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«Quando si deve decidere qualcosa circa le città e i castelli e le province che, per grazia di Dio, sono sottoposti al nostro governo, non c'è nessuno nella nostra amministrazione che sappia dare informazioni precise sui siti nei quali essi si trovano, sulla loro latitudine e longitudine, sui confini e sui domini limitrofi e così via; e se a qualcuno si chiedono informazioni queste sono spesso diverse a seconda dell'interlocutore, perché ciascuno risponde come crede. Si provveda perciò perché nella nostra Cancelleria e nella sede del nostro Consiglio dei Dieci vi sia, veridicamente disegnata, l'immagine di tutte le nostre città, terre, castelli, provincie e luoghi, talché chiunque voglia decidere e provvedere in merito ad essi ne abbia davanti agli occhi reale e precisa cognizione, e non debba affidarsi all'opinione di chicchessia» (versione dal testo latino pubblicato in G.B. Lorenzi, Monumenti per servire alla storia del Palazzo Ducale di Venezia, Venezia 1868).

Così, mezzo millennio fa (e precisamente il 27 febbraio 1460), Pietro Mocenigo, Bernardo Giustiniano e Marco Donato, i tre capi del Consiglio dei Dieci della Repubblica Serenissima di Venezia, deliberavano di formare la prima cartografia esplicitamente finalizzata al governo del territorio. Già allora quindi, trentadue anni prima del viaggio che portò Crístoforo Colombo ad aprire le strade delle Americhe e la storia a varcare le soglie dell'età moderna, le carte non erano solo un bell'oggetto, l'opera grafica di segno raffinato, la gratificante rappresentazione d'una porzione del mondo: erano soprattutto strumento d'una conoscenza volta al governo, all'azione politica e amministrativa. Già allora, un reggitore della respublica, per essere efficace e corretto nello svolgimento del suo compito, per non essere soggetto alle multiformi e variate opinioni dei suoi interlocutori, doveva disporre d'una cartografia «veridicamente disegnata», tenerla «davanti agli occhi» là dove e quando decideva.

Come delle carte antiche anche del fotopiano a colori del centro storico di Venezia, della moderna forma urbis di questa città preziosa, ciò che in primo luogo e a prima vista colpisce è la bellezza dell'oggetto. Non è un aspetto da trascurare, non foss'altro per il fatto che rende evidente in modo particolare la qualità, la delicatezza (la perfezione, si vorrebbe dire) di quella concreta realtà - fatta di edifici che sono anche valori economici e patrimoni, di acque che sono anche minaccia di allagamentí, di persone che sono anche bisogno di lavoro e di casa: fatta quindi di oggetti e di problemi - che è necessario governare e amministrare per la quale è perciò ogni giorno necessario compiere scelte. Scelte che quella qualità possono salvare e valorizzare oppure, e viceversa, guastare e compromettere.

Anche la bellezza dell'irnmagine, poiché è l'espressione, mediata dalle tecniche più sofisticate oggi esistenti, della bellezza dell'oggetto su cui si esercita l'azione degli amministratori - e di quanti operano, in un modo o nell'altro, nella città e per la città - è un invito ad agire, a scegliere, a decidere perché la ricchezza di quel patrimonio sia conservata e accresciuta: è un invito e una sollecitazione al «buon governo».

Ma se l'amministrazione comunale di Venezia ha deciso d'impegnare una quantità non irrilevante di risorse, e di lavoro, per la costruzione di un nuovo sistema informativo, di cui il fotopiano è il primo elemento, non è certo per una motivazione estetica, né per richiamare se stessa (e gli altri) alle proprie responsabilità. È stato invece per la convinzione che oggi più che mai la conoscenza è il presupposto ineliminabile delle scelte nelle quali consiste l'azione amministrativa e politica.

Quanto più le scelte vogliono essere calzanti con la realtà su cui intervengono, tanto più la conoscenza deve essere precisa, completa, attendibile. Quanto più le scelte vogliono potersi adeguare, con tempestività, ai mutamenti della realtà, tanto più la conoscenza deve essere aggiornabile, in modo altrettanto tempestivo, e sistematico. Perciò si è deciso di procedere, avvalendosi di esperti tra i più qualificati nel settore, all'individuazione delle imprese cui affidare la realizzazione dei sistema cartografico e informativo secondo metodi che garantissero di scegliere le imprese più qualificate a fornire il prodotto più rigoroso. E perciò si è deciso di utilizzare, per la formazione di quel sistema di cui il fotopiano è la componente più ricca di qualità formali immediatamente percepibili, soluzioni tecniche basate sull'impiego delle più sofisticate possibilità dell'informatica.

Una conoscenza quindi, quella di cui il sistema informativo è l'essenziale strumento, che ha una finalizzazione ben più ampia, ricca, complessa di quanto non fosse necessario alla metà del xv secolo. Esso infatti è finalizzato a un modo di governare le trasformazioni nella città che si propone di superare, e radicalmente, i limiti e gli errori che hanno contrassegnato nel recente passato i modi in cui le città si sono modificate. Si sa che - laceratasi con l'età moderna l'unità profonda tra cultura e prassi da cui è stata prodotta la qualità delle città storiche, e la loro capacità di modificarsi di continuo nel rispetto delle regole non scritte che ne determinavano la forma - ai guasti delle trasformazioni operate sotto la sola spinta degli interessi economici privati si è tentato, nei paesi europei, di porre riparo con la pianificazione urbanistica. Ma i modi in cui la pianificazione urbanistica è stata applicata in Italia (e non solo in Italia) sono in questi anni soggetti a una critica di fondo: per il rinvio generalizzato, dai piani generali, a scelte di pianificazione via via più dettagliate; per la rigidità di scelte sull'uso dei territorio compiute una volta per tutte; per il carattere meramente vincolistico delle normative; per l'insufficiente attenzione ai problemi (e all'obiettivo) della qualità urbana; per la separazione tra il momento della pianificazione e quelli della programmazione e della gestione.

Superare questo modo di pianificare esige certo molte cose: intelligenza e capacità di amministratori e di operatori tecnici; adeguamento di leggi; disponibilità di risorse; volontà di innovazione culturale. Tra le altre cose necessarie, non irrilevante è - appunto - la disponibilità di un sistema informativo costruito su misura per un nuovo modo di governare le trasformazioni urbane, ad esso finalizzato: che sia, quindi, così preciso da consentire di evitare il rinvio a successivi strumenti e livelli di piano, così completo da contenere tutte le informazioni necessarie per decidere in relazione agli obiettivi, così aggiornabile da potersi adeguare alle modificazioni via via indotte nella realtà, così flessibile da poter essere impiegato in tutte le fasi del processo di intervento nella città.

Non è certo sfuggito, agli amministratori della città, che realizzare un sistema informativo quale quello del quale qui si sono esposte le ragioni, significa fondare le scelte politiche su un quadro di conoscenze organizzato in modo tale da ridurre fortemente la discrezionalità delle scelte medesime: per meglio dire, da obbligare a rendere misurabili e valutabili gli effetti delle decisioni operate, e da consentire precisi riscontri tra l'enunciazione degli obiettivi e la coerenza con cui da essi derivano concrete conseguenze. Si può allora concludere che il nuovo sistema cartografico veneziano non è solo una innovazione sul piano delle tecniche adoperate e dei metodi di pianificazione cui è finalizzato. Esso è anche (può essere) strumento e sollecitazione a una innovazione sul piano della cultura politica e amministrativa. Ed è significati- vo che una spinta così complessiva, così multiforme, all'innovazione e al progressi venga da una città così antica, e che ha in modo così completo conservato la propria forma urbis: come le tavole qui raccolte limpidamente testimoniano.

Cfr il manifesto del 28.12.2007)

Renato Guttuso (26 dicembre 1911 - 18 gennaio 1987)

Dal sito www.parchivimercatese.it, dell'Associazione per i Parchi del Vimercatese, a commento dell'appello di eddyburg contro l'emendamento parcofago

Da "La pietà", 1927, in Sentimento del tempo

Citato in: ZYgmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001

DAL CAPITOLO IV

IL VENTO DELL’EMERGENZA NELLE VELE DELLA DEREGULATION

Quando le "emergenze" non sono causate da calamità naturali e altri eventi impre­vedibili si inventano, con italica fantasia. Manifestazioni sportive, esposizioni, celebrazioni, esigenze di ordine pubblico: tutto fa brodo per gli sregolatori.

Tra le "emergenze inventate" va annoverata la calamità territoriale dei Mondiali di calcio. Dal maggio del 1984 si sapeva che la grande kermesse agonistica si sarebbe tenuta in Italia nel 1990, sei anni dopo. Tutto il tempo di provvedere, quindi: ma allora, non sarebbe stata un'emergenza! E infatti si dorme per tre anni. Ci si sveglia nel 1987, e si approva un decreto, dominato dall'urgenza [1]. Questo prevede, nella sostanza, due cose: soldi per opere d'ogni genere, e facoltà di derogare sia dalle procedure degli appalti che da quelle urbanisti­che.

I finanziamenti previsti sono 3.500 miliardi di lire, ma gli incrementi dei prezzi por­tano la spesa a 7.320 miliardi: più del doppio. Gli appalti sono affidati in deroga alle norme ordinarie, con un largo ricorso all'istituto della concessione della progettazione e dell'esecu­zione delle opere. La deroga è motivata dalla considerazione che esiste una "eccezionale ur­genza derivante da avvenimenti imprevedibili": abbiamo appena ricordato che era dal 1984 che si sapeva che i campionati mondiali di calcio si sarebbero svolti in Italia nel 1990.

Lo strumento impiegato per derogare alle procedure urbanistiche è la "conferenza". Una riunione di rappresentanti di tutti gli enti interessati, vuoi per competenza tecnica vuoi per obbligo di esprimere pareri o accertare conformità, esamina frettolosamente i progetti delle opere e li approva, anche se sono in deroga agli strumenti urbanistici. Un rappresen­tante del comune presente a una riunione, in cui in mezza giornata si esaminano decine di progetti, col suo "si" o, molto più raramente, col suo "no", scavalca la discussione del con­siglio comunale, la partecipazione dei quartieri, il parere della cittadinanza: senza alcuna pubblicità, decide per tutti su opere che, in molti casi, condizionano pesantemente il futuro delle città coinvolte.

Si tratta infatti di opere che incidono notevolmente sull'assetto delle città e del terri­torio. Eccone alcune: la ristrutturazione della stazione ferroviaria di Firenze e dell'intero piazzale di S. Maria Novella, la grande circonvallazione a Cagliari, la tangenziale di Verona, tronchi di autostrade un pò dovunque. E poi, dappertutto, alberghi, centri congressi, e na­turalmente stadi e parcheggi: il più delle volte (come a Palermo, come a Trieste) localizzati in luoghi che aumentano la congestione del traffico. È la stessa Corte dei Conti a rilevare "gli effetti destabilizzanti che le opere realizzate hanno indotto nelle città interessate" [2].

In definitiva, come osserva Luigi Scano, lo sport non c'entra e neppure il tifo:

“L'evento calcistico viene cupidamente visto come una nuova occasione per riproporre un vecchio e adusato gioco: prendere le mosse da una circostanza "straordinaria" per attivare ingenti investimenti, totalmente o prevalentemente pubblici, essenzialmente nel comparto delle opere edificatorie, assumendo l'urgenza e la ristrettezza dei tempi disponibili, l'assenza di coerenti e funzionali previsioni sedimentate negli strumenti di pianificazione e di programmazione, e anche la farraginosità (presunta, e anche reale) delle ordinarie disposizioni di merito, le carenze dei sistemi decisionali politici e delle amministrazioni, come ragioni ("e che ragioni forti!", direbbe Leporello) per sospende­re l'efficacia del maggior numero possibile di regole[3].

Nonostante l'eccezionalità delle procedure, alla scadenza del termine solo il 40 per cento delle opere è completato. Come denuncia il Wwf in una conferenza stampa a Mon­tecitorio, degli 87 interventi di viabilità previsti solo 33 sono ultimati, mentre per gli altri 54 lo stato d'avanzamento dei lavori non supera il 65 per cento. Nella conferenza stampa si fa osservare che più d'una impresa che sta operando per i Mondiali è sotto inchiesta ad opera dei giudici milanesi di Mani pulite.

E non c'è forse una sola opera tra quelle finanziate e realizzate che - dopo aumenti dei costi, varianti, prezzi magari raddoppiati o triplicati - non abbia mostrato qualche pecca o malanno e la necessità di nuovi lavori e rifacimenti. "Costato cinquantacinque miliardi, l'impianto sportivo non ha retto al "ciclone": partita rinviata, spogliatoi allagati, impianti elettrici fuori uso" - titolava il 29 settembre 1992 il quotidiano la Repubblica la notizia del mancato incontro allo stadio Marassi di Genova, e concludeva: "per il ristrutturato stadio mondiale è una Caporetto". Ma lasciamo parlare la Corte dei conti.

“Gli investimenti fatti per i mondiali di calcio presentano non solo segni di precoce de­grado, ma appaiono privi dei necessari interventi integrativi che ne avrebbero permes­so l'inserimento nel tessuto urbano. Sulla lievitazione dei costi e sulle inadeguatezze delle strutture portate a termine sono in corso indagini presso le procure della Re­pubblica di Roma e di Palermo. Il versante più problematico è rappresentato dagli in­terventi non previsti originariamente dalla legge che, approvati dalla conferenza dei servizi, sono stati portati a termine dai comuni di Bari, Verona, Firenze, Milano e Roma con grande lievitazione dei costi. D'altra parte, ben 17 opere programmate per l'"Italia 90" non sono state portate a compimento, pur essendo approvate dalla confe­renza dei servizi” [5].

Non ci sono differenze, nel malgoverno, tra Nord e Sud. A Palermo

“le opere relative alla ristrutturazione dello stadio centrale, che in un primo momento erano state deliberate dal consiglio comunale "a termine" nella previsione della di­smissione dell'opera alla fine del campionato, sono oggi oggetto di inchieste giudizia­rie a causa del loro degrado. Anche il nuovo stadio San Gabriele, ultimato solo suc­cessivamente al campionato e non utilizzato, è tuttora chiuso al pubblico. La situazio­ne non appare dissimile a Milano dove gli interventi di adeguamento e ampliamento dello stadio San Siro, il cui costo è lievitato da 64 a 133 miliardi, necessitano di im­mediate modifiche. A Roma la ristrutturazione dello stadio Olimpico, che ha assorbito circa 212 miliardi rispetto agli 80 delle previsioni, è oggetto di particolari indagini della magistratura ordinaria e contabile”[6].

[1] Decreto-legge n.2 del 3 gennaio 1987, convertito in legge e integrato con successivi provvedimenti del 1987, del 1988 e del 1989.

[2] Corte dei Conti, Sezione Enti locali, Relazione sui risultati dell'esame della gestione finanziaria e dell'atti­vità degli enti locali per l'esercizio finanziario 1990, (relazione alle Camere), deliberazione n. 11/1992, p.519.

[3]Luigi Scano, "Anni ottanta e mondiali. Chiuso il cerchio della deregulation", in Urbanistica informa­zioni, n.119, gennaio-febbraio 1990.

[5] Corte dei conti, doc.cit.

[6]Ibidem.

Come abbiamo visto, nel corso degli anni 70, sotto la spinta del movimento sindacale per la casa e il territorio, si erano venuti mettendo a punto nuovi meccanismi di programmazione per l'intervento pubblico nell'edilizia. Si trattava dello sviluppo e del consolidamento di una riforma già avviata all'inizio degli anni 60 (con la legge 167 del 1962), nel quadro di una definizione organica dei rapporti tra le strutture centrali dello Stato e le neonate regioni. La programmazione pluriennale dell'intervento pubblico nell'edilizia abitativa, l'attribuzione alle regioni delle competenze di ripartizione territoriale dei finanziamenti e di verifica dell'efficacia degli interventi, la realizzazione integrata di alloggi e servizi sociali, l'acquisizione preventiva delle aree da parte dei comuni e l'inclusione dei nuovi insediamenti nelle procedure e nelle coerenze della pianificazione urbanistica: questi erano i cardini del nuovo assetto del settore, formato con l'attenzione soprattutto alla definizione di una corretta ed equilibrata ripartizione delle responsabilità dei compiti tra Stato, regioni e comuni.

Il meccanismo non è ancora del tutto a regime, che subito lo si scardina. Si comincia con una legge per l'accelerazione delle opere pubbliche del 1978, approvata tra Capodanno e la Befana, quando i parlamentari erano ancora impegnati nella digestione delle feste. Una leggina transitoria (doveva durare solo tre anni, ma fu prorogata silenziosamente di triennio in triennio fino al 1987, e poi resa permanente) consente che le opere pubbliche siano eseguite anche se in contrasto con gli strumenti urbanistici. Per poter derogare al piano regolatore e costruire là dove esso non lo consente, o realizzare, per esempio, un parcheggio o un ospedale là dove sono invece previsti un parco pubblico o una scuola, basta che il relativo progetto sia approvato dal Consiglio comunale. Questo, così, approva il progetto tecnico di una scuola o una strada (magari subendo il ricatto dell'urgenza, pena la perdita del mutuo) e approva invece una variazione di rilievo al piano regolatore [1].

Con questa legge l'urbanistica, nei comuni, passa di fatto dalle competenze degli assessorati all'urbanistica a quelli ai lavori pubblici. Le decisioni, anche formali, sul territorio non avvengono infatti più mediante i piani (e le lunghe e ampie discussioni che questi provocano), ma con un comma marginale introdotto nelle delibere di approvazione dei progetti di opere pubbliche, di competenza appunto degli assessori ai lavori pubblici. Negli anni 60 e 70 i partiti si contendevano gli assessorati all'urbanistica. Negli anni 80 diventano invece più ambiti quelli ai lavori pubblici. Un segno non marginale dei tempi nuovi che si stanno aprendo.

[1] Legge n.1 del 3 gennaio 1978, Accelerazione delle procedure per l'esecuzione di opere pubbliche e di impianti e costruzioni industriali. Questa stessa legge introduce un'altra gravissima norma: il ripristino, come forma generale e ordinaria di contrattazione, della trattativa privata, che era stata fortemente limitata dalla Direttiva comunitaria 305 del 1971 e dalla conseguente legge 540 del 1977.

S

Anna Marson, Alberto Magnaghi, Walter Bonan, Edoardo Salzano

2006091

Il Medssaggero del 30 marzo 2006

La governance, come nasce

L’attenzione degli studiosi e degli operatori si è decisamente spostata, da qualche tempo, dal government alla governance: dalla formazione e dall’esercizio delle regole che l’autorità pubblica definisce in ragione dell’interesse pubblico, ai procedimenti bottom-up di partecipazione e negoziazione che tendono ad allargare il consenso attorno alle scelte e a coinvolgere nel processo delle decisioni gli attori pubblici e privati [1]. Si tratta di comportamenti applicati con fortuna in altre realtà nazionali, ed è quindi al modo in cui sono stati applicati altrove che è opportuno fare riferimento.

La governance nasce, mezzo secolo fa, tra gli economisti americani. Nasce come procedura aziendale più efficace del mercato per gestire determinate transazioni con protocolli interni al gruppo o con contratti, partenariati, regolamenti quando si tratta di rapporti con attori esterni. Ma sono molto interessanti la ragione e il modo in cui il ricorso al termine (e alla problematica) della governance si sposta dal terreno economico delle aziende a quello politico e amministrativo dei poteri locali: ciò avviene, alla fine degli anni Ottanta, nella Gran Bretagna in occasione di un programma di ricerca sulla ricomposizione del potere locale.

Il Centre de documentation de l’urbanisme del Ministère de l’equipement, des transport et du logement francese ha preparato un dossier molto utile sull’argomento, dal quale traggo alcune citazioni [2].

[…] a partire dal 1979 il governo di Margaret Tatcher ha varato una serie di riforme tendenti a limitare i poteri delle autorità locali, giudicate inefficaci e troppo costose, attraverso un rafforzamento dei poteri centrali e la privatizzazione di determinati servizi pubblici. I poteri locali britannici non sono tuttavia scomparsi, ma si sono ristrutturati per sopravvivere alle riforme e alle pressioni del governo centrale. Gli studiosi che hanno analizzato queste trasformazioni nel modo di governare delle istituzioni locali inglesi hanno scelto il termine di “ urban governance” per definire le loro ricerche. Hanno tentato così di smarcarsi dalla nozione di “ local government”, associata al precedente regime decentralizzato condannato dal potere centrale [3]

L’applicazione della governance al campo dei poteri pubblici locali nasce insomma come difesa dallo smantellamento dei medesimi poteri da parte un governo centralizzato e privatizzante, come quello della Tatcher. (Ciò testimonia, tra l’altro, che il buon funzionamento della pubblica amministrazione non è un obiettivo bipartisan, ma è strettamente correlato all’impostazione politica complessiva di chi governa).

Nel medesimo testo del CDU del ministero francese che ho prima citato si riportano alcune definizioni della governance che esprimono contesti diversi, e che corrispondono a una fase ulteriore di applicazione del termine a realtà istituzionali meno anguste di quella aziendale e meno difensive di quella britannica. Alcuni definiscono infatti la governance come

un processo di coordinamento di attori, di gruppi sociali, d’istituzioni, per raggiungere degli obiettivi specifici discussi e definiti collettivamente in territori frammentati e incerti [4]

altri come

le nuove forme interattive di governo nelle quali gli attori privati, le diverse organizzazioni pubbliche, i gruppi o le comunità di cittadini o di altri tipi di attori prendono parte alla formulazione della politica [5].

La Commission on global governance, costituita nel 1992 su promozione di Willy Brandt, ha definito nel 1995 la governance come

la somma dei diversi modi in cui gli individui e le istituzioni, pubbliche e private, gestiscono i loro affari comuni. È un processo continuo di cooperazione e d’aggiustamento tra interessi diversi e conflittuali [6].

È proprio la presenza di “interessi diversi e conflittuali” uno dei punti sui quali è necessario porre attenzione, nella ricerca di una comprensione della governance e della sua applicabilità a contesti come quelli italiani.

Non è vero che tutti gli attori sono uguali

Possiamo leggere quindi la governance, e la sua applicazione in Italia, anche come un tentativo di coinvolgere nel meccanismo delle decisioni sul territorio soggetti diversi, i quali tutti concorrono ai processi di trasformazione e utilizzazione dello spazio, ma non sono adeguatamente riconosciuti nel meccanismo definito dalle procedure vigenti. Nell’affrontare questo tema occorre però partire da una consapevolezza. Non è vero che tutti gli attori sono uguali. Ogni attore esprime un interesse. E non è vero che tutti gli interessi debbano avere la stessa rilevanza. Non è vero che si garantisce l’interesse generale se si assegna lo stesso peso, attorno alla stessa tavola, a portatori d’interessi generali e a portatori di, sia pur legittimi, interessi parziali.

La prima grande distinzione che occorre compiere è quella che seleziona gli enti che esprimono interessi generali della collettività in quanto tale: si tratta, in Italia, delle istituzioni elettive. Sono queste che devono costituire il primo tavolo della concertazione. E però, per ciascun argomento in discussione e co-decisione, occorre stabilire con chiarezza a chi spetta la responsabilità ultima di decidere, se il consenso (che è un obiettivo, non una certezza) non viene raggiunto. Allo stesso tavolo è giusto che siedano, e ugualmente concertino, i portatori d’interessi pubblici specializzati, sovrani ope legis nel campo del loro specialismo: dalla tutela dei beni architettonici e culturali al paesaggio, dalla difesa del suolo alla pubblica sicurezza agli enti funzionali. La co-decisione, o l’intesa, può snellire in modo sostanziale le procedure senza togliere a nessun il proprio legittimo ruolo.

Anche a questo proposito le innovazioni introdotte dalle leggi regionali recenti colgono alcuni risultati rilevanti, senza cedere a mode tendenti alla “concertazione assoluta” e, di conseguenza, alla deresponsabilizzazione di ciascuno dei soggetti coinvolti. Si tratta delle “conferenze di pianificazione” (o simili), cioè di incontri istituzionali dei diversi soggetti pubblici interessati a una questione nella quale sia coinvolta la responsabilità di ciascuno di essi. Si riuniscono, opportunamente documentati; esaminano la questione collegialmente; esprimono illico et immediate il loro parere, se possibile; se le posizioni sono contrastanti, discutono e cercano la mediazione; se è necessario un supplemento di analisi o d’istruttoria decidono lì per lì la data della prossima riunione, nella quale decideranno.

Un tavolo diverso è quello al quale il pubblico siede e coopera con i portatori d’interessi parziali: dalle imprese ai portatori di interessi diffusi. Questo tavolo, il tavolo pubblico-privato, è essenziale per due aspetti, entrambi rilevanti, del processo di governo delle trasformazioni urbane e territoriali: per la verifica delle scelte pubbliche, prima della loro definizione ed entrata in vigore; e per la loro implementazione e attuazione, nella quale il ricorso degli “esterni” alla pubblica amministrazione, e in particolare dei privati, è essenziale.

Gli interessi privati

Ma quali “privati”? Anche qui, è necessario distinguere. Una cosa è il privato espressione di interessi diffusi: il soggetto che esprime interessi di gruppi di cittadini che si animano per la soluzione di questo o quel problema d’interesse di una comunità, piccolo o grande che sia: si tratta di attori che normalmente ricevono poco spazio nel processo delle decisioni. Altra cosa è l’attore che rappresenta interessi imprenditoriali maturi, finalizzati ad associare fattori di produzione per produrre merci o servizi, innovazione, profitto ed accumulazione. Si tratta di attori cui non manca la capacità di esprimersi e di svolgere un ruolo forte: un ruolo molto positivo, a meno che non esprima la copertura di un terzo tipo di attori.

Altra cosa ancora sono gli attori che esprimono meri interessi di valorizzazione immobiliare. Questi aspirano a inserirsi nei processi delle scelte pubbliche per ottenere che il pennarello dell’urbanista colori di particolari tinte – o copra di particolari retini – i loro terreni e i loro edifici. Chiunque abbia avuto a che fare con la pianificazione urbanistica ha incontrato spesso casi simili. Si tratta di quei casi che indussero il presidente del Consiglio Aldo Moro, quattro decenni fa, a coniare – per la riforma urbanistica – l’obiettivo della “indifferenza dei proprietari alle destinazioni dei piani”. E si tratta di quei casi che hanno indotto a parlare di “economia del retino”: quella “economia” per la quale l’obiettivo non è realizzare e rendere operativa l’industria per la quale si è chiesto, e ottenuto, il cambiamento della destinazione d’uso (e quindi del retino) da agricola a industriale, ma semplicemente aumentare il valore del patrimonio per ottenere un maggior livello di credito dalle banche.

Governare la governance

Mi sembra quindi che, mentre la governance istituzionale non pone problemi che non siano “tecnici” alla sua utilizzazione in supporto al government, particolare attenzione deve essere posta a inserire correttamente nel processo delle decisioni i portatori d’interessi privati, in particolare quelli economici. L’ipotesi che si può formulare è che la governance, nel campo del governo del territorio , funzioni, e funzioni bene, là dove esistono due condizioni:

1. gli attori privati che si coinvolgono nel progetto comune esprimono interessi nel cui ambito la valorizzazione delle proprietà immobiliari (e in generale le rendite parassitarie) svolgono un ruolo marginale;

2. gli attori pubblici che promuovono la governance, e quindi in qualche modo la “governano”, sono soggetti forti, autorevoli, competenti, efficaci ed efficienti.

Credo perciò che si debba procedere con molta attenzione nell’abbassare la guardia delle procedure consolidate per innovare – come pure è necessario – nel campo intricato e delicatissimo dei rapporti tra bene pubblico e interessi privati. Soprattutto in Italia, dove l’intreccio rendita-profitto è molto forte ed è generalmente a vantaggio del primo termine, dove gli interessi diffusi stentano ad affermare la propria rappresentazione, e dove l’amministrazione pubblica è tradizionalmente debole. Ed è certo che il primo passo necessario per sperimentare procedure innovative nelle pratiche del governo del territorio è quello di dotare i poteri elettivi di strutture tecnico-amministrative autorevoli, competenti, consapevoli del proprio ruolo, motivate, e perciò efficaci ed efficienti.

E la partecipazione?

Coinvolgere nella pianificazione i cittadini (in quanto tali, in quanto utenti della città e suoi “padroni”, e non in quanto proprietari di sue singole parti) è ambizione che l’urbanistica ha sempre coltivato. Con risultati, mi sembra, insoddisfacenti, salvo casi limitati che non hanno costituito precedenti significativi di pratiche diffuse. Il coinvolgimento è relativamente facile (là dove si adoperano tecniche adeguate e, soprattutto, volontà politica determinata) quando si tratta di trasformazioni urbane limitate: l’apertura di una strada, la ristrutturazione di un quartiere esistente, la progettazione di un intervento pubblico d’interesse locale [7]. Ed è facile là dove si tratta di opporsi a un intervento negativo: lì la tensione NIMBY ( Not In My Back Yard: non nel mio cortile) costituisce un buon alimento se l’intervento proposto è negativo. Molto più complesso è lì dove l’argomento è un intero progetto di città o di territorio. Probabilmente non si tratta di un problema tecnico, ma politico. Lo sostiene un intelligente urbanista a tutto campo, Silvano Bassetti. Secondo Bassetti

se per urbanistica intendiamo la pratica di governo con cui una comunità insediata su un brano di territorio regola e amministra le trasformazioni fisiche e funzionali di quel territorio e dei suoi insediamenti; e se per partecipazione intendiamo il coinvolgimento consapevole, diretto e responsabile dei cittadini alle decisioni che condizionano il destino presente e futuro della comunità insediata, allora “urbanistica partecipata” è davvero una tautologia [8].

Del resto, ho più volte affermato che urbanistica e politica sono due aspetti connessi d’un medesimo campo di interessi, obiettivi, procedure. In una civiltà politica che si è data la democrazia come regola generale, l’urbanistica è allora necessariamente anch’essa “urbanistica democratica”. Solo che, prosegue Bassetti,

La società e la città del terzo millennio ha una complessità che non ammette romanticherie o scorciatoie. Il principio della partecipazione va concretamente declinato qui ed ora attraverso pratiche adeguate alla complessità del moderno e coerenti con le peculiarità del luogo. Va costruita pazientemente una cultura della partecipazione. Va aumentata simmetricamente la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore. Va rotto il meccanismo perverso che riduce lo spazio della partecipazione alla pura protesta. Vanno create procedure capaci di stimolare la partecipazione [9].

Per concludere che

la partecipazione è un esercizio complesso di democrazia reale. Non ce la regala nessuno e non è un optional. Va costruita pazientemente sulla conoscenza, sulla responsabilità, sulla distinzione dei ruoli, sulla trasparenza [10].

Con la stessa pazienza con la quale vanno ricostruite la politica e la democrazia.

[1]Si veda: P.L.Crosta, La politica del piano, Franco Angeli, Milano 1995; L. Bobbio, La democrazia non abita a Gordio, Franco Angeli, Milano 1996-

[2] N. Holec, G. Brunet-Jolivald, Go uvernance: dossier documentaire, Direction generale de l'urbanisme, de l'habitat et de la construction, Centre de Documentation de l'Urbanisme, Paris 1999.

[3] Ibidem.

[4] A. Bagnasco e P-J. Le Gales, cit in Holec, Brunet, op. cit.

[5] G. Marcou, F. Rangeon e J-L. Thiebault, cit. ibidem.

[6] Ibidem

[7]Si veda R. Lorenzo, La città sostenibile: partecipazione, luogo, comunità, Eléuthera, Milano 1998; La costruzione sociale del piano, a cura di P. Bellaviti, in Urbanistica n. 103/1995.

[8] S. Bassetti, Urbanistica partecipata, in: “Atlas - Rivista quadrimestrale dell’INU Alto Adige”, n. 22, dicembre 2001.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

Esistono molti modi di ripartire le competenze tra soggetti di diverso livello. Un tempo si praticava una ripartizione basata sulle “materie” (gli acquedotti spettano a Tizio, i trasporti a Caio, l’ambiente a Sempronio). Si può dire che questa concezione ha prevalso nel nostro paese grosso modo fino al completamento e al riordino del trasferimento e della delega delle competenze alle regioni, nel 1977. Fino alla ventata del “federalismo all’italiana” e delle “devoluzioni” il criterio che si cominciava ad adottare era quello di riferire le competenze a oggetti[1] e aspetti, adoperando per la ripartizione un criterio adottato dagli organismi europei per distinguere le competenze tra la responsabilità comunitaria e quella dei singoli stati. Si tratta del “principio di sussidiarietà”, ancor oggi celebrato a parole.

In Italia questo termine viene infatti adoperato spesso (come del resto il termine “sostenibilità”) in modo approssimativo. Nel linguaggio della Lega di Bossi, “sussidiarietà” significa tutto il potere al basso, il più lontano possibile da “Roma ladrona”. Nel linguaggio dei variopinti fautori (a destra, al centro e a sinistra) del “meno Stato più mercato”, significa delegare tutto il possibile ai privati. In un linguaggio più accettabile significa delegare ai livelli più vicini all’elettorato il maggior numero possibile di competenze. In realtà nella cultura europea il termine ha un significato alquanto diverso[2].

In omaggio al principio vichiano che “natura di cose altro non è che nascimento di esse” , è utile ricordare che il principio di sussidiarietà venne proposto da Jacques Delors, allora Presidente della Commissione europea, per individuare i poteri degli organismi sovranazionali europei distinguendoli da quelli dei governi nazionali: una definizione “dall’alto”, quindi, e non “dal basso”, come tutte quelle che circolano in Italia. Riferiamoci al testo del Trattato dell’Unione Europea, solennemente sottoscritto a Maastricht dai rappresentanti di dodici governi il 7 febbraio 1992, in cui il lungo dibattito trovò sbocco e sistemazione. L’articolo 3b afferma:

La Comunità interviene entro i limiti dei poteri ad essa conferiti da questo Trattato e degli obiettivi ad essa assegnati. Nei campi che non ricadono nella sua esclusiva competenza la Comunità interviene, in accordo con il principio di sussidiarietà, solo se, e fino a dove, gli obiettivi delle azioni proposte non possono essere sufficientemente raggiunti dagli Stati membri e, a causa della loro scala o dei loro effetti, possono essere raggiunti meglio dalla Comunità[3].

Il principio di sussidiarietà significa perciò che là dove un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti, e questi sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello di governo sovraordinato (lo Stato nei confronti della regione, o l’Unione europea nei confronti degli stati nazionali) è a quest’ultimo che spetta la responsabilità e la competenza dell’azione. E la scelta del livello giusto va compiuta non in relazione a competenze astratte o nominalistiche, oppure a interessi demaniali, ma (prosegue il legislatore europeo) in relazione a due elementi precisi: la scala dell’azione (o dell’oggetto cui essa si riferisce) oppure i suoi effetti.

Così, ad esempio, si può mai ipotizzare che una strada di grande comunicazione, magari connessa a un sistema di itinerari europei, abbia rilevanza solo regionale? È certamente un’opera di scala almeno nazionale, come lo è un elemento del sistema portuale o aeroportuale nazionale: per la sua scala, appunto, e non per l’ente che vi ha competenza amministrativa o patrimoniale. Forse che la grande rete dei trasporti, che connette le varie parti del paese e i nodi del sistema insediativo e di quello produttivo, non è al servizio della “Azienda Italia” nel suo complesso? E non richiede perciò forse un loro “governo” alla scala dell’intera nazione?

Del tutto analogo il ragionamento nel campo dell’ambiente. Del resto, con la legge 431/1985 si era affermato un modo di connettere le responsabilità dei livelli di governo, distinguendone le competenze in relazione alla scala degli interessi territoriali coinvolti, del tutto coerente con il principio di sussidiarietà (nella sua accezione europea, non in quella padana). Quella legge determinava infatti e vincolava, come abbiamo visto, i grandi elementi del paesaggio nazionale, rilevanti alla scala dell’intera Penisola (l’orditura del paesaggio costituita dalle montagne, le coste, i fiumi, i boschi) impegnando regioni, province e comuni ad approfondire l’analisi e le scelte di tutela alla loro scala.

E ancora. Se le opere di grande scala e la tutela del paesaggio sono responsabilità e competenza del governo nazionale (poiché solo a questa scala possono essere efficacemente governati), se alla medesima responsabilità e competenza appartiene orientare l’insieme delle politiche economiche e sociali (poiché il nostro capitalismo a tutto è disposto a rinunciare, non a essere assistito), come quelle per la mobilità e i trasporti, è davvero “moderno” e “federalista” rinunciare ad applicare quella responsabilità di definizione delle “linee fondamentali dell’assetto territoriale nazionale”, che il Dpr 616/1977 attribuiva allo Stato? In effetti, se il principio della sussidiarietà ci dice che il l’assetto del territorio nazionale non può nascere dall’assemblaggio delle singole decisioni regionali, il principio della pianificazione ci dice che i problemi delle reti e delle loro connessioni, quello dell’ambiente e delle risorse naturali e storiche, quello del sistema insediativo, non possono essere affrontati separatamente: a meno che non si vogliano rischiare ancora i conflitti, le paralisi, le inefficienze che inevitabilmente nascono quando le decisioni relative a singole parti di un sistema solidale vengono prese separatamente.

[1] Con il termine “oggetti” non si indica qui l’elemento materiale dell’assetto del territorio (la strada o il centro storico, il centro commerciale o il bosco ecc.): Il termine “oggetto” è adottato invece in una logica simile a quella in cui è usato normalmente il termine “beni”. L’uno e l’altro termine configurano entità immateriali che, quand’anche si riferiscano a “cose” materiali, non si identificano con esse. Talché su di un’unica “cosa” può fondarsi una pluralità di beni ogniqualvolta in essa siano separabili diverse utilità o valori autonomamente riconoscibili. Ed analogamente un’unica “cosa”, un unico elemento materiale, può costituire il riferimento materiale di una pluralità di “oggetti” ogniqualvolta in essa siano separabili diversi “aspetti” autonomamente riconoscibili e incidenti su interessi la cui titolarità (esclusiva o prevalente) appartenga a diversi soggetti.

[2]L’interpretazione adottata in Italia è configurata nel seguente testo legislativo: “il principio di sussidiarietà, con l'attribuzione della generalità dei compiti e delle funzioni amministrative ai comuni, alle province e alle comunità montane, secondo le rispettive dimensioni territoriali, associative e organizzative, con l'esclusione delle sole funzioni incompatibili con le dimensioni medesime, attribuendo le responsabilità pubbliche anche al fine di favorire l'assolvimento di funzioni e di compiti di rilevanza sociale da parte delle famiglie, associazioni e comunità, alla autorità territorialmente e funzionalmente più vicinaai cittadini interessati”. Legge 15 marzo 1997 n. 59, articolo 4, comma 3, lettera a).

[3] Il testo dell’articolo è stato confermato nel Trattato di Amsterdam il 2 ottobre 1997, ed è divenuto l’articolo 5 del Trattato istitutivo della Unione europea.

2005

So come comincia la vecchiaia. Tende a scomparire la forza sessuale (ma non il desiderio). Diventa faticoso salire gradini e pendii, senti dolore nei muscoli delle cosce, sebbene continui a camminare bene in piano. Se corri o cammini in salita ti manca presto il fiato, anche se da molti anni hai smesso di fumare. Ci metti molto tempo a ricordarti che l’Università di cui Dereck Drummond è decano si chiama McGill, e che il democristiano di nome Mariano, che hai visto ogni settimana per quindici anni e con cui ti soffermi a chiacchierare in Frezzeria, di cognome fa Baldo. E quando non fai una cosa che ti piacerebbe fare non pensi che la farai più avanti nel tempo, ma che non la farai più. Ecco come è cominciata la vecchiaia, per me.

Ho settant’anni; non sono ancora in pensione perché i professori universitari ci vanno più tardi. Penso che forse non ci andrò mai, perché lavorare mi piace. Mi piace il mio lavoro: mettere insieme le cose con le parole dette e quelle scritte; raccontare e scrivere per gli amministratori e per i ragazzi, parlando e proponendo a proposito di città, territorio, ambiente, pianificazione. Facendo quel mestiere che ho cominciato, quasi per caso, molti anni fa.

Non sono in pensione, ma ho imparato a conservare più tempo per me: a correre meno da una città a un’altra, da un impegno a un altro, da una riunione a un articolo, da una relazione a un’intervista. Tempo anche per i ricordi. Perché con la vecchiaia i ricordi ritornano. E diventano importanti: non più aneddoti che racconti per far sorridere gli amici ma ragioni di vita, possibili chiavi per comprendere te stesso. Per comprendere ciò che sei, e ciò che avresti potuto essere se le cose fossero andate in un altro modo. E anche per lasciare qualcosa di te ai figli e ai nipoti: perché cominci a pensare che forse non sei eterno.

con i telespettatori (i radioascoltatori), ma non abbiamo altro mezzo per condividere con tutto il paese lo sconcerto e la rabbia per come il servizio pubblico in questi giorni viene umiliato. Lasciato ancora una volta senza governo per la feroce contesa intorno al suo controllo, spogliato del 70% degli utili raccolti, privato di grandi opportunità come l’offerta intera dei Mondiali di calcio. E’ uno scenario persino più drammatico di quel che avevamo temuto, in termini di lottizzazione, di asservimento al governo, ai partiti, agli interessi della concorrenza. Noi non ci rassegnamo allo smantellamento del servizio pubblico, convinti di interpretare l’opinione della grande maggioranza degli italiani.” Usigrai

Luca Signorelli, La Resurrezione della carne, 1499-1502

dettaglio dall'affresco

Cappella di San Brizio, Duomo, Orvieto

http://gallery.euroweb.hu/art/s/signorel/brizio/2/3resurr1.jpg

da http://www.retecivica.novi-ligure.al.it/scuole/scircolo/primavera.jpg

Un colpo di fortuna

Non sarei nato se il tenente del Genio Artiglieria Armando Diaz, nel 1884, a Caserta, avesse preso dal mazzo di chemin de fer una carta più bassa. Mio nonno era allora ufficiale di prima nomina. La sera, quando era libero, andava al Circolo degli ufficiali, dove giocava volentieri. Quella volta era stato particolarmente sfortunato. Contro il suo carattere rigoroso si era lasciato prendere la mano. Un rapido conto gli aveva fatto scoprire, con terrore, che perdeva più, molto di più, di quanto avrebbe potuto pagare col suo stipendio. Di farsi prestare soldi, neanche parlarne. Prese una decisione difficile: “Gioco un’ultima mano, se perdo, mi brucio le cervella, se vinco, non tocco mai più una carta in vita mia”. Per fortuna vinse, e visse. Così, quarantasei anni dopo, io nacqui. A Napoli, in casa: allora si usava così.

Nonno Armando

La casa era molto bella. Una specie di villa urbana, molto allungata, occupava tutto il lotto tra Corso Vittorio Emanuele (la lunga strada panoramica a mezza costa che attraversa Napoli da Mergellina al Museo) e via Torquato Tasso (la strada che si arrampica verso la collina del Vomero). Due piani, più un importante scantinato; un cortiletto ad un estremo, un microscopico giardinetto con una grande palma all’incrocio tra le due strade; entrambi racchiusi da un’alta cancellata di ferro verniciata di nero. Lì abitavano i miei nonni Salzano, mia zia Giannina, i miei genitori: Mauro e Anna Diaz. Si erano sposati nel 1929, un anno dopo la morte di Armando.

Sontuosi entrambi, i funerali e le nozze. Lo so dalle fotografie, perché io non c’ero ancora. Soprattutto il funerale. Mio nonno, oltre a vincere la Grande Guerra (così ero stato abituato a pensare, e c’era del vero), era stato Ministro della Guerra nel primo Gabinetto Mussolini, con l’ammiraglio Thaon de Revel (un altro “vincitore”) alla Marina Militare. E poi, era “cugino del Re”, poiché Maresciallo d’Italia e insignito del Gran Collare dell’Annunziata, la più alta onorificenza del Regno. Il trasporto funebre era un affusto di cannone (lo stesso sul quale era stato trasportato il Milite Ignoto), trainato da otto cavalli neri. Dalla casa borghese di via Giambattista Vico 1, su Piazzale Flaminio, dove abitava, il corteo lo condusse prima alla vicina chiesa di Santa Maria del Popolo, dove si svolse la cerimonia funebre, poi all’Altare della Patria a Piazza Venezia, dove si diedero il cambio per vegliarlo i grandi decorati di tutte le armi, poi infine a Santa Maria degli Angeli dove, in una speciale tomba in marmo di Verona scavata nel pavimento della chiesa e contornata da una balaustra di ferro, fu infine racchiuso il suo corpo imbalsamato.

Era molto popolare mio nonno. Lo è ancora, non foss’altro che per il Bollettino della Vittoria, il proclama con il quale annunciò la disfatta generale dell’armata austriaca sul fronte orientale, il 4 novembre 1918. Il Bollettino (che mi toccò imparare a memoria) è affisso ancora oggi in marmo o in bronzo in moltissimi municipi grandi e piccoli, in tutte le caserme e nelle numerose scuole che portano il suo nome. Era popolare allora non solo perché aveva vinto la guerra, ma anche perché il suo carattere aveva fatto di lui un capo amato dai soldati tanto quanto Cadorna, che l’aveva preceduto nel Comando Supremo, era odiato.

A differenza di Cadorna, rigido e severo ufficiale di chiusa, e forse un po’ ottusa, obbedienza piemontese, il giovane generale Diaz curava con molta attenzione il “fattore umano”. Forse anche perché era napoletano, di antica prosapia spagnola (i suoi avi erano sbarcati nella capitale del Sud nel XVII secolo con Carlo III di Borbone), e quindi abituato a temperare la severità tipica dell’ufficiale con la bonomia tradizionale dei governanti meridionali. A Cadorna, noto per la severità con la quale aveva comandato la fucilazione dei soldati in fuga durante la disfatta di Caporetto, era subentrato il napoletano Diaz che raccomandava ai soldati (come mi raccontava nonna Sara) di acquattarsi durante i bombardamenti nelle buche delle granate perché il calcolo delle probabilità le suggeriva come luogo più sicuro. All’attenzione alle condizioni del morale dei soldati, come alla capacità di lavoro collegiale e alla illuministica razionalità con la quale affrontava i problemi si deve, secondo gli storici, la sua capacità di ribaltare in un anno la sconfitta di Caporetto.

Insomma, dopo la guerra era popolare: lo era di per sé, e lo era perché alla Real Casa (come più tardi al Fascio) conveniva utilizzare la sua immagine come elemento di coesione sociale e come lustro dell’unità della nazione, in quel periodo attraversata dalle tensioni del “sovversivismo”. Dopo la firma del Trattato di Versailles fu utilizzato anche per consolidare il prestigio del Regno all’estero: fece un giro ufficiale in numerosi paesi stranieri, dai quali riportò cimeli che, anni dopo, colpivano la mia fantasia di bambino: Ricordo soprattutto uno splendido costume di cuoio di capo Pellirosse con un lungo diadema di piume di avvoltoio, che indossava in una fotografia in cui scambiava il calumet della pace con un capo autentico, della tribù dei Crows.

Non lo conobbi, né avrei potuto: era morto da due anni quando sono nato. Me ne raccontava mia nonna, Sara De Rosa, napoletana anche lei. E’ lei che mi raccontò della scommessa al gioco (“da allora non mi ha aiutato neppure a raccogliere le carte del solitario”, mi diceva), e di qualche altro aneddoto della loro vita. La prima scintilla del loro amore scoccò forse a Portici, nel “miglio d’oro” alle pendici del Vesuvio, dove la famiglia di nonna Sara andava in villeggiatura. Un giorno, alzatisi dopo il pranzo nel corso del quale Sara aveva dovuto contenersi (non era bene che le signorine di buona famiglia mostrassero appetito), Armando la scorse, dalla finestra a pianterreno della villa, mentre mangiava uno splendido peperone ripieno. “Buon appetito, donna Sara”, pare le abbia detto scherzosamente rimproverandola.

Certo è che tra i due c’era una grande intesa. Memorabili erano in famiglia le lettere che si scambiavano quando lui era al fronte, l’intelligenza con la quale Sara lo consigliava e aiutava nei rapporti politici e in quelli di Corte. Non ricordo che mi abbiano parlato molto di questo, però. Forse perché ero bambino (nonna Sara morì quando avevo sedici anni). O forse perché, essendo bambino, ricordavo solo le storielle che mi interessavano. Come quella, che mi dava molto gusto, della pesca a Corte. Quando si mangiava alla tavola del Re (allora regnava Vittorio Emanuele III), appena il sovrano aveva terminato il suo pasto nessuna forchetta, coltello, cucchiaio, bicchiere potevano agitarsi: tutti dovevano concludere, e posare il tovagliolo. Sara Diaz De Rosa stava mangiando una bellissima pesca, continuò a sbucciarla (con forchetta e coltello, naturalmente), fulminata dagli occhi dei presenti. Se ne accorse, arrossì, fece cadere le posate nel piatto. Il Re l’apostrofò sorridendo: “Continui pure, donna Sara, sarebbe peccato lasciare una pesca così bella”.

Mia mamma era molto legata ai suoi genitori, come del resto i suoi fratelli Marcello e Irene. Ci teneva a ricordare che quando Armando fu colpito dall’infarto che lo condusse rapidamente alla morte fu lei a correre alla ricerca del sacerdote che gli diede l’estrema unzione. E mia nonna ricordò quell’evento regalando alla figlia una fotografia di Armando Diaz, a mezzo busto e in grande uniforme, racchiusa in una vistosa cornice d’ebano e tartaruga, attraversata da una scritta vergata a mano dalla sua larga grafia: “Ad Anna che nel momento supremo procurò a Lui l’aiuto divino”.

Napoli dalla mia finestra

Quella fotografia era sempre in evidenza, nella camera da letto di Anna Salzano Diaz, in tutte le case che abbiamo abitato. Bella era la camera della mamma, nella casa di Napoli. Occupava uno dei due angoli della casa volti verso il mare: l’altra, all’estremo opposto, era la camera dei nonni. Grande, luminosa, sia per il damasco giallo con il quale era tappezzata, sia per le tre ampie finestre sul golfo. La mia camera era quella accanto, e guardava sullo stesso panorama.

Un panorama splendido, così come lo ricordo. E vedere Napoli oggi, confrontando la realtà attuale con quella della memoria, è una cosa che ogni volta mi fa soffrire. Intendiamoci, ancor oggi è bellissimo. L’ampio specchio di mare, concluso a occidente dalla penisola sorrentina e dall’isola di Capri (entrambe azzurrine nelle ore più calde della lunga stagione del sole e dell’azzurro; verdibrune di campagna, solcate dalle stradine e disseminate dai bianchi granelli delle case lontane nelle ore nelle quali la visibilità è maggiore; grigie e confuse con le galoppanti nuvole nei giorni delle tempeste d’inverno), sovrastato dalla mole bonaria del Vesuvio (che ricordo ancora con il pennacchio di fumo e, la notte, rosseggiante alla bocca per la lava eruttante), solcato dalle vele, dalle barche dei pescatori, dalle navi. La superficie delle acque cangiante nelle stagioni e nelle ore, scintillante e screziata di sole nelle numerose belle giornate, oppure cupa e agitata nel grigiore delle nuvole trascinate dal vento, oppure ancora pesante e immobile come una coltre azzurra sotto l’afa del solleone. Questo c’era allora, e c’è ancora. Forse un po’ più torbido, per l’inquinamento dell’aria offuscata e avvelenata dallo smog urbano.

Quello che non c’è più è la verdeggiante collina di Posillipo, protesa sul mare, allora appena punteggiata dalle sagome di qualche villa e della Tomba di Schilizzi (il mausoleo Virgiliano: una buffa costruzione grigia sormontata da una cupola). Quello che non c’è più è la campagna scoscesa di Villanova, la costa che collega Posillipo alla collina del Vomero, alle spalle della nostra casa. Alle rare costruzioni che sottolineavano il carattere agreste di quelle parti della città (la grande villa Patrizi, la chiesetta di Sant’Antonio sopra Mergellina, gli sparsi e radi casolari, le ville signorili di Posillipo), alla campagna coltivata di vigne e ortaggi, si sono sovrapposte le orribili costruzioni realizzate negli anni Cinquanta e Sessanta dagli improvvidi distruttori del più bel paesaggio del mondo: pseudoville, condomini, palazzine, viali e vialetti, muri di sostegno e muri di suddivisione dominicale. Una squallida periferia progettata e realizzata con la medesima cultura rapace e cretina che ha costruito le periferie delle tristi città di pianura: lì, seppellendo sotto i palazzi e le casette risaie abbandonate e terreni divenuti incolti “in attesa di valorizzazione edilizia”; qui, a Napoli, dove la natura aveva sorriso per secoli, sommergendo ogni cosa sotto un succedersi di lottizzazioni di cui soltanto i nomi ricordavano, con devastante ironia, ciò che c’era prima: Parco Làmaro, Parco Comola, Parco Ottieri, si chiamavano e si chiamano ancora quegli insediamenti parassiti.

“Le mani sulla città” hanno distrutto per sempre (neanche Vezio De Lucia, assessore alla Vivibilità nella giunta del sindaco Bassolino tra il 1993 e il 1997, potrà restituirmelo) il paesaggio della mia infanzia: lo hanno sepolto sotto una “repellente crosta di cemento e asfalto”, per adoperare le parole di Antonio Cederna. Della sua bellezza rimane in me, fortissimo, solo il ricordo, e naturalmente il rimpianto.

La casa del Corso

Era una grande casa. Dal cortile posto a un capo del lotto si salivano una dozzina di gradini, in un ampio vano coperto a botte e, varcata una porta sorvegliata dal cameriere, si entrava in un grandissimo atrio che occupava un quarto dell’intera superficie della casa. In fondo, una grande scala a tenaglia con ringhiera di ferro battuto dorato e bronzeo portava al piano superiore. Il soffitto, sorretto da quattro grandi pilastri cilindrici verniciati di marrone, era tappezzato di stoffa blu scuro. In fondo alla sala, al di là dello scalone, un bagno di marmo bianco e lo studio del nonno. L’atrio e lo studio occupavano quasi tutta la parete verso monte; quella verso il mare era occupata da una fuga di saloni: la sala da pranzo, con l’immenso tavolo finto Rinascimento e grandi quadri di frutta e fiori; il fumoir, con il classico caminetto finto e le morbide poltrone di pelle; il salottino veneziano verde e oro; in fondo, il grande salone da ballo, in stile Luigi XIV bianco e oro. Accanto alla sala da pranzo, il “riposto” con il grande armadio delle stoviglie e il montacarichi che conduceva le portate dalla cucina.

Non sempre noi piccoli (dopo di me, cadenzate di due anni, erano nate le mie sorelline Litta e Germana) mangiavamo in sala da pranzo, e raramente frequentavamo i saloni: salvo che per Natale, quando l’Albero, circondato dai regali, troneggiava nel salone da ballo; oppure quando i genitori chiamavano qualcuno di noi a salutare gli ospiti, esibendoci nella canzone patriottica di turno. I luoghi a noi riservati, e quelli che potevamo usare correntemente, erano al piano di sopra. Ad un estremo della casa c’erano le stanze dei miei genitori: la grande camera di damasco giallo, la stanza da toilette (con gli armadi a muro in stile veneziano, la grande toilette della mamma, il sofà per le sedute di bellezza), il grande bagno, lo studio di mio padre. All’altro estremo, l’appartamento dei nonni e di zia Giannina. Al centro, in corrispondenza del vano della scala e del ballatoio che la fiancheggiava, le nostre stanze. Sul lato a monte della casa, il guardaroba, il nostro bagno, un cucinino.

Ma ciò che soprattutto mi affascinava era lo scantinato. Una piccola scala, a fianco di quella principale, conduceva nel vasto dominio condiviso da nonna Carmela, dal cuoco Luigi Massaro e da Nannina, protetta e confidente della nonna. Mitico era per me don Luigi. Ogni volta che uscivo gli lanciavo uno sguardo e un saluto dalle finestre inferriate a filo di marciapiede. Piccolo di statura, asciutto, grigio di capelli, sovrastato dal l’alto cappello immacolato regnava, aiutato da uno sguattero, nella grande cucina: sull’immenso tavolo di marmo tagliava, batteva, impastava, scorticava, sventrava, disossava, farciva; nell’acquaio di marmo lavava le verdure, i pesci, le carni; finalmente, sui numerosi fuochi del lungo piano di cottura, alimentato dalla brace sempre rosseggiante, amministrava le pentole mescolando e agitando, scoperchiando, assaggiando, aggiungendo sapori e odori, spostando dal fuoco più vivo (là dove il piano di ghisa della cucina si apriva sul fuoco) ai luoghi più lontani dal fuoco. Un maestoso mortaio di marmo, appoggiato al suo trespolo di legno massiccio, subiva i colpi del pesante pestello sbattuto dallo sguattero di turno per preparare le scorte di pangrattato, oppure per pestare la bianca carne di pollo con la quale, mischiandola con una densa béchamel, venivano preparate a bagnomaria le chinelle di pollo, la mia pietanza preferita.

Era un cuoco d’alto lignaggio, don Luigi. Era stato chef sui transatlantici, e dalle lontane terre oltre oceano aveva riportato un pappagallo, di nome Loreto. Non abitava da noi. La sua casa, che divideva con la moglie e con Loreto, era sul Corso, più avanti, verso la fermata della Ferrovia Cumana. Ma spesso, prima di tornare a casa, si fermava nel cortile a fumare una sigaretta con il cameriere o con l’autista. Allora poteva essere interpellato, ed emanava massime piene di saggezza. “Don Luigi, come finisce la guerra, chi vincerà?” gli chiesi in un’estate del luglio 1941. “Signuri’, tra i vinti non ci saranno i vincitori”. La Sibilla cumana non avrebbe potuto essere più abile.

I coloni e Vicienzo Ucciero

La cucina, e la nostra golosità, erano alimentate dalle cantine, altra componente essenziale dello scantinato. Occupavano la parte verso monte. Chiuse da pesanti cancelli, Nonna Carmela le apriva e chiudeva con un gigantesco mazzo di chiavi che le pendeva alla cintola. Non so bene che cosa ci fosse: ricordo solo le forme, grandi e piccole, di rossa e trasparente cotognata, che profumava i primi mesi dell’inverno, i formaggi, le bottiglie nelle rastrelliere, i mucchi di patate, i grandi barattoli dalla bocca tappata con la carta oleata e lo spago. E ricordo come le cantine venivano approvvigionate.

Due volte all’anno arrivavano, sui barrocci o a piedi col carretto o il mulo, i contadini che conducevano a colonìa parziaria le numerose proprietà del nonno: piccoli appezzamenti di fertile orto o frutteto nei paesi confinanti (Afragola, Casoria, Giugliano, Qualiano, Vico di Pantano), per l’uso dei quali i coloni pagavano un canone (l’estaglio) corrisposto parte in moneta e parte in natura. Varcata la porta di servizio le coppie di dividevano: l’uomo andava su, nello studio, dove don Achille Di Santo, aiutante di nonno Eduardo, ragioniere e contabile, riempiva di minuta grafia il grande registro annotando la quantità di banconote rossicce che i coloni estraevano da logori portafogli e dai penetrali della biancheria, e i prodotti affluiti nelle cantine. Qui nonna Carmela e Nannina ricevevano le donne, e contavano e sistemavano le galline, i capponi e i tacchini collocandoli in una grande stia, i sacchi di fagioli, di grano e granturco, le pannocchie, i conigli (che venivano subito trasferiti alle competenze di don Luigi), le cassette di pomodori, melanzane, peperoni, carote, sedani, cavolfiori, teste d’aglio, cotogne, mele annurche e renette.

Un personaggio importante era Vicienzo Ucciero, mezzadro di Vico di Pantano. Era la più grande delle nostre proprietà: due o trecento ettari di palude, tra il Volturno e il Lago Patria. Luogo di grandi cacciate (ricordo le fotografie dove alcuni massicci signori baffuti, con lunghi schioppi, esibivano colline di uccelli più piccoli e sorreggevano ghirlande di anatre e altre specie commestibili), e di bufale. Vicienzo era il bufalaro. Sempre con la febbre terzana, amministrava bufale, mucche e qualche moggio (tre moggi sono un ettaro) di campagna coltivata a fagioli e ortaggi. Aveva anche un grande pozzo nel quale andavano a mangiare i conigli: vi si gettavano dall’alto carote e altre golosità; poi, quando serviva, si calavano le piccole saracinesche che chiudevano le gallerie dalle quali i conigli entravano e uscivano, e si sceglieva quello da cucinare, o la coppia da dare alla Signora perché li portasse al Corso, nella stia dello scantinato.

Non tutte le derrate venivano conservate a lungo. Davano luogo a conserve, oppure venivano consumate (subito o previa frollatura), oppure veleggiavano verso altri lidi. Avevano diritto a due capponi o a una dozzina di polli, a mezzo sacco di fagioli o un paio di conigli, a un tacchino o a un canestro di mozzarelle di bufala tutte le persone che durante l’anno avevano collaborato con la casa: i medici e il pediatra professor Franzì, il dentista D’Ambrosio e le sarte Buonanno, la maestra privata signora Martini e la manicure della mamma, l’infermiera che veniva a fare le iniezioni e la signora Crisafo che m’insegnava il francese, le sorelle La Morte che venivano tutte le settimane a rammendare e sistemare i vestiti, e la stiratrice. Quantità più sostanziose di prodotti venivano consegnate alle Piccole suore dei poveri, ai beneficati del parroco della chiesa dell’Arco Mirelli, alle Dame di San Vincenzo dei Paoli.

La famiglia Salzano, di Casoria

Era una famiglie benefica, ed era una famiglia ricca. Come lo era diventata? Il luogo d’origine dei Salzano era Casoria, un grosso borgo agricolo, dagli anni Cinquanta inglobato nella periferia, subito al di là dell’aeroporto di Capodichino (una parte del quale fu costruito su terreni Salzano, indennizzati dopo decenni di vertenze). Era probabilmente, fino all’Ottocento, una famiglia di origine contadina, i cui capifamiglia erano diventati mercanti o artigiani di campagna. Secondo i ricordi di zia Giannina, produttori e mercanti di vino. Borghesia laboriosa di campagna, ma già aperta a interessi urbani: i fratelli Eduardo e Mattia, i prodotti migliori di una covata di sette tra fratelli e sorelle, furono mandati alla celebrata scuola napoletana dei Padri Barnabiti. Abitavano un dignitoso palazzo, costruito da un Mauro Salzano attorno alla prima metà dell’800 nella strada principale del grosso borgo agricolo.

Senza abbandonare le loro radici paesane (il palazzo rimase loro fin dopo la Seconda guerra mondiale) all’inizio del nuovo secolo si trasferirono a Napoli; in un palazzo costruito da un Mauro o un Eduardo Salzano a via San Domenico Soriano, vicino a Piazza Dante. Mio padre e sua sorella Sisina, nati del 1902 e nel 1903, avevano visto i natali a Casoria, la nascita di Giannina, nel 1907, era stata la prima a Napoli.

L’artefice della fortuna della famiglia fu, all’inizio del secolo, il mitico Zio Mattia, fratello di Eduardo: ingegnere, abile imprenditore, col socio Gaetanino D’Aniello (di una benestante famiglia di Villaricca, un altro borgo della campagna napoletana) mise su un’impresa di costruzioni specializzata in lavori di bonifiche e di grandi infrastrutture, nel Napoletano e in Puglia, nel Foggiano. Mattia morì di febbre spagnola nel 1918. Da allora degli affari di famiglia dovette occuparsi Eduardo.

Mio nonno però non era tagliato per gli affari. Laureato in medicina, esercitò la professione di chirurgo all’Ospedale dei Pellegrini (una qualificata istituzione di beneficenza della nobiltà napoletana), dove divenne assistente del famoso chirurgo Caccioppoli, fratello del grande matematico Renato. Ma la chirurgia era un’attività sociale e benefica: il reddito, e la principale occupazione, erano le terre e l’impresa.

In vacanza, Eduardo portava la famiglia soprattutto a Capri, isola frequentata dalla famiglia Salzano fin da prima della guerra 1914-1918. Abitavano all’Hotel Quisisana. Invece la famiglia Diaz (anche Armando era innamoratissimo di Capri) affittava una villa. Lì le due famiglie si conobbero: le bambine Giannina, Sisina, Irene e Anna esploravano le campagne e le marine di una Capri frequentata solo da pochi turisti come Turgeniev e Gorki, e dai soci dei circoli nautici che si spingevano fin lì nelle gite con il cutter. A volte andavano in montagna, soprattutto a Cortina d’Ampezzo, dove diventarono amici di Alberto Pincherle, poi noto come Moravia. Le leggende familiari lo raccontano in flirt con zia Giannina.

Non ricordo molto di nonno Eduardo. La sua presenza gioviale e vociante, il suo affetto ruvido ed espansivo, i suoi munifici regali e il suo spiccato accento napoletano (dal quale la mamma mi teneva lontano, per evitare che inflessioni poco eleganti inquinassero il mio eloquio in formazione) mi accompagnarono solo fino ai miei cinque anni. Nel 1935 un colpo apoplettico lo portò via all’improvviso.

Non ricordo i suoi funerali: forse i bambini non vi erano ammessi. Furono certo grandiosi. Dovette accompagnarlo una vastissima corte di persone dei ceti più diversi, legate al suo ricordo (e ai suoi redditi) dalla sua trasbordante generosità. La sua morte concluse una fase della vita della famiglia e ne aprì un’altra, posta sotto un diverso segno: non il corno ridondante dell’abbondanza e del fasto, del lusso e della generosità scialona, ma la bilancia della parsimonia, la severità dignitosa di un benessere difeso con accortezza e, quando le vicende della Storia lo richiedevano, con sacrifici e rinunzie.

I miei genitori

Fino alla morte di nonno Eduardo suo figlio Mauro, mio padre, non aveva lavorato. Il nonno l’aveva tenuto lontano dagli affari. I miei genitori dovevano seguire le loro inclinazioni (vere o presunte che fossero) al divertimento e al lusso. Laureato in giurisprudenza, Maurino aveva ottenuto la libera docenza con alcuni studi, pubblicati dall’editore Loffredo, sul Negozio giuridico e sulla Pubblica amministrazione. Il suo ruolo di rilievo nella vita mondana aveva visto accrescere il suo splendore con il matrimonio con Anna Diaz, figlia del Duca della Vittoria e legata alla famiglia reale. Fascista come lo erano rapidamente diventati quelli della sua generazione e della sua classe, apparteneva a quella cerchia di persone che, senza esercitare direttamente il potere politico né quello economico, contribuivano però a costruirgli l’immagine, a fornirgli la prima fascia del consenso, a formargli l’opinione, la cultura, le parole. A formare una certa fronda, anche. L’aristocrazia napoletana gravitava infatti sulla corte di Umberto di Savoia e della sua moglie Maria José, vicina all’ala intellettuale dei Ciano e dei Bottai.

Il confine tra mondanità e impegno sociale era labile, seppure esisteva. Non so se contasse di più, nella sua vita e nel ruolo sociale, la sua carica di Presidente dell’Opera nazionale balilla di Napoli, o il suo carisma di spadaccino, ballerino, velista, dirigente di mitici circoli nautici, oppure le feste che, con la mamma, organizzava nella casa del Corso o a Villa Diaz.

Mammà era sempre il centro delle feste e dei salotti. Spiritosa, brillante, elegante: era davvero “molto chic”. Aveva dei bellissimi capelli castani con sfumature rosse, che ravvivava con l’henné. Amica fin da piccola dei Salzano, temeva però che il dialetto napoletano, correntemente adoperato da nonno Eduardo, corrompesse la mia lingua. E non le piaceva che, quando andavo a salutare nonna Carmela, lei mi prendesse nel letto.

Erano una coppia molto bella, e avevano moltissimi amici: Gino e Didina Santasilia (abitavano in un bellissimo palazzo a Piazza dei Martiri), la “Baronne” Anna Ricciardi, Gigione (che mi cantava: “O capitan, c’è un uomo in mezzo al mare”), i più anziani Marcello Orilia (arbiter elegantiarum: ordinava le camicie a dozzine a Londra, dove andava ogni anno per aggiornare il guardaroba), Ettore Ricciardi, i baroni di feudi calabresi Baracco e Compagna, e tanti altri che costituivano la crema dell’aristocrazia napoletana. Il salotto della casa del Corso era frequentato, ma le feste più belle erano, d’estate, a Villa Diaz, al Vomero.

Villa Diaz

Un grande edificio bianco, immerso nel verde, con un giardino che si concludeva con una lunga balaustra bianca aperta sul Golfo di Napoli. Così era la villa che la Città di Napoli aveva donato al Generalissimo, dopo averne decretato il trionfo. (Per il vero, avevano deciso di regalargli una villa a Posillipo, ma lui aveva preferito quella del Vomero). Era a cento metri di quota sopra la casa del Corso, probabilmente era in origine parte della più grande e famosa Villa Floridiana.

Quando, d’estate, ci trasferivamo lassù (con i genitori, le sorelline, le governanti), appena grandicello scendevo attraverso gli orti, i sentieri, le scalette e in dieci minuti ero al Corso. Ricordo ancora il sapore dei pomodori colti al volo: un sapore scomparso, mai più ritrovato, cancellato dall’omologazione delle colture artificiosamente allontanate, con l’aiuto della chimica e dei teli di plastica, dalla natura e dal sito.

Belle le feste a Villa Diaz, d’estate. Ricordo i grandi fuochi artificiali che le coronavano. Ricordo le signore che, accompagnate dalla mamma, venivano a vederci addormentati nei nostri lettini. Erano feste alle quali erano certamente invitati, e a cui partecipavano, il Principe ereditario Umberto di Savoia (che poi divenne Umberto II, il “re di maggio”) e la sua bella moglie alta e dagli occhi cerulei, Maria José.

Per me Villa Diaz erano soprattutto i giochi estivi, nel grande giardino. Pochi erano i miei amici, rare le loro visite. Ma mi divertivo molto a giocare con la terra dei vialetti e l’acqua che facevo colare dai rubinetti per l’irrigazione, costruendo col fango argini e canali. Mi divertivo ad arrampicarmi sui lecci dai tronchi rugosi, costruendomi dei rifugi dove mi nascondevo in attesa che mi chiamassero per la merenda o la passeggiata. E mi divertivo, quando ero più piccolo, con il Capitano Gamboni Mazzitelli.

Così si chiamava l’inquilino dell’ultimo dei tre piani della villa, affittuario di zia Irene, sorella di mia mamma (a quest’ultima era toccato il piano di mezzo, e nonna Sara con zio Marcello, il terzo dei figli Diaz, occupava il piano rialzato e lo scantinato). Capitano di lungo corso in pensione, molto vecchio (aveva probabilmente l’età che ho adesso che scrivo), era abilissimo con gli attrezzi di falegname. Mi aveva costruito una daga e uno scudo, accuratamente verniciati, e altri attrezzi per guerreggiare. Ricordo che una volta, mentre duellavamo, si ferì a una mano e perse (così mi sembrò) molto sangue. Ne rimasi scosso, con un senso di colpa da cui provai di liberarmi ipotizzando che la causa fosse stata un temperino che portava in tasca e che s’era inopinatamente aperto.

Quando nonno Eduardo morì, mio padre dovette piombare nel faticoso mondo degli affari. Scoprirono che tutto era andato a rotoli. La crisi del 1929 aveva picchiato duro, ma nonno Eduardo aveva cercato di nascondere e di aggiustare. L’indebitamento era molto consistente. Papà e nonna Carmela chiesero consigli autorevoli. Il livello di competenza più alto fu raggiunto consultando Raffaele Mattioli, il mitico banchiere e mecenate, fondatore della Banca Commerciale e dei Classici della letteratura italiana dell’Editore Ricciardi. Mattioli consigliò di dichiarare bancarotta, per tentar così di salvare qualcosa. Maurino non volle. Gli sarebbe sembrato di tradire la memoria del padre, di sputtanarlo dopo morto. S’incaponì. Fece ogni sforzo per tacitare i debitori, vendendo quello che poteva e riprendendo l’attività dell’impresa. In poche settimane ricordo che i suoi capelli, da neri quali erano, diventarono grigi. Non aveva ancora quarant’anni.

Le mie educatrici

Ero un bambino molto perbene. Una bambinaia di Olevano romano, balia Nunziata, quando ero piccolo, una governante tedesca, Schwester Maria Simon, dopo i cinque anni badavano alla mia pulizia, alla custodia, al nutrimento; sorvegliavano i miei giochi, mi accompagnavano a passeggiare o ai giardinetti. Una signora ginevrina, madame Crisafo (aveva sposato un cuoco italiano) mi veniva a prendere il mercoledì pomeriggio e mi portava a spasso insegnandomi il francese. Frère Jaques e i libri di Madame de Ségur, con i libri della Scala d’oro, Struwelpeter (così si chiamava in tedesco Pierino il porcospino), le favole di Grimm, Perrault e La Fontaine e le canzoncine dei bambini tedeschi (mi commuoveva soprattutto Roselein rot, un leed di Schiller e Schubert) sono stati i primi alimenti della mia cultura letteraria plurilingue.

A queste donne era affidata anche la mia educazione sessuale. Ricordo balia Nunziata che mi puliva il pisellino mentre mi faceva il bagno. Ricordo Schwester Maria quando il suo sguardo gelido e severo, dietro gli occhialetti scintillanti bordati d’acciaio, mi rimproverava senza parole scoprendomi a masturbarmi. Ricordo madame Crisafo che denunciava il fatto che giocherellavo col sesso attraverso le tasche dei pantaloni, provocando la repressiva cucitura delle tasche.

La mamma era vicina (dormivo nella stanza accanto alla sua), ma lontanissima. La mattina potevamo andare a salutarla, nel suo grande letto rivestito di damasco giallo, solo quando la suoneria di un apposito campanello collocato nella mia stanza veniva attivato dalla sua mano. La sera, veniva lei a salutarci quando tornava a casa, dai salotti che con papà frequentava. Buono e dolce era il suo profumo odoroso di mughetto, Arpége di Lanvin; gradevole e pungente l’odore dello smalto con cui curava le sue unghie, sdraiata sul canapè della toilette. La severità di Schwester Maria era un prolungamento della sua, ma in lei c’era una morbida dolcezza che veniva concessa con prudenza ed ironia. Come capii più tardi, con troppa parsimonia rispetto al mio bisogno.

Papà era più lontano, più esterno; probabilmente, anche più occupato. Era accanto alla mamma, ma in secondo piano. Mi sarebbe piaciuto seguirlo quando faceva (non so in che modo) il comandante dei Balilla: ragazzi appena un po’ più grandi di me, che raramente intravedevo. Mi sarebbe piaciuto andare nella favolosa barca a vela che possedeva, la Silphea II, un cutter col fasciame di mogano il cui modellino ammiravo (fu venduto dopo la crisi). Ma fino ai cinque anni ero evidentemente troppo piccolo per queste cose e, dopo, la crisi doveva aver cambiato le abitudini. Benché noi non ce ne fossimo accorti, la vita era diventata più seria, meno giocosa.

Di balie e d’amore

Dalle parole di balia Nunziata cominciai a conoscere l’Amore. Compariva nelle canzonette che canterellava quando mi accompagnava ai giardini (“Parlami d’amore, Mariù, tutta la mia vita sei tu...”), in carrozzella o in passeggino, nelle chiacchiere che faceva con le altre bambinaie, negli scherzi che facevano con noi. Non avevo ancora cinque anni quando mi innamorai di Giovanna Pignatelli, che ne aveva tre, andava ancora in carrozzina e aveva dei lunghi boccoli biondi. Non fu un amore che durò a lungo. E non fu neppure ricambiato: questo, da allora, mi è successo abbastanza spesso. O almeno così ho pensato.

Alludeva all’Amore anche Rita, la nipotina di Nannina, che qualche volta la zia, quando veniva da Casoria a Napoli per aiutare la nonna, portava con sé. Mi piaceva, Rita. Mi piaceva guardare le sue cosce sotto i vestiti, buttandomi per terra. E mi piaceva come cantava:

E’ arrivato l’ambasciatore

con le piume sul cappello

E’ arrivato l’ambasciatore,

a cavallo d’un cammello,

Ha portato una letterina

dove scritto sta così,

tu mi piaci, Ninì ti darò tutto il cuor

è arrivato l’ambasciator.

E ancora di più mi piaceva quando cantava:

All’alba quando spunta il sole

là nell’Abruzzo tutto l’or

le prosperose campagnole

discendono le valli in fior.

Ma io, non sapendo che cosa fosse l’Abruzzo, capivo: La Nella bruzza tutto odor.

Avevo sette od otto anni quando, un pomeriggio d’estate, mentre scendevo la lunga gradonata che dal Vomero conduceva al Corso Vittorio Emanuele, ebbi una improvvisa illuminazione: compresi (o pensai) che l’Amore era il pensiero centrale di tutti, uomini e donne. Perché mi balenò così intensamente questo pensiero? Non riesco a ricordare. Ma ricordo che mi colpì con l’evidenza di un profumo intenso e indiscutibile: ebbi la sensazione di aver raggiunto una verità che fino allora non avevo visto.

Giochi

Giocavo molto da solo: credo che questo capitasse spesso ai bambini per bene, che non fossero forniti di una banda di fratelli. Le sorelline erano piccole ed erano femmine: due buone ragioni per condurre vite completamente diverse. Ricordo, da piccolissimo, una grande cucina per bambini, con le provviste vere (lenticchie, pastina) portate da don Luigi, forse premio di consolazione dopo qualche malattia. Ricordo un cannone rosso, con le ruote, molto bello, ma non sparava. Ricordo una sciabola di latta e un cappello da bersagliere, sotto l’albero di Natale del 1934 e, alla Pasqua dell’anno successivo, una bellissima bicicletta rossa che mi regalò zio Marcello, fratello della mamma. Ricordo una macchinetta che, mossa da uno stantuffo premuto dal pollice, emetteva tutte le scintille che una pietra focaia può produrre, e riusciva a illuminare gli angoli bui della stanza.

Era simpatico zio Marcello Diaz, Duca della Vittoria per eredità. Era un avventuroso. Pilota, volontario nella guerra d’Abissinia (io registravo su di una carta geografica, con bandierine patriottiche, le città conquistate dalle Camicie nere), dove fu abbattuto riportando molte gloriose ferite, e nella guerra di Spagna. Poi si fece dare una concessione a Derna, in Somalia, dove coltivava banane. Arrivava sempre pieno di regali generosi e strani. Era quello che mi trattava più da grande, sia pure sfottendomi bonariamente.

La domenica, zia Giannina mi portava al Catechismo, dalle suore del Sacro Cuore, a piazza Amedeo. E tornando a casa mi comprava il Corriere dei Piccoli, che leggevo avidamente. Erano buffe le suore, intabarrate nei veli neri, con le dita fredde che sporgevano dai mezzi guanti. Ed era buono il caffellatte nelle grandi scodelle bianche, e il pane e cioccolata che ci davano dopo la comunione.

Fino alla seconda elementare studiavo a casa. Veniva ogni mattina la signora Martini, una volta alla settimana controllava i compiti e li correggeva, firmando le pagine con la matita rossa o con quella blu. Al colore della firma corrispondeva l’entità del premio che mi dava il nonno: due lire per la firma rossa, cinque lire per la firma blu. Non mi divertiva studiare. Nella mia stanza c’era una scrivania costruita apposta per me: un ripiano inclinato doveva contribuire a curare la scoliosi. Il ripiano era incernierato in alto. Avevo preso l’abitudine di appoggiare sotto il ripiano un libro d’avventure che leggevo invece di studiare, pronto ad abbassare il piano se sentivo qualcuno avvicinarsi.

Quando avevo finito di studiare mi era permesso di andare ai giardinetti, al di là della strada. Erano giardinetti privati, per gli ospiti dei due alberghi vicini, il Britannique e il Parker, entrambi appartenenti a una famiglia svizzera, Löhliger. Avevano due figlie, Silvia e Mirta. Silvia era più grande di noi, mi piaceva molto, a lei dedicai i miei primi dormiveglia erotici. Il giardinetto del Parker fu in definitiva il mio primo esperimento di socializzazione; guardie e ladri, nasconderella, e cerimonie rituali di impiccagione e squartamento delle bambole di Mirta erano i giochi consueti. A rivedere oggi quel giardinetto (poco più di un’aiuola, un po’ di alberi e qualche cespuglio) sembra incredibile che per noi potesse essere un’arena così vasta.

Quello che c’era fuori dalla casa e dal suo cortiletto, dal giardinetto del Parker, dalle passeggiate strettamente controllate e protette dalla balia, dalla Schwester o da madame Crisafo, era sconosciuto e rischioso. Anche affascinante, a volte: peccato che i bambini per bene non potessero attaccarsi al paraurti posteriore dei tram sferraglianti, e neppure far arrabbiare il conducente mettendo i fulminanti tra ruota e rotaia oppure, addirittura, staccando il trolley e provocando l’arresto del tram. Neppure il “carruoccio” era permesso: quel carretto costruito con un rozzo pianale di legno, quattro cuscinetti a sfera come ruote (le due davanti montate su un asse incernierato al pianale e comandato da una funicella a mo’ di timone), con il quale si lanciavano in spericolate corse lungo le discese, tra i carri e le automobili.

Gli amici

Uno di quelli con cui giocavo di più era mio cugino Luigi. Aveva esattamente un anno più di me. Figlio di zia Sisina (sorella di mio padre) e del colonnello Franz Carignani, veniva da noi per lunghi pomeriggi. Mi sembrava che la merenda fosse più buona quando veniva lui: forse perché era consentito scegliere, tra lo sciroppo d’amarena e quello d’orzata. A volte facevamo giochi tranquilli, con i soldatini o con le carte, a volte facevamo lotte furibonde, nelle quali generalmente vinceva lui: il combattimento cessava quando riusciva a infilarmi sotto al letto, oppure quando entrava in camera la Schwester.

Diventati un poco più grandi inventammo un gioco bellissimo. Si giocava con le fiches, la base era il gioco “pulce”: spingendo con una fiche sul bordo di un’altra, questa saltava: se copriva per un pezzo quella dell’avversario quest’ultima era “morta”. Avevamo perfezionato molto il gioco. Grandi battaglie avvenivano tra eserciti contrapposti: uno era arroccato in cittadelle formate da file di libri accortamente disposti, l’altro attaccava. Un grande foglio a quadretti, sul quale era tracciata una carta geografica (le città, le strade, gli stati contrapposti), conteneva la strategia. Un quadernetto riportava le posizioni e la consistenza degli eserciti. La prima parte del gioco avveniva con i dadi; contando i quadratini: gli eserciti avanzavano, fino allo scontro, che avveniva con le fiches tra i libri. La guerra “vera” e gli sfollamenti ci impedirono di proseguire quel bellissimo gioco. (Più tardi qualcun altro lo reinventò, e brevettò il gioco Risiko).

Un altro che veniva spesso a giocare (ma divertimenti più semplici e tradizionali) era Luigi Rodinò, dei Rodinò di Migliore. Non mi piaceva molto, mi sembrava un po’ troppo melenso e “perbene”. Eppure rimasi malissimo quando, correndo sulla grande terrazzona che copriva la casa, sbatté con la gola contro un filo per stendere la biancheria. Le bambinaie lo raggiunsero subito; con mio sollievo, aveva riportato solo una escoriazione.

Era bellissima la terrazza. Copriva l’intera casa, quindi era grandissima. Tutta pavimentata di piastrelle esagonali bianche e rosse, circondata da una balaustra di ferro nero intercalata da pilastrini sui quali fioriere di terracotta ospitavano qualche pianta. Di lì vedevo, nella casa vicina e più bassa, al di là del cortiletto, giocare dei bambini più ricchi di me di amici e di feste giocose. Un giorno lanciai loro dei sassi, non per offendere ma per richiamare la loro attenzione. L’intenzione fu compresa. Cominciò uno scambio di soldatini, con una teleferica di fortuna che Vittorio De Feo (così si chiamava il più grande dei due fratelli vicini) industriosamente costruì.

Diventammo molto amici con Vittorio. Aveva un anno più di me. Tentammo (avevo ormai dieci anni) dei piccoli commerci: cercavamo di vendere al mio cuoco foglie di basilico, senza molto successo. Più arditamente, fondevamo soldatini di piombo che versavamo in un ditale, costruendo pallottole che, dalla loggetta sullo scalone di casa mia, lanciavamo sulla zucca pelata di Ottavio, il cameriere. Il quale un giorno s’arrabbio, acchiappò Vittorio e minacciò di metterlo nella vasca innaffiandolo d’acqua fredda.

A mare

A volte, d’estate, quando stavamo in città ci portavano al mare. Ricordo il viaggio verso Lucrino, una grande spiaggia pulitissima e deserta, subito al di là della collina di Cuma. Percorrevamo a piedi un pezzo del Corso, fermandoci dalla drogheria Stinca a comprare le caramelle, e raggiungevamo, subito dopo la casa di Luigi Massaro, la stazione della ferrovia Cumana. Era divertente guardare dal finestrino il paesaggio prima urbano poi, dopo Pozzuoli, aperto sulla Baia. Come tutti i bambini, raccoglievamo conchiglie, facevamo i castelli di sabbia, prendevamo il bagno nelle ore stabilite e ci facevamo asciugare dai grandi lenzuoli a spugna. Più tardi, su quella spiaggia fecero arrivare la grande cloaca che portava i liquami delle fogne napoletane.

Qualche volta andavamo a Villa Pavoncelli, a Posillipo: un luogo dove sarei tornato spesso da grande. Era una villa di amici. Una serie di scalette e corridoi umidi ci portava giù, alla spiaggetta contenuta tra il muro di sostegno della villa e una breve scogliera, nei cui anfratti, mormoravano, si celavano grandi “ranci felloni”. Lì Schwester Maria mi insegnava a nuotare, con teutonica regolarità. Indossava un costume olimpionico, tutto d’un pezzo, nero. Al polso conservava l’orologio. All’ora giusta scendevamo in acqua, nuotavamo con lente bracciate per un numero stabilito di minuti, poi tornavamo indietro.

Noi bambini stavamo in un angolo della spiaggia. Altrove, sulla sabbia e sulla scogliera, chiacchieravano e giocavano i grandi, salutavano festosi gli amici che arrivavano a nuoto buttandosi dalla barca a vela giunta dal Circolo, si cimentavano in grandi gare di palla a nuoto - nelle quali, come al solito, mia mamma eccelleva.

Alcune volte, quando ero ormai più grandicello, mammà mi portava a villa D’Avalos. Lì non c’era spiaggia: una banchina di cemento, e scogli. Meno bambini, più giovanotti e ragazze. I D’Avalos erano una famiglia colta, grandissimi appassionati di musica. Francesco, un ragazzo mio coetaneo, diventò più tardi un famoso direttore d’orchestra e compositore. Ammiravo molto questo ragazzo che sapeva riconoscere autori e stili diversi, valutare cantanti, parlare di opere e di sinfonie con i grandi.

La scuola

E’ solo dalla terza elementare che cominciai a frequentare una scuola. Andavo al Pontano, la celebre scuola dei Gesuiti dalla facciata adornata dai busti di tutti gli illustri frequentatori divenuti famosi, dove tornai più tardi, dopo la guerra, per il liceo. Altre due classi le feci alla Ravaschieri, una scuola pubblica. Non ho conservato molto di quelle esperienze. Frequentavo solo i bambini per bene come me, con i quali ci vedevamo fuori, ma seguendo complicati rituali: non ci s’incontrava casualmente, bisognava che ci fosse un invito trasmesso dall’alto, dalle governanti o, addirittura, dai genitori.

Alla Ravaschieri m’innamorai, naturalmente, della prima della classe, la bellissima Richetti. Anche lei alimentò i miei sogni erotici. Una volta temetti di averle fatto seriamente male: l’avevo colpita con un rotolino di carta lanciato con l’elastico (un gioco allora molto diffuso negli intervalli della ricreazione) e il giorno dopo non era venuta a scuola: per mia colpa, pensai.

Più tardi andai, per la prima media, all’Umberto I, una scuola grande e affollata. Non ricordo grandi amicizie. Ricordo il contadino che, fuori dal cancello della scuola, vendeva fichi d’India con l’affollato gioco della “appizzata”: bisognava “appizzare” con un coltellino spuntato, lasciato cadere dall’alto sulla cesta, un fico e sollevarlo portandolo fuori dalla cesta. Costava “un soldo semplice, quattro soldi continuata”: la “continuata” era praticata dai più esperti, potevi portar via tutti i fichi che riuscivi a sollevare fino al primo errore. Credo di non aver mai giocato neppure la “semplice”.

Il monumento a nonno Armando

La Villa Diaz al Vomero, più in basso Casa Salzano al Corso. Prolungando verso il mare la linea ideale che congiunge questi due punti si tocca un terzo punto in Via Caracciolo. Lì c’è oggi il monumento ad Armando Diaz: una statua equestre posta su di un alto parallelepipedo di marmo bianco, su cui è scolpito in grandi caratteri il Bollettino della Vittoria, firmato: “Armando Diaz, Duca della Vittoria”. Mi portarono con nonna Sara a vedere la fonderia, verso Poggioreale, nella quale si stava elaborando la grande statua: fuoco, fumo e odor di ferro fuso riempiono ancora le narici della mia memoria.

L’inaugurazione fu una grande cerimonia. In una fotografia rivedo nonna Sara e mamma, con tailleur e cappellini con la veletta nera, zia Giannina con velo nero in lutto di nonno Eduardo, e me stesso (avevo sei anni), con eleganti pantaloncini dalla piega ben stirata, camicia col collo tondo, gilet grigio e giacchetta sul braccio: doveva far caldo, quella mattina, a Via Caracciolo. Signori in orbace e fez e militari in alta uniforme ci circondavano, e i balilla facevano da picchetto d’onore.

Anche a me fu imposta l’uniforme, più tardi. La divisa di Figlio della lupa la misi solo per casa. Ma quando frequentai le medie, all’Umberto I, era obbligatorio indossare il sabato la divisa di Balilla e andare alle adunate. Ricordo la scomodità delle doppie calze (i calzettoni lunghi, grigioverdi, senza piede e con la stringa sotto, e i calzini neri arrotolati, che scendevano sempre nelle scarpe) e della larga fascia elastica che sostituiva la cinta (e lasciava sfuggire sempre l’orlo dei pantaloni), la noia delle lunghe e inutili attese (di che cosa?) nei piazzali assolati e polverosi. Fui anche, per un certo periodo, Marinaretto, ma la cosa non era molto diverse: solo la divisa era più realistica: rinviava a un mestiere vero, il marinaio.

Selva di Val Gardena

In vacanza andavamo a volte a Selva di Val Gardena. Era proprio bello. Ricordo l’aria pulita, lo scroscio dei torrentelli, l’intenso profumo delle assi di abete sopra le quali giocavamo, le belle passeggiate sulle vicine montagne, le fragole e le stelle alpine che raccoglievamo. Mammà era bravissima, la chiamavamo “occhio di lince”, scopriva fragoline saporitissime dove vedevamo solo distese di foglie, e stelle alpine lontane decine di metri.

Andavamo in treno, e dovevamo essere una bella comitiva: mammà, noi tre, la bambinaia di turno, la cameriera della mamma. Quest’ultima si chiamava Iolanda, era friulana di Tarso. S’innamorò del postino di Selva, Albert Mussner. Prima della guerra lasciò Napoli, sposò il suo Alberto il quale, oltre che il postino, faceva l’intagliatore di legno; era specializzato in aquile, e ne faceva di tre tipi: una guardava in avanti, una a destra e una a sinistra: sempre le stesse aquile, più grandi o più piccole, ma senza mai trasgredire dai modelli prescelti. Dopo aver concluso una lite con i parenti per ottenere un pezzo di terra, Iolanda costruì una casa in stile friulano (gliela costruirono i fratelli). Era davvero bruttissima. Poiché cominciavo ad essere spiritoso dicevo che era il più bel posto dove abitare, perché era l’unico punto della valle di Selva da cui non si vedesse Villa Iolanda.

Una volta il nostro treno si fermò in una stazione sulla linea del Brennero, passava il treno speciale con il quale Mussolini andava a Monaco per incontrare Hitler. Fu stipulato il patto con il quale gli anglofrancesi lasciavano mano libera a Hitler per rivolgere le sue truppe verso l’Oriente bolscevico. Eravamo alla vigilia della seconda guerra mondiale: una guerra nella quale non c’era nessun nonno Armando a renderci vittoriosi

Qualche vecchia fotografia, ritrovata nei residui di decine di traslochi e alcune, pochissime, scaricate dalla Rete. Le trovate in una cartella qui


Heidenröslein

Rosellina della landa

Sah ein Knab' ein Röslein stehn,

Röslein auf der Heiden,

War so jung und morgenschön,

Lief er schnell, es nah zu sehn,

Sah's mit vielen Freuden,

Röslein, Röslein, Röslein rot,

Röslein auf der Heiden.

Knabe sprach: Ich breche dich,

Röslein auf der Heiden !

Röslein sprach : Ich steche dich,

Daß du ewig denkst an mich,

Und ich will's nicht leiden.

Röslein, Röslein, Röslein rot,

Röslein auf der Heiden.

Und der wilde Knabe brach

's Röslein auf der Heiden;

Röslein wehrte sich und stach,

Half ihm doch kein Weh und Ach,

Mußt' es eben leiden.

Röslein, Röslein, Röslein rot,

Röslein auf der Heiden.

Vide un ragazzo una rosellina,

rosellina della landa,

era così giovane, bella come il mattino,

corse svelto per guardarla da vicino,

e la sua gioia fu tanta.

Rosellina, rosellina, rosellina rossa,

rosellina della landa.

Il ragazzo disse: "Ti coglierò,

rosellina della landa!"

Rosellina disse: "Io ti pungerò,

cosi che tu pensi sempre a me,

non subirò la tua bravata."

Rosellina, rosellina, rosellina rossa,

rosellina della landa.

E il rude ragazzo colse

la rosellina della landa:

la rosellina si difese e punse

né ohi né ahi le valsero,

dovette subire e basta.

Rosellina, rosellina. rosellina rossa,

rosellina della landa

.La traduzione e' tratta da "Lieder", a cura di Vanna Massarotti Piazza,

con una prefazione di Claudio Magris, e testi introduttivi di G. Bevilacqua e M. Just, Vallardi-Garzanti 1982.

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