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Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2017. Dove il pensiero non c'è. Le parole che usano, le frasi che compongono, le immagini che riciclano: fumo un po' puzzolente per nascondere il niente



«"Dal politichese al politicoso", anche la grammatica è diventata "populista". In Volgare eloquenza Giuseppe Antonelli analizza così com'è cambiata (in peggio) la lingua della politica dalla prima alla terza Repubblica. Obiettivo principale: puntare sul "rispecchiamento" degli elettori che si ritrovano in chi parla sgrammaticato, con volgarità o per luoghi comuni. Così "nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, in realtà lo si tratta come un popolo bue»

Un vocabolario sempre più ristretto, discorsi fatti in parole davvero povere, con molte frasi fatte, motti alla moda, sfondoni, parolacce, formulette trite non da salotto ma da tinello tv. Un italiano grossolano, banale, elementare, quasi infantile che moltiplica parole vuote ma all’occorrenza anche gli strafalcioni. La crisi della politica sta dentro la crisi della sua lingua che cambia. Male. Di più: di male in peggio. Berlusconi, colui che come al solito tutto comprende, è stato solo l’inizio, ma in realtà alla fine è l’alfa e l’omega del nuovo idioma. Una noncuranza nei confronti delle regole delle scuole elementari, ma anche nei confronti dell’aderenza alla realtà e del senso delle proporzioni: è così che anche la grammatica è diventata populista, è così che dal politichese si è passati al politicoso. L’analisi è da disperarsi una volta di più e la mette nero su bianco il linguista Giuseppe Antonelli, in Volgare eloquenza (Collana Tempi nuovi di Laterza, 144 pagine, 14 euro). Un saggio essenziale, nel senso che toglie il superfluo: con una forma leggera, scorrevole, ironica, Antonelli dà un colpo secco al tavolo stile saloon dei western per scoprire le carte della lingua dei politici della Terza Repubblica. Carte che, nonostante i bluff, non sono esattamente quattro assi.

Il titolo del libro ribalta quello di un’opera (De vulgari eloquentia) con cui Dante certificava che ormai il volgare era “pronto” per sostituire il latino nell’uso corrente perché era “popolare”. Ora, spiega Antonelli, questo concetto è stato gualcito, fino ad uscirne accartocciato: “Oggi l’eloquenza di molti politici può essere definita volgare proprio a partire dall’uso distorto che fa della parola e del concetto di popolo”. Non più popolare, quindi. Semmai “nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue”. Ci si rivolge al popolo lisciandolo ma parlandogli come a un bambino abbassando sempre di più il livello. Con parole terra-terra, da poppante (vaffanculo, vergogna, basta, tutti a casa): “E’ uno schifo”, “è infame”, “siamo stufi” dice il leader della Lega Nord Matteo Salvini quasi ogni giorno quasi su ogni argomento, dalle pensioni alla difesa dell’olio pugliese. O viceversa con espressioni così universali da assomigliare alla pace nel mondo auspicata dalle concorrenti di Miss Italia (andiamo avanti!, verso il futuro, un futuro meraviglioso, pieno di sfide, sfide che vinceremo, ché siamo tantissimi). “Si può fare di più e meglio, facciamolo insieme – ha detto Matteo Renzi durante la direzione del Pd di dieci giorni fa – L’Italia ha bisogno di una comunità politica che abbia al centro il futuro dei figli”.

Dall’incomprensibile a quelli che parlano come (o mentre) mangiano

Così, il Paese si ritrova a pezzi anche davanti al vocabolario. I burocrati e i magistrati portano avanti la loro dittatura di chi scrive in modo incomprensibile, scambiandolo per aulico, convinti di farlo bene. Da legislatori i politici usano una lingua rigonfia e oscura, come fu per la riforma della Costituzione poi bocciata. Mentre da comunicatori, infine, gli stessi politici usano “un linguaggio elementare, fatto di battute e parole effimere“, parole che, “rimbalzate all’infinito, stanno paralizzando la politica”. Altro che mondo nuovo, dunque, altro che sol dell’avvenire, altro che piramide rovesciata, altro che post-politica: quella della classe politica è piuttosto una “veterolingua: rozza, semplicistica, aggressiva” che punta su emozioni, istinti, impulsi. L’obiettivo è uno: dare uno specchio all’elettore. Così “parlano come mangiano”, anche se a volte sembra che parlino e mangino nello stesso momento. “Dal ‘Votami perché parlo meglio (e dunque ne so di più) di te’ si è passati al ‘Votami perché parlo (male) come te’” chiude Antonelli.

Razzi, Salvini e Di Maio

Tutto è perdonato, su tutto si passa sopra, perché l’elettore si sente a casa. Mentre tutti si sentono intelligenti a canzonare il senatore Antonio Razzi – che vabbè, è Razzi – nessuno si scandalizza se il segretario della Lega Nord dice che “migrante” è un gerundio e “Nord” un avverbio. O se il vicepresidente della Camera dei Cinquestelle dice di avere alter ego in altri Paesi, quando nel frattempo ha un problema conclamato con il congiuntivo con il quale centrò il record con la triplice riscrittura di un tweet (per la cronaca erano sbagliati tutt’e tre). Il leader del Partito democratico fatica a finire un discorso senza un termine calcistico o una frase fatta (“Chi sbaglia, deve andare a casa” ha detto della Nazionale di calcio), quello del M5s senza una parolaccia o un insulto.

Una comoda verità

Ma il resto degli italiani non è meglio. Né peggio: secondo Tullio De Mauro – il teorico della lingua come democrazia – 8 su 10 hanno difficoltà a utilizzare quello che ricavano da un testo scritto, 7 su 10 hanno difficoltà abbastanza gravi nella comprensione, e 5 milioni di italiani hanno completa incapacità di lettura. Si chiamano analfabeti. Una volta a De Mauro hanno chiesto qual è la percentuale di italiani che capiscono discorsi politici o come funziona la politica. “Certamente inferiore al 30 per cento”, rispose lui. E chi “non possiede strumenti linguistici adeguati rimane un individuo a cittadinanza limitata” chiarisce Antonelli. De Mauro, d’altra parte, abbottonava l’analfabetismo di ritorno con i “molti spinti a votare più con la pancia che con la testa”. E tutto questo alla politica fa un gran comodo: “La valutazione di questi gruppi dirigenti – diceva sempre De Mauro – è che uno sviluppo adeguato dell’istruzione mette in crisi la loro stessa persistenza in posizioni di potere“.

I politici parlano come te (la “congiuntivite” vuol dire fiducia)

Così il circolo è viziosissimo. Da una parte tutto è perdonato perché non c’è capacità di sanzione per chi non ha strumenti. Dall’altra la deformazione della lingua della politica c’entra soprattutto con la psicologia, spiega Antonelli. Sbagliare un congiuntivo o parlare di un fatto storico scambiando il Venezuela per il Cile, usare metafore sciatte come derby, corner, catenaccio, zona Cesarini o parole da reality show o ancora buttare qua e là un po’ di turpiloquio “hanno la funzione di simulare schiettezza, sincerità, onestà“. Lo specchio: gli psicologi lo chiamano mirroring, rispecchiamento, cioè il ricalco. “L’imitazione – spiega Antonelli – crea empatia: copiare i gesti e gli atteggiamenti di una persona è un’ottima tecnica per guadagnare la sua fiducia. Per piacergli e dunque per convincerlo più facilmente“. L’analfabetismo, ha detto più volte De Mauro, è un instrumentum regni, cioè “un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni“.

La conclusione è che questo fenomeno “nel migliore dei casi congela l’esistente; nel peggiore (quello che stiamo vivendo) innesca una corsa al ribasso” perché “alimenta il narcisismo dei destinatari, i quali – lusingati – preferiscono riflettersi che riflettere”. Non lo fanno solo Berlusconi, Salvini, Renzi o i grillini. Lo fa anche la sinistra, è successo per esempio con Nichi Vendola che – analizza Antonelli – mescolava paroloni e espressioni da comitato centrale (nella misura in cui) in modo da mettere in moto – con quello stile rococò – un “rispecchiamento di nicchia“, magari con il precariato intellettuale o il mondo della scuola.

Tutti i figli di Berlusconi

Ma dallo scivolamento verso lo sprofondo non si salva nessuno dei principali leader politici, nonostante tutti abbiamo promesso di incarnare il “nuovo” contro il “vecchio”. Renzi e i Cinquestelle, per come parlano, sono tutti figli dell’arcinemico, l’odiatissimo. E’ Berlusconi - il generalistissimo, lo chiama Antonelli - che in Italia ha completato prima di tutti l’adesione totale del linguaggio politico a quello televisivo e pubblicitario, lui che se ne intendeva, quando dall’altra parte c’era la noia della politica vestita come gli impiegati del catasto (Occhetto nel primo duello tv con Berlusconi, 1994). L’unica differenza, semmai, tra il linguaggio di allora e quello di oggi, secondo Antonelli, sta nell’insieme delle parole da scegliere: Berlusconi si riferiva al sogno di un futuro migliore, ma quel sogno non si è mai realizzato e la speranza si è trasformata in rabbia, se non in invidia sociale.

I social: condivisione dall’alto più che partecipazione dal basso

Un processo che ha messo l’acceleratore a paletta prima con i talk-show a ogni ora del giorno e di più con i social network che da sinonimo di partecipazione dal basso sono già ridotti a strumenti di condivisione di un messaggio dall’alto (la parola più frequente sulla bacheca di Beppe Grillo, secondo uno studio recente pubblicato da ilfatto.it, è “diffondete”). “Il linguaggio non-politico (anti-politico) dei Cinquestelle è figlio proprio di Berlusconi e della rivoluzione linguistica che ha segnato la cosiddetta seconda Repubblica” dice Antonelli. L’esito di un’involuzione, aggiunge il linguista, che ha trascinato la lingua dei politici “da una lingua artificialmente alta a una lingua altrettanto artificialmente bassa”. Sempre più giù. Fino alla continua ricerca della battuta fino alle barzellette di Berlusconi, fino all’estremo, fino all’insulto e alla volgarità gratuita. Prima lo sfottò era facoltà del giullare di corte, poi è finito scritto a penna sotto gli slogan dei manifesti (“La Dc ha vent’anni”, ed è già così puttana), ora tutto è ribaltato: il Vaffanculo day è l’anniversario della fondazione di un movimento.

Dai pensieri ai simboli (leggere o guardare le figure)

Così ci si ritrova ad ascoltare l’offerta politica “un linguaggio elementare, refrattario al ragionamento, che al logos preferisce i loghi. Un linguaggio infantile, che – rinunciando a interpretare la complessità del mondo – la semplifica in una serie di disegnini stilizzati”. Renzi dice di voler abbattere le ideologie, ma passa all’ideografia, cioè al pensiero dell’immagine. “Tutta la sua comunicazione è improntata a questa retorica ideografica, che procede accostando simboli diversi”. Nei suoi libri, ricorda Antonelli, cita Clint Eastwood, Josè Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina, usa termini calcistici, giochi di parole di grana grossa (il consunto “voti/veti” che dirà cento volte all’anno). “Renzi parla velocemente, correttamente, senza perdere mai il filo – scriveva Claudio Giunta in Essere #matteorenzi – Usa male le parole che tutti quanti oggi usano male”. L’altro giorno non ha risparmiato un commento dell’eliminazione dell’Italia dai Mondiali: “Il calcio in Italia è un’emozione fantastica“, “Non partecipare al Mondiale di Russia è una sberla enorme“, “Ripartiamo dai volontari dei settori giovanili e da chi crede nella magia di questo sport”. Il punto, sottolinea Antonelli, è “che parli o che scriva, Renzi non spiega: racconta”. Altro che partito della Nazione, “è il partito della narrazione”.

La soluzione ci sarebbe, per tutti, secondo Antonelli: spostare il concetto di chiarezza dalla forma al contenuto: “Smettere di usare le parole senza le cose“. Prima il cosa e poi il come, prima l’analisi della realtà (tutta) e poi il modo giusto per dirla. “Significa abbandonare l’idea che la politica debba limitarsi a ripetere la vox populi“.

Specchio, servo delle mie brame

Dal politichese al politicoso, appunto. Visto che -oso indica abbondanza di qualcosa, ecco che politicoso è “un linguaggio elementare, fatto di battute e parole effimere“, “fatto di favole per adulti che affascinano chi si lascia affabulare”. E forse anche con il rischio dell’autoaffabulazione. Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame? e quello le rispondeva che era lei, ma non era vero. La politica delle tifoserie – quella di questi anni – corre lo stesso pericolo: gli elettori di ciascuna area dicono al proprio leader che non c’è nessuno bello come lui, onesto come lui, convincente come lui, ganzo come lui. E così i leader – ma anche quelli un po’ meno leader – si sentono in diritto di parlare “a nome del popolo”: “Siamo noi il popolo sovrano e ne usciremo più forti che mai” gridava alla manifestazione anti-Rosatellum la deputata M5s Roberta Lombardi che tuttavia al momento è solo candidata alla presidenza della Regione Lazio. Piace così tanto intestarsi l’opinione del popolo che spesso – come fece Salvini nel 2015 insieme a CasaPound che ora aborre – i partiti organizzano le loro manifestazioni a piazza del Popolo. Che però, come si è spesso divertito a ricordare proprio De Mauro, è riferito alla chiesa vicina, è tradotto dal latino e soprattutto vuol dire pioppo. Da avere la maggioranza al Senato ad andare per boschi, insomma, per qualcuno può essere cosa di un attimo.

I ladri di parole sono ladri di pensieri, perché i pensieri sono fatti di parole: quindi ci rubano uno dei tesori più preziosi che abbiamo.

I ladri di parole parlano e scrivono all’unico scopo di incrementare i loro effetti predatori: più parlano e scrivono, più rubano parole.

I ladri di parole spesso usano l’artificio della ripetizione all’infinito di una parola rubata per sottrarla gradualmente ma completamente al suo significato originario e farne qualcosa d’altro a cui in molti finiamo per credere: rubando così – appunto – anche i nostri pensieri.

I ladri di parole insomma sanno ingannare con le parole truccate, anche perché spesso comandano nei media e non solo.

I ladri di parole chiamano libertà la loro estensione di dominio; per converso, chiamano lacci e lacciuoli qualsiasi ostacolo possa moderare detta estensione.

I ladri di parole chiamano moderazione la loro onnipotenza, chiamanomercato la loro ingordigia, chiamano ordine e stabilità il loro dominio.

I ladri di parole chiamano sicurezza la sorveglianza; e quanto alla sicurezza vera, quella ad esempio sul lavoro, vale quanto detto sopra a proposito dilacci e lacciuoli.

Il ladri di parole chiamano flessibili coloro che invece spesso si spezzano: e in realtà sono totalmente ed etimologicamente precari, cioè costretti alla preghiera, alla supplica.

I ladri di parole chiamano segnalazioni o – peggio – sensibilizzazioni quelle che invece sono e restano le classiche raccomandazioni.

I ladri di parole, se fanno i top manager o i mega imprenditori, chiamanocriticità i buchi di bilancio che hanno creato; nel caso, implorano il sostegno dello Stato, dimenticandosi all’improvviso i lacci e lacciuoli di cui sopra.

I ladri di parole a volte non si rendono neppure conto di essere un po’ ridicoli: come quando chiamano azioni quelle fonti di guadagno che invece non implicano nessun agire; o società un’azienda in cui comandano da soli; ofinanza una prassi che al contrario vorrebbero infinita, nelle quantità così come nel tempo; ma è buffo anche il destino di economia, che conterrebbe in sé il concetto di regole, nomia, invece è stato ribaltato affinché queste, in economia, siano sempre meno.

I ladri di parole però a volte le regole le invocano, come ad esempio quando si occupano di Internet: in questo caso, chiamano pirati i ragazzi che scaricano un film, ma mai le corporation che hanno sottratto una storia o un personaggio alle fiabe popolari per imprigionarli nel proprio copyright.

I ladri di parole tuttavia non abitano solo in detta economia, ma (assai densamente) anche in politica: altra parola rubata, dato che contiene in sé l’attenzione al destino della polis e non di chi la comanda e, spesso, la distrugge; a questo proposito è stato interessante, di recente, l’uso spericolato dei binomi antipolitica vs. politica e giustizialismo vs. garantismo; anche se le truffe più acclarate sono responsabile per chi pensa solo a se stesso epacificazione per la propria occupazione a vita dell’establishment: e pazienza se gli esclusi invece non si danno pace.

I ladri di parole, da sempre, chiamano ingenui gli idealisti e uomini di mondo i mascalzoni.

I ladri di parole della politica, tuttavia, puntano a obiettivi anche maggiori, ad esempio rubando parole importanti e storiche come sinistra, destra, cristiano,liberale o progressista per scopi che nulla hanno a che vedere con i valori di queste parole e che riguardano invece solo i destini personali o di cricca di chi le pronuncia.

I ladri di parole sono senza vergogna: e se Altiero Spinelli sentisse oggi quelli che si autodefiniscono europeisti, probabilmente emigrerebbe in Oceania.

I ladri di parole sono servili: e qualsiasi cosa dica il Presidente della Repubblica, comunque lo chiamano monito.

I ladri di parole coniano anche formule nuove, purché a loro convengano: daarco costituzionale, tanto tempo fa, a decreto salvaitalia, pochi anni orsono; giù giù fino a esecutivo di servizio, governo del fare e larghe intese; anche se la più bella, la più spettacolare, la più grottesca resta senz’altro missioni di pace.

I ladri di parole chiamano estremismo il buon senso e riformismo la perpetuazione dello status quo, in un ribaltamento a cui ormai hanno finito per credere in molti, perché appunto chi ci ruba le parole ci ruba il pensiero.

I ladri di parole – lo abbiamo visto da poco – sanno confondere volutamentediritti e privilegi: per garantire che i primi – quelli erga omnes – siano pochi; e i secondi – quelli erga paucos – siano conservati.

I ladri di parole chiamano emergenze i disastri cronici, di cui si accorgono e parlano solo quando dette false emergenze sono utili per drenare consenso o ottenere altri vantaggi; più in generale, far passare per emergenza un problema cronico serve ad assolvere chi cronicamente comanda: mica è colpa nostra, è un’emergenza, quindi accidentale e imprevedibile.

I ladri di parole chiamano nostri ragazzi se non eroi chi ha sventuratamente e per sbaglio sparato a due innocenti pescatori in India, ammazzandoli; il che per logica trasformerebbe in nostri ragazzi ed eroi tutti gli automobilisti che sventuratamente e per sbaglio hanno investito e ucciso un paio di innocenti pedoni in città.

I ladri di parole oggi non hanno più paura che il popolo possieda «1.500 parole e invece di 150», come ai tempi di don Milani: perché hanno capito che anche chi possiede un po’ di parole può essere persuaso, giorno dopo giorno, a credere al significato che i ladri di parole stessi a quelle parole hanno dato; basta possedere un volume più alto per emetterle e distorcerle.

I ladri di parole oggi irridono il mascherato Guy Fawkes, illuso che «le parole non perderanno mai il loro potere»: perché sanno che ormai è il potere a fare le parole e non il contrario.

Rovesciare i loro rovesciamenti, ogni giorno, è quindi l’unica chance che abbiamo per rovesciarne il potere: parola per parola.

Riferiment
Nell'archivio della vecchia edizione di eddyburg trovate molti dossier sulle parole, sia nella cartella Le parole, che nelle cartellaTesti per un glossario, Parole mie e Glossario, sia rovistando in quelle della Scuola di eddyburg.

. a Repubblica, 6 novembre 2012

È virtù l´humanitas e lo stesso nome designava lo studio delle lettere, sul presupposto che ingentiliscano la persona. Questa storia parla d´una scuola e narra avventure climateriche. In greco "klimaktér" significa gradino o piolo d´una scala, nonché congiunture pericolose della vita umana, ricorrenti ogni settimo anno.

Dura sette anni anche l´evo che racconto, segnato da profonde mutazioni: l´Italia era finto Impero sotto la diarchia Re-Duce; ridotta all´osso da una guerra calamitosa, diventa repubblica. Siamo in quarta elementare. Al mattino le scolaresche prendono posto nel corridoio lungo corso Re Umberto, davanti alle rispettive aule, ed ecco un dialogo databile 2 marzo 1938, Mercoledì delle Ceneri: «è morto D´Annunzio»; annuncia l´ultimo venuto; «era vecchio come il cucco», commento, non sapendo chi portasse quel nome sontuoso.

Tra noi spiccava un forestiero evoluto, Adolfo Sarti, e salterà la quinta. Del secondo ginnasta, rammento viso, statura, voce, maniere, tutto fuorché il prenome. Ero designato anch´io al salto, infatti ascolto qualche lezione in casa del maestro, contigua al Teatro Toselli: la porta dà sul ballatoio; è un prete dal viso rosso, oriundo della val Casotto, e nelle feste patriottiche porta gradi militari, ex cappellano. Ma saltare l´anno è da puer pragmaticus, quale non ero, incline invece ai passi introspettivi: ad esempio, sapevo quanto sia volatile l´Io, pronome evocante deperibili ricordi; e desisto, noncurante della carriera. I due entrano nel ginnasio: li rivedo ogni mattina in via Barbaroux, dov´è finita anche la nostra classe; e dissimulo lo status inferiore liberandomi del grembiule.

Finalmente, giugno 1939, anche noi sosteniamo l´esame d´ammissione nel vecchio convento delle clarisse, adiacente all´omonima chiesa. Il ginnasio non è aperto a tutti ma la selezione ha maglie larghe: "I miei giochi" è il tema d´italiano; all´orale esito, dovendo definire il colore glauco, aggettivo carducciano, e la interrogante indica una gemma nell´anello. Dal 15 ottobre restiamo in via Barbaroux traslocando al pianterreno (...). La professoressa è giovane e fine. Insegna matematica un laureando pendolare da Caraglio.

Matematico anche don G. (religione, un´ora alla settimana) e viene da famiglia contadina della Spinetta, come Giuseppe Peano, al quale saranno intitolate le elementari di Tetto Canale. Mia madre v´insegnava, anno Domini 1932. Lì avevo sfiorato Thanatos cadendo nella «bialera» ma era parte infima del disegno cosmico che scorressi sotto i lastroni del ponte; poi racconto d´avere visto la luna ossia un barlume all´altro capo; episodi meno importanti diventano figura d´ex voto nel Santuario della Riva (...). Corre l´ultimo anno dei lampioni accesi. Sulla linea Maginot tedeschi e franco-inglesi fingono un Sitzkrieg, guerra da seduti, o drôle de guerre, stramba (...).

L´anno scolastico 1943-44 (quarto della guerra persa e quinta ginnasio) comincia tardi, lunedì 15 novembre. L´indomani nevica. Attratto dalla medicina (v´influiscono Axel Munthe, Cronin, Marañon), m´arrischio nella camera ardente dell´ex pugile dal nome slavo, fattorino del fascio locale, poi seviziatore negl´interrogatori: partigiani scesi dalla Bisalta gli hanno regolato i conti; girando intorno alla bara studio quel viso cattivo. «L´hanno ucciso perché stava con noi e finiremo tutti così», esclama drammaticamente uno della casa, benvestito, intrattenendo due signore compunte (...).

L´equinozio primaverile 1945 lascia le cose quali erano in loco ma l´Armata rossa sta sull´Oder e, forzato il Reno a Remagen, gli alleati sciàmano verso l´Elba. Il bel tempo richiama gli schettini. In una domenica già tiepida artisti ragguardevoli cantano arie d´opera nel concerto pomeridiano al cinema Italia, accompagnati dal solo pianoforte. La fine arriva d´un colpo (...).

A proposito d´abile didattica e mnemotecniche, Jules Michelet nomina la Societas Iesu (Histoire de France, IX volume, 512s.): formava dottori a 15 anni, eloquenti, sapientissimi, in gran décor, «sots à jamais», irreversibilmente stupidi; tale, ad esempio, Ludovico Settala, luminare milanese. Dal Silvio Pellico, come l´ho vissuto, gli scolari ricevevano impronte d´intelligenza laica. Lo stile è cuneese, quindi alieno dall´enfasi. Lo definiva un capitolo degli Statuti 1382, n. 406, «de non eundo ad septimas»: il lutto sia evento dell´anima, senza gesti; pianti clamorosi nei funerali costano sei soldi; idem invitare estranei alla messa del settimo giorno.

Vogliamo fissare qualche massima? Il pensiero ha norme inesorabili: le parole vanno usate con parsimonia, mai prima d´avere chiara la cosa da dire; è frode, e marchia chi la consuma, tutto quanto nasconda, trucchi, simuli l´idea; prenez garde dalla loquela canterina, sconnessa, ridondante, perché indica spirito fraudolento; e non dimentichiamolo, sapere conta meno del pensare.

(Questo testo è un brano della lezione che venerdì 9 terrà a Cuneo - salone del Comune - e l´ indomani nel bicentenario Liceo classico Silvi)

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