Come la maggior parte dei locali veneziani che conservano legami con la tradizione, anche l’Anice Stellato ha un servizio di banco, frequentato prevalentemente dagli abitanti del sestiere.
D’estate, qualche tavolo al fresco sulla Fondamenta della Sensa.
Raccomando vivamente di prenotare: +(39) 041 720 744.
Per arrivarci, prendete la Strada nuova dalla Stazione. Dopo il Ponte delle Guglie e il mercato di San Leonardo, giunti al posto che i veneziani chiamano Rio Morto, girate a sinistra e seguite le indicazioni della cartina.
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Un grande locale, con una piccolissima cucina e un grandissimo focolare. Il locale è diviso in due parti da una bassa transenna. Vi consiglio di sedervi accanto al focolare. Potrete ammirare l’ingegnoso sistema di griglia dove cucinano carni e verdure, ottime. Buon vino locale. Prezzi modici.
Il locale era il luogo di ritrovo con i suoi elettori di Alfredo Oriani, famoso deputato nazionalista romagnolo.
È in centro. Per trovarlo basta chiederlo, o cercare su una mappa Via Torricelli.
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Ve li suggerisco a mia volta, in attesa di conoscerli direttamente: La Bastide Odéon (7 Rue Corbeille, 01 43 26 65), Au Petit Marguéry (9 Boulevard de Port Royal, 1 43 31 58 59), Le Villaret (13 rue Ternaux, 01 43 57 89 76). Trovate tutte le indicazioni qui sopra. Fatemi sapere:
eddysal@tin.it
Tra i tanti luoghi dove si mangia bene a Parigi, questo è uno di quelli che mantengono una stabilità negli anni. Ciò che è importante per chi non va a Parigi molto spesso, e magari, dove anni prima si mangiava bene, trova un negozio di scarpe.
Ci si arriva facilmente: è all’incrocio tra boulevard de Montparnasse e rue Raspail (Metro: Vavin). Se non ricordo male.
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Sono tutti posti molto piacevoli, dove si mangiano piccoli raffinati piatti e si bevono ottimi vini. Vi suggerisco di farvi consigliare per ogni pietanza un bicchiere del vino giusto.
L’ultima volta ho mangiato un’ottima tartare di salmone fresco, con due bicchieri di Bordeaux bianco Chateau de Sainte Marie 2001, e un delizioso clafoutis di fichi freschi, con un bicchiere di Sauterne Chateau De Fargue 1994. Più un caffè, 52,30 €. Non poco, ma ottimo.
Hanno un sito abbastanza chiaro e completo: http://www.leclusebaravin.com/.
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Qui sopra l’Ecluse de la Bastille. Sotto, l’Ecluse au Quai de St. Augustin.
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Una roba seria, lo conferma il fatto che il sabato e la domenica sono chiusi. Io ho mangiato benissimo, e bevuto ancora meglio: fatevi consigliare, sono maestri. Non so quanto è costato: hanno pagato i miei cortesissimi ospiti. Il posto è frequentato da persone del quartiere, dai giovani agli anziani, con qualche presenza forestiera ma non “turistica”. Insomma, ve lo consiglio. Ma ricordatevi di prenotare: 01 43 57 16 35.
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Se non c’è fila e trovate un tavolino è un posto delizioso per prendere un tea (meglio, una tazza di cioccolata fumante con panna montata), l’uno o l’altro accompagnato da ottimi dolci. Ma è anche un luogo molto piacevole per una pasto leggero (ricordo delle buone insalate accompagnate da piatti di pesce marinato o affumicato), completato da una fetta di dolce e una mezza bottiglia di vino.
Al banco vicino all’ingresso vendono cioccolatini, di cui sono specialisti, e altre dolcezze. Le fotografie qui sotto sono mie (ma non rendono, le sostituirò appena posso), quelle sopra le ho tratte da uno dei tanti siti inglesi e tedeschi che consigliano il café Angé lina, che non ha un suo sito.
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Dopo un apetizer costituito da leggerissime croquettes di baccalà ho mangiato splendide verdure (peperoni, pomodori, zucchine) farcite di tenero agnello, e un’ottima torta di cioccolata e cannella. Jean-Michel (che con Micette era il mio ospite) ha mangiato una delicatissima salsiccia di porchetta e astice. I vini del locale sono eccellenti. Il décor molto simpatico (caratterizzato da una ricca collezione di “barbotines parisiennes”), la cucina e il servizio eccellenti: le immagini sono qui sotto.
Per arrivare alla piccola Rue Flaubert prendete il metro fino a Courcelles, poi scendete andate boulevard de Courcelles fino all’angolo con l'avenue de Wagram. Comunque telefonate per prenotare, 01 41 67 05 81. Oppure utilizzate il modulo sul sito, che vi permette di fare anche un giro panoramico nella rete di Michel Rostang.
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La sala e il servizio, le bobelines, i cuochi e il gestore
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Naturalmente devono piacervi le pietanze a base di pesci e molluschi: questi ultimi anche crudi, pescati nel tradizionale acquario a vostro piacere.
I prezzi sono più contenuti di altri locali dello stesso livello, per esempio a Venezia o a Parigi. Il menu degustazione (sei piccoli antipasti, due assaggi di primi, un secondo, due assaggi di dolci) l’ho pagato 31 €; più il vino, naturalmente: il 1° aprile 2003 (e non era un pesce d’aprile).
Meglio telefonare per prenotare: +(39) 040-300633.
Per arrivarci, se la cartina non vi basta, prendete la strada proprio di fronte al Molo della Pescaria, via San Giorgio. Se volete più ampie informazioni rivolgetevi alla descrizione di Maria Pia Bonessi in allegato.
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Non avevo speso molto di più due giorni prima, mangiando un buon piatto di carne.
Cucinano ottime pietanze alsaziane, e in particolare delle gustosissime Tartes Flambées. Che cosa sono? Non sono torte, e non sono fiammeggianti: dimenticatevi ogni parentela con l’Omelette Flambée o altri memorabili dessert. È semplicemente una pizza nella quale, su una sfoglia molto sottile di pasta di pane giace uno strato di formaggio e cipolle. Il tutto è cotto in forno molto caldo e servito su un piatto di legno. Guardate qui sotto: l’ho fotografata mentre la mangiavo.
Il servizio è cortese e svelto, il locale piacevole, benché un po’ kitch.
Per prenotare, da Strasburgo: 0388321356. Ma io ho trovato posto senza problemi.
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Vi si si cucinano ottimi primi (il più semplice lo trovate cliccando qui sotto sulla ricetta di spaghetti con filetti di alici, noci e basilico) e ottime pietanze di pesce; non parliamo degli antipasti, anch’essi a base di prodotti del mare. Naturalmente il pescato è del giorno, quindi il menu è variabile a seconda della paranza. Lì comunque potete sempre gustare il condimento con la colatura di alici (cliccate qui sotto e leggete la nota alla ricetta di tagliolini con broccoletti, vongole e colatura di alici, nella quale viene illustrato questo gustoso ingrediente, noto ai romani).
Le foto qui sotto le ha fatte, per questo sito, Gaetano Fiore.
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Spaghetti con alici, noci e pecorino
Tagliatelle di campofilone con broccoletti, vongole e colatura di alici
È collocato sulla banchina sopraelevata che fiancheggia il Douro, Cais Da Ribeira, proprio sotto il maestoso complesso del duomo. È meglio prenotare. Qui sotto vedete un paio di fotografie del sito: per un’idea dell’interno guardate sul sito di Tonho.
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Ho trovato lì il lardo di Colonnata quando non era ancora alla moda, e i fruttini gelati di Matteo di Lancusi, l’uomo che trasforma ogni commestibile in gelato. Prezzi modici.
Se venite dai Fori e risalite via Cavour verso la stazione, è proprio all’inizio a sinistra. Meglio prenotare, ma non indispensabile.
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Tony Fennimore lo racconta così:
“Dopo la caduta di Hania (allora si chiamava La Canea) nelle mani dell’impero Ottomano nel 1645, i turchi avviarono un programma di conversione delle chiese cattoliche in moschee e di costruzione di numerosi bagni pubblici e privati (“Hamam”) e fontane. Lo Hamam combina la tradizione dei bagni romani e di quelli bizantini, con il loro ipocausto sotterraneo e le tubazioni di laterizio che convogliavano l’acqua e il vapore in appropriati locali. Tre di questi Hamam restano ancor oggi, benché non siano più operativi. La costruzione in via Zambeliou, accanto a Tamam, è di chiara impronta veneziana, con inserimenti turchi. Essa è coperta da sei cupole senza tamburo, e costituiva la parte centrale dell’Hamam […] Il ristorante Tamam occupa la piscina di acqua fredda dell’antico Hamam, dove si poteva godere di un bagno di vapore seguito dall’immersione nell’acqua fredda”.
Oggi è un posto piacevole, non caro, con un servizio veloce e molti tradizionali piatti greci. Noi abbiamo trovato sempre posto, anche in agosto; dentro fa più fresco che fuori.
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L’ultima foto è tratta dal sito http://www.interlog.com/~john13/greece.htm.
Le altre le ho riprese nell’agosto 2002.
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Chi è stato a Prato conosce la grande piazza Mercatale (la vedete qui sotto): allungata, spaziosa, collocata proprio là dove si conviene al mercato di una città comme il faut: tra l’antico centro cittadino (il Duomo, il Palazzo Pretorio, il Municipio, il Castello federiciano) e il ponte sul Bisenzio, ai margini del centro storico. Proprio lì, verso la parte della piazza più a nord, c’è l’ostera Cibbè splendidamente gestita dalla famiglia Panerai. Mamma Giuseppina, in cucina, prepara meravigliose pietanze, dove tradizione toscana e creatività felicemente s’incontrano, il marito Spartaco e figli Tommaso e Francesco garantiscono il cordiale servizio. La qualità è ottima, e ancora migliore il rapporto qualità/prezzo.
Tra le cose migliori che ho gustato: i rigatoni alla medioevale (un ragù molto speziato ma senza pomodoro), gli spaghettoni con salsiccia e funghi, i trucioli (pasta fatta a mano, come i fusilli, le troffie liguri, le ciriole ternane) al sugo scappato (cioè, con un sugo fatto solo di verdure), gli involtini di manzo e carciofi, le zucchine ripiene, il roastbeef. Notizia più ampie potete trovarle sulle guide dello Slow Food, che celebrano giustamente questa piccola e saporita tavola.
La sala, molto gradevole, è piccola e molto frequentata dai pratesi: meglio prenotare, 0574 607509. In fondo, verso la cucina, c’è un grande quadro con l’insegna del locale (lo vedete qui sopra): il cibbè, che è quel gioco antico che in ogni parte d’Italia (e forse d’Europa) si gioca con nomi diversi: nell’ex Regno di Napoli si chiama Mazz’ e pi’uze, a Roma Lizza (e non so altrove).
Per concludere, volete qualcuna delle ricette di Giuseppina Panerai? Ne ho tre: Pan cotto, Zuppa col pomodoro, Tordi finti. Basta cliccare qui.
Una stanza arredata con mobili tradizionali, un campiello (c.llo Pegolotto) dove nella buona stagione tende bianche ombreggiano 4-5 tavolini. Poche portate (tre antipasti, tre primi, tre pietanze, tre dessert) e ottimi vini. Prezzi modesti.
Mangia cose sane e molto riso integrale. Dai agli altri più di quello che si aspettano e fallo con piacere. Non credere in tutto ciò che ascolti, e non spendere tutto cio' che hai. Non dormire tutto il tempo che vuoi. Quando dici Ti amo, dillo sul serio... Quando dici Mi dispiace, guarda la persona negli occhi. Mantieni un fidanzamento di almeno sei mesi prima di sposarti. Credi nell'amore a prima vista. Non ridere mai dei sogni degli altri. Ama profondamente e appassionatamente. Forse ne uscirai ferito, ma questo e' l'unico modo di vivere pienamente la vita. In caso di disaccordo con gli altri, discuti con chiarezza. Non offendere. Non giudicare gli altri in base alla loro famiglia. Parla lentamente, ma pensa velocemente. Se qualcuno ti fa una domanda a cui non vuoi rispondere, sorridi e domanda: Perché lo vuoi sapere? Ricorda che l'amore più grande e i più grandi risultati implicano i rischi maggiori. Cura e comprendi i tuoi genitori. Quando perdi, non perdere la lezione di vita. Ricorda le tre R: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilita' per tutte le tue azioni. Non permettere che un piccolo litigio rovini una grande amicizia. Se ti rendi conto di aver commesso un errore, prendi immediatamente una decisione per rimediare. Sorridi quando rispondi al telefono. Chi chiama forse sentira' il sorriso nella tua voce. Sposati con un uomo o con una donna a cui piaccia conversare. Quando sarete vecchi, le sue capacita' di conversatore saranno piu' importanti di qualsiasi altra cosa. Passa parte del tuo tempo in solitudine. Sii aperto al cambiamento, ma non ti allontanare dai tuoi valori. Ricorda che il silenzio e', a volte, la risposta migliore. Leggi piu' libri e guarda meno la televisione. Vivi una vita buona e onesta. Quando sarai vecchio e ricorderai il passato, vedrai che ne trarrai nuova gioia. Abbi fede in Dio, ma chiudi bene la tua casa. E' importante che ci sia una atmosfera di amore nella tua casa. Fa tutto il possibile per creare un ambiente sereno e armonioso. Se sei in disaccordo con i tuoi cari, concentrati solo nella situazione presente. Non tirare in ballo il passato. Leggi tra le righe. Condividi con gli altri cio' che sai. E' un modo per raggiungere l'immortalita'. Non interrompere mai quando qualcuno ti loda. Occupati dei fatti tuoi. Non ti fidare di un uomo/di una donna che non chiude gli occhi quando lo/la baci. Una volta all'anno visita un luogo dove non eri stato prima. Se disponi di molti soldi, usali per aiutare gli altri quando sei vivo. Questa e' la piu' grande soddisfazione che ti puo' dare la vita. Impara tutte le regole, e poi infrangine qualcuna. Ricorda che il rapporto migliore e' quello nel quale l'amore tra due persone e' piu' grande del bisogno che l'uno ha dell'altro. Giudica il tuo successo in base a cio' a cui hai dovuto rinunciare per ottenerlo. Affronta l'amore e la cucina con un certo abbandono temerario. (...)Lo spazio pubblico della città, dove l'uomo è tenuto ad apparire, fruisce, per sua stessa natura, di una duplice definizione. L'una lo differenzia rispetto alla casa, luogo del riposo e del sonno, ma spazio chiuso, privato, femminile, difeso e da difendere; l'altra rispetto al “paese piatto” al “paese vuoto” della campagna, spazio aperto, ma luogo dei lavoro e della natura. Esso si impone come lo spazio dell'azione senza lavoro: luogo del rituale e della festa, del gesto e dello spettacolo, dei piaceri e dei giochi.
In una dimora sotterranea a forma di caverna, con l'entrata aperta alla luce e ampia quanto la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, con le gambe e il collo incatenati, in modo da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, incapaci, a causa della catena, di girare il capo. Alle loro spalle brilli alta e lontana la luce di un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra una strada rialzata. Lungo questa strada pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti agli spettatori per mostrare al di sopra di essi i burattini. Dalla Repubblica VII, 514, 515, 516, 517 di Platone […]Ora, se uno vuol sfogare la sua bile contro di me e tirarmi una botta micidiale, si può star certi che verranno in ballo la mia origine lubecchese e il famoso "marzapane" di Lubecca: se non gli viene in testa nient'altro, ricorderà almeno, collegandolo a me, il comicissimo marzapane, ed ecco che mi si definisce un fabbricante di marzapane lubecchese, che sarebbe poi quella che si dice satira letteraria. Ma è una botta che non mi fa proprio male: per quel che riguarda Lubecca, infatti, mi pare che da qualche parte bisogna pur nascere, e non vedo perché Lubecca debba essere un luogo d'origine piú ridicolo di un altro: per conto mio, anzi, lo considero tra i migliori. Il marzapane, poi, mi offende ancor meno, perché in primis è una sostanza gustosissima, e in secondo luogo è tutt'altro che triviale, ma addirittura degna di nota e, come ho già detto, misteriosa. "Marci-pan" significa evidentemente, o almeno secondo la mia teoria, panis Marci, pane di Marco, di san Marco, il patrono di Venezia. E se esaminiamo più attentamente questo dolce, questa mistura di mandorla, di acqua di rose e di zucchero, ci si affaccia spontaneo il sospetto che c'entri in qualche modo l'Oriente, che ci troviamo di fronte a un dolciume da harem e che probabilmente la ricetta di questa leccornia succulenta e indigesta è venuta a Lubecca dall'Oriente attraverso Venezia, portata da un qualche signor Niederegger. Venezia e Lubecca: alcuni di voi ricorderanno che ho scritto un racconto, La morte a Venezia, in cui mi dimostro in un certo senso come a casa mia in quella città seducente e sacra alla morte, la città romantica per eccellenza, e uso l'espressione "a casa mia" nel suo significato pieno e letterale, nel senso, cioè, di un'altra mia composizione, idilliaca questa, che accenna quasi per gioco il ritmo dell'esametro e in cui affermo che la mia città natale me la ritrovo due volte: l'una sul porto del Baltico, gotica e grigia, e poi un'altra volta, sorgente come per miracolo, lontana, gli archi a sesto acuto travestiti in stile moresco, sulla laguna…[…] Chi è Thomas Mann: secondo Sapere
Questo volume apre la collana "Luoghi" con una esemplificazione paradigmatica dell’approccio interpretativo della nostra scuola: racconta la "biografia" (ovvero nascita, vita e morte) di una regione urbana, la piana di Firenze, attraverso l’interpretazione del processo di territorializzazione di lunga durata che caratterizza diversi cicli di civilizzazione, ognuno dei quali deposita e accumula progressivamente segni di paesaggio, consolidando nel tempo un'identità territoriale. É una esempio di descrizione fondativa di un potenziate statuto del luogo, in questo caso, purtroppo, alla memoria. Provo sinteticamente a richiamare i caratteri identitari della piana di Firenze dalla narrazione biografica del testo, che descrive gli atti territorializzanti della civilizzazione etrusca, romana, atto medioevale, del basso medioevo (repubblica fiorentina) che si consolidano attraverso apporti di arricchimento della civilizzazione rinascimentale e di quella lorenese, maturando la individualità del luogo senza mutarne più sostanzialmente rimpianto generale fino alle soglie della civilizzazione contemporanea. Se ne evince uno straordinario affresco del continuo aumento di “massa territoriale” (concetto che Daniela Poli riprende da Angelo Turco) che “fino al periodo medievale si è accresciuta trasformandosi, mentre dal periodo medievale a quello lorenese si trasforma senza più accrescere”. Il dialogo costante, co-evolutivo, con i caratteri del luogo (la conca pliocenica delimitata dai rilievi del monte Morello, dalle conoidi, dal microterrazzo fluviale, caratterizzata dalle divagazioni fluviali e dalle zone palustri) da parte delle civilizzazioni che si sono succedute netta piana con impianti culturali diversi fra Loro ha sedimentato una "personalità" della regione (usando le parole di Vidal de la Blanche) ancora leggibile in una cartografia IGM degli anni '50: la costellazione dei centri urbani (Firenze, Rifredi, Sesto, Calenzano, Prato, Signa) si situa sul bordo esterno dell’antico lago pliocenico, sul microterrazzo fluviale (Firenze), sui controcrinali e sulle conoidi di deiezione, terminati rivieraschi di profondi sistemi vallivi e di sistemi di comunicazione interregionale, rispettando la configurazione della piana che presenta una parte interna umida e delicata, segnata dai bacini idrografici dell’Arno, del Bisenzio, del Mugnone e i bordi solidi al di sopra della faglia trasversale; gli insediamenti sono puntiformi tanto da consentire le concessioni biotiche e la continuità delle reti ecologiche fra i vari ecosistemi; il sistema delle ville di monte Morello definisce un asse strutturale e percettivo fra il monte e la piana; i terrazzamenti, i ciglionamenti, te arature a giro poggio disegnano il paesaggio collinare con neoecosistemi resistenti e connessi a pettine con la piana attraverso la microorganizzazione mezzadrile che si completa alla fine dell’ottocento; nella parte interna si situano solo pochi insediamenti su 'isole o su un sorta di “argini naturali”' e la viabilità di sponda fluviale (la via Pistoiese, la via Pisana) su rotte create dall'accumulo di detriti fluviali. La viabilità principale (la pedemontana etrusca, la Cassia) ma anche l'acquedotto romano e la ferrovia e infine gli insediamenti si dispongono corse strutture rivierasche, Lungo il bordo dell’antico lago, al di sopra della faglia. L’interno umido pianeggiante rimane, nel tempo lungo della biografia, prevalentemente “spazio aperto” agroforestale: sia nella bonifica intensiva della centuriazione romana, tanto più nell'incolto palustre altomediovale, ma anche nell'appoderamento mezzadrile, rispettando i caratteri identitari del luogo e i limiti naturali e ambientati che esso poneva, in un'alternanza di avanzamenti e arretramenti, che comunque non modificano il suo carattere di spazio aperto, la cui dominante è il sistema delle acque: naturali ma anche artificiali che connettono il sistema pedecollinare all’Arno, a partire dal potente progetto di suolo costituito dall'orditura territoriale della centuriazione romana che ritma le. successive scritture di insediamenti collinari e di piana: pievi, borghi, ville, poderi, coltivi, viali alberati e siepi. Il ritratto unitario che emerge da questo schizzo è frutto di due processi: il dialogo costante fra strutture insediative e caratteristiche ambientali, che della le regole sapienti e “invarianti” delle trasformazioni; e la reinterpretazione innovativo, da parte delle civilizzazioni che si susseguono, delle partiture precedenti. Se è vero che un territorio come costrutto storico di lunga durata ha un carattere, un'individualità, è un sistema vivente ad alta complessità, di cui si può dunque scrivere una 'biografia', allora è altrettanto vero che quel territorio-individuo può morire. Per molte cause; ad esempio per abbandono, assenza di cura (ad esempio un sistema collinare terrazzato), oppure per 'soffocamento' ad opera di atti deterritorializzanti che ne distruggono le capacità autoriproduttive (ad esempio le aree pianeggianti di espansione metropolitana). In che stadio della sua vita si trova l’individuo “piana di Firenze” descritto in questa biografia? Sta bene? è moribondo? è morto? L”oscenario” che è seguito al ritratto che ho schizzato è frutto di una sostanziate trattamento della piana come un “vuoto”, un “ventre molle” dell’espansione di funzioni della città di Firenze, tipico della formazione dei modelli metropolitana centroperiferici della fase matura dell’industrialesimo fordista, che ha depositato funzioni di accentramento a caso, ignaro degli equilibri ambientati e delle regole territoriali che per secoli hanno guidato l'aumento di valore del patrimonio territoriale e ne hanno definito l'identità; o meglio ha depositato funzioni con regole di urbanizzazione dettate unicamente dalle leggi della localizzazione economica e dalla rendita fondiaria (“Fondiaria” è anche il nome emblematico di uno dei principali attori del riempimento del vuoto). A partire dagli anni '50 Firenze subisce una veloce trasformazione che la porta ad espandersi a macchia d'olio e a dilagare nel suo "ventre molte", la piana. le aree produttive si concentrano in ampi macrolotti, piastre industriali e terziarie nei pressi degli svincoli autostradali; le espansioni residenziali completano l'occupazione delle aree paludose e delle casse di espansione fluviale; i padiglioni universitari si spingono verso il centro della piana; t'aeroporto insiste in una delicata zona di regimazione idrica, a distanze a rischio fra insediamenti abitativi, autostrade e i rilievi montani del monte Morello; l’autostrada modella una viabilità ostile ai segni della storia, incurante delle delicate tessiture territoriali. I decentramenti di funzioni urbane (caserme, uffici pubblici, università, centri direzionati, residenze, ipermercati) vanno “riempiendo” progressivamente la piana senza alcuna regola che tenga conto dell’identità del luogo, considerandola come un vuoto buono a tutti gli usi. Questo già pesante carico insediativo è aggravato dai progetti residenziali e terziari in corso. La piana di Firenze è diventato il “non luogo” per eccellenza della città contemporanea: un “retro vuoto” della città, che mette in mostra l'immagine simbolo del centro storico, e che ha un vasto cortile da riempire alta rinfusa con tutti gli oggetti ingombranti, brutti e inquinanti, distruggendo progressivamente l’identità storica, territoriale, ambientate, paesistica di un ex luogo del “bel paesaggio”. Questo modello insediativo, oltre a cancellare l’identità storico-morfologica lentamente costruitasi nel tempo, genera effetti devastanti sull'ambiente e sul paesaggio: innalza l’isola di calore, rompe il delicato microclima, aggrava l’inquinamento atmosferico e idrico, elimina te connessione biotiche, produce desertificazione ecosistemica, crea congestioni di traffico, abbassa la qualità dell'abitare, creando una generate condizione di perifericità; occlude visivamente e fruitivamente, con colate di edilizia anonima, il margine collinare della pianura. Dunque possiamo rispondere atta domanda: l'individuo piana, di cui si traccia la biografia in questo libro è morto o moribondo. E comunque le condizioni della rinascita non appartengono a tempi brevi, dovendo passare attraverso lunghe fasi di demolizione e ricostruzione se e quando una nuova civilizzazione, sensibile atta cura dei luoghi e alla qualità dell'abitare, le intraprenderà. Per intanto, leggendo questo ritratto “laudativo” serpeggia un rimpianto, che potrebbe anche costituire un'utile esercitazione per gli studenti di architettura del nuovo millennio, cui questo libro è rivolto in particolare come esemplificazione di un metodo analitico. Se è lecito porre delle ipoteche sul passato si potrebbe immaginare come avrebbe potuto costruirsi, negli anni del piano Detti, una configurazione diversa delta piana se fosse esistito, nella cultura urbanistica di quel tempo, uno “statuto” di quel luogo, affisso nelle bacheche dei comuni della piana. Innanzitutto si sarebbe potuto ragionare, come nel periodo lorenese, sulla bonifica e valorizzazione del sistema regionale toscano nelle sue potenzialità date da una eccezionale rete di città storiche e di sistemi territoriali locali, non necessariamente concentrando il decentramento nella piana,, ma potenziando il sistema regionale policentrico, facendo di Firenze un centro di coordinamento di un sistema reticolare complesso. Il che avrebbe consentito di valutare possibilità insediative netta regione urbana fiorentina legate alle capacità di carico del sistema insediativo (opportunità dell'offerta) e non sulle esigenze immediate tumultuose della espansione urbana (imperativi della domanda), che si sono riversate sulla parte più debole del territorio (proprietari a minor resistenza e valori fondiari più bassi), e più adatta ad accogliere funzioni massificate. In secondo luogo, entro questi ridefiniti limiti quantitativi dell'espansione si sarebbe potuto seguire regole insediative incrementati che rispettassero equilibri ambientati, localizzazioni e tipologie territoriali e urbane che proseguissero e arricchissero il disegno territoriale e l’individualità storica della piana, a tutto vantaggio delta costruzione di una città contemporaneo improntata a principi di sostenibilità ambientate, territoriale, sociale, paesistica e cosi via autosostenendo.Tutto ciò non è avvenuto. E ora? è possibile una tardiva applicazione dello “statuto dei luoghi” cui allude questa biografia? Va a questo punto sciolto un possibile equivoco che la biografia potrebbe sollevare. Mi sembra che fra l'interpretazione delle regole che hanno definito il “'tipo”' territoriale e t'individualità del luogo e la sua trasformazione futura non venga proposta nel testo una conseguenzialità lineare del piano,inteso in senso muratoriano, come semplice compiersi dello statuto che è già implicato nel territorio: te civilizzazioni succedutesi nella piana mostrano che la valorizzazione del patrimonio e il suo accrescimento ne l tempo storico è avvenuto producendo atti territorializzanti affatto diversi tra loro. la crescita dell'individualità avviene netta trasformazione e netta innovazione, pur nella costante attenzione al processo coevolutivo e agli equilibri ecosistemici (tranne nel caso della civilizzazione tardo industriale fordista). Dunque le scelte possibili nei futuro sono molteplici e dipendono dall’esito del confltitto di una molteplicità di attori e dalla natura “patrizia”, responsabile o meno, del futuro statuto, nell’interpretazione e gestione del patrimonio e delle sue risorse. Avanzo tre visioni utopiche e una realistica, che mi vengono ispirate dalla biografia: - quella che richiama il modello atto medievale: copertura delle funzioni del “retro” di Firenze attraverso una forte fascia boscata che ridisegni i confini del lago pliocenico con penetrazioni di bosco planiziale nascondendo alla vista tutto ciò che vi sta dentro e costituendo un neoecosistema che riconnetta reti ecologiche e sistemi ambientali (un richiamo a Porcinai, ma anche al più recente (1990) progetto di Pizziolo del sistema ambientale per lo Schema Strutturale Firenze Prato Pistoia); Si tratta di accenni perché il cuore del libro risiede nell'esemplificazione - anche didattica e metodologica - di come condurre una storia del processo di territorializzazione, rifondativa dell'analisi urbanistica. […] Lo splendore delle strade principali di Augusta non poteva accecarlo; egli sapeva che là vicino si trovavano dei quartieri miseri, in cui il grande bisogno si faceva sentire sempre più largamente. Con grandi sbalzi di anno in anno la ricchezza complessiva di Augusta si era accresciuta; ricchezza e fasto della città erano divenuti proverbiali in tutto il mondo. Ma contemporaneamente era anche cresciuto di un terzo il numero degli esenti dalle tasse e si era considerevolmente ingrossata la massa degli «uomini del popolo». Così luce ed ombra stavano l'una accanto all'altra e nessuno più del Fugger avvertiva questo chiaroscuro. Perciò egli fece di tutto per mitigare durezze e alleviare danni. Nel bilancio del 1511 egli mette a disposizione per provvidenze sociali a carico della sua società 30.000 fiorini, quasi la decima parte della somma complessiva in base all'ammontare del capitale commerciale di allora: 5.000 fiorini dovevano permettere di realizzare il piano progettato già da lungo tempo della costruzione di un lotto di abitazioni. Guarda come molti anni fa Machiavelli insegna che non si diventa grandi accumulando patrimoni, ma usandone rettamente. L´Italia 2003 vanta un Guignol legale arricchito dal lodo Msc. La sigla designa i tre ai quali lo dobbiamo: Maccanico, inventore; Schifani, manovale; Ciampi, tessitore. Siamo un paese anomalo ma non attribuirei l´anomalia al solo B. Che abbia stomaco e cervello da squalo, consta da un´ormai lunga storia. La conclamano sguardo, ganasce, mani, ghigni, loquela, gesti: anche i meno esperti nell´antica arte della "physiognomia" vi leggono una fame incoercibile; sotto le pose socievoli viene il dubbio che non sia un uomo. La sua forza sta nel non pensare. Puro fenomeno biologico. L´avevo notato varie volte ma, col permesso dei lettori, cito ancora La Fontane dalla satira inedita d´un "Florentin", perché nei miei ricordi libreschi non esiste modello più pertinente. «Le Florentin/ montre à la fin/ ce qu´il sa faire»: somiglia ai lupi ed è giusto che sia così; un lupo dev´essere sé stesso, come la pecora; «j´en étais averti»; finisce male chi se lo piglia socio; afferra, stringe, divora tutto; ha tre gole; riempitelo e chiede ancora; niente lo sazia. L´epopea berlusconiana è una baraonda del «triple gosier»: impresario edile, scorridore d´affari misteriosi, piduista, decolla grazie al privilegio sull´etere concessogli dal sultano rosa Bettino Craxi, non gratis supponiamo; vi fonda una formidabile impresa dell´incretinimento collettivo, allungando le mani dovunque fiuti prede; tale il suo "genio" imprenditoriale, come gli adulatori lo chiamano, abusando delle parole; e poiché i lupi ignorano l´etica, né possiamo insegnarla ai pescicani, raccoglie anche disavventure penali, ad esempio, quando arraffa un impero editoriale cadendo sotto l´accusa d´essersi comprato la sentenza. Rimasto orfano del protettore, salta nell´arena politica, trascinato dall´ego furioso, contro i consigli d´un amico. Come fosse entrato a Palazzo Chigi, ne esca in capo a 6 mesi e vi torni dopo 6 anni e mezzo, ferocemente risoluto a starvi da padrone, è storia attuale. Niente d´anomalo, «car un loup doit toujours garder son caractère», né stupiscono i fondi schiumosi che porta a galla: gli uomini compongono una varia massa (dannata secondo sant´Agostino); il contegno dei meno riusciti dipende dai modelli dominanti; l´uomo-lupo-squalo ne impone d´orribili appena prenda piede. Forza Italia non è un club spirituale. Sbaglia chi vi cerchi Blaise Pascal o Albert Schweitzer, teologo-medico-organista-filantropo, o Eric Blair (nom de plume, George Orwell). La quadrata, esauriente relazione del Duca Caffarelli mi dispensa dal ripetere ciò che tanto brillantemente e con tanta dottrina egli ha detto sull'Urbanistica, e sul molto che in materia. di organizzazione si è fatto alI 'Estero, e sul poco che si è tentato da noi. |