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Donna e città

Città azzurra

città fredda

città mobile e ferma

con le facciate al sole,

ancor nell'ombra il piede delle case.

Ombra ai cancelli e ai pini

e al sonno di piccoli bambini

rimasti nella casa senza madre.

Città di corse e soste

alle otto del mattino,

studenti, impiegati, manovali

e donne col rossetto e il giornale.

Città che indugi e che prorompi

alla periferia

mentre mi allontano a lavorare,

città di tutti e mia.

Difficile é il mio tempo,

ma io non mi lamento.

Mai ti dirò:

- Torniamo indietro,

Torniamo donne a casa -

Tu, casa più grande della mia,

ancor feroce al tenero mio amore

come caverna al primordiale,

ti chinerai sul gioco dei bambini

con libere movenze

che la luce non rompe

che l'ombra non incrina,

Perché tu sei nel tempo

destinata a finire

il tuo cemento,

a fiorire la tua maternità,

città di tutti e mia,

città! Che l'architetto

fa di vetro

e noi di sangue.

Da Luigia Rizzo Pagnin, Il borghese agli agguati, Edizioni de “Il rinoceronte”, Padova, 1964

A SILVIA

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete

Stanze, e le vie dintorno,

Al tuo perpetuo canto,

Allor che all'opre femminili intenta

Sedevi, assai contenta

Di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D'in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti,

E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

Perché non rendi poi

Quel che prometti allor? perché di tanto

Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella. E non vedevi

Il fior degli anni tuoi;

Non ti molceva il core

La dolce lode or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Né teco le compagne ai dì festivi

Ragionavan d'amore.

Anche peria fra poco

La speranza mia dolce: agli anni miei

Anche negaro i fati

La giovanezza. Ahi come,

Come passata sei,

Cara compagna dell'età mia nova,

Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi

I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

Onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell'umane genti?

All'apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.

Una biografia di Giacomo Leopardi

OCCHIAZZURRA

A te occhiazzurra questi canti deve

uno che ha sete e alle tue labbra beve;

che antichi come lui, come te nuovi,

se giri tutto il mondo non ne trovi.

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore

Sorge in sul primo albore

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L'ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s'affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

E la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell'esser nato.

Poi che crescendo viene,

L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell'umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

Perché reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

Perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

E lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perché delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l'ardore, e che procacci

Il verno co' suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand'io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell'innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D'ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell'esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d'affanno

Quasi libera vai;

Ch'ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

Tu se' queta e contenta;

E gran parte dell'anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perchè giacendo

A bell'agio, ozioso,

S'appaga ogni animale;

Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

È funesto a chi nasce il dì natale.

Valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.

Considero valore il vino finche' dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e' risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varra' piu' niente e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,

provare gratitudine senza ricordare di che .

Considero valore sapere in una stanza dov'e' il nord, qual'e' il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,

la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

Chi è Erri De Luca

Un sito franco-italiano dedicato a Erri De Luca

Una presentazione di

VERSI PER M. T. IN MORTE DEL MARITO

Prima che il tempo violi

i suoi verdi confini

io vorrei darti

la dolcezza dell'ombra prenatale

un clima strano di favole, di canti

un acceso passaggio di stagione

col sole allegro che dilaga

sulla grigia distesa

o l'onda lunga

che segue la tempesta

e placata si allarga sulla riva

a lenire l'asprezza che è passata.

O forse procurarti un talismano

per la fatica tremenda del viandante

che cerca invano di farsi pellegrino.

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PER ALBERTO BURRI

Vivere più di quanto tu non mostri

nelle brevi suture dei tuoi sacchi

nei neri torti in un preciso orrore

nei grandi bianchi spaccati dall'arsura

o fermarsi stremati

e non morire.

Questa è la tua lezione

amico caro di un'età che è morta

con gli enigmi banali e i suoi pudori?

Mi dici con affetto - e tu ci vivi –

che la vecchia saggezza è noncuranza

per il mondo che incombe e i suoi furori.

Vivo sperando sia, ma forse sbaglio,

un segno di viltà dell'esistenza.

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VERSI PER ENRICO E ELENA CERNIA

Vola da noi per sempre il verde canto

e sembra che la morte sia distante

dalla nuvola grigia che confonde

il muto andar degli anni.

Ma poi la giostra sgangherata dei balocchi

scarica nella notte il suo bagaglio:

richiami acuti, gialli, disperati

di una vita malata che si sfalda

fra un colpo e l'altro di un eguale maglio.

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PER MIA MOGLIE NELLE TENTAZIONI DEL DECLINO

Fiore di rosa

facile rima,

amore che non muore

ma riposa

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IL MERIDIANO DI TAORMINA

Ricordi il meridiano che portò

nel tuo rosso uno scontento

un'attesa di futuri rinnovati

nostalgie di stagioni appena mosse

dalla sabbia spazzata dalla duna ?

Io ti aspettavo, ero alla tua portata

ma tu sognavi adagio il chiar di luna.

30-4-75

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Forse ho capito

quanto nel mistero

possa lasciare tua virtù sepolto

perché vivendo lasci sospesa un'eco

(l' arcano che disteso riverbera

dal pozzo abbandonato)

l'ombra - o la traccia? -

di una vita cresciuta come il grano

profetica ed eguale

nel respiro leggero della terra;

o in tumulto d'immagini ingombranti

forse la tua presenza è il capogiro:

il ferino che è in te, che ti conduce

confonde ogni momento le mie carte

porta buio nell'alba

o una luce inattesa all'imbrunire.

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LAGO DI FONDI

Nella luce morente che ci chiama

il tuo sorriso breve e la speranza

prolungano nell'acqua

l'ombra invadente

del verde tra le rive.

Potrei lasciarti

ma devo dirmi ancora:

ciò che non muore in me

dentro di te, vive.

Forse saprai domani

quanta nell'ombra con pazienza,

attento io scopra nel mio canto

la luce che tu dissipi vivendo.

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DA UNA `VALLE VENETA

Brevi miraggi vissuti nei rimpianti

dei giorni ambigui che ho patito per te

il gioco delle alzavole agli stampi

i capricci dorati dei pivieri

l'aspro richiamo dei chiurli dalle valli

l'alta maestà del falco pellegrino

e poi, di sera l'airone cinerino

verso mare

che compare d'incanto

e poi scompare.

Piango e gli affido il tempo che separa

lo stato umano dall'acuta stagione, da quei giorni.

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VERSI PER ANTONIO CEDERNA

Alofite è una pianta che il salmastro

risparmia nella furia del calore:

una traccia superstite di verde

che adatta la sua vita alla violenza;

il deserto non muta nel suo orrore.

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RIMPIANTO PER NICCOLO GALLO

.. . Chi ha avuto da te quest'alta lezione

di decenza quotidiana ...

e. montale, da "La bufera"

L'autunno e le sue erbe

i concerti sommessi degli uccelli

invitano insistenti ad una vita

dove "la siepe" è il limite:

un eterno, per noi che rimuoviamo

- indifesi dal mistero del nulla –

il maestoso rigore dell'inverno.

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A UN AMICO RITROVATO

PER E. SALZANO

Mutua quod nobis ter quínquagena dedisti

ex opibus tantis, quas gravis arca premit,

esse tibi magnus, Telesine, videris amicus.

Tu magnus, quod das? immo ego, quod recipis.

MARZIALE, III, LXI

Hai lasciato un varco nel tuo disprezzo

ed io vi sono entrato a vele spalancate

a mare fresco

ed ho trovato

‘barbara dolce dagli occhi tintinnanti’

la tua muta ‘sbandata già dal sonno’

assorti in giochi irripetibili

sicuri dietro il cristallo terso

del loro universo.

Una serenità da luce estiva

mi ha riportato al tempo dei furori

quando felicemente

avventavamo i ladri, gli ipocriti, i bugiardi

quando davamo a Dio

inesistendo Cesare.

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PER MIO FIGLIO

Passo ogni sera il fiume:

sulle mie spalle

il peso dei rimorsi

(le rapine che prevede il presente)

gli spazi senza suoni, senza rime.

Ma tu mi vieni incontro

una sordina modifica il mio timbro

i tuoi occhi ritardano il tramonto

la tua vita, enigma complicato, mi redime.

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A NANNI, RICORDANDO PAPÀ

Forse dobbiamo ancora tornare alle radici

per trovare un motivo che assolva

l'aridità del suo tempo, la sua rabbia.

Per capire con calma e decifrare

i segnali scadenti del passato.

Certo, non basta più il racconto

che leniva, felice, i miei rancori:

“ all'armi siam fascisti!”

le oscure prepotenze provinciali

le necrofore bande

il rogo dei bei libri

e la paura nel vicolo a maestrale.

Ma la sua morte continua ad accadere.

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L'ALTA LEZIONE DI MARIO MELLONI

Non merita di amare

chi per amare

non ha reciso

le sue radici

amare.

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PER UN MINISTRO DC VISTO IN TELEVISIONE

Solo a chi mente

può venire in mente che

mentire si può naturalmente.

Non è barando che potrai colmare

l'abisso che divide

- vasto braccio di mare -

tutto l'astuto dire

dal tuo fare.

Il tuo silenzio è gioia a noi negata.

Misuro la pazienza tra le dita,

ti scaglio i miei pensieri

pattuglia rinnegata

mai tradita.

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Ti ho portato il mio pane

ed ho creduto che la rinuncia

suonasse sacrificio

all'orecchio tuo attento.

Ma tu hai pensato che ne fossi sazio...

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Certo,

ciò che ignori di me non è peccato.

È un peccato che ignori

ciò che di certo in me

ignora ogni peccato.

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NOTA

Le poesie di questo libretto hanno più di dodici anni. La morte improvvisa le ha lasciate così come si trovavano, in attesa di pubblicazione. Per tutti questi anni, dall’ottobre dell’81, ho sempre rimandato il momento di affrontarle e dare loro una sistemazione (come mettere via i vestiti rimasti appesi nell’armadio, le scarpe, i tanti oggetti disseminati ovunque che di colpo erano diventati altro e restavano lì, intoccati e intoccabili). Adesso mi capita sempre più spesso di pensare che se per un miracolo Peppe tornasse sarebbe molto più giovane di me e di fronte a lui possederei quella saggezza e quella maturità che tanto mi mancavano. E i versi di queste quasi cinquanta poesie sono diventati un dialogo con il passato.

Non sono in grado di farne una lettura critica, posso solo farne una storia. Legarle a degli anni che sembrano lontanissimi; eppure a volte tornano come un panorama a una svolta e noi siamo ancora lì con i nostri gesti e le nostre voci, le luci, gli alberi. Pellicola di un film che può essere proiettato all’infinito.

“Quasimòdo, chi è questo Quasimòdo?...”, il sorriso sarcastico di chi la sa lunga, lui che conosce a memoria le terzine di Dante e ama citare Carducci. Peccato non potergli dire: “Papà, uno che vincerà il Nobel!”.

Siedono uno di fronte all’altro sulle poltrone foderate di cinz sotto al quadro di Balla: un vaso di poinsezie e una collana riflessa nel vetro di un tavolo. Un quadro che a me pare orribile, come le tre oche di alabastro rosa sopra la mensola del termosifone. Intanto loro due parlano, si dovrebbero conoscere, in realtà non esistono due persone più diverse e già si detestano. Di uno mi piace la poesia e l’utopia, dell’altro la chiarezza e la durezza. La mia sofferenza nasce dall’amare queste due opposizioni. Oggi lo so, allora no. Ma il primo è il futuro, le porte che si spalancano una dietro l’altra. Le emozioni di un abbraccio nel buio di un cinema e le fontane scroscianti con i cavalli di pietra bianca pronti a spiccare il volo nell’azzurro di una mattina di vacanza. La felicità degli occhi negli occhi e le risate improvvise, irrefrenabili. L’altro è legato a troppe pagelle, righe nere di quaderno e lunghe, grigie domeniche. È una forza frenante. Sicuramente è destinato a perdere. Ha già perso.

Andavamo sulla Via Appia e Peppe portava in tasca le prime edizioni dello Specchio: Ungaretti, Cardarelli, Montale. Non è che Quasimodo gli piacesse molto. Io porto nella borsa un thermos con il caffè e dei panini, sono vestita di giallo e le biciclette sono appoggiate sul ciglio della strada. La giornata è limpida, piccole nuvole macchiano il cielo, il sole scalda l’erba fra i ruderi. Ventuno anni lui, diciotto io. Una Via Appia spesso ventosa, con le pecore che traversano a frotte seguite dai pastori dalle grandi mantelle gonfie d’aria.

Libretti logorati dall’uso che lui cavava fuori dalla tasca della giacca e mi leggeva con pazienza, le giuste scansioni dei versi. Ho difficoltà a capire, lui paziente mente rilegge e poi spiega, i versi si aprono dalle sue mani come ventagli.

Per quello detesto l’ironia di mio padre, io che pure lo amo moltissimo, detesto il gesto sprezzante che lascia ricadere il libro sul tavolo. “Quasimodo” lo correggo senza guardarlo. A me il verso ride la gazza nera sugli arancisembra bellissimo.

Libri con le pagine che si squinternavano: la guerra non è lontana, sembra ancora ombreggiare quella carta giallina disseminata di pagliuzze. Non sono mai più esistiti libri così preziosi, strappati al caotico e faticoso procedere, lento, del nuovo benessere. Benessere è avere la bicicletta, massimo benessere la vespa. Tre paia di sandali, due costumi da bagno. I biscotti per merenda, una tavoletta di cioccolata da mordere intera.

Un giorno mi perderò nei dedali assolati delle tue città di luce, o meridione... questa è sua. È la Sardegna da dove lo hanno portato via bambino e non è mai più ritornato. Ricordi il meridiano che portò nel tuo rosso uno scontento, un’attesa di futuri rinnovati... Questa era per me, ma era già dopo.

Dopo; subito prima che la poesia si appannasse confusa nei nuovi giorni. Ci piace andare alla ventura / guardando il calo senza paura / il cielo immenso senza orizzonti... Prima che gli amici si sparpagliassero un poco alla volta come pedine su una scacchiera, ognuno per comporre un suo gioco; e la felicità coniugale cominciasse a dare il suo suono di latta nel girolento in tondo dei balocchi. Un suono confortante e rassicurante tanto da ottundere le orecchie. Le biciclette si coprono di polvere finché un giorno non esistono più. Rubate, regalate, chi può dirlo ormai.

E la Sardegna ricompare un’estate dal piroscafo con i suoi odori e le palme alte e polverose sul lungomare di Cagliari. La Morris sobbalza sull’asfalto per arrivare al Poetto, sembra di risentire lo stridere del tram che scaricava tate e bambini insieme alle grandi borse del pranzo da mangiare al fresco dei capanni. La sabbia bianca scotta i piedi, non serve neanche fare il bagno, subito si ricomincia a sudare. Non si resiste, perfino il panino lo abbiamo mangiato a mollo nell’acqua e nell’acqua Peppe fuma con il mare celeste che gli arriva alla cintola. La barca ricorda, la barca di quando erano piccoli che a furia di remi arrivava laggiù, alla Sella del Diavolo. “Ma va ...”. La Sella del Diavolo si staglia laggiù un poco sulfurea, dura nel sole. Lui fuma Gitanes senza filtro, tabacco nero che lascia un buon odore nelle sue mani. Quante? Venti lui dice. Ma mente, sono molte di più.

Qui, dice, venivamo a giocare con i cugini. Dall’alto dei bastioni Cagliari è solo vento e sole. “Ma i palazzi dove sono?”, le tanto magnificate magioni degli avi. Palazzo Aymerich, palazzo Sanjust. Templi familiari di cui ha favoleggiato per anni. Lungo la via in salita le case perdono pezzi di intonaco e i balconi di ferro sono arrugginiti dal maestrale. Una adolescente si fa vento con un ventaglio, ha i capelli raccolti sulla nuca per il caldo e contro un lontano frammento di mare è bella come una piccola maga sospesa nel vuoto del balcone. Sorride. Una delle cugine che è nata dopo la guerra, una delle tante che non ha mai incontrato. Le scale sono buie, i gradini cadono a pezzi. Palazzi, questi?

Forse è stato di ritorno da quel viaggio che ha ricominciato a scrivere poesie. Quando abbiamo cambiato casa e sono cominciati i nuovi silenzi e le nuove luci. Ora le fasi dell’anno si avvertono come una sonda che arrivi al cuore delle stagioni e il freddo e il caldo hanno una violenza con cui bisogna fare quotidianamente i conti. E di colpo il tempo cambia passo. Anche la felicità coniugale ha un sussulto, si deve adeguare, plasmare come una cera sui nuovi suoni. Scarpette si allineano in bagno: bambini corrono, cadono, gridano. Si ammalano, ritagliano figurine di carta. I tuoni squassano la casa e i passi sono come topi giù per le scale. Lui si alza che è ancora buio armeggiando piano, la porta si richiude in un soffio. Se fa freddo si intabarra in un plaid e nel vuoto del primo mattino siede alla scrivania che è stata del suo grande antagonista (“Quasimòdo, chi è questo Quasimòdo?”). Sui fogli si fa strada la sua scrittura minuta, ordinata. Cancella, straccia. Se una bambina appena sveglia gli scivola accanto imbronciata tra la poltrona e il divano, la consola e le dà un foglio per disegnare. La luce si allunga tra gli alberi esili del giardino. Altri, ancora sorretti da tre pali, disegnano figure geometriche nell’aria grigio-azzurra. Luci e ombre a seconda delle stagioni.

Filastrocca di noi bambini

per non giocare con i cerini

per non giocare con i serpenti

e per restare sempre contenti.

Filastrocca lunga e severa

per ricordarti mattina e sera

d’essere buone care e felici

anche mangiando burro e alici.

Filastrocca di questo natale

giocar insieme senza far male...

E poi c’erano le fotografie. Una passione così antica che è difficile darle un’età. Mentre la caccia, anche se a Cagliari da bambino guardava incantato zio Pepi cavare dagli anfratti della giacca macchiata di sangue lepri e pernici, è una scoperta nuova . II gioco delle alzavole agli stampi / i capricci dorati dei pivieri / l’aspro richiamo dei chiurli dalle valli...La caccia con il suo odore di freddo e di cani e le pavoncelle che planano a ventaglio nella piccola valle davanti casa. La valle del Poussin, lui dice. La tramontana scuote gli alberi, li tira con forza fino a spezzarli e il gelo spiffera da ogni angolo della casa. Un anno la neve, tanta che non si poteva uscire con la macchina. La notte siamo andati a piedi a trovare degli amici sulla via di Grottarossa, il vento aveva accumulato picchi bianchi e bizzarri e il cielo era invaso dalla luna. Il silenzio si apriva meraviglioso davanti ai nostri passi mentre la casa diventava sempre più buia e lontana. La neve aveva buttato giù i pali della luce, era solo tutto bianco e blu.

Il vento caldo, il vento forte

porta la neve, sbatte le porte

porta l’estate, la primavera

c’è la mattina, soffia la sera...

Lontano il tempo dei furori quando felicemente / avventavamo i ladri, gli ipocriti, i bugiardi / quando davamo a Dio / inesistendo Cesare... Da quelle mattine sempre più precoci (le cinque, le quattro, ma dove arriveremo?) è poi nata la lacerazione. I deboli e il denaro sono diventati sempre più inconciliabili. Passo ogni sera il fiume: / sulle mie spalle / il peso dei rimorsi / (le rapine che prevede il presente) / gli spazi senza suoni, senza rime... Fotografie scattate una via l’altra a segnare un percorso a zig zag. Plitivice, Praga, Osije. Bambini che saltano alla corda. La Francia. Il Guggenheim di New York. Il mercato della carne a Mosca. La statua di Gorkij. E poi ancora e ancora: le macchine fotografiche appese al collo mentre la cassetta di cuoio rigido gli sega le spalle pesante di obiettivi e di pellicole. Ha sempre la vecchia Rollei; la Closter, la prima (la Closet, come la chiamavano gli amici), è invece sparita. Ma tutto quell’ingombro sembra non avvertirlo, occupato solo a inquadrare e scattare, un fotogramma via l’altro.

Il fucile Winchester, la coppia di Lebeaux che olia con cura guardando con un occhio solo dentro la canna. L’alta maestà del falco pellegrino / e poi, di sera / l’airone cinerino / Terso mare / che compare d’incanto / e poi scompare... Vicino a Osije il vecchio casino di caccia degli Esterhàzy aveva un pianoforte in camera da letto e una stufa di maioliche verdi. Nel bosco un cervo dagli occhi folli aveva incrociato il sentiero, gli zoccoli battevano paurosi la terra e le grandi corna si aprivano come ali la strada tra gli alberi. Poi all’imbrunire quelle medesime corna avevano cozzato sorde nel campo di mais mentre i cervi in amore si disputavano le femmine. Passa nell’aria un nulla ed è la strage.

Ma forse sarebbe più giusto fare una cronaca secca. Raccontare di quando le disgraziate vicissitudini familiari seguite alla guerra avevano prosciugato ogni fonte di reddito e per guadagnare era andato nel cantiere dello zio ricco a fare il marcatempo. Diciannove anni, appena iscritto all’università. E subito si era schierato dalla parte degli operai finché quello zio, fiutata l’aria, non lo aveva pregato di restarsene a casa. Allora si era messo a vendere i libri di Einaudi a rate. Da Einaudi, a Via degli Uffici del Vicario, poteva capitare di incontrare Pavese, Calvino, Emilio Cecchi. E poteva anche capitare che uno di loro ti invitasse nella sua casa piena di libri. So poco della sezione comunista che frequentava, so molto dei circoli del cinema dove era di casa. I film da cineteca li aveva visti tutti, quelli nuovi, quelli importanti, non aspettava mai la seconda visione.

La storia del marcatempo doveva ripetersi ancora, essere dalla parte dei più deboli era come una malattia endemica. Tutto sarebbe stato più semplice se fosse rimasto uno fra loro. Più faticoso, ma meno lacerante. Invece io l’ho traghettato dall’altraparte, non l’hoportato perché ho voluto portarlo, ma perché erodall’altra parte. Molto più semplice che venisse lui. Tanto prima o poi tutto si sarebbe aggiustato, avremmo fatto tornare i conti.

I conti non sono mai tornati ma per molti anni la nostra gioventù, i bambini, i libri, hanno tenuto insieme la giostra sgangherata dei balocchi.Quelle domeniche a tutto tondo sono state l’accordo che legava fra loro le note. Mai più esisteranno domeniche come quelle, il pallone che vola in alto, le grida, le corse, la terra battuta, l’erba e la polvere. L’urlo: gol! L’andare e venire dei bambini tra cani, crostate, tazze di tè, fette imburrate di pane. Tramontana e gerani, porte a vetri che sbattono e voci confuse insieme. Tante, da ogni parte. finché siamo stati giovani.

Nel 1968quando sono successi i fatti di Praga eravamo in Sardegna in vacanza. L’autunno seguente è andato al Congresso del Partito Comunista a Bologna. Non ricordo se era già iscritto o si è iscritto subito dopo. Una decisione che doveva liberarlo di tanti fantasmi ma avrebbe fatto saltare tutti i conti. Viene al tramonto da ponente il vento / e mi porta chiarezza / e molti mali...Ora nel silenzio dell’alba non ci sono più solo poesie, ora scrive lunghi promemoria, programmi, prende appunti che chiude in una cartellina scura. Insegna la domenica mattina in Sezione. Aiutava tutti. Anche i questuanti che avrebbero stroncato un bue.

I libri si sono moltiplicati. Li leggeva e li mandava alle biblioteche dei più sperduti e dimenticati paesi d’Italia. I più deboli tornavano a essere i privilegiati. E la cultura umanistica insegnava che senza conoscenza non c’è salvezza. Lui cominciava dalla conoscenza.

Quella mattina che è morto c’era il sole. È stato come un cataclisma, come se fossimo stati due ragazzi con tutta la vita davanti e le ombre e l’affetto avessero potuto durare in eterno insieme ai sogni e alla rabbia. Non c’erano più parole, non c’era più niente. Di colpo si è sfasciato il castello di carte. Vola da noi per sempre il verde canto / e sembra che la morte sia distante.. Ma poi la giostra sgangherata dei balocchi / scarica nella notte il suo bagaglio: / richiami acuti, gialli, disperati...

C’è nell’ “Allegria” di Ungaretti una poesia che aveva ritrovato negli ultimi tempi, da quando aveva cominciato a sentire quel cuore come un artiglio nel petto. Un cuore che aveva cominciato a mordicchiare la sua vita e si era già portato via le robuste Gitanes dal tabacco nero. Le partite a pallone. Le lunghe nuotate al largo.

Morire come le allodole assetate sul miraggio.

O come la quaglia

passato il mare

nei primi cespugli

perché di volare

non ha pii voglia.

Ma non vivere di lamento

come un cardellino accecato.

Una poesia che apparteneva a quei primi libretti scalcagnati dalle pagine gialline. Se ne è andato con quella poesia in tasca.

Questo libretto era pronto così, in attesa di un editore che lo volesse pubblicare. Perché lo leggessero altri. perché attraverso la poesia conoscessero il suo amore per i versi e quello per la tagliola.

Alcune delle poesie che compaiono qui nella sezione “Un pascolo nel tempo” erano già comprese nella raccolta dello stesso titolo pubblicata nel 1972. Molte sono state però ritoccate, talvolta smontate e rimontate, a formare nuove composizioni.

Rosetta Loy

DA « PIANISSIMO »

1

Padre che muori tutti i giorni un poco

e ti scema la mente e più non vedi

con allargati occhi che i tuoi figli

e di te non t'accorgi e non rimpiangi;

se penso la fortezza con la quale

hai vissuto, il disprezzo ch'hai portato

a tutto ciò che è piccolo e meschino,

sotto la rude scorza

l'istintiva poesia della tua anima;

il bene ch'hai voluto alla tua madre,

a tua sorella ingrata, a nostra madre

morta;

tutta la vita tua sacrificata;

e poi ti guardo così come sei

io mi torco in silenzio le mani.

Contro l'indifferenza della Vita

vedo inutile anch'essa la Virtù;

e provo forte come non ho mai

il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre

che ridi se mi vedi e tremi quando

d'una qualche premura ti lo segno,

di quanto fui codardo verso te.

Benché il rimorso mi si alleggerisca

che più giusto sarebbe mi pesasse

sul cuore, inconfessato.

Io giovinetto imberbe ti guardai

con ira, padre, per la tua vecchiezza.

Stizza contro te vecchio mi prendeva...

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi

nella stanza che s'oscurava, in faccia

alla finestra; e contavamo i lumi

di cui si punteggiava la collina

facendo a gara a chi vedeva primo;

perdono non ti chiedo con le lacrime

che mi sarebbe troppo dolce piangere,

ma con quelle più amare te lo chiedo

che non vogliono uscire dai miei occhi.

Un pensiero soltanto mi conforta

di poterti guardare a ciglio asciutto;

il ricordo che piccolo, pensando

che come gli altri uomini dovevi

morire pure tu, il nostro padre,

solo e zitto nel mio letto la notte

io di sbigottimento lagrimavo.

Di quello che i miei occhi ora non piangono

quell'infantile pianto mi consola,

padre, perché mi par d'aver lasciato

tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

2

Esco dalla lussuria. M'incammino

per lastrici sonori nella notte.

Rimorso non mi punge o turba. Sono

solo tranquillo: immensamente.

Pure

qualche cosa è mutato in me, qualcosa

fuori di me. Ché la città mi pare

fatta paurosamente vasta e vuota;

una città di pietra che nessuno

abiti, dove la Necessità

sola conduca i traini e conti l'ore.

A queste vie simmetriche e deserte,

a queste case mute sono simile.

Partecipo alla loro indifferenza,

alla loro immobilità. Mi pare

d'esser sordo ed opaco come loro,

d'esser fatto di pietra come loro.

Il mio padre e la mia sorella sono

lontani, come divenuti estranei,

come sepolti già nella memoria.

Tra me e loro s'è frapposto il mio

peccato come immobile macigno.

E mi dicesser che mio padre muore

sento bene che adesso non potrei

piangere.

Son confinato fuori della vita,

una macchina io sesso che obbedisce,

come il traino e la strada necessario.

Ma non riesco a dolermene.

Cammino per lastrici sonori nella notte.

3

Il mio cuore si gonfia per te, terra,

come la zolla a primavera.

Io torno.

I miei occhi son nuovi: tutto quello

che vedo è come per la prima volta;

e l'aspetto più umile e consunto,

tutto m'intenerisce e mi dà gioia.

In te mi lavo come dentro un'acqua

dove si scordi tutto di se stesso.

La mia miseria lascio dietro me

come la biscia la sua vecchia pelle.

Terra, tu sei per me piena di grazia.

Finché vicino a te mi sentirò

così bambino, fin che la mia pena in te si scioglierà come la nebbia

nel sole

io non maledirò d'essere nato.

Io mi sono seduto qui per terra,

ambe le mani aperte sopra l'erba,

guardandomi amorosamente intorno.

E mentre così guardo mi si bagna

di calde dolci lacrime la faccia.

4

Taci, anima mia. Son questi i tristi

giorni in cui senza volontà si vive,

i giorni dell'attesa disperata.

Come l'albero ignudo a mezzo inverno

che s'attrista nell'ombra della corte,

io non credo di mettere più foglie

e dubito d'averle messe mai.

Camminando solo

tra la gente che m'urta e non mi vede,

mi pare d'esser da me stesso assente.

E m'accalco ad udire dov'è ressa,

sosto dalle vetrine abbarbagliato

e mi volgo al frusciare d'ogni gonna.

Per la voce d'un cantastorie cieco

per l'improvviso lampo d'una nuca

mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime

mi s'accendon negli occhi cupidigie.

Ché tutta la mia vita nei miei occhi

ogni cosa che passa la. commuove

come debole vento un'acqua morta.

Non sono che uno specchio rassegnato

che riflette ogni cosa per la via.

In me stesso non guardo perché nulla

vi troverei.

E, venuta la sera, nel mio letto

mi stendo lungo come in una bara.

5

Nel mio povero sangue qualche volta

fermentano gli oscuri desideri.

Vado per la città solo, la notte;

e l'odore dei fondaci, al ricordo,

vince l'odor dell'erba sotto il sole.

Rasento le miriadi degli esseri

sigillati in se stessi come tombe.

E batto a porte sconosciute; salgo

scale consunte da generazioni.

La femmina che aspetta sulla soglia

l'ubriaco che rece contro il muro

guardo con occhi di fraternità.

E certe volte subito trasalgono,

nell'andito malcerto in capo a cui

occhi di sangue paiono i fanali,

le mie nari che fiutano il Delitto.

Mi cresce dentro l'ansia di morire

senza avere il godibile goduto

senza avere il soffribile sofferto.

La volontà mi prende di gettare

come un ingombro inutile il mio nome.

Con a compagna la Perdizione

a cuor leggero andarmene pel mondo.

6

A volte sulla sponda della via

colto da un infinito scoramento

mi seggo e dove vado mi domando,

perché cammino. E penso la mia morte

e vedo me già preso nella bara

troppo stretta, fantoccio inanimato.

Quant'albe nasceranno ancora al mondo

dopo di noi! Di ciò che abbiam sofferto,

di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore

non rimarrà il più piccolo ricordo.

Le generazioni passan come

onde di fiume...

Una mortale pesantezza il cuore

m'opprime. Inerte mi par d'esser fatto

come qualche antichissima rovina

e guardare succedersi le ore,

gli uomini mutare i passi, i cieli

all'alba colorirsi, scolorirsi

a sera:..

7

Magra dagli occhi lustri, dai pomelli

accesi,

la mia anima torbida che cerca chi le somigli

trova te che sull'uscio aspetti gli uomini.

Tu sei la mia sorella di quest'ora.

Accompagnarti in qualche osteria

di bassoporto

e guardarti mangiare avidamente!

E coricarmi senza desiderio

nel tuo letto.

Cadavere vicino ad un cadavere,

bere dalla tua vista l'amarezza

come la spugna secca beve l'acqua.

Toccare le tue mani, i tuoi capelli

che pure a te qualcuno avrà raccolto

in un piccolo ciuffo sulla testa!

e sentirmi

guardato dai tuoi occhi

ostili, poveretta, e tormentarti

domandandoti il nome di tua madre !

Nessuna gioia vale questo amaro

poterti fare piangere, potere

pianger con te!

8

Talora nell'arsura cittadina

un canto di cicala mi sorprende.

E subito ecco m'empie la visione

di campagne prostrate nella luce

e stupisco che ancora al mondo sian

alberi ed acque - le presenze buone

che bastavano un giorno a consolarmi...

Con questo

stupor sciocco l'ubriaco

riceve in viso l'aria della notte.

Ma poiché sento l'anima aderire

ad ogni pietra della città sorda

com'albero con tutte le radici,

sorrido a me smarritamente e come

in uno sforzo d'ali i gomiti alzo...

CAMILLO SBARBARo è nato a Santa Margherita Ligure il 12 gennaio 1888. - Opere: Resine (Caimmi, Genova, 1911); Pianissimo; Trucioli (Vallecchi, Firenze, 1920); Liquidazione (Ribet, Torino, 1928).

Una biografia completa di Camillo Sbarbaro

Chi costruiva Tebe dalle sette porte?

Nei libri leggo i nomi dei re.

I re hanno trascinato i blocchi di pietra?

E tante volte distrutta Babilonia,

Chi di nuovo la riedificò?...

... La grande Roma

è piena di archi di trionfo. Chi li fece? Su chi

trionfarono i Cesari? La tanto decantata Bisanzio

aveva solo palazzi per i suoi abitanti?...

Il giovane Alessandro conquistò l'India,

egli, da solo?

Cesare sconfisse i Galli.

Non aveva neanche il cuoco con sé?

Filippo di Spagna pianse, quando la sua flotta

affondò. Nessuno pianse oltre di lui?

Federico II vinse la guerra dei sette anni.

Chi la vinse oltre di lui?

Ogni pagina una vittoria.

Chi preparò il banchetto per i vincitori?

Ogni dieci anni un grand'uomo!

Chi ne pagò le spese?...

Poiché dei mondi sognati

non incontrai che la creta

e delle stelle intraviste

non ho che il gelo

poiché la vicenda si compie

senza eroismo

senza bellezza

senza passione

io sono morta da tempo

e qui c'è qualcuno che scrive.

I LEONI SUL SAGRATO

C'è un luogo dove dormi

e il tuo respiro

io non lo sento, non lo sento mai.

Fra i nostri due riposi

è la città spavalda

strade, fragori, alterchi, gente e tetti

e come due leoni sul sagrato

remoti e fermi, chiusi in una forma,

noi vigiliamo la nostra distanza.

CONFESSIONE

E scrivo male

perché ho tanta pena

e parlo piano

perché non mi ascolti

e piango zitta

perché mi vergogno.

CHANSONNETTE

Colui che amo

sa che lo chiamo

lo chiamo piano

lo chiamo invano

nella mia mano

sta la sua mano

finché lo chiamo

cosí pian piano

E se lo chiamo

con voce forte

le nostre mani

scioglie la morte.

LE TUE MANI

Le tue mani

sono sottili e chiare

mani gentili e deboli

carezzevoli alla fronte

use ad asciugar lagrime

ad aprirsi in elemosina.

Mani come le tue

conoscono tutto lo sporco soffrire

di tutti i mondi.

Hanno stretto le grate aspre

e graffiato le porte chiuse

e sanguinato di ferite ignobili.

Hanno giocato e perduto.

Hanno raccolto un premio

e dissipato,

compiuta una fatica

e disperso il vantaggio,

carezzato l'amore

e ucciso.

LA ZOLLA

lo sono la tua zolla

calda e oscura

dove fermenta la seminagione

che inonda l'acqua

e il sole brucia e assecca.

Sono la zolla verde

che darà il frutto della tua stagione

sono la zolla nera

che poi l'aratro gelido discosta.

Verde una spiga nuova

vicino a me trema nel vento e aspetta.

No more be griev'd at that which thou hast done

No more be griev'd at that which thou hast done:

Roses have thorns, and silver fountains mud:

Clouds and eclipses stain both moon and sun,

And loathsome canker lives in sweetest bud.

All men make faults, and even I in this,

Authorising thy trespass with compare,

Myself corrupting, salving thy amiss,

Excusing thy sins more than thy sins are;

For to thy sensual fault I bring in sense, -

Thy adverse party is thy advocate, -

And 'gainst myself a lawful plea commence:

Such civil war is in my love and hate,

That I an accessary needs must be

To that sweet thief which sourly robs from me.

Non essere piú presa da pena per quello che hai fatto:

Hanno spine, le rose, e fango l'argentea sorgente:

Le nuvole e le eclissi intorbidano luna e sole,

li cancro ripugnante vive nel bocciuolo piú tenero.

È umano commettere errori, ne commetto uno io stesso

Quando mi provo a discolparti facendo paragoni,

Corrompendo me stesso per porgere unguento al tuo male,

Scusando i tuoi peccati piú di quanto non converrebbe;

Poiché un senso vado trovando ai tuoi falli sensuali,

- Diventa tuo avvocato chi dovrebbe invece accusarti, -

Intento in piena regola una causa contro di me:

Tale guerra civile tra amore e rabbia infuria in me,

Che non posso non diventare complice necessario

Di quella dolce ladrona che acerbamente mi depreda.

William Shakespeare

Sonetto XXXV

da “40 sonetti di Shakespeare”

Traduzione di Giuseppe Ungaretti

Arnoldo Mondadori Editore, 1966

Qual rugiada e qual pianto,

quai lacrime eran quelle

che sparger vidi dal notturno manto

e dal candido volto delle stelle?

E perchè seminò la bianca luna

di cristalline stelle un puro nembo

a l'erba fresca in grembo?

Perchè nell'aria bruna

s'udian quasi dolendo, intorno intorno

gir l'aure insino al giorno?

Fur segni forse de la tua partita,

vita de la mia vita?

La Chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido

Viso m'apparve, o sorriso

Di lontananze ignote

Fosti, la china eburnea

Fronte fulgente o giovine

Suora de la Gioconda:

O delle primavere

Spente, per i tuoi mitici pallori

O Regina O Regina adolescente:

Ma per il tuo ignoto poema

Di voluttà e di dolore

Musica fanciulla esangue,

Segnato di linea di sangue

Nel cerchio delle labbra sinuose

Regina de la melodia:

Ma per il vergine capo

Reclino, io poeta notturno

Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,

Io per il tuo dolce mistero

Io per il tuo divenir taciturno.

Non so se la fiamma pallida

Fu dei capelli il vivente

Segno del suo pallore,

Non so se fu un dolce vapore,

Dolce sul mio dolore,

Sorriso di un volto notturno:

Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti

E l'immobilità dei firmamenti

E i gonfii rivi che vanno piangenti

E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti

E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti

E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Dino Campana

Una biografia di Dino Campana, con musica

Ne traggo qualche notizia sull’autore:

“Salvatore Esposito è nato a Bagnoli il 6 gennaio 1923: frequentò la scuola tecnico industriale: interruppe gli studi per otto anni durante i quali fu aggiustore meccanico, e, con l'occupazione alleata, fece il muratore al P. B. S.: riprese gli studi al liceo artistico, frequenta l' Architettura. È operaio dell'Ilva-Bagnoli. Le sue prime poesie le scrisse in napoletano sotto lo influsso di Salvatore Di Giacomo e di Ferdinando Russo. Conosce i classici meglio che i contemporanei.”

MILLECICATRICI

Il mio corpo è mille cicatrici

Cucite da mia madre

Con un filo di pianto

Ognuna e dolce come una bestemmia

Argentina nel mare della rabbia

Incontro d’amore

Piove cielo nel lago d’erba

le mani nascoste alle mani

Specchio

Guancia di carne

Su guancia di pane

Senza lacrime Immoto

Disfarmi

Fine d’anno

Capodanno vestito di flanella

Col sole sulle snelle ciminiere

E ottavini nell'ugola

Della sirena vorticosa

Mio padre

E' un fanciullo viziato

che mangia solo pastasciutta

e attende

un Messia riveduto

armato di fucile e bombe a mano

Ritratto

Ci viene addosso

Fermo alla sua sedia

Col dito teso

Quanto è lungo il braccio

Che plana sui disegni

L'irrequiete

Gambe da trampoliere

S artigliano al felpato linoleum

E urla le sue idee

Col naso adunco

Le spinge avanti a furia di spalla

Senza cravatta e senza rancore

Madre alla finestra

Fra me e l’azzurro

Madre

E oltre

Le case al sole

Ma quando t'inabissi alla seggiola

e il gatto ritorna ai tuoi piedi

Il sole

L’azzurro

Le case

Ritornano all'abbraccio dei miei occhi

Nero di marzo

Alla riva di casa fra rottami

Di un giorno inghirlandato

Di mimose e pensieri leggeri

L'onda del tempo mi ha scaraventato

E alla collina

S'è dissolta in languore

Sul balcone fiorito

Più non vibrano voci

Ora severi

I covoni di coke si fan cupi

li carroponte è fermo nell'attesa

La notte incombe triste alla cimasa

La rondine è tornata il petto nero

Nero d’ottobre

Il macinino del caffè ci culla

Come bambini dopo un lungo pianto

Scaturito così per un nonnulla

L'aquilone di un canto

Un uomo ha sciolto nella via

M’è parso alla penombra di morire

Promozione



Il Consigliere delegato della società, dopo matura riflessione, valuta che il luogo più adatto per il primo lancio della bibita di mango sia Milano.

Prende il jet e va a Milano, dove la sua segretaria gli ha già fissato un appuntamento con il miglior pubblicitario dell'Italia settentrionale.

- Vorremmo organizzare un lancio molto forte della nostra nuova bibita. E' un prodotto veramente ottimo.

- Me ne descriva le proprietà, risponde il pubblicitario, in modo da poter comprendere che tipo di campagna è bene organizzare.

- Certo, prosegue il Consigliere delegato, stavo per farlo. Allora, le qualità organolettiche sono molto alte, il sapore squisito e nuovo, la consistenza vellutata e morbida, ha un perlage sottilissimo, ha la strana capacità di mantenere molto a lungo la temperatura acquistata in frigorifero, è molto rinfrescante e toglie la sete per almeno un'ora, e inoltre sono state testate (ho qui i certificati) delle notevolissime prerogative energetiche: stimola l'intelligenza ed esalta le capacità sessuali.

- Bene bene, dice il pubblicitario. Credo proprio che potremo organizzare una buona campagna. Domani le faccio avere uno schema e il preventivo.

Il giorno dopo, puntuale, arriva il preventivo: 10 milioni di Euro.

- Troppo alto, dice il Consigliere delegato. Milano è evidentemente una città troppo cara.

Si consulta in videoconferenza con i suoi consiglieri a NY, e fa fissare dalla sua segretaria, dopo un'attenta ricerca, un appuntamento con una ditta specializzata di Roma, molto quotata.

- Vorremmo organizzare un lancio molto forte della nostra nuova bibita, dice al pubblicitario romano. E' un prodotto veramente ottimo. Le sue qualità organolettiche sono molto alte, il sapore squisito e nuovo, la consistenza vellutata e morbida, ha un perlage sottilissimo ecc. ecc.

- Mi sembra proprio un'ottima merce, molto indicata per le calde estati romane e per tutto il mercato del Sud, che gravita su Roma. Fra due giorni le faccio avere un'offerta, che credo sarà molto conveniente.

Passano i due giorni, ed ecco l'offerta: 8 milioni di Ecu.

- Ma non sarà l'Italia a essere troppo cara? dice fra sé e sé il Consigliere delegato.

Si consulta con NY dove emerge una nuova ipotesi: perché non cercare a Napoli? In fondo, è una città incasinata e poco affidabile, ma è una porta verso la sponda africana del mediterraneo, un mercato in via di sviluppo ecc. ecc. L'efficiente segretaria gli combina un appuntamento, e un signore si presenta puntuale all'albergo a via Partenope dove è sceso.

- Stiamo cercando una società di pubblicità che organizzi un buon lancio per un nostro nuovo prodotto, una bibita a base di mango che ha eccezionali qualità. E' un prodotto veramente ottimo. Le qualità organolettiche sono molto alte, il sapore squisito e nuovo, la consistenza vellutata e morbida, ha un perlage sottilissimo, ha la strana capacità di mantenere molto a lungo la temperatura acquistata in frigorifero, è molto rinfrescante e toglie la sete per almeno un'ora, e inoltre sono state certificate delle notevolissime prerogative energetiche: stimola l'intelligenza ed esalta le capacità sessuali.

- Ah ah, bene, fa il napoletano pensieroso. Credo che si possa fare un buon lavoro. Bene, per 2 mila Euro le organizzo una fantastica campagna. Adesso sono le 10 am, lei mi firmi un assegno e domattina si affacci alla finestra.

Il consigliere delegato non sa che dire. Il prezzo gli sembra eccezionalmente conveniente, ma non sa se può fidarsi. Decide di rischiare, e firma l'assegno.

La giornata, come al solito, è bella, il sole splende e la brezza rende l'aria gradevole. Il Consigliere delegato si fa portare a Posillipo da una carrozzella, poi attraversa Spaccanapoli e mangia in un ristorante di Piazza Dante. Dopo una siesta sorbisce una coviglia di nocciola da Gambrinus a Piazza Plebiscito, va a comprare qualche cravatta da Marinella alla Torretta, prende un aperitivo da Caflisch a via Chiaia, compra cinque scatole di cioccolatini da Gay & Odin, cena in albergo e va a dormire presto, curioso su che cosa vedrà all'indomani.

Appena si fa giorno il cameriere gli porta il caffè. Il Consigliere delegato si alza, va alla finestra e si affaccia: la città è coperta da grandi manifesti dove, sotto il marchio della bibita, campeggiano queste parole:

MANGO P'A CAPA

MANGO P'O CAZZO.

"What do they say?" the priest inquired. "They only know how to say, 'Hi, we're prostitutes. Want to have some fun?'"

"That's terrible!" the priest exclaimed, "but I have a solution to your problem. Bring your two female parrots over to my house and I will put them with my two male talking parrots whom I taught to pray and read the bible. My parrots will teach your parrots to stop saying that terrible phrase and your female parrots will learn to praise and worship."

"Thank you!" the woman responded.

The next day the woman brings her female parrots to the priest's house. His two male parrots are holding rosary beads and praying in their cage.

The lady puts her two female parrots in with the male parrots and the female parrots say,"Hi, we're prostitutes, want to have some fun?"

One male parrot looks over at the other male parrot and exclaims, "Put the beads away. Our prayers have been answered!"

Tra i cespugli e i banchi di sabbia, ogni tanto la figura in piedi di un uomo (i veneziani li chiamano gli Apache). È uno dei pochissimi luoghi nel Veneto dove si può prendere il sole nudi.

La spiaggia è quasi vuota, eccetto il sabato e la domenica, quando diventa infrequentabile a causa dei numerosi gruppi di bagnanti che arrivano in barca, e ormeggiano i loro scafi (a volte oltre un centinaio) proprio davanti alla spiaggia, verso la taverna.

Dalla terra al mare, dal mare alla terra

Fa parte di una riserva naturale che misura 115 ettari; è gestita dal WWF Veneto e dal Comune di Venezia, in accordo con la Provincia di Venezia. L'area a pineta è gestita dai Servizi Forestali di Treviso e Venezia.

Secondo la scheda del WWF l’ambiente è costituito da

“dune pioniere e mobili colonizzate da Ammophila littoralis e dune consolidate da vegetazione erbacea xerica. Alle spalle delle dune è presente una vasta pineta di circa 30 ha. Vaste praterie umide interdunali. Sulla duna dominano le specie endemiche caratteristiche dei litorali sabbiosi dell'Alto Adriatico come lo sparto pungente, la medica marina, lo zigolo delle sabbie. Nel retroduna a vegetazione steppica troviamo il muschio Tortula ruralis, il raro fiordaliso di Tommasini e l'apocino veneziano. Nella area boscata, a pino domestico e pino marittimo, in riconversione a bosco misto a latifoglie con leccio, orniello, roverella e con frequenti macchie di pioppo bianco troviamo orchidee come la cefalantera maggiore e l'ofride fior d'ape. “

”Nelle depressioni umide interdunali prevale il giunco nero e la canna di Ravenna. Ricca è la presenza di avifauna con gruccione, fratino e fraticello che nidificano sulle dune mentre nelle aree più interne sono presenti l'occhiocotto, il canapino e lo zigolo nero. Tra i rapaci d'inverno volteggiano nelle aree aperte lo sparviero e il gheppio ed è avvistabile durante il passo il falco pecchiaiolo e il falco pellegrino. Nelle aree boscate nidificano il rigogolo, il picchio rosso maggiore, il succiacapre e il gufo comune. Tra rettili e anfibi sono da segnalare il biacco, la lucertola campestre e il rospo smeraldino mentre tra i mammiferi topo domestico e crocidura minore”

Quanto rimarrà di questa flora e di questa fauna, di questo bellissimo luogo, quando apriranno il giganesco cantiere del MoSE?

Qui potete vedere una intera cartella di immagini, scattate per Eddyburg dal 2000 al 2004

Sous aucun prétexte je ne veux

Avoir de réflexes malheureux

Il faut que tu m'expliques un peu mieux

Comment te dire adieu

Mon coeur de silex vite prend feu

Ton coeur de pyrex résiste au feu

Je suis bien perplexe je ne veux

Me résoudre aux adieux

Je sais bien qu'un ex amour

N'a pas de chance ou si peu

Mais pour moi

Une explication vaudrait mieux

Sous aucun prétexte je ne veux

Devant toi surexposer mes yeux

Derrière un Kleenex je saurais mieux

Comment te dire adieu

Comment te dire adieu

Tu as mis à l'index

Nos nuits blanches

Nos matins gris-bleu

Mais pour moi

Une explication vaudrait mieux

Sous aucun prétexte je ne veux

Devant toi surexposer mes yeux

Derrière un Kleenex je saurais mieux

Comment te dire adieu

Comment te dire adieu

Comment te dire adieu

Ho scelto queste canzoni: Fenesta vascia, La cammesella, Te voglio bene assaie, Fenesta ca lucive, Era de maggio, ‘E spingule frangese, Voce ‘e notte, Guapparia, Dicitincello vuie, Tammurriata nera, Vierno, Accarezzame. (A Lo Guarracino è dedicata un’intera cartella)

Fenesta vascia

di ignoti

Fenesta vascia 'e padrona crudele,

quanta suspire mm'haje fatto jettare!...

Mm'arde stu core, comm'a na cannela,

bella, quanno te sento annommenare!

Oje piglia la 'sperienza de la neve!

La neve è fredda e se fa maniare...

e tu comme si' tanta aspra e crudele?!

Muorto mme vide e nun mme vuó' ajutare!?...

Vorría addeventare no picciuotto,

co na langella a ghire vennenn'acqua,

Pe' mme ne jí da chisti palazzuotte:

Belli ffemmene meje, ah! Chi vó' acqua...

Se vota na nennella da llá 'ncoppa:

Chi è 'sto ninno ca va vennenn'acqua?

E io responno, co parole accorte:

Só' lacreme d'ammore e non è acqua!...

La Cammesella

di ignoti (1700)

E llevete lu mantesino

- Lu mantesino 'gnornò, 'gnornò!-

Si nun te lo vuo' lleva',

me soso e me ne vado da 'cca.

- E 'tte me l'aggio levato,

Ciccillo cuntento, fa' quello che vuo'-

Sia benedetta 'a mammeta,

quanno 'te maritò.

E llevete lu suttanino

- Lu suttanino 'gnornò, 'gnornò!-

Si nun te lo vuo' lleva',

me soso e me ne vado da 'cca.

- E 'tte me l'aggio levato,

Ciccillo cuntento, fa' quello che vuo'-

Sia benedetta 'a mammeta,

quanno 'te maritò.

E llevete chisto cursetto

- Chisto cursetto 'gnornò, 'gnornò!-

Si nun te lo vuo' lleva',

me soso e me ne vado da 'cca.

- E 'tte me l'aggio levato,

Ciccillo cuntento, fa' quello che vuo'-

Sia benedetta 'a mammeta,

quanno 'te maritò.

E llevete la cammesella.

- La cammesella 'gnornò, 'gnornò!-

Si nun te la vuo' lleva',

me soso e me ne vado da 'cca.

- E 'tte me l'aggio levata,

Ciccillo cuntento, fa' quello che vuo'-

Sia benedetta 'a mammeta,

quanno 'te maritò.

E dammece nu vasillo.

- Nu vasillo 'gnornò, 'gnornò!-

Si nun me lo vuo' da',

me soso e me ne vado da 'cca.

- Ed ecchete 'cca lu vasillo,

Ciccillo cuntento, fa' quello che vuo'-

Sia benedetta 'a mammeta,

quanno 'te maritò.

Te voglio bene assaie

versi di Raffaele Sacco, musica attribuita a Gaetano Donizetti (1835)

Pecché quanno mme vide,

te 'ngrife comm'o gatto?

Nenné', che t'aggio fatto,

ca nun mme puó' vedé?!

Io t'aggio amato tanto...

Si t'amo tu lo ssaje!

Io te voglio bene assaje...

e tu non pienze a me!

Io te voglio bene assaje...

e tu non pienze a me!

La notte tutti dormono,

ma io che vuó durmire?!

Penzanno a nénna mia,

mme sento ascevolí!

Li quarte d'ora sonano

a uno, a duje, a tre...

Io te voglio bene assaje...

e tu non pienze a me!

Io te voglio bene assaje...

e tu non pienze a me!

Recòrdate nu juorno

ca stive a me becino,

e te scorréano, 'nzino,

le llacreme, accussí!...

Deciste a me: "Non chiagnere,

ca tu lo mio sarraje..."

Io te voglio bene assaje...

e tu non pienze a me!

Io te voglio bene assaje...

e tu non pienze a me!

Fenesta ca lucive

versi di ignoto, musica attribuita a Vincenzo Bellini (s. d.)

Fenesta ca lucive e mo nun luce...

sign'è ca nénna mia stace malata...

S'affaccia la surella e mme lu dice:

Nennélla toja è morta e s'è atterrata...

Chiagneva sempe ca durmeva sola,

mo dorme co' li muorte accompagnata...

Va' dint''a cchiesa, e scuopre lu tavuto:

vide nennélla toja comm'è tornata...

Da chella vocca ca n'ascéano sciure,

mo n'esceno li vierme...Oh! che piatate!

Zi' parrocchiano mio, ábbece cura:

na lampa sempe tienece allummata...

Addio fenesta, rèstate 'nzerrata

ca nénna mia mo nun se pò affacciare...

Io cchiù nun passarraggio pe' 'sta strata:

vaco a lo camposanto a passíare!

'Nzino a lo juorno ca la morte 'ngrata,

mme face nénna mia ire a trovare!..

Era de maggio

versi di Salvatore Di Giacomo, musica di Mario Costa (1885)

Era de maggio e te cadéano 'nzino,

a schiocche a schiocche, li ccerase rosse...

Fresca era ll'aria...e tutto lu ciardino

addurava de rose a ciento passe...

Era de maggio, io no, nun mme ne scordo,

na canzone cantávamo a doje voce...

Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,

fresca era ll'aria e la canzona doce...

E diceva: "Core, core!

core mio, luntano vaje,

tu mme lasse, io conto ll'ore...

chisà quanno turnarraje!"

Rispunnev'io: "Turnarraggio

quanno tornano li rrose...

si stu sciore torna a maggio,

pure a maggio io stóngo ccá...

Si stu sciore torna a maggio,

pure a maggio io stóngo ccá."

E só' turnato e mo, comm'a na vota,

cantammo 'nzieme lu mutivo antico;

passa lu tiempo e lu munno s'avota,

ma 'ammore vero no, nun vota vico...

De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,

si t'allicuorde, 'nnanz'a la funtana:

Ll'acqua, llá dinto, nun se sécca maje,

e ferita d'ammore nun se sana...

Nun se sana: ca sanata,

si se fosse, gioja mia,

'mmiez'a st'aria 'mbarzamata,

a guardarte io nun starría !

E te dico: "Core, core!

core mio, turnato io só'...

Torna maggio e torna 'ammore:

fa' de me chello che vuó'!

Torna maggio e torna 'ammore:

fa' de me chello che vuó'!"

‘E spingule frangese

versi di Salvatore Di Giacomo, musica di Enrico De Leva (1888)

Nu juorno mme ne jètte da la casa,

jènno vennenno spíngule francese...

Nu juorno mme ne jètte da la casa,

jènno vennnenno spíngule francese...

Mme chiamma na figliola: "Trase, trase,

quanta spíngule daje pe' nu turnese?"

Mme chiamma na figliola: "Trase, trase,

quanta spíngule daje pe' nu turnese?

Quanta spíngule daje pe' nu turnese?"

Io, che sóngo nu poco veziuso,

sùbbeto mme 'mmuccaje dint'a 'sta casa...

"Ah, chi vò' belli spingule francese!

Ah, chi vò' belli spingule, ah, chi vò'?!

Ah, chi vò' belli spingule francese!

Ah, chi vò' belli spingule ah, chi vò'!?"

Dich'io: "Si tu mme daje tre o quatto vase,

te dóngo tutt''e spíngule francese...

Dich'io: "Si tu mme daje tre o quatto vase,

te dóngo tutt''e spíngule francese...

Pízzeche e vase nun fanno purtóse

e puo' ghiénchere 'e spíngule 'o paese...

Pízzeche e vase nun fanno purtóse

e puo' ghiénchere 'e spíngule 'o paese...

E puó' ghiénchere 'e spíngule 'o paese...

Sentite a me ca, pure 'nParaviso,

'e vase vanno a cinche nu turnese!...

"Ah, Chi vò' belli spíngule francese!

Ah, Chi vò' belli spíngule, ah, chi vò'?!

Ah, chi vò' belli spíngule francese!

Ah, chi vò' belli spíngule, ah, chi vò'?!"

Dicette: "Bellu mio, chist'è 'o paese,

ca, si te prore 'o naso, muore acciso!"

Dicette: "Bellu mio, chist'è 'o paese,

ca, si te prore 'o naso, muore acciso!"

E i' rispunnette: "Agge pacienza, scusa...

'a tengo 'a 'nnammurata e sta ô paese..."

E i' rispunnette: "Agge pacienza, scusa...

'a tengo 'a 'nnammurata e sta ô paese

'A tengo 'a 'nnammurata e sta ô paese...

E tene 'a faccia comm''e ffronne 'e rosa,

e tene 'a vocca comm'a na cerasa...

Ah, chi vò' belli spîngule francese!

Ah, chi vò' belli spíngule, ah, chi vò'?!

Ah, chi vò' belli spíngule francese!

Ah, chi vò' belli spíngule, ah, chi vò'?!"

Voce ‘e notte

versi di Edoardo Nicolardi, musica di Ernesto De Curtis (1905)

Si 'sta voce te scéta 'int''a nuttata,

mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino...

Statte scetata, si vuó' stá scetata,

ma fa' vedé ca duorme a suonno chino...

Nun ghí vicino ê llastre pe' fá 'a spia,

pecché nun puó' sbagliá 'sta voce è 'a mia...

E' 'a stessa voce 'e quanno tutt'e duje,

scurnuse, nce parlávamo cu 'o "vvuje".

Si 'sta voce te canta dint''o core

chello ca nun te cerco e nun te dico;

tutt''o turmiento 'e nu luntano ammore,

tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico...

Si te vène na smania 'e vulé bene,

na smania 'e vase córrere p''e vvéne,

nu fuoco che t'abbrucia comm'a che,

vásate a chillo...che te 'mporta 'e me?

Si 'sta voce, che chiagne 'int''a nuttata,

te sceta 'o sposo, nun avé paura...

Vide ch'è senza nomme 'a serenata,

dille ca dorme e che se rassicura...

Dille accussí: "Chi canta 'int'a 'sta via

o sarrá pazzo o more 'e gelusia!

Starrá chiagnenno quacche 'nfamitá...

Canta isso sulo...Ma che canta a fá?!..."

Guapparia

versi di Libero Bovio, musica di Rodolfo Falvo (1914)

Scetáteve, guagliune 'e malavita...

ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:

Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita

Ch'è 'a femmena cchiù bella d''a 'Nfrascata!

Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,

p''o sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...

Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino

pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...

Scetáteve guagliune 'e malavita!...

E' accumparuta 'a luna a ll'intrasatto,

pe' lle dá 'o sfizio 'e mme vedé distrutto...

Pe' chello che 'sta fémmena mm'ha fatto,

vurría ch''a luna se vestesse 'e lutto!...

Quanno se ne venette â parta mia,

ero 'o cchiù guappo 'e vascio â Sanitá...

Mo, ch'aggio perzo tutt''a guapparía,

cacciatemmenne 'a dint''a suggitá!...

Scetáteve guagliune 'e malavita!...

Sunate, giuvinò', vuttàte 'e mmane,

nun v'abbelite, ca stó' buono 'e voce!

I' mme fido 'e cantá fino a dimane...

e metto 'ncroce a chi...mm'ha miso 'ncroce...

Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?

Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?

Ma comme? chiagne tutt''o cuncertino,

addó' ch'avess''a chiagnere sul'i'...

Chiágnono sti guagliune 'e malavita!...

Dicitencello vuie

versi di Enzo De Fusco, musica di Rodolfo Falvo (1930)

Dicitencello a 'sta cumpagna vosta

ch'aggio perduto 'o suonno e 'a fantasia...

ch''a penzo sempe,

ch'è tutt''a vita mia...

I' nce 'o vvulesse dicere,

ma nun ce 'o ssaccio dí...

'A voglio bene...

'A voglio bene assaje!

Dicitencello vuje

ca nun mm''a scordo maje.

E' na passione,

cchiù forte 'e na catena,

ca mme turmenta ll'anema...

e nun mme fa campá!...

Dicitencello ch'è na rosa 'e maggio,

ch'è assaje cchiù bella 'e na jurnata 'e sole...

Da 'a vocca soja,

cchiù fresca d''e vviole,

i' giá vulesse sèntere

ch'è 'nnammurata 'e me!

'A voglio bene...

..........................

Na lácrema lucente v'è caduta...

dicíteme nu poco: a che penzate?!

Cu st'uocchie doce,

vuje sola mme guardate...

Levámmoce 'sta maschera,

dicimmo 'a veritá...

Te voglio bene...

Te voglio bene assaje...

Si' tu chesta catena

ca nun se spezza maje!

Suonno gentile,

suspiro mio carnale...

Te cerco comm'a ll'aria:

Te voglio pe' campá!...

Tammurriata nera

versi di Edoardo Nicolardi, musica di E. A. Mario (1944)

Io nun capisco, ê vvote, che succede...

e chello ca se vede,

nun se crede! nun se crede!

E' nato nu criaturo niro, niro...

e 'a mamma 'o chiamma Giro,

sissignore, 'o chiamma Giro...

Séh! gira e vota, séh...

Séh! vota e gira, séh...

Ca tu 'o chiamme Ciccio o 'Ntuono,

ca tu 'o chiamme Peppe o Giro,

chillo, o fatto, è niro, niro,

niro, niro comm'a che!...

'O contano 'e ccummare chist'affare:

"Sti fatte nun só' rare,

se ne contano a migliara!

A 'e vvote basta sulo na guardata,

e 'a femmena è restata,

sott''a botta, 'mpressiunata..."

Séh! na guardata, séh...

Séh! na 'mpressione, séh...

Va' truvanno mo chi è stato

ch'ha cugliuto buono 'o tiro:

chillo, 'o fatto, è niro, niro,

niro, niro comm'a che!...

Ha ditto 'o parulano: "Embè parlammo,

pecché, si raggiunammo,

chistu fatto nce 'o spiegammo!

Addó' pastíne 'o ggrano, 'o ggrano cresce...

riesce o nun riesce,

sempe è grano chello ch'esce!"

Mé', dillo a mamma, mé'...

Mé', dillo pure a me...

Ca tu 'o chiamme Ciccio o 'Ntuono,

ca tu 'o chiamme Peppe o Giro,

chillo...'o ninno, è niro, niro,

niro, niro comm'a che!...

Vierno

versi di Armando De Gregorio, musica di Vincenzo Acampora (1945)

E' vierno: chiove, chiove 'a na semmana...

e st'acqua assaje cchiù triste mme mantene...

Che friddo, quanno è 'a sera, ca mme vène...

cu st'aria 'e neve, mo ca manche tu.

'Sta freva, ca manch'essa mm'abbandona,

'sta freva, 'a cuollo, nun se leva cchiù!

Vierno!

che friddo 'int'a stu core...

e sola tu,

ca lle puó' dá calore,

te staje luntana e nun te faje vedé'!

Te staje luntana e nun te cure 'e me!

Ca mamma appiccia 'o ffuoco tutt''e ssere

dint'a 'sta cammarella fredda e amara?!

"Ma che ll'appicce a fá, vecchia mia cara,

s'io nun mme scarfo manco 'mbracci'a te!?"

Povera vecchia mia...mme fa paura:

è n'ombra ca se move attuorno a me!...

Vierno!

che friddo 'int'a stu core...

e sola tu,

ca lle puó' dá calore,

te staje luntana e nun te faje vedé'!

Te staje luntana e nun te cure 'e me!

Accarezzame

versi di Nisa, musica di Pino Calvi (1954)

Stasera, core e core, 'mmiez'ô ggrano,

addó' ce vede sulamente 'a luna...

io cchiù t'astrégno e cchiù te faje vicino,

io cchiù te vaso e cchiù te faje vasá...

Te vaso...e 'o riturnello 'e na canzone,

tra ll'arbere 'e cerase vola e va...

Accarézzame!...

Sento 'a fronte ca mme brucia...

Ma pecché nun mme dá pace

stu desiderio 'e te?

Accarézzame!...

Cu sti mmane vellutate,

faje scurdá tutt''e peccate...

Strígneme 'mbracci'a te!...

Sott'a stu cielo trapuntato 'e stelle,

mme faje sentí sti ddete 'int''e capille...

Voglio sunná guardanno st'uocchie belle...

voglio sunná cu te!...

Accarézzame!...

Sento 'a fronte ca mme brucia...

Ma pecché nun mme dá pace

stu desiderio 'e te?

E nu rilorgio lentamente sona...

ma 'o tiempo s'è fermato 'nziem'â luna...

Io mme vurría addurmí 'mmiez'a stu ggrano

tutta na vita...pe' ll'eternitá...

E tu mm'accarezzasse chianu chiano...

e mme vasasse, senza mme scetá...

Accarézzame!...

Sento 'a fronte ca mme brucia...

Ma pecché nun mme dá pace

stu desiderio 'e te?

Lo Guarracino che jéva pe mare

le venne voglia de se 'nzorare;

se facette no bello vestito

de scarde de spine pulito pulito

cu na perucca tutta 'ngrifata

de ziarèlle 'mbrasciolata

co lo sciabò, scolla e puzine

de ponte ongrese fine fine.

Cu li cazune de rezze de funno,

scarpe e cazette de pelle de tunno,

e sciammeria e sciammereino

d'àleche e pile de voje marino,

co buttune e buttunera

d'uocchúe de purpe, sécce e fèra,

fibbia, spata e schiocche 'ndorate

de niro de secce e fele d'achiate.

Doje belle cateniglie

de premmone de conchiglie,

no cappiello aggallonato

de codarino d'aluzzo salato,

tutto pòserna e steratiello

jeva facenno lo sbafantiello,

e gerava da ccà e da llà

la 'nnammorata pe se trovà!

La Sardella a lo barcone

steva sonanno lo calascione;

e a suono de trommetta jeva cantanno st'arietta:

«E Ilaré lo mare e lena,

«e la figlia da sié Lena

«ha lasciato lo 'nnammorato

«Pecché niente l'ha rialato ».

‘O Guarracino 'nche la guardaje

de la Sardella se 'nnammoraje;

se ne jette da na Vavosa

la cchiù vecchia maleziosa,

l'ebbe bona rialata

pe mannarle la mmasciata:

la Vavosa pisse pisse

chiatto e tonno 'nce lo disse.

La Sardella 'nch'a sentette

rossa rossa se facette,

pe lo scuorno che se pigliaje

sotto a no scuoglio se 'mpizzaje;

ma la vecchia de vava Alosa

sùbeto disse: « Ah schefenzosa

«De sta manera non truove partito,

«'ncanna te resta lo marito.

« Se aje voglia de t'allocà

«tanta smorfie non aje da fa;

«fora le zeze efora lo scuorno,

«anema e core e faccia de cuorno

Ciò sentenno la sii Sardella

s'affacciaje a la fenestrella,

fece n'uocchio a zennariello

a lo speruto 'nnammoratiello.

Ma la Patella che steva de posta

la chiammaje faccia tosta,

tradetora, sbrevognata,

senza parola, male nata,

ch'avea 'nchiantato l'Alletterato

primmo e antico 'nnanunorato;

de carrera da chisto jette

e ogne cosa 'Ile dicette.

Quanno lo 'ntise lo poveriello

se lo pigliaje Farfariello;

iette a la casa e s'armaje a rasulo,

se carrecaje comm'a no mulo

de scoppette e de spingarde,

pòvere, palle, stoppa e scarde;

quatto pistole e tre baionette

dint'a la sacca se mettette.

'Ncopp'a li spalle sittanta pistune,

ottanta mbomme e novanta cannune;

e comm'a guappo Pallarino

jeva trovanno lo Guarracino;

la disgrazia a chisto portaje

che mmiezo a la chiazza te lo 'ncontraje:

se l'afferra po crovattino

e po ‘lle dice: «Ah malandrino!

«Tu me la lieve la 'nnammorata

«e pigliatella sta mazziata».

Tùffete e tàffete a meliune

le deva pàccare e secuzzune,

schiaffe, ponie eperepesse,

scoppolune, fecozze e conesse,

scerevecchiune e sicutennosse e

ll'ammacca osse e pilosse.

Venimmoncenne ch'a lo rommore

pariente e amice ascettero fore,

chi co mazze, cortielle e cortelle,

chi co spate, spatune e spatelle,

chiste co barre e chílle co spite,

chi co ammènnole e chi co antrite,

chi co tenaglie e chi co martielle,

e chi co torrone e sosamielle.

Patre, figlie, marite e mogliere

s'azzuffajeno comrn'a fere.

A meliune correvano a strisce

de sto partito e de chillo li pisce.

Che bediste de sarde e d'alose!

De palaje e raje petrose !

Sàrache, diéntece ed achiate,

scurme, tunne e alletterate!

Pisce palumme e pescatrice,

scorfene, cernie e alice,

mucchie, ricciòle, musdee e mazzune,

stelle, aluzze e storiune

merluzze, ruongole e murene,

capodoglie, orche e vallene,

capitune, aùglie e arenghe,

ciéfere, cuocce, tràecene e tenghe.

Treglie, trèmmole, tratte e tunne,

fiche, cepolle, laune e retunne,

purpe, secce e calamare,

pisce spate e stelle de mare,

pisce palumme e pisce prattielle,

voccadoro e cecenielle,

capochiuove e guarracine,

cannolicchie, òstreche e ancine.

Vòngole, cocciole e patelle,

pisce cane e grancetielle,

marvizze, màrmure evavose,

vope prene, vedove e spose,

spinole, spuonole, sierpe e sarpe,

scàuze, 'nzuoccole e co le scarpe,

sconciglie, gàmmere e ragoste,

vennero 'nfìno cole poste,

capitune, sàure e anguille,

pisce gruosse e piccerille,

d'ogni ceto e nazione,

tantille, tante, cchiù tante e tantone.

Quanta botte, mamma mia!

che se divano, arrassosia

a’ centenare le barrate!

a’ meliune le petrate!

Muorze e pizzeche a beliune!

A delluvio li secuzzune!

Non ve dico che bivo fuoco

se faceva per ogni luoco!

Ttè, ttè, ttè, ccà pistulate!

Ttà, ttà, ttà, llà scoppettate

Ttà, ttù, ttù, ccà li pistune!

Bu, bu, bu, llà li cannune !

Ma de cantà so già stracquato

e me manca mo lo sciato;

sicché dateme licienzia,

graziosa e bella audienzia,

'nfì che sorchio na meza de seje,

co salute de luje e de leje,

ca se secca lo cannarone

sbacantànnose lo premmone.

Guarracino: se ne conoscono tre specie: il guarracino di scoglio, che è l'Apogon rex mullorum, perché detto re di triglie dai pescatori di Malta; il guarracino o monacella rossa, cioè l'Anthias sacer e, infine, il guarracino o monacella nera, cioè l'Heliases chromis.

Jéva: andava.

Le venne: gli venne.

De se 'nzorare: di ammogliarsi. Da uxor, moglie. Sarebbe un se inuxorare, ossia se ad uxorem ducere. Il latino ha l'aggettivo inuxorus (non ammogliato, celibe); sol che il prefisso è negativo, mentre nel nostro verbo è di movimento. Questo verbo, come la sua etimologia vuole, si dice solo dell'uomo; della donna si dice 'mmaretarse (maritarsi), dove la prima m non è che lo stesso in di 'nzorarse, lì con aferesi, qui anche con assimilazione (se ad maritum ducere).

Scarde: schegge.

Perucca: parrucca.

'Ngrifata: arruffata, ma qui vale «pomposa».

Ziarèlle,: nastrini.

'Mbrasciolata: imbraciolata, ossia piena come una braciola. Per intendere, si noti che in napoletano braciola (anche e più corrente brasciola) non è la stessa cosa che in lingua. In italiano designa una fetta di carne arrostita sulla brace appunto o cotta in tegame; in napoletano invece è involto di carne ripieno. «De ziaràlle ‘mbrasciolata» significa dunque: piena di nastrini, tutta nastrini.

Sciabò: lattuga, gala. Dal francese jabot.

Scolla: fazzoletto da gola.

Puzine: polsini.

De Ponte angrese fine fine: di punti inglesi finissimi.

Cu li cazune: coi calzoni.

De rezze de funno: di reti di fondo. Credo voglia intendere di reti doppie.

De tunno: di tonno.

Sciammeria. è la vecchia redingote.

Sciammereino: diminutivo della precedente sciammeria. Più comune sciammeriella, ma la rima ha voluto l'altro diminutivo. Potrebbe trattarsi di un farsetto, ma io penso che qui stia ad abundanziam, come quando si dice «nastri e nastrini», «bottoni e bottoncini» per intendere molti nastri, molti bottoni. Il poeta vuol dire che il Guarracino era abbigliato con ogni cura e buon gusto.

D'aleche: di alghe.

Pile: peli.

Voje: bue.

Co buttune e buttunera: letteralmente: con bottoni e bottoniera. Come il precedente sciammeria e sciammereino è modo sovrabbondante per dire con bottoni e bottoncini, con bottoni di ogni specie e grandezza, tutto bottoni. E, s'intende, son bottoni lussuosi che possono anche non abbottonare avendo ufficio decorativo, come chiarisce il verso seguente che ci dice che sono occhi di polipi (purpe), di seppia (secce) e di fiera, naturalmente marina (fera); piccoli i primi due, più grandi gli altri.

Schiocche: ciocche.

De niro de secce: di nero di seppie.

Feíe: fiele.

Achiate. occhiate. Pesci teleostel della famiglia Girellidi, caratterizzati dai grandi occhi (cfr. latino Raia oculata).

Cateniglie: catenelle.

Premmone: polmone.

Cappiello aggallonato: cappello gallonato.

De codarino d'aluzzo salato: di budello di luccio salato. È espressione struinentale dove il de (di) vale con.

Pòsema: amido.

Steratiello: stiratelo. «Tutto pòsema e steratiello» ad litteram sarebbe «tutto amido e stirato»; ma, poiché lo stirato è nel precedente pòsema (amido), io darei a steratiello il significato di impettito. Tale interpretazione è confortata dal verso seguente «ieva facenno lo sbalantieílo», andava facendo lo spacconcello.

Barcone: balcone.

Calascione: colascione, sorta di liuto.

A suono de trommetta: a suono di trombetta, cioè a voce alta.

E llaré lo mare e lena: è una delle tante accozzaglie di parole inconcludenti che abbondano nelle antiche canzoni, riprese e trapiantate nelle sue dal Di Giacomo, messe lì per vezzo o per ironia o soltanto per accompagnamento e dette mottozzi. Se ne trovan tanti e per tutti citerò un «Tubba catubba la tubba gubbella // tubba tubbella, lo chicherichì ». Bravo davvero chi volesse in- dustriarsi a decifrare.

Sia Lena: zia.Lena. In napoletano, vi sono due parole (don, donna; zio, zia) usate, l'una a titolo d'onore o di rispetto, l'altra, più familiare, per esprimere affetto e venerazione. Come don, che è apocope di donno, zio e zia si scorciano in zi' e la parola, apocopata, diventa ambigenere e si dice zi' Giuvannine e zi' Maria.

La forma siè qui ricorrente, che qualcuno vuole derivata da «signora», non è altro invece che il zi' (zi' Lena) con lo zeta addolcito in esse. Anche nel maschile, infatti, si trova, specialmente preceduto dall'articolo, 'o si' Pascale per 'o zi' Pascale. L'aggiunta della e accentata finale, è una delle tante che ricorrono in tutte le lingue per un tal quale bisogno di facilità di pronunzia (cfr. oi' per o), e contrariamente a quanto credono alcuni, questa aggiunta, pur ricorrendo quasi sempre nel femminile, non è niente affatto vero che non ricorra anche nel maschile. Si dice benissimo anche lo sié Pascale, specialmente quando chi parla ironizzando, ha bisogno di strascicare la pronunzia per significare che la parola ha tutt'altro senso che di rispetto. Così, ad esempio, a un zi' Pascale che l'ha fatta grossa, si direbbe: «E bravo! ha fatto sta bella aziona 'o sié.Pascale!». E, soltanto ironicamente, si dice anche a persona non anziana, come si può vedere a pag. 18, dove è dato alla Sardella che è ragazza da marito. La Sardella, ricevendo dalla Vavosa l'imbasciata del Guarracino, arrossisce di vergogna e si nasconde sotto uno scoglio. Ma l'Alosa, sua nonna, la rimbrotta e le fa rilevare il danno che le verrà dalle sue ciance. Allora la nostra eroina stima più conveniente pensare al sodo e si rimette alla finestra aspettando. Qui dunque «la sii Sardella» vuol dire, quella buona lana della Sardella.

Rialato: regalato.

'Nche la guardaie: come, non appena la guardò.

Se ne jette. se ne andò.

Vavosa: bavosa. Pesce della famiglia dei Blennidi (cfr. il greco blennos. muco) così detto dalla copiosa mucosità che ricopre il suo corpo.

La cchiù vecchia maleziosa: la più vecchia maliziosa. E si noti che il cchiù (più) è riferito alla malizia, non alla vecchiaia. La vecchia più maliziosa, la più maliziosa delle vecchie.

Bona rialata: ben regalata. Particolare costrutto napoletano che usa l'aggettivo (bona, buona) in funzione avverbiale. Non è la stessa cosa, ma anche in lingua ricorre l'attributo predicativo (mi rispose fiero e superbo per fieramente e superbamente); sol che, in lingua, l'aggettivo modifica il verbo soltanto col suo significato, ma è tutto del sostantivo, mentre in napoletano concorda col sostantivo, ma è tutto avverbio. Non che in napoletano manchi l'avverbio (cantava appassionatamente me rispunnette - mi rispose - malamente, ecc.) ma l'avverbio bene non c'è e s'usa avverbialmente l'aggettivo (l'ha buono vattuto; l'ha bona strillata: l'ha ben battuto, l'ha bene sgridata).

Pe mannarle la mmasciata: per mandarle l'imbasciata.

Pisse pisse: pissi pissi, ossia zitto zitto.

Chiatto e tunno: grosso e tondo, cioè senza ambagi, chiaro e tondo.

'Nce lo disse: glielo disse.

'Nch'a sentette: come la sentì.

Se 'mpizzaje: si ficcò.

Vava: ava, nonna.

Alosa: cheppia, laccia. Genere di pesci teleostei.

Schefenzosa: sozza, sporcacciona. Ma qui vale schifiltosa.

'Ncanna: in canna, cioè in gola, per dire: te ne resterà perenne la voglia, senza possibilità di soddisfarla. È modo proverbiale napoletano, che si dice di cosa assai desiderata e vaga, non con- seguita. Per esempio: Aggio fatto tanto pe ll'avé, ma m'è rimasto 'ncanna: Ho fatto tanto per averlo ma mi è rimasto in gola.

Aje: hai.

De t'allocà: di allogarti, di collocarti.

Fora: fuori, via.

Le zeze: le ciance.

Sié Sardella: cfr. il Sií Lena della strofa 4 (a pagina 16). Fenestrella: finestrella. Ma in napoletano è assai più corrente la forma Fenestella senza r, che è latina schietta.

Fece n'uocchio a zennariello: fece l'occhiolino. Zennariello letteralmente è cennerello, piccolo cenno. Si noti che, mentre correntemente si dice le faceste ll'uocchio a zennariello col determinativo (le fece o gli fece l'occhiolino), il poeta usa il numerale uno (la enne apostrofata è qui nurnerale) per dire «fece un piccolo cenno con un occhio», facendoci vedere la strizzatina civettuola di un occhio solo. Sappiamo, e lo sapeva anche l'autore, che il cenno non può farsi con tutt'e due gli occhi; ma qui, con espressione bellamente icastica, il poeta ha detto «un occhio» e ha fatto un vivo ritratto! Anche in napoletano, come in italiano, oltre la frase, c'è il verbo zennïà (aninliccare), apocopato come tutti gli infiniti non sdruccioli, da zenniare (la forma intera degl'infmiti na- poletani non sdruccioli è arcaica e poetica). Zennïà risponde quasi a capello all'italiano cennare per accennare, sol che l'italiano designa un cenno fatto anche con la mano o col capo, mentre in napoletano significa cenno soltanto dell'occhio. (Cfr. E zenniavano ll'uocchie d"e lemmene: Di Giacomo, A Capemonte). Il napoletano zennïà interpone un'i prima della desinenza, che l'italiano cennare non ha e che va pronunziato con dieresi come nell'italiano smaniare. Questa i compare in tutti i verbi frequentativi. Son tutti di prima anche quando, come in latino, derivano da altra coniugazione. (Il napoletano correre di seconda diventa currettià di prima coniugazione, quando vuol designare il correre a brevi tratti qua e là). Così, mentre a turnare, cantare, parlare e simili, esprimenti azione intera e, dirò, non frazionata, rispondono turnà, canta, partìí senza la i, passeggiare si dice passïà, tastare tastïà, scherzare pazzïà (all'italiano scherzo risponde in napoletano pazzia), infastidire o prendere in giro sfruculïà e simili. Tutto ciò s'è detto per rilevare l'efficacia della desinenza frequentativa del nostro zennïa che rende a meraviglia il frequente strizzar dell'occhio, che l'italiano «ammiccare», derivando dal latino micare (palpitare, brillare), rende soltanto per l'etimologia. Oltre al costrutto avverbiale a zennariello, c'è, poi, anche un zennariello sostantivo, come si legge nel libretto de Lo Frato nnammurato dei Pergolesi (Passa ninno de cca rente // e me la lo zennariello: Passa il mio damo qui davanti e mi fa l'occhiolino).

Per finire ricorderò il tardo latino cinnare (ammiccare) e cinnus (occhiolino).

Speruto: desideroso.

Patella: nome di vari molluschi. Patella coerulea, Patella lusitanica, Patella tarentina; sono molto comuni nel Mediterraneo.

Steva de posta: stava alla posta.

Sbrevognata: svergognata.

'Nchiantato: piantato.

Alletterato: nome di un pesce della famiglia dei tonni (Euthynnus alletteralus) così detto per- ché la sua pelle ha macchie che paiono lettere.

De carrera: di carriera.

Da chisto: da costui.

Jette: andò.

'Lle dicette: gli disse.

Lo 'ntise: lo sentì.

Se lo pigliaie Farfariello: se lo Prese Farfarello, ossia il diavolo, montò in bestia. Farfarello è uno dei diavoli danteschi della bolgia dei barattieri.

S'armaie a fasulo: si armò di tutto punto.

Se carrocaie: si caricò.

Scoppette: schioppi, fucili.

Pòvere: polvere (da sparo, s'intende).

Scarde (sottinteso 'e scoppette): pietre focaie.

Dint’a sacca: in tasca.

'Ncopp'a li spalle: sulle spalle.

Pistune: pistoni, specie di pesante archibugio.

Guappo: è il camorrista che non si lascia passare le mosche sul naso e al quale si ubbidisce senza discutere, non superato da alcuno in forza e coraggio. Ma questo sostantivo s'usa anche aggettivamente per designare bravura. È ‘nu jucatore guappo, (è un giocatore guappo), si dice per significare che nessuno lo supera, e simili. Qui è usato appunto aggettivamente e guappo Pallarino (guappo paladino) significa strenuo paladino, il paladino dei paladini!

La disgazia a chisto portaie: la disgrazia portò a costui; disgrazia volle per costui.

Chiazza: piazza.

Po crovattino: per la golétta. È modo comunissimo e ci rappresenta l'aggressore che, invece di afferrare violentemente la persona con cui ha da dire, le ficca le dita nel colletto e la tira a sé con sarcastica repressa delicatezza, per dargliele poi di santa ragione.

Lieve: togli.

Mazziata: bastonatura, da mazza.

Tùffete e tàffete, onomatopeico, per indicare il suono delle percosse e il loro susseguirsi.

A meliune: a milioni.

Pàccare: pacche, colpi dati a mano aperta, ma in napoletano solo sulla faccia. In napoletano, poi, si chiama schiaffo, come in italiano, il manrovescio, che é la percossa data col dorso della mano, mentre quella data sul viso col palmo della mano, ossia con tutta la mano, si chiama pàccaro, dal greco pas, pasa, pan (tutto) e cheir, cheiròs (mano).

Secuzzuno: sergozzoni.

Ponie: pugni.

Perepesse: percosse in genere.

Scoppolune: scoppoloni, scapaccioni.

Fecozzo: pugni dati di panta.

Conesse: colpi alla nuca. Differisce dai precedenti scoppoloni, perchè quelli son dati a mano aperta, queste col pugno.

Scerevecchiune: scappellotti.

Sicutennosse: pugno in faccia.

Osse e pilosse: altra espressione sovrabbondante come le precedenti «sciammeria e sciammereino» e « buttune e buttunera» della seconda strofe, per dire «gli ammacca ben bene le ossa».

Venimmoncenne: venianiocene. Modo usato per riprendere il racconto o per allacciarvi un episodio. È l'italiano «venendo a noi».

Ascettero fore: uscirono fuori. Il pleonasmo è quasi normale in napoletano e mentre ricorre anche il semplice ascettero (uscirono), come trasettero (entrarono), il popolo dice sempre jesce fora (esci fuori) e trase dinto (entra dentro).

Cortielle: coltelli.

Cortelle: coltelle.

Spate, spatune e spatelle: spade, spadoni, spadini.

Spite: spiedi.

Ammènnole e antrite: Ammènnola significa mandorla e antrita è la nocciola cotta al forno e infilzata a un filo. Il poeta le usa traslatamente come fa anche l'italiano, per esempio, con la parola nespola. Gli diede certe nespole, si dice per mazzate.

Torrone e sosamielle: altre armi gastronomiche! Il torrone è quello che ricorre a San Martino e il sosamiello (moderno susamiello, plurale susamielle), è una ciambella in forma di S, fatta con farina di castagne e miele e cosparsa di pezzetti di mandorle. Ricorre a Natale ed è dolce napoletano che si offre agli zampognari che si recano a Napoli dal loro paese per la novena.

Fère: fiere.

A strisce: in fila.

De sto partito e de chiamo li pisce: pesci parteggianti o per l'uno o per l'altro. Da notare che pisci è plurale di pesce. 'Nu pesce: un pesce; tre pisce: tre pesci. A il plurale interno assai corrente nel dialetto napoletano ('Nu prèvete: un prete; tre prievete: tre preti) che a volte s'accoppia col plurale normale ('Nu mònecro: un monaco: tre muònece: tre monaci).

Dediste: vedesti.

Palaie: sogliole. Dal catalano palaya, tardo latino pelaica dal greco pelagihós «del pelago marino».

Raio petrose: razze chiodate (cfr. latino Raia clavata). Genere di pesci selaci.

Sàrache: sarghi (cfr. latino Sargus, greco sargòs), genere di Teleostei acantotteri del Mediterraneo. Al singolare saraco.

Diéntece: dentici, pesci teleostei caratterizzati dai canini molto sporgenti (latino Dentex, derivato di dens, dentis). Si noti il plurale interno; al singolare dèntece.

Scurme: scombri, maccarelli.

Pisce palumme: palombi (Mustelus vulgaris). Singolare pesce palummo.

Pescatrice: rana pescatrice, lofio (latino Lophius Piscatorius).

Scorpene: scorfani o scrofani (latino Scorpeana scrofa).

Mucchie: pastinache (latino Trygon pastinaca). Pesci cartilaginei dei gruppo Selaci.

Ricciòle: nome usato, nel Mezzogiorno, per varie specie di pesci del genere Scymnorrinus.

Musdee: motelle, genere di pesci teleostei della famiglia Gadidi (latino Mustela vulgaris).

Mazzune: ghiozzi 'nome divari pesci del genere Gobitts.

Stelle: cioè pesce-stella, leccia, ha le scaglie disposte

in forma di stella e perciò detto dagli ittiologi Astroclormus.

Aluzze: lucci di mare (latino Sphyraena sphyracna).

Ruongolo: gronghi o gòngori. Specie (Conger conger) di pesci teleostei dell'ordine Apodi.

Capodoglie: capodogli o capidogli. Cetacco odontoceto della famiglia Fiseteridi (latino Physeter) così chiamato per il grasso che si ricava dalla sua testa (capo d'olio).

Orche: orche. Specie di cetaceo odontoceto (latino Orcinus orca) della famiglia Delfinidi.

Vallene: balene.

Capitune: nome delle anguille di grandi dimensioni (latino Capito,-onis «che ha la testa grossa», derivato di caput «capo»). Nota il plurale interno; al singolare capitone.

Aùglie: aguglie. Nome comune di alcuni pesci teleostei (latino Belone) della famiglia Belonidi.

Arenghe: aringhe, specie di pesci telcostei dell'ordine Isospondili, famiglia Clupeidi. (Dal germanico haring, cfr. tedesco Hering; latino Clupea harengus).

Ciàfere: cefali, altro nome italiano di vari pesci dei genere Mugil. Nota il plurale interno, al singolare cèfaro.

Cuocco: aterine, genere di pesci telcostei dell'ordine Percomorfi, detto anche latterino, crognolo o lavone.

Tràccene: pesci ragno, genere (latino Trachinus) di pesci teleostei acantotterigi dell'ordine Giugnulari, famiglia Tradúnidi. Con lo stesso nome si indica anche il pesce spigola.

Tenghe: tinche, pesci teleostei (latino Tinca tinca) della famiglia Ciprinidi.

Treglie: triglie, nome comune dei pesci del genere Mullus, teleostei della famiglia Mullidi.

Trèmmole: torpedini (dal latino Torpedo, -dinis, derivato di torpàre, con allusione all'effetto delle scariche elettriche prodotte da questi pesci che inducono torpore alla mano che li tocca).

Trotte: trote.

Fiche: pesce fica, lampuga, fiatola dorata. Pesce teleosteo della famiglia Brauidi (latino Stromateus fiatola).

Cepolle: cepole rosseggianti, nome comune del pesce Cepola rubescens.

Laune: lagoni, nome napoletano del pesce Atherina hepsetus.

Retunne: menole, varie specie dei genere Smaris.

Purpe: polpi (latino Octopus vulgaris).

Secce: seppie.

Pisce prattielle: non meglio identificati, nonostante le più accurate ricerche, anche presso i pescatori del porticciolo di Mergellina.

Voccadoro: boccadoro, ombrina leccia (latino Sciaena aquila), così denominato perché produce suoni variamente modulati.

Cecenielle: bianchetti, i neonati delle alici di colore biancastro.

Capochiuove: piccole seppie (.Sepiota Rondeletii).

Cannolicchie: nome di varie specie di molluschi bivalvi del genere Solon.

Ostreche: ostriche (latino Ostrea edulis).

Ancine: ricci di mare (latino Ech-nus lividus).

Cucciole: nome di vari molluschi bivalvi del genere Cardium.

Grancetielle: diminutivo di grancio: granchio marino.

Marvizze: tordi di mare, varie specie del genere Labrus e Crenilabrus.

Màrmure: pagello mòrmora (latino Pagellus mormyrus).

Vope: boghe (latino Box boops) pesce teleosteo della famiglia Girellidi.

Prene: incinte (cfr. il latino praegnus).

Spìnole: spigole (Labraxt lupus).

Spuonole: è lo Spondylus gaederopus, volgarmente detto ostrica spinosa.

Sierpo: Non è chiaro se si allude alla vipera di mare (latino Ophisurus serpens) o al serpe di mare (latino Sphagebranchus Spallanzani),

Sarpe: salpe, pesce teleosteo della famiglia Girellidi (Boops salpa).

Scàuze, 'nzuoccole, e co le scarpe: scalzi, con gli zoccoli e con le scarpe. Accorsero così come si trova- vano.

Sconciglie: mùrici, molluschi gasteropodi del genere murex di cui alcune specie forniscono la porpora.

Gàmmere: gamberi.

Vennero 'nfino co le posto: vennero perfino di lontano, con le diligenze.

Saure: sgrombri bastardi sorelli, sugherelli (latino Trachurus trachurus).

Tantille, tante, cchiù tsante e tantone: graziosissimo verso che designa col diminutivo e con l'accrescitivo dell'aggettivo tanto, le varie dimensioni dei pesci in lotta. Essi sono, dunque, non soltanto di ogni ceto e nazionalità, ma anche di ogni grandezza: tantini (tantille), tanti, più tanti (più grossi) e tantoni!

Arrassosia: lontano sia. Arrasso è avverbio che vale «da parte» (Fatt'arrasso: fatti in là, scansati).

Muorze: morsi.

Beliune: bilioni.

A deljuvio li secuzzune: a diluvio i sergozzoni.

Bivo: vivo.

Ttè, ttè, ttè, ecc.: onomatopeico per indicare i colpi delle pistole, degli schioppi, degli archibugi e dei cannoni.

So già stracquato: sono già stanco.

Scriato: fiato.

'Nfì che sorchio: fin che sorbisco, il solo tempo di bere.

Na meza de seie: sottinteso presa, ossia bicchierino. Mezza designa la quantità e sei forse il prezzo o la misura o la composizione dei liquore. Il cantore vuol dire: «datemi soltanto il tempo di sorbire non più di mezzo bicchierino dei più modesto liquore».

Co salute de luie e de leve: con salute, ossia alla salute, di lui e di lei, ossia dei signori e delle signore che mi stanno ascoltando.

Ca: perché.

Cannarone: la gola, sede delle canne, che nel sostantivo napoletano vengono unificate e accresciute!

Sbacantànnose lo premmone: svuotandosi (mentre si svuota) il polmone.

Caro Prof. Salzano,

Abbiamo letto con grande piacere nella sua Home page il testo della canzone napoletana “O Guarracino”. Da un po’ di tempo lo stavamo cercando anche noi ed il caso ha voluto che contemporaneamente a tale scoperta rinvenissimo un’altra versione su una antologia di canzoni napoletane (La canzone napoletana di Imperiali e Recalcati,1998). Fra le due versioni ci sono delle differenze che ci permettiamo di segnalare:

¨ e llare’ lo mare ‘e lena: nel suo glossario è interpretata semplicemente come ritornello fonico mentre noi abbiamo la traduzione rema di buona lena (llare’ sarebbe l’imperativo di un verbo a noi sconosciuto) che ben si accorda con i versi successivi, che invitano un ipotetico spasimante a affrettarsi perché la figlia della si’ Lena è rimasta senza fidanzato.

¨ ma la vecchia de vava Alosa: noi abbiamo invece ma la vecchia de la vavosa , con riferimento alla stessa ruffiana che ha riportato alla sardella il messaggio d’amore del guarracino.

¨ guappo Pallarino : una nota della nostra antologia dice che Pallarino era il nome di un famoso e temuto guappo dell’epoca. L’uso di guappo come sostantivo ci sembra più appropriato.

¨ pisce prattiello: noi abbiamo pisce martiello ma il canone filologico della “lectio difficilior” avvalora la sua versione.

Fra l’altro siamo in possesso di una versione sensibilmente diversa della stessa canzone, sicuramente una rielaborazione successiva, interpretata dai cantanti della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Purtroppo non abbiamo il testo, e non siamo riusciti ancora a trascriverlo correttamente: glielo faremo avere appena pronto.

Come si dice a Napoli stateve bbuone

Alfonso Di Domenico e Raffaele Punzi

A parere di Fabrizio Borgogna, O guarracino (cioè il testo inserito qui sotto) "non è una creazione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma una canzone tradizionale rielaborata da Roberto de Simone". Borgogna osserva che “rispetto alla tradizionale è molto più semplice: è più breve, la sintassi è meno ricercata e le specie di pesce citate sono di gran lunga inferiori (17 contro la settantina de Lo guarracino)”. Ricorda che “in alcune isole e località rivierasche napoletane esisteva un canto popolarededicato al guarracino, molto simile alla canzone di cui sto parlando, soprattutto come musica” e osserva come sia improbabile che il testo rielaborato da De Simone “sia quel canto (credo sia troppo complessa e lunga per essere una canzone popolare), ma potrebbe essere una canzone d'autore che si ispira a quel canto”.

Con una interpretazione che mi sembra del tutto logica e condivisibile il mio gentile corrispondente conclude che, “essendo senza dubbio anche Lo Guarracino una canzone d'autore, ed essendo soprattutto la musica ed il ritmo completamente diversi dalle altre due canzoni, potrebbe anche essere che 'O guarracino sia una canzone precedente a questa e alla quale Lo guarracino fece riferimento”. Il testo è tratto dal sito della Nuova Compagnia

'O guarracino ca jeva p'o mare

jeve truvanno 'e se nzorare (...'e se nguaiare)

se facette 'nu bello vestito

chino chino 'e scorze d'ancino

nu scarpino fatt'a ngrese

'a pettinatura a la francese (...'o cazunciello a la francese)

allustrato e puletiello

jeva facenno 'o nnammuratiello

La sardella ca 'o verette

'o ghianco e 'o russo se mettette

po' pigliaie 'o calascione

e mpruvvisaie 'na canzone (...po' chiammaie a Pascalone/e l'ammustaie chistu cazone)

'a canzone c''o liuto

'o guarracino s'è ncannaruto (...nzallanuto)

Passa a tiempo 'a zia vavosa

vecchia trammera zandragliosa

'a vavosa pe' 'nu rano

faceva li pisce la ruffiana (...frieva l'ove 'int''o tiano)

jesce llà fora e mpostal''o pietto

si vuò stu marito rint''o lietto (...si vuò fa mò 'nu rispietto)

'A sardella a sti parole

se facette 'na bbona scola

de curzera s'affacciaie

e 'o guarracino zenniaie (...e tutte li trezze l'ammustaie)

mentre ca lloro amuriggiavano

tutte li pisce se n'addunavano (...se masteriavano)

Primma fuie 'na raosta

ca da luntano faceva la posta

pò se ne venne la raia petrosa

e 'a chiammaie schefenzosa (...brutta zellosa)

pecché trarev'all'allitterato

ca era geluso e nnammurato (...ca era 'nu piezzo 'e scurnacchiato)

L'allitterato ca l'appuraie

tutti li sante jastemmaie

e alluccanno voglio vendetta

corze alla casa comm'a saetta.

Pò s'armaie fino fino

pe' sguarrà lu guarracino (...pe' spaccà lu guarracino)

Marammé oi mamma bella

alluccava la zi' sardella

e 'a vedé stu cumbattimento

le venette 'nu svenimento

le venette 'n'antecore

e tutt'e pisci ascettero fore (...e 'o capitone ascette fore)

Bello e bbuono comm'a niente

ascettero tutte a pisci fetiente

tira e molla piglia e afferra

mmiez'a sti pisci lu serra serra

Quatto ciefere arraggiate

se pigliavano a capuzzate tutte li purpe cu ciento vraccia

se pigliavano a pisci 'nfaccia (...a panne 'nfaccia)

'na purpessa a 'na vicina

le faceva lu strascino (...le stracciaie lu suttanino)

Mentre 'e sarde alluccavano a mare

"ca ve pozzano strafucare!"

'nu marvizzo cu 'n'uocchio ammaccato

deva mazzate da cecato

quanno cugliette pe' scagno a 'na vopa

chesta pigliaie 'na mazza de scopa

Piglia sta mazza e fuje da llà

mannaggia lu pesce c''o baccalà

se secutavano ore e ore

pigliala 'a capa e fuje p''a cora.

Ddoje arenche vecchie bizzoche

se paliavano poco a poco

e ammaccannose 'o paniello

misero mmiezo a 'nu piscitiello

stu piscitiello che era fetente

facette 'na mossa malamente

stu piscitiello svergugnato

facette po' sotto 'o smaliziato (...disgraziato/...'o scurnacchiato)

Ma 'nu palammeto bunacchione

magnava cozzeche c''o limone

e 'nu marvizzo vistolo sulo

te lo piglia a cavece 'nculo (...a muorze 'nculo)

tutto nzieme a sta jurnata

se sentette 'na scuppettata

Pe' la paura a 'na patella

le venette 'na cacarella

pe' la paura 'a nu piscitiello

le venette 'nu riscinziello (...s'arrugnaie lu ciciniello)

mentre 'nu rancio farabutto

muzzecava li piere a tutte

muorte e bbive ne li stesse

ce cantava 'e Ssante Messe

Se pigliavano a mala parole

e se nturzavano bbuono e mmole

po' pe' farse 'na bbona ragione

danno de mano a lu cannone

'o cannone facette 'nu scuoppo

lu guarracino restaie zuoppo

zuoppo zuoppo mmiez''a via

che mmalora e mamma mia (...tuppe tuppe bella mia/che mmalora e mamma mia)

Signure mieie ca sentite

vurria sapé si 'o credite

chi s'agliotte sti pallone

tene 'nu bbuono cannarone

chi s'agliotte chesta palla

cu tutt''e pisci rimana a galla

zuffamiré e zuffamirella

e 'ntinderindì sta tarantella (...zuffamiré zuffamirà/mannaggia lu pesce c''o baccalà)

L'altra edizione

Quando entrò nelle aule dove si insegnava la meccanica, Ulrich fu subito in preda a un entusiasmo febbrile. A che serve ormai l'Apollo del belvedere, se si hanno davanti agli occhi le forme nuove di un turboalternatore o il meccanismo di distribuzione di una locomotiva! Chi può interessarsi ormai alle chiacchiere millenarie sul bene e sul male, quando s'è trovato che non si tratta di “Valori costanti" ma di “Valori funzionali", così che la bontà delle opere dipende dalle circostanze storiche e la bontà degli uomini dall'abilità psicotecnica con la quale si sfruttano le loro capacità! Il mondo è semplicemente buffo se lo si considera dal punto di vista tecnico; privo di praticità in tutti i rapporti umani, estremamente inesatto e antieconomico nei modi; e chi è abituato a svolgere le sue faccende col regolo calcolatore non può ormai prendere sul serio una buona metà delle asserzioni umane.

Il regolo calcolatore consta di due sistemi di numeri e di linee combinati con straordinaria accortezza: due tavolette scorrevoli verniciate di bianco, a sezione trapezoidale piatta, mediante la quale si risolvono in un baleno i più intricati problemi, senza sciupare inutilmente un solo pensiero; è un piccolo simbolo che si porta nella tasca del panciotto e si sente come una riga dura e bianca sul cuore. Quando si possiede un regolo calcolatore, e arriva qualcuno con grandi affermazioni e grandi sentimenti, si dice: "Un attimo, prego, prima calcoliamo il limite d'errore e il valore probabile di tutto ciò".

Quest'era senza dubbio una rappresentazione efficace dell'ingegneria. Essa costituiva la cornice di un'affascinante futuro autoritratto che rappresentava un uomo dai lineamenti energici, con una pipa tra i denti, un berretto sportivo in testa e splendidi stivali alla scuderia, in viaggio tra Città del Capo e il Canadà per realizzare grandiosi progetti... Fra un affare e l'altro si può anche trovare il tempo per ricavare dal pensiero tecnico qualche idea per organizzare il mondo e governarlo, o di formulare massime come quella di Emerson, che dovrebbe esser scritta sulla porta di ogni officina: "Gli uomini passano sulla terra come profezie del futuro, e tutte le loro azioni sono prove e tentativi, perché ogni azione può essere superata dalle successive". Anzi, per esser precisi, questa massima era di Ulrich che l' aveva composta mettendo insieme parecchie massime di Emerson.

È difficile dire come mai gli ingegneri non corrispondano poi del tutto a questo quadro. Perché, ad esempio, portano sovente una catena d'orologio che sale in un mezzo arco acuto dal panciotto ad un bottone più in alto, o la dispongono sulla pancia in festoni ascendenti e discendenti, come arsi e tesi di una poesia? Perché amano appuntarsi nella cravatta denti di cervo o piccoli ferri di cavallo? Perché i loro abiti sono costruiti come gli elementi di un'automobile? Perché, soprattutto, non parla no quasi mai d'altro che della loro professione; e se parlano di altro lo fanno in modo speciale, rigido, esterno, senza correlazioni, che al di dentro non và più in giù dell'epiglottide? Naturalmente, ciò non vale per tutti, ma vale per molti; e quelli che Ulrich conobbe quando prese servizio per la prima volta in un ufficio di fabbrica erano così, e quelli che conobbe la seconda volta erano anche così. Si rivelarono uomini strettamente legati alle loro tavolette da disegno, amanti della loro professione e in essa ammirevolmente valenti; ma proporre loro di applicare l'audacia del loro pensiero a se stessi invece che alle loro macchine, sarebbe stato come pretendere che facessero di un marIello l'uso contro natura che ne fa un assassino.

La cattedrale di San Stephan: Una visione storica

Le immagini sono di origine molto diversa: i signori Hawelka sono ripresi da una cartolina, i café Demel e Sacher sono illustrati dai loro dépliant, San Stephan e Karl Marx Hof da immagini tratte da internet con Google, gli interni di Hawelha e l'edificio di Holstein sono mei scatti. Il tutto è visibile in questa galleria di immagini.

Per saperne di più sul Karl Marx Hof (il grande e celebrato esempio della politica edilizia della socialdemocrazia mitteleuropea), vi consiglio il libro di Manfredo Tafuri la qui recensione trovate nel file qui sotto.

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