più svantaggiate hanno tentato di raggiungere un livello accettabile di soddisfacimento delle loro esigenze.

Possiamo dire che una città giusta è quella nella quale vi è un ragionevole equilibrio delle condizioni offerte ai diversi gruppi sociali, e nelle quali tendenzialmente a ciascuno è dato di partecipare in modo equo all’uso del bene città e delle sue componenti, e a concorrere in condizioni d’eguaglianza al suo governo.

É probabile che questo obiettivo non sia mai stato raggiunto in modo compiuto. Sembrava che vi si fosse vicini nell’età del welfare, almeno in quella parte del mondo nella quale le virtù del sistema capitalistico borghese avevano condotto a un ragionevole equilibrio tra le forze antagoniste presenti al suo interno, esportando nel mondo dello sfruttamento coloniale le contraddizioni. Oggi sembra che il mondo se ne stia allontanando sempre più.

La tendenza generale sembra infatti quella di un’accentuazione di tutti gli squilibri tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori. Tra i due estremi dell’opulenza e della miseria aumenta la casistica delle differenze con una forte propensione al moltiplicarsi di enclaves e recinti, ciascuno dei quali racchiude gruppi sociali diversamente dotati di accesso ai beni ma ugualmente rinchiusi nella loro incapacità di comunicare con gli altri in termini di comprensione, condivisione, cooperazione.

Essi sono però uniti da un comune destino costituito da due elementi. Da un lato, dal fatto di appartenere tutti al medesimo pianeta, le cui risorse appaiono sempre più limitate, e sono contese tra utilizzazioni alternative, dove prevalgono quelle che privatizzano e commercializzano i beni comuni. Dall’altro lato, dal fatto di appartenere a un habitat (e a un’economia) nel quale la tradizionale dimensione del “locale” è sempre più integrata da una dimensione “globale”, che lega tra loro i diversi “locali” in un sistema sempre più governato da attori lontani e irraggiungibili: da un pugno di uomini dotati di poteri invincibili.

L’habitat dell’uomo appare insomma sempre più caratterizzato dalla integrazione di differenti luoghi, ciascuno con la propria storia, le proprie tradizioni, le proprie peculiarità, i propri conflitti, ma tutti legati tra loro dall’essere funzionali a un unico processo di sfruttamento economico e a un unico sistema territoriale. Un sistema territoriale che Saskia Sassen ha definito “città globale”[26], del quale due elementi essenziali garantiscono la sopravvivenza e la funzionalità. Da un lato, “l’infrastruttura globale”, cioè l’insieme delle reti tecnologiche, dei luoghi eccellenti, delle attrezzature di livello mondiale che garantiscono la vita e le attività dei gruppi sociali che detengono il potere. Dall’altro lato, i flussi dei popoli e dei gruppi sociali che la miseria ha “liberato” dalla possibilità di risiedere nei luoghi della loro origine, proseguendovi le attività tradizionali, e ha ridotto così a mera forza lavoro disponibile, e perciò sono idonei a essere utilizzati nei luoghi dove è più opportuno sfruttarne il basso costo.

Tra gli uni e gli altri, tra gli abitanti della “infrastruttura globale” e quelli del “pianeta degli slums[27]”, vive e consuma la massa del “terzo strato”: di quell’insieme di ceti e gruppi che appartengono alla cultura dei padroni, che sono indotti a condividerne l’ideologia e i valori, che aspirano a sedersi anche loro al desk dove si decide e, soprattutto, a condividere i livelli di remunerazioni e i benefici concessi agli abitanti del “primo strato”. Il loro destino oscilla tra il timore di essere gettati tra i poveri da una delle crisi ricorrenti, e la speranza di essere promossi ottenendo una promozione o vincendo qualche premio alla ruota della fortuna. Di fatto, essi costituiscono per i gruppi dominanti un tessuto sociale di protezione nei confronti della moltitudine dei più deboli e più sfruttati, dai quali è sempre possibile aspettare l’insorgenza.

Se questa rappresentazione della città di domani (che è già presente tra noi) è condivisibile, allora il concetto di “diritto alla città”, così com’è stato elaborato nel corso del secolo scorso, richiede oggi un impegno del tutto particolare, poiché sollecita ad affrontare la questione nel quadro della globalità che oggi la caratterizza. Oggi non è più sufficiente perseguire l’equità all’interno di una delle numerose “città”, o tipi di città, della tradizione, ma occorre cercarla nell’insieme dell’habitat dell’uomo, rompere le barriere tra i diversi strati che lo compongono la “città globale. E il tentativo di perseguire l’equità a questo livello non potrà condurre a risultati soddisfacenti se non si terrà conto, insieme a ciò che unisce, anche di ciò che divide: della grande diversità delle condizioni culturali e materiali tra le varie realtà locali che compongono il “globale”.

Non è insomma in un archetipo della vita urbana che si potranno trovare i riferimenti esclusivi di un nuovo paradigma, ma solo nell’attenta ricerca di ciò che – all’interno di tutte le storie, le culture, le tradizioni che hanno caratterizzato i popoli e i luoghi del mondo – costituisce un insegnamento da applicare per costruire, utilizzando le rovine delle vecchie, una nuova città pienamente umana.

Riconquistare la storia e lo spazio pubblico

La città della tradizione non è ancora scomparsa. Sul terreno non sono rimaste solo rovine. C’è anche vita, speranza, e quindi germi di un possibile futuro. Ne ho indicati i segni nelle tensioni sociali che nascono un po’ dappertutto per resistere alla dilapidazione del beni comuni, nelle vertenze aperte per difendere lo spazio e gli spazi pubblici che la globalizzazione neoliberista sta divorando, nei tentativi di ricostruire una nuova socialità – e una nuova politica – dal basso. É da qui bisogna partire.

Beni e valori comuni, spazi e spazio pubblico, funzioni collettive: questo è il punto di partenza segnalato da ciò che si muove nella società. Ed è questo, in definitiva, che la storia ci indica.

Se si vuole costruire un futuro diverso dal presente è dalla storia che bisogna partire. “Historia magistra vitae”, la storia è maestra della vita. Proprio per questo quei poteri che vogliono che le cose rimangano come sono hanno tentato di cancellare la storia (la consapevolezza del nostro passato, delle radici di ciò che siamo e quindi dei germi di ciò che saremo) dalla nostra memoria. Recuperare la memoria, recuperare la storia: questo è ciò che è innanzitutto necessario per contrastare chi vuole appiattire l’uomo sul suo presente, per inculcargli la convinzione che nulla è modificabile, perché tutto ciò che è stato è quello che sarà, ed è tutto già cristallizzato in un presente immodificabile.

La storia – e le lotte di oggi – ci danno un’indicazione precisa: partire dalla difesa e dalla riconquista dello spazio pubblico. In tutti i suoi aspetti. Poiché è spazio pubblico la piazza, sono spazio pubblico le aree destinate alle funzioni collettive, è spazio pubblico una politica sociale per la casa. Ma è spazio pubblico l’erogazione di servizi e attività aperti a tutti gli abitanti: dalla scuola alla salute, dalla ricreazione alla cultura, dall’apprendimento al lavoro. Ed è spazio pubblico la capacità della collettività di governare le trasformazioni urbane e la possibilità di ogni cittadino di partecipare alla vita della città e delle sue istituzioni, è spazio pubblico la democrazia e il modo di praticarla al di là delle strettoie dell’attuale configurazione della democrazia rappresentativa.

Il compito dell’urbanista

Per un urbanista l’obiettivo della difesa e riconquista dello spazio pubblico pone una molteplicità d’impegni. Il primo , nella situazione di oggi, è quello della difesa del metodo e dello strumento della pianificazione in quanto tale. Senza una visione olistica e di lungo periodo del territorio e delle sue trasformazioni non è possibile realizzare una città equa e umana: non è possibile garantire un futuro nel quale il diritto alla città sia realizzato.

Non basta però una qualsiasi pianificazione. É necessaria una pianificazione che abbia come suoi obiettivi non il privilegio degli interessi immobiliari, né la crescente “valorizzazione economica” del territorio, né lo “sviluppo dell’urbanizzazione” indipendentemente dalle sue finalità, ma il benessere delle popolazioni presenti e future in termini di salute, di accesso alle risorse e a tutti i beni comuni sia naturali che storici. Una pianificazione che assuma tra i suoi compiti principali (se vogliamo contrastare ciò di più negativo oggi accade) il contrasto al consumo di suolo e delle altre risorse naturali limitate, e il soddisfacimento, nell’organizzazione della città e del territorio, delle esigenze collettive dell’abitazione, dei servizi, della mobilità in condizioni di equità per tutti gli abitanti. Una pianificazione che abbia al suo centro la ricerca dell’equità nella dotazione dei servizi , nella libertà dell’uso e dell’accesso agli spazi della vita e delle funzioni collettive indipendentemente dalle condizioni sociali, culturali, economiche, della razionalità nella disposizione delle cose sul territorio, della bellezza nella definizione dei nuovi paesaggi e nella conservazione di quelli esistenti.

Si tratta allora per gli urbanisti – almeno in Italia - di cambiare molto rispetto alle attuali tendenze culturali. Più che tecnici al servizio degli interessi attuali e futuri della maggioranza della popolazione gli urbanisti sono oggi ridotti alla condizione di “facilitatori” degli interessi immobiliari, di “negoziatori” tra le aspettative dei proprietari e utilizzatori di aree da “sviluppare” con l’urbanizzazione indipendentemente dalle priorità sociali, di operatori abili a “perequare” gli interessi dei proprietari immobiliari e del tutto indifferenti alle ben più gravi sperequazioni tra persone, gruppi sociali e classi che abitano la città.

Ma pianificazione significa anche partecipazione dei cittadini al governo del territorio, alle decisioni che concorrono a realizzare le condizioni della vita futura. Perciò lavorare in questa direzione significa anche impegnarsi nel tentativo di espandere le democrazia (la capacità e possibilità di tutti di concorrere alla costruzione del bene comune) al di là dei limiti della democrazia rappresentativa e dell’istituto della delega permanente. Significa allora dare a tutti la possibilità concreta di essere liberi di partecipare alla vita pubblica, rendendo indipendente la libertà dalla proprietà[28].

Significa perciò anche costruire una nuova economia, nella quale il lavoro non sia alienazione (nel senso di ordinamento ad altro da sé) e riduzione dell’attività dell’uomo a merce, ma sia “lo strumento, peculiarmente umano, attraverso cui l’uomo raggiunge i suoi fini”[29]. Ma qui si apre un discorso che andrebbe ben al di là del tema di questo contributo, e di questo stesso fascicolo.

[1]Vezio De Lucia, Se questa è una città. La condizione urbana nell’Italia contemporanea, Roma, Donzelli, 2006, p. 5

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