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Paola Natalicchio
Zygmunt e Irena Bauman La città del futuro secondo il sociologo e l’architetta
4 Dicembre 2008
Nel conflitto tra segregazione e interazione, tra recinti e piazze, l’architetto deve schierarsi. L’Unità, 4 dicembre 2008

Erano gli ospiti di punta della giornata d’apertura di Urbs ’08, la rassegna internazionale sulle trasformazioni urbane che si conclude oggi a Roma. Bauman e la figlia Irena, rimasti bloccati in Inghilterra, hanno parlato con noi.

Il sociologo Zygmunt Bauman e sua figlia Irena, uno dei più affermati architetti inglesi hanno accettato di parlare con l’Unità via telefono, per un saggio di quale sarebbe stato il loro duetto previsto ieri a Roma.

«Marx diceva che le persone fanno la storia a partire da condizioni non scelte da loro - esordisce Zygmunt -. Anche gli architetti fanno le città senza aver scelto le condizioni di partenza. Sono consapevole, quindi, che questi fronteggiano questioni di ordine globale. E quindi si muovono entro dei limiti. Da sociologo penso che gli architetti abbiano un impatto enorme. Che ne siano coscienti o meno. Ogni loro intervento fa la differenza. Il loro ruolo è quindi importantissimo e molto delicato».

«Gli architetti hanno la responsabilità di cucire le separazioni causate dalla velocità dei cambiamenti - prosegue Irena -. Il nostro ruolo è pensare il futuro e una società sostenibile. Abbiamo anche un ruolo chiave nell’influenzare la classe politica. Ma possiamo svolgerlo in modo efficace solo se agiamo uniti e abbandoniamo alcune nostre pessime abitudini».

CITTÀ GLOBALI

Chiediamo a entrambi se la missione dell’architettura possa essere oggi quella di governare le differenze che si incontrano nelle città globali Risponde Zygmunt: «La globalizzazione delle città ha due aspetti. Quello negativo è che sono spesso abitate dalla paura. Pensiamo alla paura degli immigrati, che vengono presentati come un fenomeno nuovo anche se nuovo non è. Il lato positivo è che le città globali sono dei grandi laboratori dove si sperimentano nuovi stili di vita. Da qui due atteggiamenti: la mixofobia, la paura di mescolarsi con la diversità, e la mixofilia, che è la capacità di godere delle differenze. Gli architetti dovrebbero promuovere progetti in grado di alimentare la mixofilia».

Risponde Irena: «Gli architetti sono dei pensatori strategici, capaci di analizzare problemi complessi e trovare soluzioni di mediazione. Disegnamo l’ambiente che costituirà il palcoscenico per l’interazione in luoghi che saranno qui molto più a lungo di ciascuno di noi. Dobbiamo avere le capacità e le responsabilità di comprendere il contesto che ci circonda e, per quello che è possibile, prevedere i bisogni futuri».

Ma cosa significa ripensare le città per un sociologo e per un architetto? «Significa mettere a punto strumenti in grado di mitigare la paura e scommettere sull’interazione con la diversità - risponde il sociologo -. Ad esempio eliminando tutte le separazioni spaziali con le comunità straniere. Tutti i ghetti, volontari e involontari. Mi riferisco a quelle zone urbane in cui i benpensanti non entrerebbero mai e da cui, chi ci vive, non fa altro che tentare di uscire, emanciparsi». «Noi progettiamo e modelliamo le nostre città - risponde l’architetta - e quindi possiamo dare un contributo fondamentale per mettere insieme le divisioni tra tutti coloro i quali si sentono esclusi dalla società. Non si sentono al servizio di una società sostenibile che potrebbe favorire una felice coabitazione delle differenze. Eppure noi facciamo una scelta etica ogni volta che accettiamo le richieste di un cliente. Saremo in grado di affrontare tutte queste sfide solo quando avremo imparato prima comprendere i problemi sociali e quando saremo pronti a lavorare solo su quei progetti in grado di dare un contributo positivo alla società».

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