E venne un tempo
che le tentazioni diventarono così potenti
che pochi resistettero
La loro coscienza cominciò a turbarli
Un’ombra c’è in ciascuno di noi,
un altro me stesso che ci perseguita e tormenta
che s’insinua nella nostra coscienza
furtivamente come un ladro di notte
insistendo ferendo e amareggiando
”Sei tu lo stesso - domanda – sei tu lo stesso
che proclamava la nuova primavera
il vero amore e pane per tutti
che negava che la felicità fosse fatta
col sudore e col sangue d’altri uomini
che cercava nel suo popolo
la forza e la ragione.
Sei tu lo stesso - domanda –
che oggi si vende a chi paga di più
sei tu lo stesso”
Sono proprio io. Lo stesso
che sparava pallottole di giustizia
che durante le marce si fermava sul bordo del sentiero
per un fiore o il sorriso d’un bambino
che nelle notti chiare in cima alle montagne
tendeva la mano per cogliere le stelle
che lasciava lo spirito vagare nello spazio
e là, come un tamburo
annunciava il nuovo canto.
Sono lo stesso, ma oggi
i bambini fuggono quando passo
e gli specchi riflettono un’anima torpida
sfigurata corrotta.
Ah, in quale momento del percorso
i nostri passi si smarrirono?
Dovunque tentiamo di nasconderci
il nostro antico giuramento ci perseguita.
Devo imparare di nuovo
a perturbare l’universo, a rifiutare
il conforto dei palazzi
a dividere con i diseredati
il desiderio di virtù.
Il mio altro me stesso me lo insegnerà
Il testo portoghese (e francese)
Reggono ma per poco
gli sguardi amorosi,
cincie presto buttate
a saggiare i dirupi.
--------------------------------
Nulla scompone l’agave.
Urge dentro
l’unico fiore.
---------------------------------
Il respiro giusto
nel tempo assegnato.
Altro non è dato sapere
di chi ha costruito i sentieri.
---------------------------------
Oltre i terrazzi il ponentino
soffia nei pini
passi di danza.
I cipressi sono già sulle punte.
---------------------------------
Tace il ramarro.
Urla il suo verde.
----------------------------------
Non si mostra
il gatto selvatico.
Dalle forre
inarca
lamenti d’amore.
-----------------------------------
Sull’acqua
si accoccola appena.
Vento o mare il gabbiano
sa l’arte
di farsi cullare.
----------------------------------
Come per accordo
con la signora
dell’ombrellone accanto
ci salutiamo
un anno sì un anno no.
Non si può
chiedere tutto
all’estate.
------------------------------------
Stare presso.
Questo
a noi è concesso.
------------------------------------
Città azzurra
città fredda
città mobile e ferma
con le facciate al sole,
ancor nell'ombra il piede delle case.
Ombra ai cancelli e ai pini
e al sonno di piccoli bambini
rimasti nella casa senza madre.
Città di corse e soste
alle otto del mattino,
studenti, impiegati, manovali
e donne col rossetto e il giornale.
Città che indugi e che prorompi
alla periferia
mentre mi allontano a lavorare,
città di tutti e mia.
Difficile é il mio tempo,
ma io non mi lamento.
Mai ti dirò:
- Torniamo indietro,
Torniamo donne a casa -
Tu, casa più grande della mia,
ancor feroce al tenero mio amore
come caverna al primordiale,
ti chinerai sul gioco dei bambini
con libere movenze
che la luce non rompe
che l'ombra non incrina,
Perché tu sei nel tempo
destinata a finire
il tuo cemento,
a fiorire la tua maternità,
città di tutti e mia,
città! Che l'architetto
fa di vetro
e noi di sangue.
Da Luigia Rizzo Pagnin, Il borghese agli agguati, Edizioni de “Il rinoceronte”, Padova, 1964