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Ludovico Ariosto, nel presentare l'Ippogrifo (la mitica creatura con corpo di cavallo e ali d'uccello), così lo definisce:

"Volando, talor s'alza nelle stelle,

così quasi talor la terra rade".

Abbiamo cominciato questo convegno volando alto; con Toraldo di Francia ci siamo alzati nelle stelle. Abbiamo continuato a volare con Tiezzi e con Rullani. Adesso, nell'Ippogrifo costituiti dalla dialettica comunità dei relatori, tocca a me, tocca a un urbanista, portarvi giù: "così quasi talor la terra rade".

Ma usciamo dalla metafora, ed entriamo nell'urbanistica.

- L'urbanistica è una disciplina, e una prassi, che hanno sempre avuto a che fare con l'ambiente. Essa si occupa, quasi per definizione, dei rapporti della società con lo spazio, con il territorio: con l'ambiente dunque.

Non direi però che, in Italia, l'urbanistica abbia sempre considerato l'ambiente in modo corretto. Abbiamo esempi che testimoniano come gli urbanisti siano stati tra i primi nella concreta difesa delle qualità naturali e storiche del territorio: Giovanni Astengo e il piano di Assisi, Edoardo Detti e le colline di Firenze, Luigi Piccinato e le mura e gli orti di Siena, Armando Sarti e le colline di Bologna.

Ma abbiamo anche molti esempi di piani che hanno concorso allo sfascio del territorio. Abbiamo molti esempi di urbanisti che hanno attaccato il carro dove voleva il padrone, e hanno fornito strumenti alla speculazione che il loro statuto disciplinare avrebbe dovuto invece contrastare.

Ciò che più conta però è che gli stessi esempi positivi e d'avanguardia rivelano un'attenzione limitata ad alcuni aspetti soltanto dell'ambiente, e ad alcuni luoghi più ricchi di valenze culturali o estetiche. Talché, da qualche anno, la cultura urbanistica più avanzata ritiene che il modo in cui la pianificazione deve tener conto delle qualità dell'ambiente(e più in generale, delle esigenze sociali dell'ambientalismo e degli apporti culturali dell'ecologia) sia il punto cruciale da affrontare per rendere l'urbanistica adeguata a contribuire alla soluzione dei problemi odierni dell'assetto del territorio.

Sono state compiute, in questi ultimi anni, esperienze innovative e positive. Soprattutto quelle in attuazione della cosiddetta Legge Galasso: una legge che per la prima volta ha tentato di introdurre e generalizzare, nel nostro paese, la prassi di una "specifica considerazione", da parte degli strumenti di pianificazione, "dei valori paesaggistici e ambientali".

Le esperienze della pianificazione paesistica sono state positive sotto il profilo culturale e tecnico, molto meno sotto il profilo della convinzione politica e dell'efficacia amministrativa. Così. se la Regione Emilia-Romagna ha adempiuto con tempestività, e con una risposta di altissimo livello culturale, alla legge nazionale, e se con essa hanno marciato le Marche, la Liguria, l'Abruzzo, le altre sono quasi tutte ancora in cammino e qualcuna - come la stessa Regione Friuli-Venezia Giulia - si era addirittura chiamata fuori dall'obbligo di adempiere alla legge nazionale, finché la Corte Costituzionale non l'ha severamente richiamata alle sue responsabilità.

Si tratta, peraltro, di esperienze (come si dice nel nostro gergo) di "area vasta". Riguardano cioè intere regioni o ambiti provinciali e interprovinciali. Territori comunque costituiti prevalentemente da campagna. Territori in cui il bilancio tra "dare" e "avere" inquinamento vede prevalere le "entrate" sulle "uscite". Territori, insomma, più inquinati che inquinanti.

Se l'urbanistica vuole, come deve, fare davvero i conti con la questione ambientale, essa deve innanzitutto affrontare, in modo necessariamente nuovo, i problemi dell'ambiente urbano: i problemi delle aree dove si concentra il massimo di popolazione, di attività economiche, di relazioni, di produzione e di consumo di merci - e anche di produzione d'inquinamento e di entropia positiva. E' perciò sull'ambiente urbano che vorrei, nella mia relazione, richiamare la vostra attenzione.

2. - Abbiamo recentemente discusso, in un convegno nazionale del Pds a Venezia, un importante documento della CEE: il Libro verde per l'ambiente urbano . Vorrei partire proprio da quel documento: più precisamente, da una sua interpretazione che mi sembra legittima.

Il centro ideale del documento sta in una consapevolezza che lo pervade: nella consapevolezza che senza tutela e valorizzazione dell'ambiente non c'é sviluppo della società e della città.

"La protezione delle risorse ambientali sarà la precondizione di base per una sana crescita economica", afferma esplicitamente il Libro verde. Questa impostazione costituisce un ribaltamento completo non solo della prassi finora praticata, ma anche delle concezioni e delle logiche che ancora restano molto largamente presenti all'interno stesso della cultura della sinistra, anche di quella più radicale.Oggi, in Italia, si continua infatti a sostenere che solo se si garantiscono certe condizioni, e certi ritmi, di sviluppo economico, solo se si realizzano e si mantengono determinati livelli di investimenti, di accumulazione, di occupazione, solo allora diviene possibile porsi l'obiettivo di determinare un sensibile miglioramento dell'ambiente.

Fa parte della nostra esperienza quotidiana. Tutti abbiamo sentito e sentiamo di progetti e programmi che promettono parchi, metropolitane, recuperi ambientali "a condizione che" preliminarmente si autorizzino, magari addirittura in deroga ai già permissivi piani urbanistici vigenti, volumi edificatori da destinare alla tecnologia e alla scienza, o ai centri direzionali o commerciali, o alla ricettività turistica. "Consentite alla Finsepol di costruire mezzo milione di metri cubi di alberghi e di seconde case nella Baia di Sistiana - si predica da anni sui giornali triestini - e il buon padrone abbellirà l'ambiente piantando centinaia di alberi nuovi"

3. - Lo sviluppo quantitativo delle grandezze economiche è insomma, nella concezione che è ancora dominante, la condizione preliminare per affrontare il tema della qualità dell'ambiente. A questa affermazione si può forse benevolmente riconoscere una certa parziale verità in un passato che oramai è sepolto. Oggi essa è divenuta falsa. Va anzi rovesciata nel suo opposto: nell'affermazione, appunto, che la qualità dell'ambiente è "una precondizione di base" per lo sviluppo economico.

Molte ragioni concorrono a formulare quest'ultima affermazione. Non voglio insistere su quelle di carattere più strettamente ambientalistico. Non voglio insistere quindi sul rilevante contributo che la città, e in particolare quella del Nord e dell'Ovest del mondo, fornisce al dramma planetario della degradazione e dissipazione delle risorse naturali, alla distruzione dell'equilibrio vitale cui è affidata la nostra vita biologica: e se non c'è vita, non può evidentemente esistere sviluppo!

Voglio invece soffermarmi, sia pur brevemente, su un punto anch'esso toccato nel Libro verde, là dove si afferma che "la qualità della città é stata riconosciuta come un valore nella concorrenza internazionale" e che perciò "l'ambiente e la qualità della vita dovrebbero diventare elementi essenziali della pianificazione e dell'amministrazione della città sia nei confronti degli abitanti che per promuovere lo sviluppo economico".

Le vicende di ciascuna delle nostre città lo dimostrano nei fatti: ogni anno di più, la capacità di attrarre iniziative economiche, flussi d'interessi e di visita, la capacità di essere oggetto di una domanda d'insediamento da parte di aziende, è in proporzione diretta con la qualità urbana.

E intendo per qualità urbana la compresenza di più elementi: un ambiente naturale piacevole e interessante; una varietà di occasioni d'interesse culturale, consolidate nella presenza fisica di luoghi storici ben conservati e civilmente godibili e nella presenza organizzativa di istituzioni culturali ben funzionanti: la possibilità di fruire dei servizi collettivi, pubblici e privati, tipici di una società evoluta.

E' la maggiore o minore qualità urbana che consente oggi (e sempre più consentirà) all'una o all'altra delle città europee di più consentirà) alle città d'Europa di concorrere più o meno vittoriosamente con le altre. Di concorrere a una gara in cui è in gioco una posta molto concreta: la possibilità di vivere uno sviluppo dell'economia cittadina, una crescita della ricchezza e del benessere dei suoi abitanti - oppure, al contrario, la penalità di un loro regresso, di una loro decadenza.

Il governo del territorio deve farsi pienamente carico di questa nuova realtà. E' allora necessario impegnare risorse morali e materiali, attenzione politica e culturale e disponibilità finanziarie per raggiungere un ben determinato sistema di obiettivi: proteggere le qualità ambientali sia naturali che storiche: valorizzare le caratteristiche specifiche, peculiari, proprie di questa o di quella città e fondative della sua individualità; conservare la bellezza esistente e costruire bellezza nuova; rendere efficiente l'attrezzatura urbana.

Perseguire questi obiettivi, e tentar di raggiungerli, non è oggi un lusso, non è un possibile modo d'impiegare il sovrappiù di risorse che eventualmente fosse disponibile: è una necessità assoluta per quelle città che non vogliano farsi tagliar fuori dalla concorrenza nazionale e internazionale.

4. - Quando parliamo di qualità, quando parliamo di sviluppo ci rendiamo conto di adoperare termini che cessano di essere ambigui solo se chi li adopera ne qualifica il significato.

Ho già precisato in che senso propongo di adoperare qui il termine qualità urbana. In sostanza, come qualcosa che esprime il valore che un luogo, una città, assume per il modo in cui storia e natura, nel passato e nel presente, hanno concorso e concorrono nel connotarlo, nel configurarne l'assetto fisico e nell' organizzarne l'assetto funzionale, per costruire infine - e mantenere, e sviluppare - ciò che la città è, deve essere.

E la città indubbiamente è, deve essere, una realtà caratterizzata da una precisa identità e da una ricchezza di funzioni e occasioni, dove abitare, lavorare, conoscere, incontrare, amare, giocare, riposare, dove tutto ciò (e quindi vivere) è piacevole e comodo, è interessante e stimolante: strumento per il bene-essere e per lo sviluppo interiore delle persone e delle comunità.

Non ho la pretesa di aggiungere alcunché al dibattito che da tempo è in corso sulla impegnativa parola sviluppo. Vorrei limitarmi a ricordare che se al termine "sviluppo" vogliamo attribuire oggi un significato positivo, dobbiamo radicalmente separarlo dal termine "crescita".

Dobbiamo anzi giungere ad affermare che in molte situazioni lo sviluppo comporta oggi che non vi sia crescita di alcune tradizionali grandezze del tradizionale discorso economico. O almeno, che non vi é necessariamente sviluppo se i valori assunti da tali grandezze sono crescenti.

Così, non è detto che un aumento della popolazione, del numero di alloggi, dell'attività edilizia e del reddito da essa derivante, della stessa occupazione, del reddito complessivo, siano di per sé un obiettivo dello sviluppo e, ove raggiunti, siano di per sé un segno positivo del suo manifestarsi.

5. - In effetti, quanto parlano di sviluppo molti di noi si riferiscono a una categoria che Gro Harlem Brundtland, nel rapporto della Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo che è noto appunto con il suo nome, ha definito "sviluppo sostenibile". Dove per "sviluppo sostenibile - si legge nel Rapporto - "si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri" ( Il futuro di noi tutti, Bompiani, 1989).

Per conto mio, preferisco questa definizione a quella proposta nel 1980 dal World Conservation Strategy: "affinché uno sviluppo sia sostenibile esso non deve interferire con il funzionamento dei processi ecologici e con i sistemi che sostengono la vita" (cfr.E.Goldsmith e N.Hildyard, Rapporto Terra, Gremese, 1989). La definizione del Rapporto Brundtland mi sembra, tra l'altro, molto più calzante a una realtà, quale quella europea, nella quale la natura è sempre fortemente intrecciata con la storia, e i processi ecologici sono indissolubilmente legati al lavoro umano. Quale che sia comunque l'accezione sotto la quale si voglia adoperare l'espressione di "sviluppo sostenibile", un fatto mi sembra certo. Lo "sviluppo sostenibile" è l'opposto dello sviluppo attuale, il quale avviene consumando risorse non sostituibili, o sostituibili a costi elevatissimi, per soddisfare (spesso malamente) i bisogni (spesso falsi) del presente.

Ma se vogliamo applicare la definizione del Rapporto Brundtland all'ambiente urbano, e se vogliamo dunque parlare di città sostenibile, dobbiamo introdurre nella definizione una correzione, non poco significativa. Credo infatti che non possiamo proporci soltanto di non "compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni" urbani. Non possiamo cioè limitarci a non peggiorare le attuali qualità urbane; dobbiamo decisamente proporci di migliorarle.

Dico questo non solo per una ragione teorica e di principio, ma anche per una ragione storica e pratica. Non lo dico solo perché ogni civiltà ha aggiunto qualcosa a quelle che l'hanno preceduta, e quindi anche noi dobbiamo rendere più qualità di quanta ne abbiamo ricevuta. Lo dico anche perché la condizione delle nostre città, e il trend della trasformazione che su di esse opera, è tale da indurci a operare con energia e con tempestività in modo assolutamente controtendenza per evitare che dalla città scompaia ogni residua qualità ed essa si riduca a un mero agglomerato di oggetti e di persone.

Per evitare che la città di oggi diventi, per dirla con Carlo Cattaneo, una di "quelle pompose Babilonie", "città senza ordine municipale, senza diritto, senza dignità". Quelle città che sono esseri inanimati, inorganici, non atti a esercitare sopra sé verun atto di ragione o di volontà, ma rassegnati anzi tratto ai decreti del fatalismo" (Carlo Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane; in: Carlo Cattaneo, "La città come principio", a cura di M.Brusatin, Marsilio, 1972).

Su alcuni rilevanti aspetti del trend di "babilonizzazione", e sugli indirizzi da seguire per invertire la tendenza, il Libro verde fornisce indicazioni stimolanti e utili anche per la loro semplicità. A questi aspetti della odierna crisi della città vorrei adesso brevemente riferirmi, illustrando in tal modo anche i temi centrali per un'urbanistica che voglia rinnovarsi facendo compiutamente i conti con la questione ambientale.

6. - La crisi della mobilità è forse l'aspetto più drammatico della crisi della città. Se la osserviamo ripensando alla storia ci rendiamo conto che essa costituisce un vero paradosso. La città è stata infatti storicamente il luogo degli incontri e delle relazioni, dei rapporti tra persone e gruppi diversi: sta degenerando, negli anni della "civiltà dell'automobile", nel luogo delle segregazioni, dell' isolamento, delle difficoltà di comunicazione. Il modo in cui, nelle città e nel territorio, è organizzato il sistema della mobilità concorre pesantemente a questo risultato; muoversi, spostarsi, è diventato un tormento, un'angosciosa perdita di tempo, un'assurda dissipazione di risorse pubbliche e private, un'ingiustificato spreco di spazio e di energia, una preoccupante fonte d'inquinamento.

Ebbene, sappiamo tutti che la crisi della mobilità urbana deriva in modo sostanziale e immediato dal fatto che il trasporto è pressoché interamente affidato alla motorizzazione individuale, mentre il trasporto collettivo - di gran lunga il più conveniente in termini di spesa, di spazio, di energia, d'igiene - è da sempre la cenerentola dei modi del trasporto.

Ma l'abnorme espansione della motorizzazione individuale ha tra le sue cause anche quella di un cattivo governo del territorio. La disseminazione delle abitazione e dei luoghi di lavoro, la mancata programmazione delle espansioni urbane, la rigida zonizzazione delle funzioni, la mancanza di controllo sui cambiamenti di destinazione d'uso, sono tutte scelte che aumentano parossisticamente la "domanda di mobilità", e in particolare di quella mobilità che è più facilmente soddisfacibile con uno strumento costoso ma flessibile come l'automobile.

Quale che sia comunque la miscela di cause che determina l'attuale assetto del sistema dei trasporti e l'egemonia del mezzo individuale, un fatto è certo: non servono, e sono anzi spesso controproducenti, le politiche dell'emergenza e della rincorsa degli effetti, che dominano nel nostro paese ma che sono evidentemente presenti anche altrove.

Esplicito e chiaro è in proposito il Libro verde. In esso si afferma che "il moltiplicarsi di strade, tunnel, ecc. per far fronte al traffico crescente produce l'effetto perverso di rallentare il traffico nella fase di costruzione e di aumentare l'inquinamento e il rumore". E si prosegue: "Dopo che l'infrastruttura è completata, il traffico aumenterà rapidamente e si giungerà così ai livelli di saturazione che avevano portato alla costruzione di nuove strade".

Quali vie percorrere allora per uscire da questa crisi? Anche su questo punto, le indicazioni proposte sembrano del tutto condivisibili. "Il divieto puro e semplice dell' automobile non costituisce una risposta adeguata", afferma il Libro verde. "L'obiettivo deve invece consistere nel rendere l'automobile un'opzione e non una necessità".

"Rendere l'automobile un'opzione e non una necessità": indicazione davvero rivoluzionaria, quella della Commissione della Cee, se riflettiamo a qual'é oggi l'organizzazione del sistema della mobilità (e la condizione delle nostre aree urbane) e a come dovrebbero essere per rendere la città vivibile e funzionante. Non credo di aver bisogno di commentarla!

7. - Tra i contenuti della qualità urbana ho indicato la bellezza e piacevolezza del sito, la presenza di monumenti, testimonianze e luoghi storici. Non mi viene in mente nessuna città d'Italia (grande, piccola o media che sia) nella quale non siano presenti l'uno o l'altro di questi elementi, e più spesso tutti.

Ecco allora qui, in Italia, un punto di partenza invidiabile per costruire una nuova, e più compiuta e completa, qualità urbana. Ecco la nostra risorsa. A differenza che in altre regioni europee non abbiamo città geometricamente organizzate secondo rigorosi piani e diligentemente attuati. Non abbiamo sistemi di trasporto integrati e funzionali, basati sulla scelta, segmento per segmento, del mezzo più conveniente. Non abbiamo ricchezza di parchi e boschi né efficienza di servizi collettivi. Non abbiamo amministrazioni locali efficaci e disponibili, al servizio dell'utente.

Non abbiamo, in Italia, tutto questo. Ma abbiamo, in compenso, l'immenso patrimonio che le precedenti generazioni, le precedenti civiltà, ci hanno lasciato. E a differenza della risorsa costituita dalla buona organizzazione urbana, la nostra risorsa non è riproducibile: chi non ce l'ha, non può darsela.

E' allora veramente un folle paradosso, ancor prima che uno scandalo, il destino al quale ancora oggi, al declinare del XX secolo, abbandoniamo l'unico patrimonio di cui disponiamo. Abbiamo imparato che non solo i monumenti, ma anche i quartieri e le città antiche, anche le minori testimonianze storiche, non si distruggono. E cominciamo a comprendere che non solo i paesaggi più illustri, ma anche i residui brandelli di natura, anche gli alberi e i cespugli vanno tutelati, e possono essere distrutti solo là dove possono essere ricostituiti.

Ma in Italia non si è ancora capito che per tutelare il patrimonio culturale bisogna metterlo in salvo anche dalla degradazione e distruzione provocate dall'uso indiscriminato e massiccio, e spesso dall'abuso, determinato dagli sregolati e sproporzionati flussi di visita. E' sotto questa pressione che i nostri centri storici maggiori, le nostre "città d'arte", stanno perdendo la loro individualità, il loro carattere.

Come del resto sta accadendo, nel Bel Paese, in tutti i siti di maggior pregio paesaggistico e naturalistico, dalle isole mediterranee alle vallate dolomitiche, dove chi si oppone alla degradazione deve combattere oggi gli stessi avversari che aggrediscono le città d'arte.

Non so se saremo capaci oggi di difenderci da questa distruzione e degradazione, così come siamo riusciti ieri a difenderci (sia pure con perdite) dallo scempio del piccone demolitore. Sono indotto a sperarlo, quando ascolto le proteste che di tanto in tanto si manifestano e riescono a porre la questione dell'"abuso turistico" all'attenzione dell'opinione pubblica. Sono indotto a sperarlo, quando sulla necessità culturale e politica, e soprattutto sulla possibilità tecnica, di governare i flussi di visita commisurandoli alle capacità dei beni visitandi, promuovendo quello che Luigi Scano definisce il "razionamento programmato della fruizione".

Ma dispero, francamente, quando vedo i fatti. Quando vedo le colonne di pullman turistici parcheggiate ai margini delle aree monumentali di Pisa o Firenze, quando vedo prospettare metropolitane nel centro storico di Venezia, quando vedo i Fori imperiali o la Piazza San Marco ridotte a scenografie per imbecilli spettacoli di varietà.

Il modo in cui le testimonianze del passato sono considerate e tutelate è un rivelatore significativo del livello di civiltà d'una società. I nostri ragionamenti partono tutti dal presupposto che la nostra sia una società nella quale la civiltà è viva. Ma a volte mi domando se non ci inganniamo. Forse è già morta, è già tramutata in barbarie.

8. - I destini della città sono sempre stati legati a filo doppio a quelli del sistema economico. Leggere la città e i suoi problemi, lavorare per risolverli, praticare insomma l'urbanistica, pretende perciò una contaminazione con le categorie del ragionamento economico. Decisiva, tra queste, è stata storicamente ed è oggi quella del mercato.

Il mercato, nella sua originaria funzione di luogo ove le merci vengono scambiate, ha avuto una funzione fondativa per la città. E innumerevoli sono gli intrecci che si sono determinati negli ultimi secoli tra la forma assunta dal mercato - come luogo ideale nel quale si determina il prezzo delle merci - nell'economia moderna e le vicende della città. Oggi, a livello del sistema economico mondiale, il mercato trionfa.

Ma oggi, mentre il mercato trionfa, esso manifesta anche il suo limite di fondo. Strumento rivelatosi storicamente non sostituibile per misurare l'efficienza della produzione dei beni producibili con il lavoro dell'uomo e fungibili, il mercato è invece incapace di misurare i beni non riproducibili e quelli comunque caratterizzati da una spiccata individualità. E' incapace, cioè, di misurare i beni ambientali, sia naturali che culturali.

Strumento insuperabile (e comunque storicamente insuperato) per valutare il valore di scambio, il mercato è incapace di valutare, di riconoscere, di misurare il valor d'uso (quel valore, cioè, che non deriva dalla capacità di un bene di produrre reddito nello scambio con un altro bene, ma dall'uso che il soggetto fa di quel bene).

Rivelatore e misuratore del valore di tutti i beni prodotti in quanto merci, il mercato non è insomma di per sé capace di far fronte al compito di valutare e misurare i beni ambientali. Come integrarlo, o correggerlo, o addirittura superarlo? E' un tema che sta dispiegatamente aperto davanti a tutti noi, e sul quale non ho la pretesa di soffermarmi.

9. - A una questione che con il mercato ha a che fare mi tocca peraltro accennare, per la grande e specifica rilevanza che essa ha nei confronti della capacità di costruire una città sostenibile, o qualunque altra ipotesi di razionale assetto urbano. Mi riferisco alla questione del regime degli immobili.

Voglio prescindere da qualunque valutazione di carattere economico. Voglio prescindere dalla maggiore o minore legittimità della rendita immobiliare urbana in una economia e una società moderne. A maggior ragione voglio prescindere dall'accettabilità morale dell'appropriazione privata di un prodotto dell'impegno collettivo. Su un punto solo voglio brevemente soffermarmi, per affermare una sola tesi.

Non sarà possibile tutelare e valorizzare in modo efficace le qualità naturali e storiche dell'ambiente, non sarà possibile ricondurre a funzionalità ed efficienza l'assetto dell'organismo urbano, non sarà possibile attribuire pienezza di soddisfacimento ai proclamati diritti di cittadinanza delle categorie più deboli (e quindi a tutti i cittadini) se e finché non esisterà una regola certa, chiara e univoca che definisca l'appartenenza dei valori differenziali derivanti dall'urbanizzazione.

Su questa affermazione tutti si dicono d'accordo. Le opinioni divergono invece, anche nell'ambito della sinistra, quando discutiamo su quali debbano essere le nuove regole del rapporto tra collettività e proprietà. Per conto mio, continuo a restar convinto che per essere davvero strumento per la soluzione dei problemi di oggi una riforma seria del regime degli immobili debba poggiare sulla premessa che la facoltà di edificare (e, più propriamente, di operare trasformazioni urbanisticamente rilevanti) non è un attributo della proprietà ma appartiene all'ente pubblico elettivo, il quale ne concede l'esercizio sulla base delle regole certe e chiare costituite dagli strumenti della pianificazione urbanistica.

Sul principio opposto a questo è invece fondata la proposta di legge che sciaguratamente la Camera sta per approvare, attraverso la Commissione cui è stato affidato il potere legislativo.

10. - "Affrontare i problemi dell'ambiente urbano comporta necessariamente il superamento d'ogni approccio settoriale". E' con queste parole che si apre il Libro verde. Esso è interamente percorso dalla convinzione della necessità di un approccio globale, della necessità di superare radicalmente i settorialismi imperanti, che hanno provocato e ancora provocano danni crescenti.

Dall'Europa, insomma, giunge all'Italia una dichiarazione di fiducia, prima ancora che di necessità, nella pianificazione urbanistica. Ma ciò che è oggi divenuto necessario è una pianificazione largamente rinnovata.

Una pianificazione che superi la prassi, tutta italiana, dei piani meramenti cartacei, monumenti sussiegosi di buone intenzioni o sciatti fardelli di improbabili e devastanti progetti. E una pianificazione che non abbia più come suo scenario il governo dell'espansione e la soddisfazione dei fabbisogni quantitativi, ma che assuma i bisogni del presente nella loro nuova configurazione, e che soprattutto non neghi i bisogni del futuro.

Alla pianificazione che oggi è necessaria è allora necessario porre obiettivi sociali e culturali definiti e nuovi, e dettare indirizzi con essi coerenti. E a me sembra indubbio che, se si vuole costruire la città sostenibile, un obiettivo sia assolutamente prioritario: il massimo risparmio di tutte le risorse territoriali disponibili, e in primo luogo di quelle non riproducibili, o riproducibili con tempi e costi elevati.

Tra le risorse territoriali sono ovviamente essenziali e primarie, ai fini dell'obiettivo enunciato, quelle costituite dai residui elementi di naturalità: ossia da quelle parti del territorio dove il ciclo biologico non è ancora stato soppresso e negato, oppure compromesso e degradato, e nelle quali dunque le regole e i ritmi della natura, seppure corretti e guidati dalla cultura e dal lavoro dell'uomo, permangono nella loro essenza e nella loro leggibilità.

Indirizzo essenziale della pianificazione, che alle Regioni (ove mai si svegliassero non per rivendicare nuovi poteri, ma per esercitare quelli che già hanno) spetterebbe di stabilire, dovrebbe essere perciò quello di non sottrarre alcuna ulteriore parte del territorio alla "naturalità" quale l'ho or ora definita, e di indirizzare le trasformazioni territoriali alla ricostruzione di aree a maggior tasso di "naturalità".

E questo "vincolo" dovrebbe esser rimosso solo dove e quando sia dimostrato, secondo criteri di valutazione univocamente stabiliti, che una sottrazione di aree al ciclo naturale è resa indispensabile dalla necessità di soddisfare esigenze generali altrettanto prioritarie altrimenti non soddisfacibili

Ma sono certamente di uguale rilievo le risorse territoriali costituite da quelle parti ed elementi nei quali l'intreccio tra storia e natura ha più profondamente operato, e dove quindi il territorio appare particolarmente intriso di qualità culturali.

Il patrimonio costituito nel territorio dai segni lasciati dalla storia rappresenta parte sostanziale della civiltà alla quale apparteniamo: siano i segni nei quali essa si esprime più o meno compiuti, più o meno "nobili", più o meno guastati dall'oltraggio della speculazione o della stupidità, più o meno leggibili nella loro configurazione residua; siano essi più o meno concentrati, come nelle città antiche e nei centri storici, oppure diffusi, come nel territorio e nel paesaggio agrario.

Altro indirizzo altrettanto essenziale per una pianificazione coerente con la costruzione della città sostenibile deve essere quindi quello di tutelare ogni elemento di tale patrimonio, con l'impiego di tutti gli strumenti capaci di garantire il restauro o il ripristino delle strutture fisiche e la definizione rigorosa degli usi compatibili con le caratteristiche proprie delle diverse unità di quel patrimonio.

11. - "Le città continueranno a rappresentare un elemento cruciale per lo sviluppo economico e sociale dell'Europa", si afferma nel Libro verde. Ma la centralità del ruolo delle città per la vita economica, sociale e culturale dell'Europa (che costituisce l'ispirazione di fondo del documento della Cee) non è solo un retaggio della storia, su cui si possa vivere di rendita: è una scommessa per il futuro.

Sconfiggere i rischi (e la realtà) del degrado ambientale e della crescente entropia urbana non è una certezza. E' una possibilità: anzi, una speranza. Il realizzarsi di questa speranza è legato anche alla capacità di guardare al futuro: di sapersi "contentare" di creare oggi le premesse per uno sviluppo i cui frutti si vedranno solo nel tempo.

Significa insomma preferire la gallina domani all'uovo oggi. Significa tutelare le qualità esistenti, e quindi applicare una rigorosa politica di salvaguardia come primo passo (e prima garanzia) per una politica di sviluppo. Significa selezionare, scegliere: anteporre ciò che va nella direzione di quel determinato sviluppo che si è scelto, a ciò che può apparire più utile nell'immediato ma che è contraddittorio con l'obiettivo.

Lo afferma del resto con chiarezza il Libro verde europeo: "la maturità politica di una società è dimostrata dalla capacità di pensare a lungo termine". Ma nel concludere questa relazione devo allora prospettare un quesito, che continua a inquietarmi.

E' capace la nostra società, nei ceti dirigenti che essa esprime e che comunque la rappresentano, di pensare e progettare in modo siffatto? Oppure è inevitabile, oppure è ormai un dato permanente cui tutti volenti o nolenti siamo condannati, l'attuale prassi del giorno per giorno, dell'affannosa rincorsa dell'emergenza (o addirittura della creazione di false emergenze), della produzione di leggi riformatrici e rinnovatrici che nessuno attua (come la 431 nel 1985, come la 142 nel 1990)?

E ancora: é davvero fatale che la democrazia coincida, senza residui, con la tutela esclusiva degli interessi immediati espressi dai gruppi sociali esistenti, oppure essa è capace di farsi carico anche degli interessi dei soggetti che non pesano ancora, né elettoralmente né socialmente, perché ancora non esistono? E' capace insomma la democrazia di farsi carico degli interessi delle generazioni che verranno?

Consentitemi di chiudere così, affidandovi una domanda per la quale, personalmente, non ho risposte, ma solo speranze.

Cfr il manifesto del 28.12.2007)

Titolo originale: A New Park – Ricerche, editing, traduzione, a cura di Fabrizio Bottini

Speriamo che gli sforzi per realizzare un nuovo grande Parco nella nostra Città siano coronati dal successo. È una delle cose di cui New York ha bisogno, di cui ha assolutamente bisogno. Possiede quasi tutto il resto. Le sue dimensioni fisiche iniziano a sfidare e competere con quelle delle più popolose città d’Europa. Lo spirito dei tempi è con lei. Disdegna i ritmi lenti della normale crescita, balzando in avanti nella corsa alla ricchezza e grandezza, quasi fosse sospinta dal vapore e dall’elettricità. Apre le sue porte ai figli vagabondi della terra, che qui trovano la loro casa. Preme sulle acque che la imprigionano e spinge la propria strabordante popolazione a cercar casa nelle vicine contee e stati. Importuni, uomini e imprese bussano alle porte del Common Council per il permesso di trasportare lontano a dormire il nostri concittadini, e riportarli poi la mattina per le faccende della giornata.

L’Isola che occupa è troppo piccolo per lei. Invade I fiumi, e ha ricavato nuove strade nei loro letti. L’eccesso delle navi che si affollano lungo i suoi numerosi moli, trova approdo nelle acque di Long Island o New-Jersey. Nuove, popolose città le crescono attorno, formate da chi viene sospinto oltre i suoi confine, e che può legittimamente considerare parte di sé stessa. Da un lato, un continente in crescita riversa in lei ricchezza e popolazione; dall’altro, il mondo contribuisce alle sue risorse. La situazione instabile del Vecchio Mondo, pure contribuisce alla sua crescita, accelerando e moltiplicando le prue delle navi che puntano verso il suo porto. Le sue strade si affollano sino a soffocare. Tra le ruote che scorrono, il pedone è a rischio. Su due lati del triangolo isoscele si è raggiunta la massima possibilità di crescita. In queste direzioni non è più possibile espandersi, a meno di non superare gli instabili confine del mare. Può solo crescere verso l’alto. Nuovi imponenti edifici si infittiscono, troppo numerosi per contarli. Masse solenni si ergono nel sole. Opulenza e solida grandezza si fanno sempre più visibili, giorno dopo giorno. Il nostro commercio si alimenta della linfa vitale di tutte le nazioni della terra.

Nel pieno di questa fiera lotta per la ricchezza, di questo intenso scontro commerciale, c’è il rischio che si possano dimenticare alcune delle piccole gioie e amabili aspetti dell’esistenza: quelle influenze meditative che nutrono e calmano l’anima. Siamo soprattutto alla ricerca del primato negli affari. Facciamo in modo che non sia solo così. Per quanto gloriosa sia la supremazia commerciale, per quanto indice di grandi vantaggi e poteri, ricordiamoci quanto è dovuto alla bellezza e al riposo: che esistono altri aspetti della mente da coltivare, oltre al calcolare centesimo per centesimo; qualità che il nostro successo ci consente, se lo vogliamo, di coltivare ancor meglio.

Pensiamo che, se il progetto di costituire un nuovo, grande e magnifico Parco si porterà a termine con successo, si sarà realizzato un passo importante nel distogliere l’attenzione del pubblico sul solo svolgimento degli affari: verso l’apprendere che queste attività non sono l’unico fine e scopo della vita.

Questo luogo di piacere eserciterà un’influenza benefica sulla salute della Città. Non c’è forse altra città al mondo che si collochi in una posizione tanto salubre quanto New York: affacciata sul mare su ogni lato, con due grandi fiumi che la lambiscono sui fianchi e soffiano una brezza salutare attraverso le strade, mentre l’Oceano ci permea della sua atmosfera salina, frizzante della fragranza delle onde. Nondimeno, qui esiste una grande concentrazione di umanità. Più di un milione di polmoni lavorano di continuo, giorno e notte, a respirare l’aria della città, molti dentro a vicoli affollati sino all’eccesso, a edifici colmi sino a traboccare. Non abbiamo uno spazio adatto per poter respirare. Se un uomo ci prova, a respirare a fondo, sulla Broadway, si ritrova a boccheggiare polvere, anziché ossigeno. Si può annusare un po’ di brezza sulla nobile Battery, ma ci sarà il costante viavai di carri e omnibus tutto attorno. Il commercio ha usurpato tutto lo spazio. La gloria della Battery è sparita. I nostri concittadini non la frequentano per la sosta, e per tutto ciò che riguarda salute e divertimento, un’onda si abbatte su antiche mura, invano.

Quanti pochi comparativamente i bambini che, dopo aver aperto gli occhi nei confini cittadini, riescono a sopravvivere! Non abbiamo tabelle statistiche a portata di mano, ma possiamo supporre che la gran maggioranza, prima di raggiungere il decimo anno, sia portata alla tomba. Migliaia di vite umane che, nell’aria pura della campagna sarebbero sopravvissute per contribuire alla ricchezza, al sapere e all’onore della nazione, sono così prematuramente perdute. Certo, senza alcun dubbio è vero che questa mortalità sia attribuibile a una grande varietà di cause. Ma per rimuoverle, dobbiamo combatterle una alla volta. Dobbiamo spezzare la fascina bastone per bastone. Messi tutti insieme, sono troppo resistenti per la nostra forza. Non ultima, fra queste cause, è l’aria corrotta, la reclusione all’interno degli edifici a cui sono costretti i nostri bambini. Carcerati dentro casa. Se si avventurano all’esterno, il pericolo di incidente per loro è maggiore di quanto non siano I più lenti rischi della reclusione. Quale possibilità ha un piccolo, quando sono in pericolo gli uomini più forti e attivi, dentro il flusso tonante di una legione di carri e omnibus lanciati? Vogliamo spazi pubblici per la quiete, dove possa circolare aria pura senza alcuna interferenza, che i nostri concittadini possano frequentare a scopo di ricreazione e piacere.

Infondiamo un po’ più di Campagna nella nostra Città. Lasciamo che i nostri occhi gioiscano nel soffermarsi su qualcosa di diverso dalle interminabili facciate di mattoni e pietra. Facciamo sì che nasca un luogo di bellezza naturale, verdeggiante, nel mezzo dell’attuale aridità – che accolga nel suo grembo fitto fogliame, pieno d’aria fragrante che ci distolga dai nostri troppo assorbenti affari – ben tenuto e curato; ed entro questi confine ombrosi, le magnifiche creazioni artistiche – dove il genio porta le sue offerte, e Natura e Arte si mescolano ad evocare immagini di placida e serena bellezza – egualmente aperte al ricco e al povero – a contribuire alla gioia e all’elevazione del sano e del malato, dell’uomo contemplativo come di quello d’azione.

Non abbiamo un Parco, ora, degno di questo nome, o di dimensioni commensurate a quelle della città e dei suoi bisogni. Certo ci sono alcuni giardini, che potrebbero sparire dalla sera alla mattina, se non ci fossero leggi contro i piccoli furti: graziose gemme, magnifici, squisiti. Ma New-York dovrebbe avere un Parco di dimensioni e magnificenza proporzionate al proprio rango e popolazione, e con riferimento particolare al futuro che l’aspetta. Perché New-York è così parsimoniosa con la propria terra? É forse il Mondo Occidentale troppo piccolo per i Parchi? È possibile che l’Inghilterra, con la sua popolazione tanto più densa, compressa al suo interno dall’Oceano su tutti i lati, riesca a destinare nella propria Capitale spazi pubblici consacrati al riposo, in quantità tanto maggiore di quanto non accada nel nuovo Continente?

Se il Parco di cui abbiamo valutato la possibilità non si realizza in fretta, potremmo non averlo mai più. La crescita della città è così rapida, che esso sarebbe presto occupato in ogni possibile localizzazione, gli isolati costruiti a rendere impossibile la conversione del terreno su cui si trovano a prato e verzura. Ogni momento che passa, aumentano i valori delle aree. Ogni giorno di ritardo va a serio detrimento dell’impresa. Si deve agire subito, o rinunciare per sempre.

Nota: come precisato nell'occhiello, questo dal New York Times è soltanto uno dei tanti editoriali attraverso i quali l'opinione pubblica più avanzata della città cerca di spingere l'amministrazione ad agire in favore del Parco. Un processo iniziato con una serie di interventi del poeta e intellettuale William Cullen Bryant sulle pagine dello Evening Post nel 1844, a cui si aggiungeranno altre figure di grande prestigio, fra cui il fondatore della landscape architecture moderna, Andrew Jackson Downing. Indipendentemente dal suo specifico valore nella storia del parchi urbani, il Central Park ha anche un ruolo fondativo per quanto riguarda l'urbanistica moderna: rappresenta infatti una vistosa correzione del piano esclusivamente "di mercato" per Manhattan del 1811, sottraendo all'edificazione per tempo una grande superficie baricentrica all'insediamento, e considerata all'epoca di valore relativamente contenuto a causa dell'asperità del terreno e della presenza di alcuni impianti tecnici e militari. La valorizzazione, nelle forme che conosciamo ancor oggi, avverrà alcuni anni più tardi, dopo gli espropri e il concorso bandito dalla Commissione per il progetto generale di allestimento. Questo concorso per il Parco verrà vinto dal gruppo formato da Frederick Law Olmsted (che subentra a uno degli ispiratori originari: Andrew Jackson Downing) e Calvert Vaux; un ampio estratto della loro Relazione, pubblicato dal New York Times il 1 maggio 1858, è disponibile sul Mall nella sezione Antologia (f.b.)

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Quali siano questi strumenti (o almeno, alcuni di essi) lo si è già raccontato su queste pagine. In particolare, nella cartella dedicata a Milano. In quella città, la città di Mani pulite, sono in atto due processi convergenti: l’uno sul piano teorico, l’altro su quello dei fatti. Da una parte, nell’incapacità di aggiornare le regole della pianificazione tradizionale in modo da superarne i limiti e di renderle adeguate alle esigenze dell’operatività, nell’accademia se ne teorizza le morte, nella politica le si cancella e nella pratica le si sostituisce con l’egemonia dell’iniziativa privata. Dall’altra parte, calpestando allegramente quanto di legge comune pur sopravvive, si riempiono di calcestruzzo e asfalto, acciaio e vetro, tutti gli spazi resisi disponibili, con l’unica preoccupazione di fare soldi.

“Speculazione immobiliare”: è un’espressione certamente arcaica: ne parlano gli storici fin dai tempi della Roma di Nerone. È abusata, ed è troppo sintetica per rappresentare la ricchezza delle pulsioni e degli errori, delle illusioni e degli interessi che hanno suscitato quei due processi (fatalmente convergenti, e anzi intrecciati). La storia della riutilizzazione dell’area dell’ex Fiera è un esempio efficace di come gli interessi economici parassitari (la speculazione immobiliare non produce ricchezza, ma la distrugge), la compiacenza dei pubblici poteri, lo sguardo benevolo della cultura, progredendo con sicurezza sui binari delle new theories e delle old practices, distrugga la città: il più alto prodotto, quindi, della civiltà europea. Illustra quindi in modo adeguato la sinteticità di quel termine, ne aggiorna il significato.

La storia è molto semplice; l’ha raccontata Sergio Brenna anche in questo sito. L’Ente Fiera di Milano ha spostato la sua attività in un’altra area, ottenendo dal Comune, nella vecchia area, una utilizzazione idonea ad assicurargli un ampio tornaconto economico. L’Ente fiera (un istituto di diritto privatistico) ha bandito un concorso per la “valorizzazione” dell’area, indipendentemente da qualsiasi ragionamento (e naturalmente da qualsiasi decisione pubblica) sia sull’assetto urbanistico sia sulle funzioni, definendo per di più quantità di volumi ancora superiori a quelle concesse dal Comune. Un’operazione nella quale il motore e, al tempo stesso, l’arbitro è stato costituito dall’interesse economico aziendale. La ricerca non è stata diretta a valutare che cosa serve alla città e ai cittadini, quali esigenze di spazio vi siano per gli usi collettivi e il verde, quali necessità di decongestionamento e di accessibilità, ma semplicemente, in che modo può essere ottenuto il maggior tornaconto in termini di “immagine” e in termini di valuta. Il risultato,eccolo qui. Novecentomila metri cubi di residenze e uffici, stipati nei tre stravaganti oggetti illustrati qui accanto, con un disegno urbano che – lungi dall’integrarsi con i quartieri circostanti, come studi in corso da decenni proponevano – si oppone alla città e la nega. E con un carico urbanistico che, se volesse essere soddisfatto in base alle norme vigenti nella Regione Lombardia, richiederebbe paradossalmente la cessione dell’intera area (anziché del 50% contrattato).

L’apparire dei risultati figurativi della decisione ha naturalmente suscitato scalpore. Alcuni intellettuali, rivelandosi singolarmente retro, hanno celebrato nel gigantismo faraonico e fuori scala e nella bizzarria delle forme le magnifiche sorti e progressive della “Rinascimento di Milano”. Renato Mannheimer ha addirittura affermato che “la nuova iniziativa edilizia accentua considerevolmente il processo di rinascita di Milano”, che “le ricerche motivazionali hanno mostrato come essa stimoli nei cittadini la voglia di fare, di sfidare in qualche modo la natura attraverso la tecnologia” e che “essa simboleggi proprio il 'puntare in alto', tipico dei milanesi nei periodi migliori”. Osservatori diversamente intelligenti hanno invece rilevato come “il ‘fàmolo strano’ sembra infatti essere l'unica regola certa di una professione che ha rinunciato alla pretesa etica di governare la trasformazione riducendo il governo del territorio a un problema di audience di massa”, e ha ricordato “l'acre battuta di Noel Coward in Law and Order: Non so dove stia puntando Londra, ma più si alzano i grattacieli, più si abbassa la morale” (Fulvio Irace).

Forme d’accatto, bizzarrie d’importazione, che (a differenza delle parole scritte sui libri o dei quadri immessi nei musei) si pavoneggiano agli occhi di tutti, contribuiscono al degrado della città, propagandano la sua dissoluzione da ordinata e armoniosa casa della società ad accumulo disordinato di oggetti la cui smisurata arroganza celebra unicamente la presunzione dei suoi autori e dei suoi giudici.

Un ampio servizio dell’Espresso, oltre a illustrare la questione, elenca altri quindici progetti che potrebbero avere caratteristiche analoghe. Forse non adotteranno le medesime forme e la medesima indifferenza al contesto figurativo. Ma è certo che la cornice nella quale si collocano lo spingerà verso il medesimo risultato urbanistico e sociale. Essa è infatti determinata da quel documento “Ricostruire la Grande Milano”, che è stato illustrato e criticato anche in questo sito, adottato dalla Giunta milanese, apprezzato in più sedi accademiche e utilizzato ampiamente per il progetto di legge urbanistica della Casa delle Libertà. Dio salvi Milano, e soprattutto i milanesi.

Mi sarebbe piaciuto che in questo quadro, nel quadro di un governo unitario della Laguna di Venezia (l’unica laguna al mondo sopravvissuta per mille anni) e della rete di pendolarismi e di memorie che riunisce i comuni che su di essa gravitano, gli antichi municipi e i villaggi divenuti città (Favaro, Chirignago, Mestre) e uniti in un unico comune tra il 1923 il 1926, e con essi magari Marghera, Burano, Pellestrina, riacquistassero una parte della loro autonomia, come la legge istitutiva delle Citta metropolitane (1990) da tempo prevede.

Quella legge fu decisa, dopo un dibattito durato un paio di decenni, proprio per ottenere che, in aree connotate da flussi di relazione e da caratteristiche fisiche mediante cui si era unito ciò che i confini comunali tenevano diviso (le aree metropolitane), si potesse contemperare il governo unitario del funzionamento metropolitano con l’autonomia delle singole parti. Nessuna di queste doveva dominare le altre, e perciò si disponeva che il comune capoluogo si dividesse in più unità (i nuovi comuni), e che tali divenissero anche i preesistenti centri minori.

Si riuscì a far inserire dal legislatore Venezia tra le città metropolitane indicate dalla legge, accanto a Milano e a Napoli, a Bologna e a Firenze, a Bari e a Torino, a Genova e a Cagliari. Da allora, alle nuove richieste di separare Venezia e Mestre, gli esponenti di tutte le principali forze politiche veneziane risposero sostanzialmente nel modo seguente.

”Nelle vostre richieste di separazione di parti del territorio così diverse ci sono ragioni valide, ma accettarle semplicisticamente, così come voi semplicisticamente proponete, produrrebbe danni considerevoli, per moltissime ragioni. Abbiamo ottenuto che Venezia potesse trasformarsi in una città metropolitana, governando così sull’intero ambito della Laguna e del suo territorio, oggi divisi tra più di una ventina di comuni. La grande Venezia, la ricostituita Venezia, che in tal modo insieme formeremo potrà, e anzi dovrà, agevolmente suddividersi in quelle diverse realtà locali capaci di governare i locali interessi”.

Così si promise. Il nuovo sindaco eletto nel 1993 giurò anzi di incatenarsi al cancello del municipio se non fosse riuscito a convincere la Regione a costituire la Città metropolitana di Venezia nel giro di un anno. Poi, nessun concreto passo avanti. Nessun tentativo energico e vistoso di costringere chi doveva ad attuare la legge del 1990. Nessuno sforzo visibile di costruire la città metropolitana “dal basso”, di farla vivere nella realtà con iniziative aggregatrici dei comuni: con iniziative e intese per decidere insieme un unico piano territoriale, un’unica posizione chiara per il governo della laguna, un’unica politica metropolitana per la casa, per i servizi, per i trasporti e per la regolazione del traffico, per i rifiuti e il disinquinamento. Gli accordi, quando pure ci sono stati, hanno avuto un carattere burocratico e tecnico: non sono stati politici, non hanno sollecitato i cittadini a sentirsi partecipi di un disegno unitario, figli e cittadini della Grande Venezia.

In assenza di ciò, in assenza di una risposta positiva e ragionevole alle tensioni separatiste, come meravigliarsi se dalle urne uscirà domattina, un risultato che renderà più piccola Venezia, più povera Mestre, più complicata la vita del cittadino veneziano, più deboli i poteri locali nel confronto con il Consorzio Venezia Nuova, più lontana la prospettiva di un governo unitario della Laguna? O se le ragioni del NO vinceranno di misura, rivelando la profondità della spaccatura che da decenni divide il popolo veneziano?

I responsabili di questo destino non saranno stati (o non saranno stati solo) i promotori del referendum.

Ricordiamone alcuni elementi. Una critica dello Stato sociale della Prima Repubblica privo della proposta di un nuovo Stato sociale: di un nuovo sistema capace di garantire, più e meglio di quello vigente, i diritti comuni in materia di salute, assistenza, sicurezza sociale, istruzione. Un cedimento ai principi della nuova destra dell’Occidente fino a mutuarne gli slogan più infecondi (più mercato e meno Stato, privato è bello ecc.). La rincorsa al secessionismo di Bossi e alle demagogie localistiche, dimenticando che “federalismo” significa unificazione e non divisione, e che in paese “normale” non si fa un secondo passo (il “federalismo”) senza aver discusso il bilancio del primo (il regionalismo).

Le forze politiche della sinistra hanno certo delle scusanti. Non è facile misurarsi con i problemi di una fase indubbiamente nuova dell’assetto del mondo senza avere alle proprie spalle un’analisi compiuta ed efficace come quella che, nel precedente assetto, era stata fornita dal marxismo. Un’analisi, non una descrizione: una lettura scientifica della struttura della società e dell’economia, delle tendenze profonde e dei possibili futuri, un’individuazione delle forze in gioco e – all’interno di queste – di quella o di quelle cui può essere affidato il progresso dell’umanità. Si può comprendere quindi l’oscillazione della sinistra, le sue stesse divisioni, l’alternarsi di fughe in avanti proposte, e di passi indietro praticati. Si può comprendere, ma non giustificare, poiché nell’arsenale delle pratiche e dei principi della “democrazia borghese” e di un buongoverno coerente con il sistema capitalistico esistevano, come esistono, strumenti e valori capaci di assicurare (almeno entro i limiti di quella democrazia e di quel sistema) una decente soddisfazione delle esigenze dell’umanità e del suo sviluppo civile: quindi, di tenere aperte le strade di un più ricco futuro nel quale trovassero soluzione anche i problemi di fondo del mondo contemporaneo.

Il primo valore e strumento è il primato della legge comune: dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alle regole stabilite. Ha giovato a ribadire e a praticare questo primato la tolleranza verso il conflitto d’interessi, e il fastidio a volte manifestato verso la magistratura (quasi espressione di una difesa corporativa della politica)? Non credo proprio. Non si può anzi escludere che un simile atteggiamento, oltre a giovare direttamente al peggior satrapo che l’Italia abbia conosciuto, abbia contribuito al distacco della politica dal popolo.

Il secondo valore e strumento è la cura del patrimonio comune della nazione. Non c’è bisogno di essere ambientalisti, non c’è bisogno di avere consapevolezza del valore di quella quota della ricchezza del mondo che è depositata nei nostri territori e nelle nostre città, per comprendere che una visione anche aziendalistica (la “azienda Italia”) imporrebbe di avere una cura di quel patrimonio ben diversa da quella attuale. Non solo di quella praticata dai demolitori riuniti nell’accampamento berlusconiano, ma anche di quella dimostrata dalle formazioni politiche della sinistra: tutte mi sembra, nessuna esclusa.

Una prova di questa carenza della sinistra, dell’infezione che dalla destra berlusconiana si è propagata altrove? L’assoluta assenza, nella campagna elettorale appena conclusa dei temi relativi al governo del territorio, alle politiche urbane, alla pianificazione territoriale e urbanistica. Un’assenza antica, che ha fatto dimenticare il passato dei partiti della sinistra negli anni 60 e 70: quando la modernizzazione del paese e il buon governo passavano dall’impegno per la riforma delle strutture (ivi compresa quella urbanistica) e da quello nell’amministrazione urbanistica delle città dove la sinistra era al governo. Un’assenza che, fino a quando permarrà, peserà sul futuro. Lo testimonia un episodio che ha condiviso la cronaca con i risultati elettorali: la questione dello smaltimento dei rifiuti in Campania.

Il personale politico italiano non ha ancora compreso che la pianificazione del territorio, dentro e fuori le città, è uno strumento essenziale se si vuole risolvere a priori i potenziali conflitti nell’uso del suolo, se si vuole trovare una sintesi tra le diverse esigenze (quelle della tutela e quella della trasformazione, quella delle funzioni private e quelle dei servizi collettivi, quelle che inquinano e quelle che risanano). Probabilmente perché, al tempo stesso, non ha compreso che i problemi di oggi vanno risolti con una visione di prospettiva, di lungo periodo, strategica. La tattica di affrontare i problemi accantonandoli, di evitare i conflitti dando ragione all’ultimo che protesta, consente forse di vincere una campagna elettorale, non di rendere l’Italia un “paese normale”, all’altezza delle sue risorse e della sua storia.

Si veda anche la Lettera a Micromega, firmata da alcune decine di urbanisti molti mesi fa (e ancora senza risposta).

Su tutto si può discutere. L’ordinanza del giudice del Tribunale dell’Aquila potrà essere criticata, e anche contestata. Ma i giudizi unanimi e perentori (salvo pochissime eccezioni: grazie, Paolo Mieli) sono stati emessi subito, senza neppure aver letto quel dispositivo che insigni giuristi hanno giudicato ineccepibile. A me il crocifisso nelle aule non ha mai dato fastidio (mentre me ne darebbe molto il ritratto di B: se malauguratamente divenisse Presidente della Repubblica), ma penso che nessun uomo religioso possa oggi, nella civile e democratica Europa, presumere che la sua fede possa vincere per imposizione di legge. Credo nella superiorità dei valori elaborati dalla civiltà occidentale nei millenni della sua variopinta storia, ma non penso che siano gli unici al mondo, e men che meno che possano prevalere affidandosi alla forza.

Ho sempre pensato che questi fossero pensieri comuni al mondo della sinistra, a quello della solidarietà e a quello del liberalesimo: anzi, pensieri normali. Quando ho contribuito a scegliere chi eleggere ai vertici delle istituzioni ho sempre pensato che i miei candidati fossero persone che sanno anteporre il ragionamento all’impulso dell’emozione, il pensiero al turbamento. L’episodio del crocifisso di Ofena ha fatto vacillare le mie certezze.

La mia preoccupazione è stata ribadita, pochi giorni dopo, dalle reazioni febbrili all’annuncio che, richiesti di esprimersi tra quale, tra quindici stati del mondo (compresa l’Europa) costituisse oggi la maggiore minaccia per la pace, la maggioranza degli interpellati abbia risposto Israele. E allora? Possibile che noi, civili europei, colti giornalisti, pensosi pensatori, eminenti statisti, navigati politici, non si sia imparato a distinguere Stato e razza, governo e religione? Possibile che non si possa criticare Israele senza passare per antisemiti? Soprattutto in una situazione nella quale (come tra il Giordano e il Mediterraneo) la piaga purulenta della pluridecennale riduzione di generazioni di palestinesi nei campi di concentramento (e non è certo Yasser Arafat il colpevole di questo regime concentrazionario) ha formato vivai di ribellione e di terrorismo, dove il diritto dei popoli e le pronunce degli organismi internazionali sono stati ripetutamente e impunemente violati, dove l’unica legge avvertibile nei rapporti tra popoli l’uno all’altro ostile è “occhio per occhio, dente per dente”.

A me sembra del tutto ragionevole che oltre la metà degli europei interpellati abbia posto, tra i paesi che più minacciano oggi la pace, Israele insieme all’Irak, alla Nord Corea, all’Iran e agli USA. Sì possono certamente avere altri pensieri e formulare altre graduatorie, si può valutare diversamente l’eccesso di autodifesa di Sharon, ma da questo a indignarsi e tacciare di antisemitismo quegli europei che quell’eccesso lo ritengono deleterio e rischioso per la pace, mi sembra davvero inquietante.

Mi domando le ragioni di questa apparente generalizzata incapacità di ragionare, di sceverare, di distinguere. Non so trovarle. Qualcuno mi aiuta?

L’avevo chiarito aderendo all’iniziativa “un voto in prestito per una sinistra nuova e unita in una coalizione ampia e vincente”. Questo è oggi l’obiettivo: una sinistra che riesca a superare le sue divisioni e, pur conservando la ricchezza costituita dalla molteplicità delle sue anime, sappia trovare le ragioni della sua unità. E che poi, su questa base, possa diventare uno dei momenti determinanti di una coalizione di governo – quale quella che il sistema maggioritario richiede e che è necessaria per battere non solo Berlusconi, ma anche la destra in Italia.

È sulla base di un risultato positivo, largamente positivo, che bisogna ora cominciare a lavorare. Lo ha detto con chiarezza il coordinatore della segreteria dei DS, Vannino Chiti, nel suo primo commento ai risultati elettorali: «Il centrosinistra aumenta i consensi rispetto al 1996, quando vinse le elezioni politiche. Ora inizia il lavoro per elaborare un programma che permetta di costruire un'alleanza in grado di vincere e di arrivare al governo del Paese». Credo che si debba subito raccogliere l’invito di Chiti: noi elettori aspetteremo e valuteremo a questo primo traguardo le formazioni del centro e della sinistra.

Io credo che al primo punto debba esserci (che non possa non esserci) altro obiettivo che il ripristino della legalità. È su questo punto che Berlusconi ha inferto le peggiori ferite alla convivenza e alla democrazia, al sentimento comune e ai diritti di tutti. Mi piacerebbe che al primo punto di un programma comune ci fosse questo impegno: e l’elenco preciso delle piante velenose da sradicare e di quelle virtuose da piantare al loro posto. Mi rendo conto che è una questione delicata. La linea perversa di Berlusconi e dei suoi accoliti è cominciata negli anni di Craxi, e il suo prodromo si chiama Tangentopoli: quel male non è stato sradicato, e solo dal suo sradicamento passa la possibilità di costruire una reale alternativa di governo.

Da questo primo punto molti altri ne nascono. Ripristinare la legalità comporta anche ripristinare i diritti: quegli degli uomini di oggi, della loro salute, del lavoro, della formazione. Ma anche quelli degli uomini di domani: quindi, l’obiettivo dell’impiego virtuoso delle risorse e dell’esercizio, a questo proposito, della virtù della parsimonia.. Sarebbe bello, e anche utile, riprendere alcune intuizioni lasciate cadere frettolosamente: da quella dell’austerità a quella della “riconversione ecologica dell’economia. È su questo terreno (oltre che su quello della pace e dell’affermazione di un’idea non imperialistica del rapporto tra le culture diverse) che si gioca il futuro del mondo: come, con quali profonde innovazioni nelle scienze dell’uomo e in quelle delle cose, è possibile operare perché i limiti del nostro pianeta non diventino fonti di sperequazioni, di drammi e infine di catastrofi, ma suggeriscano nuove strade allo sviluppo dell’uomo e del suo bisogno?

Molti, anche fuori dai nostri confini, vedrebbero come un segnale importante che dall’Italia, dal paese che ha avuto la più alta percentuale di votanti alle elezioni europee, la discussione sul governo da costruire dopo Berlusconi si aprisse con un respiro universale. E credo che anche le nuove generazioni si entusiasmerebbero più a questi temi che a quelli che la cronaca politica squaderna ai loro occhi.

A me, come urbanista, mi farebbe piacere, e mi sembrerebbe giusto, anche per un altro motivo. Affrontare la questione di un impiego ragionevole e durevole delle risorse porterebbe in primo piano il tema del governo del territorio e delle sue trasformazioni, della tutela delle ricchezze in esso depositate dalla natura e dalla storia, della pianificazione come strumento indispensabile per portare a sintesi le differenti esigenze che si manifestano nell’uso del suolo. È un tema che da troppo tempo è scomparso dall’attenzione delle forze politiche (e degli stessi mass media), con grave danno per il futuro del paese e per le esigenze attuali delle cittadine e dei cittadini.

Eddytoriale 47, 7 giugno 2004

Un voto in prestito

È una questione di cultura, innanzitutto. I paesaggi campani sono tra i più antichi e nobili del mondo: basta pensare ai terrazzamenti della costiera amalfitana e di quella sorrentina; basta pensare ai feracissimi terreni della piana tra Napoli e Caserta, resi tra i più fertili del mondo dalle millenarie ceneri vesuviane. Basta pensare ai Campi Flegrei, straordinari per l’intreccio di rarità geotermiche e lasciti greci e romani.

È una questione di sicurezza per le vite e le risorse umane. Desta orrore leggere che sulle pendici a rischio del Vesuvio, nella “zona rossa”, si concede ancora di costruire (si veda il Corriere della sera del 25 ottobre, che denuncia: “Ai piedi del Vesuvio ogni giorno si scoprono nuovi cantieri. Nei paesi della zona rossa, quelli a più alto rischio in caso di ripresa dell’attività eruttiva del vulcano, si continua a costruire. E non abusivamente, ma con tanto di licenza edilizia”). E com’è possibile che si debba oggi ancora temere ad ogni pioggia per i paesi e i paesani nella piana del Sarno?

Ed è infine una questione delle risorse economiche offerte da un’agricoltura pregiata. Il valore (anche economico) delle uve e dei limoni, degli ortaggi e dell’olio, delle albicocche e delle cerase, dovrà scomparire per il proliferare di case, casarelle, capannoni e capannoncini, così come sono scomparsi dalla Piana del Sarno i famosi Sammarzano cacciati dai veleni industriali e da quelli degli additivi chimici? Proprio oggi, che le produzioni agricole di qualità (e di nicchia) cominciano a essere fruttuosamente commercializzate e trovano accoglienti mercati nel mondo?

La Campania ha tre importanti scadenze, e tre possibili strumenti, in questa settimane. Quello che richiede un intervento più urgente è il Piano territoriale provinciale di Napoli. Ha preoccupato molto l’affermazione dell’assessore all’urbanistica, secondo il quale il piano tutelerebbe 30mila ettari di aree a produzione agricole: meno del 30% della superficie territoriale, contro il 45% attuale (e l’80% del 1960). Come preoccupano le norme che affidano al completamento urbanistico i 15mila ettari denominati “aree di frangia”: aree che comprendono le terre murate, gli aranceti e gli arboreti promiscui della penisola sorrentina, porzioni significative dei versanti collinari flegrei, con gli orti arborati ad elevata complessità strutturale dei ciglionamenti medievali, e infine quote cospicue degli orti arborati ed albicoccheti del pedemonte Vesuviano. Si è nella fase delle osservazioni: si può correggerlo

La regione sta predisponendo due atti: il piano territoriale, e la legge urbanistica regionale. Potrebbero essere strumenti utilissimi, se mettessero dei paletti seri all’occupazione edilizia dei territori aperti. Se il primo non fosse una mera descrizione della realtà e l’indicazione di “direttrici strategiche”. Se la legge non fosse tutta di procedure volte a razionalizzare il trend, ma ponesse alcune coraggiose scelte di merito.

Per esempio, se stabilisse che “nessuna risorsa naturale del territorio può essere ridotta in modo significativo e irreversibile in riferimento agli equilibri degli ecosistemi di cui è componente”. Che “le azioni di trasformazione del territorio devono essere valutate e analizzate in base a un bilancio complessivo degli effetti su tutte le risorse essenziali”. Che “nuovi impegni del suolo a fini insediativi e infrastrutturali sono consentiti quando non sussistano alternative di riuso e riorganizzazione degli insediamenti e infrastrutture esistenti”. Che il territorio agricolo non vale solo per la generica funzione produttiva, ma anche per il suo valore e la sua utilità“storico-culturale, estetico-percettiva e paesaggistica, di mantenimento dei cicli idrologici e biogeochimici e di riproduzione delle risorse di base (aria, acqua, suolo)”, e per la sua idoneità a costituire delle “cinture verdi per l’attenuazione degli impatti locali e globali dei sistemi urbani, di risorsa per lo svago e la vita all’aria aperta”. Che alla pianificazione provinciale spetta, tra l’altro, “di evitare ingiustificati consumi di suolo e di tutelare l’integrità funzionale e strutturale dei sistemi ecologico-naturalistici, agro-forestali, paesaggistici e storico-culturali”. Che il piano comunale ” garantisce l’integrità strutturale e funzionale del territorio agricolo, forestale e naturale”. Che, a tal fine, “il piano comunale determina come invariante strutturale la linea che separa il territorio urbano da quello aperto”, e stabilisce che in quest’ultimo “è vietata qualunque trasformazione che non sia finalizzata agli usi specifici del territorio rurale stabiliti dalla legge regionale”.

Una legge urbanistica che ponesse questi paletti sarebbe una legge utile. Un piano regionale che avesse alla sua base questi principi, sarebbe un documento condivisibile. Un piano territoriale provinciale che fosse emendato in questa direzione, sarebbe adeguato alle esigenze del futuro.


Paesaggi della Campania, dai Sistemi di terra di Antonio Di Gennaro, dal sito di Risorsa

Non voglio ricordare ancora, se non per rapidi accenni, i guai che il cavalier B., e la sua congrega, stanno producendo: un’intera cartella di Eddyburg è dedicata a questo - ed è piena di lacune. Il primo guaio è il conflitto tra il diritto personale (del singolo) e il diritto comune (di tutti). Quanto siamo lontani oggi dal modo in cui, due millenni e mezzo fa, lo declinò Sofocle. E quanto lontana la figura dei piccoli approfittatori di oggi dal dramma di Antigone, dalla legge morale che la opponeva alla legge della polis. Se è l’attuale quadro politico nazionale a costituire l’emblema del 2004, allora occorre dire che due millenni e mezzo sono passati in discesa, dalle stelle alle stalle.

Come sappiamo bene i guai sono anche altrove: nel territorio e nell’ambiente, nelle finanze pubbliche e nell’economia, nei rapporti di lavoro (anche gli industriali se ne accorgono) e in quelli internazionali (le gag orchestrate con il giovane Bush non nascondono nulla), nello stato sociale e nei diritti di cittadinanza, e nella libertà d’informazione, che ogni altra cosa condiziona . Perciò occorre che il primo segno che verrà dalle urne sia una inequivocabile, sonora sconfitta della “Casa delle libertà”, in tutte le sue componenti e soprattutto in quella trainante.

Ma poi occorre costruire il futuro. Non si può aspettare le elezioni del 2006 per modificare il quadro politico italiano. Occorre cominciare subito a lavorare, e le elezioni di sabato e domenica prossimo sono un momento e uno strumento da non perdere a questo fine. Occorre cominciare a pensare al governo che verrà dopo.

Io credo che non possa essere un governo nel quale abbiano un peso determinante quanti hanno oggettivamente favorito la vittoria di Berlusconi: non solo per sciagurato errore di calcolo, ma per sostanziale affinità di cultura (parlo di cultura in senso antropologico, beninteso, perché dell’altra il Cavaliere ne rivela poca). Non possono essere i più forti quelli per i quali gli slogan “privato è bello”, “più mercato meno Stato”, “via i lacci e i laccioli”, sono tesi da condividere. Il prossimo non può essere un governo nel quale abbiano un peso schiacciante le forze moderate - pure essenziali per costruire uno stato di diritto e uno stato moderno, quindi attento a utilizzare con saggezza le risorse materiali e morali della nazione. Non può essere un governo nel quale la sinistra sia ridotta ai margini, tollerata, usata come l’esercito coloniale usava gli ascari. Altrimenti, la sconfitta di Berlusconi (ove si riuscisse a ottenerla) sarebbe solo una confitta tattica: lo ritroveremmo al potere dopo cinque anni.

A me sembra che se la sconfitta di Berlusconi vedesse, sul fronte dei vincitori, il Triciclo in posizione dominante, ciò renderebbe molto più difficile ottenere, domani, una coalizione nella quale le ragioni della sinistra ottenessero il giusto rilievo. E per ragioni della sinistra intendo quelle che, molto spesso, sono state inventate dalla borghesia ma poi da questa lasciate cadere nel fango.

Mi riferisco al ruolo essenziale dello Stato - in tutte le sua articolazioni istituzionali - in una società moderna di uomini liberi. Mi riferisco al primato del comune sull’individuale (“il tutto è più importante delle sue parti”), al rifiuto della “guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali”, alla solidarietà – nelle società e tra le società – come valore basilare, alla responsabilità verso le generazioni future, al rispetto delle leggi severe dell’economia ma alla loro finalizzazione alle leggi della società.

Battere Berlusconi dunque, e privilegiare, all’interno dell’opposizione, le componenti della sinistra (quelle esterne al "Triciclo", per intenderci). Ma queste, non sono forse esse stesse farcite di errori, di debolezze, di egoismi? Certamente. Ma di questo parleremo subito dopo il 14 giugno, dove si porrà la questione della costituzione di una "per una sinistra nuova e unita in una coalizione ampia e vincente".

Per le argomentazioni che costituiscono le premesse di questo testo vedi l'eddytoriale 44.

Qui trovate l'appello Spero che chi ha aderito a qiuell'appello raccolga il mio invito, anche quelli che aderiscono alle componenti di sinistra delle formazioni del "Triciclo".

B. dispone oggi in Italia di un potere che nessuna costituzione razionalmente costruita in una società occidentale poteva immaginare. Ciò dipende dal concorrere di due eventi.

Da un lato, i meccanismi di rafforzamento dei poteri degli organi esecutivi (il presidente del consiglio dei ministri e il governo nazionale, come i sindaci, i “governatori” regionali e le rispettive giunte) rispetto agli organi collegiali e pluralisti (il parlamento, i consigli), che sono stati introdotti negli ultimi anni (tutti d’accordo) per “garantire la governabilità”..

Dall’altro lato l’evento, assolutamente unico nei paesi occidentali, del giungere al massimo vertice del governo di un uomo che detiene un potere monopolistico nel settore delle comunicazioni: di quel “quarto potere”, cioè, il cui peso non è stato in alcun modo regolato dalla cultura e dalla prassi delle istituzioni che, negli ultimi tre secoli, si sono occupate esclusivamente dell’equilibrio tra gli altri tre, classici poteri (il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario).

L’esistenza di questo potere straordinario non incontra un efficace limite nell’opposizione: sia per la sua attuale frammentazione, sia per la sua rappresentanza parlamentare, di molto inferiore rispetto al suo peso nell’elettorato. Gli unici due limiti effettivi consistono nel Capo dello Stato e nella Magistratura. Il primo è un limite temporaneo: il mandato di Ciampi scadrà, e il trend non è tale da far presumere che sarà sostituito, che so, da Tina Anselmi. L’unico vero limite (in assenza del quale il potere di B. non sarebbe straordinario, ma “sconfinato”), è la magistratura. Da qui il grande impegno di B. e dei suoi giannizzeri contro il Terzo potere.

Se così stanno le cose, io credo che l’argine che ci separa dal regime sia davvero molto sottile. La sua fragilità dovrebbe indurci a due decisioni: evitare qualunque azione che possa indebolirlo; impiegare ogni energia per far cessare al più presto l’anomalia di quello straordinario (e tendenzialmente sconfinato) potere.

A me sembra perciò che l’antiberlusconismo non sia un “tallone d’Achille” né, come altri hanno detto, una “ossessione”, ma semplicemente la consapevolezza della centralità e urgenza, in Italia, della questione democratica: dove per democrazia non si intenda la mera procedura elettorale, ma la corrispondenza la più profonda possibile tra volontà dei governati e azione dei governanti (ossia, tra il popolo sovrano e gli esecutori della sua volontà).

Certo, per battere Berlusconi occorre seguire anche le procedure elettorali che sono uno strumento della democrazia, e uno dei più importanti. Ma battere Berlusconi è un prius rispetto a ogni altra scelta. Perciò sono contrario, oggi, all’astensionismo. Perciò sono favorevole a ogni sforzo per costituire un fronte comune, aggregando le forze più diverse per raggiungere l’obiettivo primo (purché, ovviamente, condividano le ragioni democratiche della scelta). Perciò sono preoccupato per qualsiasi accordo che, in cambio di risultati parziali, comporti un rafforzamento di Berlusconi.

Stiamo attenti però. Battere Berlusconi non significa battere il berlusconismo. Questo si è infiltrato in strati molto vasti del mondo politico, e della stessa società. È il risultato della combinazione tra mali antichi della politica italiana: il doroteismo, il potere come fine a se stesso, e il craxismo, la modernità come valore, la corruzione come strumento neutrale del potere. (A questo miscuglio di per sé pestifero B. ha aggiunto la riduzione dell’interesse generale all’interesse del Dominus, con un salto all’indietro all’età delle monarchie assolutiste). È il prodotto della caduta degli ideali, dei “progetti di società”, delle visioni escatologiche, della capacità della politica di guidare la società verso il futuro interpretandone le speranze più alte.

Per battere il berlusconismo (impresa di ampio respiro) bisognerebbe che la politica riprendesse il suo ruolo. Che non cadesse più nell’errore di illudersi di sconfiggere l’avversario assumendone le parole d’ordine e gli obiettivi, come pure il centrosinistra ha fatto nell’intero decennio che è alle nostre spalle, tessendo in tal modo il tappeto rosso che ha agevolato l’accesso di Berlusconi al potere. Se gli slogan condivisi sono “meno Stato e più mercato”, “privato è bello”, “tagliare i lacci e laccioli che intralciano l’impresa”, allora, regime o non regime, Berlusconi è più convincente di D’Alema.

Gli storici attribuiscono un ruolo centrale alla battaglia di Stalingrado. Tra la fine del 1942 e l’autunno del 1943 l’Inghilterra, che aveva resistito a stento alle ondate di bombardieri tedeschi, era l’unica nazione libera: il resto dell’Europa, dal Don all’Atlantico e dai Dardanelli al Baltico era in mano ad Hitler. La battaglia di El Alamein aveva dimostrato la superiorità dell’armata anglo-americana, ma gli alleati non avevano ancora attraversato il Mediterraneo. L’unico fronte di terra era quello orientale. Lì, i tedeschi avevano gettato il 70% dei loro effettivi: circa 3 milioni di uomini dotati di 10.000 carri armati e 3.000 aerei. La scommessa di Hitler era di impadronirsi dei campi petroliferi del Caucaso e delle altre ingenti risorse minerarie e agricole del continente sovietico. Spezzare la resistenza dell’URSS gli avrebbe consentito di spostare il grosso delle truppe verso l’occidente, sconfiggere Gran Bretagna e USA. Nonostante le invocazioni di Stalin, il “secondo fronte” in occidente tardava a realizzarsi.

A Stalingrado bisognava resistere, ad ogni costo. E Ivan resistette. Rafforzata dai consistenti aiuti di materiali e mezzi (soprattutto i camion) forniti dagli USA grazia alla legge “affitti e prestiti” (promulgata dagli Stati uniti per aiutare lo sforzo bellico inglese, che consentiva agli alleati il diritto di acquistare materiali bellici e materie prime con pagamento alla fine della guerra), l’Armata Rossa ebbe il tempo di riorganizzarsi e di scatenare un’intelligente controffensiva, che rimase un classico nelle strategie militari. L’armata di Von Paulus si arrese al generale Zuchov. Cominciò, nel febbraio 1943, la sconfitta della Germania nazista. Le tappe successive furono, nel luglio del medesimo anno lo sbarco in Sicilia, nel giugno 1944 lo sbarco in Normandia e la liberazione di Roma, nell'agosto l'insurrezione di Parigi e l'ingresso di Charles De Gaulle nella capitale francese, nell’aprile 1945 l’insurrezione nell’Italia del Nord e la liberazione delle grandi città, e nello stesso mese lo storico incontro tra l’esercito USA e l’Armata Rossa sull’Elba.

È giusto, insomma, ringraziare gli USA (ripeto: quelli di Roosevelt, non quelli di Bush) del contributo che hanno dato alla liberazione dell’Europa dalla tragedia del nazifascismo: con le risorse materiali, con la partecipazione alla campagna d'Italia, con lo sbarco sulle spiagge della Normandia. Ma non è giusto dimenticare che quella liberazione è stata possibile grazie all’unità delle forze e degli Stati antifascisti, è simboleggiata dall’accordo tra Churchill, Roosvelt e Stalin (qui accanto a Yalta, nel1945), ed è iniziata con il sacrificio di Ivan tra le macerie di Stalingrado. Grazie anche a te, Ivan.

Una prima ragione sta in questo: che è l’ultima volta che in Italia la politica ha dato speranza, alle donne e agli uomini. Perciò la straordinaria commozione che sollevò la sua morte. Perciò la trasversalità del suo rimpianto (che ha toccato persone che militavano in ogni formazione, che votavano per ogni lista, che credevano in ogni fede). Perciò, ancora oggi, le reazioni immediate da ogni versante se qualche sprovveduta valutazione ne sminuisce la figura.

Ma cerchiamo di andare un po’ più avanti. Domandiamoci perché Berlinguer ha saputo dare speranza.

Per dare speranza, la condizione necessaria è dare fiducia; e Berlinguer, pur così schivo, così alieno dall’apparire prima di essere, così disinteressato dall’impegno a “bucare lo schermo” (così lontano, quindi,dal vizio capitale che macchia oggi quasi tutti i politici), dava fiducia. Le sue parole venivano accolte come vere, schiette, sincere. Il suo essere politico veniva sentito come dedicarsi al servizio di un’idea per gli uomini. Si poteva non essere d’accordo con lui, ma non si poteva dubitare dell’onestà delle sue analisi e delle sue proposte.

Sulla base di questa condizione, Berlinguer ha saputo proporre strategie che non riguardavano mai soltanto l’interesse del suo partito, e neppure solo quello delle classi, della nazione e del popolo che direttamente rappresentava ed esprimeva. Ha avuto la capacità di vedere, anticipandoli, i temi grandi della sua epoca, e di indicare per ciascuno di essi una soluzione possibile.

Comprese che gli errori dell’Occidente avevano condannato al deperimento la speranza sollevata dalla Rivoluzione d’Ottobre, che quindi il Socialismo reale era un guscio svuotato d’ogni capacità di progresso. Propose l’ Eurocomunismo perché si riprendesse la via d’una nuova sinistra nel mondo, superando le miopie accomodanti e gli estremismi fuorvianti che avevano lacerato le sinistre europee.

Comprese che le riforme strutturali del paese (le riforme della società, non quelle, nelle quali oggi ci si attarda, delle sue cornici istituzionali) richiedevano una maggioranza che si poteva trovare solo rompendo gli schieramenti. Propose il Compromesso storico come alleanza strategica tra le grandi correnti di pensiero, e le forse sociali e politiche che ad esse si ricollegavano, per costruire un progetto comune.

Comprese (primo tra i politici italiani) che la prospettiva del disastro ambientale e quella di un crescente divario, fino alla rottura, della forbice tra paesi ricchi e paesi poveri non potevano essere scongiurate se non affrontando alla sua radice lo spreco immane di risorse che un consumo asservito alla produzione determinava. Propose l’ Austerità come indirizzo per instaurare giustizia, efficienza, ordine e “una moralità nuova”.

Comprese, prima dei valorosi giudici di Mani pulite, che la politica stava scivolando nell’affarismo non come accessorio, ma come obiettivo dei giochi di potere; da ciò, come molti commentatori hanno ricordato in queste settimane, il suo rifiuto alle offerte consociative di Craxi. Propose la Questione morale come centrale per riaffermare la dignità della politica, la sua capacità di lavorare per un trasparente sistema di obiettivi coerentemente perseguiti.

Spero che i materiali (solo un inizio, per ora) che ho raccolto nella cartella a lui dedicata facciano comprendere la realtà e il valore di Enrico Berlinguer anche a chi non ha vissuto i suoi anni partecipandone gli eventi. E che le poche immagini riescano ad esprimere qualcosa della sua ritrosa capacità di incontrare i cuori delle persone.

Vai alla cartella dedicata a Enrico Berlinguer

Ci hanno allontanato dall’Europa che avevamo contribuito a far nascere. E soprattutto, in pochi anni hanno distrutto ciò che era stato costruito in un paio di secoli. Bisogna fermarli. Al più presto. Questa volta non ci si può far arrestare, sulla soglia del seggio, dalla disaffezione per i politici d’oggi.

Qualche argomento in più va speso sulla terza affermazione. Non voterò per la lista “Uniti per l’ulivo” per tre ordini di ragioni.

Perché è un raggruppamento nel quale prevale la componente moderata del centro-sinistra: è una formazione sostanzialmente di centro, e io preferisco una formazione sostanzialmente di sinistra.

Perché è troppo spiccata la presenza in quella aggregazione di quanti hanno preparato il terreno a Berlusconi e ai suoi: lo hanno oggettivamente assecondato con atti (la bicamerale, lo spoil system e il federalismo, per citarne alcuni) e con parole d’ordine (privato è bello, più mercato e meno stato, basta lacci e lacciuoli, per citare le prime che mi vengono in mente) che esprimevano l’abbandono del rigore a vantaggio della demagogia, e un forte deficit di intelligenza politica.

Infine, perché è stato sconcertante il comportamento dei leader di quel raggruppamento in tutta la vicenda della guerra in Iraq (ma come, solo adesso vi accorgete che i soldati italiani lì sono agli ordini dei peggiori guerrafondai?)

Mi trovo francamente in grande difficoltà a scegliere, tra le altre liste antiberlusconiane, quale preferire. A tutte rivolgo un rimprovero: non sono state capaci di rinunciare alle ragioni delle loro modeste individualità, diciamo pure ai loro egoismi personali o di apparaticchi, per cercar di costruire la “seconda gamba del centro-sinistra”: una componente politica di sinistra ed ecologista (come, secondo le intenzioni di Achille Occhetto, avrebbe dovuto caratterizzarsi il partito che raccoglieva l’eredità del PCI), capace di costituire un solido alleato dei centristi di Prodi, Amato e Fassino.

Renderà meno impegnativa la mia scelta il ragionamento espresso in un appello, lanciato da Franco Ottaviano e sostenuto da moltissime persone che stimo, che riporto qui di seguito. Il titolo dell’appello è Un voto " in prestito”per una sinistra nuova e unita in una coalizione ampia e vincente.

Mi sembra che esso esprima con chiarezza, a un tempo, la situazione del tutto insoddisfacente nella quale ci troviamo, l’esigenza primaria di battere la destra devastatrice, ma insieme la volontà di dare al nostro voto per le europee un’indicazione positiva per il futuro dell'Italia.

Non vogliamo solo battere Berlusconi, vogliamo anche che il nostro voto serva a scuotere la sinistra, a farle ritrovare un linguaggio comune, a contribuire alla formazione di uno schieramento che oggi ancora non c’è: uno schieramento di forze diverse, ma capaci di unirsi in un comune sistema di valori e in un comune e convincente programma di governo.

Ognuno di noi, insomma, scelga nell’ambito delle formazioni di centro-sinistra quella che gli sembra abbia fatto meno errori, che sia più decisa a cogliere le aspettative di legalità e di giustizia, di rispetto per i cittadini di oggi e per quelli di domani, e che insieme gli appaia più propensa a impegnarsi, all’indomani delle elezioni, alla formazione di un fronte vasto (più vasto di quello di Berlusconi) e solidale su un numero limitato di cose da fare ( in primis, ricostruire ciò che B. ha distrutto).

Se l’insieme dei voti che saranno raccolti dalle liste opposte alla destra saranno molto di più di quelli berlusconiani, e se al loro interno avranno più peso quelli orientati alla ricostruzione di un’Italia diversa, allora la fine della notte sarà più vicina.

Il testo dell'appello Un voto in prestito

L'immagine illustra la grande manifestazione indetta dalla CGIL a Roma il 23 marzo 2002. E' tratta da questo sito: http://www.pmt.cgil.it/manifesta/inizio.htm

La discussione nata dal delitto malavitoso di Rozzano si è tradotta in una critica ai prodotti più appariscenti (e certamente non tra i peggiori) della cultura architettonica e urbanistica moderna. Abbandonando rapidamente le denunce alle periferie prodotte, negli anni Cinquanta e Sessanta, dalla più ignobile speculazione fondiaria ed edilizia, la deprecazione si è rivolta ai risultati degli sforzi compiti negli anni Settanta e Ottanta per proporre modelli diversi da quelli allora prevalenti: gli enormi scatoloni di dieci o quindici piani accostati l’uno all’altro senza spazio se non quello degli stretti corridoi lasciati all’automobile.

Singolare che nessuno abbia confrontato i requisiti oggettivi dei quartieri di edilizia economica e popolare di Rozzano (con i larghi viali alberati, i giardini decentemente curati e i marciapiedi in ordine) ai quartieri di Torpignattara o della Balduina a Roma, di Pianura o dell’Arenella a Napoli, di viale Zara a Milano o di viale Lazio a Palermo: i mostruosi prodotti, cioè, di quelle due operazioni (la divisione del terreno in lotti tutti fabbricabili, e la moltiplicazione dell’area di ciascuno di essi per il numero dei piani abitabili) a cui si riduce, secondo Leonardo Benevolo, la speculazione immobiliare. Ma tant’è. È più facile additare come “mostri” episodi singolari (si chiamino essi Corviale o Le Vele, lo Zen o Laurentino 38) che affrontare l’analisi dei meccanismi generalizzati di appropriazione privata di beni comuni (tale è infatti il territorio urbanizzato), che ancora agiscono nella città.

Voci ragionevoli si sono pur levate (e in questo sito ne ho raccolte molte). Hanno ricordato come l’origine del disagio della vita in quei presunti “mostri” sia nella cattiva amministrazione, che non ha saputo né dotarli della necessaria mixitè sociale, né completarli con i previsti servizi sociali e con l’attrezzatura dei progettati spazi pubblici, né garantire l’indispensabile manutenzione, e nemmeno garantirne la custodia. Certo, ai difensori di Corviale e dello Zen si può obiettare che un buon urbanista deve comprendere quali sono i caratteri del contesto politico e amministrativo, e tenerne conto. Ma non è insensata la loro replica, quando ricordano l’enorme fabbisogno abitativo insoddisfatto cui occorreva dare risposta, e insieme il clima di accesa speranza in un veloce rinnovamento della politica e dell’amministrazione che caratterizzava gli anni nei quali quegli episodi sono maturati. Anni, ricordiamolo, in cui la “riforma urbanistica” era al centro delle parole d’ordine della politica, e i sindacati dei lavoratori riempivano le piazze di affollati cortei per chiedere “la casa come servizio sociale”.

L’articolo di Paolo Desideri, al quale mi sono riferito aprendo questo pezzo, chiarisce però almeno uno dei termini del problema. Se da una parte (quella dei difensori delle ragioni del patrimonio culturale dell’urbanistica e dell’architettura moderna) si è evocata l’epoca delle battaglie per le riforme della società, dell’affermazione degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, delle speranze di un rinnovamento della città basato sull’uguaglianza dei diritti e sulla condivisione dei destini, Desideri preannuncia lucidamente un’epoca ben diversa. Afferma infatti: “Più consona alle attese e alla cultura abitativa dell’uomo contemporaneo, le tipologie autocostruite della città non pianificata, le casette della città diffusa, rappresentano la mediocre utopia liberista di un soggetto che in quelle architetture senza architetti realizza il suo contraddittorio paradiso individualista” ( Repubblica, 18 settembre 2003).

È proprio così. Questo è il mostro che il possibile (non inevitabile) futuro ci prepara: proliferazione dell’abusivismo, dissipazione del territorio, degradazione del paesaggio, spreco di suolo e d’energia, dissoluzione dei vincoli sociali, chiusura nel privatismo – e asservimento al Grande Fratello padrone dell’etere e delle coscienze, suscitatore .

Se posso buttarla in politica, direi che all’epoca degli uomini di Togliatti, De Gasperi e Nenni, di Pertini, Moro e Berlinguer, Desideri oppone come inevitabile l’epoca degli uomini di Berlusconi. Speriamo che, oltre a intravederla, quest’epoca non la desideri.

Vedi anche Periferie

Non c’è da meravigliarsi se la maggioranza procede così. La linea culturale della maggioranza è espressa dalla vignetta di Giannelli: costruisca chi può, tanto c’è il prossimo condono. Per rafforzare il concetto che la tutela del paesaggio non è preoccupazione del governo del territorio un altro emendamento precisa che, se le attività del governo del territorio sono “volte a perseguire la tutela e la valorizzazione del territorio, la disciplina degli usi e delle trasformazioni dello stesso e la mobilità”, ciò va visto “in relazione a obiettivi di sviluppo del territorio”.

Sviluppo del territorio. Non siamo nati ieri e non siamo nati fuori del mondo. Sappiamo bene che quando oggi, sotto il dominio del peggiore sistema capitalistico-borghese che si sia potuto immaginare, si parla negli USA di “developement” o in Francia di “développement” o in Italia di “sviluppo”, non si allude al concetto di miglioramento delle condizioni di vita degli uomini, di parsimoniosa fruizione delle risorse, di accrescimento dei valori d’uso presenti nel territorio, ma semplicemente di edilizia e infrastrutture: sviluppo di cemento, ferro, asfalto.

Questo sviluppo è dunque, chiaramente ed esplicitamente, il fine, l’obiettivo, la missione cui il governo del territorio è votato. Anche l’esclusione della tutela del paesaggio e dei beni culturali è funzionale a questa missione. Contraddicendo una linea di pensiero che, fin dai tempi di Bottai, aveva tentato di integrare con la pianificazione i diversi aspetti e interessi sul territorio in una visione pubblica unitaria, contraddicendo quindi gli indirizzi culturali e legislativi che dalle leggi del 1939 e del 1942 avevano condotto alla “legge Galasso” e alle successive leggi regionali, paesaggio e trasformazioni territoriali sono divisi: affidati a leggi diverse, a uomini diversi, a strumenti diversi. Non c’è dubbio a chi spetterà la parola (la prima e l’ultima) in caso di contrasti: non certo a chi rappresenta i musei e i bei panorami del passato, ma a chi investe, occupa, trasforma, agli “energumeni del cemento armato”, pubblico e privato.

Un tassello rivelatore è stato aggiunto così a un disegno già di per sé perverso, Un disegno il cui centro (lo ripeto una volta ancora) sta nel porre gli interessi degli sviluppatori privati all’origine e al centro delle decisioni sul territorio, scardinando la pianificazione come strumento dell’affermazione del primato dell’interesse pubblico. È chiaro che questo disegno è del tutto coerente con l’ideologia degli uomini del Cavaliere: ne ha ricordato i tratti essenziali pochi giorni fa Ritanna Armeni. Ma perché l’opposizione non fa sentire la sua voce di dissenso, non denuncia lo scandalo di questa impostazione, i danni che provocherà nella vita delle donne e degli uomini di questa e delle future generazioni? Forse perché è stato il centro sinistra, con la modifica del titolo V della Costituzione, ad aprire la strada. Forse perché la proposta di legge della Margherita non è poi tanto distante da quella di Forza Italia. Forse perché i cattivi consigli dell’INU hanno confuso le idee ai legislatori e agli altri opinion maker della sinistra. Forse perché il territorio, i suoi valori, il suo destino sono questioni irrilevanti rispetto allo “sviluppo”.

Forse per tutte queste ragioni insieme. Ma allora non lamentiamoci se Berlusconi regnerà per più tempo di Mussolini. Se la verità è a destra, se anche la sinistra usa le sue parole, perché votare a sinistra?

Qui l'ultimo eddytoriale dedicato alla legge Lupi-

Qui la vignetta di Giannelli, e molte altre

Al nostro B. non è (ancora) consentito praticare siffatti strumenti per affermare il suo dominio. Deve limitarsi a pratiche più sommesse. È riuscito a completare il suo impossessamento delle reti televisive, ottenendo l’approvazione della legge Gasparri-Mediaset e costringendo, attraverso i suoi uomini in Rai, a costringere la presente alle dimissioni. Attraverso la Moratti prosegue l’appiattimento della cultura (esemplare il tentativo di cancellare Darwin). Intanto, l’Italia è scivolata negli ultimi posti nella graduatoria dei paesi per la ricerca, che è il settore che indica il futuro. Sembra addirittura che la P2 sia un’eredità da difendere, se è vero che una pubblicazione ufficiale dileggia l’eroina della Resistenza e della democrazia che ha presieduto la commissione d’indagine su quell’oscuro episodio della nostra storia recente. Su questi argomenti ho inserito articoli di Staiano, Bongi, Colombo, Ricci, Scalfaro, Galimberti, e le vignette di Altan e Giannelli. Un appello di alcuni famosi personaggi della Resistenza francese, molto bello, annoda ai temi (e alle proposte) di quegli anni le battaglie di oggi per i diritti sociali, la formazione e la cultura di massa, la comunicazione; l’ho tradotto prt voi.

Per le questioni della città e del territorio lo spazio maggiore lo occupano le reazioni all’articolo di Mario Pirani in appassionata difesa dell’auditorium di Ravello. Molti hanno avuto la possibilità di rendere noti gli argomenti della loro contrarietà all’intervento inviandoli a Eddyburg che, a differenza di Repubblica, li ha pubblicati (ma a me lo spazio costa meno): troverete così le valutazioni di Giulio Pane, Giuseppe Palermo, Lodo Meneghetti, Desidera Pasolini dall’Onda; e naturalmente, la debole replica di Pirani.

Articoli di Luigi Mazza e di Vezio De Lucia commentano la legge urbanistica Lupi-Mantini. Una nota di Flavia Schiavo aggiorna sulla situazione urbanistica di Palermo, un documento di Mare vivo e WWF su quella dell’Argentario, srticoli di Vitucci sulle grandi opere a Venezia.

Antonio Di Gennaro stimola (a partire dalla vicenda del PTCP di Napoli) a una riflessione sulle idee della sinistra. Nella stessa direzione sollecita una nota in calce a una lettera di Lodo Meneghetti. C’è poco da stare allegri, anche in vista delle prossime elezioni europee. A tutt’oggi ho solo tre certezze:voterò, voterò contro Berlusconi, non voterò per la Lista Prodi. Per il resto vedremo. Questa volta possiamo approfittare del fatto che il sistema proporzionale rende possibile scegliere con tranquillità. Ma certo che, se anche alle politiche nazionali avremo da un lato un raggruppamento moderato (com’è quello del Triciclo: stringeranno la mano a Bush a Roma, il 4 giugno?) e dall’altro la dispersione delle proposte e la confusione delle lingue, ci sarà poco da stare allegri.

Ho deciso di spedirvi più frequentemente la newsletter. Questa volta la inserisco anche come eddytoriale.

In un articolo che ho scritto per la rivista Areavasta (e che inserirò nel sito appena possibile) tento di dare qualche elemento in questa direzione. In estrema sintesi, la mia tesi è che gli interventi proposti e la forma istituzionale adottata per studiarli, sperimentarli, progettarli, eseguirli, sono entrambe in palese opposizione con la possibilità di conservare la Laguna così come è: cioè nel suo carattere essenziale di sistema ecologico in permanente equilibrio tra due destini opposti, ed entrambi distruttivi (terra o mare), grazie unicamente al saggio impiego di una costante azione locale di manutenzione/trasformazione svolta guidando e assecondando (ma non stravolgendo né violando) le leggi e i ritmi della natura.

Certo, un’azione siffatta sarebbe in palese contrasto con le leggi che hanno governato lo sviluppo negli ultimi due secoli. Ma sarebbe perciò stesso anche la sperimentazione pratica d’un modo oggi innovativo di affrontare un problema di frontiera, che è aperto in tutto il mondo: quello di gestire il difficile rapporto tra la soddisfazione delle crescenti esigenze dell’uomo e il rispetto dei limiti e delle qualità delle risorse che il pianeta e la sua storia mettono a disposizione nostra (e dei nostri posteri).

È evidente che da un impegno determinato e “alto” in questa direzione potrebbe nascere un nuovo progetto di sviluppo di Venezia e dell’intera Città metropolitana, fondato sulla cultura della qualità e non della crescita quantitativa, sulla conoscenza e sulla fruizione delle straordinarie ricchezze dell’ambiente naturale e storico e non sulla loro dissipazione consumistica, sulla valorizzazione intesa come restituzione di valori esistenti e non come accrescimento del valore fondiario.

Ma quando mai le forze politiche riprenderanno d affrontare simili temi,a costruire e a proporre un progetto di città e di società, invece di affannarsi alla ricerca del consenso immediato (poco importa se dei commercianti o dei proprietari immobiliari, dei gondolieri o delle grandi holding) da spendere alle prossime elezioni?

Le forze politiche, ecco l’altro tema cui voglio accennare: che fanno in Italia? Su che dibattono e si dividono? Non parlo di quelle sul versante berlusconiano, parlo di quelle alle quali vorrei affidare qualche speranza. Magari non per “i domani che cantano” (i lendemains qui chantent di Paul Èluard), ma per un domani democratico come era quello di De Gasperi e Togliatti, e quello di Moro e Berlinguer: quello della Prima repubblica. Insomma, un domani un po’ più simile all’Europa delle grandi socialdemocrazie e della destre civili.

Sul versante opposto a Berlusconi il tifo è tra i fautori del partito unico e quelli dell’alleanza di partiti diversi (Ulivo si, Ulivo no), tra i modi di arrivarci o di non arrivarci, tra le tecniche da adoperare perché nessuna perda nulla del potere che ha (e magari ne guadagni).

È palese a tutti che non sono questi i problemi reali. Sembra a me (che sono solo un osservatore della politica) che quelli centrali siano due: come restituire all’Italia una competitività economica che ha perso. Come impedire che la deriva impressa da Berlusconi alle nostre istituzioni (ivi compreso il quarto potere, la pubblica comunicazione) non arrivi definitivamente al regime verso il quale è ossessivamente avviata.

Che quest’ultimo sia un rischio drammatico il presidente del maggiore partito del centrosinistra non l’ha compreso, visto che continua a deprecare la “ossessione antiberlusconiana”. Ha dovuto ricordarglielo un vecchio cattolico e democristiano, Oscar Luigi Scalfaro. Gliene sono grato.

Renato Soru, si sa, ha fatto un’operazione coraggiosa e controcorrente: ha imposto l’inedificabilità, da subito e per un periodo di tempo limitato, delle residue coste libere della Sardegna, in attesa che una corretta pianificazione possa stabilire dove e come devono essere trasformate e dove è meglio che restino come sono. Oltre che alle manifestazioni di opposizione esplicita (che naturalmente erano scontate) si è diffusa una sottile campagna di denigrazione. Essa ha serpeggiato in gran parte della stampa, locale e nazionale. Non solo tra i giornali che esplicitamente si oppongono alla tutela ritenendo – per convinta posizione ideologica - la bellezza del paesaggio un bene sacrificabile agli affari. Ma anche di quelli che usano difendere ambiente e paesaggio, promuovendo spesso campagne condivisibili e denunce argomentate delle malefatte dei “energumeni del cemento armato”, come li definiva Antonio Cederna.

La calunnia, come lo Spirito santo, soffia dove vuole: “sotto voce sibilando va scorrendo, va ronzando”. Nel caso specifico, ha ronzato dove ci sono collusioni, grandi e piccole, con gli affari che le bellezze delle coste sarde hanno generato. Poiché Soru non è un metalmeccanico, il bersaglio della “auretta assai graziosa” è subito trovato: lui è uno che non vuole far fare affari sulle coste perché lui gli affari li ha già fatti. Per di più abusivi, quindi non può permettersi di criticare la villa abusiva di Berlusconi. Ecco trovato il tallone d’Achille di Renato Soru: ha una villa abusiva sulla costa.

Il venticello della calunnia è penetrante: “nelle orecchie della gente s'introduce destramente”. Perciò è arrivato anche nelle mie. Ho voluto vederci chiaro. Amici sardi mi hanno documentato. Ho avuto la documentazione (infamante, nelle intenzioni) che l’ex presidente forzaitaliota della Sardegna, l’onorevole Pili, ha esibito nel parlamento regionale per denunciare, col clamore richiesto dai fatti, lo scandaloso comportamento del presidente Renato Soru.

Le accuse di Pili (quello – ricordate? – che copiò integralmente il suo discorso di Presidente della Sardegna da quello del Presidente della Lombardia, Formigoni) sono contenute in un dossier pubblicato in internet, all'indiriizzo indicato in calce. E’ intitolato “Pubbliche virtù e vizi privati”. Si apre con una sintesi della denuncia: Soru è il vizioso proprietario di “una villa sulla riva del mare demolita e ricostruite contro tutte le norme di Legge, una pineta di migliaia di alberi rasa al suolo impunemente e sostituita con ceppi di vite, manipolazioni ingannevoli delle norme, e soprattutto il grande rischio speculativo sulle coste della Sardegna”.

Il virtuoso fustigatore dei privati vizi di Renato Soru molto avveduto non è. Pubblica infatti le immagini e i documenti che dimostrano non solo l’innocenza, ma anche l’avvedutezza, il buon gusto, il rispetto del paesaggio, la cura dei beni comuni dell’attuale Presidente della Sardegna. Come infatti limpidamente emerge dalla documentazione, e dalle immagini, Soru ha compiuto una soffice “ristrutturazione edilizia”, pienamente consentita dalle norme, trasformando una brutta villotta similtirolese in una sommessa costruzione mediterranea, senza aggiungere un metrocubo di volume nè un metroquadrato di superficie. Per di più, ha sradicato alcune decine di eucaliptus, piante notoriamente allogene, piantando al loro posto vigne e mandorli tipici della vegetazione locale.

Siamo agli antipodi dell’iniziativa del capo dell’on. Pili, Silvio Berlusconi e della sua orribile reggia della Certosa. Particolare non trascurabile: barriere insormontabili e vigilantes pubblici e privati scoraggiano chiunque (perfino i magistrati) ad avvicinarsi al maniero del cavalier B.; persone che conosco sono sbarcati l’estate scorsa sulla spiaggetta dove sorge la villa di Soru, ne hanno tranquillamente attraversato lo scoperto, salutando (cortesemente ricambiati) il signor Soru che leggeva il giornale su una sdraia.

Questa differenza, del resto, l’hanno rilevata anche altri. Sul The Independent di ieri (6 dicembre) si legge, a proposito di Berlusconi: “ His Neronian tastes in property were well known even before he began tinkering with his Sardinian villa. Mr Soru could not be more different”.

L'articolo di The Independent

Il dossier (autolesionista) dell'on Pili

Altri articoli su Soru e la Sardegna

Altri articoli su Berlusconi e la sua villa

La calunnia è un venticello, parole e musica

In questi giorni il TAR dovrebbe esprimersi sulla legittimità o meno dell’iniziativa del Comune. Ho espresso più volte e in varie sedi la mia posizione. Voglio qui ribadirne e precisarne alcuni aspetti.

La questione della legittimità. Sarà la giustizia amministrativa a dire la parola definitiva (ma si era già pronunciata in precedenza, dichiarando illegittimo il PRG proprio perché prevedeva un auditorium in quel sito). Per conto mio, ho argomentato e fornito materiali a iosa, e non voglio ripetermi. Voglio sottolineare però il mio sconcerto per il fatto che nessuno dei sostenitori del progetto (con l’unica eccezione di Carlo Gasparrini, volenteroso arrampicatore su specchi impervi e scivolosi) ha ritenuto degno di rilievo il rispetto della legge. Tutti hanno ritenuto che, riguardo alla (presunta) eccellenza del progetto, il rispetto della legge dovesse passare in secondo piano.

Mi sembra un atteggiamento di gravità eccezionale, tenendo conto tra l’altro che la legge rispetto alla quale contrasta la localizzazione di un auditorium (e di qualunque altra opera) è una legge regionale, che la regione è favorevole all’intervento, e che il Consiglio regionale può benissimo modificare la legge (non fa forse modifiche ad personam il Parlamento nazionale per questioni molto più ignobili?)

Considerare la legge un intralcio burocratico, che è lecito eludere per una causa dichiarata giusta da chi ha più ascolto nei mass media, mi sembra un segno terribile dell’abisso nel quale siamo caduti: se almeno è vero, come a me sembra vero, che il sistema delle regole e la sua certezza nei confronti di tutti è il portato della convivenza democratica e una delle sue condizioni. So che la lista di quanti credono che una giusta causa può scavalcare la legge è lunga (e si apre autorevolmente con Bush, Sharon e Berlusconi), ma non pensavo che avesse adepti nei settori dello schieramento culturale e politico che mi sono vicini.

La questione del merito. Tralascio le argomentazioni di carattere paesaggistiche: altri si sono espressi più efficacemente di quanto potrei fare, e io stesso ho detto quel che pensavo (ho detto anche che non mi sembrava affatto scandaloso che altri sostenessero tesi diverse e anzi opposte). Non ritorno sulle questioni urbanistiche, e cioè agli effetti sulla funzionalità di un sistema insediativi che la Regione Campania, nei suoi documenti programmatici, ha definito “ad economia turistica satura”; non mi dilungo sull’accessibilità dei luoghi e sulla loro vivibilità, di cui un aumento del carico insediativo aggraverebbe la crisi. Voglio invece replicare a una giustificazione dell’intervento che viene spesso sollevata dai suoi difensori.

Essa è icasticamente espressa nell’immagine, che riporto nella massima dimensione consentita qui sotto, che mi ha inviato Domenico de Masi (che ringrazio). Il senso di quest’immagine è il seguente: questo luogo è tutt’altro che un “paesaggio perfetto”. È stato già pesantemente scempiato da interventi che l’hanno reso orribile. Un intervento di elevata qualità non può che migliorarlo.

L’argomento è tutt’altro che sciocco. Esso potrebbe motivare un’iniziativa legislativa regionale che volesse riparare il vulnus di legittimità. Quindi mi sembra utile discuterlo. Per farlo, dovrò intrecciare argomenti di legittimità e argomenti di merito.

Mi dicono che le costruzioni recenti che appaiono nella fotografia di de Masi sono in grandissima prevalenza abusive o illegittime. Ciò deriva evidentemente dal fatto che la collettività aveva ritenuto che il paesaggio non dovesse essere modificato, e che la sua volontà è stata calpestata. Sostenere il progetto Niemeyer significa quindi consolidare una prassi sbagliata, confermare una devastazione che si riconosce essere tale e darle legittimità; quindi distruggere la speranza che si possa, domani o fra cent’anni, realizzare un progetto diverso.

Quale progetto? Se vengono demolite (non solo negli altri paesi europei, ma anche in Italia) edifici e quartieri legittimi ma ritenuti obsoleti, se nello stesso Mezzogiorno, nella stessa Campania, nella stessa provincia di Salerno coraggiosi amministratori locali demoliscono centinaia di costruzioni abusive (Eboli, Gerardo Rosania), è forse impossibile pensare che le ferite inferte al magico paesaggio della costiera amalfitana, della costa sottesa alle splendide ville di Ravello possano essere risarcite, che esperti e delicati architetti paesaggisti (meglio se più abili a maneggiare pietra viva e arbusti che a gettare calcestruzzo), e magari interi laboratori universitari, possano essere impegnati a disegnare un progetto di paesaggio che recuperi gli antichi terrazzamenti? È impossibile proporsi di definire e presentare all’opinione pubblica un progetto di restauro di quei siti?

Una volta era impensabile escludere dai centri storici le demolizioni e ricostruzioni che li hanno devastati. Ciò fino agli anni in cui scese in campo l’associazione Italia Nostra, e maturò – nella cultura e nella società - una nuova coscienza: finchè si comprese che alle immissioni di edifici contemporanei bisogna sostituire il restauro, il recupero, il risanamento di ciò che la storia ha consolidato.

A Ravello si vuole celebrare, con il progetto Niemeyer, un episodio omologo alla piacentiniana Via della Conciliazione, oppure vogliamo aprire la strada del restauro del paesaggio?

Si può anche non decidere subito. Ma, almeno, non si cancelli la speranza che, domani una società più consapevole dei suoi interessi di lunga durata, possa seguire la seconda via.

L'articolo di Mario Pirani e la mia lettera

La lettera di Giuseppe Palermo

La lettera di A. Croce, M. De Cunzo, G. Donatoni, C. Iannello

Sullo stesso argomento: Eddytoriale 35 del 19 gennaio 2004


L’episodio si presta a due ordini di considerazioni. In primo luogo, dopo oltre un decennio di esperienza è possibile fare un bilancio dell’applicazione degli “strumenti innovativi” e dei loro effetti sulla città. A Bologna la benemerita Compagnia dei Celestini si è impegnata da tempo in un’analisi accurata. Essa conferma l’esito deludente (perfino in una città nella quale l’amministrazione dell’urbanistica è stata storicamente all’avanguardia) delle “innovazioni” facilone introdotte in Italia. Le valutazioni sugli esiti dimostrano infatti l’inconsistenza da un lato, la negatività dall’altro dei risultati raggiunti. Non hanno cambiato in meglio l’assetto delle città, non hanno introdotto in modo generalizzato (o almeno ampio) nuova qualità urbana, non hanno ridotto i tempi del processo delle decisioni: non hanno insomma prodotto i risultati che dovevano motivarne l’esistenza e lo “strappo” rispetto alla pianificazione tradizionale. Invece, hanno rivelato la loro vera natura: strumenti per restituire alla valorizzazione privata aree destinate dai piani urbanistici a funzioni pubbliche, per derogare alle norme garantiste relative alle densità edilizie e agli altri parametri finalizzati alla vivibilità e all’igiene, in una parola, per derogare nell’interesse privato dei proprietari immobiliari alle norme poste nell’interesse dei cittadini.

Anche a Bologna, e non solo negli anni di Guazzaloca. Il programma dei 26 PRU è infatti il prolungamento (ovviamente peggiorato) di una linea già percorsa dalla giunta Vitali. Il centrosinistra aveva promosso, mediante il medesimo strumento, il doppio delle costruzioni avviate adesso: anche allora, sulla base delle richieste degli immobiliaristi, su aree aventi una diversa destinazione di PRG. La continuità della politica urbanistica della giunta di centrodestra con quella di centrosinistra è probabilmente la ragione per cui i DS si sono presentati divisi sulla valutazione del programma dei 26 PRU.

Una simile continuità, in un campo delicatissimo nel quale da sempre Bonomia docet, ove persistesse sarebbe per il nuovo candidato sindaco Sergio Cofferati uno scoglio forse più duro dello stesso Guazzaloca. Gli auguro di cuore di superarli entrambi: per Bologna ma anche per il significato più generale che una decisa correzione di rotta avrebbe.

Due effetti del provvedimento sono evidenti: Berlusconi può dire di aver mantenuto le sue promesse; il degrado dello Stato (della pubblica amministrazione) avrà un vigoroso impulso. Sul primo punto si potrebbe obbiettare: ma vuoi che l’elettorato non si accorga subito che quel provvedimento ruba ai poveri per dare ai ricchi? E i ricchi non sono una minoranza del corpo elettorale? Mi piacerebbe che fosse così, ma non ne sono sicuro. Per due ragioni che proverò ad esporre.

La prima. Berlusconi ha il monopolio dell’informazione. Lo ha denunciato un uomo non sospetto di sinistrismo: Giuseppe Tesauro, il capo dell’Antitrust. Avere il potere di controllare le due aziende che detengono la maggioranza schiacciante dell’informazione radiotelevisiva significa avere lo stesso potere del Grande fratello (quello di Orwell, non quello della TV). Oltre alla denuncia di Tesauro leggetevi anche lo scritto di Luciano Canfora sulla democrazia, e domandatevi se è anchora questo il regime che ci governa. Io temo che una parte consistente degli italiani si farà convincere che il premier sta lavorando nella direzione giusta,e che ha dato sia ai poveri che ai ricchi (perchè questi investano e diano occupazione).

La seconda. Per battere Berlusconi e la sua accolita alle prossime elezioni ci vuole un’antagonista, che abbia una forza paragonabile a quella dell’avversario. Non mi sembra che il centrosinistra abbia saputo affermare con una forza, continuità e capacità di convinzione confrontabile con quelle spese da Berlusconi per propagandare il suo “meno tasse” quello che ha scritto Fabrizio Galimberti sul giornale della Confindustria: che le tasse bisogna pagarle, che le tasse servono a finanziare i servizi e le opere necessari per la vita e il benesssere dei cittadini e la funzionalità delle imprese, che perciò l’obiettivo è quello di far funzionare meglio lo Stato.

Quello che è certo è che, per far pagare a una platea dai confini ancora incerti un po’ meno di tasse il governo ha ulteriormente aggravato llo stato della pubbblica amministrazione. Sempre più spesso le regioni, le province, i comuni si trocveranno di fronte al dilemma: aumentare le imposte o ridurre i servizi. Sempre più spesso l’ideologia berlusconiana (alla quale nessun’altra si oppone) indurrà a ridurre i servizi, quando l’obiettivo dovrebbe essere quello di aumentarli e migliorarli. Colpiti saranno soprattutto i meno difesi: i giovani, le donne, gli emigrati, gli anziani.

E i posteri, per i quali il Belpaese (distrutto sia con i ripetuti condoni, con lo stravolgimento delle leggi sull’ambiente e il paesaggio, con la demolizione della pubblica amministrazione) sarà una favola raccontata da qualche nonno o nonna che potrà raccontare com’era l’Italia quando Antonio Cederna faceva le sue battaglie, quando Giacomo Mancini salvava l’Appia Antica, quando la prima Giunta Bassolino faceva rinascere Napoli, quando il Parlamento dopo i crolli di Agrigento discuteva su una nuova legge urbanistica, quando i partiti di sinistra portavano l’Emilia Romagna e il suo territorio al livello dei paesi più avanzati d’Europa.

P.S. - Questa nota non intende demonizzare Berlusconi, ma ricordare quello che è. L'immagine è tratta dall'Allegoria del cattivo governo, di Ambrogio Lorenzetti, nel Palazzo comunale di Siena. Qui sotto l'immagine intera.


In questa contrapposizione c’è indubbiamente qualcosa che vale. E’ da almeno mezzo secolo, del resto, che i padri dell’urbanistica (“tradizionale”) criticano le norme e le pratiche nelle quali non sono adeguatamente raggiunti la partecipazione popolare, il consenso degli amministrati alle decisioni degli amministratori, il corretto ed efficace raccordo tra le scelte pubbliche di governo del territorio e le azioni degli operatori privati.

Che oggi ci sia un’accentuazione dell’interesse sulla partecipazione e sulle altre forme di raccordo con la società non è quindi cosa che possa preoccupare (sebbene preoccupi un po’ che molti non distinguano tra i diversi interessi dei quali si vuole promuovere la partecipazione) . Sollecita del resto nella direzione di una ricerca della partecipazione diretta alle scelte sul teritorio il fatto che sono screditati, e oggettivamente in crisi, gli strumenti tipici di quel raccordo (gli strumenti della democrazia: i partiti politici e le istituzioni da essi alimentate).

Ciò che preoccupa, invece, è la contrapposizione, un po’ manichea, tra termini che dovrebbero essere saggiamente integrati - nelle menti e nel linguaggio prima ancora che nelle regole e nei comportamenti.

Mi stimolava a riprendere questa riflessione (cui ho accennato nell’eddytoriale 39 del 13 marzo scorso, non a caso accompagnato dalla figura del carabiniere) una frase in un intelligente e condivisibile articolo di Massimo Morisi, a proposito della nuova legge toscana per il governo del territorio. Descrivendo il nuovo sistema di rapporti tra Regione, Provincia e Comune configurato dalla legge toscana Morisi scrive che esso si propone di svolgersi “non su basi autoritarie bensì mediante un intenso e costante lavorìo di confronto e concertazione tra analisi, programmi e strategie in cui ciascuna istituzione reca il contributo della propria capacità di visione e del proprio impegno di aggregazione e rappresentanza”.

Tutto ciò è giustissimo. E’ ragionevole e sensato, da ogni punto di vista, puntare alla massima collaborazione tra enti pubblici di diverso livello e dare il giusto peso a questo pedale della sussidiarietà: l’accordo e l’integrazione. Non dimenticando, però, che c’è anche un altro pedale sul quale occorre poggiare il piede: ed è quello della responsabilità. Ogni livello di governo ha determinate competenze (articolo 3 della nuova proposta legislativa toscana), ciò significa che ha determinate responsabilità. Se sull’argomento sul quale ha competenza (=responsabilità) si raggiunge un accordo soddisfacente (per l’interesse generale che quella competenza esprime), allora nulla questio. Ma se l’accordo non si raggiunge? O la paralisi, oppure occorre che qualcuno si assuma la responsabilità della decisione, ossia agisca d’autorità. D’accordo, Morisi?

Massimo Morisi, Il futuro del governo del territorio

Eddytoriale 39

Ambrogio Lorenzetti, Il Buongoverno: Concordia

Tempi di una destra nuova, molto lontana, abissalmente lontana da quella che, per difendere il mercato e l’imprenditività, scoprì che occorreva un intervento pubblico per regolare ciò che il mercato non poteva regolare: in primo luogo, l’assetto del territorio. Tempi nei quali, rovesciando la tradizione e la prassi dell’urbanistica moderna, si vuole porre alla base delle scelte relative all’organizzazione della città e del territorio non le esigenze dei cittadini, delle famiglie e delle imprese, ma quelle dei proprietari immobiliari.

Lo afferma esplicitamente il progetto della “Casa delle libertà” (do sempre queste denominazione tra virgolette, perché mi sembra una bestemmia ridurre la libertà a quella di non pagare le tasse). La pianificazione del territorio avviene “sentiti i soggetti interessati” (art. 3, c. 2). Il testo precisa che “le funzioni amministrative” (la pianificazione) “sono svolte in maniera semplificata, prioritariamente mediante l’adozione di atti paritetici in luogo di atti autoritativi, e attraverso forme di coordinamento tra i soggetti istituzionali e tra questi e i soggetti interessati ai quali va riconosciuto comunque il diritto alla partecipazione ai procedimenti di formazione degli atti” (c. 3).

Fino ad oggi il piano urbanistico esprimeva la volontà dell’amministrazione elettiva, e solo dopo veniva sottoposta al parere dei privati. Adesso il procedimento è invertito: il piano è redatto sulla base delle espressioni di volontà dei “soggetti interessati”. Siamo in Italia, non in Olanda. Qualcuno può pensare che, quando si parla di “soggetti interessati”, ci si riferisce alla cittadina e al cittadino? Tutti sanno che si tratta della proprietà immobiliare.

Ho già raccontato quanto, per questo fondamentale aspetto, la proposta della Margherita sia vicina alla proposta della destra. Rinvio a un articolo che ho scritto qualche mese fa per Archivio di studi urbani e regionali; mi piacerebbe che lo leggesse l’on. Ermete Realacci, fondatore di Lega Ambiente, cofirmatario della proposta. Forse è per questo che a sinistra tutti stanno zitti su questo scandalo che si prepara? Il prodotto dell’intesa destra-centro, raggiunta con la volenterosa ed esplicita mediazione dell’INU, sarà una di quelle “riforme” (metto questo ternine tra le stesse virgolette che ho adoperato sopra) del berlusconismo che secondo l’on. Rutelli non si toccano se il centro-sinistra vince?

Non sarebbe male se si facesse chiarezza su questo punto. Gli amministratori locali che hanno a cuore un governo del territorio volto alla difesa degli interessi collettivi, i tecnici che lavorano quotidianamente nella trincea dei comuni e delle altre amministrazioni pubbliche cercando di difendere il territorio e i diritti dei cittadini contro le leggi eversive e i comportamenti subalterni alla proprietà immobiliare, hanno anch’essi qualcosa da chiedere. Hanno diritto di sapere se chi, nei propositi, vuole difende lo Stato sociale, intende promuovere i diritti di cittadinanza, ritiene di esprimere gli interessi delle generazione future, rivendica giustizia per i gruppi sociali più deboli, lavora per un paese più moderno ed efficiente, si batte per una partecipazione dei cittadini alle scelte sulla città – ebbene, se gli uomini e i partiti che dicono di riconoscersi in questi “valori” sono consapevoli che l’on Lupi, e i suoi sponsor e alleati, portano tutti nella direzione opposta.

Altri articoli su questo tema:

Un articolo su Archivio di studi urbani e regionali

Un articolo su il manifesto

Eddytoriale 39 del 13 marzo 2004

Eddytoriale 38 del 2 marzo 2004

Eddytoriale 36 del 21 gennaio 2004

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