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Quando cominciammo a lavorare a questo libro, verso la fine dell'estate scorsa, il quadro svelato dalle indagini era diverso da quello che oggi è sotto i nostri occhi. Le prime rivelazioni su quella città assai poco ideale che fu battezzata Tangentopoli ci avevano spinto a cercar di comprendere e descrivere i meccanismi che l'avevano prodotta, e gli strumenti che l'avevano radicata nelle pratiche del governo del territorio. Solo alcuni bagliori lasciavano intuire che l'incendio era esteso, ma non si sospettava quanto.

L'indagine Mani pulite era partita da Milano, dove procedeva con piglio del tutto insolito. Da lì aveva cominciato a estendersi verso altre sedi giudiziarie. Non era affatto certo, però, che l'onda avrebbe retto, prevalendo sui tentativi che (come tante altre volte era successo) sarebbero stati messi in atto per arginarla. Soprattutto, era difficile prevedere che avrebbe raggiunto le sedi centrali del potere, i suoi gangli vitali.

L'onda ha rivelato una forza e una resistenza ben più robuste di quanto si potesse sperare. Il torrente, impetuoso e irriguardoso, è diventato un fiume in piena. Così oggi, a un anno di distanza dall'ormai fatidico 17 febbraio 1992, il consuntivo è in un pugno di cifre consistenti: 828 arresti cautelari effettuati; 1.003 avvisi di garanzia complessivamente recapitati; 75 richieste di autorizzazioni a procedere per parlamentari indagati per questioni di tangenti; tre ministri in carica dimissionati e un quarto indagato; due segretari nazionali di partiti (uno dei quali leader massimo del partito cui appartiene il presidente del Consiglio) costretti alle dimissioni; le amministrazioni comunali di quattro capoluoghi regionali (Milano, Roma, Napoli, Torino) messi in crisi.

Di dimensioni inizialmente insospettate si è rivelata anche l'entità economica della corruzione. I primi episodi riguardavano "mazzette" di pochi milioni (qualcuno poteva perfino nasconderli nelle mutande). Si è passati a illeciti e fatti penali misurati ciascuno in miliardi o decine di miliardi: e le valutazioni più attendibili sull'entità complessiva di Tangentopoli oscillano tra i 10 e i 15 mila miliardi all'anno.

Ma più del dato quantitativo, è quello qualitativo che conta. Rispetto agli inizi esso è considerevolmente mutato. Il salto si è avuto quando le indagini, partite da Milano, sono approdate a Roma: quando sono stato raggiunte e messe sotto osservazione le sedi centrali del potere pubblico ed economico nazionale. Per la prima volta, in Italia, si è avuta la sensazione che certi armadi potessero essere liberati dagli scheletri che li abitavano.

L'Eni, l'Enimont, l'Enel, l'Anas, il dopo-terremoto in Irpinia, l' affaire del Banco ambrosiano: questi sono i nuovi emergenti capitoli di questa vicenda, che qualcuno comincia a definire come l'89 italiano. E così la Democrazia cristiana viene riacquistando il ruolo di primo piano che le spetta di diritto, a causa di quasi un cinquantennio di incontrastato potere e della conseguente occupazione dello Stato: ruolo che, per tutti i mesi iniziali della campagna di indagini, le sembrava esser sottratto dal Partito socialista. Accanto alla Dc, accanto ai socialisti della nouvelle vague, vengono ad acquistare un peso anche le altre formazioni che quel potere avevano condiviso: i socialdemocratici, i repubblicani, i liberali. Infine, il fiume limaccioso delle commistioni tra politica e affari appare lambire perfino le forze d'opposizione.

Nonostante le indubbie novità registrate, le tesi del nostro lavoro risultano pienamente confermate. A partire da quella di fondo, quella che ha convinto noi, e l'Editore, a produrre questo libro. La tesi, cioè, che lo smantellamento delle regole, degli strumenti e delle strutture del governo del territorio sono stati i passaggi obbligati che il sistema politico-affaristico ha dovuto superare per poter perseguire i suoi obiettivi di potenza e di ricchezza. L'ingresso nell'indagine Mani pulite dell'Anas, dell'Enel e dell'Irpinia ha fatto sì che si possa dire oggi che circa i tre quarti dei fatti svelati riguardano interventi compiuti (o minacciati) sul territorio e sull'ambiente. Ancor più questo diventerà evidente quando da Milano a Roma si passerà al Mezzogiorno, estendendo l'indagine dall'Irpinia all'insieme dell'attività "assistenzialistica" compiuta nell'ultimo quindicennio, e delle distruzioni dell'ambiente e delle regole dell'azione pubblica che ne è conseguita.

A mano a mano che ci si avvicina alle sedi centrali del potere, è ormai dai fatti documentati dai magistrati (e non solo dalle analisi indirette, quale quella che noi stessi abbiamo compiuto) che appare con ogni evidenza che è "a monte", è nelle istanze centrali, che si è avviato e promosso il processo di depotenziamento ed esautoramento delle istituzioni locali del potere: anche se ciò non può significare assolvere chi "a valle" ha aggiunto i propri errori a quelli romani..

Abbiamo voluto indagare il sistema politico-affaristico nella sua fisiologia, nel suo mutare, da trasgressione, a norma. Non ci è sfuggito il risvolto malavitoso, là dove esso direttamente si collegava agli eventi descritti. Abbiamo però lasciato da parte la mafia e Cosa nostra che pure, in una porzione consistente del territorio nazionale, incidono anch'esse pesantemente nelle trasformazioni del territorio e del potere economico e politico. Lo abbiamo fatto appunto perché c'interessava illustrare la fisiologia, non la patologia dell'affarismo applicato al territorio. Di questo abbiamo or ora ricordato il peso economico nella società italiana: a prescindere dalla mafia, si parla di 15 mila miliardi all'anno, 150 mila miliardi nel terribile decennio che è alle nostre spalle. È una cifra da capogiro, che ha il pregio di illustrare con l'evidenza dei numeri il volume del rapporto tra dare e avere che si è instaurato tra la società italiana e le bande del malaffare "ordinario". Ma non è che un dato parziale: rappresenta uno dei prezzi che la società ha pagato per Tangentopoli, non tutti.

Tangentopoli ha significato realizzare sul territorio interventi non necessari, e spesso dannosi. Ha significato pagare per opere mai eseguite, oppure eseguite e mai utilizzate (come le fabbriche nel Sud terremotato, o le stazioni ferroviarie a Roma per le Olimpiadi, o le strade di Ancona). Ha significato rinuncia ad effettuare i necessari controlli, a pretendere il rispetto degli accordi sottoscritti. Ha significato ridurre a zero la credibilità della pubblica amministrazione. Ha significato annullare la libera concorrenza, e insieme ogni forma di programmazione nell'interesse collettivo. Ha significato ridurre il peso dell'investimento produttivo, e accrescere quello della rendita parassitaria. Se il prezzo di ciascuno di questi elementi potesse essere tradotto in lire, la spesa complessiva che la società ha dovuto sostenere sarebbe valutabile in cifre di dimensione così grande da sfuggire alla consapevolezza comune.

Il regime di Tangentopoli, la collusione politico-affaristica eretta in sistema, ha caratterizzato un periodo relativamente breve della storia del nostro paese: grosso modo un decennio o poco più, anche se singole manifestazioni non erano mancate nel passato, come potranno proseguire nel futuro. E tuttavia, esso ha provocato (come i dati dei censimenti dimostrano) una caduta dello spirito d'impresa e una perdita della capacità delle imprese di rinnovarsi e attrezzarsi: in definitiva, con un processo di deindustrializzazione, misurabile in termini di riduzione delle unità locali e degli addetti dell'apparato produttivo, incommensurabile nei suoi effetti sul futuro della società italiana e sul suo ruolo nello scenario mondiale.

Un anno di indagini giudiziarie ha permesso quindi di comprendere l'entità del guasto prodotto. Ma l'effetto più vistoso e dirompente di questi dodici mesi è l'impatto delle vicende svelate sull'opinione pubblica, la conseguente perdita di credibilità dell'intero sistema politico, posto spietatamente in crisi. Si aprono qui due domande. La prima: come si è potuti giungere a tanto, senza che - come più volte era successo - la potenza degli interessi minacciati giungesse a bloccare il cammino della verità? La seconda, più inquietante: come se ne può uscire?

La risposta che più ricorrentemente viene data alla prima domanda rinvia al risultato elettorale del 5 aprile. È vero, ma non spiega tutto. Quel voto non ci sarebbe stato se alle sue spalle non ci fosse stata una società ormai stanca di sopportare metodi e meccanismi che in passato aveva tollerato o, a volte e in determinate situazioni, addirittura sollecitato. Il nodo sta dunque in quei mutamenti, prodottisi nella società, che il sistema dei partiti non è stato in grado di comprendere. E sta anche (la consapevolezza collettiva abita ormai un villaggio globale) negli avvenimenti dell'89 e nello sconvolgimento prodotto dal crollo dei sistemi dell'est, nel venir meno degli argini fittizi del fideismo e dell'ideologismo (risvolto positivo della caduta delle ideologie), nel prevalere di atteggiamenti più laici e razionali di quelli che avevano caratterizzato i comportamenti nella lunga stagione della guerra fredda.

Gli effetti sono stati comunque sconvolgenti. Scossa è stata in particolare la società civile, quasi unanimemente schierata a sostegno dell'iniziativa della magistrature. (Anche se, lo diciamo sommessamente, qualche elemento in più di autocritica da parte di chi, nei piccoli vantaggi della vita quotidiana, del sistema di Tangentopoli si era giovato, e da parte di chi, avendo il compito di vigilare e reprimere, per troppi anni non l'aveva fatto, avrebbe dato più forza all'azione di denuncia e alla richiesta di cambiamento).

Incerta, imbarazzata, tardiva, contraddittoria è stata invece la reazione della "società politica", che solo con grande fatica ha recepito il messaggio e compreso la necessità di voltar pagina. Lo dimostra il fatto che oggi, a più d'un anno di distanza, il Parlamento non si è dimostrato capace di licenziare anche una sola delle riforme individuate come necessarie e urgenti: né quella del nuovo regime degli appalti, né quella sul finanziamento dei partiti, né quella sulla tutela dei legislatori e sui modi del loro reclutamento, cioè la riforma elettorale. (Per non parlare dell'incredibile colpo di coda del vecchio e screditato regime espresso dai decreti del 5 marzo.)

Ancor più ottusa, se così può dirsi, è apparsa nel complesso la reazione dei ceti imprenditoriali, sui quali pure ricadono (come tentiamo di documentare) non poche responsabilità per quanto è accaduto: chiusi a far barriera per difendere indiscriminatamente i rappresentanti delle proprie categorie, senza quasi ombra di riflessione critica.

"Tutti a casa!", è lo slogan che risuona sempre più spesso nei commenti degli organi di stampa, interpreti delle reazioni dell'opinione pubblica. Un esplicito invito al ceto politico che ci ha finora governati, e addirittura agli esponenti di tutte le formazioni politiche su cui poggia il sistema democratico italiano. Che occorra un vasto ricambio del ceto politico che ha condotto a un così vistoso disastro, o che comunque lo ha ignorato o tollerato, ci sembra un'affermazione di tale evidenza che non occorre neppure dimostrarla. Ma il rinnovamento delle persone è una misura necessaria, tutt'altro che sufficiente.

Il nodo decisivo rimane per noi (e quest'anno di indagini giudiziarie lo ha confermato) quello del ripristino delle regole. Lo argomentiamo con ampiezza, ci sembra, nei capitoli che seguono. Vogliamo che nessuno dimentichi che è accaduto ciò che è accaduto perché erano state preventivamente rimosse, o indebolite, le regole che determinano i comportamenti e garantiscono (più o meno perfettamente che sia) gli equilibri e i diritti, le verifiche e i controlli. Troppe poche furono le voci che si levarono quando questo accadde, a partire dalle aule del Parlamento. È di lì, è dal ripristino e dalla ricostruzione delle regole, valide nei confronti di tutti, che occorre ripartire.

marzo 1993

A Firenze, nell'estate del 1984, vengono resi pubblici due progetti d'investimento immobiliare, l'uno della Fiat, nell'area di Novoli, l'altro della Fondiaria. La prima era già proprietaria dell'area, sulla quale sorgeva lo stabilimento fiorentino dell'azienda, e voleva “valorizzarla”. La Fondiaria aveva comprato in vista dell'operazione un vasto compendio di aree nella piana a nord-est della città, lungo una direttrice considerata strategica per la riorganizzazione dell'intera area metropolitana ma destinata dal Prg vigente a “parco territoriale”. L'insieme dei due progetti comportava la costruzione di 4,2 milioni di metri cubi, su 228 ettari, e un investimento valutato in 2 mila miliardi.

Il Comune aveva avviato la redazione del nuovo piano regolatore. Attendere la formazione di questo (affidato a due consulenti di grande prestigio e affidabilità culturale, Giovanni Astengo e Giuseppe Campos Venuti) avrebbe permesso di compiere le scelte sulle aree interessate dall'operazione nel quadro, ed in funzione, delle scelte più complessive sulla città, finalizzando gli interventi nell'area nord-est a un progetto di riqualificazione ambientale, all'esigenza di decongestionare il centro storico, all'obiettivo di una più corretta localizzazione metropolitana delle attrezzature urbane. È quello che suggerisce, ad esempio, la sezione toscana dell'Istituto nazionale di urbanistica.

Ma le esigenze di “valorizzazione immobiliare” non possono attendere. Gli investitori fremono. Acquisiscono le necessarie comprensioni politiche e amministrative, e ottengono dal comune l'approvazione di una variante ad hoc al piano regolatore vigente. Questa viene adottata dal Consiglio comunale (a maggioranza di centro sinistra) nel marzo 1985. La maggioranza (di sinistra), che subentra dopo le elezioni amministrative conferma le decisioni. La variante prosegue il suo iter, tra le polemiche più aspre e la crescente opposizione di un fronte composito e ampio (cui partecipano insieme componenti culturali conservazioniste, associazioni ambientaliste, versi, demoproletari e parte dei comunisti del Pci). Un fronte sostanzialmente “di sinistra”, indebolito dalla posizione defilata, ma favorevole alla variante Fiat-Fondiaria, della maggioranza del Pci.

Prima che la variante giunga alla sua conclusione, un colpo di scena. Nel giugno del 1989 il Segretario del Pci, Achille Occhetto, intima l'altolà. In una riunione del Comitato federale di Firenze, piena di tensione, giungono una telefonata e due messi del Segretario: i comunisti non possono ulteriormente avallare le scelte della Fondiaria e della Fiat per l'area nord-est, il cui destino deve essere tracciato da un vero piano regolatore generale.

La componente comunista della Giunta decide di lasciar ferme le cose, senza revocare gli atti ma senza neppure sollecitarne il completamento. Dc e Psi, da sempre favorevoli all'operazione immobiliare e anzi responsabili del governo cittadino quando essa era stata concepita, sono sconcertati ma non insistono per la ripresa dell'iter. Il Pci, a Firenze e non solo a Firenze, è diviso. Anche chi non era convinto dell'operazione Fiat-Fondiaria esprime preoccupazione per il fatto che sia stata necessaria la “telefonata di un segretario di partito” per correggere scelte sbagliate. Il punto è che non si trattava solo di correggere le decisioni di una federazione o di una giunta. Si trattava anche e soprattutto di indicare, con un gesto forte e chiaro, che l'andazzo seguito per oltre un decennio non era compatibile con il nuovo corso del Pci. Un trauma quindi, certamente, ma un trauma necessario: poiché bisognava superare un vuoto che per troppi anni aveva caratterizzato la politica del Pci nei confronti dell'urbanistica: nei confronti dei metodi e degli strumenti per il governo del territorio.

Come abbiamo visto, nel corso degli anni 70, sotto la spinta del movimento sindacale per la casa e il territorio, si erano venuti mettendo a punto nuovi meccanismi di programmazione per l'intervento pubblico nell'edilizia. Si trattava dello sviluppo e del consolidamento di una riforma già avviata all'inizio degli anni 60 (con la legge 167 del 1962), nel quadro di una definizione organica dei rapporti tra le strutture centrali dello Stato e le neonate regioni. La programmazione pluriennale dell'intervento pubblico nell'edilizia abitativa, l'attribuzione alle regioni delle competenze di ripartizione territoriale dei finanziamenti e di verifica dell'efficacia degli interventi, la realizzazione integrata di alloggi e servizi sociali, l'acquisizione preventiva delle aree da parte dei comuni e l'inclusione dei nuovi insediamenti nelle procedure e nelle coerenze della pianificazione urbanistica: questi erano i cardini del nuovo assetto del settore, formato con l'attenzione soprattutto alla definizione di una corretta ed equilibrata ripartizione delle responsabilità dei compiti tra Stato, regioni e comuni.

Il meccanismo non è ancora del tutto a regime, che subito lo si scardina. Si comincia con una legge per l'accelerazione delle opere pubbliche del 1978, approvata tra Capodanno e la Befana, quando i parlamentari erano ancora impegnati nella digestione delle feste. Una leggina transitoria (doveva durare solo tre anni, ma fu prorogata silenziosamente di triennio in triennio fino al 1987, e poi resa permanente) consente che le opere pubbliche siano eseguite anche se in contrasto con gli strumenti urbanistici. Per poter derogare al piano regolatore e costruire là dove esso non lo consente, o realizzare, per esempio, un parcheggio o un ospedale là dove sono invece previsti un parco pubblico o una scuola, basta che il relativo progetto sia approvato dal Consiglio comunale. Questo, così, approva il progetto tecnico di una scuola o una strada (magari subendo il ricatto dell'urgenza, pena la perdita del mutuo) e approva invece una variazione di rilievo al piano regolatore [1].

Con questa legge l'urbanistica, nei comuni, passa di fatto dalle competenze degli assessorati all'urbanistica a quelli ai lavori pubblici. Le decisioni, anche formali, sul territorio non avvengono infatti più mediante i piani (e le lunghe e ampie discussioni che questi provocano), ma con un comma marginale introdotto nelle delibere di approvazione dei progetti di opere pubbliche, di competenza appunto degli assessori ai lavori pubblici. Negli anni 60 e 70 i partiti si contendevano gli assessorati all'urbanistica. Negli anni 80 diventano invece più ambiti quelli ai lavori pubblici. Un segno non marginale dei tempi nuovi che si stanno aprendo.

[1] Legge n.1 del 3 gennaio 1978, Accelerazione delle procedure per l'esecuzione di opere pubbliche e di impianti e costruzioni industriali. Questa stessa legge introduce un'altra gravissima norma: il ripristino, come forma generale e ordinaria di contrattazione, della trattativa privata, che era stata fortemente limitata dalla Direttiva comunitaria 305 del 1971 e dalla conseguente legge 540 del 1977.

DAL CAPITOLO IV

IL VENTO DELL’EMERGENZA NELLE VELE DELLA DEREGULATION

Quando le "emergenze" non sono causate da calamità naturali e altri eventi impre­vedibili si inventano, con italica fantasia. Manifestazioni sportive, esposizioni, celebrazioni, esigenze di ordine pubblico: tutto fa brodo per gli sregolatori.

Tra le "emergenze inventate" va annoverata la calamità territoriale dei Mondiali di calcio. Dal maggio del 1984 si sapeva che la grande kermesse agonistica si sarebbe tenuta in Italia nel 1990, sei anni dopo. Tutto il tempo di provvedere, quindi: ma allora, non sarebbe stata un'emergenza! E infatti si dorme per tre anni. Ci si sveglia nel 1987, e si approva un decreto, dominato dall'urgenza [1]. Questo prevede, nella sostanza, due cose: soldi per opere d'ogni genere, e facoltà di derogare sia dalle procedure degli appalti che da quelle urbanisti­che.

I finanziamenti previsti sono 3.500 miliardi di lire, ma gli incrementi dei prezzi por­tano la spesa a 7.320 miliardi: più del doppio. Gli appalti sono affidati in deroga alle norme ordinarie, con un largo ricorso all'istituto della concessione della progettazione e dell'esecu­zione delle opere. La deroga è motivata dalla considerazione che esiste una "eccezionale ur­genza derivante da avvenimenti imprevedibili": abbiamo appena ricordato che era dal 1984 che si sapeva che i campionati mondiali di calcio si sarebbero svolti in Italia nel 1990.

Lo strumento impiegato per derogare alle procedure urbanistiche è la "conferenza". Una riunione di rappresentanti di tutti gli enti interessati, vuoi per competenza tecnica vuoi per obbligo di esprimere pareri o accertare conformità, esamina frettolosamente i progetti delle opere e li approva, anche se sono in deroga agli strumenti urbanistici. Un rappresen­tante del comune presente a una riunione, in cui in mezza giornata si esaminano decine di progetti, col suo "si" o, molto più raramente, col suo "no", scavalca la discussione del con­siglio comunale, la partecipazione dei quartieri, il parere della cittadinanza: senza alcuna pubblicità, decide per tutti su opere che, in molti casi, condizionano pesantemente il futuro delle città coinvolte.

Si tratta infatti di opere che incidono notevolmente sull'assetto delle città e del terri­torio. Eccone alcune: la ristrutturazione della stazione ferroviaria di Firenze e dell'intero piazzale di S. Maria Novella, la grande circonvallazione a Cagliari, la tangenziale di Verona, tronchi di autostrade un pò dovunque. E poi, dappertutto, alberghi, centri congressi, e na­turalmente stadi e parcheggi: il più delle volte (come a Palermo, come a Trieste) localizzati in luoghi che aumentano la congestione del traffico. È la stessa Corte dei Conti a rilevare "gli effetti destabilizzanti che le opere realizzate hanno indotto nelle città interessate" [2].

In definitiva, come osserva Luigi Scano, lo sport non c'entra e neppure il tifo:

“L'evento calcistico viene cupidamente visto come una nuova occasione per riproporre un vecchio e adusato gioco: prendere le mosse da una circostanza "straordinaria" per attivare ingenti investimenti, totalmente o prevalentemente pubblici, essenzialmente nel comparto delle opere edificatorie, assumendo l'urgenza e la ristrettezza dei tempi disponibili, l'assenza di coerenti e funzionali previsioni sedimentate negli strumenti di pianificazione e di programmazione, e anche la farraginosità (presunta, e anche reale) delle ordinarie disposizioni di merito, le carenze dei sistemi decisionali politici e delle amministrazioni, come ragioni ("e che ragioni forti!", direbbe Leporello) per sospende­re l'efficacia del maggior numero possibile di regole[3].

Nonostante l'eccezionalità delle procedure, alla scadenza del termine solo il 40 per cento delle opere è completato. Come denuncia il Wwf in una conferenza stampa a Mon­tecitorio, degli 87 interventi di viabilità previsti solo 33 sono ultimati, mentre per gli altri 54 lo stato d'avanzamento dei lavori non supera il 65 per cento. Nella conferenza stampa si fa osservare che più d'una impresa che sta operando per i Mondiali è sotto inchiesta ad opera dei giudici milanesi di Mani pulite.

E non c'è forse una sola opera tra quelle finanziate e realizzate che - dopo aumenti dei costi, varianti, prezzi magari raddoppiati o triplicati - non abbia mostrato qualche pecca o malanno e la necessità di nuovi lavori e rifacimenti. "Costato cinquantacinque miliardi, l'impianto sportivo non ha retto al "ciclone": partita rinviata, spogliatoi allagati, impianti elettrici fuori uso" - titolava il 29 settembre 1992 il quotidiano la Repubblica la notizia del mancato incontro allo stadio Marassi di Genova, e concludeva: "per il ristrutturato stadio mondiale è una Caporetto". Ma lasciamo parlare la Corte dei conti.

“Gli investimenti fatti per i mondiali di calcio presentano non solo segni di precoce de­grado, ma appaiono privi dei necessari interventi integrativi che ne avrebbero permes­so l'inserimento nel tessuto urbano. Sulla lievitazione dei costi e sulle inadeguatezze delle strutture portate a termine sono in corso indagini presso le procure della Re­pubblica di Roma e di Palermo. Il versante più problematico è rappresentato dagli in­terventi non previsti originariamente dalla legge che, approvati dalla conferenza dei servizi, sono stati portati a termine dai comuni di Bari, Verona, Firenze, Milano e Roma con grande lievitazione dei costi. D'altra parte, ben 17 opere programmate per l'"Italia 90" non sono state portate a compimento, pur essendo approvate dalla confe­renza dei servizi” [5].

Non ci sono differenze, nel malgoverno, tra Nord e Sud. A Palermo

“le opere relative alla ristrutturazione dello stadio centrale, che in un primo momento erano state deliberate dal consiglio comunale "a termine" nella previsione della di­smissione dell'opera alla fine del campionato, sono oggi oggetto di inchieste giudizia­rie a causa del loro degrado. Anche il nuovo stadio San Gabriele, ultimato solo suc­cessivamente al campionato e non utilizzato, è tuttora chiuso al pubblico. La situazio­ne non appare dissimile a Milano dove gli interventi di adeguamento e ampliamento dello stadio San Siro, il cui costo è lievitato da 64 a 133 miliardi, necessitano di im­mediate modifiche. A Roma la ristrutturazione dello stadio Olimpico, che ha assorbito circa 212 miliardi rispetto agli 80 delle previsioni, è oggetto di particolari indagini della magistratura ordinaria e contabile”[6].

[1] Decreto-legge n.2 del 3 gennaio 1987, convertito in legge e integrato con successivi provvedimenti del 1987, del 1988 e del 1989.

[2] Corte dei Conti, Sezione Enti locali, Relazione sui risultati dell'esame della gestione finanziaria e dell'atti­vità degli enti locali per l'esercizio finanziario 1990, (relazione alle Camere), deliberazione n. 11/1992, p.519.

[3]Luigi Scano, "Anni ottanta e mondiali. Chiuso il cerchio della deregulation", in Urbanistica informa­zioni, n.119, gennaio-febbraio 1990.

[5] Corte dei conti, doc.cit.

[6]Ibidem.

Abbiamo già accennato al contributo che le opere dei mondiali (e quelle delle successive "emergenze") hanno portato allo sfascio delle città e del territorio. Vogliamo aggiungere adesso qualche osservazione su un ulteriore effetto perverso della "logica" dei Mondiali: il degrado della pubblica amministrazione, la cui correttezza tecnica e amministrativa è stata gravemente minata, nel corso degli anni 80, da un ceto politico largamente corrotto e, nel migliore dei casi, distratto.

Prendiamo ad esempio le "conferenze" della legislazione d'emergenza. Esse sono la trasformazione in farsa e sopraffazione di un istituto serio, tradizionalmente adoperato dalla burocrazia ministeriale. La "conferenza dei servizi" era infatti, prima degli anni 80, la concertazione operativa, da parte dei diversi organi dello Stato coinvolti in un programma o in un progetto, del modo in cui esercitare le proprie competenze. La corruzione esercitata dalla legislazione d'emergenza sugli istituti del potere pubblico è uno dei rusultati più devastanti di Tangentopoli.

Le procedure straordinarie, come hanno svuotato le competenze degli organi collegiali delle istituzioni democratiche, così hanno esautorato quelle degli organi tecnico-amministrativi. Così, ad esempio, nell'esame dei progetti si è sostituito, al parere degli organi tecnici di Stato (come il Consiglio superiore dei lavori pubblici, "supremo organo di consulenza tecnica dello Stato"), quello dei cosiddetti "nuclei di valutazione": organismi formati da liberi professionisti e costituiti caso per caso, con criteri di affidabilità politica (cioé lottizzati). Non solo è scomparsa, in tal modo, la memoria storica dell'amministrazione statale (poiché i nuclei di valutazione, una volta esaurito il loro compito, spariscono senza lasciar traccia se non cartacea), ma spesso si sono manifestate consistenti magagne tecniche. Tipico il caso dello svincolo stradale per l'areoporto di Milano-Linate. La frettolosità e l'approssimazione con cui la "conferenza" ha esaminato, e naturalmente approvato, il progetto determinò il fatto che, una volta realizzati i monumentali piloni che dovevano sorreggere l'arteria, si "scoprì" che essi interferivano con il cono d'atterraggio degli aerei. Si dovette smantellare i piloni e rifare ex novo il progetto, questa volta sottoterra. Qualche altro miliardo accollato al contribuente.

Oggi, Vincenzo Lodigiani, uno degli imprenditori coinvolti nell'inchiesta Mani pulite, nello spiegare a un intervistatore che i costruttori erano "obbligati" a pagare tangenti, si lamenta:

Non potevamo ribellarci: la nostra è una categoria molto frantumata, senza nessun potere. E poi, a chi ci saremmo dovuti appellare? Agli organi di uno Stato occupato da quegli stessi partiti che ci chiedevano soldi? Ad una pubblica amministrazione che i partiti avevano lottizzato? In vent'anni, il sistema ha distrutto un Consiglio superiore dei lavori pubblici che funzionava bene, ha stravolto anche le burocrazie più oneste e competenti come per esempio quelle delle Fs o del Genio civile [1].

Peccato che nessuno abbia protestato quando il ministro per i Lavori pubblici, Giovanni Prandini, licenziava dal ruolo di Direttore generale del coordinamento territoriale Vezio De Lucia, e quando lo stesso ministro, proseguendo l'opera del suo predecessore Franco Nicolazzi, trasferiva o costringeva alle dimissioni dall'incarico decine di valorosi funzionari. Il fatto è che tutti erano impegnati ad applaudire quando, per "modernizzare" e "accelerare" e "sburocratizzare", tutte le leggi del decennio dell'emergenza sostituivano la trattativa privata e la concessione alla gara, e alle strutture dell'amministrazione ordinaria affiancavano una vera e propria amministrazione parallela (istituita volta per volta per ciascuna occasione) formata da organi decisionali tutti presieduti da politici, costituiti da componenti nominati dagli stessi politici e supportati da "segreterie tecnico-amministrative" di uguale estrazione.

In realtà a molti dei ceti protagonisti degli anni 80, e alla stessa ideologia della modernizzazione e dell'efficientismo, una burocrazia appena appena scrupolosa e autonoma appariva null'altro che un intralcio dannoso. Bisognava rimuoverne o neutralizzarne gli elementi impermeabili alla "partecipazione agli utili", o all'obbedienza politica.

[1] Intervista rilasciata a Antonio Calabrò, la Repubblica, 6 gennaio 1993.

Con la legge del 1992 dovuta agli onorevoli Botta (Dc) e Ferrarini (Psi) [1] si introduce infine un nuovo strumento deregolatore: il "programma integrato di intervento". Uno strumento di cui non è definito il contenuto tecnico, ma che ha l'efficacia di una concessione edilizia. Uno strumento che innesca operazioni di grande trasformazione urbana (è caratterizzato "da una dimensione tale da incidere sulla riorganizzazione urbana"), ma è preferibilmente d'iniziativa privata. Uno strumento che è svincolato alla subordinazione al programma pluriennale d'attuazione, come se fosse una qualsiasi ristrutturazione edilizia, e può essere in variante al Prg, ma è ammesso con priorità ai finanziamenti regionali ed è assistito dal contributo dello Stato. Se, insieme alla Botta-Ferrarini, leggiamo il decreto concernente "trasformazione degli enti pubblici economici, dismissione delle partecipazioni statali e alienazione di beni patrimoniali suscettibili di gestione economica", approvato negli stessi mesi, scopriamo un risvolto interessante. Il decreto sulla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, dispone infatti che i "programmi di alienazione, gestione e valorizzazione dei beni immobili" che il demanio statale intende dismettere, oppure valorizzare economicamente, sono approvati con una "conferenza a cui partecipano tutti i rappresentanti delle Amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici comunque tenuti ad adottare atti d'intesa, nonché a rilasciare pareri, autorizzazioni, approvazioni, nulla osta previsti da leggi statali e regionali".

A chi è affidata l'individuazione dei beni in tal modo "suscettibili di gestione economica"? Forse ad un'attenta ricognizione svolta dall'Amministrazione del demanio e dagli enti locali interessati? No: a "consorzi di banche ed altri operatori economici o società, specializzati nel settore". E l'approvazione di siffatti programmi da parte della "conferenza" comporta "variazione anche integrativa agli strumenti urbanistici ed ai piani territoriali": la presenza del Sindaco alla Conferenza decisionista sostituisce l'istruttoria tecnica, il dibattito nel consiglio comunale, i pareri di merito, la decisione della Regione e così via.

Abbastanza evidenti sono le possibili conseguenze pratiche, sul terreno dei poteri e su quello delle fortune economiche, d'un simile intreccio. È facile valutare l'appetibilità, ad esempio, di un Programma integrato d'intervento ex lege Botta-Ferrarini applicato alle aree delle ex Caserme di Prati a Roma, o all'Arsenale di Venezia, o alle numerosissime caserme dismesse o dismettibili collocate nelle aree strategiche (non più in termini militari!) delle cento città italiane. Oltre ai vantaggi e agli snellimenti della legge suddetta, gli immobiliaristi promotori di una tale operazione potrebbero beneficiare anche della deroga a ogni previsione degli strumenti di pianificazione, e alla stesse approvazione da parte degli organi consiliari dei comuni.

C'è da aggiungere che non solo i governanti e i legislatori, ma anche alcuni urbanisti sacrificano alla nuova divinità della deregolamentazione e della derogazione. Un esempio: il Prg di Rimini del 1990. Le sue norme contengono un comma che riproduciamo integralmente:

Il consiglio comunale (...), previa individuazione e perimetrazione delle aree, approva progetti speciali per servizi e attrezzature di generale interesse volti a sostenere e riqualificare l'ambiente nonché a promuovere trasformazioni qualitative a livello urbano, su iniziativa di soggetti pubblici e/o privati, anche in variante alle previsioni di Prg secondo le speciali procedure semplificate previste dalle leggi [2].

La norma, insomma, prevede e giustifica a priori la propria violazione: una contraddizione in termini, un ossimoro. Nel concreto, interessanti operazioni diventano possibili eludendo ogni verifica di coerenza complessiva. Così, il consiglio comunale può accettare proposte in contrasto al Prg ("in variante alle previsioni"), anche di privati, che dichiarino di voler realizzare un "progetto speciale", purché esso sia atto a "promuovere trasformazioni qualitative a livello urbano". Dove il Prg, per fare qualche esempio, prevede servizi di quartiere, o un parco pubblico, o una zona agricola, il proprietario, o un qualsiasi altro soggetto d'accordo con lui, può quindi proporre un edificio per uffici, o un centro congressuale, o un villaggio turistico, o una succursale di Disneyland.

[1] Legge n.179 del 17 febbraio 1992, Norme per l'edilizia residenziale pubblica. La legge é stata censurata dalla Corte costituzionale, con sentenza n. 393 del 7-19 ottobre 1992.

[2] Comune di Rimini, Nuova normativa di attuazione del Prg, stesura modificata in sede di controdeduzioni alle osservazioni, delibera di Cc n. 704 del 19 marzo 1990, dattiloscritto, art.2.01

È negli stessi anni in cui inizia la prassi delle deregolamentazione e dell'emergenza - è agli inizi degli anni 80 - che si colloca anche il più dispiegato contributo alla delegittimazione della pianificazione urbanistica: il condono dell'abusivismo edilizio e urbanistico.

Nel 1980 era iniziata la discussione di una legge sull'abusivismo. Nelle sue prime formulazioni era un provvedimento che, per poter combattere con maggiore efficacia le iniziative edilizie e urbanistiche abusive (che si erano molto diffuse in alcune città e siti del meridione e nell'area romana), accompagnava le nuove, e più severe, norme repressive con una controllata sanatoria dell'abusivismo pregresso.

Ma nell'estate del 1982 ecco la svolta: il Governo decide di utilizzare l'abusivismo per ridurre il disavanzo pubblico. L'obiettivo perseguito diventa adesso non la repressione, ma il condono dell'abusivismo. Un lunghissimo braccio di ferro tra Parlamento e Governo (dove quest'ultimo parte in condizioni di forza, avendo approvato fin dal 1982 un decreto legge, più volte reiterato) conduce, nel 1985, all'approvazione del provvedimento [1]. Questo si configura, alla fine del suo percorso, come una sanatoria pressoché generalizzata, a buon mercato (con buona pace per l'intenzionalità economica) e, nelle esplicite intenzioni di molti dei suoi sostenitori di destra e di sinistra, aperta anche al futuro. Se non la legge, che per l'abusivicmo nuovo costituirebbe un deterrente notevole se fosse applicata con rigore, il dibattito politico e culturale che l'hanno accompagnata hanno costituito in definitiva un incentivo all'abusivismo anziché un deterrente [2].

È una vicenda sciagurata, quella che si apre. Molti la denunciano, richiamano l'attenzione dell'opinione pubblica, fanno appello alla responsabilità dei "decisori". Molti sostengono che la scelta dell'abusivismo come occasione da cogliere (e da spremere) per impinguare le casse della finanza pubblica altro non è, sul piano morale, che la legittimazione (e l'utilizzazione monetaria) di un reato contro la collettività e il suo futuro, ed è poi, sul piano pratico, la contraddizione palese di qualunque impegno di difesa dell'ambiente, del territorio, del paesaggio e della risorsa che questo rappresenta, e infine dell'ordine nell'assetto territoriale e della certezza del diritto.

Inutili i richiami alla responsabilità. La svendita della giustizia e del territorio per una manciata di soldi (e un pugno di voti) prosegue, la legge per l'abusivismo continua il suo cammino. Ma per poter condonare così estesamente gli interventi posti in essere contro la pianificazione urbanistica, occorreva sostenere che la colpa dell'abusivismo sta proprio nella pianificazione. È proprio questo ciò che avviene, nel corso del primo quinquennio degli anni 80 e, in particolare, nelle polemiche che accompagnano la discussione della legge.

In quegli anni all'urbanistica si attribuiscono le peggiori nefandezze. Gli urbanisti sono dei "giacobini". Il termine vuol suonare ingiurioso. Ma la ricorrenza della rivoluzione borghese del 1789 chiarirà che, dietro l'intento offensivo, si nasconde una verità. A Lucio Caracciolo che gli chiede quali siano "le radici del pensiero" degli uomini del Terrore, lo storico Lucio Villari risponde che sono uomini per i quali "il buon governo consiste nella soggezione dell'interesse privato a quello pubblico". E aggiunge: "è questo, solo questo, il fondamento della democrazia moderna" [3].

L'urbanistica, sostengono i fautori della deregulation, è un insieme di "lacci e lacciuoli" che frena ogni sviluppo. E l'abusivismo è nato e si è sviluppato per effetto della pianificazione e delle sue "rigidezze". Nessuno dei numerosi propagandisti di questi slogan [4] spiegò mai per quale misteriosa ragione l'abusivismo era praticamente sconosciuto proprio in quelle zone del paese dove si era consolidata una "cultura della pianificazione", ciò che sembrerebbe dimostrare che l'abusivismo nasce invece, come difatti è nato e si è rigogliosamente sviluppato, là dove la pianificazione non c'è, o si riduce alla burocratica approvazione di un pacco di carte chiuso nel cassetto e là dimenticato.

Nel commentare a caldo la conclusione della vicenda si poteva legittimamente osservare che la questione del condono edilizio aveva provocato in Italia l'emergere di una vera e propria "cultura dell'abusivismo condonato". Una parte consistente dell'opinione pubblica considerava ormai l'abusivismo come qualcosa che non era un vero e proprio reato, ma una infrazione che, in un modo o nell'altro, può essere sanata senza neppure pagare un prezzo troppo elevato. Del resto, al tema del condono si era intrecciato, fino a saldarvisi, il tema della deregulation, consolidando così la convinzione che l'origine dell'abusivismo risiede nell'impraticabilità della pianificazione urbanistica. Sicché, in definitiva, l'abusivismo è potuto apparire come qualcosa di assimilabile a una "disobbedienza civile" nei confronti di regole ingiustificate e ingiuste: regole che, appunto, ci si è proposti di smantellare (e non di modificare e sostituire), completando l'oggettiva delegittimazione (mediante le deroghe e le deleghe) della pianificazione urbanistica.

Tutti dovrebbero riflettere con maggiore attenzione sui nessi tra la vicenda del condono dell'abusivismo e la più vasta questione della delegittimazione dell'autorità politica e amministrativa, dei partiti e delle istituzioni: soprattutto quanti ai nostri giorni pervicacemente ripropongono ulteriori sanatorie [5]. È indubbio infatti che il radicarsi della "cultura dell'abusivismo condonato" ha provocato un sostanziale e profondo indebolimento della credibilità della politica e del principio stesso dell'autorità dei pubblici poteri. Torniamo così al circolo vizioso tra abusivismo, opere pubbliche realizzate nella prassi dell'emergenza, degrado del territorio e dell'azione pubblica. Adoperiamo ancora una volta, per commentarlo, le parole dei magistrati della Corte dei Conti:

È di tutta evidenza che la localizzazione di opere pubbliche, al di fuori delle previsioni degli strumenti urbanistici ed alcune volte anche contro le scelte fondamentali poste a base della pianificazione, produce la crisi della strumentazione urbanistica e mette in dubbio la stessa ratio insita nella pianificazione relativa agli usi e alle trasformazioni del territorio[6].

[1] Legge n.47 del 28 febbraio 1985, Norme in materia di controllo dell'attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere abusive.

[2] Vezio De Lucia osserva che, nella fase della discussione della legge e nel regime determinato dai decreti-legge, l'abusivismo raggiunge il suo massimo storico. La dimensione dell'abusivismo passa infatti dai 65 mila alloggi all'anno del periodo '50-'60, dai 120 mila all'anno del periodo '61-'76, dai 115 mila all'anno del pe­riodo '77-'83, ai 200 mila nel corso del 1984. (V. De Lucia, Se questa é una città, Editori riuniti, Roma 1992; cfr.p.240).

[3] Intervista di Lucio Caracciolo a Lucio Villari, in:1789-1799, I dieci anni che sconvolsero, il mondo, n. 4, supplemento a La Repubblica, s.d.

[4] Tra i più attivi é giocoforza ricordare Lucio Libertini, in quegli anni (e per un lungo e nefasto decennio) autorevole e incontrastato responsabile per il settore, denominato all'epoca "Trasporti, casa, e infrastrutture" (sic) della Direzione del Pci. Libertini si é adoperato con tenacia per promuovere scelte devastanti soprat­tutto in materia di condono dell'abusivismo e di infrastrutture. Le sua attività provocarono, oltre a indignati articoli di ambientalisti come Antonio Cederna e Giuliano Cannata, due argomentate lettere di protesta ai massimi dirigenti del Pci, firmate da una quarantina di urbanisti di area comunista la prima, da un centinaio la seconda.

[5] E' il caso dell'on Monello, animatore della "marcia su Roma" degli abusivi siciliani ai tempi della di­scussione della legge. Ancor oggi eletto nelle liste del Pds, egli ha recentemente presentato una proposta di legge per la sanatoria delle costruzioni abusive realizzate in varie fasi, fino alla data odierna e, per alcuni aspetti, anche per l'abusivismo prossimo futuro.

[6] Corte dei Conti, cit., p.523.

In un'epoca dominata dall'individualismo proprietario, quale è quella che caratterizza la lunga fase dell'egemonia capitalistico-borghese fino alle sue più recenti mutazioni ed espressioni, quella subordinazione ha avuto bisogno di specifici strumenti tecnici perché le regole dell'individualismo proprietario non prevalessero nella città: dunque, là dove ciò - se fosse avvenuto - avrebbe prodotto un insostenibile caos. Per imprimere, all'azione dei singoli proprietari e costruttori, una regola d'insieme volta agli interessi collettivi, si è inventato nella seconda metà del XIX secolo il piano regolatore; e nei primi decenni del XX secolo si è compreso che era necessario accompagnare il piano con gli strumenti che rendessero possibile una politica fondiaria non soggetta al ricatto della proprietà fondiaria, e quindi finalizzata all'acquisizione preventiva delle aree da urbanizzare.

L'Italia è arrivata abbastanza tardi, rispetto agli altri paesi europei, a generalizzare la pianificazione urbanistica. Una buona legge fu quella approvata nel 1942, cinquant'anni fa, dalla Camera dei fasci e delle corporazioni Essa però rimase inutilizzata per molti anni, finché gli scandali esplosi all'inizio degli anni 60, e le stesse esigenze di efficienza del sistema produttivo, non indussero a generalizzarne l'applicazione. Quando questo avvenne, la Corte costituzionale, con una serie di sentenze pronunciate a partire dal 1968, fece emergere un nodo di fondo irrisolto: la contraddizione tra i "vincoli", e soprattutto quelli "di tipo espropriativo", necessariamente posti dalla pianificazione urbanistica alla utilizzazione edilizia della proprietà privata, e i la concezione proprietaria che intride il sistema giuridico italiano.

Sono passati quasi venticinque anni, e il nodo non è stato ancora sciolto. La legittimità dei vincoli urbanistici e delle indennità espropriative, e quindi della stessa pianificazione, sono messe in dubbio. È chiaro che questo fornisce alibi consistenti a chi vuole "regolare" l'uso del territorio a partire non dagli interessi della collettività, ma da quelli dei proprietari.

Essa di fatto si manifesta ogni volta che l'iniziativa delle decisioni sull'assetto del territorio non viene presa per l'autonoma determinazione degli enti che istituzionalmente esprimono gli interessi della collettività, ma per la pressione diretta, o con il determinante condizionamento, di chi detiene il possesso di consistenti beni immobiliari. Quando insomma comanda la proprietà, e non il Comune. Ma poiché il potere di decidere sull'assetto del territorio spetta, almeno formalmente, ai Comuni, ecco che, quando i proprietari vogliono incidere in modo sostanziale sulle scelte sul territorio (quali aree rendere edificabili, per che cosa, quanto, ecc.), essi devono contrattare le scelte con i rappresentanti di quegli enti.

Ci fu, nella storia della Repubblica italiana, un altro periodo in cui la subordinazione delle scelte urbanistiche agli interessi privati apparve come uno scandalo. Fu negli anni in cui le scelte di politica economica e sociale compiute per la ricostruzione postbellica (lasciare le briglie sciolte sul collo dell'edilizia privata) provocarono lo sfrenato divampare della speculazione fondiaria ed edilizia. Per ritrovare quei tempi, basta ricordare alcuni episodi degli anni 50 e 60 entrati ormai nella letteratura. Il sacco di Napoli, illustrato da Francesco Rosi nel suo memorabile film Le mani sulla città. Quello di Roma, denunciato dall'Espresso e dagli "Amici del Mondo" e indagato da Antonio Cederna, da Italo Insolera e da Aldo Natoli. E quello di Agrigento, che fornì a Mario Alicata l'argomento per il suo ultimo appassionato discorso parlamentare.

Non è forse allora l'urbanistica contrattata qualcosa di simile a quello che caratterizzò quegli anni? A prima vista, potrebbe sembrare. L'urbanistica contrattata può insomma apparire a qualcuno come una forma semplicemente ammodernata della vecchia, tradizionale speculazione fondiaria. (Così come, del resto, l'intreccio tra politica e affari affiorato a partire dalle iniziative del giudice Di Pietro sembra ad alcuni solo l'ennesima manifestazione della millenaria vicenda degli amministratori pubblici che si lasciano corrompere). Ciò che vorremmo sostenere invece è che l'urbanistica contrattata è qualcosa non solo di nuovo e diverso rispetto alla vecchia e nota speculazione, ma è qualcosa di infinitamente più grave, perché più penetranti e pervasivi sono i suoi effetti e le distorsioni che induce (che ha indotto) sull'intero ordinamento delle istituzioni e della società.

Ieri, si trattava di violazioni del sistema di regole dato. Oggi, della sostituzione, al sistema di regole date, di un nuovo e perverso controsistema di regole. Ieri, erano infrazioni e violazioni puntuali all'organizzazione istituzionale dei poteri. Oggi, è la costruzione di un contropotere.

E non è senza significato la differenza tra le reazioni sociali all'una e all'altra forma (quella di ieri e quella di oggi) della subordinazione dell'interesse pubblico a quello privato. Trenta e quarant'anni fa la speculazione fondiaria ed edilizia appariva immediatamente come uno scandalo, nei confronti del quale l'opinione pubblica (e non solo quella progressista) si ribellava, reagiva con forza e con durezza. Prima dell'indagine Mani pulite l'urbanistica contrattata era invece divenuta una prassi corrente e una procedura legittimata dalla costanza dei comportamenti: c'è da credere che il termine, se non fosse esplosa Tangentopoli, sarebbe comparso nelle prossime edizioni dei manuali di tecnica urbanistica o di diritto amministrativo.

Ma la portata di ciò che l'urbanistica contrattata ha rappresentato e rappresenta, le sue conseguenze per la società italiana, i rischi che essa comporta per la stessa democrazia potranno esser compresi meglio ragionando su alcuni casi concreti. Il caso tipico, quello che, nel 1989, fa esplodere la questione dell'urbanistica contrattata per la dura reazione del nuovo segretario del Pci, è Firenze. Da esso è utile partire in questa sintetica rassegna, non tanto perché sia l'episodio più grave di urbanistica contrattata, ma per il significato emblematico che ha assunto, e per il possibile punto di svolta che ha rappresentato.

Non pretendiamo di aver descritto compiutamente Tangentopoli. Ci stiamo, ancora, troppo dentro, troppo vicino. In qualche modo, ne siamo anche noi cittadini, ne condividiamo gli utili. Non ha tutti i torti Giancarlo Roscioni quando richiama l'attenzione sulla "piccola corruzione diffusa, quella che permette infiniti abusi in tutti i settori della vita amministrativa", e degli italiani denuncia "la mancanza di rispetto per gli altri e l'insensibilità per tutto ciò che è d'interesse collettivo" [1]. Esiste certamente, nei comportamenti collettivi degli italiani, un qualcosa, una propensione alla scelta individualistica, all'arrangiarsi e al fare da sé (in definitiva e al limite, a "fare i furbi" quando questo conviene più di quanto convenga rispettare le regole comuni) che rende lo scandalo di Tangentopoli non tanto lontano dallo "spirito dei luoghi": un evento che può addirittura sollecitare delle ammiccanti comprensioni, se non delle aperte solidarietà. Descrivere compiutamente Tangentopoli nel suo humus storico e sociale comporterebbe perciò estendere e affondare l'analisi ben al di là di quanto i nostri mezzi ci abbiano consentito, invadere altri terreni, coinvolgere altre competenze.

Un fatto resta però indubitabile. Se quelli cui abbiamo accennato sono gli atavici vizi di un'Italietta scaciata e opportunista, sottomessa e cialtrona, debole e arrogante, Tangentopoli non solo ha dato loro piena cittadinanza, ma ne ha promosso l'esaltazione: ha tentato di farli trascendere, da sopportati vizi, a celebrate virtù. I matematici insegnano l'utilità del concetto del limite per comprendere la norma. In questo senso è utile la lettura del libro di Gianfranco Bettin su Pietro Maso, il ragazzo che, con tre compagni, assassinò i genitori per ottenerne subito l'eredità, poiché illustra appunto una manifestazione-limite dell'ideologia che sta alla base di Tangentopoli. Secondo Bettin, il giovane Maso

è l'erede spaventosamente coerente di un sistema che vede nel denaro la radice della stabilità e del benessere, nonchè l'obiettivo e il conforto di ogni fatica. Un sistema in cui il valore di ogni cosa si misura in denaro. Come il lavoro e il patrimonio. Come la "bella vita", che solo il denaro può pagare. Pietro ha condotto alle estreme conseguenze gli insegnamenti ricevuti (...) Ripeteva: tu sei furbo, tu sei bravo, tu ci sai fare meglio di tutti. In un mondo di furbi nessuno ti fregherà mai.

È giusto però non fare d'ogni erba un fascio. È giusto, ed è necessario, distinguere i diversi gradi di responsabilità, ed è giusto non guardare soltanto al marcio, che certamente sembra oggi dominare l'orizzonte.

È giusto allora, in primo luogo, distinguere vizi privati e vizi pubblici per colpir più rudemente questi ultimi. È giusto, insomma, fare della distruzione di Tangentopoli il primo obiettivo di un'azione di risanamento morale: per le ragioni che fin qui sono venute emergendo, nel corso stesso della nostra narrazione, e anche per altre ragioni cui questa riflessione ci conduce. Perché, appunto, non solo guasti e nefandezze, non solo immoralità diffusa e prevaricante individualismo caratterizzano la società italiana. Accanto all'Italia dei furbi e dei furbastri, divenuti pienamente omogenei allo Stato dell'intercessione e dell'intermediazione, della raccomandazione e della regalìa, c'è un'altra Italia che con sommessa dignità si manifesta, e che da quella più appariscente e più forte viene calpestata e offesa.

Anche a proposito di questa Italia (quella in definitiva che plaude e aderisce alle iniziative dei giudici di Mani pulite) vengono in mente episodi recenti. E accanto alle statistiche degli evasori fiscali, vogliamo ricordare le lunghe file dei contribuenti romani che nella canicola ferragostana, due giorni dopo che era stata varata l'imposta straordinaria degli immobili, facevano la fila agli uffici del ministero delle finanze (ma il ministro e il segretario generale, appena promulgata la legge, erano andati in ferie nei mari del Sud, lasciando gli uffici nel caos e i cittadini nell'inutile disagio della gratuita attesa). E vogliamo ricordare le file "autogestite" che quotidianamente si formano negli uffici postali e nelle banche, testimoniando la capacità di assumere atteggiamenti rispettosi dei diritti gli uni degli altri: atteggiamenti che, a differenza che in altri paesi d'Europa, colpiscono nel nostro proprio perché si contrappongono a un'amministrazione, a una burocrazia, a un potere troppo spesso sciatti e ostili, troppo raramente "al servizio" del cittadino.

Il cuore di Tangentopoli

Sebbene i confini di Tangentopoli restino ancora da tracciare con una più precisa descrizione, il suo cuore, il suo "centro direzionale", crediamo comunque di averlo individuato. Esso sta nella politica. Più precisamente, nell'aver ridotto la politica a gioco per il potere, e aver reso il potere fine a se stesso: nell'aver ridotto il potere a unica finalità, rovesciandone e negandone così il valore di strumento per un fine d'interesse collettivo.

Non a caso, benché la componente statisticamente più consistente degli indagati dall'inchiesta Mani pulite appartenga all'area del Psi, e benché il craxismo costituisca in qualche modo l'ideologia e la professione di fede di Tangentopoli, la radice politica da cui la malavita politico-affaristica è germinata è quella del doroteismo: tipica figura politica (più e prima ancora che "corrente") di una Democrazia cristiana che veniva perdendo ogni sia pur discutibile finalità generale. Si può anzi sostenere che proprio il contagio operato con l'estensione del doroteismo alle altre formazioni politiche (in primo luogo al Psi, ma anche al Pci, entrato con il consociativismo nell'anticamera del potere e con le cooperative nella "cupola" degli appalti) abbia costituito la precisa matrice politica di Tangentopoli. Sebbene non si possa sottovalutare il deciso "salto di qualità" (se così possiamo chiamarlo) avvenuto nel passaggio dal doroteismo di marca democristiana a quello di stampo craxiano. Mentre il primo conservava le apparenze della rispettabilità e si nascondeva dietro il manto dell'ipocrisia (ma l'ipocrisia, diceva Chateaubriand, è in fin dei conti "l'omaggio che il vizio rende alla virtù"), il doroteismo degli anni 80 esibisce invece, presentandole come virtù, i suoi vizi di furbesca arroganza, di rampante arrivismo, di potervo sprezzo per le regole comuni.

Sembra comunque che la caratterizzazione "a dominanza socialista", che ha indubbiamente contrassegnato il primo anno dell'indagine Mani pulite, sia destinata a stemperarsi a mano a mano che l'indagine si estende: che dalla periferia e dalle amministrazioni locali si sposta verso le grandi centrali del potere pubblico (i ministeri, l'Anas, le Ferrovie, l'Iri, le banche, la Federconsorzi), da Milano verso Roma; dai luoghi insomma nei quali il Psi di Craxi si era ritagliato una cospicua fetta di potere (soprattutto nei settori delle opere pubbliche e dell'urbanistica), a quelli rimasti saldamente nelle mani della democrazia cristiana.

Solo "vittime" i funzionari del capitale?

Socialisti, democristiani, membri degli altri partiti di governo, e anche dell'opposizione "consociata": è solo dei politici la responsabilità? Non ne hanno gli imprenditori, gli amministratori delegati e i presidenti delle società, i "funzionari del capitale" pubblico, privato e cooperativo che hanno "dato" mentre gli altri (i politici, i pubblici amministratori) "prendevano"? Certo, tra le responsabilità primeggiano quelle degli eletti e dei politici: chiamati a garantire il bene comune, di questa funzione si sono fatti scudo e spada per accrescere la loro potenza (o la loro ricchezza) privata. E seppure abbiano concusso non per se, ma per la loro formazione politica, minore sarebbe forse la loro colpa sul piano della morale personale, maggiore certamente su quello della morale civile e politica.

Ciò detto, non ci sembra però di poter dire che, nel corso degli anni 80, la malversazione tangentizia abbia dovuto esser imposta, col ferro e col fuoco, da un manipolo di facinorosi politicanti alla plebe disarmata e riottosa del "mondo dell'impresa", incontrando resistenze cocciute ed estese, o quanto meno tenaci e generalizzate perplessità. Ci sembra invece che i meccanismi di Tangentopoli siano stati costruiti con il consenso, la partecipazione e spesso anche sulla base dell'esplicita richiesta delle categorie economiche interessate.

Cesare Romiti, nel parlare agli allievi della scuola militare della Nunziatella, sulla collina napoletana di Pizzofalcone, ha perso una occasione di verità il 17 ottobre 1992. L'amministratore delegato della Fiat ha commentato così le notizie che da qualche settimana tenevano l'apertura dell'informazione stampata e di quella teletrasmessa: "Occorre ristabilire il rispetto dei fondamentali principi morali all'interno dell'amministrazione dello stato e nei rapporti con la società civile, occorre restituire funzionalità e autorità alle nostre istituzioni". Parole sacrosante. Peccato che abbia dimenticato di aggiungere: occorre restituire alle imprese l'imprenditorialità e la concorrenzialità perdute.

Riformare gli appalti per ritornare alla concorrenza

"Tecnicamente" (anche questo ci sembra d'averlo, se non rigorosamente dimostrato, almeno ampiamente argomentato e illustrato), Tangentopoli è stata costruita mediante la surrettizia trasformazione delle regole che determinano il governo del territorio. In particolare, mediante la sostituzione della discrezionalità (sia essa la deroga alla procedura urbanistica o la cordata di imprese per l'acquisizione concordata delle commesse) alla regola generale (sia essa costituita dalla pianificazione urbanistica o dalla concorrenza economica), la sostituzione dell'emergenza alla strategia, dell'interesse immediato (e forte) all'interesse di prospettiva (e debole). È stata costruita utilizzando e inventando strumenti idonei, più di quelli tradizionali, all'estendersi del malaffare politico-affaristico.

È su due fronti che allora è necessario intervenire. Da un lato, per ricostruire un sistema di regole e di istituti per il governo del territorio. Un sistema di regole che, per quanto innovato rispetto a quello distrutto, non potrà certo servire a cancellare la possibilità del manifestarsi di episodi di corruzione e di malversazione (solo degli sprovveduti o degli ingenui potrebbero sperarlo), ma dovrà almeno renderne più difficile e rischioso il percorso, più limitata l'azione, più tempestiva la denuncia e la repressione. Dall'altro lato, per restituire alla politica, e ai partiti, la capacità di interpretare, conflittualmente e dialetticamente, le aspirazioni più "alte", gli interessi più generali, le speranze più universali, e di guidare il corpo sociale e le sue istituzioni alla graduale realizzazione di definiti e coerenti progetti politici.

Il dibattito sulle misure concrete da prendere per correggere gli "strumenti tecnici" di Tangentopoli si è concentrato, quasi esclusivamente, sul tema degli appalti: come, con quali procedure e garanzie, con quali rinnovati istituti si debba provvedere alla scelta dei soggetti e alla formulazione dei contratti relativi alla realizzazione delle opere e degli interventi il cui committente è lo stato, in tutte le sue articolazioni centrali e locali. La questione è indubbiamente rilevante.

Sono chiare alcune delle condizioni nuove che occorre determinare: un impiego corretto (e perciò limitato a casi specifici e speciali, accuratamente circoscritti e garantiti) dell'istituto della concessione; il ripristino pieno della concorrenza, nei confronti di qualsiasi categoria di soggetti economici e quali che siano gli istituti concorsuali e contrattuali impiegati; il superamento della revisione prezzi anche mediante l'impiego di meccanismi assicurativi; la distinzione tra progetto (e cioé formulazione della domanda chiaramente e compiutamente definita in tutte le sue caratteristiche e prestazioni) e sua esecuzione. Non si tratta di fare la rivoluzione. Si tratta semplicemente di "reinventare il capitalismo": di ripristinare le regole della concorrenza come metodo per scegliere la più conveniente combinazione dei fattori produttivi. Beninteso, più conveniente non per il brigante appostato sul ponte o sul valico, ma per il committente, cioé per il pubblico.

I disegni di legge su cui il Parlamento sta discutendo sembrano muoversi, sia pure contraddittoriamente, in questa direzione. Sarebbe un passo nella direzione giusta, che dimostrerebbe che da Tangentopoli le forze politiche possono, se lo vogliono, uscire. Ma un passo non basta. Non basta stabilire e applicare nuove norme per gli appalti e ripristinare la concorrenza. Non basta fare pulizia nel settore delle costruzioni e in quello dei servizi pubblici, accrescere la trasparenza, combattere la pratica delle tangenti, bustarelle, dazioni e così via. Non basta ripristinare la concorrenzialità tra le imprese. Occorre anche altro. Occorre in primo luogo, un impegno politico straordinario per ricostituire le regole del governo del territorio: per ripristinare e rinnovare ciò che nei terribili anni 80 è stato distrutto da una lobby estesa e articolata, avvolta da una rete di complicità che ha coinvolto pressoché tutti.

La pianificazione territoriale e urbanistica come metodo generale

"Serve un Piano" era il titolo di un articolo di Fulvia Bandoli che, sull'Unità del 24 giugno 1992, analizzava Tangentopoli per ricercarne le cause. Bandoli individuava la spiegazione del "perché la pratica delle tangenti si è tanto estesa e consolidata e sul perché ha toccato anche noi" anche e soprattutto nell'"abbattimento dei principi di programmazione e delle politiche di piano", abbattimento "che era la precondizione per far passare la filosofia della deregulation e una forte centralizzazione dei poteri e delle risorse". Da questa analisi Bandoli traeva le conseguenze indicando, come linea di soluzione, "una sorta di rinascita della politica di piano, di principi certi di programmazione territoriale e una radicale battaglia contro qualsiasi tipo di legislazione straordinaria e di emergenza", e l'impegno a "ricominciare a produrre idee e progetti organici sul regime degli immobili".

La soluzione giusta di un problema è in effetti già implicita nella sua analisi. E se l'ambiente propizio al maturare di Tangentopoli e al suo rapido diffondersi è stato artificialmente costruito mediante la delegittimazione dell'urbanistica, lo svuotamento della pianificazione e la demolizione delle leggi della politica fondiaria (e speriamo che il lettore che ci ha seguito fin qui se ne sia convinto), allora è evidente il che fare.

Occorre in primo luogo che la pianificazione territoriale e urbana diventi il metodo generale che la pubblica amministrazione adotta, a tutti i livelli (comunale, provinciale e metropolitano, regionale, nazionale) per decidere quantità, qualità e localizzazione degli interventi sul territorio, secondo procedure trasparenti. Lo richiede la domanda di efficacia e di efficienza, che promana da una società nella quale l'esigenza della parsimonia nell'impiego delle risorse si manifesta sempre più come una "virtù cardinale" (attuale come non mai è la verità programmatica dell'austerità, intuita dal Berlinguer del 1977), e lo richiede la domanda di trasparenza, base necessaria per una partecipazione responsabile, e quindi per la stessa democrazia.

Che cosa significa infatti pianificazione territoriale e urbanistica? Significa che le decisioni che comportano trasformazioni fisiche o funzionali del territorio (siano esse singole opere di notevoli dimensioni, come una strada o un porto o una fabbrica, o siano invece una pluralità di piccoli interventi, come una serie di case e casette o una rete di canalizzazioni, o siano cambiamenti delle utilizzazioni che comportino comunque differenze nel funzionamento dell'organismo urbano o territoriale) devono essere rispondenti a un disegno d'insieme che ne garantisca la coerenza nello spazio (così che, ad esempio, se in un luogo ho deciso di realizzare una riserva naturale, ai suoi margini non lascio espandere una zona industriale, e se in un altro luogo ho deciso di trasformare una caserma dismessa un una serie di uffici ho fatto in modo che il servizio dei trasporti sia in grado di garantirne l'accessibilità), e devono realizzarsi in modo che in ogni fase della vita sociale sia garantita una coerenza nel tempo (talché, ad esempio, le infrastrutture che consentono la mobilità delle persone e delle cose non vengano realizzate dopo la costruzione delle case e delle fabbriche e degli uffici, i servizi non vengano dopo le persone e così via).

Significa, ancora, non ridurre il governo del territorio alla redazione di un piano, concepito come un obbligo di legge da evadere una tantum, interamente affidato a professionisti esterni all'amministrazione pubblica locale (debitamente lottizzati, oppure scelti perchè vedettes celebrate dai mass media), disegnato come l'assetto futuribile d'una improbabile città ideale, scardinato poi mediante gli emendamenti consiliari alle norme, le varianti e variantine magari ad personam, le deroghe e le interpretazioni di comodo (in una parola, con una gestione casuale e corriva), e mai verificato nei suoi effetti. Significa assumere invece, come metodo del governo del territorio, la pianificazione intesa come attività sistematica dell'amministrazione, nella quale ciclicamente si susseguano le fasi dell'analisi e della conoscenza della realtà, della formazione delle scelte coerentemente tradotte in elaborati (grafici e normativi) precisamente riferiti al territorio, dell'attuazione e gestione di tali scelte nell'attività ordinaria dell'aministrazione (nei bilanci cone nelle politiche di settore), e infine della verifica dell'efficacia e del monitoraggio degli effetti.

Naturalmente, le scelte della pianificazione devono essere coerenti con una strategia politica, in funzione di un determinato progetto politico, riferite a un definito sistema di interessi. Devono perciò essere assunte da chi rappresenta la collettività nel suo insieme, cioé - nel nostro sistema costituzionale - dagli enti elettivi. E poiché le scelte non possono essere assunte tutte al livello più vicino al cittadino, al livello del comune (non è il comune che può decidere, ad esempio, la localizzazione di un nodo del sistema dei trasporti o di una università, e se ha una dimensione modesta neppure quella di una scuola media o di un ospedale, né l'organizzazione di un sistema efficiente di trasporti pubblici), ecco che si pone il problema che le scelte sul territorio assunte dai diversi livelli di governo (il comune, la provincia, la regione, lo stato) siano coerenti tra loro, e che il processo decisionale sia costruito in modo che nessuno distrugga o contraddica ciò che l'altro ha deciso, ma tutti partecipino alle decisioni secondo un sistema di regole che stabilisca con chiarezza a chi tocca, caso per caso, la responsabilità ultima della scelta.

La questione del regime degli immobili

Le scelte che la collettività compie sul territorio, e gli investimenti che essa opera per rendere il territorio utilizzabile, provocano consistenti effetti economici: è un fatto noto ma è opportuno ricordarlo, sia pure con la massima schematicità. Alcuni effetti agiscono nei confronti del profitto, soprattutto nel senso di ridurre o aumentare i costi di produzione (il sistema dei trasporti, a sua volta funzione del sistema delle localizzazioni insediative, rende più o meno costoso l'approvvigionamento e la distribuzione, ecc.ecc.). Altri agiscono nei confronti della rendita, nel senso di accrescere (o ridurre) il valore di un immobile (area o edificio che sia): un'area ben servita dal sistema dei trasporti, collocata in una zona dotata di servizi, asciutta e con un buon sottosuolo, non soggetta a rischi di inquinamento o inondazione, vale più di una che non abbia questi requisiti, o ne abbia solo alcuni; un'area o un complesso edilizio che possano essere trasformati per una utilizzazione più redditizia di quella attuale (edilizia residenziale invece di coltivazione agraria, o uffici invece di fabbriche) vale di più di una che debba conservare l'attuale utilizzazione, o addirittura debba "regredire" verso una meno conveniente.

In tutti i casi cui abbiamo ora accennato il proprietario dell'azienda o dell'immobile percepisce un utile prodotto da un lavoro della collettività. L'utile percepito dal possessore di profitto - questo è il punto che va sottolineato - è però ben diverso da quello del percettore di rendita. La differenza sostanziale può essere enunciata come segue. Per il percettore di profitto l'utile consiste in una riduzione percentuale dei costi che sopporterebbe, o che concretamente sopporta, per una cattiva organizzazione della città e del territorio; si tratta comunque di percentuali, più o meno modeste, del profitto complessivo prodotto dall'attività economica; e si tratta di un utile che corrisponde a una funzione sociale che il proprietario dell'azienda, in quanto ne sia anche il gestore, esercita. Per il percettore di rendita, invece, è il lavoro stesso della collettività (le decisioni e gli investimenti) che determina il valore ( almeno la sua parte di gran lunga più consistente): se la collettività non avesse deciso, con la pianificazione urbanistica, che quell'area può essere edificata, e non avesse realizzato la viabilità d'accesso, l'impianto fognario, le scuole e gli altri servizi che gli abitanti di quelle case utilizzeranno e così via, quel terreno avrebbe un valore determinato solo dalla sua utilizzazione agricola [2].

Poiché le cose stanno così, è evidente che le amministrazioni comunali, e chi con loro collabora nella redazione dei piani urbanistici (cioé di quegli atti che concretamente determinano la maggiore o minore trasformabilità di un'area o di un edificio), da un lato sono soggette a pressioni fortissime, dall'altro sono inevitabilmente nella condizione di premiare alcuni (nel senso di consentir loro di moltiplicare per dieci o per cento il valore del loro immobile), e di punire altri (cui ciò non viene consentito). Ed è altrettanto evidente che una simile situazione preoccupa fortemente anche dal punto di vista dell'equità, talché la Corte costituzionale è reiteratamente intervenuta colpendo sempre le disposizioni normative che determinavano sperequazioni troppo forti tra soggetti inizialmente nelle stesse condizioni.

Come superare questa situazione? Dopo trent'anni di dibattito e di elaborazione non è davvero difficile dirlo. L'indennità espropriativa dovrebbe essere riferita all'uso legittimo del bene da espropriare e agli investimenti effettuati su di esso dal proprietario, depurata quindi da ogni elemento derivante dalle scelte e dagli investimenti della collettività (quali le capacità edificatorie, derivanti dalla pianificazione). Per evitare troppo vistose sperequazioni, occorrerebbe contestualmente che ai proprietari non espropriati, nel momento dell'edificazione (o trasformazione) o della realizzazione economica del bene edificato (o trasformato), fosse sottratta, sotto forma di contributo di concessione o di imposta, la quota del valore finale derivante dalle scelte della proprietà, e cioé esattamente la parte corrispondente alla differenza tra il valore finale del bene e l'indennità di espropriazione [3].

Un simile meccanismo sostanzialmente coincide con lo spostamento, tendenzialmente integrale, della rendita immobiliare dal privato al pubblico, e - di conseguenza - con un forte disincentivo negli investimenti immobiliari. Coincide, insomma, con uno spostamento deciso degli impieghi delle risorse dalla rendita immobiliare (e dalle rendite finanziarie ad essa collegate) al profitto e al salario. Data l'entità quantitativa e il peso sociale e politico della rendita immobiliare nel nostro paese (la cui arretratezza è misurata anche da questo), è fortemente improbabile che una simile proposta possa ottenere i necessari consensi. Ciò non tanto per presunti effetti punitivi sul risparmio privato (sarebbe del tutto ragionevole riconoscere il prezzo pagato per un immobile da espropriare, sostituendo all'indennità espropriativa il valore documentato nel più recente atto pubblico, debitamente rivalutato), quanto perché una proposta legislativa di questa portata non potrebbe non far parte di un coraggioso progetto di trasformazione delle basi stesse su cui si è conformata la nostra economia e, con essa, la stessa società italiana. Basi, come si è detto, ben più intrise di rendite, sprechi, impieghi improduttivi, privilegi grandi e piccoli, che permeate di spirito imprenditoriale e degli altri "valori del capitalismo", di cui pure così spesso, particolarmente negli ultimi anni, si infarciscono i proclami e i discorsi.

Ripristinare la dialettica per ritornare alla politica

Più d'un commentatore lo ha rilevato. Tangentopoli ha potuto svilupparsi perché il nostro sistema politico è stato per troppi anni "bloccato": perché gli accordi di Yalta, e la supina accettazione, in Italia, delle loro conseguenze da parte delle forze omogenee al blocco a direzione statunitense, rendevano impossibile il tradursi dell'opposizione politica in opposizione di governo, e rendevano insomma del tutto astratta l'ipotesi di una alternativa di governo. Fino agli anni 70 l'opposizione politica era tuttavia alimentata da una decisa e robusta opposizione sociale, che pretendeva l'esercizio di una qualche incisivo controllo sul governo. Ciò non impediva che si manifestassero - lo abbiamo ricordato nelle prime pagine di questo libro - fenomeni anche vistosi di corruzione. Essi erano però ben lontani dall'assumere l'aspetto sistematico che le indagini giudiziarie, e le confessioni dei responsabili, hanno rivelato. La svolta degli anni 80, il tramutarsi della corruzione da eccezione a sistema, da fenomeno trasgressivo a prassi di regime, è stata resa possibile dal tendenziale annullarsi di ogni significativa e robusta opposizione politica e sociale. La sconfitta della classe operaia sulla scala mobile (oggi, abbiamo appreso, aiutata anche dai fondi occulti raccolti da Craxi con le tangenti) e il generalizzarsi del consociativismo sono stati i momenti cardini di un simile passaggio.

Uscire da Tangentopoli significa allora oggi ripristinare una dialettica sociale e politica. Significa agire nella società, per promuovere in essa una vera rivoluzione culturale . E significa rinnovare la politica: non solo e non tanto nel senso di "cambiare le facce", quanto in un senso ben più complesso e preciso. Significa infatti uscire dal consociativismo in modo strutturale e definitivo. Non con atti di buona volontà politica, e neppure con la decisione congressuale di un partito, ma con regole nuove sul funzionamento del rapporto tra cittadino ed eletto, tra partiti e istituzioni, che renda non solo necessario, ma inevitabile, costitutivamente obbligato, e perciò anche praticamente non eludibile, il porsi delle forze politiche, e delle realtà sociali e ideali che esse rappresentano, come le matrici di schieramenti alternativi ciascuno dei quali sia disponibile e capace di assicurare un governo del paese oppure, nel caso che sia perdente al confronto democratico, di esercitare una effettiva e tenace opposizione allo schieramento che l'elettorato ha preferito: naturalmente nella comune tensione a ricostruire, e poi difendere, uno "Stato delle regole". Si tratta insomma di assumere l'obiettivo sintetizzato da Gianfranco Pasquino nel felice slogan "restituire lo scettro al principe" [4]: in altre parole, quello di riconsegnare al popolo sovrano la facoltà di decidere, tutt'assieme, quale schieramento debba governare ognuna delle diverse istituzioni, sulla base di quale impegnativa e vincolante proposta programmatica, e attraverso quali persone.

È un obiettivo necessario, ma neanch'esso è sufficiente. Non bastano infatti le regole per l'alternativa: ne serve anche il contenuto. Ciò che serve, allora, è una società nella quale sia ripristinata la dialettica tra interessi, aspirazioni, esigenze differenti: in una parola, una società conflittuale. Non è questa, del resto, un'esigenza che discende direttamente dall'analisi che fin qui abbiamo condotta? Il grande privilegio che gli anni 80 hanno conferito alla rendita immobiliare, il ruolo di guida dei processi di urbanizzazione che essa ha assunto, il nuovo intreccio tra rendita immobiliare, rendita finanziaria e profitto che si è venuto consolidando, non possono certamente essere modificati senza far leva su profondi conflitti sociali ed economici, senza far scendere in campo gli interessi contrapposti, senza insomma che si determini una reale, e trasparente, dialettica sociale.

I riferimenti concreti, i "soggetti" di un'azione di sinistra non sono certo individuabili oggi con la semplicità del passato (una "semplicità", non dimentichiamola, che era nutrita da un secolo di riflessione e di prassi) né sono meccanicamente riconducibili alle "classi lavoratrici". Oggi, occorre far riferimento a categorie, ceti, bisogni, interessi meno direttamente riconducibili al processo produttivo e alle classi sociali, più complessi e complicati: o almeno, che così ancora appaiono ai nostri occhi. Sono interessi tra i quali comunque acquistano peso via via maggiore quelli del cittadino in quanto tale, dell'utente del territorio e della città. Quel cittadino che, ancor più dopo i terribili anni 80, e a causa di ciò che nel loro corso è accaduto(e in larga misura continua ad accadere), è colpito e minacciato - nelle degradate città e nei devastati territori in cui abita - nelle sue più elementari esigenze di vita: la salute, l'impiego del tempo, la possibilità di "essere sociale" (di incontrare, di conoscere, di scambiare), quella di lasciare ai propri discendenti un ambiente dove la vita sia ancora possibile, la storia non sia ancora cancellata, e l'ordine, la funzionalità e la bellezza non siano ancora un'utopia.

[1] Gian Carlo Roscioni, "Chi ha detto che siamo brava gente ?", Repubblica, 24 giugno 1992, p.28.

[2] Per avere un'idea dell'entità del valore derivante dalle decisioni della collettività vogliamo riferire un esempio recente, di cui si é occupata la magistratura. Le aree incluse nella variante Peep '91 di Firenze furono acquistate dalle cooperative a 20 mila lire a metro quadrato, e rivendute poche settimane dopo a 200 mila lire, senza che nessun investimento fosse intervenuto per modificarne la situazione oggettiva.

[3] La proposta di legge più definita e convincente lungo queste linee é quella redatta da Luigi Scano, riprendendo e sviluppando le elaborazioni dell'Inu dei primi anni 80 (dovute allo stesso Scano e a Guido Cervati), e presentata al convegno del Pds citato alla nota 112.

[4] Gianfranco Pasquino, Restituire lo scettro al principe, Laterza 1985.

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