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Edoardo Salzano
20040929 Seminario della CGIL a Vicenza: Per una città amica
7 Luglio 2008
Interventi e relazioni
Il 10-11 settembre 2004 la CGIL di Vicenza ha organizzato un seminario, rivolto ai quadri sindacali e agli amministratori, sul tema: "Un’altra idea di città: La città amica”. Sono stato chiamato a svolgere una relazione introduttiva (per la quale ho sintetizzato alcuni capitoli del mio libro “Fondamenti di urbanistica”) e a fare l’intervento conclusivo. Eccone il testo

Di nuovo oggi i giornali ci informano che la gente è tornata ad occupare le strade e i binari, nei paesi tra Napoli e Salerno, per protestare contro la riapertura di una discarica. Protestano perché quella discarica aveva già portato pestilenza, malattia e morte. Ma in Campania non sanno dove collocare i rifiuti: le città ne scoppiano. Ho accennato alla questione nel mio intervento di ieri. Vorrei riprenderla oggi, plerchè mi sembra emblematica.

Il punto di partenza: si producono troppi rifiuti. Questo ci ricorda la centralità di temi come “la riconversione ecologica dell’economia”: riconversione ecologica, ristrutturazione profonda, dei modi di produrre, di confezionare le merci, di consumare.

Ma un passaggio ulteriore è necessario: i rifiuti, comunque, oggi e domani, molti o pochi, bisogna smaltirli. Esistono tecnologie,m esistono parametri di localizzazione degli impianti, esistono procedure che consentono di informare, discutere, decidere insieme le localizzazioni più giuste. Ma questo richiede una forte capacità di governo pubblico del territorio. Invece in Campania, dove sarebbe servita una pianificazione efficace e democratica, hanno scelto al suo posto il project financing: l’appalto ai privati di scelte delicatissime.

L’origine dell’errore: non aver voluto affrontare per tempo un problema certamente complesso, con l’unico strumento che consente di affrontare problemi territoriali complessi – la pianificazione – e con l’unica autorità che è competente – quella eletta dai cittadini e responsabile nei loro confronti.

Ma le discariche e gli inbceneritori sono solo uno degli aspetti di un uso sbagliato del territorio e del potere pubblico. Un altro aspetto lo abbiamo sotto gli occhi: la “ dispersione insediativa”, quella sequela di casette, ville e villette (le abitazioni dei “tavernicoli”, come li ha battezzati Marco Paolini), capannoni e capannoncini, depositi, piazzali, strade, autostrade, svincoli . che hanno cancellato le campagne, distrutto i paesaggi, provocato l’inquinbamento delle falde idriche, sottratto suolo prezioso al ciclo biologico essenziale per la vita dell’uomo.

Questo aspetto è stato sottolineato da molrti interventi, soprattutto stamattina. Condivido in particolare l’intervento del sindaco di Arzignano, Fracasso, anche per la forza con la quale ha posto il problema di far comprendere a tutti i cittadini la gravutà e l’entità del danno, individuanto gli appropriati modi di comunicare una visione efficace della realtà che è sotto i loro occhi ma che non vedono, con strumenti quali quelli multimediali adoperati dalla Compagnia dei Celestini.

La dispersione insediativa è uno degli aspetti più gravi dell’attuale uso del territorio, del potere e delle risorse:

Del territorio: adoperato come un mero contenitore di ogni possibile manufatto, con la completa indifferenza per i valori del territorio. La terra impermeabiulizzata, la vegetazione estirpata, i fossi trasformati in fogne, i paesaggi lontani cancellati alla vista dei passanti. Mentre vaste estebnzioni di terreni già urbanizzati giacciono inutilizzati.

Del potere, adoperato per consentire ai proprietari immobiliari di accrescere la loro rendita trasformando gli annessi rustici in capannoncini e questi in capannoni e fabbriche, i campi in piazzali o in lottizzazioni. Il potere, adoparato per seguire e incoraggiare lo spontaneismo – 200 anni dopo che, nell’America dell’iniziatiova privata e dell’intrapresa, si era scoperto che lo spontaneismo è deleterio per la città e per l’economia.

Delle risorse economiche, dilapidate incoraggiando il modello di urbanizzazione più costoso in termini di distruzione dell’agricoltura, di aumento delle spese di energia, di tempo, d’investimento derivanti dall’irrazionale aumento della domanda di moobilità (si veda il lavoro di R. Camagni, M.C.Gibelli, P. Rigamonti , I costi collettivi della città dispersa, Alinea, Firenze 2003).

Il teritorio, insomma, viene devastato provocando il degrado di risorse preziose oer la vita e per l’economia. Ma ciò che soprattutto iundigna è che esistono gli strumenti per evitare questa dissipazione.

Alcuni casi concreti.

A Salerno, nell’ambito della progettazione del Piano territoriale di coordinamento provinciale si erano compite una serie di analisi territoriali su tutti i principali aspetti della sua struttura fisica e sociale, e su questa base si era costruito un sistema informnativo territoriale che consentiva l’0interrogazione istantanea e simultanea di tutte le basi di dati raccolti e territorializzati. Quando da una commissione regionale si definirono i parametri di sicurezza ai quali doveva rispondere la localizzazione di un impianto di smaltimento dei rifiuti, fu immediata la risposta che si diede, segnalando tutte le precise localizzazioni che rispondevano a quei criteri. Gli strumenti della pianificazione, con l’impiego delle tecnologie attualmente disponibili, consentono di individuare la gamma delle risposte ottimali a qualunque quesito territoriale.

Negli USA e nei Paesi Bassi ci si sta ponendo il problema fi frenate la dispersione urbana tracciando dei confini invalicabili al di là dei quali qualsiasi costruzione è impedita. Ho personalmente partecipato anche in Italia (nel comune di Sesto Fiorentino) a un’esperienza del genere, che è stata richiesta dagli stessi amministratori e adottata nella pianificazione urbanistica senza sollevare alcun problema sociale.

Ho accennato agli aspetti economici di un uso corretto del territorio. Poiché vi sto parlando di esperienze positive, vorrei accennarne a una che mi sembra significativa: l’Emscher Park nella Ruhr.

La crisi della produzione dell’acciaio stava portando l’intero land della Westfalia-Renania alla crisi. I tentativi di diversificare la produzione e attirare investitori erano falliti. Ciò che si comprese era che gli investitori erano dissuasi dalle pesanti coindizioni ambientali: la Ruhr dava un’immagine di fumo, grigio, sporco. Willy Brand, leader del partito socialdemocratico che era egemone nella regione, lanciò lo slogan “Cielo azzurro sulla Ruhr” e una iniziativa politica molto forte e di lunga durata. Nel giro di qualche decina di anni riuscirono a trasformare il paesaggio di una vasta zona: fiumiciattoli, diventati scarichi industriali , sono stati trasformati in fiumi azzurri tra rive boscose, dove si va a pescare e a remare; gli altissimi mucchi di residui carboniosi, più alti delle caìse dei villaggi operai, sono diventate colline divestite da foreste planiziali; i villaggi sono stati restaurati, le minieri e le industrie trasformate in musei, sedi di associazioni culturali e sportive e luoghi di manifestazioni creative e di loisir. Picole e medie inbdustrie “pulite” e attività direzionali si sono installate: si è avviato un altro sviluppo.

Questo esempio mi sembra che insegni due cose:

La prima. La qualità del territorio, della città, dell’ambiente è di per sé un valore economico. Infatti, man mano che procede la trasformazione delle attività produttive (dal semplice al complesso, dal grezzo al sofisticato, dal chiodo al microchip) aumenta la rischiesta di mano d’opera qualificata. Ma questa nbon chiede solo retribuzioni elevate: a un determinato livello di reddito, più che uno stpendio più alto conta un quadro di vita più piacevole: la bellezza del paesaggio, la ricchezza di occasioni culturali, il bun funziona,ento dei servizi colelttivi sono le carte che valgono di più.

Nopn a caso la sede europea della IBM è in un grande bosco alla periferia di Bruixelles, e quella della Hewlett Pacvkard è nella verde Irlanda, nei pressi della bella Dublino.

La seconda.Le trasformnazioni del’ambiente, anche le più radicali, possono essere effettuate, a condizione che ci sia un progetto definito e una forte, costante, coesa volontà politica, capace di costruire e attuare senza oscillazioni un progetto a lungo termine: una strategia. E vorrei osservare qui che il termine “piano strategico” (che in questi anni ha una certa fortuna in Italia) può significare due cose. Può essere, appunto, la delineazione e la condivisione di un progetto a lungo ternmone, “strategico” appunti, che poi trova nei piabni urbanistici, nei programmi di amministrazione, nei bilanci, negli accordi i suoi molteplici strumenti. Oppure può ridursi (come purtroppo spesso avviene) nella mera accettazione di una lista di cose da fare, di progetti da finanziare, di deroghe da ammettere.

Per concludere. I problemi ci sono. Gli strumenti ci sono. I poteri ci sono. E tra i poteri vorrei sottolineare il possibile ruolo della Provincia che, soprattutto in una situazione come quella del Vicentino, potrebbe svolgere un decisivo ruolo di promozione e di coordinamento, come del resto la legge le imporrebbe.

La responsabilità prima delle situazioni di disagio e inefficienza è indubbiamente attribuibile ai poteri, che non danno priorità ai problemi giusti né li affrontano con gli strumenti giusti. Ma io credo che granbde potrebbe essere il ruolo (e quindi grande è la responsabilità) delle forze sociali. In, primo luogo, di quelle che rappresentano il lavoro. Esse potrebbero, e perciò dovrebbero, porre all’attenzione dei poteri i problemi reali e le soluzioni giuste e possibili.

In altri tempi, questo è successo. Molti di noi hanno ricordato le lotte degli anni Sessanta e Settanta, e i loro risultati sul terreno degli strumenti. Oggi può succedere di nuovo. Il sindacato può riprendere la battaglia per questi aspetti della difesa del lavoro.

L’iniziativa che oggi si conclude, e quella di cui ci ha parlato il segretario della Camera del lavoro di Bologna, inducono a sperare che a Vicenza, e non solo a Vicenza, si riprenderà a lavorare per “un’altra idea di città”.

La relazione introduttiva di Oscar Mancini, Segretario della Camera del lavoro di Vicenza

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