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Su tutto si può discutere. L’ordinanza del giudice del Tribunale dell’Aquila potrà essere criticata, e anche contestata. Ma i giudizi unanimi e perentori (salvo pochissime eccezioni: grazie, Paolo Mieli) sono stati emessi subito, senza neppure aver letto quel dispositivo che insigni giuristi hanno giudicato ineccepibile. A me il crocifisso nelle aule non ha mai dato fastidio (mentre me ne darebbe molto il ritratto di B: se malauguratamente divenisse Presidente della Repubblica), ma penso che nessun uomo religioso possa oggi, nella civile e democratica Europa, presumere che la sua fede possa vincere per imposizione di legge. Credo nella superiorità dei valori elaborati dalla civiltà occidentale nei millenni della sua variopinta storia, ma non penso che siano gli unici al mondo, e men che meno che possano prevalere affidandosi alla forza.

Ho sempre pensato che questi fossero pensieri comuni al mondo della sinistra, a quello della solidarietà e a quello del liberalesimo: anzi, pensieri normali. Quando ho contribuito a scegliere chi eleggere ai vertici delle istituzioni ho sempre pensato che i miei candidati fossero persone che sanno anteporre il ragionamento all’impulso dell’emozione, il pensiero al turbamento. L’episodio del crocifisso di Ofena ha fatto vacillare le mie certezze.

La mia preoccupazione è stata ribadita, pochi giorni dopo, dalle reazioni febbrili all’annuncio che, richiesti di esprimersi tra quale, tra quindici stati del mondo (compresa l’Europa) costituisse oggi la maggiore minaccia per la pace, la maggioranza degli interpellati abbia risposto Israele. E allora? Possibile che noi, civili europei, colti giornalisti, pensosi pensatori, eminenti statisti, navigati politici, non si sia imparato a distinguere Stato e razza, governo e religione? Possibile che non si possa criticare Israele senza passare per antisemiti? Soprattutto in una situazione nella quale (come tra il Giordano e il Mediterraneo) la piaga purulenta della pluridecennale riduzione di generazioni di palestinesi nei campi di concentramento (e non è certo Yasser Arafat il colpevole di questo regime concentrazionario) ha formato vivai di ribellione e di terrorismo, dove il diritto dei popoli e le pronunce degli organismi internazionali sono stati ripetutamente e impunemente violati, dove l’unica legge avvertibile nei rapporti tra popoli l’uno all’altro ostile è “occhio per occhio, dente per dente”.

A me sembra del tutto ragionevole che oltre la metà degli europei interpellati abbia posto, tra i paesi che più minacciano oggi la pace, Israele insieme all’Irak, alla Nord Corea, all’Iran e agli USA. Sì possono certamente avere altri pensieri e formulare altre graduatorie, si può valutare diversamente l’eccesso di autodifesa di Sharon, ma da questo a indignarsi e tacciare di antisemitismo quegli europei che quell’eccesso lo ritengono deleterio e rischioso per la pace, mi sembra davvero inquietante.

Mi domando le ragioni di questa apparente generalizzata incapacità di ragionare, di sceverare, di distinguere. Non so trovarle. Qualcuno mi aiuta?

È una questione di cultura, innanzitutto. I paesaggi campani sono tra i più antichi e nobili del mondo: basta pensare ai terrazzamenti della costiera amalfitana e di quella sorrentina; basta pensare ai feracissimi terreni della piana tra Napoli e Caserta, resi tra i più fertili del mondo dalle millenarie ceneri vesuviane. Basta pensare ai Campi Flegrei, straordinari per l’intreccio di rarità geotermiche e lasciti greci e romani.

È una questione di sicurezza per le vite e le risorse umane. Desta orrore leggere che sulle pendici a rischio del Vesuvio, nella “zona rossa”, si concede ancora di costruire (si veda il Corriere della sera del 25 ottobre, che denuncia: “Ai piedi del Vesuvio ogni giorno si scoprono nuovi cantieri. Nei paesi della zona rossa, quelli a più alto rischio in caso di ripresa dell’attività eruttiva del vulcano, si continua a costruire. E non abusivamente, ma con tanto di licenza edilizia”). E com’è possibile che si debba oggi ancora temere ad ogni pioggia per i paesi e i paesani nella piana del Sarno?

Ed è infine una questione delle risorse economiche offerte da un’agricoltura pregiata. Il valore (anche economico) delle uve e dei limoni, degli ortaggi e dell’olio, delle albicocche e delle cerase, dovrà scomparire per il proliferare di case, casarelle, capannoni e capannoncini, così come sono scomparsi dalla Piana del Sarno i famosi Sammarzano cacciati dai veleni industriali e da quelli degli additivi chimici? Proprio oggi, che le produzioni agricole di qualità (e di nicchia) cominciano a essere fruttuosamente commercializzate e trovano accoglienti mercati nel mondo?

La Campania ha tre importanti scadenze, e tre possibili strumenti, in questa settimane. Quello che richiede un intervento più urgente è il Piano territoriale provinciale di Napoli. Ha preoccupato molto l’affermazione dell’assessore all’urbanistica, secondo il quale il piano tutelerebbe 30mila ettari di aree a produzione agricole: meno del 30% della superficie territoriale, contro il 45% attuale (e l’80% del 1960). Come preoccupano le norme che affidano al completamento urbanistico i 15mila ettari denominati “aree di frangia”: aree che comprendono le terre murate, gli aranceti e gli arboreti promiscui della penisola sorrentina, porzioni significative dei versanti collinari flegrei, con gli orti arborati ad elevata complessità strutturale dei ciglionamenti medievali, e infine quote cospicue degli orti arborati ed albicoccheti del pedemonte Vesuviano. Si è nella fase delle osservazioni: si può correggerlo

La regione sta predisponendo due atti: il piano territoriale, e la legge urbanistica regionale. Potrebbero essere strumenti utilissimi, se mettessero dei paletti seri all’occupazione edilizia dei territori aperti. Se il primo non fosse una mera descrizione della realtà e l’indicazione di “direttrici strategiche”. Se la legge non fosse tutta di procedure volte a razionalizzare il trend, ma ponesse alcune coraggiose scelte di merito.

Per esempio, se stabilisse che “nessuna risorsa naturale del territorio può essere ridotta in modo significativo e irreversibile in riferimento agli equilibri degli ecosistemi di cui è componente”. Che “le azioni di trasformazione del territorio devono essere valutate e analizzate in base a un bilancio complessivo degli effetti su tutte le risorse essenziali”. Che “nuovi impegni del suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti quando non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e infrastrutture esistenti”. Che il territorio agricolo non vale solo per la generica funzione produttiva, ma anche per il suo valore e la sua utilità“storico-culturale, estetico-percettiva e paesaggistica, di mantenimento dei cicli idrologici e biogeochimici e di riproduzione delle risorse di base (aria, acqua, suolo)”, e per la sua idoneità a costituire delle “cinture verdi per l’attenuazione degli impatti locali e globali dei sistemi urbani, di risorsa per lo svago e la vita all’aria aperta”. Che alla pianificazione provinciale spetta, tra l’altro, “di evitare ingiustificati consumi di suolo e di tutelare l’integrità funzionale e strutturale dei sistemi ecologico-naturalistici, agro-forestali, paesaggistici e storico-culturali”. Che il piano comunale ” garantisce l’integrità strutturale e funzionale del territorio agricolo, forestale e naturale”. Che, a tal fine, “il piano comunale determina come invariante strutturale la linea che separa il territorio urbano da quello aperto”, e stabilisce che in quest’ultimo “è vietata qualunque trasformazione che non sia finalizzata agli usi specifici del territorio rurale stabiliti dalla legge regionale”.

Una legge urbanistica che ponesse questi paletti sarebbe una legge utile. Un piano regionale che avesse alla sua base questi principi, sarebbe un documento condivisibile. Un piano territoriale provinciale che fosse emendato in questa direzione, sarebbe adeguato alle esigenze del futuro.


Paesaggi della Campania, dai Sistemi di terra di Antonio Di Gennaro, dal sito di Risorsa

B. dispone oggi in Italia di un potere che nessuna costituzione razionalmente costruita in una società occidentale poteva immaginare. Ciò dipende dal concorrere di due eventi.

Da un lato, i meccanismi di rafforzamento dei poteri degli organi esecutivi (il presidente del consiglio dei ministri e il governo nazionale, come i sindaci, i “governatori” regionali e le rispettive giunte) rispetto agli organi collegiali e pluralisti (il parlamento, i consigli), che sono stati introdotti negli ultimi anni (tutti d’accordo) per “garantire la governabilità”..

Dall’altro lato l’evento, assolutamente unico nei paesi occidentali, del giungere al massimo vertice del governo di un uomo che detiene un potere monopolistico nel settore delle comunicazioni: di quel “quarto potere”, cioè, il cui peso non è stato in alcun modo regolato dalla cultura e dalla prassi delle istituzioni che, negli ultimi tre secoli, si sono occupate esclusivamente dell’equilibrio tra gli altri tre, classici poteri (il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario).

L’esistenza di questo potere straordinario non incontra un efficace limite nell’opposizione: sia per la sua attuale frammentazione, sia per la sua rappresentanza parlamentare, di molto inferiore rispetto al suo peso nell’elettorato. Gli unici due limiti effettivi consistono nel Capo dello Stato e nella Magistratura. Il primo è un limite temporaneo: il mandato di Ciampi scadrà, e il trend non è tale da far presumere che sarà sostituito, che so, da Tina Anselmi. L’unico vero limite (in assenza del quale il potere di B. non sarebbe straordinario, ma “sconfinato”), è la magistratura. Da qui il grande impegno di B. e dei suoi giannizzeri contro il Terzo potere.

Se così stanno le cose, io credo che l’argine che ci separa dal regime sia davvero molto sottile. La sua fragilità dovrebbe indurci a due decisioni: evitare qualunque azione che possa indebolirlo; impiegare ogni energia per far cessare al più presto l’anomalia di quello straordinario (e tendenzialmente sconfinato) potere.

A me sembra perciò che l’antiberlusconismo non sia un “tallone d’Achille” né, come altri hanno detto, una “ossessione”, ma semplicemente la consapevolezza della centralità e urgenza, in Italia, della questione democratica: dove per democrazia non si intenda la mera procedura elettorale, ma la corrispondenza la più profonda possibile tra volontà dei governati e azione dei governanti (ossia, tra il popolo sovrano e gli esecutori della sua volontà).

Certo, per battere Berlusconi occorre seguire anche le procedure elettorali che sono uno strumento della democrazia, e uno dei più importanti. Ma battere Berlusconi è un prius rispetto a ogni altra scelta. Perciò sono contrario, oggi, all’astensionismo. Perciò sono favorevole a ogni sforzo per costituire un fronte comune, aggregando le forze più diverse per raggiungere l’obiettivo primo (purché, ovviamente, condividano le ragioni democratiche della scelta). Perciò sono preoccupato per qualsiasi accordo che, in cambio di risultati parziali, comporti un rafforzamento di Berlusconi.

Stiamo attenti però. Battere Berlusconi non significa battere il berlusconismo. Questo si è infiltrato in strati molto vasti del mondo politico, e della stessa società. È il risultato della combinazione tra mali antichi della politica italiana: il doroteismo, il potere come fine a se stesso, e il craxismo, la modernità come valore, la corruzione come strumento neutrale del potere. (A questo miscuglio di per sé pestifero B. ha aggiunto la riduzione dell’interesse generale all’interesse del Dominus, con un salto all’indietro all’età delle monarchie assolutiste). È il prodotto della caduta degli ideali, dei “progetti di società”, delle visioni escatologiche, della capacità della politica di guidare la società verso il futuro interpretandone le speranze più alte.

Per battere il berlusconismo (impresa di ampio respiro) bisognerebbe che la politica riprendesse il suo ruolo. Che non cadesse più nell’errore di illudersi di sconfiggere l’avversario assumendone le parole d’ordine e gli obiettivi, come pure il centrosinistra ha fatto nell’intero decennio che è alle nostre spalle, tessendo in tal modo il tappeto rosso che ha agevolato l’accesso di Berlusconi al potere. Se gli slogan condivisi sono “meno Stato e più mercato”, “privato è bello”, “tagliare i lacci e laccioli che intralciano l’impresa”, allora, regime o non regime, Berlusconi è più convincente di D’Alema.

Una prima ragione sta in questo: che è l’ultima volta che in Italia la politica ha dato speranza, alle donne e agli uomini. Perciò la straordinaria commozione che sollevò la sua morte. Perciò la trasversalità del suo rimpianto (che ha toccato persone che militavano in ogni formazione, che votavano per ogni lista, che credevano in ogni fede). Perciò, ancora oggi, le reazioni immediate da ogni versante se qualche sprovveduta valutazione ne sminuisce la figura.

Ma cerchiamo di andare un po’ più avanti. Domandiamoci perché Berlinguer ha saputo dare speranza.

Per dare speranza, la condizione necessaria è dare fiducia; e Berlinguer, pur così schivo, così alieno dall’apparire prima di essere, così disinteressato dall’impegno a “bucare lo schermo” (così lontano, quindi,dal vizio capitale che macchia oggi quasi tutti i politici), dava fiducia. Le sue parole venivano accolte come vere, schiette, sincere. Il suo essere politico veniva sentito come dedicarsi al servizio di un’idea per gli uomini. Si poteva non essere d’accordo con lui, ma non si poteva dubitare dell’onestà delle sue analisi e delle sue proposte.

Sulla base di questa condizione, Berlinguer ha saputo proporre strategie che non riguardavano mai soltanto l’interesse del suo partito, e neppure solo quello delle classi, della nazione e del popolo che direttamente rappresentava ed esprimeva. Ha avuto la capacità di vedere, anticipandoli, i temi grandi della sua epoca, e di indicare per ciascuno di essi una soluzione possibile.

Comprese che gli errori dell’Occidente avevano condannato al deperimento la speranza sollevata dalla Rivoluzione d’Ottobre, che quindi il Socialismo reale era un guscio svuotato d’ogni capacità di progresso. Propose l’ Eurocomunismo perché si riprendesse la via d’una nuova sinistra nel mondo, superando le miopie accomodanti e gli estremismi fuorvianti che avevano lacerato le sinistre europee.

Comprese che le riforme strutturali del paese (le riforme della società, non quelle, nelle quali oggi ci si attarda, delle sue cornici istituzionali) richiedevano una maggioranza che si poteva trovare solo rompendo gli schieramenti. Propose il Compromesso storico come alleanza strategica tra le grandi correnti di pensiero, e le forse sociali e politiche che ad esse si ricollegavano, per costruire un progetto comune.

Comprese (primo tra i politici italiani) che la prospettiva del disastro ambientale e quella di un crescente divario, fino alla rottura, della forbice tra paesi ricchi e paesi poveri non potevano essere scongiurate se non affrontando alla sua radice lo spreco immane di risorse che un consumo asservito alla produzione determinava. Propose l’ Austerità come indirizzo per instaurare giustizia, efficienza, ordine e “una moralità nuova”.

Comprese, prima dei valorosi giudici di Mani pulite, che la politica stava scivolando nell’affarismo non come accessorio, ma come obiettivo dei giochi di potere; da ciò, come molti commentatori hanno ricordato in queste settimane, il suo rifiuto alle offerte consociative di Craxi. Propose la Questione morale come centrale per riaffermare la dignità della politica, la sua capacità di lavorare per un trasparente sistema di obiettivi coerentemente perseguiti.

Spero che i materiali (solo un inizio, per ora) che ho raccolto nella cartella a lui dedicata facciano comprendere la realtà e il valore di Enrico Berlinguer anche a chi non ha vissuto i suoi anni partecipandone gli eventi. E che le poche immagini riescano ad esprimere qualcosa della sua ritrosa capacità di incontrare i cuori delle persone.

Vai alla cartella dedicata a Enrico Berlinguer

La discussione nata dal delitto malavitoso di Rozzano si è tradotta in una critica ai prodotti più appariscenti (e certamente non tra i peggiori) della cultura architettonica e urbanistica moderna. Abbandonando rapidamente le denunce alle periferie prodotte, negli anni Cinquanta e Sessanta, dalla più ignobile speculazione fondiaria ed edilizia, la deprecazione si è rivolta ai risultati degli sforzi compiti negli anni Settanta e Ottanta per proporre modelli diversi da quelli allora prevalenti: gli enormi scatoloni di dieci o quindici piani accostati l’uno all’altro senza spazio se non quello degli stretti corridoi lasciati all’automobile.

Singolare che nessuno abbia confrontato i requisiti oggettivi dei quartieri di edilizia economica e popolare di Rozzano (con i larghi viali alberati, i giardini decentemente curati e i marciapiedi in ordine) ai quartieri di Torpignattara o della Balduina a Roma, di Pianura o dell’Arenella a Napoli, di viale Zara a Milano o di viale Lazio a Palermo: i mostruosi prodotti, cioè, di quelle due operazioni (la divisione del terreno in lotti tutti fabbricabili, e la moltiplicazione dell’area di ciascuno di essi per il numero dei piani abitabili) a cui si riduce, secondo Leonardo Benevolo, la speculazione immobiliare. Ma tant’è. È più facile additare come “mostri” episodi singolari (si chiamino essi Corviale o Le Vele, lo Zen o Laurentino 38) che affrontare l’analisi dei meccanismi generalizzati di appropriazione privata di beni comuni (tale è infatti il territorio urbanizzato), che ancora agiscono nella città.

Voci ragionevoli si sono pur levate (e in questo sito ne ho raccolte molte). Hanno ricordato come l’origine del disagio della vita in quei presunti “mostri” sia nella cattiva amministrazione, che non ha saputo né dotarli della necessaria mixitè sociale, né completarli con i previsti servizi sociali e con l’attrezzatura dei progettati spazi pubblici, né garantire l’indispensabile manutenzione, e nemmeno garantirne la custodia. Certo, ai difensori di Corviale e dello Zen si può obiettare che un buon urbanista deve comprendere quali sono i caratteri del contesto politico e amministrativo, e tenerne conto. Ma non è insensata la loro replica, quando ricordano l’enorme fabbisogno abitativo insoddisfatto cui occorreva dare risposta, e insieme il clima di accesa speranza in un veloce rinnovamento della politica e dell’amministrazione che caratterizzava gli anni nei quali quegli episodi sono maturati. Anni, ricordiamolo, in cui la “riforma urbanistica” era al centro delle parole d’ordine della politica, e i sindacati dei lavoratori riempivano le piazze di affollati cortei per chiedere “la casa come servizio sociale”.

L’articolo di Paolo Desideri, al quale mi sono riferito aprendo questo pezzo, chiarisce però almeno uno dei termini del problema. Se da una parte (quella dei difensori delle ragioni del patrimonio culturale dell’urbanistica e dell’architettura moderna) si è evocata l’epoca delle battaglie per le riforme della società, dell’affermazione degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, delle speranze di un rinnovamento della città basato sull’uguaglianza dei diritti e sulla condivisione dei destini, Desideri preannuncia lucidamente un’epoca ben diversa. Afferma infatti: “Più consona alle attese e alla cultura abitativa dell’uomo contemporaneo, le tipologie autocostruite della città non pianificata, le casette della città diffusa, rappresentano la mediocre utopia liberista di un soggetto che in quelle architetture senza architetti realizza il suo contraddittorio paradiso individualista” ( Repubblica, 18 settembre 2003).

È proprio così. Questo è il mostro che il possibile (non inevitabile) futuro ci prepara: proliferazione dell’abusivismo, dissipazione del territorio, degradazione del paesaggio, spreco di suolo e d’energia, dissoluzione dei vincoli sociali, chiusura nel privatismo – e asservimento al Grande Fratello padrone dell’etere e delle coscienze, suscitatore .

Se posso buttarla in politica, direi che all’epoca degli uomini di Togliatti, De Gasperi e Nenni, di Pertini, Moro e Berlinguer, Desideri oppone come inevitabile l’epoca degli uomini di Berlusconi. Speriamo che, oltre a intravederla, quest’epoca non la desideri.

Vedi anche Periferie

In un articolo che ho scritto per la rivista Areavasta (e che inserirò nel sito appena possibile) tento di dare qualche elemento in questa direzione. In estrema sintesi, la mia tesi è che gli interventi proposti e la forma istituzionale adottata per studiarli, sperimentarli, progettarli, eseguirli, sono entrambe in palese opposizione con la possibilità di conservare la Laguna così come è: cioè nel suo carattere essenziale di sistema ecologico in permanente equilibrio tra due destini opposti, ed entrambi distruttivi (terra o mare), grazie unicamente al saggio impiego di una costante azione locale di manutenzione/trasformazione svolta guidando e assecondando (ma non stravolgendo né violando) le leggi e i ritmi della natura.

Certo, un’azione siffatta sarebbe in palese contrasto con le leggi che hanno governato lo sviluppo negli ultimi due secoli. Ma sarebbe perciò stesso anche la sperimentazione pratica d’un modo oggi innovativo di affrontare un problema di frontiera, che è aperto in tutto il mondo: quello di gestire il difficile rapporto tra la soddisfazione delle crescenti esigenze dell’uomo e il rispetto dei limiti e delle qualità delle risorse che il pianeta e la sua storia mettono a disposizione nostra (e dei nostri posteri).

È evidente che da un impegno determinato e “alto” in questa direzione potrebbe nascere un nuovo progetto di sviluppo di Venezia e dell’intera Città metropolitana, fondato sulla cultura della qualità e non della crescita quantitativa, sulla conoscenza e sulla fruizione delle straordinarie ricchezze dell’ambiente naturale e storico e non sulla loro dissipazione consumistica, sulla valorizzazione intesa come restituzione di valori esistenti e non come accrescimento del valore fondiario.

Ma quando mai le forze politiche riprenderanno d affrontare simili temi,a costruire e a proporre un progetto di città e di società, invece di affannarsi alla ricerca del consenso immediato (poco importa se dei commercianti o dei proprietari immobiliari, dei gondolieri o delle grandi holding) da spendere alle prossime elezioni?

Le forze politiche, ecco l’altro tema cui voglio accennare: che fanno in Italia? Su che dibattono e si dividono? Non parlo di quelle sul versante berlusconiano, parlo di quelle alle quali vorrei affidare qualche speranza. Magari non per “i domani che cantano” (i lendemains qui chantent di Paul Èluard), ma per un domani democratico come era quello di De Gasperi e Togliatti, e quello di Moro e Berlinguer: quello della Prima repubblica. Insomma, un domani un po’ più simile all’Europa delle grandi socialdemocrazie e della destre civili.

Sul versante opposto a Berlusconi il tifo è tra i fautori del partito unico e quelli dell’alleanza di partiti diversi (Ulivo si, Ulivo no), tra i modi di arrivarci o di non arrivarci, tra le tecniche da adoperare perché nessuna perda nulla del potere che ha (e magari ne guadagni).

È palese a tutti che non sono questi i problemi reali. Sembra a me (che sono solo un osservatore della politica) che quelli centrali siano due: come restituire all’Italia una competitività economica che ha perso. Come impedire che la deriva impressa da Berlusconi alle nostre istituzioni (ivi compreso il quarto potere, la pubblica comunicazione) non arrivi definitivamente al regime verso il quale è ossessivamente avviata.

Che quest’ultimo sia un rischio drammatico il presidente del maggiore partito del centrosinistra non l’ha compreso, visto che continua a deprecare la “ossessione antiberlusconiana”. Ha dovuto ricordarglielo un vecchio cattolico e democristiano, Oscar Luigi Scalfaro. Gliene sono grato.

L’episodio si presta a due ordini di considerazioni. In primo luogo, dopo oltre un decennio di esperienza è possibile fare un bilancio dell’applicazione degli “strumenti innovativi” e dei loro effetti sulla città. A Bologna la benemerita Compagnia dei Celestini si è impegnata da tempo in un’analisi accurata. Essa conferma l’esito deludente (perfino in una città nella quale l’amministrazione dell’urbanistica è stata storicamente all’avanguardia) delle “innovazioni” facilone introdotte in Italia. Le valutazioni sugli esiti dimostrano infatti l’inconsistenza da un lato, la negatività dall’altro dei risultati raggiunti. Non hanno cambiato in meglio l’assetto delle città, non hanno introdotto in modo generalizzato (o almeno ampio) nuova qualità urbana, non hanno ridotto i tempi del processo delle decisioni: non hanno insomma prodotto i risultati che dovevano motivarne l’esistenza e lo “strappo” rispetto alla pianificazione tradizionale. Invece, hanno rivelato la loro vera natura: strumenti per restituire alla valorizzazione privata aree destinate dai piani urbanistici a funzioni pubbliche, per derogare alle norme garantiste relative alle densità edilizie e agli altri parametri finalizzati alla vivibilità e all’igiene, in una parola, per derogare nell’interesse privato dei proprietari immobiliari alle norme poste nell’interesse dei cittadini.

Anche a Bologna, e non solo negli anni di Guazzaloca. Il programma dei 26 PRU è infatti il prolungamento (ovviamente peggiorato) di una linea già percorsa dalla giunta Vitali. Il centrosinistra aveva promosso, mediante il medesimo strumento, il doppio delle costruzioni avviate adesso: anche allora, sulla base delle richieste degli immobiliaristi, su aree aventi una diversa destinazione di PRG. La continuità della politica urbanistica della giunta di centrodestra con quella di centrosinistra è probabilmente la ragione per cui i DS si sono presentati divisi sulla valutazione del programma dei 26 PRU.

Una simile continuità, in un campo delicatissimo nel quale da sempre Bonomia docet, ove persistesse sarebbe per il nuovo candidato sindaco Sergio Cofferati uno scoglio forse più duro dello stesso Guazzaloca. Gli auguro di cuore di superarli entrambi: per Bologna ma anche per il significato più generale che una decisa correzione di rotta avrebbe.

Esemplare del clima che si è già instaurato è il modo in cui i mass media hanno informato sulla vicenda di Rete Quattro. Per la stragrande maggioranza dei giornalisti della televisione (privata e pubblica: ormai lo stile e le veline sono uguali) il dramma del giorno era il destino di Emilio Fede e della struttura che dirige. Sembra che i cattivi, i comunisti (nelle cui file è arruolato, non da oggi, il presidente Ciampi) abbiano come unico obiettivo togliere il posto ai lavoratori della Mediaset in odio al loro padrone. Ma quanti hanno messo in evidenza che quel posto è usurpato? Quanti hanno informato che Berlusconi e Fede lo hanno illegittimamente sottratto a un altro gruppo, che da anni ha avuto l’assegnazione di quelle frequenze e che, nonostante avesse tutti i titoli in regola, non l’ha ottenuto per la proterva prepotenze dalla banda B.?

Il dominio è già quasi completo. Bisogna chiudere il cerchio, completamente. Le voci di dissenso possono rimanere, ma devono diventare del tutto marginali. Può restar vivo qualche circolo intellettuale, ma l’opinione pubblica “di massa” deve ricevere la voce d’un solo padrone: deve guardare una sola televisione. Questo è il disegno. Questo spiega perchè Ciampi (così esitante a usare il suo diritto/dovere di rinvio alle camere) non ha firmato la legge Gasparri. Questo motiva l’incredibile scandalo dell’evento di Natale, B. che come primo ministro firma il decreto che premia B. come imprenditore (e punisce l’imprenditore che aveva ottenuto la concessione usurpata da Rete Quattro).

e’ una vergogna difficile da sopportare. È un piano inclinato nel quale si scivola sempre di più. E l’opposizione? Gioca, litiga, balbetta, si divide, parla d’altro. Le differenze sono certo profonde tra Fassino e Di Pietro, tra Bertinotti e Parisi. A me personalmente Rutelli e D’Alema non piacciono affatto, nel senso che non sono d’accordo con le loro posizioni su molte cose (in primo luogo, sol modo di affrontare il berlusconismo, che il secondo ha addirittura favorito). Ma, come ha scritto Paolo Sylos Labini ( Berlusconi e gli anticorpi, Editori Laterza, 2003), il compito più urgente è non dare tregua a Berlusconi. Vincerlo, a cominciare dalle prossime elezioni.

Riuscire a far questo è l’unico augurio che riesco a formulare per il 2004, a me e ai miei amici. A combattere il berlusconismo che è fra noi penseremo dopo.

Intanto, i fatti. Un bravo agronomo, appassionato del suo mestiere e professionalmente serio, ha analizzato il PTCP di Napoli e ha scoperto che gran parte delle aree agricole più pregiate erano lasciate senza tutela, affidando alla disponibilità dei comuni la maggiore o minore trasformazione, in alcuni casi prevedendola esplicitamente. Conoscendo bene l’Italia, la Campania e la provincia di Napoli, lui e quanti hanno avuto modo di esaminare le sue carte (e quelle del piano) si sono fortemente preoccupati. Si sa che, tra la possibilità di coltivare e quella di edificare, il dio mercato sceglie la seconda alternativa, e la maggior parte dei comuni pure. I pochi che hanno visto questo rischio hanno gettato gridi d’allarme. Una volta tanto l’opinione pubblica è stata allarmata.

Alcuni uomini politici, di rilievo nazionale, si sono allarmati anch’essi. Nelle sedi istituzionali più vicini al fatto è esplosa una bagarre: dichiarazioni, dimissioni, critiche e recriminazioni. La politica è apparsa imbarazzata: ha compreso di aver compiuto (o lasciato compiere) un errore, ma non è sembrata capace né di valutare la portata dell’errore né l’opportunità (la convenienza) di porvi riparo. Più che il merito della questione (è necessario o no tutelare ambienti e paesaggi di eccezionale valore ecologico, culturale, produttivo anche sacrificando le prospettive di sfruttamento immobiliare? come utilizzare quello strumento, il PTCP, per raggiungere quell’obiettivo?) hanno dominato gli sforzi di coprire l’alleato o scoprire l’avversario (magari all’interno della stessa formazione politica), e magari di coprirsi tutti quanti insieme (le elezioni sono vicine).

La cultura urbanistica, poi, è stata del tutto assente. Hanno taciuto le associazioni degli urbanisti (il cui ruolo sembra ridotto alla promozione professionale degli iscritti), e ha taciuto l’accademia (il cui ruolo sembra ridotto alla trasformazione in prodotti accademici degli incarichi di pianificazione). Se qualche eco la vicenda del PTCP di Napoli ha avuto in quegli ambienti, si tratta di cenni di fastidio “per il polverone sollevato”, o difese dell’autonomia dei comuni contro chi vorrebbe “immaginare vincoli totalizzanti che [ne] espropriano la potestà programmatoria”.

Mi sembra che si dovrebbe rispondere ad alcune domande, che vorrei porre con molta precisione nella speranza di avere, da qualcuno dei visitatori di questo sito, risposte altrettanto precise.

1. È vero o no che il PTC della provincia di Napoli, presentato dall’assessore Riano e adottato dal Consiglio provinciale a maggioranza di centrosinistra, consente di edificare in “25.000 ettari di aree agricole pregiate, che rappresentano il 42% circa delle aree agricole provinciali”, consentendo così di fatto “l’estinzione dei paesaggi agrari di più elevato valore ecologico-ambientale, storico ed estetico percettivo presenti nel territorio provinciale”, come ha dimostrato l’agronomo Antonio Di Gennaro?

2. È vero o no che la legge stabilisce che il PTC provinciale “indica le diverse destinazioni del territorio in relazione alla prevalente vocazione delle sue parti”, mentre tra i compiti che la legge attribuisce alla Provincia vi sono “difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell'ambiente e prevenzione delle calamità”, “valorizzazione dei beni culturali”?

3. È vero o no che, anche a prescindere dalla legge, sulla base di una corretta applicazione dei saperi dell’urbanistica e del principio europeo della sussidiarietà, la tutela delle qualità del paesaggio rurale, dei valori ecologici e culturali dei territori aperti, delle potenzialità della produzione agricola di qualità, non è cosa che possa essere affidata alla sfera delle competenze comunali perché palesemente trascende dalla loro scala e dalle loro competenze?

4. È vero o no, uomini della politica e delle istituzioni, che il primo dovere degli eletti e dei loro controllori più diretti è quello di operare perché nelle istituzioni si traducano coerentemente in atti amministrativi efficaci le promesse di tutela e valorizzazione delle risorse naturali, culturali, economiche presenti nelle aree nelle quali vi fate eleggere, e di rispetto per quanto di buono e di bello i nostri antenati hanno saputo costruire, perché anche i posteri ne possano godere?

5. E infine, colleghi urbanisti, è vero o no che la pianificazione del territorio, a scala provinciale e regionale, è vana esercitazione accademica se si riduce ad analisi, esortazioni, raccomandazioni, suggerimenti, direttive, prediche, ammonimenti, scenari e (mi si passi l’orrenda espressione) quant’altro?

La Repubblica ha pubblicato con evidenza un articolo di Giovanni Valentini di pesante critica al piano, in questi giorni sottoposto al vaglio pubblico delle “osservazioni”.

Raccogliendo un’accurata analisi di alcuni benemeriti studiosi del paesaggio delle campagne italiane, Valentini scrive che “il Piano territoriale di coordinamento provinciale prevede di ‘strappare’ 25mila ettari su 6Omila di superficie agricola, circa il 42% dei terreni coltivati in provincia di Napoli, per trasformarli in aree urbane con una destinazione ancora imprecisata”.

Conosco Antonio Di Gennaro e i suoi collaboratori, e sono certo dell’attendibilità dei dati delle loro analisi. Sono quindi sicuro che le aree definite dal Ptcp “di riqualificazione urbanistica” comprendono effettivamente, come scrive Valentini, “circa il 42% dei terreni coltivati in provincia di Napoli”. Ho letto personalmente le norme del piano, ed ho verificato che effettivamente in quelle aree si può fare di tutto, sebbene le norme del piano suggeriscano di fare cose buone. Sebbene non sia vero che “preveda” di rendere edificabili 25mila ettari di superficie agricola, è certo che lo “consente”.

Un piano non si valuta di per sé: si valuta nel contesto. Perché è solo il contesto (territoriale, sociale, politico, amministrativo, culturale) che ci racconta come il piano verrà applicato. Quel contesto, il contesto della Campania felix, ha due caratterizzazioni.

Da una parte, un territorio agricolo di eccezionale fertilità e bellezza. Basta ricordare alcuni dei paesaggi compresi nelle “aree di riqualificazione urbanistica”: essi comprendono parti delle colline dei Campi Flegrei, le aree agricole di Ischia e Capri, i terrazzamenti della costiera sorrentina e della conca di Agerola, la pianura vesuviana e nolana, le aree floricole del Somma-Vesuvio, le aree pedemontane dei monti Lattari, la pianura dei fiumi Sebeto e Sarno. Certo, si tratta di residui. Ma residui che sono testimonianze di straordinarie grandezze (così come ciò che oggi vediamo del Partenone è residuo di qualcosa che attraverso quei sopravvissuti lacerti possiamo immaginare, e comprendere).

Dall’altra parte, una tradizione e una prassi di governo del territorio incapaci (eccetto casi singolari e brevi stagioni) di combattere l’abusivismo, contenere la disseminazione edilizia nel territorio, impedire o imbrigliare la speculazione fondiaria ed edilizia, coordinare gli interventi pubblici, migliorare la qualità dei paesaggi urbani e preservare quelli rurali e naturali, soddisfare le esigenze di accessibilità mobilità e sicurezza, rafforzare durevolmente la qualificazione e l’autorevolezza delle pubbliche amministrazioni.

Un siffatto contesto avrebbe suggerito, in queste vaste aree di frizione e di incertezza tra città disgregata e campagna minacciata, di porsi l’obiettivo di affrontare il sacrosanto problema della riqualificazione urbana sulla base di una prioritaria difesa di quanto resta del patrimonio naturale e rurale.

Ciò in primo luogo avrebbe comportato (e dovrebbe comportare) l’attribuzione a una diversa categoria di aree delle parti del territorio già tutelate da strumenti più attenti alle qualità del territorio, e di quelle di più evidente e indiscutibile qualità, come puntualmente suggerisce la nota di Antonio Di Gennaro inserita nella cartella SOS Paesaggi / Campania Felix.

Dovrebbe comportare poi di rendere tassative le norme di “indirizzo” (che i comuni possono quindi seguire o non seguire) contenute nella terza parte delle norme. Almeno per quanto riguarda la definizione di rigorose procedure di individuazione delle qualità naturali, produttive e paesaggistiche delle aree ancora libere, di criteri rigidi e soglie invalicabili per il dimensionamento della crescita edilizia, di coordinamenti ferrei tra comuni appartenenti allo stesso sistema paesaggistico, di costante verifica della provincia sull’implementazione degli obiettivi, delle scelte e delle prescrizioni della pianificazione provinciale.

Non si tratta di gettare alle ortiche il Ptc, ma di utilizzare la fase delle osservazioni per migliorarlo.

La pianificazione urbanistica viene da una tradizione di attenzione primaria, e spesso esclusiva, per le esigenze della crescita, della razionalizzazione e della riqualificazione degli insediamenti. Da qualche decennio si è compreso che occorre dare la medesima importanza all’altro obiettivo: quello della salvaguardia del patrimonio comune costituito dalla natura e dal paesaggio. In determinati contesti, e in determinati momenti, è questo l’obiettivo che deve dominare. Così è oggi, nelle residue aree risparmiate dalla disordinata colata edilizia nella Campania Felix.

Mi sarebbe piaciuto che in questo quadro, nel quadro di un governo unitario della Laguna di Venezia (l’unica laguna al mondo sopravvissuta per mille anni) e della rete di pendolarismi e di memorie che riunisce i comuni che su di essa gravitano, gli antichi municipi e i villaggi divenuti città (Favaro, Chirignago, Mestre) e uniti in un unico comune tra il 1923 il 1926, e con essi magari Marghera, Burano, Pellestrina, riacquistassero una parte della loro autonomia, come la legge istitutiva delle Citta metropolitane (1990) da tempo prevede.

Quella legge fu decisa, dopo un dibattito durato un paio di decenni, proprio per ottenere che, in aree connotate da flussi di relazione e da caratteristiche fisiche mediante cui si era unito ciò che i confini comunali tenevano diviso (le aree metropolitane), si potesse contemperare il governo unitario del funzionamento metropolitano con l’autonomia delle singole parti. Nessuna di queste doveva dominare le altre, e perciò si disponeva che il comune capoluogo si dividesse in più unità (i nuovi comuni), e che tali divenissero anche i preesistenti centri minori.

Si riuscì a far inserire dal legislatore Venezia tra le città metropolitane indicate dalla legge, accanto a Milano e a Napoli, a Bologna e a Firenze, a Bari e a Torino, a Genova e a Cagliari. Da allora, alle nuove richieste di separare Venezia e Mestre, gli esponenti di tutte le principali forze politiche veneziane risposero sostanzialmente nel modo seguente.

”Nelle vostre richieste di separazione di parti del territorio così diverse ci sono ragioni valide, ma accettarle semplicisticamente, così come voi semplicisticamente proponete, produrrebbe danni considerevoli, per moltissime ragioni. Abbiamo ottenuto che Venezia potesse trasformarsi in una città metropolitana, governando così sull’intero ambito della Laguna e del suo territorio, oggi divisi tra più di una ventina di comuni. La grande Venezia, la ricostituita Venezia, che in tal modo insieme formeremo potrà, e anzi dovrà, agevolmente suddividersi in quelle diverse realtà locali capaci di governare i locali interessi”.

Così si promise. Il nuovo sindaco eletto nel 1993 giurò anzi di incatenarsi al cancello del municipio se non fosse riuscito a convincere la Regione a costituire la Città metropolitana di Venezia nel giro di un anno. Poi, nessun concreto passo avanti. Nessun tentativo energico e vistoso di costringere chi doveva ad attuare la legge del 1990. Nessuno sforzo visibile di costruire la città metropolitana “dal basso”, di farla vivere nella realtà con iniziative aggregatrici dei comuni: con iniziative e intese per decidere insieme un unico piano territoriale, un’unica posizione chiara per il governo della laguna, un’unica politica metropolitana per la casa, per i servizi, per i trasporti e per la regolazione del traffico, per i rifiuti e il disinquinamento. Gli accordi, quando pure ci sono stati, hanno avuto un carattere burocratico e tecnico: non sono stati politici, non hanno sollecitato i cittadini a sentirsi partecipi di un disegno unitario, figli e cittadini della Grande Venezia.

In assenza di ciò, in assenza di una risposta positiva e ragionevole alle tensioni separatiste, come meravigliarsi se dalle urne uscirà domattina, un risultato che renderà più piccola Venezia, più povera Mestre, più complicata la vita del cittadino veneziano, più deboli i poteri locali nel confronto con il Consorzio Venezia Nuova, più lontana la prospettiva di un governo unitario della Laguna? O se le ragioni del NO vinceranno di misura, rivelando la profondità della spaccatura che da decenni divide il popolo veneziano?

I responsabili di questo destino non saranno stati (o non saranno stati solo) i promotori del referendum.

Il primo principio non può che essere (mi piace ribadirlo proprio oggi, anniversario della presa della Bastiglia e dell’instaurazione dei valori della rivoluzione borghese) la prevalenza dell’interesse pubblico. Accanto a questo ne porrei altri due:

- il principio di pianificazione, ossia la regola che le decisioni sul territorio vengono espresse con atti precisamente riferiti al territorio, sintetici (ossia comprendenti l’insieme delle scelte sul territorio che competono all’ente decisore), formati con procedure trasparenti che comprendano la partecipazione dei cittadini o delle loro rappresentanze, e il

- il principio di competenza, ossia la prescrizione che la formazione degli atti di pianificazione compete solo agli enti elettivi di primo grado: Stato, Regione, Provincia e Città metropolitana, Comune.

In una legge nazionale mi sembrerebbe indispensabile generalizzare la prassi della co-pianificazione, ossia della concertazione istituzionale: le conferenze di pianificazione instaurate da alcune regioni sono una buona strada, a condizione che ne siano definite con chiarezza le modalità; le intese tra interessi pubblici di settori diversi, introdotta da l’articolo 57 del decreto legislativo 112/1998, possono divenire efficaci se diventano prassi generalizzata. La “carta unica del territorio” potrebbe diventare un obiettivo non irrealizzabile a queste condizioni, ed una enorme semplificazione per il cittadino e per l’operatore.

A questa prassi dovrebbe però affiancarsi il principio che gli accordi di programma, e in generale gli strumenti che prevedono il concorso nelle decisioni di soggetti, pubblici o privati, diversi dagli organi degli enti elettivi di primo grado, non possono comunque derogare rispetto alle scelte stabilite dal sistema ordinario della pianificazione.

Una ulteriore serie di principi dovrebbe regolare alcune questioni decisive del rapporto tra interessi privati e interessi collettivi nelle trasformazioni territoriali: le questioni attinenti l’edificabilità e i relativi “diritti”, i vincoli e così via. Ma prima di questi (o al vertice di questo gruppi di temi) ne porrei uno che riguarda i diritti dei cittadini: Si tratta della questione che, negli anni Sessanta, portò anche il nostro paese a stabilire dei requisiti minimi essenziali di vivibilità che dovevano essere garantiti a tutti i cittadini: i cosiddetti “standard urbanistici”. Questi devono certamente essere rivisti, aggiornati e integrati, tenendo conto delle nuove esigenze sociali e di antiche esigenze mai risolte (come quella alla casa), ma certamente alcuni “limiti non derogabili” di tali requisiti devono essere garantiti a ciascun cittadino della Repubblica, quale che sia la regione in cui abbia il suo domicilio.

Per gli altri aspetti del rapporto tra interessi privati e interessi pubblici ciò che andrebbe stabilito, ribadendo con chiarezza posizioni giuridiche spesso radicate nella dottrina e nella giurisprudenza, si può sintetizzare come segue:

- la facoltà di edificare (ciò che taluni chiamano “diritti edificatori”) si costituiscono solo in presenza di atto abilitativo (concessione edilizia o approvazione di progetto che sia) e ove i lavori siano iniziati;

- i vincoli ricognitivi, quelli cioè che costituiscono la concreta individuazione sul territorio di beni appartenenti a categorie tutelate da leggi nazionali e regionali (beni architettonici, ambientali, storici, paesaggistici) non sono indennizzabili, come stabilito da una costante giurisprudenza costituzionale;

- i vincoli funzionali, quelli cioè che derivano dalla scelta di riservare determinate aree (diverse da quelle di cui al punto precedente) alla realizzazione di servizi o impianti di pubblico interesse e pubblica fruizione, possono essere compensati nel rispetto delle prescrizioni urbanistiche vigenti;

- la perequazione tra proprietari di aree cui il piano attribuisce differenti possibilità di utilizzazione, può essere praticata solo nell'ambito di ciascun comparto d’intervento operativo, come del resto previsto, sia pure con qualche ambiguità, dalla proposta dei deputati della Margherita.

Infine, se sostenibilità significa non lasciare ai posteri meno risorse di quante ne possiamo godere, e se le risorse non sono soltanto acqua, aria, terra ed energia, ma anche cultura, storia e bellezza, allora mi sembra maturo il momento per riprendere ed estendere la tutela dei valori essenziali che la nostra storia ha sedimentato nel territorio accrescendo la sua qualità estetica. È giunto il tempo di dichiarare che il paesaggio rurale, come quello naturale, sono beni che non devono essere sottratti al godimento delle generazioni presenti e di quelle future, e quindi i terreni esterni a quelli definiti come urbani o urbanizzabili devono essere preservati da qualsiasi edificabilità. Nell’occasione, non sarebbe male riproporre per i centri storici una tutela più immediata, generalizzata e legata a programmi d’intervento finanziati, come aveva a suo tempo (1997) proposto l’allora ministro Veltroni.

Ho iniziato questa nota con l’affermazione che le due proposte di legge presentate dai deputati della Margherita e dalla “Casa della libertà” sono riconducibili (sia pure nella loro indubbia diversità) a una medesima matrice culturale. Ho argomentato questa tesi in un articolo scritto per la rivista Archivio di studi urbani e regionali, per cui ho appunto proposto il titolo: “Due le proposte di legge, una la matrice culturale”. Come di consueto, una bozza non corretta è in eddyburg. (agg. 17.7.03)

L’imbecillità degli sciacalletti di periferia amministratori della Banana non meritano davvero altro che il sarcasmo della lettera che Mariangiola Gallingani mi ha inviato. Non c’è nulla da aggiungere alle sue parole: leggetela (il link è qui sotto), e se non siete d’accordo scrivetemi. L’articolo di Michele Serra (anche il collegamento che vi ci conduce è qui sotto) apre la strada a una riflessione più profonda. Il suo articolo mi sembra quasi interamente condivisibile (la riserva riguarda quella frase sulle “le risposte sbagliate perché brusche, e presuntuose”, il cui bersaglio non mi è chiaro). È condivisibile ma va sviluppato..

Serra conclude con una domanda: “Ma il discorso su bellezza e bruttezza, in un paese come l’Italia, non dovrebbe essere pane quotidiano, anche in politica, perfino in politica?”. Già, soprattutto quando si tratta di ragionare “sulla propria vita quotidiana”.In quale sede la politica dovrebbe affrontare “il discorso su bellezza e bruttezza”? Questo è il problema. A molti dei frequentatori di questo sito la risposta à evidente. La sede è quella del “governo della città”, dei suoi obiettivi, strumenti, tecniche. La sede è quella della scelta tra gli interessi che nella città confliggono. La sede è quella della pianificazione territoriale e urbanistica. È questa sede che la politica da tempo ha disertato,e continua a disertare.

Chi si occupa professionalmente di questioni urbane non ignora che le periferie costituiscono, non da oggi, un problema. Spesso, si è descritto perché quel problema è nato,per effetto di quali errori e del prevalere di quali interessi; spesso si è indicato come affrontarlo e a quali condizioni è oggi possibile risolverlo. In altri paesi il problema non è rimasto solo all’attenzione deli urbanisti: lo hanno affrontato nella realtà, gettando in campo il peso di un’amministrazione pubblica autorevole ed efficace, dotata di strutture tecniche di prim’ordine, e di una volontà politica lungimirante e durevole: penso alla Francia e alla ristrutturazione urbanistica e sociale di aree come Vaux-en-Velin, e all’attuale politica di smobilitazione dei Grands Ensembles.

Ma le periferie non sono tutte uguali. Una cosa sono le periferie progettate in regime pubblicistico, nelle città amministrate da forze politiche che, tra i diversi interessi in campo, privilegiavano quelli dei cittadini su quelli della proprietà immobiliare e della speculazione . In quelle città sono nate periferie civili, “europee”, in cui a ciascuno di noi (per riprendere un passaggio dell’articolo di Serra) piacerebbe abitare. Quantri sindaci, in Toscana, in Emilia Romagna, in Umbria hanno scelto di abitare nelle periferie dei PEEP. Io personalmente ne ho conosciti parecchi (e ricordo con commozione quello di Grosseto, Giovanni Battista Finetti, prematuramente scomparso molti anni fa).

Certo, anche in alcune delle “periferie pubbliche” sono stati commessi errori: le Vele di Scampìa a Napoli, lo Zen di Palermo, il Corviale a Roma. E sono errori nei quali anche gli urbanisti hanno avuto la loro parte. A me sembra (ma voglio provocare una discussione anche su questo punto) che il loro errore principale sia stato d’aver creduto troppo nella capacità della politica di fare il suo mestiere: di saper modificare le condizioni generali (urbanistiche, amministrative, gestionali) che quegli interventi pretendevano per essere completati. Hanno costruito cattedrali nel deserto perché chi doveva occuparsi di trasformare quel deserto in un giardino non è riuscito a farlo.

Certo, si tratta di errori. E gli errori vanno criticati, anche se sono errori di “valutazione del contesto”, di astrattezza, di illuministica fiducia in una realtà desiderata ma impossibile.

Ma da errori ben diversi sono state generate la stragrande maggioranza delle periferie che oggi costituiscono l’ambiente della non vivibilità, il luogo della socialità inesistente, la culla del disagio patologico, che il delitto di Rozzano ha portato allo scoperto. L’errore, in queste periferie, ha un solo nome: la scelta politica di privilegiare gli interessi economici legati allo sfruttamento più rapace, più immediato, più miope (ma più lucroso) della risorsa collettiva costituito dal suolo urbano. La Napoli raccontata da Francesco Rosi nel film Le mani sulla città e la Roma illustrata da Italo Insolera nel libro Roma moderna sono descrivono magistralmente logiche analoghe di asservire la forma e la sostanza della città, e i destini di migliaia di uomini, alle fortune personali di pochi malfattori. Quella logica non è morta; la realtà analizzata da Rosi e da Insolera è ancora viva. Come direbbe Bertold Brecht, il grembo che le ha generate è ancora fertile.

È di questo che la politica dovrebbe parlare, e non di sottrarre potere all’uno o all’altro livello dello Stato (ora si parla di trasferire alle Regioni le competenze delle soprintendenze ai beni culturali) o di imbellettare qualche quartiere premiando le architetture griffate (è la novità lanciata da Urbani). È di questo che dovrebbe parlare se volesse fare il proprio mestiere, come Serra auspica, e se volesse intraprendere qual lavoro di lunga lena, di ampia prospettiva, di durata misurabile in molti mandati elettorali, che è necessario per restituire alle nostre città la bellezza che i decenni della speculazione hanno loro sottratto.

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scritti di Gallingani, Serra, Salzano (e altri)

Sul versante delle cose positive c’è indubbiamente da registrare il fatto che la consapevolezza dei valori della Laguna (della sua eccezionalità, del suo potenziale d’insegnamento universale, della sua modernità) si è consolidata. Il fronte che reagisce alle minacce e agli attacchi è, almeno localmente, reattivo e solido: ha sostanzialmente lo stesso segno e gli stessi caratteri di quel composito fronte nazionale di resistenza al regime che va sotto il nome dei Girotondi. E ugualmente si deve sottolineare che questo fronte è stato capace di precisare, aggiornare e rendere più convincente il programma alternativo al MoSE il testo di Italia Nostra Venezia lo riassume molto efficacemente.

Come spesso capita in questi tempi grigi, le nuove negatività sono però più consistenti. Il “volume di fuoco” che il Consorzio Venezia Nuova (il consorzio di imprese private “concessionario unico” dello Stato per lo studio, la sperimentazione, la progettazione e l’esecuzione dei lavori in Laguna: un’aberrazione!) può sviluppare ha annebbiato l’opinione pubblica nazionale e internazionale, e acquisito fette importanti di consenso in quella locale. Il governo attuale è certamente più vicino alla ideologia delle Grandi Opere (e dei Grandi Investimenti) di quanto non lo fossero i precedenti. La complessità della questione della salvaguardia della laguna si è rivelato un oggettivo ostacolo alla comprensione disinteressata del problema e delle soluzioni possibili in un’epoca in cui la semplificazione, lo slogan, lo spot televisivo sono la forma esclusiva di comunicazione di massa.

Ma ciò che soprattutto preoccupa è che non si vede luce a livello di chi dovrebbe decidere: le forze politiche istituzionali. Qui veramente il cambiamento è stato profondo. La storia tracciata da Luigi Scano ci rinvia a un’epoca (parliamo degli anni che vanno dal 1966 al 1985) in cui era condivisa in modo amplissimo, tra le forze politiche veneziane e nazionali, la posizione che si caratterizza per un approccio morbido, “sistemico”, saggio, ispirato alla tradizione storica del governo della laguna: la posizione che trovò il suo condiviso slogan nei tre attributi che gli interventi avrebbero dovuto in ogni caso possedere “gradualità, sperimentalità, reversibilità”.

Nel commentare i testi di Scano ho sviluppato questo ragionamento, che ripropongo qui. Osservavo che lo scontro di oggi, che vede opporsi i sostenitori del MoSE ai suoi avversari, trova le sue radici in due “logiche” opposte: quella che “concepisce la laguna veneziana come un comune bacino d'acqua regolato da leggi essenzialmente meccaniche”, e quella che “intende invece la laguna come un delicato ecosistema complesso, regolato da leggi che, con qualche forzatura, sono piuttosto apparentabili alla cibernetica, e rivolge i propri interessi alla conservazione ed al ripristino globale delle sue essenziali caratteristiche di zona di transizione tra mare e terraferma attraverso un complesso coordinato di interventi diffusi”.

Le due concezioni sussistono entrambe, ma il loro “peso politico” è oggi ben diverso. Allora, la posizione “meccanicista” era sostenuta, tra le forze locali, quasi esclusivamente dalla componente craxiana del PSI, autorevolmente rappresentata da Gianni De Michelis e da componenti minoritarie della DC, mentre a livello nazionale era appoggiata anche dalla potente pattuglia dei socialdemocratici del PSDI. Oltre che, naturalmente, dalle lobby legate all’edilizia e all’ingegneria pesante. Oggi quella medesima concezione è sostenuta dalla destra al potere a Roma e da una parte consistente del centrosinistra veneziano, a partire dal suo massimo esponente e sindaco della città.

Allora, anche per la presenza nello schieramento locale di personalità di rilievo a livello nazionale (come Bruno Visentini e Gianni Pellicani), la posizione “sistemica” godeva di un appoggio più largo rispetto a oggi dell’opinione pubblica nazionale, e in particolare nei settori legati all’ambientalismo e alla tutela dei beni culturali.

Come osservavo più sopra, ha indubbiamente inciso, nel provocare l’indebolimento del fronte antagonista alla “logica MoSE”, sia il profondo mutamento del quadro politico e culturale generale (Berlusconi non rappresenta solo se stesso, né solo l’ideologia della destra), sia l’immane potere di condizionamento dell’informazione dispiegato da quella vera e propria macchina di guerra che è il Consorzio Venezia Nuova, praticamente monopolista dell’informazione con i mezzi forniti dal contribuente. E per conquistare consenso ad una soluzione di un problema complesso come quello dell’equilibrio della Laguna, il monopolio dell’informazione è l’arma vincente.

All’importanza politica del cibo ci richiamano le parole di Frances Moore-Lappe, in una bella intervista rilasciata all’ Espresso. La studiosa britannica sostiene, con argomentazioni che mi sembrano fondate, che un circolo perverso lega l’obesità progredente tra gli USA (e, sembra, ormai anche tra gli europei), la denutrizione e la morte nei continenti poveri, la produzione di cibi geneticamente modificati e l’inquinamento da additivi chimici per l’agricoltura. La cosa singolare è che questo circolo perverso è scaturito da un’emergenza economica che ha provocato una radicale modificazione delle diete prevalenti nei paesi sviluppati. In sostanza, poiché negli anni 50 “il prezzo delle granaglie era al di sopra delle capacità d’acquisto di gran parte della popolazione mondiale” e di conseguenza “il mercato registrava una situazione di intasamento”, per stabilizzare i prezzi “i produttori decisero di dare da mangiare il surplus agli animali d’allevamento”. Da allora le quantità di cereali “date in pasto agli animali da macello superano di gran lunga quelle che vengono consumate dalla popolazione mondiale".

La Moore-Lappe illustra le conseguenze di questa decisione economica: “Gli effetti di questa scelta sulla salute mondiale si vedono e sono deleteri: l’obesità e tutte le malattie legate a questo tipo di dieta ricca di grassi animali dilagano. Interi continenti sono stati costretti ad abbandonare coltivazioni autoctone per dedicarsi alla crescita di cibi per l’esportazione. Il numero di aziende agricole a conduzione familiare è diminuito drasticamente come pure la varietà dei cibi coltivati. Il potere agricolo si e concentrato nelle mani di un pugno di società multinazionali e in molti casi, vedi l’Africa, i Caraibi e l’Asia, questo ha avuto un effetto frenante sullo sviluppo del sistema politico-economico del paese. Oggi, più che nel passato, nutrirsi non è solo un atto di sopravvivenza, è un atto politico. Riprendersi il controllo della propria alimentazione significa anche riprendersi il controllo del proprio destino politico".

La dieta mediterranea, o un’analoga dieta “nella quale ci siano cereali non raffinati coltivati quanto più possibile localmente e senza pesticidi o fertilizzanti chimici”, nella quale per integrare “le verdure, il grano e la frutta si usano legumi, noci e semi” e, se si vuole, “vi si aggiungono carne e prodotti di animali che però non siano stati stati alimentati con granaglie e siano cresciuti nei pascoli aperti”. Questa, secondo l’autrice, “non solo è la dieta più salutare, ma anche quella che pesa di meno sulle risorse della Terra”.

Questa tesi è nota da tempo alla cultura ambientalista e “No global” mondiale. Se l’ho richiamata ai frequentatori del mio sito è, oltre che per la suggestione della tesi, per due circostanze, l’una urbanistica l’altra personale.

La prima. Un’agricoltura basata sulla utilizzazione locale delle risorse, sulla qualità dei prodotti anziché sull’efficienza quantitativa della loro produzione, sull’accurata ricognizione e protezione di tutte le infinite nicchie di produzione naturale e storica sfuggita all’omologazione, è certamente quella più adatta a governare il territorio coerentemente con le esigenze di sostenibilità (sulle distorsioni di questo termine occorrerà ritornare), di tutela del paesaggio e delle risorse naturali e storiche, di promozione della qualità della vita e di difesa sociale del suolo.

La seconda. Nel curare l’edizione inglese delle mie ricette mi sono reso conto che quelle a base di cereali, verdure, legumi e prodotti del mare costituiscono la stragrande maggioranza di quelle ospitate in eddyburg, e quindi utilizzate da me e dai miei amici. Non mi dispiace scoprirmi, nella mia vita quotidiana, in sintonia con l tendenze più sagge della politica planetaria.

Non a caso, la leadership di Firenze non è berlusconiana, come non lo era quella di Venezia quando si sono lasciate esibire le automobili a piazza San Marco e si sono cancellate le norme che ostacolavano i fast food e gli affittacamere. Del resto, la politica di privatizzazione/liquidazione dei beni culturali dell’attuale governo non era stata innescata dai precedenti governi “alternativi”? Lo hanno raccontato sia Stefano Settis sia Giuseppe Chiarante, come i lettori di Eddyburg sanno bene.

Non ho nessuna intenzione di fare d’ogni erba un fascio e di dire che tutti sono uguali. Il problema è questo: se chi deve difendere il patrimonio comune dal saccheggio degli altri non ha valori diversi, non esprime una diversa idea di società, non riuscirà ad essere convincente nel tentativo di mobilitare chi sente il regime di Berlusconi come una vergogna e un delitto. E – seppure riuscirà a battere l’antagonista sul campo elettorale – non riuscirà a governare durevolmente.

Il problema della sinistra, e del centro democratico, è in primo luogo questo, e questo è il problema dell’Ulivo (allargato, come spero, o meno). Da quali valori ripartire, su quali valori costruire la propria identità, per quali valori chiedere il consenso? Non dovrebbe essere difficile individuare nella solidarietà, nella responsabilità verso il futuro, nella tutela del patrimonio fondante della propria storia, nel primato del lavoro, nella custodia dei diritti personali, nell’eguaglianza di fronte alla legge i cardini di in sistema condiviso di valori.

Più difficile, però, il passo successivo. Comprendere che solidarietà deve anche significare vivere la diversità dell’ altro non solo una particolarità da rispettare, ma una ricchezza da amare. Comprendere che la responsabilità verso il futuro (sostenibilità) comporta il sacrificio nell’immediato di alcune comodità e privilegi, e l’abbandono di molte miopie. Comprendere che i diritti personali hanno la loro garanzia di base (e insieme il proprio limite) nel diritto comune. E comprendere che vi sono valori che le leggi dell’economia non sono (ancora?) in grado di apprezzare, che il mercato non sa riconoscere. Che vi sono beni, insomma, non riducibili a merci: come la dignità del lavoro, come le qualità dell’ambiente, come i patrimoni della cultura e della storia.

Che quest’ultima realtà sia stata così rapidamente dimenticata a sinistra dimostra quanto superficiale e scolastica fosse stata la comprensione dell’analisi marxista della società.

Le voci presenti a Venezia venivano da Bolzano e dall’Ofanto, dal Cilento e dal Ticino, dalla Regione Emilia Romagna e dalla Toscana, dalla Daunia e dal Montalbano, dal comune di Sesto fiorentino a quello di Sesto San Giovanni, dai comuni dell’alto Brenta a quello di Mogliano veneto, dalla provincia di Prato a quella di Venezia. Si illustravano esperienze che riguardavano piani urbanistici e territoriali alle varie scale, politiche messe in opera su piani diversi, analisi finalizzate ad azioni molteplici.

Le voci esprimevano professionalità e interessi diversi. C’erano gli urbanisti nelle diverse applicazioni del loro mestiere: quelli impegnati a formulare e amministrare il quadro normativo e quelli operanti nella progettazione del territorio, quelli dedicati alla lettura dei contesti e a quella dei documenti e delle esperienze, quelli applicati all’insegnamento e quelli gettati nel campo dell’amministrazione. Ma accanto a loro politici e amministratori, esperti nelle politiche economiche e cultori delle discipline dell’ambiente naturale, agronomi e valutatori.

Tante voci diverse, dunque, ma una singolare convergenza dei linguaggi. Preceduta e consentita, forse, da una consapevolezza comune, impensabile qualche anno fa.

Se l’obiettivo comune è il migliore impiego di risorse preziose e finite, a beneficio dell’umanità di oggi e di quella di domani, se questo obiettivo è minacciato da una tendenza distruttiva e potente, se il nostro lavoro è per due serie di ragioni complesso e difficile, allora tutti gli strumenti devono essere impiegati unitariamente. Le nuove leggi sono necessarie ma non bastano; ugualmente servono, ma non bastano, i buoni piani e le buone analisi, le buone politiche e la buona didattica (dentro e fuori le mura degli atenei). Gli strumenti devono essere adoperati tutti, senza privilegiare l’uno a scapito dell’altro poiché mutuamente si sorreggono. Ciascuno, da solo, non è sufficiente. Sono tutti solidalmente necessari per raggiungere quell’obiettivo.

A due condizioni, anche queste emerse diffusamente nel convegno: che effettivamente gli strumenti siano finalizzati all’impiego lungimirante (durevole) delle risorse territoriali, e che essi siano chiaramente orientati alla prevalenza dell’interesse comune.

Le condizioni di lavoro non sono le migliori: da tutti i punti di vista. Quello delle condizioni materiali, per cominciare. Mentre fiumi di moneta sonante viene diretta verso opere spesso inutili e ancor più spesso dannose (per i modi in cui vengono attivate, se non sempre per la loro natura), si lesinano le risorse minime per il funzionamento delle istituzioni: ad un aumento dei carichi di lavoro dei comuni, per esempio, corrisponde il blocco delle assunzioni e finanche del turnover. Non parliamo dei luoghi dove si conserva la memoria, gli archivi di Stato, dove si tagliano le bollette della luce e non si possono comprare le fettucce per chiudere i faldoni. Non parliamo dei luoghi dove si sviluppa la ricerca e si amministra l’insegnamento, che devono cercare nel “mercato” le risorse (e i corrispondenti vincoli di servitù) per la loro sopravvivenza. Si sa, la “gente” non ha bisogno di memoria né di amministrazione, rinuncia volentieri al sapere e al futuro, solo i “cittadini” se ne servono.Quello delle condizioni morali, poi. Chi lavora per la collettività sa fare a meno dei riconoscimenti e delle gratificazioni (sebbene gli pesi). Ha bisogno, però, di vedere che il suo lavoro ha uno sbocco, che le linee che propone di tracciare (e che l’eletto accetta e approva) divengano effettivamente elementi della realtà. Ha bisogno del rispetto del suo “padrone”, tanto più che esso non è lì per proprio conto ma come mandatario della società che lo ha espresso con il voto: rispetto per il suo lavoro, per il sapere tecnico che in esso ha investito. Le “Bassanini” hanno accresciuto la sua responsabilità personale, non gli hanno dato gli strumenti per rendere più solida la sua rispettabilità professionale.Non c’è da meravigliarsi di tutto ciò. In Italia la pubblica amministrazione non ha mai goduto della stima di cui può giovarsi in altri paesi. Figuriamoci oggi. Un amico francese, alto funzionario dell’amministrazione dei lavori pubblici e dell’urbanistica, mi diceva che, in sede europea, gli riusciva spesso difficile comprendersi con i colleghi di altri paesi a proposito di alcune parole chiave, come ad esempio quella di “interesse pubblico”. Come italiano comprendevo benissimo la sua difficoltà. Se Berlusconi è l’apoteosi di una concezione per la quale gli strumenti dell’interesse pubblico sono finalizzati a servire l’interesse privato, non si può dire che nei petti dei suoi oppositori alberghi sempre una concezione del tutto diversa. “Meno Stato e più mercato” e “privato è bello” sono stati slogan agitati dal centro-sinistra non solo contro la holding di Stato che produceva panettoni.Che in molti comuni, province, regioni si continui a lavorare per rendere la nostra terra e le nostre città più accoglienti e umani (come il convegno di Venezia certamente testimonierà) è un segno di speranza per un futuro verso il quale occorre tenere aperta ogni prospettiva. Con maggiore tenacia e impegno, da parte di ciascuno, quanto più esso appare incerto e lontano.Pianificazione e ambiente 2003

In una cartella che ha come simbolo l’Italia rovesciata (il link è qui sotto) conservo alcuni testi. Un breve profilo del giudice Carfì (a cui dedico anche l’inserimento nell’Antologia della poesia di Leopardi che sembra preferire, “A Silvia”). Un’intervista al magistrato che ha diretto la procura di Milano, D’Ambrosio. E due commenti: uno “da sinistra”, di Ezio Mauro, e uno “da destra”, di Sergio Romano. Per memoria.

Mi sembra che la situazione sia di una gravità eccezionale. L’aggressiva arroganza supera ogni immaginazione. Altro che Bush. E le armi sono potenti: sei televisioni, le principali; alcune case editrici, le principali; il più dotato impero economico d’Italia; e poi, i poteri istituzionali del governo. L’enorme capacità che questo potere esercita colpisce argini che hanno resistito e finora si sono dimostrati efficaci (la presidenza della Repubblica, la magistratura, la stampa cartacea), ma non sono eterni. Possono esercitare una resistenza contro il regime che avanza, non possono sconfiggerlo.

La fine dello strapotere del signor B., e la salvezza della democrazia italiana, possono venire solo dalla politica. Questa una volta ha già fallito, quando non ha inciso – come avrebbe potuto – il bubbone maligno del conflitto d’interessi (ed è stupefacente che i responsabili della sconfitta non abbiano ceduto il passo, come sarebbe accaduto in qualsiasi democrazia non capovolta).

Non sembra esistere una destra alternativa a quella del signor B.: l’Italia è questa, non come vorremmo che fosse. La sinistra esiste, è larga, abbraccia un arco di posizioni e d’interessi capaci di esprimere, nel loro complesso, una maggioranza molto ampia delle componenti sociali, culturali, ideali del paese. Esiste ma è divisa, forse come non mai (eccetto forse negli anni che prepararono il fascismo). Che si aspetta? Se qualcosa non cambierà presto, nelle prossime elezioni politiche aumenterà ancora una volta il partito, via via più grosso e più impotente, di quelli che rifiutano di votare, perché non sanno per chi. “Ma è tardi, sempre più tardi” (E. Montale, Dora Markus).

Si tende così (poco importa se per ignoranza o per sapienza) a far scomparire quella che l’appello “SOS per gli Archivi” (vedi il link qui sotto) definisce “il fondamento dell'identità nazionale”. In che cos’altro risiede infatti quest’ultima se non nella consapevolezza di un comune passato, di un comune tessuto di legami, di costumi, di cultura, di sentimenti, di passioni, di virtù e di vizi, che si è sedimentato nel tempo? È questo l’humus che alimenta le radici della nostra civiltà, dunque di ciò che siamo e ciò che i nostri posteri potranno essere. Riaffiora nella ragione del presente proprio perché le sue testimonianze sono custodite negli archivi, e in essi amministrate e distribuite.

Cancellazione della memoria scritta, e accanto a questo, cancellazione della memoria depositata nel territorio: è una direzione parallela nella quale sempre più velocemente ci si incammina. Così avviene quando si abbandonano i centri storici al degrado provocato dalla banalizzazione turistica e dalla devastazione delle grandi opere (penso a Venezia e alla sua Laguna perché ci vivo, ma non solo a questo sito), quando si cancellano dal territorio le tracce di antichi armoniosi rapporti tra la natura e il lavoro dell’uomo, quando si assume quale unico motore e arbitro delle trasformazioni territoriali l’interesse individuale alla valorizzazione del proprio privato patrimonio immobiliare, piccolo o grande che sia.

Altra direzione, del resto, non può essere seguita dagli eventi, se si abbandona quel metodo della pianificazione urbana e territoriale, che fu inventato due secoli fa proprio perché gli interessi comuni non potevano trovare altri strumenti per correggere le storture provocate dallo spontaneismo del sistema economico.

Se ci si pensa, ci si rende conto che viviamo proprio in una strana stagione. Alla cancellazione del passato fa da complemento la cancellazione del futuro. Se è vero, come a me sembra indubbio, che la politica ha perduto ogni tensione verso il futuro, verso un progetto che non consista semplicemente e immediatamente nella conservazione o nella conquista del potere. Ciò che investe più d’un mandato elettorale non interessa più nessun politico. Ciò che interessa più d’una generazione non interessa più nessun cittadino (anzi, nessun membro della “gente”). Come stupirsi allora se scompare ogni valore che non sia quello del successo immediato? (Guardate la lettera di Fatarella nella Posta ricevuta, per avere un’immagine efficace del clima di oggi, dei guasti già provocati).

Sarà allora una stagione lunga quella in cui siamo immersi, quella in cui il passato e il futuro non contano più? La sua durata dipende anche da quanto ciascuno di noi vuol fare e sa fare.

Due anni dopo, a Copenhagen, in un incontro internazionale si decise di dedicare quel giorno alla Festa internazionale della donna. Da allora, l’8 marzo si è intrecciato alla vicenda del progressivo affrancamento delle donne dalle condizioni imposte alla loro umanità e dignità dall’altro sesso (e più precisamente, dalle regole dei sistemi economico-sociali che si sono succeduti nei secoli).

È una festa quindi, quella di oggi, che sollecita a riflettere in molte direzioni. Perché è nelle molte direzioni che il progresso economico, politico, sociale e culturale ha percorso nel secolo scorso che il movimento delle donne ha dato il suo contributo: non solo all’affermazione dei diritti di un genere maggioritario me emarginato, ma a quello della società nel suo insieme. ”Che ‘a piasa, ‘a tasa e ‘a staga a casa”, è il vecchi detto veneto: se avesse accettato questo tabù posto al suo ruolo (piacere, tacere, fare la casalinga) molte delle conquiste di cui oggi tutti ci gioviamo non sarebbero state raggiunte (o lo sarebbero stato molto molto più tardi). Vogliamo ricordarne alcune?

Il suffragio universale, che ha reso la democrazia lo strumento realmente utilizzabile per basare il governo sulla volontà del popolo: il migliore degli strumenti fin qui inventati dall’uomo, nonostante i suoi difetti. Condizioni di lavoro migliori per tutti nelle fabbriche, nelle campagne, negli uffici, ottenuti grazie all’ingresso delle donne nelle vertenze sindacali. I nuovi diritti civili di tutti i soggetti, maschi e femmine, raggiunti nel nostro paese grazie alle grandi battaglie per la liberazione della donna degli anni Sessanta e Settanta. E l’odierna campagna mondiale per la pace, che si ricollega alle infinite manifestazioni animate dalle donne (quasi geneticamente ostili a tutto ciò che minaccia la specie) in tutto il corso del secolo che sta alle nostre spalle.

Poiché sono urbanista, voglio ricordare il contributo che diede il movimento delle donne, negli anni Sessanta, all’introduzione anche in Italia di uno strumento essenziale per rendere più vivibile la città: gli standard urbanistici. In quegli anni era forte la rivendicazione organizzata, soprattutto delle associazioni delle donne, per ottenere più spazio nelle città per gli asili, il verde, le scuole: come strumento per essere sollevate dall’obbligo del lavoro casalingo, come tensione a uscire dalle mura domestiche e impadronirsi della città. La rivendicazione condusse a stabilire, per legge (765/1968), che i piani urbanistici dovevano riservare, per ogni abitante, un certo numero di metri quadrati nella città a spazi pubblici e di uso pubblico. Naturalmente non basta una soglia quantitativa per migliorare la città e renderla più vivibile. Serve – una volta raggiunto quell’obiettivo - il lavoro degli urbanisti, e quello degli amministratori; servono l’elaborazione e l’attenzione della cultura e della politica, che alimentano e sorreggono gli operatori sul campo.

Il lavoro di questi attori non si è sempre diretto nella direzione giusta, né sempre con la necessaria intelligenza e determinazione. Spesso, troppo stesso gli standard sono stati considerati un mero adempimento burocratico, e non un primo passo verso la progettazione di una città radicalmente diversa da quella attuale. Spesso gli standard sono stati utilizzati come pedaggio da pagare (più scarsamente possibile) per uno sviluppo urbano misurato in termini di cubature edificabili.

Spesso, non sempre. E uno degli auguri che vorrei fare oggi a tutte le donne (e a tutti gli uomini) è che gli esempi positivi si moltiplichino e si generalizzino. Che le conquiste quantitative strappate nei decenni trascorsi non vengano tradite, ma tradotte nella qualità di una città finalmente resa amica delle donne e degli uomini.

L’altro augurio nasce da questi giorni, in cui governi inetti minacciano di gettare il mondo nell’abisso di una guerra targata USA. Queste tre lettere ci spingono oggi a ricordare che la festa di oggi esprime anche la solidarietà con le 129 donne che, quasi un secolo fa, morirono negli USA per i loro e i nostri diritti. Mimosa e pace, sulle due sponde dell’Atlantico, come un arcobaleno.

Quattro cose mi hanno colpito. Le racconto nell’ordine degli articoli.

La prima, articolo 3. La pianificazione del territorio avviene “sentiti i soggetti interessati” (comma 2). Si precisa che “le funzioni amministrative” (la pianificazione) “sono svolte in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti paritetici in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento tra i soggetti istituzionali e tra questi e i soggetti interessati ai quali va comunque riconosciuto comunque il diritto alla partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti” (comma 3). Fino ad oggi il piano urbanistico esprimeva la volontà dell’amministrazione elettiva, e solo dopo veniva sottoposta al parere dei privati. Adesso il procedimento è invertito: il piano è redatto sulla base delle espressioni di volontà dei “soggetti interessati”. Siamo in Italia, non in Olanda. Qualcuno può pensare che, quando si parla di “soggetti interessati” ci si riferisca alla cittadina e al cittadino? Qui tutti sanno che si tratta della proprietà immobiliare.

La seconda, articolo 4. “Le regioni individuano gli ambiti territoriali da pianificare e l’ente competente alla pianificazione […]”. Fino a oggi l’ambito e l’ente competente erano quelli dei comuni, della cui competenza a pianificare nessuno aveva mai dubitato. In nome dell’efficienza ci si propone di affidare alle regioni (ma è costituzionale?) la facoltà di annullare una delle fondamentali storiche competenze dei comuni. È giusto?

La terza, articolo 7. L’attuazione del piano urbanistico (è il titolo dell’articolo) non può essere illustrata in poche righe. Basti annotare che si sollecita l’impiego di “strumenti e modalità di perequazione e di compensazione” (comma 2), e che per la prima volta si introduce nell’ordinamento giuridico italiano il concetto di “diritti edificatori” i quali vengono attribuiti dal piano urbanistico nei modi che dovranno essere regolamentati dalla regione. Ciò palesemente significa ribadire e rafforzare i poteri della proprietà immobiliare. (Significa anche che, fino a oggi, le premesse su cui si basava il di sovradimensionamento del PRG di Roma erano infondate, c.v.d.).

La quarta, ancora articolo 7. Il proprietario di un’area destinata a servizi pubblici (un parco, una scuola, un ospedale) può chiedere al comune “la realizzazione diretta degli interventi d’interesse pubblico o generale previa stipula di convenzione con l’amministrazione per la gestione dei servizi” (comma 5). Prosegue la marcia verso la privatizzazione di tutto ciò che, dopo la rivoluzione borghese del 18° secolo, si era mano a mano affidato al pubblico nel corso dei successivi due secoli, per correggere le storture di un sistema imperfetto.

L’analisi della legge merita di essere approfondito. Nel farlo, occorrerà verificare quante delle innovazioni (come si vede pesanti) che si propongono nascano dagli ambienti culturali e politici del centrosinistra degli ultimi anni. A mio parere molte. Aspettavano una maggioranza di destra (e quale destra!) per essere tradotte in legge dello Stato.

Se è così, bisogna rispondere. Lo sforzo da fare oggi, l’impegno maggiore che occorre esprimere, è di unire tutte le forze che vogliano opporsi a Berlusconi. Non perché è di destra, non perché sostiene gli interessi politici e ideologici della destra, ma perché sta distruggendo le basi della convivenza civile.

Distrugge lo Stato, basato sull’equilibrio dei poteri e sul primato dell’interesse collettivo su quello individuale. Distrugge la Repubblica, dileggiando i suoi valori fondativi. Distrugge la Democrazia, sostituendo in modo sempre più marcato la “gente” (e gli spettatori) ai cittadini. Distrugge la Politica, riducendola alla difesa dei suoi personali interessi. L’unità di tutti. E in primo luogo l’unità della sinistra, dunque. L’ispirazione degli appelli all’unità (come quello di Giorgio Ruffolo su Repubblica del 9 maggio) sono perciò sacrosanti. Ma unità nella chiarezza. E chiarezza vuole che si prenda atto che la sinistra è “plurale”. In essa convivono posizioni politiche diverse: non solo nella sinistra nel suo complesso, ma anche in quella sua parte (ancora rilevante) che sono i DS.


Nessuno può nascondersi che all’interno di quella formazione ci sono, e svolgono ancora ruoli dominanti, posizioni politiche che hanno oggettivamente cospirato (spirato insieme) con il berlusconismo. Non parlo degli errori politici (quelli che ha compiuto l’on. D’Alema,, per intenderci, che in un’alto paese, dopo aver aperto la strada al suo avversario, si sarebbe ritirato per qualche anno a vita privata). Parlo delle concrete politiche che si sono promosse su terreni rilevanti: l’aver dimenticato che in Italia il mercato ha bisogno di più Stato (nella speranza di togliere voti a Berlusconi), l’aver contribuito alla dissoluzione dell’unità della Repubblica (nell’illusione di tagliare l’erba sotto i piedi a Bossi), l’aver ridotto l’autorità degli strumenti dell’azione pubblica (dal pubblico impiego all’urbanistica) e la centralità dei valori pubblici (dai beni culturali all’ambiente).

Sarebbe interessante domandarsi il perché di questi cedimenti (se lo facessimo ci imbatteremmo del difficile ragionamento sui limiti dell’attuale democrazia). È invece necessario rendersi conto che sono cedimenti non solo rispetto a una impostazione politica di sinistra, ma rispetto a una impostazione di moderna democrazia europea. È a questa che occorre tornare, se si vuole davvero battere il crescente regime e costruire un sistema di alleanze più solido di quello che si tentò con Bossi.

Il dialogo non è possibile con chi nega, con parole che sono fatti, secoli di maturazione della democrazia liberale.

Con chi pretende di riassumere in se stesso i tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) la cui separazione e il cui equilibrio sono garanzia di libertà per tutti.

Con chi crede di essere il rappresentante diretto di tutto il popolo italiano, quando è solo il rappresentante di un coacervo di forze (la Casa delle libertà) che è stata eletta da una risicata maggioranza degli elettori.

Con chi presume che, per aver conquistato il ruolo di Presidente del consiglio grazie alle sue fortune, gli sia lecito costruire una sua propria e particolare Giustizia (allo stesso modo in cui si è costruito un proprio e particolare Mausoleo).

È difficile comprendere che cosa possa fare la politica, in un regime parlamentare, al cospetto di simili perversi poteri. Resistere è certo necessario: applicando con rigore le regole la propria professione e la propria “missione”.

Come ha dimostrato di saper fare la magistratura; adoperando gli strumenti del proprio potere di garanzia.

Come ha dimostrato di saper fare il Presidente della Repubblica, eletto (anch’egli indirettamente, come B.) da una ben più larga maggioranza.

Come ha dimostrato di saper fare la stampa non asservita al Monarca, che non si riduce alla pattuglia dei giornali più affilati nella denuncia.

Come hanno dimostrato di saper fare i cittadini (di sinistra, di centro e anche di destra) gioiosamente riuniti nella protesta dei girotondi.

Ma resistere non è sufficiente: deve entrare in campo la politica. E perciò la fonte di preoccupazione più grande (placata l’onda dell’indignazione) è quella delle divisioni che dominano ancora nel campo degli oppositori. Soprattutto (duole dirlo a un uomo di sinistra) nel territorio della sinistra.

È accaduto altre volte che le divisioni della sinistra aprissero la strada a lacerazioni dell’intera società, e della stessa storia dell’umanità: avremmo potuto ricordarlo anche tre giorni fa, nel Giorno della memoria. Compito della politica è quindi oggi costruire l’unità del dissenso a questo regime: l’unità quindi di un progetto che proponga al paese la ricostruzione delle basi dello Stato del diritto, della libertà di tutti, del primato degli interessi comuni. All’interno di questo progetto ciascuno maturi ed esprima le proprie posizioni per confrontarle dialetticamente con le altre.

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