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Ha vinto la ragione. La pressione dei cittadini veneziani e del Comune, l'appello dell'opinione pubblica internazionale e della cultura europea e mondiale, il solenne monito del Parlamento europeo, hanno infine prevalso. Il Parlamento della Repubblica è riuscito a far sentire la sua voce e il suo peso. E il Governo dopo aver dato l'impressione di non saper far altro che giocare allo scaricabarile, ha avuto un soprassalto di buon senso e di dignità: ha ritirato la candidatura di Venezia per l'Esposizione universale del 2000.

Ricordiamo tutti la vicenda. L'idea di fare a Venezia una Expo era stata lanciata da Gianni De Michelis nell'autunno 1984, alla vigilia della campagna elettorale per le amministrative. Le reazioni di una parte consistente dell'opinione pubblica veneziana e italiana furono immediate, ma De Michelis avviò una poderosa e ben oliata macchina di conquista del consenso. Costituì un consorzio per la promozione dell'Expo di cui facevano parte le maggiori firme dell'industria, si assicurò l'appoggio di prestigiosi esponenti della cultura, costruì una solida piattaforma d'intesa con i dorotei veneti fingendo d'allargare l'impatto dell'Expo all'intero Veneto. Con procedure discutibili, una "prenotazione" ufficiale per l'Expo del 2000 approdò al Bureau international des expositions (Bie), il quale svolse l'istruttoria preliminare.

Sembrava che i giochi fossero fatti.Mentre lavoravano i promotori dell'Expo, lavoravano però anche quanti erano convinti che la proposta sarebbe stata una rovina per Venezia. Si accumularono materiali di conoscenza e di analisi che consentirono di comprendere (e di far comprendere) in che modo l'Expo avrebbe influito sui problemi di Venezia. Divenne chiarissimo che gli effetti sarebbero stati dirompenti: non tanto sulle "pietre" della città, quanto sul delicato equilibrio tra struttura fisica e struttura sociale, tra le preziose forme della città e la società che le abita. Questo equilibrio è già minacciato da un non governato turismo di massa, che modifica giorno per giorno l'assetto sociale ed economico delle città: influisce sul mercato immobiliare, sulla qualità del commercio, sui prezzi delle merci, sui modi di fruizione della città e dei suoi servizi.

Ciò che si è finalmente compreso è che realizzare una Expo nell'area di gravitazione di Venezia avrebbe comportato una poderosa accelerazione dei nefasti processi già in atto.Questa accelerazione è stata scongiurata. Adesso, dopo aver perso cinque anni a contrastare una proposta sbagliata, si può ricominciare a lavorare per risolvere i problemi, ma nella direzione opposta: per governare il turismo, anziché per esaltarlo, per difendere le attività ordinarie della città, per costruire le ragioni, e le occasioni, di uno svi luppo economico e sociale non effimero.

Nota. Il testo cartaceo del giornale in mio possesso porta la data del 13 giugno 1990, mentre nell'archivio online dell'Unità il facsimile in .pdf è scaricabile alla data 12 giugno 1990

Da la Repubblica, 22 febbraio 2009

film, 1947, con Humphrey Bogart

Abbiamo spesso avuto occasione di accennare specialmente negli ultimi numeri della nostra rivista, ma non solo in quelli - alla questione dell’organizzazione del consumo. La fugacità degli accenni, peraltro, e la novità della questione, ci hanno procurato alcune lettere da parte dei nostri lettori. In esse ci si chiede di precisare, in modo meno indiretto ed allusivo di quanto ci è stato finora concesso dagli argomenti trattati- argomenti che ci portavano a toccare quasi marginalmente, e in apparenza addirittura perincidens, iproblemi del consumo e della sua organizzazione - sia che cosa per quest'ultima si intenda, sia perché una moderna e razionale strutturazione dei modi nei quali il consumo avviene - costituisca una inderogabile necessità per lo sviluppo della nostra economia e dell'intero sistema e. Ed infine ci è stata posta una questione più delicata e complessa: come sia possibile cioè, organizzare, specializzare, inserire in un contesto di economicità, un complesso di funzioni e di atti che interferiscono in modo o ed immediato con la famiglia - e dunque con la cellula più intima e riservata della società - senza impoverire e minacciare la sua esistenza.

Ma un equivoco vogliamo tentare anzitutto di dissipare, prima di provarci a chiarire i dubbi sollevati dai nostri lettori, e a rispondere alle questioni da essi poste. L'equivoco, cioè, nel quale si incorre da parte di taluni, di confondere l'organizzazione del consumo con quella della distribuzione. V'è infatti chi ritiene che l'ammodernamento dei modi nei quali avviene - in Italia – lo scambio; che lo sfoltimento radicale della catena distributiva; che l'intervento massiccio di quelle nuove strutture di mediazione tra produzione e consumo, di cui il self-service e il supermercato sono alcuni efficaci e vistosi esempi; che queste iniziative insomma possano portare ad una radicale trasformazione del consumo; che, anzi, ad esse possa senz'altro ridursi la questione dell'organizzazione del consumo.

In realtà. non abbiamo mai taciuto o sottovalutato l'importanza del momento distributivo, ed i lettori ce ne daranno facilmente atto. Abbiamo altre volte osservato, ad esempio, che un’efficiente ed agile rete distributiva pretende una produzione di un certo tipo: quella consentita da un sistema produttivo moderno, dal quale siano scomparse le forme attualmente prevalenti della piccola e piccolissima azienda, incentrate sul secco predominio del momento proprietario su quello imprenditivo. E tuttavia, ci sembra opportuno aggiungere adesso che è del pari necessario vedere che una moderna distribuzione, una distribuzione organizzata secondo moduli economici e rigorosi, non può assolutamente fare a meno di un'adeguata organizzazione del consumo.

Anche partendo dalla distribuzione, in altri termini, ci si rende facilmente ragione dell'obiettiva, autonoma, distinta esistenza della questione del consumo; ci si rende conto, in una parola, che un consumo organizzato in forme premoderne costituisce un muro invalicabile, un invincibile ostacolo, al pieno manifestarsi e all'espandersi delle più razionali tecniche e strutture distributive. Così, infatti; le iniziative ancora sporadiche di ammodernamento radicale - almeno sul piano tecnologico - vengono costrette a restare delle singolari curiosità, o al massimo delle manifestazioni ulteriori del privilegio della metropoli della consolidata sperequazione cioè tra le varie zone economiche e sociali che compongono il nostro paese.

Il consumo, cenerentola del capitalismo

Come avviene il consumo in Italia? E' facile rendersi conto di quanto esso sia legato strettamente alla vita familiare, e come esso subisca l'ordinamento rigidamente privatistico di questa. Una sola persona, priva di ogni oggettiva qualificazione tecnica, presiede alle innumerevoli incombenze della gestione domestica. La spesa, la scelta delle merci, la formulazione del bilancio e la suddivisione delle sue voci, la preparazione dei cibi, la pulizia della casa, delle stoviglie, la cura degli indumenti e la loro sostituzione, la sorveglianza dei minori anche ben oltre le necessità della partecipazione della donna all'equilibrio della vita familiare: questi sono solo alcuni dei compiti materiali svolti, ogni giorno, dalla casalinga. E però l'attività di quest'ultima, mentre da un lato è assolutamente empirica e non specializzata. dall'altro - e di conseguenza - avviene in forma del tutto gratuita. Essa è quindi, per un duplice ordine di motivi, completamente priva di ogni metro economico, di ogni ordine previsto, di ogni tecnica razionale, di ogni necessaria disciplina: il servaggio delle casalinghe - costrette ad una fatica di cui nessuna remunerazione è possibile - viene così a coprire, a nascondere, a rendere scarsamente avvertibile dall'opinione pubblica la reale e gravissima dispendiosità con il quale il servizio domestico viene gestito. Come meravigliarsi, dunque, se sono l'anarchia e l'individualismo le leggi dei consumo familiare? Eppure. come la produzione e lo scambio -- e di conseguenza la distribuzione - anche il consumo è un aspetto dell'attività economica, e dovrebbe sottostare alle leggi che di questa regolano l’esistenza. Ma il capitalismo - come più volte detto - è incentrato sulla produzione, ha nell’industria il suo cuore e il suo feticcio; è portato organizzare la distribuzione solo in quanto questa è l'aspetto finale del processo produttivo. E il consumo, il momento economico al quale - sul piano del diritto naturale - tutti gli altri sono subordinati, è invece lasciato completamente in balìa di forme compatibili solo «con l'economia chiusa del mondo feudale».

Un processo economico moderno, un processo economico che voglia utilizzare nel modo più completo, che voglia trasformare in valore tutta la potenzialità di lavoro di tutta la parte della popolazione capace di erogare forza-lavoro, che voglia quindi riportare sotto il segno rigoroso della legge dell’economicità, da un capo all’altro, l’intera catena percorsa dalle merci, non può in alcun modo ignorare il consumo, lasciare questo momento decisivo alle forme privatistico-familiari nelle quali esso oggi avviene.

Indubbiamente, in un momento in cui si sta uscendo - in tutto il mondo, nei modi più vari, con formule compromissorie o tendenzialmente rigorose, in modo radicale o con incertezze e remore più o meno, pesanti — dal privatismo e dall’indvidualismo produttivo, l’organizzazione del consumo è possibile solo attraverso la fuoruscita di tutto un settore della vita sociale delle formule privatistico-familiari.

Chi, ad esempio, abbia una qualche dimestichezza con l’urbanistica e l’edilizia può già scorgere decine di possibilità concrete, di strumenti già pronti all’uso, che potrebbero essere utilizzati per una nuova strutturazione dei consumi. Le lavanderie di caseggiato, le cucine comuni, i servizi specializzati di pulizia e manutenzione degli alloggi, i locali e” gli spazi estemi di gioco dei bambini, la razionale ubicazione dei servizi scolastici, dei mercati, degli altri servizi di quartiere, l’organizzazione degli ambienti di soggiorno, di ricreazione, di riunione comune: e ogni lettore potrà per suo conto continuare l’elencazione dei servizi, delle merci, di cui le attuali possibilità delle tecniche permettono un più razionale uso.

Le ragioni della famiglia

E' d'altra parte cosa verissima che la crisi nella quale l'istituto familiare versa, trova un qualche mascheramento appunto nella conduzione privatistico-familiare della gestione domestica. Si può affermare, in altri termini, che molte-famiglie il cui nucleo spirituale è venuto a spegnersi trovano oggi l'unico cemento, l'unico motivo di coesistenza, nella gestione dell'azienda economica «famiglia», nella sua base proprietaria, nel comune affrontare i pesi e le fatiche fisiche della sua esistenza.

Liberare la famiglia dalla gestione domestica condurrebbe dunque, su questo piano, a un duplice ordine di conseguenze. Da un lato, affrancando il nucleo familiare dai motivi più materiali, più fisicamente routiniers della sua vita, riverrebbero a porre in primo piano i motivi più profondi e perenni, le ragioni intime e fondamentali della sua esistenza. Dall'altro lato, tuttavia, una crisi che è ancora dissimulata e contenuta verrebbe in tal modo a esplodere; numerosissime sarebbero le famiglie oggi ancora esteriormente salde - una ripresa delle quali resta quindi pur sempre possibile - che, una volta rotto il guscio superficiale che dava loro una fittizia coerenza, verrebbero a dissolversi.

[…]

È facile intuire l’importanza economico-sociale e le condizioni politiche connesse alla prospettiva di un’efficiente organizzazione del consumo. Organizzare razionalmente il consumo ha certo, come prima, immediata conseguenza, la riduzione del suo costo: e non crediamo occorrano elaborate dimostrazioni per convincerne il lettore. Sono dunque vitalmente interessate alla questione forze sociali decisive, quali ad esempio quelle sindacali. Se infatti il fine precipuo del sindacato è quello di difendere, di affermare, la capacità di consumo del salariato, e se la logica del sistema capitalistico non permette, oltre certi limiti - i limiti pretesi dal profitto e, ancor di più, dalla necessità obiettiva di accumulare quote importanti del capitale - di aumentare la fetta di reddito che spetta al salariato, è chiaro allora che sarebbe una battaglia del tutto connaturale al sindacato quella condotta per una razionale organizzazione del consumo, attraverso la quale, a parità di salario, diviene possibile ottenere una maggiore capacità di consumo.

In secondo luogo, poi, l’affidare la gestione domestica a personale specializzato, che presta la sua opera contro regolari remunerazioni, permette la scomparsa di una categoria avvilita ed insofferente - quella delle casalinghe - la cui esistenza è cagione prima dell’attuale impossibilità di risolvere la questione femminile. La liberazione di milioni di donne dal peso materiale, soffocante, di una gestione domestica che è pesantissima per le forme in cui avviene, oltre a costituire una base necessaria per una piena emancipazione della donna (una emancipazione che non significa certo, riteniamo, indistinzione sul piano naturale dell’uomo e della donna, ma invece parità di condizioni materiali di partenza, uguale rapporto con la realtà economica), rende anche disponibile una massa di forza-lavoro - e dunque di creatori di valore - altrimenti condannati a faticare in modi dispendiosi e a-economici.

Ma può una società come la nostra, fondata su una struttura economica torpida e anarchica, nata per l’iniziativa prematuramente senile di una borghesia impotente, diretta da un personale politico incapace e arruffone permettere simili prospettive, utilizzare siffatti tesori nascosti? C’è, in altri termini, nel nostro sistema sociale, l’esigenza di liberare le grandi riserve esistenti di forza lavoro? Tutto ci risponde certamente di no. Nel quadro degli attuali equilibri politici, l’organizzazione del consumo - ove per avventura, a semplice titolo di ipotesi potesse in qualche misura realizzarsi - coinciderebbe fatalmente con l’estromissione brutale delle braccia superflue da attività nelle quali, bene o male, riescono oggi a sopravvivere. Per risolvere questo come altri decisivi problemi italiani, il privatismo conservatore è insufficiente, i costi da esso pretesi insopportabili.

Siamo ancora nel pieno del balletto dei decreti Nicolazzi. Più che seguirne le poco aggraziate “figure” (ciò che del resto faremo nelle pagine interne) ci sembra opportuno proseguire in una riflessione già avviata nel numero scorso. Se il Nicolazzi ha potuto trovare, e ancora trova, un pur contrastato credito ciò non è solo dovuto alle “manovre dell’avversario”, o al qualunquismo imperante che farebbe degli itali anile facili prede d’ogni demagogia. Esistono – questo è il punto che vogliamo riprendere – complicità oggettive anche nel campo di quanti sono legati, professionalmente, culturalmente o politicamente, al tema della riforma urbanistica.(Adoperiamo questo termine, certo insufficiente, perché ci sembra che esso esprima, sia pure in modo ellittico, il complesso delle azioni volte a costruire metodi e strumenti d’intervento sul territorio che ne rendano il governo efficace, trasparente, politicamente orientato).

Esistono, insomma, assenze, silenzi, cedimenti immotivati, fuorvianti fughe in avanti, comportamenti di riflusso nel professional-privato, di ripiegamento sul quotidiano, di perdita di rigore, che da tempo hanno frantumato, e quasi dissolto, il fronte di quanti potevano e potrebbero battersi, ciascuno con i propri specifici strumenti, per un avanzamento del processo di riforma urbanistica. Oggi, nel 1982, alcuni sorridono degli sforzi di sistemazione tecnico-disciplinare dell'lnu anni 50, dei metodi "ingegneristici" di un Astengo o delle empiriche capacità di interpretazione e ridisegno di organismi urbani di un Piccinato, delle battaglie di un Detti per la salvaguardia delle colline fiorentine o di un Insolera per disvelare le malefatte dei reggitori della Roma di Cioccetti e Petrucci, delle aspre denunce di un Cederna e delle tenaci elaborazioni di un Ghio per dare verde alla città e servizi ai cittadini o di un Cervellati per restituire alla civiltà un centro storico. E altri, ugualmente, sorridono delle generose intemperanze e approssimazioni dell'Inu post sessantottesco, del tumultuoso ingresso del problema della casa nei contenuti della gestione urbanistica, della scoperta dell'insufficienza di una politica solo “quantitativa" per la fuoriuscita dalla crisi abitativa, del defatigante impegno nell'elaborazione e nella critica propositiva delle piattaforme legislative. Sono motivati quei sorrisi? Quanto meno, non sono sufficienti e proprio per ciò, stimolano a capir meglio.

Non c'é dubbio. Il patrimonio di elaborazioni e iniziative dell'urbanistica italiana deve essere assunto criticamente. In ogni momento, come ogni analogo patrimonio ideale e politico, pretende d'essere superato. Superato, però, non liquidato. Da più d'un segno, ci sembra invece di sentir aria di liquidazione. È un caso se l'impegno degli urbanisti; di molti urbanisti, abbandona la ricerca e la sperimentazione delle regole e dei metodi generali per il controllo e il governo delle trasformazioni urbane e territoriali, ed enfatizza invece il momento del progetto, dell'intervento singolare, dell'opera unica e conclusa? se l'urbanistica tende a rientrare nel ventre di una delle sue matrici; l'Architettura? È un caso se non v'è più una rivista che metodicamente e sistematicamente persegua l'obiettivo di documentare, con rigore e completezza, le più significative esperienze di pianificazione, proponendosi di rappresentarle prima d'interpretarle? se le polemiche si sviluppano nel chiuso delle corrispondenze personali anziché sulle pagine aperte delle riviste? E un caso se uno strumento decisivo per il governo del territorio, preconizzato e proposto dagli urbanisti old style dal 1959, tentato a Roma agli albori del centrosinistra e in Lombardia nella fase nascente del regionalismo (parliamo del Ppa), viene lasciato cadere come un ingombrante ferrovecchio appena può cominciarne una generalizzata sperimentazione? se la stessa problematica dei Peep e dei Pip viene considerata obsoleta, o meramente strumentale rispetto alle nuove frontiere della grande progettazione post modernista?

Gli urbanisti potranno senza dubbio cercare gli alibi, e trovarli fuori dalla sfera delle proprie responsabilità e competenze. Le sordità e gli interessi dei `politici', la neghittosità delle regioni e dei comuni, la farraginosità dei dispositivi legislativi ed amministrativi, l'incompletezza, e quindi la criticabilità, delle esperienze compiute dall'urbanistica "tradizionale". Ma oggi ci sembra, l'impegno nostro deve essere volto altrove: a cercare, e a superare, le ragioni delle nostre insufficienze; a trovare, nello sviluppo e nel superamento della nostra specifica eredità culturale le ragioni di un più preciso servizio della nostra disciplina alla società nella quale viviamo. Ogni nuova evasione rispetto a questo compito, ogni nuova fuga (in avanti o all'indietro), altro non significherebbe che cedere all'imbarbarimento, del quale il ministro Nicolazzi è l'interprete efficace, anche se forse inconsapevole.

2009021

la Repubblica, 29 gennaio 2009

in Stefano Rodotà, "Il terribile diritto", il Mulino, Bologna 1981; esergo

Se pensiamo all’agro campano lo vediamo come un territorio sconvolto prima dall’esplosione edilizia, e poi occupato, negli spazi residui, dalle spazzature del Nord e del Sud. È davvero difficile per noi immaginare che cos’era prima della devastazione. Ci aiuta un innamorato di questa terra (e della terra in generale) l’autore di questo libretto. Antonio di Gennaro riesce a restituirci un’immagine vivissima della “terra lasciata”. Ci riesce allineando brani dei racconti di persone, più fortunate di noi, che ebbero la fortuna di scoprire le mille inaudite ricchezze di questi fertili suoli. Collegando con il suo racconto brani di Goethe, Galanti, Sestini, Dickens l’autore dipinge l’affascinante ritratto del frutto del poderoso lavoro plurimillenario che la natura e l’uomo hanno compiuto collaborando, e ci rende consapevoli del livella altissimo di produttività e di bellezza che era stato raggiunto, del “capolavoro” (annotate questa parola) che era stato raggiunto. Un’opera la cui qualità non risiede solo nella struttura e nella forma della campagna e nei suoi incredibilmente ricchi prodotti, ma anche nei rapporti virtuosi che la legano alla città, in uno scambio che rende migliori entrambi.

Bellezza perduta, utilità perduta, ricchezza perduta. Perché, come? Manlio Rossi Doria e Pasquale Coppola, Antonio Cederna e Vezio De Lucia aiutano di Gennaro a raccontarci i modi e le ragioni per cui il “capolavoro” si è trasformato in un immondo ammasso, perché e come il sistema di aree agricole pregiate intorno alla città, è stato deliberatamente trasformato in “spazi vuoti, invisibili e inaccessibili ai più perché occultate da una cortina di degrado” ed è diventato “la grande discarica utilizzata dai Casalesi per smaltire i rifiuti industriali provenienti dal nord”.

Gli interessi, le forze e le debolezze, gli strumenti adoperati per distruggere sono raccontati con efficacia in un racconto che si legge d’un fiato, ma che fa riflettere a lungo. E dopo aver descritto “il progetto pluridecennale di distruzione di Campania felix”, e il significato profondo di ciò che ancora rimane,di Gennaro formula la sua proposta. Non ve la racconto; vi do la parola chiave: “Partenone”. Un progetto impegnativo, ma possibile. Richiede una virtù che è indispensabile perché la civiltà sopravviva: la capacità di guardare, a un tempo, alla nostra storia e al nostro futuro: memoria e lungimiranza.

Dai giornali del 13 gennaio 2009

A Firenze, nell'estate del 1984, vengono resi pubblici due progetti d'investimento immobiliare, l'uno della Fiat, nell'area di Novoli, l'altro della Fondiaria. La prima era già proprietaria dell'area, sulla quale sorgeva lo stabilimento fiorentino dell'azienda, e voleva “valorizzarla”. La Fondiaria aveva comprato in vista dell'operazione un vasto compendio di aree nella piana a nord-est della città, lungo una direttrice considerata strategica per la riorganizzazione dell'intera area metropolitana ma destinata dal Prg vigente a “parco territoriale”. L'insieme dei due progetti comportava la costruzione di 4,2 milioni di metri cubi, su 228 ettari, e un investimento valutato in 2 mila miliardi.

Il Comune aveva avviato la redazione del nuovo piano regolatore. Attendere la formazione di questo (affidato a due consulenti di grande prestigio e affidabilità culturale, Giovanni Astengo e Giuseppe Campos Venuti) avrebbe permesso di compiere le scelte sulle aree interessate dall'operazione nel quadro, ed in funzione, delle scelte più complessive sulla città, finalizzando gli interventi nell'area nord-est a un progetto di riqualificazione ambientale, all'esigenza di decongestionare il centro storico, all'obiettivo di una più corretta localizzazione metropolitana delle attrezzature urbane. È quello che suggerisce, ad esempio, la sezione toscana dell'Istituto nazionale di urbanistica.

Ma le esigenze di “valorizzazione immobiliare” non possono attendere. Gli investitori fremono. Acquisiscono le necessarie comprensioni politiche e amministrative, e ottengono dal comune l'approvazione di una variante ad hoc al piano regolatore vigente. Questa viene adottata dal Consiglio comunale (a maggioranza di centro sinistra) nel marzo 1985. La maggioranza (di sinistra), che subentra dopo le elezioni amministrative conferma le decisioni. La variante prosegue il suo iter, tra le polemiche più aspre e la crescente opposizione di un fronte composito e ampio (cui partecipano insieme componenti culturali conservazioniste, associazioni ambientaliste, versi, demoproletari e parte dei comunisti del Pci). Un fronte sostanzialmente “di sinistra”, indebolito dalla posizione defilata, ma favorevole alla variante Fiat-Fondiaria, della maggioranza del Pci.

Prima che la variante giunga alla sua conclusione, un colpo di scena. Nel giugno del 1989 il Segretario del Pci, Achille Occhetto, intima l'altolà. In una riunione del Comitato federale di Firenze, piena di tensione, giungono una telefonata e due messi del Segretario: i comunisti non possono ulteriormente avallare le scelte della Fondiaria e della Fiat per l'area nord-est, il cui destino deve essere tracciato da un vero piano regolatore generale.

La componente comunista della Giunta decide di lasciar ferme le cose, senza revocare gli atti ma senza neppure sollecitarne il completamento. Dc e Psi, da sempre favorevoli all'operazione immobiliare e anzi responsabili del governo cittadino quando essa era stata concepita, sono sconcertati ma non insistono per la ripresa dell'iter. Il Pci, a Firenze e non solo a Firenze, è diviso. Anche chi non era convinto dell'operazione Fiat-Fondiaria esprime preoccupazione per il fatto che sia stata necessaria la “telefonata di un segretario di partito” per correggere scelte sbagliate. Il punto è che non si trattava solo di correggere le decisioni di una federazione o di una giunta. Si trattava anche e soprattutto di indicare, con un gesto forte e chiaro, che l'andazzo seguito per oltre un decennio non era compatibile con il nuovo corso del Pci. Un trauma quindi, certamente, ma un trauma necessario: poiché bisognava superare un vuoto che per troppi anni aveva caratterizzato la politica del Pci nei confronti dell'urbanistica: nei confronti dei metodi e degli strumenti per il governo del territorio.

Giuseppe D’Avanzo, la Repubblica, 18 dicembre 2008

Tratto dall'articolo del 1994, inserito qui in eddyburg

Dalla fine degli anni Sessanta Edoardo Salzano ha incarnato e praticato l’urbanistica in tutte le sue forme: come intellettuale, professionista, politico, amministratore e professore. Napoletano d’origine, consigliere a Roma, assessore a Venezia dal 1975 all’85, preside allo IUAV, autore di moltissimi libri e piani, l’ultima sua creatura è il sito Eddyburg.it, un sito frequentatissimo di urbanistica e molto altro.

Perché ritieni che quello dell'urbanista sia un mestiere?

Dire che è un “mestiere”, e non un’”arte” o una “scienza”, significa mettere in evidenza l’aspetto dell’utilità dell’urbanistica. Quello che mi interessa sottolineare è che urbanistica ha senso se è qualcosa che serve. Chi fa quel mestiere non è – non deve essere – interessato a esprimere se stesso, o a proclamare verità assolute: deve contribuire a costruire una società più equa. Poi, naturalmente, l’urbanistica ha anche la sua verità, la sua componente di scienza e arte, legata alla comprensione della città e del territorio e dei modi di governare le sue trasformazioni.

Perché oggi si chiede agli architetti più che agli urbanisti di pronunciarsi sulla città?

Perché l’ideologia dominante è schiacciata sul presente e non riesce ad avere una visione d’insieme: e allora è più semplice rivolgersi all’architettura, che realizza degli oggetti singoli in tempi relativamente brevi, che all’urbanistica, che si occupa della città come sistema di elementi, in cui il tutto è più importante delle sue parti, e che soprattutto richiede tempi lunghi. Ma se una volta il sindaco era espressione di un partito che aveva un progetto di società, di cui la città doveva essere un’espressione coerente, oggi invece è dominato dall’ansia di essere riconfermato alle elezioni. Il tempo del suo “fare” è due o tre anni, i risultati deve vederli subito. Allora una torre o un ponte o un palazzo che “buca lo schermo” è più funzionale alla vittoria e anche alla competizione tra città: il mio grattacielo è più lungo del tuo, la mia città è più importante, più turisti più investitori più clienti la affolleranno.

Tu hai sempre considerato l'urbanistica indissociabile dalla politica, mentre si diffonde sempre di più un'idea della disciplina come una tecnica "neutrale". Quanto è credibile questa idea?

L’urbanistica è indissociabile dalla politica perché è indissociabile dalla società. La politica è l’arte, o la scienza (o il mestiere) del governo della società. In qualche modo si può dire (Leonardo Benevolo lo dice) che l’urbanistica è una parte della politica. Io dico che ne è uno strumento tecnico. Dire questo significa anche dire che l’urbanistica è non neutrale, ma partigiana. L’urbanistica può essere di destra o di sinistra, può aiutare la politica ad accentuare le differenze di classe, o a privilegiare una classe su un’altra. L’urbanistica, come la politica, può anteporre l’interesse della maggioranza a quello dei pochi, o viceversa.

L’urbanistica moderna nasce all’inizio del XIX secolo, quando si comprende che il mercato risolve un sacco di problemi ma ne genera altri, che la spontaneità delle forze in gioco non sa risolvere e anzi peggiora. Da qui l’urbanistica come visione d’insieme delle trasformazioni del territorio, come attenzione a quello che nel territorio c’è e non si vede se non con uno sguardo esperto: anzi, con l’aiuto di più discipline. Perché l’urbanistica è anche questo: il prodotto della collaborazione di molte discipline. Senza il sociologo e il geologo, lo storico e l’economista, senza il giurista e l’architetto, l’urbanista è cieco e monco.

Quali sono state le battaglie più importanti della tua vita? le rifaresti?

Non contano le singole battaglie. Le fai non perché le scegli, ma perché ti trovi in quel luogo, sai quelle cose, vedi quello che sta succedendo e ti sembra giusto o ingiusto, ti sembra che vada favorito od ostacolato e lo fai. Mi sono trovato a essere consigliere comunale d’opposizione a Roma mentre stavano per attuare una previsione del piano regolatore che mi sembrava folle, costruire 5000 ville nella foresta di Capocotta; con Piero Della Seta riuscimmo a bloccare quello scempio. Mi sono trovato nel comitato scientifico per il piano paesaggistico regionale della Sardegna, ho aiutato il presidente Renato Soru e i suoi uffici a fare un piano che tutelasse il grande patrimonio mondiale della costa, in parte deturpata da realizzazioni e progetti nefasti, e sono contento del risultato. Adesso sto cercando di aiutarli a difendere una straordinaria ricchezza unica al mondo, la grande necropoli fenicia di Tuvixeddu, a Cagliari, che dissennate scelte del passato sacrificano alla costruzione di 400000 metri cubi di palazzoni: è una questione che dovrebbe interessare tutto il mondo, e che invece sembra interamente gettata sulle spalle di Soru e dei sardi che hanno buonsenso.

Ti sembra che la situazione italiana conservi ancora una specificità rispetto all'Europa o al resto del mondo?

Una specificità negativa. In Italia gli interessi che cospirano contro la città sono diventati negli ultimi decenni più forti che altrove. Mi riferisco soprattutto a una forza e a una debolezza. La forza negativa è nel peso straordinario che ha in Italia la rendita fondiaria, e la connessa speculazione urbanistica. Negli altri paesi europei la rendita urbana viene “tosata”, se ne impiega parti più o meno consistenti per finanziare l’attrezzatura del territorio e i servizi urbani, e in ogni caso non è così onnipotente sulle decisioni che riguardano lo sviluppo della città. La debolezza negativa è quella dell’amministrazione pubblica, ora debole, screditata, mal pagata, sempre meno autorevole e quindi inefficace a difendere il bene comune dal prevalere degli interessi individuali.

Sembra che in questo momento storico l'attenzione delle persone comuni nei confronti della città e della sua organizzazione sia interamente assorbita dal problema della sicurezza, mentre tutto il resto passa in secondo piano. Quali sono le ragioni di questo indebolimento?

La politica non ha saputo affrontare decentemente i problemi nati dalla globalizzazione, in primo luogo l’accoglienza di tutti i migranti che arrivano perché sono strettamente necessari alla sopravvivenza della nostra economia. Invece di moltiplicare i luoghi e le occasioni d’incontro, si è gonfiata artificialmente la sensazione di insicurezza. Le piazze e gli altri spazi pubblici sono stati sostituiti dagli outlet, dai mall, dai centri commerciali, luoghi finalizzati a racchiudere persone capaci di spendere: clienti, non cittadini. E nella città è aumentata la segregazione. Sempre più forte la zonizzazione sociale: qui i poveri, lì i ricchi, racchiusi nei cancelli virtuali o – sempre più spesso – concreti. Vogliamo stupirci se cresce il potenziale di ribellione? L’uomo sopporta l’ingiustizia sociale fino a un certo punto, poi, se è sano, esplode.

Come ti è venuto in mente di mettere in piedi un sito come eddyburg?

La consapevolezza che da soli non si combina niente, che un primo passo per lavorare con gli altri è condividere. Considero eddyburg un po’ come l’espansione del lavoro che ho fatto come docente e come pubblicista: divulgare senza troppa presunzione, consapevole della mia verità ma disposto a discuterla con gli altri. È stato un successo che ha condizionato moltissimo la mia vita: dedico gran parte della giornata a selezionare e inserire nel sito le decine di suggerimenti che mi arrivano ogni giorno da amici e collaboratori, ma anche da persone che non conosco affatto. Mi sento responsabile verso questi lettori sempre più numerosi.

Il 1° marzo, rispondendo a una interrogazione dei consiglieri comunali comunisti, socialisti e democristiani, l'assessore al lavoro del Comune di Torino confermava la voce secondo cui la Fiat aveva intenzione di assumere 15mila nuovi addetti negli stabilimenti di Rivalta Torinese, reclutando forza-lavoro nelle regioni meridionali. Il giornale della Fiat, nel riportare la notizia, affermava che l'irrisoria aliquota di forza-lavoro locale disoccupata è “il motivo che spinge le industrie a cercarsi mano d'opera nel Sud”. (la Stampa, 19 marzo, 1969).

Le reazioni della stampa è dei partiti

Preoccupazione e allarme suscitava l'autorevole conferma dell'iniziativa del monopolio torinese in alcuni organi di stampa. L'Avanti (19 marzo) poneva in evidenza, nel sommario del “pezzo” dedicato alle 15mila nuove assunzioni, “i problemi non facili da risolversi”, e, “pur non sottovalutando gli aspetti positivi della questione”, criticava il fatto che, “anche in questo caso, le decisioni di uno dei gruppi importanti della economia italiana fossero state presesenza cercare una preventiva consonanza con gli indirizzi della Programmazione”.

Riassumendo e sintetizzando “l'atteggiamento dei partiti politici di fronte a questo nuovo fatto che investe l'economia torinese e nazionale”, l'organo socialista affermava che “i socialisti, nel prendere atto di questo fatto, ritengono necessario affrontare il problema delle infrastrutture inserendolo in un contesto di programmazione serio e concreto”, mentre i democristiani avrebbero sostenuto“ che, prima di tutto, si imponeva la occupazione delle forze esistenti sul mercato torinese”. Viceversa - sempre secondo l'organo del PSI - per i comunisti “il discorso si pone nel contesto del fallimento della politica meridionalistica”.

In effetti, il collegamento tra l'iniziativa della FIAT è l'accentuarsi degli squilibri tra Settentrione e Mezzogiorno è al centro dei commenti riportati su L'Unità (20 marzo).Il quotidiano comunista ricordava, innanzitutto, come il gioco non fosse nuovo, ed abbia avuto “negli anni del boom la sua maggiore espressione: allora centinaia di migliaia di operai furono fatti affluire dal meridione e dalle isole” provocando costi sociali elevatissimi per cui gli industriali non hanno dovuto investire una lira. Il segretario regionale della CGIL, Garavini, sottolineava “il drammatico costo sociale” dei “trasferimenti massicci di forza-lavoro” provocati dalle “autonome iniziative della Fiat” e chiedeva quale fine avessero fatto i propositi e le promesse di investimenti nel Sud, strombazzati da Agnelli nel caldo della polemica per l'Alfa Sud.

Sulotto, segretario della Federazione torinese del PCI, denunziava il processo attraverso il quale, mentre “l'Italia del Nord si integra sempre più con i paesi del MEC, il Mezzogiorno diventa terra di abbandono, di emigrazione verso il Nord e verso l'estero”.

Nelle stesse pagine dell'Unità, in un commento redazionale dal titolo “Chi programma in Italia”, Ugo Pecchioli affermava a sua volta: “ecco gli effetti della programmazione del centro-sinistra: da un lato intere parti del territorio nazionale (nel Mezzogiorno prima di tutto, ma anche nelle campagne, nelle zone collinari e montuose del Nord) che degradano economicamente e socialmente. a livelli infimi, e dall'altro alcune zone settentrionali in cui cresce a dismisura una concentrazione di imprese industriali che rende l'esistenza degli uomini sempre più soggetta a difficoltà e asprezze, che comporta costi sociali elevatissimi che si scaricano su comuni in crisi, dissanguati, vessati da governo e prefetti”.

Una nota della CGIL

Il 21 marzo la stampa informava di una interpellanza rivolta al Ministro del Bilancio dall'on. Compagna, del PRI, e di una presa di posizione della CGIL. II primo, indicava nella possibilità di “realizzare una impegnativa operazione di trasferimento nel Mezzogiorno di aziende complementari dell'industria automobilistica uno dei provvedimenti da adottarsi per evitare che la mano d'opera disponibile nel Mezzogiorno sia utilizzata mediante l'emigrazione”. La CGIL, dal canto suo, affermava tra l'altro che “gli attuali programmi Fiat di espansione degli impianti e della occupazione, se confermati, aggravano la tendenza in atto alla emarginalizzazione industriale del Mezzogiorno depauperando ulteriormente le regioni meridionali dalla forza-lavoro più qualificata che dovrebbe costituire la base stessa dello sviluppo economico, mentre nel contempo acutizzano tutti i problemi sociali e aggravano i costi economici connessi alla emigrazione nelle zone del paese già ad alto sviluppo”.

Queste tempestive reazioni - in cui alle tradizionali impostazioni meridionalistiche e alle preoccupazioni municipali del comune torinese si affiancavano le esigenze dello sviluppo nazionale espresse dai portavoce organismi politici e sindacali del proletariato italiano provocavano, ad alcuni giorni di distanza, due ambigue “messe a punto”: l'una, del titolare del Ministero del bilancio e della prograrnmazione, Luigi Preti; l'altra della azienda automobilistica torinese.

La replica del programmatore

Il ministro Preti, in una dichiarazione pubblicata dalla stampa il 24 marzo, coglieva innanzitutto l'occasione per recitare. l'ennesima litania in gloria del centro-sinistra, ormai contestato autorevolmente anche dal suo interno. “Questa possibilità di nuova occupazione - affermava infatti il ministro - rappresenta un elemento positivo ed è il segno di un intensificarsi (il corsivo è nostro) del ritmo di sviluppo economico, conseguente all'azione del governo di centro-sinistra”. Il governo comunque, proseguiva il ministro, ha il compito di “indicare e promuovere, nel quadro della programmazione economica, l'espansione equilibrata della occupazione e una attenta localizzazione degli investimenti. tenendo particolarmente presente l'opportunità di evitare quelle negative conseguenze che non possono non derivare da emigrazioni di massa. Problemi di cosi rilevante portata non possono non essere esaminati (...) nella sede della contrattazione programmata che ha lo scopo di armonizzare gli interessi aziendali e gli interessi prevalenti dell'economia del paese”.

Dichiarazione assai cauta sul merito dell'iniziativa Fiat. come si vede, e palesemente corriva con la strategia sottesa a quella iniziativa. Non a caso infatti (la scelta delle parole ha sempre un senso) Preti inneggia all'intensificazione del ritmo di sviluppo economico. Ma non e proprio uno sviluppo esclusivamente intensivo quello in virtù del quale si accrescono continuamente i livelli accumulativi negli attuali poli dello sviluppo. a spese del resto del paese? Non sono forse inevitabili, nel quadro di uno sviluppo intensivo, l'aggravarsi degli squilibri territoriali e settoriali, l'abbandono del Mezzogiorno e dell'agricoltura la secca eliminazione della questione meridionale e di quella agraria attraverso il meccanismo spontaneistico dell'emigrazinne?

Quale “contrattazione programmata”?

Nè vale il proporre il ricorso a una contrattazione programmata intesa” come armonizzazione degli interessi aziendali con quelli generali. Il problema non è quello di mediare tra le esigenze generali dello sviluppo del paese e gli interessi aziendali delle singole impre-e. E infatti, la stessa logica degli interessi aziendali è proprio quella che conduce all'accentuarsi di quegli squilibri che, viceversa, le esigenze generali dello sviluppo del paese impongono di superare e risolvere, sicché “armonizzare” o mediare gli uni c gli altri può voler dire soltanto ridurre la programmazione o alla mera registrazione delle decisioni aziendali o alla vacua esercitazione oratoria.

Il problema non è quello di “armonizzare” obiettivi della programrnazione e interessi aziendali nell'ambito del sistema di convenienze date. Il problema è, viceversa, quellodi modificare dalle radici l'attuale sistema di convenienze in funzione del quale le aziende, pubbliche e private, oggi agiscono; utilizzando a tal fine tutti gli strumenti di cui la mano pubblica dispone (e non sono pochi, nè di scarso rilievo), e “armonizzando” in tal modo, senza ambigue contrattazioni più o meno “programmate”, le politiche aziendali. Il problema, insomma, è stabilire che cosa deve essere prodotto, per chi e dove; e alle tre domande deve essere data una risposta unitaria e coerente. Chi potrà mai ragionevolmente impedire alla Fiat di ampliare i suoi impianti a Torino, finchè la Fiat produrrà per la motorizzazione privata? Che senso avrebbe produrre a Cosenza o a Trapani o a Nuoro automobili, se il mercato è essenzialmente nel triangolo industriale e nei “poli” maggiori? Una diversa politica di localizzazioni pretende la formazione di un mercato diverso da quello omogeneo alla spontaneità ciel sistema.

Risponde la Fiat: ragazzino, lasciami lavorare.

Di fronte al nullismo del ministro programmatore, di fronte alle proteste necessarie, ma in definitiva superficiali, delle sinistre la Fiat non ha avuto un gioco difficile. II monopolio dell'automobile ha replicato infatti, il 24 marzo, che “le assunzioni attualmente in corso non presentano alcun aspetto di eccezionalità”, poiché esse in parte corrispondono ad “un naturale avvicendamento delle maestranze occupate”, e in parte sono dovute «alla normale espansione della produzione”. Facciamo quello che abbiamo sempre fatto, risponde in sostanza la Fiat, e non intendiamo dar conto a nessuno.

Nè d'altronde, prosegue la nota dell'azienda torinese, “è stato predisposto alcun reclutamento specifico e diretto dimaestranzenel Sudd'Italia”: le “maestranze meridionali, i figli dei contadini immiseriti delle campagne del Mezzogiorno, dei pastori sardi o abruzzesi, i terremotati della Sicilia e i disoccupati cronici di Napoli o Palermo, saranno reclutati in modo “generico e indiretto”; affluiranno a Torino senza che nessuno debba spingersi a Foggia o a Crotone per ingaggiarli, come al solito; come al solito, caricheranno sui drammatici treni del Sud le loro famiglie, le loro masserizie, la loro miseria. Quanti hanno già racimolato i soldi per il biglietto, quanti hanno già venduto la casa e la terra, appena i giornali hanno scritto dei 15mila nuovi assunti a Torino?

Il Ministro è sodddisfatto, i torinesi meno

Le precisazioni della Fiat sono valse comunque a tranquillizzare il ministro cui è affidata la programmazione economica. Egli infatti, in una nuova dichiarazione del 27marzo, prende atto con soddisfazione delle opportune precisazioni della Fiat, e non aggiunge nulla di nuovo alle precedenti dichiarazioni.

Meno soddisfatta, e assai più attenta interprete delle “precisazioni della Fiat”, è invece la stampa moderata torinese. Questa comprende infatti che la Fiat non smentisce nulla, e si preoccupa del fatto che il governo, una volta di più tende ad assumere un atteggiamento neutrale (per non dire pilatesco). Così la Gazzetta del Popolo (27 marzo) chiede un intervento governativo; non nel senso. beninteso, di opporsi all'iniziativa del monopolio torinese, perchè “nessuno può essere contrario alle assunzioni e neppure a nuove iniziative industriali nell'area torinese, perchè in un'economia industriale ad alta tecnologia e produttività é antistorico pensare al blocco dello sviluppo. Nel senso, invece, di richiedere che vengano realizzali gli altri poli di sviluppo previsti nella regione piemontese, e che vengano compiuti quegli investimenti pubblici in strade, trasporti. infrastrutture, e abitazioni che sono necessarie a un tempo. per aumentare le “economie esterne per le aziende industriali nell'area torinese” e per prepararsi alla “nuova ondata di immigrati meridionali”.

Lungi dal considerare l'episodio dei 15mila nuovi addetti come il frutto di unequivoco, la stampa più vicina agli industriali torinesi rilancia la palla e gioca al rialzo. Essa così svela lucidamente la logica dei processi cumulativi, che invece. evidentemente sfugge al novello Candide che è il Ministro Preti.

Una programmazione che segue la spontaneità del mercato

E' facile comprendere, in conclusione, che l'episodio della Fiat è perfettamente coerente con la logica della programmazione, del centro-sinistra; più di un commentatore lo ha rilevato.

Tale programmazione, infatti. siriduce indubbiamente (secondo la definizione che ne ha dato Claudio Napoleoni su la Rivista Trimestrale. nell'ormai lontano 1962) a “un complesso di politiche le quali non soltanto non hanno lo scopo di porre il processo di sviluppo sotto una regola diversa da quella fornita dal puro meccanismo di mercato, ma hanno anzi il fine di accompagnare tale meccanismo (...) senza mutarne le caratteristiche essenziali”.

Se è così, poco vale evidentemente minacciare la Fiat col bau-bau della “contrattazione programmata”. Ne basta protestare, come fa Marcello Ferrara su L'Unità (5 aprile), perchè “Roma propone, Agnelli dispone”. o affermare soltanto che “la via è quella della lotta e che occorre passare decisamente al contrattacco”: bisogna sapere anche per che cosa lottare, quale programmazione sostituire a quella di Preti e del centro-sinistra, bisogna decidere che cosa la Fiat deve fare, e non solo che cosa non deve fare.

e.s.

Nota

L’articolo, siglato e.s., è stato scruitto per la rivista Polis, pubblicato sul n. 1, agosto 1969 (Napoli, tipografia Napoletana). La rivista era redatta da Giuseppe Basile, Alessandro Dal Piaz, Edoardo Del Gado, Vezio De Lucia, Raffaele Molino, Antonio Oliva, Edoardo Salzano (responsabile), Lucio Scandizzo.Della rivista uscirono due numeri.

L’episodio descritto aprì una stagione di vertenze sindacali che sfociarono nel grande sciopero generale nazionale del 19 novembre 1969 per la casa, i trasporti, i servizi sociali e la lotta agli squilibri territoriali. Fu la prima volta che in Italia le organizzazioni sindacali dei lavoratori scendevano in campo per affrontare i temi della città e del territorio. Il movimento per la riforma urbanistica, già in moto dall’inizio degli anni 60, ebbe un forte impulso sebbene si concentrasse su temi più limitati: in particolare, quello della casa, che però trascinava con se la questione degli espropri e della realizzazione dei quartieri per l’edilizia economica e popolare (il rafforzamento degli istituti e delle procedure avviate con la legge 167 del 1962). Al tentativo di attuare una politica della casa che limitasse il peso della rendita immobiliare er desse ai poteri pubblici gli strumenti necessari corrispose una stagione di attentati dinamitardi e di tentativi di colpi di stato. Sull’argomento vedi, in particolare, i libri di Vezio De Lucia, Se questa è una città, Donzelli, ed Edoardo Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza.

"Mechanico quoque grandis columnas exigua impensa perducturum in Capitolium pollicenti praemium pro commento non mediocre optulit, operam remisit praefatus sineret se plebiculam pascere"

A leggere le cronache locali, a valutare le denunce degli ambientalisti, sembrerebbe proprio che la costa della Liguria stia conoscendo una nuova stagione, simile a quella che troviamo leggendo le pagine di Italo Calvino della fine degli anni Cinquanta (penso ovviamente a La speculazione edilizia).

Le forme sono certamente diverse, e anche i personaggi. Là dove una volta prevalevano rozzezza e incultura, approssimazione e meschinità, oggi non mancano raffinatezza di forme e di argomentazioni. Credo che valga la pena di domandarci che cosa è cambiato, da oggi ad allora: che cosa c’è di nuovo, e che cosa invece ci fa esclamare con apprensione – come nei titoli dei film sui mostri – “a volte ritornano”.

La devastazione del territorio non provocò danni solo in Liguria, ma quasi in ogni parte d’Italia. Erano gli anni dell’espansione e della crescita, i primi decenni del secondo dopoguerra. Espansione e crescita nelle quali le scelte di politica economica privilegiavano la crescita di alcuni settori al cui sviluppo venne sacrificata la pianificazione territoriale e urbanistica. Mi riferisco all’edilizia e alle attività immobiliari, e alla motorizzazione privata e alla conseguente realizzazione di strade sempre più numerose e più pesanti. Era facile prevedere che lo sviluppo incontrollato di quei settori avrebbe gravemente compromesso le condizioni delle città e del territorio: ciò che puntualmente avvenne.

Un ceto politico più avveduto di quello attuale, e qualche gruppo imprenditoriale meno miope e meno parassitario di quelli di oggi, compresero che bisognava modificare qualcosa: bisognava tornare alla pianificazione per ridare ordine al caos, e bisognava dare alla pianificazione contenuti nuovi.

Si rilanciò la pianificazione urbanistica, che divenne lo strumento primario del governo del territorio in gran parte d’Italia. Fu sostanzialmente in quegli anni che si posero le basi per il rafforzamento del primato della pianificazione generale (quella affidata ai comuni e agli altre istituzioni rappresentative dell’elettorato) sulle pianificazioni di settore, quale quella delle autorità portuali.

Si istituirono le Regioni, con poteri considerevoli nel campo dell’urbanistica e della programmazione economica. Si avviò faticosamente e contraddittoriamente una riforma del regime degli immobili, che peraltro non giunse a conclusione. E negli anni successivi, mentre per un verso iniziava lo smantellamento in chiave tatcheriana degli strumenti faticosamente conquistati, si arricchì la pianificazione di contenuti nuovi.

Fino ad allora, in Italia la pianificazione aveva riguardato soprattutto le città e la loro espansione, e l’assetto del territorio in quanto contenitore e supporto di strutture e infrastrutture necessarie alle crescenti attività dell’uomo: nei piani territoriali si dovevano decidere le localizzazioni delle aree e degli impianti necessari alla residenza e ai relativi servizi, alle attività produttive e a quelle commerciali, ai servizi di vario ordine e grado, alle connessioni tra di loro via terra e via acqua e alla loro alimentazione di energia, acqua, fluidi. La pianificazione, insomma, si occupava più delle trasformazioni e dell’artificio che della conservazione e della natura.

Negli anni 80 le cose cambiarono. Alle intuizioni e ai tentativi degli urbanisti (voglio ricordare Edoardo Detti, Giovanni Astengo, Luigi Piccinato), alle denunce e alle proposte di alcune benemerite associazioni (grandi furono i meriti di Italia Nostra), si aggiunse la spinta della nuova consapevolezza ambientalista e la constatazione dei gravissimi danni che il saccheggio delle risorse provocava ad alcune componenti fondamentali della ricchezza del paese: dalla sua stessa consistenza geofisicha, all’immenso patrimonio culturale in esso sedimentato. Tra i contenuti nuovi della pianificazione particolare evidenza venne data in quegli anni al paesaggio e all’ambiente.

Per il paesaggio si svilupparono antiche intuizioni (da quella lontana, 1922, del ministro dell’istruzione Benedetto Croce) e strumenti normativi egregi per l’epoca e il contesto politico nel quale erano stati formulati (le leggi di tutela del 1939), e si formularono regole nuove, del resto pretese dalla Costituzione e dalla sua solenne dichiarazione “la Repubblica tutela il paesaggio”. Mi riferisco in particolare alla cosiddetta Legge Galasso del 1985, che introdusse i cardini di una nuova disciplina del territorio.

Si stabilì che le coste e i monti, i corsi d’acqua e i ghiacciai, i boschi e le comunità agrarie costituivano i segni visibili dell’identità del Paese, e come tali andavano tutelati da tutti gli istituti che costituiscono la Repubblica: lo Stato, le regioni, le province, i comuni. Si dispose che la tutela avvenisse mediante la pianificazione del territorio, che poteva essere esercitata, per la responsabilità della regione, mediante piani paesaggistici oppure mediante piani territoriali che avessero tra i loro contenuti essenziali la tutela del paesaggio e dell’ambiente.

Tra le regioni che rispettarono la legge attuandola come sarebbe stato doveroso per tutte vi fu la Liguria. Fece un Piano paesistico egregio sotto il profilo scientifico, forse non abbastanza perentorio dal punto di vista dell’incidenza sulla pianificazione comunale.

Nello stesso periodo della legge per la tutela del paesaggio altre disposizioni disciplinarono, mediante diversi apporti al sistema della pianificazione, altri elementi dell’ambiente e del paesaggio.

La legge per le aree protette estese la portata dei parchi (che comunque rimangono alcune isole nell’insieme del territorio nazionale) e ne disciplinò pianificazione e gestione, con qualche pasticcio nel rapporto tra pianificazione dei parchi e pianificazione territoriale e urbanistica (il “piano del parco” sostituisce ogni altro piano, come se ad esso dovessero far capo anche le decisioni sull’organizzazione dei centri abitati in essi compresi).

La legge per la difesa del suolo stabilì che tutte le misure, i provvedimenti, gli interventi e i vincoli relativi alla protezione delle acque e dalle acque avvenisse previa formazione di piani di bacino, formati sotto la responsabilità di una autorità pubblica inter-istituzionale, e che essi, per quanto riguarda strettamente gli aspetti connessi alla difesa del suolo, prevalessero su qualunque altro piano.

Negli stessi anni si chiarì un altro aspetto importante della pianificazione nelle aree costiere: a livello nazionale e, dove le regioni furono attente, al livello delle legislazioni regionali. Mi riferisco ai rapporti tra pianificazione ordinaria (regionale, provinciale, comunale) e pianificazione dei porti.

Una legge nazionale stabilì che il piano regolatore portuale delimita e disegna “l'ambito e l'assetto complessivo del porto, ivi comprese le aree destinate alla produzione industriale, all'attività cantieristica e alle infrastrutture stradali e ferroviarie”, ma che “le previsioni del piano regolatore portuale non possono contrastare con gli strumenti urbanistici vigenti”. Per di più, “il piano regolatore è adottato previa intesa con il comune o i comuni interessati” ed è approvato dalla Regione.(Legge 28.1.1984, n. 84, art.5).

La Regione Liguria, per conto suo, provvide ulteriormente a legiferare, stabilendo che il piano regolatore del porto è approvato non dalla Giunta, ma dal Consiglio regionale, il quale, addirittura, “apporta modifiche in relazione alle previsioni degli strumenti di pianificazione o di programmazione vigenti od adottati, nonché in relazione alle competenze di tutela del paesaggio e dell’ambiente, con particolare riferimento alla sostenibilità e al bilancio ambientale delle relative scelte” (Legge Regione Liguria 12 marzo 2003, n. 9, art. 1).

Il carattere preminente della pianificazione urbanistica e territoriale, delle competenze del comune e della ragione, degli interessi della difesa del paesaggioo e dell’ambiente rispetto ai piani, alle competenze e agli interessi meramente economici e aziendali mi sembra perfettamente garantita.

Torniamo al paesaggio. Con la legge Legge Galasso, e con le successive edizioni del “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, il ruolo del paesaggio e gli strumenti della sua tutela si affinarono, fino a giungere alle attuali disposizioni. La legislazione nazionale, e le diverse sentenze costituzionali che si sono occupate dell’argomento, hanno consentito di giungere a un approdo significativo di cui è utile ripercorrere i capisaldi, che sintetizzerò in sei punti:

1. la tutela del paesaggio è un prius rispetto alle trasformazioni del territorio; in tal senso, le disposizioni della pianificazione regionale concernenti la tutela del paesaggio sono vincolanti ope legis per la pianificazione successiva, sia di livello regionale che di livello provinciale e comunale;

2. la competenza nell’individuazione dei concreti beni da sottoporre a tutela, e in particolare dei “beni paesaggistici”, spetta alla Regione, nel rispetto delle categorie di beni individuate dalle leggi nazionali;

3. il paesaggio non è costituito unicamente dai “beni paesaggistici” appartenenti alle individuate categorie, ma è un connotato del territorio che ovunque va analizzato, valutato, protetto nelle sue qualità o ricostituito dove queste siano state dissolte;

4. la pianificazione territoriale delle province e quella urbanistica comunale, nel rispetto delle disposizioni della pianificazione paesaggistica, devono svilupparne le indicazioni approfondendo lo studio e la valutazione delle qualità del paesaggio e degli elementi di degrado in atto;

5. la responsabilità dell’azione di tutela è condivisa dall’insieme delle istituzioni che costituiscono la Repubblica, ma rimangono massimamente nell’ambito delle competenze dello Stato e delle regioni (con qualche pasticcio derivante dalle modifiche costituzionali introdotte nel 2001, che hanno artificiosamente separato la tutela della valorizzazione);

6. la formazione di piani paesaggistici regionali conformi alle prescrizioni del Codice e la conseguente redazione di piani urbanistici comunali a loro volta conformi ai piani paesaggistici può ridurre i poteri d’intervento ad hoc degli organi dello Stato per la tutela di beni minacciati di danno, e di conseguenza semplificare le procedure abilitative in tutte le vastissime aree vincolate ope legis.

Mi sembra che si possa dire che, sul terreno degli strumenti legislativi, le cose sono indubbiamente migliorate rispetto al passato. Non sono migliorate, e anzi a mio parere sono tornate al punto di partenza sotto altri profili. “A volte ritornano”.

Voglio soffermarmi molto brevemente su tre aspetti del peggioramento.

In primo luogo, credo che si debba parlare di una tendenza all’abdicazione dello Stato e delle Regioni nei confronti dei Comuni. Si è rotto nei comportamenti l’equilibrio tra le istituzioni previsto dalla Costituzione. L’errore grande è stato secondo me l’interpretazione estremistica che si è data al principio della sussidiarietà.

Nell’accezione della Comunità europea (dove l’espressione fu coniata ai tempi di Jacques Delors) il principio di sussidiarietà significa che là dove un determinato livello di governo non può efficacemente raggiungere gli obiettivi proposti, e questi sono raggiungibili in modo più soddisfacente dal livello di governo sovraordinato (la Regione nei confronti del Comune, o lo Stato nei confronti della Regione, o l’Unione europea nei confronti degli stati nazionali) è a quest’ultimo che spetta la responsabilità e la competenza dell’azione. E la scelta del livello giusto va compiuta non in relazione a competenze astratte o nominalistiche, oppure a interessi demaniali, ma (prosegue il legislatore europeo) in relazione a due elementi precisi: la scala dell’azione (o dell’oggetto cui essa si riferisce) oppure i suoi effetti.

Nell’accezione italiana – fortemente condizionata dalle posizioni della Lega Nord di Bossi – sussidiarietà significa sostanzialmente “tutto il potere all’istanza più vicina al cittadino, a meno che proprio non sia insensato farlo”.

La formulazione legislativa, che costituisce il riferimento del nuovo testo costituzionale, si avvicina a questa interpretazione estremistica, ma non ci arriva (Legge 15 marzo 1997 n. 59, articolo 4, comma 3, lettera a). Ci arrivano però alcune interpretazioni e applicazioni autorevoli sul piano dei poteri reali, come quella prevalente nella Regione Toscana, dove si è arrivati ad affermare che tutti i livelli istituzionali sono da porsi sullo stesso piano, talché mai la Regione potrebbe impedire a un comune di fare, sul proprio territorio, “una schifezza”, sebbene questa “schifezza” insozzasse un bene di rilevanza regionale, o addirittura nazionale e universale.

Ora tutta la storia del nostro territorio nell’ultimo secolo dimostra che l’istanza più vicina al cittadino è anche quella più sensibile alle sollecitazioni per un uso immediato e privatistico del “bene comune” costituito dal territorio.

Nonostante le malefatte dello Stato e delle Regioni, è certo che i livelli sovraordinato del potere pubblico sono stati quelli meglio capaci di comprendere le ragioni e gli interessi della tutela del patrimonio culturale e paesaggistico. Gli unici, del resto, deputati dal nostro sistema legislativo a tutelare “anche gerarchicamente” (suggerisce la Corte costituzionale a proposito della pianificazione paesaggistica) il bene d’interesse nazionale costituito dal paesaggio.

Il secondo aspetto del peggioramento intercorso negli ultimi anni mi sembra sia costituito dall’accresciuto ruolo del settore immobiliare nell’economia e nella politica. E’ ormai consapevolezza comune che nel nostro paese le grandi aziende industriali hanno investito molto più nella rendita finanziaria e immobiliare, tra loro strettamente intrecciate, che sui terreni propri del capitalismo industriale: la ricerca, l’innovazione di processo e di prodotto, la concorrenza nella produzione di merci.

E registriamo tutti ogni giorno come le attività immobiliari e i loro promotori siano diventati, agli occhi di numerosi politici anche autorevoli, anche di sinistra, interlocutori privilegiati e operatori da difendere anche nel loro ruolo economico e sociale. Sembrano davvero lontani mille miglia gli anni in cui i dirigenti dei partiti di sinistra e gli esponenti del capitalismo avanzato potevano trovare un interesse comune nel combattere le posizioni di rendita – in particolare immobiliare – vedendole giustamente come un freno all’espansione dei profitti e dell’accumulazione da un lato, dei salari e del benessere delle famiglie dall’altro lato.

La cosa singolare, e che apre il cuore alla disperazione, è che la rinnovata fortuna delle forme più degradanti dell’attività economica, dei settori della produzione che l’economia classica ha considerato più intrisi di parassitismo, appaiono in auge proprio mentre nel mondo è aperta una riflessione generale sui limiti generali di un’economia basata sulla crescita indefinita della produzione di merci. Insomma, mentre stiamo ragionando con Jeremy Rifkin e con Serge Latouche, ci si vengono a riproporre come interlocutori privilegiati gli eredi dello speculatore de “Le mani sulla città”

Il terzo, e forse più grave aspetto del peggioramento, quello dal quale in definitiva anche gli altri derivano, è costituito a mio parere dalla crisi della politica. E’ una crisi grave, profonda, che ci coinvolge tutti, come cittadini e come persone. Ciascuno di noi può dire “ho una mia filosofia”, “ho una mia religione”; nessuno può dire altrettanto della dimensione politica. Se la politica non c’è, siamo tutti più poveri e più esposti, più infelici, meno padroni del nostro futuro.

Della crisi della politica ciò che più mi preoccupa è la sua attuale miopia. La politica non sembra più capace di indicare un progetto di società, un progetto di futuro: una prospettiva condivisa per il quale sacrificare qualcosa oggi e ciascuno, per avere qualcosa domani e tutti.

Gli orizzonti temporali richiesti dal territorio, dal paesaggio, dall’ambiente sono orizzonti lunghi; quelli sui quali si è appiattita la politica coincidono con il mandato elettorale. Tra gli uni e gli altri non c’è compatibilità.

Una volta un sindaco era orgoglioso se, nel corso del suo mandato, riusciva a concludere l’iter di un buon piano regolatore. Era capace di far comprendere ai cittadini (lui stesso, o i partiti politici cui si riferiva) che quel disegno della città futura era cosa buona, e sarebbe stato realizzata nei tempi anche lunghi necessari. E sapeva accompagnare questo progetto di futuro con atti amministrativi che andavano nella stessa direzione, che erano anticipazioni del progetto di città. Il progetto prevedeva ampi spazi per i bambini e i giovani, e mentre si discuteva il piano regolatore si apriva un asilo nido e si espropriava una villa.

Oggi, un buon sindaco è quello che, a metà del suo mandato, avvia la realizzazione di un grattacielo, magari più lungo di quello del suo vicino.

Difficile combattere il destino di “seconda rapallizzazione” che sembra abbattersi sulle nostre coste, in questa condizioni. Eppure, l’alternativa è possibile. Lo dimostra una terra non tanto lontana da qui, la Sardegna.

Ho avuto la fortuna di partecipare all’avventura iniziata, e finora condotta vittoriosamente, dalla Giunta guidata da Renato Soru. Ho potuto misurare l’entità del danno incombente, le decine di milioni di metri cubi di lottizzazioni turistiche approvate nei loro piani regolatori dai comuni della costa. Ho potuto ammirare la determinazione con la quale la Giunta ha provveduto ad attuare le leggi per la protezione del paesaggio analizzando il territorio, inventariandone e cartografandone le caratteristiche, catalogando le diverse tipologie di beni paesaggistici e individuando i riconoscibili ambiti di paesaggio. Ho potuto concorrere a definire criteri e regole per la tutela immediata e per la successiva ricognizione alla scala più minuta, per la definizione della azioni necessarie per sostenere e attuare le scelte della pianificazione.

Mi hanno soprattutto colpito il coraggio di andare controcorrente, con una determinazione straordinaria, in nome del futuro e dell’interesse collettivo. Mi ha colpito il rigore con il quale si è stati capaci di dare seguito concreto a motivazioni molto forti. E voglio ricordare le parole con le quali Soru investì del suo compito di consulenza il Comitato scientifico:

“Che cosa vorremmo ottenere con il PPR? Innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna; la “valorizzazione” non ci interessa affatto. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola. Siamo interessati a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo: non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale”.

La Sardegna indica una strada possibile. Ma la Sardegna da sola non ce la può fare a percorrerla tutta. Occorre che la possibilità di tutelare il paesaggio, offerta dalla legislazione vigente, sia colta in modo generalizzato, diventi pratica corrente in gran parte del nostro paese. Tenendo ovviamente conto delle diversità, ma assumendo dappertutto come dominanti gli interessi di tutti – ivi compresi i nostri posteri – rispetto a quelli di pochi, e non attribuendo al futuro un ruolo secondario rispetto al presente.

Che fare qui, a Savona, in Liguria?

Mi sembra che sul piano amministrativo si debbano adoperare fino in fondo gli strumenti disponibili, a partire dal Codice. Il piano paesaggistico del 1986 offre una buona base di partenza. Spero che il quadro conoscitivo allora costruito sia stato tenuto a giorno, che le fonti siano disponibili. Sono certo che non sarà difficile né lungo adeguare quel piano ai dettami del Codice del paesaggio, nella sua ultima versione del 2006.

Sono anche certo che i ministeri dei Beni e delle attività culturali e dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare vorranno concorrere a redigere un piano paesaggistico pienamente conforme alla lettera e allo spirito del Codice, così da avere anche gli effetti di alleggerire le procedure di ottenimento delle autorizzazioni.

Lavorare in questa direzione comporta indubbiamente che i due ministeri, che il Codice rende entrambi portatori degli interessi statali in materia di tutela del paesaggio, possano e sappiano attrezzarsi, ripristinando o costruendo ex novo strutture o task forces capaci di collaborare con sistematicità e competenza nel lavoro di pianificazione paesaggistica con le regioni: non solo qui in Liguria, ma anche in Toscana, in Friuli - Venezia Giulia e in tutte le altre regioni italiane che siano disposte ad attuare la legge.

Ma la strada da percorrere è questa. Altrimenti non si comprenderebbe perché, dall’antico Decreto Galasso del 1983 all’ultima versione del Codice del 2004 tante volontà e intelligenze di parlamentari, ministri e sottosegretari, funzionari dei beni culturali, amministratori regionali ed esperti di varie discipline abbiano lavorato, al fine di affinare le armi a disposizione della Pubblica amministrazione per tutelare con efficacia il lascito della natura e della storia costituito dai nostri paesaggi.

So bene che lavorare sul piano amministrativo, se è indispensabile e se costituisce probabilmente il primo passaggio necessario, non è sufficiente. Occorre che qualcosa si muova anche sul piano politico e culturale. Occorre soprattutto che la politica riprenda la capacità di guardare al futuro, e che la cultura l’aiuti in questa direzione. Molti esprimono questo desiderio, e tremano al pensiero che ciò possa non avvenire. Voglio riprendere le parole che ha scritto ieri su l’Unità il mio vecchio amico Diego Novelli, giornalista, parlamentare e sindaco di Torino in anni non meno difficili di questi. Scrive Novelli:

“Come sarebbe bello vedere i nostri ministri, i presidenti di regione, i sindaci delle grandi città accalorarsi per avere più strumenti per la difesa del suolo e per un programma serio per il recupero del grande patrimonio immobiliare fatiscente, abbandonato. Purtroppo non è così. Si continua a «mangiare», ogni giorno, fette di territorio soprattutto lungo le coste del Belpaese, ma anche nelle grandi città dove un certo tipo di processi di deindustrializzazione ha liberato milioni e milioni di metri quadrati di aree. Per le coste cito quella più vicina al mio Piemonte e che meglio conosco. Consiglio un viaggio da ponente a levante della Liguria, da Ventimiglia a La Spezia. Un vero saccheggio. La Regione, il mio amico e antico compagno Claudio Burlando (già ottimo sindaco di Genova) non vede, non sente, non parla. Così dicasi per le aree industriali dismesse. A Torino hanno realizzato la cosiddetta Spina3 (ex ferriere Fiat e altre fabbriche) che di fatto è un nuovo ghetto, di lusso, ma sempre ghetto. La densità consentita è da capogiro. È stata teorizzata e santificata la rendita sui suoli quale incentivo per gli investimenti e quindi per lo sviluppo tutto all'insegna della falsa modernità nuovo simbolo della cialtroneria politica, culturale e sociale”.

Di “falsa modernità” avete esempi e progetti autorevoli, in questo tratto di costa. Io spero che vedrete anche voi prevalere non una modernità basata sul saccheggio della ricchezza comune e sull’esibizione individualista di gesti in calcestruzzo e acciaio, ma una modernità che sappia conservare ciò che gli anni della devastazione ha lasciato intatto, recuperare ciò che è stato degradato, restituire l’antico valore d’uso (e non degradare in merce e trasformare in valore di scambio) ciò che di pregevole la collaborazione tra l’uomo e la natura ha saputo costruire.

La Sardegna ha seguito il percorso virtuoso suggerito dalla vicenda della Legge Galasso. Prima un vincolo indiscriminato e geometrico su tutta la costa, per 2.000 metri, bloccando così circa 70 milioni di metri cubi di lottizzazioni turistiche previste nei piani comunali. Poi, in tempi strettissimi, discussione e approvazione di un piano paesaggistico regionale su 27 ambiti di paesaggio che comprendono nel loro insieme il 15% del territorio regionale. Fra un paio di mesi si aprirà la discussione sul completamento del piano, e otterrà una disciplina ispirata alla tutela del paesaggio tutto il territorio della Sardegna.

Dal vincolo temporaneo e di salvaguardia indiscriminata, al piano: anzi, alla pianificazione. Una pianificazione che tutela le qualità del territorio individuando con la massima precisione possibile a quella scala tutti i beni meritevoli d’essere protetti, definendo per ciascuna delle categorie in cui sono “tipizzati” le regole che le trasformazioni e gli usi devono rispettare. Una pianificazione che analizza le relazioni e connessioni tra i beni (le dune e le falesie, le foreste e i corsi d’acqua, i lasciti della storia e le forme che la geomorfologia ha disegnato, le specificità della geografia vegetale e le dinamiche dell’ecologia) e di questi con gli interventi, creativi o distruttivi, che l’uomo ha operato nel corso dei secoli. Una pianificazione che distingue le prescrizioni immediate, ossia le regole che l’esigenza di tutelare fin da subito beni d’interesse generale impone alla Regione, e gli indirizzi e le direttive che le comunità locali, con la pianificazione urbanistica, dovranno sviluppare nei diversi “ambiti di paesaggio” dove le differenti fisionomie del paesaggio diventano la testimonianza e l’espressione delle diverse identità dei territori e dei popoli.

Quali sono le premesse da cui si è partiti? Le aveva riassunte, con l’efficacia delle parole semplici e immediate, il presidente della Regione (ha sempre rifiutato di essere chiamato “governatore”) Renato Soru, nell’insediare, nel maggio 2005, il Comitato scientifico che ha affiancato l’Ufficio regionale che ha elaborato il piano.

Con il piano, ha detto Soru, “innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano”. Conservare quello che è bello e ha valore, per il valore intrinseco che ha, e non per quello meramente economico che i proprietari potrebbero ottenerne trasformandolo in merce, degradandolo e rendendolo irriconoscibile: “quella valorizzazione non ci interessa”.

Valore per tutta l’umanità, e valore perché esprime l’identità del popolo sardo: “Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola”.

Soru arriva al governo e alla politica partendo dall’economia e dall’impresa: la dimensione economica non gli sfugge; ma a lui e alla sua maggioranza non sfugge neppure la dimensione economica della ricchezza paesaggistica dell’Isola. Anzi. Se “non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale”, siamo interessati invece “a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo”. Un paesaggio che vogliamo difendere per due ragioni: sia perché pensiamo che sia necessario in se, “ma anche perchè pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico”. La Sardegna, giustamente e con un’ottica capace di guardare al futuro, non vuole competere “con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Carabi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre”.

Il piano paesaggistico è un programma d’azione di lunga durata, che si proietta nel futuro. Lo indicano con chiarezza la critica delle tendenze degli ultimi decenni, e le proposte alternative. Nel passato, “abbiamo costruito nuovi villaggi e abbiamo svuotato i paesi che c’erano; abbiamo costruito villaggi fantasmi, e abbiamo resi fantasmi i villaggi vivi”. Nel futuro, innanzitutto “non tocchiamo nulla di ciò che è venuto bene”, poi “ripuliamo e correggiamo quello che non va bene”. Liberate dalla lottizzazioni degradanti l’ampia fascia costiera, determinata con criteri scientifici e non più meramente geometrici, proponiamoci di far rinascere i paesi e le aree dell’interno.

Spazi interessanti possono aprirsi così alle attività legate al territorio e alla sua trasformazione: dalla manutenzione del paesaggio dove merita di essere conservato, alla sua trasformazione dov’è degradato. Invece dei “villaggi fantasmi”, avviare con i piani comunali una vasta azione per riabilitare e risanare e completare i vecchi paesi all’interno e dietro la fascia costiera. Impiegare le risorse del territorio con saggezza e lungimiranza può produrre un ciclo virtuoso dell’economia, alternativo al ciclo “usa e getta”.

Una domanda mi è tornata alla mente, leggendo le pagine di Sandro Roggio, ripercorrendo con lui la vicenda del Piano paesaggistico regionale e, prima ancora, riflettendo sull’acuta analisi del turismo “industria pesante” e dei suoi effetti in Sardegna. Una domanda che mi si era già affacciata, sia leggendo gli antichi articoli di Antonio Cederna su Arzachena e la Costa Smeralda, sulla Sardegna “isola di cemento” e su “l’Aga Khan del cemento”, sia quando - nelle sale nelle quali decine di tecnici stavano redigendo il Piano paesaggistico - vedevo scorrere le immagini delle innumerevoli macchie rosacee (le famigerate “zone F”, gli insediamenti turistici contenuti nei piani regolatori comunali) che impestavano le coste della Sardegna. Come sarà mai possibile sconfiggere interessi così corposi e vasti, rovesciare abitudini così consolidate, affermare verità così forti ma così controcorrente come quelle che Renato Soru testardamente proclama e rende concrete con coerenti atti di governo?

Mi venivano in mente tentativi analoghi, speranze in altri tempi sollevate da interventi di amici e compagni sardi, conosciuti e ascoltati in riunioni di partito o di associazioni culturali: Gianni Mura, in una riunione del PCI a Palermo, nella quale si affrontavano quanti, in quel partito, erano tolleranti nei confronti dell’abusivismo e quanti si battevano per sconfiggerlo; e Luigi Cogodi, approdato a responsabilità di governo regionale mentre stendevamo a Roma e a Cagliari una prima valutazione della “Legge Galasso”, e Cogodi combatteva con nuova energia episodi di degradazione del bene comune delle coste dell’Isola. Nel succedersi conseguente degli atti legislativi e amministrativi del Presidente della Sardegna vedevo quei tentativi e quelle speranze diventar concrete: segni, durevolmente espressi nel territorio, di una nuova storia.

A quella storia sono stato poi chiamato a partecipare, come membro del Comitato scientifico incaricato di suggerire soluzioni culturali e tecniche ai progettisti del piano. Non conoscevo Soru, m’incuriosiva la determinazione che rivelava nei pochi incontri che ebbe con il comitato. Registrai le parole che pronunciò quanto aprì i nostri lavori, le pubblicai nel mio sito, eddyburg.it. Ne riporto gran parte, anche perché rimangano in un testo cartaceo:

“Che cosa vorremmo ottenere con il PPR? Innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna; la “valorizzazione” non ci interessa affatto. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola. Siamo interessati a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo: non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale.

”Perché vogliamo questo? Intanto perché pensiamo che va fatto, ma anche perchè pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico. La Sardegna non vuole competere con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Carabi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre”.

Quando si esprimeva con queste parole il suo viso rivelava una volontà cocciuta, le cui radici affondavano in esperienze lontane. “Presidente – gli domandai – quali sono le sue radici culturali, quali letture e quali persone hanno contribuito a formare le sue convinzioni?” Mi rispose che era nato in un piccolo paese dell’interno dell’Isola, e che tra le sue letture preferite c’erano le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

Credo che senza quella volontà cocciuta, senza quella determinazione che veniva da antiche solitudini, non sarebbe stato capace di condurre all’attuale punto di approdo la vicenda che Sandro Roggio racconta. Un punto di approdo che non è definitivo, ma che segna un punto di svolta dal quale nessuno potrà prescindere nei prossimi anni. Né in Sardegna, né nel continente. Un punto d’approdo scandaloso. Costituisce infatti la testimonianza che, almeno in una parte dell’Italia, si è stati capaci di ribaltare il primato della merce sul bene, del valore di scambio sul valor d’uso, di sconfiggere lo sfruttamento miope del paesaggio mediante “valorizzazioni” cementizie che lo degradano e sostituirlo con decisioni e azioni che tendono alla messa in valore delle qualità costruite dalla natura e dalla storia.

Se si può farlo in Sardegna, si può farlo anche altrove. Anche altrove si può affermare, nei fatti, che la Regione assume in pieno il compito che la Costituzione affida all’intera Repubblica di tutelare il paesaggio. Anche altrove si possono utilizzare gli strumenti forniti dalle leggi degli ultimi decenni (dal decreto Galasso del 1985 fino all’ultima stesure del Codice del paesaggio) per affermare la priorità della tutela del bene comune del paesaggio su ogni sua trasformazione per le necessità dell’oggi. E’ questa, del resto, la verità profonda dello “sviluppo sostenibile”; un termine (sostenibile appunto) che in Italia tende a essere interpretato come sopportabile”, mentre nel resto del mondo è tradotto con durevole, e quindi indica in modo non equivoco la volontà di trasmettere alle generazioni future valori e qualità non inferiori a quelli che abbiamo a nostra volta ereditato.

L’azione di Soru non è priva di ombre e di errori, che Roggio non nasconde. E’ probabilmente un errore (e forse non è l’unico) il fatto che gli spazi e i patrimoni delle antiche testimonianze minerarie siano disponibili alla cessione in proprietà a operatori privati. Un errore non comprendere che il sacrosanto obiettivo di dare risposte positive al turismo dopo aver decretato la fine delle “seconde case”, di puntare sul recupero del patrimonio edilizio esistente dopo aver proibito l’ulteriore urbanizzazione della fascia costiera, può essere raggiunto anche concedendo agli utilizzatori il diritto di superficie di beni pubblici, anziché la loro proprietà. E che, come ha scritto Arnaldo (Bibo) Cecchini su eddyburg.it, “l’impronta del turismo di lusso è enorme e fetida” mentre una regione all’avanguardia può proporsi di promuovere e sperimentare forme innovative, socialmente aperte e consapevoli, di turismo diverso da quello allevato nel villaggi della Costa Smeralda.

Roggio afferma anche che ci sarà qualche ragione se “si è fatto strada il sospetto che il Ppr sia l’esito della visione illuminata di un uomo solo”, e aggiunge che:

“Si sa, è la democrazia, senza scorciatoie, che rende più difficile la pianificazione. Se è audacemente partecipata produce esiti mirabilmente imperfetti. Ma può valere la pena di rinunciare agli esiti perfetti: esponendo i progetti alla ricerca del consenso attraverso le pratiche faticose della mediazione, in quella selva di fantasie e di diritti che sono propri di una società molto complessa”.

Sono interrogativi che anch’io mi sono posto e mi pongo. Anch’io avrei preferito che il punto d’arrivo si fosse raggiunto mediante un’ampia partecipazione popolare, attraverso il consenso convinto di un arco vasto di forze politiche, consolidando e non impoverendo il gruppo dirigente che con Soru ha condiviso l’avvio della nuova Sardegna. Ma non so rispondere a due domande.

La prima: la relativa solitudine di Soru non è forse l’altra faccia di quella cocciuta determinazione che è stata decisiva nel raggiungere quel risultato, di sconfiggere i cementificatori delle coste sarde? Mi hanno sempre detto che, se si prende una medaglia, bisogna accettarne entrambe le facce.

La seconda: i processi di partecipazione che riescano ad attivare il consenso consapevole delle cittadine e dei cittadini (e non solo dei grandi e piccoli proprietari immobiliari e altri operatori della rendita) richiedono altissime professionalità e, soprattutto, percorsi di maturazione molto lunghi. Siamo certi che allungare di molto i tempi dell’approdo avrebbe consentito di salvare qualcosa dei territori coperte da quelle orribili macchie rossastre, le “zone F”, dei piani urbanistici comunali?

Del resto, ciò che si è visto nell’ampia discussione che sul PPR adottato vi è stata (con una disponibilità dei materiali che raramente si è registrata) rivela scenari scoraggianti. Se è vero che la maggior parte della discussione “politica” è stata sulle deroghe alla prosecuzione delle lottizzazioni turistiche, consentite dall’articolo 15 delle norme tecniche. Se è vero che si è contestata l’illegittimità di una modifica, già richiesta sul piano culturale dal Comitato scientifico, imposta sul piano della legge dal nuovo Codice del paesaggio. Se è vero che la richiesta di autonomia, invocata da ogni parte, mirava a scalzare un preciso dettato costituzionale (i beni paesaggistici non sono disponibili per una sola delle articolazioni della Repubblica), rendendo arbitri esclusivi quei comuni che hanno promosso, favorito o – nel migliore dei casi e salvo eccezioni – osservato in complice silenzio la distruzione delle coste più belle.

Se la politica territoriale di Renato Soru ha un torto è quella di essere tardiva; ma non è a lui che se ne può far colpa. Anzi, occorre dargli atto che è stato ben consigliato quando, delle due vie consentite dalle leggi vigenti, ha scelto quelle del piano paesaggistico rispetto a quella del piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici e ambientali”. Certo che la seconda via sarebbe stata preferibile in un territorio già saldo nelle sue regole e nelle prassi dominanti: un territorio in cui la salvaguardia delle risorse culturali e ambientali fosse stata pratica comune, in cui la mercificazione del bene comune fosse sentita come un’eresia. Ma è questa la Sardegna, è questa l’Italia dei nostri anni? Non mi risulta.

Voglio precisare: non sono tra quelli che ha consigliato l’Amministrazione di preferire un piano orientato alla tutela del paesaggio a un piano più compiutamente territoriale e urbanistico. Anzi, delle due formule è la seconda che mi sembra in generale preferibile. Ma alla condizione di formare, preliminarmente, una salvaguardia a tempo indeterminato dei beni paesaggistici individuati, o anche soltanto presunti. Il principio di precauzione deve essere adoperato soprattutto quando governiamo un bene che appartiene alle generazioni future, e della cui utilizzazione dobbiamo render conto all’umanità intera. E il primo atto di ogni pianificazione (questa è una verità che sembrava condivisa dalla cultura urbanistica fin dai tempi del decreto Galasso) è quello di procedere alla preliminare ricognizione e tutela delle risorse culturali e ambientali.

Nel presente clima e nel presente assetto giuridico è difficile che una salvaguardia a tempo indeterminato – o di portata sufficientemente ampia – possa essere tentata con speranze di successo. Se si voleva impedire la prosecuzione a tappeto di ciò che è già avvenuto in una parte del territorio sardo, la strada del piano centrato sulla tutela del paesaggio era obbligata. Il risultato che il PPR ha felicemente raggiunto è stato possibile anche in ragione della scelta di partenza sulla “forma” di piano.

Certo, i giochi non sono conclusi. Quelli che una volta si chiamavano “gli speculatori” stanno continuando a giocare le loro carte e ad adoperare i loro molteplici strumenti. Non mi preoccupano i ricorsi amministrativi nè quelli costituzionali. Mi preoccuperebbe invece se la perdita del senso delle proporzioni impedisse di attribuire il ruolo giusto al nucleo dell’impresa che Renato Soru e i suoi collaboratori hanno, per ora, vittoriosamente portato a un suo significativo approdo, ma che deve essere protetta, e prolungata nelle politiche urbanistiche comunali e in quelle più compiutamente territoriali, sociali ed economiche della Regione. Il rischio maggiore che vedo nell’immediato è che le critiche su punti non fondamentali appannino, e mettano in pericolo, il significato profondo, innovativo e controcorrente, della “nuova storia” della Sardegna.

Citato in: P. Bevilacqua, "Misera dello sviluppo", Laterza 2008

Il testo che segue è stato preparato per introdurre un convegno, organizzato a Nairobi il 22 gennaio 2007 dall’associazione ZONE onlus, sul tema “La città come bene comune. Quale futuro per i quartieri informali?”. Nell’ambito del World Social Forum 2007 il convegno in parte si è svolto nella sede del forum in parte è stato organizzato dalla comunita' di Toi market del grande slum di Kibera.

L’iniziativa è stata promossa per presentare un progetto di rigenerazione di una struttura collettiva informale, Toi Market, a Kibera, gestito dalle comunità locali con l’apporto di Zone onlus e Pamoja Trust, una ong locale che dal 2000 è attiva per fermare gli sfratti e dare supporto tecnico e legale alle comunità degli slum. (vai al postscriptum)



1. LA CITTÀ COME BENE COMUNE: CHE COS’È

In Europa cresce il movimento che rivendica la città come bene comune. Che cosa significa questa espressione? Interroghiamoci sulle tre parole che la compongono

Città

Nell’esperienza europea la città non è semplicemente un aggregato di case. La città è un sistema nel quale le abitazioni, i luoghi destinati alla vita e alle attività comuni (le scuole e le chiese, le piazze e i parchi, gli ospedali e i mercati ecc.) e le altre sedi delle attività lavorative (le fabbriche, gli uffici) sono strettamente integrate tra loro e servite nel loro insieme da una rete di infrastrutture che mettono in comunicazione le diverse parti tra loro e le alimentano di acqua, energia, gas. La città à la casa di una comunità.

Essenziale perché un insediamento sia una città è che esso sia l’espressione fisica e l’organizzazione spaziale di una società, cioè di un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di comune identità, reciproca solidarietà, regole condivise.

Bene

La città è un bene, non è una merce. La distinzione tra questi due termini è essenziale per sopravvivere nella moderna società capitalistica. Bene e merce sono due modi diversi per vedere e vivere gli stessi oggetti.

Un bene è qualcosa che ha valore di per sé, per l’uso che ne fanno, o ne possono fare, le persone che lo utilizzano. Un bene è qualcosa che mi aiuta a soddisfare i bisogni elementari (nutrirmi, dissetarmi, coprirmi, curarmi), quelli della conoscenza (apprendere, informarmi e informare, comunicare), quelli dell’affetto e del piacere (l’amicizia, la solidarietà, l’amore, il godimento estetico). Un bene ha un identità: ogni bene è diverso da ogni altro bene. Un bene è qualcosa che io adopero senza cancellarlo o alienarlo, senza logorarlo né distruggerlo.

Una merce è qualcosa che ha valore solo in quando posso scambiarla con la moneta. Una merce è qualcosa che non ha valore in se, ma solo per ciò che può aggiungere alla mia ricchezza materiale, al mio potere sugli altri. Una merce è qualcosa che io posso distruggere per formarne un’altra che ha un valore economico maggiore: posso distruggere un bel paesaggio per scavare una miniera, posso degradare un uomo per farne uno schiavo. Ogni merce è uguale a ogni altra merce perché tutte le merci sono misurate dalla moneta con cui possono essere scambiate.

Comune

Comune non vuol dire pubblico, anche se spesso è utile che lo diventi. Comune vuol dire che appartiene a più persone unite da vincoli volontari di identità e solidarietà. Vuol dire che soddisfa un bisogno che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione del bene comune.

Nell’esperienza europea ogni persona appartiene a più comunità. Alla comunità locale, che è quella dove è nato e cresciuto, dove abita e lavora, dove abitano i suoi parenti e le persone che vede ogni giorno, dove sono collocati i servizi che adopera ogni giorno. Appartiene alla comunità del villaggio, del paese, del quartiere. Ma ogni persona appartiene anche a comunità più vaste, che condividono la sua storia, la sua lingua, le sue abitudini e tradizioni, i suoi cibi e le sue bevande. Io sono Veneziano, ma sono anche italiano, e sono anche europeo: a ciascuna di queste comunità mi legano la mia vita e la mia storia.

Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende responsabile di quello che in quella comunità avviene. Lotterò con tutte le mie forze è perchè in nessuna delle comunità cui appartengo prevalgano la sopraffazione, la disuguaglianza, l’ingiustizia, il razzismo, e perché in tutte prevalga il benessere materiale e morale, la solidarietà, la gioia di tutti. Appartenere a una comunità (essere veneziano, italiano, europeo) mi rende consapevole della mia identità, dell’essere la mia identità diversa da quella degli altri, e mi fa sentire la mia identità come una ricchezza di tutti. Quindi mi fa sentire come una mia ricchezza l’identità degli altri paesi, delle altre città, delle altre nazioni. Sennto le nostre diversità come una ricchezza di tutti.

2. IL RUOLO DEGLI SPAZI COMUNI NELL’ESPERIENZA EUROPEA

Gli spazi comuni nella formazione della città europea

Nella città della tradizione europea sono sempre stati importanti.gli spazi pubblici, i luoghi nei quali stare insieme, commerciare, celebrare insieme i riti religiosi, svolgere attività comuni e utilizzare servizi comuni. Dalla città greca alla città romana fino alla città del medioevo e del rinascimento decisivo è stato il ruolo delle piazze: le piazze come il luogo dell’incontro tra le persone, ma anche come lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, gli edifici destinati allo svolgimento delle funzioni comuni: il mercato e il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino.

Le piazze erano i fuochi dell’ordinamento della città. Lì i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità. Lì celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’era un evento importante per la città: un giudizio, un allarme, una festa.

Dove la città era grande e importante, invece di un’unica piazza c’era un sistema di piazze: più piazze vicine, collegate dal disegno urbano, ciascuna dedicata a una specifica funzione: la piazza del Mercato, la piazza dei Signori, la piazza del Duomo. Dove la città era organizzata in quartieri (ciascuno espressione spaziale di una comunità più piccola dell’intera città), ogni quartiere aveva la sua piazza, ma erano tutti satelliti della pazza più grande, della piazza (o de sistema di piazze) cittadine.

Le piazze e le strade che le connettevano costituivano l’ossatura della città. Le abitazioni e le botteghe ne costituivano il tessuto. Una città senza le sue piazze era inconcepibile come un corpo umano senza scheletro.

Gli spazi comuni nella città europea di oggi

Oggi le cose stanno cambiando. Nei secoli appena passati sono accaduti eventi che hanno profondamente indebolito il carattere comune, collettivo della città. Hanno prevalso concezioni dell’uomo, dell’economia, della società che hanno condotto al primato dell’individuo sulla comunità.

Il suolo su cui la città era fondata era considerato patrimonio della collettività in molte regioni europee; nel XIX secolo, con il trionfo della borghesia capitalistica, è stato privatizzato. La speculazione sui terreni urbani ha portato a costruire sempre più edifici da vendere come abitazioni o come uffici, invece che servizi per tutta la cittadinanza, e a destinare sempre meno spazi agli usi collettivi.

Devastante è stata l’espansione della motorizzazione privata nelle aree densamente popolate, dove sarebbe stato molto preferibile adoperare mezzi di trasporto collettivi. Le automobili hanno cacciato i cittadini dalle piazze e dai marciapiedi.

Il bisogno dei cittadini di disporre di spazi comuni è stato strumentalmente utilizzato per aumentare artificiosamente il consumo di merci. Le aziende produttrici di merci sempre più opulente e meno utili hanno costruito degli spazi comuni artificiali: dei Mall o degli Outlet centers o altre forme di creazione di spazi chiusi: piazze e mercati finti, privatamente gestiti, frequentati da moltitudini di persone che, più che cittadini (quindi persone consapevoli della loro dignità e dei loro diritti) sono considerati clienti (quindi persone dotate di un buon portafoglio).

Movimenti per rivendicare gli spazi pubblici

Negli ultimi anni in molte città europee i fenomeni di degrado degli spazi comuni sono stati contrastati realizzando ampie zone pedonali, limitando il traffico automobilistico nelle città, sviluppando il trasporto collettivo , le piste ciclabili, i percorsi pedonali. Dove ciò non è accaduto la vita è diventata molto difficile soprattutto per le persone più deboli: i bambini, gli anziani, le donne.

In tutte le città d’Europa sono nati movimenti, associazioni, comitati che rivendicano una maggiore quantità e qualità di spazi comuni per rendere la città vivibile. Anche negli stessi Stati Uniti d’America si sono manifestate tendenze culturali e sociali per contrastare le conseguenze degli eccessi dell’individualismo.

Da questo insieme di esperienze nascono proposte interessanti sui requisiti che devono caratterizzate spazi pubblici vivibili: per il loro disegno e la loro forma, la loro connessione con la città e con il quartiere, le funzioni in essa ospitate (le più molteplici e varie, e prevalentemente finalizzate all’uso comune), sulle comodità e sugli arredi.

I campi di Venezia

La progettazione architettonica e urbanistica sono certamente necessarie per realizzare dei buoni spazi pubblici, piacevoli e utili. Sono necessarie, ma non bastano. La città e i suoi spazi non sono fatti solo di pietre e altri materiali inanimati: sono fatti soprattutto dalle relazioni che si stabiliscono tra le persone e gli spazi.

Ho la fortuna di abitare in una città in cui gli spazi pubblici si sono conservati intatti come erano secoli fa. Si sono conservati nelle loro forme, le loro architetture, e si sono conservati nel rapporto che lega spazi e persone. Sto parlando di Venezia e dei suoi campi: così si chiamano le piazze, e il nome ricorda quando erano spazi aperti, coperti d’erba e magari coltivati. Ne mostrerò alcune immagini, per sottoniarne alcuni aspetti:

- la varietà e l’armonia delle diverse dimensioni e forme degli edifici che racchiudono l’articolato spazio aperto;

- la dimensione degli spazi, appropriata alla scala dell’uomo e alle opportunità di incontri tra diversi gruppi di persone;

- l’integrazione tra funzioni private (le abitazioni che affacciano sul campo) e funzioni comuni (la chiesa, il palazzo con la scuola o l’ufficio, la bottega e il laboratorio artigiano);

- l’assenza di elementi di disturbo dei rapporti tra e persone, come automobili o altri elementi ingombranti o fastidiosi;

- la presenza di piccole utilità, come l’acqua della fontanella e del pozzo, e di elementi di architettura (gradini, muretti e balaustre, panche di pietra) utili per appoggiarsi o sedersi;

- l’apertura, sui bordi del campo, di numerosi piccoli passaggi coperti (“sottoporteghi”) dai quali le persone entrano nel campo o ne escono verso le loro case o gli altri luoghi e percorsi comuni, senza che mai il campo appaia come un incrocio di vie attraversate da un traffico noioso;

- l’animazione sociale costituita dalla presenza contemporanea di persone appartenenti a ceti, mestieri, età, condizioni personali diversi.

3. LA CITTÀ COME BENE COMUNE: CHE FARE?

I campi di Venezia e la festa dell’Unità del 1973

Venezia è una città molto antica (ha più di 1000 anni di vita) che nell’ultimo secolo è stata abbandonata dalla popolazione e ha cominciato a rinascere negli ultimi decenni. Un evento che contribuì alla sua riscoperta – da parte degli stessi veneziani e da tutti i cittadini dell’Italia e dell’Europa – è stata costituita da un grande evento che si svolse nel 1973.

In quell’anno si organizzò a Venezia la Festa nazionale dell’Unità, una grande kermesse politica che raduna ogni anno decine di migliaia di persone da tutt’Italia. In genere si organizzava in grandi spazi alla periferia delle grandi città. Quell’anno si decise di organizzarla a Venezia, nei suoi campi. Almeno 15-20 campi furono coinvolti nell’evento. In ciascuno si svolgevano spettacoli di musica, di teatro, di giocolieri, dibattiti, in ognuno c’era ila cucina all’aperto con le pietanze d’una città italiana o di un paese ospite. La città per una settimana cambiò faccia. Tutti riscoprirono la bellezza degli spazi occupati dalle persone, dai loro incontri, diventati vivi come non mai.

Da allora, abitanti e turisti abitano ogni giorno i campi: sono il soggiorno all’aperto di tutte le case della città, il luogo dove si incontrano gli amici e si conoscono persone nuove. I luoghi dove batte il cuore della città.

Il centro di Roma occupato dagli abitanti delle periferie

Un episodio molto significativo dell’importanza degli spazi pubblici per ristabilire il rapporto tra la società e la città è avvenuto a Roma, la capitale d’Italia, a partire dal 1976. Roma è una città molto grande. Allora aveva oltre due milioni di abitanti.

Un centro storico molto bello e famoso, estesissime periferie sempre più povere e degradate man mano che ci si allontanava dal centro verso l’hinterland. Il centro era occupato dai ricchi e dai turisti, le periferie dai ceti più poveri. Gli slum delle periferie più lontane erano diventati luoghi dove cresceva la delinquenza, gruppi di giovani erravano senza avere alternative ai giochi di prepotenza e sopraffazione. Erano anni nei quali l’Italia era ancora percorsa dal terrorismo, gli “anni di piombo” di quella società.

Un intelligente sindaco, il cui nome era Giulio Carlo Argan, e un geniale giovane assessore, Renato Nicolini, cambiarono radicalmente il clima sociale della città modificando il rapporto tra abitanti e spazi. Le attività culturali furono tirate fuori dalle ristrette sale dei teatri, dei concerti e dei musei. Grandi manifestazioni di massa (maratone cinematografiche di film popolari, teatro e “teatro di strada”, musica di tutti i generi – da Bach al pop – danze e altre manifestazioni) furono organizzati nei luoghi centrali della città.

I giovani la sera e i giorni di festa abbandonavano i loro slum e accorrevano nel centro della città, nelle sue piazze e nei luoghi famosi dell’archeologia. Le famiglie portavono le loro cene negli spazi dove si proiettavano all’aperto i film più amati e gli spettacoli più popolari. I cittadini riconquistarono di nuovo (forse conquistarono la prima volta) le parti più belle e più importanti della loro città: di una città dalla quale fino ad allora erano stati esclusi.

Che fare?

Questi due esempi indicano alcune possibilità di ricostruire un ruolo comune degli spazi pubblici attraverso un intelligente intervento che contrasti le tendenze individualistiche, prevalenti in una società disgregata. In Europa si può far leva sul patrimonio della storia rappresentato dalle città antiche e dai loro spazi. In altre parti del mondo, come in Africa, si può e si deve far leva su altri valori.

Per esempio, sulla presenza di una tradizione ancora viva di vita e di interessi comuni: le famiglie e le aggregazioni di famiglie, i villaggi, le lingue e i dialetti, le abitudini dei diversi gruppi sociali testimoniano la vitalità di valori comuni. Per esempio, sulla mancanza di una concezione della terra come un bene che possa essere privatizzato, frammentato, sottratto all’uso comune. L’individualizzazione del suolo urbano è stato in Europa una delle cause principali del degrado delle città. Partire dagli interessi comuni delle piccole comunità locali, arricchire la loro vita di spazi comuni ben funzionanti e attraenti è un buon punto di partenza. Perciò il progetto di Toi Market mi sembra particolarmente interessante, e spero vivamente che le comunità di Kimbera lo prendano nelle loro mani e lo sviluppino sotto la loro responsabilità.

Ma fare un passo non significa compiere tutto il percorso che quel passo preannuncia. L’obiettivo deve essere – come insegna l’esperienza di Roma che ho ricordato – impadronirsi di tutta la città. Ogni comunità, ogni villaggio, ogni quartiere è una parte di un organismo più vasto: la città.

Come in molte parti del mondo – dall’Asia all’Europa, dall’Africa all’America del Sud e del Nord – la città è divisa in parti rigidamente separate, che non comunicano tra loro, spesso ostili le une alle altre. È una situazione disumana, che viene vissuta con sofferenza (certo diversa) sia nei ghetti dei poveri che nei ghetti dei ricchi.

A partire dagli spazi pubblici, occorre porsi l’obiettivo di rendere davvero comune la città nel suo insieme: renderla finalmente la casa di una società dove le diverse parti (distinte per lingua, origine, tradizione, etnia, condizione sociale, religione) non solo si rispettino ma comprendano che ciascuna di esse è una ricchezza per ciascuna delle altre, e nel loro insieme costituiscano una ricchezza che è maggiore della somma delle singole ricchezze.

P.S. - Un malanno di stagione mi ha impedito di andare a Nairobi e svolgere la relazione. Essa è stata tradotta in inglese e letta in mia vece da Ilaria Boniburini, che aveva concorso a redigerla. (e.s.)

Werner Vontobel, La macchina del benessere. Il disastro del neoliberismo, 1998, Edizioni dedalo, pp.21.22

Cit. in: Gianni Biondillo, Metropoli per principianti, Guanda, Parma 2008.

La Repubblica, 22 settembre 2008

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